Da “L’italiano” a “Cara Italia”: vecchie e nuove rappresentazioni del Belpaese nella canzone italiana. L’Italia in tutte le salse

Author di Laura Nieddu

Come «formosissima donna», «povera ancella», «alma terra natia» descriveva la propria patria Leopardi nel 1818[1]; «cara» la definiva Manzoni con tono solenne in Marzo 1821[2], così come «una d’arme, di lingua, d’altare, di memorie, di sangue e di cor», celebre concetto di nazione. Ancor prima, Petrarca, in Italia mia, benché ’l parlar sia indarno, denunciava l’occupazione da parte di milizie straniere e la mancanza di fraternità tra le genti italiane[3] e, secoli dopo, nel Secondo dopoguerra, Salvatore Quasimodo celebrava l’Italia con grande senso di appartenenza, chiamandola «mio paese»[4]. Il sentimento che si respira in questi poemi è quello di un’esaltazione/difesa di una terra vilipesa e calpestata, che ha bisogno della voce altisonante dei suoi poeti per contrastare i mali della storia. Tale visione perdura fino ad oggi oppure i poeti odierni, più precisamente quelli che potremmo definire “poeti pop”, i cantanti dell’universo della musica leggera, ritraggono l’Italia in altri termini, meno lusinghieri?

Partiamo dalla constatazione che la canzone, come tutte le arti, rispecchia la società nel momento e nel luogo in cui essa viene prodotta. In tal senso, appare come strumento espressivo forte di istanze, pensieri, sentimenti sociali, riflesso non solo della sensibilità di chi la compone, ma anche frutto di un ambiente e di un sentire comune. Funge, cioè, come sottolineato da Lorenzo Coveri, da «grande trasmettitore culturale»[5], perché anche grazie alle canzoni si può costituire «un serbatoio di memoria collettiva che fa sentire tutti gli italiani, al di là delle differenze regionali, generazionali, sociali, culturali, parte di una medesima comunità»[6].

Le canzoni prese in considerazione nel presente studio rappresentano le componenti di una fotografia in musica dell’Italia lungo gli ultimi cinquanta anni, con un focus sulle rappresentazioni del paese, stereotipate o meno, e sul loro “gusto”[7]. Il sottotitolo di questo lavoro, L’Italia in tutte le salse, deriva, infatti, dalla presa di coscienza della possibilità di una categorizzazione sulla base del “sapore” dei diversi testi, che emerge da aggettivi, elementi tematici o, ancora, note di colore. Di conseguenza, nell’analisi sinestetica delle quarantadue canzoni scelte, si procederà non per forza in ordine cronologico, bensì gustativo, per scoprire quali pregi e quali difetti siano prediletti dagli autori nelle varie composizioni canore ‒ zuccherate, amare e agrodolci ‒, e quali siano le pieghe dietro cui si celano i sentimentalismi patriottici o gli strali lanciati contro il paese e il suo popolo.

Prima di tutto, dato che il nostro lavoro è stato introdotto dagli appellativi attribuiti all’Italia da alcuni poeti del passato, è interessante vedere quali siano, nel panorama della canzone, gli aggettivi, le metafore o gli epiteti usati per designarla, direttamente o indirettamente:

«Dolce e beato paese» (Endrigo, 1968)[8]

«Tierra de maccaroni multinazionali / tierra de scandalos e de scandalizados» (Venditti, 1982)

«Dolce Italia» (Finardi, 1987)

«Dolce e perversa / sexy e austera» (Bennato, 1987)

«Povera patria» (Battiato, 1991)

«Italia d’oro / Italia nera, vecchia vivandiera» (Bertoli, 1992)

«L’aereo più pazzo del mondo» (Pooh, 1992)

«Un balcone affacciato sul mare» (Squadra Italia, 1994)

«La terra dei cachi» (Elio e le Storie Tese, 1996)

«Il bel paese del sole» (Concato, 1996)

«Madre dimenticata» (Zero, 1998)

«Questa nostra patria / Belpaese» (Gaber, 2003)

«Madre della storia, musica del firmamento» (Cammariere, 2004)

«La penisola italiana» (Cristicchi, 2007)

«Paese delle mezze verità» (Fabri Fibra, 2008)

«Vecchia canzone che vogliamo tornare a cantare» (Masini, 2009)

«Italia amore mio» (Pupo, Luca Canonici ed Emanuele Filiberto di Savoia, 2010)

«Malincònia / il “bel paese là dove ’l sì sona” / terra di santi subito e sanguisuga / il paese del sole» (Caparezza, 2011)

«La mia Italietta / nazione marionetta» (Er Costa, 2011)

«Un paese che è sordo e che scorda e dimentica / Italietta / macchietta / una nazione in rotta verso l’autodistruzione» (Mr. Phil, 2013)

«La grazia vestita da baraonda» (Jovanotti, 2017)

«Giovane vecchia Italia» (Buio Pesto, 2018)

«Il paese più bello del mondo» (Jesto, 2018)

«Cara Italia / la mia dolce metà» (Ghali, 2018)

«Paese della corruzione» (Urano, 2020)

Una prima considerazione è che non esiste una definizione univoca, né in positivo né in negativo, ma si possono evidenziare delle tendenze: prima di tutto, l’aggettivo “dolce” è quello più utilizzato (Endrigo, Finardi, Bennato e Ghali); si rileva un tono nostalgico o compassionevole nei versi di Battiato, Zero e Masini, un giudizio ambivalente in Bertoli, Bennato e Jovanotti; una nota ironica in Venditti, Pooh ed Elio e le Storie Tese, mentre un intento celebrativo è chiaro negli appellativi scelti dalla Squadra Italia, da Concato, Cammariere e Pupo, Luca Canonici ed Emanuele Filiberto di Savoia. Un’altra annotazione evidente riguarda la presenza dei termini più duri nei brani rap (Caparezza, Er Costa, Mr. Phil e Urano), fatto non sorprendente dato che il genere, per sua stessa natura, si distingue spesso per linguaggio crudo e manifeste denunce.

