Ripensando Cesare Beccaria. L’uomo, i Verri e l’ombra del monumento epistolare

Author di Daniela Mangione

Abstract: L’articolo allinea una serie di elementi che contribuiscono a tracciare un ritratto più articolato e complesso di Cesare Beccaria, volto a ricostruirne la dimensione umana oltre il, ma grazie al, filtro deformante del massiccio epistolario di Pietro e Alessandro Verri – tra i più significativi che il Settecento italiano ci abbia consegnato, ma anche espressione di dinamiche private sovrapposte. Riesaminando le circostanze e le fonti epistolari, l’articolo focalizza alcuni aspetti delle dinamiche con e tra i fratelli Verri che hanno determinato la vicenda privata dell’autore dei Delitti e delle pene, e precisa alcuni suoi tratti caratteriali che, lontani dall’essere episodici, sembrano individuarlo e definirlo: non a lato, il suo atteggiamento nei confronti della diffusa pratica del cicisbeismo. L’attenzione al Beccaria individuo può, così, contribuire a sciogliere aporie e silenzi seguiti all’epistolario verriano, e, nel mettere in luce la paradossale lacuna storiografica rappresentata dall’assenza, in Italia, di una biografia sistematica e ben documentata sull’uomo, distinta dall’opera teorica, avvicina alla complessità di un intellettuale che in alcuni tratti singolarmente rappresenta «il paradigma dell’intellettuale illuminista capovolto».

Abstract: The article marshals a series of elements that contribute to a more nuanced and complex portrait of Cesare Beccaria, one aimed at reconstructing his human dimension beyond – yet also through – the distorting filter of the extensive epistolary exchange with Pietro and Alessandro Verri. This correspondence, among the most significant bequeathed to us by the Italian eighteenth century, is also an expression of overlapping private dynamics. By re-examining the circumstances and epistolary sources, the article focuses on certain aspects of the dynamics with and among the Verri brothers that shaped the private vicissitudes of the author of Dei delittie delle pene, and clarifies several character traits which, far from being episodic, appear to identify and define him: notably, his attitude toward the widespread practice of cicisbeism. This attentiveness to Beccaria as an individual confronts the aporias and silences that follow in the wake of the Verrian correspondence; and in bringing to light the paradoxical historiographical lacuna represented, in Italy, by the absence of a systematic and well-documented biography of the man – distinct from his theoretical œuvre – it moves toward the complexity of an intellectual who, in certain respects, singularly embodies «the paradigm of the Enlightenment intellectual reversed».

I Verri, Beccaria e l’Europa delle lettere

La trama epistolare che attraversava l’Italia settecentesca costituiva la più estesa e salda tessitura di reti culturali che a una penisola non ancora nazione e divisa tra i poteri fosse dato di riuscire a mettere in atto. Le epistole attraversavano massivamente e con puntualità i confini, e intensivamente esportavano cultura italiana e importavano idee da tutta Europa.

I fratelli Verri erano, in Italia, tra i più noti promotori dello scambio culturale internazionale, autentici traits d’union tra la penisola e gli intellettuali europei – francesi e inglesi in particolare. L’Accademia dei Pugni che si era costituita presso la loro casa era stata fondata con il precipuo intento di favorire il contatto intellettuale con l’Europa, e il celebre piccolo dipinto (52×37 cm) ad opera di Antonio Perego che raffigura i sette componenti dei Pugni lo ricorda (Fig. n. 1): il quadro era stato commissionato dal volitivo Pietro Verri e, come ha rilevato Gianmarco Gaspari[1], la scelta della «scena di conversazione» non era casuale, così ancora «rara in Italia a quell’altezza cronologica»[2].

Fig. n. 1: Antonio Perego, L’Accademia dei Pugni, 1766.

Fig. n. 2: Frontespizio di un’edizione datata 1747 del primo degli otto volumi dello «Spectator».

Fig. n. 3: Frontespizio di un’edizione datata 1753 del primo degli otto volumi dello «Spectator» (per tutte le figure cfr. https://archive.org/details/spectatorbyjosep01addiuoft/page/n7/mode/2up?ref=ol).

Il radunarsi di sette intellettuali attorno ai tavolini; alcune simili posizioni dei personaggi, le tende: gli elementi comuni indicano quanto sia fortemente probabile che il dipinto si ispirasse ad analoghe incisioni disegnate da Francis Hayman che comparivano su alcune edizioni del primo tomo dell’edizione in otto volumi dello «Spectator»[3]: rivista che, del resto, era un preciso e vagheggiato modello del «Caffè». Del disegno di Hayman esisterebbero almeno due varianti: una versione, in orizzontale, incisa da S. Ravenet per il primo volume della raccolta dello «Spectator»[4] del 1747 (Fig. n. 2); e un’altra versione, che sarà poi la più diffusa, in verticale, incisa da Charles Grignion, testimoniata a partire dagli anni Quaranta[5], e che sempre dal 1747 comparirà in più edizioni successive (qui, Fig. n. 3, quella del 1753). Rispetto a questa seconda più diffusa incisione, risultano in comune con il dipinto di Perego anche l’elemento della finestra e la posizione delle due figure che corrispondono a Luigi Lambertenghi e Pietro Verri; lo sguardo di quest’ultimo è, come nel modello inglese, rivolto verso l’esterno del campo figurativo. La stufa «di maiolica» che Perego sceglie di inserire nel dipinto, modello ancora poco diffuso in Italia, sarebbe infine a testimoniare, secondo Gaspari, le novità delle invenzioni tecniche che favoriscono il genere umano, tema centrale per i caffettisti[6].

Con tali ispirazioni, il gruppo rifuggiva, come ben espresso nel «Caffè», dal tipo di accademie che la tradizione italiana conosceva; le anguste secentesche, formali e autoreferenziali, costituivano un antimodello per questi «liberi lettori di libri moderni»[7]: «Io profetizzo che a misura che la ragione andrà facendo progressi le accademie diminuiranno; esse hanno fatto poco bene sinora, nessun grand’uomo, nessuna grand’opera è nata per esse, le scienze non vogliono formalità»[8]. A Beccaria Perego attribuiva nel dipinto un rosso, evidente panciotto, che lo faceva risaltare. Nelle sue Memorie sincere così Pietro Verri dipingeva la presenza del giovane Cesare Beccaria:

Si va formando da me una scelta compagnia di giovani di talento, fra questi vi nominerò un certo Marchese Beccaria figlio di famiglia di 25 anni, di cui la fantasia e l’immaginazione vivacissime unite a uno intenso studio sul cuore umano fanno un uomo di merito singolare. Egli s’è maritato con una giovine figlia d’un Colonello, il Governo l’ha tenuto in arresto per più d’un mese per impedirglielo, non so poi con qual ragione, e dopo cento dicerie infine ha potuto sposarsi ed è stato scacciato da casa con un tenuissimo assegnamento col quale non ha pane. Egli è con questo discreditato a segno che nessuno vuol trattare con lui. È un profondo algebrista, buon poeta, testa fatta per tentare strade nuove, se la inerzia e l’avilimento non lo soffocano. Questi viene ogni giorno da me e studiamo nel silenzio nella stessa camera dopo aver fatte le nostre ciarle. […] La ingiustizia pubblica verso di lui, la sua povertà, la bonomia del suo carattere m’interessano colla più viva amicizia per lui e spero che lo potrò ancora di più scuotere e costringere il pubblico a stimarlo e gloriarsene[9].

Un giovane benevolo, dunque, che Pietro Verri voleva aiutare e sul quale poneva la propria attenzione, auspicandone la futura stima da parte di un pubblico. In questa atmosfera nasce il testo che diventerà rapidamente un riferimento per l’intera Europa, Dei delitti e delle pene.

L’opera “dei Pugni” che segna l’Europa

Le circostanze sono note, ma conviene ripercorrere velocemente le tappe dell’opera. È Pietro Verri che esorta il giovane Beccaria a scrivere il libretto, nel proprio appartamento in contrada del Monte, sede dell’Accademia, tra l’autunno del 1763 e il gennaio del 1764[10]. Il manoscritto autografo della prima versione dei Delitti resterà in quella casa fino al 1769, dopo essere stato donato da Cesare ad Alessandro[11], finché Beccaria stesso non lo chiederà a Pietro.

Quel primo manoscritto viene presto superato da una copiatura a mano da parte dello stesso Pietro Verri. Un secondo manoscritto dei Delitti, conforme, a parte alcuni paragrafi, alla prima versione, avrà ancora grafia di Pietro Verri e correzioni di Beccaria[12]. Sarà il terzo manoscritto, vergato da copista, a giungere in tipografia per la prima edizione, dell’aprile 1764. L’opera nasce, dunque, davvero “tra le mani” dei membri dell’Accademia dei Pugni[13].

Pietro l’aveva sollecitata: ma Alessandro Verri era tutt’altro che estraneo al tema. Negli anni 1763-1765 Alessandro ricopriva, infatti, il ruolo di “Protettore dei carcerati” – un ruolo che il fratello maggiore aveva ricoperto negli anni 1751-1752 –, e aveva prodotto sul tema una serie di scritti che solo recentemente hanno visto pubblicazione[14]. Anche Gian Rinaldo Carli confermava, in una lettera, l’essere nata l’opera da una riflessione collettiva: «So […] che il marchese Beccaria n’è l’autore, ma che vi ebbero mano il conte Pietro, il conte Alessandro fratelli Verri, il marchese Longo ed altri dell’Accademia così detta dei pugni». Aggiungeva anche: «Questo è il primo libro che sia stato scritto in Italia in favore dell’umanità, con energia e con indipendenza»[15].

L’ispiratore dell’impresa Pietro Verri considerava di essere stato «molto più di un semplice copista» e la riteneva «un’opera anche sua, un’opera tanto caldeggiata, vissuta, partecipata e arricchita da potere essere inserita a pieno titolo accanto alle proprie»[16]. «Togli, aggiungi, correggi liberamente, che mi farai un gran servizio e piacere» scriveva, del resto, Beccaria a Pietro[17].

In questo lavoro condiviso, però, sono visibili le tracce delle diverse anime plasmanti l’opera. La storia filologica del testo rivela la presenza di una visione più aperta e democratica, e di una più aristocratica – Francioni parla di un «dissenso ideologico»[18]. Beccaria, orientato verso un Illuminismo condiviso, annota nel primo manoscritto: «I lumi ristretti in pochi fan male, in molti no»[19]. Pietro Verri agisce sullo scritto di Beccaria eliminando dal testo che i Lumi «ormai si rendono communi anche a quasi ogni classe di uomini»; cassa che Federico di Prussia abbia «saputo superare l’intervallo che separa l’uomo dalla capanna»[20]. Del resto, per Verri gli intellettuali sono «gli unici ed esclusivi depositari della ragione […] pilastro insostituibile su cui si reggono le società»[21].

Mentre si prepara l’edizione, Verri informa in stretto riserbo Giuseppe Aubert, direttore della stamperia Coltellini, di chi sia l’autore del testo, Beccaria[22]. L’editio princeps dei Delitti e delle pene esce il 7 o l’8 luglio 1764 per i tipi Coltellini; è esaurita nei pochi mesi estivi; una pirata se ne pubblica a Firenze in 8° (falsamente «In Monaco») dalla tipografia di Andrea Bonducci[23]: è quanto serve a superare l’iniziale diniego di Verri e Beccaria a una nuova edizione.

La paternità dell’opera, però, continua per i lettori ad essere ambigua; tra gli intellettuali si mormora che Dei delitti sia della penna di Pietro Verri. Il 20 dicembre, quando tutto è pronto per la terza edizione, si annuncia per sbaglio sulle «Novelle letterarie» che l’opera è dello stesso autore delle Meditazioni sulla felicità – Pietro Verri stesso, cioè. Sia Pietro sia Cesare chiedono che venga corretto l’errore. A gennaio, poi, le Note ed osservazioni contro Dei delitti firmate dal monaco Ferdinando Facchinei ottengono, a stretto giro, 88 pagine di Risposta[24] che vengono scritte da Pietro e Alessandro Verri. La Risposta uscirà come volumetto autonomo il 1° febbraio 1765 e verrà, poi, inserita in calce alla terza edizione, quella che sarà pubblicata nel marzo 1765, datata Lausanna. E a giugno Aubert ne vuole una ulteriore.

Il serrato susseguirsi di edizioni richieste dall’immediato successo e dalle risposte polemiche suscita anche la reazione parigina dei philosophes. È Paolo Frisi a donare, nel giugno 1765, una copia della terza edizione dei Delitti a D’Alembert, che il 9 luglio 1765, lodando l’opera, annuncia come già prevista una traduzione francese da parte di André Morellet[25]. La traduzione viene anche in parte anticipata sulla «Gazzette littéraire de l’Europe» del 1° agosto 1765. È solo il 9 agosto che Beccaria ha notizia – da parte di Frisi, che gli invia copia della lettera di D’Alembert – della traduzione che si sta facendo. Egli sta, intanto, lavorando a una quinta edizione – come quarta ne era uscita una pirata nella prima parte dell’anno[26].

Beccaria scrive a D’Alembert solo il 24 agosto 1765. È una lettera piena di gratitudine ed entusiasmo per la notizia della traduzione che si sta facendo. Morellet il 3 gennaio 1766 risponde, raccontando con notevole abilità retorica il proprio lavoro sull’opera e annunciando all’autore i cambiamenti inseriti. L’attacco è disarmante:

Monsieur,

sans avoir l’honneur d’être connu de vous, je me crois en droit de vous addresser un exemplaire de la traduction que j’ai faite de votre ouvrage De’ delitti e delle pene. Les hommes de lettres sont cosmopolites et de toutes les nations; ils se tiennent par des liens plus étroits que ceux qui unissent les citoyens d’un même pays, les habitans d’une même ville et les membres d’une même famille. C’est à ce titre que je crois pouvoir entrer avec vous en un commerce d’idées et de sentiments qui me sera bien agréable, si vous ne vous refusés pas à l’empressement d’un homme qui vous aime sans vous connoître, et que vous avés sensiblement obligé, en lui faisant éprouver ces émotions douces et fortes que fait naître la lecture de votre excellent ouvrage[27].

