Due sorelle che si tengono per mano: musica e letteratura tra memoria, voce e identità

Author di Gaspare Trapani

«La musica e la poesia sono due sorelle che si tengono per mano, e quando una piange, l’altra la consola». In queste parole di Alda Merini si ritrova il senso di un legame antico tra parola e suono, tra scrittura e musica. Un rapporto che, per il terzo anno consecutivo, «Diacritica» sceglie di esplorare, seguendo le molte forme dell’incontro tra linguaggi e modalità espressive diverse.

Musica e letteratura non appartengono a mondi separati: entrambe nascono dal desiderio di raccontare l’esperienza umana, dare forma alle emozioni e trovare parole per ciò che spesso è difficile esprimere. La canzone può essere letta come una forma di letteratura in musica; allo stesso modo, quando la letteratura incontra la dimensione musicale, il testo si apre a nuove possibilità: la narrazione acquista ritmo, la parola diventa voce e il suono contribuisce a raccontare e interpretare la realtà.

È in questo continuo dialogo tra scrittura e musica che esperienze individuali e memorie collettive si incontrano. Una canzone o un testo letterario possono raccontare una storia personale, ma anche parlare a una comunità, diventare testimonianza di un’epoca, dare voce a un disagio sociale o custodire il ricordo di un’esperienza. Proprio per questa capacità di unire dimensione privata e collettiva, musica e letteratura continuano ancora oggi a essere strumenti privilegiati per comprendere il mondo e raccontarlo.

Per il terzo anno consecutivo, grazie a un fecondo incontro siciliano – terra da sempre attraversata da straordinarie esperienze letterarie e musicali – e grazie all’impegno e all’entusiasmo di Maria Panetta, queste due “sorelle”, per usare ancora la suggestiva immagine della “poetessa dei Navigli”, tornano a tenersi per mano sulle pagine di «Diacritica».

Attraverso i contributi di un gruppo di studiosi, questo numero esplora alcune delle molte forme dell’incontro tra musica e letteratura: la canzone come spazio di impegno civile, il ritmo come forma autobiografica, il dialetto come luogo della memoria e la tradizione napoletana come chiave narrativa di un’indagine dalle atmosfere noir.

Un viaggio tra generi, epoche e linguaggi diversi, in cui parola e musica si intrecciano e si arricchiscono reciprocamente. Perché ogni grande storia possiede, in fondo, uno spartito segreto: una trama di voci, silenzi e armonie che attende soltanto di essere ascoltata.

Proprio di traiettorie, anche geografiche, parlano nel loro saggio Mario Chichi e Ivana Vermiglio, che in L’isola come utopia: spazi e immaginari nel cantautorato italiano esplorano il fascino dell’isola nella canzone d’autore degli anni Settanta. Da Guccini a Bennato, da Dalla a De Gregori, l’isola diventa uno spazio reale e immaginario, luogo di fuga e riflessione, capace di raccontare desideri, inquietudini e visioni della società.

Alla costruzione dell’io attraverso la musica sono dedicati diversi contributi. Sacha Piersanti, con «Una traccia, un disegno»: autobiografia e rappresentazione dell’io nella discografia di Renato Zero, legge oltre cinquant’anni di carriera come un unico grande racconto autobiografico: un teatro dell’anima nel quale l’artista mette in scena fragilità, trasformazioni e aspirazioni, intrecciando continuamente la propria voce con quella del suo pubblico.

Su un altro versante, Veronica Ricotta accompagna il lettore nell’universo linguistico e musicale di Carmen Consoli con «Volevo fare la rockstar». Autobiografia e lingua nelle canzoni di Carmen Consoli. Attraverso il dialogo tra autobiografia, lingua e dialetto siciliano, il saggio mostra come la cantautrice abbia trasformato la memoria individuale in una narrazione capace di parlare a esperienze condivise.

La musica come spazio di dissidenza e affermazione identitaria è al centro del contributo di Marzia D’Amico, “Amici non ne ho”: solo figlie per Loredana Bertè, generatrice di dissidenza. La parabola artistica di Bertè viene riletta come una lunga sfida ai modelli tradizionali di femminilità e decoro: una voce fuori dagli schemi che ha saputo trasformare vulnerabilità e ribellione in linguaggio collettivo.

Il rapporto tra musica, parola e impegno civile attraversa, invece, il saggio di Annibale Gagliani, Il teatro canzone di Giorgio Gaber e Sandro Luporini. Qui la canzone si fa scena e pensiero critico: il teatro-canzone diventa lo spazio privilegiato per interrogare il conformismo, le trasformazioni sociali e le inquietudini dell’uomo contemporaneo.

Dal territorio e dalla memoria popolare nasce il contributo di Giuliano Scala, «Io me chiammo Sanacore, e che vulite?». Dagli stornelli alla dub: la voce di Giulietta Sacco, dedicato a una delle interpreti più originali della canzone napoletana del secondo Novecento. La voce di Giulietta Sacco emerge come un ponte fra tradizione e innovazione, tra canto popolare e nuove sperimentazioni della musica napoletana.

Sempre Napoli, ma questa volta immersa nelle atmosfere del romanzo noir, è protagonista del saggio di Nunzia De Falco, Indagini sonore per il commissario Ricciardi. La canzone napoletana nei romanzi di De Giovanni. Nelle pagine di Maurizio De Giovanni, le melodie del passato non sono semplice sfondo narrativo, ma una vera partitura investigativa che accompagna il commissario Ricciardi e restituisce voce alla città.

Il dialogo tra poesia e musica, nella sua dimensione più sperimentale, è al centro del contributo di Beatrice Magoga, Poesia in musica di fine secolo (e millennio). Due esempi di rimediazione del tardo Novecento italiano. Attraverso le esperienze di Tommaso Ottonieri e Lello Voce, il saggio mostra come la performance musicale possa trasformare il testo poetico, amplificandone ritmo, significato e intensità emotiva.

A chiudere il percorso è il contributo di chi scrive, Autobiografia e periferia nel “Bildungsroman” musicale di Mahmood, dedicato alla produzione dell’artista milanese come forma contemporanea di romanzo di formazione in musica. Attraverso brani come Soldi, Nilo nel Naviglio, Mai figlio unico, Tuta Gold e Barrio, il saggio mette in luce il ruolo della memoria familiare, della periferia e dell’identità multiculturale nella costruzione di un racconto generazionale in cui la canzone pop diventa spazio di autorappresentazione e crescita.

Nel loro insieme, questi contributi restituiscono la ricchezza di un incontro mai concluso: quello tra parola e musica, tra memoria e presente, tra individuo e comunità. Le due sorelle evocate da Alda Merini continuano, così, a tenersi per mano, dimostrando che ogni canzone custodisce una storia e che ogni storia, quando trova la propria voce, può diventare musica.

 

(fasc. 60, 25 maggio 2026)

«Volevo fare la rockstar». Autobiografia e lingua nelle canzoni di Carmen Consoli

Author di Veronica Ricotta

«Se non ci si ricorda da dove si viene e da dove si è passati

per arrivare dove si è, non si può costruire il futuro»[1].

Abstract: Il saggio analizza la componente autobiografica nella produzione musicale di Carmen Consoli, con particolare attenzione alla dimensione linguistica e all’uso del dialetto siciliano. Attraverso l’esame dei testi e delle dichiarazioni dell’artista, si individuano tre fasi della sua produzione, caratterizzate da un progressivo emergere dell’autobiografia. Il lavoro approfondisce, inoltre, il rapporto tra autobiografia artistica e autobiografia linguistica, mostrando come la lingua – e in particolare il dialetto – costituisca uno strumento fondamentale nella costruzione dell’identità narrativa e culturale dell’autrice.

Abstract: This article examines the autobiographical dimension in the musical production of Carmen Consoli, with particular attention to linguistic aspects and the use of the Sicilian dialect. Through an analysis of song lyrics and the artist’s own statements, three phases in her career are identified, each marked by a progressively increasing presence of autobiographical elements. The study further explores the relationship between artistic autobiography and linguistic autobiography, showing how language (and the dialect in particular) functions as a fundamental tool in the construction of the author’s narrative and cultural identity.

L’indagine che qui si propone sugli elementi autobiografici nella produzione di Carmen Consoli evidenzia come l’autobiografia rappresenti una componente discontinua ma progressivamente sempre più rilevante, fino a divenire esplicita nell’ultimo album che qui si considera, Volevo Fare la Rockstar (Narciso records/ADA Music Italy, 2021), il cui titolo stesso richiama una dimensione personale[2].

La metodologia adottata ha affiancato all’analisi dei testi delle canzoni le dichiarazioni e le auto-esegesi di Consoli rilasciate in articoli e interviste, che nel corso della carriera si sono fatte più frequenti. Alla base di alcune delle considerazioni del saggio ci sono anche autocommenti e ulteriori dettagli di contesto già raccolti in due libri biografici[3].

Oltre che tematico, l’approccio di questo percorso biografico è anche linguistico. Dal momento che, con Lejeune, «si tratta sempre di studiare l’autobiografia innanzitutto come fenomeno di linguaggio»,[4] l’analisi si è focalizzata, oltre che sulla funzione del testo autobiografico nell’insieme dell’opera di Carmen Consoli, anche sui dispositivi linguistici messi in atto per tale tipo di racconto in musica. In particolare, l’osservazione ha riguardato l’uso del dialetto nella produzione consoliana, il cui valore viene approfondito nella seconda parte di questo lavoro.

Autobiografia consoliana in musica

Percorrendo le tracce autobiografiche nella produzione di Carmen Consoli (9 album in studio, 3 live e 6 raccolte) è possibile individuare tre periodi. Il primo si colloca negli anni Novanta, con l’esordio e gli album Due parole del 1996, Confusa e felice del 1997 (Polydor) e Mediamente isterica del 1998 (Cyclope records) ed è caratterizzato da «tematiche di tipo autobiografico e intimistico, da un certo ermetismo dei testi e, sotto il profilo delle scelte stilistico-musicali, dalla prevalenza del rock»[5]. L’amore giovanile e il racconto intimista irrorano i primi due album con brani come Quello che sento (Due parole, Polydor, 1996), che confessa e propone di vivere fino in fondo un sentimento anche quando non è ricambiato.

L’amore per la musica che l’ha portata a fare della sua passione un mestiere è, invece, alla base del testo, profondamente autobiografico, di Confusa e felice (nell’omonimo album del 1997), come conferma la circostanza da cui scaturisce, dichiarata a Guglielmi: «l’ho composta la sera stessa del Sanremo di Amore di plastica (1996), mentre mi rendevo conto che tutto ciò che stavo provando era enorme»[6]. I temi dell’amore giovanile e della formazione personale emergono in brani come Quello che sento e, appunto, Confusa e felice, in cui l’esperienza individuale si traduce in forma lirica e in questo senso svolge un discorso universale più che individuale.

Con Mediamente isterica (Cyclope/Polydor, 1998), definito il più rock degli album per le sonorità impiegate, si afferma invece una dimensione narrativa più strutturata: la voce autobiografica si frammenta e si proietta in una pluralità di personaggi. Questa dimensione resterà centrale nella produzione successiva, consentendo all’autrice di esplorare identità molteplici e di intrecciare autobiografia e rappresentazione sociale, in particolare nella costruzione di figure femminili.

Scegliendo talvolta la prima persona, Carmen impersonifica donne e uomini che incarnano le diverse sfaccettature della natura umana (da Contessa miseria ai personaggi del Sorriso di Atlantide).

Nuovi personaggi e nuove storie animano i brani dei successivi album; solo a titolo a esemplificativo: Matilde odiava i gatti, la sposa lasciata all’altare di Fiori d’arancio, Masino e la suocera in L’eccezione (Polydor, 2002); Eva di Tutto su Eva, Maria Catena e il Signor Tentenna in Eva contro Eva (Universal, 2006), fino al Mago Magone di Volevo fare la rockstar.

I personaggi femminili si muovono in uno spazio di rappresentazione delle identità in cui autobiografia artistica e impegno sociale si intrecciano. La canzone diventa uno strumento per raccontare esperienze di vita, ma anche per mettere in discussione stereotipi e dinamiche di potere.

Nella nostra ottica più direttamente autobiografica, in Mediamente isterica spicca il brano dedicato al rapporto con la madre, Quattordici luglio, poi rappresentato nella sua conflittualità due anni dopo nell’istantanea In bianco e nero (Stato di necessità, Universal 2000), anche se l’autrice ha dichiarato che il testo non è propriamente autobiografico in quanto «non ci sono stati autentici conflitti, ma solo normali incomprensioni causate dal divario anagrafico e caratteriale, e per entrare nella parte ho dovuto confrontarmi con altri ragazzi e ragazze che hanno patito seriamente il problema»[7].

Il secondo periodo, a partire dagli anni Duemila, segna un’apertura a nuove sonorità e a una scrittura più narrativa e contestualizzata, e prende le mosse proprio da Stato di necessità (Universal 2000), nel quale si ravvisa «una maggiore apertura al pop e alle sonorità acustiche, l’adozione di strumenti musicali nuovi, dai violini agli strumenti tradizionali della musica siciliana e, sotto il profilo dei testi, la presenza di veri e propri ritratti narrativi di ambientazione regionale»[8]. La dimensione autobiografica si arricchisce di riferimenti culturali e mitici, come nel caso di Orfeo, dove il mito diventa chiave di lettura dell’esperienza personale. Una delle interpretazioni possibili farebbe «coincidere l’immagine salvifica del dio della musica con la propria opera rinnovata in stile rispetto al passato, nel ritornello si dichiara pronta ad uscire da un periodo buio per perseguire, rinata, la propria strada di maturità personale e artistica»: («è tempo di rinascere / sento addosso le tue mani / ed è un caldo richiamo perché / ho bisogno di svegliarmi»). A proposito del rapporto col mito, vale la pena di considerare quanto afferma Consoli stessa:

Essendo il mio specchio, le canzoni riflettono ciò che sono e ciò che sono stata. La mia formazione siciliana abbraccia anche la Magna Grecia. Sono cresciuta con le favole di Orfeo, di Narciso e degli Argonauti perché a casa se ne parlava quasi ogni giorno, per cui ci sono dei miti che mi tornano facilmente alla memoria[9].

Andando avanti nella produzione consoliana, oggi ci pare di poter individuare un terzo periodo, dove progressivamente si fanno sempre più spazio memoria, recupero e autobiografia; un periodo che, a nostro avviso, si può far cominciare da Elettra (Narciso/Universal), album vincitore del premio Tenco 2010.

Il brano più autobiografico è senz’altro Mandaci una cartolina, dedicato alla morte del padre. Si tratta di un testo in forma di allocuzione al genitore appena scomparso, costellato di riferimenti rarefatti alla Sicilia per collocare il ricordo e caratterizzarlo, evidenziando il ruolo centrale del padre nell’avvio e nell’evoluzione del percorso artistico di Carmen Consoli.

Ricordare il padre è anche l’occasione per una fine critica alla società e al costume italiano con precise allusioni e l’uso di parole che paiono estrapolate direttamente dal quotidiano che il genitore legge in spiaggia, come “inciucio” (‘pettegolezzo’, ma usato oggi in campo politico per sottintendere un intrigo, un accordo non limpido) e “buttane”, rigorosamente con fonetica sicula con la bilabiale sonora; così come la frase manifestamente del parlato non controllato e sgrammaticato in «a noi ci piace assai la televisione». L’inizio della prima strofa («Tra tutti i giorni in cui potevi partire») è ripetuto nella strofa successiva al primo ritornello, secondo la tecnica del verso puntello, e presenta solo nel finale la variante «morire»; nella seconda strofa, attraverso l’uso dell’ironia, si fa un elenco di luoghi comuni nostrani («viva l’Italia, il calcio, il testosterone, gli inciuci e le buttane in preda all’ormone»). Sul ruolo del padre, anche nella sua formazione umana e artistica, tornerà con il brano Armonie numeriche in Volevo fare la rockstar.

Cenni autobiografici ricorrono anche in altri brani, con il preciso riferimento a sé stessa, come in Sud Est («non avevo che me stessa e una ridente imbarcazione»); anche in Perturbazione atlantica, brano che, come ha spiegato Consoli, è ispirato a un episodio di vita quotidiana («una sciagura per le mie rose questa perturbazione atlantica»).

Con Marie ti amiamo (in duetto con Franco Battiato) si inaugura un altro tipo di autobiografia, più collettiva e linguistica. Il brano ha inserti in arabo, francese e italiano, con un mistilinguismo già sfruttato da Battiato, co-autore, assieme al paroliere e filosofo Manlio Sgalambro, su cui Consoli si esprime così:

Con Franco volevamo fare una canzone che parlasse delle radici senza un preciso filo logico: bisogna trovare il nesso dopo vari ascolti, così come l’abbiamo dovuto trovare persino noi. Le nostre radici sono l’arabo, l’italiano e il francese. Ci piaceva usare le lingue per il suono che possiedono. C’è un piano in cui si sviluppa la storia francese di Marie e un piano in cui si mettono in risalto la nobiltà e la poesia dell’arabo visto dall’Occidente[10].

L’album accoglie anche il brano interamente in dialetto ’A finestra, su cui torneremo.

Nel 2015 Carmen pubblica L’abitudine di tornare (Polydor), un lavoro in cui a ogni traccia viene affidata una storia, alcune derivate da fatti di cronaca, come nei casi della Signora del quinto piano, ispirata dal femminicidio di una donna che aveva denunciato e che non è stata ascoltata dalle autorità, e di La notte più lunga, canzone che ricorda le morti dei migranti nelle acque del Mediterraneo.

L’ultima traccia, Ventunodieciduemilatrenta, chiude però inaspettatamente l’album con una tenera ballata dedicata al figlio appena nato e alla gioia di essere madre, quasi il contraltare della Dolce attesa (Eva contro Eva), dove l’autrice aveva indagato, attraverso il racconto di una gravidanza isterica, gli aspetti meno sereni della maternità, vissuta anche come pressione sociale. L’esperienza di madre, come ha dichiarato la stessa Carmen e come si evince dal brano, ha cambiato lo sguardo sul mondo e dunque anche il modo di scrivere e di comporre. Quel brano autobiografico in chiusura, e fin dal titolo vòlto al futuro, farà da ponte, a distanza di diversi anni, a Volevo fare la rockstar.

Autobiografia e costruzione del sé nella canzone

Per comprendere la specificità del caso consoliano è necessario soffermarsi sulla nozione stessa di autobiografia. In àmbito musicale, essa non coincide con una registrazione fedele dell’esperienza vissuta, ma si configura come una costruzione narrativa del sé, mediata da scelte formali e linguistiche. La canzone impone, infatti, vincoli strutturali che favoriscono una forma di autobiografia frammentaria e indiretta. L’io lirico può coincidere con chi scrive il brano, ma spesso si disloca in personaggi e situazioni che fungono da mediazione: ne deriva un’autobiografia diffusa, che emerge per nuclei tematici ricorrenti più che per dichiarazioni esplicite.

Nel caso di Carmen Consoli, questa dinamica è particolarmente evidente: accanto a brani direttamente autobiografici, si sviluppa una rete di testi in cui l’esperienza personale viene rielaborata attraverso figure narrative. La memoria, l’infanzia, il rapporto con i genitori e la maternità costituiscono elementi ricorrenti che contribuiscono a delineare un’identità coerente ma non univoca.

Commentando l’imminente uscita di Volevo fare la rockstar in un’intervista rilasciata al «Corriere della Sera», Consoli dichiara che si tratta non solo di un discorso autobiografico ma anche di una denuncia «contro il sovranismo e il fascismo, e quegli imbonitori che prima odiavano il Sud e ora lo amano» (il riferimento è alle tracce Mago Magone e L’uomo nero)[11]. Quello che rende il racconto autobiografico della Cantantessa peculiare nella sua produzione è, in effetti, l’intersecazione dei piani della propria microstoria con la macrostoria, in cui al ritratto della bambina Carmen, nella ballata eponima, si intreccia lo sguardo di quella stessa bambina sull’Italia degli anni ’70-90, tra Cosa Nostra, l’attentato del 13 maggio 1981 a Papa Wojtyła, «ferito tra urla e rosari», e i Mondiali del 1982.

In ogni caso, Volevo fare la rockstar si configura come un’autobiografia in musica, dove emergono quadri sull’infanzia della cantautrice, sull’amore materno e sul rapporto con il figlio, quest’ultimo già tratteggiato nel 2015 in Questa piccola magia (L’abitudine di tornare, 2015) e poi approfondito in Le cose di sempre (Volevo fare la rockstar, 2021), brano sottoforma di lettera al figlio Carlo Giuseppe che si fa protagonista (menzionato nei crediti come Doxy601) nell’esecuzione di Mago Magone, dove ne ascoltiamo la voce.

Un’unica inserzione in dialetto alla fine del brano eponimo, «Haiu i papuli nni rita» ‘ho le vesciche nelle dita’, ci traghetta verso una riflessione complessiva sull’uso del siciliano nella produzione consoliana.

La produzione dialettale tra autobiografia artistica e autobiografia linguistica

La lingua di Carmen Consoli è stata in diversi studi oggetto di attenzione linguistica per «i suoi versi di inusitata lunghezza, l’aggettivazione insolita, l’uso massiccio di forme avverbiali» che «rompe definitivamente con la tradizione canzonettistica»[12]. I suoi testi sono stati presi in considerazione sia in panoramiche sulla lingua della canzone in Italia, tra cui le note nel volume di Giuseppe Antonelli, sia in lavori monografici: alla lingua di Consoli sono state dedicate tesi di laurea[13] e indagini su singoli aspetti e specifici brani[14], e un approfondimento sulla componente dialettale nell’analisi del compianto Roberto Sottile[15] che, assieme a Giuseppe Paternostro, si è concentrata sull’uso del dialetto della Cantantessa[16].

La lingua rappresenta uno degli strumenti principali attraverso cui si costruisce l’autobiografia consoliana. In particolare, il registro alto dell’italiano, con una selezione lessicale che diventa cifra stilistica distintiva della Cantantessa, e l’alternanza tra italiano e dialetto siciliano che si fa sempre più spazio per consentire di articolare diversi livelli di esperienza e di identità. Spostando lo sguardo dai temi allo stile e alle scelte linguistiche, è possibile approfondire anche il discorso autobiografico intrecciando le canzoni all’autobiografia linguistica di Carmen Consoli. Anche in questo caso possiamo tracciare due blocchi: uno, decisamente più rappresentato, in cui prevale l’italiano, e l’altro che assume il dialetto come codice per soddisfare esigenze espressive di volta in volta diverse e che culminano oggi nell’album Amuri Luci (2025), su cui ci ripromettiamo di tornare in altra sede.

Ai brani in dialetto, anche in questo caso, è stato utile avvicinare le dichiarazioni di Consoli, oltre a quanto già era possibile ricavare sulla percezione del dialetto per la Cantantessa, come è emerso dalla specifica ricerca di Sottile.

Quanto e quale siciliano usa Consoli nella sua produzione? Il dato quantitativo è abbastanza circoscritto. Per avere un lavoro totalmente dialettale bisognerà aspettare il già citato Amuri Luci (Narciso records 2025), con una significativa anticipazione in Terra ca nun senti (2024). Per il resto, i brani in dialetto sono: Masino (L’eccezione, 2002); ’A finestra (Elettra, 2010), e Tano (Eco di sirene, Universal, 2018).

A questi si aggiungono Stranizza d’amuri, brano cover inserito nell’album tributo a Franco Battiato, Voli imprevedibili (2004); la canzone Focu di raggia, pubblicata nell’album di Goran Bregović Karmen (With A Happy End) (Mercury records, 2007); Ciuri di campo (2008), dedicata a Peppino Impastato, in collaborazione con i Lautari, e i brani nell’album Terra ca nun senti (2025), cover di Rosa Balistreri.

Tracce di siciliano si trovano in Il sultano (della Kianca) (Stato di necessità, 2000), dove Kianca è un toponimo palermitano; in La dolce attesa (Eva contro Eva, 2006), dove all’inizio viene inserito un verso della filastrocca tradizionale siciliana Ninna nanna di la Guerra, nella versione originale cantata da Rosa Balisteri: «E da la vo’ / sunnuzzu viniti / ca ju l’annacu e vui l’addurmisciti»; in Mio zio (Elettra, 2009) troviamo il diminutivo affettivo dialettale «gioiuzza», e, da ultimo, nella già menzionata inserzione finale in Volevo fare la rockstar abbiamo il verso «Haju i papuli nni rita» (‘ho le vesciche nelle dita’).

La Cantantessa a inizio carriera aveva dichiarato: «Fosse per me io canterei anche in siciliano; se uso l’italiano è per essere capita»[17]; successivamente il dialetto sarà considerato un «bacino lessicale a cui attingere con sonorità nuove che diano sfumature diverse ai brani»[18]. Citando il famoso cantautore genovese, Consoli nel 2008 aveva affermato:

Quando questo italiano si arricchisce – come diceva De André – di lingue antiche, che sono il genovese e le altre, diventa più colorita […]. Quindi c’è una lingua italiana che si deve evolvere e che ultimamente si sta invece un po’ scolorendo, secondo me, sta diventando sempre più semplice e vuole diventare molto più scarna di contenuto, di eleganza. Io piuttosto la arricchirei di termini presi dai dialetti vari, delle varie regioni, invece di arricchirla di termini che vengono dall’inglese, che suonano male vicino a una lingua romanza[19].

Per quanto riguarda il dato qualitativo, come è stato già indagato[20], in generale il siciliano della produzione dialettale dell’artista catanese assume una forma più aderente alla tradizione con presenza di arcaismi e fenomeni tipici del siciliano costiero orientale quali, tra gli altri, la deaffricazione (cioè trasformazione di c nel suono fricativo ç) «’a çirasa» ‘la ciliegia’; esito di r + consonante assimilata a quella che segue «genti ca sa fa ’lliccannu a sadda»; retroflessione nella pronuncia dei nessi tr e str in ţ come in «ţrivulu» ‘lamento, malaugurio’ o «sţringeunu» ‘stringevano’; esito nessi -LJ- in gghi come in «cunsigghiari» ‘consigliare’; rotacizzazione di d in r in «viru» ‘vedo’ (esempi da ’A Finestra).

Dal punto di vista stilistico, è interessante notare come i pochi casi di disfemia nei testi si trovano solo in contesto dialettale: uno in ’A finestra: «vannia un vecchiu tintu» (‘grida un vecchio stronzo’) e l’altro in Tano «evitiamo domande ca’ è stancu / pe’ sparari minchiati» (‘evitiamo domande che è stanco / di sparare minchiate’ – ma nel senso di ‘bugie’). Come emerge anche dalle sue dichiarazioni, Consoli ricorre alla disfemia nei brani in siciliano per esigenza espressiva e di realismo: «Il siciliano anche se parlato da persone colte, emancipa dalla formalità. Un insulto in italiano è offensivo, mentre un insulto in siciliano fa ridere, ti spinge a rispondere perché ha un che di ironico. Si tratta di sfumature che ampliano, danno colore alla lingua italiana»[21].

La produzione dialettale di Carmen Consoli, letta alla luce delle dinamiche tra autobiografia artistica e autobiografia linguistica, si presta a ulteriori riflessioni se si considera il ruolo della lingua come dispositivo di messa in scena del sé. In questo senso, il dialetto non è soltanto un codice alternativo all’italiano, ma uno spazio simbolico in cui si articolano identità multiple, tensioni culturali e strategie espressive.

Un primo elemento da approfondire riguarda la funzione performativa del dialetto. Nei brani in siciliano, Consoli non si limita a scegliere la lingua, ma la mette in scena come voce incarnata, spesso legata a personaggi specifici. Questo aspetto è particolarmente evidente nei testi narrativi, in cui il dialetto contribuisce a costruire un effetto di autenticità e verosimiglianza. La lingua diventa, così, un marcatore sociale e culturale: chi parla in dialetto appartiene a un mondo preciso, connotato geograficamente e simbolicamente. Ma chi canta in dialetto è anche Consoli stessa. Come ha dichiarato nella presentazione dell’album Elettra alla FNAC di Milano (30/10/2009), a quella finestra del brano omonimo c’è la stessa Carmen, che con il dialetto osserva la città e la società del contesto siciliano che la circonda.

In questa prospettiva, la produzione dialettale può essere letta come una forma di teatro linguistico, in cui l’autrice alterna registri e codici per differenziare le voci e i punti di vista. L’autobiografia artistica si intreccia, quindi, con una dimensione quasi drammaturgica: Consoli non racconta solo sé stessa, ma costruisce un coro di figure che riflettono, amplificano o mettono in discussione la sua esperienza.

Il rapporto della Cantantessa con il dialetto si può riassumere evocando un’intervista del 12 luglio 2003 a Pordenone, dove parla del siciliano come sua Lingua 2[22].

Figlia di una veneta e di un siciliano, in casa parlava soprattutto italiano. Dai 13 ai 19 anni studia inglese per tre mesi l’anno. Ma Consoli dichiara di studiare anche il siciliano, definendolo «difficile» e racconta le critiche ricevute dopo Masino, dove aveva usato la terza persona singolare del passato remoto di rompere «ruppi» e non «rumpìu». L’intervista termina con una riflessione per cui Consoli dichiara che «la lingua ha su di me un certo tipo di sound» e di come influenzi la grana della voce. È significativo, in questo senso, che Consoli abbia bisogno di studiare il dialetto, riconoscendone la complessità e la distanza rispetto alla propria lingua d’uso quotidiana. Questo dato rafforza l’idea di un’autobiografia linguistica non immediata o spontanea, ma costruita attraverso un processo di acquisizione e rielaborazione. Il dialetto diventa, quindi, anche una lingua scelta, oltre che ereditata. L’eredità, d’altronde, viene cercata non solo fra le mura domestiche ma anche nelle radici della canzone folk in siciliano.

In una lezione sulla musica popolare, tenuta il 29 maggio 2011 all’Auditorium Parco della musica di Roma, Consoli spiega come la musica regionale e dunque anche quella siciliana, per esempio quella di Rosa Balistreri, rappresenti la vera essenza della musica pop:

La mia vera scuola è il palco. Io vengo da un certo tipo di formazione e credo molto nell’incontro tra musicisti che provengono da diversi mondi e da diverse esperienze. Credo nella contaminazione perché nella contaminazione vi è la possibilità di arricchimenti, vi è la possibilità della fusione di sensibilità musicali… mi faccio accompagnare da vari protagonisti della musica popolare. Cos’è la musica popolare? La musica popolare è ciò che nasce spontaneamente dal popolo. Io non sono proprio una protagonista di rilievo di questo genere ma sento nel mio DNA, in qualche modo, un qualche residuo. Oggi è importante sottolineare l’esigenza del recupero della memoria. Io credo che la nostra società sia sorda a questa ricchezza. La musica popolare rischia di essere relegata in polverose, in impolverate soffitte e me ne sono resa conto nel momento in cui entrando in certi negozi di musica trovo relegati nei reparti regionali degli artisti di fama internazionale. La nostra musica popolare viene considerata regionale in Italia, non vi è una grandissima attenzione, vi è quasi più attenzione all’estero […].

Il progressivo aumento della componente autobiografica nella produzione consoliana coincide con una maggiore attenzione al recupero delle radici e con il consequenziale incremento dell’uso del siciliano. Il dialetto si configura, allora, come lingua della memoria, capace di attivare un immaginario legato all’infanzia, alla famiglia e alla tradizione orale. Non si tratta di una memoria puramente individuale, ma collettiva, che rimanda a pratiche, racconti e forme di vita condivise.

Per concludere

L’analisi della produzione di Carmen Consoli mostra come autobiografia artistica e autobiografia linguistica siano profondamente intrecciate. La lingua, infatti, non rappresenta un semplice strumento espressivo, ma uno spazio in cui si costruisce e si negozia l’identità.

Uno degli aspetti più evidenti, anche se fino ad Amuri luci più marginale, è l’uso del dialetto siciliano, che compare accanto all’italiano standard. Questa alternanza linguistica non è casuale: riflette la sua origine catanese e diventa uno strumento per esprimere sfumature emotive più intime. Il dialetto, infatti, permette di evocare radici profonde, relazioni familiari e allo stesso tempo una dimensione quasi orale e ancestrale del racconto universale.

L’autobiografia linguistica si manifesta anche nella scelta dei temi: l’infanzia, la famiglia, la condizione femminile e la memoria collettiva della Sicilia. La lingua diventa, quindi, uno spazio di resistenza e affermazione, soprattutto quando l’artista dà voce a figure in parte dimenticate, come Rosa Balistreri.

Anche sul versante dell’italiano, Consoli utilizza spesso un lessico ricercato e costruzioni sintattiche che richiamano la tradizione letteraria, mescolandole con espressioni popolari. Questo incontro tra alto e basso riflette un’identità plurale: quella di un’artista che si muove tra cultura còlta e cultura popolare.

In sintesi, nelle canzoni di Carmen Consoli l’autobiografia linguistica non è solo racconto di sé, ma diventa racconto di un’intera comunità. La lingua, nelle sue variazioni e contaminazioni, si trasforma in uno strumento potente per esprimere appartenenza e memoria, ma anche trasformazione personale.

 

  1. Intervista di F. Guglielmi a C. Consoli del 23/09/2021 su «Billboard Italia»; è possibile leggerne un estratto all’URL: https://billboard.it/interviste/carmen-consoli-volevo-fare-la-rockstar-intervista/2021/09/2374739/ (ultima consultazione: 10/03/2026).
  2. Il presente articolo ricalca un intervento al Convegno dell’American Association Teachers of Italians tenutosi all’Università di Princeton (NJ) il 26 aprile 2025, quando Amuri Luci, al quale pure si farà qualche cenno nel corso della trattazione, non era ancora uscito. Desideriamo ringraziare l’AATI e in particolare l’organizzatore del panel, Gaspare Trapani, e tutte le partecipanti e i partecipanti per il proficuo scambio avvenuto in quei giorni di discussione al campus. Sull’appellativo di Cantantessa si veda P. D’Achille, La Cantantessa è una (e gli Studentessi sono solo canzonette), in «Italiano digitale», VIII, 2019/1 (gennaio-marzo), pp. 13-15.
  3. Cfr. F. Guglielmi, Quello che sento, Il mondo, i pensieri, la musica di Carmen Consoli, Firenze, Giunti, 2006 (prima edizione 2001); E. Raugei, Fedele a me stessa, Roma, Arcana, 2010.
  4. P. Lejeune, Il patto autobiografico, Bologna, il Mulino, 1986.
  5. D. Accolla, Mito e regionalità nell’onomastica di Carmen Consoli, in «Il nome nel testo», XIV, pp. 141-50: 142.
  6. F. Guglielmi, Carmen Consoli. Quello che sento, op. cit., p. 149.
  7. F. Guglielmi, Carmen Consoli. Quello che sento, op. cit., p. 159.
  8. Ibidem.
  9. E. Raugei, Fedele a me stessa, op. cit., pp. 84-85.
  10. E. Raugei, Fedele a me stessa, op. cit., p. 196.
  11. A. Laffranchi, «Carmen Consoli: “Volevo fare la rockstar contro sovranismo e fascismo”», in «Corriere della Sera», 21 settembre 2021.
  12. Così L. Coveri, L’italiano e le canzoni, Accademia della Crusca, 27/1/2012 (ultima consultazione 8/3/2026), che prosegue: «mai come nelle sue composizioni la musica appare al servizio del testo, e non viceversa. Un vero, radicale, “smascheramento”». Ancora Consoli: «Spesso mi lascio trascinare dalla ricerca del vocabolo più prezioso, non per un valore estetico. Io penso che quando si scrive il testo di una canzone, se hai un concetto e cerchi l’aggettivo più prezioso per definirlo, non lo rendi artificiale, lo rendi lavorato e ciò non toglie autenticità a ciò che scrivi» (cit. in M. Rapisarda, La «parola cantata» in Carmen Consoli, in Poesia e musica, XXVII Premio Brancati Zafferana, Atti del Convegno, 27-30 settembre 2006, a cura di R. Verdirame, Catania, CUECM, 2009.
  13. S. Piras, «Vorrei dire due parole». Analisi lessicale e stilistica della lingua delle canzoni di Carmen Consoli, Tesi di Laurea, Università di Cagliari, rel. R. Fresu, a. acc. 2007/2008; e B. Giannelli, «Fedele a me stessa». Un’analisi lessicale e stilistica delle canzoni di Carmen Consoli, Tesi di Laurea magistrale, Università di Pisa, rel. M. Maggiore, corr. F. Franceschini.
  14. Come l’onomastica in D. Accolla, Mito e regionalità dell’onomastica di Carmen Consoli, op. cit.; su Besame Giuda all’interno di un percorso sulla lingua della canzone scritta e interpretata da cantanti donne: V. Ricotta, «Una donna con la D maiuscola». Analisi di “Bésame Giuda”, in «Italiano digitale», XI, 2019/4, ed Ead., Volevo fare la rockstar» di Carmen Consoli: una lettura linguistica, in «Lingua Italiana», 12 gennaio 2022; E. Tonani, «Quando un pensiero corre libero e scomposto». Note socio-linguistiche sui testi di cantautrici pop italiane degli anni Duemila, in «Diacritica», 2025, pp. 56-57.
  15. Sulla struttura e i vincoli della canzone si veda L. Zuliani, L’italiano della canzone, Roma, Carocci, 2018.
  16. G. Antonelli, Ma cosa vuoi che sia una canzone. Mezzo secolo di italiano cantato, Bologna, il Mulino, 2010; R. Sottile, Dialetto e canzone. Uno sguardo sulla Sicilia di oggi, Firenze, Cesati, 2018.
  17. E. Guidotti, Carmen Consoli. Bambina impertinente, Genova, Editrice Zona, 2001, p. 53.
  18. E. Raugei, Fedele a me stessa, op. cit., p. 197.
  19. P. Talanca, Cantautori novissimi: Carmen Consoli. «In fatto di musica sono onnivora», in «Le Bielle Interviste», 2008: https://www.bielle.org/2008/Interviste/CarmenConsoli_Talanca_int.htm (ultima consultazione: 6 marzo 2026).
  20. Si veda B. Giannelli, «Fedele a me stessa». Un’analisi lessicale e stilistica, op. cit.
  21. E. Raugei, Fedele a me stessa, op. cit., p. 197.
  22. Cfr. l’URL: https://www.youtube.com/watch?v=-b7BykRaUdo (ultima consultazione 10/03/2026).

