Le riviste di cultura, necessario investimento strategico per il futuro dell’Italia e dell’Europa

Author di Maria Panetta

 

Mi chiamo Maria Panetta e sono la fondatrice e la direttrice responsabile della rivista accademica «Diacritica», oltre che Vicepresidente del CRIC-Coordinamento delle Riviste Italiane di Cultura[1]. Il Coordinamento delle Riviste Italiane di Cultura è un’associazione di un’ottantina di riviste, e di sette case editrici italiane, fondata nel 2003: si propone di valorizzare il ruolo delle pubblicazioni periodiche e di favorire la loro diffusione. Tutte le riviste aderenti sono caratterizzate da un taglio interdisciplinare e da una dimensione nazionale, europea o internazionale di apporto alla promozione della cultura.

Sono molto lieta di essere qui oggi e di poter partecipare anche quest’anno a una manifestazione culturale di tale prestigio e rilevanza: colgo, quindi, l’occasione per ringraziare la Presidente del Salon de la Revue, la Professoressa Isabel Violante, e gli organizzatori per il loro gentile invito. Sono grata, poi, ai nostri ospiti e al pubblico per la loro preziosa e gradita presenza.

Vi porgo, in primo luogo, i saluti del nostro Presidente, l’On. Valdo Spini, che purtroppo non ha potuto raggiungerci a causa di impegni elettorali in Italia. L’argomento del dibattito proposto dal Professor Spini è di grande attualità e interesse: le riviste culturali, infatti, hanno sempre svolto, e tuttora svolgono, un ruolo cruciale nel promuovere il dialogo, l’identità e l’innovazione culturale in Europa, un continente complesso e multisfaccettato.

La tradizione italiana delle riviste culturali

Com’è noto, l’Italia custodisce una delle più ricche tradizioni di riviste culturali al mondo, un fecondo patrimonio che affonda le proprie radici nell’Ottocento e si rinnova costantemente, adattandosi con elasticità alle sfide contemporanee senza mai tradire la propria missione fondamentale: essere prima di tutto un laboratorio di pensiero critico e un imprescindibile ponte fra l’alta cultura e la società civile. Dalle pionieristiche e vivaci esperienze ottocentesche fino alle attuali e innovative piattaforme multimediali, infatti, le riviste culturali italiane hanno sempre rappresentato il termometro più sensibile dei fermenti intellettuali del paese, anticipando dibattiti, lanciando avanguardie e movimenti artistici e letterari, formando generazioni di lettori consapevoli.

Questa tenace continuità non si è mai configurata quale semplice ripetizione del passato, ma è stata sempre caratterizzata da una costante reinvenzione di linguaggi e modalità espressive che hanno saputo mantenere viva una prestigiosa e illustre tradizione senza permettere che si cristallizzasse. La capacità delle riviste culturali italiane di attraversare epoche storiche diverse – dall’Italia post-unitaria alla contemporaneità digitale –, infatti, dimostra una vitalità che va ben oltre la mera sopravvivenza, configurandosi come protagonismo attivo e fattivo nella lunga e impegnativa costruzione dell’identità culturale nazionale.

Il panorama editoriale italiano del 2025 conferma tale vitalità: accanto alle storiche testate che portano avanti la loro preziosa missione, infatti, nascono continuamente innovativi progetti editoriali che interpretano le nuove esigenze culturali contemporanee senza rinunciare al rigore metodologico e all’approfondimento critico che caratterizzano la migliore tradizione italiana. E i milioni di download che si registrano per certe riviste online testimoniano di un interesse crescente per i contenuti culturali di qualità, sfatando il mito di un pubblico interessato solo a forme di intrattenimento superficiali: la mia stessa rivista, «Diacritica», lo può ben confermare.

Fra i numerosi e pregevoli periodici storici italiani, possiamo ricordare almeno la notissima «La Nuova Antologia», fondata nel 1866 a Firenze e che aderisce al CRIC; «Il Marzocco»; «La Critica» di Benedetto Croce, periodico di respiro europeo; il «Leonardo», «Hermes», «La Voce», «L’Unità» di Salvemini, le riviste di Piero Gobetti, «Solaria», «Il Politecnico» di Vittorini oppure la prestigiosa «Belfagor», fondata nel 1946 dal critico letterario Luigi Russo e durata fino al 2012. Anche «Nuovi Argomenti», fondata a Roma nel 1953 da Carocci e Moravia, ha rappresentato un altro pilastro dell’editoria culturale italiana, contribuendo a definire il canone letterario contemporaneo e offrendo spazio a voci emergenti che successivamente hanno ottenuto anche un riconoscimento internazionale.