Anche dopo aver denunciato le tante variazioni compiute nella traduzione francese[28], Morellet usa così abilmente la propria retorica da rendere di fatto quasi impossibile qualsiasi obiezione di Beccaria:

On m’a dit qu’un auteur peut être blessé de voir qu’on a fait dans son livre des changemens, même utiles, parcequ’ils montrent que le livre n’étoit pas aussi bon qu’il pouvoit l’être. Mais, monsieur, cette maniere de voir ne sauroit être la votre, au moins je l’ai pensé. Un homme de génie qui a fait un ouvrage universellement admiré, rempli d’idées neuves et fortes et excellent pour le fond, doit pouvoir entendre dire froidement que son livre n’a pas tout l’ordre dont il étoit susceptible, et doit être bien aise qu’on travaille sur ce fond si riche, et qu’on y change quelque chose dans la forme. Il doit aller même jusqu’à adopter les changemens qu’on y aura faits, s’ils sont utiles et appuiés de bonnes raisons. Voila le courage que j’attends de vous, monsieur: reformés parmi les changemens que j’ai faits ceux qui vous paroìtront mal à propos, conservés ceux qui sont bien, et croiés que vous n’aurés fait qu’augmenter votre considération. Voila ce que j’ose vous proposer. Vous êtes digne que j’aie avec vous cette confiance, et je me flatte que vous m’en saurés gré[29].

La traduzione viene, dunque, pubblicata: il 28 dicembre 1765, a Parigi, con falsa data «Lausanne, 1766». In Italia dopo poco, nel marzo 1766, vede la luce la «quinta edizione» – considerata oggi quella di riferimento – non senza attimi caramboleschi[30]. Quando, infatti, Cesare Beccaria, pubblicamente insignito della medaglia d’oro dalla Patriotische Gesellschaft di Berna, aveva deciso di sciogliere l’anonimato, il 3 febbraio 1766 Dei delitti e delle pene veniva messo all’Indice. In fretta si allestiva, allora, un nuovo frontespizio, colmando il vuoto lasciato dal nome con alcuni fregi già utilizzati nelle opere di Francesco Algarotti («una conchiglia che emerge da un viluppo di volute e di fronde», come nel volume VIII dell’edizione Coltellini 1764)[31]. Cinque copie sfuggirono all’omissione del nome, che sarebbe poi comparso esplicitamente solo nelle ristampe autorizzate del 1770 e del 1783; negli ambienti intellettuali l’opera è, però, ormai legata al nome di Cesare Beccaria.

Il testo che diverrà un imperituro e internazionale successo germoglia in Italia dalla penna di un italiano schivo, che accetta le correzioni di Pietro Verri, consente l’operazione distorcente della traduzione di Morellet e che, invitato dai philosophes a Parigi, riuscirà a restarvi solo pochi giorni – così come rinuncerà ad andare a Londra, nonostante i programmi al riguardo intessuti dai fratelli Verri. Sorge, dunque, avviluppata in circostanze autoriali ambigue l’opera che si diffonderà così velocemente nel continente, che vedrà decine di traduzioni e che sarà di ispirazione ai padri fondatori statunitensi[32]. Il suo autore non riuscirà ad affrontare la scena internazionale che lo aveva voluto conoscere e sarà costretto a tornare e stare in patria.

Ma come poté accadere che una così grande attesa e così tanti onori ricevuti in Francia avessero come esito una così rapida ritirata? Se chiari sono il senso e la fama dell’opera, il giudizio sul suo autore è stato circondato, soprattutto in Italia, da una sorta di imbarazzato silenzio. Per molto tempo ci si è, infatti, attestati anzitutto sulla figura che di Beccaria è stata dipinta dalla completa, quasi perfetta e monumentale, corrispondenza dei due fratelli a lui così vicini, Pietro e Alessandro Verri.

L’ingresso a Parigi

Il 2 ottobre 1766, accompagnato da Alessandro Verri, Cesare Beccaria lasciava Milano diretto a Parigi. I philosophes lo attendevano con curiosità e ammirazione. Il progetto del viaggio era nato sotto le esperte e decise ali di Pietro Verri, che aveva trovato fondi e aveva convinto il padre di Beccaria a stanziarne. Pietro, però, rimaneva in patria. Il disegno era di far entrare l’eccellenza dei Pugni dapprima nei salotti intellettuali dei philosophes parigini e, poi, di farla penetrare tra gli illuministi londinesi.

Alessandro Verri e Cesare Beccaria partono, dunque, da casa Beccaria, Contrada di Brera 1571 (oggi via Brera 6), con «ottimi cavalli» e un vetturino. All’addio sono presenti Teresa Blasco in Beccaria e Bartolomeo Calderara, «bello, ricchissimo e spensierato gaudente» ma anche «bibliofilo» e, per le sue caratteristiche, vicino a entrambi i coniugi Beccaria[33].

Nei primi giorni le tappe sembrano scorrere tranquille agli occhi di Alessandro, che riferisce con serenità del passaggio a Novara: «Stiamo tutti due benissimo», scrive da Vercelli. Fino a Novara è «l’istessa aria»[34] di Milano; l’entrata in Savoia si sente per «maggior polizia di costumi». Gli alberghi, tuttavia, deludono: «Mi hanno detto che gli Auberge della Savoia sono ottimi. Falso, falsissimo. Sono orribili. […] Abbiamo sovente dormito vestiti», scrive Alessandro[35]. Sono poi sulle «montagne di Annibale», noiose e aspre, «nudo sasso»; e finalmente il 12 ottobre sono a Lione. E ancora: «Mi hanno detto che gli Auberge della Francia sono divinissimi. Falso, falsissimo. Sono passabili e niente più»[36].

Finalmente il 18 ottobre giungono a Parigi, dove sono accolti dal Barone d’Holbach, «un uomo adorabile»; conoscono immediatamente Diderot, «ottimo, sensibilissimo uomo», D’Alembert, «uomo amabile […] d’una fisionomia buona, finissima, brillante»[37]. Alessandro è entusiasta, e coglie fin dai primi giorni la particolare atmosfera della cerchia dei philosophes che si trovano presso il barone d’Holbach: «Vi dirò due parole su questa gente. Il carattere che si esigono nell’uomo è prima la bontà che la scienza. Hanno fra di loro un tuono del tutto familiare, filantropo. Non v’è fasto, non v’è pedanteria. Disputano caldamente e vigorosamente fra di loro, con tutta la buona fede del mondo»[38].

Con l’arrivo a Parigi, però, Alessandro, rincuorato dalla stabilità acquisita, si sente di confessare a Pietro quanto fin dai primi giorni stava avvenendo:

Il mio amico il secondo giorno à cominciato a regrettare la sua famiglia e la sua Moglie soprattutto. Sono due settimane ch’io sostengo la sua somma e pesantissima melanconia. Ho temuto che divenisse pazzo. Egli si è dimagrito: aveva lo sguardo abbattuto e fisso a terra, sospirava, piangeva […]. Si era fissato in capo che la Marchesina sarebbe morta. […] Amico, mai più viaggio con uomini di grande immaginazione; mai e poi mai. Non ho passato in vita mia peggior tempo di questo viaggio. […] aver seco un uomo che sospira, che non è buono a nulla, che mi parlava da pazzo da mattina a sera, che mi vollea fuggire da per tutto, che mi era tutto sulle braccia […] Vi assicuro che tal volta mi sarei gittato dalle finestre[39].

Nella lettera in cui confessa questo disagio, Alessandro offre al fratello squarci di costume, brevi descrizioni di Parigi, «oceano d’uomini»[40], osservazioni sugli intellettuali che stanno incontrando. Ma la situazione con Beccaria torna improvvisamente, quasi disordinatamente, nel discorso:

Io ho cominciato a seccarmi della imbecillità dell’amico, perciò sono stato, secondo il mio solito, nei principi del mio viaggio, un poco aspro: mi annoiavo di vedermi accanto un uomo che era buono da nulla in un tempo che bisognava essere disinvolto. Questa mia asprezza, non peraltro grande né in urbana, l’ha cominciato ad involgere in melanconia maggiore. Gli parve di vedersi come isolato. […] a Lione finalmente scoppiò la mina. Voleva andarsene. Io gli ho fatto vedere a quale scena si esponeva, a quale ridicolo andava incontro, quanto gli pregiudicherebbe nell’opinione degli uomini, e forse degli amici, questa debolezza. Si concluse adunque di venire a Parigi e di provare se vi stava bene: caso che no, di partire col pretesto o della salute o di affari domestici. Egli mi ha fatto ripetere un milione di volte le ragioni che gli ho addotte a Lione per venire qui. Se ne dimentica ad ogni tratto e me le fa dire di nuovo. Adesso però io gli ho parlato chiaro. Gli ho detto che così non possiamo vivere. Che siamo venuti qui con grandissimi stenti ed ostacoli e che quanto a me non voglio perdere questo tempo prezioso, che però o può starvi, e viveremo, o non può starvi, e cerca quel rimedio alla sua tranquillità ch’egli crede il solo a potergliela procurare. Io non ne posso più, più, più[41].

Le versioni di Alessandro e del compagno Beccaria sono del tutto consonanti. Infatti, già da Novara Cesare aveva scritto a Pietro di oscillare «tra l’allegria e l’hippocondria»[42]. La sua insofferenza a Lione si era esplicitamente accentuata, ed egli la descrive con precisione e lucidità:

L’animo mio è nella più terribile costernazione che sia mai stato. Sotto il sacro secreto della nostra amicizia, ti confido che sono pentitissimo del mio viaggio; che se non fusse stata la ragione e più le saggie riflessioni di Alessandro, sarei ritornato indietro per posta senza toccar Parigi. Questa sarebbe una pazzia che mi renderebbe ridicolo, lo veggo benissimo, ma sforzerommi di strascinarmi fino a Parigi, proverò se posso accomodarmi; se no, io non voglio crepare per alcun rispetto umano, maneggierò un pretesto onorato pel mio ritorno, preparerò le cose da lontano e rivolo a Milano. La mia Moglie, i miei Figli, i miei Amici tutti mi assediano la mia tiranna, la imaginazione, non mi lasciano gustare né delli spettacoli della natura né di quelli dell’Arte, che non mancano in questo viaggio e in questa bella Città. Io so cosa tu mi devi rispondere, ciò me lo dice Alessandro: la mia ragione lutta continuamente colle mie sensazioni. Vado a sentire applausi, volo in mezzo ai piaceri, e mi trovo infelice, il più intimo midollo del cuore è squarciato. Io te lo confido. Io nonostante faccio uno sforzo per condurre il nostro amico Alessandro fino a Parigi: vi resterò fino a tanto che abbia provato se posso accomodarmi. […] Se la mia infelice maniera di concepir le cose mi sforzerà a ritornare, procurerò di coonestare e di preparar le cose da lontano, e son certo che tu mi aiuterai e continuerai d’essere quel vero amico che mi sei sempre stato[43].

E si appella all’amico Pietro, rimasto a Milano: «Sostituisciti alle mie sensazioni, aiutami con qualche tuo consiglio»[44]. Intanto, anche alla moglie Cesare aveva scritto con sincerità il proprio disagio. Novara non gli piace («Questa città la destino nell’ultima vecchiaia per far penitenza de’ miei peccati»[45]). Confessa, già al principio dell’itinerario, di temere il ridicolo per la sua malinconia[46]; di lì a poco indirizzerà le missive a lei con la raccomandazione «Nissuno legga fuorché mia moglie»[47].

Anche l’umore di Alessandro ne risente: «Parigi non me ne impone un cazzo fino adesso»: «io vengo a Parigi per divertirmi e mi sono annoiato quanto è possibile, finora»[48]. Infatti, anche nella capitale, pur avendo già conosciuto i philosophes, «il mio amico continua nella sua melanconia: i maggiori suffragi, la maggiore Città non gli basta»[49]. Alessandro intuisce la portata del malessere di Beccaria, comprende che non si tratta di qualcosa di passeggero: «Credo che l’amico non potrà qui fermarsi […] egli sospira la sua moglie, i suoi figli, e mi pare impossibile che ben presto per le poste non ritorni costì, protestando l’aria, l’acqua della Senna, la salute o simili ragioni, […] aspettatevi adunque ben presto a Milano l’amico!»[50].

Per il momento, nella parte iniziale del viaggio, Beccaria nel giudizio di Alessandro Verri è ancora solo «uomo di grande immaginazione». Ma il suo sguardo sull’amico diviene, a poco a poco, più aspro. Anche perché Alessandro vive, da subito, una doppia realtà emotiva. Tra quelle stesse descrizioni della prostrazione di Cesare, si trova anche a osservare: «Beccaria è accolto con adorazione. Io sono ancora come sarebbe a dire un astro che non ha ancora che la luce di riverbero […] Sono lontano dall’invidia, ma non dal desiderio della stima»[51]. Commenta questo doppio stato emotivo ricorrendo all’interessante metafora del «dissotto delle carte»: «Io, che so il dissotto delle carte intorno al carattere del mio sozio, trovo qualche riflessione da fare quando lo vedo in mezzo de’ suoi ammiratori»[52]. La locuzione comparirà ancora, accettata nel codice di comunicazione fra i due[53]. Alessandro termina la prima lettera di denuncia dei problemi del compagno di viaggio con un sorriso ancora bonario: «Non ho riveduta la lettera per far presto. Se vi sono delle ripetizioni, peggio per voi. L’ho scritta fra i sospiri dell’amico»[54].

«Il verme nel cuore»

La corrispondenza fra Pietro e Alessandro Verri diventerà una «consuetudine irrinunciabile»[55], con un’interruzione di soli 5 anni, tra il 1784 e il 1789. Produrrà, così, «il più bel carteggio del Settecento italiano»[56]. L’epistolario tra i due fratelli Verri si è costituito nel tempo come una delle testimonianze più generose di informazioni sui rapporti, la società e i costumi settecenteschi italiani ed europei; la parte che è stata forse più conosciuta e percorsa è proprio quella che si apre con l’arrivo a Parigi di Alessandro, dal 1980 editorialmente isolata come Viaggio a Parigi e Londra, e che copre uno scambio che va dall’ottobre 1766 al maggio 1767. Il Viaggio è un corpus compatto, una sorta di monolite in grado di dare informazioni sulla cultura francese e inglese, sulla rete di rapporti sociali e intellettuali tra Italia e Francia, fra Italia e Inghilterra, tra Inghilterra e Francia: e anche, ovviamente, sui rapporti fra i Verri e Cesare Beccaria. Per lungo tempo “la” visione dei rapporti fra i due fratelli Verri e Beccaria è dipesa, dunque, da questa magnifica costruzione epistolare.