(fasc. 60, 25 maggio 2026)

Autobiografia e periferia nel “Bildungsroman” musicale di Mahmood

Author di Gaspare Trapani

Abstract: Il saggio analizza la produzione lirica di Mahmood come uno spazio di elaborazione autobiografica in cui memoria personale, costruzione identitaria e rappresentazione dello spazio urbano si intrecciano in modo significativo. Attraverso l’analisi di brani appartenenti a diverse fasi della carriera dell’artista – tra cui Soldi, Nilo nel Naviglio, Mai figlio unico, Tuta Gold e Barrio – lo studio mette in luce come la scrittura musicale di Mahmood si configuri come una forma di narrazione del sé, capace di trasformare esperienze biografiche in dispositivi poetici e simbolici. Particolare attenzione è dedicata alla centralità della dimensione familiare, segnata dall’assenza della figura paterna e dalla funzione stabilizzante della madre, elementi che contribuiscono alla costruzione di un’identità complessa e plurale. Parallelamente, la periferia milanese emerge come spazio autobiografico fondamentale: non semplice sfondo geografico, ma luogo simbolico in cui si articolano processi di marginalizzazione, appartenenza e aspirazione sociale. Attraverso un approccio interdisciplinare che dialoga con studi sulla memoria, sociologia delle migrazioni e teoria dello spazio urbano, il saggio mostra come l’opera di Mahmood contribuisca a ridefinire le forme contemporanee dell’autonarrazione nella canzone italiana. Le sue canzoni si configurano, così, come un racconto generazionale in cui l’esperienza individuale diventa lente interpretativa delle trasformazioni culturali e identitarie dell’Italia contemporanea.

Abstract: This article examines the lyrical production of Mahmood as a form of autobiographical expression in which personal memory, identity construction, and the representation of urban space are closely intertwined. Through the analysis of several songs from different stages of the artist’s career – including Soldi, Nilo nel Naviglio, Mai figlio unico, Tuta Gold, and Barrio – the study argues that Mahmood’s songwriting functions as a narrative of the self, transforming biographical experiences into poetic and symbolic structures. Special attention is devoted to the central role of family memory, particularly the recurring figure of the absent father and the stabilizing presence of the mother. These elements contribute to the shaping of a complex and plural identity that reflects both personal experience and broader cultural dynamics. At the same time, the Milanese periphery emerges as a key autobiographical space: not merely a geographical setting but a symbolic environment in which marginality, belonging, and aspirations for social mobility are negotiated. Adopting an interdisciplinary perspective that engages with memory studies, migration sociology, and theories of urban space, the article suggests that Mahmood’s work redefines contemporary forms of self-narration within Italian popular music. His songs thus operate as a generational narrative in which individual experience becomes a lens through which to interpret broader transformations in contemporary Italian cultural and identity formations.

Having emerged from the poverty and obscurity in which I was born and bred,

to a state of affluence and some degree of reputation in the world,

and having gone so far through life with a considerable share of felicity,

the conducing means I made use of,

which, with the blessing of God, so well succeeded, my posterity may like to know.

(Benjamin Franklin)

L’ingresso di Mahmood nel panorama musicale italiano si situa nel 2018, anno in cui il cantante si affermò vincendo Sanremo Giovani con il brano Gioventù bruciata, garantendosi così l’accesso alla successiva edizione del Festival di Sanremo 2019 dove ottenne la vittoria con il singolo Soldi, brano che si impose non solo sul pubblico italiano ma ebbe anche un rilevante successo internazionale, piazzandosi al secondo posto all’Eurovision Song Contest e accumulando milioni di ascolti sulle piattaforme digitali nazionali e internazionali.

La vittoria di Mahmood a Sanremo, tuttavia, non fu priva di controversie. Il risultato finale ‒ determinato dalla combinazione dei voti della giuria demoscopica, della sala stampa e del televoto ‒ vide prevalere Mahmood su Ultimo, primo nelle preferenze del pubblico ma penalizzato dalle altre giurie. Questo verdetto scatenò polemiche non solo sul piano musicale, ma anche a livello ideologico, trasformando la vittoria dell’artista in un oggetto di discussione pubblica in cui confluirono questioni relative all’origine etnica e ai tratti fisici mediorientali del cantante.

Ad intervenire nel dibattito furono personalità politiche di rilievo, tra cui Matteo Salvini, all’epoca Ministro dell’Interno e Vicepresidente del Consiglio del Governo Conte, che pochi minuti dopo l’annuncio del vincitore pubblicò su Twitter: «Mahmood… Mah… la canzone italiana più bella?
Io avrei scelto Ultimo, voi che dite?
». Le critiche furono ulteriormente amplificate da Maria Giovanna Maglie, giornalista nota per le sue posizioni vicine alla destra, la quale, sempre su Twitter, commentò: «Un vincitore molto annunciato. Si chiama Maometto, la frasetta in arabo c’è, anche il Ramadan e il narghilè, il meticciato è assicurato». L’artista non raccolse le provocazioni e si limitò a precisare: «Non entro in queste polemiche. Io sono un ragazzo italiano, sono un italiano al 100 per cento da madre sarda e padre egiziano»[1].

Nonostante questo atteggiamento misurato, Mahmood divenne rapidamente un punto focale di tensioni culturali e razziali in cui furono messe in discussione le categorie tradizionali di italianità, rendendo al contempo visibili le ambivalenze e le contraddizioni della costruzione dell’identità nazionale contemporanea.

Mahmood, nome d’arte di Alessandro Mahmoud, nasce a Milano il 12 settembre 1992 da madre italiana originaria di Orosei e padre egiziano, che lascia la famiglia quando il figlio ha cinque anni per rientrare in Egitto, dove si ricostruirà una nuova vita con altre mogli e figli. Cresciuto nel quartiere Gratosoglio, nella periferia sud milanese, Alessandro sviluppa precocemente una forte inclinazione per la musica, studiando canto, pianoforte e solfeggio, e affiancando alla formazione artistica diversi lavori occasionali prima di dedicarsi interamente alla carriera musicale.

La madre, Anna, per anni barista, assume di fatto entrambe le funzioni genitoriali, garantendogli stabilità affettiva all’interno di una famiglia allargata ‒ composta da dodici zii e numerosi cugini in Sardegna ‒ con cui l’artista trascorre regolarmente le estati. In un’intervista televisiva Mahmood ha dichiarato: «La mia infanzia è stata molto felice, mia mamma non mi ha mai fatto mancare niente e mi ha sempre aiutato. Non ho mai sofferto tanto la mancanza di papà, perché ero sempre circondato da parenti e non mi sono mai sentito solo»[2]. L’assenza paterna, tuttavia, costituirà l’ossatura emotiva di una parte significativa della sua produzione lirica, a partire da Soldi, brano spartiacque sia sul piano artistico sia su quello dell’esposizione pubblica.

In Soldi, infatti, si mette in scena un doppio dialogo familiare: da un lato quello con la madre, donna tradita e rimasta sola, evocata attraverso un verso che suona come una presa di coscienza tardiva e amara («Ti sembrava amore ma era altro»); dall’altro, quello con il padre assente, richiamato come figura affettiva intermittente e rituale, costruita attraverso gesti simbolici quasi caricaturali, spesso in aperta contraddizione con il dettato religioso («beve champagne sotto Ramadan») oppure mediante domande retoriche svuotate di reale partecipazione emotiva: «Fuma narghilè mi chiede come va, sai già come va, come va, come va».

Il titolo Soldi, tuttavia, risulta volutamente fuorviante. Non si tratta di una canzone sulle difficoltà economiche o sull’avidità in senso stretto, bensì di un racconto intimo di un legame familiare spezzato, in cui il denaro diventa il simbolo di un rapporto ridotto a scambi materiali e promesse mancate, come sottolinea la ripetizione ossessiva della parola “Soldi”, seguita dall’applauso sarcastico. In questo quadro si inserisce il verso rabbioso e diretto: «Dimmi se ti manco o te ne fotti», che condensa l’intera tensione emotiva del brano in una domanda brutale, priva di mediazioni retoriche, cui fa opposizione, nel testo, una quartina in cui il tono si fa nostalgico e struggente: qui Mahmood alterna arabo e italiano[3], dando voce a un ricordo infantile carico, sospeso tra autenticità e illusione:

Waladi waladi habibi ta’aleena (“Figlio mio, figlio mio, amore, vieni qui”)
Mi dicevi giocando giocando con aria fiera,

Waladi waladi habibi sembrava vera
La voglia la voglia di tornare come prima.

In questo passaggio, la lingua araba ‒ associata alla memoria del padre e all’infanzia ‒ non è strumento identitario esibito, ma lingua del ricordo e della mancanza, veicolo di un’intimità fragile, come quel desiderio di “tornare come prima” irrealizzabile.

Al di là del caso emblematico di Soldi, la figura paterna costituisce un motivo ricorrente nella produzione lirica già nel precedente Gioventù bruciata. Qui, Mahmood costruisce un paesaggio mnemonico fatto di immagini evocative, frammenti discontinui di infanzia “dimenticati troppo presto” e ulteriori accenni a un dialogo affettivo interrotto, come mostrano chiaramente versi quali:

Mettevi in macchina le tue canzoni arabe
stonavi e poi mi raccontavi vecchie favole
C’è qualcosa che non capisco, come fare un tuffo nel Mar rosso
l’ho dimenticato troppo presto

In Gioventù bruciata, a differenza di Soldi, il padre non è ancora oggetto di accusa diretta, ma emerge come figura ambivalente, filtrata attraverso il ricordo infantile: le “canzoni arabe”, le “favole”, il “Mar Rosso” evocano un immaginario affettivo e culturale che appare oggi sfocato, parziale, già in via di perdita. Il verso «l’ho dimenticato troppo presto» diventa, così, una chiave di lettura centrale, perfettamente coerente con l’idea ricoeuriana[4] della memoria come costruzione instabile e selettiva, e prepara il terreno per il confronto emotivo e conflittuale con la figura paterna che si sviluppa in Soldi.

Lo stesso accade nel brano Nilo nel Naviglio, titolo evocativo in cui riaffiora, da un lato, il simbolo fluviale della Milano di Mahmood, dall’altro quello del padre egiziano. In questo testo, tra identità, memoria e nostalgia, emergono, ancora una volta, i ricordi emotivi legati alla mancanza paterna, a cui si rivolge direttamente:

Ma ora dimentichi i miei modi di fare da bambino
quando la notte confondevamo sempre il Naviglio con il Nilo

Dicevi scappiamo in Cina
ma dove vado se non ci sei tu più qui vicino se non c’è più il Nilo

Sarah Bringhurst Familia, ricercatrice presso l’Università di Leiden, evidenzia la centralità della figura paterna nella costruzione dell’identità di Mahmood, sottolineando come «the memories of his alienated father represent not only a missing parental figure, but a missing piece of self-identity that nevertheless plays a deeply significant role in the way he exists both in his everyday life and as a public figure»[5]. In Nilo nel Naviglio, quindi, Mahmood, attraverso un viaggio interiore tra Nilo e Naviglio volto alla costruzione della propria identità, mostra come i ricordi e le memorie personali vengano trasportati e riassemblati in un nuovo contesto, trasformando lo spazio circostante in un luogo emotivo e simbolico.

«Resto qui e butto un’altra notte / Cerco il Nilo nel Naviglio»: l’io lirico ricompone frammenti dell’infanzia in un’evocazione immaginativa di un luogo con cui sente una connessione, anche senza averci mai vissuto pienamente. La canzone esplora, così, ciò che Sheller e Urry descrivono come:

The complex interrelation between travel and dwelling, home and not-home. In leaving a place migrants often carry parts of it with them which are reassembled in the material form of souvenirs, textures, foods, colours, scents, and sounds ‒ reconfiguring the place of arrival both figuratively and imaginatively[6].

All’interno dello stesso progetto discografico, Asia Occidente di Mahmood ripropone, attraverso una nuova metafora geografica, il nodo irrisolto della figura paterna, declinandolo secondo una polarità più netta e conflittuale, quella di una configurazione dicotomica esplicita: Asia e Occidente. Il nucleo lirico centrale esplicita tale dinamica:

Mi chiamerai sotto casa, quando tutti dormiranno
Con la voglia di fare lo stesso sbaglio
ma ora non ti assomiglio più
Mi chiamerai sotto casa, farò finta di niente
Come sempre, come se io fossi l’Asia e tu l’Occidente
Fossi l’Asia e tu l’Occidente

L’affermazione «Mi chiamerai sotto casa» costruisce una scena di prossimità potenziale: la figura del “tu” ‒ leggibile in continuità con la funzione paterna ‒ è evocata come presenza ancora capace di riattivare il legame. La frattura, però, incombe in modo netto nell’affermazione: «ora non ti assomiglio più». L’avverbio temporale “ora” marca un passaggio identitario compiuto: l’io lirico rivendica una trasformazione che implica differenziazione e superamento del modello paterno; il soggetto si emancipa, dunque, dalla genealogia, ridefinendo la propria fisionomia etica e culturale.

La metafora «come se io fossi l’Asia e tu l’Occidente» non rimanda semplicemente a coordinate spaziali, ma diviene dispositivo allegorico del conflitto identitario: l’io si colloca deliberatamente in uno dei due estremi, segnando una distanza non soltanto affettiva, ma culturale e simbolica.

Se in Asia Occidente il conflitto identitario si articola attraverso una polarizzazione geografica, in Mai figlio unico la tensione si concentra sulla definizione del soggetto, rinvia a una condizione filiale strutturalmente plurale e priva di esclusività. Tale consapevolezza emerge con particolare evidenza nei versi: «Ho una sorella e un fratello dall’altra parte del mondo / Forse di me, forse di te manco lo sanno». La distanza geografica diviene qui figura della frammentazione paterna: la genealogia non si configura come linea unitaria, ma come costellazione dispersa.

Al centro del testo si articola una duplice dinamica: da un lato, il timore di aver ereditato dal padre tratti indesiderati; dall’altro, l’investimento esclusivo nella figura materna quale unica radice stabile come esplicitato nei versi: «Mi sento un po’ come se avessi preso il lato peggiore di te / Mia madre ha solo me».

L’eredità paterna è percepita non soltanto in termini biologici, ma soprattutto etici: il figlio teme di aver interiorizzato ciò che avverte come mancanza o difetto del padre e il sintagma «il lato peggiore di te» evidenzia il peso di questa identificazione negativa. In contrapposizione, l’affermazione «Mia madre ha solo me» istituisce un’esclusività materna che funge da principio di stabilità, l’unica relazione non frammentata.

La figura paterna riemerge con forza in Tuta Gold, in una forma che intreccia memoria privata e conflitto identitario, perdono dichiarato e ferita ancora aperta: «Lo sai che non porto rancore / Anche se papà mi richiederà di cambiare cognome». Interessante è il secondo verso, che introduce immediatamente un elemento di conflitto: la richiesta del padre di “cambiare cognome”. Il cognome, in quanto segno giuridico e simbolico della filiazione, rappresenta l’iscrizione del soggetto in una genealogia. Metterlo in discussione significa incrinare il legame stesso della trasmissione identitaria. Il senso di questi versi si chiarisce alla luce dell’intervista rilasciata dal padre alla stampa nell’agosto 2023: «Se lui davvero pensa che io l’abbia abbandonato e non vuole avere più a che fare con me, vorrei che cambiasse il suo cognome con quello della madre. Non pretendo che cambi il suo nome d’arte ma quello reale»[7].

La dichiarazione pubblica introduce un elemento di forte esposizione mediatica del conflitto familiare. La distinzione operata dal padre tra “nome d’arte” e “nome reale” sottolinea, inoltre, la scissione tra persona pubblica e individuo privato: mentre il brand “Mahmood” rimarrebbe intatto, il soggetto civile dovrebbe rinunciare al patronimico.

Particolarmente significativa, nel percorso autobiografico di Mahmood, è Stella cadente, vera e propria epistola in versi di un figlio verso la figura paterna assente. I versi «Perdo tempo a chiedermi se piaccio a chi non ho mai visto perché / Forse è che da quando ho fatto cinque anni mi hai lasciato un triste ricordo di te» introducono immediatamente la ferita originaria: l’abbandono intorno ai cinque anni. L’assenza paterna diventa matrice di un’insicurezza affettiva strutturale («se piaccio a chi non ho mai visto»), quasi che il bisogno di approvazione pubblica ‒ cifra ricorrente nell’immaginario mahmoodiano ‒ affondi le radici in quella mancanza primaria. Altri versi del brano intensificano il tono epistolare e confessionale in cui la dimensione privata si intreccia con quella identitaria e culturale: «Leggimi una favola pure del Corano / Se vuoi presentarmi mia sorella»; «Io compro la mia prima casa e non mi chiedi com’è / Mi rimangio le parole: non so nemmeno se ti voglio bene».

Il riferimento al Corano segnala una componente biografica coerente con le origini egiziane del padre, ma resta inscritto in una dinamica affettiva: la favola è il gesto mancato, l’intimità negata. L’accenno alla sorella e alla “prima casa” introduce, invece, il tema del riconoscimento mancato: il raggiungimento di un obiettivo di vita – la prima casa ‒ non colma il vuoto dell’assenza paterna e il verso conclusivo («Mi rimangio le parole: non so nemmeno se ti voglio bene») sospende il discorso in un’ambivalenza radicale tra bisogno e rifiuto.

Anche nella più recente Sottomarini riaffiora la figura paterna, legata alla detenzione di due anni per traffico di documenti falsi e ricettazione, evento biografico che nell’economia simbolica del testo si configura come vera e propria “ferita simbolica”, ulteriore incrinatura dell’ordine genealogico e dell’autorità. Il passaggio «Come stavo io / Quando ti ho visto fuori dal carcere» non insiste sul reato in sé, ma sull’effetto emotivo prodotto dall’episodio del padre detenuto sull’io e sulla destabilizzazione affettiva generata dall’evento. L’uscita dal carcere, anziché configurarsi come riconciliazione, riapre una frattura. È proprio in questa strofa che il testo opera una contrapposizione netta: alla figura paterna, instabile e traumatica, si contrappone quella materna, evocata in forma semplice e colloquiale: «Come sta mamma? Sembra rinascere».

Se il padre è associato al carcere, alla colpa e alla discontinuità, la madre assume la funzione di principio rigenerativo, controbilanciando la ferita paterna. Questa centralità materna emerge già in Ghettolimpo, dove la madre è figura di sostegno silenzioso e di radicamento affettivo. L’album stesso, il cui titolo fonde il “ghetto” con l’“Olimpo”, costruisce una mitologia personale in cui l’ascesa artistica non cancella le origini periferiche, e la madre rappresenta la continuità tra questi due poli: «Nel buio guarda tua madre / Ti dirà: “L’amore è ciò che ti resta”». Qui, la figura materna – al contrario del padre – si configura come guida morale e affettiva: nella difficoltà, nell’insicurezza o nelle cadute esistenziali, è lei a indicare (o ricordare) che l’unica cosa che resta è l’amore, come fondamento emotivo e morale. È tuttavia in T’amo (contenuta in Ghettolimpo) che l’amore filiale verso la madre si fa esplicito e totalizzante, priva di riserve. I versi:

Dammi la buonanotte
Anche se non lo sai, ho bisogno di te
Ma no, non è facile da sola crescere
Chi per metà ti ricorda l’uomo che ti ha lasciato
Ti ho promesso che nella vita tua c’ero
Giuro lo farò, fino a New York ti porterò

mettono in scena una dinamica rovesciata rispetto a quella paterna. Non è il figlio a chiedere riconoscimento, ma a offrirlo, assumendo una postura protettiva e promettendo presenza («nella vita tua c’ero»), mobilità sociale («fino a New York ti porterò»), risarcimento simbolico. Il verso «non è facile da sola crescere / Chi per metà ti ricorda l’uomo che ti ha lasciato» è particolarmente denso: il figlio riconosce nella propria identità una traccia del padre assente, quasi un segno doloroso impresso nel volto e nel sangue. La madre ha dovuto crescere “da sola” un figlio che, inevitabilmente, porta in sé l’immagine dell’uomo che l’ha abbandonata. L’amore filiale si carica, allora, anche di una dimensione riparativa. In un’intervista, Mahmood ha dichiarato:

Il dna del disco, il nucleo è un po’ “T’Amo” perché è la prima canzone che dedico a mia madre. Ho sempre parlato delle mie origini arabe e messo poco in luce quelle sarde che è una parte molto forte, che mi appartiene. Sono molto felice di questo brano anche perché ho collaborato con un coro del mio paese, di Orosei[8].

In tal senso, la canzone assume anche un valore identitario: se la figura paterna è associata alle “origini arabe”, qui emerge con forza la matrice materna sarda, non solo sul piano tematico, ma anche musicale e linguistico: il ritornello, infatti, riprende e rielabora A Diosa (1920), celebre canto d’amore della tradizione sarda scritto da Salvatore Sini e musicato da Giuseppe Rachel in cui si recita:

Non potho reposare amore ’e coro
Pensendte a tie so donzi momentu
No istes in tristura prenda1’e oro
Né in dispiaghere o pensamentu
T’assicuro che a tie solu bramo
Ca t’amo forte e t’amo, t’amo e t’amo
Unu mundu bellissimu pro tene
Pro poder dispensare cada bene[9]

L’operazione compiuta in T’amo è altamente significativa: un canto tradizionalmente amoroso ‒ rivolto a una donna amata in senso romantico ‒ viene trasposto in chiave filiale. L’iperbole amorosa (‘creerei un mondo bellissimo per te’) diventa promessa del figlio alla madre mentre la formula reiterata «t’amo, t’amo e t’amo» perde ogni ambiguità erotica per farsi dichiarazione di gratitudine e devozione assoluta.

Accanto alla dimensione familiare, la periferia costituisce nella scrittura di Mahmood l’altro vero dispositivo autobiografico: non semplice sfondo realistico, ma matrice simbolica identitaria attraverso cui il soggetto prende la parola. È ciò che succede nel già citato Mai figlio unico in cui l’autoritratto si apre con una localizzazione geo-sociale precisa: «Oggi taglierò i capelli da Mustafà / Sono di Milano Sud ma sembra l’Africa».

Il dettaglio quotidiano del barbiere restituisce una micro-topografia concreta, fatta di nomi propri e relazioni di quartiere. La periferia è un luogo vissuto, attraversato, abitato: non astrazione sociologica ma spazio di pratiche quotidiane. Tuttavia, l’espressione «ma sembra l’Africa» introduce immediatamente uno scarto percettivo. Milano Sud è italiana e insieme percepita come altrove. La periferia diventa, così, spazio etnicizzato, costruito attraverso uno sguardo che la associa a un’esternalità interna, meccanismo, questo, descritto da Abdelmalek Sayad, uno dei principali teorici degli studi contemporanei sulle migrazioni, in La doppia assenza[10], dove l’immigrato è colto in una sorta di sospensione tra due appartenenze e la periferia è un “altrove” dentro la città, un confine simbolico che separa la Milano vetrina dalla Milano vissuta. E, quando il testo prosegue con «Sì lo so, / ho una faccia da schiaffi / Sono i tratti orientali, dimmi che posso farci», il discorso si sposta dal luogo al corpo. L’identità è inscritta nei tratti somatici, che diventano superficie di lettura sociale. In termini bourdieusiani, potremmo dire che il corpo funziona come deposito dell’habitus: secondo Pierre Bourdieu[11], le strutture sociali si incorporano e si rendono visibili nelle posture, nei gusti, nei segni esteriori. Nel caso specifico, pertanto, i “tratti orientali” sono insieme dato biografico e marchio simbolico, elemento di autoaffermazione e possibile stigmatizzazione, mentre la dichiarazione esplicita «Sono di Milano Sud» assume un valore performativo: non semplice indicazione geografica, ma atto di rivendicazione.

In Moonlight Popolare, realizzata con Massimo Pericolo, la periferia assume una dimensione più esplicitamente corale:

Non vengo da Bel Air,

ma son nato qua.

Senza cappottabile né papà.

prospettando un’opposizione ironica tra l’immaginario del lusso globalizzato ‒ Bel Air come metonimia della ricchezza spettacolare ‒ e la realtà della nascita in un contesto privo di privilegi economici e affettivi. Si ripropone l’assenza del padre, intrecciata qui alla mancanza di capitale economico, saldando dimensione familiare e condizione sociale. Le immagini successive:

Madri gridano in coro

Sole fuori dai penitenziari

Padri senza lavoro

cercan life ai domiciliari

ampliano il quadro di una scena quasi cinematografica in cui la periferia appare come un luogo di precarietà strutturale e la detenzione, la disoccupazione e la fragilità familiare si ripetono come elementi sistemici. La scrittura, tuttavia, non si arresta alla diagnosi sociologica. Dopo aver delineato un quadro di durezza materiale, il testo introduce una svolta percettiva: «Però se guardi in alto da ’sto giardino / La luna sembra uno zaffiro perso nel buio». Qui, il connettivo “però” segna un cambiamento di regime: dalla descrizione orizzontale dello spazio urbano si passa a un movimento verticale dello sguardo. Il “giardino” – luogo periferico, probabilmente anonimo – diventa punto di osservazione da cui cogliere la bellezza inattesa della luna. Se, per Michel Foucault, alcuni luoghi reali funzionano come spazi altri, capaci di sovvertire simbolicamente l’ordine dominante[12], il giardino periferico, qui, sotto la luna-zaffiro, diventa uno spazio in cui la marginalità è momentaneamente sospesa e riconfigurata. La periferia mahmoodiana non è, dunque, soltanto spazio di privazione ma anche luogo di comunità, di resistenza affettiva, di immaginazione e utopia.

La medesima tensione tra radicamento e sospensione riemerge con forza in Calipso, dove il richiamo mitologico si configura come un dispositivo di amplificazione simbolica. Il nome rimanda alla ninfa dell’Odissea che trattiene Ulisse sull’isola di Ogigia, sospendendone il ritorno e, con esso, il compimento del destino. Nella rielaborazione di Mahmood, Calipso non è soltanto figura seduttiva, ma metafora di immobilità forzata che riguarda i giovani cresciuti ai margini dello spazio urbano:

Calipso, corri ragazzo nei vicoli

Cento sirene negli angoli

Nessuno cercherà nel tuo cuor

Calipso, cerchi per strada miracoli.

Il movimento è labirintico: si corre, ma dentro i vicoli; si è circondati da “cento sirene”, che possono evocare insieme seduzione e allarme, mito e polizia, canto e pericolo. L’orizzonte è chiuso, frammentato in angoli, senza apertura panoramica, quasi claustrofobico. La sospensione del destino di Ulisse diventa qui sospensione sociale, attesa indefinita di un “miracolo” che tarda ad arrivare.

È, tuttavia, in Barrio che la periferia raggiunge una densità emotiva e simbolica particolarmente intensa. Già il titolo, mutuato dallo spagnolo, segnala uno slittamento linguistico: non semplicemente un “quartiere”, ma barrio, termine che evoca una dimensione comunitaria, popolare spesso associata alle periferie latinoamericane, un archetipo più che un punto geografico preciso. «Leggeri come elefanti in mezzo a dei cristalli»: l’ossimoro è potente. L’elefante, simbolo di peso e ingombro, diventa “leggero”, ma resta in mezzo ai cristalli, spazio fragile che può rompersi a ogni passo. L’immagine restituisce la condizione di chi cresce in un contesto dove ogni movimento è rischioso, dove la presenza è percepita come eccessiva, fuori misura. Un altro ossimoro si nasconde nei versi successivi: «Zingari come diamanti tra gang latine» in cui se, da una parte, abbiamo erranza e marginalità, dall’altra l’accostamento ai diamanti introduce un valore inatteso di preziosità in cui la periferia è luogo di stigmatizzazione, ma anche di luminosità nascosta. Il diamante, come la luna-zaffiro di Moonlight Popolare, indica una ricchezza simbolica che non coincide né con il capitale economico né con la realtà geo-sociale.

Anche in Tuta Gold la periferia si condensa in una figura-simbolo che rende ancora più esplicita la tensione fra ordinarietà e desiderio di eccezione. Il titolo stesso rinvia a un capo diffusissimo negli anni Novanta ‒ la tuta in acetato ‒ trasformato però attraverso l’aggettivo “gold” (‘oro’) in oggetto carico di valore simbolico. Nel capo più comune può annidarsi qualcosa di speciale: è qui che si gioca l’intero dispositivo poetico del brano: la tuta, metonimia dell’esistenza periferica, indumento quotidiano e funzionale, tingendosi d’oro, si carica di un’aura che rimanda al lusso, al successo, alla visibilità. Come osserva Roland Barthes in Miti d’oggi, ogni oggetto può essere sottoposto a un processo di mitizzazione[13]: mantiene la sua forma materiale (la tuta resta tuta), ma assume un significato simbolico, trasformandosi in emblema di riscatto sociale e identitario. La tensione tra radicamento e slancio emerge chiaramente nel verso: «A stare nel quartiere serve fottuta personalità». La periferia qui non viene romanticizzata: l’espressione colloquiale e aspra sottolinea come la sopravvivenza simbolica nello spazio urbano richieda forza caratteriale e capacità di resistenza.

L’immagine dei “cinque cellulari” ‒ che allude alla pratica, diffusa in alcuni contesti marginali, di usare più telefoni per eludere controlli e sorveglianza ‒ introduce un tono ancora più crudo, radicando il brano in esperienze concrete senza edulcorare la realtà dell’ambiente d’origine dell’artista. La dimensione autobiografica si manifesta con particolare intensità nei versi dedicati al bullismo e al razzismo, evidenziando come la narrazione del sé si intrecci strettamente con il contesto sociale e materiale in cui l’artista è cresciuto:

Mi hanno fatto bene le offese

Quando fuori dalle medie le ho prese e ho pianto

Dicevi ritornatene al tuo paese.

La canzone Ra ta ta sembra completare il quadro tracciato in Tuta Gold, conferendo continuità tematica e simbolica:

Tre anni nella gang
Su una terrazza
Con quelli come me
La faccia mulatta, bocca a mitraglia

Qui, due immagini assumono un rilievo centrale: “la faccia mulatta” e “la bocca a mitraglia”. La prima richiama direttamente la condizione razzializzata del soggetto, visibile e simbolicamente marcata, e funge contemporaneamente da segno di esclusione sociale e da rivendicazione di alterità. Il corpo, ancora una volta, si configura come dispositivo attraverso cui le tensioni sociali e le gerarchie simboliche si manifestano, diventando un terreno di negoziazione politica e identitaria. La seconda immagine, “la bocca a mitraglia”, ancora il corpo, si presenta come una metafora potente dell’espressività onomatopeica che dà ritmo e titolo al pezzo: aspra, rapida e violenta. In questo senso, la violenza verbale ‒ tradotta musicalmente nel ritmo della “mitraglia” ‒ assume una funzione di difesa e resistenza, diventando l’unica arma a disposizione per affermarsi, proteggersi e conquistare un riscatto simbolico.

In questo senso, questa e altre canzoni di Mahmood possono essere lette come un percorso di formazione, assimilabile al Bildungsroman[14]: un racconto in cui lo sviluppo del protagonista è costantemente mediato dalla società, dalle esperienze personali e dalla progressiva costruzione della propria identità. I testi diventano così non solo una narrazione autobiografica, ma anche un dispositivo attraverso cui si racconta la crescita individuale in relazione al contesto sociale e culturale:

Bastava una margherita

per giocare a m’ama non m’ama
Ma si può crescere in fretta

se vivi crescendo per strada

In questo quadro, l’infanzia viene presentata come un periodo segnato da marginalità, conflitto e precarietà affettiva, in cui le condizioni sociali e familiari del soggetto costituiscono il terreno su cui si sviluppano le sue tensioni identitarie. Contemporaneamente, le relazioni affettive si configurano come uno spazio instabile e problematico, dove riaffiorano costantemente le ferite del passato e le fragilità del sé. Questa dinamica emerge chiaramente, ad esempio, in Sabbie mobili, dove la precarietà della relazione amorosa assume una dimensione quasi ontologica, diventando un indicatore della complessità della formazione emotiva e identitaria del soggetto. Nei versi:

Sdraiato in hotel,

facendo la tele
Si son fatte le tre,

chissà se stai bene

l’io si muove in uno spazio transitorio e notturno: l’hotel, luogo di passaggio, richiama simbolicamente i “non-luoghi” descritti da Marc Augé[15]: ambienti privi di radicamento, coerenti con un’identità sospesa. L’attesa dell’altro non stabilizza, ma produce ansia e dipendenza. La metafora centrale esplicita questa dinamica: «Più ti penso qui / Più cado in sabbie mobili». Il pensiero amoroso non rafforza l’io: lo fa sprofondare. L’immagine delle sabbie mobili traduce in figura retorica la condizione descritta da Zygmunt Bauman come “modernità liquida”[16], in cui i legami affettivi sono reversibili, precari, incapaci di garantire stabilità identitaria. L’amore, anziché strutturare e consolidare il soggetto, ne rivela la vulnerabilità.

In Nel tuo mare la crisi del legame assume la forma della sostituibilità. L’illusione di unicità viene smascherata nella crudezza del verso «T’innamori di un altro coglione / Solo per stare con qualcuno.», in cui non si esprime soltanto aggressività, ma si segnala una ferita narcisistica: ciò che colpisce non è solo la fine dell’amore, bensì la scoperta di non essere indispensabile a cui segue la consapevolezza che il sentimento sia, in parte, proiezione:

Non ti vergognare

se ciò che provi per me

non è più ciò
Che ti piaceva immaginare

Qui l’amore è riconosciuto come costruzione immaginaria, come investimento su un’immagine più che su una realtà. La chiusura:

Le nuove storie, sai,

aiutano a scordare
Vecchi nodi da lasciare andare

introduce una temporalità sostitutiva, in cui ogni relazione serve a rimuovere la precedente, impedendo la costruzione di una continuità identitaria per il prevalere di una tensione costante tra esposizione e perdita.

Anche in Brividi ‒ brano con cui Mahmood, assieme a Blanco, vinse il suo secondo Sanremo ‒ l’amore travagliato si impone come fulcro tematico, declinato però in forma dialogica. La struttura a due voci non è un mero espediente performativo, ma mette in scena la frattura interna alla relazione, trasformando il conflitto in alternanza lirica. I due timbri differenti convergono nella rappresentazione di una soggettività emotivamente esposta, incapace di padroneggiare il proprio sentimento. Il ritornello è emblematico:

Nudo con i brividi
A volte non so esprimermi
E ti vorrei amare, ma sbaglio sempre.

La nudità non è solo corporea, ma simbolica: indica disarmo, vulnerabilità, impossibilità di difesa. L’inadeguatezza comunicativa («non so esprimermi») diventa il vero ostacolo all’amore, configurando il sentimento come desiderio che eccede le capacità linguistiche del soggetto ed evidenziando l’impossibilità di una piena coincidenza tra ciò che si prova e ciò che si riesce a dire: l’amore si colloca nello scarto tra esperienza e parola, e proprio in tale scarto si genera il dolore.

Accanto alla dimensione sentimentale, un ulteriore nodo autobiografico centrale nella produzione dell’artista è la riflessione sul successo e sulle sue implicazioni identitarie. Lo sguardo di Mahmood sulla fama appare spesso critico e attraversato da una malinconia che ne mette in luce l’ambivalenza come, alludendo alla tensione tra periferie milanesi e popolarità pubblica, il titolo del già citato album, Ghettolimpo, crasi tra “ghetto” e “olimpo”, sintetizza.

Questa tensione fra origine e consacrazione trova un’articolazione particolarmente efficace in Kobra ‒ da non confondere con l’omonimo brano di Rettore ‒, in cui Mahmood mette in scena un netto contrasto simbolico tra la figura materna – origine ‒, unico punto di riferimento affettivo stabile, e il mondo dello spettacolo, rappresentato attraverso l’immagine dei “serpenti”. In questo contesto, le relazioni si fanno opache, attraversate da sospetto, diffidenza e senso di estraneità, configurandosi come una sorta di pegno emotivo da pagare per l’accesso alla fama: «Son tutti kobra che mordono / Mamma diceva al telefono: / fai da te che poi ti fregano».

La notorietà, tuttavia, non comporta un prezzo soltanto sotto i riflettori, ma implica anche una continua e pervasiva intrusione nella sfera privata. Anche su questo aspetto Mahmood riflette esplicitamente nei suoi testi.

Emblematica, in tal senso, è la questione dell’orientamento sessuale, oggetto di numerose illazioni mediatiche: nelle canzoni dell’artista non compaiono riferimenti espliciti al genere dell’amato o dell’amata e, parallelamente, nelle dichiarazioni pubbliche egli ha manifestato un netto rifiuto delle categorizzazioni identitarie imposte, affermando in un’intervista che «l’idea stessa del coming out è un passo indietro perché presuppone il bisogno di dividerci tra etero e omosessuali»[17]. Una posizione, questa, che non si configura come reticenza, bensì come una sottrazione consapevole al dispositivo classificatorio, aprendo uno spazio di indeterminazione che destabilizza l’aspettativa eteronormativa e, al contempo, rifiuta la riduzione dell’esperienza affettiva a etichetta.

