L’“industria” di Giletta di Nerbona, tra perseveranza e ostinazione (“Decameron” III 9)

Author di Agnese Amaduri

Abstract: Il saggio analizza la novella di Giletta di Nerbona alla luce del concetto di “industria”, inteso nella sua accezione morale di matrice aristotelica e tomistica, mettendone in evidenza la stretta connessione con la virtù della perseveranza, qualità distintiva della protagonista. Muovendo dalla ricezione boccacciana dell’Etica Nicomachea e dal commento di Tommaso d’Aquino, lo studio mostra come l’industria, facoltà razionale orientata al conseguimento di un fine, possa declinarsi in senso tanto positivo quanto negativo, secondo un paradigma etico in cui si inquadra anche la distinzione tra perseveranza e ostinazione. Attraverso un’analisi della costruzione narrativa e del profilo psicologico dei personaggi, la novella viene letta come spazio di confronto fra due diverse declinazioni della fermezza: quella virtuosa e dinamica di Giletta, capace di adattarsi alle circostanze e di perseguire razionalmente un fine personale e sociale, e quella sterile e distruttiva di Beltramo, segnata da rigidità e chiusura alla ragione.

Abstract: The article analyses Giletta di Nerbona’s novella in light of the concept of industry, understood in its moral sense of Aristotelian and Thomistic origin, and highlights its close connection with the virtue of perseverance, a distinctive quality of the protagonist. Starting from Boccaccio’s reception of Nicomachean Ethics and Thomas Aquinas’ commentary, the study shows how industry, a rational faculty oriented towards the achievement of an end, can be interpreted both positively and negatively, according to an ethical paradigm that also includes the distinction between perseverance and obstinacy. Through an analysis of the narrative construction and psychological profile of the characters, the novella is read as a space for comparison between two different forms of steadfastness: the virtuous and dynamic one of Giletta, capable of adapting to circumstances and rationally pursuing a personal and social goal, and the sterile and destructive one of Beltramo, marked by rigidity and closed-mindedness.

La novella di Giletta di Nerbona conclude, di fatto, la Terza giornata del Decameron dedicata al tema dell’industria[1]. La regina Neifile, qui anche in veste di narratrice, aveva presentato l’argomento oggetto del novellare della giornata da lei presieduta in stretta correlazione a quello della Seconda, poiché aveva affermato di voler restringere il vasto campo della Fortuna, trattando solo di un caso particolare, ovvero «di chi alcuna cosa molto disiderata con industria acquistasse o la perduta recuperasse», aggiungendo, quindi: «Sopra che ciascun pensi di dire alcuna cosa che alla brigata esser possa utile o almeno dilettevole» (§ 9)[2].

È stato osservato già da Ellero come lo sviluppo del concetto di industria in questa Terza giornata risenta dell’attenta lettura dell’Etica Nicomachea di Aristotele, che Boccaccio possedeva sin da giovane poiché ne aveva commissionato una copia durante il soggiorno a Napoli e che poi, tra il 1340 e il 1345, quando ormai era rientrato a Firenze, aveva arricchito dei commenti di Tommaso d’Aquino[3]:

Quando scrive le novelle della terza decade, Boccaccio conosce bene la nozione aristotelica di dinotica e la sua traduzione latina come «industria», la facoltà cognitiva che ci permette di escogitare «le vie che conducono a un dato fine», «quod ingeniatur vias ducentes ad finem». E i narratori del Decameron non sembrano averla dimenticata, quando mettono in scena le inchieste intellettuali dei loro personaggi riguardo alle strategie più adatte per conseguire gli oggetti dei loro desideri[4].

Ellero sottolinea che il concetto di industria ha nel Decameron «accezione tecnica»: si tratta di «un principio operativo» con il quale perseguire un fine specifico; tale valore semantico deriverebbe proprio dalla filosofia morale aristotelica, secondo la quale la dinotica è neutra ma può declinarsi in senso positivo o negativo. O’Grady, commentando un passo della Summa Theologiae (II-II.47.13.ad3) in un recente intervento, insiste sulla doppia direzione che la dinotica può intraprendere:

Aquinas distinguishes between genuine prudence, which is directed to a good end and false prudence which is a kind of cunning “there is cleverness [deinotica], i.e. natural diligence which may be directed to both good and evil; or cunning (astutia) which is directed only to evil and which we have stated above to be false prudence or prudence of the flesh”. So all forms of wisdom engage with goodness, while practical wisdom and the gift of wisdom ensure the possessor is good[5].

