In questo contributo[1]
Glossario
Accattare: comprare.
«È andato in farmacia ad accattare i medicinali per nostro figlio, ma torna subito».
Acchianare: salire, anche inteso come portare su un cadavere.
«Non si trattava né di cravatta né di fazzoletto. L’uomo aveva ancora la cintura di sicurezza –capirai, si erano fatti il letto del Canneto, pieno di pietre com’è – e se l’è sganciata quando la fìmmina gli è acchianata sopra le gambe, la cintura sì che gli avrebbe dato fastidio grosso».
Accucchiari: racimolare, raggruzzolare.
«Ma che ci accucchia tutto questo con l’ammazzatina d’Arelio?».
Addrumàre: accendere.
«la televisione addrumata e la finestra spalancata come ogni sera».
Addunarsi: accorgersi.
«uno sta due ore con lui, chiacchiera come se lo conoscesse da cent’anni e dopo s’adduna d’avergli detto segreti che non direbbe manco al parrino in confessione».
Aggiarniare: impallidire.
«Dell’avvocato Rizzo».
«Ah» fece Saro, e aggiarniò.
Aggliuttire: inghiottire.
«il nuovo eletto si aggliuttiva la presenza».
Agniddruzza: agnellini.
«dove pastori pezzenti s’imbattevano in giarre piene di monete d’oro o in agniddruzza ricoperti di brillanti».
Ammammaloccuto: stordito, stupito.
«ancora ammammaloccuto per la sorpresa».
Ammucciare: nascondere.
«Posso sapere perché è venuto in casa mia a fare il teatro che ha fatto? Non ho niente da ammucciare, io».
Ammuttare: spingere.
«Pino e Saro si avviarono verso il posto di lavoro ammuttando ognuno il proprio carrello».
Arrassare: allontanare, spostare.
«La donna si arrassò».
Arriniscire: riuscire.
«Facendosi coraggio, Pino si avvicinò dal lato di guida, cercò di aprire la portiera, non ci arriniscì, era chiusa con la sicura».
Arrisbigliàre: svegliare.
«il vento di scirocco tardava ad arrisbigliarsi dal suo sonno piombigno, già si faticava a scangiare parole».
Assittàrsi: sedersi.
«Seguita da Montalbano, andò a sistemarsi vicinissima a una finestra con le tendine. Fece cenno al commissario di pigliare
Assugliavano: assalire
«Di colpo capì e venne assugliato da una risata così violenta da impedirgli di alzarsi in piedi».
Astutàre: spegnere.
«Doppo ricomparvero vestiti, astutarono la luce, se ne ripartirono col macchinone grigio metallizzato di lui».
Azzuffatina: rissa.
«Ceno. Tu lo capisci il danno che me ne può venire, che ne so, da un’azzuffatina, una coltellata, un’overdose?».
Babbiare: scherzare.
«La targa della macchina? Vogliamo babbiare?»
Cangiare: cambiare.
«Per una cosa o per l’altra, ci vollero dieci minuti buoni per cangiare la ruota e quando arrivarono alla mannara, la Scientifica di Montelusa era già sul posto».
Cardascioso: fastidioso.
«il dolore seguitava, surdigno, cardascioso, senza fitte acute, che forse era peggio».
Càrzaro: carcere.
«Macari tu lo vuoi fare moriri in càrzaro?» gli spiò il commissario».
Catàfero: cadavere.
«A Rizzo era come se gli avessero contato di avere trovato un tale catafero».
Cavuso: pantaloni.
«non puoi fare altro che metterti a cacare dentro i càvusi?».
Cataminàre: smuovere.
«Non posso cataminàre le gambe, mi costa fatica».
Catuniare: dare sentenze.
«non ci dà soddisfazione e quella piglia e si mette a fare più catùnio».
C’inzertare: indovinare.
«Invece il commissario da un lato c’inzertò e dall’altro ci sbagliò».
Cirivèddro: cervello.
«che a Saro parse avesse agito di testa sua, senza che il ciriveddro le avesse detto niente».
Cognita: conosciuta.
«Era cosa cògnita».
Conzàri: apparecchiare.
«Aisha aveva conzato la tavola sotto una minuscola pergola darrè la casuzza».
Cucuza: zucca.
«Ignorante come una cucuza».
Cummigliare: coprire, seppellire.
«una nuvolaglia bassa e densa cummigliava completamente il cielo».
Fetiri: puzzare.
«ti dico che la cosa mi feti».
Fìmmina: donna.
«Vale a dire che lui non vide la fìmmina fare segnale».
Firticchio: svelto, intelligente.
«Gli venne il firtìcchio di fare una telefonata anonima all’Arma».
Fitinzia: schifezza.
«Le abbrusciai. Non conservo fitinzìe».
Gana: voglia.
«datosi che gli era passata la gana di travagliare».
Garruso: furbo, figlio di buonadonna.
«Ventotto fra troie e garrusi di vario genere».
Giarno: pallido.
«diventò giarno come un morto e istintivamente si mise mani in alto».
Intifichi: identici.
«sono precisi intifichi a quelli che sono venuti a mia».
Inzertato: indovinare.
«Si fece a piedi i sei piani, ebbe però la soddisfazione di averci inzertato sul conteggio».
Muntànghero: muto.
«Il primo quarto d’ora se lo passarono mutàngheri».
Murritiuso: indisciplinato.
«Montalbano era uno scolaro murritiuso»
Narrè: indietro.
«Ce l’aveva da sei mesi e ancora non si era deciso a ridarglielo narrè».
Nèsciri: uscire.
«o nèsciri dal portone il signor Lapecora?».
Nicareddro: bambino, piccolo, neonato.
«e quando mai s’era visto un nicareddro che non lacrimava?».
Nirbùso: nervoso.
«era chiaramente agitata, nirbùsa».
Nìvuro: nero.
«Teneva in mano una scatoletta nìvura, lunga e piatta».
Nuddru: nessuno.
«senza dire una parola a nuddru».
’nzinga: segnale, prova.
«fece ’nzinga d’accomodarsi alla guardia giurata».
Picca: poco.
«dopo picca pure Pino aveva toccato letto».
Piccilìddro: bambino.
«Un picciliddro di otto anni si era impiccato».
Picciòtto: giovanotto.
«del caffè Albanese con un ufficiale più picciotto».
Piglianculo: omosessuale.
«tra buttane, ruffiani, piglianculo».
Pirtusa: buco.
«Un colabrodo che perde acqua da tanti pirtùsa».
Pruire: porgere.
«la pruì al commissario».
Putia: bottega.
«A mano mancina c’era una putìa di frutta e verdura»
Ranto: vicinissimo.
«venendo dalla latata di Montelusa ranto il mare».
Scànto: spavento, paura.
«se non avete fatto niente di male, non dovete avere scanto o timore».
Scarmàzzo: schiamazzo, rumore.
«Portale in ufficio, facendo il più grosso scarmazzo possibile».
Scècco: asino.
«viddrano su uno scecco carrico di rami secchi».
scialarsi: divertirsi molto.
«ce n’erano per tutti i gusti, uno scialo, una festa».
Sciauro: odore
«Accussì il giorno appresso si portano il sciauro del giorno avanti».
Sgriddàri: sgranare gli occhi.
«il resto lo passava a occhi sgriddrati».
Siccia: seppia.
«La pasta al nìvuro di siccia».
Soru: sorella.
«Come sta to soru?» spiò il commissario».
Sparagnare: risparmiare.
«Sparagnando all’osso, qualche cosa abbiamo messo da parte».
Spiàre: chiedere.
«alzò due dita come per spiare di andare al cesso».
Spitàli: ospedale.
«per lo spavento appigliatosi è dovuta andare allo spitale».
Strammàre: diventare strano.
«Il quale arrivò col fiato grosso e gli occhi strammàti».
Svacantare: svuotare.
«svacantato una decina di volte nella discarica ch’era sorta».
Sùsiri: alzare.
«la signora Antonietta fece istinfivamente per susirisi».
Taliàre: guardare, osservare.
«Si chinò a taliare meglio».
Tambasiàre: girovagare.
«Ora mi metto a tambasiàre».
Tinto: cattivo.
«U vidi ca eranu genti tinta?».
Tràsiri: entrare.
«ci hanno messo una porta nica nica, che uno deve calarsi per trasìri».
Travagliàre: lavorare.
«datosi che gli era passata la gana di travagliare».
Trusciteddra: involto, pacco.
«Ha fatto una trusciteddra, un fagottino».
Tuppiari: bussare.
«ma ebbe voglia il commissario a tuppiàre».
Turciuniuato: stropicciato.
«fra le mani un fazzoletto continuamente turciuniato, assuppato di lacrime».
Ummira: ombra.
«Se lei non ne ha trovato manco l’ùmmira».
Vastaso: scostumato, sporcaccione.
«La devo preavvertire di una cosa anche a costo d’apparire vastaso».
Viddranu: contadino.
«Non c’è fìmmina siciliana di qualsiasi ceto, nobile o viddrana».
Virivirì: casino.
«alla mànnara, avrebbero trovato il virivirì dopo due giorni di libera uscita dei militari»
Appendice A:
Confronto linguistico fra trasposizione televisiva e romanzo La forma dell’acqua
| Min 5.30: Saro – Pino – Avv. Rizzo | P. 16: Saro – Pino – Avv. Rizzo |
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S: «Mi pare di starmi facendo una sauna, ora una botta fridda, ora una botta calda. Allora che facciamo? Lo avvisiamo l’onorevole Cusumano o no?» P: «Aspetta, aspetta… pensiamoci un attimo. Scusa, tanto tu tanto io sappiamo che l’onorevole è un pupo nelle mani dell’ingegnere Luparello. Invece è, anzi, era tutto. Morto Luparello, Cusumano unnènuddu. Che ci chiamiamo a fare?» S: «Allura?» P: «Alluranenti.» P: «Rizzo!» S: «Rizzo? Io a quello non lo conosco.» P: «E manco io!» |
S: «Mi pare di starmi facendo una sauna, ora una botta fridda, ora una botta càvuda» P: «Riattacca subito» S: «Non vuoi che l’avvisiamo?» P: «Pensiamoci sopra un momento, pensiamoci bene, l’occasione è importante. Dunque, tanto tu quanto io sappiamo che l’onorevole è un pupo» S: «Che viene a dire?» P: «Che è un pupo nelle mani dell’ingegnere Luparello, che è, anzi era, tutto. Morto Luparello, Cusumano non è nessuno, una pezza di piedi» S: «Allura?» P: «Alluranenti». P: «Rizzo» S: «Io a quello non gli telefono, mi scanto, non lo conosco» P: «Manco io, però gli telefono lo stesso». |
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S: «L’avvocato Rizzo?» R: «Sì, sono io» S: «Mi scusasse avvocato se la disturbo all’ora che è.. ma abbiamo trovato l’ingegnere Luparello. A noi ci pare morto» R: «E perché lo venite a contare a me?» S: «Come? Lei non è il suo migliore amico?» R: «Vi ringrazio, ma prima di tutto è necessario che facciate il vostro dovere. Buongiorno.» S: «Buongiorno…» |
P: «L’avvocato Rizzo?» R: «Sono io» P: «Mi scusassi avvocato se la disturbo all’ora che è.. abbiamo trovato l’ingegnere Luparello… ci pare morto». R: «E perché lo viene a contare a me?». P: «Ma come?! Lei non è.. il suo migliore amico? Ci è parso doveroso…» R: «Vi ringrazio. Ma prima di tutto è necessario che facciate il dovere vostro. Buongiorno». |
| Min 7.31: Montalbano – Fazio | P. 19: Montalbano – Fazio |
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M: «Pronto!» F: «Pronto, buongiorno. Fazio sono, Commissario. Abbiamo un cliente.» M: «E chi è?» F: «No veramente ancora non lo sappiamo.» M: «Come l’hanno ammazzato?» F: «Eh non sappiamo neanche questo. A dire il vero non sappiamo neanche se è stato ammazzato.» M: «Fazio ma fammi capire, tu mi chiami senza sapere una minchia?» F: «Lo so Commissario.» M: «Chi l’ha trovato?» F: «Due munnizzari alla mannara, dentro un’automobile» M: «Mimì Augello non c’è?» F: «No Commissario, è ancora in ferie.» M: «Ancora? Doveva tornare stamattina! F: «Lo so Commissario, doveva tornare stamattina però poi ha avuto un contrattempo» M: «Vabbè, vabbè. Senti arrivo, tu intanto chiama a Montelusa, dì alla Scientifica di venire e chiama anche il giudice Lo Bianco.» |
M: «Pronto!» F: «Commissario, abbiamo un cliente». M: «Chi è?» F: «Ancora non lo sappiamo» M: «Come l’hanno ammazzato?» F: «Non lo sappiamo. Anzi, non sappiamo manco se è stato ammazzato» M: «Brigadiè, non ho capito. Tu m’arrisbigli senza sapere una minchia? Chi l’ha trovato?» F: «Due munnizzari alla mannara, dentro un’automobile» M: «Arrivo subito. Tu intanto telefona a Montelusa, fai venire giù la Scientifica e avverti il giudice Lo Bianco». |
| Min 9.34: Montalbano – Dott. Pasquano |
P. 26: Montalbano – Dott. Pasquano
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M: «Com’è morto?» P: «Guardi lei. Allora è evidente no? Lo sapeva che l’ingegnere era stato operato al cuore a Londra, di recente?» M: «No» P: «Gli avevano messo dei bypass.» M: «Sinceramente non lo sapevo, lo avevo visto in televisione giorni fa, mi era sembrato in ottima forma.» P: «Eh, voleva comparire in forma. In politica sono così, come i cani, appena sanno che non puoi difenderti ti azzannano. P: «Quello che è successo qui è evidente: l’ingegnere s’è voluto passare un capriccio e ci è rimasto. Non la convinco?» M: «No» P: «Perché?» M: «Sinceramente non lo so nemmeno io. Senta quando mi dà i risultati dell’autopsia, domani?» M: «Va bene, Pasquà parliamoci chiaro, quando me li fa avere questi risultati? P: «Prima che posso!» M: «Va bene! Grazie dottore, arrivederci» P: «Se intanto non mi fanno correre a dritta e a mancina a vedere altri morti» |