In questa prospettiva, il brano Sottomarini assume una forte valenza simbolica. Il dispositivo poetico del sottomarino si carica, infatti, di una duplice funzione metaforica: da un lato, vivere “sott’acqua” rappresenta una forma di protezione dagli sguardi invasivi e dal controllo mediatico; dall’altro, suggerisce il desiderio di essere visti in profondità, al di là della superficie, oltre i pregiudizi e le semplificazioni discorsive. Qui, dunque, il nascondimento non coincide con una rinuncia all’identità, ma si configura come una pratica di libertà e autodeterminazione, come esplicitano i versi:

Della virilità
Non me ne fotte un cazzo
Cerchi privacy, ma non la dai
Che te ne fotte se amo lui o amo lei?

Mahmood opera qui una rottura netta con l’immaginario tradizionale della maschilità egemonica: la virilità, intesa come performance normativa e come parametro di legittimazione sociale, viene esplicitamente disattivata attraverso un registro linguistico crudo, affermato con forza perentoria: non si tratta di ridefinire la virilità, bensì di negarne la centralità.

Il verso successivo («Cerchi privacy, ma non la dai») introduce una dinamica accusatoria che smaschera l’asimmetria del sistema mediatico: chi pretende trasparenza dall’artista non è disposto a riconoscergli il diritto all’opacità. L’interrogativa («Che te ne fotte se amo lui o amo lei?») non chiede realmente una risposta, ma denuncia l’invadenza stessa della domanda. L’alternanza “lui/lei” non è una dichiarazione, ma una sospensione deliberata della scelta binaria: ciò che conta non è il genere dell’amato, bensì la libertà di amare.

In questo brano, che può cronologicamente essere letto come il Bildungsroman musicale finora sviluppato da Mahmood, la sua poetica si manifesta con particolare chiarezza. L’identità non viene rappresentata né come un dato da esibire né come un segreto da confessare, ma come uno spazio da abitare, regolato dai propri tempi e dalle proprie modalità di espressione. Il “sottomarino”, dunque, si configura non soltanto come un rifugio, ma come figura di profondità, che invita ad andare oltre la superficie mediatica e la curiosità morbosa del pubblico, verso una soggettività che rivendica il diritto di definirsi ‒ o di non definirsi ‒ al di fuori delle categorie imposte. In tal modo, il brano diventa non solo una narrazione autobiografica, ma anche un luogo simbolico di sperimentazione identitaria e di resistenza alle etichette sociali, ultima tappa del percorso del Bildungsroman di Mahmood e di riflessione sulla libertà e sull’autodeterminazione del sé.

 

  1. Sanremo 2019, vince Mahmood: “Sono nato e cresciuto a Milano, italiano al 100 per cento”, in «Il Giorno», 10/2/2019; cfr. l’URL: https://www.ilgiorno.it/cronaca/sanremo-2019-mahmood-2442cc01 (consultato il 7/3/2026).

  2. Alessandro Mahmoud oltre Mahmood, 16/2/2024; cfr. l’URL: in https://mediasetinfinity.mediaset.it/news/mediasetinfinity/verissimo/mahmood-chi-e-alessandro-mahmoud-biografia-storia_SE000000000023_t2Iorf0RHrL54RhYkPAmFZl (consultato il 7/3/2026).

  3. Un aspetto molto importante della produzione di Mahmood è l’ibridazione linguistica riscontrabile nei suoi testi. Particolarmente efficace, in tal senso, è la lettura del contributo di Jacopo Ferrari, dal titolo Parole, storie e suoni nell’italiano senza frontiere: il Marocco pop di Mahmood, 18/2/2020; cfr. l’URL: https://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/articoli/percorsi/percorsi_244.html.

  4. P. Ricoeur, La memoria, la storia, l’oblio, a cura di D. Iannotta, Milano, Raffaello Cortina Editore, 2003.

  5. S. Bringhurst Familia, The Nile in the Naviglio: Identity and Belonging at Eurovision 2019, 26/6/2020; cfr. L’URL: https://connectingdreams.wixsite.com/connectingdreams/post/the-nile-in-the-naviglio-identity-and-belonging-at-eurovision-2019? (consultato il 7/3/2026).

  6. M. Sheller e J. Urry, The New Mobilities Paradigm, in «Environment and Planning A» 38, no. 2 (2006), pp. 207-26, in https://doi.org/10.1068/a37268 (consultato il 7/3/2026).

  7. Dopo Soldi e Gioventù Bruciata, il padre di Mahmood: “Se l’ho abbandonato, cambi il suo cognome”, 24/8/2023, a cura di V. Nasto; cfr. l’URL: https://music.fanpage.it/dopo-soldi-e-gioventu-bruciata-il-padre-di-mahmood-se-lho-abbandonato-cambi-il-suo-cognome/ (consultato il 7/3/2026).

  8. Mahmood: “La canzone che è il nucleo del disco è ‘T’Amo’, perché oltre alle mie origini arabe volevo parlare di quelle sarde, di mia madre”, in «Il Fatto quotidiano», 16/6/2021; cfr. l’URL: https://www.ilfattoquotidiano.it/2021/06/16/mahmood-la-canzone-che-e-il-nucleo-del-disco-e-tamo-perche-oltre-alle-mie-origini-arabe-volevo-parlare-di-quelle-sarde-di-mia-madre/6232123/ (consultato il 7/3/2026).

  9. ‘Non riesco a riposare amore del cuore / Sto pensando a te ogni momento / Non essere triste gioiello d’oro / Né addolorata o preoccupata. / Ti assicuro che desidero solo te / Perché ti amo forte, ti amo e ti amo. / E creerei un mondo bellissimo per te / Per poterti regalare ogni bene’.

  10. A. Sayad, La doppia assenza. Dalle illusioni dell’emigrato alle sofferenze dell’immigrato, a cura di S. Palidda, prefazione di P. Bourdieu, Milano, Raffaello Cortina Editore, 2002.

  11. Cfr. P. Bourdieu, La distinzione. Critica sociale del gusto, trad. di G. Viale, a cura di M. Santoro, Bologna, Il Mulino, 2001.

  12. Cfr. M. Foucault, Eterotopie: ‘Altri spazi’, in Dits et écrits, a cura di D. Defert e F. Ewald, trad. di A. Giaconi, Torino, Einaudi, 2005, pp. 747-57.

  13. R. Barthes, Miti d’oggi, trad. di G. Verri, Torino, Einaudi, 2013.

  14. Cfr. M. Baldini, Il romanzo di formazione: tradizione e modernità del Bildungsroman, Roma, Carocci, 2017.

  15. M. Augé, Nonluoghi. Introduzione a una antropologia della surmodernità, Torino, Einaudi, 2009, p. 45.

  16. Z. Bauman, Modernità liquida, Torino, Einaudi, 2000, p. 77.

  17. Mahmood: “Non chiedetemi se ho una fidanzata o un fidanzato”, 18/2/2019; cfr. l’URL: https://www.tio.ch/people/people/1353114/mahmood-non-chiedetemi-se-ho-una-fidanzata-o-un-fidanzato (consultato il 7/3/2026).

(fasc. 60, 25 maggio 2026)

Poesia in musica di fine secolo (e millennio). Due esempi di rimediazione del tardo Novecento italiano

Author di Beatrice Magoga

Abstract: L’articolo propone un’analisi di due esempi tardo-novecenteschi di interazione fra poesia e musica: Elegia Sanremese (1998) di Tommaso Ottonieri e Farfalle da combattimento (1999) di Lello Voce. Ricorrendo ai concetti teorici di Stimmung (Gumbrecht), di rimediazione (Bolter, Grusin) e di evenemenzialità e performatività della poesia (Culler), si è cercato di capire in che modo la poesia possa appropriarsi del linguaggio musicale e quali possano essere gli effetti generati da questa appropriazione, tanto sul piano testuale quanto su quello dell’esecuzione musicata del testo.

Abstract: The article analyzes the interplay between music and poetry in two late-twentieth-century works: Tommaso Ottonieri’s Elegia Sanremese (1998) and Lello Voce’s Farfalle da combattimento (1999). Drawing on the concepts of Stimmung (Gumbrecht), remediation (Bolter, Grusin) and eventfulness and performativity of poetry (Culler), it examines how poetry appropriates musical language and the effects of this appropriation, both at the textual level and in the musical performance of the text.

Malgrado l’evidente «sordità […] verso i nuovi media acustici»[1] che secondo Ortoleva ha interessato la cultura dell’intero Novecento, la poesia del secolo scorso sembra comunque aver cercato, a proprio modo, di riattivare la «dimensione profonda» e «di superficie»[2] dell’oralità del verso, ricorrendo, oltre a strategie linguistico-testuali, agli strumenti della fonografia[3]. In questo avvicinamento «al lavoro sul suono che è proprio della musica»[4], vanno collocate anche alcune delle ultime produzioni della parabola novecentesca italiana. Tra queste, si può trovare un esempio piuttosto curioso nei libri-CD della collana «inVersi» di Bompiani.

Attiva, con le prime pubblicazioni, dal 1998 e curata da Aldo Nove, la collana raccoglie una serie di libri dal «carattere riconoscibilmente (ma anche sarcasticamente) fresco e pop»[5], tutti accompagnati da un CD con l’esecuzione di poesie tratte dalle rispettive raccolte. L’integrazione del CD in ciascun libro, oltre che essere l’indizio di quella temperie “cannibale” (con in testa, peraltro, Nove) che puntava sulla contaminazione e dissacrazione delle forme, è un chiaro esempio di quel «ripensamento del verso, in chiave orale, come vera e propria ‘partitura’» che aveva contraddistinto tutto il Novecento e che sta alla base della «discografia poetica»[6] che si era diffusa in Italia a partire dalla fine degli anni ’50. Aver unito in un unico oggetto il testo scritto e la sua resa vocale – in alcuni casi accompagnati addirittura da delle immagini – ha contribuito nettamente a realizzare il progetto di una «poesia dilatata»[7], «anfibia» o «ibrida» che dir si voglia[8], capace di palesare la natura multimediale e plurisensoriale del verso.

Della collana Bompiani ci interessano, ai fini della nostra ricerca, soltanto due libri: Elegia Sanremese (1998) di Tommaso Ottonieri e Farfalle da combattimento (1999) di Lello Voce. Questi sono, infatti, gli unici libri di autori italiani della collana i cui CD contengono la registrazione di una lettura musicata dei testi. Quello che vorremmo proporre nelle prossime pagine è il primo abbozzo di un’analisi, ancora in via di sviluppo, delle modalità di interazione e degli effetti di senso generati nell’incontro tra la poesia e la musica. Prima di procedere con l’esame dei casi di studio, è meglio, però, premettere alcune precisazioni.

La cornice entro cui si muoverà l’indagine è definita da una concezione performativo-evenemenziale del testo poetico, secondo la quale il verso, nelle parole di Culler, «aims to be an event, not a representation of an event»[9]. Come ben suggerisce Hans Ulrich Gumbrecht, l’esperienza estetica di un testo letterario, piuttosto che fondarsi esclusivamente sul paradigma della rappresentazione, è meglio descrivibile in termini di Stimmung, ‘umore’, ‘atmosfera’[10], un ambiente sensoriale generato dall’azione simultanea di «presence effects» e «meaning effects»[11] che arrivano a toccare, come fossero viva presenza, i sensi e la coscienza del fruitore. In quest’ottica, lo stesso processo di comprensione del testo è ascrivibile, più che al dominio dell’interpretazione, a quello di «an experience of meaning in process»[12], in cui una serie di eventi sia verbali sia sonori vengono rielaborati da chi legge «secondo una logica che non è (più) solo quella della lingua»[13] e che prevede, quindi, altre implicazioni che ne complicano il funzionamento.

Date queste premesse, viene da chiedersi che cosa accada all’esperienza del testo nel momento in cui quest’ultimo viene fatto interagire con la musica. Se consideriamo che lo stesso Gumbrecht, nello spiegare il concetto di Stimmung, fornisce come esempio quello dell’ascolto musicale[14], possiamo innanzitutto ipotizzare che durante la lettura musicata di un testo di poesia non solo viene reso manifesto il carattere di “evento” (come suono, ritmo, enunciazione, senso ecc.) della parola poetica, ma vengono anche accentuati alcuni suoi aspetti.

Nel momento in cui si costituisce questa forma di espressività «poetico-musicale»[15], al valore linguistico ed esperienziale della parola viene sovrapposto un significato musicale che funziona secondo «an experiential rather than a discursive logic», ossia che risulta essere carico di «a psychological rather than a semiological significance»[16]. A differenza del linguaggio, che è connotato sia da uno sia dall’altro senso, la musica è totalmente immune dalle nozioni linguistiche e semiotiche che si possono applicare alla parola (quali quelle di denotazione, referente, significato/significante e simili): essa agisce come «emotional ‘contagion’ or ‘infection’»[17], è essenzialmente l’accadere di un “evento” che, in quanto tale, si verifica nel qui e ora, si manifesta nel divenire di un processo e nella relazione con un “altro” che viene fisicamente ed emotivamente toccato da questo stesso accadere[18]. Nella «rimediazione»[19] fra musica e poesia, definita – come per ogni altra rimediazione – da una tensione all’«hypermediacy» e all’«immediacy», viene appunto rafforzato

questo senso d’immediatezza, perché la musica ha una fortissima componente timica, e grazie al legame rimediativo (e anche ipermediativo) tra poesia e musica la prima attiva contestualmente i due sistemi espressivi – lettura e ascolto, poesia e musica –, cioè sfruttando la serie di continue rimediazioni tra i due media, ognuna delle quali lascia una traccia, laddove l’effetto di questa duplice attivazione produce un intensificarsi della salienza (importanza) degli aspetti timici del testo[20].

Sulla base di queste ipotesi preliminari, l’incontro tra musica e poesia non farebbe altro, quindi, che amplificare il carattere evenemenziale del senso e approfondire e caratterizzare, con una maggiore varietà di sfumature, la Stimmung affettiva che promana da ciascuno dei due media. Ora, non ci resta che verificare se e come tutto ciò si realizza nei due esempi di poesia in musica che abbiamo scelto. Nel farlo, cercheremo di predisporci a quello che Alessandro Mistrorigo ha chiamato «ascolto critico»[21]: pur mantenendo uno sguardo privilegiato sul testo, ci situeremo al di là della pagina scritta per tendere l’orecchio alla performance d’autore (in entrambi i casi, sono i poeti in persona a fare da voce recitante) e assistere a come si dispiega una delle possibili «varianti» di senso e d’esistenza «that together, plurally, constitute and reconstitute the work»[22].

Per rendere più chiaro il ragionamento e il processo di verifica, verrà prima analizzato il caso di Lello Voce, anche se cronologicamente più tardo.

Poesia in forma di rap

Autore che ha fatto della riscoperta dell’oralità poetica e della cooperazione tra musica e poesia il fondamento della propria opera – cosa che l’ha reso, per Marrucci, «un caso-limite per certi versi paradossale» –[23], Lello Voce propone in Farfalle da combattimento quel modo di fare poesia, tipico di altri suoi libri, che integra in sé la musica, che fa della musica un momento essenziale della composizione, indispensabile affinché il verso e il suo senso si realizzino compiutamente. Per il poeta, infatti, il testo non nasce per essere soltanto un testo, del tutto indipendente dall’esecuzione musicale che se ne farà; bensì, si articola in una forma la cui struttura prosodica e sonora già ingloba in sé una sua musica, che poi verrà esplicitata sul palco («il problema non è essere canta-poeta, ma far sì che la musica che si esegue sia già nella poesia, nei suoi ritmi, nelle sue melodie»)[24].

Non è assolutamente un caso, quindi, che le poesie contenute nel libro paiano tutte “risuonare”: da una parte, osserva Balestrini nella prefazione, vengono impiegati endecasillabi, rime, figure di suono, forme chiuse, per indirizzare la poesia verso «il ritorno all’oralità originaria del verso»[25] (si vedano, a proposito, i «doppi sonetti» della sezione Rorschach); dall’altra, alcuni testi vengono impostati come vere e proprie “canzoni”, dotate di strofe, rime, ritornelli e formule ricorsive che richiamano tanto la tradizione orale, fondata sui meccanismi della ripetizione, tanto l’universo pop della musica moderna[26]. È appunto tra queste poesie-canzoni che troviamo il brano inciso sul CD che accompagna il libro, ossia Rap di fine secolo [e millennio] (o di G. M. Hopkins)[27].

Definito dallo stesso Voce come una delle sue prime «poesie con musica»[28], questo lungo componimento propone una riscrittura in forma di rap del poemetto The wreck of the Deutschland di G. M. Hopkins, un’ode di 35 strofe sul naufragio di una nave passeggeri. Per convertire il testo hopkinsiano in una poesia rap, Voce interviene su più fronti: il brano viene organizzato in 7 strofe di 12 versi, intervallate da un “ritornello” in corsivo che riporta in traduzione alcuni stralci del poemetto; i versi, ricchi di richiami e giochi fonici, vengono costruiti su un ritmo “discorsivo”, “accentuale”, che emula, al contempo, lo sprung rythm di Hopkins e le misure lunghe, quasi prosastiche del rap[29]; infine, l’immaginario cupo e apocalittico viene svuotato del moralismo cristiano dell’originale e caricato di toni di denuncia, di biasimo, che condannano l’abuso dei potenti sui più deboli, i crimini da loro perpetrati, e la schiavitù dell’uomo alle leggi del capitale. L’esito è un proliferare inesorabile e concitato di parole ritmate – gli «anelli di fumo»[30] di cui parla Jovanotti nella nota a inizio libro – che dipingono l’immagine di un mondo transatlantico sballottato dagli eventi del ventesimo secolo («due guerre due mondiali […] e una mondializzazione»)[31], e che ormai, finalmente, si approssima a naufragare:

fine finalmente finita fine fissato flusso di flutti feroci a finis-mondo a

finis-terra a finis-tempo fibula finta e fine fetta-fibroma frutta friabile e

frugale filo e fiore fretta fugace fine fra fini fine fra feste fine fra folti

boschi d’inganni e utopie e terrori che vagano tra il ponte e il fondo della

stiva del mondo col fumaiolo in stelle e feste e fuochi e fumi verso il cielo

e la prua a contro-mare che taglia tempo e millennio e scorcia l’orizzonte

con l’universo in bonaccia e le galassie in espansione con moto ondoso e calmo

e le luci accese nel salone e quelli sul ponte di passeggiata poi che salutavano coi

fazzoletti bianchi gli altri a terra le frotte di morti rimasti a riva e la musica era jazz

ovviamente musica da ballo a tacchi alti per correre fino alla Rivoluzione alla prua

dove c’è la bandiera e vedere solo mare davanti a sé polena-Potemkin dell’avvenire

protagonista proletario e rosso di rabbia io che di falce e martello il mondo già costello

Nelle nevi sfreccia

Scagliando all’indietro il porto

Il Deutschland, di Domenica, e il cielo già s’infeccia

Perché l’aria è infinita e senza conforto

E il mare silice schiumascaglia, nero-dorsuto al soffio regolare,

Stabile da EstordEst, nel quadrante maledetto, il vento sorto;

Neve irta e bianca-fiammante tutt’attorta in turbinare

Vortica verso gli abissi di sole vedove dove di padri e figli non c’è traccia

[…][32]

Lungi dall’essere un’operazione puramente «nominalistica»[33], l’adesione al modello della canzone rap connota in maniera profonda il testo, sia sul piano strutturale e versale sia su quello stilistico, al punto da renderlo già di per sé piuttosto eloquente, solido e autosufficiente.

Pur essendo, questa, una prerogativa indispensabile per qualsiasi poesia («il testo poetico dovrebbe avere una sua capacità di vivere autonomamente, persino sulla carta, di stare, insomma, in piedi da solo»)[34], un testo simile non può, per Voce, limitarsi alla pagina scritta né può essere semplicemente letto in pubblico. Perché esplichi del tutto il suo potenziale semantico, la poesia deve intrecciarsi, durante l’esecuzione, con una musica che faccia da contrappunto ai ritmi e all’andamento del verso, ovvero che si “temperi” a perfezione su quegli aspetti della lingua che altrimenti resterebbero muti:

La poesia che nasce musica, con la musica torna oggi a temperarsi, non per esserne accompagnata, né per ornare di contenuti una melodia puramente sonora, ma precisamente per dare voce a quella parte “analfabeta” che sta in ogni linguaggio e che l’alfabeto non può significare. Per esprimere, moltiplicandolo per armoniche acustiche, tutto il potenziale sonoro della lingua che la scrittura inevitabilmente silenzia[35].

L’esecuzione musicale ha quindi, in questo caso, lo scopo di rendere manifesto l’evento sonoro custodito in potenza nella parola scritta; ha cioè la capacità – come si accennava nella premessa teorica – di realizzare compiutamente e di rendere nitidamente percepibile il carattere di “evento” della parola poetica, sia in termini di suono e di ritmo sia in termini di effetti di senso e di effusioni emotive. Questa azione “maieutica” della musica sulla poesia – per parafrasare Pagnini –[36] ha, di fatto, una funzione intensiva: tanto l’inclinazione performativo-evenemenziale della poesia quanto la materia affettiva del testo vengono rimarcate, esaltate e meglio caratterizzate da una musica che si accorda alle qualità del verso, così che la Stimmung dell’opera si faccia più ricca, strabordante, contagiosa.

Quando Voce esegue il Rap di fine secolo assieme a Frank Nemola (programmazione elettronica) e Paolo Fresu (tromba), accade appunto questo. La base musicale ricrea, prima di tutto, un’atmosfera sonora vicina al rap anni ’90, con beat, elettronica e sample jazzistici (gli incisi melodici della tromba di Fresu) che ribadiscono e rafforzano l’operazione di trasfigurazione del poemetto di Hopkins in un testo rappeggiante. Nel far ciò, la tessitura musicale segue una precisa ratio, perfettamente combaciante con la struttura della poesia. La musica che accompagna le strofe, infatti, dal ritmo meno incalzante e dalle sonorità più sfumate e inquiete (la tromba, ad esempio, suona con la sordina), è in netto contrasto con i ritmi concitati (pulsazione doppia) e i suoni più forti e squillanti (tromba senza sordina) dei ritornelli, dove la voce distorta del poeta recita con fare oracolare i versi hopkinsiani. La distinzione grafica tra strofa e ritornello, nonché tra citazione e versi originali di Voce, viene quindi riproposta in veste musicale e meglio definita nella sua valenza di senso: la carrellata di fatti, vittime e protagonisti dei drammi del Novecento, sciorinati dal poeta con un tono di voce amaro e quasi sprezzante, assume ancor di più l’aspetto, all’ascolto, di una rievocazione memoriale un po’ trasognata e visionaria (questo è l’effetto degli interventi di Fresu) che ha però, al contempo, la solidità affermativa della denuncia (la pulsazione è inesorabile); gli incisi di Hopkins, invece, tanto profetici quanto criptici, interrompono il flusso di Voce con un momento di frenesia e angoscia che ricalca l’incalzare di un qualche giudizio sulla storia.

Oltre a questa corrispondenza strutturale, la musica asseconda anche l’andamento del discorso, si evolve con esso, diversifica timbri e intensità, accumula di strofa in strofa nuovi suoni che infittiscono il layering della traccia, in modo da aumentare gradualmente la tensione e, infine, rilasciarla nei momenti salienti del testo. Nella prima metà del Rap, ad esempio, dopo che a ogni strofa è stata di un minimo alterata la base musicale con l’aggiunta di un nuovo ritmo e un nuovo suono, il climax raggiunge l’apice al terzo ritornello, di gran lunga il più rumoroso di tutti, in cui viene ricordato l’inevitabile destino di morte a cui è condannata l’umanità:

“C’è chi mi trova spada qualcuno

Invece la flangia e la rotaia; fiamma

Zanna, o flutto” la Morte batte sul tamburo

e le tempeste strombazzano la sua fama.

Ma noi sogniamo di essere radicati nella terra – Polvere!

Carne cade accanto a noi, noi, benché il nostro fiore abbia la stessa trama,

Ondeggiamo col prato, dimentichiamo che lì è dovere

Dell’aspra falce d’acquattarsi e che verrà il vomere bruno[37].

È in momenti come questo che viene ancora una volta rimarcata l’adesione della poesia ai connotati più tipici del rap. La confusione causata dalla sovrapposizione di più layers, la densità del ritmo e la distorsione dei suoni, assieme a una cascata di parole dalla marcata caratterizzazione fonica, si allineano alla necessità del rap di esprimere la violenza in una «hardcore poetic expression», non tanto per il gusto della violenza in sé quanto più per smuovere la coscienza degli ascoltatori e per rompere «the conspiracy of silence and complacency about economic oppression, police violence, and other social ills»[38] che hanno invaso il mondo contemporaneo. In questo modo, la critica nei confronti delle aberrazioni di un intero secolo – che è, di fatto, l’oggetto principale di questa poesia – acquisisce ancor più vigore e una maggiore capacità di impatto sul reale.

C’è ancora un ultimo aspetto significativo da segnalare, che ha più a che fare con il modo in cui Voce recita i propri versi. Ascoltando la versione musicata della poesia, si nota, infatti, una «notevole divergenza strutturale esistente fra il testo verbale scritto […] e quello sonoro»[39], ossia una non corrispondenza tra l’organizzazione in versi del discorso e l’esecuzione che ne fa il poeta. Durante la lettura, i lunghi versi del Rap vengono segmentati in una serie di incisi più brevi di senso compiuto che travalicano i confini grafici della poesia e tappezzano il flusso del discorso di pause e cesure interne. Il momento della performance ha quindi, in questa circostanza, non solamente un ruolo intensivo: in un testo-fiume privo di punteggiatura, in cui si concatenano immagini e suoni che talvolta sembrano irrelati tra di loro, l’esecuzione aiuta il lettore-ascoltatore a orientarsi in quella valanga di parole e a coglierne, con maggiore facilità e chiarezza, il senso. In un’atmosfera così totalizzante e pervasiva, d’altronde, perché il “messaggio” di questa poesia civile[40] non venga oscurato dalla «fortissima componente emotiva»[41] messa in risalto dall’esecuzione vocalico-musicale, è bene non «rinunciare del tutto alle valenze semantiche della parola»[42] e puntellare, ogni tanto, il flusso melopetico con nuclei di senso, certo, ambigui, ma comunque dotati di un referente semantico più preciso rispetto a quello musicale. La Stimmung del Rap di fine secolo [e millennio] trova, quindi, nella messa in musica di un testo già di per sé fortemente contaminato con il linguaggio musicale, l’occasione di rendersi presente al fruitore e di essere potenziata e chiarificata in tutte le sfumature di senso, siano esse di carattere affettivo (l’inquietudine, l’aggressività, la rabbia, il biasimo) o più strettamente semantico («diamogli la paga e che sia finita: è ora che sappiano che è meglio morire che perdere la vita»)[43].

Poesie e canzonette

Nella stessa temperie artistico-culturale in cui si muove Voce, Tommaso Ottonieri prosegue con la sua ricerca letteraria arrivando a pubblicare, dopo una serie di soli libri in prosa (Dalle memorie di un piccolo ipertrofico del 1980, Coniugativo del 1984, Crema acida del 1997), il suo primo libro di poesia: Elegia Sanremese.

Raccolta composita e intermediale, l’Elegia alterna il testo scritto con alcune illustrazioni di Pablo Echaurren e lo contamina, a un livello più profondo, con le forme compositive della popular music, tanto a livello tematico quanto su un piano macro- e micro-testuale.

Come già suggerisce il titolo, il bacino musicale da cui Ottonieri attinge è soprattutto dominato dall’universo canzonettistico della musica italiana, emblematicamente rappresentato, nella sua forma più degenere, dal festival di Sanremo[44]. A parte alcuni sporadici riusi del rock alternativo straniero (come, ad esempio, la rivisitazione di Commercial Album dei Residents sul “lato B” della sezione Juke Box Cuore di Panna), i versi dell’Elegia pullulano di stilemi, motivetti, personaggi che hanno definito il modello standard della canzone italiana e che hanno plasmato, di conseguenza, l’immaginario pop di un’intera nazione. Si incontrano, infatti, lungo tutta la raccolta, citazioni esplicite di ritornelli e tormentoni musicali («Parlano d’amore tutti tulli- / tulli-tulli-tulli-pan, / in fiore: / che ci cantano parole ci-ca ci-ca ci-ca / lando»)[45], poesie che insistono sull’argomento estremamente trito dell’amore e del lamento amoroso («noi ti diremo diremo le parole / che sgrondano di cuore fiore cuore / orrore orrore orrore amore od altra / amata rima in altro tempo sciocco»)[46], come pure alcuni dei protagonisti della storia della musica e dello spettacolo italiani del secondo dopoguerra (si pensi, ad esempio, al Luigi Tenco che prende parola nell’ultima sezione).

Naturalmente, in questo quadro, i testi eseguiti e musicati nella registrazione sul CD annesso al libro non rappresentano un’eccezione. Le poesie selezionate per comporre il medley Elegia Vertigo che troviamo nel supporto audio[47] sono un campione rappresentativo dell’intera raccolta: qui, vengono concentrati tutti gli elementi formali e tematici che fanno del libro una sorta di «‘canzoniere’ amoroso di taglio pop-rock-gore»[48], dove le istanze più tipiche della canzone moderna arrivano a confondersi, fin quasi all’indistinguibile, con metri, versi, temi della tradizione lirica colta. Secondo Ottonieri, infatti, una poesia che ormai vive immersa «nel reticolo mediale»[49] del presente televisivo e del web non può non lasciarsi contagiare da tutta quella «plastica della lingua»[50], dei corpi e della merce che viene propinata e imposta dai media di massa. Perché non si faccia «decorativa, o autoreferenziale, o musona», cioè, in sostanza, «impraticabile» e «inerte»[51], la letteratura deve lasciarsi permeare dalle logiche del consumo, deve assorbire a tal punto il linguaggio e la materia della merce da farsi plastica anch’essa, non per adeguarsi al diktat del capitale, bensì per sublimare questa merce, consumarla, superarla, «trash’enderla»[52] nell’incontro con la lingua che più fra tutte si oppone al monolinguismo di consumo: quella della poesia. Come ben scrive Giovanna Lo Monaco, nella poesia di Ottonieri «l’accoglimento del “linguaggio della merce” e della realtà mediatica» assume l’aspetto di «una forma di “resistenza” alla merce stessa, di disturbo della comunicazione»[53] attraverso gli stessi strumenti che la realtà mercificata utilizza per garantire la propria esistenza.

Questa poetica del «trash’endente», applicata al settore della musica di consumo, si riverbera nei versi di Elegia Vertigo su almeno tre piani differenti. Innanzitutto, dal punto di vista tematico, l’ossessione d’amore che pervade di immagini ed espressioni banali i testi di canzone viene ripresa e problematizzata con una deviazione verso il macabro, il mortifero («giaci giaci giaci / sull’asfalto / il sangue ancora caldo / m’estingue sul tuo corpo / quando cado»)[54], fino a che non diventa essa stessa «strazio funerario»[55] che conduce all’annichilimento del soggetto («forse un bel giorno basta, andare via»)[56]. In questo senso, ad essere tematizzata è anche la pervasività della merce sotto forma di musica, che si insedia di soppiatto nelle menti degli individui («c’è un motivetto che mi sbatte nella testa, / e non se ne va») per livellare le coscienze sullo standard di un’“allegria” posticcia ed esaltata, maschera di un più profondo stato di malessere («tutto un senso di noia / nella gola – è la felicità, // questa qua? oppure è il malessere / che mi succhia dal plesso»)[57]. A questo aspetto si aggiungono, poi, come già anticipato, citazioni tratte da famosissimi motivetti di canzone («è per i 24 / e quattro mila baci», «vedrò quel gatto nero che volevo»)[58] che si mescolano a perfezione con evidenti echi letterari (i versicoli ungarettiani al participio passato: «flautati acuminati / da plastica e da stoffa / soffocati»; il Montale degli Ossi: «forse un bel giorno basta, andare via», «io sciolgo l’arsura sonora»; se non, addirittura, d’Annunzio o il Quasimodo di Alle fronde dei salici: «dall’arpa canora che sul vento ci sfiora»)[59].

Ciò che, però, fa davvero risuonare questo impasto verbale è l’apparato ritmico e retorico che sorregge i testi. Le poesie dell’Elegia riabilitano tutti gli stratagemmi che la canzone italiana moderna ha adottato e attualmente adotta per comporre il proprio discorso in musica. L’utilizzo di ritmi monotoni, ripetitivi, con accenti in posizione fissa, e di versi brevi in rima e con uscite spesso tronche, rese anche con pronomi, parole monosillabiche e altri «incisi usati come zeppa»[60], è l’elemento che, secondo Luca Zuliani, meglio contraddistingue l’italiano dei testi per musica, e su cui, non a caso, Ottonieri costruisce le proprie poesie sanremesi. Basta dare una letta a una delle poesie del medley per rendersene conto:

sai per sai per sai per

ché mi piaci

è per i 24 e quattro mila baci

che t’ho dati

flautati acuminati

da plastica e da stotta

soffocati,

cioè dico in carne ed ossa, nella fossa

che più non ti darò

giaci giaci giaci

sull’asfalto

il sangue ancora caldo

m’estingue sul tuo corpo

quando cado

(vertigo!!)

e a picco dal tuo corpo traggo il colpo

più sordo

che in te mi affonderò

giù per giù per giù per

questa strada

sterrata inerpicata

scialbata mai palpata, dolorosa

del mio orrore

tremore &

bugie meravigliose,

vedrò quel gatto nero che volevo

e non tenevo

e che da te non ho

[…][61]

Oltre alla regolarità del ritmo martellante dei versi[62], all’uso insistito della rima (“piaci-baci”, “stotta-fossa”, “asfalto-caldo”) e alla chiusura tronca del verso, soprattutto a fine strofa («sai per sai per sai per», «e che da te non ho»), si può notare, in questa come anche in altre poesie, che il discorso procede per rimandi fonici, tramite una concatenazione acustica obbediente «alla sola logica dell’energia ritmico-pulsionale che galvanizza la parola»[63], più che al nucleo semantico, al “messaggio” veicolato dalla lingua. Per Ottonieri, infatti, il sapere della poesia si situa sempre al di là della semantica, non è un “dire”, ma un «interdire» che non ha nulla a che fare con «l’intelligibilità letterale» della parola e che, piuttosto, appartiene a «quello scarto che precede/eccede la dicibilità, e che soltanto può raggrumarsi – grammatizzarsi – in musica, o ritmo, o: respiro»[64]. Viene, così, amplificato quel funzionamento «allusivo»[65] del significato poetico che avvicina e quasi sovrappone il verso alla musica.

Come si è già visto con l’esempio di Voce, nel momento in cui un testo di questo tipo viene eseguito con l’accompagnamento musicale, tutte queste caratteristiche vengono, di fatto, amplificate: la parola manifesta dichiaratamente il proprio potenziale sonoro diventando suono tra suoni, e così facendo svela quella natura evenemenziale e allusiva del senso di cui non sempre ci si accorge nella lettura del testo scritto. Inoltre, anche nella performance poetico-musicale dell’Elegia vengono meglio messi in luce il fondamento compositivo che ha guidato Ottonieri nella scrittura e le dinamiche di significazione con cui ciascuna poesia dà forma alla propria Stimmung.

Ascoltando la voce di Ottonieri e il gruppo Ringe Ringe Raja, si nota, prima di tutto, un aspetto che non si sarebbe potuto dedurre appieno dalla sola lettura del libro. I brani sai per sai per sai per e forse un bel giorno basta, andare via vengono entrambi eseguiti con l’accompagnamento di due famosissime canzoni (rispettivamente Quizàs, Quizàs, Quizàs e Ciao amore, ciao) delle quali essi ricalcano, oltre al testo, il ritmo e la melodia, come fossero delle riscritture, delle specie di covers. Nella prima delle due, in particolar modo, c’è un’elevata corrispondenza tra le pulsazioni del tempo musicale (in 4/4) e gli accenti forti dei versi: anche se la voce predilige, nel complesso, una dizione “rubata”, non rigidamente vincolata allo schema ritmico della musica, una perfetta sincronia tra pulsazione e accento versale si verifica sempre in apertura e in chiusura di strofa, e addirittura arriva, in alcuni casi, a far combaciare il ritmo della melodia alla fisarmonica con il ritmo scandito dagli accenti dei versi («vedrò quel gatto nero che volevo», «così che poi aspettando», «crudele quel dondon delle sirene del»). Una cosa simile accade nel secondo dei due esempi, dove, mano a mano che la canzone di Tenco si fa più presente, la voce comincia a seguire le indicazioni di tempo della musica coordinando pulsazione e accento, per sottolineare le corrispondenze rimiche («(sulle ali del vento, spezzate dal vento, / in questo momento) adesso che sento / l’inanità del tempo») o, a fine poesia, per far perfettamente coincidere la rivisitazione poetica del testo di canzone con la sua melodia («per dire / ciao mentre scivolo / ciao mentre scivolo, // ciao»).

È chiaro che, in questo modo, il sistema citazionistico su cui si basano le poesie dell’Elegia acquista un nuovo spessore: le citazioni che compongono gli «ipertesti» di Ottonieri, definiti dallo stesso poeta come «un internet, una connessione (infinitamente) combinatoria di reti»[66], si rivelano, durante l’esecuzione, non solo di natura testuale, ma anche di derivazione melodica, ritmica, e, in senso più ampio, musicale. L’amalgama di tradizione colta e popolare che contraddistingue la scrittura di Ottonieri e la sua poetica del «trash’endente» si dirama, quindi, su tutti gli strati e le modalità di fruizione (lettura o ascolto) del fatto poetico; ed è proprio nella performance che questo amalgama ipertestuale può concretamente invadere i sensi del lettore-ascoltatore, travolgerli con l’atmosfera satura di informazioni in cui l’uomo ipermediale postmoderno è immerso.