Lo scopo del presente contributo è quello di aggiungere alcuni elementi di riflessione all’analisi del concetto di industria manifestato da Boccaccio in questa novella e sottolinearne il legame con una qualità specifica della protagonista, ovvero la perseveranza, di cui Giletta dà ampia prova nel corso degli eventi che si trova ad affrontare. Il tema della perseveranza è anch’esso oggetto della riflessione aristotelica svolta nel VII libro dell’Etica Nicomachea in una duplice accezione: positiva o negativa, entrambe presenti, come si tenterà di dimostrare, all’interno della narrazione. Il racconto proposto da Neifile si presta, dunque, a essere interpretato alla luce di un’attenta lettura di alcuni passaggi chiave del testo aristotelico e del commento di Tommaso d’Aquino, inquadrabili, più in generale, nel complesso sistema argomentativo inerente alla continenza, ossia alla capacità di dominare sé stessi, o al suo opposto, l’incontinenza.

Una disamina dei significati attribuiti nel corso dei secoli al lemma “industria” evidenzia la pluralità di possibili accezioni: innanzitutto, «operosità, diligenza ingegnosa, sia rivolta a raggiungere un particolare intento, sia come qualità abituale […] anche, abilità, accorgimento, arte sottile nel trovare i mezzi più adatti allo scopo o nel fare il proprio vantaggio»[6]; una declinazione di particolare interesse la offre il Tesoro della lingua italiana delle origini: «qualità o disposizione di chi si prodiga assiduamente con scrupolo e diligenza (per ottenere un det. fine o come qualità intrinseca)»[7] e, similmente anche il vocabolario etimologico, che la definisce «attività perseverante»[8].

Il termine sembrerebbe dunque includere, nella costruzione della propria sfera semantica, sin dai primi secoli della nostra letteratura, anche la dimensione del tempo: l’esercizio intellettivo si declina nella costruzione di una condotta che non solo presuppone un’attenta riflessione, ma potrebbe anche necessitare di lunghe attese e intervalli dilatati per trovare compimento. La novella di Giletta, in effetti, mostra un comportamento industrioso che non si esaurisce in una singola azione o in un lasso di tempo circoscritto, bensì si prolunga in un periodo lunghissimo e si rinnova costantemente alla luce degli eventi che accadono.

In questo racconto, inoltre, il tema dell’industria si lega al topos dell’amore, che deve includere una componente razionale non solo per mediare e stemperare la passione, incanalandola nel “giusto fine” del vincolo matrimoniale, ma anche per sostenerla nel lungo periodo, affinché essa non si corrompa e logori di fronte alle sfide del tempo. La novella di Giletta, dunque, rappresenterebbe agli occhi di Neifile, che la propone appunto a suggellare la giornata, il vertice dell’esemplarità di un comportamento industrioso, poiché la protagonista agisce per assecondare un nobile sentimento, utilizzando le proprie risorse intellettive e ogni conoscenza appresa, senza mai cedere all’impulso e costruendo gradualmente e pazientemente l’esistenza desiderata.

La novella occupa, inoltre, una posizione singolare nella Terza giornata: essa è, in un certo senso, compressa fra due narrazioni estremamente celebri, l’ottava, dedicata a Ferondo ed esposta da Lauretta, molto commendata dalla stessa regina, in cui l’uomo stolto ed eccessivamente geloso sperimenta le pene del “Purgatorio”; e quella conclusiva di Dioneo, incentrata sulla bella Alibech che, volendo apprendere come i cristiani “servono Dio”, imparò dal romito Rustico a mettere il diavolo all’inferno[9]. Si tratta di due esempi profondamente diversi, in cui il comico si gioca sulla credulità o ingenuità legata all’esperienza di fede e in cui l’industria si declina in “astuzia”: un inganno con risvolti erotici. Incontriamo due protagonisti, appunto Ferondo e Alibech, i quali sono diretti e gestiti accortamente, e nascostamente, da personaggi più scaltri di loro, personaggi, come l’abate e il romito, che sanno cogliere un’occasione propizia, perseguendo tuttavia un capriccio momentaneo e ordendo progetti industriosi estemporanei.

La vicenda di Giletta s’incastona tra le due, invece, come spazio narrativo in cui emerge forte la personalità della donna protagonista, la quale d’altronde già dalla rubrica s’impone come figura centrale e il cui ragionare, il cui movimento interiore, appare non meno rilevante delle azioni e peregrinazioni che ella è costretta a compiere per conquistare l’amore di Beltramo:

Giletta di Nerbona guerisce il re di Francia d’una fistola; domanda per marito Beltramo di Rossiglione, il quale, contra sua voglia sposatala, a Firenze se ne va per isdegno; dove, vagheggiando una giovane, in persona di lei Giletta giacque con lui e ebbene due figliuoli; per che egli poi, avutala cara, per moglie la tenne (§1).

