Sbrogliare il filo dell’autonomia: il dramma della “Psychodonna”

Author di Carmen Lega e Annachiara Monaco

Abstract: Rachele Bastreghi squarcia il velo dell’identità femminile con la pubblicazione di Psychodonna (2021), un manifesto di ribellione e riscrittura che trasforma le donne in soggetto pulsante, autonomo, inafferrabile. La sua carriera solista è concepibile come un passaggio, dove il corpo diventa terreno di lotta e il suono ha la capacità di plasmare ogni cosa, facendo affidamento su un linguaggio che combina crisi e rivoluzione. Psychodonna non è solo un album, ma una frattura nella rappresentazione dello spettro femminile: è una voce che si spezza e si ricompone, è ritmo che incalza e si arresta, è una mappa che porta oltre i confini imposti dalla storia e dalla cultura. Nella sua poetica, gli studi di Luce Irigaray si intrecciano alla filosofia di Nancy. La donna rappresentata da Bastreghi non è più un riflesso dell’uomo, ma un’entità plurale, sfuggente, che si ridefinisce attraverso il desiderio, la paura, la rovina e la rinascita. La sua Penelope non attende, viaggia; la sua versione di Fatelo con me non parte dal presupposto di sedurre, ma interagisce con la pelle dell’ascoltatore, bruciandola metaforicamente. Tramite synth ipnotici, distorsioni emotive e parole sussurrate come se fossero incantesimi mistici, Psychodonna è una rivoluzione sonora e concettuale, un’esplorazione selvaggia di ciò che significa essere donna, dell’essere visti come un corpo, come una voce, come ombra e luce insieme.

Abstract: Rachele Bastreghi tears apart the veil of feminine identity by releasing Psychodonna (2021), a manifesto of rebellion and rewriting that turns women into a pulsating, autonomous, and elusive subject. Her solo career is conceived as a rite of passage, where the body becomes a battlefield, and the sound has the ability to shape things relying on a language that combines crisis and revolution. Psychodonna is not just an album, but a fracture in the representation of the feminine spectrum: it is a voice that breaks and reassembles, a rhythm that accelerates and halts, a map that leads beyond the boundaries imposed by history and culture. In her poetics, Luce Irigaray’s studies intertwine with Jean-Luc Nancy’s philosophy. The woman portrayed by Bastreghi is no longer a reflection of the man, but a plural, elusive entity that redefines itself through desire, fear, ruin, and rebirth. Her Penelope does not wait; she travels. Her song, Fatelo con me, doesn’t come from a place of seduction, but interacts with the listener’ skin by metaphorically burning it. Amid hypnotic synths, emotional distortions, and words whispered as if they were mystical spells, Psychodonna is a sonic and conceptual revolution, a wild exploration of what it means to be a woman, to be seen as a body, as a voice voice, as a shadow and as a light altogether.

Psychodonna: il ritmo della crisi, il corpo del divenire

«Cado con la faccia all’ingiù»[1] (v. II.7) rappresenta la prima presa di posizione di Rachele Bastreghi: non solo gesto fisico, ma atto morale. Con questa immagine l’autrice costruisce una figura che non si offre immediatamente come donna, bensì come corpo fragile e abbandonato, pronto però a farsi strumento di metamorfosi; la caduta stessa diventa il dispositivo che rende possibile il processo trasformativo. La voce di Bastreghi prende respiro per poi infliggere una ferita, muovendosi tra corpo e psiche, tessendo una narrazione in cui il femminile smette di essere riflesso dell’altro e diventa spazio di indagine e luogo di autonomia. Alla tradizionale associazione del femminile con i concetti di attesa, custodia, assenza Bastreghi oppone una figura che non contiene il senso: lo produce. La frattura che attraversa questa immagine mostra come il femminile possa svincolarsi dall’essere mero contenitore e farsi artefice della propria riscrittura: non è in discussione se questo avvenga, ma come prenda forma, attraverso una pratica sonora e corporea capace di rielaborare i codici dell’identità.

Rachele Bastreghi è una musicista polistrumentista, cantante e autrice italiana, nota soprattutto per il suo ruolo nei Baustelle. La sua identità artistica, tuttavia, non si esaurisce nel progetto collettivo: nel suo percorso da solista, Bastreghi esplora un universo più intimo e viscerale, in cui la voce femminile si fa veicolo di una narrazione interiore complessa, carica di tensione emotiva e ricerca identitaria. Il suo EP Marie (2015) e l’album Psychodonna (2021) rappresentano le due tappe fondamentali di questo percorso, mettendo in discussione gli archetipi del femminile. Psychodonna evoca un disequilibrio, un’alterazione rispetto alla forma prestabilita da dettami precedentemente imposti: infatti, non si parla di una figura statica, ma è una pulsazione, una tensione continua fra il corpo e la mente, tra la memoria e il ritmo, tra l’identità e la sua dissoluzione.

In questa dimensione di voluto spaesamento e di contrapposizione al concetto canonico di resistenza, la “psychodonna” trova la propria modalità di espressione: non una voce monolitica, ma una pluralità di voci che si intrecciano in un coro, rifiutando la linearità della storia per riscriversi nel presente. Il titolo stesso suggerisce una frattura rispetto all’idea convenzionale della donna rassicurante: la “psychodonna” è un soggetto che scompone luce e ombra, mescola ragione e istinto, trattiene il respiro e si abbandona alla paura, tracciando un percorso di continua ridefinizione. Dunque, partendo da questo presupposto, la poetica di Bastreghi si intreccia con le riflessioni di Luce Irigaray: se il femminile è stato a lungo costruito come riflesso del maschile, nei suoi brani diventa un’entità autonoma, che trova nella voce e nel corpo il proprio centro di gravità.

Si prenda in considerazione quanto afferma Irigaray: «il femminile diventa ciò che si decifra come inter-detto: nei segni o tra di essi, tra significati realizzati, tra le righe»[2]. In Psychodonna questa logica si fa tecnica: pause, sospensioni, sussurri, rientri aprono spazi di senso non fondati su un centro stabile ma su una relazione in atto. Facendo riferimento a un luogo preciso, il senso affidato all’indagine viene volutamente messo in crisi poiché, nel caso di Bastreghi, quanto detto fra le parole altera semanticamente il senso e il valore attribuito al segno. Nei brani di Psychodonna, infatti, più che di segni, si può parlare di segnali, ossia di elementi corporei che scompaginano le fattezze dell’identità presentata, che passa dall’“io” al “lei” senza soffermarsi nelle prossimità del “tu”. Per questo motivo, il movimento messo in atto è quello di una rappresentazione che è, allo stesso tempo, anche ri-presentazione, un’oscillazione enunciativa che evita la fissazione del soggetto. L’autonomia della donna, il suo definirsi al di là delle attese imposte, è un nodo che si avviluppa e si scioglie in un dramma che si consuma tra il riflesso e la realtà. La “psychodonna” si muove nella confusione, danzando sul crinale tra l’opposizione e l’autoaffermazione: è la figura che ricerca un proprio centro, un approdo che non sia mera replica di un’attesa già scritta.

La donna-Bastreghi si presenta prima all’ascoltatore per poi fare la conoscenza di sé, in un processo di ricostruzione che ha come matrice «un po’ di fango invadente» (outro, v. 5). Non è una donna la cui traiettoria segue un moto centrifugo ma, tendendo verso il basso, vi si scontra; volutamente coperta di lividi, tende verso una dimensione che, per quanto posta al di sopra, continua a essere macchiata di terra. Le immagini ricorrenti – fango, foresta, ferite – non sono ornamenti, ma indicano materialità e attrito. Il corpo è la superficie di scrittura che si sporca, resiste e registra. Da questo è data l’autonomia: non come separazione astratta ma come pratica incarnata.

Questa creazione al contrario, che cede in ogni punto poiché sostenuta da un fango non plasmato e plasmabile, si organizza attorno a un lessico emotivo che mappa gli stati di passaggio della “psychodonna”, dal rischio alla cura, dalla perdita al riassetto:

(Follia)

(Respiro)

(Paura)

(Amore)

(Stupore)

(Autodistruzione)[3] (outro, vv. 1-6)

Questi elementi delineano la nascita di una soggettività «nella confusione», che in Penelope prende voce attraverso Bastreghi e Silvia Calderoni, indicando la consapevolezza di un’origine complessa che la “psychodonna” accoglie per riscriversi. Il prefisso “psycho” evoca l’idea di squilibrio, di alterazione, di una soggettività in crisi, ma anche di una psiche in espansione, che travalica i limiti imposti per ricostruirsi. In questo senso, non è solo una figura di transizione, ma uno spazio di sperimentazione identitaria, un luogo in cui il femminile è un divenire costante, una nuova postura che supera la dicotomia tra corpo e mente, tra emozione e razionalità.

Bastreghi canta nella title track[4]:

La rivoluzione,

è necessario svegliarsi,

è necessario il cuore,

la rivoluzione (outro, vv. 6-9)

La ripetizione insistente sembra costruire una sorta di decalogo dell’azione con un effetto incantatorio e quasi mantrico, un grido ossessivo che richiama il bisogno di un risveglio interiore e collettivo. La rivoluzione è la forma che l’album dà alla soggettivazione: riscrivere lo spazio attraverso il corpo e la voce. Il respiro, la paura, il muoversi nello spazio diventano strumenti di autoaffermazione e, se il corpo è il confine, allora è anche il campo di battaglia in cui si svolge il dramma dell’autonomia. Qui entra in gioco un altro elemento chiave: la trasformazione del corpo in un ulteriore spazio, non più delimitato, ma aperto che, nella “psychodonna”, diventa superficie di iscrizione che, tra dimensione terrena ed entropia, segna la sua emancipazione.

Nella costruzione binaria del mondo, le dicotomie si impongono come verità, ma la “psychodonna” si muove oltre, spogliando sé stessa e quello che la circonda di ogni rigidità. Il conflitto non è necessariamente opposizione: si tratta di una tensione dialettica, di un’oscillazione continua tra due forze; il contrasto, infatti, implica una lotta tra due poli inconciliabili, mentre l’opposizione suggerisce una necessità reciproca. La donna nuova, emersa dalla confusione, non si definisce per contrasto con l’uomo o per negazione dell’altro, ma attraverso una ridefinizione dei parametri: la sua autonomia non nasce da una separazione, ma da una trasformazione del senso stesso dell’identità. Bastreghi proietta un’immagine di donna che è schermo di sé, senza essere speculare, mostrando la profondità della frattura e, dunque, la posizione degli interstizi che la donna stessa mette in crisi. Quest’ultima ragiona sul suo essere follia, chiamando in causa un corpo che è un ulteriore spazio in contrasto con sé stesso e ciò che lo circonda, generando una forma di dinamismo terreno. Si tratta, così, di un corpo che rivendica la propria appartenenza alla terra, dunque al fango, assumendo su di sé la complessità insita nella ribellione alla base del processo di creazione della donna che, una volta emersa dalla «foresta» (v. 1), abbraccia «la guerra» (v. 6), immagine di un moto entropico, il cui perno può solo essere Lei[5].

Oltre l’Io: Disgregazione, Alterità e Riscrittura dell’Essere

Jean-Luc Nancy, in Essere singolare plurale, demolisce l’idea di una soggettività compatta e autonoma, mostrando come ogni esistenza sia necessariamente una co-esistenza, esposizione all’altro e al mondo. Questa prospettiva illumina la donna cantata da Bastreghi: una soggettività che si ridefinisce attraverso il contatto con ciò che la attraversa – relazioni, tempo, materia sonora, ritmo. Nancy afferma che «il senso comincia là dove la presenza non è una pura presenza, ma si disgiunge per essere essa stessa in quanto tale»[6], e il femminile, in Psychodonna, viene riscritto proprio in questa frattura: sottraendosi alle categorie fisse, non cade nel nulla ma apre molteplici possibilità. Il filosofo sottolinea, inoltre, che «l’alterità dell’altro è la sua contiguità d’origine con l’origine “propria”: tu sei assolutamente estraneo perché il mondo comincia a sua volta da te»[7]. E questo cruciale concetto di alterità si innesta perfettamente nella poetica di Bastreghi: la “psychodonna” è, in fondo, una figura che esiste proprio nella tensione tra il riconoscersi e il perdersi, tra l’essere sé e l’essere altro. Non a caso, le atmosfere che attraversano l’album evocano perdita e spaesamento come luoghi di trasformazione. Il senso di disgregazione non è mai fine a sé stesso, ma rappresenta il punto in cui il soggetto femminile si fa permeabile, attraversato dalle proprie crisi e dai propri mutamenti.

Lei, era sveglia, aspettava il sole

Per poi sparire

Lei, quattro mura di luna e corde

Per poi viaggiare (vv. 1-4)

La terza persona produce uno scarto che mantiene aperta l’identità, un io che, verso dopo verso, scavalca e supera lo spazio precedentemente acquisito, facendolo diventare contemporaneamente altro e l’altro. Si tratta di un’alternanza significativa nella poetica della cantautrice che, consapevole di dover perdere l’equilibrio, riempie di nuovo senso il concetto di limen: il brano, infatti, fa della soglia un luogo in cui l’io si misura con l’alterità senza stabilizzarsi. La donna di Bastreghi non agisce su un campo unicamente fisico, respingendo la possibilità di sentirsi vincolata, ma si proietta in una dimensione in cui il conflitto con sé stessa è ricongiungimento con l’elemento del “lei”. Non si fa riferimento a una figura che parla di sé stessa in terza persona, ma di un’altra figura che racconta del terzo elemento di cui fa esperienza e che le appartiene, ma che non può accogliere in definitiva, perché ciò interromperebbe il dinamismo alla base del processo conoscitivo.

