Un uomo non è del tutto sé stesso
quando parla in prima persona:
dategli una maschera, e vi dirà la verità
(O. Wilde)
«Veramente non è mio zio».
«Non lo sono mai, cara».
Così una timida e onesta Julia Roberts, nei panni di Vivian Ward, cerca di spiegare un’ambigua situazione alla commessa della boutique da cui si sta servendo. Ma non ce n’è bisogno: esperta di queste cose, la saggia ragazza che lavora a Rodeo Drive sa benissimo che il signor Edward Lewis (Richard Gere) non ha nipoti, bensì, come molti affaristi miliardari, solo belle accompagnatrici passeggere.
Il notissimo film, Pretty Woman (1990)[1], mette in luce abitudini e costumi di un tempo – niente affatto lontano – in cui le escort venivano ancora chiamate “puttane” e dovevano passare per “nipoti” se i loro clienti avevano l’ardire di mostrarle in pubblico, cosa non molto diversa da quella che accadeva ancora qualche decennio fa alle coppie omosessuali maschili: il bel giovanotto spuntato dal nulla al fianco del suo amante più maturo andava presentato come un parente lontano (preferibilmente un “nipote”, appunto).
“Zio”, d’altra parte, è ancora oggi il termine confidenziale con cui si insegna ai bambini a chiamare un caro amico di famiglia; nel Sud italiano era inoltre un modo per designare una persona importante nella comunità – un ecclesiastico, un politico ecc.
Ma la “zia”, al femminile, era anche l’appellativo malizioso, non del tutto scomparso, per indicare l’omosessuale maschile, di solito passivo. Deriva direttamente dal francese tante, con lo stesso significato, attestato già in Balzac (Splendeurs et misères des courtisanes, 1838-1847). E sono “zie”, guarda caso, quelle che accolgono in casa loro il nipotino preadolescente nel romanzo Sorelle Materassi di Aldo Palazzeschi, pubblicato nel 1934, quindi – attenzione – in piena epoca fascista. Niente di male. Poco di strano. Si aggiustavano così, spesso, le situazioni familiari difficili e ingarbugliate. Invece di abbandonare i nipoti all’orfanotrofio, i parenti più stretti si prodigavano per offrire una nuova famiglia ai figli di congiunti prematuramente scomparsi.
Ora, se noi proviamo a leggere questo romanzo palazzeschiano in un’ottica un po’ diversa dal consueto, rischiamo di scoprire qualche verità nascosta e un intero sottotesto fatto di allusioni, reticenze significative e non detti strillanti.
Per esempio, le “zie” del romanzo potrebbero non essere letteralmente delle “zie” ma bensì, metaforicamente, “anziani omosessuali maschi alle prese con una giovane marchetta”. E con questo ragazzo, generosamente mantenuto e vezzeggiato, sempre nella peculiare “realtà” della metafora, si crea così una famiglia del tutto anomala e profondamente bizzarra, dotata, com’è d’altra parte ogni famiglia, di specifici e singolari equilibri e squilibri. Parafrasando il celeberrimo esordio dell’Anna Karenina tolstojana, si potrebbe dire che “Tutte le famiglie ‘normali’ sono uguali, ogni famiglia queer è anormale a modo suo” per poi aggiungere, con la saggezza della Nonna in Mine vaganti di Ferzan Özpetek, «Uh, ‘normale’: che brutta parola!».
L’ipotesi è tutt’altro che pretestuosa. Dovrebbe essere introdotta da un’ampia premessa per spiegare chi era Aldo Palazzeschi, scomparso esattamente cinquant’anni fa, al quale chi scrive dedica questa rilettura della sua opera più nota: Sorelle Materassi, appunto. Raffinatissimo dandy fiorentino, estraneo a ogni milieu, eteroclito, disinvolto, sotterraneamente anarchico, si era accostato al Futurismo in gioventù, per entusiasmo e illusione di forza, novità, modernità, per poi distaccarsene forse con segreta, senz’altro sottaciuta, delusione.
