Con la recente pubblicazione dei due volumi di Goethe. Con una scelta delle liriche nuovamente tradotte presso la casa editrice Bibliopolis si è giunti al trentacinquesimo titolo delle Opere di Benedetto Croce nella loro Edizione Nazionale. I volumi, a cura di Domenico Conte – autore, tra l’altro, della nota in coda al testo –, sono corredati da apparati critici curati da Chiara Cappiello, in modo da permettere allo studioso di risalire alle prime edizioni dei diversi saggi, di ripercorrere con piglio filologico le varianti strutturali e stilistiche intercorse tra la prima edizione del 1919, in un volume, e la quarta, in due volumi, del 1946, e inoltre, grazie agli indici dei riferimenti e delle citazioni, di conoscere i testi, le edizioni e le pagine delle opere, goethiane e non, presenti sullo scrittoio del filosofo.
Come osservato da Conte nella sua nota, la prima caratteristica della riflessione di Croce sul poeta tedesco è quella di apparire stratificata, e stratificata da molteplici punti di vista: cronologico certamente, ma anche strutturale e contenutistico. Gli scritti originari della prima edizione del ’19 vengono, infatti, successivamente affiancati dai Nuovi saggi sul Goethe della terza edizione del ’38 e dai Terzi Saggi della quarta. Segnale, questo, che l’attenzione per Goethe rappresenta una costante nella vita del filosofo napoletano; egli è appunto presente nei giorni tormentati della Prima guerra mondiale, ma lo è anche «nel più triste tempo del regime di oppressione e di vergogna in cui l’Italia era caduta» (I, p. XII), il tempo del regime fascista, e in quello della Seconda guerra mondiale e delle «stragi, torture, deportazioni di italiani, rapine dei frutti del nostro lavoro» (ibidem) a opera della Germania nazista. Nelle pagine di un poeta «esperto quanto altri mai in ogni forma di umanità» (I, p. IX) Croce ritrova quindi «lenimento e rasserenamento» (ibidem), una condizione d’animo fertile e aperta al lavoro critico e concettuale. Il carattere lenitivo della poesia di Goethe è, inoltre, alla radice della scelta di Croce di tradurre una parte delle sue liriche – traduzioni largamente presenti tanto nel primo quanto nel secondo volume –, della voglia, cioè, «di carezzare la poesia che ci ha recato piacere: di carezzarla coi suoni della lingua che ci è nativa o familiare» (I, p. X), nonostante l’autore ribadisca l’idea dell’«assoluta impossibilità» (ibidem) delle traduzioni. Ritorneremo sul tema più avanti.
Bisogna per il momento evidenziare come il carattere terapeutico di cui parla Croce non sia quello superficiale e passeggero della distrazione, dello svago, del divertissement; non si tratta di un fenomeno epidermico. L’arte di Goethe non offre unicamente il sollievo della perdizione nel bello – quasi in odore di narcosi –, ma dona piuttosto la chiarezza morale necessaria a una vera e propria guarigione. In un’Europa funestata dal nazionalismo, da filosofie attivistiche e irrazionaliste, dal culto pseudo-scientifico della razza e da ciò che, in ultima istanza, separa gli uomini e li divide, Croce decide al contrario di rivolgersi a ciò che li affratella e li unisce; di rivolgersi al poeta della Weltliteratur, la letteratura universale, l’uomo la cui «virtù tranquilla» (I, p. 2) intrisa di saggezza, equilibrio, moderazione e «di tutto ciò che si suole irridere come “borghese”» (ibidem) rappresenta l’esatto opposto dell’estremismo fanatico dei romantici, dei mistici e dei «cultori del “superuomo”» (I, p. 4).
Il lavoro critico-letterario sul corpus goethiano assume allora le sembianze di un intervento di chirurgia: si tratta di sezionarlo interamente, liquidando quanto merita di essere liquidato – produzioni errate sarebbero, a giudizio di Croce, i “drammi della rivoluzione” e quelli psicologico-morali Die Geschwister, Clavijo e Stella – e sgravando il restante dai travisamenti della critica e dalla sterile erudizione sedimentatasi negli anni, restituendo ai testi il loro più genuino potenziale.
A questo proposito, è in primo luogo necessario per Croce rigettare uno dei più diffusi pregiudizi di un’epoca distorta dalle passioni politiche, quello cioè per cui un italiano non dovrebbe leggere un tedesco, un compatriota di quelli che Croce stesso – nel 1944 – definisce gli «odierni barbari» (I, p. XII). A una tale affermazione il filosofo ribatte: «Non mai come in questa occasione ho veduto rifulgere in me la spesso disconosciuta verità di filosofia del linguaggio: che la parola è creazione sempre nuova e propria della personalità del parlante» (ibidem), e di conseguenza «la lingua in cui sono scritte le opere di Goethe non è tedesca, ma è la lingua di Volfango Goethe» (ibidem).
