Il ruolo della Penna: la produzione culturale, la questione linguistica e l’editoria curda nella diaspora

Author di Samuele Larocchia

Fin da bambini s’impara il potere delle idee e dei libri che le contengono, libri bruciati in piazza o romanzi di fantascienza, libri clandestini e libri proibiti, libri che con il solo essere pubblicati sono più dirompenti di una rivoluzione. Questo valore ha ispirato la nostra ricerca[1] sull’editoria della diaspora curda in Germania[2].

Affrontando un ambito al margine dei margini, la produzione marginale di libri della comunità marginale dei migranti di una cultura marginalizzata, s’intrecciano le tematiche riguardanti l’espressione di una cultura oppressa con quelle identitarie di una comunità in esilio, oscillanti tra monolite nazionalista e ibridazione delle nuove generazioni. Nel vano tentativo di reperire tracce della produzione libraria della diaspora curda in Germania, ci siamo rivolti a una ricca bibliografia accademica che è risultata, comunque, molto utile per un inquadramento storico-sociale della questione curda e un approfondimento di caratteristiche, funzioni, relazioni ed evoluzioni della produzione culturale della diaspora curda.

Un breve inquadramento storico

Per dare una lettura generale della storia dei Curdi, possiamo affidarci al concetto di “Sindrome del Sequestro Post-Coloniale” coniato da Halliday[3] e così applicato alla situazione curda da Owtram:

Il concetto di Halliday analizza e spiega il destino […] dei gruppi etnici che non sono stati in grado di formare uno Stato indipendente dopo periodi di cambiamento storico epocale (MHC). Successivamente, si ritrovano “sequestrati” o legalmente posseduti da un altro Stato. Non è esagerato affermare che questi gruppi si sono trovati imprigionati in uno Stato non creato da loro stessi. Uscire da questa situazione, sostiene Halliday, è possibile solo nel momento in cui si verifica un altro momento di cambiamento storico epocale. Un corollario di questo “fallimento” nel realizzare uno Stato nazionale indipendente in questi frangenti è che questi popoli hanno spesso sofferto grande repressione da parte dei ripetuti tentativi di incorporarli in Stati profondamente ostili a qualsiasi espressione della loro identità culturale, per non parlare della concessione di qualsiasi forma di autonomia[4].

Proprio la fuga da queste condizioni storiche, dalla repressione, dalla negazione, è la maggiore causa di diverse ondate migratorie di Curdi fuori dal Medio Oriente. È questo, altresì, il fardello e il trauma che i migranti Curdi hanno portato con sé, ma anche la motivazione e la necessità che li hanno spinti a organizzarsi e ad agire. Un filo conduttore nella storia curda è, infatti, quella dinamica di “Negazione e Resistenza” di cui parla Vali[5], per cui la forza e l’efferatezza impiegate per negare e distruggere un popolo e la sua cultura hanno generato la forza e la determinazione di un popolo che vuole esistere.

Il territorio tradizionalmente abitato dai Curdi, già diviso nel 1600 tra Impero Ottomano e Persiano, è stato ripartito tra quattro Stati nazionali a seguito del trattato di Losanna del 1923. La fine della Prima guerra mondiale è un periodo di cambiamento epocale per i Curdi, che nel trattato di Sèvres del 1920 avevano avuto l’illusione di poter ottenere uno Stato indipendente. Questo trattato non fu mai ratificato e quello successivo, quello di Losanna, “sequestrò” i Curdi fra Turchia, Siria, Iraq e Iran, quattro Stati a forte carattere etnico, determinati non solo a contrastare qualsiasi pretesa di autonomia dei Curdi ma anche a sopprimere l’esistenza di un’etnia con lingua, tradizioni e cultura proprie. Questo atteggiamento si riflette in pratiche politiche specifiche per ogni Stato ma ha caratteristiche comuni:

  • negazione dell’esistenza dei Curdi;
  • omologazione forzata;
  • repressione;
  • uso dei gruppi Curdi residenti negli Stati confinanti per indebolirne i regimi.

Le volontà di negazione e soppressione hanno ottenuto l’effetto di rafforzare lo spirito di resistenza dei Curdi, fieri della propria cultura e identità.

La repressione ha preso forme molto dure con dislocazioni forzate, torture, sparizioni e stermini che almeno in un caso, quello della campagna Anfal ordinata da Saddam Hussein nel 1988, ha preso il carattere di genocidio. Anche l’omogeneizzazione e l’assimilazione forzata hanno avuto effetti devastanti, dato che le lingue curde sono state proibite o il loro uso fortemente limitato, le manifestazioni di una cultura altra rispetto a quella dominante sono state vietate, l’istruzione consentita solo nella lingua di Stato.

Le motivazioni politiche, assieme a ragioni economiche e ambientali, sono state la principale causa delle migrazioni in Europa dei Curdi, che costituiscono una comunità che conta, secondo le stime[6], intorno a due milioni di persone.

La prima ondata numerosamente rilevante è stato frutto degli accordi per l’arrivo di lavoratori ospiti intercorsi tra i paesi dell’Europa Occidentale e gli Stati di provenienza dei Curdi alla fine degli anni Sessanta. Questa massa di lavoratori era raramente politicizzata e, anche portando in sé i traumi della repressione, aveva interiorizzato il discorso colonialista e si definiva con l’identità degli Stati di provenienza. Dopo un periodo di migrazione caratterizzata dai ricongiungimenti famigliari, si arriva alla fine degli anni Settanta con l’avvio della migrazione di una fascia di popolazione curda più politicizzata, una migrazione di rifugiati politici che continua ancora oggi.

A scatenare queste ondate migratorie sono una serie di eventi avvenuti nei contesti di provenienza. Nel 1975, con l’accordo di Algeri, lo Shah Pahlavi smise di supportare la guerriglia curda in Iraq in cambio di concessioni territoriali, con conseguente tracollo delle milizie curde e repressione da parte di Saddam Hussein. Quattro anni dopo, nel 1979 la rivoluzione in Iran fu seguita da una guerra civile combattuta principalmente in Kurdistan. Durante la guerra tra Iran e Iraq del 1980-1988, i due Stati si combatterono, sostenendo gruppi curdi nel territorio nemico e reprimendo quelli attivi nel proprio.

Spostandosi in Turchia, il 1980 fu caratterizzato dal colpo di stato militare con seguente repressione che portò alla richiesta di asilo in Europa di molti intellettuali e attivisti politici, sia curdi che non. Il più terribile evento di repressione violenta fu la campagna genocidiale di Anfal condotta in Iraq a partire dal 1988 da Saddam Hussein con uso di armi chimiche, distruzione sistematica di villaggi curdi e sterminio della popolazione. L’escalation della guerra fra Turchia e PKK nel 1990 causò repressioni, distruzione di villaggi ed esecuzioni sommarie.

Tornando in Iraq, nel 1991 alla fine della Prima guerra del Golfo, i movimenti curdi furono sorpresi dalla sopravvivenza politica di Saddam Hussein, il quale portò avanti una brutale repressione della loro ribellione. Ottenuta l’autonomia della regione curda in Iraq, le due maggiori forze politiche, KDP e PUK, iniziarono una guerra interna durata dal 1994 al 1998, che aggravò le condizioni della popolazione civile già provata dall’embargo economico comminato alla Regione curda da parte del governo centrale iracheno. Ultimo evento causa di massicci movimenti di migranti curdi è stata la guerra in Siria a partire dal 2011, con la conseguente avanzata fulminante e brutale dello Stato Islamico.

L’arrivo di giovani politicizzati ha portato alla riscoperta della curdicità dei genitori grazie ai figli[7], con un aumento dell’identificazione come curdi dal 20% al 76% nel solo decennio 1980-1990[8]. Così inizia a formarsi la Diaspora curda in Europa, ossia quella collettività sociale transnazionale attiva nel rafforzare la coesione interna, affrontare i problemi della comunità migrante, e lavorare per migliorare le condizioni di chi è rimasto nei luoghi d’origine, sostenendo un’idea di patria e informando istituzioni e pubblico europeo sulla sua mancanza di diritti all’autodeterminazione.

L’orientamento verso la madrepatria esprime un bisogno di appartenenza e di “casa” ben espresso dal termine inglese “homeland”. Per i migranti curdi sarà la comunità diasporica, come ben espresso da Alinia e Eliassi[9], a diventare casa, luogo di appartenenza.

La situazione dei Curdi in Germania

Altro quadro da delineare per contestualizzare la produzione culturale ed editoriale della diaspora curda in Germania è proprio quello della situazione dei Curdi in Germania, dato che, come afferma Başer[10], ogni diaspora in uno specifico Stato di accoglienza è diversa dalle altre e ogni nazione ha la sua particolare diaspora curda.

Arrivati principalmente dalla Turchia come Gastarbeiter fino al 1973 e come rifugiati politici dopo il colpo di stato in Turchia del 1980, i migranti curdi in Germania si sono trovati a vivere una doppia negazione. Da una parte subiscono le discriminazioni subite da tutti i migranti, che vanno da quello che Essed[11] definisce “everyday racism” ad atti violenti di aggressione da parte di estremisti di destra, passando per le discriminazioni istituzionali. A questo si aggiunge, per i Curdi, il mancato riconoscimento ufficiale della loro specificità etnica, per cui vengono registrati in Germania in base ai paesi di provenienza.

Inoltre, Germania e Turchia sono storicamente legate[12], tra l’altro da rapporti commerciali comprendenti il commercio di armi. Nell’accogliere i lavoratori ospiti, la Germania ha delegato alla Turchia la gestione dei suoi migranti per cui, ad esempio, i figli dei migranti frequentano scuole gestite dalle ambasciate turche che possono, inoltre, decidere l’approvazione dei nomi dei bambini curdi nati in Germania. Queste prerogative concesse alla Turchia non fanno che proseguire le politiche di negazione e omologazione esistenti nei luoghi d’origine dei Curdi che, fino all’arrivo dei giovani politicizzati negli anni Ottanta, preferiscono nascondere la propria identità etnica per evitare problemi.

La situazione cambia con la fine degli anni Settanta, quando i Curdi iniziano a organizzarsi politicamente, dando il via a una serie di manifestazioni anche violente tese a ottenere il riconoscimento negato dalle istituzioni tedesche, dirigere l’attenzione pubblica sul Kurdistan e bloccare l’esportazione di armi in Turchia.

Il pubblico e le istituzioni tedesche reagiscono, da una parte, interpretando la diaspora curda come creazione di una società parallela, che ostacola l’integrazione dei migranti, e procedendo all’assimilazione completa alla “Leitkultur” (cultura dominante), ignorando la parte dei migranti; dall’altra, stigmatizzando le azioni della parte militante della diaspora come importazione del conflitto, a cui non si cerca di supplire con il dialogo, ma reagendo con politiche repressive che culmineranno con la messa al bando del PKK nel 1993. Assieme alla più grande organizzazione politica curda vengono chiuse e proibite molte associazioni dagli scopi anche culturali e chiunque si avvicini al movimento curdo diventa sorvegliato speciale della polizia tedesca. Questi metodi ricordano ai Curdi quelli usati in Turchia e risultano inefficaci nonché controproducenti, dato che le adesioni al PKK aumenteranno negli anni successivi[13] e l’intera comunità curda si sentirà vittima di un’ennesima persecuzione. È questo il contesto in cui bisogna collocare la produzione culturale delle Diaspora Curda.

