Immaginario migrante e lessico d’infanzia. Storia di un’inaspettata corrispondenza nell’idea di scrittura di Adrián N. Bravi

Author di Alessandro Gaudio

Me l’aveva detto mio padre: «Dovresti imparare daccapo una lingua, così puoi pensare e sognare senza il ricordo di quelle vecchie parole. Nuova lingua, nuova libertà». È stata la prima volta che gli ho dato ragione[1].

Il concetto di immaginario verbale, spesso riconducibile alla sfera dell’infanzia o a quella del migrante, non è disgiunto da una disposizione interpretativa che consentirebbe di comprendere meglio il mondo che ci circonda, quello nel quale si è stati accolti così come quello che, crescendo o spostandosi, si è lasciato alle spalle. Il tentativo stesso di recuperare la sfera linguistica originaria, anche quando risulta frustrato dalla distanza e dai difetti della memoria, permette di determinare una linea di fuga, un’utile variazione che intacca l’omogeneità del nostro sistema linguistico ed ermeneutico di riferimento: «Non parlare come un irlandese o un rumeno in una lingua diversa dalla propria – scrive il filosofo francese Gilles Deleuze in una riflessione citata in un saggio che Adrián Nazareno Bravi, scrittore argentino ma trasferitosi in Italia nell’estate del 1987, ha pubblicato nel 2017 e intitolato La gelosia delle lingue –, ma, al contrario, parlare nella propria lingua come uno straniero»[2]. Ecco, in definitiva, l’origine di una visione contaminata, plurale, che fruisce, lungo tutta la produzione dello scrittore italo-argentino, di correnti carsiche, spesso inconsce, che si alimentano l’una con l’altra in modo che, pur cambiando registro, la maniera originaria di vedere il mondo non si perda mai del tutto: «Io parlo la mia lingua madre, lo spagnolo, in italiano», spiega Bravi in un’intervista del 2009[3].

La distanza, o il limite che dir si voglia, consente di maturare una certa visione che, paradossalmente, avvicina al posto che si è lasciato, al tempo che si è vissuto. Ma, al di là della pur importante questione della lingua, è a proposito della scrittura che il discorso qui presentato dice qualcosa: scrittura che, facendosi magia, invenzione, oblio e ossessione, non è soltanto corpo grammaticale o ricordo, divenendo anche un acceleratore della coscienza, del pensiero e della comprensione dell’universo.

Magia e infanzia

Qual è il significato che hanno le parole la prima volta che le si ascolta durante l’infanzia? Magari si pensa che ne abbiano uno preciso e invece, poi, ne rivelano un altro. Ad ogni modo, l’infanzia è il tempo delle parole inventate. Il suo luogo è l’immaginario, dove le parole “si vedono”. Nell’immaginario le parole servono a delineare il nostro mondo e contribuiscono a cogliere il nocciolo delle cose. Lingua e mondo sono dunque intrecciati come un monogramma.

Il lessico abborracciato dei social network, quello emozionale della promozione commerciale o quello burocratico delle istituzioni separano dal nocciolo delle cose. Come quando, per troppo tempo, si sta in un certo luogo, e le chiacchiere della gente influiscono sull’immaginario verbale e non consentono più di far riferimento a sé stessi. Infatti, nominare l’esistente significa percepire la distanza che separa i nomi che ci si abitua a dare alle cose, il mondo vero fatto di parole, dalla prima sensazione che suscitano in noi. Tale mondo vero è riconducibile all’infanzia che, con i primordi dell’umanità, ha in comune l’effetto magico dell’uso della parola.

La concomitanza tra infanzia e magia si può cogliere appieno nell’Albero e la vacca, rivisitazione del racconto d’infanzia e stravolgimento della favola morale; in Verde Eldorado, storia della maturazione e degli inattesi cambiamenti del giovane Ugolino, e in più d’uno dei racconti inclusi nelle Variazioni straniere, raccolta pubblicata nel 2015. Ad esempio, in L’albino e il tumuto si può apprezzare la distanza che separa un’età dell’uomo dall’altra quando si tratta di interpretare ciò che ci circonda. La medesima distanza può dividere i membri di una stessa famiglia oppure due popoli confinanti ed è estremamente difficile scoprirne le ragioni. Con una certa regolarità, quella distanza scinde le credenze del protagonista dalle sue intime convinzioni: «Io non ero tanto sicuro di quella faccenda dell’insetto [che lo ha punto alla nascita], ma ci credevo lo stesso»; oppure, poco più avanti, «Non capivo cosa avessi fatto per meritarla [una bastonata sulla testa], ma ci doveva essere una ragione»[4].