Il Viaggio, oltre a essere monumento di costume e di rapporti intellettuali di grande potenza e credibilità, è anche lo straordinario documento dell’incrinatura dei rapporti tra i due Verri e Beccaria. Ma è anche uno straordinario documento unilaterale: a tratti, documento di unilaterale nevrosi. L’incrinatura dei rapporti pare trarre origine dall’inettitudine di Beccaria al viaggio e alla permanenza in terra straniera: ma, a ben guardare, la portata di questo fastidio rivela d’essere più articolata e complessa.

La prima risposta epistolare di Pietro al disagio di Beccaria è un equilibrato e accorato appello: «Sono perplesso se ti debba mandare questa lettera. Vi sono troppe cose umilianti; ma pure ho deciso, te la voglio indirizzare. Se così penso, perché te lo nasconderei? Nessuno ti stima più di me; nessuno ti ha date prove di stima sentita quanto io». Il maggiore dei fratelli Verri cerca, con tatto e franchezza, di dissuaderlo dal rinunciare. Vale la pena di sentirne il tono accorato e la ragionevole autorevolezza:

La lettera che m’hai scritta da Lione in data del 12 mi porta l’afflizione nel fondo del cuore. Io non la partecipo a nessuno degli amici né a tuo padre: questo è un sacro deposito fatto nel seno dell’amicizia e come tale lo custodirò. Tu vuoi ch’io ti aiuti contro le desolazioni che ti tormentano: il solo mezzo per farlo è di dipingerti al vivo quale sarà la serie delle tue sensazioni se ti sottrarai alle presenti. Immaginati cosa dovrai dire al Duca, alla Principessa, al conte Firmian nella prima visita. Cosa dovrai rispondere a quanti t’interpelleranno, quale stima dovrà avere di te la moglie, la famiglia e i tuoi stessi amici […]. Tu ti porresti una dose di ridicolo insopportabile […] Chi l’attribuirà a debolezza del tuo animo ti dovrebbe guardare come un imbecille che non sa vivere lontano dalla mamma, e qualche uomo dei pochi ragionevoli dirà che quanto tu sai alzarti colla penna alla mano, tanto è basso il tuo livello quando cessi di scrivere. […] Amico, di cui il bene e la gloria mi son cari quanto se fossero cose mie; amico, per quanto t’è cara la tua felicità, contrapponi i momenti a venire al momento presente; ti scrivo colle lagrime agli occhi, tremo per te; ben lontano di sentire veruna superiorità per la tua debolezza, io non sento che il timore della tua vergogna. Non posso essere misurato nello scriverti perché sarei falso, ma sappi che sento ancora più che non ti dico tutto il male di questo tuo stato: si tratta di te per il restante de’ tuoi giorni; si tratta d’essere risguardato come un uomo da nulla da tutti fuori che da me solo. Tua moglie sta benissimo, e se fosse in Parigi in vece tua non avrebbe certamente i tuoi pensieri. Le tue bambine stanno egregiamente e non hanno alcun bisogno di te. […] I tuoi amici istessi come ti giustificherebbero? Qual onore faresti loro? Da qualunque parte tu ti rivolga, troverai, caro amico, di che contraporre alla fantasia che ti tormenta. Io ti scrivo cose dure, io m’aspetto che forse tu mi risponda duramente, mi vorrai male leggendo questa lettera, mi saprai malgrado ch’io conosca questa debolezza tua e che te ne faccia sentire tutto il peso; ma in quest’affare si tratta di tutto te stesso […]. Pretesti per coonestare una pronta partenza non vi possono essere; […] si sa che siete partiti per sei mesi per vedere Parigi e Londra, come mai potresti tu perdonare a te stesso la tua fanciullagine di non potere star lontano sei mesi per un simile motivo? Perdio, se tu fossi contro le batterie prussiane ti compatirei. Io sono stato un anno fra bestie, allogiando da capitano, in paesi del diavolo, e vi sono andato abbandonando quella che sai se m’era cara; so quello che può provare un cuore sensibile e l’ho provato; sarei avvilito per sempre se avessi ascoltata una sola sensazione, e non avessi fatto il paragone di quello che provava in ogni istante con quello che avrei dovuto provare nel tempo avvenire, liberandomi dalla sensazione attuale. Amico, la situazione tua è ben diversa, tu sei nel punto di rialzare te medesimo colle cognizioni, colle corrispondenze che stai per aggiungere a te stesso; più, col sentimento di potere da te stesso reggerti, il che acquisterai in questi pochi mesi e ti darà una coscienza di te stesso per il restante de’ tuoi giorni. Per Dio, tu sei degno ch’io mi fidi perfettamente di te e che ardisca dirti una verità che in faccia non ti direi, ed è che v’è un lato di puerilità nel tuo carattere che pregiudica molto alla stima che ti è dovuta; tu te ne accorgi e cerchi da coprirlo con de’ pezzi di trasportato vigore che ti si vede imprestato, ma con tutto ciò si conosce e il male e il rimedio. Questa passeggiata per l’Europa sicuramente te ne guarisce ed è la sola che te ne possa guarire; se tu ritorni sì tosto, pensa che rendi pubblico il tuo difetto e disperato il caso di risanartene; pensa che t’avvilisci, che il timore della disistima altrui ti renderà cattivo, pensa che è decisa la tua cattiva sorte, e dentro e fuori di te. […] Spero che alcuni giorni dopo che sarai a Parigi cambierai d’idee, e questo mi consola. […]tu possiedi interamente la mia stima e la possederesti anche dopo aver fatta la coglioneria, ma, perdio, che quella degli altri uomini l’avresti perduta per sempre e non vi sarebbe pretesto di ripararla. In somma, non vi pensare assolutamente, te ne scongiuro per quanto possono i teneri sentimenti d’un amico che si lascerebbe tagliar un dito se fosse necessario per salvarti da questo ridicolo. Io non finirei più, ma la carta finisce. Giudizio, per amor del cielo; consolami presto con qualche buona nuova. Perdonami. Amami. Non mi odiare, che non lo merito[57].

Vistolo irremovibile, Pietro pare infine accogliere, anche parlandone con il fratello, la disposizione d’animo dell’amico. Scrive un mese dopo: «Dunque è deciso che Beccaria ritorna, ed al giungerti di questa lettera non sarà più teco. Me ne dispiace […] Non sarà però meno rispettabile e caro al mio cuore». Osserva, inoltre: «Il mal suo è fisico come la febbre, e ne parla Wansvietten nelle sue Malattie delle Armate: si chiama il mal del paese, e vi sono de’ morti di questo male, cioè da una profonda melanconia che logora le forze vitali e termina in consunzione, con una forte passione di ritornare alla Patria»[58].

Addirittura Pietro promette di essere un tramite di equilibrio. Scrive al fratello sulla risoluzione di Beccaria: «Il dovere mio era di fare ogni sforzo per impedirla e di mostrargliela nel suo vero aspetto prima che la facesse; fatta che l’abbia, sarà mio dovere l’abberlirgliela e giustificarla presso ognuno»[59].

Ma l’assetto dei due fratelli subisce una graduale metamorfosi. Accanto al razionale sguardo mostrato da Pietro Verri nella citata lettera del 26 ottobre se ne affianca uno diverso, più fremente, istintivo, che a poco a poco prende il sopravvento. Evidentemente e comprensibilmente confusi davanti alle violente emozioni che abitano l’amico, già durante il viaggio i fratelli mostrano una vaga ambivalenza. Da una parte identificano il disagio come «mal del paese», dall’altra imputano la causa dei mali di Beccaria al desiderio per la moglie. Commentando l’ipotesi del ritorno in patria di Beccaria, osserva Pietro già il 3 novembre: «E per chi? Per la moglie, che va divertendosi alla Costa, a Turano, in buona compagnia, e che il giorno stesso della sua partenza si divertì allegrissimamente!»[60]. Anche Alessandro, raccontando, dice la moglie causa del male di Beccaria[61]. Ma proprio lui si infastidisce intanto anche per dover sperimentare l’avvilimento dell’amico in privato e trovarsi, invece, a doverne vedere la resa brillante in pubblico. Scrive il 25 ottobre:

Tutte le volte che occorre una presentazione gli occhi sono primamente rivolti a Beccaria […]: Io veramente nel sistema attuale mi annoio nella Società. Non sono al primo rango, sono timido, isolato, incerto dell’esito delle cose; parlo poco. […] io l’ho sempre consolato, io porto tutto il peso della sua stravaganza, io faccio tutto, io, che sono venuto sotto l’ombra delle sue ali, ora debbo tenerlo sotto quello delle mie.devo soffrirlo in casa e vedermelo anteposto fuori di casa[62].

Due giorni dopo: «fuori di casa primeggia, a casa bamboleggia ed in tutti i due casi (dirò il vero) mi dà fastidio»[63]. Il 2 novembre: «In niente me la intendo coll’amico»[64]: mentre di nuovo, a distanza di un mese, sente il bisogno di narrare al fratello di come si sia manifestato i primi giorni di viaggio il disagio di Beccaria: «Voglio ancor parlarti di questo strano avvenimento della mia vita»[65]; e lo farà, ancora, emotivamente gravato, nella lettera del 12 novembre[66]. «È ricercato e venerato da per tutto e deciso per uomo amabile, eppure ha sempre verme nel cuore»[67]:

In fine, in una Città immensa come questa, dove un uomo è un attomo, si seppe l’arrivo di Beccaria in varie parti, e per fino nella diligenza di Lione è stato a caso riconosciuto da varie persone ed ha trovato chi li parlava di lui con somma stima senza di riconoscerlo. Sono avvenimenti ben lusinghieri per l’amor proprio. Ebbene: che succedeva di Beccaria in tanta gloria riposto? Non gustava nulla, aveva qualche leggiera distrazione ma ritornava alla sua passione e sempre sentivasi il verme nel cuore che lo corrodeva. […] Va nelle conversazioni più aggradevoli, e riposto in mezzo di uomini adorabili, è a una buona tavola, è alle Tuilleries, è fra i libri, è dove volete: niente lo consola, sempre, sempre la passione gli si solleva dal fondo del cuore e quelle circostanze che farebbero, e se sono distribuite su 100 uomini, felicità di ciascuno, fanno né punto né poco la sua[68].

Offerti gli stessi racconti a Paolo Frisi, questo accoglie «la confessione con una risata»[69], racconta. E, invece, il fratello recepisce empaticamente la confessione, e dipinge e rafforza la drammaticità che Alessandro vive:

[…] mi pare di vederti costretto a startene immobile mentre sei ferito da ogni parte, l’implacabile invincibile fantasia dell’amico ti pesa sul capo, la sua essistenza ti piomba addosso, ti vedi rubare i giorni che credevi più brillanti e ameni per te, devi soffrire le sue lamentazioni e i suoi rimproveri, le sue gelosie e i suoi trionfi, e l’amicizia e la virtù t’incassano in un brevissimo spazio da dove non puoi uscire; ti vedi sul punto di essere abbandonato da un amico e di dovere, solo, avventurarti in un nuovo paese: in somma, sento in tutta la estensione lo stato tuo; ma con tutto ciò io non so giustificarti né giustificar Frisi perché abbiate ceduto la fantasia di Beccaria e vi siete stancati di fargli guerra in un affare da cui dipende un ridicolo eterno per lui presso i suoi più cari[70].

Finalmente si decide il ritorno di Cesare. Alessandro, però, organizza di partire per Londra lo stesso giorno in cui l’amico parte per l’Italia. Troppo abituati i francesi a vederli insieme, dice; lo guarderebbero come vedovo[71]. Beccaria diviene addirittura un «pazzo pericoloso»:

Beccaria mi ha dato, coi torti che mi ha fatto e mi fa, tutto il diritto di riporlo fra i pazzi pericolosi, e di questo diritto mi servo; né credo che avrà per l’avvenire altro posto nel mio cuore. […] quel Beccaria istesso riposto in somma gloria, festeggiato da tutti, l’uomo alla moda – quello, dico, mi odia, mi detesta, mi abomini con vero astio e, lontano dal volermi trarre dalla folla e di fare e uscire dalla oscurità i miei talenti, contribuisce all’occasione ad immergerveli[72].

Sensazione o realtà che sia («Ho voluto parlare de’ miei studi di criminale: ei tronca il discorso e non vi consente»[73]; «la celebrità e la dissipazione di spirito di Beccaria ha fatto diventare il nostro appartamento, alla mattina, una bottega di caffè. Non si può far nulla. Appena svegliati, e prima talvolta, veggente che batte alla porta. Anche in ciò non siamo d’accordo. Io vorrei più quiete»[74]), Alessandro non vuole più avere nulla a che fare con l’amico: «anche se lui restasse, io me ne allontanerei»[75].

«Quello che portavo alla mia stimabile compagna si è cambiato»

Tornato Beccaria a Milano, l’animosità dei due fratelli contro Cesare vive di una reciproca amplificazione. Ammette Pietro: «In somma fratello caro e amico mio intimissimo, il viaggio di Parigi vuole aver fatta una piccola rivoluzione del mio cuore»[76]; «Sempre più crescono le ragioni che raffreddano l’amicizia fra Beccaria e me»[77]. Le ragioni di questo cambiamento si confondono e affastellano: empatia con il fratello, disistima; anche per Pietro il non riconoscimento della sua mano nell’aiuto al perfezionamento dei Delitti e delle pene: «da nessuno meno che da quest’uomo io mi aspettava che potesse farmi portare il peso di quella gloria che non avrebbe avuta senza di me, eppure egli vuole che lo porti»[78].