M: «Ma com’è morto?» P: «Mi pare evidente, no? Lei lo sapeva che il povero ingegnere era stato operato al cuore da un grosso cardiochirurgo di Londra?» M: «Veramente non lo sapevo. L’ho visto mercoledì scorso in televisione e m’è parso in perfetta salute» P: «Pareva, ma non era così. Sa, in politica sono tutti come cani. Appena sanno che non puoi difenderti, ti azzannano. Sembra che a Londra gli abbiano messo due bypass, è stata, dicono, una cosa difficile» M: «A Montelusa chi l’aveva in cura?» P: «Il mio collega Capuano. Si faceva controllare ogni settimana, ci teneva alla salute, voleva sempre comparire in forma» M: «Che dice, parlo con Capuano?». P: «Perfettamente inutile. Quello che è successo qua è di una evidenza palmare. Al povero ingegnere è venuto il capriccio di farsi una bella scopata da queste parti, magari con una troia esotica, se l’è fatta e c’è rimasto». P: «Non la convinco?» M: «No» P: «E perché?» M: «Sinceramente non lo so nemmeno io. Domani mi fa avere i risultati dell’autopsia?» P: «Domani?! Ma lei è un pazzo! Prima dell’ingegnere ho quella picciotta di una ventina d’anni stuprata in un casolare e ritrovata mangiata dai cani dieci giorni dopo, poi tocca a Fofò Greco che gli hanno tagliato la lingua e le palle e l’hanno appeso a morire a un albero, poi viene…» M: «Pasquano, parliamoci chiaro, quando mi fa avere i risultati?» P: «Dopodomani, se intanto non mi fanno correre a dritta e a mancina a taliare altri morti» |
| Min 20.52: Gegè – Montalbano |
P . 50: Gegè – Montalbano
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G: «Scendi, Salvù, godiamoci tanticchia di quest’aria buona» M: «Che c’è, come stai?» G: «Sto bonu» M: «Tua sorella? Come sta?» G: «L’ho portata a Barcellona, che lì c’è una clinica specializzata pi l’occhi. Mi hanno detto che almeno il destro glielo dovrebbero recuperare» M: «Mi raccomando, quando la senti salutamela eh!» G: Non mancherò. Certo che mi parla sempre di te, il suo alunno preferito, pace che pace che non sono diventato una persona per bene come te, anche se stavamo nello stesso banco insieme!» M: «Gegè tu copiavi e basta!» G: «Ora però, ora mi sono preparato bene, mi puoi interrogare!» M: «Quante persone amministri alla mànnara?» G: «Una trentina, fra buttane e garrusi di vario genere. Più Manuele che sta lì a badare che non succedano bordelli.» M: «E che è successo l’altro giorno?» G: «Salvù io non c’ero. Adna che stava lì a lavorare si è spaventata, perché ha visto questa BMW che scendeva da una parte di Montelusa?» M: «Un momento, chi è questa Adna?» G: «Una senegalese, fimmina sveglia eh! Anzi qua guarda io ti ho portato nome e cognome veri e anche l’indirizzo casomai tu ci vuoi parlare» M: «Ah, ti ringrazio. E poi che è successo?» G: «Adna ha visto due, nella BMW, che ficcavano» M: «E che cosa ha visto esattamente?» G: «Salvù ma che te sei scordato come se fa a fottere?» M: «Non me fare perdere tempo, vai avanti!» G: «E hanno fatto lei sopra e lui sotto. Poi quando hanno finito l’uomo è rimasto al suo posto e la donna si è allontanata lungo il muro di cinta della vecchia fabbrica, verso la strada. Bella fimmina eh, alta, bionda, elegante, borsa a sacco. Non era cosa de mànnara, tra l’altro la macchina la guidava lei» M: «C’è altro?» G: «Sì. Manuele, il mio braccio destro, ha visto arrivare la fimmina sulla provinciale e prendere il passaggio da un altro» M: «Un momento, l’ha vista proprio così, col pollice per prendere un passaggio, qualcuno che la caricasse?» G: «Salvù, ma come fai, come fai? Sei proprio uno sbirro nato! È proprio questo il punto, che Manuele non si fa persuaso perché la fimmina non fece segnale, però una macchina si è fermata con lo sportello aperto per farla salire. Salvù, io ti ho detto tutto quello che sono riuscito a sapere sula facenna, e te l‘ho detto nel mio interesse perché per me tu prima finisci le indagini e meglio è. Sai così poi la gente se ne scorda e tutti toniamo a lavorare tranquilli. Anzi, fammene andare che adesso alla mànnara siamo proprio in pieno business» M: «No aspetta un attimo. Tu che idea ti sei fatto?» G: «Io? Lo sbirro sei tu. Ad ogni modo, se proprio lo vuoi sapere, a me la faccenda mi puzza. Diciamo che questa fimmina è una buttana d’alto borgo, forastera. Ma ti pare che Luparello non sapeva dove portarsela?» |
G: «Scendi, Salvù, godiamoci tanticchia di quest’aria buona. Salvù, io lo so quello che vuoi spiarmi. E mi sono preparato bene, puoi interrogarmi magari a saltare». M: «Come sta tosoru?» G: «L’ho portata a Barcellona, che c’è una clinica specializzata pi l’occhi. Pare che fanno miracoli. M’hanno detto che almeno l’occhio destro ce la faranno a farglielo recuperare in parte» M: «Quando la vedi, falle i miei auguri». G: «Non mancherò. Ti stavo dicendo che mi sono preparato. Attacca con le domande». M: «Quante persone amministri alla mànnara?» G: «Ventotto fra troie e garrusi di vario genere. Più Filippo di Cosmo e Manuele Lo Piparo che stanno lì a badare che non succedano bordelli, tu capisci che basta un minimo e mi trovo fottuto» M: «Occhi aperti, perciò» G: «Ceno. Tu lo capisci il danno che me ne può venire, che ne so, da un’azzuffatina, una coltellata, un’overdose?» M: «Ti tieni sempre alle droghe leggere?». G: «Sempre. Erba, e al massimo cocaina. Domanda agli spazzini se alla matina trovano una siringa che sia una, domanda». M: «Ti credo» G: «E poi Giambalvo, il capo della buoncostume, mi sta proprio di sopra. Mi sopporta – dice – solo se non faccio nascere complicazioni, se non gli rompo i coglioni con qualcosa di grosso» M: «Lo capisco, Giambalvo: si preoccupa di non essere costretto a chiuderti la mànnara. Verrebbe a perdere quello che gli passi sottobanco. Che gli dai, un mensile, una percentuale fissa? Quanto gli dai?». G: «Fatti trasferire alla buoncostume e lo vieni a scoprire. A me farebbe piacere, così aiuto un miserabile come a tia che campa di solo stipendio e se ne va in giro con le pezze al culo» M: «Grazie del complimento. Ora parlami di quella notte» G: «Dunque, potevano essere le dieci, le dieci e mezzo, quando Milly, che stava travagliando, ha visto i fari di un’automobile che, venendo dalla latata di Montelusa ranto il mare, si dirigeva, correndo, alla mànnara. Si scantò» M: «Chi è questa Milly?» G: «Si chiama Giuseppina La Volpe, è nata a Mistretta ed ha trent’anni. È una femmina sveglia. Qua ci ho scritto i nomi e i cognomi veri. E magari l’indirizzo, nel caso volessi parlarci di persona» M: «Perché dici che Milly si spaventò?». G: «Perché un’automobile da quella parte non sarebbe potuta arrivare, a meno di scendere per il Canneto, che uno capace che si rompe macchina e corna. Prima pensò a un’alzata d’ingegno di Giambalvo, una retata senza preavviso. Poi rifletté che non poteva essere la buoncostume, una retata non si fa con una macchina sola. Si scantò allora chiù assà, perché gli venne in mente che potevano essere quelli di Monterosso, che mi stanno facendo la guerra per levarmi la mànnara. E magari ci scappava una sparatoria: per essere pronta in ogni momento a fuìre, si mise a taliare fissa la macchina, e il suo cliente protestò. Fece in tempo però a vedere che l’automobile girava, si dirigeva sparata verso la macchia vicina, quasi vi entrava dentro, si fermava» M: «Non mi stai portando novità, Gegè» G: «L’uomo che aveva scopato con Milly, la scaricò e a marcia indietro si fece il viottolo verso la provinciale. Milly si mise ad aspettare un altro travaglio, camminando avanti e indietro. Allo stesso posto dove prima ci stava lei, arrivò Carmen con uno affezionato che la viene a trovare ogni sabato e ogni domenica, sempre allo stesso orario e ci passa le ore. Il nome vero di Carmen è nel foglio che ti ho dato» M: «C’è magari l’indirizzo?» G: «Sì. Prima che il cliente spegnesse i fari, Carmen vide che i due nella BMW già ficcavano» M: «Ti ha detto cosa esattamente ha visto?» G: «Sì, questione di pochi secondi, ma ha visto. Magari perché era rimasta impressionata, automobili di quel tipo alla mannara non se ne vedono. Dunque, la femmina che era al posto di guida – già, me l’ero scordato, Milly ha detto che era lei che guidava – si è rigirata, è salita sulle gambe dell’uomo che le stava allato, ha armeggiato tanticchia con le mani in basso, che non si vedevano, e poi ha pigliato ad andare su e giù. O te lo sei scordato come si fa a fottere?» M: «Non credo. Ma facciamo la prova. Quando hai finito di contare quello che mi devi, ti cali i pantaloni, appoggi le belle manine al cofano, ti metti culo a ponte. Se mi sono scordato qualche cosa, me l’arricordi. Vai avanti, non mi fare perdere tempo» G: «Quando hanno finito, la femmina ha aperto lo sportello ed è scesa, si è aggiustata la gonna, ha richiuso. L’uomo, invece di rimettere in moto e partire, se n’è rimasto al suo posto, la testa appoggiata all’indietro. La femmina è passata rasente la macchina di Carmen e proprio in quel momento è stata pigliata in pieno dai fari di un’automobile. Era una bella fìmmina, bionda, elegante. Teneva nella sinistra una borsa a sacco. Si è diretta verso la vecchia fabbrica» M: «C’è altro?» G: «Sì. Manuele, che stava facendo un giro di controllo l’ha vista che usciva dalla mannara e si dirigeva verso la provinciale. Siccome non gli parse, da com’era vestita, cosa di mannara, girò per seguirla ma una macchina le diede un passaggio» M: «Fermati un attimo, Gegè. Manuele la vide che se ne stava ferma, col pollice alzato, ad aspettare che qualcuno la pigliasse a bordo?» G: «Salvù, ma come fai? Sei proprio uno sbirro nato» M: «Perché?» G: «Perché è proprio su questo punto che Manuele non è persuaso. Vale a dire che lui non vide la fìmmina fare segnale, eppure una macchina si fermò. Non solo, Manuele ebbe l’impressione che l’auto, che marciava a velocità, avesse addirittura già lo sportello aperto quando frenò per farla acchianare. Manuele non ci pensò manco a pigliare il numero di targa, non c’era ragione» M: «Già. E dell’uomo della BMW, di Luparello, sai dirmi niente?» G: «Poco, aveva gli occhiali, una giacca che non si è levato mai, malgrado la scopata e la gran calura. C’è un punto però in cui il racconto di Milly non appatta con quello di Carmen. Milly dice che quando l’automobile arrivò, gli parve che l’uomo aveva una cravatta o un fazzoletto nero attorno al collo, Carmen sostiene che quando lo vide lei l’uomo aveva la camicia aperta e basta. Mi pare cosa di poco, però, l’ingegnere la cravatta può essersela levata mentre scopava, magari gli dava fastidio» M: «La cravatta sì e la giacca no? Non è cosa di poco conto, Gegè, perché dentro la macchina non è stata trovata nessuna cravatta e nessun fazzoletto» G: «Questo non significa, può essere caduta sulla rena quando la fìmmina è scesa» M: «Gli uomini di Jacomuzzi hanno rastrellato, non hanno trovato niente». G: «Forse c’è una spiegazione per quello che ha visto Milly. Non si trattava né di cravatta né di fazzoletto. L’uomo aveva ancora la cintura di sicurezza e se l’è sganciata quando la fìmmina gli è acchianata sopra le gambe, la cintura sì che gli avrebbe dato fastidio grosso» M: «Può darsi» G: «Salvù, ti ho detto tutto quello che sono riuscito a sapere su questa facenna. E te lo sto dicendo nel mio stesso interesse. Perché a me non mi ha fatto comodo che un pezzo grosso come Luparello se ne venisse a crepare alla mannara. Ora gli occhi di tutti sono appuntati lì, e tu prima la finisci con l’indagine, meglio è. Dopo due giorni la gente se ne scorda e tutti torniamo a travagliare tranquilli. Me ne posso andare? A quest’ora, alla mannara, siamo in pieno traffico» M: «Aspetta. Tu che opinione ti sei fatta?» G: «Io? Lo sbirro sei tu. Ad ogni modo, per farti piacere, ti dico che la cosa mi feti, mi puzza. Facciamo conto che la fìmmina sia una buttana d’alto borgo, forastera. Che mi vuoi venire a contare che Luparello non sa dove portarsela?» |