Ci si è, inoltre, resi conto che in questo menù musical-gustativo esiste una fitta rete di rimandi a canzoni nazional popolari, a quelle, cioè, che più rappresentano il patrimonio canoro comune e che hanno contribuito a ritrarre lo stesso popolo italiano nel corso dei decenni. Ecco un breve quadro degli omaggi in questione:

  • Pierangelo Bertoli cita direttamente alcuni versi dell’inno di Mameli in chiusura di Italia d’oro («Fratelli d’Italia, l’Italia s’è desta / dell’elmo di Scipio s’è cinta la testa»). Un richiamo simile è presente nei pezzi di Tommy Kuti («L’Italia s’è desta, l’Italia s’è persa») e di Urano (con lo stesso titolo della sua canzone oltre che con alcuni versi: «Fratelli d’Italia, l’Italia s’è desta / ma forse qualcuno ci ha perso la testa / e dov’è la vittoria, chiedetevi a Roma»);
  • gli Articolo 31 con «un bicchiere di vino con un panino» rimandano a Felicità di Albano e Romina (1982), mentre con «sono l’italiano medio nel blu dipinto di blu» e «ma spero che un sogno così non ritorni mai più» citano, ovviamente, Nel blu dipinto di blu di Domenico Modugno (1958). Tra l’altro, Modugno è omaggiato anche dalla Squadra Italia nei versi «Ma cos’è una canzone / arriva volando / dipinta di blu». Infine, con «finché la barca va finché la barca affonda», gli Articolo 31 fanno l’occhiolino al successo del 1971 di Orietta Berti, così come Venditti in Oh Italia: «tierra de “fin che la barca va lasciala andare”»;
  • Sfera Ebbasta e Rvssian citano esplicitamente Toto Cutugno nell’intro della loro canzone, dal titolo significativo (Italiano Anthem): «Lasciatemi cantare / perché ne sono fiero / sono un italiano»;
  • Elio e le Storie Tese cantano «Papaveri e papi, la donna cannolo, una lacrima sul visto», storpiando i famosi brani di Nilla Pizzi (Papaveri e papere, 1952), Francesco De Gregori (La donna cannone, 1987) e Bobby Solo (Una lacrima sul viso, 1964), in linea con lo spirito ironico e parodistico di tutto il brano;
  • Cristicchi, cantando «L’Italia di Piero», fa chiaramente riferimento a La guerra di Piero di De André (1966).

Un altro aspetto che salta agli occhi, e che meriterebbe uno studio più approfondito, è costituito dalle varie occorrenze del termine “bandiera”, sia in senso concreto che metaforico, in richiamo a un patriottismo vero o supposto o a istanze divisive interne:

  • De Gregori, 1979: «L’Italia con le bandiere»

  • Cutugno, 1983: «Con la bandiera in tintoria»

  • Bennato, 1987: «La tua bandiera ondeggia e ti copre appena»

  • Bertoli, 1992: «Italia nera sotto la bandiera»

  • Carboni, 1995: «Sventoliamo troppe bandiere / col bastone nella mano»

  • Elio e le Storie Tese, 1996: «Sventolando il bandierone non più sangue scorrerà»

  • Zero, 1998: «Non è il fascino ruffiano di una bandiera»

  • Bennato, 2012: «E allora quando è festa / sventoliamo le bandiere / o tutte rosse o tutte verdi oppure a tre colori».

Prima di entrare nel cuore della nostra analisi, è necessario chiarire cosa s’intende con le denominazioni scelte per le tre categorie già citate: con “canzoni zuccherate” si fa riferimento a canti di esaltazione intrisi spesso di retorica patriottica, inni d’amore assoluti conditi da stereotipi positivi; tra le “canzoni amare”, invece, si annoverano le composizioni che non celebrano l’Italia, ma ne denunciano i mali; per finire, le “canzoni agrodolci” sono quelle che mostrano il buono e il brutto, pregi e difetti, difficoltà e vantaggi del vivere in Italia e, come si vedrà, sono quelle decisamente più numerose.

Non ci si propone, qui, un’analisi di tutti i versi delle oltre quaranta canzoni prese in considerazione, bensì un angolo di lettura differenziato per ciascuna delle tre categorie individuate, in modo da porre in evidenza i fattori che spingono alla suddivisione dei brani nelle tre aree gustative.

Canzoni zuccherate

Per le canzoni appartenenti a tale categoria, si è deciso di concentrarsi principalmente sui ritornelli, per verificare se questi già spargano nell’aria note dolciastre.

Si comincia, in ordine cronologico, con L’italiano di Toto Cutugno, del 1983. Lo spirito celebrativo di questa canzone è evidente, e non è un caso che sia uno dei brani italiani più famosi e rappresentativi dell’Italia in Europa[9]. L’intento esaltativo è lampante sin dal famoso ritornello che grida orgoglio patrio («Lasciatemi cantare / perché ne sono fiero»), perfettamente in linea con l’affresco quasi caricaturale delle manie del Belpaese di quarant’anni fa[10].

Sempre celebrativa, seppur in maniera più discreta, è Dolce Italia di Eugenio Finardi, del 1987. Il cantante milanese gioca sul contrasto con l’America: siamo negli anni ’80, quelli degli yuppies, quelli della «troppa America sui manifesti», quelli dell’esterofilia a stelle e strisce. Il cantante reagisce a questa sudditanza culturale esaltando i meriti del proprio paese: «Ma in Italia, oh dolce Italia / in Italia è già primavera / In Italia, oh dolce Italia / la gente è più sincera / la vita è più vera». Visione ingenua da parte del cantautore? Non esattamente, dato che, come Lorenzo Coveri sottolinea, il tono è piuttosto sarcastico, soprattutto nei confronti della già citata esterofilia[11]. Questo, in definitiva, colloca il brano nella categoria zuccherata solo a un primo assaggio.

Nessun dubbio, invece, sulla natura mielosa di Italia di Mino Reitano, del 1988: «Italia, Italia / di terra bella uguale non ce n’è / Italia, Italia / questa canzone io la canto a te». In tale fiera del vanto, si esalta una terra adorata dalla sua gente, profumata, dalle radici contadine, che balla, canta e ride e che dà addirittura i natali al sole. Insomma, una quintessenza di pasticceria.

Le vecchie glorie riunite nella Squadra Italia cantano a Sanremo, nel 1994, Una vecchia canzone italiana, un mix di tutti i clichés sull’Italia facenti capo all’epoca, intorno agli anni ’60, in cui erano all’apice del successo gli stessi cantanti[12]: «Sentirai / una vecchia canzone italiana / canterà / da una radio che suona lontana / rivedrai / un balcone affacciato sul mare». Una chiara operazione nostalgia, che copre di zucchero a velo un paese che non esiste più o che, forse, non è mai esistito davvero.

Un’altra dichiarazione di amore incondizionato è la canzone, dal titolo illustrativo Italia Amore Mio, presentata a Sanremo nel 2010 dal trio formato da Pupo, Luca Canonici ed Emanuele Filiberto di Savoia. Per quanto si faccia menzione delle difficoltà di una parte della popolazione, non si può negare il carattere parossistico del brano, profondamente autobiografico, perché fungeva da certificato di legittima italianità per Emanuele Filiberto, che solo da pochi anni (dal 2003) era potuto tornare sul suolo patrio: «Sì, stasera sono qui / per dire al mondo e a Dio / Italia amore mio / Io, io non mi stancherò / di dire al mondo e a Dio / Italia amore mio».