La Penna

Nel tardo diciassettesimo secolo, il poeta Ahmadi Khani, sostenitore della nascita di uno Stato curdo indipendente (e, successivamente, diventato figura di riferimento per la comunità curda con il suo poema Mem û Zin, assurto a romantica epica nazionale curda), affermava che erano due gli strumenti necessari per l’indipendenza curda: la penna e la spada. Come afferma Hassanpour,

I due compiti, politico (cioè la formazione di uno stato curdo) e letterario (cioè scrivere e compilare nella lingua madre) erano considerati da Khani come le due facce della stessa medaglia. Non considerava la coltivazione della lingua un fine in sé. Una lingua letteraria prestigiosa, insieme a un re sovrano, era il segno distintivo di una nazione curda civilizzata e indipendente[14].

Per estensione si prenderà in questo scritto “la Penna” a simbolo della produzione culturale che, assieme all’attivismo politico, ha tanto rilievo e svolge importanti funzioni nel contesto diasporico curdo. La cultura, infatti, nutre l’identità diasporica curda e, al contempo, sfrutta le opportunità di contesti definitivamente più liberi di quelli di provenienza per sopravvivere e svilupparsi.

La produzione culturale diasporica curda oltre il trauma

I Curdi che vivono in Europa portano in sé traumi di diverso genere causati da sopraffazioni di diversa provenienza: da un lato, la violenza tragica della soppressione fisica unita alla cancellazione sistematica della loro cultura nei contesti di appartenenza, dall’altro i processi di marginalizzazione propri dell’esilio.

È così che, come afferma Sustam, ‘gli eventi traumatici sono sempre stati al centro della produzione artistica curda’[15], ma allo stesso tempo i mezzi culturali sviluppati in esilio permettono processi di decolonizzazione della cultura e del pensiero, una riappropriazione della propria identità che si scrolla di dosso le proibizioni e negazioni subite nei luoghi d’origine per sfidare, con le parole di Dag, ‘i sentimenti d’inferiorità che, ad esempio, le produzioni culturali e nazionalistiche turche potrebbero generare’[16] e ancora per ‘promuovere i propri valori culturali e sociali e mettere in discussione le posizioni egemoniche e colonizzatrici che gli artisti turchi impongono ai Curdi’[17]. La mobilitazione culturale attiva un processo positivo di “diaspora empowerment[18] che può aiutare i migranti a partecipare pienamente alla vita del nuovo luogo di residenza e diventare parte attiva e riconosciuta della nuova società. Come chiarito da Dag,

La produzione culturale nella diaspora può contribuire positivamente all’inclusione sociale e all’integrazione dei rifugiati quando viene utilizzata come mezzo terapeutico per fornire loro prospettive per affrontare le passate esperienze discriminatorie e il disagio emotivo quotidiano delle attuali condizioni di esilio. In questo modo, la produzione culturale li aiuta a superare il trauma dell’isolamento sociale in esilio[19].

Gli attori della produzione culturale la utilizzano come strumento di connessione e narrazione. La narrazione è passaggio fondamentale nella ricerca di significato e coerenza nelle storie di violenza e persecuzione, ma anche terreno comune in cui riconoscersi tra simili e creare un senso di appartenenza. Ci si può allora connettere, fare rete, usare la cultura ‘come mezzo per contrastare la disconnessione e la dispersione e promuovere la coesione e la convivenza’[20].

I fini della produzione culturale diasporica sono molteplici. Nei confronti della cultura curda, gli intellettuali in esilio, agiscono con lo scopo di ‘ripristinare il patrimonio collettivo e le identità culturali curde’[21], minacciate nei luoghi d’origine dove, peraltro, la cultura curda non ha mai avuto lo spazio per svilupparsi ed essere codificata pienamente. Il lavoro dei produttori di cultura ha, così, lo scopo di far uscire le espressioni culturali dalla clandestinità e chiusura dell’uso famigliare per farle assurgere a espressione moderna e pubblica del pensiero e delle visioni della realtà del popolo curdo. Come esempio si può prendere la codificazione e il lavoro di modernizzazione della lingua curda che solo gli intellettuali della diaspora possono svolgere, date le restrizioni imposte nei contesti d’origine.

Si produce cultura, poi, per preservare l’eredità e le tradizioni linguistiche, di costumi, musica, danza, dall’“inferiorizzazione” e criminalizzazione subite nei contesti d’origine ma anche dalle dinamiche di diluizione proprie del processo d’integrazione nei nuovi contesti d’insediamento.

Altra funzione fondamentale della produzione culturale curda è la promozione della cultura per ‘ottenere visibilità per la causa curda’[22]. Date la scarsa disponibilità di manovra politica e di lobbismo in favore delle popolazioni curde in Medio Oriente e la mancanza di riconoscimento delle specificità etniche dei rifugiati curdi in Europa, tocca alla cultura il compito di informare e sensibilizzare la società, il pubblico e le istituzioni delle nazioni d’accoglienza. Con le parole di Dag[23], ‘il pubblico locale può approfondire le questioni sociali, tradizionali e politiche che sono ancorate nella vita dei rifugiati curdi, il che aiuta a combattere incomprensioni e stereotipi’. La cultura diventa, allora, il luogo dell’incontro e dell’interazione ‘tra gli emigranti e la società maggioritaria in spazi in cui i migranti sono rafforzati’[24]. Questo spazio concede, inoltre, di riaffermare l’identificazione diasporica con i luoghi d’origine, nonostante la mancanza di prossimità geografica, in un continuo lavoro d’interpretazione e ricostruzione.

Sempre con Dag, ‘le diaspore curde creano l’appartenenza spaziale al luogo di provenienza in quattro aree: la loro identificazione con il luogo di appartenenza, il confronto con i governi al potere, la critica e la visibilità intracomunitaria e la legittimità della causa della patria [Kurdistan]’[25].

Gli attori della produzione culturale diasporica

La specificità curda dell’essere non solo popolo senza stato ma popolo osteggiato e perseguitato nei contesti d’origine fa si che i ruoli di attori della produzione culturale, agiti da istituzioni statali come ambasciate e istituti di cultura nel caso di altre popolazioni migranti, vengano assunti da attori e istituzioni non statali. Da una parte abbiamo gli istituti di cultura curda; ne troviamo una panoramica in Van Bruinessen:

L’Istituto curdo di Parigi, fondato nel 1983 da intellettuali curdi residenti in vari paesi europei, con il sostegno dell’allora governo socialista francese, è la prima grande istituzione curda in Europa. È allo stesso tempo un centro culturale e sociale per la comunità curda di Parigi, un centro di studio e documentazione con un’ampia biblioteca di ricerca e una modesta missione diplomatica. Non è affiliato ad alcun partito o associazione curda specifica, ma ha facilitato gli incontri di politici curdi di vari partiti con funzionari e politici europei. Pubblica una serie di riviste e bollettini e ha aperto la strada ai tentativi di sviluppare uno standard per il curdo settentrionale (Kurmanci) attraverso una serie di conferenze a cui hanno partecipato numerosi autori curdi e attraverso una rivista in cui vengono pubblicati i termini standard concordati. Successivamente furono fondati istituti curdi anche a Bruxelles (1989), Berlino (1994), Mosca (1996) e Washington DC (1996), nonché una biblioteca curda ben dotata a Stoccolma (1997). Ciascuno di questi istituti differisce dagli altri per costituzione e tipologia di attività, ma tutti hanno contribuito al consolidamento e al rafforzamento della lingua e della cultura curda[26].

Abbiamo poi la creazione di molteplici associazioni curde con obbiettivi e modalità d’azione disparati, così riassunti da Amman[27]:

  • Pubbliche relazioni, informazione e lavoro educativo in parte legati alla richiesta di riconoscimento come gruppo etnico indipendente con diritti corrispondenti nei paesi ospitanti;

  • Mobilitazione dei curdi apolitici o assimilati;

  • Assistenza sociale, consulenza sociale e legale e sostegno ai nuovi immigrati;

  • Conservazione, promozione e parziale rinascita della cultura curda, in particolare della lingua curda;

  • Esame critico e promozione dell’integrazione nella rispettiva società ospitante;

  • Sostegno alla lotta di resistenza nelle regioni di origine.

Le associazioni culturali svolgono un doppio ruolo all’interno della diaspora: da una parte, contribuiscono alla creazione e al mantenimento di un legame etnico e culturale; dall’altra danno l’opportunità a tante persone di incontrarsi, creare reti sociali e acquisire riconoscimento e sicurezza in sé stessi[28].

Infine, bisogna sottolineare l’attività e l’importanza di quelli che Syrett e Keles definiscono “imprenditori diasporici” ossia: ‘migranti e i loro discendenti che avviano attività imprenditoriali che abbracciano gli ambienti economici nazionali dei loro paesi di origine e di residenza. L’enfasi qui è sull’importante ruolo che gli imprenditori e le comunità della diaspora possono svolgere nel modellare i flussi transnazionali di capitali, materie prime, lavoro, conoscenza e attività commerciali’[29].

Questi imprenditori investono con finalità più ampie che il solo ritorno economico. Nelle interviste da noi condotte a corredo di questa ricerca e in quelle di Syrett e Keles, viene rilevato che gli imprenditori diasporici riportano un senso di obbligo e responsabilità nei confronti della propria comunità d’origine, dovuto alla loro relativa libertà nei paesi di accoglienza. Questo impegno si traduce in due campi d’azione: ‘quello del sostegno alla preservazione e alla promozione della cultura e della lingua curda, e [il secondo si dedica] alla diffusione della conoscenza, dell’informazione, delle notizie e del dibattito sulla condizione curda’[30].

Il processo di produzione culturale si definisce in tre principi intrecciati così esplicitati da Dag: ‘In primo luogo, si riferisce al modo in cui gli operatori culturali producono “oggetti materiali, azioni e interazioni” nonché eventi. In secondo luogo, riguarda il modo in cui questi oggetti ed eventi prodotti vengono interpretati. Infine, è importante il modo in cui gli artefatti prodotti vengono consumati’[31].

Occorre, quindi, confrontarsi con il modo e le finalità di consumo e uso che la comunità curda fa di prodotti e beni culturali associati alle sue terre d’origine e al suo retroterra etnico. Come affermano Gsir e Mescoli,

cibi, vestiti, oggetti vari di uso quotidiano (stoviglie, tappeti, articoli per la pulizia, biancheria da letto, tovaglie, prodotti per il corpo ecc.), ma anche prodotti artistici (musica, film, libri, giornali) contribuiscono a definire la loro [dei migranti] specifica immagine e a manifestarla, un’identità pensata sia per sé che per gli altri[32].

Questi atteggiamenti non sono neutrali, ma comunicano un posizionamento che è contemporaneamente individuale e collettivo, e servono a coltivare un’identità diasporica da mediare, confrontare, mettere in dialogo con l’identità delle società d’accoglienza non più da una posizione di inferiorità e subordinazione quanto su un piano di parità di coscienza di sé e consapevolezza del proprio valore.