L’illustre tradizione rappresentata da queste e altre autorevoli riviste ha creato un ecosistema culturale che va ben oltre la pubblicazione dei fascicoli: ha, infatti, contribuito a formare una classe di lettori attenti e abituati all’approfondimento, ha stabilito standard qualitativi elevati per il giornalismo culturale, ha creato proficue e articolate reti di collaborazione tra università, case editrici e istituzioni culturali, che rappresentano ancora oggi uno dei punti di forza del sistema culturale italiano.

Il panorama europeo delle riviste culturali

In Europa, come sappiamo, convivono decine di nazionalità e lingue, e le riviste culturali offrono utili spazi di confronto in cui idee, sensibilità e prospettive differenti e talora divergenti si incontrano e si scontrano in modo costruttivo. Un esempio al riguardo può essere «Eurozine», periodico che raccoglie svariati contributi da numerose testate culturali europee, creando una rete transnazionale di intellettuali impegnati in dibattiti.

In un’epoca di febbrili cambiamenti come quella contemporanea, le riviste culturali svolgono pure il ruolo di catalizzatori di nuove idee: diverse pubblicazioni europee, infatti, esplorano temi come la tecnologia, l’ambiente e le trasformazioni sociali con articoli interdisciplinari. Come ben sapete, «Le Monde Diplomatique» nella versione europea spesso analizza gli impatti geopolitici delle innovazioni tecnologiche, mentre alcune riviste d’arte contemporanea (come «Frieze») stimolano nuove forme di espressione estetica e di riflessione culturale legata ai mutamenti sociali. Queste pubblicazioni fungono da laboratori culturali che anticipano o accompagnano le trasformazioni: possiamo citare anche la nota rivista italiana di poesia «Semicerchio», che aderisce al CRIC (oggi abbiamo in sala Sara Svolacchia a rappresentarla).

La profondità degli articoli e la qualità dei contributi delle riviste culturali le rendono preziose risorse anche per l’istruzione. Le università europee, infatti, spesso integrano nella didattica alcuni significativi lavori pubblicati sulle riviste per avvicinare gli studenti ad alcune metodologie di analisi critica. Ad esempio, molte facoltà di Scienze umane fanno riferimento a riviste come «European Review» o «Cultural Critique» per approfondire dibattiti su temi attuali, dalla migrazione alle politiche culturali: in tal modo, le riviste contribuiscono a formare cittadini dotati di senso critico e preparati a partecipare attivamente alla vita democratica.

Le riviste culturali, infatti, svolgono una funzione pedagogica insostituibile nella formazione delle giovani generazioni, offrendo strumenti di analisi critica e modelli di approfondimento che difficilmente trovano spazio nei circuiti dell’informazione mainstream. Per i giovani studiosi, in particolare, collaborare con una rivista culturale rappresenta spesso il primo approccio al mondo dell’editoria scientifica, un’esperienza formativa che li aiuta a sviluppare competenze di scrittura, ricerca e argomentazione indispensabili per la loro crescita intellettuale.

Le riviste culturali offrono, inoltre, ai giovani lettori modelli di scrittura saggistica di alta qualità, abituandoli a forme espressive consapevoli e raffinate che si contrappongono all’impoverimento linguistico spesso associato alla comunicazione digitale. La lettura regolare di saggi, recensioni e articoli di approfondimento favorisce, infatti, lo sviluppo di competenze interpretative e analitiche che si rivelano preziose in ogni ambito professionale e culturale. Inoltre, le recensioni e i saggi critici pubblicati sulle riviste culturali funzionano ancora come bussole intellettuali, guidando il pubblico verso opere e autori che altrimenti potrebbero rimanere sconosciuti, oltre a contribuire alla formazione di un gusto estetico raffinato. L’influenza delle più prestigiose riviste culturali spesso raggiunge, infatti, anche il mondo dell’editoria commerciale, riuscendo a orientare ancora oggi le scelte delle case editrici e contribuendo a determinare il successo critico e commerciale delle opere pubblicate: una recensione favorevole su una rivista autorevole può, infatti, ancora determinare il destino di un libro, mentre i dibattiti che si sviluppano sulle sue pagine contribuiscono a definire il canone culturale contemporaneo.

Per il pubblico adulto, le riviste culturali rappresentano soprattutto un presidio fondamentale contro la superficialità informativa che caratterizza gran parte del panorama mediatico contemporaneo. Le riviste culturali offrono, inoltre, agli adulti l’opportunità di mantenere vivo il contatto con le più recenti acquisizioni del pensiero critico e della ricerca accademica, permettendo un aggiornamento culturale continuo: per i professionisti dell’educazione, della comunicazione, delle industrie culturali, la lettura regolare di riviste specializzate rappresenta una possibilità di formazione permanente indispensabile, utile anche per mantenere elevati standard qualitativi nel proprio lavoro.