Tra gli inni positivi all’unicità dell’Italia può rientrare anche Buonanotte all’Italia, di Luciano Ligabue (2007). Difatti, il testo presenta poche ombre (un’accusa non troppo velata ai potenti del paese, i dubbi sul futuro) e, al contrario, molto sole, simboleggiato da santi, Madonne, progresso, mare e stelle luminose. Non ha un vero ritornello fisso, ma l’anafora rappresentata da “buonanotte Italia”, oltre al ritmo lento, mette in luce la natura da ninna nanna di questa canzone. Restando nel repertorio di Ligabue, anche in Made in Italy, del 2016, il cantante ribadisce il proprio amore per lo Stivale, presentando una sorta di percorso turistico tra le sue città più famose, con rapide spennellate di storia, non sempre positiva, certo, o di arte. La scelta delle località da citare, quelle più famose e prestigiose per il paese, così come alcune affermazioni “assolute” presenti nel ritornello («tutti Made in Italy / belli come il sole»), le riservano un posto nella categoria zuccherata.

La nostra lista delle canzoni dolci/sdolcinate dedicate all’Italia si chiude qui e una prima constatazione riguarda gli elementi celebrati in esse: difatti, se si leggono i testi di tali brani, è giocoforza ammettere la rilevanza di stereotipi positivi legati al Belpaese, che talvolta evolvono nel cieco intento promozionale di un miraggio. Pertanto, potremmo affermare che certe composizioni sono al servizio di una visione utopistica, vera solo nello spazio di una canzone, appunto. Ma quali sono i fattori su cui fa perno lo spirito di celebrazione del paese? Ecco alcuni dati numerici inerenti alla frequenza di termini o tematiche nelle canzoni zuccherate così come in quelle agrodolci:

  • riferimenti al calcio, in senso concreto o metaforico, in 17 canzoni;

  • il mare come irrinunciabile elemento paesaggistico, in 15 canzoni;

  • celebrazione della gastronomia nostrana in almeno 13 canzoni: “caffè” in 5, così come “pasta”, e “pizza” in 3;

  • l’amore come aura inebriante, esplicitamente presente in 12 canzoni;

  • l’importanza della musica per il popolo italiano, esaltata apertamente in 11 canzoni;

  • il sole onnipresente sul paese, citato in 9 canzoni.

E, ancora, le bellezze artistiche e architettoniche, il carattere gentile, sorridente e combattivo degli italiani, il generale buon vivere nello Stivale sono tutti elementi enfatizzati dai cantanti italiani, che in tal modo non sposano i clichés promozional-turistici del Belpaese.

Canzoni amare

Ben più numerosi sono i brani aspri nel panorama italiano, a riprova del disincanto di cui sono vittime molti cantautori contemporanei. Il tono di queste canzoni è sovente sarcastico e i temi toccati vanno dalla cultura in senso ampio alla politica, dall’indole disonesta degli abitanti ad avvenimenti drammatici della nostra Storia. Per questa categoria ci si focalizzerà sui termini duri, anche a livello fonetico, utilizzati nei differenti brani, così come sull’allontanamento dal “bel parlar gentile” presente nella categoria precedente.

Partiamo dal lontano 1978, quando Rino Gaetano, in Nuntereggae più, cantava la propria insofferenza per tutti coloro che animavano la scena pubblica del suo tempo: politici, industriali, protagonisti della scena sportiva e dello spettacolo. Per quanto il tono sia allegro, lo sfogo non perde forza[13], anzi gode del contrasto della musica con quanto cantato, soprattutto perché condito da termini forti («Ladri di stato e stupratori», «vivremo nel terrore che ci rubino l’argenteria»).

Uno sdegno ben più evidente, soprattutto nei confronti della politica[14], è quello musicato da Franco Battiato in Povera Patria, del 1991, un attacco senza filtri già dai primi versi: «Povera patria / schiacciata dagli abusi del potere», o ancora «questo paese è devastato dal dolore». La scelta dei participi passati, stridenti anche a livello fonetico, incupisce maggiormente questa lamentazione per i mali di un’Italia prostrata, che vuole ancora sperare in un domani migliore, sebbene «la primavera tardi ad arrivare».

Dura è anche Italia d’oro di Pierangelo Bertoli, del 1992, «che racconta di corruzione e malaffare, dell’abbandono della legge e della moralità in Italia, pochi giorni prima che esploda mediaticamente Tangentopoli»[15]. Se il ritornello canta l’esistenza di due Italie ben distinte, una nera e una d’oro, senza però rivelare quale predomini sull’altra, il resto dà conto della sua rabbia: «E un calcio in culo all’umanità / ditemi ora se tutto è mutevole / se il criminale fu chi assassinò / poi l’interesse così prepotente / che conta solo chi più sterminò». E se Bertoli chiude la sua canzone con due versi dell’inno di Mameli, Luca Carboni, nel 1995, decide di intitolare proprio Inno nazionale il suo biasimo in musica per tutti i fossati che dividono in maniera netta gli italiani, scissi dietro varie bandiere, da quelle fasciste a quelle comuniste, dalle democristiane a quelle menefreghiste, ignave di dantesca memoria. Le scelte lessicali operate da Carboni enfatizzano la violenza delle rotture interne al popolo: «E diventiamo troppo violenti / e se non ci spacchiamo i denti / comunque ci promettiamo in coro / che ci romperemo il culo!».

L’ironia è invece l’arma di denuncia scelta da due gruppi molto differenti tra loro, i Pooh ed Elio e le Storie Tese, a pochi anni di distanza (1992 e 1996): con In Italia si può, i primi, servendosi di una sequela di stereotipi noti al grande pubblico, puntano il dito su vari mali, deridendo anche quelli che sarebbero i punti positivi degli italiani (l’attaccamento alla mamma, l’arte della moda etc.). Il ritornello è emblematico di tale scherno generale: «In Italia si può fare quello che vuoi / è l’aereo più pazzo del mondo / qui comandano tutti / è la banda bassotti / mangiamo e rubiamo cantando». Per questo si può affermare che la canzone, in realtà, sia più piccante che amara, così come La terra dei cachi. Difatti, dietro il tono irriverente di questo pezzo, i giochi di parole e gli eccessi canori e di onomatopee con cui si divertono Elio e le Storie Tese, si assiste a nient’altro che a un’accusa a chiare lettere contro alcuni malfunzionamenti dell’Italia della metà degli anni ’90. La musica orecchiabile e il motivetto allegro possono facilmente ingannare chi ascolta, se non fosse per dei versi tematicamente e lessicalmente violenti: «C’è un commando che ci aspetta per assassinarci un po’» o «io fantasma non sarò e al tuo plasma dico no / se dimentichi le pinze fischiettando ti dirò / Ti devo una pinza / ce l’ho nella panza».