Non a caso Baratto colloca questa novella a cavallo tra il racconto e il romanzo, ove si intende per “racconto2 «un narrato risolto senza residui in un puro fluire di vicende, di fatti», quindi come «nitida esposizione di eventi suscitati da una realtà che pesa in vario modo sull’individuo»[10]; mentre, alcune novelle presenterebbero una narrazione, di solito abbastanza estesa, che si segnala «per una nuova tensione del personaggio, risolto certo nelle azioni e calato nei fatti, in varia lotta col reale, sempre però al centro dell’analisi»[11]. In questo manipolo di racconti si collocherebbe la vicenda di Giletta, poiché la rilevanza degli avvenimenti si misura in base alla portata dell’impatto che essi hanno sulla protagonista; elemento centrale del narrato diventa, pertanto, il modo in cui gli eventi contribuiscono a definire i desideri e gli obiettivi del personaggio, a costruirne progressivamente il carattere[12].

Giletta è contraddistinta, sin dall’esordio della narrazione, relativo alla sua giovinezza, dal sentimento nutrito verso Beltramo, il «figliuol piccolo» e unico del conte di Rossiglione (§4): un affetto quasi eccessivo nei confronti del giovane «bellissimo e piacevole» (§4); infatti, la narratrice null’altro restituisce di lei se non l’osservazione che la fanciulla «infinito amore e oltre al convenevole della tenera età fervente pose a questo Beltramo» (§4). Solo quando comparirà di fronte al re di Francia, già più matura e in età da marito, apprenderemo che era «bella giovane e avvenente» (§9), e il re stesso, dopo esser guarito, le assegnerà anche l’appellativo di «savia» (§25). Il profilo fisico, psicologico e intellettivo di Giletta va, dunque, componendosi nel corso della novella con progressive aggiunte: una descrizione in itinere, che si riflette perfettamente nelle peregrinazioni geografiche che conducono la donna ad attraversare la Francia e l’Italia.

Alla mobilità fisica di Giletta corrispondono, tuttavia, una “fermezza” e una solidità di passioni e intenti che sa, allo stesso tempo, mantenere il necessario dinamismo, non declinandosi mai in ottusa “ostinazione”; la donna, infatti, possiede l’indispensabile capacità di adattarsi alla mutevolezza delle situazioni e di gestire gli imprevisti. La sagace figlia del medico Gerardo deve industriarsi due volte per procurarsi ciò che ha sempre desiderato: erroneamente aveva immaginato che le sarebbe bastato ottenere la mano di Beltramo per coronare il proprio sentimento; viceversa comprenderà, subito dopo le nozze, che con accortezza dovrà indurre il riottoso marito a riconoscere le proprie capacità intellettive per conquistarne la stima, e quindi l’amore.

La fermezza di Giletta è evidenziata in più passaggi dalla narratrice: quando rifiuta, pur essendo in età da marito, tutti gli uomini che le vengono proposti (§6); quando, giunta a Parigi per guarire il re, come prima cosa va a vedere Beltramo (§9); quando ritorna da sola nella contea di Rossiglione e cerca di attirare a sé il marito, rimettendo in sesto i suoi territori guastati dal lungo abbandono (§29); infine, quando «la sua perseveranza e il suo senno» le vengono riconosciuti dal marito stesso (§60). Beltramo è, viceversa, contrassegnato dalla durezza o anche dall’«obstinata gravezza» (§§30, 60), ossia una forma di asprezza, di severità: una sorta di pleonasmo che rinforza il concetto di “caparbietà negativa”, ottusa, magari legata all’alterigia.

Dalla stessa matrice caratteriale, dunque, procede l’agire dell’una e dell’altro, ma Giletta è capace di declinare la fermezza, la “perseveranza”, in modo positivo. La donna riesce, in primo luogo, a restituire “salute” al feudo di Rossiglione, trascurato dopo la morte dell’anziano conte e l’ostinato rifiuto di Beltramo di farvi ritorno con la moglie: «sì come savia donna con gran diligentia e sollecitudine ogni cosa rimise in ordine; di che i subgetti si contentaron molto e lei ebbero molto cara e poserle grande amore» (§29)[13]. Giletta è, quindi, propriamente “fertile” in ogni aspetto del proprio agire, sia esso intellettivo o fisico: intellettivo poiché è abbondantemente fruttuosa la sua azione di governo sulla contea; fisico poiché genera non uno solo, bensì due figli gemelli dall’indocile marito; alla radice di questa “fecondità” della donna vi è però l’amore, che è una forza originata dalla Natura al fine di favorire la vita del soggetto e delle comunità, di edificare relazioni affettive quanto istituzioni famigliari e sociali[14].