L’effetto che ne deriva non è tanto (o non solo) quello di un’intensificazione del tratto tragico e patetico dei testi – cosa che, in effetti, si verifica nei toni malinconici dell’esecuzione di c’è un motivo che mi sbatte nella testa –, ma è, piuttosto, quello di una parodia dell’affetto, o al più di un distaccamento ironico dallo stesso, tramite il gesto ludico dell’eccesso citazionistico, della mescolanza di linguaggi diversi e dell’urto tra cultura alta e bassa. Nel momento in cui l’Elegia viene accompagnata da motivetti di musiche note, il lamento funebre di quest’io poetante dalla «natura discenditiva»[67] viene rovesciato nella caricatura di sé stesso, in una versione canzonettistica più “leggera” e orecchiabile, anche se non del tutto immune dallo spettro della morte: sulle note di Ciao amore, ciao, d’altronde, aleggiano le ombre della malinconia e del suicidio di Tenco.

 

 

  1. P. Ortoleva, Le tecnologie del suono e la coscienza del Novecento, in Un secolo di suoni, i suoni di un secolo, a cura di M. Pistacchi e P. Ortoleva, Bologna, Minerva Edizioni, 2012, pp. 73-93, cit. a p. 86.
  2. N. Lorenzini, Il presente della poesia, Bologna, Il Mulino, 1991, p. 135.
  3. Nel corso del Novecento, la poesia ha spesso interagito con i media del suono. Si pensi alle letture di poesia alla radio o in televisione, agli eventi collettivi dei festival e dei readings poetici in cui i testi venivano amplificati dalle apparecchiature acustiche o, ancora, alle registrazioni su disco di letture autoriali e non.
  4. M. Garda, La traccia della voce tra poesia sonora e sperimentazione musicale, in Registrare la performance. Testi, modelli, simulacri tra memoria e immaginazione, a cura di M. Garda ed E. Rocconi, Pavia, Pavia University Press, 2016, pp. 73-91, cit. a p. 75.
  5. R. Donati, Quel motivetto che mi piace tanto. Le elegie sanremesi di Tommaso Ottonieri, in Le forme della voce. L’immaginario acustico nel secondo Novecento italiano, a cura di G. A. Liberti, Milano, FrancoAngeli, 2023, pp. 85-98, cit. a p. 86.
  6. V. Panarella, Incisioni su verso: poesia e discografia in Italia nel secondo Novecento, in Le forme della voce…, op. cit., pp. 99-113, cit. a p. 113. Con «discografia poetica» Panarella intende quelle incisioni su disco della seconda metà del Novecento in cui attrici e attori scelti leggono poesie tratte dalla tradizione letteraria italiana (da San Francesco a d’Annunzio) e poeti all’epoca viventi (Fortini, Montale, Sereni, Ungaretti e altri) recitano i propri versi. Ne sono un buon esempio la «Collana Letteraria Documento», prodotta a partire dal 1955, e «I 30 discolibri della letteratura italiana», prodotti sotto la direzione di Carlo Bo negli anni ’60 e riediti nel 1984. I CD della collana «inVersi» si collocano, di fatto, in questo filone e ne rappresentano un ulteriore sviluppo.
  7. G. Fontana, Poesia della voce e del gesto. Percorsi della vocalità nella poesia d’azione, Mantova, Sometti, 2004, p. 40.
  8. Cfr. V. Cuccaroni, Poesia ibrida. Poesia visiva, videopoesia, poesia elettronica, PJ set, Milano, Biblion, 2025; U. Fiori, Scrivere con la voce. Canzone, Rock e Poesia, Trezzano sul Naviglio, Unicopli, 2003.
  9. J. Culler, Theory of the Lyric, Cambridge, Harvard University Press, 2015, p. 137.
  10. Cfr. H. U. Gumbrecht, Atmosphere, Mood, Stimmung. On a Hidden Potential of Literature, Stanford, Stanford University Press, 2012.
  11. H. U. Gumbrecht, Production of presence: what meaning cannot convey, Stanford, Stanford University Press, 2004, p. 107.
  12. D. Attridge, The Singularity of Literature, New York and London, Routledge, 2004, p. 58.
  13. P. Giovannetti, «The lunatic is in my head». L’ascolto come istanza letteraria e mediale, Milano, Biblion, 2021, p. 38.
  14. «For this very reason, references to music and weather often occur when literary texts make moods and atmospheres present or begin to reflect upon them. Being affected by sound or weather, while among the easiest and least obtrusive forms of experience, is, physically, a concrete encounter (in the literal sense of encountering: meeting up) with our physical environment» (H. U. Gumbrecht, Production of presence…, op. cit., p. 4).
  15. S. La Via, Poesia per musica e musica per poesia: dai trovatori a Paolo Conte, Roma, Carocci, 2020, p. 20.
  16. S. Davies, Musical Understandings and Other Essays on the Philosophy of Music, Oxford, Oxford University Press, 2011, pp. 76 e 74.
  17. Ivi, p. 47.
  18. Per una comprensione più completa e precisa del concetto di “evento”, invito a dare un’occhiata a M. Mukim, From, Event, in Literature and event. Twenty-First Century Reformulations, a cura di D. Attridge e M. Mukim, New York and London, Routledge, 2022, pp. 1-24.
  19. J. D. Bolter, R. Grusin, Remediation. Understanding New Media, Cambridge, The MIT Press, 1999.
  20. C. Tirinanzi De Medici, «The Lord of song». Rimediazioni e affetti tra musica e poesia, in Gli attrezzi delle Muse. Itinerari fra poesia e musica dalla modernità all’estremo contemporaneo, a cura di C. Tirinanzi De Medici, Roma, Carocci, 2024, p. 39.
  21. A. Mistrorigo, Phonodia. La voz de los poetas, uso crítico de sus grabaciones y entrevistas, Venezia, Edizioni Ca’ Foscari, 2018.
  22. Ch. Bernstein, Introduzione, in Close listening. Poetry and the Performed Word, a cura di Ch. Bernstein, Oxford, Oxford University Press, 1998, pp. 2-26, cit. a p. 8.
  23. M. Marrucci, La poesia italiana del Duemila, in L’estremo contemporaneo. Letteratura italiana 2000-2020, a cura di E. Zinato, Roma, Treccani, 2020, pp. 111-40, cit. a p. 98.
  24. Intervista-dialogo con Lello Voce intorno a una concezione pluriversa della poesia, a cura di A. Inglese; cfr. l’URL: <https://www.nazioneindiana.com/2012/09/27/intervista-dialogo-con-lello-voce-intorno-a-una-concezione-pluriversa-della-poesia/> (ultima consultazione: 20/01/2026). Scrive Lello Voce, nello stesso documento: «Se può interessare il mio parere, io credo che, per cose come le mie, l’ascolto venga prima della lettura, perché nell’ascolto sono racchiuse tutte le forme artistiche dei miei testi, tanto quella linguistica, quanto quella sonora».
  25. N. Balestrini, Quest’azione tutta di Voce, in L. Voce, Farfalle da combattimento, Milano, Bompiani, 1999, pp. XIII-XIX, cit. a p. XVII.
  26. Un richiamo alla popular music è intuibile già dal titolo, se si considera che Loredana Bertè pubblicò, nel 1997, l’album Un pettirosso da combattimento, contenente la canzone Rap di fine secolo. Il titolo del disco – come ha dichiarato la cantante – è a sua volta una citazione di un passo della Domenica delle salme di De Andrè. Anche se il titolo del libro di Voce ricalca esplicitamente il nome di una serie di dipinti di Silvio Merlino, alcuni dei quali vengono peraltro riportati all’interno della raccolta (cfr. la nota autoriale a p. XXI), non ci sembra fuori luogo supporre un’allusione al repertorio appena citato, oltre a un possibile debito con il Rap di Sanguineti e Liberovici, sempre di quegli anni. D’altronde, con questa poesia, ci troviamo nel pieno della temperie avant-pop degli anni ’90.
  27. La registrazione è disponibile anche su YouTube, nella forma di una video-poesia realizzata con la collaborazione di Giacomo Verde; si veda l’URL: <https://youtu.be/sbh29DCYypM?si=aNpJC9pwSSIXWe6t>.
  28. L. Voce, Un divorzio all’italiana: la poesia con musica, in «L’Ulisse. Rivista di poesia, arti e scritture», n. 26, pp. 343-54, cit. a p. 347.
  29. Paolo Giovannetti, a proposito del verso rap, parla della «coesistenza, quasi la neutralizzazione, nel rap, degli opposti – verso e prosa, che appunto sono da esso fusi e confusi, in maniera a ben vedere assai più radicale di quanto non faccia un “classico” prosimetro» (P. Giovannetti, Che cosa può insegnare la canzone alla poesia?, in «L’Ulisse. Rivista di poesia, arti e scritture», n. 16, pp. 166-77, cit. a p. 171).
  30. Jovanotti, nota, in L. Voce, Farfalle da combattimento, op. cit., p. IX.
  31. L. Voce, Farfalle da combattimento, op. cit., p. 16.
  32. Ibidem.
  33. P. Giovannetti, Che cosa può insegnare…, op. cit., p. 175.
  34. L. Voce, Un divorzio all’italiana…, op. cit., p. 349.
  35. G. Frasca, L. Voce, Avviso ai naviganti; cfr. l’URL: <https://www.lellovoce.it/2018/05/21/avviso-ai-naviganti-gabriele-frasca-e-lello-voce/> (ultima consultazione: 20/01/2026).
  36. Osservando le interazioni tra la poesia e la musica, Pagnini scrive: «Si può dire che l’una parte dà qualcosa all’altra e agisce da ‘levatrice’ delle potenzialità dell’altra» (M. Pagnini, Lingua e musica. Proposta per un’indagine strutturalistico-semiotica, Bologna, Il Mulino, 1974, p. 99).
  37. L. Voce, Farfalle da combattimento, op. cit., p. 18.
  38. R. Shusterman, Rap Aesthetics. Violence and the Art of Keeping It Real, in D. Darby, T. Shelby, Hip Hop and Philosophy. Rhyme 2 Reason, vol. 16, Chicago, Open Court, 2005, pp. 54-64, cit. alle pp. 62 e 59.
  39. S. La Via, Il “Lai del ragionare lento” e la sua voce poetico-musicale. Appunti per un’analisi razionalemotiva, in «L’Ulisse. Rivista di poesia, arti e scritture», n. 16, pp. 178-97, cit. a p. 180.
  40. In una poesia di denuncia come questa, in cui la presa sulle coscienze ha una certa rilevanza, l’oscurità e l’ambiguità del senso vengono generalmente misurate, contenute, per non attenuare lo slancio comunicativo.
  41. Ivi, p. 179.
  42. M. Garda, Tra il suono e il segno: gesti vocali nella poesia sonora, in «La Rivista di Engramma», n. 145, maggio 2017, pp. 253-63, cit. a p. 257.
  43. L. Voce, Farfalle da combattimento, op. cit., p. 21.
  44. Scrive infatti Andrea Cortellessa, a commento della nuova edizione del libro, che Ottonieri indaga e ingloba nella sua Elegia il «Regno del Posticcio: indovinandone la più compiuta, la più autentica espressione nella canzonetta sanremese» (in T. Ottonieri, Elegia Sanremese, Torino, Nino Aragno Editore, 2022).
  45. T. Ottonieri, Elegia Sanremese, Milano, Bompiani, 1998, p. 3.
  46. Ivi, p. 8.
  47. La registrazione di Elegia Vertigo è reperibile anche sul sito PennSound (Center For Programs in Contemporary Writing dell’Università della Pennsylvania) al link: <https://media.sas.upenn.edu/pennsound/groups/Italiana/Tommaso-Ottonieri/Ottonieri-Tommaso_Elegia%20Vertigo.mp3>. Oppure su YouTube all’URL: <https://youtu.be/n9TvmM1akVI?si=35IVi7bXZVydEV48>. Nell’esecuzione del medley, Ottonieri è accompagnato dal gruppo Ringe Ringe Raja, formato da Massimiliano Sacchi al clarinetto, Marco Di Palo al basso elettrico, Cristiano Della Monica alle percussioni, Paolo Sasso agli archi, Pietro Bentivenga alla fisarmonica.
  48. R. Donati, Quel motivetto che mi piace tanto…, op. cit., p. 88.
  49. Cfr. G. Frasca, La lettera che muore. La letteratura nel reticolo mediale, Roma, Luca Sossella, 2005.
  50. Per meglio comprendere questa espressione, riporto la definizione che ne dà Ottonieri: «E la plastica usurata, degradata, decolorata che è la vera lingua standard in cui – al di qua di qualsiasi accademismo o nobilitazione gergale o sublimazione letteraria – probabilmente pensiamo cioè siamo pensati; cioè la plastica che comunica di continuo l’identità della parola col suo oggetto – l’accesso (mutuo) della sfera delle cose dell’uso nella sfera della parola dell’uso. La lingua si fa cosa, si fa tutta-cosa, si fa questa cosa, si cosifica nel contatto totale campionario (lotto numero uno, lotto numero due…) con l’essere della merce: (e in questo, si rivela, finalmente, come merce). Solo che lungi dall’offrire qualche patina luccicante che ricopra, questa cosa-lingua-merce si eleva – per una sorta di cupa resurrezione – nell’assoluta realtà del suo degrado. Lingua televisiva standard per cui ogni parlante si proietta dentro il cerchio simbolico, magico-demoniaco, dell’Accesso, e depone qualsiasi espressività presunta o residua (posto che sia ancora possibile, quella). […] Plastica della lingua è questo assoluto del presente deteriorabile della merce, in cui la merce (generalmente di bassa qualità) parla la sua lingua elementare; più-che-reale; desueta e, infine, aliena» (T. Ottonieri, La plastica della lingua. Stili in fuga lungo una età postrema, Torino, Bollati Boringhieri, 2000, pp. 60-61).
  51. T. Lisa, Poetiche contemporanee. Colloqui con 10 poeti contemporanei, Civitella in Val di Chiana, Zona, 2006, p. 111.
  52. «La più vagheggiabile desiderabile Chimera, l’obiettivo ultimo seppur lontano e forse inaccessibile, sembra allora l’orizzonte diretto, estremo o forse (meglio) esagerato, di una poesia trash’endentale; in cui la parola poetica possa annullarsi per quanto ha in sé di iniziatico e di elitario, anche di (presunto) durabile, e possa offrirsi in qualche sua deperibilità esagitata, nella devastata casualità in grado di trasferire di trascendere verso altra mondanità, quasi una plastica mentale, fino alla polpa più consumabile, alla consumazione del consumo» (T. Ottonieri, La plastica della lingua…, op. cit., p. 135).
  53. G. Lo Monaco, Tommaso Ottonieri. L’arte plastica della parola, Pisa, Edizioni ETS, 2020, p. 17.
  54. T. Ottonieri, Elegia Sanremese, op. cit., p. 20.
  55. Ivi, p. 29.
  56. Ivi, p. 45.
  57. Ivi, p. 27.
  58. Ivi, pp. 20-21.
  59. Ivi, pp. 20, 45, 46.
  60. L. Zuliani, L’italiano della canzone, Roma, Carocci, 2018, p. 103.
  61. T. Ottonieri, Elegia Sanremese, op. cit., p. 20.
  62. Anche la regolarità metrica risponde alla logica del “disturbo” di cui si parlava poco sopra: «Ciò che il nostro laboratorio assunse con maggiore decisione, fu allora proprio quella logica dell’interferenza e del disturbo, di cui accennavo. Istituire una griglia, da cui poter poi studiare fughe multiverse» (T. Ottonieri, La plastica della lingua…, op. cit., p. 206).
  63. R. Donati, Quel motivetto che mi piace tanto…, op.cit., p. 92.
  64. T. Ottonieri, La plastica della lingua…, op.cit., pp. 203-204.
  65. D. Barbieri, Rimane possibile oggi cantare in poesia?, in «L’Ulisse. Rivista di poesia, arti e scritture», n. 26, pp. 8-23.
  66. T. Ottonieri, La plastica della lingua…, op. cit., p. 226.
  67. G. Manganelli, Hilarotragoedia, Milano, Adelphi, 1987.

(fasc. 60, 25 maggio 2026)

«Io me chiammo Sanacore, e che vulite?». Dagli stornelli alla dub: la voce di Giulietta Sacco

Author di Giuliano Scala

Abstract: Pippo Baudo la definì «l’Amalia Rodriguez della canzone partenopea», per Renzo Arbore era «la Regina dei mandolini», per il Reuccio Claudio Villa «la Mina del Sud». La stessa Tigre di Cremona défini la sua voce «un dono di Dio. Non due corde vocali, ma due colliers di diamanti». Una cosa è certa: nessuna altra voce ha saputo interpretare la canzone napolitana come quella di Giulietta Sacco. Nata a Maddaloni il 13 novembre 1944 e scomparsa ad Aversa l’11 aprile 2022, Giulietta Sacco ha attraversato più di cinque decenni di carriera, imprimendo il proprio marchio inimitabile nella canzone napoletana. La sua abilità unica nell’attraversare stili musicali, dal folklore degli stornelli alla sontuosità della canzone classica napoletana, ha reso la sua arte un ponte tangibile fra la tradizione intramontabile e la modernità del Napules Power. Il riconoscimento degli Almamegretta nel 1995 con Sanacore ha sancito la sua voce come il simbolo di una rinascita musicale napoletana negli anni ’90, unendo le radici della tradizione alle nuove sonorità del tempo. Giulietta Sacco, con la sua voce come guida, ha trasceso il tempo e lo spazio, diventando un faro luminoso nella storia musicale di Napoli. La sua eredità, come due colliers di diamanti, brilla nell’archivio della musica napoletana, un regalo eterno e prezioso.

Abstract: Pippo Baudo called her «the Amalia Rodrigues of Neapolitan song», for Renzo Arbore she was «the Queen of Mandolins» and for “the little King” Claudio Villa she was «the Mina of the South». Even Mina described her voice as «a gift from God. Not two vocal cords, but two diamond necklaces». One thing is certain: no other voice has been able to interpret Neapolitan song like Giulietta Sacco’s. Born in Maddaloni on November 13, 1944, and passing away in Aversa on April 11, 2022, Giulietta Sacco had a career spanning more than five decades, leaving her unmistakable mark on Neapolitan music. Her unique ability to navigate musical styles, from the folklore of stornelli to the grandeur of classical Neapolitan song, made her art a tangible bridge between timeless tradition and the modernity of Napule’s Power. The recognition from Almamegretta in 1995 with Sanacore cemented her voice as a symbol of a Neapolitan musical revival in the ’90s.

Scrivere un saggio su Giulietta Sacco si configura come un’operazione tutt’altro che agevole. La difficoltà principale risiede nella necessità di ricomporre frammenti dispersi: ricostruire le tappe della sua biografia artistica e rintracciare la continuità di una carriera lunga e discontinua senza incorrere in errori, sovrapposizioni o vere e proprie mitologie. Le fonti disponibili risultano, infatti, prevalentemente di natura giornalistica o riconducibili alla critica musicale, più inclini alla narrazione episodica che alla sistematizzazione storiografica.

Accanto a tali materiali si colloca un corpus eterogeneo di documenti audiovisivi: video e immagini d’archivio, locandine di festival musicali in cui compare il suo nome, interviste ‒ sia amatoriali sia professionali ‒ rilasciate dalla stessa Sacco o da altri protagonisti della scena musicale dell’epoca e oggi diffuse attraverso piattaforme digitali come YouTube. Si tratta di una documentazione preziosa ma discontinua, che richiede un lavoro di selezione, comparazione e interpretazione, in cui la memoria orale si intreccia con l’archivio visivo e con la sedimentazione mediatica del racconto.

È dunque a partire da questo mosaico incompleto, fatto di tracce, testimonianze e frammenti, che si rende necessario un approccio capace di tenere insieme rigore critico e attenzione per la dimensione narrativa e simbolica della sua figura artistica.

Muovendo da tali premesse, si può iniziare con alcune coordinate biografiche e contestuali. Giulietta Sacco nasce a Maddaloni, in provincia di Caserta, nel 1944, un anno dopo l’ingresso degli Alleati a Napoli. La sua nascita si colloca, dunque, in un momento di profonda trasformazione del Mezzogiorno italiano, segnato dal trauma bellico e dall’avvio di una complessa fase di ricostruzione materiale e simbolica. In questo scenario, la sua vicenda personale e artistica si inscrive fin dall’inizio in una storia più ampia, in cui le pratiche musicali popolari si confrontano con nuovi orizzonti mediatici e culturali, e in cui la tradizione si trova a dialogare con le forme emergenti della modernità. Se nel capoluogo campano la presenza degli Alleati e la circolazione dei Victory-Disc contribuirono alla diffusione di nuovi linguaggi sonori (dal jazz al blues), innestando i primi germi di quello che sarebbe stato definito Napules Power[1], la provincia casertana non conobbe un processo analogo. La Terra di Lavoro rimase, in larga misura, ai margini di tali trasformazioni, ancorata a una struttura sociale ed economica prevalentemente agricola. Giulietta Sacco nacque, dunque, in un contesto rurale, all’interno di una famiglia modesta, patriarcale, fondata sul lavoro dei campi e su una rigida organizzazione dei ruoli.

Primogenita di otto figli, Giulietta condivide fin dall’infanzia la quotidianità dei genitori: li accompagna nei campi, in chiesa, alle feste patronali. È in questi spazi (produttivi, rituali, comunitari) che si struttura il suo primo orizzonte simbolico. La tradizione non le viene trasmessa come sapere astratto, ma come pratica incorporata, come gesto ripetuto, come forma di partecipazione. Giulietta osserva, ascolta, impara.

Impara soprattutto a cantare. Perché in quel contesto il canto non è un’attività separata, ma una funzione integrata nel lavoro e nel rito. Si canta nei campi, per sostenere il ritmo della fatica; si canta nelle celebrazioni religiose, per inscrivere l’esperienza individuale in una dimensione collettiva; si canta durante le feste, per trasformare la ciclicità del calendario agricolo in narrazione condivisa. La voce diventa così strumento di relazione e di resistenza, mezzo attraverso cui il corpo si accorda al tempo della comunità e al tempo della natura[2].

Il canto, in questo senso, precede la musica come forma estetica: è un atto necessario, una pratica di sopravvivenza simbolica. In Giulietta Sacco esso si costituisce come sapere primario, come grammatica emotiva e ritmica che precede ogni successiva mediazione discografica o scenica. La sua formazione vocale non avviene, dunque, in un contesto istituzionale, ma all’interno di un paesaggio sonoro fatto di voci femminili, di litanie, di invocazioni e di canti di lavoro, in cui la memoria collettiva si trasmette per via orale e la musica coincide con la vita quotidiana.

Si rende, qui, necessaria una breve parentesi teorica, utile a comprendere perché questo elemento risulti decisivo ai fini del nostro discorso. Alcuni stili musicali e determinate tecniche vocali vengono infatti ‒ a buon diritto ‒ riconosciuti come parte integrante del patrimonio culturale e antropologico di specifiche comunità. Si pensi al blues, espressione della memoria storica della schiavitù afroamericana, o alla modalità esecutiva del fado portoghese, definita da Fernando Pessoa come «[…] não é alegre nem triste. É um episódio de intervalo. […] O fado é o cansaço da alma forte, o olhar de desprezo de Portugal ao Deus em que creu e também o abandonou»[3]. All’interno del contesto campano, analogamente, possono essere citate pratiche come la tammorra, la tarantella e, in modo particolare, il canto a fronna.

La fronna ‒ o, più precisamente, la fronn’ ’e limone (‘fronda di limone’) ‒ è una forma di canto a distesa, priva di accompagnamento strumentale, eseguita da una o più voci, e storicamente diffusa nei contesti agricoli. La sua struttura vocale riprende le inflessioni e i moduli ritmici dei richiami dei venditori ambulanti, utilizzati per attirare l’attenzione dei potenziali acquirenti. In senso metaforico, il termine designa le parti del cibo che non vengono vendute perché non commestibili: ciò che resta ai margini dello scambio economico e che, proprio per questo, esige una particolare abilità persuasiva.

Dal punto di vista testuale, esiste un ampio repertorio di fronne che tuttavia non si configura come un corpus fisso: i testi possono essere modificati, rimescolati o parzialmente improvvisati a seconda della situazione esecutiva. Ciò risulta particolarmente evidente nei casi in cui il canto si articola in forma dialogica, tra due o tre voci che si rispondono secondo una logica di chiamata e risposta. Questa apertura alla variazione rende la fronna una forma musicale intrinsecamente relazionale, fondata sull’interazione e sull’adattamento al contesto.

È proprio questa disponibilità al dialogo che ne ha favorito, in passato, un uso comunicativo extramusicale. Le fronne sono state, infatti, impiegate come mezzo di comunicazione con i detenuti: non era raro, nel passato, ascoltare canti intonati sotto le carceri da parte di parenti o amici dei reclusi. Attraverso tali esecuzioni venivano trasmesse informazioni, messaggi d’amore, parole di conforto, spesso articolate mediante un linguaggio allusivo e gergale, capace di sfuggire alla comprensione delle guardie. La fronna si configurava, così, come uno spazio sonoro di resistenza simbolica, in cui la voce diventava veicolo di affetti e di segreti, e il canto si faceva forma di mediazione fra dentro e fuori, tra separazione e legame. In questo senso, la fronna non è soltanto una tecnica vocale, ma una vera e propria pratica culturale: un dispositivo di memoria, di relazione e di sopravvivenza emotiva, che iscrive il corpo del cantante in una rete di significati collettivi e in una temporalità che eccede l’istante dell’esecuzione.

La fronna manifesta con chiarezza il segno di una comunicazione rivolta a un soggetto che non è visibile, che è “rinchiuso”, separato, sottratto allo spazio sociale ordinario. Non è casuale che il destinatario privilegiato di tali canti sia il carcerato: la tradizione campana ha, infatti, stabilmente associato il carcere al mondo infero, come luogo chiuso, oscuro, sottratto alla luce e alla vita quotidiana. Il canto si configura, allora, come un ponte sonoro tra il sopra e il sotto, tra il dentro e il fuori, tra il mondo dei vivi e uno spazio simbolicamente prossimo alla morte.

Come ricorda Roberto De Simone nella raccolta La tradizione in Campania (1979), è inoltre significativo che la camorra, nelle sue fasi originarie, avesse il proprio primo covo presso il Cimitero delle Fontanelle, nel rione Sanità: un luogo che è già di per sé liminale, soglia tra i vivi e i morti. In tale contesto venivano eseguiti rituali cantati che funzionavano come forme di dialogo codificato tra affiliati, secondo una grammatica simbolica che univa devozione, violenza e appartenenza. La fronna, in questo scenario, non appare più soltanto come canto popolare, ma come dispositivo rituale, strumento di riconoscimento e di trasmissione di messaggi all’interno di una comunità separata.

Nella fronna che qui si assume come esempio, «’a fronna r’ ’e carcerate», originaria di Torre del Greco, risulta particolarmente evidente il tipo di linguaggio adottato: un tessuto verbale fitto di formule ritualizzate ed espressioni gergali, molte delle quali riconducibili anche al lessico della malavita. La voce non si limita a raccontare una condizione, ma la performa: la reclusione, la supplica, la distanza vengono articolate attraverso un codice che è insieme poetico e cifrato.

Le tematiche che emergono (la madre che prega per il figlio incarcerato, il carcere come luogo di espiazione, la Vergine come figura mediatrice) costituiscono un repertorio simbolico che ritroviamo, seppur rielaborato in forme linguisticamente diverse, anche nelle sceneggiate teatrali napoletane. In entrambi i casi, il dolore individuale si inscrive in una cornice narrativa collettiva, dove la sofferenza viene ritualizzata e resa condivisibile attraverso la parola cantata. Il canto diventa, così, una forma di drammatizzazione sociale, in cui il destino del singolo viene assorbito in una struttura mitico-religiosa che ne rende tollerabile l’esperienza.

La fronna, pertanto, non si limita a essere un genere musicale: essa agisce come luogo simbolico di passaggio, come pratica che mette in relazione la vita quotidiana con il suo rovescio oscuro, il legame con la separazione, la voce con il silenzio. È in questa capacità di trasformare la comunicazione in rito e il dolore in linguaggio che risiede una delle sue funzioni antropologiche più profonde:

Fronn’ ‘e limone

chest’ è ‘a fronna r’ ‘e carcerate

chillo r’ ‘e sei

chillo r’ ‘o padiglion’ ‘e Milano

Fronn’ ‘e limone

carceratie’

io so’ venuto sott’ a stu carcere

pe’ saluta’ ‘e carcerate

e po’ tutte chisti belli cumpagne

Fronn’ ‘e limo’

arber’ ‘e noce

sì fatt’ a ggroce p’ ‘e carcerate

‘e mmiette a ggroce

‘e ffai’ perder’ ‘a vita e ‘a libbertà

Fronn’ ‘e limone

Gennarenie’ so’ stato a casa ‘e mamma vosta

s’è ‘rraccumannata ‘o cor’ ‘e Gesù

tu quanno vai a ffa’ ‘a cavùsa

speriamo ca ‘o ggiudece te manna a libbertà[4]

[…]

Accanto a queste forme dialogiche e funzionalmente comunicative, la tradizione più propriamente canonica conserva un repertorio di fronne maggiormente ritualizzate, in cui la componente improvvisativa si riduce a favore di una struttura più stabile e riconoscibile. In tali espressioni, le tematiche ricorrenti si concentrano intorno a tre grandi nuclei simbolici: l’amore, la sessualità e la morte.

Si tratta di ambiti che rinviano direttamente alle soglie fondamentali dell’esperienza umana, e che nella fronna vengono trattati secondo una logica di allusione, di metafora e di ambiguità semantica. Eros e Thanatos, la generazione e la dissoluzione, la congiunzione e la separazione vengono, così, inscritti in un linguaggio che oscilla tra il registro lirico e quello osceno, tra l’invocazione e la derisione, tra il sacro e il profano.

Queste fronne ritualizzate funzionano come forme di regolazione simbolica dei passaggi esistenziali: il desiderio viene nominato per essere contenuto, la morte evocata per essere addomesticata, il corpo cantato per essere sottratto al silenzio. La loro ripetizione nel tempo non ne esaurisce il senso, ma ne rinnova la funzione: ogni esecuzione riattualizza un patrimonio simbolico condiviso, rendendo il canto un luogo in cui la comunità si riconosce e si interroga sui propri limiti.

In questo modo, la fronna si configura come una micro-drammaturgia vocale dell’esperienza umana, in cui le grandi polarità dell’esistenza vengono tradotte in forme sonore essenziali, affidate alla voce nuda e alla sua capacità di farsi veicolo di significato oltre la parola[5].

Come si è detto, dunque, Giulietta Sacco impara a cantare in un contesto in cui la voce è parte integrante della vita quotidiana. La sua è una voce potente, dotata di una grana timbrica particolarissima, aspra e insieme flessibile, capace di coniugare l’energia arcaica del canto popolare con una proiezione quasi operistica.

Le prime esibizioni pubbliche risalgono all’età di dodici anni, in occasione del matrimonio della cantante napoletana Maria Paris[6], nel pieno dell’adolescenza intraprende poi uno studio più sistematico del canto e partecipa a concorsi canori con l’obiettivo di attirare l’attenzione di discografici, manager e organizzatori di feste di piazza.

Il suo repertorio iniziale è quello della canzone napoletana classica, dalla seconda metà del Settecento fino ai primi decenni del Novecento. È proprio in una di queste occasioni, nei primi anni Sessanta, che viene notata da un’etichetta discografica, la Phono Tris, con la quale incide i primi 45 giri e uno dei suoi primi successi, Amalia Ruta. In questo brano l’influenza della fronna risulta evidente, tanto nella linea melodica quanto nella modalità esecutiva: alla potenza vocale della Sacco si somma, infatti, una struttura espressiva che conserva tracce della vocalità a distesa e della declamazione popolare.

Amalia Ruta si ispira, inoltre, ai brani più celebri di un’altra figura emblematica della tradizione napoletana di inizio Novecento: la cantante, attrice e “sciantosa” Gilda Mignonette, nome d’arte di Griselda Andreatini, nota anche come la “regina degli emigranti”. Incidendo un brano di questo tipo, Giulietta Sacco recupera simbolicamente il testimone della Mignonette: il canto delle fronne maddalonesi, innestato sulla grana quasi lirica della sua voce, si traduce in un prodotto che conosce una ricezione più internazionale che nazionale. Il suo successo si radica, infatti, soprattutto nei circuiti dell’emigrazione, dove quelle canzoni continuano a funzionare come dispositivi di memoria e di appartenenza.

Il repertorio della Sacco appartiene, in questo senso, a un mondo che non esiste più: è il mondo delle canzoni d’amore, d’onore e di vendetta di una Napoli prerisanamento, di una città ancora strutturata secondo codici simbolici arcaici. Si tratta di un immaginario che esercita una forte presa sugli emigranti e che, nell’Italia del boom economico, trova come pubblico privilegiato una generazione di anziani nostalgici dei “bei tempi di una volta”. Per i giovani napoletani degli anni Settanta, invece, la lingua di quelle canzoni e il modo di cantarle rappresentano quanto di più obsoleto e reazionario si possa immaginare: esse incarnano un universo percepito come da rimuovere, da superare, se non da distruggere, e vengono lette come una narrazione provinciale, stereotipata e parodistica di una Napoli che aspira, invece, a liberarsi di quel passato.

A questo proposito risulta particolarmente significativa la testimonianza del critico musicale e produttore Renato Marengo, che ha vissuto in prima persona la stagione del rock napoletano:

Noi giovani del rock napoletano, odiavamo la canzone napoletana: le canzoni i cui tema erano malavita e sentimentalismo. Il Napoletano era diventato il linguaggio di quelle canzoni lì. Roba da reazionari. Per esempio Alan Sorrenti aveva appena pubblicato Aria e durante uno dei suoi concerti a Napoli interpretò Dicitencello vuje: fu contestato duramente (preso letteralmente a bottigliate sul palco) e la critica lo attaccò da tutti i fronti “si è messo a cantare le canzonette napoletane” gli si rimproverava. Io fui l’unico a difenderlo su Ciao2001, e criticarono anche me[7].

Le parole di Marengo restituiscono con chiarezza la frattura generazionale e simbolica che si consuma in quegli anni: da un lato, un repertorio che continua a funzionare come archivio emotivo dell’emigrazione e della memoria popolare; dall’altro, una nuova generazione che percepisce quel patrimonio come un ostacolo alla costruzione di un’identità moderna e autonoma. Giulietta Sacco si colloca precisamente in questo spazio di tensione: portatrice di una tradizione vocale arcaica, ma inserita in un mercato discografico che sta già mutando i propri codici, la sua figura si configura come emblema di un passaggio irrisolto tra memoria e modernità, tra rito e industria culturale.

Giulietta Sacco viene ingaggiata dall’etichetta americana Vis Radio, con la quale incide il suo primo album, Melodie popolari italiane, che ottiene un notevole riscontro presso il pubblico italo-americano. Questo successo iniziale segna l’avvio di una traiettoria artistica marcatamente transnazionale: tra gli anni Sessanta e Settanta, la sua voce risuona con continuità nelle sale da concerto degli Stati Uniti, del Canada, dell’Australia, ma anche in diversi contesti europei, tra cui Germania e Regno Unito, configurandosi come uno dei vettori principali di una memoria sonora napoletana proiettata oltre i confini nazionali.

Parallelamente a questa intensa attività internazionale, Sacco continua a mantenere un legame forte con il circuito musicale italiano. Nel 1969 giunge in finale al Festival di Napoli con Abbracciame e avvia collaborazioni significative con figure centrali della canzone napoletana del secondo Novecento, quali Mario Merola, Mario Trevi e Giacomo Rondinella. La sua presenza si estende anche a contesti più generalisti della canzone leggera, approdando a programmi come Un disco per lestate e Il Cantagiro. In quegli anni amplia il proprio repertorio includendo stornelli partenopei e brani di matrice popolare, ma è soprattutto nel repertorio napoletano più intensamente lirico e “sanguigno” che la sua interpretazione raggiunge esiti di particolare raffinatezza espressiva. Emblematica, in tal senso, è l’esecuzione di Silenzio cantatore di Bovio, dove la mandolinata che l’accompagna si fa vero e proprio ricamo sonoro, dialogando con una voce capace di abitare la melodia senza mai sovrastarla.

Nonostante le numerose apparizioni in Rai, Giulietta Sacco viene, tuttavia, più volte esclusa dai palinsesti, per ragioni che intrecciano valutazioni estetiche e scelte stilistiche. Il suo corpo e il suo volto vengono sottoposti a un giudizio normativo che giunge fino alla richiesta implicita di adeguamento (si pensi al ricorso alla chirurgia estetica), mentre, sul piano musicale, la canzone napoletana classica, e la nostalgia di cui era portatrice, appare ormai marginalizzata da un’industria culturale proiettata verso altri immaginari. In questo contesto, risuona ambigua la definizione con cui Pippo Baudo la presentò una volta in trasmissione, chiamandola «l’Amália Rodrigues napoletana». Un paragone suggestivo ma riduttivo, che rischia di appiattire la specificità della sua voce entro una genealogia altra.

Se è vero che alcune modulazioni tonali possono evocare il fado, la vocalità di Giulietta Sacco si colloca altrove. Nelle sue stagioni migliori essa si configura come un canto libero, non irregimentato, attraversato da echi antichi e talvolta dimenticati.

Forte di un’estensione ampia e di una notevole capacità di porgere la melodia, la sua voce sembra custodire una memoria sonora di stagioni cancellate dalla modernità, ma non dal suo cuore interpretativo. Nel vibrato affiorano risonanze rurali e marinare che si fanno strada nelle modulazioni, nelle fioriture, nelle corone e persino nei respiri con cui cesella le esecuzioni. È in questi dettagli ‒ in questa micro-drammaturgia del suono ‒ che la voce di Sacco riesce a restituire una luce nuova alle poesie di Salvatore Di Giacomo e Ferdinando Russo, riattivandole come spazi di ascolto ancora vivi.