Nell’ambito di ciò che è aspro per le orecchie e lo spirito, una menzione speciale va ai brani di genere rap, i cui autori utilizzano la musica come canale di sfogo privilegiato per denunciare ciò che, ai loro occhi, non funziona. Siamo, dunque, piuttosto lontani dal miele della categoria zuccherata, poiché è il fiele che prevale nei testi che vedremo qui di seguito.

Per cominciare, Mr. Phil, Danno & Lord Bean in Piombo e fango (2006) risparmiano ben pochi bersagli. Il ritratto è impietoso: fango dai media, piombo dall’alto, un paese che dimentica la propria storia, soggiogato dai reality, dalla chiesa, dalla cocaina e dalla mafia. Il ritornello è emblematico dello spirito della canzone: «Abbiamo avuto il piombo, il fango ed ogni giorno / la dose quotidiana di merda che ci cade addosso».

Caparezza, in Goodbye, Malincònia (2011), cela dietro il nome “Malincònia” una terra all’abbandono e abbandonata da chi parte, principalmente i cervelli in fuga da lui citati, nutrita unicamente di disillusioni e menefreghismo: «Non è l’impressione, la situazione è più grave di un basso tuba / E chi vuole rimanere, ma come fa?». Resta solo una scelta possibile: «Metti nella valigia la collera e scappa da Malincònia».

Continuiamo con V per Vendetta di Er Costa (2011), un attacco con nomi e cognomi ai vertici dello Stato, al loro braccio armato, a chi opera nell’ombra, con riferimenti chiari a storie oscure del nostro passato recente (come l’omicidio di Stefano Cucchi). «Dittatura», «tasso d’usura», «merda del tuo consumismo», «Gestapo», «omicidi di Stato», «beretta», «servizi segreti deviati», «schiavo dello Stato»: questi sono solo alcuni termini presenti nel brano e costituiscono un assaggio del suo gusto non solo amaro, ma, per alcuni versi, indigeribile.

Un brindisi di Yoshi (2013) è una condanna ad ampio spettro di tono chiaramente sarcastico, poiché il rapper si complimenta per tutto ciò che non va in Italia, dai cattivi maestri della politica a quelli della TV, concludendo che «in realtà qui non c’è un cazzo da brindare».

Arrivando a tempi più recenti, s’incontra un brano dal titolo significativo, Fratelli d’Italia, di Urano (2020), che possiamo considerare un’aperta polemica contro la politica («Ciao Stato, mi hai rotto il cazzo»), che non aiuta i cittadini e li spinge alla disonestà. Tuttavia, lo stesso cantante ha dichiarato di non voler parlare di partiti politici, proprio perché il suo «è lo sfogo di un comune cittadino che si vede privato dei propri diritti e che pensa di parlare a nome di tanti italiani»[16].

A chiudere questa rassegna del rap duro contro l’Italia troviamo Sfera Ebbasta & Rvssian, con Italiano Anthem (2022); apre le danze la citazione di una delle canzoni più stigmatizzanti per gli italiani, L’italiano di Toto Cutugno, che offre già una chiave di lettura per ciò che si ascolterà. Un trionfo di stereotipi condito dall’ormai nota ansia spasmodica per i soldi, in un contesto decisamente turbolento: «Colpi in cielo ritornano a terra / siamo soli sotto la tempesta».

In realtà, l’analisi dei brani rap non è conclusa, poiché esistono altri pezzi appartenenti a tale genere dedicati al Belpaese, scritti da rapper italiani di seconda generazione, o «figli di due mondi»[17]. Il punto è che, se ci si sofferma sulle loro creazioni, ci si accorge che non possono essere percepite come totalmente amare, dato che presentano note dolci, dolcissime, dedicate all’Italia. Secondo Castaldo, a loro va dato il merito di aver rinnovato la lettura in musica del paese: «l’immagine del nostro paese sembrava prigioniera di stereotipi nostalgici o pensose riflessioni, fino a quando il logo Italia non l’ha riscoperto il rap»[18]. Non solo: «Non è più imbarazzante. Al contrario, rappare d’Italia nelle canzoni sembra sia diventato un suggestivo dovere»[19]. Si pensi a Cara Italia (2018), in cui Ghali racconta di un’Italia razzista, in cui i giornali fanno il gioco di certa politica, insensibili all’affanno di chi cerca solo di resistere ad attacchi continui, senza potersi fregiare del titolo di “italiano”. Puro sdegno, dunque? No, perché il cantante di origini tunisine declama «Oh eh oh, io T.V.B. cara Italia / Oh eh oh, sei la mia dolce metà» e chiede al suo paese di non offendersi, perché «sappiamo tutti che sei bellissima, ma questo serve a migliorarsi»[20].

Tommy Kuti, altro italiano di seconda generazione, in Forza Italia (2018) racconta di come ci si senta ad essere italiani senza per questo esserlo davvero agli occhi della gente o della legge: «Il mio futuro è in Italia / parlo di ciò che ho visto dentro a ’sta pianura / la TV non ne parla / l’Italia s’è desta, l’Italia s’è persa / Mi ha dato tutto però poi non mi accetta».

Tra i cantanti italiani rappresentanti di due o più culture ricordiamo anche Laïoung, rapper italo-britannico (la madre ha origini sierraleonesi) che canta La nuova Italia (2016), in cui afferma che l’avvenire appartiene a quelli come lui, malgrado l’opinione contraria di molti: «La nuova Italia siamo noi / il futuro siamo noi».

Alla luce di questi esempi, si ribadisce che non è possibile annoverare tali brani rap nella categoria amara, ma piuttosto in quella agrodolce, poiché le dichiarazioni d’amor patrio ivi presenti compensano i versi che invece evidenziano i problemi del paese. Inoltre, le canzoni prese in considerazione si distinguono anche per il tipo di linguaggio scelto, più pulito rispetto alle composizioni degli altri rapper, con meno termini volgari.