In un ecosistema mediatico dominato dalla velocità e dalla quantità, le riviste culturali europee offrono, infatti, qualcosa di sempre più prezioso: l’autorevolezza del tempo lungo. La loro capacità di proporre analisi approfondite, di contestualizzare fenomeni complessi e di mantenere standard qualitativi elevati le rende indispensabili per chiunque voglia comprendere davvero i processi culturali in corso, anziché limitarsi a registrarne la superficie. Questa autorevolezza, come si diceva, non deriva soltanto dalla tradizione, ma dalla capacità di rinnovare continuamente i propri approcci metodologici. Il fenomeno delle riviste indipendenti, cresciuto esponenzialmente negli ultimi anni, testimonia, inoltre, di una vitalità creativa che va ben oltre le logiche commerciali tradizionali: progetti in espansione come quelli dei “siti letterari” rappresentano un fermento culturale che trova nelle riviste specializzate il proprio veicolo privilegiato di espressione.

Le riviste culturali europee, infatti, si configurano oggi anche come veri e propri laboratori di sperimentazione editoriale, anticipando tendenze che successivamente si diffondono nell’intero ecosistema mediatico. La capacità di ibridare linguaggi tradizionali e nuove forme espressive è un vantaggio competitivo decisivo rispetto ai media generalisti, troppo spesso costretti a inseguire logiche di audience e tempistiche accelerate che mal si conciliano con l’approfondimento culturale. La loro resistenza creativa si manifesta in molteplici forme: dalla difesa delle lingue minoritarie alla valorizzazione di tradizioni artistiche locali, dalla sperimentazione formale alla critica delle mode culturali imposte dall’industria dell’intrattenimento di massa.

La dimensione europea di queste pubblicazioni emerge chiaramente nella loro capacità di creare reti transnazionali di collaborazione intellettuale. Riviste come «Granta» in ambito anglosassone o le storiche pubblicazioni letterarie italiane e francesi, infatti, non operano più in uno splendido isolamento nazionale, ma tessono dialoghi costanti, scambi di contenuti e progetti editoriali comuni che rafforzano l’identità culturale europea nel suo insieme.

In un’Europa sempre più interconnessa ma anche attraversata da tensioni centrifughe, le riviste culturali svolgono la funzione di ponti intergenerazionali e interculturali, spazi di dialogo privilegiati dove le differenze nazionali e linguistiche diventano ricchezza anziché barriera: la tradizione europea di riviste di comparatistica che pubblicano in più lingue o che dedicano numeri speciali a culture “altre” dimostra, infatti, una vocazione cosmopolita che rimane un patrimonio distintivo del nostro continente.

Come accennato, le riviste culturali non operano in isolamento, ma costituiscono nodi centrali di una rete complessa che include università, case editrici, istituzioni culturali, fondazioni private e organismi pubblici: questa dimensione sistemica conferisce loro un’influenza che va ben oltre la loro diffusione diretta, rendendole protagoniste attive nella definizione delle politiche culturali nazionali e internazionali, e nella formazione dell’opinione pubblica colta. Il loro ruolo di talent scout culturale è particolarmente evidente nel settore letterario, ambito nel quale molte delle voci più significative del panorama contemporaneo hanno mosso i primi passi proprio sulle pagine di riviste specializzate. Alcuni periodici italiani, ad esempio, pubblicano raffinati articoli di filologia, ma sono aperti anche alla cultura contemporanea, mantenendo vivo il pluralismo intellettuale, e offrendo spazio a diverse metodologie e orientamenti interpretativi: tale apertura al confronto rappresenta un valore democratico fondamentale in una società che rischia sempre di polarizzarsi attorno a posizioni estreme.

Le riviste culturali e l’opportunità del digitale

Contrariamente alle previsioni catastrofiche che negli scorsi decenni hanno accompagnato la rivoluzione digitale, le riviste culturali hanno saputo interpretare le nuove tecnologie come reale opportunità di espansione e rinnovamento. In particolare, alcuni periodici oggi mostrano come sia possibile coniugare rigore accademico e innovazione editoriale, creando contenuti che dialogano simultaneamente sia con la comunità scientifica internazionale sia con un pubblico colto più ampio: questa capacità di ibridazione fra tradizione e innovazione rappresenta, forse, il carattere più distintivo delle riviste culturali contemporanee.