E gradualmente, nelle lettere successive al ritorno di Beccaria, quello che era stato un accenno nel periodo parigino diventa ora sempre più un Leitmotiv martellante. Beccaria è, secondo Pietro, «invaso della sua Moglie, non ha altro fanatismo che lei, né altri riguardi che per lei»[79]. Colpevole di essere stata troppo allegra durante l’assenza del marito, e colpevole il marito Cesare di spendere energie inutili per una tale donna, Teresa diventa il maggiore bersaglio. I due criticano pesantemente la coppia: non comprendono le ragioni della gelosia per una donna «tutt’altro che inespugnabile»[80], imputano a Beccaria pesanti mancanze nel matrimonio, di cui si sarebbe parlato anche a Parigi. Nel marzo 1767, dalle lettere di Pietro si legge: «La Marchesina è talmente gravida che si vede all’occhio: essa non potrebbe essere più di tre mesi e mezzo, computando il ritorno di suo marito, ma al volume pare di più: tutta la Compagnia Litta e Calderari, tutt’i nemici […] stanno col lunario in mano, pronti a calcolare questo parto»[81]. E poco dopo, a settembre, Alessandro osserverà:

Beccaria sa essere il figlio illegittimo e credo che non ci abbia gran gusto di questo regalo, ma ha preso il partito di dissimulare […]. Viene da Parigi, trova la moglie gravida, sa chi n’è l’autore, intanto compra libri per l’amico, si fanno delle spese, si fanno gite, si sta allegramente e poi si vuol finire ad andare con lui in Moscovia[82].

Alessandro non comprende come l’amico possa tollerare, di fatto, un terzo nel matrimonio. Sfiora il punto; ma non intende l’assetto. Beccaria raccontava, infatti, già in una lettera del giugno 1763 a Giambattista Biffi che i sentimenti verso la moglie si erano assopiti:

Ma qual mezzo di sortire da questa letargia che mi tormenta, se io non sono né ambizioso né innamorato? […] Così parmi di non esser più atto a concepir amore per alcuna persona. Quello che portavo alla mia stimabile compagna si è cambiato in una stima sincera, in una vera amicizia ed in una tenerezza inesprimibile. Ma voi sapete, amico, che le passioni sodisfatte fanno perdere al loro oggetto quel bello d’imaginazione e quella dolcissima illusione che fa distinguere l’amore dai bisogni naturali. Ecco in breve l’origine di quella vera tristezza che mi occupava tutta l’anima. Ma ho comperati dei libri, mi si sono risvegliate delle nuove idee e delle viste filosofiche che ti communicherò in breve. Queste mi hanno agitato la mente e tolta quella calma fatale che intorpidiva tutte le facoltà della mia mente[83].

Verso la moglie nutre grande affetto; sostituisce l’assenza di passione con il lavoro mentale. Ribadisce, in certo senso, la stessa sua posizione nella lettera di ringraziamento a Morellet per la traduzione francese del 26 gennaio 1766. Nel raccontare di sé osserva infatti:

… io sono maritato a giovine dama sensibile e mi è toccata la rara felicità di far succedere all’amore la più tenera amicizia. La mia unica occupazione è di coltivare in pace la filosofia e di soddisfare nel medesimo tempo a tre vivissimi sentimenti, l’amore della gloria, quello della libertà e la sensibilità ai mali degli uomini oppressi dall’errore[84].

Non ci sono tracce di gelosia, in realtà, né negli scritti di Beccaria né nelle risposte della moglie. Davvero il disagio fuori patria dell’autore dei Delitti e delle pene era motivato dalla gelosia per Teresa, come osservavano i Verri? E perché un tale accanimento sulla coppia?

Cesare Beccaria aveva sposato Teresa Blasco il 22 febbraio 1761, disubbidendo al padre:

Carissimo signor padre, per non lasciarle più alcun dubbio quale sia la mia vera ed ultima volontà, mi son determinato di dichiarargliela in iscritto, dimandandole prima perdono di quanto sinceramente le esporrò. La supplico dunque ad accertarsi che la sola morte potrà distruggere la mia risoluzione, anzi l’aspetto di essa non mi atterirebbe. Giuro avanti Dio che io non decamperò mai, né mai ritratterò di cuore la mia parola[85].

Così scriveva il 4 febbraio del 1761. L’aveva conosciuta nel 1760; il padre, Gian Saverio Beccaria Bonesana, si era mostrato subito preoccupato per l’interesse del figlio verso una donna la cui famiglia era «dalle origini nobiliari piuttosto opache»[86]. I Beccaria erano, del resto, stati ammessi solo nel 1759 al patriziato milanese, dopo un iter non semplice[87]; dunque, il tema dell’ascesa sociale era particolarmente al centro delle preoccupazioni paterne. Gian Saverio richiede allora, e ottiene, gli arresti domiciliari per Cesare; ed egli nel dicembre, in un momento di cedimento, scrive, per compiacere il padre, di essere stato circuito da Teresa. Ma dopo poco torna in sé e, contrapponendosi al genitore, la sposa. Al matrimonio il padre e la madre di Beccaria non partecipano: e ordinano, anzi, il lutto alla famiglia.

Dopo comprensibili incertezze, Beccaria mostra, dunque, grande determinazione nella decisione del proprio avvenire; sconta, però, la propria scelta con la privazione del sostentamento da parte della famiglia d’origine. Finché, il 19 maggio 1762, con la moglie incinta di 7 mesi, non architetta un piano con Pietro Verri. Verri stesso racconta nelle Memorie sincere l’irruzione della coppia nella casa paterna, la preghiera di essere riaccolti e il finto svenimento della moglie, che sortiscono l’effetto sperato. I due sono riaccolti[88]. Il 21 luglio 1762 Teresa darà alla luce la primogenita Giulia, futura madre di Alessandro Manzoni[89].

I rapporti con la moglie, poi, paiono a poco a poco mutare di segno, raffreddarsi in un affetto fraterno, come più sopra testimoniano le sue parole nelle lettere a Biffi e Morellet. Ma la tesi della gelosia di Cesare verso la moglie come motore del ritorno da Parigi si spande, complici le convinzioni dei Verri, e continua a essere frequentata tra i salotti, tanto da far osservare a studiosi che Cesare avesse «le sue buoni ragioni» per essere inquieto nel viaggio a Parigi, giacché la moglie «se la spassava sul lago di Como con il marchese Bartolomeo Calderara»[90]. Pietro Verri nel 1768, due anni dopo, parlerà ancora ad Alessandro di Teresa e Calderara, osservando quanto i due si divertano e il marito si lasci vedere poco. Quando si progetta il viaggio in Russia, lo si progetta con Beccaria e Calderara; quando, nel 1768, Teresa Blasco si recherà in Toscana per ragioni di salute, Calderara sarà con lei. Il rapporto con tale marchese, insomma, era ben noto e accettato da Beccaria. I due coniugi ne parlano tranquillamente nel reciproco scambio di lettere durante il viaggio verso Parigi[91]:

Caro Chesino [marchesino], questa sera non posso essere più afflitta di quello che lo sono, una delle [cose] che mi affliggono si è che Calderara non sta troppo bene, la sua solita flussione di denti e male di testa anco più forti che il solito lo tormentano e mi dicono che spasima ed io rimango sola nella mia camera con i miei soliti pensieri lugubri che mi straziano il cuore […][92].

E il 13 ottobre 1766: «Caro Chesino, io domani vado per due o tre giorni alla Costa di Calderara essendo l’unico mezzo per distrarmi un poco di una forte malinconia»[93]. Del resto, Calderara era presente, con Teresa, ai saluti della partenza per Parigi[94].

Le circostanze paiono, dunque, essere abbastanza chiare: non ci sono sotterfugi, nascondimenti o ipocrisie; Teresa Beccaria riferisce dei suoi spostamenti e della sua frequentazione con questa importante presenza maschile. Non sembra, dunque, plausibile che Beccaria fosse geloso di qualcosa che Teresa condivideva così esplicitamente con lui. Pare più plausibile che Beccaria aderisse, tra lo sgomento dei fratelli Verri e dei detrattori, a un «sereno ménage a trois»[95].

La tranquillità o tolleranza di Beccaria è, invece, interpretata dai due fratelli come “dissimulazione”. La morsa dei giudizi dei Verri ha, cioè, indotto a porre in secondo piano la concreta possibilità che l’assetto di Beccaria nei confronti della moglie potesse essere sintonico con quel costume, così praticato nel secolo, del cicisbeismo, che consentiva a una coppia di contemplare un terzo, accompagnatore o amante, al servizio della componente femminile. Il costume sociale del cicisbeo, o cavalier servente, era assai diffuso in tutt’Italia e nei ceti nobili, come racconta e testimonia con precisione Roberto Bizzocchi[96], il quale ricorda che «il cicisbeismo improntava molto fortemente di sé gli usi matrimoniali dei nobili del Settecento, anche dei migliori fra di loro, ben oltre il censimento scrupolosamente documentabile dei servizi apertamente dichiarati»[97]. Bizzocchi stesso dà per assodato l’assetto nel ménage a trois del matrimonio di Beccaria. Osserva lucidamente che «ci vuole un po’ di discrezione verso la vicenda Beccaria, perché uno dei testimoni che la documenta, Pietro Verri, la mette in scena ostilmente come uno spettacolo farsesco»[98]. Bizzocchi conferma, come si evince dalle lettere private di Cesare e Teresa, che «la presenza di Calderara coesisteva con il perdurare di un innegabile forte legame fra i due sposi»[99].

Condividere, dunque, alcuni doveri coniugali era uno sgravio del tutto sintonico con l’aspirazione di Cesare alla pace e alla concentrazione sulle proprie passioni intellettuali. Di fatto, egli aveva mostrato di intrattenere con la moglie un’affettuosissima amicizia; di conoscere e tollerare la frequentazione di lei con Calderara; di preoccuparsi per lui e per lei. Non ci sono nelle lettere recriminazioni o gelosie verso Teresa.

È necessario, dunque, relativizzare i giudizi dei fratelli Verri, notarne l’ambivalenza e unire a essi quelli degli amici coevi. Alfonso Longo suggeriva a Pietro di smorzare il proprio giudizio, riconnettendolo con la comune certezza della bontà di Beccaria, non ritenendolo capace di bassezze e di nuocere volontariamente[100]; Anche Lambertenghi si presenta scettico a Pietro Verri dopo aver parlato a lungo con Cesare[101].

Dunque, quale Beccaria?

Toni così acuti da parte dei Verri e l’accavallarsi di vicende private suggeriscono sia opportuno guardare in altro modo al comportamento di Beccaria nel viaggio a Parigi. La «tendenziosità delle testimonianze»[102] ha chiuso le parole e gli atti dell’autore dei Delitti e delle pene in uno schema in realtà poco coerente, che consiglia un’analisi più cauta dei suoi comportamenti.

Lontano dalla gelosia di cui viene accusato, è più probabile che egli fosse assalito da un’angoscia da allontanamento, una malinconia motivata da una generale incapacità di gestire la lontananza dagli affetti. Beccaria parla di ipocondria; le lettere riferiscono di malinconia, prostrazione; egli ha il timore che la moglie possa morire o ammalarsi; poi perde il sonno, si sente isolato[103]; ha addirittura paura di andare a Versailles perché così, simbolicamente, si allontana ancora più da lei: ciò non sembra pertenere alla gelosia, ma a un generale senso di mancanza che, ricordiamolo, si manifesta già a partire dal giorno successivo alla partenza da Milano, a Novara. La crisi sembra configurarsi come un’angoscia di perdita, tanto che Alessandro fa riferimento all’eccessiva immaginazione del compagno di viaggio, che si crea «fantasimi terribili»[104] e lo stesso Pietro, in un primo momento, parla di Van Swieten («Wansvietten»)[105].

Eppure, cresce poi «l’ostinazione con la quale i fratelli Verri, una volta cadute le ragioni della solidarietà», diffondono «insinuazioni e malignità»[106]. Il loro astio che appare al manifestarsi delle prime resistenze di Beccaria alla continuazione dell’itinerario, per comprensibile delusione rispetto all’appoggio intellettuale dato all’amico e all’ambizione dell’operazione parigina, si infiamma e ingigantisce; tocca il rapporto con la moglie e continua in un lungo rimpallo, che durerà anni[107]. Nel marzo dell’anno seguente Alessandro racconterà del rinfrangersi dei soliti pettegolezzi in discussioni:

Il Barone [D’Holbach] […] venuto poi all’articolo della sua passione per la moglie, […] sosteneva che Beccaria non era capace di farle quel servizio tutt’al più che due volte la settimana. […] Al che si aggiunsero le solite frasi, che non è buono a nulla, che non farà più nulla. A tutto questo discorso io assisto con un silenzio imperturbabile, talvolta sorrido un poco, oppure faccio tronca ed equivoca apologia. Così mi pare che convenga. Il mostrarmi suo nemico mi farebbe torto, dopo la figura di suo amico fatta in pubblico; e questi sorrisi e queste mal fatte apologie lo difendono assai male[108].

Il dissidio non sarà superficiale né momentaneo: culminerà addirittura con un testo di Pietro Verri, Examen du livre des Délits et des peines, scritto «con intento denigratorio»[109] contro l’opera di Beccaria: il testo non sarà pubblicato ed è stato reso leggibile nel 1985 da Gennaro Barbarisi[110]. L’Examen era la concretizzazione di un moto che Pietro aveva già dovuto frenare nel fratello quando, nel 1767, Alessandro si era mostrato desideroso di scrivere un pamphlet contro il Dei delitti e delle pene; e così di nuovo osservava tre anni dopo, il 26 maggio 1770: non voleva dar scandalo di adoprar la penna per «passioncelle private».

Ma in cosa consistevano esattamente tali «passioncelle private» da Verri stesso menzionate? Cosa altro – oltre agli scontri sul merito dell’opera, come indica il sopra citato Examen – aveva contribuito a inasprire le reazioni verso Cesare Beccaria?

L’incomparabile marchesina Beccaria

L’inasprirsi dei rapporti e la fissazione verso Teresa velavano, in realtà, un insieme di circostanze e vissuti non irrilevanti. Non si poteva dire, infatti, che Pietro Verri intrattenesse rapporti neutri con la moglie di Cesare Beccaria. Pietro non aveva solo contribuito all’impresa di far rientrare Cesare e la sposa nella casa del padre: poco dopo, nel 1763, aveva dedicato all’«incomparable marquise Beccaria» uno scritto, Relazione d’una prodigiosa cometa osservata in Milano[111], che mirava a raccontare “l’apparizione” di Teresa Blasco durante una festa, ornata da un cappello di straordinaria singolarità, una «sorta di cuffia chiamata Cometa», così strano da fargli coniare per la donna la definizione di «giovane Dama Cometifera». Pietro ribadiva gli stessi contenuti anche in un altro scritto del 1763, Cronaca di Cola de li Picirilli degli avvenimenti pubblici di Milano dell’anno 1763[112]. E della marchesina continuerà a occuparsi nelle lettere con il fratello nel periodo parigino, chiamandola «Ninfa»: «Ho mantenuta la parola a Beccaria e sono stato a visitare la Ninfa; non la trascurerò finch’egli ritorni, e spero che non avrà da farmi il rimprovero d’avere sepellito il talento in questo spazio di tempo»[113]. Osserverà ancora, poco più tardi: «Io non credo che le sue stravaganze fuori di patria non fossero altrimenti effetto della passione per la moglie, tu ne potrai giudicare meglio di me perché ti sono presenti tutti i minuti dettagli, ma a me pare impossibile che un uomo che lascia per più e più mesi intatta una giovane moglie ne sia innamorato»[114].