I migranti contrastano, così, il processo di inferiorizzazione tanto ben espresso da Fanon[33]:

Ogni popolo colonizzato – cioè ogni popolo nel cui animo è stato creato un complesso di inferiorità dalla morte e dal seppellimento della sua originalità culturale locale – si trova di fronte alla lingua della nazione civilizzatrice; cioè con la cultura della madrepatria. Il colonizzato viene elevato al di sopra del suo status di giungla in proporzione alla sua adozione degli standard culturali della madrepatria. Diventa più bianco rinunciando alla sua oscurità, alla sua giungla.

Storia della produzione culturale diasporica curda

La produzione artistica della diaspora curda ha attraversato tre periodi.

Il primo, iniziato verso la fine degli anni Sessanta, è l’espressione di artisti e intellettuali esiliati che condividevano una storia di fuga da regimi autoritari e che iniziarono a produrre lavori letterari come forma di liberazione dalla repressione, ostracizzazione e inferiorizzazione della lingua curda. Avevano dovuto affrontare il dilemma espresso da Cakir-Kilincoglu[34]: «restare e combattere ad alto rischio o fuggire e trovare altri modi per combattere».

Negli anni Novanta si fece spazio una generazione di artisti figli della guerra, i cui lavori si sviluppavano attorno al tema della vittimizzazione, alla ricerca di un’identità collettiva idealizzata che potesse alleviare i traumi vissuti nei luoghi d’origine. La loro produzione percorreva una memoria comune per farne strumento politico.

Un nuovo movimento, comunque in relazione e influenzato dal precedente, si ha a partire dagli anni Duemila, con uno spostamento dalla vittimizzazione alla costruzione di sé come soggetto decoloniale attivo:

Le produzioni cinematografiche e artistiche del periodo successivo al 2000 si affidano maggiormente alle installazioni individuali e alla narrazione collettiva. Il linguaggio utilizzato nel cinema, nella letteratura e nell’arte in questo periodo presenta le definizioni epistemiche dell’autore stesso, l’energia positiva della cultura della resistenza, la vita mondana dei curdi comuni trascurati, piuttosto che il soggetto curdo idealizzato[35].

È così che la produzione artistica va al di là dei temi ricorrenti del nazionalismo, della diaspora, del colonialismo e del paradigma nostalgico di un Kurdistan idillico per orientarsi verso problematiche e temi più quotidiani e universali come il movimento delle donne, l’ecologia, la vita di ogni giorno, i problemi accademici e così via.

Anche nello sviluppo della letteratura in esilio[36] è possibile ritrovare queste tre fasi, riassunte da Skubsch:

La prima fase è fortemente influenzata dall’orientamento al ritorno e dall’elaborazione della realtà nel paese di immigrazione. La seconda fase critica sia la mancanza di diritti e la discriminazione nel paese di immigrazione sia le strutture reazionarie all’interno della minoranza migrante. Il terzo passo è la fase di individualizzazione. Gli autori non accettano più attribuzioni esterne. Non vogliono essere definiti in base all’etnia, alla lingua o allo status di residenza[37].

Nel processo di deterritorializzazione e riterritorializzazione[38], ossia nel viaggio dai luoghi d’origine da cui è stata forzatamente sradicata ai luoghi d’accoglienza in cui deve lottare per essere riconosciuta, la cultura curda ha affrontato un cambiamento ben illustrato da Dag:

Informati dalla critica del cosmopolitismo, gli artisti della diaspora curda danno origine a una prospettiva combinata secondo cui la patria non è meno importante nella vita degli artisti e dei membri della diaspora, ma – come dimostra la politica della produzione culturale – la patria è introdotta in connessione con temi universali che creano contemporaneamente appartenenze comunitarie, territoriali e molteplici appartenenze sociali e culturali[39].

La questione della lingua

La questione della lingua, tema centrale per tutte le culture e particolarmente per le comunità migranti, assume tratti peculiari nel caso della cultura curda e della sua diaspora. Nell’esaminare tale questione è utile partire dalla definizione di madrelingua come lingua/e che una persona ha imparato per prima e con cui si identifica. Questa definizione data da Skutnabb-Kangas e Bucak[40], viene applicata a una lista di diritti che dovrebbero essere garantiti a ciascun individuo in relazione alla propria madrelingua. Tutti possono:

  • identificarsi con la propria lingua/e madre/e e far sì che questa identificazione venga accettata e rispettata dagli altri;
  • imparare la/le lingua/e madre/e in modo completo, orale e scritto (il che presuppone che le minoranze siano istruite attraverso la/e lingua/e madre/e);
  • utilizzare la lingua materna nella maggior parte delle situazioni ufficiali (comprese le scuole).

Coloro la cui lingua materna non sia una lingua ufficiale nel paese in cui risiedono possono:

– diventare bilingue (o trilingue, se hanno 2 lingue materne) nella/e lingua/e materna/e e (una delle) lingue ufficiali (a loro scelta).

La relazione tra le lingue: qualsiasi cambiamento della lingua materna è volontario, non imposto[41].

In rapporto alla lingua curda questi diritti sono stati negati nei luoghi d’origine con metodi e obbiettivi che legittimano l’uso del termine linguicidio o genocidio linguistico, che nelle bozze finali della Convenzione contro il Genocidio delle Nazioni Unite del 1948 è stato definito nell’Articolo III, 1 come ‘Vietare l’uso della lingua del gruppo [etnico] nei rapporti quotidiani o nelle scuole, o la stampa e la diffusione di pubblicazioni nella lingua del gruppo’[42].

Nell’esaminare il rapporto degli atteggiamenti ufficiali nei confronti delle lingue minoritarie Skutnabb-Kangas e Bucak ne riportano una tassonomia per gradi:

1. tentare di uccidere una lingua;

2. lasciar morire una lingua;

3. coesistenza non supportata;

4. supporto parziale di funzioni linguistiche specifiche;

5. adozione come lingua ufficiale[43].

Questa tassonomia serve ai due autori per sottolineare come gli atteggiamenti ufficiali della Turchia nei confronti della lingua curda possano essere inseriti nel punto 1: tentativi di uccidere una lingua. Con l’aggravante di averlo fatto palesemente codificando l’intenzione di uccidere la lingua curda nella propria costituzione e nelle leggi a essa collegate:

Ma nessun altro Paese vieta nelle propria Costituzione l’identificazione interna con una lingua (cioè vieta l’auto-identificazione con la propria madrelingua) né cerca di cambiare la madrelingua in base all’origine (cioè regolamenta come i genitori possono chiamare i propri figli, quale lingua possono parlare ai propri figli in luoghi privati ​​e/o pubblici) o di modificare con la forza l’identificazione esterna delle madrelingue (affermare che la madrelingua o l’identità etnica di un gruppo è qualcos’altro da quello che è). Per uccidere una lingua bisogna o uccidere gli individui che la parlano o far sì che questi individui cambino la loro madrelingua. La Turchia cerca di cambiare la madrelingua dei Curdi e di fare del turco la loro madrelingua. Se non ti è permesso identificarti con la tua madrelingua e il tuo gruppo etnico, imparare la tua madrelingua, svilupparla a scuola e usarla pubblicamente, la conseguenza a lungo termine è che la lingua viene uccisa[44].

Ucarlar[45] aggiunge che il rischio di estinzione della lingua curda in Turchia è aumentato negli anni Novanta quando, a causa del conflitto tra esercito turco e guerriglia del PKK, masse di Curdi sono state evacuate e forzatamente urbanizzate, rendendo necessario l’uso del turco per sopravvivere nelle nuove realtà di insediamento.

Date queste condizioni, l’UNESCO classifica il curdo come lingua da “potenzialmente vulnerabile” a “definitivamente in pericolo”[46] nonostante, come afferma Specht, il numero elevato di persone che lo usano in ambito quotidiano ‘perché è stato spinto nel settore privato a causa delle politiche linguistiche repressive e non ha ancora lo status di lingua educativa e amministrativa’[47].

Una lingua, tante lingue

Lo sforzo per la standardizzazione della lingua curda è stato ed è una priorità per la salvaguardia della stessa. In questa direzione si sono mossi soprattutto gli intellettuali in esilio che hanno potuto lavorare fuori dai contesti di proibizione dei luoghi d’origine. Un lavoro molto più difficile del normale sviluppo della lingua che affrontano comunità linguistiche non disperse e osteggiate. Parte di questa difficoltà deriva dai molteplici dialetti che costituiscono la lingua curda:

1. Kurmancî (anche: curdo settentrionale),
2. Kirmanckî (anche: Dimili/ Zazaki),
3. Hewrami (anche: Gorani),
4. Sorani (anche: curdo centrale), e
5. Feyli, Kelhûrî, Kirmashani e Laki (anche: curdo meridionale)[48].

In aggiunta il curdo scritto usa tre diversi alfabeti per tre varianti standardizzate:

La varietà Bedir-Xan (Bedir-Xan—Lescot 1970) (o varietà HAWAR), introdotta nel 1932 a Damasco e Beirut da Celadet Ali Bedir-Xan nella rivista Hawar, basata sul Kurmanci (principalmente parlato nelle parti sud-orientali del Kurdistan turco), utilizza l’alfabeto latino. La varietà Sulemaniye, la lingua standard dei curdi nel Kurdistan iracheno, basata sulla varietà curda Sorani, utilizza una varietà modificata della scrittura arabo-persiana (e la scrittura araba era usata anche nel Kurdistan turco fino al 1928-1929). Il curdo standard nell’ex Unione Sovietica, basato sul Kurmanci parlato nelle parti meridionali dell’Armenia, utilizza l’alfabeto cirillico, ma l’alfabeto latino era utilizzato per il curdo nell’URSS fino alla fine degli anni ’30[49].

Nella diaspora europea, a causa del grande numero di migranti provenienti dalla Turchia e, più di recente, dalla Siria, sembrerebbe che il Kurmanji sia stato adottato come lingua franca[50]. Ucarlar aggiunge che l’adozione del Kurmanji come lingua franca è dovuta a ragioni politiche: ‘Nonostante i tentativi di preservare una “posizione democratica” che riconosca i diversi dialetti, gli intellettuali curdi sembrano dare priorità all’unità linguistica per garantire l’unità “nazionale” curda’[51]. Per cui si corre il rischio di convertire il potere per proteggere la lingua curda dall’egemonia della lingua turca nel potere del dialetto dominante del Curdo, il Kurmanji, sulle altre varianti della lingua[52].

Bisogno di scuola

Nonostante gli sforzi degli intellettuali in esilio per standardizzare, implementare e promuovere la lingua curda, essa rimane poco parlata e ancor meno scritta e letta. Durante le interviste tra Curdi residenti in Germania e Svezia, per esempio Başer[53] ha constatato che più della metà degli intervistati non era in grado di parlare curdo fluentemente e che alcuni non lo parlavano affatto.

Per quanto riguarda la lingua scritta bisogna sottolineare che fino a tutti gli anni Novanta si parla di «assenza di lettori»[54] e che in Kurdistan le percentuali di analfabetismo sono state molto alte, tanto che Schamberger[55] afferma che, dalla fine del XIX secolo e per due terzi del XX secolo, la lettura era appannaggio di una piccola élite intellettuale. Indubbiamente questo fenomeno è stato determinato dalle condizioni di oppressione della lingua curda, ma anche dalla forte tradizione orale della cultura curda con un ruolo importante svolto da quella che Skutnabb-Kangas e Bucak[56] definiscono “Orature” ossia letteratura orale.