L’ambiente digitale ha, inoltre, permesso la nascita di progetti editoriali che sarebbe stato impossibile realizzare con i soli mezzi tradizionali, ampliando la gamma delle possibilità espressive e creando nuove forme di interazione fra autori e lettori. La dimensione multimediale non ha, in genere, compromesso la qualità dei contenuti; nella maggioranza dei casi ha, anzi, aperto nuove possibilità di approfondimento e contestualizzazione che arricchiscono l’esperienza culturale del lettore.

Come ricordato, contrariamente ai pronostici catastrofici sulla scomparsa della stampa culturale specializzata, le riviste europee hanno dimostrato una capacità di adattamento digitale che le ha rafforzate anziché indebolite. La transizione verso modelli editoriali ibridi – che combinano carta e digitale, abbonamenti e contenuti gratuiti, formati tradizionali e nuove modalità narrative – ha aperto opportunità inedite di diffusione ed engagement. L’esempio delle riviste che utilizzano podcast, video-saggi, contenuti interattivi e realtà aumentata per arricchire l’esperienza di lettura dimostra, infatti, come la tecnologia possa essere messa al servizio della qualità culturale, anziché comprometterla. E la creazione di reti collaborative fra testate di diversi paesi ha permesso anche, tramite la condivisione di modelli di business innovativi, di affrontare con maggiore efficacia le sfide della transizione digitale, creando economie di scala e competenze condivise che avvantaggiano l’intero settore.

Prospettive per il futuro

Il futuro delle riviste culturali appare, dunque, ricco di opportunità, se i protagonisti del mondo intellettuale europeo saranno in grado di coglierle e metterle a frutto. L’integrazione fra supporti cartacei e digitali, l’utilizzo di linguaggi multimediali, lo sviluppo di nuove forme di interazione con i lettori rappresentano delle sfide che le riviste culturali stanno, per ora, affrontando con successo. La collaborazione crescente fra diverse testate, la creazione di reti editoriali transnazionali, lo sviluppo di progetti comuni rappresentano ulteriori opportunità promettenti che potrebbero amplificare l’impatto culturale di queste pubblicazioni: in un mondo sempre più globalizzato, infatti, le riviste culturali hanno la grande e inedita possibilità di valorizzare la specificità della tradizione culturale nazionale che rappresentano, rendendola accessibile e comprensibile anche a un pubblico internazionale. E soprattutto, in un’epoca in cui l’Intelligenza Artificiale si fa sempre più pervasiva, possono divenire, specie in presenza di Comitati scientifici e rigorosi processi di revisione fra pari, “luoghi sicuri” in cui i contenuti rimangono affidabili perché verificati e non creati ad hoc oppure manipolati e distorti con l’ausilio delle tecnologie informatiche.

Preservare e sviluppare questo patrimonio è una scelta strategica per il futuro: in un’economia sempre più basata sulla conoscenza e sulla creatività, disporre di strumenti raffinati di elaborazione culturale e di formazione intellettuale rappresenta, infatti, un vantaggio competitivo decisivo. Per tali ragioni le riviste culturali, a nostro avviso, sono tra i migliori investimenti possibili per garantire che l’Europa continui a giocare un ruolo da protagonista nel panorama culturale internazionale.

Di fronte alla crescita di sentimenti nazionalisti e chiusure identitarie, le riviste culturali sono, infine, un baluardo di apertura e inclusività, dato che lavorano costantemente per offrire narrazioni pluralistiche e comprensive della complessa esperienza europea (ad esempio, periodici come «Words Without Borders» promuovono traduzioni di autori di diversa provenienza, contribuendo a una circolazione delle idee che supera confini geografici e culturali). Questo presidio del dialogo interculturale incoraggia una cultura politica di tolleranza e rispetto, essenziale per costruire un’Europa pacifica e cooperativa, aperta al dialogo e alla mediazione diplomatica, che contrasti le poco condivisibili tendenze della politica estera attuale.

In conclusione, la capacità delle riviste culturali europee di coniugare tradizione e innovazione, rigore intellettuale e sperimentazione formale, radicamento territoriale e apertura cosmopolita le rende protagoniste indiscusse del panorama culturale dell’Europa. L’investimento in questo vitale settore – sia da parte delle istituzioni pubbliche sia dei privati – rappresenta, quindi, una scelta strategica per il futuro dell’Europa. Le riviste culturali europee non devono essere considerate un lusso per élite intellettuali, ma valorizzate come infrastrutture culturali essenziali per la formazione di una cittadinanza consapevole e per la competitività del continente nell’economia globale della conoscenza.

In un’epoca di mutazioni antropologiche e di trasformazioni rapide e spesso disordinate, le riviste culturali offrono quello che forse è il loro contributo più prezioso: il tempo e lo spazio per pensare. In questo loro servizio alla riflessione critica risiede la garanzia della loro centralità futura nel panorama culturale continentale e globale: noi ce lo auguriamo vivamente.