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M: «E se invece non lo era?» G: «Meno che mai se la sarebbe portata alla mànnara, e poi a parte il fatto che nessuno affida una macchina che vale quello che vale a una buttana, Salvù quella doveva essere una da fare spavento, una che si fa la calata nel Canneto senza problemi, arriva, fotte, l’ingegnere le muore tra le cosce e lei che fa? Scende, si sistema, chiude lo sportello e se ne va? Ma ti pare normale?» M: «Non mi pare normale!» G: «Salvù i pensieri che sono venuti nella testa all’omu di liggi sono precisi ai pensieri che sono venuti a mia, omu di delinquenza, che tu volevi vedere se combaciavano» M: «E ci pigliasti.» G: «Difficile che mi sbaglio cu tia. Ti saluto!» M: «Ciao Gegè, ti ringrazio!» G: «A proposito, ma lo sai che eri veramente grazioso oggi alla mànnara, mano nella mano con la tua bella». |
M: «Prosegui» G: «Se invece facciamo conto che la fìmmina non era buttana, peggio mi sento. Meno che mai si sarebbero fatti vedere alla mànnara. E poi: la macchina era guidata dalla fìmmina, questo è sicuro. A parte il fatto che nessuno affida una macchina che vale quello che vale a una buttana, quella femmina doveva essere una da fare spavento. Prima non ha problemi a farsi la discesa del Canneto, poi, quando l’ingegnere le muore tra le cosce, si alza tranquilla, scende, s’aggiusta, chiude lo sportello e via. Ti pare normale?» M: «Non mi pare normale». G: «Vieni qua, garruso. Avvicina la faccia. Ho capito. I pensieri che sono venuti a te, omu di liggi, sono precisi intifichi a quelli che sono venuti a mia, omu di delinquenza. E tu volevi solo vedere se appaltavano, eh, Salvù?» M: «Sì, c’inzirtasti» G: «Difficile che mi sbaglio, cu tia. Ti saluto, va» M: «Grazie» G: «Non so dove ho la testa, te lo volevo dire prima. Ma lo sai che eri veramente grazioso, oggi dopopranzo, alla mannara, mano nella mano con l’ispettrice Ferrara?». |
| min. 32.30: Montalbano – Saro – Tana | P. 68: Montalbano – Saro – Tana |
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M: «Buongiorno Signora, c’è Saro?» T: «Buongiorno, si accomodi. No, torna subito. Venga, venga» M: «Dov’è andato?» T: «È andato in farmacia ad accattare i medicinali per u picciliddru, ma torna subito» M: «Ma perché, che c’ha u picciliddru?» T: «E’ malato. I medici non se lo sanno spiegare. Scusi, ma lei chi è?» M: «Ah io sì, sono il ragionier Virduzzo, lavoro alla Splendor» T: «E che vuole da Saro?» M: «Veda, io credo di avere sbagliato, per difetto, l’ultima busta paga, e vorrei vedere la sua busta». T: «Si ma non c’è bisogno d’aspettare a Saro. La busta gliela posso far vedere io. Venisse» T: «Saro!» S: «Ma che vuole?» T: «E’ il ragionier Virduzzo!» S: «Ma quale ragioniere Virduzzo? Questo è il commissario Montalbano è!» M: «Dove l’avete messa, la collana?». M: «Quando l’hai trovata?» S: «Lunidia a matinu prestu, alla mànnara» M: «L’hai detto a qualcuno?» S: «No, solo a mia moglie» M: «E qualcuno è venuto a spiarti se avevi trovato una collana così e così?». S: «Si. Filippo di Cosmo, che è omu di Gegè Gullotta» M: «E tu che gli hai detto?» S: «Che non l’avevo trovata» M: «E lui ti ha creduto?» S: «Si, mi pare di sì. Ah, e ha detto che se la trovavo, dovevo consegnargliela senza fare lo stronzo, che la cosa era delicata assai» M: «Ti ha promesso qualcosa?» S: «Si. Legnate a morte se la trovavo e me la tenevo, cinquantamila lire se invece la trovavo e gliela consegnavo» M: «Che ci volevate fare con la collana?». S: «La volevamo impegnare, così abbiamo pensato io e mia moglie» M: «Non la volevate vendere?» S: «No, non era nostra, l’abbiamo pensata come se ce l’avessero prestata, non volevamo approfittare» T: «Siamo persone perbene, noi» M: «E con i soldi del pegno cosa ci volevate fare?». T: «Ci dovevano servire per curare nostro figlio. L’avremmo potuto portare lontano da qui, dove ci sono dottori che capiscono». M: «Prendimi due fogli di carta, và. Voglio che tu mi fai un disegno esatto della mànnara, con il punto preciso dove hai trovato la collana. Sei geometra, no?» M: «Perfetto» S: «Qui invece c’è la data sbagliata. Commissario oggi ne abbiamo undici, non nove.» M: «No, la data è giusta, anzi è giustissima. Non c’è niente di sbagliato. Tu la collana me l’hai portata il giorno stesso in cui l’hai trovata, sol che non me l’hai data subito perché non ti volevi far vedere dal tuo collega. Chiaro?». M: «Tienila cara quella ricevuta» T: «Che fa, me l’arresta ora?» M: «Perché, che ha fatto?» |
M: «C’è Saro?» T: «È andato in farmacia ad accattare i medicinali per nostro figlio, ma torna subito» M: «Perché, è malato? Che ha?» T: «I medici non se lo sanno spiegare. Lei chi è?» M: «Mi chiamo Virduzzo, faccio il ragioniere alla Splendor» T: «Trasissi. Che vuole da Saro?» M: «Credo di avere sbagliato, in difetto, il conteggio dell’ultima paga, vorrei vedere la sua busta». T: «Se è per questo non c’è bisogno d’aspettare Saro. La busta gliela posso far vedere io. Venga» M: «Se mi permette, faccio io. Dove stanno le buste paga?» S: «Che vuole?» T: «Ma è il ragionier Virduzzo!» S: «Virduzzo? Questo è il commissario Montalbano!» M: «Dove l’avete messa, la collana?». M: «Quando l’hai trovato?» S: «Lunidia a matinu prestu, alla mànnara» M: «L’hai detto a qualcuno?» S: «Nonsi, sulu a me muglieri» M: «E qualcuno è venuto a spiarti se avevi trovato una collana così e così?». S: «Sissi. Filippo di Cosmo, che è omu di Gegè Gullotta» M: «E tu che gli hai detto?» S: «Che non l’avevo trovata» M: «Ti cridì?» S: «Sissi, mi pare di sì. E lui ha detto che se per caso la trovavo, dovevo dargliela senza fare lo stronzo, perché la cosa era delicata assai» M: «Ti ha promesso qualcosa?» S: «Sissi. Legnate a morte se l’avevo trovata e me la tenevo, cinquantamila lire se invece la trovavo e gliela consegnavo» M: «Che volevi farne della collana?». S: «La volevo impegnare. Avevamo deciso così io e Tana» M: «Non volevate venderla?» S: «Nonsi, non era nostra, l’abbiamo pensata come se ce l’avessero prestata, non volevamo approfittare» T: «Siamo persone perbene, noi» M: «Che ne volevate fare dei soldi?». T: «Ci dovevano servire per curare nostro figlio. L’avremmo potuto portare lontano da qua, a Roma, a Milano, in un posto qualsiasi basta che ci sono medici che capiscono». M: «Fammi un disegno, indicami il punto preciso dove hai trovato la collana. Sei geometra, no?» M: «Perfetto» S: «Qui invece c’è la data sbagliata. Il nove era lunedì passato. Oggi ne abbiamo undici» M: «Non c’è niente di sbagliato. Tu la collana me l’hai portata in ufficio il giorno stesso in cui l’hai trovata. Ce l’avevi in tasca quando sei venuto al commissariato per dirmi che avevate trovato Luparello morto, ma me l’hai data dopo perché non volevi farti vedere dal tuo compagno di lavoro. Chiaro?». S: «Se lo dice vossia» M: «Tienila cara, questa ricevuta» T: «Che fa ora, me l’arresta?» M: «Perché, che ha fatto?» |
| Min 36.20: Montalbano – Pino | P. 63: Montalbano – Pino |
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P: «Posso sapere perché è venuto a casa mia a fare il teatro che ha fatto? Non ho niente da nascondere, io» M: «Per non spaventare tua madre. Se le dicevo chi sono veramente capace che le veniva un colpo» P: «Se le cose stanno così, grazie» M: «Prego, siediti. Allora, come hai fatto a capire che ero io che ti cercavo?» P: «Commissario quando lei vuole farsi credere un altro, dovrebbe mettersi almeno una parrucca» M: «Senti, tu scrivi di teatro?» P: «Non, però mi piace recitare» M: «E allora questa che cos’è?» P: «No, questa non è una scena di teatro, questa è… » M: «Te vengo incontro. Questa è la trascrizione di una telefonata che uno di voi due ha fatto all’avvocato Rizzo appena ritrovato il corpo di Luparello, e prima ancora di venire da me a denunziare il ritrovamento. È così?» P: «Si» M: «E perché avete avvertito Rizzo?» P: «Perché abbiamo pensato che qualcosa si poteva ancora fare. M: «Che cosa?» M: «Te vengo ancora incontro. Si poteva spostare la macchina dalla mànnara, per far ritrovare il corpo di Luparello da qualche altra parte? Questo pensavate che Rizzo vi avrebbe chiesto, giusto?» P: «Sissi» M: «E cosa speravate in cambio?» P: «Che quello magari ci trovava un posto da geometri e ci levava da quel mestiere di munnizzari fitusi. Commissario, lei lo sa meglio di mia, se uno non trova ventu a favuri, nun naviga!» M: «Volevate ricattare Rizzo?» P: «E come, con le parole? Le parole cose d’aria, sono!» M: «E allora?» P: «Commissario io glielo dico, poi se mi vuole credere mi crede e masannò pazienza! Io la telefonata l’ho scritta perché non mi suonava, parlandone da omu di teatro» M: «Non ti capisco» P: «Facciamo conto che questa è una scena scritta per il teatro, no? Allora io, personaggio Pino, telefono di prima matina al personaggio Rizzo per dirgli che abbiamo trovato morta la persona di cui lui è amico, segretario, compagno di politica. Più di un fratello. E il personaggio Rizzo se ne rimane fresco come un quarto di pollo, le sembra una cosa che suona giusta questa?» M: «No. Continua» P: «Non mi domanda dove l’abbiamo trovato, com’è morto, se l’hanno sparato, se ha avuto un incidente. Niente di niente! Anzi, cerca di mettere spazio tra il morto e lui, come se si trattasse di una canuscenza di passaggio. E riattacca. No, come commedia questa è tutta sbagliata, il pubblico si metterebbe a ridere». |
P: «Posso sapere perché è venuto in casa mia a fare il teatro che ha fatto? Non ho niente da ammucciare, io» M: «L’ho fatto per non spaventare tua madre, semplice. Se le dicevo che sono un commissario, capace che a quella gli veniva un colpo» P: «Se le cose stanno così, grazie» M: «Come hai fatto a capire che ero io che ti cercavo?» P: «Ho telefonato a mia madre per sapere come si sentiva, l’avevo lasciata che aveva mali di testa, e lei mi ha detto che era venuto un uomo per darmi una busta, però se l’era scordata. Era uscito dicendo che andava a pigliarla, ma non si era fatto più vedere. Io mi sono fatto curioso e ho spiato a me matri di farmi la descrizione della persona. Quando lei vuole farsi credere un altro, dovrebbe cancellare il neo che tiene sotto l’occhio sinistro. Che vuole da me?» M: «Una domanda. È venuto qualcuno alla mànnara a spiarti se avevi per caso trovata una collana?» P: «Sissi, uno che lei conosce, Filippo di Cosmo» M: «E tu?» P: «Io gli ho detto che non l’avevo trovata, come del resto è la verità» M: «E lui?» P: «E lui mi ha detto che se la trovavo tanto meglio, mi regalava cinquantamila lire; se imbeci l’avevo trovata e non gliela consegnavo, tanto peggio. Le stesse cose precise che ha detto a Saro. Manco Saro però l’ha trovata» M: «Sei passato da casa tua prima di venire qua?» P: «Nonsi, sono venuto direttamente» M: «Tu scrivi cose di teatro?» P: «Nonsi, però mi piace recitarle di tanto in tanto» M: «Questa, allora, che è?». P: «No, questa non è una scena di teatro, questa è… » M: «Ti vengo incontro. Questa è la trascrizione di una telefonata che uno di voi due ha fatto all’avvocato Rizzo appena scoperto il corpo di Luparello, e prima ancora di venire da me al commissariato per denunziare il ritrovamento. È così?» P: «Sissi» M: «Chi ha telefonato?» P: «Io. Ma Saro era allato a mia e