Due sorelle che si tengono per mano: musica e letteratura tra memoria, voce e identità

Author di Gaspare Trapani

«La musica e la poesia sono due sorelle che si tengono per mano, e quando una piange, l’altra la consola». In queste parole di Alda Merini si ritrova il senso di un legame antico tra parola e suono, tra scrittura e musica. Un rapporto che, per il terzo anno consecutivo, «Diacritica» sceglie di esplorare, seguendo le molte forme dell’incontro tra linguaggi e modalità espressive diverse.

Musica e letteratura non appartengono a mondi separati: entrambe nascono dal desiderio di raccontare l’esperienza umana, dare forma alle emozioni e trovare parole per ciò che spesso è difficile esprimere. La canzone può essere letta come una forma di letteratura in musica; allo stesso modo, quando la letteratura incontra la dimensione musicale, il testo si apre a nuove possibilità: la narrazione acquista ritmo, la parola diventa voce e il suono contribuisce a raccontare e interpretare la realtà.

È in questo continuo dialogo tra scrittura e musica che esperienze individuali e memorie collettive si incontrano. Una canzone o un testo letterario possono raccontare una storia personale, ma anche parlare a una comunità, diventare testimonianza di un’epoca, dare voce a un disagio sociale o custodire il ricordo di un’esperienza. Proprio per questa capacità di unire dimensione privata e collettiva, musica e letteratura continuano ancora oggi a essere strumenti privilegiati per comprendere il mondo e raccontarlo.

Per il terzo anno consecutivo, grazie a un fecondo incontro siciliano – terra da sempre attraversata da straordinarie esperienze letterarie e musicali – e grazie all’impegno e all’entusiasmo di Maria Panetta, queste due “sorelle”, per usare ancora la suggestiva immagine della “poetessa dei Navigli”, tornano a tenersi per mano sulle pagine di «Diacritica».

Attraverso i contributi di un gruppo di studiosi, questo numero esplora alcune delle molte forme dell’incontro tra musica e letteratura: la canzone come spazio di impegno civile, il ritmo come forma autobiografica, il dialetto come luogo della memoria e la tradizione napoletana come chiave narrativa di un’indagine dalle atmosfere noir.

Un viaggio tra generi, epoche e linguaggi diversi, in cui parola e musica si intrecciano e si arricchiscono reciprocamente. Perché ogni grande storia possiede, in fondo, uno spartito segreto: una trama di voci, silenzi e armonie che attende soltanto di essere ascoltata.

Proprio di traiettorie, anche geografiche, parlano nel loro saggio Mario Chichi e Ivana Vermiglio, che in L’isola come utopia: spazi e immaginari nel cantautorato italiano esplorano il fascino dell’isola nella canzone d’autore degli anni Settanta. Da Guccini a Bennato, da Dalla a De Gregori, l’isola diventa uno spazio reale e immaginario, luogo di fuga e riflessione, capace di raccontare desideri, inquietudini e visioni della società.

Alla costruzione dell’io attraverso la musica sono dedicati diversi contributi. Sacha Piersanti, con «Una traccia, un disegno»: autobiografia e rappresentazione dell’io nella discografia di Renato Zero, legge oltre cinquant’anni di carriera come un unico grande racconto autobiografico: un teatro dell’anima nel quale l’artista mette in scena fragilità, trasformazioni e aspirazioni, intrecciando continuamente la propria voce con quella del suo pubblico.

Su un altro versante, Veronica Ricotta accompagna il lettore nell’universo linguistico e musicale di Carmen Consoli con «Volevo fare la rockstar». Autobiografia e lingua nelle canzoni di Carmen Consoli. Attraverso il dialogo tra autobiografia, lingua e dialetto siciliano, il saggio mostra come la cantautrice abbia trasformato la memoria individuale in una narrazione capace di parlare a esperienze condivise.

La musica come spazio di dissidenza e affermazione identitaria è al centro del contributo di Marzia D’Amico, “Amici non ne ho”: solo figlie per Loredana Bertè, generatrice di dissidenza. La parabola artistica di Bertè viene riletta come una lunga sfida ai modelli tradizionali di femminilità e decoro: una voce fuori dagli schemi che ha saputo trasformare vulnerabilità e ribellione in linguaggio collettivo.

Il rapporto tra musica, parola e impegno civile attraversa, invece, il saggio di Annibale Gagliani, Il teatro canzone di Giorgio Gaber e Sandro Luporini. Qui la canzone si fa scena e pensiero critico: il teatro-canzone diventa lo spazio privilegiato per interrogare il conformismo, le trasformazioni sociali e le inquietudini dell’uomo contemporaneo.

Dal territorio e dalla memoria popolare nasce il contributo di Giuliano Scala, «Io me chiammo Sanacore, e che vulite?». Dagli stornelli alla dub: la voce di Giulietta Sacco, dedicato a una delle interpreti più originali della canzone napoletana del secondo Novecento. La voce di Giulietta Sacco emerge come un ponte fra tradizione e innovazione, tra canto popolare e nuove sperimentazioni della musica napoletana.

Sempre Napoli, ma questa volta immersa nelle atmosfere del romanzo noir, è protagonista del saggio di Nunzia De Falco, Indagini sonore per il commissario Ricciardi. La canzone napoletana nei romanzi di De Giovanni. Nelle pagine di Maurizio De Giovanni, le melodie del passato non sono semplice sfondo narrativo, ma una vera partitura investigativa che accompagna il commissario Ricciardi e restituisce voce alla città.

Il dialogo tra poesia e musica, nella sua dimensione più sperimentale, è al centro del contributo di Beatrice Magoga, Poesia in musica di fine secolo (e millennio). Due esempi di rimediazione del tardo Novecento italiano. Attraverso le esperienze di Tommaso Ottonieri e Lello Voce, il saggio mostra come la performance musicale possa trasformare il testo poetico, amplificandone ritmo, significato e intensità emotiva.

A chiudere il percorso è il contributo di chi scrive, Autobiografia e periferia nel “Bildungsroman” musicale di Mahmood, dedicato alla produzione dell’artista milanese come forma contemporanea di romanzo di formazione in musica. Attraverso brani come Soldi, Nilo nel Naviglio, Mai figlio unico, Tuta Gold e Barrio, il saggio mette in luce il ruolo della memoria familiare, della periferia e dell’identità multiculturale nella costruzione di un racconto generazionale in cui la canzone pop diventa spazio di autorappresentazione e crescita.

Nel loro insieme, questi contributi restituiscono la ricchezza di un incontro mai concluso: quello tra parola e musica, tra memoria e presente, tra individuo e comunità. Le due sorelle evocate da Alda Merini continuano, così, a tenersi per mano, dimostrando che ogni canzone custodisce una storia e che ogni storia, quando trova la propria voce, può diventare musica.

 

(fasc. 60, 25 maggio 2026)

«Volevo fare la rockstar». Autobiografia e lingua nelle canzoni di Carmen Consoli

Author di Veronica Ricotta

«Se non ci si ricorda da dove si viene e da dove si è passati

per arrivare dove si è, non si può costruire il futuro»[1].

Abstract: Il saggio analizza la componente autobiografica nella produzione musicale di Carmen Consoli, con particolare attenzione alla dimensione linguistica e all’uso del dialetto siciliano. Attraverso l’esame dei testi e delle dichiarazioni dell’artista, si individuano tre fasi della sua produzione, caratterizzate da un progressivo emergere dell’autobiografia. Il lavoro approfondisce, inoltre, il rapporto tra autobiografia artistica e autobiografia linguistica, mostrando come la lingua – e in particolare il dialetto – costituisca uno strumento fondamentale nella costruzione dell’identità narrativa e culturale dell’autrice.

Abstract: This article examines the autobiographical dimension in the musical production of Carmen Consoli, with particular attention to linguistic aspects and the use of the Sicilian dialect. Through an analysis of song lyrics and the artist’s own statements, three phases in her career are identified, each marked by a progressively increasing presence of autobiographical elements. The study further explores the relationship between artistic autobiography and linguistic autobiography, showing how language (and the dialect in particular) functions as a fundamental tool in the construction of the author’s narrative and cultural identity.

L’indagine che qui si propone sugli elementi autobiografici nella produzione di Carmen Consoli evidenzia come l’autobiografia rappresenti una componente discontinua ma progressivamente sempre più rilevante, fino a divenire esplicita nell’ultimo album che qui si considera, Volevo Fare la Rockstar (Narciso records/ADA Music Italy, 2021), il cui titolo stesso richiama una dimensione personale[2].

La metodologia adottata ha affiancato all’analisi dei testi delle canzoni le dichiarazioni e le auto-esegesi di Consoli rilasciate in articoli e interviste, che nel corso della carriera si sono fatte più frequenti. Alla base di alcune delle considerazioni del saggio ci sono anche autocommenti e ulteriori dettagli di contesto già raccolti in due libri biografici[3].

Oltre che tematico, l’approccio di questo percorso biografico è anche linguistico. Dal momento che, con Lejeune, «si tratta sempre di studiare l’autobiografia innanzitutto come fenomeno di linguaggio»,[4] l’analisi si è focalizzata, oltre che sulla funzione del testo autobiografico nell’insieme dell’opera di Carmen Consoli, anche sui dispositivi linguistici messi in atto per tale tipo di racconto in musica. In particolare, l’osservazione ha riguardato l’uso del dialetto nella produzione consoliana, il cui valore viene approfondito nella seconda parte di questo lavoro.

Autobiografia consoliana in musica

Percorrendo le tracce autobiografiche nella produzione di Carmen Consoli (9 album in studio, 3 live e 6 raccolte) è possibile individuare tre periodi. Il primo si colloca negli anni Novanta, con l’esordio e gli album Due parole del 1996, Confusa e felice del 1997 (Polydor) e Mediamente isterica del 1998 (Cyclope records) ed è caratterizzato da «tematiche di tipo autobiografico e intimistico, da un certo ermetismo dei testi e, sotto il profilo delle scelte stilistico-musicali, dalla prevalenza del rock»[5]. L’amore giovanile e il racconto intimista irrorano i primi due album con brani come Quello che sento (Due parole, Polydor, 1996), che confessa e propone di vivere fino in fondo un sentimento anche quando non è ricambiato.

L’amore per la musica che l’ha portata a fare della sua passione un mestiere è, invece, alla base del testo, profondamente autobiografico, di Confusa e felice (nell’omonimo album del 1997), come conferma la circostanza da cui scaturisce, dichiarata a Guglielmi: «l’ho composta la sera stessa del Sanremo di Amore di plastica (1996), mentre mi rendevo conto che tutto ciò che stavo provando era enorme»[6]. I temi dell’amore giovanile e della formazione personale emergono in brani come Quello che sento e, appunto, Confusa e felice, in cui l’esperienza individuale si traduce in forma lirica e in questo senso svolge un discorso universale più che individuale.

Con Mediamente isterica (Cyclope/Polydor, 1998), definito il più rock degli album per le sonorità impiegate, si afferma invece una dimensione narrativa più strutturata: la voce autobiografica si frammenta e si proietta in una pluralità di personaggi. Questa dimensione resterà centrale nella produzione successiva, consentendo all’autrice di esplorare identità molteplici e di intrecciare autobiografia e rappresentazione sociale, in particolare nella costruzione di figure femminili.

