«La musica e la poesia sono due sorelle che si tengono per mano, e quando una piange, l’altra la consola». In queste parole di Alda Merini si ritrova il senso di un legame antico tra parola e suono, tra scrittura e musica. Un rapporto che, per il terzo anno consecutivo, «Diacritica» sceglie di esplorare, seguendo le molte forme dell’incontro tra linguaggi e modalità espressive diverse.
Musica e letteratura non appartengono a mondi separati: entrambe nascono dal desiderio di raccontare l’esperienza umana, dare forma alle emozioni e trovare parole per ciò che spesso è difficile esprimere. La canzone può essere letta come una forma di letteratura in musica; allo stesso modo, quando la letteratura incontra la dimensione musicale, il testo si apre a nuove possibilità: la narrazione acquista ritmo, la parola diventa voce e il suono contribuisce a raccontare e interpretare la realtà.
È in questo continuo dialogo tra scrittura e musica che esperienze individuali e memorie collettive si incontrano. Una canzone o un testo letterario possono raccontare una storia personale, ma anche parlare a una comunità, diventare testimonianza di un’epoca, dare voce a un disagio sociale o custodire il ricordo di un’esperienza. Proprio per questa capacità di unire dimensione privata e collettiva, musica e letteratura continuano ancora oggi a essere strumenti privilegiati per comprendere il mondo e raccontarlo.
Per il terzo anno consecutivo, grazie a un fecondo incontro siciliano – terra da sempre attraversata da straordinarie esperienze letterarie e musicali – e grazie all’impegno e all’entusiasmo di Maria Panetta, queste due “sorelle”, per usare ancora la suggestiva immagine della “poetessa dei Navigli”, tornano a tenersi per mano sulle pagine di «Diacritica».
Attraverso i contributi di un gruppo di studiosi, questo numero esplora alcune delle molte forme dell’incontro tra musica e letteratura: la canzone come spazio di impegno civile, il ritmo come forma autobiografica, il dialetto come luogo della memoria e la tradizione napoletana come chiave narrativa di un’indagine dalle atmosfere noir.
Un viaggio tra generi, epoche e linguaggi diversi, in cui parola e musica si intrecciano e si arricchiscono reciprocamente. Perché ogni grande storia possiede, in fondo, uno spartito segreto: una trama di voci, silenzi e armonie che attende soltanto di essere ascoltata.
Proprio di traiettorie, anche geografiche, parlano nel loro saggio Mario Chichi e Ivana Vermiglio, che in L’isola come utopia: spazi e immaginari nel cantautorato italiano esplorano il fascino dell’isola nella canzone d’autore degli anni Settanta. Da Guccini a Bennato, da Dalla a De Gregori, l’isola diventa uno spazio reale e immaginario, luogo di fuga e riflessione, capace di raccontare desideri, inquietudini e visioni della società.
Alla costruzione dell’io attraverso la musica sono dedicati diversi contributi. Sacha Piersanti, con «Una traccia, un disegno»: autobiografia e rappresentazione dell’io nella discografia di Renato Zero, legge oltre cinquant’anni di carriera come un unico grande racconto autobiografico: un teatro dell’anima nel quale l’artista mette in scena fragilità, trasformazioni e aspirazioni, intrecciando continuamente la propria voce con quella del suo pubblico.
Su un altro versante, Veronica Ricotta accompagna il lettore nell’universo linguistico e musicale di Carmen Consoli con «Volevo fare la rockstar». Autobiografia e lingua nelle canzoni di Carmen Consoli. Attraverso il dialogo tra autobiografia, lingua e dialetto siciliano, il saggio mostra come la cantautrice abbia trasformato la memoria individuale in una narrazione capace di parlare a esperienze condivise.
La musica come spazio di dissidenza e affermazione identitaria è al centro del contributo di Marzia D’Amico, “Amici non ne ho”: solo figlie per Loredana Bertè, generatrice di dissidenza. La parabola artistica di Bertè viene riletta come una lunga sfida ai modelli tradizionali di femminilità e decoro: una voce fuori dagli schemi che ha saputo trasformare vulnerabilità e ribellione in linguaggio collettivo.
Il rapporto tra musica, parola e impegno civile attraversa, invece, il saggio di Annibale Gagliani, Il teatro canzone di Giorgio Gaber e Sandro Luporini. Qui la canzone si fa scena e pensiero critico: il teatro-canzone diventa lo spazio privilegiato per interrogare il conformismo, le trasformazioni sociali e le inquietudini dell’uomo contemporaneo.
Dal territorio e dalla memoria popolare nasce il contributo di Giuliano Scala, «Io me chiammo Sanacore, e che vulite?». Dagli stornelli alla dub: la voce di Giulietta Sacco, dedicato a una delle interpreti più originali della canzone napoletana del secondo Novecento. La voce di Giulietta Sacco emerge come un ponte fra tradizione e innovazione, tra canto popolare e nuove sperimentazioni della musica napoletana.
Sempre Napoli, ma questa volta immersa nelle atmosfere del romanzo noir, è protagonista del saggio di Nunzia De Falco, Indagini sonore per il commissario Ricciardi. La canzone napoletana nei romanzi di De Giovanni. Nelle pagine di Maurizio De Giovanni, le melodie del passato non sono semplice sfondo narrativo, ma una vera partitura investigativa che accompagna il commissario Ricciardi e restituisce voce alla città.
Il dialogo tra poesia e musica, nella sua dimensione più sperimentale, è al centro del contributo di Beatrice Magoga, Poesia in musica di fine secolo (e millennio). Due esempi di rimediazione del tardo Novecento italiano. Attraverso le esperienze di Tommaso Ottonieri e Lello Voce, il saggio mostra come la performance musicale possa trasformare il testo poetico, amplificandone ritmo, significato e intensità emotiva.
A chiudere il percorso è il contributo di chi scrive, Autobiografia e periferia nel “Bildungsroman” musicale di Mahmood, dedicato alla produzione dell’artista milanese come forma contemporanea di romanzo di formazione in musica. Attraverso brani come Soldi, Nilo nel Naviglio, Mai figlio unico, Tuta Gold e Barrio, il saggio mette in luce il ruolo della memoria familiare, della periferia e dell’identità multiculturale nella costruzione di un racconto generazionale in cui la canzone pop diventa spazio di autorappresentazione e crescita.
Nel loro insieme, questi contributi restituiscono la ricchezza di un incontro mai concluso: quello tra parola e musica, tra memoria e presente, tra individuo e comunità. Le due sorelle evocate da Alda Merini continuano, così, a tenersi per mano, dimostrando che ogni canzone custodisce una storia e che ogni storia, quando trova la propria voce, può diventare musica.
(fasc. 60, 25 maggio 2026)