In piena epoca fascista, quando la censura è particolarmente vigile e intrusiva (tanto da bloccare un romanzo come Nessuno torna indietro di Alba de Céspedes, uscito nel 1938, quattro anni dopo Sorelle Materassi)[2], Palazzeschi sceglie allegramente linguaggi criptati per dire le proprie verità e parlare – solo a chi sa comprenderlo – di qualcosa che l’epoca littoria non intendeva neanche ammettere, concepire, definire come reale: l’omosessualità. E lo fa con piglio fantasioso, ironico, sardonico, irridente, lo stesso con cui amava comporre poesie allusive come I fiori[3] e costruire storie balzane come la fiaba “transgender” Il Re bello o il bislacco romanzo Stefanino[4], in cui un leggiadro adolescente rivela una propria surreale anomalia: la testa al posto dei genitali, e viceversa.
Ora, per comprendere il discorso che si propone, dovremmo seguire attentamente, passo dopo passo, le pagine di Sorelle Materassi. Lo faremo invece solo per sommi capi, partendo dal capitolo introduttivo, che è già un ottimo esempio delle tecniche non solo narrative ma anche “dissimulative” palazzeschiane.
Si tratta di un omaggio alla terra toscana: una descrizione, arguta e doviziosa, del suo splendido paesaggio. Qui Palazzeschi insiste molto sull’opposizione fra le eleganti colline e la pianura, l’aristocrazia antica delle alture e la rozza ruralità delle “terre basse”, come nel passaggio seguente: «Se in questa terra la collina vi tiene il posto della signora, e quasi sempre della signora vera, principessa, la pianura vi tiene quello della serva, della cameriera o ancella»[5]. Proseguendo nella lettura, scopriremo ben presto che la descrizione del paesaggio è sorniona e allegorica: le colline altere rappresentano le Materassi, opposte ai villici, ai contadini, alla gente del loro paese, sorta di coro greco sempre attivo, presente e vociante nella tragicommedia delle due sorelle. Quindi, il panorama spaziale che ci è offerto da Palazzeschi è tutt’altro che esornativo: riprende la consuetudine ottocentesca in cui l’inizio di un romanzo presenta una descrizione dell’ambiente in cui si svolgerà la vicenda, ma non solo; la duplicità del paesaggio riflette il contrasto deciso fra il carattere delle Materassi e quello dei loro compaesani.
Non certo ricche ma molto benestanti, le sorelle hanno costruito da sole la loro fortuna, perché i beni di famiglia accumulati dal nonno erano stati metodicamente sperperati dal loro padre gaudente, e ripristinati da loro grazie a un’intera vita di impegno lavorativo e privazioni. Quelle venture sono destinate a ripetersi, perché un altro congiunto arriverà a minare un equilibrio economico faticosamente raggiunto; ma per chiarire la situazione, e anche l’allegoria descrittiva, è inevitabile narrare almeno in sintesi la trama del romanzo, le cui protagoniste sono le quattro sorelle: Teresa, Carolina, Augusta e Giselda. Le prime due non si sono mai sposate, la seconda ha fatto un matrimonio miserando e l’ultima, la più giovane e bella, un incontro disastroso. Un fatuo bellimbusto l’ha conquistata, tradita e abbandonata. Costretta a tornare in seno alla famiglia d’origine, Giselda nutre un risentimento insanabile nei confronti degli uomini ma anche delle sorelle, che la trattano quasi come una serva. Non le perdonano le sue scelte sbagliate e non la coinvolgono nel loro lavoro, che le ha rese famose nel circondario:
Per meglio precisare le qualifiche, e per quanto il ricamo sia la loro vera specialità, per la quale godono fama vastissima e solida reputazione, dirò che le sorelle Materassi sono ufficialmente, come si legge in testa alle loro fatture, delle cucitrici di bianco:
Sorelle Materassi
Cucitrici di bianco – Corredi da spose[6].
Questo lavoro è sostanzialmente l’unica ragione di vita, per Teresa e Carolina: claustrali artigiane dedite ai telai per la maggior parte del loro tempo, non concedono sosta alla loro fatica. Le aiuta nelle faccende domestiche Niobe, fedelissima inserviente, che le stima, le protegge e sa comprendere la loro delicata condizione di vecchie donne sole. Anche lei è stata tradita, e per ben due volte costretta a subire gravidanze indesiderate, ma, invece di detestare i traditori, nutre ancora, per il sesso maschile, un trasporto goloso e mai sopito.