Scegliendo talvolta la prima persona, Carmen impersonifica donne e uomini che incarnano le diverse sfaccettature della natura umana (da Contessa miseria ai personaggi del Sorriso di Atlantide).

Nuovi personaggi e nuove storie animano i brani dei successivi album; solo a titolo a esemplificativo: Matilde odiava i gatti, la sposa lasciata all’altare di Fiori d’arancio, Masino e la suocera in L’eccezione (Polydor, 2002); Eva di Tutto su Eva, Maria Catena e il Signor Tentenna in Eva contro Eva (Universal, 2006), fino al Mago Magone di Volevo fare la rockstar.

I personaggi femminili si muovono in uno spazio di rappresentazione delle identità in cui autobiografia artistica e impegno sociale si intrecciano. La canzone diventa uno strumento per raccontare esperienze di vita, ma anche per mettere in discussione stereotipi e dinamiche di potere.

Nella nostra ottica più direttamente autobiografica, in Mediamente isterica spicca il brano dedicato al rapporto con la madre, Quattordici luglio, poi rappresentato nella sua conflittualità due anni dopo nell’istantanea In bianco e nero (Stato di necessità, Universal 2000), anche se l’autrice ha dichiarato che il testo non è propriamente autobiografico in quanto «non ci sono stati autentici conflitti, ma solo normali incomprensioni causate dal divario anagrafico e caratteriale, e per entrare nella parte ho dovuto confrontarmi con altri ragazzi e ragazze che hanno patito seriamente il problema»[7].

Il secondo periodo, a partire dagli anni Duemila, segna un’apertura a nuove sonorità e a una scrittura più narrativa e contestualizzata, e prende le mosse proprio da Stato di necessità (Universal 2000), nel quale si ravvisa «una maggiore apertura al pop e alle sonorità acustiche, l’adozione di strumenti musicali nuovi, dai violini agli strumenti tradizionali della musica siciliana e, sotto il profilo dei testi, la presenza di veri e propri ritratti narrativi di ambientazione regionale»[8]. La dimensione autobiografica si arricchisce di riferimenti culturali e mitici, come nel caso di Orfeo, dove il mito diventa chiave di lettura dell’esperienza personale. Una delle interpretazioni possibili farebbe «coincidere l’immagine salvifica del dio della musica con la propria opera rinnovata in stile rispetto al passato, nel ritornello si dichiara pronta ad uscire da un periodo buio per perseguire, rinata, la propria strada di maturità personale e artistica»: («è tempo di rinascere / sento addosso le tue mani / ed è un caldo richiamo perché / ho bisogno di svegliarmi»). A proposito del rapporto col mito, vale la pena di considerare quanto afferma Consoli stessa:

Essendo il mio specchio, le canzoni riflettono ciò che sono e ciò che sono stata. La mia formazione siciliana abbraccia anche la Magna Grecia. Sono cresciuta con le favole di Orfeo, di Narciso e degli Argonauti perché a casa se ne parlava quasi ogni giorno, per cui ci sono dei miti che mi tornano facilmente alla memoria[9].

Andando avanti nella produzione consoliana, oggi ci pare di poter individuare un terzo periodo, dove progressivamente si fanno sempre più spazio memoria, recupero e autobiografia; un periodo che, a nostro avviso, si può far cominciare da Elettra (Narciso/Universal), album vincitore del premio Tenco 2010.

Il brano più autobiografico è senz’altro Mandaci una cartolina, dedicato alla morte del padre. Si tratta di un testo in forma di allocuzione al genitore appena scomparso, costellato di riferimenti rarefatti alla Sicilia per collocare il ricordo e caratterizzarlo, evidenziando il ruolo centrale del padre nell’avvio e nell’evoluzione del percorso artistico di Carmen Consoli.

Ricordare il padre è anche l’occasione per una fine critica alla società e al costume italiano con precise allusioni e l’uso di parole che paiono estrapolate direttamente dal quotidiano che il genitore legge in spiaggia, come “inciucio” (‘pettegolezzo’, ma usato oggi in campo politico per sottintendere un intrigo, un accordo non limpido) e “buttane”, rigorosamente con fonetica sicula con la bilabiale sonora; così come la frase manifestamente del parlato non controllato e sgrammaticato in «a noi ci piace assai la televisione». L’inizio della prima strofa («Tra tutti i giorni in cui potevi partire») è ripetuto nella strofa successiva al primo ritornello, secondo la tecnica del verso puntello, e presenta solo nel finale la variante «morire»; nella seconda strofa, attraverso l’uso dell’ironia, si fa un elenco di luoghi comuni nostrani («viva l’Italia, il calcio, il testosterone, gli inciuci e le buttane in preda all’ormone»). Sul ruolo del padre, anche nella sua formazione umana e artistica, tornerà con il brano Armonie numeriche in Volevo fare la rockstar.

Cenni autobiografici ricorrono anche in altri brani, con il preciso riferimento a sé stessa, come in Sud Est («non avevo che me stessa e una ridente imbarcazione»); anche in Perturbazione atlantica, brano che, come ha spiegato Consoli, è ispirato a un episodio di vita quotidiana («una sciagura per le mie rose questa perturbazione atlantica»).

Con Marie ti amiamo (in duetto con Franco Battiato) si inaugura un altro tipo di autobiografia, più collettiva e linguistica. Il brano ha inserti in arabo, francese e italiano, con un mistilinguismo già sfruttato da Battiato, co-autore, assieme al paroliere e filosofo Manlio Sgalambro, su cui Consoli si esprime così:

Con Franco volevamo fare una canzone che parlasse delle radici senza un preciso filo logico: bisogna trovare il nesso dopo vari ascolti, così come l’abbiamo dovuto trovare persino noi. Le nostre radici sono l’arabo, l’italiano e il francese. Ci piaceva usare le lingue per il suono che possiedono. C’è un piano in cui si sviluppa la storia francese di Marie e un piano in cui si mettono in risalto la nobiltà e la poesia dell’arabo visto dall’Occidente[10].

L’album accoglie anche il brano interamente in dialetto ’A finestra, su cui torneremo.

Nel 2015 Carmen pubblica L’abitudine di tornare (Polydor), un lavoro in cui a ogni traccia viene affidata una storia, alcune derivate da fatti di cronaca, come nei casi della Signora del quinto piano, ispirata dal femminicidio di una donna che aveva denunciato e che non è stata ascoltata dalle autorità, e di La notte più lunga, canzone che ricorda le morti dei migranti nelle acque del Mediterraneo.

L’ultima traccia, Ventunodieciduemilatrenta, chiude però inaspettatamente l’album con una tenera ballata dedicata al figlio appena nato e alla gioia di essere madre, quasi il contraltare della Dolce attesa (Eva contro Eva), dove l’autrice aveva indagato, attraverso il racconto di una gravidanza isterica, gli aspetti meno sereni della maternità, vissuta anche come pressione sociale. L’esperienza di madre, come ha dichiarato la stessa Carmen e come si evince dal brano, ha cambiato lo sguardo sul mondo e dunque anche il modo di scrivere e di comporre. Quel brano autobiografico in chiusura, e fin dal titolo vòlto al futuro, farà da ponte, a distanza di diversi anni, a Volevo fare la rockstar.

Autobiografia e costruzione del sé nella canzone

Per comprendere la specificità del caso consoliano è necessario soffermarsi sulla nozione stessa di autobiografia. In àmbito musicale, essa non coincide con una registrazione fedele dell’esperienza vissuta, ma si configura come una costruzione narrativa del sé, mediata da scelte formali e linguistiche. La canzone impone, infatti, vincoli strutturali che favoriscono una forma di autobiografia frammentaria e indiretta. L’io lirico può coincidere con chi scrive il brano, ma spesso si disloca in personaggi e situazioni che fungono da mediazione: ne deriva un’autobiografia diffusa, che emerge per nuclei tematici ricorrenti più che per dichiarazioni esplicite.

Nel caso di Carmen Consoli, questa dinamica è particolarmente evidente: accanto a brani direttamente autobiografici, si sviluppa una rete di testi in cui l’esperienza personale viene rielaborata attraverso figure narrative. La memoria, l’infanzia, il rapporto con i genitori e la maternità costituiscono elementi ricorrenti che contribuiscono a delineare un’identità coerente ma non univoca.

Commentando l’imminente uscita di Volevo fare la rockstar in un’intervista rilasciata al «Corriere della Sera», Consoli dichiara che si tratta non solo di un discorso autobiografico ma anche di una denuncia «contro il sovranismo e il fascismo, e quegli imbonitori che prima odiavano il Sud e ora lo amano» (il riferimento è alle tracce Mago Magone e L’uomo nero)[11]. Quello che rende il racconto autobiografico della Cantantessa peculiare nella sua produzione è, in effetti, l’intersecazione dei piani della propria microstoria con la macrostoria, in cui al ritratto della bambina Carmen, nella ballata eponima, si intreccia lo sguardo di quella stessa bambina sull’Italia degli anni ’70-90, tra Cosa Nostra, l’attentato del 13 maggio 1981 a Papa Wojtyła, «ferito tra urla e rosari», e i Mondiali del 1982.

In ogni caso, Volevo fare la rockstar si configura come un’autobiografia in musica, dove emergono quadri sull’infanzia della cantautrice, sull’amore materno e sul rapporto con il figlio, quest’ultimo già tratteggiato nel 2015 in Questa piccola magia (L’abitudine di tornare, 2015) e poi approfondito in Le cose di sempre (Volevo fare la rockstar, 2021), brano sottoforma di lettera al figlio Carlo Giuseppe che si fa protagonista (menzionato nei crediti come Doxy601) nell’esecuzione di Mago Magone, dove ne ascoltiamo la voce.

Un’unica inserzione in dialetto alla fine del brano eponimo, «Haiu i papuli nni rita» ‘ho le vesciche nelle dita’, ci traghetta verso una riflessione complessiva sull’uso del siciliano nella produzione consoliana.

La produzione dialettale tra autobiografia artistica e autobiografia linguistica

La lingua di Carmen Consoli è stata in diversi studi oggetto di attenzione linguistica per «i suoi versi di inusitata lunghezza, l’aggettivazione insolita, l’uso massiccio di forme avverbiali» che «rompe definitivamente con la tradizione canzonettistica»[12]. I suoi testi sono stati presi in considerazione sia in panoramiche sulla lingua della canzone in Italia, tra cui le note nel volume di Giuseppe Antonelli, sia in lavori monografici: alla lingua di Consoli sono state dedicate tesi di laurea[13] e indagini su singoli aspetti e specifici brani[14], e un approfondimento sulla componente dialettale nell’analisi del compianto Roberto Sottile[15] che, assieme a Giuseppe Paternostro, si è concentrata sull’uso del dialetto della Cantantessa[16].

La lingua rappresenta uno degli strumenti principali attraverso cui si costruisce l’autobiografia consoliana. In particolare, il registro alto dell’italiano, con una selezione lessicale che diventa cifra stilistica distintiva della Cantantessa, e l’alternanza tra italiano e dialetto siciliano che si fa sempre più spazio per consentire di articolare diversi livelli di esperienza e di identità. Spostando lo sguardo dai temi allo stile e alle scelte linguistiche, è possibile approfondire anche il discorso autobiografico intrecciando le canzoni all’autobiografia linguistica di Carmen Consoli. Anche in questo caso possiamo tracciare due blocchi: uno, decisamente più rappresentato, in cui prevale l’italiano, e l’altro che assume il dialetto come codice per soddisfare esigenze espressive di volta in volta diverse e che culminano oggi nell’album Amuri Luci (2025), su cui ci ripromettiamo di tornare in altra sede.

