Non occorre per forza pensare al Pierre Menard di Borges: personaggio che pretendeva riscrivere il Don Chisciotte quasi lo inventasse per la prima volta riga per riga, parola per parola. O al cuore trapiantato di Palude (protagonista eponimo dell’esilarante romanzo di Pennacchi): misteriosamente egli si sveglia di soprassalto, nel colmo della notte, afferra carta e penna e principia l’incipit di un mai-prima-immaginato romanzo: «Quel ramo del lago di Como». La verità è che sempre c’è stata (c’è e ci sarà) una folla di personaggi i quali sgomitano dall’opera-placenta che li ha messi al mondo: ci stanno stretti, infebbrati dal desiderio di fuggirne, verso l’aperto della vita, a sgambettare lungo i sentieri in-interrotti della letteratura, in cerca di altri autori che li adottino: il Pinocchio di Giorgio Manganelli, tanto per dire. O anche il Chisciotte di Unamuno. Vale pure per la pittura: Las meninas di Velazquez incontrano così il pennello di Picasso, che parodizza e “traduce” in infinite prove astratte la modernità barocca del capolavoro secentesco.
D’altro canto, ci sono autori disposti, per vocazione, a lasciarsi “abitare” da certi personaggi, dalla loro inquietudine mercuriale, dalla loro latitanza-migranza senza requie, dalla loro irrefrenabile pulsione al quadrato, gustosamente metonimica e metalinguistica. Innescando vertiginose avventure ermeneutiche, allestendo Wunderkammer e arredate con mise en abîme di giochi di specchi transtestuali. Primo Levi e il suo Canto di Ulisse, tanto per portare esempio.
Si tratta di territori fecondi, di paesaggi dal variegato manierismo, di un duello-duetto che implica una serie di importanti questioni di fondo: quella della fedeltà e del tradimento, per esempio (è necessario tradire un’opera, riscrivendola, se si vuol davvero conseguire un più alto piano di fedeltà critica; ma senza mai dimenticarsene). O quella della variazione sul tema: aderenza e rigore sì, arbitrii e gratuità narcisistiche no. O quella della responsabilità della restituzione: distinguersi dal modello adottato ma pure mantenersene all’altezza (il peso dell’originale, ahi). Alla pattuglia degli scrittori che intendono un tale tipo di tradimento come il più rigoroso immaginabile, etico vorrei dire, a me sembra appartenga Eliana Piacentini (Viterbo, 1981) con questa sua, davvero intensa e tormentata, opera prima: Inseguendo Itaca.
So già che, se potessimo chiederglielo preventivamente, senz’altro Piacentini risponderebbe di no: no a ogni eccesso di apparato critico, no agli “spiegoni”, la poesia deve sapersi dire da sé, saper parlare in prima persona. Servirà piuttosto disporsene in ascolto. Eppure, sarà utile comunque recensire. Già la quarta di copertina, il colophon e la preliminare Nota dell’autrice ci mettono sull’avviso. Intanto, c’è la potenza euristica, elementare degli avverbi: questo poemetto lirico è “liberamente” ispirato all’Odissea. Inesauribile fonte di fascinazione per l’autrice, il poema omerico, tentazione e timore del confronto. Ne abbiamo appena ragionato. Andrà qui ulteriormente notato come si tratti di questione davvero cogente per Piacentini: vista la sua formazione e dato il suo attuale mestiere, insegnante di Discipline letterarie e latino. C’è poi la mutuazione, dal modello omerico, di un postulato immaginativo (che è già di per sé postura critica: cioè contemporaneizzante). Postulato nudo quanto alto. Poema e mare-personaggio (sempre alto-aperto, ineluttabilmente scuro come vino) si somigliano: portano, cioè, in scena, facendosene metafora, l’infinitamente aperto della vita (infinite le onde e le rotte possibili). La cui mossa fondamentale è sempre e soltanto una: desiderio e nostalgia, nostos e peripezia. La vita e il ritorno. La vita “è” ritorno. Per cui, anche angoscia e cambiamento, spirito di avventura, necessità di adattamento. Che si tratti di Itaca o di altro miraggio, infatti, tutti – tutti noi, voglio dire –, se desideriamo riprenderci il trono perduto, dovremo saper ritrovare il coraggio di salpare, ancora una volta, di affrontare il mare aperto. Così, con coerenza e verace immediatezza poetica, il racconto-riscrittura di Piacentini scandisce sé stesso in tre momenti-sezioni essenziali: La rotta di casa (il desiderio); Approdi e naufragi (l’avventura); Il trono (il ritorno). Proprio come nel rischio di una vita vera (che possa, cioè, dirsi degna d’esser stata vissuta), laddove l’avventura inanella mostri, morti che «suggono sangue / per riavere sembiante» (Il rito, p. 28) e meraviglie, il ritorno necessita piuttosto di agnizioni, una strage (ira che possa segnare il nuovo inizio) e affetti infine ritrovati.