Ciò che rende produttiva in ogni contesto, materiale o metaforico, la costanza di Giletta è, dunque, la sua radice: un sentimento di nobile origine, cresciuto in lei sin dalla più tenera età e poi sempre custodito e incrementato[15]. Le non comuni qualità intellettive e caratteriali della donna la conducono a nutrire questo amore in modo razionale e paziente; d’altronde, ella agisce sempre dopo aver lungamente riflettuto: «dopo lungo pensiero diliberò» (§32), «queste parole intendendo raccolse bene; e più tritamente essaminando vegnendo ogni particularità e bene ogni cosa compresa, formò il suo consiglio» (§37). Viceversa, l’ostinazione di Beltramo nasce, innanzitutto, da un’istintiva arroganza di casta e dalla mancata accettazione, in cuor suo, delle regole cortesi: egli, infatti, finge di obbedire al re, in realtà elude la promessa matrimoniale, non volendo unirsi alla moglie e, quindi, rifiutandosi di sancire ipso facto il legame. Tale caparbietà è, in primo luogo, innata e poi ottusa e sterile, non solo perché lo allontana dalla donna ma anche perché lo spinge a trascurare la salute della propria contea, pur di non piegarsi all’ordine del re e a un matrimonio che non ritiene consono al proprio livello sociale[16].

L’ostinazione appare, già all’altezza del Decameron, e tale rimane anche nelle opere successive del certaldese, una colpa gravissima. Essa è condannata nel De casibus virorum illustrium, nell’Introduzione al IV libro, nel passo in cui l’autore si augura di aver rimosso con gli esempi fatti l’obstinata duritie che a volte alberga nell’animo dei potenti: «Io reputo d’avere, per un poco di tempo, rimosso l’animo di chi comanda dall’ostinata antica durezza, e di avere spaventato con esempi tanto clamorosi l’insolenza degli spiriti superbi»[17]; così come nelle Esposizioni sopra la Comedia di Dante, affrontando il Canto IX, sottolinea quanto sia da condannare negli eretici soprattutto la perseveranza nel peccato, pure di fronte all’evidenza della fallacia delle proprie convinzioni. Per questo motivo Boccaccio assegna agli epicurei proprio l’epiteto di «ostinati»:

È adunque primieramente da vedere quello che esso abbia voluto che s’intenda per la citta di Dite; il che se perspicacemente riguarderemo, assai ben potrem comprendere, lui voler sentire questa citta niuna altra cosa significare, che il luogo dell’inferno nel quale si puniscono gli ostinati […] Per le quali due cose sono da intendere due singolari proprietà degli spiriti maladetti che in esso luogo tormentati sono, o vogliam dire delle anime ostinate, le quali in quello luogo in diversi supplìci punite sono; ed è la prima tristizia, significata per Stige, per ciò che la tristizia si può dire essere la prima radice della ostinazione, sì come appresso aparirà; la seconda è la inflessibile fermezza del malvagio proponimento, nel quale, senza mutarsi, consiste l’ostinato: e questa è significata per le mura del ferro, la cui dureza è tanta e tale, che per forza di fuoco, non che d’altra cosa, non si può liquefare, come tutti gli altri metalli fanno; e perciò per esso ferro assai ben si dimostra la seconda qualità degli animi degli ostinati, li quali né caldo alcuno di carità né dimostrazione o ragione alcuna puote ammollire né riducere in alcuna laudevole forma[18].

La “gravezza” dell’ostinato nasce dall’incapacità, o dalla mancata volontà, di recedere rispetto a una strada intrapresa e, al di là dell’ambito teologico proprio dell’Inferno dantesco, volendo estendere il discorso alla filosofia morale, essa si sposa con l’assenza di dinamicità, con l’incapacità di comprendere il contesto mutato, di adattarsi a una realtà che non è statica e che richiede, dunque, malleabilità.