Ai brani in dialetto, anche in questo caso, è stato utile avvicinare le dichiarazioni di Consoli, oltre a quanto già era possibile ricavare sulla percezione del dialetto per la Cantantessa, come è emerso dalla specifica ricerca di Sottile.

Quanto e quale siciliano usa Consoli nella sua produzione? Il dato quantitativo è abbastanza circoscritto. Per avere un lavoro totalmente dialettale bisognerà aspettare il già citato Amuri Luci (Narciso records 2025), con una significativa anticipazione in Terra ca nun senti (2024). Per il resto, i brani in dialetto sono: Masino (L’eccezione, 2002); ’A finestra (Elettra, 2010), e Tano (Eco di sirene, Universal, 2018).

A questi si aggiungono Stranizza d’amuri, brano cover inserito nell’album tributo a Franco Battiato, Voli imprevedibili (2004); la canzone Focu di raggia, pubblicata nell’album di Goran Bregović Karmen (With A Happy End) (Mercury records, 2007); Ciuri di campo (2008), dedicata a Peppino Impastato, in collaborazione con i Lautari, e i brani nell’album Terra ca nun senti (2025), cover di Rosa Balistreri.

Tracce di siciliano si trovano in Il sultano (della Kianca) (Stato di necessità, 2000), dove Kianca è un toponimo palermitano; in La dolce attesa (Eva contro Eva, 2006), dove all’inizio viene inserito un verso della filastrocca tradizionale siciliana Ninna nanna di la Guerra, nella versione originale cantata da Rosa Balisteri: «E da la vo’ / sunnuzzu viniti / ca ju l’annacu e vui l’addurmisciti»; in Mio zio (Elettra, 2009) troviamo il diminutivo affettivo dialettale «gioiuzza», e, da ultimo, nella già menzionata inserzione finale in Volevo fare la rockstar abbiamo il verso «Haju i papuli nni rita» (‘ho le vesciche nelle dita’).

La Cantantessa a inizio carriera aveva dichiarato: «Fosse per me io canterei anche in siciliano; se uso l’italiano è per essere capita»[17]; successivamente il dialetto sarà considerato un «bacino lessicale a cui attingere con sonorità nuove che diano sfumature diverse ai brani»[18]. Citando il famoso cantautore genovese, Consoli nel 2008 aveva affermato:

Quando questo italiano si arricchisce – come diceva De André – di lingue antiche, che sono il genovese e le altre, diventa più colorita […]. Quindi c’è una lingua italiana che si deve evolvere e che ultimamente si sta invece un po’ scolorendo, secondo me, sta diventando sempre più semplice e vuole diventare molto più scarna di contenuto, di eleganza. Io piuttosto la arricchirei di termini presi dai dialetti vari, delle varie regioni, invece di arricchirla di termini che vengono dall’inglese, che suonano male vicino a una lingua romanza[19].

Per quanto riguarda il dato qualitativo, come è stato già indagato[20], in generale il siciliano della produzione dialettale dell’artista catanese assume una forma più aderente alla tradizione con presenza di arcaismi e fenomeni tipici del siciliano costiero orientale quali, tra gli altri, la deaffricazione (cioè trasformazione di c nel suono fricativo ç) «’a çirasa» ‘la ciliegia’; esito di r + consonante assimilata a quella che segue «genti ca sa fa ’lliccannu a sadda»; retroflessione nella pronuncia dei nessi tr e str in ţ come in «ţrivulu» ‘lamento, malaugurio’ o «sţringeunu» ‘stringevano’; esito nessi -LJ- in gghi come in «cunsigghiari» ‘consigliare’; rotacizzazione di d in r in «viru» ‘vedo’ (esempi da ’A Finestra).

Dal punto di vista stilistico, è interessante notare come i pochi casi di disfemia nei testi si trovano solo in contesto dialettale: uno in ’A finestra: «vannia un vecchiu tintu» (‘grida un vecchio stronzo’) e l’altro in Tano «evitiamo domande ca’ è stancu / pe’ sparari minchiati» (‘evitiamo domande che è stanco / di sparare minchiate’ – ma nel senso di ‘bugie’). Come emerge anche dalle sue dichiarazioni, Consoli ricorre alla disfemia nei brani in siciliano per esigenza espressiva e di realismo: «Il siciliano anche se parlato da persone colte, emancipa dalla formalità. Un insulto in italiano è offensivo, mentre un insulto in siciliano fa ridere, ti spinge a rispondere perché ha un che di ironico. Si tratta di sfumature che ampliano, danno colore alla lingua italiana»[21].

La produzione dialettale di Carmen Consoli, letta alla luce delle dinamiche tra autobiografia artistica e autobiografia linguistica, si presta a ulteriori riflessioni se si considera il ruolo della lingua come dispositivo di messa in scena del sé. In questo senso, il dialetto non è soltanto un codice alternativo all’italiano, ma uno spazio simbolico in cui si articolano identità multiple, tensioni culturali e strategie espressive.

Un primo elemento da approfondire riguarda la funzione performativa del dialetto. Nei brani in siciliano, Consoli non si limita a scegliere la lingua, ma la mette in scena come voce incarnata, spesso legata a personaggi specifici. Questo aspetto è particolarmente evidente nei testi narrativi, in cui il dialetto contribuisce a costruire un effetto di autenticità e verosimiglianza. La lingua diventa, così, un marcatore sociale e culturale: chi parla in dialetto appartiene a un mondo preciso, connotato geograficamente e simbolicamente. Ma chi canta in dialetto è anche Consoli stessa. Come ha dichiarato nella presentazione dell’album Elettra alla FNAC di Milano (30/10/2009), a quella finestra del brano omonimo c’è la stessa Carmen, che con il dialetto osserva la città e la società del contesto siciliano che la circonda.

In questa prospettiva, la produzione dialettale può essere letta come una forma di teatro linguistico, in cui l’autrice alterna registri e codici per differenziare le voci e i punti di vista. L’autobiografia artistica si intreccia, quindi, con una dimensione quasi drammaturgica: Consoli non racconta solo sé stessa, ma costruisce un coro di figure che riflettono, amplificano o mettono in discussione la sua esperienza.

Il rapporto della Cantantessa con il dialetto si può riassumere evocando un’intervista del 12 luglio 2003 a Pordenone, dove parla del siciliano come sua Lingua 2[22].

Figlia di una veneta e di un siciliano, in casa parlava soprattutto italiano. Dai 13 ai 19 anni studia inglese per tre mesi l’anno. Ma Consoli dichiara di studiare anche il siciliano, definendolo «difficile» e racconta le critiche ricevute dopo Masino, dove aveva usato la terza persona singolare del passato remoto di rompere «ruppi» e non «rumpìu». L’intervista termina con una riflessione per cui Consoli dichiara che «la lingua ha su di me un certo tipo di sound» e di come influenzi la grana della voce. È significativo, in questo senso, che Consoli abbia bisogno di studiare il dialetto, riconoscendone la complessità e la distanza rispetto alla propria lingua d’uso quotidiana. Questo dato rafforza l’idea di un’autobiografia linguistica non immediata o spontanea, ma costruita attraverso un processo di acquisizione e rielaborazione. Il dialetto diventa, quindi, anche una lingua scelta, oltre che ereditata. L’eredità, d’altronde, viene cercata non solo fra le mura domestiche ma anche nelle radici della canzone folk in siciliano.

In una lezione sulla musica popolare, tenuta il 29 maggio 2011 all’Auditorium Parco della musica di Roma, Consoli spiega come la musica regionale e dunque anche quella siciliana, per esempio quella di Rosa Balistreri, rappresenti la vera essenza della musica pop:

La mia vera scuola è il palco. Io vengo da un certo tipo di formazione e credo molto nell’incontro tra musicisti che provengono da diversi mondi e da diverse esperienze. Credo nella contaminazione perché nella contaminazione vi è la possibilità di arricchimenti, vi è la possibilità della fusione di sensibilità musicali… mi faccio accompagnare da vari protagonisti della musica popolare. Cos’è la musica popolare? La musica popolare è ciò che nasce spontaneamente dal popolo. Io non sono proprio una protagonista di rilievo di questo genere ma sento nel mio DNA, in qualche modo, un qualche residuo. Oggi è importante sottolineare l’esigenza del recupero della memoria. Io credo che la nostra società sia sorda a questa ricchezza. La musica popolare rischia di essere relegata in polverose, in impolverate soffitte e me ne sono resa conto nel momento in cui entrando in certi negozi di musica trovo relegati nei reparti regionali degli artisti di fama internazionale. La nostra musica popolare viene considerata regionale in Italia, non vi è una grandissima attenzione, vi è quasi più attenzione all’estero […].

Il progressivo aumento della componente autobiografica nella produzione consoliana coincide con una maggiore attenzione al recupero delle radici e con il consequenziale incremento dell’uso del siciliano. Il dialetto si configura, allora, come lingua della memoria, capace di attivare un immaginario legato all’infanzia, alla famiglia e alla tradizione orale. Non si tratta di una memoria puramente individuale, ma collettiva, che rimanda a pratiche, racconti e forme di vita condivise.

Per concludere

L’analisi della produzione di Carmen Consoli mostra come autobiografia artistica e autobiografia linguistica siano profondamente intrecciate. La lingua, infatti, non rappresenta un semplice strumento espressivo, ma uno spazio in cui si costruisce e si negozia l’identità.

Uno degli aspetti più evidenti, anche se fino ad Amuri luci più marginale, è l’uso del dialetto siciliano, che compare accanto all’italiano standard. Questa alternanza linguistica non è casuale: riflette la sua origine catanese e diventa uno strumento per esprimere sfumature emotive più intime. Il dialetto, infatti, permette di evocare radici profonde, relazioni familiari e allo stesso tempo una dimensione quasi orale e ancestrale del racconto universale.

L’autobiografia linguistica si manifesta anche nella scelta dei temi: l’infanzia, la famiglia, la condizione femminile e la memoria collettiva della Sicilia. La lingua diventa, quindi, uno spazio di resistenza e affermazione, soprattutto quando l’artista dà voce a figure in parte dimenticate, come Rosa Balistreri.

Anche sul versante dell’italiano, Consoli utilizza spesso un lessico ricercato e costruzioni sintattiche che richiamano la tradizione letteraria, mescolandole con espressioni popolari. Questo incontro tra alto e basso riflette un’identità plurale: quella di un’artista che si muove tra cultura còlta e cultura popolare.

In sintesi, nelle canzoni di Carmen Consoli l’autobiografia linguistica non è solo racconto di sé, ma diventa racconto di un’intera comunità. La lingua, nelle sue variazioni e contaminazioni, si trasforma in uno strumento potente per esprimere appartenenza e memoria, ma anche trasformazione personale.