Smentendo la tesi della gelosia verso la moglie data per buona dalla società parigina, non esitava, così, a inserirsi fra i due, giudicandone ancora una volta il rapporto. Accennava egli stesso anche a voci sul proprio conto e, nel mostrare fastidio per la presenza di Calderara, esaltava, in modo forse un po’ ambiguo, le proprie prove d’amicizia, dicendole «date dopo terminata ogni corrispondenza alla ninfa»:

Abbi pazienza e lasciami parlare di Beccaria anche quest’oggi. Ieri è comparsa la terza tesi che da lui e da’ suoi satelliti Visconti e Calderara si spargono sordamente. La prima si fu ch’io avessi simulata amicizia per lui solamente per poter chiavare sua moglie; ma i fatti si opponevano, la risposta a Facchinei, il ritratto in rame, la mediazione mia per il suo viaggio e simili sono prove d’amicizia date dopo terminata ogni corrispondenza alla ninfa; di più, per poco che mi si accordi il senso comune, si trova che avrei interposti mezzi troppo incomodi e complicati per ottenere un bene che tanti altri hanno partecipato senza far diventare celebre il marito[115].

Ancora un anno dopo, nel 1768, in una lettera al fratello Alessandro, criticherà la libertà della marchesina e la presenza di Calderara:

La marchesina Beccaria ha fatta gran figura ad un ballo dato ai Bagni, tutta la città e borghi erano sossopra; un certo riccio, nuova moda per la Toscana, un riccio, che scende in mezzo alla fronte, ha una fortissima impressione in questi animi robusti toscani, se ne parla con ammirazione, come pure della bellezza di Calderari, poverino, il quale non sa dove possano finire questi elogi in Toscana; insomma se la godono divinamente e il marito si lascia veder poco frattanto[116].

«Al di là di ogni dubbio»[117], è comunque attestato che Pietro Verri ebbe una relazione con la moglie di Cesare Beccaria. Alcuni studiosi ascrivono la storia con Teresa agli anni 1761-1762[118]; altri, come Carlo Capra, John D. Bessler e William Spaggiari, la collocano negli anni 1763-1764[119]: sarebbero testimonianza della relazione tarda alcune lettere datate agosto e ottobre 1764 fra Pietro Verri e Biffi[120], in cui esiste una «petite amie» dotata di «esprit de vanité et de coquetterie qui n’est pas meme honorable» che lo ha ferito, comportandosi con leggerezza verso i suoi sentimenti, e che in una lettera del 28 dicembre 1765 assumerà l’esplicita identità della marquesine Beccaria[121]. Qualcuno attribuisce la relazione ai due mesi di assenza di Cesare, durante l’esperienza d’oltralpe. Si illumina diversamente e diviene più comprensibile, dunque, l’accanimento con il quale Pietro Verri teneva conto dei tempi del parto di Teresa, il quale, affacciandosi alla conclusione nell’agosto 1767 quando il marito era tornato il 12 dicembre 1766 da Parigi, pareva mostrare l’arrivo di un figlio illegittimo. È, questa, una contingenza verso la quale Beccaria non mostra particolare preoccupazione: «fu ancora una volta Cesare Beccaria a dare l’esempio immediato della più ammirevole serenità in un frangente dubbioso»[122], osserva ancora Bizzocchi.

Le circostanze delle relazioni e dei parti meritano dispute e disamine cavillose per essere determinate con esattezza, e non hanno risvolti minimi: il caso della prima datazione del rapporto fra Pietro Verri e Teresa Blasco Beccaria attribuirebbe a Verri la paternità della primogenita, Giulia, futura madre di Manzoni. Tuttavia, che fosse una relazione di qualche anno prima o che fosse più recente l’infatuazione di Pietro per Teresa, è certo improbabile che le sue osservazioni verso l’amico Beccaria potessero essere del tutto scevre da implicazioni emotive, da «passioncelle private» – anche queste, dunque – che Pietro stesso cerca di frenare nei rapporti con Cesare, ma che evoca fortemente e liberamente con il fratello, suscitando tra l’altro in lui un’empatica eco emotiva.

«Caro amico… Lasciami qual sono»: Beccaria oltre i fratelli

Nella relazione tra Beccaria e i Verri, non è secondaria la dinamica del rapporto tra i due fratelli. Se inizialmente Pietro cerca di calmare la reazione viscerale di Alessandro, ipotizzando che possa essersi «ingannato», tanto da affermare «sospendo il mio giudizio»[123] e circoscrivere il problema ai soli due viaggiatori, gradualmente l’empatia lo muove ad associarsi con il fratello minore. Inizia a osservare: «Sento nel mio cuore le amarezze che tu hai provato e sento senza complimenti che ho senza paragone più tenerezza ed amicizia per te che per lui»[124]. Tornato Beccaria in patria, osserva: «Pare che la vicinanza di Beccaria comunichi l’aggitazione nell’animo, e tu ben vedi che l’effetto è nato in me dopo il suo ritorno. Egli pone in tumulto mille passioni, le quali non ce le possiamo svelare che fra noi due […]»[125]. E al 17 gennaio 1767: «Un mese fa io doveva consolarti, ora tu devi far meco questo Uffizio: è cambiata la nostra parte sullo stesso argomento»[126].

Mentre Beccaria non pare avere alcun comportamento aggressivo, ma è, piuttosto, reo di allontanarsi e non scusarsi di aver fatto fallire il progetto franco-inglese, i fratelli giocano una partita che ha a che fare con i loro reciproci assetti e affetti. Fra empatia e reciproca solidarietà, le iniziali cautele di Pietro decadono piano piano e Beccaria diventa nelle loro parole «feroce», «dissimulato», «ridicolo», «impostorissimo». I due lo dicono «avvilito nelle disgrazie, ingrato nella prosperità», «acro ed inquieto», «pazzo di vanità», «impertinente come un musico», «brutale», «bestia», capace solo «di portare l’amarezza, il fiele e l’inquietudine nel cuore di chi ha avuto amicizia per lui», un «perfidissimo buffone», «ingratissimo e vilissimo calunniatore» «un vile immerso nella putredine»[127], «un Caligola», un «imbecille»[128]. Non gli sarà risparmiato l’insulto di «becco», con riferimento ironico anche all’origine del cognome.

La scelta di Alessandro di lasciare Parigi esattamente quando Beccaria torna a Milano parla sia del disagio per il confronto/affronto subìto sia dell’offesa per l’essersi dovuto limitare a restare nell’ombra. In quest’ombra si assesta Pietro, per il quale Beccaria è colpevole di non essersi prestato a essere un orgoglioso tramite verso i philosophes francesi e di non aver riconosciuto davanti a loro la paternità della risposta a Facchinei.

Ma, al contempo, Alessandro ottiene l’attenzione, l’interesse, l’empatia del fratello, tesoro non indifferente in una dinamica familiare che non parlava certo di affetti incondizionati e riconoscimenti. La figura del padre Gabriele, severo, accentratore e punitivo, aveva provocato un risentito allontanamento di Pietro. Di lui egli scrive: «Egli è stato il più implacabile mio nemico»[129]; sulla madre, «il giudizio di Pietro fu sempre venato di acre ironia, quando non addirittura di astio […]. Il ricordo della madre è quello di una donna «violenta smaniosamente dispotica, che non ebbe altra norma o limite che le sue idee»[130]. Pietro scrive ai fratelli il 6 ottobre 1766: «Padre e Madre non parlano d’Alessandro, come se nemmeno fosse al mondo»[131].

Particolare importanza rivestiva dunque, in tale contesto familiare, l’alleanza tra i due fratelli. Scrive, a Londra, Alessandro dopo l’esperienza parigina: «La mia Patria è dov’è Pietro. Vieni qui, vieni a Parigi, vieni sulla cima del monte Senis: tutte queste saranno mie Patrie e vi starò benissimo»[132]. Il fratello minore rinsalda, così, il legame con il maggiore; il maggiore, a propria volta sfuggito faticosamente all’autorità paterna e sofferente perché Beccaria non riconosce la sua autorevolezza, rinsalda il legame familiare con la devozione di Alessandro. In tali dinamiche relazionali, la figura di un Beccaria colpevole di non aver ottemperato alle aspettative di Pietro è stata letta da Bartolo Anglani come quella di «un intelletto che si è sottratto a un abbraccio soffocante»[133]. A nessun altro “nemico” Pietro Verri dedicherà, in effetti, tanto spazio nelle proprie lettere[134]: Pietro rimase «impigliato nell’ossessione di decifrare l’enigma di Cesare Beccaria»[135]; il «fantasma di Beccaria» continuerà a restare nel romanzo epistolare dei due molto a lungo; vi compare 330 volte. Solo verso il 1774 i giudizi dei due fratelli verso l’amico inizieranno ad attenuarsi[136].

Si sovrappongono, dunque, diverse ragioni di contrasto fra i fratelli Verri e Cesare Beccaria; molteplici sembranoi motivi per cui i due fratelli si dedicarono «nel segreto del loro carteggio a smantellare la personalità dell’antico amico»[137]: lo shock del comportamento inadatto al viaggio parigino, il sentirsi in ombra di Alessandro, il non riconoscimento della Risposta verriana a Facchinei, la delusione per non aver Cesare Beccaria onorato il pregiato palco tra i philosophes che era stato curato e allestito con maestria e cura dai Verri; il gioco di empatia e affetto tra i fratelli; ma anche le «passioncelle private», un rapporto decisamente poco neutro con Teresa. Difficile dire se si tratti di una sommatoria di fattori che aggravi via via i rapporti, come pare, o se lo spostamento verso Parigi sia stata l’occasione che ha favorito l’emergere di situazione pregresse, sia con Teresa sia nelle dinamiche tra i fratelli.

È certo, invece, che circostanze così acute non abbiano mai fornito un’immagine realistica della personalità di Cesare Beccaria. Il suo ritratto ne è sempre uscito filtrato, distorto, compresso: quello di una sorta di inetto dal carattere instabile, poco sovrapponibile al profilo intellettuale e umano che mostrerà in seguito. Forse un po’ pigro, accidioso, certo bloccato da nevrosi personali (non andrà mai a Pietroburgo, pur invitato), ma mai aggressivo o poco rispettoso verso i Verri, e per niente incapace di gestire in modo responsabile la propria carriera: diventerà alto funzionario di stato e dal 1769 sarà professore di Scienze camerali alle Scuole Palatine; sarà, poi, membro del Supremo Consiglio d’economia dal 1771; magistrato provinciale della Zecca dal 1778 e delegato per la riforma delle monete[138]. Inizialmente, proprio Pietro Verri, cercando di contenere il malumore del fratello, con sguardo lucido – che sgomenta, rispetto all’aggressività di altri momenti – tenta una descrizione dell’amico sofferente che si avvicina alla natura più vera dell’amico. Le parole lo ritraggono con una precisione che non si riesce a comporre con la serie di insulti che di lì a poco coroneranno l’immagine di Beccaria nella maggior parte dell’epistolario. Scrive il 29 dicembre 1767, sul finire di quell’anno intenso, Pietro:

Sul conto di quest’uomo ti dirò che è un velo è caduto ai miei occhi; sono già sei o otto giorni che non ci vediamo, l’amicizia mia è radicalmente tolta dal mio cuore; e questo caso è tanto più sicuro quanto che io non mi sento veruna animosità contro di lui, né posso nel mio animo fargli alcun rimprovero. Egli non mi ha mai mancato di parola e di riguardi; la colpa non è sua se io mi sono ostinato a volerlo credere capace di vera amicizia. Beccaria è un uomo deciso, incapace di tessere un inganno o di simulare, ei non reggerebbe alla fatica di farlo; egli gode dei piaceri che a lui sanno cagionare gli uomini, e, come gli amici ne cagionano i massimi, ei gode assaissimo dell’amicizia. Ma quest’uomo che non vive mai che il momento attuale, né può contrapporre la serie dei futuri al momento presente, sceglie il piacere presente, s’allontana dal dolore presente e, come ei trova piacere alla fortuna che ha fatto ed alla superiorità che pubblici voti gli hanno data su i suoi amici, egli ne vuol godere in tutta la sua estensione: gli amici se ne risentono; la vista di questo risentimento e dolorosa a Beccaria, per ciò gli fugge. Non s’è egli sempre lasciato vedere qual è, ubbidientissimo a una sensazione per volta?[139]

Nega, Pietro, la dimensione della dissimulazione che altrove gli attribuisce; descrive una persona al contempo decisa e amante della propria tranquillità, quasi ostinatamente limitata all’attimo presente.

Quella di Cesare Beccaria è una personalità complessa, dunque, rimasta poi incastrata nel saldo, affascinante edificio narrativo della corrispondenza tra i Verri. Ma un dato ulteriore è da sottolineare: la figura di Cesare Beccaria ha singolarmente beneficiato di scarse indagini italiane espressamente dedicate alla sua biografia, alla ricostruzione del suo profilo di individuo (e non solo di teorico, cioè); nessuna grande, documentata ricostruzione delle svolte della sua vita con un’ottica che finalmente potesse innalzarlo oltre gli scritti verriani, se si eccettua, dopo quella del 1938[140], una biografia di Renzo Zorzi uscita nel 1996, documentata, ma scarsamente citata e purtroppo non annotata[141].