Questa breve rassegna ha dato conto solo di alcuni elementi aciduli e/o pungenti messi in musica, ma è possibile riconoscere delle tendenze generali di biasimo, dei topoi negativi, sia nella categoria amara che in quella agrodolce? La risposta al nostro quesito risiede in quanto riportato qui di seguito, diviso per bersagli tematici. Prima di tutto, numerosi sono gli attacchi alla politica, nessun partito escluso:

  • Gaetano, 1978: «DC-PSI (Nuntereggae più) / DC-PCI (Nuntereggae più) / PCI-PSI, PLI-PRI / DC-PCI, DC DC DC DC»

  • Venditti, 1981: «Tierra dove los democristos ministros / non se requerdano nada»

  • Battiato, 1991: «Tra i governanti quanti perfetti e inutili buffoni»

  • Bertoli, 1992: «Romba il potere che detta le regole / cade la voce della libertà/tangenti»

  • Gaber, 2003: «Questa democrazia / che a farle i complimenti / ci vuole fantasia / persino in parlamento / c’è un’aria incandescente / si scannano su tutto / e poi non cambia niente»

  • Cristicchi, 2007: «Come ogni politico lui sta vicino agli elettori / ma non vota Prodi e nemmeno Berlusconi»

  • Fabri Fibra, 2008: «Voti persi e voti certi in Italia»

  • Masini, 2009: «Per le mani bucate dei partiti del giorno»

  • Caparezza, 2011: «Né buttarsi in politica con i curricula presi da Staller Ilona»

  • Er Costa, 2011: «E vai col lodo Alfano / magistratura imbavagliata dalla dittatura»

  • Yoshi, 2013: «Come la Lega tutto quello che ci unisce disprezza / un brindisi al Berlusca e Mario Monti / ’sta crisi la paghiamo noi poveri stronzi»

  • Ghali, 2018: «Ma che politica è questa? / Qual è la differenza tra sinistra e destra? / Cambiano i ministri, ma non la minestra»

  • Urano, 2020: «Chiedi i nostri soldi ma con gli interessi / e come puoi chiederci di essere onesti / quando prometti ma poi non aiuti».

Tra gli aspetti da condannare non può mancare la mafia, presente in diverse canzoni:

  • Bennato, 1992: «Mafiosi scalmanati»

  • Bertoli, 1992: «Dei boss tutti liberi / di un’altra bomba scoppiata in città»

  • Squadra Italia, 1994: «Terra di santi e poeti / de’ troppi mafiosi»

  • Elio e le Storie Tese, 1996: «In totale molto pizzo, ma l’Italia non ci sta»

  • Concato, 1996: «E c’è una cupola che ha la sua fede»

  • Fabri Fibra, 2008: «I veri mafiosi sono in Italia / i più pericolosi sono in Italia»

  • Er Costa, 2011: «Sta fra la mafia e il Vaticano / l’Italia in cui viviamo»

  • Mr. Phil, 2013: «E la mafietta, dei mangia spaghetti, mangia noodles»

  • Tommy Kuti, 2018: «Ho visto i botti di Totò Riina»

  • Urano, 2020: «Sembri la mafia che in silenzio uccide».

Anche il terrorismo ha marcato profondamente le coscienze del Paese e, per questo, non possono mancare dei riferimenti, più o meno velati, ad attentati o bombe:

  • De Gregori, 1979: «L’Italia che resiste / l’Italia che non ha paura / l’Italia del 12 dicembre»[21]

  • Venditti, 1981: «Tierra de strages de estado»

  • Cutugno, 1982: «L’Italia che non si spaventa»

  • Battiato, 1991: «Quei corpi in terra senza più calore»

  • Bertoli, 1992: «Se il criminale fu chi assassinò / poi l’interesse così prepotente / che conta solo chi più sterminò / di un’altra bomba scoppiata in città»

  • Elio e le Storie Tese, 1996: «Italia sì, Italia no, Italia bum, la strage impunita / c’è un commando che ci aspetta per assassinarci un po’»

  • Mr. Phil, 2013: «Abbiamo avuto il piombo / e dopo tremano dal caos degli atti dinamitardi»

  • Ligabue, 2016: «Bologna ha nel cuore una vecchia stazione»[22].

Ancora, tra i mali della Storia, vari cantanti ricordano l’epoca del fascismo:

  • Venditti, 1981: «Tierra de ordine nero»

  • Bertoli, 1992: «Italia nera sotto la bandiera / vecchia vivandiera te ne sbatti di noi»

  • Carboni, 1995: «E poi eravamo troppo fascisti»

  • Gaber, 2003: «Ma ho in mente il fanatismo / delle camicie nere / al tempo del fascismo».

Proprio Gaber, in Io non mi sento italiano, cantava «abbiam fatto l’Europa / facciamo anche l’Italia», riferendosi alla mancanza di un vero spirito unitario nazionale. Ecco, il cantautore milanese non è l’unico a mettere in luce le divisioni interne:

  • Rino Gaetano, 1975: «Chi odia i terroni»

  • Pooh, 1992: «Siamo alpini e picciotti di cuore / polenta e mandolini»

  • Carboni, 1995: tutto il testo della canzone

  • Concato, 1996: «Mentre il nord s’avvicina sempre più alla Germania / e con il sud umiliato sembra che appartenga / a un paese lontano lontano»

  • Zero, 1998: «Sono secoli ormai / le differenze fra noi»

  • Masini, 2009: «È un paese l’Italia dove un muro divide a metà / la ricchezza più assurda alla solita merda / coppie gay dalle coppie normali»

  • Bennato, 2012: «Noi maledettamente / piemontesi e napoletani / è vero sempre guelfi e ghibellini / terroni e padani».

Inoltre, non mancano gli accenni all’immigrazione, con le difficoltà ad essa legate per chi arriva nel nostro paese:

  • Squadra Italia, 1994: «Terra di mille stranieri / che trovano amore / e non partono più» (in linea con lo spirito dell’intero brano, qui l’immigrazione è presentata in maniera romantica);

  • Cristicchi, 2007: «Piero con il suo gommone sbarca clandestini»

  • Caparezza, 2011: «Migranti in fuga dal bagnasciuga»

  • Ghali, 2018: «Il giornale ne abusa, parla dello straniero come fosse un alieno / senza passaporto, in cerca di dinero»

  • Yoshi, 2013: «Un brindisi ai figli degli immigrati / a cui non danno la cittadinanza anche se qui sono nati / un brindisi all’Italia leghista razzista»

  • Tommy Kuti, 2018: «Ricordo l’Africa e non scordo la cultura / il mio futuro è in Italia».