Lei è un brano che si sviluppa tra poli opposti, «sta bene e male» (v. 1 del ritornello), suggerendo l’incarnazione simultanea di uno stato positivo e negativo, quasi a rappresentare la coesistenza di bene e male in un’unica entità. Da un lato, Lei «non sa mentire» (v. 2 del ritornello), qualità che la caratterizza come brutalmente sincera, forse persino incapace di indossare delle maschere che non si adattano ai lineamenti di un volto mai descritto; dall’altro, però, nei suoi sogni cerca rifugio e «nei sogni muore» (v. 6 del ritornello), facendo emergere il bisogno di illudersi, inteso come ulteriore processo di creazione: «un’altra notte, ancora un’altra per illudersi / che tutto passi e tutto poi lo si dimentichi» (outro, vv. 3-4).

La contrapposizione tra verità nuda e illusione consolatoria ha radici filosofiche antiche: si pensi, infatti, al mito della caverna di Platone, dove le ombre illusorie sono preferite alla luce accecante della verità; o, ancora, Nietzsche[8] ha affermato che molte delle nostre verità non sono altro che illusioni collettive di cui abbiamo dimenticato l’origine illusoria. Non a caso, «Lei nei sogni muore»: l’illusione non la libera davvero, anzi produce una sorta di morte interiore o perdita di sé.

La donna cantata protende nell’oscurità le sue «due grandi antenne» (primo bridge, v. 1), forse cercando una risposta dall’esterno, un significato, un “logos dell’assurdo”; ed è una ricerca «senza età» (primo bridge, v. 1), che trascende il tempo: le antenne «ruotano, si fermano» (secondo bridge v. 2) e «si perdono» (secondo bridge, v. 5), ed è un «gioco atroce» (primo bridge, v. 3), perché la posta in gioco è il senso di sé. L’astronave e il gelo dello spazio figurano la perdita di coordinate: uscire dal conosciuto espone al vuoto, ma proprio lì l’identità si riconfigura. Di fronte alle «quattro mura» (v. 3) e alle corde, Lei sceglie di partire verso uno spazio aperto, non del tutto ignoto perché già permeato dalla sua volontà di scoperta; infatti, lo spaesamento rappresenta la condizione prima per la nuova relazione. Lo stesso spazio vuoto, «nel cuore di Marte» (v. II.1), nel deserto di Marte, lo ritroviamo in Come Harry Stanton[9], dove il rimando a Harry Dean Stanton sembra evocare, in particolare, il suo ruolo nel film Paris, Texas (1984) di Wim Wenders.

In Paris, Texas, Stanton interpreta Travis, un uomo che all’inizio della storia vaga muto nel deserto, dopo essere scomparso per quattro anni. L’uomo appare in completo silenzio, camminando senza meta sotto il sole, incarnazione vivente della solitudine e dello smarrimento; gradualmente, nel corso del film, recupera la parola e cerca di riconnettersi con il figlio piccolo e con la moglie, affrontando i suoi demoni interiori. La figura di Stanton/Travis (ripresa della donna-Bastreghi) nel deserto costituisce un forte simbolo visivo della condizione descritta: è l’uomo che ha toccato il fondo della solitudine e dell’alienazione, e che deve provare a ritessere un filo di connessione umana. Qui, come nel testo, il cammino nel deserto è tempo di silenzio che precede il ritorno alla parola e alla relazione. Entrambe le immagini traducono, in chiave visiva, l’idea nancyana di un soggetto che ritrova senso solo attraversando lo spaesamento.

La storia di Travis è una parabola di perdita e (un tentativo di) riconciliazione, e presenta molti elementi utili alla nostra analisi: la ciclicità (Travis ripercorre i luoghi del passato per farci i conti, come in un ritorno), il silenzio iniziale contrapposto alla necessità finale di comunicare; la solitudine estrema, seguita dal desiderio di ri-connettersi con l’altro. L’immagine di Travis che cammina senza meta nel deserto texano, accompagnato dalla chitarra struggente di Ry Cooder, è entrata nell’immaginario collettivo come emblema della disperata ricerca di sé: Stanton/Travis, in quella scena, è l’uomo che ha perso tutto – innanzitutto il linguaggio – e che si trova in un luogo indecifrabile. Associandosi a Harry Stanton, Bastreghi carica di significato quella condizione: non è soltanto essere soli, è essere soli come il protagonista di Paris, Texas, con un peso di rimorso, di ricordi e di ricerca di redenzione.

Il deserto ‒ esplicito o evocato ‒ è, nel testo di Lei e in Come Harry Stanton, lo spazio in cui l’io si svuota per farsi relazione: non è solo un luogo fisico, ma anche una condizione interiore di esposizione radicale. In questo cammino senza specchi, la protagonista non si riflette, si spoglia delle costruzioni dell’io ordinario, ed è qui che l’incontro con l’Altro diventa possibile perché non c’è più un soggetto chiuso, ma un’apertura e, nel deserto, Lei attraversa la soglia dell’io e diventa un “singolare plurale”.

La “psychodonna” di Bastreghi, dunque, incarna pienamente l’idea di essere singolarmente plurali di Nancy: non è una figura unica e definita, ma una molteplicità in divenire, un’esplorazione continua delle possibilità dell’umano. La sua crisi non è una perdita, ma una trasformazione; il suo ritmo non è una struttura fissa, ma una pulsazione che si espande nello spazio e nel tempo, facendo dell’intero album un esperimento filosofico e narrativo, un territorio in cui la donna cessa di essere un’immagine riflessa per farsi soggetto generativo di senso[10].

Il corpo elettronico e la pulsazione organica

La musicalità di Psychodonna non è un semplice supporto ai testi, ma un linguaggio parallelo che amplifica il senso della crisi e della trasformazione insita in questa figura. Se la narrazione testuale lavora sulla scomposizione della soggettività femminile, la componente sonora incarna il movimento interiore, oscillando fra strutture ordinate e fratture improvvise, tra suoni analogici e stratificazioni elettroniche. E, se è vero che «il potere di scendere eis tò entòs tes psychès è quanto la musica ha da portare in dote per le nozze con la parola»[11], possiamo dedurre che uno degli elementi più distintivi dell’album sia l’uso estensivo dei sintetizzatori. Questi ultimi creano un ambiente sonoro rarefatto e avvolgente, segnato da un’alternanza tra momenti di estasi mistica e linee più scure e ipnotiche, costituendo un’architettura sonora in cui la voce di Bastreghi si muove sia fondendosi con l’elettronica sia imponendosi come una presenza irregolare, quasi straniante.

Anche dal punto di vista ritmico, Psychodonna non segue una linearità tradizionale, ma sperimenta con pattern che alternano momenti di pulsazione incalzante a pause dilatate. Il ritmo, spesso scandito da batterie elettroniche dal sapore vintage, contribuisce a dare all’album un senso di movimento continuo, tramutando ogni traccia in un segmento di un viaggio interiore, in cui il corpo e la voce della “psychodonna” si generano dal loro spazio. La scelta delle linee di basso è significativa: spesso profonde e quasi ossessive, creano un ancoraggio sensoriale che contrasta con la leggerezza delle melodie vocali e dei synth. Questo gioco di tensioni, tra elementi pesanti e impalpabili, rispecchia la natura ambivalente della “psychodonna”, facendo emergere quella che per Bastreghi è la sua «caratteristica naturale, il tradurre in musica i suoi aspetti diversi e antitetici»[12].

Ulteriore elemento è la voce della cantautrice, trattata come un elemento sonoro flessibile. Burns[13] evidenzia come le scelte vocali servano a enfatizzare le tensioni, con un’alternanza di registri in grado di costruire una narrazione sonora, proprio come fa Bastreghi: in alcune tracce la sua voce è calda e avvolgente, quasi sussurrata; in altre si muove in un fraseggio quasi parlato; in altre ancora si fa più ruvida, frammentata, riverberata, collocata in uno spazio sonoro ampio e disperso, come se risuonasse in una stanza vuota o cercasse di oltrepassare i confini della propria identità.

Tra le scelte più significative all’interno di Psychodonna, la reinterpretazione di Fatelo con me rappresenta un nodo cruciale nella narrazione musicale e concettuale dell’album. Originariamente incisa da Anna Oxa nel 1978 e scritta da Ivano Fossati, si inserisce nella prima stagione artistica di Oxa, segnata dal tentativo di coniugare la canzone leggera con una postura performativa inedita. L’allusività del testo e l’interpretazione, volutamente spiazzante, la proiettavano fuori dai registri più consueti della musica pop italiana.

Poco dopo il debutto al festival di Sanremo del 1978, Oxa anticipa il suo album di esordio, Oxanna, proprio con il singolo Fatelo con me. Quando Oxa si presenta al varietà Rai, Stryx, nel 1978, con Fatelo con me[14], l’impatto visivo e sonoro non è unicamente legato alla sua performance, ma soprattutto alla sua volontà di presentarsi in modo dirompente sul palco[15]: con look androgino e punk creato per lei da Ivan Cattaneo, un atteggiamento opposto rispetto agli stereotipi della classica interprete di musica leggera, e un tubo della doccia come microfono. Il brano stesso si inserisce in questa operazione di sovversione poiché il testo è ambiguo, evocativo, sensuale, e lascia spazio a molteplici interpretazioni. Il suo messaggio ribalta drasticamente il concetto di desiderio, convenzionalmente concepito, spostando l’attenzione sulla libertà sessuale femminile, con versi che suggeriscono un abbandono consapevole all’esperienza sensuale, senza inibizioni o costrizioni morali.

Nel riprendere Fatelo con me, l’intento di Rachele Bastreghi è quello di rielaborare la poetica, anche visiva, di Oxa e l’estetica sonora, adattandola alla narrazione della donna che attraversa tutto il suo album. Se la versione originale era caratterizzata da una vocalità e un arrangiamento che puntavano sulla provocazione, quella di Bastreghi è più oscura, rarefatta, quasi ipnotica. Infatti, l’intera struttura sonora viene ridefinita attraverso l’uso di sintetizzatori dalle sonorità atmosferiche (pad e texture ambient), che creano un senso di sospensione e ambiguità. Il recupero del brano non è, quindi, un semplice omaggio, ma una riscrittura generazionale della ribellione femminile, che passa dal corpo esibito alla soggettività in crisi. Se Oxa, nel 1978, dichiarava la propria indipendenza con la pura rivendicazione, la “psychodonna” di Bastreghi la cerca fra le pieghe della propria inquietudine, nel ritmo che oscilla tra rigenerazione e dissolvimento.

All’interno di questo movimento, la “psychodonna” sfugge anche alle categorizzazioni ideologiche: non è una figura femminista in senso stretto, ma nemmeno post-femminista; non si definisce attraverso l’enunciazione di un’appartenenza politica, ma tramite il suo stesso divenire. Così, si innesta la riflessione sulla a-moralità: la “psychodonna” non è immorale nel senso tradizionale del termine (non è una figura trasgressiva in opposizione a un codice morale prestabilito), ma è a-morale perché sta costruendo un nuovo ordine di senso, un nuovo modo di abitare il proprio essere donna. Si tratta di una figura di rigenerazione e resistenza, non come lotta frontale contro il patriarcato: è un’esistenza ostinata, una presenza che si fa largo tra le rovine delle vecchie narrazioni per costruirne di nuove[16].

Penelope: chi è l’approdo?

Nella tradizione occidentale, Penelope è il simbolo della stabilità, della fedeltà e dell’attesa. La sua figura è stata, spesso, sovrapposta all’immagine della donna che resta, della madre, della moglie devota, della casa che non muta mentre il tempo scorre al di là delle mura. Se Ulisse è il viaggiatore, l’errante, l’eroe che attraversa il mare e affronta le prove, Penelope è il punto fermo, il porto sicuro, l’approdo. Eppure, se proviamo a scomporre il mito, attraversandolo senza le lenti di un immaginario statico, ci accorgiamo che Penelope non è solo l’approdo, ma il suo ruolo è più ambiguo, poiché l’attesa non è mera passività: è un movimento silenzioso, una forma di resistenza. Si potrebbe allora rovesciare la prospettiva: non più Ulisse viaggiatore e Penelope approdo, ma Ulisse come ritorno e Penelope come avventuriera, facendo del viaggio una prerogativa inscritta nel suo sguardo e nel suo corpo. Questa rilettura ci porta a interrogare il rapporto fra stasi e movimento, tra fedeltà e trasformazione, tra mito e autonomia, spingendo a domandarci chi dei due sia davvero l’approdo.

L’immaginario di Penelope come incarnazione della passività si sgretola, se si considerano attentamente le sue azioni quali la tessitura e lo sfilare della tela, la gestione della casa, il confronto con i Proci: tutto nel suo comportamento è azione, strategia, rigenerazione.  Si consideri quanto afferma Luce Irigaray in Essere due:

Spaventevole è il mare, ma l’uomo più terribile ancora. L’uomo lascia la terraferma, il suolo, la dimora, il familiare rassicurante, per avventurarsi in mare, e non in un mare pacato, ma in un mare tempestoso, un abisso senza fondo. Questo abisso gli resta esteriore, estraneo a quello dell’interiorità[17].

Se il viaggio di Ulisse è un’avventura verso un abisso esteriore, quello di Penelope è un viaggio interiore, una negoziazione costante fra tempo e identità, facendo di lei una presenza che si fonde con il viaggio dell’uomo. È un movimento silenzioso che accompagna il movimento dell’altro. Il vento e il mare – elementi tradizionalmente associati all’odissea maschile – appartengono anche a lei.