Proprio Zorzi ricorda come sulle nevrosi di Beccaria, che non finiranno con il viaggio a Parigi, lo stesso Lombroso avesse riflettuto producendo uno studio certo estremo, La follia di Beccaria[142], ma costruito proprio a partire dagli eventi del viaggio a Parigi[143]. A parte i profili bibliografici delle opere nazionali, le voci enciclopediche, i contributi critici su porzioni della biografia o le osservazioni critiche alle sue opere, nessuna grande ricostruzione biografica dedicata alla sua figura è stata intrapresa recentemente in patria; l’unica grande biografia, a firma dello statunitense John D. Bessler, Celebrated Marquis. An Italian Noble and the Making of the Modern World[144], non ha traduzione italiana. Singolari mancanze, forse esito sottile della dicotomia tra il Beccaria inficiato dai difetti attribuitigli e quello della sua carriera successiva. La distanza tra la grande opera scritta e la piccolezza del ritratto consegnato alla storia attraverso l’epistolario verriano ha, forse, fatto distogliere lo sguardo dall’uomo in favore dell’opera[145]. E, a confermare la durezza di un destino in patria, un dato biografico liminale: le sue spoglie non riposano in alcun luogo, disperse nel corso di lavori urbani nel Cimitero della Mojazza.

Intanto, invece, l’Europa lo ammirava: circostanza che spingeva Pietro Verri a scrivere: «l’Europa ha dichiarato ch’egli è più grande di me: il mio cuore dichiara tutto il contrario»[146]. «Possibile che gli amici milanesi non facciano nessuna maligna riflessione sul ritorno dell’amico?»[147], si chiedeva Alessandro in una lettera del 1767.

Il profilo contraddittorio di Beccaria che emerge nel Viaggio – deformato, distorto da molteplici questioni – non è attendibile, e a distanza di oltre due secoli resta aperta la domanda sulla natura profonda dell’autore dei Delitti. Beccaria era certamente lontano dall’essere «uno da sé inetto», come osservava Pietro Verri; l’assetto esistenziale personale, complesso, è ancora da indagare nel dettaglio.

Singolarmente, Beccaria è un intellettuale che racconta un paradigma illuminista capovolto: rappresenta il «paradigma perfetto del viaggiatore […] irrecuperabilmente estraneo al viaggio illuministico»[148]; come tale cerca di raccontarsi, di descriversi all’amico Pietro. Gli scrive, infatti, nella lettera del 15 novembre 1766:

Caro amico, sono vicino ai trent’anni. Lasciami qual sono, lasciami correre la mia carriera in pace secondo le mie sensazioni, il mio carattere e i bisogni miei. Seguendo gl’impulsi costanti ed indelebili dell’animo mio, esso si metterà in equilibrio da se stesso sugli effetti di queste tue tanto temute e dicerie. Dai due di ottobre a questo momento non ho gustato la felicità. I dolci vapori delle lodi e delle continue testimonianze di stima ricevuta in questa Patria della Filosofia erano e sono di continuo infettati da un alito amaro e pungente che sorge dall’imo del cuore. Non ho mancato di approfittare della corta mia dimora, ho ben visto esaminato Parigi, ho fatto mille utili ed importanti amicizie, ho gettato i semi della mia futura felicità[149].

Ma la sua consapevolezza è letta dai destinatari come debolezza. Di fatto Beccaria, come ancora una volta nota acutamente Bartolo Anglani, «si trincera dietro un essere che non tollera intromissioni analitiche e domanda solo di essere lasciato in pace»[150]; affronta con coraggio impensabile e con indifferenza il pericolo del giudizio altrui. Preferisce la dimensione individuale a quella della sociabilité – che era ovviamente la dimensione d’elezione secondo i due fratelli Verri. È mirabile la sua indipendenza di giudizio, lì dove si richiama ad altri momenti in cui ha deciso autonomamente e contro il parere di altri del proprio destino:

Sono stato felice, urtando tutto Milano facendo un matrimonio perfettamente a mio modo, io solo, senza reputazione preventiva, ed ora non potrò avere il coraggio di tornare due mesi prima di quello che avevo stabilito alla mia patria, nessuno della mia famiglia, amici che mi amano e mi onorano e la stima dei quali ne impone a tutti gli altri, io, che per quello che si è passato e per 1000 prove giornaliere deve essere convinto che i suffragi dell’Europa sono in mia mano, e dovrò curare quelli dei milanesi? Sia tranquillo sulla mia reputazione. Non essendovi nel mio cuore niente che di onesto e di buono, io ne rifarò le piccole rovine come un buon orologiaio la sua mostra, ed i buoni Milanesi avranno la bontà di stimarmi un’altra volta loro malgrado[151].

In queste parole è un programma, un metodo di sviluppo. Beccaria denuncia con mite fermezza il proprio “scarto individuale”; e, se da una parte lo abita una sorta di ostinata lentezza, spesso giudicata come indolenza (peraltro smentita dalla mole dei suoi lavori, dalle sue docenze, dalle cariche assunte), dall’altra, al netto, questo suo sostare risulta una determinazione attiva, che non si fa distogliere da osservazioni di circostanza e di opportunità sociale; risulta essere una «forza incoercibile»[152]. Pur schiacciata dal peso culturale dei fratelli Verri, la forza individuale di Beccaria progredirà, e principalmente attraverso l’assertività delle sue opere; ma sembra, tuttavia, ancora meritare uno sguardo più articolato che la sleghi dall’ombra e dal peso del compatto monumento epistolare costruito dai Verri.

                                                                                             


[1] G. Gaspari, Filologia delle figure. Due rebus iconografici nella cerchia del «Caffè», in Nell’officina dei Lumi. Studi in onore di Gianni Francioni, Como-Pavia, Ibis, 2021, pp. 285-306.

[2] Ivi, p. 296. Osserva Gaspari: «recupera certo dall’incisione dello «Spectator» il senso vivo e realistico della riunione redazionale – a quella è evidentemente intento il tavolo di sinistra –, ma moltiplicando le attività dei personaggi nel gioco, nella lettura e nell’ascolto, si offre come perfetta rappresentazione delle differenti modalità del rito sociale della parola» (ivi, p. 297).

[3] G. Gaspari, Filologia delle figure, op. cit., p. 294.

[4] Nell’immagine n. 2 il frontespizio di The Spectator. Volume the First [-Eight], London, printed for J. And R. Tonson and S. Draper, 1747: vi si legge Francis Hayman (inv[eni]t), S. Ravenet (sculp[sit]). Nell’immagine n. 3 il frontespizio con altro disegno, sempre di Hayman (delin[eavit]), inciso da Charles Grignion (sculp[sit]); qui un’edizione del 1753.

[5] Si veda la catalogazione del British Museum: https://www.britishmuseum.org/collection/object/P_1881-1008-14 (ultima consultazione: 30/06/2026).

[6] G. Gaspari, Filologia delle figure, op. cit., pp. 299-300.

[7] Così definiva Mario Fubini i componenti dell’Accademia dei Pugni: M. Fubini, Pietro Verri e il «Caffè», in La cultura illuministica in Italia, a cura di M. Fubini, Torino (1957), ERI, 1964, II ed., p. 107.

[8] Lettera di Pietro ad Alessandro Verri del 27 novembre 1766, in Viaggio a Parigi e Londra (1766-1767). Carteggio di Pietro e Alessandro Verri, a cura di G. Gaspari, Milano, Adelphi, 1980, p. 92 (d’ora in avanti, Viaggio).

[9] P. Verri, Memorie sincere, Milano, 6 aprile 1762, in Edizione Nazionale delle opere di Pietro Verri (da ora in poi ENPV), V, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2003, pp. 17-152 di Pietro Verri: ora all’URL: https://illuminismolombardo.it/testo/memorie-sincere/?tipo=1 (ultima consultazione: 14 agosto 2026).

[10] Cfr. G. Francioni, Nota al testo, in C. Beccaria, Dei Delitti e delle pene. Edizione nazionale delle opere, Milano, Mediobanca (d’ora in poi ENCB), 1984, I, pp.  218-28.

[11] Cfr. C. Beccaria, Dei Delitti e delle pene. Edizione nazionale delle opere, op. cit., p. 218.

[12] Ivi, pp. 247-48.

[13] Cfr. anche G. Santato, La questione attributiva del “Dei delitti e delle pene”,in «Lettere Italiane», 48 (3), 1996, pp. 360-98.

[14] Si veda a tale proposito P. Musitelli, I manoscritti inediti di Alessandro Verri, Protettore dei carcerati (1763-1765), Line@editoriale [On line], 2, 2010, pubblicato in rete il 09/02/2017, consultato il 09/08/2026 (cfr. l’URL: https://interfas.univ-tlse2.fr/lineaeditoriale/176). Pierre Musitelli ha rinvenuto recentemente tra i documenti di lavoro di Beccaria custoditi alla Biblioteca Ambrosiana un registro, Becc B 228, che è un Elenco dei giustiziati in Milano tra il 1470 al 1764. L’elenco si interrompe proprio nel mese di uscita del trattato, nel luglio 1764: P. Musitelli, Giustizia fatta: observations sur un registre des condamnés à mort (1471-1764) de la bibliothèque de Beccaria. L’Écriture est la peinture de la voix: Essays in honour of Nicholas Cronk, in «Modern Languages Open», 1, 2024, pp. 1-14 DOI: https://doi.org/10.3828/mlo.v0i0.513; cfr. l’URL: https://modernlanguagesopen.org/articles/10.3828/mlo.v0i0.513 (ultima consultazione: 14/08/2026).

[15] Cfr. G. R. Carli, lettera a Paolo Frisi del 1° gennaio 1765, ora in C. Beccaria, Dei delitti e delle pene. Con una raccolta di lettere e documenti relativi alla nascita dell’opera e alla sua fortuna nell’Europa del Settecento, a cura di F. Venturi, Torino, Einaudi, 1965, pp. 186-88.

[16] Ivi, p. 252.

[17] C. Beccaria, ENCB, IV: Carteggio. Parte I: 1758-1768, a cura di C. Capra, R. Pasta, F. Pino Pongolini, Milano, Mediobanca, 1994, p. 88.

[18] G. Francioni, ENCB, I, op. cit., p. 267.

[19] Ivi, p. 188 e p. 267.

[20] Ivi, p. 267.

[21] Ibidem.

[22] Ivi, p. 285.

[23] L. Firpo, Le edizioni italiane del «Dei delitti e delle pene», in ENCB, I, op. cit., pp. 406-408.

[24] Risposta ad uno scritto, che s’intitola Note, ed osservazioni sul libro Dei delitti e delle pene, s. d., ma Lugano, Agnelli, 1765.

[25] Morellet attribuisce a Malesherbes l’idea di tradurre l’opera in francese: cfr. P. Musitelli, Le flambleau et les ombres. Alessandro Verri des Lumières à la Restauration (1741-1816), Roma, École française de Rome, 2016, p. 121.

[26] Sulla quale si leggano in ENCB, I, op. cit., le pp. 436-44.

[27] C. Beccaria, ENCB, IV, op. cit., lettera 60: ‘Signore, senza avere l’onore di essere da lei conosciuto, mi credo in diritto di inviarle un esemplare della traduzione che ho fatto della sua opera De’ delitti e delle pene. Gli uomini di lettere sono cosmopoliti e appartengono a tutte le nazioni; sono legati tra loro da vincoli più stretti di quelli che uniscono i cittadini di uno stesso Paese, gli abitanti di una stessa città e i membri di una stessa famiglia. È a questo titolo che credo di poter intrattenere con lei un commercio di idee e di sentimenti che mi sarà molto gradito, se lei non si rifiuterà all’impazienza di un uomo che la ama senza conoscerla, e che lei ha sensibilmente obbligato, facendogli provare quelle dolci e forti emozioni che nascono dalla lettura della sua eccellente opera’ (le traduzioni in italiano sono tutte a cura di chi scrive).

[28] «Je dois maintenant m’excuser auprès de vous de la liberté que j’ai prise de changer l’ordre de votre ouvrage. J’ai donné dans une préface les raisons générales qui me justifient, mais je dois m’arrêter davantage avec vous sur ce sujet. […]  pour les lecteurs ordinaires moins intruits, et surtout pour des lecteurs françois, plus difficiles sur la methode, votre ouvrage traduit uno tenore auroit été moins facile à saisir. Or j’ai cru, et je crois encore, avoir suivi une marche plus reguliere et qui rend l’ouvrage plus clair, qui rapproche des choses qui devoient etre unies et qui se trouvoient separées, et qui en tout est plus conforme au moins au génie de ma nation et à la tournure de nos livres. […] cette disposition nouvelle de votre livre dans ma traduction n’est point une critique de l’original dans l’esprit de personne, comme elle n’est pas non plus un mérite pour le traducteur. Il est tout simple que vous n’aiés pas suivi une marque bien compassée et bien reguliere, la force des idées et surtout la chaleur du sentiment vous ont entrainé. Il vous eut été facile de rétablir un ordre un peu plus naturel, mais c’eut été l’ouvrage d’un travail posterieur, et ce travail demande une patience que vous n’avés pas eüe et que les têtes fortes ont rarement»: Morellet a Cesare Beccaria, ENCB, 3 gennaio 1766 (‘Devo ora scusarmi con lei della libertà che mi sono preso di cambiare l’ordine della sua opera. Ho esposto in una prefazione le ragioni generali che mi giustificano, ma devo soffermarmi più a lungo con lei su questo argomento. […] per i lettori ordinari meno istruiti, e soprattutto per i lettori francesi, più esigenti sul metodo, la sua opera tradotta secondo l’ordine originale sarebbe stata meno facile da comprendere. Ora io ho creduto, e credo ancora, di aver seguito un ritmo più regolare e che rende l’opera più chiara, che avvicina cose che dovevano essere unite e che si trovavano separate, e che in tutto è più conforme almeno al genio della mia nazione e alla forma dei nostri libri. […] Questa nuova disposizione del suo libro nella mia traduzione non è affatto una critica dell’originale agli occhi di nessuno, come non è neppure un merito per il traduttore. È del tutto naturale che lei non abbia seguito un ordine ben misurato e ben regolare: la forza delle idee e soprattutto il calore del sentimento l’hanno trascinato. Le sarebbe stato facile ristabilire un ordine un po’ più naturale, ma sarebbe stato il frutto di un lavoro successivo, e questo lavoro richiede una pazienza che lei non ha avuto e che le teste forti hanno raramente’).