sentiva» M: «Perché l’avete fatto?» P: «Perché l’ingegnere era una persona importante, una potenza. E allora abbiamo pensato di avvertire l’avvocato. Anzi no, prima volevamo telefonare all’onorevole Cusumano» M: «Perché non l’avete fatto?» P: «Perché Cusumano, morto Luparello, è come uno che in un terremoto non solo perde la casa, ma magari i soldi che teneva sotto il mattone» M: «Spiegami meglio perché avete avvertito Rizzo» P: «Perché capace che ancora si poteva fare qualche cosa» M: «Che cosa?» M: «Ti vengo ancora incontro. Capace che si poteva fare ancora qualche cosa, hai detto. Qualcosa come spostare la macchina dalla mànnara, fare trovare il morto da qualche altra parte? Questo pensavate che Rizzo vi avrebbe domandato di fare?» P: «Sissi» M: «E sareste stati disposti a farlo?» P: «Certo! Abbiamo telefonato apposta!» M: «Cosa speravate in cambio?» P: «Che quello magari ci cangiava di travaglio, ci faceva vincere un concorso per geometri, ci trovava un posto giusto, ci levava da questo mestiere di munnizzari fitusi. Commissario, lei u sapi megliu di mia, se uno non trova ventu a favuri, nun naviga» M: «Spiegami la cosa più importante: perché hai trascritto quel dialogo? Te ne volevi servire per ricattarlo?» P: «E come? Per le parole? Le parole cose d’aria, sono» M: «Allora a che scopo?» P: «Se mi vuole credere mi crede, masannò pacienza. Io quella telefonata l’ho scritta perché me la volevo studiare, non mi suonava, parlandone da omu di teatro» M: «Non ti capisco» P: «Facciamo conto che quello che c’è scritto qua deve essere recitato, d’accordo? Allora io, personaggio Pino, telefono di prima matina al personaggio Rizzo per dirgli che ho trovato morta la persona di cui lui è segretario, amico devoto, compagno di politica. Più di un fratello. E il personaggio Rizzo se ne rimane fresco come un quarto di pollo, non si agita, non domanda dove l’abbiamo trovato, com’è morto, se l’hanno sparato, se è stato un incidente di macchina. Niente di niente, domanda solo perché siamo andati a contarglielo proprio a lui, il fatto. Le pare una cosa che suona giusta?» M: «No. Continua» P: «Non si fa meraviglia, ecco. Anzi, tenta di mettere largo tra il morto e lui, come se si trattasse di una canuscenza di passaggio. E subito ci dice di andare a fare il dovere nostro, cioè di avvertire la polizia. E riattacca. No, commissario, è tutta sbagliata come commedia, il pubblico si metterebbe a ridere, non funziona». |
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P. 136: Montalbano – Signora |
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S: «Che c’è? Che modo è di disturbare?» M: «Mi perdoni, signora, cercavo i signori Montaperto» S: «Signuri Montaperto? Ca quali signuri! Chiddri munnizzari vastasi sunnu! Lei cu è?» M: «Sono un commissario di Pubblica Sicurezza» S: «Turiddru! Turiddru ! Veni di cursa ccà!» S2: «Chi fu?» S: «Chistu signuri un commissariu è! Vidi ch’aviva raggiuni!? Vidi ca i guardii i cercanu? U vidi ca eranu genti tinta? U vidi ca sinni scapparu pi nun finiti in galera?» M: «Quando se ne sono scappati, signora?» S: «Mancu mezz’ura, havi. Cu u picciliddru. Si ci curri appressu, capaci ca li trova strata strata» M: «Grazie, signora. Corro all’inseguimento» |
Appendice B:
Confronto linguistico fra trasposizione televisiva e romanzo Il ladro di merendine
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Min 00.10: Montalbano – Catarella
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Pp. 9-10: Montalbano – Catarella
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M: «Pronto?» C: «Con chi è che io sto parlando?» M: «Ma come con chi sta parlando, mi scusi ma con chi sto parlando io?» C: «L’agente Catarella sono, lei è il dottore Montalbano, proprio lei in persona?» M: «Si Catarella, sì sono io, che è successo?» C: «Mi scusasse dottori, ma non l’avevo arraccanosciuta, capace che lei stava dormendo.» M: «No Catarè stavo ballando! Certo che stavo dormendo, sono le cinco di mattina! Cos’è successo per chiamarmi a quest’ora?» C: «Ci fu un morto accìso a Mazàra del Vallo» M: «A Mazàra del Vallo? E che ce ne fotte a noi di Mazàra del Valle! Noi siamo a Vigàta!» C: «Ma guardi dottori, che il morto…» |
M: «Pronto!» C: «Con chi è che io sto parlando?» M: «Dimmi prima chi sei». C: «Catarella sono» M: «Che c’è?» C: «Mi scusasse, ma non avevo arraccanosciuta la voce sua di lei, dottori. Capace che lei stava dormendo» M: «Capace di sì, alle cinco di matina! Mi vuoi dire che c’è senza stare ulteriormente a scassarmi la minchia?» C: «Ci fu un morto accìso a Mazàra del Vallo» M: «E che me ne fotte a me? Io a Vigàta sto» C: «Ma guardi, dottori, che il morto…». |
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Min 02.44: Montalbano – Fazio
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Pp. 13-14: Montalbano – Fazio
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F: «Buongiorno commissario!» M: «Qualcuno vuole avere la compiacenza di dirmi che minchia sta succedendo?» F: «Non se la pigliasse cu mia solo perché tira vento, io stamattina presto prima di avvertire il dottore Augello ho fatto avvertire lei» M: «Sì, da Catarella. Se tu mi fai avvertire da Catarella per una cosa importante vuol dire che sei un fetente, quello non capisce niente. Che succede?» F: «Un motopeschereccio di Mazàra che stava pescando in acque internazionali… M: «Sì lo so, ho sentito in televisione, il morto è di Mazàra?» F: «Sì e no… Era tunisino però era imbarcato a Mazàra, dicono che travagliava con le carte in regola.» |
M: «Qualcuno vuole avere la compiacenza di dirmi che cazzo sta succedendo?» F: «Duttù, non se la pigliasse con mia solo perché tira vento. Io, stamatina presto, prima d’avvertire il dottor Augello ho fatto cercare lei» M: «Con Catarella? Se tu mi fai cercar da Catarella per una cosa importante vuol dire che sei un fetente. Lo sai benissimo che con quello non ci si capisce una minchia. Che è successo?» F: «Un motopeschereccio di Mazàra che, a quanto dice il comandante, stava pescando nelle acque internazionali è stato attaccato da una motovedetta tunisina che gli ha sparato una raffica di mitra. Il peschereccio ha segnalato la posizione a una nostra motovedetta, la Fulmine, ed è riuscito a scappare» M: «Bravo» F: «Chi?» M: «Il comandante del peschereccio che invece di arrendersi trova il coraggio di scappare. E poi?» F: «La mitragliata ha ammazzato uno dell’equipaggio» M: «Di Mazàra?». F: «Si e no» M: «Ti vuoi spiegare?» F: «Era un tunisino. Dicono che travagliava con le carte in regola. Là quasi tutti gli eguipaggi sono misti. Primo perché sono buoni lavoratori e secondo perché, se vengono fermati, loro ci sanno come parlare con quelli». |
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Min 03:20 Montalbano – Catarella
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Pp. 11-12: Montalbano – Catarella
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M: «Se il morto è qua, Cristo Santo, perché mi hai detto che è morto a Mazàra?» C: «Perché il morto di Mazàra era, lui lì travagliava!» M: «Sì Catarella ma ragionando, sì fa per dire, come usi tu, se qui a Vigata, ammazzano un turista di Bergamo, tu che mi dici? Che c’è un morto a Bergamo?» C: «Dottore la questione è che questo morto è un morto di passaggio. Dunqui, lui l’hanno sparato ammentre…» |
M: «Ma se il morto è a Mazàra, che ci fanno sul porto?» C: «Nonsi, dottori, il morto qua è» M: «Ma se il morto è qua, Cristo santo, perché mi vieni a dire che è morto a Mazàra?» C: «Pirchì il morto era di Mazàra, lui lì travagliava» M: «Catarè, ragionando, si fa per dire, come usi tu, se ammazzano qua a Vigàta un turista di Bergamo, tu che mi dici? Che c’è un morto a Bergamo?» C: «Dottori, la quistione sarebbe che è che questo morto è un morto di passaggio. Dunqui, lui l’hanno sparato ammentre che si trovava imbarcato sopra un piscariggio di Mazàra». |
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M: «Senti Catarè, io devo scrivere un rapporto, non ci sono per nessuno.» |
M: «Senti, Catarè, io devo scrivere un rapporto. Non ci sono per nessuno» |
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M: «Pronto?» C: «Dottori, ci sarebbe la signorina Livia al tilifono. Gliela passo o no?» M: «Ah sì, passamela» C: «No siccome lei disse manco…» M: «Catarè ti ho detto di passarmela» |
C: «Pronti, dottori! Ci sarebbe la signorina Livia che sta al tilifono da Genova. Che faccio, dottori? Gliela passo o no?» M: «Passamela» C: «Siccome che lei disse, manco deci minuti, che lei non c’era per nisciuno…» M: «Catarè, ti ho detto di passarmela». |
| Min 04.27: Montalbano – Catarella |
P. 15: Montalbano – Catarella
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C: Domando perdonanza per la botta, dottore mi scappò! M: Se trasi un’altra volta così, giuro che ti sparo, che c’è? C: Telefonarono ora che c’è uno che si trova dintra un’ascensori. |
C: «Domando pirdonanza per la botta, ma la porta mi scappò». M: Se trasi un’altra volta così, ti sparo. Che c’è?» C: «C’è che tilifonarono ora ora che c’è uno che si dintra un ascensori». |
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Min 11.30: Montalbano – Sig. Culicchia
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Pp. 28-29: Montalbano – Sig. Culicchia
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M: «Buongiorno, sono il Commissario Montalb…» C: «Lo so, lo so. Mia moglie non ci deve sentire! Mi riportò la bottiglia?» M: «Quale bottiglia?» C: «Quella che stava vicino al morto!» M: «Ma perché non era del Signor Lapecora?» C: «Ca quale! Mia era!» M: «No, non ho capito. Si spieghi meglio!» C: «Stamattina quanno tornai dalla spesa dintra all’ascensore c’era Lapecora, morto. Io subito lo capii.» M: «Lei l’ascensore l’ha chiamato?» C: «E pirchì? Già stava al piano terra» M: «E che ha fatto?» C: «Che aviri a fare, figliu mi? Ho la gamba mancina offesa, mi spararono gli americani. Avìa quattro pacchi per mano, mi potevo fare le scale a piedi?» M: «Se n’è salito con il morto?» C: «E per forza! Senonché, quando l’ascensore arrivò al mio piano che è lo stesso di quello del morto, la bottiglia di vino mi rotolò dal sacchetto, mi segue?» M: «Sì, sì, sì.» C: «Io allora feci accussì: aprì la porta di casa, portai dentro i sacchetti e poi tornai fòra per recuperare la bottiglia, ma non feci in tempo.» M: «Perché l’ascensore venne chiamato dal piano superiore!» C: «Bravo!» M: «Grazie! E che è successo dopo?» C: «E dopo l’ascensori mi passò nuovamente davanti e se ne calò al piano terra. Io allora principiai a scendere le scale e quando finalmente arrivai trovai a coso lì, come si chiama…» M: «Cosentino, la guardia giurata» C: «Proprio lui! Stava davanti l’ascensore e non facìa passare nessuno. Io allora gli dissi il fatto della bottiglia e lui mi garantì che lo avrebbe riferito all’autorità. L’autorità lei è?» |