  1. Si presenta la traduzione in italiano del testo dell’intervento (in francese) al dibattito Pour l’Europe / Des revues pour l’Europe organizzato dal CRIC-Coordinamento Riviste Italiane di Cultura al 35° Salon de la Revue di Parigi, il 12 ottobre 2025. Di seguito la presentazione dell’evento nel Programma ufficiale della manifestazione, ospitata nel magnifico quartiere del Marais presso Halle des Blancs-Manteaux dal 10 al 12 ottobre scorsi: «Aujourd’hui, les relations internationales se reconfigurent, les équilibres en Europe changent, les tensions politiques se multiplient, les enjeux économiques prévalent et la place de la culture diminue. Les sociétés européenne s’interrogent sur leurs identités, se cherchent, semblant lutter avec elles-mêmes pour se réinventer. Dans ce contexte instable, les revues de tout le continent, et particulièrement en Italie, ont un vrai rôle à jouer pour penser ces questions et participer au développement de la culture européenne. Pour envisager comment, avec quels moyens et dans quels buts, le CRIC invite des acteurs italiens travaillant en France et de l’autre côté des Alpes. Avec Roberto Giacone (Comité de Paris de la Dante Alighieri), Maria Panetta (Diacritica) & Maria Chiara Prodi (Maison d’Italie de l’Université de Paris). Présentation et animation par Valdo Spini, président du CRIC. Le thème de la rencontre sera la contribution italienne, et en particulier celle des revues culturelles, au développement de la culture européenne dans une période de grande restructuration des relations internationales où l’Europe elle-même, et en particulier l’Union européenne, sont appelées à définir leur rôle et leur identité». Vista l’assenza per impegni istituzionali del Presidente Valdo Spini, l’incontro è stato aperto e moderato dalla Vicepresidente CRIC Maria Panetta e ha visto succedersi gli interventi in francese di Maria Chiara Prodi e Roberto Giacone, con un commento finale in italiano di Giada Fazzalari, Segretaria generale CRIC.

(fasc. 58, 31 dicembre 2025)

Per PLPL 2025: Riviste di cultura, un patrimonio per la democrazia

Author di Maria Panetta

 

Abstract: Si pubblica il testo integrale preparato per la Tavola rotonda dell’8 dicembre 2025, dal titolo Riviste di cultura, un patrimonio per la democrazia, organizzata dal CRIC-Coordinamento Riviste Italiane di Cultura presso la Fiera “Più Libri Più Liberi” del 2025.

Abstract: The full text prepared for the round table on December 8, 2025, entitled Riviste di cultura, un patrimonio per la democrazia, organized by CRIC-Coordinamento Riviste Italiane di Cultura at the Più Libri Più Liberi Book Fair in 2025 is published.

Il tema proposto per questo dibattito dal nostro Presidente, l’Onorevole Valdo Spini, è assai rilevante e attuale[1]. Infatti, in un’epoca come la nostra, caratterizzata dalla velocità ossessiva dell’informazione, dalla frammentazione dei saperi, dalla polarizzazione del dibattito pubblico, chiedersi quale ruolo possano ancora svolgere le riviste culturali equivale a interrogarsi sulla stessa possibilità di una democrazia matura e capace di pensiero critico.

Inizierei con una provocazione: le riviste di cultura sono, per loro natura, inattuali. Non inseguono l’ultima notizia, non cavalcano l’onda emotiva del momento, ma richiedono tempo: tempo per essere scritte, lette, meditate. E, in una società che ha fatto della velocità il proprio valore cardine, questo carattere di inattualità dovrebbe condannarle all’irrilevanza. Eppure, è precisamente in questa “inattualità” che risiede il loro valore democratico più profondo.

La democrazia, infatti, non è soltanto un sistema di regole e procedure. È anche, e forse soprattutto, una “forma di vita collettiva” che si nutre di dibattito, di confronto, di elaborazione comune del pensiero. Una democrazia senza cultura critica, senza luoghi dove le idee possano fermentare e confrontarsi è una democrazia impoverita, esposta ai rischi del populismo, della semplificazione, della manipolazione. Le riviste di cultura sono, o dovrebbero essere, quindi, prima di tutto uno di questi spazi essenziali di respiro democratico.