In un’esistenza monotona come quella che si trascina nel paese di Santa Maria a Coverciano piomba come un meteorite l’inattesissimo arrivo di un uomo: è il nipote Remo, figlio di Augusta, la sorella prima trasferita col marito «in Ancona»[7] e poi prematuramente scomparsa. Le sorelle non pensano nemmeno per un attimo di lasciarlo solo. Né possono prevedere le conseguenze di una caritatevole adozione, perché il bambino, poi adolescente e poi ancora smagliante giovanotto, le porterà alla rovina.
Le trasformazioni portate da Remo nella vita di famiglia sono accuratamente analizzate da Palazzeschi come conseguenza diretta delle personalità di queste donne solitarie, che – attenzione, di nuovo – sono abituate a indossare maschere. E nella figura di Remo si potrebbero individuare alcuni tratti futuri del misterioso ospite che arriva in una famiglia solo per sconvolgerla con la sua dionisiaca presenza, nel film Teorema di Pier Paolo Pasolini, uscito nel fatidico anno 1968.
Bisogna andare, però, con ordine e spiegare punto per punto ciò che accade, iniziando magari da una questione che forma il sottotesto più tenace del romanzo di Palazzeschi: il contrasto del maschile con il femminile.
Più volte, e con molteplici dettagli, l’autore sottolinea la femminilità rattenuta delle sorelle Materassi. È un aspetto fra i più complessi nella fisionomia dei personaggi, quella componente muliebre che soprattutto Teresa e Carolina lungo il corso della loro intera esistenza hanno nascosto, soffocato e inaridito. Forzatamente vergini e mai spose, si sono trasformate in vestali del ricamo e degli indumenti intimi femminili. Cuciono, tessono e infiorettano mutandine, sottovesti, camicie, corredi nuziali che non indosseranno mai. La loro biancheria è rozza, spartana, tutt’altro che vistosa, tanto quanto quella che le loro mani confezionano per nobildonne e ricche borghesi dei dintorni è raffinata, lussuosa, alla moda, delicatamente o sontuosamente adorna, provocante e pregiata: le Materassi rendono desiderabili con i loro orpelli i corpi altrui.
Non esprimono la loro grazia femminile ma, anzi, la reprimono. In questa insistenza nel sottolineare il modo in cui castigano il loro aspetto e i loro istinti si può intuire un parallelo con la necessità sociale di nascondere pulsioni e apparenze che gli omosessuali avevano in quel tempo: le sorelle Materassi diventano così, si può dire, proustiane baronesse di Charlus. Come nella Recherche l’aristocratico personaggio nega e cerca in ogni modo di occultare l’evidenza della sua effeminatezza, così Teresa e Carolina puniscono e fiaccano con ogni mezzo le loro sembianze di donne.
Proprio come il barone, però, che nel più protetto segreto dà sfogo ai propri desideri focosi, anche le sorelle si concedono, almeno una volta alla settimana, la domenica pomeriggio e fino a sera, un’esplosione di civetteria. Si agghindano in modo inconsulto e si mettono alla finestra per vedere e commentare la passeggiata galante dei compaesani, mentre rievocano le loro avventure amorose ormai antiche, fra ingigantimenti e miraggi, proprio come fa la Perpetua manzoniana, istigata da Agnese, nell’ottavo capitolo dei Promessi sposi.
Ora, la trasparenza della messinscena di Palazzeschi è qui definita: le due “zie” sono trasposizioni letterarie delle “zie” maschi, che soprattutto nell’Italia fascista non potevano far altro che nascondersi. E tutta la narrazione lo rivelerà, soprattutto se pensiamo che troppo spesso i legami – affettivi, di dipendenza, passionali, in una parola “erotici” – si sono basati soprattutto sullo scambio di denaro (in tempi più lontani come in quelli più vicini)[8].
Remo, pur avendo i gusti raffinati, la disinvoltura e il fascino dell’escort di lusso, o meglio ancora del bel gigolo alla Richard Gere, si comporta, alla fin fine, come un tipico “marchettaro”. Sfrutta le zie, ha pretese impellenti e continue, le chiama «le mie scimmie ammaestrate». E loro cedono a ogni sua richiesta, al punto da firmare una cambiale. Il gesto è l’emblema di una resa. La rovina economica che seguirà è la stessa che la famiglia ha già vissuto a causa del padre di Teresa e Carolina, festaiolo e prodigo, viveur e fannullone. Anche questo elemento, insieme genetico e frutto del destino, è un riflesso dei rapporti instaurati all’interno del nucleo familiare di casa Materassi.