Inevitabili anche i riferimenti alla Chiesa e all’influenza della religione e del Vaticano, sentiti più come presenze ingerenti che come guide:

  • Gaetano, 1978: «Eminenza/monsignore»

  • Venditti, 1981: «Tierra de ordine clero»

  • Squadra Italia, 1994: «Terra di santi e poeti / e pochissimi preti»

  • Concato, 1996: «E un cupolone che si sente e si vede»

  • Articolo 31, 2003: «Monsignore ancora baciamo la mano»

  • Cristicchi, 2007: «Piero pure in Vaticano c’ha 2000 appoggi»

  • Fabri Fibra, 2007: «Ma baci il crocifisso, in Italia»

  • Mannarino, 2009: «Sotto i precetti della madre chiesa / in fila in processione / in fila in comunione»

  • Masini, 2009: «E credeva nei preti che chiedevano i voti / anche a Dio»

  • Pupo &altri, 2010: «Io credo nella mia cultura e nella mia religione»

  • Er Costa, 2011: «Col vescovo e il cardinale / riescono a farti male e non escono sul giornale»

  • Mr. Phil & altri, 2013: «Domenica in chiesa e lunedì all’inferno»

  • Buio pesto, 2018: «Il Papa, la politica, Pertini Presidente!».

Le tematiche negative toccate non finiscono qui, poiché si parla anche di malasanità (cfr. La terra dei cachi e nella canzone di Fabri Fibra), di sessismo, di disonestà degli italiani o di povertà, così come dell’eccessivo attaccamento degli italiani all’apparenza (cfr. L’italiano medio degli Articolo 31, L’Italia di Piero di Cristicchi, In Italia di Fabri Fibra, In Italia si può dei Pooh, Svegliatevi italiani di Mannarino e Buongiorno Italia di Jesto).

Canzoni agrodolci

La categoria più affollata è decisamente quella delle canzoni agrodolci, nelle quali l’aspetto dolce-amaro è dato spesso dalla presenza edulcorante dei luoghi comuni positivi più evidenti del Belpaese a stemperarne i mali, certo solo nello spazio di un brano musicale. Non raramente, nelle canzoni che compongono questa serie si assiste a un rapido alternarsi di due punti di vista opposti o, comunque, di elementi dal sapore nettamente contrastante. La lista di questi brani è lunga[23]: si offre, dunque, di seguito giusto un assaggio esemplificativo di alcuni versi, nei quali il contrasto tra lo zuccherino e l’amarognolo è particolarmente evidente.

Cominciamo da Viva l’Italia, di De Gregori (1979), che più che un canto di «giustificata indignazione contro una società che ha smarrito i Valori»[24], è un inno d’amore compassionevole per una terra, «presa a tradimento», «derubata», «colpita al cuore» e «assassinata», dove «elencare con sguardo disincantato i nodi di un presente problematico»[25]. Il cantautore romano espone chiaramente il conflitto tra luce e buio ad esempio nei seguenti versi: «L’Italia metà giardino e metà galera / L’Italia che si dispera e l’Italia che s’innamora / L’Italia metà dovere e metà fortuna».

Edoardo Bennato, nella sua Ok Italia (1987), è ancora più esplicito nell’esibire le contraddizioni del paese. Regalandogli una natura umana, al femminile, lo descrive cangiante e attraente: «A volte sei una spiaggia libera / a volte un rischio da evitare», o ancora «dolce e perversa / sexy ed austera». Nel 2012 il cantautore napoletano, con Italiani, torna a cantare d’Italia, stavolta puntando i riflettori sulla reputazione e sui difetti dei suoi connazionali, seppur con sguardo bonario, dato che, in fin dei conti, considera una fortuna esser nato italiano: «Dicono di noi / improvvisatori / mafiosi scalmanati, santi / e navigatori / è vero sempre guelfi e ghibellini / terroni e padani / ma fortunatamente italiani». Stessa ammissione da parte di Giorgio Gaber in chiusura di Io non mi sento italiano (2003), lettera di aperto disappunto rivolta al Presidente della Repubblica («Io non mi sento italiano / ma per fortuna o purtroppo… per fortuna lo sono»), così come di fortuna, seppur in senso ironico, parla Paolo Rossi, nel brano di Rino Gaetano ripreso nel 2007.

Anche In Italia di Fabri Fibra (2007) mostra l’alternarsi di diverse note di sapore da un verso all’altro: «Le pistole in macchina, in Italia / Macchiavelli e Foscolo, in Italia / mangi pasta fatta in casa, in Italia / poi ti entrano i ladri in casa, in Italia». Questi contrasti continui collocano il brano nella categoria agrodolce, malgrado la definizione di «paese delle mezze verità», presente nel ritornello, lo faccia oscillare più verso un sapore amaro.

Ancora, L’Italia di Marco Masini (2009) si apre in maniera decisamente aspra («È un paese l’Italia dove tutto va male»), e non continua meglio, sebbene il cantante riconosca anche dei meriti («ma è un paese l’Italia che si tuffa nel mare / è una vecchia canzone che vogliamo tornare a cantare») e chiuda il suo brano con un pizzico di speranza: «un’Italia che aspetta la sua storia d’amore».

Questi sono solo alcuni esempi dell’altalena gustativa che si sperimenta in questa categoria, ma, in definitiva, si può notare che, nel pastiche di debolezze e problemi del Belpaese, i cantanti provano a mettere in rilievo alcuni ingredienti positivi, quali la forza d’animo degli italiani davanti alle difficoltà (Endrigo, 1968; Gaetano, 1975) o il loro glorioso passato (Gaber, 2003; Cammariere, 2004; Jovanotti, 2017; Jesto, 2018; Buio Pesto, 2018) senza, tuttavia, riuscire a bilanciare davvero i sapori. Di conseguenza, nella maggior parte dei casi, il retrogusto resta amaro.

Per concludere il nostro studio, teniamo a sottolineare che la nostra suddivisione non ha vocazione assolutista: spesso è stato il nostro sentire e il nostro interpretare determinati versi in un modo piuttosto che in un altro a farci percepire il gusto di un brano, a seconda dei casi, come dolce o amaro. Questo non vuol dire che le sfumature di sapore non siano possibili né che un assaggio più attento non possa portare a un cambiamento di categoria.

Ciò che è certo è che questo studio ci ha condotti alla constatazione che celebrare, in positivo o in negativo, l’Italia è un’attività creativa molto apprezzata dai cantautori dello Stivale e non dubitiamo del fatto che la lista dei brani si allunghi ancora nei prossimi anni. Ci si riserva, dunque, di tornare sul tema, per verificare se il menù musicale sarà sempre ricco di piatti salati, dal retrogusto dolce (e viceversa), com’è il caso dell’oggi, o se l’offerta dei dolci e quella dei digestivi (amari) risulterà, in futuro, più consistente.