 

  1. Intervista di F. Guglielmi a C. Consoli del 23/09/2021 su «Billboard Italia»; è possibile leggerne un estratto all’URL: https://billboard.it/interviste/carmen-consoli-volevo-fare-la-rockstar-intervista/2021/09/2374739/ (ultima consultazione: 10/03/2026).
  2. Il presente articolo ricalca un intervento al Convegno dell’American Association Teachers of Italians tenutosi all’Università di Princeton (NJ) il 26 aprile 2025, quando Amuri Luci, al quale pure si farà qualche cenno nel corso della trattazione, non era ancora uscito. Desideriamo ringraziare l’AATI e in particolare l’organizzatore del panel, Gaspare Trapani, e tutte le partecipanti e i partecipanti per il proficuo scambio avvenuto in quei giorni di discussione al campus. Sull’appellativo di Cantantessa si veda P. D’Achille, La Cantantessa è una (e gli Studentessi sono solo canzonette), in «Italiano digitale», VIII, 2019/1 (gennaio-marzo), pp. 13-15.
  3. Cfr. F. Guglielmi, Quello che sento, Il mondo, i pensieri, la musica di Carmen Consoli, Firenze, Giunti, 2006 (prima edizione 2001); E. Raugei, Fedele a me stessa, Roma, Arcana, 2010.
  4. P. Lejeune, Il patto autobiografico, Bologna, il Mulino, 1986.
  5. D. Accolla, Mito e regionalità nell’onomastica di Carmen Consoli, in «Il nome nel testo», XIV, pp. 141-50: 142.
  6. F. Guglielmi, Carmen Consoli. Quello che sento, op. cit., p. 149.
  7. F. Guglielmi, Carmen Consoli. Quello che sento, op. cit., p. 159.
  8. Ibidem.
  9. E. Raugei, Fedele a me stessa, op. cit., pp. 84-85.
  10. E. Raugei, Fedele a me stessa, op. cit., p. 196.
  11. A. Laffranchi, «Carmen Consoli: “Volevo fare la rockstar contro sovranismo e fascismo”», in «Corriere della Sera», 21 settembre 2021.
  12. Così L. Coveri, L’italiano e le canzoni, Accademia della Crusca, 27/1/2012 (ultima consultazione 8/3/2026), che prosegue: «mai come nelle sue composizioni la musica appare al servizio del testo, e non viceversa. Un vero, radicale, “smascheramento”». Ancora Consoli: «Spesso mi lascio trascinare dalla ricerca del vocabolo più prezioso, non per un valore estetico. Io penso che quando si scrive il testo di una canzone, se hai un concetto e cerchi l’aggettivo più prezioso per definirlo, non lo rendi artificiale, lo rendi lavorato e ciò non toglie autenticità a ciò che scrivi» (cit. in M. Rapisarda, La «parola cantata» in Carmen Consoli, in Poesia e musica, XXVII Premio Brancati Zafferana, Atti del Convegno, 27-30 settembre 2006, a cura di R. Verdirame, Catania, CUECM, 2009.
  13. S. Piras, «Vorrei dire due parole». Analisi lessicale e stilistica della lingua delle canzoni di Carmen Consoli, Tesi di Laurea, Università di Cagliari, rel. R. Fresu, a. acc. 2007/2008; e B. Giannelli, «Fedele a me stessa». Un’analisi lessicale e stilistica delle canzoni di Carmen Consoli, Tesi di Laurea magistrale, Università di Pisa, rel. M. Maggiore, corr. F. Franceschini.
  14. Come l’onomastica in D. Accolla, Mito e regionalità dell’onomastica di Carmen Consoli, op. cit.; su Besame Giuda all’interno di un percorso sulla lingua della canzone scritta e interpretata da cantanti donne: V. Ricotta, «Una donna con la D maiuscola». Analisi di “Bésame Giuda”, in «Italiano digitale», XI, 2019/4, ed Ead., Volevo fare la rockstar» di Carmen Consoli: una lettura linguistica, in «Lingua Italiana», 12 gennaio 2022; E. Tonani, «Quando un pensiero corre libero e scomposto». Note socio-linguistiche sui testi di cantautrici pop italiane degli anni Duemila, in «Diacritica», 2025, pp. 56-57.
  15. Sulla struttura e i vincoli della canzone si veda L. Zuliani, L’italiano della canzone, Roma, Carocci, 2018.
  16. G. Antonelli, Ma cosa vuoi che sia una canzone. Mezzo secolo di italiano cantato, Bologna, il Mulino, 2010; R. Sottile, Dialetto e canzone. Uno sguardo sulla Sicilia di oggi, Firenze, Cesati, 2018.
  17. E. Guidotti, Carmen Consoli. Bambina impertinente, Genova, Editrice Zona, 2001, p. 53.
  18. E. Raugei, Fedele a me stessa, op. cit., p. 197.
  19. P. Talanca, Cantautori novissimi: Carmen Consoli. «In fatto di musica sono onnivora», in «Le Bielle Interviste», 2008: https://www.bielle.org/2008/Interviste/CarmenConsoli_Talanca_int.htm (ultima consultazione: 6 marzo 2026).
  20. Si veda B. Giannelli, «Fedele a me stessa». Un’analisi lessicale e stilistica, op. cit.
  21. E. Raugei, Fedele a me stessa, op. cit., p. 197.
  22. Cfr. l’URL: https://www.youtube.com/watch?v=-b7BykRaUdo (ultima consultazione 10/03/2026).

(fasc. 60, 25 maggio 2026)

«Una traccia, un disegno»: autobiografia e rappresentazione dell’io nella discografia di Renato Zero

Author di Sacha Piersanti

Abstract: Il contributo ha l’obiettivo di illustrare la discografia di Renato Zero in modo “laterale”, e cerca di vedere al suo interno, cinquantennale, una sorta di racconto autobiografico che passa attraverso la consapevolezza dell’autore non solo di raccontare e raccontarsi in musica, ma anche di farsi figura paradigmatica per l’ascoltatore, secondo un’ottica di continua osmosi identificativa tra “io” e “tu”.

Abstract: The paper aims to examine Renato Zero’s discography from a “lateral” perspective, seeking to identify within his fifty-year body of work a form of autobiographical narrative that unfolds through the author’s awareness not only of narrating and narrating himself through music, but also of positioning himself as a paradigmatic figure for the listener, within a framework of continuous identificatory osmosis between “I” and “you”.

Un’introduzione

«Io sono io, / ma un evento poi non è»: cantava così, nel 1974, Renato Zero, nel ritornello di uno dei suoi brani meno noti, meno fortunati e più riusciti, L’evento[1], ballad dalle tinte un po’ folk un po’ prog, inquietante e liberatorio insieme, che, mentre condannava l’ipertecnologismo e il turbocapitalismo rampanti che poco a poco avrebbero – hanno – squalificato umanità e umanesimo tra i protagonisti del cosiddetto progresso («Corre l’astronave alla conquista di uno spazio in più / mentre qui per l’uomo non c’è posto»), in controluce rifletteva pure, e radicalmente, sullo statuto di quest’io, iato e raglio pronominale così tanto famigliare da esserci ancora e continuamente estraneo. Un io, il suo, qui, che si dichiara e al contempo si sottrae, che s’impone presenza ma negando la propria eccezionalità, centro del discorso ma non-evento: una particella eminentemente pragmatica, priva di referenza stabile, destinata a essere riempita e continuamente riconfigurata nel qui-e-ora di ogni specifica realtà di discorso, secondo una logica che la linguistica dell’enunciazione ha da tempo messo in luce[2].

È precisamente su questo statuto dell’io, e sulle implicazioni che il suo uso comporta all’interno della forma-canzone, che occorre prima di tutto soffermarsi. Che io è, quello che dice “io” nelle canzoni di Renato Zero? che tipo di soggettività costruisce e si costruisce, propone, lungo un percorso discografico che attraversa oltre cinquant’anni di storia musicale e culturale italiana?

Per quanto possa apparire scontato imbattersi in un io-che-dice-io nella musica leggera, in cui l’uso della prima persona singolare sembra quasi obbligato, se non costitutivo, nel caso di Renato Zero quest’io presenta un grado di specificità che merita di essere messo a fuoco. Ad ascoltarla tutta, e tutta insieme, infatti, la discografia zeriana restituisce l’impressione di un vero e proprio percorso – si legga pure “racconto” – autobiografico, costruito per tappe riconoscibili, che non risponde soltanto alla voglia o alla volontà dell’autore di raccontare e raccontarsi in musica, ma mira progressivamente a farsi figura paradigmatica, punto come di raccolta e certo di riferimento per una pluralità di altri io che a quella figura guardano, all’inizio con sospetto, poi con sempre maggiore curiosità, infine con devozione[3].

Un io che, ancora, mentre si espone, ogni volta che si espone, chiama costantemente in causa un tu, e nel chiamarlo non solo lo riconosce, ma lo costituisce, in una sorta di interscambio d’identità, anzi, di vera e propria co-costruzione delle identità, che sembrerebbe essere non solo elemento fertile in termini di creazione o ispirazione artistica, ma anche cardine e ragione profonda di un successo e di una popolarità che, fatta salva la fisiologia di un periodo di crisi, non sono mai venuti meno.

Più che due premesse

Prima di addentrarci in questo percorso, non saranno inutili, e anzi ci sembrano necessarie, due piccole premesse. La prima riguarda la natura profondamente teatrale dell’esperienza artistica di Renato Zero. Già in un precedente studio abbiamo avuto modo di affrontare quello che definivamo il suo «specifico teatrale»[4], leggendo la sua scrittura come scrittura scenica e l’intera sua proposta artistica come quella di un solido uomo di teatro, prima ancora che di un cantante o cantautore.

In quella sede emergevano con chiarezza una serie di tecniche registiche e, soprattutto, di dispositivi drammaturgici (al di là degli elementi più macroscopicamente scenici, quali i costumi, le maschere, il trucco, le scenografie ecc., infatti, ciò che più radica nel dominio del teatro la proposta artistica di Zero è la direzione puntualmente drammaturgica che la sua penna prende in fase tanto di elaborazione dei brani quanto di preparazione degli spettacoli-concerto[5]) che incidono direttamente sulla natura della sua autobiografia-in-musica e sulla configurazione dell’io: degli io. Il teatro, sarà banale dirlo ma conviene ricordarlo, costituisce il luogo per eccellenza della finzione «che sembra verità»[6] o, viceversa, del vero che si manifesta grazie alla finzione, lo spazio a un tempo tangibile e mentale in cui chi si dice io mente e insieme dice il vero, secondo una tensione strutturale che investe tanto il piano enunciativo quanto quello ontologico. Nel caso di Zero, l’adozione consapevole e sistematica della dimensione teatrale, amplificata, tra l’altro, dall’uso di (più che) uno pseudonimo[7] e da una popolarità di massa, rende l’autobiografia un campo instabile, attraversato da continui slittamenti tra persona anagrafica e creatura scenica[8].

A complicare ulteriormente il quadro, ribadendo “teatro” più che “teatralità”, interviene poi un dato spesso sottovalutato: l’esperienza discografica di Zero nasce sulla scena prima che sul disco. No! Mamma, no!, album d’esordio del 1973, viene infatti registrato dal vivo, e fin dall’inizio ogni diversa tournée – ogni messa-in-scena – comporta un approfondimento, una riattivazione, dell’autobiografia in musica. Il concerto, cioè, nel caso di Zero, non è mai mera esecuzione o proposta o promozione, ma campo e macchina narrativa che non a caso recupera brani del passato, li risemantizza e insieme introduce inediti per scelta non incisi su disco, che non servono, come sarebbe lecito immaginare, ad anticipare futuri sviluppi discografici, ma anzi hanno il dichiarato scopo di certificare nuovo progresso (o riflusso) autobiografico. A partire soprattutto dalla metà degli anni Duemila, lo anticipiamo, questi inediti assumono una connotazione sempre più esplicitamente meta-autobiografica, concentrandosi esplicitamente sul rapporto tra gli io: di Zero con sé stesso (uomo e personaggio) e di Zero con il pubblico.