E, allora, a chi è affidata la staticità e a chi il dinamismo? Se Ulisse attraversa il mare e affronta prove, dando forma all’identità dell’eroe, Penelope, nella voce di Bastreghi, attraversa la soglia del tempo, mantenendo aperta la possibilità del ritorno senza mai annullare sé stessa. La sua figura si inserisce in una dinamica di movimento, fino a sfiorare una soglia esplosiva di riconfigurazione: l’attesa di Penelope non è inerzia, ma resistenza attiva, un processo che si rigenera nel ritmo scandito dalla tela, nel gesto di tessere e disfare, nella parola dosata con precisione.

Il personaggio mitologico, come nota Battaglia, costituisce un’entità in perenne trasformazione, il cui significato si ridefinisce attraverso i mutamenti storici, culturali e letterari. Lo studioso, infatti, nella Prefazione a Mitografia del personaggio, evidenzia come l’evoluzione del personaggio sia il risultato di un processo dialettico tra espansività e introversione, tra autoaffermazione e necessità di celarsi dietro maschere ideologiche e psicologiche[18]. Tale metamorfosi riflette la tensione dell’essere umano verso una costruzione identitaria che, tuttavia, si manifesta come un’incessante ridefinizione di sé, attraverso ruoli sempre nuovi. Penelope, letta sotto questa luce, non è più figura statica ma figura strategica, pronta a ridefinirsi. Infatti, nella sua reinterpretazione contemporanea, come emerge nella produzione artistica di Rachele Bastreghi, Penelope diviene il simbolo di una femminilità inquieta e consapevole, che rifiuta l’immobilità imposta dal mito e rivendica la propria soggettività. Questa tensione trova eco nei versi:

Lo stratagemma che inganna il cuore

Dura ogni notte e il giorno muore

Lei crede al sole e io nella confusione (vv. 1-3 del ritornello)

Così, lo stratagemma che inganna il cuore diventa affermazione di una soggettività espressa e non più evocata, dove la “lei” della canzone si iscrive in un dispositivo di alterità che trascende l’individualità, per confluire in una dimensione archetipica in cui il pronome personale non è più un soggetto determinato, ma si fa topos mitopoietico. Questo “lei” si rispecchia in quello di Penelope,  sovrapponendo narrazione e autorappresentazione. Attraverso questo rispecchiamento, lei si costituisce come alterità interiorizzata, luogo in cui mito, voce e soggettività si intrecciano in un gioco di specchi che dissolve i confini tra l’autore, il personaggio e il simbolo[19].

 

  1. Per il testo della canzone Poi mi tiro su di Bastreghi cfr. Rockol all’URL: https://testicanzoni.rockol.it/testi/rachele-bastreghi-poi-mi-tiro-su-213951876 (ultima consultazione di tutti i link citati: 3 marzo 2025).
  2. L. Irigaray, Speculum, Milano, Feltrinelli, 2017, p. 17.
  3. Per il testo della canzone Penelope di Bastreghi cfr. Rockol all’URL: https://testicanzoni.rockol.it/testi/rachele-bastreghi-feat-silvia-calderoni-penelope-212968445.
  4. Per il testo della canzone Psychodonna di Bastreghi cfr. Rockol all’URL: https://testicanzoni.rockol.it/testi/rachele-bastreghi-psychodonna-213951882.
  5. Seconda traccia dell’album Psychodonna di Bastreghi; per il testo della canzone cfr. Rockol all’URL: https://testicanzoni.rockol.it/testi/rachele-bastreghi-lei-213951877. L’autrice di questo paragrafo è Carmen Lega.
  6. J. L. Nancy, Essere singolare plurale, Torino, Einaudi, 2012, p. 48.
  7. Ivi, p. 56.
  8. F. Nietzsche, Su verità e menzogna in senso extramorale, Milano, Adelphi, 2015, p. 20.
  9. Per il testo della canzone Come Harry Stanton di Bastreghi cfr. Angolotesti all’URL: https://www.angolotesti.it/R/testi_canzoni_rachele_bastreghi_149172/testo_canzone_come_harry_stanton_2548731.html.
  10. L’autrice di questo paragrafo è Carmen Lega.
  11. S. Lenzi, Per il verso giusto. Piccola anatomia della canzone, Venezia, Marsilio, 2017, p. 48.
  12. Redazione Romaeuropa, Newsletter in Cinque Atti ‒ 2. PsychoDonna, in «Romaeuropa.net», senza data: https://romaeuropa.net/mailig-sp/newsletter-in-cinque-atti-2-psychodonna/.
  13. L. Burns, M. Lafrance, Disruptive Divas: Feminism, Identity, and Popular Music, New York, Routledge, 2002, pp. 122-23.
  14. L’esibizione di Anna Oxa con Fatelo con me a Stryx (1978) è visibile al seguente link: YouTube, “Anna Oxa – Fatelo con me (Stryx 1978)”, https://www.youtube.com/watch?v=achtLU4DUEg&t=8s.
  15. Sottocornola parla di uno studio e di una trasformazione dell’immagine intrinsecamente legati alla dimensione visuale della comunicazione. Cfr. C. Sottocornola, Saggi Pop, Milano, Marna, 2018, p. 49.
  16. L’autrice di questo paragrafo è Carmen Lega.
  17. L. Irigaray, Essere due, Torino, Bollati Boringhieri, 1994, p. 80.
  18. S. Battaglia, Mitografia del personaggio, Napoli, Liguori, 1991, pp. 3-5.
  19. L’autrice di questo paragrafo è Annachiara Monaco.

(fasc. 56-57, 15 settembre 2025)

Quando Laura Betti ha cantato le poesie per musica di Pier Paolo Pasolini

Author di Spiros Koutrakis

Abstract: Laura Betti, l’emblematica attrice e cantante del secondo Novecento italiano, ha vissuto una vita caratterizzata da una forte interazione con Pier Paolo Pasolini. Parte importante della loro sinergia sono state le canzoni che il poeta aveva scritto apposta per lei in occasione del recital intitolato “Giro a vuoto”, che ha debuttato a Milano nel 1960: composizioni poetiche di altissima qualità in cui Pasolini ha voluto mettere in rilievo la voce e la presenza scenica magnetica di Laura Betti.

Abstract: Laura Betti, the emblematic Italian actress and singer of the second half of the twentieth century, lived a life determined by her interaction with Pier Paolo Pasolini. A very characteristic moment of their synergy were the songs that the poet had written especially for her on the occasion of the recital entitled “Giro a vuoto” which debuted in Milan in 1960. Poetic compositions endowed with a very high quality and those particular characteristics that Pasolini wanted to highlight by taking advantage of such a strong voice and presence, as were those of Laura Betti.

«Nacque ad un certo punto e comunque, sia chiaro, nacque e visse al di fuori della storia»: con queste parole Laura Betti, scomparsa nel 2004, introduce il suo autoritratto ironico e umoristico nel sito della Cineteca di Bologna[1].

Laura Betti, nome d’arte di Laura Trombetti, è stata un’emblematica attrice e cantante particolarmente significativa della cultura italiana della seconda metà del secolo XX, il cui percorso di vita è stato pienamente determinato dalla sua interazione con Pier Paolo Pasolini. Fabio Mauri, un amico di Pasolini, gliel’ha introdotta nel 1957, periodo in cui lei «faceva l’attrice e la cantante ma anche la scrittrice e la regista; lei sarebbe rimasta incantata da Pasolini sin dal primo momento e si sarebbero legati con una perenne amicizia»[2]. Dario Pontuale la descrive perfettamente nel capitolo del suo libro dedicato a lei:

la ‘giaguara’ come viene chiamata, o ‘Madame’ come preferisce definirsi […] è una primadonna autoritaria, gelosa, collerica, chiassosa, ma sensibile e attenta, sostiene il ‘suo uomo’ pure nel corso delle crisi più acute, subendo perfino una brutale aggressione. Pasolini contraccambia tanto attaccamento con affetto, restandole pazientemente fedele, assecondandola, lasciandosi gentilmente accudire; insieme a lei non sente il peso di una sessualità travagliata[3].

Dell’aggressività della Betti si occupa anche Enzo Siciliano nella biografia di Pasolini più completa scritta, sostenendo che «per converso, l’aggressività di lui, il suo fulmineo ribattere alle polemiche che gli si scatenavano attorno, coinvolgeva lei: e fu questo, all’inizio un gioco, che la spinse, nel lampo di un flash, a prenderlo sottobraccio e a dire, come una sfida, ma una sfida meditata anzitutto contro sé stessa, a dire in pubblico, ripeto: “È mio marito”»[4].

Riflessioni analoghe sono anche quelle di Emanuele Trevi, il quale si sofferma particolarmente su quella fase della vita di Pasolini in cui aveva un ruolo da protagonista Maria Callas e che è stato anche segnato dalla coesistenza forzata di quest’ultima con Laura Betti. Quell’interesse reciproco tra Pier Paolo e Maria avrebbe fatto nascere in Betti dei sentimenti di una gelosia infernale per il fatto che, «pur non essendo mai stata in trono, si era sentita detronizzata»[5].

Insomma, il rapporto fra Pier Paolo Pasolini e Laura Betti non riguardava in modo esclusivo l’ambito professionale, ma gradualmente ha acquisito delle caratteristiche più complicate, visto che lei «nutrì un amore devastante per Pasolini che plasmò la sua sorte», come si legge in un articolo di «La Repubblica» del 24 febbraio 2012[6]. Ma pure lo stesso Pasolini, in una sua lettera a Jean-Luc Godard dell’ottobre del 1967, ha usato due volte il termine «la mia moglie non carnale»[7] per riferirsi a lei.

Anche Renzo Paris, che aveva conosciuto Laura Betti nel 1975 «prima dei funerali di quello che chiamava “marito”»[8], offre una descrizione molto esplicita del suo universo sentimentale: era generosa e materna con Pasolini, e lo aveva curato come se fosse suo figlio, era una grande attrice che si infuriava spesso e senza motivo ma riusciva a essere perdonata.

La stessa Betti, in un’intervista concessa al settimanale «Panorama» due anni dopo la scomparsa di Pasolini, non si risparmia nel descrivere con vivacità il loro rapporto affettivo: fa parola della disubbidienza che era una delle poche cose che avevano in comune; del compito che lei aveva assunto nel loro rapporto, quello di farlo ridere, perché Pasolini non sapeva ridere, e conclude sottolineando il fatto che formavano una coppia insolita[9]. Allo stesso modo, in un’altra intervista rilasciata nel 1994 a Marianna Polychroniadou per una rivista greca, in occasione della sua presenza in Grecia per una serie di spettacoli programmati ad Atene e Salonicco, riferendosi a Pasolini afferma che si trattava dell’unica persona che aveva avuto e avrebbe continuato ad avere un valore nella sua vita[10]. Ma anche Pasolini, da parte sua, aveva mantenuto fede a quel rapporto in modo appassionato fino alla fine della sua vita, nonostante le varie fasi di intolleranza reciproca. Da segnalare, inoltre, che la Betti è stata l’oggetto anche di una decina di opere figurative (pitture a colori e disegni in bianco e nero) di Pasolini, create nel 1967[11].

Il 2 novembre 1975 avrebbe segnato in modo decisivo l’esistenza di Laura Betti, che da quel momento in poi avrebbe dedicato la sua vita esclusivamente al suo “marito”. Uno dei suoi primi compiti è stata la cura e l’edizione nel 1976 del libro Pasolini: cronaca giudiziaria, persecuzione, morte, perché ha deciso «di non accettare, di disobbedire, di dare scandalo; di denunciare cosa può accadere ad un uomo pulito “in un paese orribilmente sporco”. E cominciai a raccogliere tutte le condanne a morte che gli erano state decretate…»[12].

Contemporaneamente si è dedicata all’istituzione di un fondo che ha l’obiettivo della diffusione del pensiero e dello spirito pasoliniani. Così, nel 1979 è riuscita a fondare il Fondo Pier Paolo Pasolini che nel 1983, dopo essersi costituito in Associazione, è diventato autonomo; Laura Betti lo ha presieduto per venti anni, fino alla sua morte, mentre nel novembre 2003 l’intero archivio è stato donato alla Cineteca di Bologna, dove è stato istituito il Centro Studi-Archivio Pier Paolo Pasolini con l’obiettivo di costituire «un centro di documentazione internazionale sull’opera letteraria, cinematografica e teatrale del poeta-regista»[13].

Il loro rapporto artistico è stato segnato dalla partecipazione di Laura Betti a molti film pasoliniani, nei quali ha recitato e ha cantato le canzoni che Pasolini, su sua richiesta, aveva scritto per il suo spettacolo messo in scena nel 1960 e intitolato Giro a vuoto, un titolo a cui Stefano Nobile riconosce una certa ironia e autoironia riguardanti «lo snobismo intellettualistico che caratterizzava almeno in parte l’ambiente frequentato con sentimenti ondivaghi dalla stessa Betti»[14]. Pasolini è stato uno degli scrittori a cui la Betti aveva richiesto testi per lo spettacolo, come Giorgio Bassani, Alberto Moravia e Dino Buzzati; secondo quanto testimonia Siciliano, lei «pretendeva testi da Penna, ma anche da Ercole Patti, da Fabio Mauri e Sandro de Feo. […] Seduta al pianoforte […] provava i testi che le venivano offerti, esigeva correzioni, ne nascevano bufere, rinfacci»[15].