Anche quella legata alle parole e al loro uso è una magia del medesimo segno rispetto a quella che attiene alla tensione innata verso il misterioso e l’invisibile che caratterizza l’infanzia, quasi manifestazione di ciò che di ineffabile c’è nello spirito: lottiamo tutta la vita per liberarci dai vizi della nostra educazione, ma i vizi dell’educazione ci restano stampati sullo spirito e, poi, nelle parole che usiamo come tatuaggi. Non è detto che nel corso della vita adulta si riesca a dilavare questi tatuaggi dello spirito, finendo per indugiare sul confine tra il mondo precedente e quello che, col tempo, ci siamo costruiti o abbiamo dovuto raggiungere. Qui, siamo sempre a un passo dal capire le parole della nostra vita che, se non ci fosse altro oltre essa, non comprenderemo mai. Crescendo, si dimentica la strada per la fonte diretta della lingua, per quella lingua vera (o lingua madre) così distante dalla lingua falsa (o lingua padre) che non è la lingua nativa di nessuno, essendosi alienata in strutture patriarcali, legate al potere economico o a quello politico, ma che è pur sempre il teatro di tutti i conflitti che l’uomo si trova a vivere. Bravi, dal canto suo, usa quella che egli stesso suole definire “lingua figlio”, una lingua ormai sbiadita, ma che permette di guardarci dal di fuori, facendo sì che i nostri pensieri, così come il nostro stile di espressione, mantengano una certa autonomia.

Invenzione e ricordo

Però alcune parole (come se fossero piccole camere delle meraviglie) ci trattengono nell’incantesimo, nell’infanzia, ai primordi dell’umanità e della vita. È in esse che risiede la religione dell’infanzia, la sua propria spiritualità. Bravi sfrutta per bene la capacità della scrittura di far fronte alla labilità del nostro spirito e della nostra memoria: non è forse vero che molti ricordi non sono che semplici frasi sentite chissà dove? L’infanzia e la giovinezza sono legate indissolubilmente a frasi e parole che vanno a comporre un vocabolario dei giorni andati, ma che costella anche il presente e la sua unità.

Il va e vieni incessante tra la maturità e l’infanzia costituisce la struttura stessa di molte storie raccontate da Bravi e, ma è la medesima cosa, della sua realtà biografica, in modo che la stagione più tarda arrivi a combinarsi alla primavera della vita. Lo stesso va e vieni è alla base anche di quanto avviene nella prima delle Variazioni straniere, intitolata Dopo la linea dell’equatore: è la storia della traversata in mare di Franco Jarkiewicz che, ogni volta che viene raccontata, diventa sempre più avventurosa perché ognuno aggiunge un’osservazione, un particolare, ma nessuno, ignorando la realtà dei fatti, riesce a immaginare il destino dell’uomo. La frase pronunciata dalla madre Maria sin dalla sua infanzia, «cinque bambini morti buttati in mare»[5], ricorre per tutta la vita di Franco ed è una spia della fine che lo attende in mare, fuori da ogni frontiera, proprio nell’unico posto in cui, con paradosso soltanto apparente, riesce a non sentirsi uno straniero. Si tratta dello stesso posto dal quale Giuseppe Spadoni, ucciso dalla moglie da due o tre mesi, narra la storia della propria badante ucraina in Io, il badato: dall’altro mondo Giuseppe racconta gli accadimenti che lo hanno condotto oltre quello che è il limite per eccellenza dell’uomo.

D’altronde, la maturità, proprio in ragione della distanza che la separa dall’infanzia, deve fare i conti con una sorta di barriera che, talvolta, è linguistica. Nel tentativo costante di superarla e a prescindere dal successo di tale tentativo, attiviamo un meccanismo retrospettivo che quasi costringe i nostri occhi a prestare attenzione al passato. A salvarci è la pendolarità del rapporto tra gli agenti irritanti della maturità e l’autenticità dell’infanzia e della lingua che la contraddistingue con la quale chiunque deve fare i conti. La capsula del linguaggio – chiarisce il poeta e saggista russo Iosif Brodskij parlando della condizione dell’esiliato – non gravita verso la terra, bensì verso l’esterno, assecondando una propensione centrifuga che abbraccia, sì, il vuoto, ma che le consente di recuperare anche una certa vitalità interiore[6].