C: «Mia mogliere non deve sentirci» M: «Sono il commissario…» C: «Lo so, lo so. Mi riportò la bottiglia?». M: «Quale bottiglia?» C: «Quella che era vicino al morto, la bottiglia di Corvo bianco» M: «Non era del signor Lapecora?» C: «Ca quale! È mia!» M: «Scusi, non ho capito bene, si spieghi meglio» C: «Stamattina sono nisciuto per fare la spisa e quanno sono tornato, ho aperto l’ascensore. Dintra c’era Lapecora, morto. L’ho capito subito, io» M: «Lei l’ascensore l’ha chiamato?» C: «E pirchì? Era già al pianoterra» M: «E che ha fatto?» C: «Che dovevo fare, figlio mio? Io ho la gamba mancina e il braccio destro offisi. Mi spararono gli americani. Avevo quattro pacchi per mano, mi potevo fare tutte quelle scale a piedi?» M: «Mi sta dicendo che se n’è salito col morto?» C: «E per forza! Senonché, quando l’ascensori si fermò al mio piano, che poi è macari quello del morto, la bottiglia di vino rotolò dal sacchetto. Allora feci accussì: raprii la porta di casa, portai dintra i sacchetti e poi tornai fòra per ricuperare la bottiglia. Ma non feci in tempo pirchì l’ascensori venne chiamato al piano superiore» M: «Com’è possibile? Se la porta era aperta!» C: «Nossignore! Io l’avevo chiusa, per distrazione! Eh, la testa! Alla mia età non si arragiona più tanto bene. Non sapevo che fare, se mia moglie veniva a sapere che m’ero perso la bottiglia, mi scannava. Mi deve crìdiri, commissario. È fimmina capace della qualunque». M: «Mi dica cos’è successo dopo» C: «L’ascensori mi passò nuovamenti davanti e se ne calò al pianoterra. E allora io principiai a farmi le scale. Quando con la mia gamba offisa finalmente arrivai, trovai la guardia giurata che non faceva avvicinare a nisciuno. Io gli dissi della bottiglia e lui mi garantì che l’avrebbe riferito all’autorità. Lei autorità è?». |
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Min 16.58: Montalbano – Augello
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Pp. 33-37: Montalbano – Augello
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M: Oh Mimì come va? A: Ma va bene, c’è questo morto ammazzato del peschereccio, a te come va? M: Roba da poco, niente a che vedere con la tua inchiesta che rischia di avere delle ripercussioni internazionali! A proposito com’è andata dal Prefetto? Ti sei ricordato di fargli l’inchino? A: Salvo lasciamo perdere, quant’è che travagliamo assieme io e te? Quattro anni? Ecco, se io avessi voluto veramente farti le scarpe, in quattro anni che travagliamo assieme sarei diventato come minimo vicequestore! M: Ma dai! A: Perché tu sai che sei? Sei un colabrodo e io non faccio altro che tapparti quanti più buchi posso. Capito? M: Però questo buco lo tapperà qualcun altro perché ho parlato ora ora con il Questore, la tua inchiesta passa a Mazàra. A: Come sarebbe, scusa? M: Sarebbe che tu resti con le mani vacanti e io mi tengo il mio morto ammazzato in ascensore, uno a zero. Ciao Mimì! |
M: «Come ti sei comportato col Questore?». A: «Che significa?» M: «Voglio solo sapere se al Questore gli hai leccato il culo o le palle» A: «Ma che ti viene in mente?» M: «Mimì, ti conosco. Tu hai afferrato a volo la facenna del tunisino mitragliato per metterti in mostra» A: «Ho fatto solo il dovere mio, dato che tu eri introvabile». M: «E nell’ufficio del Prefetto come sei entrato, strisciando?» A: «Salvo, tu la devi finire» M: «E pirchì? Doppo che tu non manchi occasione per farmi le scarpe!» A: «Io? Io ti farei le scarpe? Salvo, se avessi veramente voluto farti le scarpe, in quattro anni che travagliamo assieme, tu a quest’ora saresti a dirigere il più perso commissariato nel più perso paese della Sardegna mentre io sarei, come minimo, vicequestore. Tu, Salvo, lo sai che sei? Un colabrodo che perde acqua da tanti pirtùsa. E io non faccio altro che tapparti quanti più buchi posso». Spalancò con un calcio la porta della càmmara di Mimì Augello, allungò il braccio destro, chiuse il pugno, appoggiò la mano mancina sull’avambraccio destro.
A: «Che significa?» M: «Significa che l’indagine sul morto del motopeschereccio passa a Mazàra. Tu resti con le mani vacanti e io invece mi tengo il mio ammazzato nell’ascensore. Uno a zero» |
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Min 19.18: Montalbano – Antonietta Lapecora
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Pp. 42-46: Montalbano – Antonietta Lapecora
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A: «Ci spararono?» M: «No» A: «Che fu sciangolato?» M: «Nemmeno» A: «E comu ficero ad ammazzallo?» M: «Coltello» A: «Di cucina?» M: «Probabile. Che ha fatto suo marito aieri?» A: «è andato in ufficio. Ci jeva tutti i lunedì, i mercoledì e i venerdì.» M: «E quindi stamattina essendo giovedì sarebbe potuto rimanere in casa.» A: «Sì» M: «E invece si è vestito in fretta e… lei sa dove…» A: «Na saccio. Nenti mi disse. Quando sono uscita iddu dormeva.» M: «E non le sembra strano che appena lei è uscita, suo marito si è alzato di colpo, si è preparato in fretta…» A: «Avrà ricevuto qualche telefonata» M: «Suo marito ha nemici?» A: «No. Completamente.» M: «E lei ha qualche sospetto?» A: «Sospetto, no. Certezza sì!» M: «E chi sarebbe stato?» A: «La sua amante, si chiama Karima, con la cappa, una tunisina. Si incontravano in ufficio, da femmina finta, ci jeva con la scusa di farci ì pulizie.» M: «Ma lei come lo avrebbe saputo?» A: «L’anno passato, verso l’estate mi sono arrivate la bellezza di tre lettere anonime, uno appresso all’altra.» M: «Me le potrebbe far vedere?» A: «Le abbrusciai. Io non ne conservo di queste fitinzìe.»
M: «Lei ha avuto qualche riscontro?» A: «Ma lei che vuole sapere, se io mi appostavo per vidìri quanno da fimmìna, nivura, trasìva e niscìva ri l’ufficio di mio marito? Completamente no. Io non mi abbasso a fare certe cose. Ma ho avuto modo lo stesso» |
A: «Gli spararono?» M: «No» A: «Lo strangolarono?» M: «No» A: «E come fecero ad ammazzarlo in ascensore?» M: «Coltello» A: «Di cucina?» M: «Probabile. Che ha fatto suo marito aieri?» A: «Quello che faceva ogni mercoledì. Andò allo scagno. Ci andava il lunedì, il mercoledì e il venerdì» M: «Che orario faceva?». «Dalle dieci all’una della matinata, veniva a mangiare, s’arriposava tanticchia, tornava alle tre e mezzo e ci stava fino alle sei e mezzo» M: «A casa che faceva?» A: «Si metteva davanti alla televisione e lì stava» M: «E nei giorni nei quali non andava in ufficio?» A: «Stava lo stesso davanti alla televisione». M: «Quindi stamatina, essendo giovedì, suo marito sarebbe dovuto restare a casa» A: «Così è» M: «Invece si vestì per uscire» A: «Così è» M: «Lei ha idea dove dovesse andare?». A: «Nenti mi disse» M: «Quando è uscita di casa, suo marito era sveglio o dormiva?» A: «Dormiva» M: «Non le sembra strano che suo marito, appena lei è andata via, si è svegliato di colpo, si è preparato in fretta e..» A: «Può avere ricevuto una telefonata». M: «Aveva ancora molti rapporti d’affari suo marito?» A: «Affari? Erano anni che aveva chiuso l’attività commerciale» M: «Allora perché andava regolarmente in ufficio?» A: «Quando glielo spiavo, m’arrispondeva che ci andava per taliàre le mosche. Era quello che diceva lui» M: «Dunque, signora, lei afferma che aieri, dopo che suo marito tornò a casa dallo scagno, non successe niente d’anormale?» A: «Niente. Almeno fino alle nove di sira». M: «Che capitò dopo le nove di sira?» A: «Mi pigliai due pastiglie di Tavor. E dormii accussì profunno che poteva crollare la casa e io non avrei aperto gli occhi» M: «Quindi se il signor Lapecora avesse ricevuto una telefonata o una visita dopo le nove di sera lei non se ne sarebbe accorta». A: «Certo» M: «Aveva nemici suo marito?» A: «No» M: «Ne è sicura?» A: «Sì» M: «Amici?» A: «Uno. Il cavaliere Pandolfo. Si telefonavano il martedì e andavano a chiacchiariàre al cafè Albanese». M: «Signora, lei ha qualche sospetto su chi possa avere…» A: «Sospetto, no. Certezza sì» M: «Minchia! E chi sarebbe stato?». A: «Chi è stato, commissario? La sua amante. Si chiama Karima col cappa. Una tunisina. S’incontravano nello scagno, il lunedì, il mercoledì e il venerdì. La buttana ci andava con la scusa di dover fare le pulizie». Il tridici di giugno sempri dell’anno passato, macari questa data ci aveva stampata in testa, le arrivò la prima lettera anonima. In tutto ne mandarono tre, fra giugno e settembre. M: «Me le può far vedere?» A: «Le abbrusciai. Non conservo fitinzìe». Le tre lettere anonime, composte con lettere ritagliate dai giornali secondo la migliore tradizione, dicevano tutte la stessa cosa: so’ marito Arelio, tre volte la simana, il lunedì, il mercoledì e il venerdì, riceveva una fìmminazza tunisina di nome Karima, canosciuta come buttana. Questa fìmmina ci andava o la matina o il dopopranzo dei giorni spari. Qualche volta accattava le cose che le servivano per le pulizie in un negozio della stessa strata, ma tutti sapevano che quella andava a trovare il signor Arelio per fare cose vastase. M: «Ha avuto modo di avere… riscontri?» A: «Se m’appostai per vidiri quanno quella troia trasiva e niscìva dallo scagno di me’ marito?» M: «Anche» A: «Non m’abbasso a fare sti cosi, ma ebbi lo stesso modo. Un fazzoletto lordo». |
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A: «Grazie per essere venuto accussì di prescia» M: «Perché? Lei voleva vedermi?» A: «Sì. Non glielo dissero all’ufficio che telefonai?» M: «Non ci sono ancora passato. Sono venuto qua di testa mia» A: «Allora è una caso di cleptomania» M: «Perché voleva vedermi, signora?». A: «Eh no. Tocca a lei di parlare per prima, è a lei che è venuto il pinsèro» M: «Signora, vorrei che lei mi facesse vedere esattamente quello che ha fatto l’altra mattina quando si preparava per andare a trovare sua sorella». A: «Babbìa?» M: «No, non babbìo, non scherzo» A: «Ma che pretende, che mi metto in cammisa di notte?» M: «Manco per sogno» A: «Allora. Mi faccia pinsàri. Mi sono susùta dal letto appena che la sveglia sonò. Pigliai…» M: «No, signora, forse non mi sono spiegato bene. Lei non me lo deve dire quello che fece, me lo deve far vedere. Andiamo di là». |
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A: «Ma che ci accucchia tutto questo con l’ammazzatina d’Arelio?» M: «Si lasci pregare, è importante. Cinque minuti e levo il disturbo. Mi dica: macari suo marito s’arrisbigliò sentendo la sveglia?» A: «Di solito aveva il sonno lèggio. Se facevo la minima rumorata, rapriva gli occhi. Però, ora che lei mi ci sta facendo pinsàri, l’altra matina non la sentì. Anzi anzi: doveva essere tanticchia arrifriddato, col naso chiuso, perché si mise a russare, non lo faceva quasi mai. Mi susii, pigliai i vistita che tenevo su quella seggia e andai in bagno». |
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A: «Sono andata nella càmmara di mangiare, pigliai la borsa che avevo preparata su questo divanetto la sera avanti, raprii la porta e niscii sul pianerottolo» M: «È sicura d’aver chiuso la porta uscendo?» A: «Sicurissima. Chiamai l’ascensore…». M: «Basta così, grazie. Che ora era, lo ricorda?» A: «Le sei e venticinque. Avevo fatto tardi, tanto che mi misi a correre» M: «Grazie ancora e mi scusi. Buongiorno». A: «Aspetti! Che fa? Se ne va?» M: «Ah, già. Lei doveva dirmi qualcosa». A: «S’assittasse un attimo. Come ha visto sto preparandomi a partire. Appena potrò fare il funerale ad Arelio, me ne vado» M: «Dove va, signora?» A: «Da mia sorella. Ha una casa granni ed è malata, come sa. Qua a Vigàta non ci metterò più piede, manco dopo morta» M: «Perché non va a vivere con suo figlio?». A: «Non gli voglio dare disturbo. E poi non vado d’accordo con sua mogliere che spende e spande e questo pòviro figlio mio si lamenta sempri che ci mancano novantanove centesimi per fare una lira». |
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A: «Taliasse, commissario. Arelio manco due jorna ch’è morto e io comincio a pagare già ì debiti dei porci comodazzi suoi. Aieri m’arrivarono qua due bollette dell’ufficio: la luce, duccentoventimila lire e il telefono trecentottantamila lire! Ma non era lui che telefonava, sa? A chi aveva da telefonare? Era quella buttana tunisina che telefonava, sicuro, macari ai parenti suoi in Tunisia. E stamatina m’è arrivata questa. Va a sapìri che gli aveva messo in testa quella grandissima troia che praticava e quello stronzo di me’ marito la stava a sèntiri!». |
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Min 37.13: Montalbano – Catarella
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P. 94: Montalbano – Catarella |