Il contributo di Pasolini consiste nelle quattro canzoni che ha scritto in romanesco, Valzer della toppa, Macrì Teresa detta Pazzia, Cristo al Mandrione e la Ballata del suicidio; il recital ha debuttato nel 1960 a Milano al Teatro Gerolamo, riscuotendo un forte interesse da parte del pubblico. Nella seconda edizione del 1962, è stata aggiunta una quinta canzone intitolata Marylin, dopo la morte della Monroe avvenuta il 4 agosto dello stesso anno, perché Pasolini ha voluto scrivere «una canzone per la Betti dedicata all’icona di Marylin»[16] i cui versi, con sottili modifiche e qualche spostamento, si possono ascoltare anche nel film La rabbia[17] dalla voce di Giorgio Bassani. Di seguito, le stesse canzoni sono state inserite nell’opera monografica Laura Betti presenta Omaggio a Kurt Weill e Giro a vuoto n. 3[18]. Questi versi pasoliniani sono stati riuniti nella sezione “Poesie per musica” delle Raccolte minori e inedite secondo la divisione effettuata dall’edizione del volume Pasolini. Tutte le poesie, che offre anche un numero notevole di composizioni del poeta rimaste fino a quel momento fuori da pubblicazioni precedenti. Grazie a quest’opera si viene a sapere che c’era stato anche un sesto testo inedito dal titolo Chi è un teddy boy? che, nonostante fosse stato scritto in quel periodo, alla fine è rimasto fuori dal recital[19].

Ciò che rende uniche tali poesie è il fatto che Pasolini, al momento della loro composizione, aveva in mente una ben precisa figura di interprete dotata di una voce identificata appieno con quella di Laura Betti; si tratta, complessivamente, di canzoni che «colpiscono per la loro capacità di uscire dalle convenzioni, creando un ‘effetto di verità inconsueto e dirompente»[20]. La Betti al riguardo ha fornito un’informazione molto importante: la musica intimoriva Pasolini al punto che si poteva parlare di una sua vera e propria ossessione per l’arte musicale, che lo induceva a chiamarla “Sua Maestà”[21].

Secondo le informazioni sulla loro interpretazione che la stessa Betti fornisce in un’intervista che ha concesso allo storico del cinema Roberto Chiesi nel 2004[22], nel Valzer della toppa viene narrato il tanto familiare a Pasolini mondo delle borgate della capitale, per il quale la “toppa” sarebbe nel dialetto romanesco, parlato quasi esclusivamente in quelle zone, la ‘sbronza’. Il valzer racconta la vicenda di una prostituta che, a causa di un’ubriacatura, inizia a ricordare la vita passata, guardando la folla in giro per la città, la luna, le case, e comincia a godere della sua effimera libertà lontano dai clienti, tornando a sentirsi «un fiore / de verginità». Di Pietro Umiliani è la musica per questa composizione, formata da sette strofe composte da quattro versi ciascuna, ad eccezione dell’ultima che ne ha dieci:

Valzer della toppa

Me sò fatta un quartino

m’ha dato a la testa,

ammazza che toppa!

A Nina, a Roscetta, a Modesta,

lassateme qua!

An vedi le foje!

An vedi la luna!

An vedi le case!

E chi l’ha mai viste co’ st’occhi?

Lassame perde, va da n’altra,

stasera, a cocco, niente da fa!

E poi so’ vecchia, ciò trent’anni

e er mondo ancora l’ho da guardà!

Mamma mia che luci

che vedo qua attorno!

Le vie de Testaccio

me pareno come de giorno,

de n’altra città!

An vedi le porte!

An vedi li bari!

An vedi la gente!

An vedi le fronne che st’aria

te fa sfarfallà!

Va via a moretto, fa la bella,

stasera godo la libertà,

spara er Guzzetto e torna a casa

che mamma tua te stà a aspettà!

Me so’ presa la toppa

e mò so’ felice!

Me possi cecamme

me sento tornata a esse un fiore

de verginità!

Verginità! Verginità!

Me sento tutta verginità!

Che sarà!

Che sarà!

Che sarà![23]

Pietro Umiliani ha scritto la musica anche per Macrì Teresa detta Pazzia; in essa una prostituta diciottenne racconta in prima persona l’episodio in cui viene fermata dalla Polizia e, pur di non rivelare il nome del suo protettore al Commissario, si fa arrestare. Un testo formato da tre strofe rimate di sei versi lunghi e da tre strofe di tre versi brevi senza rima, che si alternano:

Macrì Teresa detta Pazzia

Macrì Teresa detta Pazzia, fu Nazzareno e Anna Mei,

abbito a Via del Mandrione a la baracca ventitré,

c’ho diciott’anni… – Embèh, è così, che vòi da me?

Me do a la vita da più de n’anno, che artro ancora vòi sapè?

So’ disgrazziata, ma c’ho un ragazzo che, sarvognuno, pare un re.

Je passo er grano… Embèh, è così, che vòi da me?

Sì! ’O vesto da a’ testa ai piedi!

La raspa, i bighi, la capezza,

er bugiardello d’oro!

Me ha allumata ch’ero ciumaca, mentre che stavo a lavorà:

lui è un danzone, e me portava su la Gilera a danzà,

tutto pastoso… Embèh, è così, che ce vòi fa?

Pe’ più de n’anno tutta moina, io me te sposo e qua e là.

Poi è venuto per me er momento de ripiegamme a camminà

a Caracalla… Embèh, è così, che ce vòi a fa?

E mo’ che te sei messo ’n testa?

N’a a fascio ’sta cantata de core!

N’ce so’ n’infamona!

Io so’ de vita, sor commissario, ormai so’ fatta: ecchela llà!

Un giorno o l’altro ce lo sapevo che me toccava annà a provà

le Mantellate… Ahò, per me, tremà nun stà!

Solo me rode, se me chiudete, che se ritrova senza argiàn!

Ma a ogni modo, per qualche mese, coll’oro mio camperà

senza fà buffi… Ahò, per me, tremà nun stà!

None! None! Nun lo dico er nome!

Er nome suo nun l’aricordo!

Se chiama amore, e basta[24].

Chiesi, da parte sua, trova una somiglianza fra le due prostitute di Valzer della toppa e Macrì Teresa detta Pazzia e Mamma Roma, di cui potrebbero essere sorelle, affermando che «in alcuni testi, i versi derivano o anticipano altre opere pasoliniane, in altri si può avvertire una forma di identificazione tra la voce della Betti e quella del poeta»[25].

Passando al Cristo al Mandrione, Chiesi ritiene si tratti di «un’altra voce di morta, la voce d’oltretomba del cadavere nudo, sporco e abbandonato, di una povera donna»[26]. Protagonista è di nuovo una prostituta che vive al Mandrione, borgata degradata e misera di Roma, le cui parole sono una vera invocazione a Cristo affinché la aiuti e le dimostri pietà. Nella composizione è ben notabile «una ripetizione ossessiva dell’invocazione, disperata, a Cristo, che venga in soccorso della povertà»[27]. Si tratta di un testo musicato da Piero Piccioni, composto da tre quartine, di cui rimano il terzo e il quarto verso, e un distico rimato.

Cristo al Mandrione

 

Ecchime dentro qua tutta ignuda,

fracica fino all’ossa de guazza.

Intorno a me che c’è?

Quattro muri zozzi, un tavolo, un piquè.

Fileme, se ce sei, Gesù Cristo,

guardeme tutta sporca de fanga

abbi pietà de me,

io che nun so’ niente, e te er Re dei Re!

Lavorà, senza mai rifiatà

moro: e l’anima nun sa!

Fileme, se ce sei, Gesù Cristo;

guardeme tutta sporca de fanga.

Abbi pietà de me,

io che nun so’ niente, e te er Re dei Re![28]

La Ballata del suicidio, su musica di Giovanni Fusco, è una composizione di sei strofe, delle quali le prime cinque hanno undici versi molto brevi, mentre la sesta e ultima ne ha dodici, della stessa brevità sempre. In questa poesia c’è un’altra voce femminile, la quale, non essendo più capace di affrontare una vita estremamente difficile che la sopraffà, si rassegna e, implorando pietà, decide di metterle fine e di lasciare il mondo agli altri. Anche qui «la voce femminile, l’io femminile è quella di una ‘diversa’, è la tragedia della diversità di una donna che ha deciso di uccidersi»[29]; va, peraltro, segnalato che la canzone in questione è stata incisa su disco solo in francese da Laura Betti con il titolo La parade du suicide:

Ballata del suicidio

Pietà, pietà!

Voi mi volete

morta e sepolta:

senza voce,

senza gesti,

senza viso,

senza vita…

che non torni

– voi dite – mai più

la pazzia ch’essa fu,

qui tra noi!

Pietà, pietà!

Gente felice,

voi mi sperate:

impiccata,

annegata,

incendiata,

maciullata…

Che sta a fare

– voi dite – se fa

solo rabbia, e lo sa,

qui tra noi?

Pietà, pietà!

Gente per bene,

voi mi temete:

nel mio amore,

nel mio vizio,

nel mio ardore,

nel mio odio…

Perché vive

‒ voi dite – quaggiù,

peccatrice e tabù,

qui tra noi?

Pietà, pietà!

Gente normale,

mi condannate:

a tremare,

ad odiare,

a celarmi,

a sparire…

Chi è diverso

– voi dite – non può

rimaner neanche un po’

qui tra noi!

Pietà, pietà!

Gente al potere,

voi minacciate:

con l’arresto,

con la cella,

con la gogna,

con il rogo…

La passione

‒ voi dite – non dà

che fastidi e ansietà

qui tra noi!

Pietà, pietà!

Pareva eterno

il mio destino:

di parlare,

di cantare,

di godere,

di peccare…

Ma sì, ma sì!

Per me è finita,

state tranquilli…

Entro nell’ombra,

vi lascio il mondo…[30]

 

Infine, in Marilyn, la protagonista è anche l’interprete della canzone ed è caratterizzata da «un io femminile fragile, sfruttato dalla società dello spettacolo»[31]. Su musica di Marcello Panni, questa composizione è formata da sette strofe di lunghezza varia (da due a dodici versi) senza alcuna rima o armonia metrica:

Marilyn

Del mondo antico e del mondo futuro

era rimasta solo la bellezza, e tu,

povera sorellina minore,

quella che corre dietro ai fratelli più grandi,

e ride e piange con loro, per imitarli,

e si mette addosso le loro sciarpette,

tocca non vista i loro libri, i loro coltellini,

tu sorellina più piccola,

quella bellezza l’avevi addosso umilmente,

e la tua anima di figlia di piccola gente,

non ha mai saputo di averla,

perché altrimenti non sarebbe stata bellezza.

Sparì, come un pulviscolo d’oro.

Il mondo te l’ha insegnata.

Così la tua bellezza divenne sua.

Dello stupido mondo antico

e del feroce mondo futuro

era rimasta una bellezza che non si vergognava

di alludere ai piccoli seni di sorellina,

al piccolo ventre così facilmente nudo.

E per questo era bellezza, la stessa

che hanno le dolci mendicanti di colore,

le zingare, le figlie dei commercianti

vincitrici ai concorsi a Miami o a Roma.

Sparì, come una colombella d’oro.

Il mondo te l’ha insegnata,

e così la tua bellezza non fu più bellezza.

Ma tu continuavi ad essere bambina,

sciocca come l’antichità, crudele come il futuro,

e fra te e la tua bellezza posseduta dal potere

si mise tutta la stupidità e la crudeltà del presente.

Te la portavi sempre dentro, come un sorriso tra le lacrime,

impudica per passività, indecente per obbedienza.

L’obbedienza richiede troppe lacrime inghiottite.

Il darsi agli altri,

troppi allegri sguardi, che chiedono la loro pietà.

Sparì, come una bianca ombra d’oro.

La tua bellezza sopravvissuta dal mondo antico,

richiesta dal mondo futuro, posseduta

dal mondo presente, divenne così un male.

Ora i fratelli maggiori finalmente si voltano,

smettono per un momento i loro maledetti giochi,

escono dalla loro inesorabile distrazione,

e si chiedono: «È possibile che Marilyn,

la piccola Marilyn, ci abbia indicato la strada?»

Ora sei tu, la prima, tu sorella più piccola,

quella che non conta nulla, poverina, col suo sorriso,

sei tu la prima oltre le porte del mondo

abbandonato al suo destino di morte[32].

Secondo Daniele Mastrangelo la poesia «ha l’andamento di uno stornello melanconico con un refrain sul mondo, crudele, che deruba l’attrice della sua bellezza insegnandogliela. […] Marilyn evoca a Pasolini il suo mondo […] Ma Marilyn e il suo “pulviscolo d’oro” allora già non esistevano più. Ridotta a merce e consumata, il poeta vede nel suo suicidio una profezia: Pasolini non piange e per questo non conosce liberazione, rimpiange e si dispera. Tutta la sua idea del bello è affidata alla tonalità del rimpianto e non sa per questo né del presente né del futuro, è già una cosa morta»[33].

In queste poesie-canzoni scritte da Pasolini ci sono svariati elementi autobiografici, che acquisiscono una forma nuova con l’aggiunta della musica. Per il fatto che quasi tutte sono state scritte in prima persona, si potrebbe parlare di un suo alter ego in cui viene proiettato il suo lato femminile. Esse riescono a mettere in luce la “diversità” del loro autore e la sua sempre fervente voglia di proseguire un cammino indipendente, fiero ed eccentrico per tutti coloro che discriminano qualsiasi deviazione dalla “normalità” sociale imposta da poteri il cui unico obiettivo è la restrizione e il controllo della libertà umana. Persone come lui spesso finiscono vittime delle regole della maggioranza; per mezzo di questi versi, quindi, il poeta alza la propria voce contro tutti i giudizi, i pregiudizi e i divieti imposti a persone “deboli”, invitandole a emergere dalle profondità dell’esistenza, alla luce. Sono versi che, come ha recentemente riconosciuto Jacopo Tomatis, «oscillano fra un realismo patetico (Cristo al Mandrione) e un taglio più espressionistico, come nel caso di Valzer della toppa e Macrì Teresa, detta Pazzia»[34]; a causa dell’accompagnamento musicale, però, perdono incisività perché, come spesso succede, la musica prevale e «l’incanto svanisce»[35].