I due volumi sono perciò attraversati da un pervasivo confronto con la critica letteraria goethiana, in particolar modo quella italiana e tedesca.
Nel secondo capitolo del primo volume, intitolato Vita poetica ed artistica, Croce ribadisce un concetto per lui di estrema importanza: il graduale passaggio che porta Goethe dalla «disposizione agitata, ribelle» (I, p. 9) della gioventù a quella «pacata, moderata ed armonica» (ibidem) della maturità. Passaggio che non vedrà mai un Goethe partecipe dello Sturm und Drang e degli eccessi romantici, ma che lo vedrà, anzi – come nell’interpretazione crociana del Werther – proiettare tali eccessi all’esterno, nell’opera d’arte, quasi in una catarsi artistica, con l’ingenuità e l’umana compassione che è propria dell’autentico genio poetico. Questo concetto serve a Croce per due motivi: per dimostrare «inutile, vana e aberrante, per molte delle opere di lui, la ricerca dell’unità e del motivo poetico unitario» (I, p. 13), ma allo stesso tempo per rendere aduso il lettore ad apprezzare le opere di Goethe nella loro disomogeneità. Troppe volte era successo, infatti, che sulla base di ragioni estrinseche un Goethe venisse usato contro l’altro: il classicista contro il romantico, il romantico contro il classicista, il primo Faust contro il secondo Faust e viceversa. A incorrere in un errore di questo tipo era stato ad esempio il tedesco Friedrich Theodor Vischer, il quale aveva lodato lo stile a suo dire germanico del primo Faust e bocciato invece quello del secondo, accusando Goethe di essere ormai giunto all’«estremo della perversione» (II, p. 130). Albergava in siffatti giudizi la mistificazione del carattere poetico della poesia, ridotta a «cosa pratica» (II, p. 129), a cantrice di una «missione che sarebbe propria del popolo tedesco» (ibidem). Una simile condanna politica era d’altronde giunta a Goethe da più parti anche in Italia: Giuseppe Mazzini l’aveva giudicato politicamente indifferente e sulla stessa linea si era mosso il traduttore Giovita Scalvini; Vittorio Imbriani poi l’aveva addirittura accusato di aver sperperato la sua vita «“in melensi amorazzi, in mille pettegolezzi, fra gli ozî insulsi ed istenterelleschi d’una corte granducale, in un ambiente accuratamente depurato d’ogni egregio affetto, patriottismo, grandi ambizioni, libertà politica e simili”» (II, p. 112). Nel complesso quindi, eccezion fatta per il solo De Sanctis e pochi altri «articoli di giornali e di riviste, dovuti a poco scolastici e poco dotti critici» (I, p. 130), i giudizi della critica italiana, al pari di quella tedesca, apparivano deformati da valutazioni non propriamente artistiche.
Occorreva al contrario leggere e comprendere tanto il primo quanto il secondo Goethe sulla base delle ragioni intrinseche delle opere, senza gravarlo di arbitrarie sovrastrutture o di inappellabili e inconsistenti giudizi di condanna. Infatti, sebbene Croce convenga che «forse non più egli raggiunse di poi la schietta classicità della maggior parte delle scene del primo Faust o di taluni frammenti drammatico-lirici giovanili» (I, p. 11), allo stesso tempo ritiene che «l’ala della poesia, di una poesia senza dubbio diversa dalla precedente» (I, p. 12) non abbia mai abbandonato l’animo e le opere di Goethe. Di conseguenza, nella valutazione di un’opera stratificata come il Faust, scritta e rielaborata per l’intera durata dell’esistenza del suo autore, Croce consiglia di considerare le due parti come indipendenti l’una dall’altra, e di leggere in particolare il secondo Faust come «opera a sé, e giudicarlo solo in sé stesso e non già in relazione e con la misura propria dell’altra opera» (I, p. 103). Soltanto così esso potrà essere apprezzato. Perché, se nel primo Faust – quello concepito da Goethe tra 1769 e 1775 – troviamo il cuore poetico dell’intera opera, con il suo culmine nella tragedia di Margherita, nel secondo Faust scopriamo una disposizione d’animo diversa, più giocosa e ironica, ma comunque pregna di saggezza e maturità d’artista.
La posizione di Croce non mancò di attirargli numerose critiche e di imbarcarlo in una dura polemica con Guido Manacorda, esponente di rilievo della germanistica dell’epoca. Alcune tracce del confronto tra i due studiosi affiorano dalle pagine dei volumi crociani, ma è soprattutto merito della nota del curatore se riusciamo a ricostruire le ragioni del contendere. A differenza di Croce, Manacorda riteneva che il Faust dovesse essere letto unitariamente e apprezzato nella sua organicità, in quanto al suo interno Goethe si sarebbe mantenuto – scrive Conte – «nel più profondo spirito non simile, ma in tutto eguale a sé stesso» (II, p. 285). Una lettura a blocchi compartimentati, giudicava Manacorda, avrebbe così portato a fraintendere la natura del capolavoro di Goethe. Al dissenso sull’interpretazione del Faust si aggiunse ben presto quello sulle traduzioni poetiche. Croce aveva sottoposto le traduzioni goethiane dello studioso a una serratissima analisi, concludendone che fossero inadeguate ed estranee allo spirito dell’autore; Manacorda aveva quindi risposto nel ’32, riversando una altrettanto categorica stroncatura sulle traduzioni di Croce.