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M: «Ci sono state telefonate?» C: «Sì dottori. Una per il dottore Augello e una per Faz…» M: «Catarè delle telefonate per gli altri non me ne frega niente! Io voglio sapere se ci sono state delle telefonate per me di me» C: «Proprio per lei di lei no» C: «Commissario, commissario! Adesso che ci pensai, una telefonata per lei ci fu, ma non si capii, però doveva essere parente.» M: «Di chi?» C: «Sua dottori! Perché la chiamava per nome: Salvo, Salvo!» M: «E poi?» C: «Si lamentava come se avesse dei dolori. Pareva una fìmmina vecchia, faceva: ahi, ahi, scià, scià». |
C: «Dottori, lei è di propio?» M: «Catarè, io di propio sono. Ci sono state telefonate?» C: «Sissi, dottori. Due per il dottore Augello, una per…» M: «Catarè, me ne fotto delle telefonate degli altri!» C: «Ma se propio lei me lo spiò ora ora!» M: «Catarè, mi sono state fatte telefonate propio per me di me?». C: «Sissi, dottori. Una. Ma non si capì» M: «Che viene a dire che non si capì?» C: «Non ci capii niente. Però doviva essere parenti» M: «Di chi?» C: «Sua di lei, dottori. La chiamava per nomi, faceva: Salvo, Salvo» M: «E poi?» C: «Si lamentiava, pareva avesse dolori, faceva: ahi, ahi, scià, scià». M: «Era omo o fìmniina?» C: «Fìmmina vecchia, dottori». |
| Min 32.45: Montalbano – Guardia – Signora – Bambino | Pp. 95-96: Montalbano – Guardia – Signora – Bambino |
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G: «Commissario anche lei la disturbarono per questa minchiata?» M: «No veramente io passavo qui per caso. Ma che succede?» G: «Niente! Pare che da aieri mattina c’è un picciliddro che arrobba le merendine agli altri picciliddri. Anche stamattina fece la stessa cosa!» S: «Commissario! Taliasse ccà, male ci fici.» M: «Signor vigile, continuate le indagini e tenetemi informato.» |
G: «Macari a lei disturbarono per questa minchiata?» M: «No, sono qui per caso. Che succede?» G: «Commissario, è una cosa da ridere. Pare che da aieri matina c’è un picciliddro che assale gli altri picciliddri che vanno a scuola, gli ruba il mangiare e se ne scappa. Macari stamatina fece l’istisso» S: «Taliasse ccà, taliasse ccà! Me’ figlio non ci voleva dari la frittatina e lui botte ci desi. Male ci fici!». M: «Come ti chiami?» B: «Ntonio» M: «Tu lo conosci a questo che t’arrubbò la frittatina?». B: «Nonsi» M: «Cosa ti disse per farti capire che voleva la merendina?» B: «Parlava stràneo. Io non capivo. Allora mi strappò lo zainetto e lo raprì. Io volevo ripigliarmelo, ma lui mi desi due cazzotti, agguantò la frittatina col pane e scappò». |
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Min 1.08.04: Montalbano – Valente – Prestìa
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Pp. 163-167: Montalbano – Valente – Prestìa |
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P: «È un’ora che mi state interrogando, io devo travagliare, ma che cosa volete da me? Il governo tunisino ha fatto un comunicato dove c’è detto che il tunisino l’hanno ammazzato loro, sì o no? E allura!» V: «Intanto c’è una piccola contraddizione. Lei dice che l’aggressione è avvenuta nelle acque internazionali, mentre loro affermano che voi avete sconfinato» P: «Si vede che hanno sbagliato a calcolare la posizione, noi eravamo nelle acque internazionali e quando li abbiamo visti sul radar a nessuno venne in mente che potesse trattarsi di una motovedetta tunisina» |
P: «Io non mi faccio pirsuaso perché v’è venuta gana di ripigliare questa storia che oramà è acqua passata». V: «C’interessa chiarire qualche piccolo dettaglio, poi è libero d’andarsene» P: «E sentiamo, binidittu Diu!» V: «Lei ha sempre dichiarato che la motovedetta tunisina ha agito illegalmente, in quanto il suo peschereccio si trovava in acque internazionali. Lo conferma?» P: «Certo che lo confermo. A parte che non vedo pirchì vi interessate di quistioni che riguardano la Capitaneria» V: «Lo vedrà dopo» P: «Ma non ho niente da vidiri, mi scusasse! Il governo tunisino ha fatto un comunicato, sì o no? In questo comunicato c’è detto che il tunisino l’hanno ammazzato loro, sì o no? Allura pirchì volete ripistiàre?» V: «C’è già una contraddizione» P: «Quale?» V: «Lei, per esempio, dice che l’aggressione avvenne nelle acque internazionali, mentre loro affermano che avevate sconfinato. Non le pare contraddittorio, sì o no, tanto per parlare come lei?» P: «Nossignore, non c’è contraddizione. C’è errore» V: «Di chi?» P: «Loro. Si vede che hanno sbagliato a calcolare il punto, la posizione» |
M: «Eh, caro signor Prestìa, io voglio essere sincero, la vedo male, molto molto male!» P: «Eh no! M’avevano garantito che…» V: «Garantito che cosa?» P: «…che non avrei avuto rotture di coglioni.» |
P: «Voi volete cunzumàrmi! Volete rovinarmi!» M: «È lei che lo sta facendo con le sue stesse mani» P: «Eh no! Eh no! Fino a questo punto no! M’avevano garantito che…» M/V: «Cosa le avevano garantito?» P: «… che non avrei avuto camurrìe, rotture di coglioni». |
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Min 1.24.50: Montalbano – Antonietta Lapecora
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Pp. 186191: Montalbano – Antonietta Lapecora
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A: «Comu una delinquente mi state trattando, comu una delinquente!» M: «Avete trattato male la signora?! Signora io sono veramente dispiaciuto, io le chiedo scusa per questo spiacevole inconveniente. Io la tratterrò solo quale minuto. Prego, si accomodi. Signora mi corregga se sbaglio, lei mi ha detto che la mattina dell’uccisione di suo marito preparandosi per uscire lei non notò niente di anormale» A: «E che cosa dovevo notare?» M: «Per esempio che la porta dello studio, contrariamente alle abitudini, era chiusa. Fui io ad aprirla quando entrai a casa sua» A: «Chiusa e aperta che importanza ha?» M: «Un’altra cosa, quella matina lei prese la corriera per Fiacca però scese a Cannatello. Aspettò la corriera in senso inverso e tornò a Vigàta. S’era dimenticata qualcosa?» A: «Te l’ha detto il bigliettaio?» M: «I due bigliettai per essere precisi» A: «Vero è, avevano ragione. Solo che la cosa non capitò quella matinata là, ma due matinate avanti. Si sono sbagliati di giorno» M: «Questo è il coltello che ha ucciso suo marito, viene dalla sua cucina. Lo riconosce?» A: «È un coltello, coltelli così se ne vedono tanti.» M: «E questa la riconosce?» A: «Ah ecco dov’era finita. L’avevate presa voi?» M: «Dunque è sua?» A: «Ca certu che è mia, è a tazzina du servizio bono. E si può sapere cosa ci vuole fare?» M: «È molto semplice signora, mi serve per mandarla in galera.» A: «Ma che è impazzito?» M: «Ora le conto io come andò la storia. Quella matina, la sveglia sona, lei si alza e va in bagno. Passa davanti alla porta dello studio e la trova chiusa, lì per lì non ci fa caso, poi ci ripensa. Va in cucina, prende quel coltello dal cassetto, lo mette nella borsa ed esce. Prende la corriera per Fiacca, però scende a Cannatello, aspetta l’altra corriera e torna a Vigàta. Lì trova suo marito, pronto per uscire, discutete animatamente. Suo marito fa per prendere l’ascensore, lo segue e lo accoltella. Poi prende l’ascensore, va al piano terra ed esce dal portone, e questo è stato il suo colpo di fortuna: che non l’ha vista nessuno.» A: «E pirchì lo dovevo fare, solo pirchì mio marito aveva chiuso la porta dello studio?» M: «No signora, perché dietro quella porta chiusa c’era Karima, l’amante di suo marito» A: «Ma lei mi disse ora ora che io n’ta stanza non ci trasii» M: «Non ne ebbe bisogno, lei venne investita da una zaffata di profumo che Karima usava con grande abbondanza, c’era ancora nell’aria quando io trasii nello studio quel giorno» A: «Me livasse una curiosità? Secondo lei, pirchì n’avieva ammazzari subitu dda fìmmina?» M: «Perché lei ha pensato che Karima vedendola entrare con un coltello si sarebbe messa a gridare, sarebbe arrivato suo marito e l’avrebbe disarmata. Invece facendo finta di niente lei li avrebbe potuti sorprendere più tardi» A: «E come si spiega, ragionando con la sua testa, che a essere ammazzato fu solo mio marito?» M: «Perché quando lei tornò a casa Karima già se ne era andata via» A: «Mi scusasse, ma dato che lei non era prisente, a lei tutta ‘sta bella storia cu è ca c’ha cuntau?» M: «Le sue impronte digitali, sulla tazzina e sul coltello!» A: «No! Sul coltello no!» M: «E perché sul coltello no?» A: «La tazzina è mia, il coltello no» M: «Anche il coltello è suo, c’è una sua impronta digitale, chiarissima» A: «Non può essere!» M: «Lei dice questo che ha accoltellato suo marito con i guanti che ha messo per uscire, e di fatti l’impronta non è di quel giorno ma del giorno prima quando lei usò il coltello per puliziare il pesce. Poi lo lavò e lo mise nel cassetto. L’impronta non è sul manico, ma sulla lama, proprio sull’attaccatura, se vuole andiamo di là con Fazio, prendiamo le sue impronte digitali e le compariamo» A: «Sa miritava a morti ca fici, sa vuleva spassari n’to me lettu cu dda buttana!» M: «Lei mi vuole far credere che ha agito per gelosia? Mi dispiace signora non ci credo, lei aveva già ricevuto tre lettere anonime, avrebbe potuto sorprenderli quando voleva in ufficio…» A: «Un nè fazzu sti cosi io, a mia mi iu u sangu a testa appena capì ca sa purtava a casa mia, sa purtava n’ta me casa» M: «Io credo signora che a lei il sangue alla testa sia andato qualche giorno prima, quando ha scoperto che suo marito aveva ritirato una grossa somma dal suo conto in banca» A: «Commissario, treccento milioni, treccento milioni alla grandissima troia! Se non lo fermavo tutte cose si pigliava, chiddu era capace ca si faciva mangiare macari ‘a casa, ‘a mi casa. Treccento milioni pe dda troia! Maleriddu!» |
A: «Comu a una latra! Comu a una latra mi state trattando!» M: «Avete trattato male la signora?! Si accomodi, signora, e le chiedo scusa per lo spiacevole equivoco. La tratterrò solo pochi minuti, il tempo necessario a verbalizzare alcune sue risposte. Poi se ne torna a casa ed è tutto finito. Signora, mi corregga se sbaglio. Mi ha detto, si ricorda, che la mattina dell’omicidio di suo marito, lei si susì dal letto, andò in bagno, si vestì, pigliò la borsa dalla càmmara da pranzo, niscì. È giusto?». A: «Giustissimo» M: «Non notò, in casa, niente d’anormale?». A: «E che dovevo notare?» M: «Per esempio che la porta dello studio, contrariamente al solito, era chiusa» A: «Mi pare che fosse aperta, mio marito non la chiudeva mai» M: «Eh no, signora. Quando io entrai con lei in casa, al suo ritorno da Fiacca, la porta era chiusa. Fui io a raprirla» A: «Chiusa e aperta che importanza ha?» M: «Ha ragione, è un dettaglio da niente. Signora, la mattina nella quale ammazzarono suo marito, lei parti per Fiacca, a trovare sua sorella malata. Giusto?» A: «Così feci» M: «Ma si scordò una cosa. Per cui al bivio di Cannatello scese dalla corriera, aspettò quella che veniva in senso inverso e tornò a Vigàta. Che cosa s’era scordata?». A: «Io quella matina non scinnii a Cannatello» M: «Signora, ho la testimonianza dei due autisti» A: «Hanno ragione. Solo che la cosa non capitò quella matinata, ma due matinate avanti. Gli autisti si sbagliano di giorno». M: «Questo, signora, è il coltello col quale è stato assassinato suo marito. Un colpo solo, alle spalle. L’ha mai visto?» A: «Coltelli così se ne vedono tanti M: «La riconosce, questa?» A: «L’avete pigliata voi? M’avete fatto buttare all’aria la casa per cercarla!» M: «Dunque è sua. La riconosce ufficialmente» A: «Certo. E che se ne fa con quella tazzina?» M: «Mi serve per mandarla in galera» A: «Pazzo niscì?» M: «Ora le conto io come