La seconda premessa, d’obbligo considerando il successo critico che hanno gli studi dedicati alla cosiddetta autofiction[9], riguarda il rapporto tra autobiografia e finzione. Più che interrogarsi sul grado di verità o menzogna dell’io che parla, scrive o canta, ci è sempre sembrato e ci sembra sempre più produttivo assumere che ogni opera d’arte – sia pezzo, passo o pagina di libro, brano o di canzone – costruisca un mondo dotato di una propria irriducibile realtà, né più né meno “vera” di quella empirica, in cui l’io che dice io è certo sé stesso e insieme, però, sempre anche altro da sé: una soggettività che si espone come singolare, ma che funziona anche come dispositivo di proiezione e identificazione per i tu che di quell’opera fruiscono.

Nel caso di Renato Zero, tale dinamica risulta non solo particolarmente evidente ma proprio sistematica, al punto da poter essere assunta come chiave interpretativa privilegiata del suo intero percorso artistico. L’io zeriano, infatti, specie agli inizi della sua carriera, quando si presentava nelle vesti di un ambiguo saltimbanco sospeso tra diabolico e onirico, si offre come sorta di parafulmine, tanto emotivo quanto simbolico, per una comunità di ascoltatori che, attraverso di lui, riconosce, affronta ed elabora le proprie pulsioni, i propri desideri, fossero anche ferite o indicibili ossessioni. L’autobiografia, lungi dall’essere confessione privata, ben più profondamente che specchio o riflessione, diventa insomma spazio di autentica co-costruzione identitaria. Co-costruzione che sembra articolarsi e progressivamente svilupparsi lungo due direzioni, convergenti e complementari. Da un lato, quella che potremmo definire una traiettoria della responsabilità, che, semplificando, muove dall’io verso il tu: l’artista Renato Zero espone il proprio io, raccontandolo/raccontandosi protagonista di una «favola»[10], certo dotato di specificità e singolarità tutte personali, ma a ben vedere forte di una statura anche etica[11] che a un’ineguagliabile individualità preferisce un fertile simbolismo, allo sfogo personale una vera e propria missione, in totale, sempre ribadita e rivendicata, proiezione verso l’altro. Interpella, rassicura, Zero, incita e chiama in causa, fino a farsi rappresentante e portavoce, assumendo su di sé le istanze, anche taciute, di chi ascolta: ciò che il tu non può o non osa vivere viene mostrato e risolto sulla scena, secondo una dinamica che richiama esplicitamente, ora edulcorato grazie a grottesco e ironia[12] ora invece prepotentemente esibito[13], il meccanismo del sacrificio, del capro espiatorio.

Dall’altro, una traiettoria inversa, uguale per intensità e pregnanza, che dal tu muove verso quell’io: il pubblico che riconosce, legittima, non solo contribuisce a dare credito (e fama) alla figura di Zero, ma la sostanzia, in un gioco – serissimo – di specchi e responsabilità condivise che ha la natura e la forza del patto[14]. È in virtù e alla luce di questa duplice, irriducibile traiettoria che, tra l’altro, nel corso degli anni, si fonda e proprio si struttura la compagine dei cosiddetti “sorcini” [15], termine che non indica semplicemente un fandom, ma una comunità affettiva che compartecipa attivamente alla costruzione e ricostruzione tanto dell’io zeriano quanto di quello che potremmo tranquillamente chiamare “io collettivo”.

A rendere ancora più complessa, e accattivante, questa dinamica interrelazionale, alla bidirezionalità della traiettoria io 🡨 🡪 tu sin dagli esordi s’innesta il rapporto tra i due “Renato”: Fiacchini, l’uomo e l’artista, e Zero, autentico e letterale alter ego. “Zero”, infatti, non è soltanto, come istintivamente verrebbe da pensare, un nome d’arte, ma vera e propria creatura scenica, che cresce e si connota fino alla coesistenza di due istanze soggettive che si contaminano reciprocamente, reciprocamente si sfidano, reciprocamente si supportano[16]. Questa bifidità dell’io («Zero a Zero / […] / e due uomini qui dentro»[17]) riproduce e insieme risolve la tensione io-tu, poiché la relazione con il pubblico viene interiorizzata come dialogo interno, col risultato di trasformare (banalizziamo) la meta-relazione tra vita e arte in struttura portante e vero e proprio tòpos dell’autobiografia in musica che l’intera discografia di Renato Zero racconta.

Cinque età, una crisi, una storia

Alla luce di queste osservazioni, dunque, andiamo ad attraversare rapidamente per intero la discografia di Zero, come lungo un percorso scandito nelle classiche età della vita, a fare da snodo delle quali è possibile riconoscere un’“età della crisi” che produce, non a caso, un radicale cambiamento in termini tanto di look quanto di proposta musicale. Si tratta di una suddivisione, chiaramente, arbitraria, che però ci pare euristicamente produttiva, in quanto consente di cogliere con maggiore chiarezza tanto le trasformazioni del racconto (meta)autobiografico quanto quelle della relazione (delle relazioni) tra gl’io di cui s’è detto.

L’infanzia (1973-1976)

Un esordio che è, certo, vagito ma che non significa ingenuità espressiva è No! Mamma, no! (1973), con un io che si presenta al mondo già consapevole e fortemente riflessivo, affondando le proprie radici nell’esperienza diretta del giovanissimo Renato Fiacchini che decide di convivere in pubblico con l’appena nato Renato Zero. «Chiuso dentro ad un barattolo / sono stato chiuso in un barattolo / per vent’anni e trentamila secoli / […] / Ma ora passo tutto il giorno a ridere / della gente chiusa nei barattoli […]», canta infatti nel brano d’apertura, Paleobarattolo, che assume proprio la funzione di un incipit romanzesco: non solo avvio della storia artistico-personale («per vent’anni»), ma atto fondativo dell’io narrante, che si presenta immediatamente come figura esemplare, sineddoche dell’intera umanità («e trentamila secoli»).

L’uscita dal «barattolo», metafora trasparente del conformismo e dell’omologazione, coincide con il primo gesto di differenziazione, realizzato attraverso maschere, colori, dissonanze, secondo una dinamica che oppone sin da subito identità e norma. Ancora più rivelatrice, sul piano della costruzione del racconto autobiografico, è l’apertura del lato B con Nell’archivio della mia coscienza, viaggio a recuperare immagini e memorie che inizia ex abrupto («Poi un pensiero si fa strada / nella mente mia annebbiata») e prosegue fino alla riscoperta e alla riappropriazione («C’è un veliero impolverato / che da piccolo chiamavo / con il nome di speranza»), segnalando come narrazione e introspezione, vita e racconto-di-vita coincidano. L’io, una volta affermata la propria esistenza, si volge qui già alla memoria, la ricostruisce, dichiarando implicitamente che l’identità non è mai data, ma sempre – appunto – frutto di racconto, di scambio: di relazione.

Questo gesto identificativo-fondativo trova pieno sviluppo nel 1974 col secondo album di questa prima fase, Invenzioni, e in particolare con la sua apertura, Qualcuno mi renda l’anima, in cui uno dei traumi più violenti della biografia di Renato (un tentativo di abuso sessuale subito all’età di dieci anni) viene tradotto in monologo-sfogo musicale («Ma / perché è toccato a me? / Tra tanta gente / io! / Ma / che cosa c’entro io / con quella gente, / Dio!») che, tuttavia, sa aprirsi e andare oltre. Il trauma individuale, infatti, non resta confinato nella dimensione dell’io, ma viene progressivamente universalizzato, come dimostra il passaggio dalla prima persona singolare alla prima persona plurale poco prima del finale: «Cresciuti / con un sorriso addosso, / bambini / ormai non siamo più». Siamo di fronte, qui, a uno dei più tipici slittamenti della voce di Zero, che drena e trasforma l’autobiografia in racconto collettivo, rendendo esorcizzabile il trauma, e l’esperienza individuale paradigma condivisibile.

Con Trapezio (1976) il racconto infantile si chiude, ma non senza introdurre elementi che prefigurano le fasi successive. Il passaggio a una maggiore teatralizzazione tanto delle sonorità quanto dell’interpretazione vocale dell’intero concept rafforza l’idea della creazione come atto performativo totale nonché compiuta dichiarazione di esistenza, come esplicitato nel recitativo che suggella Il caos:

Per attimi rimango sospeso nel vuoto. Giuro: qualche volta mi sento perduto. Io mi fido solo del mio strano istinto: non mi ha mai tradito […] Volo sul trapezio rischiando ogni giorno, eroe per un minuto, poi bestia ritorno. Poi ancora sul trapezio ad inventare un amore: magari è solo un’invenzione per non lasciarsi morire.

Tematizzato così il rischio e il tentativo di resistere simbolicamente alla morte attraverso la (continua) costruzione dell’identità, con questo vero e proprio monologo interiore possiamo considerare conclusa l’infanzia del racconto zeriano: un’infanzia emotiva, lirica, ma già fortemente strutturata come narrazione (meta)autobiografica.

L’adolescenza (1977-1979)

Il 1977 segna l’inizio di una nuova fase, caratterizzata (storicamente) dall’esplosione della cosiddetta “zerofollia” e (artisticamente) da una trilogia di titoli accomunati dall’utilizzo del termine “zero” come prefissoide o suffissoide, a certificare l’autonomia e la totale primazia dell’alter ego all’interno tanto del racconto del sé quanto di quello dei suoi fan.

Si parte con Zerofobia, che si configura come narrazione conflittuale, infernale, lotta costante contro stereotipi, tabù e forme di normalizzazione, in continuità con Paleobarattolo e gli episodi precedenti, ma con una consapevolezza scenica e un furore ormai sempre più specifici[18]. Fa eccezione, non a caso, l’unico brano dichiaratamente autobiografico e che qui conta rilevare: Vivo, canzone-manifesto che allenta la tensione per riaffermare la scelta di vita come gesto primario, a un tempo creativo e narrativo: «Vivo / il mio alibi è che / vivo: / tentazioni e mai la volontà / di finirla qua. / Vivo!».

Col disco successivo, Zerolandia (1978), il racconto compie un ulteriore passo avanti: dalla “paura-di-Zero” si passa alla “terra-di-Zero”, fondazione di uno spazio talmente emotivo da finire per essere fisico, condiviso e da condividere. L’apertura con La favola mia rende incontrovertibilmente esplicito il dispositivo metanarrativo: la favola non è solo racconto, ma costruzione identitaria, luogo in cui l’artista si sottrae all’ordinario e a ogni rischio di destino («E mi trucco perché la vita mia / non mi riconosca e vada via»), portandosi dietro e rivolgendosi direttamente all’ascoltatore, chiamato in campo tanto quanto testimone quanto necessario complice: «La mia vita è nella stessa direzione: / Tu! / E mi vesto da re perché tu sia / tu sia il re di una notte di magia».