Queste canzoni pasoliniane hanno continuato il loro percorso anche nei decenni a seguire, per merito delle esecuzioni di Gabriella Ferri e Grazia De Marchi. La prima nel 1973 ha incluso il Valzer della toppa nel suo disco Sempre, mentre De Marchi nel 1989 ha presentato un disco (Tutto il mio folle amore) interamente dedicato alle canzoni di Pasolini: altre due voci femminili che hanno voluto confrontarsi con un testo pasoliniano che parla, appunto, di donne ma non riguarda solo le donne.

 

  1. Autoritratto di Laura Betti, consultabile all’URL:

    http://fondazione.cinetecadibologna.it/biblioteca/patrimonioarchivistico/fondo_betti.

  2. S. Koutrakis, P. P. Pasolini e F. Fortini: una dialettica fra la pittura e la poesia, Madrid, Dykinson, 2023, p. 336.
  3. D. Pontuale, La Roma di Pasolini. Dizionario urbano, Roma, Nova Delphi, 2017, pp. 52-55.
  4. E. Siciliano, Vita di Pasolini, Milano, Oscar Mondadori, 2005, p. 233.
  5. E. Trevi, Qualcosa di scritto, Milano, Ponte alle grazie, 2012, p. 155.
  6. L. Bentivoglio, Pasolini e Laura Betti veri, in «La Repubblica», 24/02/2012, consultabile all’URL: https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/02/24/pasolini-laura-betti-veri.html (ultima consultazione di tutti i link: 10/04/2025).
  7. P. P. Pasolini, Le lettere, Milano, Garzanti, 2021, p. 1354.
  8. R. Paris, Pasolini ragazzo a vita, Roma, Elliot, 2015, pp. 20, 97-98.
  9. L. Betti, Ho conosciuto Pasolini nel 1967, in «Panorama», 8/11/1977, consultabile all’URL: https://www.cittapasolini.com/post/ho-conosciuto-pasolini-nel-1957-laura-betti.
  10. M. Polychroniadou, Kataramenos tha pi na spas… archìdia!, in «Odòs Panòs», n. 130, 2005, p. 157.
  11. Cfr. S. Koutrakis, P. P. Pasolini e F. Fortini: una dialettica fra la pittura e la poesia, op. cit., pp. 348-56.
  12. Pasolini: cronaca giudiziaria, persecuzione, morte, a cura di L. Betti, Milano, Garzanti, 1977, pp. VI-VII.
  13. Si veda l’URL: https://cinetecadibologna.it/archivi/archivio/centro-studi-archivio-pier-paolo-pasolini/.
  14. S. Nobile, Pasolini e il mondo della canzone, in «Sinestesie», 2023, p. 296.
  15. E. Siciliano, Vita di Pasolini, op. cit., Milano, Oscar Mondadori, 2005, p. 274.
  16. S. Rimini, Corpo di bambola: Laura Betti e lo straniato divertissement di italie magique, in «Studi Pasoliniani», Volume (4), 2010, p. 53. Cfr. l’URL: https://www.academia.edu/4742767/Corpo_di_bambola_Laura_Betti_e_lo_straniato_divertissement_di_Italie_magique.
  17. Cfr. La rabbia, regia di P. P. Pasolini, Gastone Ferranti per la Opus Film, 1963, al minuto 00.24.45.
  18. F. Crivelli (a cura di), Laura Betti in Omaggio a Kurt Weill e Giro a vuoto n. 3, Bologna, L. Parma, 1962.
  19. P. P. Pasolini, Tutte le poesie, t. II, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 2003, p. 1778.
  20. U. Fiori, Il mondo canzone di Pier Paolo Pasolini, in F. Rancione (a cura di) Pasolini Sconosciuto, Alessandria, Edizioni Falsopiano, 2012, p. 236.
  21. D. Pontuale, op. cit., p. 29.
  22. R. Chiesi, Intervista a Laura Betti, in «Cineforum», Vol. 437, 2004, recuperato da: http://pasolinipuntonet.blogspot.com/2012/07/intervista-laura-betti-di-roberto.html
  23. P. P. Pasolini, Tutte le poesie, op. cit., pp. 1316-17.
  24. Ivi, pp. 1313-14.
  25. R. Chiesi, Intervista a Laura Betti, op. cit.
  26. Ibidem.
  27. F. Meacci, Improvviso il Novecento. Pasolini professore, Roma, Edizioni Minimum fax, 1999, p. 371.
  28. P. P. Pasolini, Tutte le poesie, op. cit., p. 1315.
  29. R. Chiesi, Intervista a Laura Betti, op. cit.
  30. P. P. Pasolini, Tutte le poesie, op. cit., pp. 1318-20.
  31. R. Chiesi, Intervista a Laura Betti, op. cit.
  32. P. P. Pasolini, Tutte le poesie, op. cit., pp. 1322-23.
  33. D. Mastrangelo, Per una lettura di Pier Paolo Pasolini, in “il giornale di filosofia”; cfr. l’URL:

    http://www.giornaledifilosofia.net/public/scheda.php?id=58

  34. J. Tomatis, Quei quattro dischetti sfiatati. Laura Betti cantante e recording artist, in «Cinergie», n. 25, 2024, p. 200.
  35. U. Fiori, Il mondo canzone di Pier Paolo Pasolini, op. cit., p. 236.

(fasc. 56, 15 settembre 2025)

Pia da Siena tra Dante Alighieri e Gianna Nannini: da eroina poetica a icona pop

Author di Salvatore Francesco Lattarulo

Tutti mi dicon Maremma, Maremma,
ma a me mi sembra una Maremma amara.
L’uccello che ci va perde la penna,
io c’ho perduto una persona cara.

Sia maledetta Maremma Maremma,
sia maledetta Maremma e chi l’ama.
Sempre mi trema ’l cor quando ci vai
perché ho paura che non torni mai

(G. Nannini, Maremma, 1993)

Abstract: Il saggio analizza il rapporto tra i testi e le sonorità dell’album di Gianna Nannini, Pia come la canto io (2007), e gli enigmatici versi che Dante, alla fine del quinto canto del Purgatorio, dedica alla celebre nobildonna senese. L’indagine si focalizza contemporaneamente sulla longeva tradizione popolare toscana fiorita, in particolare tra Otto e Novecento, intorno all’eroina dantesca, che la cantante, sua conterranea, mette a frutto in quest’opera musicale. La Pia di Nannini è inoltre da leggersi in chiave femminista, in quanto prodotto artistico contro la violenza di genere.

Abstract: The essay analyses the relationship between the lyrics and sounds of Gianna Nannini’s album, Pia come la canto io (2007), and the enigmatic verses that Dante, at the end of the fifth canto of Purgatory, dedicates to the famous noblewoman from Siena. The investigation focuses simultaneously on the long-lived Tuscan popular tradition that flourished, particularly between the nineteenth and twentieth centuries, around Dante’s heroine, which the singer, her fellow countrywoman, brings to fruition in this musical work. Nannini’s Pia should also be read in a feminist key, as an artistic product against gender violence.

 

La complessa e commovente figura di Pia immortalata da Dante Alighieri negli ultimi versi del quinto canto del Purgatorio ha ispirato molti artisti, a partire dal celebre ritratto che ne ha dato il sommo poeta. È dal Cinquecento[1] in poi che si registrano in ambito teatrale e musicale le più significative riprese della struggente vicenda della moglie di Nello (ovvero Paganello), figlio di Inghiramo dei Pannocchieschi. Il culmine di questo Fortleben è segnato dall’omonima trasposizione operistica di Gaetano Donizetti nel 1837 su libretto di Salvadore Cammarano[2], che rende Pia un exemplum ineluttabilmente rassegnato ad andare incontro a un destino avverso. In tempi più vicini a noi, Gianna Nannini ha avuto il merito di consegnare per sempre al catalogo della musica pop la luttuosa storia della presunta Tolomei — ammazzata verso la fine del Duecento nell’agro maremmano —, guardando, più che alla linea colta, alla sua «grande fortuna anche popolare»[3], che ne ha fatto una sorta di “Pia dei poveri”[4].

Si intitola Pia come la canto io un concept album pubblicato dalla musicista senese, conterranea dell’anima espiante cantata dall’Alighieri[5], nel 2007 per la casa discografica Polydor, i cui testi sono scritti a quattro mani con Pia Piera, omonima della più famosa Tolomei[6]. L’opera è composta di undici tracce a tema, tra le quali la più rappresentativa è il brano Dolente pia, di cui sono incluse una long version e una stesura più breve. Benché le ragioni profonde e le circostanze concrete della morte di Pia siano ancora avvolte in un alone «vago e misterioso»[7], alimentato dallo stesso linguaggio ellittico di Dante, pochi dubbi esistono sul fatto che si sia trattato di un femminicidio intimo. È questo particolare aspetto a sollecitare la sensibilità femminile della cantautrice toscana[8], che segue la pista di un uxoricidio avente come inquietante sfondo la gelosia. Alla luce dei recenti episodi di cronaca nera, la materia evocata dall’infelice sorte dell’eroina medievale riporta l’argomento di questa comunicazione nella stringente attualità. Prima di editare l’album, prodotto con Will Malone, ex tastierista di band, Nannini, che ha da poco compiuto settant’anni, ha accarezzato l’idea di trarne un musical in salsa rock, che è stato presentato in anteprima, sul palco dell’Ariston nell’edizione sanremese del 2007. Ma il progetto, prodotto da David Zard, di teatralizzare in un’opera musicale contemporanea la storia della gentildonna senese non ha avuto, a quel che se ne sa, larga fortuna. Ad andare in porto è stata tuttavia l’iniziativa discografica, cui è seguito l’anno dopo il tour Pia de’ Tolomei[9].

Si inquadri ora, per sommi capi, lo spunto germinale presente in Dante (Pg. 5. 130-136): «Deh, quando tu sarai tornato al mondo / e riposato de la lunga via, / — seguitò ’l terzo spirito al secondo —, // ricorditi di me, che son la Pia; / Siena mi fé, disfecemi Maremma: / salsi colui che ’nnanellata pria // disposando m’avea con la sua gemma».

La rapida sequenza chiude il canto in cui si narra del destino dei «per forza morti» (v. 52), espressione dantesca che non lascia ombre sul fatto che gli appartenenti a questo gruppo sono stati uccisi, come del resto già emerge dai racconti della triste fine di Iacopo del Cassero e Bonconte da Montefeltro, che precedono l’apparizione di Pia. Dunque, anche quest’ultima è caduta per mano altrui. L’intervento della senese è il più sintetico dei tre. La brevitas enfatizza la tragicità dell’evento secondo l’effetto retorico del maximum in minimo, cioè dell’estremizzazione del pathos attraverso la concentrazione ridottissima del discorso. Proprio l’eccessiva rarefazione della catena versale ha generato una serie di interrogativi negli studiosi per colmare le lacunose informazioni del testo e scatenato la fantasia degli artisti che ne hanno tratto ispirazione: due terzine in tutto sigillate da un extra metrum che è risultato tra i più problematici sul piano esegetico. Nella prima parte, il personaggio chiede cortesemente a Dante di restituirne la memoria ai vivi, una volta ritornato sulla terra. Va da sé che questo segmento iniziale poco o nulla ha contato a livello delle successive riprese. Viceversa, il cuore del cammeo dedicato a Pia è costituito dal resoconto sulle circostanze della sua morte.

Secondo la vulgata ufficiale la donna sarebbe stata uccisa dal partner, che avrebbe poi sposato Margherita Aldobrandeschi, vedova Montfort. Invece di ripudiarla, il consorte l’avrebbe tolta di mezzo per convolare a nuove nozze. L’omicidio sarebbe stato commissionato da Nello anziché perpetrato manu sua. Un’altra variante vuole invece che Pia sia stata eliminata dal coniuge perché sleale in amore. Messa così, la storia si avvicina di molto al celebre caso della fedifraga Francesca, scoperta in flagranza dal marito, Gianciotto Malatesta, che le tolse la vita per vendetta (il prototipo di questa analogia può essere la ricostruzione della storia di Pia elaborata nel Cinquecento da Bandello). La differenza starebbe però nel fatto che Pia, contrariamente all’amante ravennate, protagonista del Quinto dell’Inferno, non si sarebbe macchiata di tradimento. Quella della «vittima innocente di una falsa accusa di adulterio»[10] è giustappunto l’angolazione scelta da Nannini. Sotto questo aspetto, la tragedia di Pia assume i tratti di uno psicodramma sugli effetti letali della possessività maschile, sulla falsariga dell’Otello shakespeariano. Si spiega così perché la sventura della supposta Tolomei ha goduto in modo particolare di rifacimenti nell’età romantica e tardoromantica, declinata, secondo il gusto dell’epoca, in toni patetici e melodrammatici: dalla Pia, leggenda romantica, novella poetica in tre canti di Bartolomeo Sestini[11], alla Pia de’ Tolomei che intitola almeno una tragedia in cinque giornate (o atti) di Carlo Marenco[12], una composizione in ottava rima di Giuseppe Moroni detto il Niccheri[13], un romanzo storico di Carolina Invernizio[14] e un poemetto in trentacinque ottave di Giuseppe Baldi[15]. Si tratta di rielaborazioni letterarie della parabola della nobile senese che si inscrivono cronologicamente nel secolo della già nominata trascrizione musicale donizettiana, segno che nell’Ottocento «i modelli sentimentali»[16] veicolati dalla letteratura convivono, in un processo fecondo di influenze e ibridazioni, con quelli del panorama operistico[17]. Più che la rifioritura contemporanea della leggenda di Pia, documentata da alcuni romanzi o drammi novecenteschi[18], tra cui spicca l’atto unico di Marguerite Yourcenar[19], fino ad arrivare agli inizi del nuovo millennio[20], è il filone ottocentesco a fornire nutrimento al genio creativo di Nannini, come si avrà modo di vedere meglio più avanti.