Le riviste culturali italiane hanno una storia lunga e gloriosa, intimamente intrecciata con quella della nostra democrazia. Dalla «Voce» fiorentina al «Politecnico» di Vittorini a «Officina» di Pasolini, per citarne solo alcune ben note, le riviste hanno rappresentato il laboratorio in cui sono state elaborate le idee che hanno, poi, plasmato la società italiana. Non erano – e non sono – semplici contenitori di testi, ma veri e propri progetti culturali e civili, luoghi di incontro fra intellettuali, artisti, scienziati, dove il pensiero si fa collettivo prima ancora di diventare pubblico.

Tale dimensione collettiva è ciò che distingue essenzialmente la rivista dal libro. Il libro, infatti, generalmente è il frutto dell’incontro fra un autore e un editore: un rapporto bilaterale; la rivista, invece, non è concepibile senza che si abbia alle spalle un gruppo, un ambiente, una comunità di persone che condividono interrogativi, sensibilità, progetti, idee, perplessità, un modo di guardare al mondo. È, in questo senso, intrinsecamente democratica: nasce da un confronto, vive del dialogo, si alimenta della pluralità. Proprio questa pluralità costituisce uno dei contributi più preziosi che le riviste offrono alla democrazia. In un’epoca di echo chambers digitali, in cui gli algoritmi ci rinchiudono in bolle informative che tendono a confermare le nostre convinzioni preesistenti, le riviste culturali mantengono uno spazio di eterogeneità. Infatti, una rivista di valore non dice ciò che già sappiamo o ciò che vogliamo sentirci dire, ma espone i lettori a pensieri altri, a prospettive diverse, talvolta scomode. Di fatto, li costringe a uscire dalla loro zona di comfort intellettuale.

Inoltre, la maggior parte delle riviste culturali italiane sono espressione di quello che il nostro Presidente definisce sempre “volontariato culturale”. Infatti, i direttori, i redattori, i collaboratori delle riviste lavorano spesso senza compenso o con compensi simbolici, mossi dalla convinzione che valga comunque la pena far circolare idee, promuovere il dibattito e contribuire alla crescita culturale del Paese. Questo è un dato tutt’altro che marginale: conferma che le riviste non sono semplicemente prodotti commerciali ma progetti animati da una tensione ideale, da un’etica della responsabilità intellettuale.

Questo carattere gratuito – nel senso etimologico di ciò che è fatto liberamente, senza aspettarsi un ritorno economico immediato – le distingue nettamente da molta produzione editoriale e mediatica contemporanea, sempre più soggetta alle logiche del mercato e della monetizzazione dei click. Le riviste di cultura resistono a questa mercificazione: producono valore simbolico più che economico, costruiscono capitale culturale più che profitto finanziario. E in questo loro essere non immediatamente produttive in termini economici risiede, paradossalmente, la loro più alta produttività in termini democratici e civili. Che, poi, sia giusto o ingiusto che il lavoro intellettuale nel 2025 non sia ancora retribuito è altra questione, che non è questa la sede adatta per affrontare.

In questo ampio contesto va inserito anche il lavoro del CRIC, il Coordinamento Riviste Italiane di Cultura, fondato nel 2003. Uno degli obiettivi principali del CRIC è proprio quello di favorire il dialogo e il dibattito multiculturale, di stimolare quello scambio che è alla base stessa della democrazia. Non si tratta affatto di un compito neutrale: perché il Coordinamento è potenzialmente aperto al contributo di tutte le culture politiche, purché, però, il loro apporto risulti produttivo in una prospettiva di convivenza civile e di reale crescita democratica.

Tale apertura multiculturale e interdisciplinare è essenziale: la democrazia, infatti, non può nutrirsi di monologhi culturali, di pensieri unici e di prospettive monolitiche. Ha bisogno di voci diverse, di sensibilità multiple, di approcci plurali ai problemi comuni.

Il CRIC lavora anche per promuovere la diffusione e la lettura delle riviste culturali nei circuiti educativi e dell’informazione, in particolare tra i giovani. Perché? Perché, se le riviste rimangono confinate in una cerchia ristretta di addetti ai lavori, perdono gran parte della loro potenzialità democratica. Devono, invece, raggiungere le scuole, le università, le biblioteche, i centri culturali, i circoli di lettura, le carceri; diventare strumenti di formazione civica oltre che di approfondimento specialistico. E questo risultato si ottiene anche sorvegliando l’italiano: ovvero utilizzando parole chiare e accessibili, senza che siano banalizzanti, e, in caso di termini specialistici, dandone anche una chiave di lettura per i non addetti ai lavori. Perché, se desideriamo che le riviste circolino davvero e non siano solo pensate per gli intellettuali, abbiamo il dovere morale di scriverle in un italiano comprensibile. Oltre a quello di curarle redazionalmente, perché la sciatteria editoriale – e quale migliore occasione di una fiera della piccola e media editoria per ribadirlo
? – è una vera e propria mancanza di rispetto per il lettore, dato che nel mondo dell’editoria quasi sempre la forma è la sostanza.