La trilogia dell’adolescenza si conclude con EroZero (1979), dove il gioco morfologico del titolo segnala ancora una fiera trasformazione dell’io narrante: «ero uno zero», dice, e insieme si ridefinisce e proclama “eroe”. Qui l’autobiografia si fa più esplicita e documentaria, quasi filologica, con Rh negativo (acuto divertissement che prende le mosse dall’effettivo gruppo sanguigno dell’uomo Renato e da un episodio della sua vita vissuta e della sua morte scampata: appena nato, morente, fu salvato da una trasfusione[19]) e, soprattutto, Periferia, dove la propria difficile giovinezza ai margini più periferici di Roma si fa specchio e trama per la vita del tu che ascolta: «Un giorno poi / ti sveglierà / la strana voglia di andare / dietro quel sole / affinché scaldi anche te […]».

La giovinezza (1980-1982)

Tra il 1980 e il 1982 si colloca una nuova trilogia di doppi album (Tregua, Artide/Antartide, Via Tagliamento 1960-1965), che, simbolicamente, può coincidere col pieno della giovinezza. Con Tregua, titolo programmatico e, ai tempi, data l’onda sulla cui cresta imparava a nuotare, insieme prevedibile e sconcertante, Zero introduce una sospensione nel flusso del racconto, spogliandosi via via di lustrini e pirotecnie, e virando verso una scrittura più introspettiva.

Emblematica, a tal proposito, è Niente trucco stasera, che si pone come contraltare di La favola mia: se lì Zero si truccava per sottrarsi alla vita e con sé trasformava il tu suo sodale, qui chiede di spogliarsi del personaggio per mostrare la propria nuda verità, proiettandosi ancora una volta verso l’altro da sé, con toni significativamente più assertivi: «Perché tu creda ancora / che quest’uomo sia un uomo / non la tua bestia rara». Quest’urgenza (e coscienza: «Ti ho cercato / ti ho inventato») di reciproca identità umana e solo umana, trova compimento in Grazie a te, primo esplicito atto di riconoscimento della comunità dei “sorcini”, dove l’io narrante rivendica e si ribadisce portavoce del tu («Perché quei mali tuoi / furono un tempo i miei») fino però a trasformare l’auto-biografia in etero-biografia, in cui tra l’identità dell’artista e quella del pubblico non c’è più distinzione: «Grazie a te / se ancora una volta ti confondi con me». E ancora, più struggente e talmente eloquente da non aver bisogno di commenti: «Queste luci che accendono me / se avrai occhi / faranno giorno anche a te»[20].

Se, poi, Artide/Antartide prosegue in questa direzione, istituzionalizzando il rapporto con il pubblico (I figli della topa, esilarante, ancorché non riuscitissimo, omaggio a «un mondo in mano ai sorci»), Via Tagliamento 1965/1970, si presenta come un grande esercizio di memoria narrativa, in cui la gavetta nello storico Piper di Roma viene ricostruita come mito d’origine, consolidando definitivamente tanto la natura autobiografica della ricerca artistica di Zero quanto l’essenzialità della relazione io-tu: «Al Piper Club / sono stato con te / quante notti a tracciare la via…» (Piper Club).

L’età della crisi (1983-1995)

Dal 1983 si apre una lunga fase di crisi[21], caratterizzata da un ripiegamento ancora più riflessivo e da tentativi di risalita, che si estende fino alla metà degli anni Novanta. In questa fase, il racconto sembra procedere per arresti e riprese, dubbi e traumi, come dimostra emblematicamente il brano Giorni, coda di uno degli album meno fortunati di Zero, Leoni si nasce (1984).

Caso più unico che raro, qui Zero mette in musica uno dei momenti più difficili della sua biografia non solo umana o artistica, ma anche politica: la chiusura, voluta dal Prefetto e dal Comune di Roma, del celebre Tendone di Zerolandia, tensostruttura che, per anni, aveva accolto tutti i suoi spettacoli, configurandosi come un vero e proprio “zeropianeta”, pronto ad accogliere i “sorcini” di tutt’Italia. Sconfitto dalla realtà (e dalla politica) [22], Zero qui non può far altro che chiedere aiuto, garantendosi esistenza e resistenza, senza autocensure né superomismi di sorta, tra amarezza e tenerezza («Sarà colpa mia / se sono prigioniero in una fotografia? / se da me accetterai / soltanto un’altra favola e non i miei guai?») chiamando in causa e responsabilizzando il suo tu: «Certo che mi rialzerò / ancora forte sarò / se ancora al mio fianco / ti vedrò».

Questo stesso senso di crisi, e questo stesso bisogno di riconoscere e riconoscersi e così salvarsi nell’altro da sé, caratterizza tutti gli album di questo periodo, trovando piena ed efficace messa in scena in Accade (Voyeur, 1989), monologo all’insegna di una disillusione («Quando vinci sono tutti là / si paga a caro prezzo ciò che credi sia lealtà. / Successo: / sei falso pure tu!») che però prelude a una definitiva, matura rinascita, nella quale e grazie alla quale l’io recupera armonia e sostanza identitaria tanto in sé quanto nell’altro («Inventarmi ancora, perché no? […] / Capirmi! / Capirti! / L’anima che è in me / di colpo esplode […]»).

Definitiva rinascita che possiamo riconoscere a tutti gli effetti compiuta nella dilogia L’imperfetto (1994) e Sulle tracce dell’imperfetto (1995): tra inediti polemici (Aria di pentimenti), struggenti (Nei giardini che nessuno sa) e più sbarazzini (Supersolo), Zero decide di recuperare, non a caso, quel Paleobarattolo da cui era iniziata l’autobiografia-in-musica, e di riuscire dal barattolo, con nuova, arricchita, sempre interdipendente («Ti ho spiata, ti ho incontrata / ti ho persa e ritrovata, / nel dolore / ti ho amata anche di più, / gente!»[23]) maturità.

Dalla maturità alla vecchiaia (1998-2026)

La maturità potremmo dirla aperta con Amore dopo amore (1998), disco che consolida e definitivamente blinda tanto la statura simbolica quanto il successo, anche commerciale, di Zero e che sfoggia in coda uno dei brani più meta- dell’intera sua discografia. Figaro, titolo direttamente mutuato dal Barbiere di Siviglia, dichiara senza ambiguità sia il senso di missione insito nell’attività artistica di Zero sia la funzione di specchio-paradigma dell’io rispetto al tu sia lo statuto di irriducibile realtà e di verità della (sua) canzone: «Nascono così le melodie / dalle lacrime tue, e quelle mie / e non sono soltanto bugie […] / Dal tuo mondo ti ruberò / e un concerto di te / farò».

Ma è Tutti gli zeri del mondo, disco principalmente di cover del 2000, che, per il nostro discorso e all’interno di questo percorso autobiografico, segna un momento di svolta essenziale. Tra gli inediti che puntellano l’album, infatti, ce n’è uno, Via dei Martiri, insieme racconto del passato e bilancio del presente, in cui accade qualcosa di nuovo, di decisivo: «Che se non pensavo a me / addio Renato! / Rimanevo ancora là […]», canta l’io, dando spazio per la prima volta in tutta la sua discografia al proprio antroponimo. Gesto, questo, che sigilla la portata autobiografica della sua proposta artistica, andando così anche a dichiarare la riconciliazione definitiva tra gli io. Non è un caso, allora, se dopo questo passaggio l’io Renato infila uno dietro l’altro dischi in cui l’elemento autobiografico si fa sempre più trasparente, dichiarato, documentabile, e sempre di più si concilia con quel tu cui pure sempre aveva guardato: dalla Curva dell’angelo (2001) ‒ che rievoca la morte del padre (Anima grande) ‒ a Cattura (2003) ‒ dove trovano spazio, tra le altre cose, una lettera al figlio adottivo (Figlio) e la denuncia delle morbosità dei rotocalchi e dei giornali(sti) scandalistici (L’altra sponda) ‒ fino a Il dono (2005), che riflette sulla propria intima spiritualità, Zero compie la propria maturità all’insegna della riappropriazione del sé, garantendo a quest’io solidità di nuovo, finalmente, anche anagrafica.

Un’anagrafe, però, che, come dicevamo, non significa ripiegamento su sé stesso né solipsismo o, nonostante le apparenze, egoriferimento: anzi. Nel momento in cui “Renato” viene a essere, per dir così, oggettivizzato all’interno della discografia[24], nel momento in cui quell’io si dichiara senza ambiguità col suo nome di battesimo, ecco che la dinamica identitaria si rafforza anche nei termini di quel tu di costante riferimento.

Tutta la più recente produzione di Zero (quella che, per comodità, facciamo rientrare nell’età della vecchiaia), infatti, non solo, com’è (quasi) scontato, si caratterizza per scelte riflessive e meta-riflessive dalla chiara impronta autobiografica (per tutti i dischi di questo periodo valga il titolo di quello del 2023: Autoritratto, per tutti i brani questo passaggio di Zero il Folle, 2019: «Ero nato per essere niente / il mio io non piaceva a nessuno / ho cercato, ho cercato, ho cercato:/ e mi sono trovato […]»), ma anche per un esplicito e urgente bisogno di, potremmo dire, eterodeterminazione: quel tu, insomma, non solo viene sempre di più invocato, ma sempre di più sembra essere necessario a che Renato esista e ri-esista davvero. E sulla scena.

Caso emblematico, in questo senso, è ciò che succede con Un’altra gioventù, brano che, quando dal disco (Presente, 2009) passa al live (ZeroNove Tour, 2009-2010), viene sensibilmente reinterpretato in uno dei suoi passaggi salienti: da «Nei pericoli e nei dubbi miei / amico tu ci sei» a «Nei pericoli e nei dubbi miei / Renato tu ci sei»[25]. Smottamento minimo, si direbbe, ma che in realtà sancisce quel senso di bidirezionalità narrativo-autobiografica di cui parlavamo in apertura: sei tu, l’io, sembra intendere Zero – sei l’io, tu. Che a fare interferenza, poi, siano proprio quei due termini, “amico” e “Renato”, non ci sembra in fondo un caso: oltre chiaramente a rievocare uno dei titoli più celebri di questa discografia (Amico), una simile scelta ha qualcosa a che fare col senso di tutta la ricerca – certo d’istinto e mai d’accademia, di slancio e mai teorizzata – di Renato Zero, che, ne siamo convinti, troverebbe perfettamente aderenti alla propria poetica le parole che di recente ha ricordato Agamben: «La sola definizione dell’amicizia che mi pare accettabile è quella antica, che vede nell’amico un alter ego, un altro io (“alter ego est amicus”)[26]».

Una conclusione provvisoria

Mentre scriviamo queste note, Zero è ancora una volta in tour, e, di certo, fare critica o anche solo aneddotica con l’ultracontemporaneo – si dica pure col vivente – è sempre poco consigliabile. E però e perciò ci sembra giusto e proprio utile chiudere segnalando che è con L’OraZero In Tour (2026) che questo percorso (meta-)autobiografico che abbiamo tentato di mettere a fuoco prende, ancora, una svolta radicale.