Già Aristotele aveva riconosciuto la dannosità di questo atteggiamento nel VII libro dell’Etica Nicomachea, al paragrafo decimo, dopo aver trattato la mancanza dell’autocontrollo a causa dell’impetuosità o a causa del desiderio: la “bestialità” (theriòtes) che è inferiore al vizio, ma più da temere (1150°)[19]. Tenere fermo un ragionamento è, secondo il filosofo, caratteristica di chi è capace di dominarsi; tuttavia, è necessario operare una distinzione tra declinazione positiva e declinazione negativa di tale qualità:

Vi sono alcuni che hanno la caratteristica di tenere ferma la loro opinione (emmeneticòi), che noi chiamiamo ostinati (isxiroγnómonas), cioè difficili a persuadere e non facili da convincere a cambiare: questi hanno qualcosa in comune con chi si sa dominare, come il prodigo ha qualcosa in comune con il generoso e il temerario con il coraggioso; ma sono diversi sotto molti aspetti. Infatti chi si domina non cambia a causa di passione e desiderio, ma piuttosto, chi si domina sarà facile a convincere, se si dà tale caso; l’ostinato invece non cambia sotto l’influsso del ragionamento, dato che tipi simili sviluppano desideri irrazionali e in genere sono spinti dai piaceri. I testardi, gli ignoranti e i rozzi sono ostinati; i testardi lo sono a causa del piacere e del dolore: godono quando hanno vinto e non sono persuasi a cambiare opinione, e si addolorano nel caso che le loro idee vengano annullate, come un decreto; quindi somigliano più a chi non si domina che a chi si domina[20].

La perseveranza, viceversa, è una virtù e non un vizio, poiché essa è una forma di autocontrollo, appartiene dunque a chi sa temperare la costanza con l’esercizio della propria razionalità e sa mettere in pratica le proprie conoscenze (1151b-1152a), sa metterle in atto[21]. Non secondario, inoltre, è il fine che viene perseguito: se i desideri sono irrazionali o si confondono con i piaceri, non si perseguirà un intento positivo. Su questo punto Aristotele si interrogava nel III libro dell’Etica: «allora non bisogna forse dire che, in assoluto e secondo verità, oggetto del volere è il bene, ma che per ciascuno è il bene apparente […]?»[22]; Tommaso spiega questo passaggio evidenziando che la persona virtuosa agisce assecondando il “vero bene”, poiché essa è indirizzata dalla ragione, «secundum rationem rectam», viceversa «per molti, i viziosi, l’inganno nella distinzione tra bene e male avviene soprattutto a causa del piacere. Di conseguenza, accade che desiderino come bene ciò che è piacevole, che non è bene, e cerchino di evitare come male ciò che è per loro doloroso ma in sé buono. La spiegazione è che non seguono la ragione ma i sensi»[23].

Gioverà anche ricordare, nell’ambito di questa riflessione sulla virtù della perseveranza, alimentata dalla capacità razionale e che ha come fine l’amore, che “perseveranza” e “saviezza” nel gestire la propria esistenza e i propri sentimenti sono assegnate, nel Decameron, in binomio solo a un’altra donna determinata e assennata: Ghismunda; sarà lei stessa, infatti, a definire “savia perseveranza” quella messa in atto per costruire la relazione con l’amante: «Guiscardo non per accidente tolsi, come molte fanno, ma con diliberato consiglio elessi innanzi a ogni altro e con avveduto pensiero a me lo ’ntrodussi e con savia perseveranza di me e di lui lungamente goduta sono del mio disio» (IV 1 §37).

Alla novella di Giletta può, dunque, essere assegnata la definizione di fictio che riesce a veicolare un messaggio morale, circoscrivendolo entro un preciso perimetro storico-sociale, e presentandolo sotto una nuova veste formale e ideologica[24]. La narrazione presenta certamente anche una vaga eco fiabesca, riconducibile alle possibili fonti, che dona un’aura quasi rarefatta ad alcuni passaggi[25]; essa non sottrae, però, incisività all’agire e al ragionare esemplare della donna, alla fedeltà ai propri sentimenti: una costanza emotiva non condivisa da Beltramo, il quale, viceversa, pur dichiarandosi totalmente preso dall’amore per la giovane fiorentina, rinuncia a lei rapidamente, quando la ragazza si trasferisce nel contado.

Boccaccio sembrerebbe, dunque, aver strutturato la narrazione intorno alle due possibili declinazioni della “fermezza”: perseveranza e ostinazione, assegnandole ai due personaggi che nel corso del racconto scontrano le proprie volontà, attraverso allontanamenti e ricongiungimenti. Nell’ambito dell’equilibrio dei ruoli, possiamo osservare che la virtù della protagonista è illuminata ed esaltata dall’esemplarità esecrabile di Beltramo, che incarna una tenacia tutta negativa, insensata e dannosa. Dannosa proprio perché ha perso la capacità di movere (il verbo utilizzato da Boccaccio nel De Casibus), ossia di ritornare sulle proprie posizioni, mettere in discussione le proprie certezze alla luce della ragione, abbracciando dunque la riflessione espressa dal re stesso, quando aveva assegnato Giletta in sposa al conte (§25)[26]. L’ostinazione di Beltramo gli impedisce di riconoscere il valore intellettivo della donna come superiore a quello del lignaggio, con la conseguente negazione del necessario rinnovamento della propria classe sociale[27], e il conte rischia, pertanto, di danneggiare sé stesso e la propria contea. Solo sulla perseveranza di Giletta, alimentata da un amore che sa essere razionale e paziente, si potrà costruire un futuro di prosperità per il conte e il suo feudo.