Gli scrittori curdi si trovano nella condizione di essere ‘assetati della propria madrelingua’, come dichiara lo scrittore e attore teatrale Y. Erdogan, che aggiunge:

Cosa posso fare? So parlare più o meno il curdo, la mia lingua madre, ma non riesco né ad esprimermi intellettualmente né a scriverlo. […] La lingua curda è distante da me o, al contrario: io sono distante da questa lingua. Dirlo è davvero molto triste. Mi esprimo in turco. Mi sento curdo, ma penso e scrivo in turco[57].

Parte degli intellettuali, allora, cerca di effettuare una disconnessione tra lingua e identità, o meglio di mettere meno enfasi sulla lingua come indicatore d’identità, come nota Ucarlar:

Sebbene coloro che parlano curdo siano visti come esempi di una costruzione più sana dell’identità culturale, l’opinione comune è che la lingua non sia necessariamente la pietra miliare dell’identità culturale e, cosa più importante, che la lingua non dovrebbe essere un indicatore dell’identità politica[58].

Se questa è la condizione degli intellettuali, non diversa e probabilmente più tragica è quella della popolazione curda tutta, delle famiglie che consumano la produzione culturale e di quei bambini possibili futuri produttori di cultura curda.

Partendo dall’assunto fondamentale che ‘Non possiamo incolpare il popolo [curdo] per non parlare curdo’[59], non bisogna trascurare quello che ci ricordano Skutnabb-Kangas e Bucak ossia che ‘Se una lingua non viene trasmessa dai genitori ai figli (se non diventa la prima lingua appresa dai bambini) e se i bambini non si identificano con una lingua, essa muore’[60]. Ed è proprio quanto avvenuto nella diaspora curda, come riportato da Başer:

I genitori curdi che parlavano fluentemente il curdo a volte preferivano insegnare ai loro figli il turco piuttosto che il curdo. Quando ho chiesto a diversi curdi di prima generazione perché usassero il turco come lingua principale a casa, alcuni hanno risposto che era più facile perché era “la lingua che erano abituati a parlare”. Tuttavia, alcuni hanno fatto riferimento all’incertezza della loro situazione in Germania: non erano sicuri di poter acquisire la cittadinanza o rimanere permanentemente in Germania e, poiché temono di dover tornare in Turchia un giorno, hanno insegnato ai loro figli prima il turco[61].

Quanto manca a livello famigliare potrebbe essere supplito dalla scuola:

Nella regolamentazione della lingua materna attraverso la competenza le scuole svolgono un ruolo decisivo. Se una lingua minoritaria non viene utilizzata come mezzo di istruzione, è molto improbabile che venga mantenuta per diverse generazioni come una lingua che i bambini apprendono in tutti i settori, compresa l’alfabetizzazione ad alto livello. Insegnare una lingua minoritaria come materia scolastica nella maggior parte dei casi non è sufficiente[62].

Ma, nonostante le schiaccianti prove del valore e dei benefici dell’educazione in madrelingua, fino ai primi anni Duemila, seguendo l’articolo 42 della sua costituzione, che recita ‘Nessuna lingua diversa dal turco può essere insegnata come madrelingua ai cittadini turchi’[63], la Turchia ha vietato sia l’educazione in curdo sia il suo insegnamento come materia secondaria. Con la riforma del 3 agosto 2002 è stato consentito l’insegnamento in scuole private di lingue e dialetti che ‘sono tradizionalmente usati nella vita quotidiana dai cittadini turchi’[64]. Lo Stato turco non ha, però, rinunciato a limitare questo diritto appena concesso e ad assicurarsene il controllo. I corsi di curdo, infatti, possono essere tenuti unicamente fuori dall’orario scolastico e seguiti da giovani tra i sei e i diciotto anni che, prima di prenderne parte, devono ottenere un certificato che attesti la loro salute psichica e fisica. Inoltre, gli insegnanti devono avere la cittadinanza turca ed essere pedagogicamente qualificati ma ‘Poiché il curdo non può essere studiato all’università, si teme che non ci saranno abbastanza insegnanti adeguati a disposizione’[65].

Le difficoltà e gli ostacoli all’insegnamento del curdo hanno seguito i Curdi anche nella diaspora, in quella che si potrebbe definire una transnazionalizzazione del controllo e della negazione della cultura. Da un lato la Turchia ha agito per estendere le proibizioni oltre i suoi confini tramite intimidazioni alla popolazione curda in esilio (si pensi alla costante minaccia di negare il rinnovo del passaporto a chi è sospettato di essere attivo nel movimento curdo o semplicemente s’identifica nella cultura curda), il costante ribadire l’inesistenza del curdo come lingua (il curdo viene ufficialmente definito come dialetto del turco), e l’inferiorizzazione e denigrazione della lingua curda come balbettare inestetico di rozzi contadini nomadi.

Le istituzioni dei paesi d’accoglienza, poi, hanno contribuito largamente all’estensione transnazionale della negazione dell’identità linguistica e culturale curda. Nella maggior parte delle nazioni ospiti si è, infatti, riconosciuta come lingua dei migranti quella ufficiale dei loro Stati di provenienza. Prendendo il caso della Germania, si trova la costituzione delle lezioni gestite dai consolati, che, per quanto riguarda la popolazione migrante curda, si è tradotta in lezioni tenute dai consolati turchi, in e di lingua turca, con l’aggiunta dell’insegnamento religioso sunnita. Quando poi è stata ufficialmente approvata la possibilità di studiare la lingua di provenienza all’interno delle scuole pubbliche, anche questa possibilità è stata tradotta in alfabetizzazione in turco, per cui i bambini nelle cui famiglie si parlava curdo si sono trovati a doversi confrontare con due lingue straniere: il tedesco e il turco. Nelle parole di una madre curda citate da Skubsch: ‘I nostri figli sono curdi a casa, turchi per strada e tedeschi a scuola’[66].

Negli anni Novanta, grazie alle iniziative di organizzazioni di genitori curdi, sono stati introdotti, in alcuni Bundesländern, corsi sperimentali di curdo che talvolta sono falliti per scarsità di iscritti, dato che i genitori temevano, da un lato, che sarebbero stati un ulteriore carico per i loro figli e, dall’altro, che avrebbero avuto problemi con le autorità turche, se queste fossero venute a conoscenza del fatto che i loro figli studiavano il curdo[67].

Accanto a queste difficoltà specifiche occorre enfatizzare un atteggiamento discriminatorio generalizzato nelle nazioni occidentali per quanto riguarda il bilinguismo o plurilinguismo dei migranti. ‘Non tutto il bilinguismo è, però, considerato una risorsa, poiché le lingue di alcuni paesi di origine sono meglio valorizzate e considerate più redditizie rispetto ad altre’[68] e, come approfondisce Skubsch, riguardo alla società tedesca:

Nel corso della costruzione dell’unità europea, alle élite viene richiesto di possedere competenze linguistiche in diverse lingue occidentali, ma la competenza dei “bambini dei lavoratori ospiti” in diverse lingue non viene premiata. Solo i loro deficit nella lingua tedesca vengono presi in considerazione nel sistema educativo[69].

La ricchezza e opportunità del capitale culturale e linguistico delle popolazioni migranti viene misconosciuto, perdendo l’opportunità di coltivare una sana ibridità culturale e identitaria.

Il PKK e la lingua curda

Un ultimo aspetto relativo allo sviluppo della lingua curda nella diaspora che è necessario esaminare qui per le sue ripercussioni sull’editoria curda in Germania è il ruolo del PKK, organizzazione che ha avuto una posizione quasi egemonica nella mobilitazione della diaspora curda.

Nonostante l’uso stesso della lingua curda sia un atto politico, ‘anche gli intellettuali curdi più apolitici erano visti come figure politiche perché scrivere in lingua curda e avere un’identità curda erano considerate azioni politiche in sé’[70], proprio la più militante delle organizzazioni curde potrebbe essere stata una delle cause della mancata protezione e sviluppo della lingua curda.

La questione della lingua, assieme alla cultura in generale, è stata infatti vista negli anni Ottanta e Novanta come “laterale”[71] rispetto alla priorità politica e militare della lotta per l’indipendenza curda. Inoltre il PKK ha usato in quegli anni il turco, la “lingua dei nemici”[72] nei suoi comunicati e nelle sue riunioni, per cui le persone che volevano essere parte attiva del movimento curdo dovevano imparare il turco.

Le ragioni di tale atteggiamento del PKK sembrerebbero essere almeno tre. La prima è l’immagine degradante instillata dal colonialismo turco e interiorizzata da tanti Curdi, che rappresenta la lingua curda come lingua dei contadini, dei selvaggi non civilizzati. Abbiamo, poi, l’inadeguatezza della lingua stessa, ossia come scrive Van Bruinessen:

Nel 1980 il curdo era una lingua adeguata per l’uso domestico e nella vita di villaggio, ma con essa era difficilmente possibile discutere questioni politiche e sociali contemporanee. La maggior parte dei politici e degli intellettuali curdi esprimeva i propri pensieri più importanti e pronunciava le parole più sofisticate in turco[73].

Infine, abbiamo la mancanza di competenza linguistica degli attivisti curdi:

gran parte delle persone che costituiscono i movimenti [curdi] non erano in grado di svolgere attività intellettuale nella propria lingua; […] anche se coloro che parlano Kurmanji e Zazaki fossero stati sufficientemente competenti [per farlo], si sarebbero posti la stessa domanda, vale a dire avrebbero avuto bisogno di una lingua comune e quella lingua non sarebbe stata altra che il turco che tutti avevano imparato a scuola[74].

Nei confronti della percezione del PKK come inibitore del pieno sviluppo della cultura curda in esilio e della percezione della cultura come questione laterale da parte del movimento politico curdo, possono essere espresse critiche. La prima viene enucleata da Skubsch[75] che invita a evitare la distinzione tra “buoni e cattivi” Curdi fatta da alcuni studiosi che, nell’approcciarsi alle associazioni della diaspora curda, sottovalutano e squalificano il lavoro di quelle dichiarate vicine al PKK senza veramente impegnarsi ad analizzarne le attività. Un’altra critica è emersa dalla mia ricerca nell’esaminare la casa editrice Mezopotamya, messa al bando nel 2019 in Germania in quanto finanziata dal PKK e accusata di fare propaganda per un’organizzazione terroristica. Si metterà in dubbio l’idea che i finanziamenti del PKK alla Mezopotamya Verlag fossero unicamente destinati alla produzione di propaganda, dato che la stessa casa editrice ha pubblicato traduzioni di classici della letteratura in curdo assieme a un vasto catalogo comprendente letteratura curda, grammatiche e dizionari. Piuttosto, inviteremmo a leggere i contributi economici del PKK alla Mezopotamya Verlag come concreto impegno nella diffusione della cultura curda e spinta alla sensibilizzazione sulla questione curda, tanto in Kurdistan quanto in esilio.