Anche l’idea generatrice del suo lavoro è quella del poemetto in musica. Gli undici brani (il numero è forse un’allusione alle sillabe metriche che compongono un endecasillabo?) sono disposti in uno schema circolare o anulare. Dopo l’esergo iniziale con la citazione del passo purgatoriale, a sancire la paternità dantesca dell’operazione, affidato a un recitativo secco, la vera e propria introduzione consiste in un monologo angoscioso della protagonista, intitolato la Dolente Pia, in forma maior, per ripresentarsi in forma minor (quasi dimezzato nella durata) verso la chiusa dell’album: 1) La Divina Commedia – 1:20; 2) Dolente Pia (Long Version) – 6:07; 3) Mura mura – 4:07; 4) Non c’è più sole – 3:48; 5) Contrasto – 4:43; 6) Le corna – 5:41; 7) La gelosia – 3:45; 8) Dolente Pia (Voce prigioniera) – 2:58; 9) Testamento – 4:33; 10) Settimanima – 3:24; 11) Meravigliati i boschi – 4:21.

La versione più lunga di Dolente pia è ambientata nelle stanze del castello della Pietra (oggi un cumulo di rovine) dove, a stare ad alcune cronache del tempo, Nello l’avrebbe fatta rinchiudere[21]. Qui pare che la stessa Nannini sia venuta a ispirarsi per scrivere. Si tratta di un maniero di proprietà del marito di Pia, tant’è che alcune fonti antiche lo individuano anche come Nello de la Pietra. Nannini segue evidentemente l’idea di una più o meno lunga detenzione della donna prima della sua definitiva soppressione (o consunzione):

Dolente Pia / Dolente Pia / Dolente Pia / Innocente è prigioniera // Col capo chino / La fronte al seno /
Pensa a quei giorni del passato ricordi in fior / Torna / Sento già la tua luce nell’anima / Sei qui con me / Sono le braccia tue che stringo / ETC. TORNA A Per quanti mesi e notti e giorni / Non saprei dire / Non lo so / Ma questo è certo // Ci fu l’inverno / Poi primavera / La vita torna nel castello / Ma non per me // Guarda se ne va / Questo sogno di te / Là batte l’onda / E un cavallo galoppa / Ma l’amore / Il nostro amore / Marcisce dietro a questa porta // Ma l’amore / Questo amore / Marcisce dietro a quella porta // Fa sempre freddo / In quelle mura / Il cielo è chiaro / Ma la terra resta scura // Poi il primo verde / La lunga luce / Pensa a quei giorni del passato ricordi in fior // Dolente Pia / Dolente Pia / Dolente Pia innocente è prigioniera / Col capo chino / La fronte al seno / Pensa a quei giorni del passato ricordi in fior.

La cantante fa di Pia una sorta di martire incolpevole della violenza maschile, sulla scorta di altre figure femminili dantesche (si pensi alla beata Piccarda, smonacata per costrizione dal fratello corso Donati, ritratta insieme alla pari sorte Costanza nel terzo canto del Paradiso), calcando la mano sulla sua estraneità al sospetto di infedeltà nutrito nei confronti di lei dal marito. Allora il nome Pia, che in tutta questa faccenda è l’unico dato anagrafico certo, alluderebbe alla purezza d’animo del personaggio, riscattata dalla colpa più grave che le sarebbe stata ingiustamente addebitata. Peraltro, proprio la circostanza che in Dante ella non fa il minimo accenno a una sua eventuale mancanza nei confronti del proprio carnefice avvalora l’ipotesi della sua innocenza su cui Nannini incentra il lamento di Pia.

Eppure, altri commentatori medievali insinuano che costei fu una donna incostante: «vana mulier» è la definizione ascrittale dall’anonimo glossatore del codice Laurenziano XLII 15[22]; di un suo non meglio precisato «fallo» amoroso parlano al singolare (Giacomo [Iacopo] della Lana e Francesco da Buti)[23] o al plurale (l’Ottimo)[24] i primi esegeti trecenteschi; più esplicitamente, in età umanistico-rinascimentale, il lucchese Bernardino Daniello riferisce di un «adulterio»[25], cui il frate Giovanni da Serravalle aggiunge l’ulteriore dettaglio di una tresca con un servo[26]. Tuttavia, già solo l’eccezionale avvenenza di una donna da tutti desiderata, documentata da altri chiosatori (e recepita anche da Bandello, che la descrive come «una bellissima giovane»)[27], avrebbe potuto di per sé alimentare la diffidenza di Nello fino al gesto fatale. Sta di fatto che in questa canzone Nannini mette l’accento sull’intatto amore di Pia per il marito: è il pianto di una creatura sola e abbondonata che ancora si illude in un ripensamento da parte del suo uomo, nonostante la loro storia sfiorisca stagione dopo stagione durante l’esilio coatto.

L’attributo «dolente», riferito a Pia, con cui si struttura il refrain, è parola eminentemente infernale. Basti far riferimento alla «città dolente», la celebre perifrasi stampata sulla porta del regno della narrazione eterna. “Dolente/doloroso/dolore” connotano un’area lessicale che di frequente scandisce in Dante la raffigurazione della prima cantica della Commedia. Né va taciuto un verso memorabile come «or incomincian le dolenti note a farmisi sentire» (Inf. 5, 25), che fa da premessa all’incontro con i lussuriosi, quasi che Nannini voglia stabilire, attraverso la prima parola vera e propria dell’album, un ideale nesso, come si accennava, tra la biografia di Pia e quella di Francesca[28]. Inoltre, la cantante costruisce il testo sull’idea della rievocazione dei giorni felici dell’amore. Il tema del rammemorare (scandito nel testo dalla triplicazione iterativa di «ricordi») pervade anche la penitente dantesca, che chiede al poeta di perpetuare nel mondo la sua memoria. E, in verità, tutto l’episodio dell’Antipurgatorio è basato sulle reminiscenze della senese del momento gioioso del matrimonio. Come in Nannini la contrapposizione tra l’oggi e il «passato» è centrale, così in Dante il rimpianto di ciò che fu e più non è acquista forza e rilevanza per mezzo dell’uso del trapassato remoto («inanellata m’avea pria»). Per finire, l’immagine stessa dello stretto connubio simboleggiato nei versi del poeta fiorentino dall’anello nuziale riverbera nella composizione della cantautrice attraverso l’ottativo di «string[ere]» nuovamente le «braccia» di lui.

Se il terzo brano (Mura mura) insiste sul motivo sconsolato della detenzione che esaurisce lentamente le energie di Pia e sull’avanzare delle tenebre che occludono ormai la speranza della luce, nel quarto (Non c’è più sole), dove il motivo del tramonto dell’esistenza torna a farsi risentire, emerge l’accorata apostrofe nominale al marito: «Oh Nello, mio dolce amor, / io me ne andrò senza di te, ti avrò negli occhi. /
A cavallo dell’alba ti stringerò a me, / in questa luce nuova che estasi non è». Nel quinto brano, Contrasto, Nannini riesuma un omonimo componimento lirico in auge nel Duecento a schema dialogico di norma adibito a tenzone amorosa. Famosissimo è il contrasto del siciliano di età federiciana Cielo d’Alcamo, Rosa fresca aulentissima. La cantautrice senese dimostra così di saper attingere anche al bacino illustre delle patrie lettere. I due interlocutori sono in questo caso Nello e Ghino, l’accusatore di Pia, che inocula nell’altro il veleno di un intrigo extraconiugale:

NELLO: Dimmi Ghino, quanto tu sai di Pia. / Le mancavo? Rispondi, ti prego, / perché la Pia io l’ho talmente in cuore, / che a perderla sarei tutto un dolore. / GHINO: Caro Nello, ascolta un amico: / io te lo dico per non farti soffrir. / Temo forte che la tua cara sposa / la stella non sia che allora ti sembrò. / NE.: Ma a questi colori, a questa terra, / io non vorrei mai portar la guerra. / GH.: Ho solo scherzato, esagerato! / Non scaldarti, non scalmanarti: / son solo chiacchiere del vicinato, / son sicuro che tutto falso sarà. / NE.: Ahimé tu cerchi l’ira di placare, / ma la vendetta mi divora il cuore. / Le tue parole non so più scordare, / ucciderò il mio primo amore. / “E m’hanno detto che un’ ci sara’ piu’ guerre… / A chi la dai’ a intendere, a chi la dai a intendere!”.

Nello sembra ancora innamorato della consorte, alla cui buona fede sarebbe intenzionato a credere, se non fosse traviato dalla malignità di Ghino, che pure è molto abile sul piano retorico ad alludere all’equivoca condotta di Pia, facendola passare per una maldicenza. Questo apparente dire e disdire del confidente è un’esca che irretisce sempre più Nello nella spirale del dubbio. Ghino ha tutta l’aria di essere un altro Iago.

La cantautrice nata nella città del palio raccoglie il repertorio dei cantastorie maremmani[29], conducendo un’indagine sul folk melodico toscano. In un’intervista al quotidiano «La Stampa» del 2 marzo 2007, Nannini dichiara di aver dovuto studiare l’ottava rima (sei endecasillabi alternati seguiti da due baciati) — largamente diffusa per la sua orecchiabilità nella cultura vocale della società contadina — con l’aiuto dell’etnomusicologa fiesolana Caterina Bueno[30]. Tant’è che nel poemetto tardo ottocentesco di Moroni, Ghino è il motore della piega criminale assunta dai fatti[31]. Amico di Nello, egli si trova a dover consolare Pia in assenza del marito partito in guerra per Colle di Valdelsa. Ecco la sesta e settima strofa:

Nello tragitta per la gran guerriglia / e Ghino da factotum vi resta / e Pia che di bellezze è maraviglia, / eccoti Ghino che a pensier si desta, / la conforta, la tenta e la consiglia…. / Rispose Pia: – Che parola è questa?… / Ghino raddoppia per tentar l’invito, / per soddisfar con lei il suo appetito. // Taci, rispose Pia, o scimunito, / traditore di Nello, iniquo e rio, / e fai questo?… Però non sia sentito, / il tuo brutto parlar vada in oblìo!… / Io penso a Nello, caro mio marito, / che santo matrimon giurai con Dio! / Ghino non puole aver quel che ha tentato / si allontana da Pia tutto arrabbiato.

In particolare, Nannini, per il suo Contrasto, può aver tratto spunto dal confronto tra Nello e Ghino contenuto nelle ottave 10-11 dell’opera del poeta naif fiorentino:

Ghino, pieno di malizia e scorno, / due miglia ne tragitta fuor di Siena. / La sera quando si perdeva il giorno, / riscontra Nello e lo saluta appena: / — Nello, se tu sapessi il grande scorno, / il disonor che la tua moglie mena!… / ti vorrei confidare una parola, / ma dèi giurarmi di tenerla in gola! // Nello parlò: — Per me è nebbia che vola, / mi conoscesti, pur io ti ho conosciuto / e Ghino principiò con questa scuola: / — La moglie la ti tiene per rifiuto / dal giorno in qua che la lasciasti sola / tutte le notti un amico è venuto; / a mezzanotte nel giardin pian piano / se non ci credi ti fo toccar con mano!…

L’ipotetico spasimante chiamato subito dopo in causa da Moroni (stanza 13) è un capitano guelfo di nome Piero, detto Ugo. Questo nome, che ritorna anche nella tragedia di Marenco, dove peraltro Nello è ribattezzato Rinaldo, assomiglia vagamente a Ghino. Il poemetto di Moroni (come del resto l’appena menzionato dramma di Marenco)[32] non fa che ribadire l’illibatezza di Pia, che alla fine viene rinchiusa in una fortezza maremmana con il conforto che sulla sua tomba il marito la compiange come sposa leale dopo la confessione del pentito Ghino. Questo carattere, invidioso e malevolo, è pur presente nel poemetto in cinquantaquattro ottave del già rispolverato patriota pistoiese Sestini, che inaugura il revival ottocentesco di Pia attraverso il genere dei cantari popolari. Il personaggio entra in gioco nella strofa 48, evocato da Nello:

E giunto al limitar, Ghino, un amico / usato in mia magion, venirne veggio; / l’abbraccio, memor dell’affetto antico, / e della Pia novella gli richieggio; / ed ei risponde: – A te dorrà s’io dico, / ma l’amistade è tal che dire io deggio. / Sappi che tua mogliera, il primo laccio / macchiando, altrui di furto accoglie in braccio.

Si noti che nella novella cinquecentesca di Bandello Pia cede alla tentazione erotica per un tal Agostino de’ Ghisi, la cui evidente paronomasia con Ghino mette in luce che una certa consuetudine del volgo tendeva a convogliare nella figura di un personaggio identificato con sigle omofone (talvolta come Ghisi talaltra come Ghino talaltra ancora come Ugo) l’antagonista della coppia di coniugi. In particolare, come osserva Serena Pagani, la maschera dell’infido Ghino consuona con il perfido Gano dell’epica occitanica, ma potrebbe essere «una contaminazione» con Ghino di Tacco[33], il truce boia di Benincasa da Laterina nominato da Dante all’inizio del sesto del Purgatorio in un breve elenco di morti per violenza altrui che fa da appendice al canto precedente. Sia come sia, il nome di Ghino perviene a Nannini da una longeva trafila di testi precedenti.