Appena arrivato a Coverciano, Remo è poco più che un bambino, ma già dotato di un suo charme nascosto, benché, forse proprio per questo, ancor più suadente e malioso: nessuna delle donne sa resistere ai suoi incantevoli silenzi, tranne Giselda, che avverte il pericolo del maschio seduttivo che conquista subito le due sorelle e più ancora Niobe, complice adoratrice del ragazzo, il quale porterà anche lei alla rovina.
Crescendo, Remo è sempre più viziato e potente, dispone del patrimonio delle due lavoratrici senza parsimonia, sicuro di veder soddisfatto ogni capriccio. Soggioga le donne di famiglia senza concedersi, offre le labbra ai baci colpevoli delle zie come se quelle parti del suo corpo fossero oggetti che non gli appartengono, perché capisce fin troppo bene che sono miraggi dei loro desideri mai appagati e perciò ancora più focosi, insaziabili. Si comporta come un “ragazzo di vita” sfrontato, indifferente e irresistibile; il denaro che spilla alle zie per soddisfare ogni sua voglia è il prezzo che le sorelle pagano per le loro brame proibite.
Si instaura così uno strano equilibrio, che non può comunque reggere a lungo, e verrà infatti spezzato. Ma questo più tardi, solo nella piena giovinezza di Remo. Fin dall’inizio, stupisce le zie e le fa indignare, non tanto per il suo comportamento da sfruttatore quanto per la scelta delle sue amicizie, che Teresa e Carolina giudicano imperdonabilmente vergognosa. Questo è un nuovo rivolgimento nella vicenda, una piega della storia che arriva all’improvviso, confermando la nostra ipotesi iniziale e offrendole inoltre un risvolto complicato, rivelatore ma, in fondo, logico e consequenziale.
Fra tutti i coetanei del circondario, che annovera anche ragazzi benestanti, quasi aristocratici, insomma, “dabbene”, Remo sceglie un unico amico inseparabile, che proviene però addirittura dal sottoproletariato. Doppio affronto. Non solo il ragazzo sembra far convergere su di lui ogni sua capacità affettiva, tradendo così l’amore delle zie, ma l’amico è a tutti gli effetti un impresentabile. Vive da solo con la madre vedova in condizioni di estrema povertà. Non ha alcun tipo di distinzione sociale, non appare più intelligente, svelto o brillante degli altri, è semplicemente il compagno ideale di giochi, scorribande, avventure, e forse anche loschi traffici. Tutti conoscono Palle (questo è il suo soprannome), e tutti lo disprezzano. Nessuno ricorda nemmeno più come si chiama davvero: «Se qualcheduno lo avesse chiamato Belisario, era il suo vero nome, con tutta sicurezza non avrebbe risposto, o ci sarebbe voluto uno sforzo per farglielo ricordare»[9].
Palle però possiede qualcosa di misterioso che svela le intenzioni, consce o inconsce, di Remo:
La faccia pallida, dall’apparenza impubere malgrado i suoi ventidue anni, lasciava luccicare sovente rade e tenui pagliuche d’oro intorno ad un sorriso come gli occhietti, buono e furbo insieme. Ma sopra ogni cosa risaltava dalla sua figura la forza fisica e la tranquillità virile, attraverso quel dondolamento che celandone l’energia e l’ardore lo faceva apparire indolente[10].
Forza fisica e tranquillità virile: l’amico inseparabile di Remo ha i connotati di un giovanotto mascolino e a suo modo attraente, adolescenziale nell’aspetto, che dissimula «l’energia e l’ardore». Con un ragazzo dal nome così comico e rivelatore, il nipote delle Materassi instaura quello che a tutti gli effetti si può considerare, con gli occhi di oggi, un bromance, l’unione maschile che va oltre le regole[11] e nasconde – in un accordo reciproco, consenziente e vicendevolmente appagante – le proprie implicazioni erotiche, altrimenti inesprimibili. È, in sostanza, un soddisfacente compromesso fra pulsioni omosessuali da tenere a bada, o nascoste, e apparenze da rispettare, per non essere derisi.