Lista delle canzoni prese in considerazione, divise per categoria

Canzoni zuccherate

Toto Cutugno, L’italiano, Album L’italiano, Carosello Records 1983

Eugenio Finardi, Dolce Italia, Album Dolce Italia, Warner Music Italia 1987

Squadra Italia, Una vecchia canzone italiana, Album Una vecchia canzone italiana, Pravo Music 1994

Mino Reitano, Italia, Singolo, 1988, Album Cantaitalia, Duck Records, 1999

Luciano Ligabue, Buonanotte all’Italia, Album Primo tempo, Warner Musica 2007

Pupo, Emanuele Filiberto di Savoia & Luca Canonici, Italia amore mio, Singolo, Universal 2010

Luciano Ligabue, Made in Italy, Album Made in Italy, Zoo Aperto 2016

Canzoni amare

Rino Gaetano, Nuntereggae più, Album Nuntereggae più, It 1978

Franco Battiato Povera Patria, Album Come un cammello in una grondaia, EMI Italiana 1991

Pierangelo Bertoli, Italia d’oro, Album Italia d’oro, Dischi Ricordi 1992

Pooh, In Italia si può, Album Il cielo è blu sopra le nuvole, Tamata 1992

Luca Carboni, Inno nazionale, Album Mondo, Sony Music 1995

Elio e le Storie tese, La terra dei cachi, Album Eat the Phikis, Hukapan 1996

Articolo 31, L’italiano medio, Album Italiano medio, BMG 2003

Mr. Phil, Danno & Lord Bean, Piombo e fango, Album Guerra fra poveri, Vibra Records 2006

Simone Cristicchi, L’Italia di Piero, Album Dall’altra parte del cancello, Sony Music 2007

Mannarino, Svegliatevi italiani, Album Bar della Rabbia, Universal Music 2009

Caparezza, Goodbye Malinconia, Album Il sogno eretico, Universal Music 2011

Er Costa, V per Vendetta, Album Nudo & Crudo, Honiro Label 2011

Yoshi, Un brindisi, Album IXC The Lost Album, Tormento 2013

Urano, Fratelli d’Italia, Singolo, Altafonte 2020

Sfera Ebbasta & Rvssian, Italiano Anthem, Singolo, Universal Music 2022.

Canzoni agrodolci

Sergio Endrigo, Il Dolce paese, EP (Marianne/Il Dolce Paese), Cetra 1968

Rino Gaetano, Ma il cielo è sempre più blu, Singolo, It 1975

Francesco De Gregori, Viva l’Italia, Album Viva L’Italia, RCA Italiana 1979

Antonello Venditti, Italia, Album Sotto la pioggia, Heinz Music 1982

Edoardo Bennato, Ok Italia, Album Ok Italia, Virgin Dischi 1987

Ivano Fossati, Una notte in Italia, Album 700 giorni, Sony Music 1987

Fabio Concato, Bell’Italia, Album Blu, Mercury 1996

Renato Zero, L’italiana, Album Amore dopo amore, Tattica, 1998

Giorgio Gaber, Io non mi sento italiano, Album Io non mi sento italiano, Warner Music CGD 2003

Sergio Cammariere, Nuova Italia, Album Sul sentiero, Millesuoni 2004

Fabri Fibra & Gianna Nannini, In Italia, Album Bugiardo, Universal Music 2007

Rino Gaetano/Paolo Rossi, In Italia si sta male (Si sta bene anziché no), Album In Italia si sta male (si sta bene anziché no)… e altre storie, Lunapark Edizioni 2007

Marco Masini, L’Italia, Album L’Italia… e altre storie, Nar International 2009

Edoardo Bennato, Italiani, Singolo, Edizioni Musicali Cinquantacinque 2012

Jovanotti, In Italia, Album Oh, Vita!, Universal Music 2017

Laïoung, La nuova Italia, Album Ave Cesare: Veni, Vidi, Vici, Sony Music 2017

Buio Pesto, Giovane vecchia Italia (We didn’t start the fire), Singolo, Rusty Records 2018

Ghali, Cara Italia, Singolo, Sto 2018

Jesto, Buongiorno Italia, Album Buongiorno Italia, Musicast/Believe Digital 2018

Tommy Kuti, Forza Italia, Album Italiano vero, Universal Music 2018.

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Bibliografia

M. Antonellini, Non solo canzonette, Foggia, Bastogi Editore, 2002;

L. Coveri, L’italiano nelle canzoni nel mondo, in Il mondo dell’italiano, l’italiano nel mondo, a cura di C. Bagna e L. Ricci, Pisa, Pacini, 2019, pp. 127-36;

Id., L’Italia, gli italiani e l’italiano nelle canzoni recenti, in Nuovi aspetti linguistici e letterari dell’italianità. Studi per Paul van Heck, a cura di C. Di Felice, Bruxelles etc., Peter Lang, 2020, pp. 265-82.

Sitografia

G. Castaldo, Con la trap torna il culto di essere italiani, in «La Repubblica.it», 22 maggio 2018: https://quotidiano.repubblica.it/edicola/searchdetail?id=http%3A%2F%2Farchivio.repubblica.extra.kataweb.it%2Farchivio%2Frepubblica%2F2018%2F05%2F22%2Fcon-la-trap-torna-il-culto-dellessere-italiani32.html&hl=&query=trap&field=nel+testo&testata=repubblica&newspaper=REP&edition=nazionale&zona=sfoglio&issue=20180522 (link consultato il 26 aprile 2024);

Id., Quarant’anni senza Rino Gaetano, il cantautore che mascherava la serietà dietro la leggerezza, in «Repubblica.it», 2 giugno 2021: https://www.repubblica.it/spettacoli/musica/2021/06/02/news/rino_gaetano-303481889/ (link consultato il 26 aprile 2024);

M. Mazzetti, Italiani come voi, siamo i rapper della seconda generazione e non vogliamo più sentirci stranieri in patria, in «FQ Magazine», 20 ottobre 2017: https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/10/20/italiani-come-voi-siamo-i-rapper-della-seconda-generazione-e-non-vogliamo-piu-sentirci-stranieri-in-patria/3925572/ (link consultato il 26 aprile 2024);

Redazione Rolling Stone, Ghali, il nuovo singolo è ‘Cara Italia’, in «Rollingstone.it», 26 gennaio 2018: https://www.rollingstone.it/musica/news-musica/ghali-il-nuovo-singolo-e-cara-italia/399795/ (link consultato il 26 aprile 2024);

Redazione System Failure Webzine, Intervista a Urano, in «Systemfailurewebzine.com», anno 2020: https://www.systemfailurewebzine.com/intervista-a-urano/ (link consultato il 26 aprile 2024);

D. Secli, Storia di Franco Battiato: gli amori, la spiritualità, le canzoni e il disgusto per i politici corrotti, in «Fanpage.it», 18 maggio 2022:

https://www.fanpage.it/spettacolo/personaggi/storia-di-franco-battiato-gli-amori-la-spiritualita-le-canzoni-e-il-disgusto-per-i-politici-corrotti/ (link consultato il 26 aprile 2024);

D. Turrini, Scoprì Ligabue e mandò a quel paese il Psi. 10 anni fa moriva Pierangelo Bertoli, in «Il Fatto Quotidiano.it», 6 ottobre 2012:

https://www.ilfattoquotidiano.it/2012/10/06/pierangelo-bertoli-coerenza-di-cantautore-scopri-ligabue-e-caccio-socialisti/374641/ (link consultato il 26 aprile 2024).