Mette conto notare che Bandello dell’intera vicenda fornisce un’interpretazione del tutto sfavorevole a Pia, dipinta come un essere lascivo che chiede invano perdono al marito, che decide imperterrito di soffocarla. Questa ottica è in aperta polemica con Dante, che ne ha fatto una campionessa di mitezza e virtù. La sensibilità di Nannini è ovviamente ben distante dal punto di vista del novellatore lombardo e attenziona piuttosto il modello romantico e tardoromantico di Pia che approfondisce, pur con eccessi sentimentali, l’effigie positiva che i versi del sommo poeta lasciavano trasparire. In particolare, deve aver agito sul suo estro compositivo il poemetto del corregionale Moroni, che fu un vero e proprio best seller ottocentesco, ammirato, se non più dell’originale dantesco, di sicuro non meno da certi strati bassi della gente toscana, che lo imparò a memoria sotto forma di una ballata trasmessa di bocca in bocca. Queste folcloristiche raccolte orali di canti saranno arrivate anche alle orecchie di Nannini[34]. A proposito delle «ottavine secondo il costume toscano», nella citata intervista alla «Stampa», l’artista senese, infatti, dichiara: «Ho dovuto studiare, prepararmi, perché le ottavine sono nella nostra tradizione, ma bisogna esercitarsi»[35]. Non per niente, nel 2011 l’opera dell’“illetterato” Moroni è stata da Giunti ripubblicata assieme a quella dell’“estemporaneo” Sestini in un volume a cura di David Riondino corredato di un CD audio contenente una registrazione sonora di un’esecuzione del marzo 2010 al teatro Rifredi di Firenze[36].

L’album di Nannini segue un preciso ordito narrativo a guisa di una novella in stile pop. Nei brani 6 (Le corna) e 7 (La gelosia) si approfondisce in chiave psicologica il tema dell’insensata fobia maschile per il tradimento amoroso, che sfocia fino all’invettiva misogina di Nello ai danni di Pia, in un crescendo di apostrofi che a partire dall’ossimoro blasfemo tocca via via le punte del pretto turpiloquio: «santarellina vezzosa, puttanella devota», «piccola strega fetente, razza di buco demente», «brutta troia», «sozza fica». All’iroso anatema di Nello si contrappone con violenza l’imperterrita dichiarazione della moglie nella successiva traccia, Dolente Pia, che sintetizza, come si è detto, l’omonimo secondo brano reintroducendo il motivo dell’agonia interiore della prigioniera che non rinuncia ad aggrapparsi alla memoria dei bei giorni andati. Questo Leitmotiv si riaffaccia nel seguente Testamento, ove, in un mix di sentimento e carnalità, spicca l’icona dantesca della “gemma” sponsale: «Frugo nei desideri, c’è l’anello di ieri»[37]. Il penultimo song, dal titolo Settimanima, allude alla morte della donna. Secondo alcune fonti antiche Pia sarebbe stata o strangolata (vedi l’Anonimo del Laurenziano XLII 15)[38] o scaraventata giù da una finestra (così l’Imolese)[39]. La rocker opta per la più suggestiva ipotesi del balzo a precipizio («Non ho più peso, spicco il volo / nella luce azzurra d’estasi»), in ottemperanza al favoloso “Salto della contessa” che la fantasia comune designa come il punto dello schianto micidiale, che nel testo di Nannini risuona nel verso «c’è una roccia sulla strada». Pia diventa così un essere leggero, un puro spirito, che si distacca dalla sua stessa corporeità per fondersi col vento in un “volo” d’angelo.

Nel brano finale, Meravigliati i boschi, la vocalist tace una volta per tutte, dal momento che l’eroina cui, accompagnandosi con la chitarra elettrica e le tastiere, ha prestato la sua ugola graffiante, è morta, e a lei subentra un coro che canta il pianto della natura sconfortata per la triste caduta di un’anima eletta:

Danno la via meravigliati i boschi, / non usi a contemplar tanta bellezza, / l’ora natia di quei roveti foschi / di scherzarle fra il crin prende vaghezza: / ma il venticel che vien dal mar de’ Toschi / piange mentre passando la carezza. / Quasi fosse il sospir della natura / antiveggente la di lei sciagura. / Tutta questa meraviglia non ci fa non ci si piglia! / Tutta questa meraviglia che nell’aria torna. / Tanto dolce sospirare, quel parlare non parlare… / questo gemere del mare che nell’aria sale.

Se in tutto l’album la menzione della città natìa, Siena, non cade mai, nella coda dell’opera si coglie un’eco del paesaggio maremmano, immortalato nel secondo emistichio dell’endecasillabo-epitaffio di Dante («disfecemi Maremma»). Quel «mar de’ Toschi» alluderà all’altro nome con cui in passato era indicata la Maremma, cioè Marittima o Maritima, un toponimo secondario che ricondurrebbe all’etimologia di quello primario: «La parola maremma nasce con la emme minuscola perché sta a indicare una qualsiasi regione bassa e paludosa vicina al mare dove i tomboli, ovvero le dune, ovvero i cordoni di terra litoranea, impediscono ai corsi d’acqua di sfociare liberamente in mare provocandone il ristagno»[40].

Ma se in Dante l’inquietante scenario maremmano, acquitrinoso e paludoso, è quasi richiamato alla mente come sicario di Pia, con cui è in un rapporto di evidente ostilità, nel caso di Nannini quello stesso fondale paesistico appare, viceversa, complice e alleato della sofferenza della gentildonna, giacché rea non è la natura ma l’umanità. A conti fatti, Nannini mette in musica, attraverso la mesta icona trecentesca di Pia ‒ con la cui persona stabilisce una relazione empatica, ancora più intensa rispetto a Dante per ragioni di affinità sessuale, fino al punto di immedesimarsi nel suo travaglio interiore ‒, la condizione femminile universale, succube della prepotenza e dell’arroganza di genere[41].

 

 