A fronte del peso della sua auctoritas, però, il modello omerico offre a Piacentini anche variegate frecce a rinforzare e impreziosire la faretra di Inseguendo Itaca: l’urgente consapevole necessità di staccarsi da sé, per esempio (aggirando così le insidiose paludi di un solipsismo lirico, onanisticamente autoriferito e sempre in agguato); o la varietà degli episodi, insieme con l’affidabilità di una trama data (il corsivo valga qui come strizzatina d’occhio: poiché ascrivibile, la parola trama, sia alla rosa semantica della narratologia sia a quella dell’arte tessile); o, infine, un archetipo per intonare la propria versificazione. Intendiamoci, Piacentini sa fin troppo bene che il poeta di oggi non è più, certo (non può più essere), l’aedo del Medioevo ellenico; che non è più tempo di Muse, di entusiasmi-furori poetici, di tecniche formulaiche. Ma è anche pienamente consapevole che il verso omerico impone di per sé il tema dell’aspirazione a un dettato corposo, mai sfibrato. In effetti, a sillabarli a voce, questi versi liberi di Inseguendo Itaca, brevi quando non brevissimi, pur orfani di esametri o endecasillabi, suonano comunque scanditi, stentorei, affilati, ieratici, quasi (vorrei dire) di respiro tragico. A tratteggiare un novello epos della smarrita anima contemporanea, del suo anelito al nostos attraverso il dedalo-sfinge del mondo. D’altronde, secondo Piacentini, la parola poetica, se davvero ambisce a riconquistare un proprio spazio di libertà (in quello sfondamento di senso costitutivo del contemporaneo), se vuol davvero toccare al cuore i disarmati abitanti dell’oggi, dovrà necessariamente reimparare a porgersi quale carezza e sasso, resa e alleanza. Solo in tal modo la contemporaneità dell’Odissea verrà finalmente riconsegnata a una pur sempre-presente preistoria, riscoprendosi feconda e arresa (Bukowski), sempre-radiante sorgente di stupore, meraviglia, ispirazione, preziosa combinazione di parole in grado di centrare un segreto (Ungaretti). Umana veramente, detto altrimenti.
Venendo ad alcuni cenni su intarsi peculiari del testo. Anzitutto, c’è la “natura” polifonica del poemetto. Inseguendo Itaca si caratterizza, infatti, (felicemente) per lo straniante contrappunto di voci che l’intrama (Ulisse, certo, ma anche Telemaco, Nausicaa, Anticlea e Penelope): sapiente vi s’impone il costante rimodularsi della voce narrante secondo l’alternarsi dei pronomi personali; ma anche prezioso il contributo degli aggettivi dimostrativi. Tutte marche deittiche, queste, che portano al centro della scena, insieme con il corpo rapsodico della voce narrante, quelli della poeta-Piacentini e del suo lettore, i quali possono così con-tessere, in dialogo, quasi agonisticamente, l’attesa-tela del racconto. Proprio come (anfibiamente-anfibologicamente) fa Penelope (personaggio che per essenza “è” casa, ritorno). Mentre la (molle) parola di Ulisse, signore-dominato dalla metis, più volte nel corso del poemetto, sembra soprattutto impegnata per l’inganno-sopravvivenza (funzione pratica). Corollario per cui – di là da tutti gli stereotipi e i pregiudizi maschiocentrici più inveterati – Piacentini sembra carezzare un’idea: che il vero poetare-narrare sia in realtà faccenda essenzialmente declinata al femminile. Ne avrebbe piena ragione, secondo me: ma il dibattito resta aperto. Da registrare infine, la umilissima, davvero commovente altezza del dialogo tra Ulisse e Anticlea, la madre perduta. Che profetizza e invita l’eroe a riprendere il viaggio, a tornare e, infine, a raccontare.
(fasc. 55, 25 febbraio 2025)