 

  1. Essendo il decimo racconto affidato a Dioneo, svincolato dall’osservanza del tema.
  2. Le citazioni dell’opera saranno tratte dall’edizione seguente: G. Boccaccio, Decameron [2013], a cura di A. Quondam, M. Fiorilla, G. Alfano, Milano, BUR, 2022.
  3. Il codice si conserva a Milano, presso la Biblioteca Ambrosiana (segnatura 204 inf.) ed è consultabile nella versione digitale (https://digitallibrary.unicatt.it/veneranda/0b02da828007e4f5); cfr. A. M. Cesari, L’Etica di Aristotele del codice Ambrosiano A 204 inf.: un autografo del Boccaccio, in «Archivio Storico Lombardo», 93-94, 1966-1967, pp. 69-100; M. Cursi e M. Fiorilla, Giovanni Boccaccio, in Autografi dei letterati italiani. Le origini e il Trecento, a c. di G. Brunetti, M. Fiorilla e M. Petoletti, Roma, Salerno, 2013, pp. 43-103 e G. Fiorinelli, A proposito di alcune postille boccacciane nell’Ambrosiano A 204 inf., in «Heliotropia», 16-17, 2019-2020, pp. 107-68.
  4. M. P. Ellero, Verso l’Umanesimo. Il Decameron e i suoi modelli, in La novella italiana dal Decameron al Rinascimento, a cura di E. Curti e F. Palma, in «Schede Umanistiche», xxxvi, 1, 2022, p. 55, ed Ead., Per un lessico dell’industria. Osservazioni sulla seconda e sulla terza giornata del Decameron, in «Lettere italiane», lxix, 1, 2017, pp. 34-57. Sull’influenza dell’Etica Nicomachea cfr. anche V. Russo, «Con le Muse in Parnaso». Tre studi sul Decameron, Napoli, Bibliopolis, 1983, pp. 16-26; F. Bausi, Gli spiriti magni. Filigrane aristoteliche e tomistiche nella decima giornata del Decameron, in «Studi sul Boccaccio», xxvii, 1999, pp. 205-53; M. P. Ellero, Federigo e il re di Cipro. Note su Boccaccio lettore di Aristotele, in «MLN», cxxix, 1, 2014, pp. 180-91; M. Pascale, Nella casa di Marte. Per una fenomenologia dell’ira nel Decameron, in «Studi sul Boccaccio», xlvi, 2018, pp. 133-54; A. Barbiellini Amidei, Boccaccio e la ‘matta bestialità’, in Amore e follia nella narrativa breve dal Medioevo a Cervantes, a cura di A. M. Cabrini e A. D’Agostino, Milano, Ledizioni, 2019, pp. 73-90. 
  5. P. O’Grady, Aquinas on Wisdom, in «New Blackfriars», civ, 1114, November 2023, pp. 726-50.
  6. Indùstria (ad vocem), in Vocabolario Treccani online (https://www.treccani.it/vocabolario/industria/ consultato il 19/11/2025); Battaglia non si discostava da queste accezioni, anche negli esempi proposti: «diligenza intelligente e geniale impiegata al conseguimento di un fine; impegno, zelo, cura» (Grande Dizionario della Lingua Italiana UTET, ad vocem). Così sembrerebbe intenderla, ad esempio, Dante nell’unica occorrenza del termine all’interno della sua opera: «per sua industria, cioè per accorgimento, e per bontade d’ingegno» (Convivio, Trattato iv, in Opere minori, a cura di F. Chiappelli ed E. Fenzi, Torino, UTET, 1986, p. 236).
  7.  Industria (ad vocem) http://tlio.ovi.cnr.it/TLIO/ (consultato il 04/02/2026).
  8. Industria (ad vocem), in O. Pianigiani, Vocabolario Etimologico della Lingua Italiana (1907) (https://www.etimo.it/?term=industria&find=Cerca consultato il 19/11/2025).
  9. Come accade anche in altre occasioni, Dioneo aderisce almeno parzialmente al tema; si ricordi la novella di Frate Cipolla nella VI giornata o Salabaetto nell’VIII.
  10. M. Baratto, Realtà e stile nel Decameron, Roma, Editori Riuniti, 1984, pp. 93 e 195.
  11. Ivi, p. 129.
  12. Baratto colloca in questo gruppo anche la novella di Tedaldo degli Elisei (III 7) – la quale presenta diversi elementi di contatto con quella di Giletta – e, soprattutto, alcuni racconti che hanno come protagoniste tragiche le donne: Andreuola, infelice innamorata di Gabriotto (IV 6), e Salvestra, amata inutilmente da Girolamo (IV 8).