Non possiamo, di certo, ignorare le difficoltà che le riviste culturali stanno attualmente incontrando. La crisi dell’editoria periodica, come sappiamo, è profonda e strutturale: la distribuzione nelle librerie è sempre più difficile, i costi di stampa e spedizione sono aumentati, il pubblico dei lettori si è frammentato. Molte riviste sopravvivono grazie all’abnegazione dei loro animatori, ma questa non può essere una soluzione sostenibile nel lungo periodo.

C’è, poi, la sfida della transizione digitale. Quindi, le riviste devono cercare di mantenere alta la qualità e la profondità che le caratterizzano, adattandosi però a nuovi formati e modalità di fruizione. Il digitale offre opportunità straordinarie (la possibilità di raggiungere un pubblico potenzialmente illimitato, di integrare diversi linguaggi, di creare archivi accessibili e interrogabili etc.), ma comporta anche dei rischi: ad esempio, quello di inseguire metriche quantitative più che valutazioni qualitative, o quello di perdere quell’appagante dimensione di oggetto fisico che ha sempre caratterizzato le riviste.

Un’altra sfida riguarda il rapporto con il sistema dell’informazione. Le riviste culturali non sono giornali, non producono notizie nel senso tradizionale. Però producono qualcosa di altrettanto importante: interpretazioni, chiavi di lettura, strumenti concettuali per comprendere la complessità del presente. In un ecosistema mediatico sempre più orientato all’infotainment e alla spettacolarizzazione, le riviste rappresentano, invece, uno spazio di approfondimento e di complessità: uno spazio minoritario, certo, ma proprio per questo prezioso e da difendere.

Com’è noto, è stato Jürgen Habermas a elaborare il concetto di
“sfera pubblica”, intesa come quello spazio intermedio tra Stato e società civile in cui i cittadini si riuniscono per discutere liberamente di questioni di interesse comune, formando così un’opinione pubblica autonoma e critica. Tale “sfera pubblica” è essenziale per il funzionamento della democrazia: è il luogo in cui le questioni vengono problematizzate, dove le diverse posizioni si confrontano, dove si forma il consenso attraverso la forza dell’argomento migliore.

Ora, le riviste culturali sono, o dovrebbero essere, uno dei luoghi privilegiati di questa sfera pubblica. Non l’unico, certamente, ma uno particolarmente qualificato, perché offre quella combinazione di accessibilità e profondità, di apertura e rigore, di pluralismo e coerenza progettuale che è difficile trovare altrove. Una rivista, infatti, non è un social network, ove tutti possono dire tutto senza filtri ma anche senza responsabilità. Non deve essere nemmeno, però, un’accademia chiusa, dove si parla solo tra specialisti usando linguaggi esoterici. È, idealmente, un ponte: tra il sapere specialistico e il pubblico colto, tra l’elaborazione intellettuale e il dibattito civile, tra la riflessione teorica e l’intervento sul reale.

Questa funzione di mediazione è tanto più importante in una fase storica di cosiddetta “post-verità”, caratterizzata dalla crisi dell’autorità epistemica, dalla difficoltà crescente di distinguere tra fatto e opinione, informazione verificata e fake news. Le riviste culturali, proprio per il loro carattere non immediato, per la presenza di procedure di peer review informale, per l’esistenza di redazioni che discutono e selezionano i contributi, rappresentano un potente baluardo contro la disinformazione e la banalizzazione del dibattito pubblico.

Le riviste hanno svolto, nel Novecento italiano, un ruolo che forse è stato più centrale che altrove: hanno fatto da incubatori di movimenti culturali e politici, da luoghi di formazione di intere generazioni di intellettuali, da ponti tra cultura alta e impegno civile. Questa tradizione è stata resa possibile anche da alcune caratteristiche strutturali della società italiana: una classe media colta e interessata ai dibattiti culturali, un sistema editoriale relativamente aperto e pluralista, una relativa autonomia degli intellettuali rispetto ai poteri economici e politici. Molte di queste condizioni, però, si sono indebolite negli ultimi decenni: la classe media, infatti, è stata erosa dalle trasformazioni economiche, il sistema editoriale si è concentrato e commercializzato, gli intellettuali hanno perso parte della loro autorevolezza e autonomia.

Eppure, le riviste resistono. Non tutte, non sempre con la stessa vitalità, ma resistono. Ed è significativo che proprio in anni recenti, di fronte alla crisi della politica tradizionale, al vuoto di elaborazione culturale dei partiti, alla superficialità di molta comunicazione pubblica, si sia assistito a una sorta di riscoperta delle riviste come spazi di pensiero autonomo e di confronto serio.