A chiudere questa serie di concerti, Zero canta l’inedito Resta con me, dedicato esplicitamente alla madre, Ada Pica, il cui volto viene proiettato su un maxischermo. Volto tra le stelle, che da statica fotografia prende vita, si anima, e animandosi guarda il figlio e ne guida lo sguardo, configurandosi come ideale continuing bond, in cui elaborazione del lutto, memoria e identità si compongono in un unico, potente gesto scenico e affettivo. «È a quest’età che mi manchi di più», canta Zero, qui, chiudendo in un soffio di recita con «mamma», a suggellare una struttura profondamente circolare, dove il racconto dalla vecchiaia ritorna all’infanzia: dall’io torna al tu. E da quel tu ricomincia.

Sacha Piersanti

 

  1. R. Zero, R. Conrado, R. Zero, L’evento, in Invenzioni, RCA Italiana 1974.
  2. Cfr. E. Benveniste, La natura dei pronomi, in Id., Problemi di linguistica generale, Milano, Il Saggiatore, 2010, trad. di M. Vittoria Giuliani, pp. 301-308.
  3. Per quella che fu, è stata ed è, nel corso degli anni e dei decenni, la ricezione/percezione del personaggio Renato Zero da parte del pubblico si veda almeno A. Pedrinelli, Universo Zero, Firenze, Giunti, 2015.
  4. Cfr. S. Piersanti, Zero, nessuno e centomila. Lo specifico teatrale nell’arte di Renato Zero, Roma, Arcana, 2019; 2022.
  5. Ivi, pp. 67-114.
  6. G. Garvarentz, C. Aznavour, G. Calabrese, L’istrione, in Tutti gli zeri del mondo, Fonòpoli/Sony Music, 2000.
  7. Renato Fiacchini, all’anagrafe.
  8. Cfr. S. Piersanti, Zero, nessuno e centomila. Lo specifico teatrale nell’arte di Renato Zero, op. cit., pp. 127-28.
  9. Per una panoramica completa su autofiction e suoi derivati (e precedenti presunti), si veda l’esaustivo V. Colonna, Autofiction & autres mythomanies littéraires, Paris, Éditions Tristram, 2004.
  10. Termine chiave e passe-partout, questo, per approcciare e subito cogliere il senso profondo di gran parte della discografia di Zero: cfr. almeno l’iconico brano La favola mia, del 1978, e le tournée La favola di EroZero (1979) e Figli del Sogno (2004).
  11. Cfr. A. Pedrinelli, Universo Zero, op. cit., p. 64.
  12. È il caso, per fare solo un esempio tra i molti, della messa in scena di episodi di violenza domestica come L’ambulanza nello spettacolo Zerofobia del 1977.
  13. È il caso di Sogni nel buio, monologo di un feto abortito, che apriva, con scandalo, lo spettacolo Tutto Zero del 1996.
  14. Eloquente e definitivo, in questo senso, è Una canzone da cantare avrai, brano tra i più recenti che vale la pena riportare quasi per intero: «Dischi d’oro e trofei non li troverai appesi, / solo nude pareti, l’essenzialità / mentre i volti ed i nomi rimangono accesi. / Le carezze e gli schiaffi non li scorderò: / è così che si cresce, sbagliando un po’. / Per sfuggire al destino compongo canzoni / e mi invento emozioni se mai non ne avrò / e mi piace inseguire impossibili storie / mantenendo gli alibi di sempre / finché avrò un movente / insisterò. / Dammi forza / e trasmettimi sicurezza, / l’ansia torna / di domani non v’è certezza. / Scelsi di vivere qui / di cavalcare la precarietà, / sarò l’ultimo degli idealisti, lo zero che vedi. / […] / Nessuno conoscerà mai quella felicità! / Nessuno, a parte noi, nessuno / […] / Segno tutto, ogni lacrima o movimento, / ciò che sento, / e quando manca atmosfera invento. / Accendo una luna lassù / e metto in scena una stella di più: / per colorarti la vita mi siedo e lavoro. / Se una missione non è / posso ben dire che è un piacere per me / alimentare passioni, speranze ambizioni e follie […]» (R. Zero, D. Madonia, Una canzone da cantare avrai, in Amo – Capitolo I, Tattica/IndipendenteMente 2013).
  15. Il termine, dal 2008, è anche ufficialmente tra i neologismi riconosciuti dalla Treccani (cfr. https://www.treccani.it/vocabolario/sorcino_(Neologismi)/, ultima consultazione: 5/02/2026).
  16. Per l’esempio principe di quanto stiamo dicendo, cfr. il film Ciao, Nì (1979).
  17. M. Nava, R. Zero, Zero a Zero, in Autoritratto, Tattica/IndipendenteMente 2023.
  18. Della messa in scena di Zerofobia (1977) c’è ancora, fortunatamente, traccia in rete: https://www.youtube.com/watch?v=Z67fKqEMFhw, ultima consultazione: 5/02/2026.
  19. Cfr. Renato Zero rivela: “Ho rischiato di morire appena nato”, in «Il Messaggero.it», 15 aprile 2016 (https://www.ilmessaggero.it/societa/persone/renato_zero_rischio_morte-1672355.html, ultima consultazione: 5/02/2026).
  20. Corsivi nostri.
  21. Più commerciale che veramente artistica: molti dischi di questo lungo decennio non hanno, ci sembra, nulla da invidiare a quanto fatto sia prima che dopo da Zero.
  22. Di questo, e dell’intera esperienza del Tendone di Zerolandia, Zero non ha mai smesso di parlare: cfr., ad esempio, F. Vacalebre, Renato Zero: “Il tempo passa, meglio viverlo”, in «Il Mattino.it», 7 aprile 2022 (https://www.ilmattino.it/spettacoli/musica/renato_zero_tempo_passa_meglio_viverlo-6613182.html, ultima consultazione: 5/02/2026).
  23. R. Zero, D. Baldan Bembo, Ancora gente, in Sulle tracce dell’imperfetto, Fonòpoli/Sony Music 1995.
  24. Da Via dei Martiri in poi sarà sempre più frequente: cfr., almeno, i brani Come mi vorresti (2003), La vacanza (2013) e Fortunato (2023).
  25. Cfr. https://www.youtube.com/watch?v=qW2cv9xxamE&list=RDqW2cv9xxamE&start_radio=1, ultima consultazione: 5/02/2026.
  26. G. Agamben, Amicizie, Torino, Einaudi, 2025, p. 17, corsivo nostro.

(fasc. 60, 25 maggio 2026)

“Amici non ne ho”: solo figlie per Loredana Bertè, generatrice di dissidenza

Author di Marzia D'Amico

Abstract: Questo articolo analizza l’opera di Loredana Bertè come un dispositivo critico capace di mettere in crisi le norme del decoro, della femminilità e della rispettabilità nella canzone pop italiana. A partire dagli anni Settanta, Bertè ha performato il proprio corpo e la propria voce come spazi di rischio e di negoziazione, esponendosi alla censura istituzionale e mediatica, ma anche a forme più sottili di autocontrollo imposte dal mercato discografico e dallo sguardo pubblico. Attraverso un approccio interdisciplinare che intreccia studi di genere, performance studies e teoria della voce, l’articolo mostra come le sue scelte estetiche – dall’uso abrasivo del timbro alla costruzione di personae dissidenti – producano un’estetica della vulnerabilità in cui la fragilità diventa gesto politico e risorsa generativa. L’analisi di brani quali Sei bellissima, Dedicato, Non sono una signora, e Amici non ne ho rivela come Bertè riscriva costantemente le categorie di genere, desiderio e identità nazionale, mobilitando ironia, allusione e risignificazione come pratiche di resistenza simbolica. L’articolo propone di leggere la canzone di Bertè come un laboratorio in cui la voce femminile si sottrae alla normalizzazione per diventare luogo di cura di sé e degli ascolti marginalizzati, capace di dare un senso di appartenenza a chi è outsider.

Abstract: This article analyses the work of Loredana Bertè as a critical dispositif capable of unsettling the norms of decorum, femininity and respectability within Italian popular song. Since the 1970s, Bertè has performed her body and voice as sites of risk and negotiation, exposing themself to institutional and media censorship, as well as to more subtle forms of self-regulation imposed by the recording industry and the public gaze. Drawing on an interdisciplinary approach that brings together gender studies, performance studies and theories of the voice, the article demonstrates how her aesthetic choices – from the abrasive use of vocal timbre to the construction of dissident personae – produce an aesthetics of vulnerability in which fragility becomes both a political gesture and a generative resource. Through analyses of songs such as Sei bellissima, Dedicato, Non sono una signora, and Amici non ne ho, the article shows how Bertè continually rewrites the categories of gender, desire and national identity, mobilising irony, allusion and resignification as practices of symbolic resistance. The article proposes reading Bertè’s song as a laboratory in which the female voice withdraws from processes of normalisation in order to become a site of care of the self and of marginalised listeners, capable of generating a sense of belonging for those positioned as outsiders.

Introduzione – Figlie di Loredana

La traiettoria artistica di Loredana Bertè ocupa un luogo singolare all’interno della canzone pop italiana: non solo come figura di rottura, ma come catalizzatrice di comunità marginalizzate che, pur non riconoscendosi nei codici della rispettabilità culturale e di genere, hanno trovato nella sua voce un punto di riconoscimento e di alleanza. Fin dagli esordi, Bertè ha performato un’identità eccedente e irriducibile, costruendo una postura artistica in cui unicità e collettività non si oppongono, bensì si alimentano reciprocamente. In un sistema mediatico che tende a isolare l’artista donna in narrazioni di eccezionalità o devianza, Bertè ha invece articolato un’idea di appartenenza radicale: essere “fuori posto” non significa essere sole, ma parte di un arcipelago di soggettività vulnerabili e resistenti. Le sue «figlie» – reali, possibili o immaginate – sono le ascoltatrici e gli ascoltatori che si riconoscono in un modo di stare al mondo segnato dall’eccesso, dalla frattura e dalla cura.

L’uso di «figlie di» anziché «figli di» non costituisce una semplice variazione lessicale né un gesto di inclusione linguistica superficiale, ma una precisa presa di posizione politico-grammaticale. In italiano, come in molte lingue romanze, il maschile plurale opera tradizionalmente come forma neutra e universale, assumendo implicitamente il maschile come misura del collettivo e relegando il femminile a deviazione o specificazione. Scegliere il femminile come forma estesa significa, dunque, interrompere questa naturalizzazione del maschile universale e rendere visibile il carattere storicamente costruito della neutralità linguistica. Dire «figlie» produce uno slittamento percettivo: ciò che normalmente resta implicito – la gerarchia tra genere grammaticale e soggettività politica – emerge come dispositivo culturale. Il femminile non funziona più come categoria minoritaria o derivata, ma come punto di enunciazione capace di ospitare soggettività plurali, anche eccedenti la differenza binaria di genere. In questo senso, il femminile opera meno come indicazione identitaria e più come posizione critica rispetto all’universalismo astratto. La scelta attiva, inoltre, una diversa configurazione genealogica. «Figli di» richiama una tradizione simbolica fondata sulla filiazione patriarcale, sulla trasmissione lineare dell’autorità e sull’eredità nominativa. «Figlie di», al contrario, introduce una genealogia laterale e relazionale, spesso invisibilizzata nella storia culturale: una genealogia fatta di cura, trasmissioni affettive, apprendimenti informali e riconoscimenti reciproci piuttosto che di successioni canoniche. Il termine non indica soltanto discendenza, ma affiliazione elettiva e riconoscimento situato. In tal senso, il femminile diventa uno spazio di reinscrizione simbolica: nominare «figlie» significa evocare genealogie alternative, riaprire archivi marginalizzati e destabilizzare le modalità attraverso cui la legittimità culturale viene storicamente attribuita. La grammatica smette di essere un semplice strumento descrittivo e si rivela pratica performativa, capace di produrre comunità immaginate e di ridefinire chi può essere chiamato a farne parte. La scelta linguistica diventa, quindi, un atto di cura e al tempo stesso di frattura: cura, perché costruisce uno spazio di riconoscimento; frattura, perché incrina l’automatismo del maschile universale e rende percepibile il lavoro politico inscritto nella lingua stessa.