  13. Tale capacità è speculare alla sua abilità medica: ella apprende dal padre, e sviluppa autonomamente, l’arte di guarire, confidando talmente tanto su questa abilità da giocarsi persino la vita con il re di Francia («se io infra otto giorni non vi guerisco, fatemi brusciare» § 14).
  14. Sulle diverse qualità di “generazione” che scaturiscono dall’amore, non solo biologiche ma soprattutto intellettive, si veda il discorso di Diotima nel Simposio di Platone: «E veniamo a quelli che sono fecondi nell’anima. Ci sono infatti – disse – quelli che sono gravidi nell’anima più che nei corpi, di quelle cose che appunto all’anima conviene concepire e partorire. E che cosa, precisamente, conviene all’anima? La saggezza e le altre virtù […] saggezza di gran lunga più grande e bellissima è quella che riguarda l’ordinamento delle Città e delle case, e si chiama temperanza e giustizia» (Simposio 208E-209A, in Tutti gli scritti, a cura di G. Reale, Milano, Bompiani, 2000, p. 516).
  15. Come avviene spesso anche nel genere della fiaba, Giletta è un personaggio femminile che agisce con sicurezza e determina il proprio destino, al pari di un uomo; tuttavia, mentre i personaggi maschili spesso tendono a perseguire, nel contesto narrativo popolare, obiettivi economici o cercano di acquisire ruoli di potere, i personaggi femminili danno maggiore rilevanza alla sfera affettiva così come alla sete di giustizia e libertà; su questo aspetto cfr. S. Blezza Picherle, La fiaba classica di origine popolare: narrazione e metafora dell’esistenza, in Il Veneto e la cultura contadina e popolare fra passato e presente, a cura di M. Gecchele, Verona, CentroStudiCampostrini, 2008, pp. 37-52.
  16. R. Bragantini ha intravisto nella fuga di Beltramo la “messa in atto” della precettistica difensiva ovidiana: l’allontanamento fisico dalla donna, l’esercizio della guerra, la ricerca di una diversa compagnia femminile (cfr. Fuori di casa. Personaggi in cammino nel Decameron, in «Atlante. Revue d’études romanes», 12, 2020, pp. 1-14).
  17. «Movisse reor aliquantisper ab obstinata olim duritie presidentium animos, et exèmplis tam ingentibus elatorum spirituum insolentiam terruisse» (G. Boccaccio, De casibus virorum illustrium, a cura di P. G. Ricci e V. Zaccaria, in Tutte le opere di Giovanni Boccaccio, vol. IX, a cura di V. Branca, Milano, Mondadori, 1982, pp. 284-85).
  18. G. Boccaccio, Esposizioni sopra la Comedia di Dante, a cura di G. Padoan, in Tutte le opere di Giovanni Boccaccio, vol. IV, a cura di V. Branca, Milano, Mondadori, 1965, pp. 496-97. Si sente l’eco, ancora una volta, della Summa Theologica di Tommaso: Libro II, II Quaestio 14.
  19. Già Platone aveva accennato a “to theriodes”, il bestiale (cfr. E. Cattanei, “Al di sotto” di emozioni e virtù? La “bestialità” in Platone e in Aristotele, in Emozioni e virtù: percorsi e prospettive di un tema classico, a cura di S. Langella e M. S. Vaccarezza, Napoli, Orthotes editrice, 2014 p. 29). La concezione della theriòtes espressa da Aristotele non è, tuttavia, priva di contraddizioni e incongruenza (cfr. A. Fermani, L’Etica di Aristotele. Il mondo della vita umana, Brescia, Morcelliana, 2012, pp. 138-46).
  20. (Corsivo mio) Aristotele, Etica Nicomachea (VII 10, 1151b), traduzione, introduzione e note di C. Natali, Bari-Roma, Laterza, 1999, pp. 289-91. L’intersecarsi di fonti diverse, evidenzia che il Decameron «è un testo narrativo con intenti di filosofia morale» (R. Bragantini, Ancora su fonti e intertesti del Decameron: conferme e nuovi sondaggi, in Boccaccio: gli antichi e i moderni, a cura di A. M. Cabrini e A. D’Agostino, Biblioteca di carte romanze 7, Milano, Ledizioni Ledi Publishing, 2018, p. 134). Su Boccaccio lettore di Aristotele, oltre ai riferimenti