[29] ‘Mi è stato detto che un autore può rimanere offeso dal vedere che nel suo libro sono stati fatti dei cambiamenti, anche se utili, perché dimostrano che il libro non era buono come avrebbe potuto essere. Ma, signore, questo modo di vedere non può essere il suo, almeno così ho pensato. Un uomo di genio che ha compiuto un’opera universalmente ammirata, piena di idee nuove e forti ed eccellente per il contenuto, deve poter sentire dire con freddezza che il suo libro non ha tutto l’ordine di cui era suscettibile, e deve essere ben contento che si lavori su questa base così ricca, e che se ne cambi qualcosa nella forma. Deve persino arrivare ad adottare i cambiamenti che vi saranno stati fatti, se sono utili e sostenuti da buone ragioni. Ecco il coraggio che mi aspetto da lei, signore: riformi, tra i cambiamenti che ho apportato, quelli che le sembreranno inopportuni, conservi quelli che sono buoni, e creda che non farà che accrescere la sua considerazione. Ecco ciò che oso proporle. Lei è degno che io abbia con lei questa confidenza, e mi lusingo che me ne sarà grato’: ivi, p. 189.

[30] Fino al 1958, quando fu pubblicata una nuova edizione a cura di Franco Venturi, l’edizione di riferimento fu quella del 1774 con falsa indicazione di «Londra, presso la Società dei Filosofi» ma in realtà Livorno, Coltellini, ma approntata sulla traduzione francese di Morellet e per la cura di Gaetano Poggiali: cfr. L. Firpo, ENCB, I, op. cit., pp. 508-14.

[31] Ivi, p. 461, n. 7.

[32] È riconosciuta l’influenza di Dei delitti sulla Dichiarazione di indipendenza: cfr. J. D. Bessler, The birth of American Law. An Italian Philosopher and the American Revolution, Durham, Carolina Academic Press, 2014. Cfr. anche R. Loretelli, J. Dunkley, The criminal question in the public sphere. Cesare Beccaria’s On Crimes and Punishments and Eight-teenth Century Britain: A Two-WayPerspective, in «Diciottesimo Secolo», 4, p. 4: doi: 10.13128/ds-25433. Cfr. l’URL: https://doi.org/10.13128/ds-25433 (ultima consultazione: 14/08/2026).

[33] Cfr. Viaggio, op. cit., p. 529. La descrizione di Calderara è tratta da C. Vianello, La vita e l’opera di Cesare Beccaria con scritti e documenti inediti, Milano, Ceschina, 1938, p. 80.

[34] Lettera di Alessandro a Pietro del 3 ottobre 1766, in Viaggio, op. cit., p. 9.

[35] Lettera di Alessandro a Pietro del 19 ottobre 1766: ivi, p. 23.

[36] Ivi, p. 24.

[37] Ivi, pp. 24-25.

[38] Ivi, p. 24.

[39] Ivi, pp. 22-23.

[40] Ivi, p. 23.

[41] Ivi, pp. 26-27.

[42] Lettera di Beccaria a Pietro del 2 ottobre 1766: ivi, p. 441.

[43] Lettera di Beccaria a Pietro del 12 ottobre 1766: ivi, pp. 442-43.

[44] Ibidem.

[45] Lettera di Beccaria a Teresa del 2 ottobre 1766, in ENCB, IV, op. cit., p. 412.

[46] Lettera di Beccaria a Teresa del 3 ottobre 1766: ivi, p. 414.

[47] Lettera di Beccaria a Teresa del 12 ottobre 1766: ivi, p. 414.

[48] Lettera di Alessandro a Pietro del 19 ottobre 1766, in Viaggio, op. cit., p. 26.

[49] Ivi, p. 25.

[50] Ivi, pp. 26 e 28.

[51] Ivi, p. 24.

[52] Ivi, p. 29.

[53] Pietro la utilizza nuovamente nella lettera di risposta, con riferimento alla moglie di Beccaria che piange non perché dubiti del ritorno del marito, ma perché non potrà vedere Parigi: «Ora vedi il dissotto delle carte delle cose di questo basso mondo, e paragonalo col nostro amico, che fra i sassi della Savoia crede di vedere aperto l’orribile libro de’ Fati che condanna a morte la sposa!» (ivi, p. 36). E ancora, Alessandro: «Lo vedo adorato fuori di casa ed imbecille a’ miei fianchi. Il dissotto delle carte è sempre così in questo mondo» (Lettera di Pietro ai fratelli del 3 novembre 1766: ivi, p. 41). Un illuminante contributo di B. Anglani prenderà il titolo da questa locuzione: B. Anglani, «Il dissotto delle carte». Sociabilità, sentimenti e politica tra i Verri e Beccaria, Milano, Franco Angeli, 2004.

[54] Lettera di Alessandro a Pietro del 7 ottobre 1766,in Viaggio,op. cit., p. 29.

[55] G. Gaspari, Prefazione, in Viaggio, op. cit., p. XI.

[56] W. Spaggiari, Scene ridicole e segrete malinconie. Cesare Beccaria alla moglie, in «Versants: revue suisse des littératures romanes-Rivista svizzera delle letterature romanze-Revista suiza de literaturas románicas», 59, 2009, pp. 49-63 (http://doi.org/10.5169/seals-271239; ultima consultazione: 14/08/2026), p. 53. La prima edizione del carteggio, dopo un tentativo tardo ottocentesco, risale agli anni 1910-1942, in XII volumi. La parte relativa alla partenza per Parigi, dal 2 ottobre 1767 fino al 13 agosto 1768, fu pubblicata per la prima volta nel 1923. Si veda al proposito la Nota al testo in Viaggio, op. cit., pp. 495-503, che costituisce l’edizione di riferimento per le presenti citazioni.

[57] Lettera di Pietro Verri a Cesare Beccaria, 26 ottobre 1766, in ENCB, IV, op. cit.

[58] Pietro Verri, lettera ai fratelli del 26 novembre 1766, in Viaggio, op. cit., pp. 89-90. L’autore a cui fa riferimento Pietro Verri è Gehrard Van Swieten, la cui Kurze Beschreibung und Heilungsart der Krankheiten, welche am öftesten in dem Feldlager beobachtet werden del 1758, poi Description abrégée des maladies qui règnent le plus communément dans les armées (Paris 1761), figura tra le opere delle biblioteca di Alessandro Verri, come nota A. Salvadè, «Dalla sanità all’agonia è un terribile viaggio». Malattia e medicina nelle prose di Pietro Verri, in «Ticontre. Teoria Testo Traduzione», 20, 2023, pp. 83; cfr.  anche P. Musitelli, I manoscritti inediti di Alessandro Verri, Protettore dei carcerati (1763-1765), Line@editoriale [En ligne], 2, 2010, mis en ligne le 09/02/2017, consulté 12/08/2026; cfr. l’URL: http://interfas.univ-tlse2.fr/lineaeditoriale/176. Van Swieten studiò il male di patria, das Heimveh (già definita nel 1688 come Schweizer Krankenheit, inizialmente studiata sui soldati svizzeri), nelle sue manifestazioni fisiche.

[59] Lettera di Pietro ai fratelli del 26 novembre 1766, in Viaggio, op. cit., p. 91.

[60] Lettera di Pietro ad Alessandro del 3 novembre 1766: ivi, p. 31.

[61] «Forse tua moglie istessa, la quale è causa di tutto ciò…», scrive mimando con il fratello un discorso a Beccaria: lettera di Alessandro a Pietro del 10 novembre 1766: ivi, p. 55.

[62] Lettera di Alessandro a Pietro del 25 ottobre 1766: ivi, p. 39.

[63] Lettera di Alessandro a Pietro del 27 ottobre 1766: ivi, p. 52.

[64] Lettera di Alessandro a Pietro del 2 novembre 1766: ivi, p. 53.

[65] Ibidem.

[66] Lettera di Alessandro a Pietro del 12 novembre 1766: ivi, pp. 76-78.

[67] Lettera di Alessandro a Pietro del 2 novembre 1766: ivi, p. 56.

[68] Lettera di Alessandro a Pietro del 12 novembre 1766: ivi, pp. 78-79.

[69] Lettera di Alessandro a Pietro del 2 novembre 1766: ivi, p. 54.

[70] Lettera di Pietro ad Alessandro del 13 novembre 1766: ivi, p. 63.

[71] Ivi, p. 64.

[72] Lettera di Alessandro a Pietro del 18 novembre 1766: ivi, p. 94

[73] Ivi, p. 95.

[74] Ivi, p. 104.

[75] Ivi, p. 97.

[76] Lettera di Alessandro a Pietro del 13 dicembre 1766: ivi, p. 125.

[77] Lettera di Pietro del 16 dicembre 1766: ivi, p. 133.

[78] Ivi, p. 134.

[79] Ivi, p. 133.

[80] Cfr. Nota al testo degli Scritti filosofici e letterari di Cesare Beccaria, a cura di L. Firpo, G. Francioni e G. Gaspari, Milano, Mediobanca, 1984, p. 371 (ENCB, II); cfr. W. Spaggiari, Scene ridicole e segrete malinconie op. cit., p. 59, n. 17.

[81] Lettera di Pietro Verri ad Alessandro del 30 marzo 1767, in Viaggio, op. cit., p. 374.

[82] Lettera di Pietro Verri ad Alessandro del 16 settembre 1767: ivi, p. 74.

[83] C. Beccaria, lettera a Giambattista Biffi del 20 giugno 1763, in ENCB, IV, op. cit., p. 77.

[84] Lettera a Morellet del 26 gennaio 1766, in ENCB, IV, op. cit., p. 222.

[85] Continuava: «La supplico dunque per le viscere di Gesù Cristo di non più oltre impedirmi l’esecuzione di questo matrimonio, né di più ulteriormente violentare la mia volontà e la mia coscienza. La supplico di lasciarmi in preda al mio destino, del quale solo a me, non già a’ miei genitori dovrà imputarsene quell’esito cattivo che mi si predice. Ho fatto tutto quel che ho potuto per violentare l’animo mio, ma ora assolutamente non posso più cangiarmi. Mi contento di abbandonare la casa paterna e di soffrire quel tenue assegnamento si degnerà di farmi, ma la prego ad avere la carità di lasciarmi eseguire la mia volontà fissa ed immutabile, altrimente non so cosa accaderebbe d’un suo povero figlio tormentato da sì longo martirio, mentre le bacio le mani e le chiedo la paterna benedizione»: C. Beccaria, lettera del 4 febbraio 1761, in ENCB, IV, op. cit., pp. 41-42.

[86] G. Albertocchi, Dietro il Retablo: «Addio Teresa Blasco, addio Marchesina Beccaria», in «Quaderns d’Italià», 10, 2005, p. 97.

[87] Lo zio Nicola Beccaria era stato il primo a essere accettato nel patriziato milanese, e Giansaverio, padre di Cesare Beccaria, aveva chiesto l’estensione alla famiglia: cfr. F. P. Pongolini, Contributo alla biografia di Cesare Beccaria. Le vicende economiche e patrimoniali della famiglia, in Cesare Beccaria tra Milano e l’Europa, Milano-Roma, Cariplo-Laterza, pp. 587-633; C. Capra, Beccaria e i Verri negli anni dei Pugni e del «Caffè», in Il caso Beccaria. A 250 anni dalla pubblicazione del «Dei delitti e delle pene», a cura di V. Ferrone e G. Ricuperati, Bologna, il Mulino, 2016, p. 88.

[88] «L’ho collocato nella casa paterna e cavato dalla miseria. Eccovi il mio piano di campagna. Egli era in mezzo ai debiti, senza modo di sussistere, con in faccia un avenire tristissimo. Gli uffici furono inutilmente fatti, scritte più lettere di umiliazione al Padre, non v’era più cosa da tentare. La desolazione era al colmo. Io non conosceva nè il Padre nè la Madre del mio amico, unicamente conosceva il Zio, Don Nicola, uomo legulejo caustico e ostinato a non voler riconoscere la nuora. Osservai dai riscontri che s’ebbero che il Padre sopra tutto esclamava, perchè non ardisse mai suo figlio di presentarsi a lui, che assolutamente non lo voleva più vedere. Da questa violenza colla quale gli vietava di comparirgli davanti compresi che ei temeva adunque quell’incontro, che dunque tentandolo v’era della probabilità di riuscire. Il Marchese Padre e la Madre seppi che erano buona gente, mi parve che tutto l’impegno venisse dal Zio e che, un passo dopo l’altro avendo spinto le cose all’eccesso, non avevano coraggio di rientrare in loro stessi. Concepii l’idea d’una sorpresa.

Bisognava cogliere tutta la famiglia radunata. Dunque l’ora del pranzo. Bisognava togliere ogni appiglio che si volgesse in senso d’una violenza quella azione e perciò disposi che andasse disarmato senza spada. Bisognava pensare al personaggio che doveva rappresentare la moglie, e destinai che ella come strascinatavi dal marito fingesse uno svenimento sulla prima sedia che avesse trovata nella stanza dove era la famiglia. Disposi due lettere nelle quali Beccaria dava parte al Ministro Plenipot.° ed al Presidente del Senato della risoluzione che prendeva di gettarsi a’ piedi del Padre, e disposi chi le dovesse contemporaneamente portare nel momento della azione affine di prevenire ogni accidente. Disposi il discorso che Beccaria doveva fare di scusa, umiliazione, e preghiera. I pochi mobili e vestiti disposi di sottrarli dalla casa acciocché non venissero sequestrati per il fitto di essa. Tutto fu condotto col maggiore secreto. Persuasi lui sulla necessità di farlo, lei sulla medesima e sulla convenienza di far sembiante che, essendo chiesta dal marito di fare una passeggiata, trovandosi davanti la casa, lo abbia quasi a forza dovuto seguitare. In somma la impresa è riuscita bene, la sorpresa fece il suo effetto, e la natura soffocò l’arte e con lacrime, abbracci, e cordialità fu accolto e collocato colla moglie nella casa paterna, tratto dalla inquietudine di vivere. Di questo fatto me ne applaudisco, perchè ho potuto far del bene a un giovine di merito»: P. Verri, Memorie sincere, 15 ottobre 1762, testo critico stabilito da G. Barbarisi, in ENPV, V, 2003, 17-152: https://illuminismolombardo.it/testo/memorie-sincere/?tipo=1 (ultima consultazione: 14/08/2026).

[89] Se ne legga la ricostruzione in W. Spaggiari, Scene ridicole e segrete malinconie, op. cit., pp. 49-63.

[90] G. Albertocchi, Dietro il Retablo, op. cit., p. 105.

[91] Non tutte le lettere che si sono scambiati durante il viaggio a Parigi di Beccaria sono state salvate. Ne rimangono undici di Beccaria e sei della marchesina, ora in ENCB, IV, op. cit., pp. 411-88.