A partire dal 1984, problemi di salute iniziano a incidere in modo significativo sulla carriera di Giulietta Sacco e sulla limpidezza della sua emissione vocale. Si apre, così, una fase di progressivo allontanamento dalle scene, segnata da una visibilità sempre più intermittente e da una marginalizzazione che appare tanto artistica quanto simbolica.

Ignorata, e talvolta apertamente snobbata, dagli ambienti intellettuali e dalla ricerca musicologica, con forse la sola eccezione di Goffredo Fofi e Pasquale Scialò, Sacco continua, tuttavia, a essere profondamente amata dal pubblico popolare. Il suo è un declino scomodo, non pacificato, vissuto nella tensione costante tra memoria e attualità: nel tentativo di riconquistare una visibilità nazionale, rincorre in ogni modo il ritorno sulla scena mediatica, arrivando a trattare, senza successo, con Paolo Limiti per un inserimento nel circuito dell’amarcord televisivo. Ma il dispositivo nostalgico, così come viene allora configurato, non sembra avere spazio per una voce che non si lascia addomesticare.

La carriera di quella che era stata una vera e propria vedetta della canzone napoletana sembra, ormai, avviata sul viale del tramonto. Eppure, proprio quando la parabola appare definitivamente discendente, si profila una nuova alba, del tutto inattesa, destinata a rivelarsi conditio sine qua non per una svolta profonda nell’evoluzione della canzone napoletana. È il gruppo dub napoletano degli Almamegretta a volerla come voce femminile per Sanacore (1995), un album destinato a segnare una frattura e insieme una ricomposizione nel panorama musicale italiano.

Sebbene l’associazione tra Giulietta Sacco e gli Almamegretta possa apparire, a prima vista, bizzarra o addirittura paradossale, essa risulta pienamente intelligibile se letta alla luce del concetto di contaminazione musicale elaborato da Goffredo Plastino. Nel tentativo di definire l’estetica del gruppo, Plastino parla, infatti, di «dinamiche musicali di ibridazione, sovrapposizione, contaminazione»[8] in cui reggae e dub si intrecciano alle tradizioni folk campane, proiettandosi verso traiettorie molteplici e non gerarchizzate perché «dalla tradizione si può prendere ciò che più piace, soprattutto ciò che può essere riformulato in un linguaggio contemporaneo»[9] . In questo spazio fluido, la voce di Sacco non rappresenta un residuo del passato, ma una risorsa attiva, un archivio vivente, capace di riattivarsi nel presente.

Attraverso la grana vocale di Giulietta Sacco e quella di Raiz, frontman del gruppo, gli Almamegretta riescono non solo a infrangere la tradizionale dislocazione tra centro e periferia, tra città e campagna, ma soprattutto ad abitare consapevolmente una condizione di in-between culturale. È uno spazio di transito ‒ «tra le scene, i suoni e le lingue dell’ibridismo, dove non c’è né la stabilità dell’autentico né il falso»[10] ‒ in cui la ritmica urbana e cadenzata di Bristol si mescola alle fronne della Campania e ai gorgheggi arabeggianti del Medio Oriente, dando forma a un rap di matrice “mediterraneo-glocal”, insieme radicato e mobile.

Con Sanacore, gli Almamegretta fanno conoscere la voce di Giulietta Sacco a una generazione che non l’aveva mai ascoltata e, al tempo stesso, riescono a rimarginare una ferita aperta fin dagli anni Settanta: quella che aveva progressivamente separato la canzone napoletana classica da quella contemporanea. Musica e lingua, le due valvole del cuore pulsante di Napoli, tornano così a comunicare, preparandosi a essere curate non attraverso la nostalgia, ma mediante una nuova possibilità di ascolto:

Io quanne me ’nzuraje ero guaglione

Io quanne me ’nzuraje ero guaglione

Uè comm’era sapurita, uè comm’era sapurita

Uè comm’era sapurita la mogliera

[…]

Freva e friddo tengo quando sto vicino a tte`

M’abbrucia ’a pelle quando sto vicino a tte

La compresenza delle voci di Giulietta Sacco e di Raiz non si configura come semplice alternanza di timbri, ma come dialogo fra due temporalità incarnate: una voce femminile che porta con sé il peso rituale, corporeo e arcaico della tammurriata, e una voce maschile che attraversa il presente urbano, consapevole della frattura e insieme della continuità. Non è un incontro pacificato, ma una risonanza: due corpi sonori che non si fondono, ma si tengono in tensione:

Bella figliola, comme ve chiammate?

Bella figliola, comme ve chiammate?

Uè, me chiammo Sanacore

Uè, me chiammo Sanacore

Uè, me chiammo Sanacore e che vulite?

Sanacore significa, dunque, ‘sanare il cuore’. Ma sanare il cuore non significa guarirlo né riportarlo a un’unità originaria che forse non è mai esistita. Significa, piuttosto, imparare ad ascoltarne il battito, accettarne la vulnerabilità, aderire al suo tempo. Il basso dub che governa l’intero album non impone un movimento, ma lo trattiene; non accelera, ma rallenta, riconducendo l’ascolto a una soglia fisiologica, quella dei sessanta battiti al minuto, dove il corpo può ancora riconoscersi. È una musica che invita a scendere, non a salire; a immergersi, non a dominare. Una musica che sospende la logica produttiva e restituisce centralità a un tempo organico, naturale, irriducibile all’efficienza.

Sanacore mette, così, in scena una pratica della cura che non coincide con la terapia, ma con l’ambiente: la materia sonora si fa spazio protettivo, quasi liquido amniotico, in cui il soggetto può temporaneamente disattivare la prestazione e ritrovare un ritmo primario. In questo senso, la canzone e l’album operano come dispositivi simbolici complessi, capaci di intrecciare lentezza e resistenza, ascolto e trasformazione. Non si tratta di world music nel senso superficiale dell’etichetta, ma di un lavoro profondo sulle temporalità: Sanacore non mette in relazione luoghi, ma tempi storici, facendo dialogare l’arcaico e l’ipercontemporaneo senza ridurre l’uno all’altro.

La voce di Giulietta Sacco, con il suo sapere rituale sedimentato, non viene inglobata dal mix, ma attraversa la massa sonora come una traccia ancestrale che resiste alla dispersione. La voce di Raiz, al contrario, si muove nello spazio urbano del presente, facendosi carico della mediazione, della traduzione, della frattura. Insieme, queste voci trasformano Napoli in una superficie sonora stratificata, in cui la città non è più solo un luogo, ma un tempo complesso, una soglia. La copertina dell’album, con quel tombino dai colori quasi lisergici, suggerisce una discesa: una catabasi simbolica nell’ombelico di una Napoli che è insieme Partenope e sirena, corpo mitologico e spazio metropolitano, memoria greca e rumore elettronico. Napoli emerge, così, come crocevia di tempi più che di territori, luogo in cui il passato non è mai definitivamente trascorso e il presente non è mai del tutto autonomo :

Nun me ne ’mporta ’e chi me dice ca te tene

’Int’a ’sti ccose nn’se prumette, nn’se mantene

Nn ’se prumette maje, nun se mantene maje

In questa prospettiva, Sanacore non conserva la tradizione: la espone. La mette in gioco, la sottopone al rischio della trasformazione. Le formule quasi magiche del canto popolare, fondate sulla ripetizione, sul ritmo e sull’oralità, continuano a operare come dispositivi simbolici contro il dolore e la paura, ma lo fanno dentro una macchina sonora che anticipa la transculturalità della globalizzazione. Non siamo di fronte a un ibrido stilistico, ma a una vera e propria macchina temporale, in cui il passato viene tradotto e il presente riorientato. È in questo senso che Sanacore può essere pensato come un atto magico, nel significato antropologico del termine: non illusione, ma trasformazione dello sguardo sul reale.

Ascoltare Sanacore significa, allora, imparare a guardare il futuro con occhi antichi e il passato con uno sguardo rinnovato. La musica, nel momento in cui si rinnova, ritrova sé stessa. E la canzone napoletana, attraversata da questo gesto, non viene sanata nel senso di normalizzata o pacificata, ma restituita alla sua condizione vitale di inquietudine. È in questo spazio di tensione, tra memoria e invenzione, tra lentezza e tecnologia, tra rito e remix, che Sanacore continua a operare come dispositivo estetico e politico: una pedagogia del tempo, una pratica della cura, una forma di resistenza ritmica al rumore del mondo. Un cuore antico che impara a battere nel presente. Un ritmo lento che diventa gesto di resistenza. Una tradizione che non si conserva nel silenzio, ma nel suono:

Uè, ’o core nun ’o sano alli malate…

 

  1. Cfr. G. Scala, Sur la transformation décapante d’un tube américain : Pistol packin’ mama, in Du malentendu dans la chanson : actes de la deuxième Biennale internationale d’études sur la chanson, Aix-en-Provence, Presses Universitaires de Provence, 2021.
  2. Cfr. R. De Simone, Canti e tradizioni popolari in Campania, Foligno, Lato Side Editore, 1979.
  3. «[…] né allegro né triste. È un episodio di intervallo. […] Il fado è la stanchezza dell’anima forte, lo sguardo di disprezzo del Portogallo verso il Dio in cui ha creduto e che lo ha abbandonato» [t.d.a.]: F. Pessoa, O fado e a alma portuguesa (O fado e l’anima portoghese), in «O Notícias Ilustrado», 2ª série, nº 44, 14/04/1929.
  4. ‘Fronda di limone / questa è la fronda dei carcerati / quello del sei / quello del padiglione Milano / Fronda di limone / carcerati / son venuto davanti a questo carcere / per salutare i carcerati / e per tutti questi bravi compagni / Fronda di limone / albero di noce / fai il segno della croce per i carcerati / e metti la croce / e fai perdere la vita e la libertà / Fronda di limone. Gennarino sono stato a casa di vostra mamma / si è raccomandata il cuore a Gesù / quando andrai in processo / speriamo che il giudice ti rimetta in libertà. […]’.
  5. Cfr. R. De Simone, Canti e tradizioni popolari in Campania, op. cit., p. 89.
  6. Maria Paris, al secolo Maria Rosaria Pariso (Napoli, 6 agosto 1932-Napoli, 3 maggio 2018) è stata una celebre cantante italiana, particolarmente nota per il suo contributo alla musica napoletana durante gli anni ’50 e ’60. La sua carriera si è contraddistinta per un’interpretazione intensa e raffinata del repertorio tradizionale partenopeo, con una particolare enfasi sui classici della canzone napoletana e su brani contemporanei. La sua voce calda e potente, assieme alla capacità di trasmettere profonde emozioni, le ha permesso di guadagnarsi un posto di rilievo nel panorama musicale dell’epoca. Nonostante una carriera relativamente breve, la Paris è ricordata come una delle interpreti più autentiche e apprezzate della tradizione musicale napoletana. Cfr. A. Sciotto, Cantanapoli. Enciclopedia del Festival della Canzone Napoletana 1952-1981, Caserta, Torre Luca editore, 2010, p. 390.
  7. Cfr. G. Scala, Pino Daniele: analisi di un sincretismo musicale, Tesi di Dottorato, Aix-Marseille Université ‒ Università degli Studi di Napoli Federico II, discussa il 28 giugno 2022.
  8. G. Plastino, Mappa delle voci: rap, raggamuffin e tradizione in Italia, Roma, Meltemi, 1996, p. 86.
  9. Ibidem.
  10. I. Chambers, Paesaggi migratori. Cultura e identità nell’epoca postcoloniale, Roma, Meltemi, 2003, p. 97.

(fasc. 60, 25 maggio 2026)

Il teatro canzone di Giorgio Gaber e Sandro Luporini

Author di Annibale Gagliani

Abstract: L’intervento traccia gli stilemi del teatro-canzone di Giorgio Gaber e Sandro Luporini, forma di spettacolo che unisce il cantautorato e alla drammaturgia d’impegno civile. Una proposta sperimentale nata alla fine degli anni Sessanta, che porta gli autori a dialogare col Movimento del ’68, dal quale prendono le distanze a causa dello scenario sociopolitico negli Anni di Piombo. Gaber e Luporini denunciano con coraggio l’involuzione dell’individuo contemporaneo, sempre più conformista, che abbandona la ricerca del pensiero, consegnandosi all’omologazione culturale della società dei consumi. Una strategia espressiva fortemente autobiografica che diventa strumento di riflessione storica e confronto intellettuale.

Abstract: The paper traces the stylistic features of Giorgio Gaber and Sandro Luporini’s theatre song, a form of entertainment that combines songwriting and socially committed drama. An experimental project that began in the late 1960s, it led the authors to engage in dialogue with the 1968 Movement, from which they distanced themselves due to the socio-political scenario of the Anni di Piombo. Gaber and Luporini courageously denounce the regression of the contemporary individual, who is increasingly conformist, abandoning the pursuit of thought and surrendering to the cultural homogenisation of consumer society. A strongly autobiographical expressive strategy that becomes a tool for historical reflection and intellectual debate.

Genesi di una militanza espressiva ibrida

La drammaturgia cantautorale (o il cantautorato drammaturgico) di Giorgio Gaber e Sandro Luporini si edifica nella seconda metà del Novecento come forma di «resistenza ideologica» e preservazione del «rito ancestrale del palcoscenico»[1] – progressivamente messo in ombra dalla popolarità del cinema, della televisione e di internet. Un impianto espressivo che pone al centro il solo primattore, modulando la lingua proscenica e la canzone erudita, per formare un ibrido in grado di rivolgere al pubblico il racconto drammatizzato della realtà italiana, attraverso una notevole carica narrativo-civile[2]. A comporre il teatro canzone è una variegata tessitura di forme testuali, scandite come capitoli di un unico concept nello spettacolo: il monologo, in forma pura o intervallato dalle incursioni di canzone; la forma dialogica, interpretata esclusivamente dal primattore, con un interlocutore esterno o interno, nella manifestazione del microcosmo introspettivo del personaggio; il brano cantautorale in continuità con l’esperienza del collettivo cantacronache, ideato da Italo Calvino e Franco Fortini per contrastare la canzonetta di consumo[3]. Nei testi di Gaber e Luporini, il parlato si fonde al canto con la medesima concezione narrativa dell’opera ottocentesca dei maestri Puccini, Rossini e Verdi: la suggestione morale del pensiero, spiccatamente filosofico, è trasmessa con momenti recitativi dal marcato apporto extra-verbale – tra mimica e gestualità – e da orchestrazioni melodiche suonate dal vivo dall’ensemble [4].

Giorgio Gaber (classe 1939, Gaberscik all’anagrafe) è l’autore-attore sul proscenio, che veste abiti semplici, talvolta con un maglione da operaio, più frequentemente con giacca e cravatta, allineandosi all’aspetto minimalista della scenografia. Il poeta e pittore viareggino Sandro Luporini (classe 1930), coautore dei testi, è una figura sconosciuta al grande pubblico, ma stimata negli ambienti intellettuali underground di Milano. Un artista-pensatore agli antipodi di Gaber, che negli anni Sessanta è uno dei volti più celebri della Rai, in virtù di quattro partecipazioni al Festival di Sanremo (nel 1961 col brano Benzina e cerini; nel 1964 con Così felice; nel 1966 con Mai, mai, mai, Valentina; nel 1967 con …e allora dai[5]) e della conduzione di trasmissioni televisive cult come Canzoniere minimo – assieme a Caterina Caselli –, Le nostre serate e Diamoci del tu. Il cantautore è reduce da un’intensa gavetta tra i locali più celebri del cabaret milanese, vissuta dal 1959 con Enzo Jannacci nel gruppo “I Due corsari”: i due eseguono esibizioni leggendarie alla Muffola, all’Intra’s Derby Club, al Santa Tecla, al Cab 64 e alla Taverna Mexico[6]. Gaber s’innamora della dimensione umana del cabaret, riportandola in brani come Porta Romana, Trani a gogò, La ballata del Cerruti e Il Riccardo e, nonostante la celebrità televisiva, non rinuncia a frequentare le osterie, ritornando nel proprio quartiere, il Giambellino, per confrontarsi con intellettuali spigolosi proprio come Sandro Luporini. I due ingaggiano lunghe conversazioni sui filosofi della Scuola di Francoforte – Adorno, Horkeimer e Marcuse – che risultano determinanti per la coscienza artistica di Gaber, intento a riflettere sulla strada da intraprendere prima come pensatore e poi come idolatrato personaggio[7]. Pertanto, negli anni Sessanta egli cerca di riafferrare a sprazzi la propria essenza artistica: ci prova con un tour da chitarrista assieme al gruppo blues Rocky Mountains, che vede come frontman Luigi Tenco – il cantautore che Gaber stima di più nel panorama musicale italiano. Nel 1967, Gaber è in gara proprio nel Sanremo che determina la morte di Tenco: la perdita dell’amico lascia in lui un vuoto abissale.

Sono anni complicati per il cantautore, che di giorno va a prendere la moglie Ombretta Colli alla Facoltà di Lingue dell’Università la Bicocca di Milano e si ritrova braccato dagli studenti del Movimento del 1968. I protagonisti della contestazione giovanile intendono dissacrare uno degli emblemi della Tv di Stato, ma Gaber, invece di scappare, eludendo le loro istanze, cerca un virtuoso confronto[8]. Nel 1969, è per la prima volta in tournee nei teatri con uno spettacolo musicale assieme a Mina. Un momento che rappresenta la sua epifania artistica: Gaber intende aprire un dialogo intellettuale coi sessantottini, riflettendo sui grandi temi dell’umanità e sul corso che la storia sta per prendere in Italia. Il proscenio diventa lo spazio ideale per il confronto: Gaber lascia la Tv, cambiando medium espressivo, con l’intento di rinnovare radicalmente la produzione culturale[9]. Ha bisogno di un paroliere che lo porti a studiare per carpire nuovi stimoli, in modo da costruire testi di ricerca filosofica dopo lunghe sessioni di dialogo. Sceglie Sandro Luporini e il brano della rivoluzione espressiva, che rappresenta la rottura col passato, determinando la genesi del teatro canzone, è Suona chitarra:

Quando esplode il movimento del ’68, Gaber ha 29 anni. È già un uomo socialmente inserito, sposato, con una figlia, artista di successo. È presentatore di trasmissioni molto seguite alla televisione. È un uomo di spettacolo conosciutissimo e amato in tutta Italia. […] La televisione italiana gli impone spesso tagli ai suoi programmi (come in Canzoniere minimo con Caterina Caselli), aveva bisogno di un pubblico diverso e di andare oltre alle imposizioni e alla censura della TV. Ogni tanto riesce a esprimere questo disagio in canzoni che abbozzano se non una protesta per lo meno un sentimento profondo di frustrazione come in Suona chitarra. Sente la pressione di un ambiente che gli chiede solo di farlo divertire e non di farlo pensare. E questo lo infastidisce sempre di più, lui che cerca di mettere in tutto quel che fa una forte dose di intelligenza. Il suicidio emblematico di Luigi Tenco opera sicuramente un profondo ripensamento nella coscienza di un Gaber già travagliato[10].

Si tratta del manifesto programmatico degli autori, che spiegano le intenzioni del cambio di rotta concettuale per la loro arte, prefigurando il messaggio intrinseco degli spettacoli a venire. Gaber si rivolge alla chitarra – oggetto-simbolo del suo legame con l’arte – con un’apostrofe, per inaugurare l’invettiva, che evoca i tempi vorticosi dello showbusiness attraverso il ritmo incalzante della musica, abbinato a una prosodia sostenuta:

Se potessi cantare davvero

canterei veramente per tutti

canterei le gioie ed i lutti

e il mio canto sarebbe sincero

ma se canto così io non piaccio

devo fare per forza il pagliaccio

e allora suona chitarra, falli divertire

suona chitarra, non farli mai pensare

al buio, alla paura, al dubbio, alla censura, agli scandali, alla fame

all’uomo come un cane schiacciato e calpestato[11].

La fase proemiale

La prima pietra del teatro canzone, Il Signor G (stagione 1970-71), si sviluppa nella traiettoria esistenziale del personaggio eponimo: un italiano medio del Dopoguerra, che dal primo vagito fino alla morte è schiavo della società omologante, capace di trasformare il senso delle relazioni, proiettate alla convenzionalità, anche in famiglia. Ritroviamo una delle fonti d’ispirazione gaberiano-luporiniane, Jacques Brel[12], con la sua La valse à mille temps, che porta alla nascita del brano Com’è bella la città. Un testo in grado di raccontare con acuta ironia i flussi migratori dalla provincia verso la metropoli per definizione, Milano, e la conseguente espansione dell’agglomerato urbano durante il Boom economico.

Ad aprire la scena è un monologo pregno di tecnicismi specifici del linguaggio burocratico, illustrati dall’amministratore di turno come rivendicazione dell’aumento della qualità di vita per i cittadini: “viabilità”, “servizi”, “infrastrutture”, “concentrica”, “razionalizzare”. Una strategia che, nonostante l’ibridazione dei generi testuali, valorizza «la pragmatica» come «asse del parlato»[13] presente in ampia misura nel teatro. Lo sviluppo della canzone, spinto da elementi anaforici (“com’è”) e cataforici (“città”), permette la mimesi dei ritmi forsennati della metropoli, che si riflettono sui tratti soprasegmentali in crescendo per velocità d’eloquio, intensità e intonazione, che stordiscono l’ascoltatore. Gaber e Luporini creano il viatico del correlativo oggettivo, attraverso i simboli del progresso, moltiplicati dall’uomo in maniera incontrollata, secondo un ciclo continuo: “negozi”, “vetrine”, “réclames”, “magazzini”, “grattacieli”, “scale mobili”, “macchine”.

Vieni, vieni in città

che stai a fare in campagna

se tu vuoi farti una vita

devi venire in città

com’è bella la città

com’è grande la città

com’è viva la città

com’è allegra la città

piena di strade e di negozi

e di vetrine piene di luce

con tanta gente che lavora

con tanta gente che produce

con le réclames sempre più grandi

coi magazzini, le scale mobili

coi grattacieli sempre più alti

e tante macchine sempre di più.

In mezzo agli stimoli consumistici di Milano, emerge la prosa Il Signor G incontra un albero, nella quale il personaggio stabilisce il contatto autentico con la pianta, assorbendone il dolore. Un esercizio d’empatia lirica, naturalista, ispirato alla poesia La capra di Umberto Saba (nel Canzoniere del 1921), con il fruscìo dei rami che s’impone sul progresso come il belare sofferto del ruminante sabiano:

Io GG vivo e lavoro a Milano. Il Lactarius Gigante è un albero secolare di colore biancastro, vive preferibilmente nei boschi di conifere e latifoglie. Ho incontrato un albero era solo in mezzo a un prato allora l’ho guardato e mi sono spaventato. […] Ed io che ho lavorato lavorato lavorato ora mi fermo un momento a guardare quel seguirsi di errori e il mio passato e quella vita che mi avete rubato.

Il teatro canzone avvalora la tesi della drammaturgia come «uno dei più poderosi ponti gettati dalla letteratura tra i due mondi della cultura scritta e della cultura orale», permettendo una solida comunicazione tra le due sfere espressive[14]. Lo spettacolo I borghesi (stagione 1971-72) è nel solco di tale identità: una satira esistenzialista delle manìe imperanti tra gli individui della classe borghese.

Fra i testi si segnala la traduzione, a cura di Herbert Pagani, di una delle ballate più celebri di Jacques Brel: Cés Gens Là, diventata Che Bella Gente. La lingua di Gaber e Luporini tende al teatro d’evocazione, contaminato stilisticamente per la sintassi e i picchi di suspense dalla prosa di Louis-Ferdinand Céline (della quale si imitano le sospensioni improvvise, le allusioni e l’utilizzo di gergalismi). Gaber e Luporini non hanno timore di confessare le esperienze personali “borghesi”, replicando i gesti e le situazioni comunicative che rappresentano il depauperamento dei valori tradizionali nella loro attualità. Il concept è condensato nell’unità polirematica che dà il titolo a una canzone-monologo: “uomo sfera”. Il prototipo del borghese servile, opportunista, è identificato con la metafora della sfera, descritta attraverso un’aggettivazione organolettica: «bianca e molle», «lieve piena d’aria», «trasparente fragile», «tonda liscia», «levigata plasmabile», «umida viscida».

L’uomo sfera esibisce la propria ossequiosa genuflessione verso il superiore in ufficio, adottando le sequenze complementari, una cerimonia linguistica che lo porta a reprimere le proprie emozioni per fingere volutamente, secondo il suo copione da “uomo inutile”: «“Sì, sì, certo, come vuole lei, come desidera. Solo se mi consente vorrei dire una cosa, una soltanto. Ah, no, non c’è niente da dire, ha ragione, mi scusi. Comunque disponga pure di me, quando vuole. Ah, ah, ah, buona questa!” Ma dimmi, non lo sai? Quanto schifo che ti fai…». Uno «sperimentalismo espressivo»[15] che si amplia durante il processo di maturazione drammaturgica degli autori.

Nello spettacolo I borghesi, si staglia il ricordo accorato del compianto Luigi Tenco con la canzone L’amico: Gaber prova a rivolgersi direttamente al compagno d’arte perduto, viaggiando tra i ricordi dei tempi passati – di notti in osteria e folli avventure a margine dei concerti. Il refrain cita Vedrai Vedrai di Tenco, con un valzer intriso delle sonorità breliane: «Vedrai, vedrai / ci ubriacheremo insieme e canteremo in coro le nostre canzoni / e poi ci butteranno fuori e sveglieremo tutti pieni d’allegria».

La maturità del teatro canzone

La nascita dei testi del teatro canzone ruota attorno a un momento cardine dell’anno per Gaber e Luporini: i soggiorni all’Hotel Plaza di Viareggio, in Versilia o Montemagno di Camaiore, dove s’innescano interminabili dialoghi e letture di fronte al mare. Sono sessioni di capitalizzazione degli stimoli filosofici, nei quali i testi della Scuola di Francoforte, come Eclisse della ragione di Horkheimer (1947), Minima moralia di Adorno (1951), L’uomo a una dimensione di Marcuse (1964), vengono rielaborati drammaturgicamente e in canzone[16]. La finalità corroborante è creare un supporto intellettuale al Movimento del Sessantotto, a partire dallo spettacolo Dialogo tra un impegnato e un non so (stagione 1972-73). Le scene contrappongono in forma dialogica l’individuo “incline all’impegno” al “non so” – l’eterno indeciso, a tratti indifferente –, eseguendo «un’impietosa autopsia di una realtà» con «fiducia in un nuovo umanesimo, che alle soglie del terzo millennio ricorda all’essere umano il suo potere più grande: il pensiero»[17]. A emergere è una delle canzoni celebri di Gaber e Luporini, Un’idea, che versifica l’esistenzialismo naturale degli autori, capace di unire la saggistica di Albert Camus e di Sartre al filosofo Jean Baudrillard: «Un’idea un concetto un’idea / finché resta un’idea è soltanto un’astrazione / se potessi mangiare un’idea / avrei fatto la mia rivoluzione».

Lo spettacolo Far finta di essere sani (stagione 1973-74) rappresenta la fase “psicanalitica” dell’opera gaberiano-luporiniana, nella quale si studiano L’io diviso dello psichiatra Ronald Laing, in un percorso di esplorazione scientifica che si allarga con le letture dei saggi del maestro della psicanalisi, Sigmund Freud, e del movimento dell’antipsichiatria del sudafricano David Cooper. Gli autori evocano una seduta di psicanalisi col paziente che confida al dottore un incubo ricorrente attraverso la tecnica del transfert. A spiazzare l’ascoltatore è la canzone Dall’altra parte del cancello, che analizza la dicotomia matto-sano, attraverso le sbarre di un cancello, sineddoche di separazione tra i deliri della malattia mentale e la presunta esattezza della quotidianità dell’individuo conformista, che segue un copione standardizzato, soffocando le proprie pulsioni:

Noi fuori dal cancello

noi siamo sani

noi siamo normali

noi che abbiamo gli strumenti per poterci realizzare

con un titolo di studio

si può viaggiare si può avere il passaporto, la patente

il porto d’armi e la domenica allo stadio

noi siamo sani, noi siamo sani, noi siamo normali

noi che sappiamo di contare sul cervello.

Anche in questo caso, l’alterazione tattica dei tratti soprasegmentali sul finale, con una marcatura prosodica trascinante, permette la mimesi delle manìe isteriche dell’individuo socialmente inserito, che con un paradosso arriva a somigliare al matto, a causa delle pressioni vissute all’interno della quotidianità competitiva, ansiogena. Gli autori stimolano all’ascoltatore una domanda retorica, beffarda: «Noi da quale parte del cancello?». Un dilemma ossimorico esteso per tutta la loro produzione: «Il tema del disagio psichico, declinato nelle diverse gradazioni del malessere esistenziale, della nevrosi, dell’alienazione, della follia, è presente in quasi tutta la parabola del cosiddetto ‘teatro-canzone’ di Giorgio Gaber, che contrassegna l’attività dell’artista tra l’inizio degli anni Settanta e la fine dei Novanta»[18].

Nel successivo spettacolo, Anche per oggi non si vola (stagione 1974-75), ritorna lo studio di Antonio Gramsci, al quale si abbina un approfondimento iniziale dei testi del semiologo Roland Barthes, per scandagliare l’evoluzione dei rapporti interpersonali nella società dei consumi. L’opera mette in discussione il rapporto tra Gaber (GG) e Luporini (SL) con il Movimento: i testi, infatti, sembrano compiere un’autocritica[19] sui tentativi di migliorare il mondo, fino ad allora falliti, con una richiesta di maggiore partecipazione da parte dei giovani per erodere i cattivi modelli della borghesia. Il testo architrave dell’opera è la canzone-prosa La realtà è un uccello, allegoria delle grandi sfide dell’uomo nella storia. L’essere umano cammina nella selva, a caccia della realtà, che si presenta metaforicamente come un uccello sfuggente; capire i profondi cambiamenti sociologici ed economici è l’esigenza filosofica di ogni generazione: riuscire a colpire l’uccello.

La trilogia dell’amarezza

La separazione concettuale tra gli autori e il Movimento del ’68 porta a due anni di silenzio per il teatro canzone. Gaber e Luporini studiano con forte comunione d’intenti l’opera di Pier Paolo Pasolini, intellettuale-mondo scomparso tragicamente nel 1975, provando a trasporre sul proscenio le sue analisi più coraggiose sulla società italiana, edite nelle raccolte postume Scritti Corsari e Lettere Luterane. Gaber e Luporini prendono coscienza dell’ossimoro serpeggiante nel Dopoguerra, imprimendolo con lo spettacolo che ne determina il ritorno in scena: Libertà obbligatoria (stagione 1976-77). È la fase che analizza l’abbandono delle ideologie da parte della massa, attanagliata dall’omologazione culturale, figlia del conformismo veicolato dai nuovi comandamenti per l’individuo, denunciati proprio da Pasolini: apparire, consumare, seguire la schiera senza idee cospirative.

Gli autori chiamano in causa gli archetipi delle ideologie più suffragate nell’Occidente, tentando un dialogo impossibile attraverso l’espediente dello scenario onirico: Gesù Cristo e Karl Marx. Una sarcastica prosopopea porta i due emblemi, apparentemente agli antipodi, a confrontarsi in altrettanti momenti scenici, nei quali gli indicatori pragmatici degli elementi grafici (punti esclamativi, interrogativi e tre punti di sospensione) non marcano solo il tono, ma segnalano al pubblico un’esigenza di cooperazione[20]. Nella prosa Il sogno di Gesù, il simbolo di fede afferma di non sentirsi affatto spirituale e che la necessità impellente per la fede cristiana sia quella di rendere concreto, fisico, l’ideale: «Ma che evanescente, sono corporeo io, non c’ho niente di divino, non mi hai mai sfiorato l’idea, io vivo, parlo anche poco, non è vero quello che dicono, faccio delle cose semplici come respirare, un’energia naturale dentro di me, mica fuori, quella ce l’ha il mio babbo, dicono». Nella prosa Il sogno di Marx, il primattore invoca la lotta di classe al cospetto del filosofo tedesco, teorizzatore del comunismo. Marx mette in crisi il proprio interlocutore, confessando come le classi sociali, i sistemi di produzione e perfino l’ideologia siano diventate “invisibili”, «impersonali», difficili da collocare nella realtà concreta (prefigurando lo scenario economico sotto il dominio delle multinazionali nel Duemila):

– Bravi, la borghesia non c’è più, o meglio non conta, sbriciolata.

– E no, qui mi incazzo, non c’è più. Oddio non c’è più la borghesia, che detto da lui fa anche rabbia, perché uno dice, allora ci han preso per il culo fino a adesso e no scusa, un momento Marx, scusa un attimo, i padroni voglio dire, i capitalisti…. e lui bello, con quegli occhi che vedono tutto.

– I padroni, i capitalisti non li vedo, nel senso che stanno diventando impersonali.

Lo spettacolo successivo, Polli d’allevamento (stagione 1978-79), vede le raffinate orchestrazioni di un altro maestro del cantautorato italiano: Franco Battiato. Gaber e Luporini, delusi dall’involuzione pratica del Movimento, etichettano i “compagni” di un tempo con una graffiante metafora satirica, “polli d’allevamento”, che dà il titolo all’opera e alla canzone centrale dell’impianto scenico. Caustica è la descrizione dell’individuo proiettato verso il Duemila, soggetto drogato dal consumismo e svuotato dal pensiero (alla stregua del pollame che becca il mangime): «Cari, cari, polli d’allevamento / che odiate per frustrazione e non per scelta».

È la fase della «reminiscenza pasoliniana»[21] in cui gli autori si avvicinano maggiormente alle invocazioni dell’intellettuale-mondo[22], condividendone l’impegno civile totalizzante e la lingua dell’azione contro le mistificazioni dei consumi[23]. Con l’invettiva in canzone, Quando è moda è moda, Gaber e Luporini colpiscono i miti artificiali della globalizzazione, denunciando le maschere pirandelliane della nuova epoca, per dissacrare azioni e oggetti che rappresentano lo status symbol del conformista. Si tratta dell’assalto frontale al loro interlocutore diretto[24]: «Quando è moda è moda, quando è moda è moda / io per me se c’avessi la forza e l’arroganza / direi che sono diverso e quasi certamente solo / direi che non riesco a sopportare le vecchie assurde istituzioni / e le vostre manie creative, le vostre innovazioni».

Gli anni Ottanta rappresentano il decennio in cui «l’individualismo ha ricevuto diritto di cittadinanza “culturale” in Italia» e Gaber e Luporini «saranno spesso accusati di aver contribuito a questa cultura individualista e antipartitica», sebbene davanti ai microfoni denotino una ligia coerenza, come espresso da Gaber: «“Ero e rimango un cane sciolto, scioltissimo. Uno dei tanti. Ormai siamo il terzo partito. Quelli che non ci credono e non votano, intendo»[25].

La trilogia dell’amarezza è chiosata dallo spettacolo Anni affollati (stagione 1981-82). Un’opera nella quale spicca il brano più coraggioso del teatro canzone: Io se fossi Dio. Autoprodotto da Giorgio Gaber nel 1980, all’interno di un 33 giri da quattordici minuti, è nel mirino della censura, oltre a essere osteggiato dagli organi di comunicazione in mainstream (solo alcune radio libere italiane la trasmettono)[26]. Due sono i riferimenti dotti che rimandano alla letteratura medievale: il viaggio di Dante Aligheri nell’inferno e il sonetto S’i’ fosse foco di Cecco Angiolieri. Io se fossi Dio offre, allo stesso modo, un giudizio obliquo delle vicende sociopolitiche italiane, cristallizzate negli Anni di Piombo, muovendosi narrativamente attraverso la persona loquens, con la personificazione del Dio utile per scatenare il processo patemico nell’ascoltatore. L’onnipotente è al di sopra di tutti gli uomini e può permettersi di sferrare un j’accuse agli opportunisti piccoloborghesi, ai giornalisti necrofili, ai brigatisti fuori militanti e ai politici che fanno affari con la mafia e rompono gli equilibri nazionali per le influenze del blocco americano. Ogni strofa è inaugurata dal periodo ipotetico dell’irrealtà che sviluppa la protasi “io se fossi Dio”, seguita da un plotone di apodosi che scandagliano la miseria umana nell’Italia dei depistaggi di Stato. Man mano che il brano scorre, il climax porta a far perdere i freni inibitori al primattore, che utilizza perfino il turpiloquio, esprimendo concetti inequivocabili che entrano nell’occhio come la pagliuzza di Adorno:

Io se fossi Dio

naturalmente io chiuderei la bocca a tanta gente

nel regno dei cieli non vorrei ministri

né gente di partito tra le palle

perché la politica è schifosa e fa male alla pelle

e tutti quelli che fanno questo gioco

che poi è un gioco di forza ributtante e contagioso

come la lebbra e il tifo

e tutti quelli che fanno questo gioco

c’hanno certe facce che a vederle fanno schifo

che sian untuosi democristiani

o grigi compagni del Pci.

Il finale tra amarcord e sentenze inappellabili

Gli autori scelgono dieci anni di silenzio sul proscenio, nonostante diffondano comunque canzoni in grado di stimolare il dibattito intellettuale: tra queste, La strana famiglia (1985), che descrive le degenerazioni portate dalla cultura della celebrità figlia del medium televisivo[27].