Dovendo fare i conti con una lingua a volte priva di infanzia, perché i colori e i sapori che la caratterizzavano erano espressi con altre parole, ecco che l’adulto, maturo ma esiliato, estraniato, è costretto a riscrivere la propria vita, a ridisegnare il proprio immaginario, ricucendo gli stralci di un tempo perduto, letteralmente inventando sé stesso giorno per giorno. Rovesciando la questione, è come se il ricordo fosse possibile unicamente nella finzione: il passato si rivela, così, una possibilità aperta all’interno della quale cercare di immaginare ciò che sarebbe potuto accadere. E allora la lingua dà una prospettiva. Tuttavia, questa autonomia di infanzia e maturità ci consente di disporre di una lingua minore, di una variazione all’interno di un sistema esperienziale che è bene che non sia omogeneo e che accorda la possibilità di parlare nella propria lingua, lo ha detto Deleuze, come se si fosse stranieri.

Oblio e possibilità

Insomma, è anche perdendo la lingua dell’infanzia che la facciamo nostra. Essa è ovunque e sfugge, nascosta in ogni parola e, anche se non la si raggiunge, è la stessa caccia che consente di cogliere la diversità, il malinteso, l’ordine temporaneo segnato anche dai limiti della memoria o dalle sue finzioni. È ciò che avviene con la mappa della lingua: si finirà mai di disegnarla, tra ciò che si nega e ciò che si accoglie da quelle frasi antiche, sentite e ripetute infinite volte, nel tempo della nostra infanzia? È probabile che nel linguaggio dell’adulto resti qualcosa persino del balbettio neonatale, ma è indubbio che l’atto dell’apprendimento linguistico presuppone una certa quota di oblio, qualcosa a volte perduto per sempre, ma che comunque continua ad avere un peso nel quotidiano di ognuno. Tanto il vocabolario quanto lo stile del parlare, che è il sistema nervoso dell’uomo, fruiscono della memoria e dei suoi guasti, ossia di ciò che, dopo qualche tempo, si finisce per inventare, per “romanzare” si dice, mescolando dentro di sé la verità e la menzogna ed esaminando, più che la realtà, l’esistenza, dunque non ciò che accade, ma il regno delle umane possibilità.

Adrian Bravi sa giocare molto bene sia con l’infanzia sia con la memoria e i suoi meccanismi di recupero e dispersione, e lo mostra in tutte le sue Variazioni. Lo fa, ad esempio, il protagonista-traduttore del Muro sulla frontiera, uno dei racconti meglio riusciti: ha una memoria prodigiosa che gli consente di ricordare alla perfezione persino il suono o la pronuncia di tutte le parole che sente, diversamente da quanto fanno i gendarmi che, là, vicino al muro, non si sforzano minimamente di comprendere alcunché. Trovandosi nella condizione di comprendere tutto, di non dimenticare nulla, il traduttore pure è al corrente del fatto che tutto ciò non ha la minima importanza e che non è dato sapere se mai qualcosa cambierà nella sua vita, se potrà superare finalmente la frontiera o dovrà restare sempre là. Anche Liborio, l’anziano protagonista di La figlia di Liborio e il suo cappottino rosso, deve fare i conti con gli scherzi della memoria: «magari non ricordiamo di avere un animale dentro casa e poi salta fuori un gatto che vuole la sua dose di carezze mentre stai seduto sul divano»[7]. Vuoti e pieni di memoria che spesso restituiscono particolari marginali o del tutto inconsistenti, ma che finiscono per influenzare il presente, magari celati dietro tic nervosi, ossessioni e piccoli segni. Persino le rondini, al centro dell’ultima delle Variazioni intitolata Gli espatriati (un brevissimo apologo più che un racconto), di stagione in stagione, anzi di generazione in generazione, maturano una specie di reazione atavica alle azioni di una signora di Loreto, conservando un riflesso che si protrae ben oltre la morte della donna.

In tutte le sue opere, Bravi gioca con i ricordi e dimostra di saper trarre un’indicazione anche dalla loro assenza, da ciò che viene rimosso. Come rimosso è ciò che resta sotto le acque del fiume che nell’Inondazione, romanzo del 2015, invade Río Sauce, fino a sommergere tutto il paese fin quasi ai tetti. Le acque separano il mondo sommerso, occulto e incomprensibile ma autentico, da quello in superficie, stonato, tormentato dagli insetti e percorso in barca da Ilario Morales, il protagonista, al quale restano pochi oggetti e pochissimi ricordi. Quelli che riguardano il padre, morto in una tempesta sul Golfo di Biscaglia quando aveva quattro anni, sono davvero limitatissimi: «C’era un’immagine però che non aveva dimenticato, una specie di immagine muta che ogni giorno vedeva muoversi a rallentatore come un vecchio film in bianco e nero»[8]. Morales, attraversando il suo mondo inondato, passato, cerca in qualche modo di conservarne memoria, di custodirlo, di ricomporre i frammenti di un mosaico che, in superficie, arriva molto spezzettato, in bianco e nero, nel presente. Quando le acque del fiume iniziano a ritirarsi, con tutto ciò che era svanito in fondo all’acqua alta ritorna a galla anche il rimosso, inducendo uno spaventato Morales a lasciare definitivamente Río Sauce.