[92] Lettera di Teresa a Cesare Beccaria del 6 ottobre 1766: ivi, p. 425.

[93] Lettera di Teresa a Cesare Beccaria del 13 ottobre 1766: ivi, p. 443.

[94] Note in Viaggio, op. cit., p. 517.

[95] Cfr. B. Anglani, «Il dissotto delle carte», op. cit., p. 21; W. Spaggiari, Scene ridicole e segrete malinconie, op. cit., p. 59; G. Albertocchi, Dietro il Retablo, op. cit., p. 107. Carlo Capra ipotizza che il figlio nato il 20 agosto 1767 potesse essere di Calderara: C. Capra, I progressi della ragione,op. cit., p. 269: doi: 10.978.8815/229120 (cfr. l’URL: https://www.darwinbooks.it/doi/10.978.8815/229120; ultima consultazione: 14/08/2026).

[96] A questo proposito si veda R. Bizzocchi, Cicisbei. Morale privata e identità nazionale italiana, Roma-Bari, Laterza, 2008. Bizzocchi anticipa in apertura che dagli anni Trenta fino agli anni Novanta avanzati il cicisbeismo è un costume ampiamente praticato in Italia: «Possiamo ormai dare per acquisito che un più o meno disinvolto triangolo, nel senso sia di una vita a tre che di una larga sostituzione del cicisbeo al marito, era normale – o almeno un normale – modello di matrimonio risultante dal costume presso la nobiltà italiana del Settecento» (ivi, p. 15); lo dimostra con casi particolari, tra cui il nostro, nel corso dello studio. Sulla distribuzione geografica del cicisbeismo: Una geopolitica dei cicisbei, ivi, pp. 160-240.

[97] Ivi, pp. 266-67.

[98] Ivi, p. 267.

[99] Ivi, p. 269.

[100] Cfr. J. D. Bessler, Celebrated Marquis. An Italian Noble and the Making of the Modern World, Carolina, Carolina Academic Press, 2018, p. 141; G. Gaspari, Regesto, in Viaggio, op. cit., p. 746.

[101] P. Verri, lettera del 6 marzo 1767, in ENPV, op. cit.

[102] R. Zorzi, Cesare Beccaria. Il dramma della giustizia, Milano, Mondadori, 1996, p. 321.

[103] Lettera di Alessandro a Pietro del 19 ottobre 1766, in Viaggio, op. cit., p. 27.

[104] Ibidem.

[105] Cfr. la nota 59.

[106] I fratelli hanno parole di aspra critica «[…] a proposito della disinvolta condotta della “ninfa” (dalla quale non era difficile ottenere “un bene che tanti hanno partecipato”), della scarsa propensione di Cesare all’assolvimento degli obblighi coniugali, del fatto stesso che quello provato da “un’anima d’un così basso livello” non poteva essere un vero sentimento d’amore; e si potrebbe continuare»: W. Spaggiari, Scene ridicole e segrete malinconie, op. cit., p. 61.

[107] Nella loro corrispondenza i due fratelli continuarono per anni a sfogare l’astio concepito contro Beccaria: C. Capra, Beccaria e i Verri negli anni dei Pugni, op. cit., p. 104.

[108] Lettera di Alessandro a Pietro, 13 marzo 1767, in Viaggio, op. cit., p. 356.

[109] C. Capra, Beccaria e i Verri negli anni dei Pugni, op. cit., p. 105.

[110] Lo si trova in appendice a P. Verri, Osservazioni sulla tortura, a cura di G. Barbarisi, Milano, Serra e Riva, 1985, pp. 151-68, poi edito da G. Francioni in ENPV, I, pp. 894-911. Si veda anche C. Capra, Pietro Verri contro Beccaria: una recensione poco nota di Dei delitti e delle pene, in «Beccaria», 2016/12 (Vol. 2), pp. 51-68. Cfr. l’URL: https://libreo.ch/revues/beccaria/2016/beccaria-ii-2016/pietro-verri-contro-beccaria-una-recensione-poco-nota-di-dei-delitti-e-delle-pene (ultima consultazione: 14/08/2026).

[111] Relazione d’una prodigiosa cometa osservata in Milano e Cronaca di Cola de li Pianili degli avvenimenti pubblici di Milano dell’anno 1163, in P. Verri, Milano in Europa, a cura di M. Schettini, Milano, Del Duca, 1963, pp. 5 e 72-78; P. Verri, Cose varie buone, mediocri, cattive del Conte Pietro Verri fatte ne’ tempi di sua gioventù, le quali con eroica clemenza ha trascritte di sua mano nell’anno 1763 ad uso soltanto proprio o degl’intimi amici suoi: ivi, p. 75.

[112] G. Albertocchi, Dietro il Retablo, op. cit., p. 113.

[113] Lettera di Pietro ad Alessandro del 4 ottobre 1766, in Viaggio, op. cit., p. 5.

[114] Lettera di Pietro ad Alessandro del 3 aprile 1767: ivi, p. 382.

[115] Lettera di Pietro Verri ad Alessandro del 25 marzo 1767: ivi, p. 340. Cfr. anche C. Capra, I progressi della ragione, op. cit., pp. 52-53.

[116] Lettera di Pietro ad Alessandro del 6 agosto 1768, in ENPV, op. cit.

[117] C. Capra, I progressi della ragione, op. cit., p. 188, n. 40.

[118] Si vedano P. C. Masini, Manzoni, Pisa, Edizioni BFS, 1996; J. D. Bessler, Celebrated Marquis, op. cit. Cfr. anche P. Campolunghi, che esclude l’ipotesi di Masini in Romanzo in realtà nelle vere paternità di Giulia Beccaria e di suo figlio Alessandro Manzoni (Verri), Milano, Autore Editore, 1998.

[119] Anche W. Spaggiari appoggia la tesi di C. Capra: cfr. W. Spaggiari, Scene ridicole e segrete malinconie, op. cit., p. 51. Il 26 ottobre 1764 scriveva Pietro Verri all’editore livornese Giuseppe Aubert: «il mio caro e rispettabile amico è l’uomo il più inerte di sua natura che si dia al mondo; ora se ne sta in villa con una bella moglie e naturalmente per un mese ancora penserà a far fare delle legitime edizioni alla cara consorte e nulla più […]» (L. Firpo, Le edizioni italiane del «Dei delitti e delle pene», op. cit., pp. 395-96). Così J. D. Bessler in Celebrated Marquis, op. cit., p. 302.

[120] Cfr. lettere a Giambattista Biffi del 9 agosto e del 30 ottobre 1764, in Lettere inedite di Pietro Verri, a cura di G. Sommi Picenardi, in «Rassegna nazionale», CLXXXVII, a. XXXIV, 1912, pp. 55-57; cfr. C. Capra, I progressi della ragione, op. cit., p. 188.

[121] C. Capra, I progressi della ragione, op. cit., p. 188, n. 40; G. Albertocchi, Dietro il Retablo, op. cit., p. 109.

[122] R. Bizzocchi, Cicisbei, op. cit., p. 285.

[123] «Io voglio credere […] che la noia continua di soffrire le sue stravaganze ti ha fatto nascere un tedio ed un’avversione per lui, che tu vedi tutto in nero perché ogni azione sua la associ colle altre tormentose per te […]: chissà che la cosa non sia così? E, se può essere, perché è dolce il tormento di credere sì falso e complicato il carattere ad un uomo di cui il difetto ci è sembrato sempre quello da ascoltare una sola sensazione per volta, e lasciarvisi trascinare? Forse la cosa è così: sospendo il mio giudizio»: lettera di Pietro ad Alessandro del 3 dicembre 1766, in Viaggio, op. cit., p. 110.

[124] Lettera di Pietro ad Alessandro del 13 dicembre 1766: ivi, p. 126.

[125] Lettera di Pietro ad Alessandro del 15 dicembre 1766: ivi, p. 133.

[126] Lettera di Pietro ad Alessandro del 17 gennaio 1767: ivi, p. 163.

[127] Lettera di Pietro ad Alessandro del 21 febbraio 1767: ivi, pp. 303-305. In questa lettera, particolarmente forti sono le accuse di Pietro Verri: «[..] ma posso essere io misurato […] nel momento in cui io tocco con mano che un uomo originalmente da nulla, senza credito, senza comodi, senza i bisogni fisici, senza opinione, senza nome, senza gloria, a forza d’una entusiasta amicizia coperto ne’ suoi vizi e ne’ suoi difetti, rilevato e rialzato da me nelle sue buone qualità, dopo avere avuto per opera mia la riconciliazione co’ suoi parenti, l’asilo nella casa paterna da cui era esigliato, i comodi della vita che gli mancavano, il concetto della sua patria, la celebrità d’un nome interamente sollecitata, progettata ed ottenuta dal calore della mia amicizia; dopo che ogni bene  di cui gode gli deve far risovvenire di me, direttamente o indirettamente e vedo che calunnia il mio cuore con generali dicerie […]?».

[128] Cfr. G. Francioni, Nota al testo, in C. Beccaria, ENCB, op. cit., p. 220. Si vedano, in Viaggio, op. cit., pp. 183, 201-202, 215-16, 237, 239, 282, 305-306, 312, 329, 332;C. Capra, Pietro Verri contro Beccaria: una recensione poco nota di Dei delitti e delle pene, op. cit.

[129] P. Verri, Pensieri miei pericolosi a dirsi, ENPV, V, op. cit., p. 39.

[130] Citato da G. Gaspari in Note, in Viaggio, op.  cit., p. 520.

[131] Lettera di Pietro ad Alessandro e Cesare: ivi, p. 11. Il corsivo è nostro.

[132] Lettera di Alessandro a Pietro Verri del 29 dicembre 1766, in Viaggio, op. cit., p. 179.

[133] B. Anglani, «Il dissotto delle carte», op. cit., p. 35. Spaggiari ipotizza che anche il non ritorno di Alessandro possa aver avuto la spinta della sottrazione al controllo del fratello maggiore: W. Spaggiari, Scene ridicole e segrete malinconie, op. cit., p. 58.

[134] B. Anglani, «Il dissotto delle carte», op. cit., p. 29.

[135] Ivi, p. 31.

[136] Ivi, p. 28.

[137] S. Romagnoli, La buona compagnia, Milano, Franco Angeli, 1991, p. 26.

[138] W. Spaggiari, Scene ridicole e segrete malinconie, op. cit., p. 59. Si vedano anche i profili biografici in DBI, ad vocem.

[139] Lettera di Pietro ad Alessandro, 29 dicembre 1766, in ENPV, op. cit. Il corsivo è nostro.

[140] C. Vianello, La vita e l’opera di Cesare Beccaria con scritti e documenti inediti, op. cit.

[141] R. Zorzi, Cesare Beccaria: il dramma della giustizia, Milano, Mondadori, 1996.

[142] C. e P. Lombroso, in «Emporium», V, 1897, pp. 259-64.

[143] R. Zorzi, Cesare Beccaria, op. cit., pp. 359-61.

[144] J. D. Bessler, Celebrated Marquis, op. cit.

[145] Un’eco non solo italiana, e che precede la diffusione del carteggio dei fratelli Verri, se è vero che anche le opere successive di Beccaria verranno accolte con scarso calore dai francesi: «In secondo luogo, la “guerra” perpetrata dai fratelli Verri ai danni di Beccaria, senza risparmio di colpi, aveva già da tempo predisposto l’ambiente culturale parigino a una più circospetta e dubbiosa considerazione della figura del marchese», osserva Marco Maimone nella propria informata tesi di dottorato dedicata alle Ricerche intorno alla natura dello stile (Genesi storica e fortuna delle Ricerche intorno alla natura dello stile di Cesare Beccaria, relatore prof. V. Frajese, Facoltà di Lettere e Filosofia, Università Sapienza di Roma, A.A. 2023-2024), p. 436. Singolarmente, ma forse non troppo se si considera la contraddittorietà emotiva di Pietro Verri verso Beccaria, dopo la scomparsa dell’amico, Pietro esortava l’amministrazione milanese a ideare un monumento per Beccaria: «Dov’è il sepolcro dell’immortal Beccaria? Qual monumento di riconoscenza avete eretto, o milanesi, a quel sublime genio, che fra le tenebre comuni, osò il primo slanciarsi e indicare il gran problema della scienza sociale, La massima felicità divisa sul maggior numero? […] A ta[l] domand[a] dovreste arrossire […]»: Mozione del citt. Verri municipalista alla Municipalità di Milano, 23 frimajo a. V, in Termometropolitico della Lombardia, a c. di V. Criscuolo, v. I, Roma, Istituto storico italiano per l’età moderna e contemporanea, 1996, p. 513; cfr. M. Maimone, Genesi storica e fortuna delle Ricerche intorno alla natura dello stile di Cesare Beccaria,op. cit., p. 442.

[146] Lettera di Pietro ad Alessandro del 16 dicembre 1766, in ENPV, op. cit., p. 134.

[147] Lettera di Alessandro a Pietro del 15 gennaio 1767, in Viaggio, op. cit., p. 243.

[148] B. Anglani, «Il dissotto delle carte», op. cit., p. 21.

[149] Lettera di Cesare Beccaria a Pietro Verri del 15 novembre 1766, in Appendice, in Viaggio, op. cit., p. 459.

[150] B. Anglani, «Il dissotto delle carte», op. cit., p. 27.

[151] Lettera di Cesare Beccaria a Pietro Verri, 15 novembre 1766, in Appendice, in Viaggio, op. cit., pp. 458-59.

[152] B. Anglani, «Il dissotto delle carte», op. cit., p. 45.

(fasc. 61, 25 agosto 2026)

Il ruolo delle riviste culturali italiane al “Salon de la Revue” di Parigi. Intervista a Maria Panetta, Vicepresidente del Coordinamento nazionale

Author di Rebecca Zani

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Da sinistra: Rebecca Zani e Maria Panetta al 34° “Salon de la revue” di Parigi del 2024.

Il 34° “Salon de la Revue” (11-13 ottobre 2024) si è aperto nella “Halle des Blacs-Manteux”, nel cuore del quartiere parigino del Marais[1]. Anche in questa edizione l’Italia è presente e rappresentata, oltre che dalla rivista «Studi francesi», dal CRIC (Coordinamento delle Riviste Italiane di Cultura). Ne parla la Vicepresidente, Maria Panetta.

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(fasc. 54, 25 novembre 2024)