Ci troviamo dunque di fronte, nel romanzo, a una seconda situazione di queer kinship[12]: le anziane sorelle nubili adottano un bel nipote maschio seduttivo, che risveglia le loro smanie sopite (prima situazione)[13]; tale nipote individua in un ragazzo socialmente inferiore a lui, e in parte marginalizzato nel suo ambiente[14], “l’amico ideale”; il legame fra i due diventa ben presto inscindibile (seconda situazione).
E non è finita. Remo si comporta come un marchettaro di lusso[15]. Ben lontano dal carattere (ma anche dalle concessioni di sé) delle belle etere otto-novecentesche, condivide comunque con loro l’avidità di denaro, il gusto per i piaceri e il cinismo. Sa che il suo potere consiste nel desiderio che suscita, e che lascia sempre inappagato. I rapporti che stabilisce con le sue donne adoranti (non con l’amico Palle) sono basati su fattori economici; offre non sé stesso ma la propria immagine, e chiede in cambio tutto: denaro, dignità, amor proprio; non si cura affatto di portare le zie alla rovina. Non è nemmeno una figura negativa: è semplicemente amorale. O, meglio, è consapevole dell’immoralità delle pulsioni che risveglia, e del fatto che i rapporti economici sono intrinsecamente immorali. Per questo, con una certa coerenza, sfrutta la situazione a proprio vantaggio, con la sfrontatezza dell’ideale maschile littorio (del fascismo, peraltro, non si parla mai nel romanzo, ambientato in un’epoca precedente alla composizione, quindi dal 1918 in poi).
La sua vita sessuale è misteriosa; vi si allude, con espressioni velate, descrivendo in parallelo quella del suo amico fidato, che è – per quanto ci viene narrato – del tutto assente. Sappiamo solo che, a un certo punto, dopo un’ambigua relazione con una matura e danarosa contessa russa, Remo mette incinta una ragazza. La scarsa importanza che dà alla cosa contrasta con lo sconvolgimento che la faccenda provoca in famiglia; sarà Niobe a salvare le padrone dallo scandalo. La malcapitata fanciulla sarà indotta a un matrimonio riparatore, dopo un doloroso addio.
E pare che la Laurina, una sera, pochi giorni prima di sposarsi, fermasse Remo sulla via, per un’ultima spiegazione; ma del dialogo, brevissimo, corso fra i due, conosciamo soltanto le ultime battute che un colpo di vento volle portare fino a noi:
“Verrai qualche volta a prendere la gardenia da me?”.
Senza accorgersene egli rispose esattamente come aveva risposto alla contessa sportiva quando gli aveva chiesto se avesse trovato di quelle che danno tutto per nulla: “Eh… chi lo sa… forse”[16].
La sistemazione di Laurina è costata alle zie un’ipoteca di cinquantamila lire sulle case; altre somme ingenti verranno spese per ulteriori capricci di Remo, fra cui un’automobile sgargiante; si verrà a sapere che ancor prima Niobe ha dato fondo ai propri risparmi per comprargli una motocicletta. Le tre donne e Giselda saranno ridotte letteralmente alla fame.
Un altro colpo di scena, una terza queer kinship che si profila, sotto l’apparenza di una normalità consolidata: da uno dei suoi viaggi, Remo manda la notizia ferale. Sposerà una ricchissima ereditiera americana, Peggy.
La sua nuova condizione, prima di fidanzato e poi di sposo, che gli assicurerà sovrabbondanza di denaro liquido (il padre di Peggy è un generoso milionario) non gli suggerirà in alcun modo di aiutare finanziariamente le zie che ha ridotto in miseria. Dopo un fastoso matrimonio le lascerà sole. E le poverette, più che pensare alla loro povertà, si concentreranno sull’idea del tradimento. Remo le ha abbandonate. Solo questo conta, solo questo le fa soffrire. Ma nutrono caparbiamente una certezza: «Lui non l’ama». Si è sposato con Peggy solo per interesse; forse hanno ragione, forse no. Fatto sta che l’unione con la giovane e splendida americana ha risvolti misteriosi, perché non è solo a due, ma comprende anche l’amico del cuore di Remo:
A un certo punto Remo, lasciando il suo posto col bicchiere in mano, ed essendo giunto all’altra estremità della tavola, disse: “Salute, Palle!” tendendogli il bicchiere. Palle prese il suo e lo batté appena con quello dell’amico a testa bassa e senza rispondere; quindi Remo, messa la mano in tasca, ne trasse un librettino azzurro che gettò sulla tovaglia al posto del giovane. Era il passaporto per l’America. Fu un grido unanime, l’intera sala esplose: in America anche Palle! Ma Palle non ebbe un segno nel suo corpo che rivelasse l’interiore sentimento: la sorpresa, la contentezza o la commozione; prese il libretto dalla tovaglia e lo ripose in tasca nel modo che si pone la scatola dei cerini dopo averla prestata al proprio vicino per accendere una sigaretta.