Fino a che punto portiamo con noi le ferite che ci infliggono la natura e la storia? In quale lingua esprimiamo l’intimità, l’amore, la delusione? In quale altra i ricordi? E con quale intensità emotiva? Non sarà che gli oggetti smarriti, proprio in virtù della loro assenza, acquisiscono maggior vita rispetto a quelli archiviati, quasi intrappolati nella memoria? Magari, è il non-trovato che prende la forma delle sue possibilità, anche in virtù del fatto che può essere rinominato. Di fronte all’esilio – ammette Bravi scrivendo della vicenda di Adelaide Gigli, figlia del pittore Lorenzo Gigli che decise di lasciarsi l’Italia alle spalle nel ’31 alla volta dell’Argentina, per non compromettersi con il regime fascista – la parola è un po’ oscura. Nel corpo a corpo che Adelaide, come in misura diversa un po’ tutti, porta avanti contro l’oblio, contro la scomparsa della memoria e della lucidità, che parte riveste la lingua? È possibile crearsi un ritratto di sé che vada oltre ciò che siamo stati e che ricordiamo? Francisco Brines, un poeta spagnolo citato nelle ultime pagine di Adelaida, romanzo uscito quest’anno che Bravi dedica all’artista di origini italiane, ha le idee chiare sull’infanzia e il carattere più o meno permanente della sua impronta e chiude così un suo poema: «So che ho sentito il profumo di un gelsomino nell’infanzia un pomeriggio, e il pomeriggio non è esistito»[9]. Insomma, se il ricordo non fosse altro che una forma di finzione? È questa la domanda che torna con una certa insistenza in tutta l’opera dell’autore italo-argentino. Se, più semplicemente, esistesse una memoria prenatale, ossia una memoria che non ha a che fare con i ricordi, dovremmo prendere in considerazione l’esistenza di una zona buia della mente alla quale non riusciamo ad attingere e che, ugualmente, partecipa alla costruzione della nostra personalità e al racconto che ne facciamo. È per questa via che Bravi riesce ad andare oltre la sfera quotidiana, raggiungendo una sua verità ideale, incorporea, magari estranea o spostata, ma che, proprio in ragione di ciò, rivela le cose e dà loro un colore.

Ossessione e romanzo

Quel che è certo è che qualcosa resta a segnare gli argini di una memoria che si sposta, finge o vacilla: qualcosa resta paralizzato in ciò che lo stesso Bravi, in una recente intervista, ha definito come «un chiodo fisso»[10], una piccola mania che progressivamente assume una maggiore centralità nel racconto dello svolgersi dei fatti. Dal suo primo libro scritto in italiano, Restituiscimi il cappotto, egli impianta un’ossessione nella vita dei personaggi e fa in modo che la narrazione graviti intorno a essa: è la stessa frase che dà il titolo al racconto a rimanere bloccata nella mente del protagonista in un surreale dialogo con l’altra parte di sé; Anselmo, invece, il personaggio principale della Pelusa, romanzo del 2007, carica la polvere che si produce dentro casa di mille significati simbolici che, alla fine dei conti, fanno sì che da pensiero ricorrente finisca per diventare caos e psicosi; Arduino Gherarducci, nel Riporto, uscito nel 2011, perfeziona e carica sempre più simbolicamente la semplice azione di pettinarsi i capelli con il riporto che, da gesto quotidiano, diventa progressivamente distinzione, fuga, malattia; infine, nel 2020, con Il levitatore, Bravi concepisce una storia interamente giocata sul modo in cui le preoccupazioni di ogni giorno impediscono ad Anteo Aldobrandi, il protagonista, di sollevarsi da terra. Sottraendosi alla gravitazione, “sgravitandosi”, egli riesce a ordinare e catalogare idee e ricordi, facendo quadrare tutto alla perfezione.