Avvicinarsi all’editoria diasporica curda

Le criticità nello sviluppo della lingua curda generano una domanda fondamentale per chi si approccia alla produzione editoriale curda ossia cosa si può e deve considerare curdo.

Un apporto prezioso viene dato da Schamberger[76] che, date le difficoltà nel definire la produzione editoriale come curda a partire da luogo di pubblicazione (i Curdi sono dispersi) e lingua (tanti Curdi non parlano curdo, non lo leggono o non hanno un vocabolario per esprimersi pienamente in curdo), aggiunge delle domande da porsi per individuare cosa ritenere curdo: Chi pubblica? Con quale scopo? E per quale pubblico? Le pubblicazioni devono essere indipendenti dagli Stati di provenienza dei Curdi che, nelle loro politiche di assimilazione, hanno anche utilizzato la lingua curda per influenzare la popolazione e portarla a integrarsi nella cultura dominante. Il pubblico, poi, deve essere composto da Curdi e da persone sinceramente interessate alla storia curda, alla sua cultura e alle sue espressioni.

Riguardo allo scopo, Schamberger[77] ritiene che le pubblicazioni curde debbano sostenere la causa curda o quantomeno portare a una comprensione delle condizioni di questo popolo. Anche Ucarlar[78] invita a scollegare la produzione libraria curda dalla lingua curda per prendere in considerazione i libri che siano collegati alla questione curda, scritti in curdo, turco o qualsiasi altra lingua. Specht, che concentra il suo lavoro sulla letteratura curda in esilio, punta l’attenzione sull’appartenenza etnico-culturale degli autori e aggiunge il fine delle pubblicazioni tra i criteri di discernimento:

Riflettendo su esperienze condivise, i testi della “letteratura curda in esilio” contribuiscono alla costituzione di un’identità collettiva. Essere “curdo” non si riferisce a un’identità influenzata etnicamente o culturalmente, ma piuttosto a un’identità modellata da circostanze socio-politiche. È definito dall’appartenenza a una comunità dal destino condiviso e allo stesso tempo si riferisce alla posizione nel conflitto sociale dalla parte degli oppressi. La letteratura curda sull’esilio è una letteratura impegnata; ha sempre dovuto affermarsi contro la repressione[79].

Nel lavoro abbiamo preso in considerazione case editrici e organizzazioni che pubblicano o hanno pubblicato in lingua curda, che si definiscono curde e che hanno come obbiettivo la diffusione della cultura curda, la sua salvaguardia e la sensibilizzazione e informazione del pubblico sulla questione curda, tanto nei luoghi d’origine quanto nella diaspora.

Breve storia dell’editoria diasporica curda

Dalla fine degli anni Settanta, in contrasto con il caotico e repressivo periodo politico in Medio Oriente, gli intellettuali e rifugiati politici curdi hanno iniziato a produrre lavori letterari e socio-politici in Europa, dove godevano di una maggiore libertà d’espressione[80].

Van Bruinessen[81] individua due fattori che hanno generato il fiorire di scritti e pubblicazioni curde nella seconda metà degli anni Ottanta. Il primo riguarda la fuga in Europa di tanti intellettuali e artisti a seguito del colpo di stato militare in Turchia. Il secondo è l’impatto della ripresa dei contatti con i Curdi della diaspora sovietica:

Dalla fine dello stalinismo, i curdi dell’Armenia (che costituivano una nazionalità relativamente piccola, contando solo circa 50.000 persone) godevano di più diritti culturali rispetto ai curdi nel resto della regione, e la pubblicazione in curdo era effettivamente incoraggiata[82].

Fu così che il gruppo Özgürlük Yolu (‘La Via per la Libertà’) che aveva contatti con le autorità sovietiche e che veniva rappresentato in Europa dalla Federazione dei Lavoratori Curdi (KOMKAR)[83] iniziò a pubblicare lavori letterari di autori curdi sovietici in trascrizioni in alfabeto latino. Van Bruinessen aggiunge che:

È vero che queste pubblicazioni non avevano una diffusione molto ampia, poiché il loro pubblico di lettori costituiva solo una piccola parte dei Curdi in Europa. Ma i loro lettori e gli autori che vi contribuirono costituirono una massa critica sufficiente per lo sviluppo di una lingua scritta moderna[84].

Dalla fine degli anni Novanta si registra una diminuzione della domanda di libri in curdo che Ciftci, proprietario della casa editrice Apec Press[85], citato da Ucarlar[86], motiva con l’assimilazione delle nuove generazioni nelle culture dei paesi d’accoglienza di cui adottano la lingua.

Sia Ucarlar sia Van Bruinessen[87] aggiungono che il calo delle pubblicazioni in Europa è dovuto anche all’allentamento delle misure restrittive rispetto alla cultura e alle pubblicazioni curde in Turchia, per cui libri apparsi inizialmente in Europa sono stati ripubblicati in Turchia e tante case editrici hanno spostato la loro produzione in Turchia[88].

Nel nostro scambio di e-mail con Queyso Can, dipendente di Makpirtuk[89], egli ha indicato tre ragioni per l’attuale scarsità di pubblicazioni curde in Germania ossia l’interesse delle case editrici rivolto piuttosto al pubblico curdo in Turchia, la convenienza economica della produzione editoriale in Turchia e la presenza di un pubblico di lettori più ampia in Turchia. Nella prosecuzione della conversazione, alla domanda riguardante l’eventuale crescita del mercato tedesco egli ha affermato che

L’interesse dei curdi e delle persone di altre etnie per la lingua curda è in costante crescita. Molti lettori e istituzioni ci dicono che hanno difficoltà a trovare libri. In Europa siamo gli unici a farlo professionalmente. Quando coloro che sono interessati al curdo avranno accesso ai libri che desiderano in modo facile e veloce, ciò si rifletterà nel loro ambiente sociale[90].

Evidenziando, quindi, un vuoto di mercato che il pubblico colma acquistando libri editi in Turchia rivolgendosi a distributori online come lo stesso Makpirtuk.

Altro dato interessante che si estrapola da questa conversazione è la relativa giovane età dei clienti di Makpirtuk, che hanno usualmente tra i 20 e i 45 anni, il che indica che il processo d’integrazione non ha inibito l’interesse delle seconde e terze generazioni della diaspora curda nei confronti della cultura di provenienza dei loro genitori e nonni.

L’accentuata richiesta di libri per imparare il curdo e libri per bambini esplicita, inoltre, la volontà di approfondire la propria competenza linguistica e avere la possibilità di trasmetterla ai propri figli.

Volontariato e nuovo pubblico

Prima di concludere, ci sono altri due punti rilevanti da esaminare. Il primo riguarda la questione economica: in Germania le case editrici curde non ricevono sussidi statali e la nicchia di mercato da loro coperta è risibile. Come fanno, dunque, a sostenersi?

In soccorso ci vengono Syrett e Keles[91], che indicano come fonte di finanziamento delle imprese culturali da loro esaminate quello che definiscono crosssubsidiation di supporto volontario, donazioni e proventi di altre imprese più redditizie avviate dagli stessi imprenditori.

La presenza indispensabile di lavoro volontario, donazioni e fondi provenienti da altre attività degli editori è stata confermata nelle interviste svolte per la ricerca con l’eccezione dell’Associazione di genitori curdi Yekmal, che è finanziata da fondi pubblici dedicati alle loro attività sociali, culturali e pedagogiche.

Il secondo tema, riportato da Rigoni[92], evidenzia la strategia di consumo dei prodotti culturali da parte delle nuove generazioni con background migratorio, le quali scelgono più in base alle offerte del mercato che a criteri nazionali o etnici. Questa tendenza marca uno spartiacque rispetto a periodi precedenti in cui l’editoria curda poteva fare appello al solo senso di appartenenza per assicurasi un pubblico. Oggi c’è la necessità di sviluppare temi altri rispetto ai topoi classici delle edizioni diasporiche come vittimismo e ricordo di un passato traumatico, di portare la cultura curda a confrontarsi con il mondo in cui la popolazione diasporica vive e accettarne l’ibridazione, o meglio prenderne e svilupparne le potenzialità costruttive.

Conclusioni

La rivendicazione dell’identità curda come “essenza soppressa”[93] è stata un’ispirazione per la mobilitazione contro l’oppressione nei paesi d’origine ed è diventata anche nei contesti di migrazione uno strumento di resistenza e sopravvivenza. Ma, nel processo di risposta a identità nazionali imposte, negazione ed esclusione, il ricorso al discorso monolitico dell’“identità curda”, della “cultura curda”, dell’“origine curda” tende a omogeneizzare la cultura curda, finendo per essenzializzarne e naturalizzarne l’identità. Questo modello, caro ai nazionalisti, si scontra con la realtà della migrazione. I migranti, infatti, si trovano esposti a diversità e pluralità sociale, avviando nuovi discorsi che sottolineano le falle di questa essenza immaginata come coerente e omogenea[94].

Soprattutto nelle nuove generazioni, quelle che non hanno vissuto la migrazione in prima persona, cresciute come parte di due o più culture, che parlano più di una lingua e vivono attraverso pratiche transnazionali, si sviluppa una percezione più fluida dell’identità, che non corrisponde pienamente alla visione nazionalistica, ai sentimenti di nostalgia e vittimizzazione. I processi di ibridazione che spostano la collocazione identitaria fuori dalla visione unidimensionale del luogo e della lingua d’origine[95] come unica vera essenza dell’essere curdi mettono in crisi il discorso nazionalistico, rappresentando una sfida per la ricerca di nuovi paradigmi d’autenticità nella direzione della costruzione di “nuove etnicità”[96] plurali, aperte, ibride, che coinvolgono le differenze piuttosto che sopprimerle.

Questo processo è meno rumoroso dello scontro tra essenze, ma è anche il più prezioso, perché insegna ad andare oltre i muri obsoleti del nazionalismo[97]. Ed è a questo processo che la produzione culturale e l’editoria della diaspora curda potrebbero dare spazio, concedendo una voce a chi canta piuttosto che a chi urla. Anche le istituzioni e la società tedesca dovrebbero supportare l’espressione delle identità plurali curde, facendo uscire l’editoria curda dalle ristrettezze economiche non superabili tramite il solo mercato, per non abbandonare chi esprime posizioni sane e auspicabili per l’intera comunità tedesca.

Se, infatti, si può concordare con Alinia e Eliassi[98], che individuano come costante intergenerazionale della diaspora curda il bisogno di un luogo che sia casa, di cui sentirsi parte e in cui creare un’identità che si basi su autostima e rispetto, una casa transnazionale che trascenda le nozioni di “nazione” e “confini territoriali”, si scoprirà che la casa-comunità diasporica curda è la sorgente di un nuovo senso di comunità che crea nuove regole di convivenza basate sui principi di uguaglianza e rispetto reciproco e tese alla comunicazione interculturale.

Ancora una volta toccherà alla cultura e all’editoria farsi finestra di questa casa, una finestra che deve rimanere aperta per permettere alle voci che cantano e ascoltano, e non solo a quelle che gridano sorde, di diffondersi nel mondo, per lasciare che i traumi siano alleviati, le richieste di diritti siano accolte e, finalmente, il vento fresco dell’accettazione di tutte le differenze e la convivenza tra tutte le identità circolino per le strade del mondo intero.