“Empossible senza de Palle!” disse Peggy superando il frastuono, mentre il gruppo degli amici si riversava su di lui abbracciandolo, sollevandolo in trionfo e portandolo in giro per la sala: “In America anche Palle!”.
“Ma certemente” ripeteva Peggy al colmo della felicità: “senza de Palle noi non se può far niente”[17].
Ménage à trois? Relazione torbida? Peggy come semplice copertura di una brotherhood maschile, più importante di qualunque “relazione regolare”? La bisessualità è parte integrante della vita dei prostituti, come lo era per le grandi cortigiane della Belle Époque: quindi, niente di strano. Una fra le caratteristiche precipue – e più antiche – di ogni demi-monde è la queerness in cui tutte le distinzioni fra generi, desideri, inclinazioni, ambiguità, irregolarità si intrecciano, sfumano si confondono.
Cosa resta alle zie e a Niobe della loro vita con Remo, degli innumerevoli sacrifici consumati sull’altare della bellezza? Quel che è più giusto, in qualche modo coerente: la permanente suggestione della sua immagine; e così si ritrovano, digiune, con le credenze vuote, ma con la grande tavola da lavoro completamente ricoperta dalle sue fotografie, che contemplano insieme, in preda al fuoco cinerino dei ricordi; la più grande delle fotografie, la più scollacciata, quella che era stata spedita a Niobe da una vacanza in località di mare, sarà ciclopicamente ingrandita e campeggerà per sempre nel salone, dove le sorelle riprenderanno il loro lavoro senza sosta, non più per nobildonne e altoborghesi, ma per le contadine del circondario.
Un finale malinconico, certo, ma non privo di un certo appagamento fantasmatico. È lo spettro del desiderio colpevole, della condanna morale, quello che Remo rappresenta in costume da bagno provocatoriamente succinto. Desiderio e condanna che le zie hanno vissuto ed espiato. È anche, in qualche modo, la palma orgogliosa del loro martirio.
E, quel ritratto ammiccante, non lo espongono con vergogna. È un gesto insieme purgatoriale e saturo di rivalsa, un paradossale trionfo, una dichiarazione d’amore postuma e anche in qualche modo una ricompensa, perché dopotutto hanno creduto e contribuito alla costruzione di una felicità, egoistica e sprezzante com’è sempre, in fondo, il senso della felicità nella giovinezza[18].