Lo scrittore nato a Buenos Aires nel 1963 sa bene che è nell’imperfezione che la storia si produce, è nella sintesi indeterminata dell’idea fissa che è possibile aprirsi alla complessità, ai diversi livelli di astrazione che detiene l’esperienza ordinaria. Ponendo l’ossessione al centro del romanzo, Bravi ha trovato il modo per ri-dire ciò che è irriducibile, per pronunciare l’interdetto, l’effetto di senso che provoca il salto dell’isotopia, che lascia intravedere un altro senso. È come se facesse sedere il lettore in un teatro dove si rappresentano abitudini, si reincantano le esistenze colorandole con una quota di inesperibile, talvolta di indicibile, di ciò che resta da dire, ma esulando da infruttuosi scrupoli di esaustività. L’inesperibile rimanda alle condizioni di bambino e di migrante che costituiscono il limite ultimo fino al quale può spingersi l’esperienza, al confine con l’idea di inconscio. È proprio in ragione di questa prossimità che tale esperienza, pur essendo spesso muta, giunge alla sua evidenza massima e consente di congiungere la dimensione propria dell’infanzia e dello spostamento con quella del romanzo. Si tratta di un limite dell’esperienza che è esperibile unicamente grazie al linguaggio, mediante il quale si può recuperare, almeno in parte, il senso di quelle condizioni; allo stesso modo, quelle condizioni, tramite il linguaggio, consentono di riconoscere il carattere più remoto della realtà che si vive: è come se nelle storie di Bravi potessimo trovare la verità dell’infanzia e del migrante, intese come dimensioni universali, originarie, dell’uomo, e non è cosa da poco.

È quando tutto lascia pensare di essere seduti a teatro che si comprende, invece, che la scrittura di Bravi ci sta portando, senza tanti vincoli, nei meandri della memoria e della storia; si capisce che, dopo tutto, non si tratta d’altro che di romanzo, della sua capacità di ricostruire la continuità dell’esperienza, di annichilire il soggetto e di intensificare la frenesia del mondo. Lo fa, guardandolo da una certa distanza, spesso suggerita dalle regole assurde e grottesche del bambino o di chi si sposta ma, non senza sorpresa, in modo sempre rigoroso e coerente[11].

 

  1. A. N. Bravi, Sud 1982, Roma, Nottetempo, 2008, p. 109. Ecco i riferimenti bibliografici delle altre principali opere di Bravi: Río Sauce, Buenos Aires, Paradiso, 1999; Restituiscimi il cappotto (con disegni di T. Kostin), Ravenna, Fernandel, 2004; La pelusa, Roma, Nottetempo, 2007; Il riporto, Roma, Nottetempo, 2011; L’albero e la vacca, Milano, Feltrinelli, 2013; L’inondazione, Roma, Nottetempo, 2015; Variazioni straniere, Macerata, EUM, 2015; La gelosia delle lingue, Macerata, EUM, 2017; L’idioma di Casilda Moreira, Roma, Exòrma, 2019; Il levitatore, Macerata-Roma, Quodlibet, 2020; Verde Eldorado, Roma, Nutrimenti, 2022; Adelaida, Roma, Nutrimenti, 2024.
  2. G. Deleuze, C. Parnet, Conversazioni, trad. it. di G. Comolli, Milano, Feltrinelli, 1980, p. 9; riportato in A. N. Bravi, La gelosia delle lingue, op. cit., p. 43; il corsivo è nel testo.
  3. A. Salvioni, Intervista ad Adrián Bravi, in «Altre Modernità», n. 2 (novembre 2009), pp. 240-46; la citazione è a p. 240: https://doi.org/10.13130/2035-7680/301.
  4. A. N. Bravi, Variazioni straniere, op. cit., pp. 43 e 45.
  5. Ivi, pp. 10 e 13.
  6. Cfr. I. Brodskij, Profilo di Clio, a cura di A. Cattaneo, trad. it. di G. Buttafava, G. Forti e A. Buttafava, Milano, Adelphi, 2003, p. 53.
  7. A. N. Bravi, Variazioni straniere, op. cit., p. 32.
  8. A. N. Bravi, L’inondazione, op. cit., p. 15.
  9. F. Brines, Desde Bassai y el mar de Oliva, trad. it. di A. N. Bravi, in A. N. Bravi, Adelaida, op. cit.
  10. Cfr. M. Farina, Dialogo sull’arte della “sgravità”. Intervista ad Adrián N. Bravi, in «La Balena Bianca», 23 marzo 2020, disponibile sul web alla seguente URL: https://www.labalenabianca.com/2020/03/23/il-levitatore-adrian-n-bravi-michele-farina/ (ultima consultazione: 26 ottobre 2024).
  11. Desidero ringraziare Adrián Bravi per la non comune disponibilità a discutere le premesse di questo saggio e Monica Lanzillotta per avermi concesso di vagliarne gli esiti con gli studenti del corso di Mediazione linguistica dell’Università della Calabria. A questi ultimi è dedicato Immaginario migrante e lessico d’infanzia.

(fasc. 54, 25 novembre 2024, vol. II)