Nella stagione 1991-92, Gaber e Luporini creano uno spettacolo di loro testi classici: Teatro Canzone. Tra i frammenti scenici selezionati, spicca la canzone-monologo C’è solo la strada, volo pindarico sul tempo dell’appartenenza, con lo spirito avventuriero dei giovani rivoluzionari e le citazioni di Jack Kerouac e Bob Dylan. La strada è il topos dell’impegno, un verso e proprio cronotopo per gli autori, che delineano l’importanza del paesaggio simbolico vissuto alla genesi del teatro canzone: «C’è solo la strada su cui puoi contare / la strada è l’unica salvezza / c’è solo la voglia e il bisogno di uscire / di esporsi nella strada e nella piazza / perché il giudizio universale / non passa per le case / le case dove noi ci nascondiamo / bisogna ritornare nella strada / nella strada per conoscere chi siamo».

Il penultimo spettacolo, E pensare che c’era il pensiero (stagione 1995-96), racconta la sofferenza endogena dell’umano impegnato, attraverso il monologo Mi fa male il mondo, nel quale si assiste alla personificazione del pianeta che soffre per le tragedie più pressanti. Ritroviamo, inoltre, l’onestà amorosa senza sovrastrutture (da Frammenti di un discorso amoroso di Barthes) della canzone Quando sarò capace di amare. Non manca il divertissement della satira politica, con la canzone Destra-Sinistra, che nel bel mezzo dello sgretolamento delle grandi ideologie cita l’anacronismo vigente di associare concetti e modi di fare in chiave progressista o conservatrice, secondo una visione stereotipata della società.

Lo spettacolo Un’idiozia conquistata a fatica (stagione 1997-98) conclude il teatro canzone: gli autori descrivono alla perfezione la decadenza intellettuale e morale dell’uomo lanciato nel Duemila con la canzone Il conformista. Il testo è strutturato su differenti piani narrativi: il conformista si presenta in prima persona, riassumendo la capacità di adattamento nella storia, «Io sono un uomo nuovo / talmente nuovo che è da tempo / che non sono neanche più fascista / sono sensibile e altruista, orientalista / ed in passato sono stato un po’ sessantottista». Il narratore onnisciente descrive il conformista dall’esterno, esponendo le sue capacità dialettiche miste a un freddo pragmatismo: «È uno che di solito sta sempre dalla parte giusta / il conformista / ha tutte le risposte belle chiare dentro la sua testa / è un concentrato di opinioni / che tiene sotto il braccio due o tre quotidiani / e quando ha voglia di pensare pensa per sentito dire / forse da buon opportunista». La sentenza conclusiva degli autori spiazza l’ascoltatore, ponendosi come il pensiero finale del teatro canzone, che unisce la maieutica socratica al nichilismo nietzschiano: «E devo dire che oramai / somiglia molto a tutti noi».

In conclusione, il brano più celebre di Giorgio Gaber e Sandro Luporini, La libertà (nello spettacolo Dialogo tra un impegnato e un non so), presentava un’altra forma nel ritornello originario, forse meno musicale ma più incisiva concettualmente: «La libertà non è star sopra un albero / non è neanche avere un’opinione / la libertà non è uno spazio libero / libertà è uno spazio d’incidenza» (“incidenza” era il sostantivo scelto dagli autori, cambiato poi con “partecipazione”)[28].

 

  1. C. Giovanardi, P. Trifone, La lingua del teatro, Bologna, Il Mulino, 2015, p. 107.
  2. Cfr. L. D’Onghia, Drammaturgia, in Storia dell’italiano scritto, a cura di G. Antonelli, M. Motolese, L. Tomasin, Roma, Carocci, 2014, p. 200.
  3. Cfr. S. Ferrari, La letteratura incontra la canzone. Testi per la musica di Italo Calvino e Franco Fortini per il collettivo cantacronache, in «Incontri. Rivista europea di studi italiani», a. 26, 1/2011, p. 40.
  4. Cfr. L. Colombati, La canzone italiana 1861-2011. Storie e testi, Milano, Mondadori-Ricordi, 2011, p. 888.
  5. Cfr. S. Pivato, Giorgio Gaber, in Dizionario Biografico degli Italiani, Enciclopedia Treccani, 2013, [cfr. l’URL: https://www.treccani.it/enciclopedia/giorgio-gaber_(Dizionario-Biografico)/].
  6. Cfr. N. Mainardi, La magnifica illusione. Giorgio Gaber e gli anni ’70, Milano, Volo Libero, 2016, p. 47.
  7. Cfr. A. Pedrinelli, Gaber, Giorgio, il Signor G – Raccontato da intellettuali, amici, artisti, Milano, Kowalski, 2008, p. 14.
  8. Cfr. T. Schillaci, Il ribellismo del Sessantotto narrato da Giorgio Gaber, in Enciclopedia Treccani, 19 febbraio 2019, [cfr. l’URL: https://www.treccani.it/magazine/chiasmo/storia_e_filosofia/Rivoluzione/iuss_ribellismo_gaber.html].
  9. Cfr. M. Bernardini, Biografia di Giorgio Gaber, in Archivio Giorgio Gaber [cfr. l’URL: https://www.giorgiogaber.it/giorgio-gaber/giorgio-gaber-chi-era].
  10. F. Barbero, Giorgio Gaber, Sandro Luporini e la generazione del ’68. Un’analisi di alcuni spettacoli degli anni Settanta, Roma, Arcana, 2022, pp. 20-21.
  11. I testi del teatro canzone citati in questa sede provengono da: archivio.giorgiogaber.it, a cura della Fondazione Giorgio Gaber.
  12. Sull’influenza del cantautore belga in Gaber e Luporini si rimanda a F. Coletti, Au-delà de la traduction. Chanter Jacques Brel en italien : Giorgio Gaber, I borghesi (1971), in «ATeM», n. 4, 1/2019 I.
  13. L. Serianni, La riproduzione delle risorse pragmatiche nella storia del teatro italiano, in Pragmatica storica dell’italiano. Modelli e usi comunicativi del passato, a cura di G. Alfieri, G. Alfonzetti, D. Motta, R. Sardo, Firenze, Cesati, 2020, p. 101.
  14. P. Trifone, L’italiano a teatro, in Storia della lingua italiana, Vol. 2, Italiano scritto e parlato, a cura di L. Serianni e P. Trifone, Milano, Einaudi, 1994, p. 81.
  15. L. D’Onghia, Drammaturgia, op. cit., p. 153.
  16. Cfr. F. Barbero, Giorgio Gaber, Sandro Luporini e la generazione del ’68. Un’analisi di alcuni spettacoli degli anni Settanta, op. cit., p. 23.
  17. L. Gallanti, Giorgio Gaber, «libero come un uomo», leggero come l’ironia, in «Storica National Geographic», 25 gennaio 2024.
  18. N. Pasqualicchio, “Dall’altra parte del cancello”. La rappresentazione della nevrosi e della follia nel teatro-canzone di Giorgio Gaber, in «ATeM», n. 9, 1/2025 I, p. 1.
  19. Il metodo dell’autocritica da parte degli autori emerge con intensità in una serie di inediti recuperati dalla Fondazione Giorgio Gaber, diventati oggetto di studio nel seguente articolo: A. Gagliani, Gli inediti del teatro canzone di Gaber e Luporini. Lingua disincantata tra le sfide del movimento e il conformismo socioculturale, in «Carte Romanze. Rivista Di Filologia E Linguistica Romanze Dalle Origini Al Rinascimento», 13 (2), 2025, pp. 299-338.
  20. Cfr. P. Trifone, La lingua del teatro contemporaneo, in Enciclopedia Treccani, 6 luglio 2018, [cfr. l’URL: https://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/speciali/Teatro/1Trifone.html].
  21. F. Barbero, Giorgio Gaber, Sandro Luporini e la fine del secondo millennio. Gli ultimi spettacoli (1991-2003, Roma, Arcana Edizioni, 2022, p. 367.
  22. Tra gli articoli scritti da Pier Paolo Pasolini sul «Corriere della Sera» che più hanno colpito Gaber e Luporini ritroviamo Non avere paura di avere un cuore, del 10 marzo 1975: «Gli italiani hanno accettato la nuova sacralità non nominata, della merce e del consumo».
  23. G. Harari, Quando parla Gaber, Milano, Chiarelettere, 2011, p. 7.
  24. G. Casale, Se ci fosse un uomo. Gli anni affollati del signor Gaber, Roma, Fazi Editore, 2006, p. 89.
  25. F. Barbero, Giorgio Gaber, Sandro Luporini e gli anni Ottanta. Gli spettacoli del decennio, Roma, Arcana Edizioni, 2023, p. 203.
  26. A. Giannoni, L’eredità di Gaber dieci anni dopo: “La giustizia macchina infernale”, in «Il Giornale», 27 gennaio 2013.
  27. Sulla descrizione del brano si segnala lo studio di G. Scala, «La strana famiglia : la famille «télévisée» italienne», in Représentations de la famille dans l’écriture poétique, JED, Centre Aixois d’Etudes Romanes, AMU Aix-en-Provence, 10 aprile 2019.
  28. Intervista a Paolo Dal Bon, presidente della Fondazione Giorgio Gaber, all’interno del seminario di studi Salento per Gaber, Università del Salento, 22 novembre 2023, disponibile in formato podcast al seguente link: [https://sur.unisalento.it/salento-per-gaber/].

(fasc. 60, 25 maggio 2026)

Sbrogliare il filo dell’autonomia: il dramma della “Psychodonna”

Author di Carmen Lega e Annachiara Monaco

Abstract: Rachele Bastreghi squarcia il velo dell’identità femminile con la pubblicazione di Psychodonna (2021), un manifesto di ribellione e riscrittura che trasforma le donne in soggetto pulsante, autonomo, inafferrabile. La sua carriera solista è concepibile come un passaggio, dove il corpo diventa terreno di lotta e il suono ha la capacità di plasmare ogni cosa, facendo affidamento su un linguaggio che combina crisi e rivoluzione. Psychodonna non è solo un album, ma una frattura nella rappresentazione dello spettro femminile: è una voce che si spezza e si ricompone, è ritmo che incalza e si arresta, è una mappa che porta oltre i confini imposti dalla storia e dalla cultura. Nella sua poetica, gli studi di Luce Irigaray si intrecciano alla filosofia di Nancy. La donna rappresentata da Bastreghi non è più un riflesso dell’uomo, ma un’entità plurale, sfuggente, che si ridefinisce attraverso il desiderio, la paura, la rovina e la rinascita. La sua Penelope non attende, viaggia; la sua versione di Fatelo con me non parte dal presupposto di sedurre, ma interagisce con la pelle dell’ascoltatore, bruciandola metaforicamente. Tramite synth ipnotici, distorsioni emotive e parole sussurrate come se fossero incantesimi mistici, Psychodonna è una rivoluzione sonora e concettuale, un’esplorazione selvaggia di ciò che significa essere donna, dell’essere visti come un corpo, come una voce, come ombra e luce insieme.

Abstract: Rachele Bastreghi tears apart the veil of feminine identity by releasing Psychodonna (2021), a manifesto of rebellion and rewriting that turns women into a pulsating, autonomous, and elusive subject. Her solo career is conceived as a rite of passage, where the body becomes a battlefield, and the sound has the ability to shape things relying on a language that combines crisis and revolution. Psychodonna is not just an album, but a fracture in the representation of the feminine spectrum: it is a voice that breaks and reassembles, a rhythm that accelerates and halts, a map that leads beyond the boundaries imposed by history and culture. In her poetics, Luce Irigaray’s studies intertwine with Jean-Luc Nancy’s philosophy. The woman portrayed by Bastreghi is no longer a reflection of the man, but a plural, elusive entity that redefines itself through desire, fear, ruin, and rebirth. Her Penelope does not wait; she travels. Her song, Fatelo con me, doesn’t come from a place of seduction, but interacts with the listener’ skin by metaphorically burning it. Amid hypnotic synths, emotional distortions, and words whispered as if they were mystical spells, Psychodonna is a sonic and conceptual revolution, a wild exploration of what it means to be a woman, to be seen as a body, as a voice voice, as a shadow and as a light altogether.

Psychodonna: il ritmo della crisi, il corpo del divenire

«Cado con la faccia all’ingiù»[1] (v. II.7) rappresenta la prima presa di posizione di Rachele Bastreghi: non solo gesto fisico, ma atto morale. Con questa immagine l’autrice costruisce una figura che non si offre immediatamente come donna, bensì come corpo fragile e abbandonato, pronto però a farsi strumento di metamorfosi; la caduta stessa diventa il dispositivo che rende possibile il processo trasformativo. La voce di Bastreghi prende respiro per poi infliggere una ferita, muovendosi tra corpo e psiche, tessendo una narrazione in cui il femminile smette di essere riflesso dell’altro e diventa spazio di indagine e luogo di autonomia. Alla tradizionale associazione del femminile con i concetti di attesa, custodia, assenza Bastreghi oppone una figura che non contiene il senso: lo produce. La frattura che attraversa questa immagine mostra come il femminile possa svincolarsi dall’essere mero contenitore e farsi artefice della propria riscrittura: non è in discussione se questo avvenga, ma come prenda forma, attraverso una pratica sonora e corporea capace di rielaborare i codici dell’identità.

Rachele Bastreghi è una musicista polistrumentista, cantante e autrice italiana, nota soprattutto per il suo ruolo nei Baustelle. La sua identità artistica, tuttavia, non si esaurisce nel progetto collettivo: nel suo percorso da solista, Bastreghi esplora un universo più intimo e viscerale, in cui la voce femminile si fa veicolo di una narrazione interiore complessa, carica di tensione emotiva e ricerca identitaria. Il suo EP Marie (2015) e l’album Psychodonna (2021) rappresentano le due tappe fondamentali di questo percorso, mettendo in discussione gli archetipi del femminile. Psychodonna evoca un disequilibrio, un’alterazione rispetto alla forma prestabilita da dettami precedentemente imposti: infatti, non si parla di una figura statica, ma è una pulsazione, una tensione continua fra il corpo e la mente, tra la memoria e il ritmo, tra l’identità e la sua dissoluzione.

In questa dimensione di voluto spaesamento e di contrapposizione al concetto canonico di resistenza, la “psychodonna” trova la propria modalità di espressione: non una voce monolitica, ma una pluralità di voci che si intrecciano in un coro, rifiutando la linearità della storia per riscriversi nel presente. Il titolo stesso suggerisce una frattura rispetto all’idea convenzionale della donna rassicurante: la “psychodonna” è un soggetto che scompone luce e ombra, mescola ragione e istinto, trattiene il respiro e si abbandona alla paura, tracciando un percorso di continua ridefinizione. Dunque, partendo da questo presupposto, la poetica di Bastreghi si intreccia con le riflessioni di Luce Irigaray: se il femminile è stato a lungo costruito come riflesso del maschile, nei suoi brani diventa un’entità autonoma, che trova nella voce e nel corpo il proprio centro di gravità.

Si prenda in considerazione quanto afferma Irigaray: «il femminile diventa ciò che si decifra come inter-detto: nei segni o tra di essi, tra significati realizzati, tra le righe»[2]. In Psychodonna questa logica si fa tecnica: pause, sospensioni, sussurri, rientri aprono spazi di senso non fondati su un centro stabile ma su una relazione in atto. Facendo riferimento a un luogo preciso, il senso affidato all’indagine viene volutamente messo in crisi poiché, nel caso di Bastreghi, quanto detto fra le parole altera semanticamente il senso e il valore attribuito al segno. Nei brani di Psychodonna, infatti, più che di segni, si può parlare di segnali, ossia di elementi corporei che scompaginano le fattezze dell’identità presentata, che passa dall’“io” al “lei” senza soffermarsi nelle prossimità del “tu”. Per questo motivo, il movimento messo in atto è quello di una rappresentazione che è, allo stesso tempo, anche ri-presentazione, un’oscillazione enunciativa che evita la fissazione del soggetto. L’autonomia della donna, il suo definirsi al di là delle attese imposte, è un nodo che si avviluppa e si scioglie in un dramma che si consuma tra il riflesso e la realtà. La “psychodonna” si muove nella confusione, danzando sul crinale tra l’opposizione e l’autoaffermazione: è la figura che ricerca un proprio centro, un approdo che non sia mera replica di un’attesa già scritta.

La donna-Bastreghi si presenta prima all’ascoltatore per poi fare la conoscenza di sé, in un processo di ricostruzione che ha come matrice «un po’ di fango invadente» (outro, v. 5). Non è una donna la cui traiettoria segue un moto centrifugo ma, tendendo verso il basso, vi si scontra; volutamente coperta di lividi, tende verso una dimensione che, per quanto posta al di sopra, continua a essere macchiata di terra. Le immagini ricorrenti – fango, foresta, ferite – non sono ornamenti, ma indicano materialità e attrito. Il corpo è la superficie di scrittura che si sporca, resiste e registra. Da questo è data l’autonomia: non come separazione astratta ma come pratica incarnata.

Questa creazione al contrario, che cede in ogni punto poiché sostenuta da un fango non plasmato e plasmabile, si organizza attorno a un lessico emotivo che mappa gli stati di passaggio della “psychodonna”, dal rischio alla cura, dalla perdita al riassetto:

(Follia)

(Respiro)

(Paura)

(Amore)

(Stupore)

(Autodistruzione)[3] (outro, vv. 1-6)

Questi elementi delineano la nascita di una soggettività «nella confusione», che in Penelope prende voce attraverso Bastreghi e Silvia Calderoni, indicando la consapevolezza di un’origine complessa che la “psychodonna” accoglie per riscriversi. Il prefisso “psycho” evoca l’idea di squilibrio, di alterazione, di una soggettività in crisi, ma anche di una psiche in espansione, che travalica i limiti imposti per ricostruirsi. In questo senso, non è solo una figura di transizione, ma uno spazio di sperimentazione identitaria, un luogo in cui il femminile è un divenire costante, una nuova postura che supera la dicotomia tra corpo e mente, tra emozione e razionalità.

Bastreghi canta nella title track[4]:

La rivoluzione,

è necessario svegliarsi,

è necessario il cuore,

la rivoluzione (outro, vv. 6-9)

La ripetizione insistente sembra costruire una sorta di decalogo dell’azione con un effetto incantatorio e quasi mantrico, un grido ossessivo che richiama il bisogno di un risveglio interiore e collettivo. La rivoluzione è la forma che l’album dà alla soggettivazione: riscrivere lo spazio attraverso il corpo e la voce. Il respiro, la paura, il muoversi nello spazio diventano strumenti di autoaffermazione e, se il corpo è il confine, allora è anche il campo di battaglia in cui si svolge il dramma dell’autonomia. Qui entra in gioco un altro elemento chiave: la trasformazione del corpo in un ulteriore spazio, non più delimitato, ma aperto che, nella “psychodonna”, diventa superficie di iscrizione che, tra dimensione terrena ed entropia, segna la sua emancipazione.

Nella costruzione binaria del mondo, le dicotomie si impongono come verità, ma la “psychodonna” si muove oltre, spogliando sé stessa e quello che la circonda di ogni rigidità. Il conflitto non è necessariamente opposizione: si tratta di una tensione dialettica, di un’oscillazione continua tra due forze; il contrasto, infatti, implica una lotta tra due poli inconciliabili, mentre l’opposizione suggerisce una necessità reciproca. La donna nuova, emersa dalla confusione, non si definisce per contrasto con l’uomo o per negazione dell’altro, ma attraverso una ridefinizione dei parametri: la sua autonomia non nasce da una separazione, ma da una trasformazione del senso stesso dell’identità. Bastreghi proietta un’immagine di donna che è schermo di sé, senza essere speculare, mostrando la profondità della frattura e, dunque, la posizione degli interstizi che la donna stessa mette in crisi. Quest’ultima ragiona sul suo essere follia, chiamando in causa un corpo che è un ulteriore spazio in contrasto con sé stesso e ciò che lo circonda, generando una forma di dinamismo terreno. Si tratta, così, di un corpo che rivendica la propria appartenenza alla terra, dunque al fango, assumendo su di sé la complessità insita nella ribellione alla base del processo di creazione della donna che, una volta emersa dalla «foresta» (v. 1), abbraccia «la guerra» (v. 6), immagine di un moto entropico, il cui perno può solo essere Lei[5].

Oltre l’Io: Disgregazione, Alterità e Riscrittura dell’Essere

Jean-Luc Nancy, in Essere singolare plurale, demolisce l’idea di una soggettività compatta e autonoma, mostrando come ogni esistenza sia necessariamente una co-esistenza, esposizione all’altro e al mondo. Questa prospettiva illumina la donna cantata da Bastreghi: una soggettività che si ridefinisce attraverso il contatto con ciò che la attraversa – relazioni, tempo, materia sonora, ritmo. Nancy afferma che «il senso comincia là dove la presenza non è una pura presenza, ma si disgiunge per essere essa stessa in quanto tale»[6], e il femminile, in Psychodonna, viene riscritto proprio in questa frattura: sottraendosi alle categorie fisse, non cade nel nulla ma apre molteplici possibilità. Il filosofo sottolinea, inoltre, che «l’alterità dell’altro è la sua contiguità d’origine con l’origine “propria”: tu sei assolutamente estraneo perché il mondo comincia a sua volta da te»[7]. E questo cruciale concetto di alterità si innesta perfettamente nella poetica di Bastreghi: la “psychodonna” è, in fondo, una figura che esiste proprio nella tensione tra il riconoscersi e il perdersi, tra l’essere sé e l’essere altro. Non a caso, le atmosfere che attraversano l’album evocano perdita e spaesamento come luoghi di trasformazione. Il senso di disgregazione non è mai fine a sé stesso, ma rappresenta il punto in cui il soggetto femminile si fa permeabile, attraversato dalle proprie crisi e dai propri mutamenti.

Lei, era sveglia, aspettava il sole

Per poi sparire

Lei, quattro mura di luna e corde

Per poi viaggiare (vv. 1-4)

La terza persona produce uno scarto che mantiene aperta l’identità, un io che, verso dopo verso, scavalca e supera lo spazio precedentemente acquisito, facendolo diventare contemporaneamente altro e l’altro. Si tratta di un’alternanza significativa nella poetica della cantautrice che, consapevole di dover perdere l’equilibrio, riempie di nuovo senso il concetto di limen: il brano, infatti, fa della soglia un luogo in cui l’io si misura con l’alterità senza stabilizzarsi. La donna di Bastreghi non agisce su un campo unicamente fisico, respingendo la possibilità di sentirsi vincolata, ma si proietta in una dimensione in cui il conflitto con sé stessa è ricongiungimento con l’elemento del “lei”. Non si fa riferimento a una figura che parla di sé stessa in terza persona, ma di un’altra figura che racconta del terzo elemento di cui fa esperienza e che le appartiene, ma che non può accogliere in definitiva, perché ciò interromperebbe il dinamismo alla base del processo conoscitivo.

Lei è un brano che si sviluppa tra poli opposti, «sta bene e male» (v. 1 del ritornello), suggerendo l’incarnazione simultanea di uno stato positivo e negativo, quasi a rappresentare la coesistenza di bene e male in un’unica entità. Da un lato, Lei «non sa mentire» (v. 2 del ritornello), qualità che la caratterizza come brutalmente sincera, forse persino incapace di indossare delle maschere che non si adattano ai lineamenti di un volto mai descritto; dall’altro, però, nei suoi sogni cerca rifugio e «nei sogni muore» (v. 6 del ritornello), facendo emergere il bisogno di illudersi, inteso come ulteriore processo di creazione: «un’altra notte, ancora un’altra per illudersi / che tutto passi e tutto poi lo si dimentichi» (outro, vv. 3-4).

La contrapposizione tra verità nuda e illusione consolatoria ha radici filosofiche antiche: si pensi, infatti, al mito della caverna di Platone, dove le ombre illusorie sono preferite alla luce accecante della verità; o, ancora, Nietzsche[8] ha affermato che molte delle nostre verità non sono altro che illusioni collettive di cui abbiamo dimenticato l’origine illusoria. Non a caso, «Lei nei sogni muore»: l’illusione non la libera davvero, anzi produce una sorta di morte interiore o perdita di sé.

La donna cantata protende nell’oscurità le sue «due grandi antenne» (primo bridge, v. 1), forse cercando una risposta dall’esterno, un significato, un “logos dell’assurdo”; ed è una ricerca «senza età» (primo bridge, v. 1), che trascende il tempo: le antenne «ruotano, si fermano» (secondo bridge v. 2) e «si perdono» (secondo bridge, v. 5), ed è un «gioco atroce» (primo bridge, v. 3), perché la posta in gioco è il senso di sé. L’astronave e il gelo dello spazio figurano la perdita di coordinate: uscire dal conosciuto espone al vuoto, ma proprio lì l’identità si riconfigura. Di fronte alle «quattro mura» (v. 3) e alle corde, Lei sceglie di partire verso uno spazio aperto, non del tutto ignoto perché già permeato dalla sua volontà di scoperta; infatti, lo spaesamento rappresenta la condizione prima per la nuova relazione. Lo stesso spazio vuoto, «nel cuore di Marte» (v. II.1), nel deserto di Marte, lo ritroviamo in Come Harry Stanton[9], dove il rimando a Harry Dean Stanton sembra evocare, in particolare, il suo ruolo nel film Paris, Texas (1984) di Wim Wenders.

In Paris, Texas, Stanton interpreta Travis, un uomo che all’inizio della storia vaga muto nel deserto, dopo essere scomparso per quattro anni. L’uomo appare in completo silenzio, camminando senza meta sotto il sole, incarnazione vivente della solitudine e dello smarrimento; gradualmente, nel corso del film, recupera la parola e cerca di riconnettersi con il figlio piccolo e con la moglie, affrontando i suoi demoni interiori. La figura di Stanton/Travis (ripresa della donna-Bastreghi) nel deserto costituisce un forte simbolo visivo della condizione descritta: è l’uomo che ha toccato il fondo della solitudine e dell’alienazione, e che deve provare a ritessere un filo di connessione umana. Qui, come nel testo, il cammino nel deserto è tempo di silenzio che precede il ritorno alla parola e alla relazione. Entrambe le immagini traducono, in chiave visiva, l’idea nancyana di un soggetto che ritrova senso solo attraversando lo spaesamento.

La storia di Travis è una parabola di perdita e (un tentativo di) riconciliazione, e presenta molti elementi utili alla nostra analisi: la ciclicità (Travis ripercorre i luoghi del passato per farci i conti, come in un ritorno), il silenzio iniziale contrapposto alla necessità finale di comunicare; la solitudine estrema, seguita dal desiderio di ri-connettersi con l’altro. L’immagine di Travis che cammina senza meta nel deserto texano, accompagnato dalla chitarra struggente di Ry Cooder, è entrata nell’immaginario collettivo come emblema della disperata ricerca di sé: Stanton/Travis, in quella scena, è l’uomo che ha perso tutto – innanzitutto il linguaggio – e che si trova in un luogo indecifrabile. Associandosi a Harry Stanton, Bastreghi carica di significato quella condizione: non è soltanto essere soli, è essere soli come il protagonista di Paris, Texas, con un peso di rimorso, di ricordi e di ricerca di redenzione.

Il deserto ‒ esplicito o evocato ‒ è, nel testo di Lei e in Come Harry Stanton, lo spazio in cui l’io si svuota per farsi relazione: non è solo un luogo fisico, ma anche una condizione interiore di esposizione radicale. In questo cammino senza specchi, la protagonista non si riflette, si spoglia delle costruzioni dell’io ordinario, ed è qui che l’incontro con l’Altro diventa possibile perché non c’è più un soggetto chiuso, ma un’apertura e, nel deserto, Lei attraversa la soglia dell’io e diventa un “singolare plurale”.

La “psychodonna” di Bastreghi, dunque, incarna pienamente l’idea di essere singolarmente plurali di Nancy: non è una figura unica e definita, ma una molteplicità in divenire, un’esplorazione continua delle possibilità dell’umano. La sua crisi non è una perdita, ma una trasformazione; il suo ritmo non è una struttura fissa, ma una pulsazione che si espande nello spazio e nel tempo, facendo dell’intero album un esperimento filosofico e narrativo, un territorio in cui la donna cessa di essere un’immagine riflessa per farsi soggetto generativo di senso[10].

Il corpo elettronico e la pulsazione organica

La musicalità di Psychodonna non è un semplice supporto ai testi, ma un linguaggio parallelo che amplifica il senso della crisi e della trasformazione insita in questa figura. Se la narrazione testuale lavora sulla scomposizione della soggettività femminile, la componente sonora incarna il movimento interiore, oscillando fra strutture ordinate e fratture improvvise, tra suoni analogici e stratificazioni elettroniche. E, se è vero che «il potere di scendere eis tò entòs tes psychès è quanto la musica ha da portare in dote per le nozze con la parola»[11], possiamo dedurre che uno degli elementi più distintivi dell’album sia l’uso estensivo dei sintetizzatori. Questi ultimi creano un ambiente sonoro rarefatto e avvolgente, segnato da un’alternanza tra momenti di estasi mistica e linee più scure e ipnotiche, costituendo un’architettura sonora in cui la voce di Bastreghi si muove sia fondendosi con l’elettronica sia imponendosi come una presenza irregolare, quasi straniante.

Anche dal punto di vista ritmico, Psychodonna non segue una linearità tradizionale, ma sperimenta con pattern che alternano momenti di pulsazione incalzante a pause dilatate. Il ritmo, spesso scandito da batterie elettroniche dal sapore vintage, contribuisce a dare all’album un senso di movimento continuo, tramutando ogni traccia in un segmento di un viaggio interiore, in cui il corpo e la voce della “psychodonna” si generano dal loro spazio. La scelta delle linee di basso è significativa: spesso profonde e quasi ossessive, creano un ancoraggio sensoriale che contrasta con la leggerezza delle melodie vocali e dei synth. Questo gioco di tensioni, tra elementi pesanti e impalpabili, rispecchia la natura ambivalente della “psychodonna”, facendo emergere quella che per Bastreghi è la sua «caratteristica naturale, il tradurre in musica i suoi aspetti diversi e antitetici»[12].

Ulteriore elemento è la voce della cantautrice, trattata come un elemento sonoro flessibile. Burns[13] evidenzia come le scelte vocali servano a enfatizzare le tensioni, con un’alternanza di registri in grado di costruire una narrazione sonora, proprio come fa Bastreghi: in alcune tracce la sua voce è calda e avvolgente, quasi sussurrata; in altre si muove in un fraseggio quasi parlato; in altre ancora si fa più ruvida, frammentata, riverberata, collocata in uno spazio sonoro ampio e disperso, come se risuonasse in una stanza vuota o cercasse di oltrepassare i confini della propria identità.

Tra le scelte più significative all’interno di Psychodonna, la reinterpretazione di Fatelo con me rappresenta un nodo cruciale nella narrazione musicale e concettuale dell’album. Originariamente incisa da Anna Oxa nel 1978 e scritta da Ivano Fossati, si inserisce nella prima stagione artistica di Oxa, segnata dal tentativo di coniugare la canzone leggera con una postura performativa inedita. L’allusività del testo e l’interpretazione, volutamente spiazzante, la proiettavano fuori dai registri più consueti della musica pop italiana.

Poco dopo il debutto al festival di Sanremo del 1978, Oxa anticipa il suo album di esordio, Oxanna, proprio con il singolo Fatelo con me. Quando Oxa si presenta al varietà Rai, Stryx, nel 1978, con Fatelo con me[14], l’impatto visivo e sonoro non è unicamente legato alla sua performance, ma soprattutto alla sua volontà di presentarsi in modo dirompente sul palco[15]: con look androgino e punk creato per lei da Ivan Cattaneo, un atteggiamento opposto rispetto agli stereotipi della classica interprete di musica leggera, e un tubo della doccia come microfono. Il brano stesso si inserisce in questa operazione di sovversione poiché il testo è ambiguo, evocativo, sensuale, e lascia spazio a molteplici interpretazioni. Il suo messaggio ribalta drasticamente il concetto di desiderio, convenzionalmente concepito, spostando l’attenzione sulla libertà sessuale femminile, con versi che suggeriscono un abbandono consapevole all’esperienza sensuale, senza inibizioni o costrizioni morali.

Nel riprendere Fatelo con me, l’intento di Rachele Bastreghi è quello di rielaborare la poetica, anche visiva, di Oxa e l’estetica sonora, adattandola alla narrazione della donna che attraversa tutto il suo album. Se la versione originale era caratterizzata da una vocalità e un arrangiamento che puntavano sulla provocazione, quella di Bastreghi è più oscura, rarefatta, quasi ipnotica. Infatti, l’intera struttura sonora viene ridefinita attraverso l’uso di sintetizzatori dalle sonorità atmosferiche (pad e texture ambient), che creano un senso di sospensione e ambiguità. Il recupero del brano non è, quindi, un semplice omaggio, ma una riscrittura generazionale della ribellione femminile, che passa dal corpo esibito alla soggettività in crisi. Se Oxa, nel 1978, dichiarava la propria indipendenza con la pura rivendicazione, la “psychodonna” di Bastreghi la cerca fra le pieghe della propria inquietudine, nel ritmo che oscilla tra rigenerazione e dissolvimento.

All’interno di questo movimento, la “psychodonna” sfugge anche alle categorizzazioni ideologiche: non è una figura femminista in senso stretto, ma nemmeno post-femminista; non si definisce attraverso l’enunciazione di un’appartenenza politica, ma tramite il suo stesso divenire. Così, si innesta la riflessione sulla a-moralità: la “psychodonna” non è immorale nel senso tradizionale del termine (non è una figura trasgressiva in opposizione a un codice morale prestabilito), ma è a-morale perché sta costruendo un nuovo ordine di senso, un nuovo modo di abitare il proprio essere donna. Si tratta di una figura di rigenerazione e resistenza, non come lotta frontale contro il patriarcato: è un’esistenza ostinata, una presenza che si fa largo tra le rovine delle vecchie narrazioni per costruirne di nuove[16].

Penelope: chi è l’approdo?

Nella tradizione occidentale, Penelope è il simbolo della stabilità, della fedeltà e dell’attesa. La sua figura è stata, spesso, sovrapposta all’immagine della donna che resta, della madre, della moglie devota, della casa che non muta mentre il tempo scorre al di là delle mura. Se Ulisse è il viaggiatore, l’errante, l’eroe che attraversa il mare e affronta le prove, Penelope è il punto fermo, il porto sicuro, l’approdo. Eppure, se proviamo a scomporre il mito, attraversandolo senza le lenti di un immaginario statico, ci accorgiamo che Penelope non è solo l’approdo, ma il suo ruolo è più ambiguo, poiché l’attesa non è mera passività: è un movimento silenzioso, una forma di resistenza. Si potrebbe allora rovesciare la prospettiva: non più Ulisse viaggiatore e Penelope approdo, ma Ulisse come ritorno e Penelope come avventuriera, facendo del viaggio una prerogativa inscritta nel suo sguardo e nel suo corpo. Questa rilettura ci porta a interrogare il rapporto fra stasi e movimento, tra fedeltà e trasformazione, tra mito e autonomia, spingendo a domandarci chi dei due sia davvero l’approdo.

L’immaginario di Penelope come incarnazione della passività si sgretola, se si considerano attentamente le sue azioni quali la tessitura e lo sfilare della tela, la gestione della casa, il confronto con i Proci: tutto nel suo comportamento è azione, strategia, rigenerazione.  Si consideri quanto afferma Luce Irigaray in Essere due:

Spaventevole è il mare, ma l’uomo più terribile ancora. L’uomo lascia la terraferma, il suolo, la dimora, il familiare rassicurante, per avventurarsi in mare, e non in un mare pacato, ma in un mare tempestoso, un abisso senza fondo. Questo abisso gli resta esteriore, estraneo a quello dell’interiorità[17].

Se il viaggio di Ulisse è un’avventura verso un abisso esteriore, quello di Penelope è un viaggio interiore, una negoziazione costante fra tempo e identità, facendo di lei una presenza che si fonde con il viaggio dell’uomo. È un movimento silenzioso che accompagna il movimento dell’altro. Il vento e il mare – elementi tradizionalmente associati all’odissea maschile – appartengono anche a lei.

E, allora, a chi è affidata la staticità e a chi il dinamismo? Se Ulisse attraversa il mare e affronta prove, dando forma all’identità dell’eroe, Penelope, nella voce di Bastreghi, attraversa la soglia del tempo, mantenendo aperta la possibilità del ritorno senza mai annullare sé stessa. La sua figura si inserisce in una dinamica di movimento, fino a sfiorare una soglia esplosiva di riconfigurazione: l’attesa di Penelope non è inerzia, ma resistenza attiva, un processo che si rigenera nel ritmo scandito dalla tela, nel gesto di tessere e disfare, nella parola dosata con precisione.

Il personaggio mitologico, come nota Battaglia, costituisce un’entità in perenne trasformazione, il cui significato si ridefinisce attraverso i mutamenti storici, culturali e letterari. Lo studioso, infatti, nella Prefazione a Mitografia del personaggio, evidenzia come l’evoluzione del personaggio sia il risultato di un processo dialettico tra espansività e introversione, tra autoaffermazione e necessità di celarsi dietro maschere ideologiche e psicologiche[18]. Tale metamorfosi riflette la tensione dell’essere umano verso una costruzione identitaria che, tuttavia, si manifesta come un’incessante ridefinizione di sé, attraverso ruoli sempre nuovi. Penelope, letta sotto questa luce, non è più figura statica ma figura strategica, pronta a ridefinirsi. Infatti, nella sua reinterpretazione contemporanea, come emerge nella produzione artistica di Rachele Bastreghi, Penelope diviene il simbolo di una femminilità inquieta e consapevole, che rifiuta l’immobilità imposta dal mito e rivendica la propria soggettività. Questa tensione trova eco nei versi:

Lo stratagemma che inganna il cuore

Dura ogni notte e il giorno muore

Lei crede al sole e io nella confusione (vv. 1-3 del ritornello)

Così, lo stratagemma che inganna il cuore diventa affermazione di una soggettività espressa e non più evocata, dove la “lei” della canzone si iscrive in un dispositivo di alterità che trascende l’individualità, per confluire in una dimensione archetipica in cui il pronome personale non è più un soggetto determinato, ma si fa topos mitopoietico. Questo “lei” si rispecchia in quello di Penelope,  sovrapponendo narrazione e autorappresentazione. Attraverso questo rispecchiamento, lei si costituisce come alterità interiorizzata, luogo in cui mito, voce e soggettività si intrecciano in un gioco di specchi che dissolve i confini tra l’autore, il personaggio e il simbolo[19].