  1. Questo articolo è tratto dalla tesi di Laurea Magistrale in “Editoria e Scrittura” dal titolo La finestra della diaspora curda. L’editoria curda in Germania come attrice d’identità, discussa presso La Sapienza Università di Roma nell’anno acc. 2023/2024, relatrice la Prof.ssa Maria Cristina Antonucci e correlatrice la Prof.ssa Maria Panetta.

  2. Il contesto tedesco è stato scelto per l’attivismo politico e sociale della Diaspora Curda in Germania e perché la Repubblica Federale ospita la comunità più numerosa di Curdi in Europa, con una stima che si aggira intorno al milione di persone che si riconoscono come curde.

  3. Cfr. F. Halliday, Tibet, Palestine and the Politics of Failure, articolo del 2008 disponibile su: www.opendemocracy.net/article/tibet-palestine-and-the-politics-of-failure (ultima consultazione: maggio 2024).

  4. F. Owtram, The state we’re in. Postcolonial sequestration and the Kurdish quest for independence since the First World War, in Routledge Handbook on the Kurds, a cura di M. M. Gunter, Routledge, Abingdon, 2019, p. 303.

  5. Cfr. A. Vali, The Kurds and Their “Others”: Fragmented Identity and Fragmented Politics, in «Comparative Studies of South Asia, Africa and the Middle East», 18 (2), 1998, pp. 82-95.

  6. Si veda il rapporto al parlamento Europeo di Russell-Johnston Lord, The cultural situation of the Kurds, Report to the European Parliament Committee on Culture, Science and Education, 7 July 2006. Stime simili sono riportate in B. Amman, Kurden in Europa, Ethnizität und Diaspora, Münster, Lit, 2000 e A. H. Akkaya, Kurdish Diaspora: Creating New Contingencies in Transnational Space, in Identities in Transition, edited by G. Tsolidis, Oxford, Inter-Disciplinary Press, 2012, pp. 57-58, che aggiunge che l’85% dei migranti curdi in Europa proviene dalla Turchia.

  7. Cfr. M. Van Bruinessen, Transnational Aspects of the Kurdish Question, Florence, European University Institute, 2000: «Many parents returned to their Kurdish roots under the influence of their children».

  8. Cfr. B. Başer, The Kurdish Diaspora in Europe: identity formation and political activism, Boğaziçi University-TÜSİAD Foreign Policy Forum, 2013, p. 9: «[…] the number of people of Kurdish origin who identified themselves exclusively as Kurdish rose from 20 percent to 76 percent between the 1980s and the 1990s in Germany».

  9. Cfr. M. Alinia e B. Eliassi nel loro articolo Temporal and generational impact on identity, home(land) and politics of belonging among the Kurdish diaspora, in «Nordic Journal of Migration Research», Vol. 4, No. 2, 2014, sottolineano come nella ricerca di una “home-land”, di un luogo di appartenenza, gli esiliati curdi l’abbiano trovata nella comunità diasporica, nelle associazioni, nell’agire: ‘la comunità e il movimento diasporico curdo, costruiti attorno a varie politiche di localizzazione, diventano la “casa” diasporica dove [i migranti curdi] possono trovare un senso di continuità e appartenenza’ («the Kurdish diasporic community and movement, built around various politics of location, become the diasporic “home” where they can find a sense of continuity and belonging», p. 79: traduzione nostra).

  10. Cfr. B. Başer, Kurdish Diaspora Activism in Europe: A Closer Look at the Enablers and Disablers of Diaspora Mobilization, in Kenan Engin (Hrsg.) Kurdische Migrant_innen in Deutschland Lebenswelten – Identität – politische Partizipation, Kassel, Kassel University Press GmbH, 2019.

  11. Il concetto di “everyday racism” è stato coniato nel lavoro di P. Essed, Understanding Everyday Racism: An Interdisciplinary Theory, New York, Sage Publications, 1991. Questo concetto, legato a violenze di minore o maggiore entità vissute dai migranti, non implica necessariamente che chi lo agisce abbia idee coscientemente razziste, ma piuttosto che agisca in modi che rafforzano le strutture e le ideologie razziste.

  12. Per un approfondimento dei rapporti “fraterni” tra Germania e Turchia si veda S. Skubsch, Kurdische Migrantinnen und Migranten im Einwanderungsland Deutschland. Wie werden sie von der Pädagogik und Bildungspolitik wahrgenommen? Dissertation zum Erwerb des Grades eines Dr. phil. im FB 2, Essen 2000.

  13. Ufficiali dei servizi segreti ammisero che ‘il numero dei membri del PKK era quasi raddoppiato dopo il divieto, passando da 5.000 a 9.000 tra il 1993 e il 1999, il che significava che lavoravano clandestinamente e che il divieto era fallito’ («the number of PKK members had nearly doubled since the ban, rising from 5,000 to 9,000 between 1993 and 1999, which meant they worked underground and that the ban had failed», citato in B. Başer, Inherited Conflicts: Spaces of contention between second-generation Turkish and Kurdish diasporas in Sweden and Germany, Florence, European University Institute, 2012, p. 149.

  14. «The two tasks, political (i.e. Formation of a Kurdish State) and literary (i.e., writing and compiling in the native tongue) were considered by Khani to be the two sides of the same coin. He did not view language cultivation as an end in itself. A prestigious literary language, together with a sovereign king, was the hallmark of a civilized and independent Kurdish nation»: A. Hassanpour, The Pen and the Sword: Literacy, Education and Revolution in Kurdistan, in Knowledge, Culture And Power: International Perspectives On Literacy As Policy And Practice, edited by A. R. Welch, P. Freebody, Routledge, 2005, pp. 36-56: 43 (traduzione nostra).

  15. «[…] traumatic events have always been the centre of Kurdish artistic production»: E. Sustam, Kurdish Art and Cultural Production. Rhetoric of the New Kurdish Subject, in The Cambridge History of Kurds, edited by H. Bozarslan, C. Günes & V. Yadirgi, Cambridge, Cambridge University Press, 2021, pp. 775-805: 784 (traduzione nostra).

  16. «[…] challenging the inferior feelings that, for example, Turkish cultural and nationalistic outputs might en gender»: V. Dag, The Politics of Cultural Production. Exile, Integration and Homeland in Europe’s Kurdish Diaspora, in «Diaspora Studies», 15 (1), 2022, pp. 1-26: 25 (traduzione nostra).

  17. «fosters their own cultural and social values and questions the hegemonic and colonising positions that Turkish artists impose on Kurds»: ibidem (traduzione nostra).

  18. S. Gsir, E. Mescoli, Maintaining national culture abroad – Countries of origin, culture and diaspora, in «INTERACT RR», 2015/10.

  19. «Cultural production in the diaspora can positively contribute to refugees’ social inclusion and integration when this is deployed as a therapeutic means to empower them with perspectives to cope with past discriminatory experiences and the daily emotional distress of on-going exile conditions. In this way, cultural production helps them to overcome the trauma of social isolation in exile»: V. Dag, The Politics of Cultural Production. Exile, Integration and Homeland in Europe’s Kurdish Diaspora, op. cit., p. 272 (traduzione nostra).

  20. «[…] as a means to counter disconnection and dispersion and foster communal cohesion and togetherness»: ivi, p. 281 (traduzione nostra).

  21. «[…] restore Kurdish collective heritage and cultural identities»: ivi, p. 271 (traduzione nostra).

  22. «[…] achieve visibility for the Kurdish cause»: V. Dag, The Politics of Cultural Production. Exile, Integration and Homeland in Europe’s Kurdish Diaspora, op. cit., p. 271 (traduzione nostra).

  23. «Local audiences are able to gain insight into social, traditional and political issues that are anchored in the lives of Kurdish refugees, which helps to fight misunderstanding and stereotypes: V. Dag, The Politics of Cultural Production. Exile, Integration and Homeland in Europe’s Kurdish Diaspora, op. cit., p. 283 (traduzione nostra).

  24. «[…] between emigrants and the majority society in spaces where migrants are empowered»: S. Gsir, E. Mescoli, Maintaining national culture abroad – Countries of origin, culture and diaspora, op. cit., p. 24 (traduzione nostra).

  25. «Kurdish diasporas create spatial belonging to the homeland in four areas: their identification with the homeland, confrontation with ruling governments, intra-community criticism and visibility, and legitimacy of the homeland cause»: V. Dag, The Politics of Cultural Production. Exile, Integration and Homeland in Europe’s Kurdish Diaspora, op. cit., p. 284 (traduzione nostra).

  26. «The Kurdish Institute of Paris, founded in 1983 by Kurdish intellectuals living in various European countries, with the support of France’s then socialist government, is the first major Kurdish institution in Europe. It is at once a cultural and social centre for the Kurdish community in Paris, a study and documentation centre with a large research library, and a modest diplomatic mission. It is not affiliated with any specific Kurdish party or association but it has facilitated meetings of Kurdish politicians of various parties with European officials and politicians. It publishes a number of journals and bulletins, and it has pioneered attempts to develop a standard for northern Kurdish (Kurmanci) through a series of conferences attended by many Kurdish authors and through a journal in which the agreed upon standard terms are published. Later, Kurdish institutes were also founded in Brussels (1989), Berlin (1994), Moscow (1996) and Washington DC (1996), as well as a well-endowed Kurdish library in Stockholm (1997). Each of these institutes differs from the others in constituency and types of activity, but all of them have contributed to the consolidation and strengthening of Kurdish language and culture»: M. Van Bruinessen, Transnational Aspects of the Kurdish Question, op. cit., p. 20 (traduzione nostra).

  27. «- Öffentlichkeitsarbeit, Informations und Bildungsarbeit und damit zum Teil verbunden die Forderung nach Anerkennung als eigenständige Ethnie mit entsprechenden Rechten in den Aufnahmeländern; -Mobilisierung unpolitischer beziehungsweise assimilierter Kurden; – Sozialarbeit, soziale und rechtliche Beratung und Unterstützung für Neuzugewanderte; – Erhaltung und Förderung, teilweise Wiederbelebung der kurdischen Kultur, insbesondere der kurdischen Sprache; – Kritische Auseinandersetzung mit und Förderung der Integration in die jeweilige Aufnahmegesellschaft; – Unterstützung des Widerstandskampfes in den Herkunftsregionen»: B. Amman, Kurden in Europa, Ethnizität und Diaspora, op. cit., p. 162 (traduzione nostra).

  28. Cfr. M. Alinia, Spaces of Diasporas. Kurdish identities, experiences of otherness and politics of belonging, Department of Sociology, Göteborg, Göteborg University, 2004.

  29. «migrants and their descendants who establish entrepreneurial activities that span the national business environments of their countries of origin and countries of residence. The emphasis here is upon the important role diaspora entrepreneurs and communities can play in shaping transnational flows of capital, commodities, labour, knowledge and business activities»: S. Syrett, J. Y. Keles, Diasporas, agency and enterprise in settlement and homeland contexts: Politicised entrepreneurship in the Kurdish diaspora, in «Political Geography», 73, 2019, p. 62 (traduzione nostra).

  30. «[…] that of support for the preservation and promotion of Kurdish culture and language, and the dissemination of knowledge, information, news and debate about the Kurdish condition»: ivi, p. 65 (traduzione nostra).