  1. G. Leopardi, All’Italia, in Id., Canti, a cura di Alessandro Donati, 1831.
  2. A. Manzoni, Marzo 1821, in Id., Odi, 1848.
  3. F. Petrarca, Italia mia, benché ’l parlar sia indarno, in Id., Canzoniere, 1336-1374.
  4. S. Quasimodo, Il mio paese è l’Italia, in Id., La vita non è un sogno, 1949.
  5. L. Coveri, L’Italia, gli italiani e l’italiano nelle canzoni recenti, in Nuovi aspetti linguistici e letterari dell’italianità. Studi per Paul van Heck, a cura di C. Di Felice, Bruxelles, Peter Lang, 2020, pp. 265-82: 266. Nel suo studio Coveri, attraverso l’analisi di trentasei canzoni appartenenti al repertorio della musica leggera italiana, analizza la presenza del paese, del suo popolo e della sua lingua nel panorama canoro nazionale.
  6. Ibidem.
  7. Per quanto i termini “gusto” e “sapore” non siano perfettamente sinonimici, ai fini del presente studio saranno considerati tali.
  8. Per quel che riguarda i versi citati, nel presente studio si farà riferimento al loro autore e all’anno di pubblicazione dei brani da cui sono estratti, rimandando alla lista delle canzoni studiate presente alla fine del saggio.
  9. A tal proposito, si veda L. Coveri, L’italiano nelle canzoni nel mondo (in Il mondo dell’italiano, l’italiano nel mondo, a cura di C. Bagna e L. Ricci, Pisa, Pacini, 2019, pp. 127-36), che fa riferimento a uno studio del 2012 condotto dalla Società Dante Alighieri, su iniziativa di Fabio Caon (p. 132).
  10. Lorenzo Coveri mette in rilievo il fatto che gli elementi cantati sono decisamente datati (cfr. L. Coveri, L’Italia, gli italiani e l’italiano nelle canzoni recenti, art. cit., p. 267).
  11. Ibidem.
  12. Squadra Italia è un gruppo musicale formato da 11 cantanti, proprio come in una squadra di calcio (era il 1994, anno dei campionati del mondo), tra cui spiccano i nomi di Nilla Pizzi, Mario Merola o, ancora, Jimmy Fontana.
  13. Il fatto di raccontare con apparente leggerezza i mali della società è una caratteristica tipica di Rino Gaetano, così come sottolinea Gino Castaldo in Quarant’anni senza Rino Gaetano, il cantautore che mascherava la serietà dietro la leggerezza (in «Repubblica.it», 2 giugno 2021: https://www.repubblica.it/spettacoli/musica/2021/06/02/news/rino_gaetano-303481889/); ultima consultazione: 26 aprile 2024).
  14. D. Secli, Storia di Franco Battiato: gli amori, la spiritualità, le canzoni e il disgusto per i politici corrotti, in «Fanpage.it», 18 maggio 2022: https://www.fanpage.it/spettacolo/personaggi/storia-di-franco-battiato-gli-amori-la-spiritualita-le-canzoni-e-il-disgusto-per-i-politici-corrotti/; ultima consultazione: 26 aprile 2024).
  15. D. Turrini, Scoprì Ligabue e mandò a quel paese il Psi. 10 anni fa moriva Pierangelo Bertoli, in «Il Fatto Quotidiano.it», 6 ottobre 2012: https://www.ilfattoquotidiano.it/2012/10/06/pierangelo-bertoli-coerenza-di-cantautore-scopri-ligabue-e-caccio-socialisti/374641/; ultima consultazione: 26 aprile 2024).
  16. Redazione System Failure Webzine, Intervista a Urano, in «Systemfailurewebzine.com», anno 2020: https://www.systemfailurewebzine.com/intervista-a-urano/; ultima consultazione: 26 aprile 2024).
  17. M. Mazzetti, Italiani come voi, siamo i rapper della seconda generazione e non vogliamo più sentirci stranieri in patria, in «FQ Magazine», 20 ottobre 2017 (https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/10/20/italiani-come-voi-siamo-i-rapper-della-seconda-generazione-e-non-vogliamo-piu-sentirci-stranieri-in-patria/3925572/); ultima consultazione: 26 aprile 2024).
  18. G. Castaldo, Con la trap torna il culto di essere italiani, in «La Repubblica.it», 22 maggio 2018 (https://quotidiano.repubblica.it/edicola/searchdetail?id=http%3A%2F%2Farchivio.repubblica.extra.kataweb.it%2Farchivio%2Frepubblica%2F2018%2F05%2F22%2Fcon-la-trap-torna-il-culto-dellessere-italiani32.html&hl=&query=trap&field=nel+testo&testata=repubblica&newspaper=REP&edition=nazionale&zona=sfoglio&issue=20180522; ultima consultazione: 26 aprile 2024).
  19. Ibidem.
  20. Redazione Rolling Stone, Ghali, il nuovo singolo è ‘Cara Italia’, in «Rollingstone.it», 26 gennaio 2018: https://www.rollingstone.it/musica/news-musica/ghali-il-nuovo-singolo-e-cara-italia/399795/; ultima consultazione: 26 aprile 2024).
  21. De Gregori fa qui ovviamente riferimento alla strage di Piazza Fontana, a Milano, avvenuta, appunto, il 12 dicembre 1969.
  22. Ligabue fa ovviamente riferimento alla strage del 2 agosto 1980, avvenuta alla stazione di Bologna.
  23. Per l’elenco completo si rimanda alla lista delle canzoni studiate presente alla fine del saggio.
  24. M. Antonellini, Non solo canzonette, Foggia, Bastogi Editore, 2002, p. 140.
  25. L. Coveri, L’Italia, gli italiani e l’italiano nelle canzoni recenti, art. cit., p. 266.

(fasc. 52, vol. II, 3 giugno 2024)