- Pretty Woman, di Gary Marshall, USA 1990, soggetto e sceneggiatura di J. F. Lawton, Silver Screen Partners, Touchstone Pictures, fotografia di Charles Minsky, montaggio di Priscilla Nedd e Raja Gosnell, musiche di James Newton Howard, costumi di Marilyn Vance, con Richard Gere, Julia Roberts, Ralph Bellamy, Jason Alexander, Laura San Giacomo et al. ↑
- Il bellissimo romanzo, agli occhi di oggi del tutto innocuo, subì alla sua uscita la persecuzione della censura. Nella mentalità fascista la descrizione di figure femminili “non canoniche” né identificabili unicamente con i loro ruoli all’interno di una struttura familiare borghese e patriarcale suscitava scandalo. L’autrice ne subì le conseguenze e fu condannata anche a una – seppur breve – detenzione. Cfr., fra varie testimonianze, Loreta Minutilli, Alba de Céspedes e lo scandalo della scrittura, in “Il rifugio dell’ircocervo”, 11 marzo 2021, https://ilrifugiodellircocervo.com/2021/03/11/alba-de-cespedes-e-lo-scandalo-della-scrittura/, ma anche Ginevra Amadio, Non più ruoli ma donne: Nessuno torna indietro di Alba de Céspedes, in “FrammentiRivista: il mondo con gli occhi della cultura”, 17 novembre 2015, https://www.frammentirivista.it/nessuno-torna-indietro-alba-de-cespedes-analisi/. ↑
- Divertentissima, sboccata, incredibilmente libera, è la cronaca, anche piuttosto esplicita, di un battuage. La interpreta nel suo modo usualmente impagabile Paolo Poli: cfr. https://www.google.com/search?q=Paolo+Poli+I+fiori+di+Palazzeschi&oq=Paolo+Poli+I+fiori+di+Palazzeschi&aqs=chrome..69i57j33i160l4.7826j0j7&sourceid=chrome&ie=UTF-8#fpstate=ive&vld=cid:46af43b5,vid:ZjfV9FVLbUw,st:0 Si tenga presente che “fiori”, come nel francese fleurs (femminile), è un altro termine relativo all’omosessualità maschile (ampiamente usato già ai tempi di Palazzeschi). ↑
- A. Palazzeschi, Il Re bello, nella raccolta a cui dà il titolo, Firenze, Vallecchi, 1921, poi, con la doppia maiuscola, Il Re Bello, in Id., Tutte le novelle, Milano, Mondadori, 1957, quindi in Id., Le novelle, a cura di G. Tellini, “Edizioni scientifiche di opere palazzeschiane”, Milano, Mondadori, 2023, tomo I, pp. 9-35. La storia è quella di un erede maschio al trono troppo a lungo vanamente atteso; la dodicesima figlia del sovrano sarà fatta passare per un uomo, un po’ Papessa Giovanna e un po’ Lady Oscar. Il romanzo è Stefanino, Milano, Mondadori, 1969. ↑
- A. Palazzeschi, Sorelle Materassi [1934], Milano, Mondadori, 1990, p. 6. ↑
- Ivi, p. 18. ↑
- La particolarità dell’espressione, che differenzia questa città da tutte le altre, mette in soggezione le sorelle quando dovranno recarvisi in occasione della malattia di Augusta, che poi morirà. Il dettaglio, gustosamente analizzato nelle pagine del romanzo, spiega molto bene la psicologia di Teresa e Carolina, morbosamente attaccate alle loro abitudini, ai loro luoghi, e soprattutto alla routine lavorativa, che le possiede e le domina. In realtà, poco tempo prima, erano state a Roma, ricevute in udienza privata dal Papa in persona. I due viaggi sono adeguatamente confrontati da Palazzeschi e svelati nel loro significato simbolico: l’incontro con il Sommo Pontefice rappresenta la santificazione del duro lavoro artigianale delle sorelle, mentre la visita anconetana sarà l’inizio del loro itinerario purgatoriale. In entrambi i casi sarà proprio il lavoro – assiduo e purificatore – il protagonista delle vicende narrate, nonché il rimedio all’umana miseria. Si potrebbe arguire una sorridente morale espressa in trasparenza dall’autore: il lavoro è la panacea di ogni passione; ma, a parte la scrittura, Palazzeschi, da buon ricco di famiglia, non lavorò mai. ↑
- Questo ovviamente si può dire soltanto in relazione all’epoca moderna – successiva alle rivoluzioni industriali – e all’ambiente borghese. Dimenticata l’esperienza della civiltà ellenica, con i suoi rapporti fra erastès ed eròmenos sanciti, vincolati e controllati dalla società, appartiene al passato anche la condizione dei favoriti reali e nobiliari: l’era capitalistica si basa su legami eteronormativi che assicurano la perpetuazione della proprietà ed escludono ogni tipo di “trasgressione”. Proprio dall’ideologia del capitale sono provocati i rapporti di sudditanza e di sfruttamento reciproco, per le coppie irregolari, specialmente se condizionate anche dalle differenze di età fra i partner: rapporti fondati appunto sul mercimonio. ↑