La disputa può tornare utile per ricollegarci a un tema cui abbiamo soltanto accennato: la questione dell’impossibilità delle traduzioni. Oltre ai già citati accenni fatti da Croce nell’introduzione del ’18, il problema delle traduzioni ricompare nel saggio Intorno a un’antologia di traduzioni italiane delle liriche di Goethe, dove l’autore, prendendo spunto dalla pubblicazione della nuova antologia delle liriche di Goethe a cura di Tommaso Gnoli e Amalia Vago – antologia peraltro giudicata «uno dei migliori volumi venuti fuori in Italia per il centenario del Goethe» (II, p. 139) –, cerca di fare chiarezza sui problemi intrinseci all’arte del tradurre. Abbiamo già osservato come, da un certo punto di vista, Croce ritenga impossibile la traduzione: se la poesia è data da una precisa armonia di forma e contenuto, ne consegue allora che una traduzione non potrà mai restituire la stessa forma e lo stesso contenuto dell’originale. Per spiegare il concetto Croce ricorre all’immagine del tiro al bersaglio: sarebbe un errore considerare l’originale come un bersaglio da colpire e i traduttori come tiratori che, uno dopo l’altro, s’approssimano sempre più al centro. Una buona traduzione non deve puntare ad avvicinarsi il più possibile all’originale né seguire pedissequamente le regole del vocabolario e della trasposizione letterale; un buon traduttore deve sforzarsi di penetrare nell’opera e, dopo aver «còlto lo spirito e il tono di una poesia» (II, p. 148), godere di una larga libertà nel variare, eliminare e aggiungere. Perché al di là dell’insopprimibile dualismo tra originale e traduzione, per Croce «il fine vero delle traduzioni poetiche e del sentimento di nostalgia che non solo non temono ma vogliono suscitare, si ritrova nel loro spontaneo movente che è l’amore per la poesia originale e il desiderio di appropriarsela, assimilandola, e pur non assimilandola del tutto, alla propria anima diversa» (II, p. 152).
Altra questione dirimente del duello intellettuale tra Croce e la critica letteraria – in particolar modo quella tedesca – è quella del cosiddetto biografismo. Nello scritto Ricordo di un vecchio critico italiano del Goethe il filosofo rende merito a Vittorio Imbriani, grande conoscitore della cultura tedesca – nonostante le già ricordate riserve su Goethe – di aver messo in evidenza alcune patologie della critica tedesca, quali ad esempio il germanismo, la «germanomania» (II, p. 109), una tendenza reazionaria del romanticismo e, appunto, il biografismo, ovvero «l’annullamento dell’opera d’arte nello sforzo di ricondurla alle sue fonti materiali» (II, p. 111). La questione è dirimente e ricompare nel saggio Sullo svolgimento della lirica e poesia del Goethe, quando, discutendo del «concetto mistico della personalità» (II, p. 157), Croce rintraccia l’errore nella monografia del tedesco Friedrich Gundolf, il quale aveva fatto del biografismo un vero e proprio metodo d’indagine critica. Sulla scia di una tradizione estremamente radicata in Germania, Gundolf aveva setacciato la biografia di Goethe disarticolandola in diverse fasi e aveva poi spiegato le opere del poeta incasellandole, di volta in volta, in una fase piuttosto che in un’altra. Gundolf, insomma, dalla vita di Goethe aveva derivato l’opera. Mai distanza sarebbe stata più netta con Croce. Il filosofo ribatte affermando che «l’opera sola è reale e la persona, criticamente scrutata, si dimostra irreale o, meglio, priva di verità» (ibidem). Questo perché ogni tipo di opera è, a giudizio di Croce, non «della persona ma dello spirito del mondo che la crea» (ibidem), e il concetto stesso di persona sarebbe privo di consistenza e veridicità teorica, frutto soltanto di un’esigenza pratica. Inoltre, sotto il concetto di persona rischiano di proliferare l’esaltazione e il culto del genio, con i suoi correlati pericoli di carattere pratico-politico. Dimostrazione, questa, delle diverse prospettive da cui poter leggere le pagine dei volumi crociani, risplendenti tutte, per l’autore, del vero merito di Goethe come di ogni altro vero poeta: «di essere stato lui proprio, Goethe, e non questo o quel poeta, diverso da lui» (I, p. 116).
(fasc. 55, 25 febbraio 2025)