  1. Assai nota è la novella 1, 12 (Un senese truova la moglie in adulterio e la mena fuori e l’ammazza) di Matteo Bandello (M. Bandello, Le novelle, a cura di G. Brognoligo, vol. I, Bari, Laterza, 1910, pp. 151-56).
  2. La prima rappresentazione di Pia de’ Tolomei. Tragedia lirica in due parti, poesia di S. Cammarano, musica di G. Donizetti, andò in scena al Teatro Apollo di Venezia, il 18 febbraio del 1837. Per l’edizione critica e commentata del libretto, la cui contestuale editio princeps è della Tipografia di Commercio della città lagunare, si rinvia a «Pia de’ Tolomei», libretto e guida all’opera, a cura di G. Pagannone, in «La Fenice prima dell’Opera 2004-2005», supplemento a «La Fenice: Notiziario di informazione musicale culturale e avvenimenti culturali della Fondazione Teatro La Fenice di Venezia», 7, 2005, pp. 59-116; poi Id., La «Pia dei Tolomei» di Salvadore Cammarano, edizione genetico-evolutiva, Firenze, Olschki, 2006.
  3. G. Varanini, Il punto sulla Pia (Purg., V, 130-136), in Studi filologici letterari e storici in memoria di Guido Favati, Padova, Antenore, 1977, pp. 621-38, cit. a p. 621.
  4. «La storia di Pia asseconda un gusto che si configura come deliberata scelta estetica e questo credo sia il motivo della sua fortuna nelle tante riproposte entro la versificazione popolare» (M. E. Giusti, «Higbury bore me. Richmond and Kew /Undid me»: la Pia de’ Tolomei nelle scritture popolari, in «Bollettino dell’Accademia degli Euteleti della città di San Miniato», 75, 2008, pp. 423-39, cit. a p. 429).
  5. La senesità, quale tratto distintivo della cifra umana e artistica di Nannini, spicca nell’eloquente titolo della biografia di B. Alberti: Gianna Nannini da Siena (Milano, Mondadori, 1991).
  6. Nello stesso anno ha visto la luce il romanzo storico Matrimonio di sangue (Firenze, Pagliai Polistampa, 2007) di M. Sica, diplomatico e scrittore romano, che in questo libro si ispira alla disavventura della celebre eroina duecentesca.
  7. D. Alighieri, La divina commedia, a cura di N. Sapegno, Milano-Napoli, Ricciardi, 1957, p. 450. Il recente lavoro di S. Pagani, «Ricorditi di me». Pia de’ Malavolti e Nello de’ Pannocchieschi (Purg 5, 130-136), in «Italianistica: Rivista di letteratura italiana. “‘Nel suo profondo’: Miscellanea di studi danteschi”», XLIV, 2, 2015, pp. 131-48, sembra fare finalmente chiarezza intorno all’enigma dell’assenza di una donna di nome Pia nell’albero genealogico dei Tolomei. La studiosa avvalora una precedente tesi sostenuta in A. Lisini e G. Bianchi Bandinelli, La Pia dantesca, Siena, Accademia per le Arti e per le Lettere, 1939, volume di recente ripubblicato in edizione aggiornata, in occasione del settecentesimo anniversario della morte del poeta fiorentino, a cura di M. e R. Bianchi Bandinelli (Wraclaw, Kindle, 2021). Ma si veda ancor prima D. Mori, La leggenda della Pia. Osservazioni ed appunti, Firenze, Bemporad, 1907 (rist. Londra, Legare Street Press, 2023). L’invalsa attribuzione alla famiglia Tolomei rimonta a Pietro, il figlio del poeta. Tuttavia, il casato della donna, andata in moglie per procura a Bertoldo (o Tollo) degli Alberti, sarebbe quello dei Malavolti. Dopo la morte del suo primo marito, Pia sarebbe stata risposata da Nello, suo futuro assassino. Cfr. anche G. Varanini, Il punto sulla Pia…, art. cit., passim. Onde ovviare all’annosa questione del lignaggio, si è adottata nell’intestazione del presente saggio una generica perifrasi di provenienza, ‘Pia da Siena’, emulando il titolo dell’omonimo libro di C. Corsetti (Roma, Aracne, 2002).
  8. «Gianna si era interessata alla storia della nobildonna nei primi anni Novanta, incuriosita e affascinata dai racconti di sua nonna. Aveva così pensato di scrivere un’opera che narrasse di lei»: S. Coccoluto, Gianna Nannini: Amore e musica al potere, Reggio Emilia, Imprimatur, 2016 (la cit. è tratta dall’ed. digitale).
  9. A un certo punto, «la sua opera rock cominciò a prendere forma compiuta. Pia de’ Tolomei ritrovava voce in lei. Ma le cose inizialmente non andarono come desiderava. Il suo manager, Peter [Zumsteg], le disse che non era il momento di pubblicarla. Zumsteg voleva che continuasse sulla linea pop-rock, sfornando nuove hits. Quindi dovette riporla nel cassetto e rimandare la pubblicazione. Dopo oltre dieci anni, con la fine del rapporto con Peter, Gianna poté rispolverare il progetto che aveva lasciato indietro» (ibidem).
  10. F. Bausi, Due o tre cose che (non) sappiamo di lei. L’autoepitaffio della Pia, in «Cahiers d’études italiennes», 33, 2021 (Personaggi femminili e categoria di genere nella Commedia dantesca), pp. 1-17 (cit. a p. 15, in nota): https://journals.openedition.org/cei/9429 (ultima consultazione: 10/03/2025).
  11. Cfr. l’Editio princeps: Roma, Ajani, 1822. Cfr. ora la nuova edizione critica e commentata: La Pia, leggenda romantica di B. Sestini, a cura di S. Pagani, Firenze, Consiglio regionale della Toscana, 2015. E si vedano già: B. Sestini, Pia de’ Tolomei e la Notizia sulle Maremme toscane, a cura di A. Bencistà, Reggello (Fi), FirenzeLibri, 2005; La Pia, leggenda romantica di B. Sestini, preceduta da una notizia sulle Maremme toscane, a cura di R. Resti, Siena, Betti, 2009. Il vero nome di battesimo di Sestini, Bartolomeo, è stato talora confuso nella tradizione tipografica con quello di Benedetto. A un così erroneamente chiamato Sestini viene, per es., attribuita l’edizione milanese del 1848 per i tipi Borroni e Scotti (dove figura anche il titolo arbitrariamente estensivo La Pia de’ Tolomei). Forse l’equivoco può essersi ingenerato perché nel frontespizio della princeps romana del Ventidue il prenome dell’autore risulta abbreviato in B. Che si tratti della svista opposta, Benedetto e non Bartolomeo (sic!), ritiene isolatamente M. E. Giusti, «Higbury bore me. Richmond and Kew /Undid me»…, art. cit., p. 425, in nota.
  12. Milano, Placido Maria Visai, 1838 (rist. Firenze, Salani, 1895).
  13. Firenze, Salani, 1875 (nuova ediz. a cura di G. Amerighi, Firenze, Libreria editrice fiorentina, 1972).
  14. Uscito per la prima volta a Milano da Barbini nel 1879. Recentissima la ristampa, prefata da S. S. G. Palandri, per una casa editrice indipendente dedicata alla storia delle donne (Roma, PublisHERstory, 2024). Questo feuilleton di ambientazione storica, che rientra nella narrativa di appendice tipica della scrittrice di Voghera, è interessante nell’ottica dei gender studies: la protagonista è rappresentata come una martire d’amore per colpa della malvagità del sesso opposto.
  15. Stampato nella Raccolta di canzonette bernesche in ottava rima (Firenze, Salani, 1874) e poi in edizione autonoma (Pisa, Valenti, 1884; quindi Firenze, Salani, 1889).
  16. G. La Face Bianconi, Il caso di Pia de’ Tolomei, in «Amadeus. Il mensile della grande musica», giugno 2007, p. 78.
  17. «La Pia che s’impone al pubblico italiano nella prima metà dell’Ottocento è un personaggio polimorfo, che molto s’allontana dall’imprescindibile germe dantesco, intenso quanto avaro di dettagli» (E. d’Angelo, «Siena mi fe’ disfecemi Maremma»: ritratti di Pia, da Dante a Cammarano, in «La Fenice prima dell’Opera 2004-2005», op. cit., pp. 23-46, cit. a p. 23).
  18. È il caso di D. Da Lodi, Pia de’ Tolomei. Grande romanzo popolare storicoromantico, illustrazioni di T. Scarpelli, Firenze, Nerbini, 1900 (più volte ristampato).
  19. M. Yourcenar, Dialogo della palude (tit. originale Le dialogue dans le marécage, 1930); ora in Ead., Tutto il teatro, trad. di L. Coppola, G. Prati, M. Spreafico, Milano, Bompiani, 1988, pp. 149-72.
  20. Si veda M. Fiorato, La gemma di Siena (trad. it. di C. Lionetti), Milano, Nord, 2013: la protagonista di questo libro, a metà tra il romanzo rosa e la fiction storica, ambientato nel Settecento, è una lontana discendente dell’omonima penitente dantesca di cui rischia di subire l’identica sorte. E cfr. anche il thriller gotico di R. Mucciarelli, Io son la Pia: un enigma medievale, Siena, Protagon, 2012.
  21. I resti del vecchio maniero si trovano nella campagna maremmana, tra i comuni di Massa Marittima e Gavorrano: cfr. E. Repetti, Dizionario geografico, fisico, storico della Toscana: contenente la descrizione di tutti i luoghi del Granducato, Ducato di Lucca, Garfagnana e Lunigiana, Firenze, A. Tofani, 1835, s. v. Gavorrano, pp. 415-22 (in part., p. 416). A Gavorrano si svolge annualmente (a partire dal 1993), in agosto, una rievocazione storica in costume d’epoca della disgrazia della celebre Tolomei: Castel di Pietra, Castello della Pia: leggende, bruscelli, feste popolari di una comunità rurale, a cura di N. e V. Franceschi, Gavorrano, Nuova associazione Pro loco gavorranese, 1997.
  22. Cfr. G. Varanini, Pia, in Enciclopedia dantesca, vol. 4 (N-SAM), a cura di U. Bosco e G. Petrocchi, Roma, Istituto della Enciclopedia italiana, 1970, pp. 462-67 (p. 462). Il chiosatore trecentesco Benvenuto da Imola la chiama «vana femina» (B. de Rambaldis de Imola, Comentum super Dantis Aldigherii Comoediam, nunc primum integre in lucem editum, tom. III, Firenze, G. Barbera, 1887, p. 165).
  23. I. della Lana, Commento alla Commedia, a cura di M. Volpi, con la collaborazione di A. Terzi, tom. II, Roma, Salerno, 2009, p. 1036; F. Da Buti, Commento sopra La divina Comedia di Dante Allighieri, a cura di C. Giannini, tom. II, Pisa, Fratelli Bistri, 1860, p. 116.
  24. Ottimo commento alla Commedia, a cura di G. B. Boccardo, M. Corrado e V. Celotto, tom. II (Purgatorio, a cura di M. Corrado), Roma, Salerno, 2018, p. 797.
  25. Dante, con l’esposizione di M. Bernardino Daniello da Lucca, sopra la sua Comedia dell’Inferno, del Purgatorio e del Paradiso, nuovamente stampato e posto in luce, Venezia, Pietro da Fino, 1568, p. 168.
  26. J. de Serravalle, Translatio et comentum totius libri Dantis Aldigherii, cum texto italico fratris Bartolomei a Colle, nunc primum edita, Prato, Giacchetti, 1891, p. 487.
  27. M. Bandello, Le novelle, op. cit., p. 151.
  28. Si noti poi che l’aggettivo «dolente» presente nel testo di Nannini dà vita a una triplice anafora, una figura retorica di ordine non infrequente in Dante quale espediente per donare enfasi e gravità alla narrazione: si pensi, per es., alla tripla repetitio di «per me» in Inferno 3, 1-3 e di «amor» nelle tre terzine “stilnovistiche” di 5, 99ss. È curioso che l’explicit dell’edizione Salani della Pia di Moroni reciti Della dolente Pia de’ Tolomei (cfr. La poesia popolare a stampa nel sec. XIX, a cura di G. Giannini, prefazione di L. Sorrento, vol. II, Udine, Istituto delle Edizioni Accademiche, 1938, p. 418).
  29. Si vedano, per es., le raccolte E. Bargagli, M. Bargagli, D. Vegni, Cantastorie di Maremma, Firenze, Semper, 2005 (audio registrazione di testi con CD) e Canti popolari in Maremma, a cura di C. Barontini e M. Vergari, musica di F. Manfucci, Grosseto, Il paese reale, 1975.
  30. Cfr. Nannini, la mia Pia all’URL: https://www.lastampa.it/spettacoli/musica/2007/03/02/news/nannini-la-mia-pia-1.37131046/ (ultima consultazione: 10/03/2025). E si veda quanto l’artista confessa nella sua autobiografia: «Voglio fare un’opera ma che sia un Bruscello» (G. Nannini, Io, Milano, Rizzoli, 2013, e-book). Il bruscello (derivato forse da “arboscello”) è un tipo di espressione amatoriale, teatrale e canora, di estrazione agricolo-artigianale, un tempo caratteristica nei confini toscani e specialmente senesi.
  31. Tale ruolo riveste sin dall’inizio anche nella Pia donizettiana, dove è «chiaramente il vilain della situazione» (G. Ruffin, Pia de’ Tolomei, in breve, in «La Fenice prima dell’Opera 2004-2005», op. cit., pp. 117-18, p. 117).
  32. «In Marenco s’assiste al trionfo della virtù di Pia» (E. d’Angelo, «Siena mi fe’ disfecemi Maremma»…, art. cit., p. 38).
  33. Cfr. La Pia, leggenda romantica di Bartolomeo Sestini, a cura di S. Pagani, Firenze, Consiglio regionale della Toscana, 2015, p. 101, in nota.
  34. La «traccia dantesca e popolare» è «ben viva in area senese, dove sulla sfortunata signora medievale si compongono bruscelli, maggi, stornelli, etc.» (E. d’Angelo, «Siena mi fe’ disfecemi Maremma»…, art. cit., p. 24).
  35. Nannini, la mia Pia, art. cit. Va da sé che tale radice è diffusa in tutta la regione. Si veda, per es., questa rivisitazione pittoresca della leggenda medievale che si svolge a Pisa: La Pia de’ Tolomei: befanata, secondo il testo adottato dalla Compagnia di Soiana (PI), a cura di D. Menchelli, Lucca, San Marco, 1980. Per un nutrito elenco delle «principali edizioni a stampa di testi popolari in versi» su Pia cfr. M. E. Giusti, «Higbury bore me. Richmond and Kew /Undid me»…, art. cit., pp. 428-29.
  36. G. Moroni, B. Sestini, Pia de’ Tolomei. Due poemi in ottave dell’Ottocento toscano, a cura di D. Riondino, prefazione di P. Clemente, Firenze, Giunti, 2011.
  37. In questa parte, affidata alla sola voce dell’interprete principale, Nannini «sembra proseguire la strada aperta dalla Yourcenar e la vicenda di Pia torna ad essere quella di una donna e della sua intimità emotiva»: S. Bartolini, La ricezione delle figure femminili della Commedia dantesca nella letteratura dall’800 ai giorni nostri, in Dante Adriaticus. Atti dei Convegni internazionali di studi (Roma, 1° luglio – Verona, 9 ottobre – Pola, 13 novembre 2021), a cura di D. Schürzel et al., Sestri Levante (Ge), Gammarò, 2023, e-book. Nella già citata pièce dell’autrice francese, infatti, il confronto tra Nello e la moglie viene interiorizzato, risolvendosi nella fusione dei due ruoli in un’unica persona.
  38. Nello «iugulavit eam ita secrete, quod nemo scivit nisi ipse» (riportato da G. Varanini, Pia, art. cit., p. 462).
  39. B. de Rambaldis de Imola, Comentum…, op. cit., p. 164. E si veda sul punto L. Fiorentini, Morte della Pia, da Iacomo della Lana a Matteo Bandello, in Sui commenti alla Commedia di Dante a Bologna, a cura di G. Brunetti, Bologna, Bologna University Press, 2023, pp. 15-36.
  40. A. Santini, Cucina maremmana, Roma, Franco Muzzio, 2006, p. 9. Nel 1993 Nanni ha inciso il brano radical folk Maremma per l’album (il decimo della sua carriera) X forza e X amore (Dischi Ricordi). Il testo è la cover di un antichissimo canto rurale della zona, un tempo malarica.
  41. «È diventata [l’opera su Pia] un lavoro femminista nel senso più nobile, con anche qualche cantata che prende in giro certi atteggiamenti maschili» (Nannini, la mia Pia, art. cit.).

(fasc. 56-57, 15 settembre 2025)

La vocazione narrativa di Vinicio Capossela: letteratura, pittura e musica in “Modì”

Author di Maria Panetta

Nel 2004, nel terzo “capitolo” del “romanzo surreale” Non si muore tutte le mattine, Vinicio Capossela scriveva delle canzoni: «Quelle ci rubano pezzi di cuore, pezzi d’altrove. È ben pericoloso fermarsi ad ascoltarle. Non ce n’è abbastanza di mondo oltre le canzoni»[1].

Sebbene sia di origini italiane (irpine, per la precisione), Capossela è nato nella tedesca Hannover il 14 dicembre del 1965: è noto soprattutto come cantautore, ma la peculiarità più particolare della sua ricerca artistica è quella di concepire l’opera d’arte come uno spettacolo a tutto tondo, che coinvolga, in primo luogo, strumenti musicali e voce, ma anche radio, letteratura e cinema. Continua a leggere La vocazione narrativa di Vinicio Capossela: letteratura, pittura e musica in “Modì”

(fasc. 52, vol. II, 3 giugno 2024)

L’”italiano vero”: tra identità e cultura. L’evoluzione dell’identità culturale italiana tramite l’analisi delle canzoni “Brividi”, “La Famiglia” e “La Dolce Vita”

Author di Valentina Sorbera

Nella società italiana di oggi, in quale contesto socioculturale si collocano le canzoni Brividi di Mahmood, vincitrice del festival di Sanremo 2022; La Famiglia di Rhove, successo rap dello stesso anno, e il tormentone dell’estate 2022 La Dolce Vita di Fedez? Analizzando i testi e i video di questi brani, usciti tutti nello stesso anno a pochi mesi di distanza l’uno dall’altro, ci si pone l’obiettivo di dimostrare quanto la musica pop italiana sia specchio dell’evoluzione della società italiana odierna. Continua a leggere L’”italiano vero”: tra identità e cultura. L’evoluzione dell’identità culturale italiana tramite l’analisi delle canzoni “Brividi”, “La Famiglia” e “La Dolce Vita”

(fasc. 52, vol. II, 3 giugno 2024)

Da “L’italiano” a “Cara Italia”: vecchie e nuove rappresentazioni del Belpaese nella canzone italiana. L’Italia in tutte le salse

Author di Laura Nieddu

Come «formosissima donna», «povera ancella», «alma terra natia» descriveva la propria patria Leopardi nel 1818[1]; «cara» la definiva Manzoni con tono solenne in Marzo 1821[2], così come «una d’arme, di lingua, d’altare, di memorie, di sangue e di cor», celebre concetto di nazione. Ancor prima, Petrarca, in Italia mia, benché ’l parlar sia indarno, denunciava l’occupazione da parte di milizie straniere e la mancanza di fraternità tra le genti italiane[3] e, secoli dopo, nel Secondo dopoguerra, Salvatore Quasimodo celebrava l’Italia con grande senso di appartenenza, chiamandola «mio paese»[4]. Il sentimento che si respira in questi poemi è quello di un’esaltazione/difesa di una terra vilipesa e calpestata, che ha bisogno della voce altisonante dei suoi poeti per contrastare i mali della storia. Tale visione perdura fino ad oggi oppure i poeti odierni, più precisamente quelli che potremmo definire “poeti pop”, i cantanti dell’universo della musica leggera, ritraggono l’Italia in altri termini, meno lusinghieri? Continua a leggere Da “L’italiano” a “Cara Italia”: vecchie e nuove rappresentazioni del Belpaese nella canzone italiana. L’Italia in tutte le salse

(fasc. 52, vol. II, 3 giugno 2024)

Pensieri stupendi, pensieri frequenti: quello che le cantanti (non) dicevano

Author di Gaspare Trapani

I’m interested in anything about revolt, disorder, chaos,

especially activity that appears to have no meaning.

It seems to me to be the road toward freedom.

Jim Morrison

L’idea secondo cui il testo di una canzone possa essere considerato e analizzato come un testo letterario, nello specifico di tipo poetico, passibile, pertanto, di interpretazioni, trova concordi molti studiosi. Fra i tanti, è proprio uno scrittore, Pier Vittorio Tondelli, a riconoscergli questa legittimità affermando: Continua a leggere Pensieri stupendi, pensieri frequenti: quello che le cantanti (non) dicevano

(fasc. 52, vol. II, 3 giugno 2024)