andò la cosa. Dunque, quella matina la sveglia sona, lei si susi, va in bagno. Di necessità deve passare davanti alla porta dello studio e la vede chiusa. Momentaneamente non ci fa caso, poi però ci ripensa. E quando nesci dal bagno, l’apre. Ma non credo che ci entri dentro. Rimane un attimo sulla soglia, richiude, va in cucina, afferra un coltello, se lo mette nella borsetta, nesci, piglia la corriera, scende a Cannatello, sale su quella che va a Vigàta, torna a casa sua, apre la porta, vede suo marito pronto per uscire, discutete, suo marito apre la porta dell’ascensore, che è al piano dato che lei l’ha appena usato, lei lo segue, l’accoltella, suo marito fa un mezzo giro, cade a terra, lei mette in moto l’ascensore, arriva al pianoterra, esce dal portone. E nessuno la vede. Questo è stato il suo gran colpo di fortuna» A: «E pirchì l’avrei fatto? Solo pirchì me’ marito aveva chiuso la porta dello studio?» M: «No, signora, per quello che c’era dietro quella porta chiusa» A: «E che c’era?» M: «Karima. L’amante di suo marito» A: «Ma se lei stesso ha detto ora che io in quella càmmara non ci trasii?» […] A: «Pirchì, secondo lei, io non sono trasùta nello studio e non ho per prima cosa ammazzato questa fìmmina?» M: «Perché lei ha un cervello preciso come un ralogio svizzero e veloce quanto un computer. Karima, vedendo aprirsi la porta, si sarebbe messa sul chi vive, pronta a reagire. Suo marito, accorso alle grida, l’avrebbe disarmata con l’aiuto di Karima. Facendo invece finta di niente, lei avrebbe potuto poco dopo coglierli sul fatto» A: «E come spiega, ragionando con la sua testa, che ad essere ammazzato fu solo mio marito?» M: «Quando lei tornò, Karima non c’era più». A: «Mi scusasse, ma dato che lei non era prisente, questa bella storia chi gliela contò?» M: «Le sue impronte digitali, sulla tazzina e sul coltello» A: «Sul coltello no!» M: «Perché sul coltello no?» A: «La tazzina è mia, il coltello no» M: «Anche il coltello è suo, c’è una sua impronta. Chiarissima» A: «Ma non può essere!» M: «Lei è sicura che non c’è nessuna impronta perché ha accoltellato suo marito indossando ancora i guanti che s’era messa quando si era vestita in pompa magna per partire. Ma vede, signora, l’impronta rilevata non è di quella mattina, ma del giorno avanti quando lei, dopo avere adoperato il coltello per puliziare il pesce, lo ripulì e lo mise nel cassetto di cucina. L’impronta difatti non è sul manico, ma sulla lama, proprio dove finisce il manico stesso. E ora lei va di là con Fazio, prendiamo le impronte digitali e le compariamo» A: «Era un cornuto e si meritava la morte che fece. S’era portato a casa mia la buttana per spassarsela nel mio letto tutta la jornata, mentre io ero fòra» M: «Lei mi sta dicendo che ha agito per gelosia?» A: «E pirchì sinnò?» M: «Ma non aveva già ricevuto tre lettere anonime? Poteva sorprenderli mentre stavano nello scagno di Salita Granet» A: «Non faccio queste cose io. M’acchianò il sangue alla testa quando capii che s’era portato a casa mia la buttana» M: «Io credo, signora, che il sangue le acchianò alla testa qualche giorno prima» A: «E quando?» M: «Quando scopri che suo marito aveva prelevato una forte cifra dal suo deposito in banca» A: «Duecento milioni, duecento milioni a quella grandissima buttana! Se non lo fermavo, quello era capace di mangiarsi lo scagno, la casa e il deposito» |
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Min 1.31.30: Montalbano – Lohengrin Pera
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Pp. 208-223: Montalbano – Lohengrin Pera
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L: «Si è fatto aspettare… Sono il colonnello Lohengrin Pera!» M: «Lohengrin… i suoi genitori dovevano avere molta fantasia!» L: «Certamente ha capito perché sono venuto a trovarla. Io gioco a carte scoperte, forse con lei è il modo migliore, per questo ho voluto usare quella macchina. Sono sicuro che il suo Questore gliel’ha detto che il numero della targa era blindato, perciò sono convinto, mi corregga se sbaglio, che lei desiderava che noi si uscisse allo scoperto, e l’ho accontentata» M: «Adelina, la mia governante, sarà pure brava a cucinare ma quando si tratta di mettere a posto… prego si accomodi! Parli pure, io l’ascolto!» L: «Lei ha mai letto gli scritti di Mussolini?» M: «Sinceramente non sono tra le mie opere preferite» L: «In uno dei suoi ultimi scritti, Mussolini afferma che il popolo va trattato come l’asino, con il bastone e la carota» M: «Ma dai! Anche mio nonno diceva la stessa cosa, faceva il contadino, però lui si riferiva solo all’asino. Che c’azzecca Mussolini con noi?» L: «Era una metafora! I suoi fax per scoprire di chi fosse l’automobile, l’interrogatorio del comandante del peschereccio e la telefonata al capo di gabinetto del Prefetto, sono stati suoi colpi di bastone per stanarci» M: «E la carota?» L: «Le dichiarazioni alla stampa dopo l’arresto della vedova Lapecora. Lei poteva tirarci dentro per i capelli e invece non l’ha fatto. Con quelle dichiarazioni ha voluto farci sapere che è in possesso di altri elementi, non è così?» M: «C’ho un saporaccio in bocca o forse è proprio la cassata che non è buona» |
L: «Sono il colonnello Lohengrin Pera» L: «Certamente ha capito perché sono venuto a trovarla. Sto giocando a carte scoperte, forse con lei è il modo migliore. Perciò ho voluto usare quella macchina di cui lei, per ben due volte, ha domandato di conoscere i dati d’appartenenza. Solo che lei la proprietà di quella macchina la conosceva già, sicuramente il suo Questore deve averle detto che si trattava di un numero di targa blindato. E allora, se ha mandato lo stesso questi fax, vuol dire che essi intendevano significare altro che una semplice richiesta d’informazioni, sia pure incauta. Mi sono perciò convinto, mi corregga se sbaglio, che lei desiderava, per motivi suoi, che noi si uscisse allo scoperto. Ed eccomi qua, l’abbiamo accontentata» M: «Mi permette un momento?» L: «Prima d’andare oltre mi permetta una precisazione. Nel suo secondo fax lei accenna all’omicidio di una donna di nome Aisha. Con quella morte noi non c’entriamo per niente. Si è trattato certamente di una disgrazia. Se c’era la necessità d’eliminarla, l’avremmo fatto subito» M: «Non ne dubito. E l’avevo capito benissimo» L: «E allora perché nel suo fax ha scritto diversamente?» M: «Per metterci il carrico da undici» L: «Già. Lei ha letto gli scritti e i discorsi di Mussolini?» M: «Non sono tra le mie letture preferite» L: «In uno dei suoi ultimi scritti, Mussolini afferma che il popolo va trattato come l’asino, con il bastone e la carota» M: «Sempre originale, Mussolini! La sa una cosa?» L: «Mi dica» M: «La stessa frase la diceva mio nonno, ch’era viddrano, contadino, ma lui, non essendo Mussolini, si riferiva solamente allo scecco, all’asino» L: «Posso, continuare nella metafora?» M: «Per carità!» L: «I suoi fax, l’avere convinto il suo collega Valente di Mazàra a interrogare il comandante del peschereccio e il capo di Gabinetto del Prefetto, questi e altri fatti sono stati i suoi colpi di bastone per stanarci». M: «E la carota dov’è?» L: «Consiste nelle sue dichiarazioni durante la conferenza stampa dopo l’arresto della signora Lapecora per l’omicidio del marito. Lì sì che poteva tirarci dentro di forza, per i capelli, invece non l’ha voluto fare, ha accuratamente circoscritto quel delitto entro i confini della gelosia e dell’avidità. Ma era una carota minacciosa, essa diceva…». M: «Colonnello, le consiglio di lasciar perdere la metafora, siamo arrivati alla carota parlante» L: «D’accordo. Lei, con quella conferenza stampa, ha voluto farci sapere d’essere in possesso d’altri elementi che al momento però non voleva tirare fuori. È così?» M: «È ancora duro» |
L: «Non si vuole ancora sbottonare, la capisco. Allora vado avanti io, sarò esplicito e breve. Due anni fa, i nostri colleghi di Tunisi ci proposero di partecipare a un’operazione molto delicata, che doveva portare all’arresto di Ahmed Moussa» M: «Un momento, ha detto arresto, ho capito bene? Mi vuole far credere che voi non sapevate…» |
L: «Sarò esplicito e breve. Poco più di due anni orsono, i nostri colleghi di Tunisi ci proposero di collaborare ad una delicata operazione tendente alla neutralizzazione di un pericoloso terrorista il cui nome lei se l’è fatto ripetere or ora» M: «Mi perdoni, ma io ho uno scarso vocabolario. Per neutralizzare lei intende eliminazione fisica?» L: «La chiami come vuole. Ci consultammo naturalmente con i nostri superiori e ci venne ordinato di non collaborare. Senonché, nemmeno un mese dopo, ci venimmo a trovare nella spiacevolissima situazione dì dover essere noi a domandare un aiuto ai nostri amici di Tunisi» M: «Che coincidenza!» L: «Già. Loro, senza discutere, ci diedero l’aiuto richiesto e così noi ci trovammo ad avere un debito morale…» |
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L: «Esattamente, non sapevamo che intendessero ucciderlo. E questo è stato solo il primo dei contrattempi, se mi consente l’espressione. Facciamo un passo indietro, l’operazione ebbe inizio quando i nostri colleghi di Tunisi scoprirono che Karima, la sorella di Ahmed, viveva da anni in Sicilia. Ahmed ignorava del tutto che Fahrid, il suo braccio destro, era stato comprato dai servizi, per cui quando Fahrid gli propose di servirsi di Karima per aprire una base operativa in Sicilia, Ahmed accettò immediatamente, come copertura fu scelta la ditta di Lapecora, l’amo era in acqua, bisognava solo aspettare che il pesce abboccasse» […] L: «Facendogli balenare la possibilità di trattare un grosso carico d’armi, Fahrid convinse Ahmed a venire in Italia. L’incontro con il fantomatico trafficante doveva avvenire in alto mare, Ahmed arrivò a Mazàra e il comandante del peschereccio su pressione di Spadaccia accettò di imbarcarlo» M: «Il resto lo conosco, ma perché il comandante dopo l’uccisione di Ahmed non fece ritorno a Mazàra? Spadaccia non l’aveva avvertito dell’agguato?» L: «Ma certo! Il prezzo del passaggio erano i soldi che Ahmed aveva con sé, settanta milioni in contanti che il comandante ha spartito con l’equipaggio. Ma anche lui non si aspettava l’omicidio, per questo perse la testa e fece rotta su Vigàta, che era il porto più vicino» M: «E così vi imbrogliò le carte, perché altrimenti voi avreste fatto sparire il cadavere e mettere tutto a tacere, non è così?» L: «Tutto quello che c’era da dire gliel’ho detto, adesso tocca a lei, mi dica tutto quello che sa della faccenda» |