- Ivi, p. 122. ↑
- Ivi, pp. 121-22. ↑
- Sulla parola, composta dai due termini inglesi brother, ‘fratello’, e romance, ‘relazione amorosa’, si veda la voce relativa sul sito dell’Accademia della Crusca, che a mio parere pecca soltanto per una tendenza moralistica, definendo il rapporto «di natura non sessuale». Questo non è vero, e lo si sa, dal momento che il bromance non esclude affatto episodi di bud sex, ‘sesso fra amici’, altro tipo di attività erotica che cerca maldestramente di camuffare o di escludere le proprie componenti omosessuali: cfr. https://accademiadellacrusca.it/it/parole-nuove/bromance/23528. ↑
- La queer kinship, ‘parentela queer’, è così definita nel Vocabolario Treccani (Neologismi 2023): «Comunità di persone che, indipendentemente dal genere d’appartenenza o dall’orientamento sessuale, vivono insieme per scelta e sono legate da affinità affettive, sentimentali e dalla condivisione delle attività».Cfr.: https://www.treccani.it/vocabolario/neo-famiglia-queer_(Neologismi)/. ↑
- Un’altra forma di queer kinship è quella rappresentata, stavolta in modo amaro e dolente, nel romanzo palazzeschiano I fratelli Cuccoli (prima edizione: Firenze, Vallecchi, 1948; poi in A. Palazzeschi, I romanzi della maturità, Milano, Mondadori, 1960, quindi in Id., Tutti i romanzi, sempre Milano, Mondadori, 2004). Qui il cinquantenne Celestino Cuccoli decide di adottare quattro ragazzi che lo feriranno con la loro avidità e il loro egoismo. Composto in dieci anni, fra ripensamenti e difficoltà, il testo è molto più esplicito di Sorelle Materassi, anche perché le pulsioni segrete del protagonista, che si trasformano in desiderio di paternità (mentre l’idea di maternità è del tutto assente nel romanzo del 1934), sono narrativamente contrapposte alla libertà erotica vissuta ed esibita da un altro personaggio, Fofo, lesbica attiva e vorace, incurante delle convenzioni sociali, che non nasconde affatto la propria sessualità predatoria e sfrontata. ↑
- Vengono in mente, a tale proposito, le parole con cui Christopher Isherwood definiva i legami omoerotici “ammessi” dalla società in cui viveva: per lui giovane benestante, di classe elevata, era possibile e in qualche modo lecito avere un compagno, ma solo se di livello inferiore, preferibilmente minore d’età e straniero. Questo forse per giustificare il rapporto come una sorta di afflato caritatevole, educativo e filantropico che riproduceva a suo modo gli antichi ideali ellenici racchiusi nel concetto di “amore platonico”. ↑
- La sua condizione è quella abilmente descritta da Rainer Werner Fassbinder nel film Lacrime amare di Petra von Kant (Die bitteren Tränen der Petra von Kant), del 1972, adattamento della pièce dello stesso autore, poi ripresa ed esplicitata da François Ozon in Peter von Kant (2022). Un riferimento palazzeschiano potrebbe essere il Bel-Ami di Guy de Maupassant (1885). ↑
- A. Palazzeschi, Sorelle Materassi, op. cit., p. 208. ↑
- Ivi, p. 269. ↑
- Richiederebbe una trattazione a parte il magnifico sceneggiato che la RAI aveva tratto dal romanzo nel 1972, con i migliori interpreti dell’epoca: programmazione piuttosto temeraria per una RAI che oggi consideriamo – a torto – solo perbenista e democristiana. Sorelle Materassi, con la regia di Mario Ferrero e la sceneggiatura di Luciano Codignola e Franco Monicelli, fu trasmesso dal Programma Nazionale (poi RAI 1) in prima serata e in tre puntate: 24 settembre, primo e 8 ottobre; alla supervisione collaborò Palazzeschi stesso. Sarah Ferrati interpretava Teresa, e Rina Morelli, Carolina. Nora Ricci era Giselda e Ave Ninchi Niobe. Remo era uno splendido e giovanissimo Giuseppe Pambieri. Lo sceneggiato non era, però, la prima trasposizione cinematografica del romanzo, perché già nel 1944 era uscito un film diretto da Ferdinando Maria Poggioli, con le celebri sorelle Emma e Irma Gramatica nonché Massimo Serato e altre dive dell’epoca: Clara Calamai (nel ruolo di Peggy) e Paola Borboni (la principessa russa amante di Remo). ↑
(fasc. 54, 25 novembre 2024, vol. II)