 

  1. Per il testo della canzone Poi mi tiro su di Bastreghi cfr. Rockol all’URL: https://testicanzoni.rockol.it/testi/rachele-bastreghi-poi-mi-tiro-su-213951876 (ultima consultazione di tutti i link citati: 3 marzo 2025).
  2. L. Irigaray, Speculum, Milano, Feltrinelli, 2017, p. 17.
  3. Per il testo della canzone Penelope di Bastreghi cfr. Rockol all’URL: https://testicanzoni.rockol.it/testi/rachele-bastreghi-feat-silvia-calderoni-penelope-212968445.
  4. Per il testo della canzone Psychodonna di Bastreghi cfr. Rockol all’URL: https://testicanzoni.rockol.it/testi/rachele-bastreghi-psychodonna-213951882.
  5. Seconda traccia dell’album Psychodonna di Bastreghi; per il testo della canzone cfr. Rockol all’URL: https://testicanzoni.rockol.it/testi/rachele-bastreghi-lei-213951877. L’autrice di questo paragrafo è Carmen Lega.
  6. J. L. Nancy, Essere singolare plurale, Torino, Einaudi, 2012, p. 48.
  7. Ivi, p. 56.
  8. F. Nietzsche, Su verità e menzogna in senso extramorale, Milano, Adelphi, 2015, p. 20.
  9. Per il testo della canzone Come Harry Stanton di Bastreghi cfr. Angolotesti all’URL: https://www.angolotesti.it/R/testi_canzoni_rachele_bastreghi_149172/testo_canzone_come_harry_stanton_2548731.html.
  10. L’autrice di questo paragrafo è Carmen Lega.
  11. S. Lenzi, Per il verso giusto. Piccola anatomia della canzone, Venezia, Marsilio, 2017, p. 48.
  12. Redazione Romaeuropa, Newsletter in Cinque Atti ‒ 2. PsychoDonna, in «Romaeuropa.net», senza data: https://romaeuropa.net/mailig-sp/newsletter-in-cinque-atti-2-psychodonna/.
  13. L. Burns, M. Lafrance, Disruptive Divas: Feminism, Identity, and Popular Music, New York, Routledge, 2002, pp. 122-23.
  14. L’esibizione di Anna Oxa con Fatelo con me a Stryx (1978) è visibile al seguente link: YouTube, “Anna Oxa – Fatelo con me (Stryx 1978)”, https://www.youtube.com/watch?v=achtLU4DUEg&t=8s.
  15. Sottocornola parla di uno studio e di una trasformazione dell’immagine intrinsecamente legati alla dimensione visuale della comunicazione. Cfr. C. Sottocornola, Saggi Pop, Milano, Marna, 2018, p. 49.
  16. L’autrice di questo paragrafo è Carmen Lega.
  17. L. Irigaray, Essere due, Torino, Bollati Boringhieri, 1994, p. 80.
  18. S. Battaglia, Mitografia del personaggio, Napoli, Liguori, 1991, pp. 3-5.
  19. L’autrice di questo paragrafo è Annachiara Monaco.

(fasc. 56-57, 15 settembre 2025)

Quando Laura Betti ha cantato le poesie per musica di Pier Paolo Pasolini

Author di Spiros Koutrakis

Abstract: Laura Betti, l’emblematica attrice e cantante del secondo Novecento italiano, ha vissuto una vita caratterizzata da una forte interazione con Pier Paolo Pasolini. Parte importante della loro sinergia sono state le canzoni che il poeta aveva scritto apposta per lei in occasione del recital intitolato “Giro a vuoto”, che ha debuttato a Milano nel 1960: composizioni poetiche di altissima qualità in cui Pasolini ha voluto mettere in rilievo la voce e la presenza scenica magnetica di Laura Betti.

Abstract: Laura Betti, the emblematic Italian actress and singer of the second half of the twentieth century, lived a life determined by her interaction with Pier Paolo Pasolini. A very characteristic moment of their synergy were the songs that the poet had written especially for her on the occasion of the recital entitled “Giro a vuoto” which debuted in Milan in 1960. Poetic compositions endowed with a very high quality and those particular characteristics that Pasolini wanted to highlight by taking advantage of such a strong voice and presence, as were those of Laura Betti.

«Nacque ad un certo punto e comunque, sia chiaro, nacque e visse al di fuori della storia»: con queste parole Laura Betti, scomparsa nel 2004, introduce il suo autoritratto ironico e umoristico nel sito della Cineteca di Bologna[1].

Laura Betti, nome d’arte di Laura Trombetti, è stata un’emblematica attrice e cantante particolarmente significativa della cultura italiana della seconda metà del secolo XX, il cui percorso di vita è stato pienamente determinato dalla sua interazione con Pier Paolo Pasolini. Fabio Mauri, un amico di Pasolini, gliel’ha introdotta nel 1957, periodo in cui lei «faceva l’attrice e la cantante ma anche la scrittrice e la regista; lei sarebbe rimasta incantata da Pasolini sin dal primo momento e si sarebbero legati con una perenne amicizia»[2]. Dario Pontuale la descrive perfettamente nel capitolo del suo libro dedicato a lei:

la ‘giaguara’ come viene chiamata, o ‘Madame’ come preferisce definirsi […] è una primadonna autoritaria, gelosa, collerica, chiassosa, ma sensibile e attenta, sostiene il ‘suo uomo’ pure nel corso delle crisi più acute, subendo perfino una brutale aggressione. Pasolini contraccambia tanto attaccamento con affetto, restandole pazientemente fedele, assecondandola, lasciandosi gentilmente accudire; insieme a lei non sente il peso di una sessualità travagliata[3].

Dell’aggressività della Betti si occupa anche Enzo Siciliano nella biografia di Pasolini più completa scritta, sostenendo che «per converso, l’aggressività di lui, il suo fulmineo ribattere alle polemiche che gli si scatenavano attorno, coinvolgeva lei: e fu questo, all’inizio un gioco, che la spinse, nel lampo di un flash, a prenderlo sottobraccio e a dire, come una sfida, ma una sfida meditata anzitutto contro sé stessa, a dire in pubblico, ripeto: “È mio marito”»[4].

Riflessioni analoghe sono anche quelle di Emanuele Trevi, il quale si sofferma particolarmente su quella fase della vita di Pasolini in cui aveva un ruolo da protagonista Maria Callas e che è stato anche segnato dalla coesistenza forzata di quest’ultima con Laura Betti. Quell’interesse reciproco tra Pier Paolo e Maria avrebbe fatto nascere in Betti dei sentimenti di una gelosia infernale per il fatto che, «pur non essendo mai stata in trono, si era sentita detronizzata»[5].

Insomma, il rapporto fra Pier Paolo Pasolini e Laura Betti non riguardava in modo esclusivo l’ambito professionale, ma gradualmente ha acquisito delle caratteristiche più complicate, visto che lei «nutrì un amore devastante per Pasolini che plasmò la sua sorte», come si legge in un articolo di «La Repubblica» del 24 febbraio 2012[6]. Ma pure lo stesso Pasolini, in una sua lettera a Jean-Luc Godard dell’ottobre del 1967, ha usato due volte il termine «la mia moglie non carnale»[7] per riferirsi a lei.

Anche Renzo Paris, che aveva conosciuto Laura Betti nel 1975 «prima dei funerali di quello che chiamava “marito”»[8], offre una descrizione molto esplicita del suo universo sentimentale: era generosa e materna con Pasolini, e lo aveva curato come se fosse suo figlio, era una grande attrice che si infuriava spesso e senza motivo ma riusciva a essere perdonata.

La stessa Betti, in un’intervista concessa al settimanale «Panorama» due anni dopo la scomparsa di Pasolini, non si risparmia nel descrivere con vivacità il loro rapporto affettivo: fa parola della disubbidienza che era una delle poche cose che avevano in comune; del compito che lei aveva assunto nel loro rapporto, quello di farlo ridere, perché Pasolini non sapeva ridere, e conclude sottolineando il fatto che formavano una coppia insolita[9]. Allo stesso modo, in un’altra intervista rilasciata nel 1994 a Marianna Polychroniadou per una rivista greca, in occasione della sua presenza in Grecia per una serie di spettacoli programmati ad Atene e Salonicco, riferendosi a Pasolini afferma che si trattava dell’unica persona che aveva avuto e avrebbe continuato ad avere un valore nella sua vita[10]. Ma anche Pasolini, da parte sua, aveva mantenuto fede a quel rapporto in modo appassionato fino alla fine della sua vita, nonostante le varie fasi di intolleranza reciproca. Da segnalare, inoltre, che la Betti è stata l’oggetto anche di una decina di opere figurative (pitture a colori e disegni in bianco e nero) di Pasolini, create nel 1967[11].

Il 2 novembre 1975 avrebbe segnato in modo decisivo l’esistenza di Laura Betti, che da quel momento in poi avrebbe dedicato la sua vita esclusivamente al suo “marito”. Uno dei suoi primi compiti è stata la cura e l’edizione nel 1976 del libro Pasolini: cronaca giudiziaria, persecuzione, morte, perché ha deciso «di non accettare, di disobbedire, di dare scandalo; di denunciare cosa può accadere ad un uomo pulito “in un paese orribilmente sporco”. E cominciai a raccogliere tutte le condanne a morte che gli erano state decretate…»[12].

Contemporaneamente si è dedicata all’istituzione di un fondo che ha l’obiettivo della diffusione del pensiero e dello spirito pasoliniani. Così, nel 1979 è riuscita a fondare il Fondo Pier Paolo Pasolini che nel 1983, dopo essersi costituito in Associazione, è diventato autonomo; Laura Betti lo ha presieduto per venti anni, fino alla sua morte, mentre nel novembre 2003 l’intero archivio è stato donato alla Cineteca di Bologna, dove è stato istituito il Centro Studi-Archivio Pier Paolo Pasolini con l’obiettivo di costituire «un centro di documentazione internazionale sull’opera letteraria, cinematografica e teatrale del poeta-regista»[13].

Il loro rapporto artistico è stato segnato dalla partecipazione di Laura Betti a molti film pasoliniani, nei quali ha recitato e ha cantato le canzoni che Pasolini, su sua richiesta, aveva scritto per il suo spettacolo messo in scena nel 1960 e intitolato Giro a vuoto, un titolo a cui Stefano Nobile riconosce una certa ironia e autoironia riguardanti «lo snobismo intellettualistico che caratterizzava almeno in parte l’ambiente frequentato con sentimenti ondivaghi dalla stessa Betti»[14]. Pasolini è stato uno degli scrittori a cui la Betti aveva richiesto testi per lo spettacolo, come Giorgio Bassani, Alberto Moravia e Dino Buzzati; secondo quanto testimonia Siciliano, lei «pretendeva testi da Penna, ma anche da Ercole Patti, da Fabio Mauri e Sandro de Feo. […] Seduta al pianoforte […] provava i testi che le venivano offerti, esigeva correzioni, ne nascevano bufere, rinfacci»[15].

Il contributo di Pasolini consiste nelle quattro canzoni che ha scritto in romanesco, Valzer della toppa, Macrì Teresa detta Pazzia, Cristo al Mandrione e la Ballata del suicidio; il recital ha debuttato nel 1960 a Milano al Teatro Gerolamo, riscuotendo un forte interesse da parte del pubblico. Nella seconda edizione del 1962, è stata aggiunta una quinta canzone intitolata Marylin, dopo la morte della Monroe avvenuta il 4 agosto dello stesso anno, perché Pasolini ha voluto scrivere «una canzone per la Betti dedicata all’icona di Marylin»[16] i cui versi, con sottili modifiche e qualche spostamento, si possono ascoltare anche nel film La rabbia[17] dalla voce di Giorgio Bassani. Di seguito, le stesse canzoni sono state inserite nell’opera monografica Laura Betti presenta Omaggio a Kurt Weill e Giro a vuoto n. 3[18]. Questi versi pasoliniani sono stati riuniti nella sezione “Poesie per musica” delle Raccolte minori e inedite secondo la divisione effettuata dall’edizione del volume Pasolini. Tutte le poesie, che offre anche un numero notevole di composizioni del poeta rimaste fino a quel momento fuori da pubblicazioni precedenti. Grazie a quest’opera si viene a sapere che c’era stato anche un sesto testo inedito dal titolo Chi è un teddy boy? che, nonostante fosse stato scritto in quel periodo, alla fine è rimasto fuori dal recital[19].

Ciò che rende uniche tali poesie è il fatto che Pasolini, al momento della loro composizione, aveva in mente una ben precisa figura di interprete dotata di una voce identificata appieno con quella di Laura Betti; si tratta, complessivamente, di canzoni che «colpiscono per la loro capacità di uscire dalle convenzioni, creando un ‘effetto di verità inconsueto e dirompente»[20]. La Betti al riguardo ha fornito un’informazione molto importante: la musica intimoriva Pasolini al punto che si poteva parlare di una sua vera e propria ossessione per l’arte musicale, che lo induceva a chiamarla “Sua Maestà”[21].

Secondo le informazioni sulla loro interpretazione che la stessa Betti fornisce in un’intervista che ha concesso allo storico del cinema Roberto Chiesi nel 2004[22], nel Valzer della toppa viene narrato il tanto familiare a Pasolini mondo delle borgate della capitale, per il quale la “toppa” sarebbe nel dialetto romanesco, parlato quasi esclusivamente in quelle zone, la ‘sbronza’. Il valzer racconta la vicenda di una prostituta che, a causa di un’ubriacatura, inizia a ricordare la vita passata, guardando la folla in giro per la città, la luna, le case, e comincia a godere della sua effimera libertà lontano dai clienti, tornando a sentirsi «un fiore / de verginità». Di Pietro Umiliani è la musica per questa composizione, formata da sette strofe composte da quattro versi ciascuna, ad eccezione dell’ultima che ne ha dieci:

Valzer della toppa

Me sò fatta un quartino

m’ha dato a la testa,

ammazza che toppa!

A Nina, a Roscetta, a Modesta,

lassateme qua!

An vedi le foje!

An vedi la luna!

An vedi le case!

E chi l’ha mai viste co’ st’occhi?

Lassame perde, va da n’altra,

stasera, a cocco, niente da fa!

E poi so’ vecchia, ciò trent’anni

e er mondo ancora l’ho da guardà!

Mamma mia che luci

che vedo qua attorno!

Le vie de Testaccio

me pareno come de giorno,

de n’altra città!

An vedi le porte!

An vedi li bari!

An vedi la gente!

An vedi le fronne che st’aria

te fa sfarfallà!

Va via a moretto, fa la bella,

stasera godo la libertà,

spara er Guzzetto e torna a casa

che mamma tua te stà a aspettà!

Me so’ presa la toppa

e mò so’ felice!

Me possi cecamme

me sento tornata a esse un fiore

de verginità!

Verginità! Verginità!

Me sento tutta verginità!

Che sarà!

Che sarà!

Che sarà![23]

Pietro Umiliani ha scritto la musica anche per Macrì Teresa detta Pazzia; in essa una prostituta diciottenne racconta in prima persona l’episodio in cui viene fermata dalla Polizia e, pur di non rivelare il nome del suo protettore al Commissario, si fa arrestare. Un testo formato da tre strofe rimate di sei versi lunghi e da tre strofe di tre versi brevi senza rima, che si alternano:

Macrì Teresa detta Pazzia

Macrì Teresa detta Pazzia, fu Nazzareno e Anna Mei,

abbito a Via del Mandrione a la baracca ventitré,

c’ho diciott’anni… – Embèh, è così, che vòi da me?

Me do a la vita da più de n’anno, che artro ancora vòi sapè?

So’ disgrazziata, ma c’ho un ragazzo che, sarvognuno, pare un re.

Je passo er grano… Embèh, è così, che vòi da me?

Sì! ’O vesto da a’ testa ai piedi!

La raspa, i bighi, la capezza,

er bugiardello d’oro!

Me ha allumata ch’ero ciumaca, mentre che stavo a lavorà:

lui è un danzone, e me portava su la Gilera a danzà,

tutto pastoso… Embèh, è così, che ce vòi fa?

Pe’ più de n’anno tutta moina, io me te sposo e qua e là.

Poi è venuto per me er momento de ripiegamme a camminà

a Caracalla… Embèh, è così, che ce vòi a fa?

E mo’ che te sei messo ’n testa?

N’a a fascio ’sta cantata de core!

N’ce so’ n’infamona!

Io so’ de vita, sor commissario, ormai so’ fatta: ecchela llà!

Un giorno o l’altro ce lo sapevo che me toccava annà a provà

le Mantellate… Ahò, per me, tremà nun stà!

Solo me rode, se me chiudete, che se ritrova senza argiàn!

Ma a ogni modo, per qualche mese, coll’oro mio camperà

senza fà buffi… Ahò, per me, tremà nun stà!

None! None! Nun lo dico er nome!

Er nome suo nun l’aricordo!

Se chiama amore, e basta[24].

Chiesi, da parte sua, trova una somiglianza fra le due prostitute di Valzer della toppa e Macrì Teresa detta Pazzia e Mamma Roma, di cui potrebbero essere sorelle, affermando che «in alcuni testi, i versi derivano o anticipano altre opere pasoliniane, in altri si può avvertire una forma di identificazione tra la voce della Betti e quella del poeta»[25].

Passando al Cristo al Mandrione, Chiesi ritiene si tratti di «un’altra voce di morta, la voce d’oltretomba del cadavere nudo, sporco e abbandonato, di una povera donna»[26]. Protagonista è di nuovo una prostituta che vive al Mandrione, borgata degradata e misera di Roma, le cui parole sono una vera invocazione a Cristo affinché la aiuti e le dimostri pietà. Nella composizione è ben notabile «una ripetizione ossessiva dell’invocazione, disperata, a Cristo, che venga in soccorso della povertà»[27]. Si tratta di un testo musicato da Piero Piccioni, composto da tre quartine, di cui rimano il terzo e il quarto verso, e un distico rimato.

Cristo al Mandrione

 

Ecchime dentro qua tutta ignuda,

fracica fino all’ossa de guazza.

Intorno a me che c’è?

Quattro muri zozzi, un tavolo, un piquè.

Fileme, se ce sei, Gesù Cristo,

guardeme tutta sporca de fanga

abbi pietà de me,

io che nun so’ niente, e te er Re dei Re!

Lavorà, senza mai rifiatà

moro: e l’anima nun sa!

Fileme, se ce sei, Gesù Cristo;

guardeme tutta sporca de fanga.

Abbi pietà de me,

io che nun so’ niente, e te er Re dei Re![28]

La Ballata del suicidio, su musica di Giovanni Fusco, è una composizione di sei strofe, delle quali le prime cinque hanno undici versi molto brevi, mentre la sesta e ultima ne ha dodici, della stessa brevità sempre. In questa poesia c’è un’altra voce femminile, la quale, non essendo più capace di affrontare una vita estremamente difficile che la sopraffà, si rassegna e, implorando pietà, decide di metterle fine e di lasciare il mondo agli altri. Anche qui «la voce femminile, l’io femminile è quella di una ‘diversa’, è la tragedia della diversità di una donna che ha deciso di uccidersi»[29]; va, peraltro, segnalato che la canzone in questione è stata incisa su disco solo in francese da Laura Betti con il titolo La parade du suicide:

Ballata del suicidio

Pietà, pietà!

Voi mi volete

morta e sepolta:

senza voce,

senza gesti,

senza viso,

senza vita…

che non torni

– voi dite – mai più

la pazzia ch’essa fu,

qui tra noi!

Pietà, pietà!

Gente felice,

voi mi sperate:

impiccata,

annegata,

incendiata,

maciullata…

Che sta a fare

– voi dite – se fa

solo rabbia, e lo sa,

qui tra noi?

Pietà, pietà!

Gente per bene,

voi mi temete:

nel mio amore,

nel mio vizio,

nel mio ardore,

nel mio odio…

Perché vive

‒ voi dite – quaggiù,

peccatrice e tabù,

qui tra noi?

Pietà, pietà!

Gente normale,

mi condannate:

a tremare,

ad odiare,

a celarmi,

a sparire…

Chi è diverso

– voi dite – non può

rimaner neanche un po’

qui tra noi!

Pietà, pietà!

Gente al potere,

voi minacciate:

con l’arresto,

con la cella,

con la gogna,

con il rogo…

La passione

‒ voi dite – non dà

che fastidi e ansietà

qui tra noi!

Pietà, pietà!

Pareva eterno

il mio destino:

di parlare,

di cantare,

di godere,

di peccare…

Ma sì, ma sì!

Per me è finita,

state tranquilli…

Entro nell’ombra,

vi lascio il mondo…[30]

 

Infine, in Marilyn, la protagonista è anche l’interprete della canzone ed è caratterizzata da «un io femminile fragile, sfruttato dalla società dello spettacolo»[31]. Su musica di Marcello Panni, questa composizione è formata da sette strofe di lunghezza varia (da due a dodici versi) senza alcuna rima o armonia metrica:

Marilyn

Del mondo antico e del mondo futuro

era rimasta solo la bellezza, e tu,

povera sorellina minore,

quella che corre dietro ai fratelli più grandi,

e ride e piange con loro, per imitarli,

e si mette addosso le loro sciarpette,

tocca non vista i loro libri, i loro coltellini,

tu sorellina più piccola,

quella bellezza l’avevi addosso umilmente,

e la tua anima di figlia di piccola gente,

non ha mai saputo di averla,

perché altrimenti non sarebbe stata bellezza.

Sparì, come un pulviscolo d’oro.

Il mondo te l’ha insegnata.

Così la tua bellezza divenne sua.

Dello stupido mondo antico

e del feroce mondo futuro

era rimasta una bellezza che non si vergognava

di alludere ai piccoli seni di sorellina,

al piccolo ventre così facilmente nudo.

E per questo era bellezza, la stessa

che hanno le dolci mendicanti di colore,

le zingare, le figlie dei commercianti

vincitrici ai concorsi a Miami o a Roma.

Sparì, come una colombella d’oro.

Il mondo te l’ha insegnata,

e così la tua bellezza non fu più bellezza.

Ma tu continuavi ad essere bambina,

sciocca come l’antichità, crudele come il futuro,

e fra te e la tua bellezza posseduta dal potere

si mise tutta la stupidità e la crudeltà del presente.

Te la portavi sempre dentro, come un sorriso tra le lacrime,

impudica per passività, indecente per obbedienza.

L’obbedienza richiede troppe lacrime inghiottite.

Il darsi agli altri,

troppi allegri sguardi, che chiedono la loro pietà.

Sparì, come una bianca ombra d’oro.

La tua bellezza sopravvissuta dal mondo antico,

richiesta dal mondo futuro, posseduta

dal mondo presente, divenne così un male.

Ora i fratelli maggiori finalmente si voltano,

smettono per un momento i loro maledetti giochi,

escono dalla loro inesorabile distrazione,

e si chiedono: «È possibile che Marilyn,

la piccola Marilyn, ci abbia indicato la strada?»

Ora sei tu, la prima, tu sorella più piccola,

quella che non conta nulla, poverina, col suo sorriso,

sei tu la prima oltre le porte del mondo

abbandonato al suo destino di morte[32].

Secondo Daniele Mastrangelo la poesia «ha l’andamento di uno stornello melanconico con un refrain sul mondo, crudele, che deruba l’attrice della sua bellezza insegnandogliela. […] Marilyn evoca a Pasolini il suo mondo […] Ma Marilyn e il suo “pulviscolo d’oro” allora già non esistevano più. Ridotta a merce e consumata, il poeta vede nel suo suicidio una profezia: Pasolini non piange e per questo non conosce liberazione, rimpiange e si dispera. Tutta la sua idea del bello è affidata alla tonalità del rimpianto e non sa per questo né del presente né del futuro, è già una cosa morta»[33].

In queste poesie-canzoni scritte da Pasolini ci sono svariati elementi autobiografici, che acquisiscono una forma nuova con l’aggiunta della musica. Per il fatto che quasi tutte sono state scritte in prima persona, si potrebbe parlare di un suo alter ego in cui viene proiettato il suo lato femminile. Esse riescono a mettere in luce la “diversità” del loro autore e la sua sempre fervente voglia di proseguire un cammino indipendente, fiero ed eccentrico per tutti coloro che discriminano qualsiasi deviazione dalla “normalità” sociale imposta da poteri il cui unico obiettivo è la restrizione e il controllo della libertà umana. Persone come lui spesso finiscono vittime delle regole della maggioranza; per mezzo di questi versi, quindi, il poeta alza la propria voce contro tutti i giudizi, i pregiudizi e i divieti imposti a persone “deboli”, invitandole a emergere dalle profondità dell’esistenza, alla luce. Sono versi che, come ha recentemente riconosciuto Jacopo Tomatis, «oscillano fra un realismo patetico (Cristo al Mandrione) e un taglio più espressionistico, come nel caso di Valzer della toppa e Macrì Teresa, detta Pazzia»[34]; a causa dell’accompagnamento musicale, però, perdono incisività perché, come spesso succede, la musica prevale e «l’incanto svanisce»[35].

Queste canzoni pasoliniane hanno continuato il loro percorso anche nei decenni a seguire, per merito delle esecuzioni di Gabriella Ferri e Grazia De Marchi. La prima nel 1973 ha incluso il Valzer della toppa nel suo disco Sempre, mentre De Marchi nel 1989 ha presentato un disco (Tutto il mio folle amore) interamente dedicato alle canzoni di Pasolini: altre due voci femminili che hanno voluto confrontarsi con un testo pasoliniano che parla, appunto, di donne ma non riguarda solo le donne.

 

  1. Autoritratto di Laura Betti, consultabile all’URL:

    http://fondazione.cinetecadibologna.it/biblioteca/patrimonioarchivistico/fondo_betti.

  2. S. Koutrakis, P. P. Pasolini e F. Fortini: una dialettica fra la pittura e la poesia, Madrid, Dykinson, 2023, p. 336.
  3. D. Pontuale, La Roma di Pasolini. Dizionario urbano, Roma, Nova Delphi, 2017, pp. 52-55.
  4. E. Siciliano, Vita di Pasolini, Milano, Oscar Mondadori, 2005, p. 233.
  5. E. Trevi, Qualcosa di scritto, Milano, Ponte alle grazie, 2012, p. 155.
  6. L. Bentivoglio, Pasolini e Laura Betti veri, in «La Repubblica», 24/02/2012, consultabile all’URL: https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/02/24/pasolini-laura-betti-veri.html (ultima consultazione di tutti i link: 10/04/2025).
  7. P. P. Pasolini, Le lettere, Milano, Garzanti, 2021, p. 1354.
  8. R. Paris, Pasolini ragazzo a vita, Roma, Elliot, 2015, pp. 20, 97-98.
  9. L. Betti, Ho conosciuto Pasolini nel 1967, in «Panorama», 8/11/1977, consultabile all’URL: https://www.cittapasolini.com/post/ho-conosciuto-pasolini-nel-1957-laura-betti.
  10. M. Polychroniadou, Kataramenos tha pi na spas… archìdia!, in «Odòs Panòs», n. 130, 2005, p. 157.
  11. Cfr. S. Koutrakis, P. P. Pasolini e F. Fortini: una dialettica fra la pittura e la poesia, op. cit., pp. 348-56.
  12. Pasolini: cronaca giudiziaria, persecuzione, morte, a cura di L. Betti, Milano, Garzanti, 1977, pp. VI-VII.
  13. Si veda l’URL: https://cinetecadibologna.it/archivi/archivio/centro-studi-archivio-pier-paolo-pasolini/.
  14. S. Nobile, Pasolini e il mondo della canzone, in «Sinestesie», 2023, p. 296.
  15. E. Siciliano, Vita di Pasolini, op. cit., Milano, Oscar Mondadori, 2005, p. 274.
  16. S. Rimini, Corpo di bambola: Laura Betti e lo straniato divertissement di italie magique, in «Studi Pasoliniani», Volume (4), 2010, p. 53. Cfr. l’URL: https://www.academia.edu/4742767/Corpo_di_bambola_Laura_Betti_e_lo_straniato_divertissement_di_Italie_magique.
  17. Cfr. La rabbia, regia di P. P. Pasolini, Gastone Ferranti per la Opus Film, 1963, al minuto 00.24.45.
  18. F. Crivelli (a cura di), Laura Betti in Omaggio a Kurt Weill e Giro a vuoto n. 3, Bologna, L. Parma, 1962.
  19. P. P. Pasolini, Tutte le poesie, t. II, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 2003, p. 1778.
  20. U. Fiori, Il mondo canzone di Pier Paolo Pasolini, in F. Rancione (a cura di) Pasolini Sconosciuto, Alessandria, Edizioni Falsopiano, 2012, p. 236.
  21. D. Pontuale, op. cit., p. 29.
  22. R. Chiesi, Intervista a Laura Betti, in «Cineforum», Vol. 437, 2004, recuperato da: http://pasolinipuntonet.blogspot.com/2012/07/intervista-laura-betti-di-roberto.html
  23. P. P. Pasolini, Tutte le poesie, op. cit., pp. 1316-17.
  24. Ivi, pp. 1313-14.
  25. R. Chiesi, Intervista a Laura Betti, op. cit.
  26. Ibidem.
  27. F. Meacci, Improvviso il Novecento. Pasolini professore, Roma, Edizioni Minimum fax, 1999, p. 371.
  28. P. P. Pasolini, Tutte le poesie, op. cit., p. 1315.
  29. R. Chiesi, Intervista a Laura Betti, op. cit.
  30. P. P. Pasolini, Tutte le poesie, op. cit., pp. 1318-20.
  31. R. Chiesi, Intervista a Laura Betti, op. cit.
  32. P. P. Pasolini, Tutte le poesie, op. cit., pp. 1322-23.
  33. D. Mastrangelo, Per una lettura di Pier Paolo Pasolini, in “il giornale di filosofia”; cfr. l’URL:

    http://www.giornaledifilosofia.net/public/scheda.php?id=58

  34. J. Tomatis, Quei quattro dischetti sfiatati. Laura Betti cantante e recording artist, in «Cinergie», n. 25, 2024, p. 200.
  35. U. Fiori, Il mondo canzone di Pier Paolo Pasolini, op. cit., p. 236.

(fasc. 56, 15 settembre 2025)

Pia da Siena tra Dante Alighieri e Gianna Nannini: da eroina poetica a icona pop

Author di Salvatore Francesco Lattarulo

Tutti mi dicon Maremma, Maremma,
ma a me mi sembra una Maremma amara.
L’uccello che ci va perde la penna,
io c’ho perduto una persona cara.

Sia maledetta Maremma Maremma,
sia maledetta Maremma e chi l’ama.
Sempre mi trema ’l cor quando ci vai
perché ho paura che non torni mai

(G. Nannini, Maremma, 1993)

Abstract: Il saggio analizza il rapporto tra i testi e le sonorità dell’album di Gianna Nannini, Pia come la canto io (2007), e gli enigmatici versi che Dante, alla fine del quinto canto del Purgatorio, dedica alla celebre nobildonna senese. L’indagine si focalizza contemporaneamente sulla longeva tradizione popolare toscana fiorita, in particolare tra Otto e Novecento, intorno all’eroina dantesca, che la cantante, sua conterranea, mette a frutto in quest’opera musicale. La Pia di Nannini è inoltre da leggersi in chiave femminista, in quanto prodotto artistico contro la violenza di genere.

Abstract: The essay analyses the relationship between the lyrics and sounds of Gianna Nannini’s album, Pia come la canto io (2007), and the enigmatic verses that Dante, at the end of the fifth canto of Purgatory, dedicates to the famous noblewoman from Siena. The investigation focuses simultaneously on the long-lived Tuscan popular tradition that flourished, particularly between the nineteenth and twentieth centuries, around Dante’s heroine, which the singer, her fellow countrywoman, brings to fruition in this musical work. Nannini’s Pia should also be read in a feminist key, as an artistic product against gender violence.

 

La complessa e commovente figura di Pia immortalata da Dante Alighieri negli ultimi versi del quinto canto del Purgatorio ha ispirato molti artisti, a partire dal celebre ritratto che ne ha dato il sommo poeta. È dal Cinquecento[1] in poi che si registrano in ambito teatrale e musicale le più significative riprese della struggente vicenda della moglie di Nello (ovvero Paganello), figlio di Inghiramo dei Pannocchieschi. Il culmine di questo Fortleben è segnato dall’omonima trasposizione operistica di Gaetano Donizetti nel 1837 su libretto di Salvadore Cammarano[2], che rende Pia un exemplum ineluttabilmente rassegnato ad andare incontro a un destino avverso. In tempi più vicini a noi, Gianna Nannini ha avuto il merito di consegnare per sempre al catalogo della musica pop la luttuosa storia della presunta Tolomei — ammazzata verso la fine del Duecento nell’agro maremmano —, guardando, più che alla linea colta, alla sua «grande fortuna anche popolare»[3], che ne ha fatto una sorta di “Pia dei poveri”[4].

Si intitola Pia come la canto io un concept album pubblicato dalla musicista senese, conterranea dell’anima espiante cantata dall’Alighieri[5], nel 2007 per la casa discografica Polydor, i cui testi sono scritti a quattro mani con Pia Piera, omonima della più famosa Tolomei[6]. L’opera è composta di undici tracce a tema, tra le quali la più rappresentativa è il brano Dolente pia, di cui sono incluse una long version e una stesura più breve. Benché le ragioni profonde e le circostanze concrete della morte di Pia siano ancora avvolte in un alone «vago e misterioso»[7], alimentato dallo stesso linguaggio ellittico di Dante, pochi dubbi esistono sul fatto che si sia trattato di un femminicidio intimo. È questo particolare aspetto a sollecitare la sensibilità femminile della cantautrice toscana[8], che segue la pista di un uxoricidio avente come inquietante sfondo la gelosia. Alla luce dei recenti episodi di cronaca nera, la materia evocata dall’infelice sorte dell’eroina medievale riporta l’argomento di questa comunicazione nella stringente attualità. Prima di editare l’album, prodotto con Will Malone, ex tastierista di band, Nannini, che ha da poco compiuto settant’anni, ha accarezzato l’idea di trarne un musical in salsa rock, che è stato presentato in anteprima, sul palco dell’Ariston nell’edizione sanremese del 2007. Ma il progetto, prodotto da David Zard, di teatralizzare in un’opera musicale contemporanea la storia della gentildonna senese non ha avuto, a quel che se ne sa, larga fortuna. Ad andare in porto è stata tuttavia l’iniziativa discografica, cui è seguito l’anno dopo il tour Pia de’ Tolomei[9].

Si inquadri ora, per sommi capi, lo spunto germinale presente in Dante (Pg. 5. 130-136): «Deh, quando tu sarai tornato al mondo / e riposato de la lunga via, / — seguitò ’l terzo spirito al secondo —, // ricorditi di me, che son la Pia; / Siena mi fé, disfecemi Maremma: / salsi colui che ’nnanellata pria // disposando m’avea con la sua gemma».

La rapida sequenza chiude il canto in cui si narra del destino dei «per forza morti» (v. 52), espressione dantesca che non lascia ombre sul fatto che gli appartenenti a questo gruppo sono stati uccisi, come del resto già emerge dai racconti della triste fine di Iacopo del Cassero e Bonconte da Montefeltro, che precedono l’apparizione di Pia. Dunque, anche quest’ultima è caduta per mano altrui. L’intervento della senese è il più sintetico dei tre. La brevitas enfatizza la tragicità dell’evento secondo l’effetto retorico del maximum in minimo, cioè dell’estremizzazione del pathos attraverso la concentrazione ridottissima del discorso. Proprio l’eccessiva rarefazione della catena versale ha generato una serie di interrogativi negli studiosi per colmare le lacunose informazioni del testo e scatenato la fantasia degli artisti che ne hanno tratto ispirazione: due terzine in tutto sigillate da un extra metrum che è risultato tra i più problematici sul piano esegetico. Nella prima parte, il personaggio chiede cortesemente a Dante di restituirne la memoria ai vivi, una volta ritornato sulla terra. Va da sé che questo segmento iniziale poco o nulla ha contato a livello delle successive riprese. Viceversa, il cuore del cammeo dedicato a Pia è costituito dal resoconto sulle circostanze della sua morte.