  31. «Firstly, it refers to the way in which cultural workers produce ‘material objects, actions and interactions’ as well as events. Secondly, it concerns how these produced objects and events are interpreted. Finally, it is important how the artefacts produced are consumed»: V. Dag, The Politics of Cultural Production. Exile, Integration and Homeland in Europe’s Kurdish Diaspora, op. cit., p. 275 (traduzione nostra).

  32. «[…] food, clothes, various objects used on an everyday basis (dishes, carpets, cleaning items, bedding, napery, body products etc.), and also artistic products (music, movies, books, newspapers) contribute to defining their specific image and to displaying it, an identity which is designed both for the self and for others: S. Gsir, E. Mescoli, Maintaining national culture abroad – Countries of origin, culture and diaspora, op. cit., p. 16 (traduzione nostra).

  33. «Every colonized people – in other words, every people in whose soul an inferiority complex has been created by the death and burial of its local cultural originality – finds itself face to face with the language of civilizing nation; that is, with the culture of the mother country. The colonized is elevated above his jungle status in proportion to his adoption of the mother country’s cultural standards. He becomes whiter as he renounces his blackness, his jungle»: F. Fanon, Black Skin, White Masks, London, Pluto Press, 1967 (traduzione nostra).

  34. Cfr. S. Cakir-Kilincoglu, Staying Politically Active in Exile: Kurdish Activists in Germany, in Global Processes of Flight and Migration. The Explanatory Power of Case Studies / Globale Flucht- und Migrationsprozesse. Die Erklärungskraft von Fallstudien, edited by E. Bahl, J. Becker, Göttingen, Göttingen University Press, 2020, pp. 201-19.

  35. «The cinematic and artistic productions of the post-2000 period rely more on singular installations and the collective narration. The language used in cinema, literature and art in this period features the epistemic definitions of the author himself/herself, the positive energy of the resistance culture, the mundane life of the neglected ordinary Kurds, rather than the idealized Kurdish subject»: E. Sustam, Kurdish Art and Cultural Production. Rhetoric of the New Kurdish Subject, op. cit., p. 789 (traduzione nostra).

  36. ‘Secondo il Metzler Lexicon Literatur, la “letteratura in esilio” in senso generale è la produzione letteraria di autori che, a causa di persecuzioni politiche, religiose o razziste, sono costretti a vivere e lavorare in un luogo diverso da quello desiderato. Ciò è solitamente accompagnato dalla perdita della consueta comunità linguistica e del pubblico precedente’ («Nach dem Metzler Lexikon Literatur ist, Exilliteratur’ im allg. Sinne die lit. Produktion von Autoren, die wegen politischer, religiöser oder rassistischer Verfolgung gezwungen sind, sich an einem anderen als dem von ihnen gewünschten Lebens- und Arbeitsort aufzuhalten. Meist geht damit der Verlust der gewohnten Sprachgemeinschaft und des bisherigen Publikums einher», citato in T. Specht, Kurdische Exilliteratur im deutschsprachigen kontext, «Japanische Gesellschaft fur Germanistik», 2014, p. 206 (traduzione nostra).

  37. «Die erste Phase sei stark von der Rückkehrorientierung und Realitätsverarbeitung im Immigrationsland geprägt. Die zweite Phase kritisiere sowohl Rechtlosigkeit und Diskriminierung im Zuzugsland als auch reaktionäre Strukturen innerhalb der Migrantenminderheit. Als drittes folge die Phase der Individualisierung. Die Autoren ließen sich keine Fremdzuschreibungen mehr gefallen. Sie wollten sich weder über Ethnie, Sprache noch Aufenthaltsstatus definieren lassen»: S. Skubsch, Kurdische Migrantinnen und Migranten im Einwanderungsland Deutschland. Wie werden sie von der Pädagogik und Bildungspolitik wahrgenommen?, op. cit. (traduzione nostra).

  38. Cfr. S. Gsir, E. Mescoli, Maintaining national culture abroad – Countries of origin, culture and diaspora, op. cit.

  39. «Informed by criticism of cosmopolitanism, Kurdish diaspora artists give rise to a combined perspective that the homeland is not less important in the lives of diasporic artists and members, but — as the politics of cultural production demonstrate(s) — the homeland is introduced in connection with universal themes that simultaneously create communal, territorial and multiple social and cultural belongings»: V. Dag, The Politics of Cultural Production. Exile, Integration and Homeland in Europe’s Kurdish Diaspora, op. cit., p. 9 (traduzione nostra).

  40. Cfr. T. Skutnabb-Kangas and S. Bucak, Killing a mother tongue – how the Kurds are deprived of linguistic human rights, in Linguistic Human Rights. Overcoming Linguistic Discrimination. Contributions to the Sociology of Language 67, edited by T. Skutnabb-Kangas, R. Phillipson and M. Rannut, Berlin e New York, Mouton de Gruyter, 1994, pp. 347-70.

  41. «[…] everybody can – identify with their mother tongue(s) and have this identification accepted and respected by others, – learn the mother tongue(s) fully, orally and in writing (which presupposes that minorities are educated through the medium of their mother tongue(s)), – use the mother tongue in most official situations (including schools); other languages, that everybody whose mother tongue is not an official language in the country where s/he is resident, can – become bilingual (or trilingual, if s/he has 2 mother tongues) in the mother tongue(s) and (one of) the official language(s) (according to her own choice); the relationship between languages, – any change of mother tongue is voluntary, not imposed»: ivi, p. 354 (traduzione nostra).

  42. Cfr. «Prohibiting the use of the language of the group in daily intercourse or in schools, or the printing and circulation of publications in the language of the group»: ivi, p. 353 (traduzione nostra).

  43. «1. attempting to kill a language; 2. letting a language die; 3. unsupported coexistence; 4. partial support of specific language functions; 5. adoption as an official language»: ivi, p. 355 (traduzione nostra).

  44. «But no other countries prohibit in their Constitutions the internal identification with a language (i.e. forbid self-identification with one’s mother tongue), or try to change the mother tongue by origin (i.e. regulate what parents can name their children, which language they can talk to their children in private and/or public places), or change by force the external identification of mother tongues (claim that a group’s mother tongue or ethnic identity is something else than what it is).To kill a language you have to either kill the individuals speaking it or make these individuals change their mother tongue. Turkey tries to change the mother tongue of the Kurds and make Turkish their mother tongue. If you are not allowed to identify with your mother tongue and ethnic group, to learn your mother tongue and to develop it in school, and to use it publicly, the consequence in the long run is that the language is killed»: ivi, p. 355 (traduzione nostra).

  45. Cfr. N. Ucarlar, Between Majority Power and Minority Resistance: Kurdish Linguistic Rights in Turkey. Tesi di Dottorato (monografia), Dipartimento di Scienze Politiche, Lund University, 2009.

  46. Si faccia riferimento al WAL (World Atlas of Languages) dell’UNESCO, alla pagina https://en.wal.unesco.org/discover/languages?text=Kurdish&sort_by=title (ultima consultazione: giugno 2024), che designa come potenzialmente vulnerabile il “Central Kurdish”, “Kurdish” e “Southern Kurdish”, mentre il “Northern Kurdish” viene classificato come «definitivamente in pericolo». Per una definizione delle categorie di classificazione delle lingue usate dall’UNESCO si veda l’elenco riportato dall’UCONN (Univeristy of Connecticut) alla pagina https://guides.lib.uconn.edu/c.php?g=1232158&p=9415488 (ultima consultazione: giugno 2024).

  47. «[…] da sie, aufgrund repressiver Sprachpolitik in den privaten Bereich verdrängt ist und nach wie vor keinen Status als Bildungs- und Verwaltungssprache besitzt»: T. Specht, Kurdische Exilliteratur im deutschsprachigen kontext, op. cit., nota 14, p. 207 (traduzione nostra).

  48. «1. Kurmancî (auch: Nordkurdisch), 2. Kirmanckî (auch: Dimili/ Zazaki), 3. Hewrami (auch: Gorani), 4. Sorani (auch: Zentralkurdisch), und 5. Feyli, Kelhûrî, Kirmashani und Laki (auch: Südkurdisch)»: S. Derince, Kurdisches Leben in Berlin: Ergebnisse einer quantitativen Umfrage, Berlin, Yekmal Akademie, 2020 (traduzione nostra).

  49. «The Bedir-Xan variety (Bedir-Xan—Lescot 1970) (or HAWAR-variety), introduced in 1932 in Damascus and Beirut by Celadet Ali Bedir-Xan in the magazine Hawar, based on Kurmanci (mainly as spoken in the south-eastern parts of Turkish Kurdistan), uses the Latin alphabet. The Sulemaniye variety, the standard language of the Kurds in Iraqi Kurdistan, based on the Sorani variety of Kurdish, uses a modified variety of the Arab-Persian script (and the Arabic script was also used in Turkish Kurdistan until 1928–1929). Standard Kurdish in the former USSR, based on Kurmanci as spoken in the southern parts of Armenia, uses the Cyrillic alphabet, but the Latin alphabet was used for Kurdish in the USSR until the late 1930s»: T. Skutnabb-Kangas and S. Bucak, Killing a mother tongue – how the Kurds are deprived of linguistic human rights, op. cit., p. 348 (traduzione nostra).

  50. Cfr. B. Amman, Das kurdische Identitätsprojekt und seine Entwicklung, in Kenan Engin (Hrsg.) Kurdische Migrant_innen in Deutschland Lebenswelten – Identität – politische Partizipation, Kassel, Kassel University Press GmbH, 2019.

  51. «Despite attempts to preserve a ‘democratic stance’ that acknowledges different dialects, Kurdish intellectuals seem to prioritise linguistic unity in order to ensure Kurdish ‘national’ unity»: N. Ucarlar, Between Majority Power and Minority Resistance: Kurdish Linguistic Rights in Turkey, op. cit., p. 208 (traduzione nostra).

  52. Ibidem.

  53. Cfr. B. Başer, Inherited Conflicts: Spaces of contention between second-generation Turkish and Kurdish diasporas in Sweden and Germany, op. cit.

  54. A. Hassanpour, Nationalism and language in Kurdistan, 1918-1985, San Francisco, Mellen Research University Press, 1992, p. 77.

  55. Cfr. K. Schamberger, Vom System zum Netzwerk Medien, Politik und Journalismus in Kurdistan, Frankfurt am Main, Westend Verlag GmbH, 2022.

  56. Cfr. T. Skutnabb-Kangas and S. Bucak, Killing a mother tongue – how the Kurds are deprived of linguistic human rights, op. cit.

  57. «Was kann ich tun? Das Kurdische, meine Muttersprache, kann ich mehr oder weniger sprechen, aber ich kann mich darin weder intellektuell ausdrücken noch kann ich es schreiben. […] Die kurdische Sprache ist von mir entfernt oder im Gegenteil: Ich bin von dieser Sprache entfernt. Nur schon dies zu sagen ist sehr traurig. Ich drücke mich auf Türkisch aus. Ich fühle Kurdisch, denke und schreibe aber auf Türkisch»: Y. Erdogan citato in T. Specht, Kurdische Exilliteratur im deutschsprachigen kontext, op. cit., nota 15, p. 207 (traduzione nostra).