L: «I nostri colleghi di Tunisi avevano scoperto che da anni la sorella prediletta di Ahmed, Karima, abitava in Sicilia e che, per il suo lavoro, godeva di un vasto giro di conoscenze» M: «Vasto no, scelto sì. Era una puttana rispettosa, dava affiamento» L: «Il braccio destro di Ahmed, Fahrid, propose al suo capo d’aprire una base operativa in Sicilia servendosi proprio di Karima. Ahmed si fidava abbastanza di Fahrid, ignorando del tutto che il suo braccio destro era stato comprato dai Servizi tunisini. Agevolato discretamente da noi, Fahrid arrivò e prese contatto con Karima, la quale, dopo un’accurata cernita dei suoi clienti, scelse Lapecora. Forse con la minaccia di rivelare la loro relazione alla moglie, Karima costrinse Lapecora a ripristinare la vecchia ditta d’importazione e d’esportazione, che si rivelò un’ottima copertura. Fahrid poteva comunicare con Ahmed scrivendo lettere commerciali in codice a una fantomatica ditta di Tunisi. A proposito, lei nella conferenza stampa ha detto che a un certo momento Lapecora scrisse anonimamente alla moglie denunziando la tresca. Perché? M: «Perché aveva nasato il losco che c’era in tutta la facenna» L: «Pensa che abbia sospettato la verità?». M: «Ma no! Al massimo, avrà pensato a un traffico di droga. Se scopriva che era al centro d’un intrigo internazionale, sarebbe morto sul colpo». L: «Lo credo anch’io. Per qualche tempo, il nostro compito fu quello di arginare le impazienze tunisine, ma noi volevamo essere certi che, una volta l’amo in acqua, il pesce avrebbe abboccato» M: «Mi scusi, ma chi era il giovane biondo che ogni tanto si vedeva in giro con Fahrid?» L: «Sa anche questo? Un nostro uomo che di tanto in tanto andava a controllare come procedevano le cose» M: «E dato che c’era, si fotteva Karima» L: «Cose che capitano. Finalmente Fahrid convinse Ahmed a venire in Italia facendogli balenare la possibilità di trattare un grosso carico d’armi. Sempre con la nostra invisibile protezione, Ahmed Moussa arrivò a Mazàra, seguendo le istruzioni di Fahrid. Il comandante del peschereccio, su pressioni del capo di Gabinetto del Prefetto, accondiscese ad imbarcare Ahmed, dato che l’incontro tra questi e il fantomatico trafficante d’armi doveva avvenire in alto mare. Ahmed Moussa cadde nella rete senza il minimo sospetto, accese persino una sigaretta, come gli era stato detto di fare perché l’individuazione riuscisse meglio. Ma il commendator Spadaccia, il capo di Gabinetto, aveva commesso un grosso errore» M: «Non aveva avvertito il comandante che non di un incontro clandestino si trattava, ma di un agguato» L: «Possiamo anche dire così. Il comandante, come gli era stato detto di fare, buttò in acqua i documenti di Ahmed e divise con l’equipaggio i settanta milioni che quello aveva in tasca. Poi, invece di tornare a Mazàra, cambiò rotta, temeva di noi». M: «Cioè?» L: «Vede, noi avevamo allontanato le nostre motovedette dal luogo dell’azione e questo il comandante lo sapeva. Se tanto mi dà tanto, avrà pensato, è possibile, che sulla rotta del ritorno trovi qualcosa, un siluro, una mina, una motovedetta stessa che, affondandomi, faccia sparire le tracce dell’operazione. Per questo venne a Vigàta, imbrogliò le carte» M: «Aveva visto giusto?» L: «In che senso?» M: «C’era qualcuno o qualcosa ad aspettare il peschereccio?» L: «Via, Montalbano! Avremmo fatto una strage inutile!» M: «Voi fate solo le stragi utili, vero? E come pensate d’ottenere il silenzio dell’equipaggio?» L: «Col bastone e la carota, per citare nuovamente un autore che non le è gradito. Ad ogni modo, tutto quello che c’era da dire, l’ho detto» M: «Eh no» L: «Che significa no?» M: «Significa che non è tutto. Lei, abilmente, m’ha portato in alto mare, ma io non mi scordo di quelli che sono rimasti a terra. Per esempio, Fahrid. Questi, da qualche suo informatore, apprende che Ahmed è stato ammazzato, ma il peschereccio, inspiegabilmente per lui, è attraccato a Vigàta. La cosa lo turba. Ad ogni modo, deve procedere alla seconda parte del compito assegnatogli. Cioè neutralizzare, come dice lei, Lapecora. Arrivato al portone della casa dì questi, apprende, con stupore e inquietudine, che qualcun altro l’aveva preceduto. Allora s’appagna» L: «Prego?» M: «Si spaventa, non capisce più niente. Come il comandante del peschereccio, teme che dietro ci siate voi. Avete cominciato, secondo lui, a togliere dalla circolazione tutti quelli che, in un modo o nell’altro, sono implicati nella storia. Forse, per un attimo, lo sfiora il dubbio che a far fuori Lapecora sia stata Karima. Non so se lo sa, ma Karima, per ordine di Fahrid, aveva costretto Lapecora a nasconderla in casa, Fahrid non voleva che, in quelle ore decisive, Lapecora facesse qualche alzata d’ingegno. Fahrid però ignorava che Karima, svolta la sua missione, se n’era già tornata a casa. Ad ogni modo, a un certo momento di quella mattinata, Fahrid s’incontrò con Karima e i due dovettero avere una violenta discussione, nel corso della quale l’uomo le rivelò l’uccisione del fratello. Karima tentò la fuga. Non le riuscì e venne assassinata. Del resto, doveva esserlo comunque, alla scordatina, passato qualche tempo». L: «Come avevo intuìto, lei ha capito tutto. Ora la prego di riflettere: lei, come me, è un fedele e devoto servitore del nostro Stato. Ebbene…» M: «Se lo metta in culo» L: «Non ho capito» M: «Ripeto: il nostro Stato comune, se lo metta in culo. Io e lei abbiamo concezioni diametralmente opposte su che cosa significhi essere servitori dello Stato, praticamente serviamo due stati diversi. Quindi lei è pregato di non accomunare il suo lavoro al mio» L: «Montalbano, adesso si mette a fare il don Chisciotte? Ogni comunità ha bisogno che qualcuno lavi i cessi. Ma questo non significa che chi lava i cessi non appartenga alla comunità M: «Karima è stata ammazzata, me lo conferma?» L: «Purtroppo sì. Fahrid ha temuto che…» M: «Non m’interessa il perché. M’interessa solo che è stata ammazzata su delega di un fedele servitore dello Stato come lei. Lei questo caso specifico come lo chiama, neutralizzazione o omicidio?» L: «Montalbano, non si può col metro della morale comune…» M: «Colonnello, l’ho già avvertita: in mia presenza non usi la parola morale» L: «Volevo dire che certe volte la ragione di Stato…» M: «Basta così» |
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M: «Colonnello lei mi ha portato in alto mare ma io non mi scordo di quelli che sono rimasti a terra! Per esempio, Fahrid. Viene a sapere che Ahmed è stato ammazzato e decide di partire con la seconda parte dell’operazione, e cioè a dire eliminare tutti i testimoni, Lapecora e Karima, o vuole farmi credere che non sapevate nemmeno questo?» L: «Lei è libero di non crederci ma, noi non lo sapevamo» M: «Ma io ci credo, solo che in questo caso l’idiozia mi sembra peggiore della malafede. Ma torniamo a Fahrid, nell’imminenza dell’operazione ha convinto Lapecora a introdurre Karima in casa sua facendogli intravedere una notte di folle passione. Invece a Karima gli ha detto che bisogna controllare il vecchio nel caso gli salti in mente di denunciarli in extremis. In realtà li ha messi insieme per poterli eliminare più facilmente, a cose fatte. Solo che c’è un contrattempo, come dice lei. La mattina, quando la moglie di Lapecora se ne va, Karima decide che è inutile rimanere lì, se ne torna a casa, accende il televisore e scopre dal primo telegiornale del mattino che Ahmed, suo fratello, è stato ammazzato. È sconvolta, ha paura, non sa che fare, torna a casa di Lapecora perché è l’unica persona con cui può confidarsi però lo trova morto» L: «Come fa a essere sicuro che sia tornata?» M: «Perché l’ho vista io stesso, era terrorizzata, non poteva sapere che Lapecora era stato ucciso dalla moglie, avrà sicuramente pensato che fosse stato Fahrid. Così se ne torna a casa e cerca di fuggire con il bambino» L: «Devo ammettere che lei ha capito tutto prima e anche meglio di noi, ora però io devo pregarla di riflettere…» M: «Un momento, io ho bisogno di sapere una cosa con assoluta certezza, Karima è stata ammazzata vero?» L: «Purtroppo sì. Come le ho detto noi non avevamo previsto…» M: «Ma mi risparmi le sue giustificazioni della minchia! Qui l’unica cosa certa, l’unica cosa grave è che due donne innocenti sono state ammazzate e noi le potevamo salvare!» L: «Montalbano io capisco la sua amarezza, ma sono anche preoccupato per le conseguenze di questa spiacevole vicenda, nella malaugurata ipotesi che queste informazioni escano da questa stanza, e spero che lei non si offende per l’espressione, a questo punto deve dirmi qual è il suo prezzo» M: «Il mio prezzo? Ma io costo poco, pochissimo. Voglio che il cadavere di Karima sia ritrovato entro domattina e che sia perfettamente identificabile» L: «Perché?» M: «Cazzi miei» L: «Mi dispiace ma non è possibile, noi non sappiamo dov’è stata sepolta» M: «Chiedetelo a Fahrid» L: «È tornato in Tunisia» M: «Cazzi vostri, telefonate a Tunisi ai vostri amichetti» L: «No, la partita è chiusa, non abbiamo nessuna convenienza a riaprirla. Chieda tutto quello che vuole ma questo no» M: «Pazienza» |
L: «Se abbiamo così poco tempo, mi dica subito qual è il suo prezzo. E non s’offenda per l’espressione» M: «Costo poco, pochissimo» L: «Ascolto» M: «Due cose soltanto. Voglio che entro una settimana venga ritrovato il cadavere di Karima, ma in modo che sia inequivocabilmente identificabile L: «Perché?» M: «Cazzi miei» L: «Non è possibile» M: «Perché» L: «Non sappiamo dov’è stata… sepolta». M: «E chi lo sa?» L: «Fahrid» M: «Fahrid è stato neutralizzato? Lo sa che questa parola mi è piaciuta?» L: «No, ma è tornato in Tunisia» M: «Allora non c’è problema. Si metta in contatto con i suoi compagnucci di Tunisi» L: «No. Ormai la partita è chiusa. Non abbiamo nessuna convenienza a riaprirla col ritrovamento di un cadavere. No, non è possibile. Chieda quello che vuole, ma questo non possiamo concederglielo. A parte che non ne vedo lo scopo». M: «Pazienza» |
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Min 1.41.00: Retelibera – Nicolò Zito
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N: Retelibera in trasferta, qui Nicola Zito, dalle campagne di Sommatino in provincia di Caltanissetta. Stamattina, in seguito a segnalazione anonima, in questo abbeveratoio abbandonato, qui, dietro le mie spalle, è stato rinvenuto come spesso accade nella nostra bella terra di Sicilia, il cadavere di una giovane donna in avanzato stato di decomposizione chiuso dentro un sacco. Una valigia accanto al corpo ne ha consentito l’identificazione, trattasi di una cittadina tunisina di 34 anni ma da qualche anno residente a Vigàta, Karima Moussa. Gli ascoltatori ricorderanno che qualche tempo fa avevamo dato notizia della sua sparizione insieme al figlio, un bambino di cinque anni di nome François, che purtroppo o per fortuna non è stato ancora ritrovato. |
Mangiò svogliatamente due olive col pane che volle accompagnare col vino di suo padre. Raprì il televisore su «Retelibera», era l’ora del notiziario. Nicolò Zito stava finendo di commentare l’arresto, per peculato e concussione, di un assessore di Fela. Poi passò alla cronaca. Alla periferia di Sommatino, tra Caltanissetta ed Enna, era stato rinvenuto il corpo, in avanzato stato di putrefazione, di una donna. Montalbano, di scatto, s’addrizzò sulla poltrona. La donna era stata strangolata, infilata in un sacco e poi gettata in un pozzo asciutto, piuttosto profondo. Accanto a lei era stata trovata una valigetta che aveva portato all’identificazione certa della vittima: Karima Moussa, di anni trentaquattro, nativa di Tunisi, ma da qualche anno trasferitasi a Vigàta. Sul piccolo schermo apparve la foto di Karima con François, quella che il commissario aveva dato a Nicolò. Ricordavano gli ascoltatori che «Retelibera» aveva dato notizia della sparizione della donna? Del bambino, suo figlio, invece nessuna traccia. Secondo il commissario Diliberto, che si occupava dell’indagine, a compiere l’omicidio poteva essere stato lo sconosciuto protettore della tunisina. Comunque rimanevano, sempre secondo il commissario, numerosi punti oscuri da chiarire. |
Leggi la prima parte dell’articolo
Si presenta un estratto della tesi di Laurea Magistrale in “Editoria e scrittura” dal titolo Andrea Camilleri: la trasposizione dai romanzi Sellerio alla fiction Rai, discussa nella sessione invernale dell’Anno Accademico 2019-2020 presso Sapienza Università di Roma: relatrice la Prof.ssa Maria Panetta e correlatore il Prof. Ugo Vignuzzi. La prima parte dell’estratto è stata edita nel numero 38 di «Diacritica» del 28 maggio 2021 (https://diacritica.it/letture-critiche/la-lingua-di-camilleri-dai-romanzi-sellerio-alla-fiction-rai-analisi-della-forma-dellacqua-e-del-ladro-di-merendine.html). ↑
(fasc. 39, 31 luglio 2021)