Secondo la vulgata ufficiale la donna sarebbe stata uccisa dal partner, che avrebbe poi sposato Margherita Aldobrandeschi, vedova Montfort. Invece di ripudiarla, il consorte l’avrebbe tolta di mezzo per convolare a nuove nozze. L’omicidio sarebbe stato commissionato da Nello anziché perpetrato manu sua. Un’altra variante vuole invece che Pia sia stata eliminata dal coniuge perché sleale in amore. Messa così, la storia si avvicina di molto al celebre caso della fedifraga Francesca, scoperta in flagranza dal marito, Gianciotto Malatesta, che le tolse la vita per vendetta (il prototipo di questa analogia può essere la ricostruzione della storia di Pia elaborata nel Cinquecento da Bandello). La differenza starebbe però nel fatto che Pia, contrariamente all’amante ravennate, protagonista del Quinto dell’Inferno, non si sarebbe macchiata di tradimento. Quella della «vittima innocente di una falsa accusa di adulterio»[10] è giustappunto l’angolazione scelta da Nannini. Sotto questo aspetto, la tragedia di Pia assume i tratti di uno psicodramma sugli effetti letali della possessività maschile, sulla falsariga dell’Otello shakespeariano. Si spiega così perché la sventura della supposta Tolomei ha goduto in modo particolare di rifacimenti nell’età romantica e tardoromantica, declinata, secondo il gusto dell’epoca, in toni patetici e melodrammatici: dalla Pia, leggenda romantica, novella poetica in tre canti di Bartolomeo Sestini[11], alla Pia de’ Tolomei che intitola almeno una tragedia in cinque giornate (o atti) di Carlo Marenco[12], una composizione in ottava rima di Giuseppe Moroni detto il Niccheri[13], un romanzo storico di Carolina Invernizio[14] e un poemetto in trentacinque ottave di Giuseppe Baldi[15]. Si tratta di rielaborazioni letterarie della parabola della nobile senese che si inscrivono cronologicamente nel secolo della già nominata trascrizione musicale donizettiana, segno che nell’Ottocento «i modelli sentimentali»[16] veicolati dalla letteratura convivono, in un processo fecondo di influenze e ibridazioni, con quelli del panorama operistico[17]. Più che la rifioritura contemporanea della leggenda di Pia, documentata da alcuni romanzi o drammi novecenteschi[18], tra cui spicca l’atto unico di Marguerite Yourcenar[19], fino ad arrivare agli inizi del nuovo millennio[20], è il filone ottocentesco a fornire nutrimento al genio creativo di Nannini, come si avrà modo di vedere meglio più avanti.

Anche l’idea generatrice del suo lavoro è quella del poemetto in musica. Gli undici brani (il numero è forse un’allusione alle sillabe metriche che compongono un endecasillabo?) sono disposti in uno schema circolare o anulare. Dopo l’esergo iniziale con la citazione del passo purgatoriale, a sancire la paternità dantesca dell’operazione, affidato a un recitativo secco, la vera e propria introduzione consiste in un monologo angoscioso della protagonista, intitolato la Dolente Pia, in forma maior, per ripresentarsi in forma minor (quasi dimezzato nella durata) verso la chiusa dell’album: 1) La Divina Commedia – 1:20; 2) Dolente Pia (Long Version) – 6:07; 3) Mura mura – 4:07; 4) Non c’è più sole – 3:48; 5) Contrasto – 4:43; 6) Le corna – 5:41; 7) La gelosia – 3:45; 8) Dolente Pia (Voce prigioniera) – 2:58; 9) Testamento – 4:33; 10) Settimanima – 3:24; 11) Meravigliati i boschi – 4:21.

La versione più lunga di Dolente pia è ambientata nelle stanze del castello della Pietra (oggi un cumulo di rovine) dove, a stare ad alcune cronache del tempo, Nello l’avrebbe fatta rinchiudere[21]. Qui pare che la stessa Nannini sia venuta a ispirarsi per scrivere. Si tratta di un maniero di proprietà del marito di Pia, tant’è che alcune fonti antiche lo individuano anche come Nello de la Pietra. Nannini segue evidentemente l’idea di una più o meno lunga detenzione della donna prima della sua definitiva soppressione (o consunzione):

Dolente Pia / Dolente Pia / Dolente Pia / Innocente è prigioniera // Col capo chino / La fronte al seno /
Pensa a quei giorni del passato ricordi in fior / Torna / Sento già la tua luce nell’anima / Sei qui con me / Sono le braccia tue che stringo / ETC. TORNA A Per quanti mesi e notti e giorni / Non saprei dire / Non lo so / Ma questo è certo // Ci fu l’inverno / Poi primavera / La vita torna nel castello / Ma non per me // Guarda se ne va / Questo sogno di te / Là batte l’onda / E un cavallo galoppa / Ma l’amore / Il nostro amore / Marcisce dietro a questa porta // Ma l’amore / Questo amore / Marcisce dietro a quella porta // Fa sempre freddo / In quelle mura / Il cielo è chiaro / Ma la terra resta scura // Poi il primo verde / La lunga luce / Pensa a quei giorni del passato ricordi in fior // Dolente Pia / Dolente Pia / Dolente Pia innocente è prigioniera / Col capo chino / La fronte al seno / Pensa a quei giorni del passato ricordi in fior.

La cantante fa di Pia una sorta di martire incolpevole della violenza maschile, sulla scorta di altre figure femminili dantesche (si pensi alla beata Piccarda, smonacata per costrizione dal fratello corso Donati, ritratta insieme alla pari sorte Costanza nel terzo canto del Paradiso), calcando la mano sulla sua estraneità al sospetto di infedeltà nutrito nei confronti di lei dal marito. Allora il nome Pia, che in tutta questa faccenda è l’unico dato anagrafico certo, alluderebbe alla purezza d’animo del personaggio, riscattata dalla colpa più grave che le sarebbe stata ingiustamente addebitata. Peraltro, proprio la circostanza che in Dante ella non fa il minimo accenno a una sua eventuale mancanza nei confronti del proprio carnefice avvalora l’ipotesi della sua innocenza su cui Nannini incentra il lamento di Pia.

Eppure, altri commentatori medievali insinuano che costei fu una donna incostante: «vana mulier» è la definizione ascrittale dall’anonimo glossatore del codice Laurenziano XLII 15[22]; di un suo non meglio precisato «fallo» amoroso parlano al singolare (Giacomo [Iacopo] della Lana e Francesco da Buti)[23] o al plurale (l’Ottimo)[24] i primi esegeti trecenteschi; più esplicitamente, in età umanistico-rinascimentale, il lucchese Bernardino Daniello riferisce di un «adulterio»[25], cui il frate Giovanni da Serravalle aggiunge l’ulteriore dettaglio di una tresca con un servo[26]. Tuttavia, già solo l’eccezionale avvenenza di una donna da tutti desiderata, documentata da altri chiosatori (e recepita anche da Bandello, che la descrive come «una bellissima giovane»)[27], avrebbe potuto di per sé alimentare la diffidenza di Nello fino al gesto fatale. Sta di fatto che in questa canzone Nannini mette l’accento sull’intatto amore di Pia per il marito: è il pianto di una creatura sola e abbondonata che ancora si illude in un ripensamento da parte del suo uomo, nonostante la loro storia sfiorisca stagione dopo stagione durante l’esilio coatto.

L’attributo «dolente», riferito a Pia, con cui si struttura il refrain, è parola eminentemente infernale. Basti far riferimento alla «città dolente», la celebre perifrasi stampata sulla porta del regno della narrazione eterna. “Dolente/doloroso/dolore” connotano un’area lessicale che di frequente scandisce in Dante la raffigurazione della prima cantica della Commedia. Né va taciuto un verso memorabile come «or incomincian le dolenti note a farmisi sentire» (Inf. 5, 25), che fa da premessa all’incontro con i lussuriosi, quasi che Nannini voglia stabilire, attraverso la prima parola vera e propria dell’album, un ideale nesso, come si accennava, tra la biografia di Pia e quella di Francesca[28]. Inoltre, la cantante costruisce il testo sull’idea della rievocazione dei giorni felici dell’amore. Il tema del rammemorare (scandito nel testo dalla triplicazione iterativa di «ricordi») pervade anche la penitente dantesca, che chiede al poeta di perpetuare nel mondo la sua memoria. E, in verità, tutto l’episodio dell’Antipurgatorio è basato sulle reminiscenze della senese del momento gioioso del matrimonio. Come in Nannini la contrapposizione tra l’oggi e il «passato» è centrale, così in Dante il rimpianto di ciò che fu e più non è acquista forza e rilevanza per mezzo dell’uso del trapassato remoto («inanellata m’avea pria»). Per finire, l’immagine stessa dello stretto connubio simboleggiato nei versi del poeta fiorentino dall’anello nuziale riverbera nella composizione della cantautrice attraverso l’ottativo di «string[ere]» nuovamente le «braccia» di lui.

Se il terzo brano (Mura mura) insiste sul motivo sconsolato della detenzione che esaurisce lentamente le energie di Pia e sull’avanzare delle tenebre che occludono ormai la speranza della luce, nel quarto (Non c’è più sole), dove il motivo del tramonto dell’esistenza torna a farsi risentire, emerge l’accorata apostrofe nominale al marito: «Oh Nello, mio dolce amor, / io me ne andrò senza di te, ti avrò negli occhi. /
A cavallo dell’alba ti stringerò a me, / in questa luce nuova che estasi non è». Nel quinto brano, Contrasto, Nannini riesuma un omonimo componimento lirico in auge nel Duecento a schema dialogico di norma adibito a tenzone amorosa. Famosissimo è il contrasto del siciliano di età federiciana Cielo d’Alcamo, Rosa fresca aulentissima. La cantautrice senese dimostra così di saper attingere anche al bacino illustre delle patrie lettere. I due interlocutori sono in questo caso Nello e Ghino, l’accusatore di Pia, che inocula nell’altro il veleno di un intrigo extraconiugale:

NELLO: Dimmi Ghino, quanto tu sai di Pia. / Le mancavo? Rispondi, ti prego, / perché la Pia io l’ho talmente in cuore, / che a perderla sarei tutto un dolore. / GHINO: Caro Nello, ascolta un amico: / io te lo dico per non farti soffrir. / Temo forte che la tua cara sposa / la stella non sia che allora ti sembrò. / NE.: Ma a questi colori, a questa terra, / io non vorrei mai portar la guerra. / GH.: Ho solo scherzato, esagerato! / Non scaldarti, non scalmanarti: / son solo chiacchiere del vicinato, / son sicuro che tutto falso sarà. / NE.: Ahimé tu cerchi l’ira di placare, / ma la vendetta mi divora il cuore. / Le tue parole non so più scordare, / ucciderò il mio primo amore. / “E m’hanno detto che un’ ci sara’ piu’ guerre… / A chi la dai’ a intendere, a chi la dai a intendere!”.

Nello sembra ancora innamorato della consorte, alla cui buona fede sarebbe intenzionato a credere, se non fosse traviato dalla malignità di Ghino, che pure è molto abile sul piano retorico ad alludere all’equivoca condotta di Pia, facendola passare per una maldicenza. Questo apparente dire e disdire del confidente è un’esca che irretisce sempre più Nello nella spirale del dubbio. Ghino ha tutta l’aria di essere un altro Iago.

La cantautrice nata nella città del palio raccoglie il repertorio dei cantastorie maremmani[29], conducendo un’indagine sul folk melodico toscano. In un’intervista al quotidiano «La Stampa» del 2 marzo 2007, Nannini dichiara di aver dovuto studiare l’ottava rima (sei endecasillabi alternati seguiti da due baciati) — largamente diffusa per la sua orecchiabilità nella cultura vocale della società contadina — con l’aiuto dell’etnomusicologa fiesolana Caterina Bueno[30]. Tant’è che nel poemetto tardo ottocentesco di Moroni, Ghino è il motore della piega criminale assunta dai fatti[31]. Amico di Nello, egli si trova a dover consolare Pia in assenza del marito partito in guerra per Colle di Valdelsa. Ecco la sesta e settima strofa:

Nello tragitta per la gran guerriglia / e Ghino da factotum vi resta / e Pia che di bellezze è maraviglia, / eccoti Ghino che a pensier si desta, / la conforta, la tenta e la consiglia…. / Rispose Pia: – Che parola è questa?… / Ghino raddoppia per tentar l’invito, / per soddisfar con lei il suo appetito. // Taci, rispose Pia, o scimunito, / traditore di Nello, iniquo e rio, / e fai questo?… Però non sia sentito, / il tuo brutto parlar vada in oblìo!… / Io penso a Nello, caro mio marito, / che santo matrimon giurai con Dio! / Ghino non puole aver quel che ha tentato / si allontana da Pia tutto arrabbiato.

In particolare, Nannini, per il suo Contrasto, può aver tratto spunto dal confronto tra Nello e Ghino contenuto nelle ottave 10-11 dell’opera del poeta naif fiorentino:

Ghino, pieno di malizia e scorno, / due miglia ne tragitta fuor di Siena. / La sera quando si perdeva il giorno, / riscontra Nello e lo saluta appena: / — Nello, se tu sapessi il grande scorno, / il disonor che la tua moglie mena!… / ti vorrei confidare una parola, / ma dèi giurarmi di tenerla in gola! // Nello parlò: — Per me è nebbia che vola, / mi conoscesti, pur io ti ho conosciuto / e Ghino principiò con questa scuola: / — La moglie la ti tiene per rifiuto / dal giorno in qua che la lasciasti sola / tutte le notti un amico è venuto; / a mezzanotte nel giardin pian piano / se non ci credi ti fo toccar con mano!…

L’ipotetico spasimante chiamato subito dopo in causa da Moroni (stanza 13) è un capitano guelfo di nome Piero, detto Ugo. Questo nome, che ritorna anche nella tragedia di Marenco, dove peraltro Nello è ribattezzato Rinaldo, assomiglia vagamente a Ghino. Il poemetto di Moroni (come del resto l’appena menzionato dramma di Marenco)[32] non fa che ribadire l’illibatezza di Pia, che alla fine viene rinchiusa in una fortezza maremmana con il conforto che sulla sua tomba il marito la compiange come sposa leale dopo la confessione del pentito Ghino. Questo carattere, invidioso e malevolo, è pur presente nel poemetto in cinquantaquattro ottave del già rispolverato patriota pistoiese Sestini, che inaugura il revival ottocentesco di Pia attraverso il genere dei cantari popolari. Il personaggio entra in gioco nella strofa 48, evocato da Nello:

E giunto al limitar, Ghino, un amico / usato in mia magion, venirne veggio; / l’abbraccio, memor dell’affetto antico, / e della Pia novella gli richieggio; / ed ei risponde: – A te dorrà s’io dico, / ma l’amistade è tal che dire io deggio. / Sappi che tua mogliera, il primo laccio / macchiando, altrui di furto accoglie in braccio.

Si noti che nella novella cinquecentesca di Bandello Pia cede alla tentazione erotica per un tal Agostino de’ Ghisi, la cui evidente paronomasia con Ghino mette in luce che una certa consuetudine del volgo tendeva a convogliare nella figura di un personaggio identificato con sigle omofone (talvolta come Ghisi talaltra come Ghino talaltra ancora come Ugo) l’antagonista della coppia di coniugi. In particolare, come osserva Serena Pagani, la maschera dell’infido Ghino consuona con il perfido Gano dell’epica occitanica, ma potrebbe essere «una contaminazione» con Ghino di Tacco[33], il truce boia di Benincasa da Laterina nominato da Dante all’inizio del sesto del Purgatorio in un breve elenco di morti per violenza altrui che fa da appendice al canto precedente. Sia come sia, il nome di Ghino perviene a Nannini da una longeva trafila di testi precedenti.

Mette conto notare che Bandello dell’intera vicenda fornisce un’interpretazione del tutto sfavorevole a Pia, dipinta come un essere lascivo che chiede invano perdono al marito, che decide imperterrito di soffocarla. Questa ottica è in aperta polemica con Dante, che ne ha fatto una campionessa di mitezza e virtù. La sensibilità di Nannini è ovviamente ben distante dal punto di vista del novellatore lombardo e attenziona piuttosto il modello romantico e tardoromantico di Pia che approfondisce, pur con eccessi sentimentali, l’effigie positiva che i versi del sommo poeta lasciavano trasparire. In particolare, deve aver agito sul suo estro compositivo il poemetto del corregionale Moroni, che fu un vero e proprio best seller ottocentesco, ammirato, se non più dell’originale dantesco, di sicuro non meno da certi strati bassi della gente toscana, che lo imparò a memoria sotto forma di una ballata trasmessa di bocca in bocca. Queste folcloristiche raccolte orali di canti saranno arrivate anche alle orecchie di Nannini[34]. A proposito delle «ottavine secondo il costume toscano», nella citata intervista alla «Stampa», l’artista senese, infatti, dichiara: «Ho dovuto studiare, prepararmi, perché le ottavine sono nella nostra tradizione, ma bisogna esercitarsi»[35]. Non per niente, nel 2011 l’opera dell’“illetterato” Moroni è stata da Giunti ripubblicata assieme a quella dell’“estemporaneo” Sestini in un volume a cura di David Riondino corredato di un CD audio contenente una registrazione sonora di un’esecuzione del marzo 2010 al teatro Rifredi di Firenze[36].

L’album di Nannini segue un preciso ordito narrativo a guisa di una novella in stile pop. Nei brani 6 (Le corna) e 7 (La gelosia) si approfondisce in chiave psicologica il tema dell’insensata fobia maschile per il tradimento amoroso, che sfocia fino all’invettiva misogina di Nello ai danni di Pia, in un crescendo di apostrofi che a partire dall’ossimoro blasfemo tocca via via le punte del pretto turpiloquio: «santarellina vezzosa, puttanella devota», «piccola strega fetente, razza di buco demente», «brutta troia», «sozza fica». All’iroso anatema di Nello si contrappone con violenza l’imperterrita dichiarazione della moglie nella successiva traccia, Dolente Pia, che sintetizza, come si è detto, l’omonimo secondo brano reintroducendo il motivo dell’agonia interiore della prigioniera che non rinuncia ad aggrapparsi alla memoria dei bei giorni andati. Questo Leitmotiv si riaffaccia nel seguente Testamento, ove, in un mix di sentimento e carnalità, spicca l’icona dantesca della “gemma” sponsale: «Frugo nei desideri, c’è l’anello di ieri»[37]. Il penultimo song, dal titolo Settimanima, allude alla morte della donna. Secondo alcune fonti antiche Pia sarebbe stata o strangolata (vedi l’Anonimo del Laurenziano XLII 15)[38] o scaraventata giù da una finestra (così l’Imolese)[39]. La rocker opta per la più suggestiva ipotesi del balzo a precipizio («Non ho più peso, spicco il volo / nella luce azzurra d’estasi»), in ottemperanza al favoloso “Salto della contessa” che la fantasia comune designa come il punto dello schianto micidiale, che nel testo di Nannini risuona nel verso «c’è una roccia sulla strada». Pia diventa così un essere leggero, un puro spirito, che si distacca dalla sua stessa corporeità per fondersi col vento in un “volo” d’angelo.

Nel brano finale, Meravigliati i boschi, la vocalist tace una volta per tutte, dal momento che l’eroina cui, accompagnandosi con la chitarra elettrica e le tastiere, ha prestato la sua ugola graffiante, è morta, e a lei subentra un coro che canta il pianto della natura sconfortata per la triste caduta di un’anima eletta:

Danno la via meravigliati i boschi, / non usi a contemplar tanta bellezza, / l’ora natia di quei roveti foschi / di scherzarle fra il crin prende vaghezza: / ma il venticel che vien dal mar de’ Toschi / piange mentre passando la carezza. / Quasi fosse il sospir della natura / antiveggente la di lei sciagura. / Tutta questa meraviglia non ci fa non ci si piglia! / Tutta questa meraviglia che nell’aria torna. / Tanto dolce sospirare, quel parlare non parlare… / questo gemere del mare che nell’aria sale.

Se in tutto l’album la menzione della città natìa, Siena, non cade mai, nella coda dell’opera si coglie un’eco del paesaggio maremmano, immortalato nel secondo emistichio dell’endecasillabo-epitaffio di Dante («disfecemi Maremma»). Quel «mar de’ Toschi» alluderà all’altro nome con cui in passato era indicata la Maremma, cioè Marittima o Maritima, un toponimo secondario che ricondurrebbe all’etimologia di quello primario: «La parola maremma nasce con la emme minuscola perché sta a indicare una qualsiasi regione bassa e paludosa vicina al mare dove i tomboli, ovvero le dune, ovvero i cordoni di terra litoranea, impediscono ai corsi d’acqua di sfociare liberamente in mare provocandone il ristagno»[40].

Ma se in Dante l’inquietante scenario maremmano, acquitrinoso e paludoso, è quasi richiamato alla mente come sicario di Pia, con cui è in un rapporto di evidente ostilità, nel caso di Nannini quello stesso fondale paesistico appare, viceversa, complice e alleato della sofferenza della gentildonna, giacché rea non è la natura ma l’umanità. A conti fatti, Nannini mette in musica, attraverso la mesta icona trecentesca di Pia ‒ con la cui persona stabilisce una relazione empatica, ancora più intensa rispetto a Dante per ragioni di affinità sessuale, fino al punto di immedesimarsi nel suo travaglio interiore ‒, la condizione femminile universale, succube della prepotenza e dell’arroganza di genere[41].

 

 

  1. Assai nota è la novella 1, 12 (Un senese truova la moglie in adulterio e la mena fuori e l’ammazza) di Matteo Bandello (M. Bandello, Le novelle, a cura di G. Brognoligo, vol. I, Bari, Laterza, 1910, pp. 151-56).
  2. La prima rappresentazione di Pia de’ Tolomei. Tragedia lirica in due parti, poesia di S. Cammarano, musica di G. Donizetti, andò in scena al Teatro Apollo di Venezia, il 18 febbraio del 1837. Per l’edizione critica e commentata del libretto, la cui contestuale editio princeps è della Tipografia di Commercio della città lagunare, si rinvia a «Pia de’ Tolomei», libretto e guida all’opera, a cura di G. Pagannone, in «La Fenice prima dell’Opera 2004-2005», supplemento a «La Fenice: Notiziario di informazione musicale culturale e avvenimenti culturali della Fondazione Teatro La Fenice di Venezia», 7, 2005, pp. 59-116; poi Id., La «Pia dei Tolomei» di Salvadore Cammarano, edizione genetico-evolutiva, Firenze, Olschki, 2006.
  3. G. Varanini, Il punto sulla Pia (Purg., V, 130-136), in Studi filologici letterari e storici in memoria di Guido Favati, Padova, Antenore, 1977, pp. 621-38, cit. a p. 621.
  4. «La storia di Pia asseconda un gusto che si configura come deliberata scelta estetica e questo credo sia il motivo della sua fortuna nelle tante riproposte entro la versificazione popolare» (M. E. Giusti, «Higbury bore me. Richmond and Kew /Undid me»: la Pia de’ Tolomei nelle scritture popolari, in «Bollettino dell’Accademia degli Euteleti della città di San Miniato», 75, 2008, pp. 423-39, cit. a p. 429).
  5. La senesità, quale tratto distintivo della cifra umana e artistica di Nannini, spicca nell’eloquente titolo della biografia di B. Alberti: Gianna Nannini da Siena (Milano, Mondadori, 1991).
  6. Nello stesso anno ha visto la luce il romanzo storico Matrimonio di sangue (Firenze, Pagliai Polistampa, 2007) di M. Sica, diplomatico e scrittore romano, che in questo libro si ispira alla disavventura della celebre eroina duecentesca.
  7. D. Alighieri, La divina commedia, a cura di N. Sapegno, Milano-Napoli, Ricciardi, 1957, p. 450. Il recente lavoro di S. Pagani, «Ricorditi di me». Pia de’ Malavolti e Nello de’ Pannocchieschi (Purg 5, 130-136), in «Italianistica: Rivista di letteratura italiana. “‘Nel suo profondo’: Miscellanea di studi danteschi”», XLIV, 2, 2015, pp. 131-48, sembra fare finalmente chiarezza intorno all’enigma dell’assenza di una donna di nome Pia nell’albero genealogico dei Tolomei. La studiosa avvalora una precedente tesi sostenuta in A. Lisini e G. Bianchi Bandinelli, La Pia dantesca, Siena, Accademia per le Arti e per le Lettere, 1939, volume di recente ripubblicato in edizione aggiornata, in occasione del settecentesimo anniversario della morte del poeta fiorentino, a cura di M. e R. Bianchi Bandinelli (Wraclaw, Kindle, 2021). Ma si veda ancor prima D. Mori, La leggenda della Pia. Osservazioni ed appunti, Firenze, Bemporad, 1907 (rist. Londra, Legare Street Press, 2023). L’invalsa attribuzione alla famiglia Tolomei rimonta a Pietro, il figlio del poeta. Tuttavia, il casato della donna, andata in moglie per procura a Bertoldo (o Tollo) degli Alberti, sarebbe quello dei Malavolti. Dopo la morte del suo primo marito, Pia sarebbe stata risposata da Nello, suo futuro assassino. Cfr. anche G. Varanini, Il punto sulla Pia…, art. cit., passim. Onde ovviare all’annosa questione del lignaggio, si è adottata nell’intestazione del presente saggio una generica perifrasi di provenienza, ‘Pia da Siena’, emulando il titolo dell’omonimo libro di C. Corsetti (Roma, Aracne, 2002).
  8. «Gianna si era interessata alla storia della nobildonna nei primi anni Novanta, incuriosita e affascinata dai racconti di sua nonna. Aveva così pensato di scrivere un’opera che narrasse di lei»: S. Coccoluto, Gianna Nannini: Amore e musica al potere, Reggio Emilia, Imprimatur, 2016 (la cit. è tratta dall’ed. digitale).
  9. A un certo punto, «la sua opera rock cominciò a prendere forma compiuta. Pia de’ Tolomei ritrovava voce in lei. Ma le cose inizialmente non andarono come desiderava. Il suo manager, Peter [Zumsteg], le disse che non era il momento di pubblicarla. Zumsteg voleva che continuasse sulla linea pop-rock, sfornando nuove hits. Quindi dovette riporla nel cassetto e rimandare la pubblicazione. Dopo oltre dieci anni, con la fine del rapporto con Peter, Gianna poté rispolverare il progetto che aveva lasciato indietro» (ibidem).
  10. F. Bausi, Due o tre cose che (non) sappiamo di lei. L’autoepitaffio della Pia, in «Cahiers d’études italiennes», 33, 2021 (Personaggi femminili e categoria di genere nella Commedia dantesca), pp. 1-17 (cit. a p. 15, in nota): https://journals.openedition.org/cei/9429 (ultima consultazione: 10/03/2025).
  11. Cfr. l’Editio princeps: Roma, Ajani, 1822. Cfr. ora la nuova edizione critica e commentata: La Pia, leggenda romantica di B. Sestini, a cura di S. Pagani, Firenze, Consiglio regionale della Toscana, 2015. E si vedano già: B. Sestini, Pia de’ Tolomei e la Notizia sulle Maremme toscane, a cura di A. Bencistà, Reggello (Fi), FirenzeLibri, 2005; La Pia, leggenda romantica di B. Sestini, preceduta da una notizia sulle Maremme toscane, a cura di R. Resti, Siena, Betti, 2009. Il vero nome di battesimo di Sestini, Bartolomeo, è stato talora confuso nella tradizione tipografica con quello di Benedetto. A un così erroneamente chiamato Sestini viene, per es., attribuita l’edizione milanese del 1848 per i tipi Borroni e Scotti (dove figura anche il titolo arbitrariamente estensivo La Pia de’ Tolomei). Forse l’equivoco può essersi ingenerato perché nel frontespizio della princeps romana del Ventidue il prenome dell’autore risulta abbreviato in B. Che si tratti della svista opposta, Benedetto e non Bartolomeo (sic!), ritiene isolatamente M. E. Giusti, «Higbury bore me. Richmond and Kew /Undid me»…, art. cit., p. 425, in nota.
  12. Milano, Placido Maria Visai, 1838 (rist. Firenze, Salani, 1895).
  13. Firenze, Salani, 1875 (nuova ediz. a cura di G. Amerighi, Firenze, Libreria editrice fiorentina, 1972).
  14. Uscito per la prima volta a Milano da Barbini nel 1879. Recentissima la ristampa, prefata da S. S. G. Palandri, per una casa editrice indipendente dedicata alla storia delle donne (Roma, PublisHERstory, 2024). Questo feuilleton di ambientazione storica, che rientra nella narrativa di appendice tipica della scrittrice di Voghera, è interessante nell’ottica dei gender studies: la protagonista è rappresentata come una martire d’amore per colpa della malvagità del sesso opposto.
  15. Stampato nella Raccolta di canzonette bernesche in ottava rima (Firenze, Salani, 1874) e poi in edizione autonoma (Pisa, Valenti, 1884; quindi Firenze, Salani, 1889).
  16. G. La Face Bianconi, Il caso di Pia de’ Tolomei, in «Amadeus. Il mensile della grande musica», giugno 2007, p. 78.
  17. «La Pia che s’impone al pubblico italiano nella prima metà dell’Ottocento è un personaggio polimorfo, che molto s’allontana dall’imprescindibile germe dantesco, intenso quanto avaro di dettagli» (E. d’Angelo, «Siena mi fe’ disfecemi Maremma»: ritratti di Pia, da Dante a Cammarano, in «La Fenice prima dell’Opera 2004-2005», op. cit., pp. 23-46, cit. a p. 23).
  18. È il caso di D. Da Lodi, Pia de’ Tolomei. Grande romanzo popolare storicoromantico, illustrazioni di T. Scarpelli, Firenze, Nerbini, 1900 (più volte ristampato).
  19. M. Yourcenar, Dialogo della palude (tit. originale Le dialogue dans le marécage, 1930); ora in Ead., Tutto il teatro, trad. di L. Coppola, G. Prati, M. Spreafico, Milano, Bompiani, 1988, pp. 149-72.
  20. Si veda M. Fiorato, La gemma di Siena (trad. it. di C. Lionetti), Milano, Nord, 2013: la protagonista di questo libro, a metà tra il romanzo rosa e la fiction storica, ambientato nel Settecento, è una lontana discendente dell’omonima penitente dantesca di cui rischia di subire l’identica sorte. E cfr. anche il thriller gotico di R. Mucciarelli, Io son la Pia: un enigma medievale, Siena, Protagon, 2012.
  21. I resti del vecchio maniero si trovano nella campagna maremmana, tra i comuni di Massa Marittima e Gavorrano: cfr. E. Repetti, Dizionario geografico, fisico, storico della Toscana: contenente la descrizione di tutti i luoghi del Granducato, Ducato di Lucca, Garfagnana e Lunigiana, Firenze, A. Tofani, 1835, s. v. Gavorrano, pp. 415-22 (in part., p. 416). A Gavorrano si svolge annualmente (a partire dal 1993), in agosto, una rievocazione storica in costume d’epoca della disgrazia della celebre Tolomei: Castel di Pietra, Castello della Pia: leggende, bruscelli, feste popolari di una comunità rurale, a cura di N. e V. Franceschi, Gavorrano, Nuova associazione Pro loco gavorranese, 1997.
  22. Cfr. G. Varanini, Pia, in Enciclopedia dantesca, vol. 4 (N-SAM), a cura di U. Bosco e G. Petrocchi, Roma, Istituto della Enciclopedia italiana, 1970, pp. 462-67 (p. 462). Il chiosatore trecentesco Benvenuto da Imola la chiama «vana femina» (B. de Rambaldis de Imola, Comentum super Dantis Aldigherii Comoediam, nunc primum integre in lucem editum, tom. III, Firenze, G. Barbera, 1887, p. 165).
  23. I. della Lana, Commento alla Commedia, a cura di M. Volpi, con la collaborazione di A. Terzi, tom. II, Roma, Salerno, 2009, p. 1036; F. Da Buti, Commento sopra La divina Comedia di Dante Allighieri, a cura di C. Giannini, tom. II, Pisa, Fratelli Bistri, 1860, p. 116.
  24. Ottimo commento alla Commedia, a cura di G. B. Boccardo, M. Corrado e V. Celotto, tom. II (Purgatorio, a cura di M. Corrado), Roma, Salerno, 2018, p. 797.
  25. Dante, con l’esposizione di M. Bernardino Daniello da Lucca, sopra la sua Comedia dell’Inferno, del Purgatorio e del Paradiso, nuovamente stampato e posto in luce, Venezia, Pietro da Fino, 1568, p. 168.
  26. J. de Serravalle, Translatio et comentum totius libri Dantis Aldigherii, cum texto italico fratris Bartolomei a Colle, nunc primum edita, Prato, Giacchetti, 1891, p. 487.
  27. M. Bandello, Le novelle, op. cit., p. 151.
  28. Si noti poi che l’aggettivo «dolente» presente nel testo di Nannini dà vita a una triplice anafora, una figura retorica di ordine non infrequente in Dante quale espediente per donare enfasi e gravità alla narrazione: si pensi, per es., alla tripla repetitio di «per me» in Inferno 3, 1-3 e di «amor» nelle tre terzine “stilnovistiche” di 5, 99ss. È curioso che l’explicit dell’edizione Salani della Pia di Moroni reciti Della dolente Pia de’ Tolomei (cfr. La poesia popolare a stampa nel sec. XIX, a cura di G. Giannini, prefazione di L. Sorrento, vol. II, Udine, Istituto delle Edizioni Accademiche, 1938, p. 418).
  29. Si vedano, per es., le raccolte E. Bargagli, M. Bargagli, D. Vegni, Cantastorie di Maremma, Firenze, Semper, 2005 (audio registrazione di testi con CD) e Canti popolari in Maremma, a cura di C. Barontini e M. Vergari, musica di F. Manfucci, Grosseto, Il paese reale, 1975.
  30. Cfr. Nannini, la mia Pia all’URL: https://www.lastampa.it/spettacoli/musica/2007/03/02/news/nannini-la-mia-pia-1.37131046/ (ultima consultazione: 10/03/2025). E si veda quanto l’artista confessa nella sua autobiografia: «Voglio fare un’opera ma che sia un Bruscello» (G. Nannini, Io, Milano, Rizzoli, 2013, e-book). Il bruscello (derivato forse da “arboscello”) è un tipo di espressione amatoriale, teatrale e canora, di estrazione agricolo-artigianale, un tempo caratteristica nei confini toscani e specialmente senesi.
  31. Tale ruolo riveste sin dall’inizio anche nella Pia donizettiana, dove è «chiaramente il vilain della situazione» (G. Ruffin, Pia de’ Tolomei, in breve, in «La Fenice prima dell’Opera 2004-2005», op. cit., pp. 117-18, p. 117).
  32. «In Marenco s’assiste al trionfo della virtù di Pia» (E. d’Angelo, «Siena mi fe’ disfecemi Maremma»…, art. cit., p. 38).
  33. Cfr. La Pia, leggenda romantica di Bartolomeo Sestini, a cura di S. Pagani, Firenze, Consiglio regionale della Toscana, 2015, p. 101, in nota.
  34. La «traccia dantesca e popolare» è «ben viva in area senese, dove sulla sfortunata signora medievale si compongono bruscelli, maggi, stornelli, etc.» (E. d’Angelo, «Siena mi fe’ disfecemi Maremma»…, art. cit., p. 24).
  35. Nannini, la mia Pia, art. cit. Va da sé che tale radice è diffusa in tutta la regione. Si veda, per es., questa rivisitazione pittoresca della leggenda medievale che si svolge a Pisa: La Pia de’ Tolomei: befanata, secondo il testo adottato dalla Compagnia di Soiana (PI), a cura di D. Menchelli, Lucca, San Marco, 1980. Per un nutrito elenco delle «principali edizioni a stampa di testi popolari in versi» su Pia cfr. M. E. Giusti, «Higbury bore me. Richmond and Kew /Undid me»…, art. cit., pp. 428-29.
  36. G. Moroni, B. Sestini, Pia de’ Tolomei. Due poemi in ottave dell’Ottocento toscano, a cura di D. Riondino, prefazione di P. Clemente, Firenze, Giunti, 2011.
  37. In questa parte, affidata alla sola voce dell’interprete principale, Nannini «sembra proseguire la strada aperta dalla Yourcenar e la vicenda di Pia torna ad essere quella di una donna e della sua intimità emotiva»: S. Bartolini, La ricezione delle figure femminili della Commedia dantesca nella letteratura dall’800 ai giorni nostri, in Dante Adriaticus. Atti dei Convegni internazionali di studi (Roma, 1° luglio – Verona, 9 ottobre – Pola, 13 novembre 2021), a cura di D. Schürzel et al., Sestri Levante (Ge), Gammarò, 2023, e-book. Nella già citata pièce dell’autrice francese, infatti, il confronto tra Nello e la moglie viene interiorizzato, risolvendosi nella fusione dei due ruoli in un’unica persona.
  38. Nello «iugulavit eam ita secrete, quod nemo scivit nisi ipse» (riportato da G. Varanini, Pia, art. cit., p. 462).
  39. B. de Rambaldis de Imola, Comentum…, op. cit., p. 164. E si veda sul punto L. Fiorentini, Morte della Pia, da Iacomo della Lana a Matteo Bandello, in Sui commenti alla Commedia di Dante a Bologna, a cura di G. Brunetti, Bologna, Bologna University Press, 2023, pp. 15-36.
  40. A. Santini, Cucina maremmana, Roma, Franco Muzzio, 2006, p. 9. Nel 1993 Nanni ha inciso il brano radical folk Maremma per l’album (il decimo della sua carriera) X forza e X amore (Dischi Ricordi). Il testo è la cover di un antichissimo canto rurale della zona, un tempo malarica.
  41. «È diventata [l’opera su Pia] un lavoro femminista nel senso più nobile, con anche qualche cantata che prende in giro certi atteggiamenti maschili» (Nannini, la mia Pia, art. cit.).

(fasc. 56-57, 15 settembre 2025)

La vocazione narrativa di Vinicio Capossela: letteratura, pittura e musica in “Modì”

Author di Maria Panetta

Nel 2004, nel terzo “capitolo” del “romanzo surreale” Non si muore tutte le mattine, Vinicio Capossela scriveva delle canzoni: «Quelle ci rubano pezzi di cuore, pezzi d’altrove. È ben pericoloso fermarsi ad ascoltarle. Non ce n’è abbastanza di mondo oltre le canzoni»[1].

Sebbene sia di origini italiane (irpine, per la precisione), Capossela è nato nella tedesca Hannover il 14 dicembre del 1965: è noto soprattutto come cantautore, ma la peculiarità più particolare della sua ricerca artistica è quella di concepire l’opera d’arte come uno spettacolo a tutto tondo, che coinvolga, in primo luogo, strumenti musicali e voce, ma anche radio, letteratura e cinema. Continua a leggere La vocazione narrativa di Vinicio Capossela: letteratura, pittura e musica in “Modì”

(fasc. 52, vol. II, 3 giugno 2024)