  58. «Although those whospeak Kurdish are seen as examples of a healthier construction of cultural identity, the common view is that language is not necessarily the milestone of cultural identity, and more importantly, that language should not be a marker of political identity»: N. Ucarlar, Between Majority Power and Minority Resistance: Kurdish Linguistic Rights in Turkey, op. cit., p. 254 (traduzione nostra).

  59. «We cannot blame [Kurdish] people for not speaking Kurdish», affermazione di Cemal Ballıkaya, codirettore dell’Istituto Curdo di Berlino, citata da N. Ucarlar (ivi, p. 250; traduzione nostra).

  60. «If a language is not passed on by parents to children (if it does not become the children’s first learned language) and if the children do not identify with a language, it dies»: T. Skutnabb-Kangas and S. Bucak, Killing a mother tongue – how the Kurds are deprived of linguistic human rights, op. cit., p. 356 (traduzione nostra).

  61. Cfr. B. Başer, Inherited Conflicts: Spaces of contention between second-generation Turkish and Kurdish diasporas in Sweden and Germany, op. cit., p. 217 (traduzione in italiano nostra).

  62. «In regulating the mother tongue by COMPETENCE schools play a decisive role. If a minority language is not used as a medium of education, it is very unlikely that it is maintained over several generations as a language which the children learn in all domains, including literacy at a high level. Teaching a minority language as a subject in school is mostly not enough»: T. Skutnabb-Kangas and S. Bucak, op. cit., pp. 355-56 (traduzione nostra). Gli autori inoltre aggiungono che ‘Molte lingue indigene che sono state mantenute per generazioni, nonostante la colonizzazione, quando non c’erano scuole, sono scomparse nel giro di una o due generazioni, non appena i bambini hanno iniziato a ricevere un’istruzione formale [nella lingua dei colonizzatori]’.

  63. «[…] no language other than Turkish shall be taught as a mother tongue to Turkish citizens»: dalla Constitution of the Republic of Turkey, riportata in R. Ameen, Present situation with the Kurdish language, Philology Theory & Practice, Krasnoyarsk, Siberian Federal University, 2019, p. 86 (traduzione nostra).

  64. Cfr. E. Savelsberg e S. Hajo, in Das kurdische Berlin, a cura di Berliner Gesellschaft zur Förderung der Kurdologie e. V., Berlin, Die Ausländerbeauftragte des Senats, 2003, pp. 26-33 (traduzione nostra).

  65. «[…] Kurdisch nicht an der Universität studiert werden kann, ist zu befürchten, dass nicht ausreichend geeignete Lehrer zu Verfügung stehen werden»: ivi, p. 26 (traduzione nostra).

  66. «Unsere Kinder sind zuhause Kurden, auf der Straße Türken und in der Schule Deutsche»: S. Skubsch, Kurdische Migrantinnen und Migranten im Einwanderungsland Deutschland. Wie werden sie von der Pädagogik und Bildungspolitik wahrgenommen?, op. cit., p. 121 (traduzione nostra).

  67. Cfr. E. Savelsberg e S. Hajo, Das kurdische Berlin, op. cit.

  68. «Not all bilingualism is considered as a resource, however, since the languages of some countries of origin are better regarded and are considered more profitable than others»: S. Gsir, E. Mescoli, Maintaining national culture abroad – Countries of origin, culture and diaspora, op. cit., p. 16 (traduzione nostra).

  69. «Von den Eliten werden zwar im Zuge der Konstruktion der europäischen Einheit Sprachkenntnisse in mehreren westlichen Sprachen gefordert, aber die Kompetenz der „Gastarbeiterkinder“ in mehreren Sprachen wird nicht honoriert. Nur ihren Defiziten in der deutschen Sprache wird innerhalb des Bildungswesens Beachtung geschenkt»: S. Skubsch, Kurdische Migrantinnen und Migranten im Einwanderungsland Deutschland. Wie werden sie von der Pädagogik und Bildungspolitik wahrgenommen?, op. cit., p. 150 (traduzione nostra).

  70. «[…] even the most a-political Kurdish intellectuals were seen as political figures because writing in the Kurdish language and having Kurdish identity were considered political actions in themselves»: N. Ucarlar, Between Majority Power and Minority Resistance: Kurdish Linguistic Rights in Turkey, op. cit., p. 209 (traduzione nostra).

  71. Ibidem.

  72. Cfr. K. Schamberger, Vom System zum Netzwerk Medien. Politik und Journalismus in Kurdistan, op. cit., p. 141.

  73. «In 1980 Kurdish was an adequate language for use in the household and in village life, but it was hardly possible to discuss contemporary political and social matters in it. Most Kurdish politicians and intellectuals thought their most important thoughts and spoke their most sophisticated words in Turkish»: M. Van Bruinessen, The Kurds in Movement: Migrations, mobilisations, communications and the globalisation of the Kurdish question, in Working Paper no. 14, Tokyo, Islamic Area Studies Project, 1999, p. 10 (traduzione nostra).

  74. «[…] a great part of the people that constitute the [Kurdish] movements were not able to conduct intellectual activity in their own language; […] even if those who speak Kurmanji and Zazaki had been competent enough [to do so], they would have faced with the same question, namely they would have needed a common language and that language would have not been any one other than Turkish that everybody had learnt at school»: N. Ucarlar, Between Majority Power and Minority Resistance: Kurdish Linguistic Rights in Turkey, op. cit., p. 216 (traduzione nostra).

  75. Cfr. S. Skubsch, Kurdische Migrantinnen und Migranten im Einwanderungsland Deutschland. Wie werden sie von der Pädagogik und Bildungspolitik wahrgenommen?, op. cit.

  76. Cfr. K. Schamberger, Vom System zum Netzwerk Medien. Politik und Journalismus in Kurdistan, op. cit.

  77. Ibidem.

  78. Cfr. N. Ucarlar, Between Majority Power and Minority Resistance: Kurdish Linguistic Rights in Turkey, op. cit.

  79. «Durch die Reflexion geteilter Erfahrungen tragen die Texte der ‘kurdischen Exilliteratur’ zur Konstitution einer kollektiven Identität bei. Das ‘Kurdisch-Sein’ verweist damit nicht auf eine ethnisch oder kulturell geprägte, sondern auf eine durch die gesellschaftspolitischen Umstände geprägte Identität. Sie definiert sich durch die Zugehörigkeit zu einer Schicksalsgemeinschaft und verweist gleichzeitig auf die Position im sozialen Konflikt auf der Seite der Unterdrückten. Kurdische Exilliteratur ist eine engagierte Literatur, stets musste sie sich gegen Repressionen behaupten»: T. Specht, Kurdische Exilliteratur im deutschsprachigen kontext, op. cit., p. 215 (traduzione nostra).

  80. Cfr. E. Sustam, Kurdish Art and Cultural Production. Rhetoric of the New Kurdish Subject, op. cit.

  81. Cfr. M. Van Bruinessen, Transnational Aspects of the Kurdish Question, op. cit.

  82. «Since the end of Stalinism, the Kurds of Armenia (who constituted a relatively small nationality there, numbering only approximately 50,000) enjoyed more cultural rights than the Kurds elsewhere in the region, and publishing in Kurdish was actually encouraged»: M. Van Bruinessen, Transnational Aspects of the Kurdish Question, op. cit., p. 15 (traduzione nostra).

  83. KOMKAR è la prima associazione di lavoratori curdi creata da studenti e intellettuali negli anni Settanta. Oltre a un intenso impegno sociale e politico, questa associazione ha pubblicato 47 testi tra il 1979 e il 2010.

  84. «It is true that these publications did not have very large circulation, for their reading public constituted only a small fraction of the Kurds in Europe. But their readership and contributing authors constituted enough of a critical mass for the development of a modern written language»: M. Van Bruinessen, Transnational Aspects of the Kurdish Question, op. cit., p. 15 (traduzione nostra).

  85. Casa editrice con base a Stoccolma, fondata nel 1988.

  86. Cfr. N. Ucarlar, Between Majority Power and Minority Resistance: Kurdish Linguistic Rights in Turkey, op. cit.

  87. Cfr. M. Van Bruinessen, Transnational Aspects of the Kurdish Question cit. e N. Ucarlar, Between Majority Power and Minority Resistance: Kurdish Linguistic Rights in Turkey cit.

  88. Per un approfondimento riguardo al “ritorno” delle case editrici curde europee in Turchia si veda C. Minelli, Il caso “ostinato” dell’editoria curda in Turchia, in «Diacritica», fasc. 42, 31 dicembre 2021, estratto della tesi di Laurea magistrale in “Editoria e scrittura” dal titolo Libri osteggiati, libri ostinati: lo sviluppo di un’editoria curda in Turchia, discussa presso Sapienza Università di Roma nell’anno acc. 2020/2021, relatrice la Prof.ssa Maria Panetta e correlatore il Prof. Giulio Perrone, consultabile all’URL: https://diacritica.it/storia-dell-editoria/il-caso-ostinato-delleditoria-curda-in-turchia.html (ultima consultazione: giugno 2024).

  89. Makpirtuk è una libreria online di libri curdi, attiva soprattutto in Europa, che vanta un catalogo molto ampio (attualmente 36.357 titoli). Il sito web è consultabile all’URL: https://makpirtuk.de/en/ (ultima consultazione: giugno 2024).

  90. «The interest of Kurds and people of other ethnicities in Kurdish is constantly growing. many readers and institutions tell us that they have difficulty finding books. In Europe, we are the only ones who do this professionally. When those who are interested in Kurdish have access to the books they want easily and quickly, this will be reflected in their social environment» (traduzione nostra).

  91. S. Syrett, J. Y. Keles, Diasporas, agency and enterprise in settlement and homeland contexts: Politicised entrepreneurship in the Kurdish diaspora, op. cit.

  92. Cfr. I. Rigoni, Turkish and Kurdish Media Production in Europe: A Comprehensive Overview, London, London School of Economics and Political Science, Dept Media, programma EMTEL su Diasporic Minorities and their Media in the EU, 2002.

  93. Cfr. M. Alinia, Spaces of Diasporas. Kurdish identities, experiences of otherness and politics of belonging, op. cit.

  94. J. Mahmod, New Online Communities and New Identity Making, in «Journal of Ethnic and Cultural Studies», Vol. 6, No. 2, 2019, Special Issue: Kurdish Diaspora, pp. 34-43.

  95. B. Ammann, Das kurdische Identitätsprojekt und seine Entwicklung, op. cit.

  96. M. Alinia, Spaces of Diasporas. Kurdish identities, experiences of otherness and politics of belonging, op. cit.

  97. ‘Le costruzioni di nuovi muri rappresentano un canto del cigno per la nozione convenzionale del nesso tra identità e territorio, in un mondo moderno sempre più connesso, ibridato e fluido’ («The constructions of new walls represent a swan-song for the conventional notion of the nexus between identity and territory, in an increasingly linked, hybridized and fluid modern world»): J. Mahmod, New Online Communities and New Identity Making cit., p. 35 (traduzione nostra).

  98. Cfr. M. Alinia, B. Eliassi, Temporal and generational impact on identity, home(land) and politics of belonging among the Kurdish diaspora, op. cit.

(fasc. 54, 25 novembre 2024)