Che fare, dunque, per preservare e rilanciare questo patrimonio?

In primo luogo, serve un riconoscimento istituzionale del ruolo delle riviste culturali. Non si tratta semplicemente di erogare contributi economici – per quanto questi siano necessari e urgenti –, ma di comprendere che le riviste svolgono una funzione di interesse pubblico, analoga a quella di musei, biblioteche, teatri. Sono infrastrutture culturali, e come tali vanno considerate e sostenute (specie se viene richiesto loro dalle Istituzioni il formato open access, l’accesso aperto).

In secondo luogo, occorre lavorare per allargare il pubblico delle riviste, in particolare tra i giovani. Ad esempio, le iniziative che il CRIC promuove nelle scuole, i laboratori di lettura e scrittura, sono passi importanti in questa direzione. Ma si potrebbe fare di più: magari, integrare le riviste nei programmi di educazione civica o creare circuiti di distribuzione più efficaci.

In terzo luogo, bisogna accompagnare la transizione digitale con intelligenza. Infatti, il digitale non deve essere visto come sostituto del cartaceo, ma come suo complemento. Le riviste possono sfruttare le potenzialità del web – la multimedialità, l’interattività, l’accesso aperto – senza rinunciare a ciò che le caratterizza: la cura editoriale, la selezione rigorosa, la profondità dell’analisi.

Infine, è necessario che le riviste stesse si interroghino sulla propria identità e missione. In un mondo che cambia rapidamente, occorre sperimentare nuovi formati, aprirsi a nuovi linguaggi, dialogare con pubblici diversi, senza però tradire la propria indipendenza intellettuale.

La democrazia per essere tale richiede cittadini informati, critici, capaci di pensiero autonomo; e spazi pubblici in cui il dibattito possa svolgersi con serietà e rispetto. Le riviste di cultura svolgono, in questo quadro, una funzione insostituibile e il loro declino rappresenterebbe un impoverimento grave non solo per il nostro patrimonio culturale, ma per la stessa qualità della nostra democrazia.

Il lavoro che lo stesso CRIC svolge, favorendo il dialogo e il dibattito multiculturale, è quindi essenziale. Coordinare le riviste non significa semplicemente difenderne gli interessi corporativi: significa tutelare uno spazio di libertà intellettuale e di confronto civile che è patrimonio comune della democrazia italiana. E proprio in tale direzione va anche l’idea di Portale che il CRIC sta realizzando per aggregare e dare visibilità ad ancora più riviste di quelle aderenti al Coordinamento.

In un’epoca in cui le certezze vacillano, le identità si frammentano, il futuro appare incerto, abbiamo più che mai bisogno di luoghi ove elaborare interpretazioni condivise, dove costruire quel senso comune senza il quale nessuna comunità politica può reggersi. Le riviste di cultura, con la loro ostinata inattualità, con il loro rifiuto della velocità, con la loro fedeltà al rigore e alla profondità, sono uno di questi luoghi preziosi.

Sta a noi – a tutti noi che crediamo nel valore della cultura e della democrazia – fare in modo che questo patrimonio non vada disperso, ma venga, anzi, rivitalizzato e trasmesso alle generazioni future.

Roma, 6 dicembre 2025

 

  1. Si pubblica il testo integrale preparato per la Tavola rotonda dell’8 dicembre 2025, dal titolo Riviste di cultura, un patrimonio per la democrazia, organizzata dal CRIC-Coordinamento Riviste Italiane di Cultura, presieduto dall’On. Valdo Spini – vicepresidenti, Severino Saccardi e Maria Panetta – presso la Fiera “Più Libri Più Liberi” del 2025 (sala Polaris).

(fasc. 58, 31 dicembre 2025)

Il ruolo delle riviste culturali italiane al “Salon de la Revue” di Parigi. Intervista a Maria Panetta, Vicepresidente del Coordinamento nazionale

Author di Rebecca Zani

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Da sinistra: Rebecca Zani e Maria Panetta al 34° “Salon de la revue” di Parigi del 2024.

Il 34° “Salon de la Revue” (11-13 ottobre 2024) si è aperto nella “Halle des Blacs-Manteux”, nel cuore del quartiere parigino del Marais[1]. Anche in questa edizione l’Italia è presente e rappresentata, oltre che dalla rivista «Studi francesi», dal CRIC (Coordinamento delle Riviste Italiane di Cultura). Ne parla la Vicepresidente, Maria Panetta.

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(fasc. 54, 25 novembre 2024)