bibliografici già citati, cfr. S. Barsella, I marginalia di Boccaccio all’«Etica Nicomachea» di Aristotele (Ms. Milano, Ambrosiana, A 204 inf.), in Boccaccio in America, a cura di E. Filosa, M. Papio, Ravenna, Longo, 2012, pp. 143-55; F. Bausi, Gli spiriti magni. Filigrane aristoteliche e tomistiche nella decima giornata del «Decameron», in «Studi sul Boccaccio», 27, 1999, pp. 205-53; R. Bragantini, Para un diverso «Decameron», in «Revista de Italianistica», 29, 2015, pp. 38-70; K. Flasch, Boccace et la philosophie, in Ut philosophia poesis: questions philosophiques dans l’oeuvre de Dante, Pétrarque et Boccace, a cura di J. Biard, F. Mariani Zini, Paris, Vrin, 2008, pp. 191-211.
  21. «Non è possibile che la stessa persona sia insieme saggia e incapace di dominarsi, infatti prima abbiamo dimostrato che allo stesso tempo si è saggi e virtuosi di carattere, inoltre il saggio è tale non solo per il fatto di sapere, ma anche per il fatto di saper mettere in pratica, invece chi non si domina non sa mettere in pratica» (Aristotele, Etica Nicomachea, VII 10, 1152a, op. cit., pp. 291-93).
  22. Ivi, Libro III 6, 1113a, p. 93.
  23. «multis, scilicet pravis, deceptio in discretione boni et mali accidit praecipue propter delectationem. Ex qua contingit quod delectabile, quod non est bonum, desiderent tamquam bonum, et aliquid tristabile ipsis, quod in se est bonum, fugiant tamquam malum, quia scilicet non sequuntur rationem, sed appetitum sensitivum» (Sententia libri Ethicorum, Liber III, Lectio 10 (https://aquinas.cc/la/en/~Eth.Bk3.L10.n494 consultato in data 04/02/2026).
  24. Cfr. L. Battaglia Ricci («Una novella per esempio». Novellistica, omiletica e trattatistica nel primo Trecento, in Favole parabole istorie. Le forme della scrittura novellistica dal Medioevo al Rinascimento, a cura di G. Abanese, L. Battaglia Ricci, R. Bessi, Roma, Salerno editrice, 2000, pp. 31-54), che affronta l’inquadramento del genere novellistico prendendo le mosse dal trittico proemiale: “favole parabole istorie”.
  25. Ad esempio, alle lunghissime attese alle quali la donna è sottoposta o si sottopone, come se il tempo si fosse cristallizzato e non fossero trascorsi che pochi attimi. Tale aura fiabesca è stata riconosciuta dalla critica (cfr. ad esempio, Baratto, Realtà e stile nel Decameron, op. cit. e G. Alfano, Scheda introduttiva III 9, in Boccaccio, Decameron, op. cit. pp. 518-20); tra le possibili fonti si potrebbe indicare la favola di Amore e Psiche contenuta nelle Metamorfosi di Apuleio che già Martin McLaughlin aveva intravisto in filigrana nella conclusione della Caccia di Diana (M. McLaughlin, Literary Imitation in the Italian Renaissance: the Theory and Practice of Literary Imitation from Dante to Bembo, Oxford, Clarendon Press, 1997, p. 61) e, più di recente, in modo sistematico, attraverso un costante raffronto intertestuale, Igor Candido ha ricollegato a diverse novelle decameroniane, come quella di Zinevra (II 9) e, soprattutto, quella di Griselda (X 10) (cfr. I. Candido, Boccaccio umanista, Ravenna, Longo, 2014, pp. 75-111). Allontanandoci dalla favola, L. Cappelletti annovera, però, tra le possibili fonti anche la commedia Hécyra (165 a.C.) di Terenzio (Studi sul Decamerone, Parma, Luigi Battel Libraio-Editore, 1880, pp. 355-61).
  26. Cfr. A. Barbiellini Amidei, Boccaccio e la ‘matta bestialità’, op. cit.
  27. Sulla consapevolezza dell’autore circa il rinnovamento sociale che stava segnando il periodo e la necessità delle antiche classi egemoni di prenderne atto, cfr. G. Armstrong, R. Daniels, S. J. Milner, Boccaccio as cultural mediator, in The Cambridge Companion to Boccaccio, Cambridge, Cambridge University Press, 2015, pp. 3-19.

(fasc. 58, 31 dicembre 2025)