L’opera di Loredana Bertè offre un laboratorio privilegiato per osservare come la voce femminile possa trasformare la precarietà in gesto creativo e politico. La canzone pop, lungi dall’essere un semplice intrattenimento, diventa nelle sue mani uno spazio di negoziazione continua fra controllo e autodeterminazione, fra esposizione e protezione, fra desiderio individuale e costruzione comunitaria. La dimensione performativa della sua vocalità – aspra, eccedente, spesso deliberatamente anti-normativa – mette in crisi l’ideale di femminilità disciplinata storicamente associato alla musica leggera italiana, aprendo invece a una soggettività sonora instabile, vulnerabile e al tempo stesso radicalmente agente. Le pratiche di censura e autocensura che attraversano la storia della musica popolare italiana emergono nel suo percorso come dispositivi non soltanto repressivi, ma anche generativi: limiti imposti dall’industria culturale, dalla morale mediatica e dalle aspettative di genere diventano occasioni di reinvenzione espressiva. L’attrito con tali dispositivi produce, infatti, una poetica della frattura, in cui la disobbedienza non si manifesta come rottura totale, bensì come continua torsione delle forme esistenti – reinterpretazione dei codici vocali, slittamenti performativi, appropriazioni ironiche dell’immaginario mainstream. In questa prospettiva, la precarietà non appare come condizione puramente subita, ma come spazio operativo: una soglia da cui articolare nuove modalità di presenza pubblica e nuovi modelli di identificazione collettiva. La canzone diventa, così, un luogo di riconoscimento affettivo e politico, capace di aggregare ascoltatrici e ascoltatori attorno a esperienze condivise di marginalità, eccesso e resistenza quotidiana. L’identità artistica si configura, allora, non come unità stabile, ma come processo relazionale, continuamente ridefinito nello scarto fra visibilità mediatica e auto-narrazione, fra vulnerabilità esposta e strategia di sopravvivenza simbolica.

L’articolo si propone di indagare i modi in cui Loredana Bertè costruisce un’estetica della vulnerabilità che è, al tempo stesso, un’etica della cura e un orizzonte di liberazione. Attraverso l’analisi della voce, del corpo performato e dei testi, si intende mostrare come la sua opera riscriva categorie normative di genere, desiderio e identità nazionale, attivando strategie di ironia, allusione, e risignificazione che offrono ai soggetti marginalizzati un linguaggio condiviso. Essere «figlie di Loredana» significa, allora, riconoscersi in un modo di cantare – nella sua accezione canora e narrativa, quasi epica – e di esistere che trasforma il rischio in possibilità, e la fragilità in comunità.

Storia della censura e dell’immagine pubblica di Loredana Bertè

La proiezione artistica di Loredana Bertè si inscrive fin dagli esordi in una tensione costante fra desiderio di espressione libera e dispositivi di controllo – istituzionali, mediatici, discografici – che hanno tentato di normalizzare, moderare o rendere più “presentabile” la sua presenza scenica. Negli anni Settanta, mentre la canzone italiana vive una fase di rinegoziazione fra tradizione e sperimentazione, Bertè emerge come figura eccedente: una performer che non solo canta, ma “agisce” il proprio corpo come frattura, rifiutando l’aderenza ai codici di decorosa femminilità allora dominanti. Questa eccedenza, spesso percepita come minaccia all’ordine del buon costume televisivo, produce fin da subito forme di censura – più velate che esplicite – culminate nella richiesta ricorrente di “moderare” costumi, movimenti e attitudine.

La RAI, in particolare, rappresenta per Bertè un luogo di negoziazione estetica costante: il suo corpo, segnato da micro-gestualità che sfuggono alla grammatica della presentabilità, diventa un ostacolo al controllo televisivo. Anche quando la censura non si manifesta attraverso divieti diretti, agisce in forme prototeconiche: invisibilizzazione, riduzione degli spazi, imposizione di inquadrature più prudenti. Il corpo di Bertè è sempre un problema da gestire – troppo scoperto, troppo atletico, troppo vicino a una corporeità femminile autodeterminata e non pedagogica (eccedente rispetto ai paradigmi di femminilità normativa, fondati su convenzioni di docilità e leggibilità sociale ancora largamente operative). La scandalosità non risiede nelle sue singole scelte estetiche, ma nella loro insistenza: nella volontà di reiterare figure di libertà che nessun dispositivo tentava davvero di contenere senza far emergere la propria logica disciplinante. È proprio la ripetizione – più che l’eccezione – a produrre attrito, perché trasforma il gesto trasgressivo da episodio isolato in postura persistente, sottraendolo alla possibilità di essere riassorbito come provocazione momentanea o strategia promozionale. In questa continuità, ogni tentativo di normalizzazione finisce per rendere visibili i meccanismi stessi del controllo: la richiesta di moderazione, di coerenza identitaria o di rispettabilità pubblica rivela la necessità, da parte dell’industria culturale e dello spazio mediatico, di ricondurre il corpo e la voce femminile entro forme leggibili e governabili. La reiterazione diventa, allora, pratica politica implicita, perché espone il carattere performativo della norma: ciò che scandalizza non è l’eccesso in sé, ma la sua persistenza nel tempo, la sua resistenza a essere educato, corretto o definitivamente assimilato.

A questa dimensione si intreccia la pressione dell’industria discografica, che richiede di volta in volta una versione più controllabile dell’artista. L’immagine di Bertè oscilla, così, tra la spinta verso un’iconicità pop riconoscibile e la necessità – commerciale, prima ancora che sociale – di renderla meno eccentricamente autonoma. L’industria mira alla scalabilità, alla stabilità del brand; Bertè, invece, insiste su una forma di instabilità creativa che sfugge agli standard. Ciò produce forme di autocensura “di rimbalzo”, che non cancellano la sua eccentricità ma la complicano, articolandola come lotta fra desiderio di libertà e consapevolezza della fragilità della propria posizione nel mercato.

In questo quadro, il confronto mediatico con Mia Martini aggrava la pressione sulla sua immagine. La genealogia mediatica costruita attorno alle due sorelle tende a leggere Bertè attraverso una cornice di eccesso e devianza, modellando la sua presenza pubblica come l’opposto disturbante della compostezza tragica attribuita a Martini. Le due figure diventano paradossalmente strumenti di censura simbolica l’una dell’altra: quanto più Mia è narrata come vittima del sistema, tanto più Loredana è rappresentata come l’irresponsabile, la “scandalosa”, l’inafferrabile. Questa dicotomia – costruita più dai media che dalle artiste – contribuisce a isolare Bertè in un ruolo liminale, dove la libertà estetica è percepita come causa di precarizzazione e non come risorsa creativa.

Ciò che emerge, tuttavia, è la capacità di Bertè di trasformare la censura in materiale performativo. La sua “auto-disobbedienza” – la scelta programmatica di non attenuare mai davvero la propria presenza, ma di rilanciarla – diventa una pratica di resistenza simbolica: un modo di rifiutare la docilità richiesta alla canzone pop e, soprattutto, alle donne che la abitano. Bertè non si limita a opporsi alla censura; la mette in scena, ne mostra i confini, li satura, li eccede. E, così facendo, apre uno spazio di comunità per tutte le soggettività che non trovano posto nelle norme del decoro: le figlie di Loredana, che in quella voce e in quel corpo eccedente riconoscono non solo una figura di ribellione, ma una genealogia emotiva di appartenenza.

Poetiche della vulnerabilità: voce, corpo, testualità

Nel percorso artistico di Loredana Bertè, vulnerabilità e resistenza non sono poli opposti, bensì dimensioni intrecciate che strutturano la sua presenza sonora e corporea. La sua poetica non si fonda sulla confessione o sull’autobiografismo lirico – modalità spesso associate alle cantautrici –, ma su un’esposizione radicale che passa attraverso la materia stessa della voce e la costruzione scenica del corpo. La vulnerabilità, lungi dall’essere un cedimento, si configura come gesto politico: in tensione con quelli che Lauren Berlant analizza come ideali affettivi normativi, dispositivi culturali che organizzano le promesse della “buona vita” e disciplinano le forme di identificazione soggettiva (Cruel Optimism, 2011).

La voce come frattura: abrasione, rischio, potenza

La voce di Loredana Bertè lavora costantemente sull’attrito. Non è pulita, smussata o levigata secondo l’estetica rassicurante della canzone leggera, ma appare piuttosto come un timbro ruvido, talvolta spezzato, sempre in tensione verso il limite e verso la possibilità della rottura. In questa voce si percepisce una materialità insistente: il respiro che affiora, l’asprezza dell’emissione, la fatica del corpo che sostiene il suono. Questa qualità vocale – spesso criticata nel suo tempo come “eccessiva”, “troppo forte”, “troppo maschile” – produce un’esperienza di ascolto che disorienta e allo stesso tempo libera, perché interrompe l’aspettativa di una vocalità femminile docile, controllata e armoniosamente integrata nell’ordine melodico della canzone pop.

Nel quadro dei performance studies, la sua voce si può leggere come una forma di vocalità incarnata, nel senso proposto da Gina Bloom, per cui la voce agisce come evento corporeo e affettivo capace di produrre presenza fisica oltre la stabilità dell’identità performata[1]. La voce, in questa prospettiva, non è soltanto veicolo del testo o dell’intenzione espressiva, ma un gesto che attraversa il corpo e lo espone, rendendo udibile una dimensione di vulnerabilità e di eccedenza che sfugge al pieno controllo della performance. Bertè non canta per aderire a un modello vocale stabilito né per rassicurare l’ascolto attraverso la perfezione tecnica, ma per mostrare ciò che trabocca – l’affetto, la ferita, l’alterità, il desiderio che eccede le norme della rappresentazione. La sua è una voce che insiste sull’instabilità come forma di verità performativa: una voce che incrina, che sfrega contro i limiti del registro e del respiro, che lascia emergere la tensione tra controllo e perdita di controllo. In questo senso, non offre consolazione né chiusura armonica, ma suggerisce piuttosto la possibilità di una soggettività che si sostiene proprio nel suo non stabilizzarsi, nel suo rimanere esposta, fragile e tuttavia capace di trasformare tale fragilità in forza espressiva e gesto politico.

Il corpo fuori norma: esposizione, eccesso, disobbedienza

Fin dagli esordi, il corpo di Loredana Bertè è stato percepito come un disturbo. La sua estetica visiva – vicina al glam, al clubbing, al queer prima ancora che la parola circolasse – sfidava l’orizzonte morale della RAI e quello dell’Italia borghese e cattolica. Il corpo seminudo, la gestualità energica, le scelte stilistiche eccentriche non rispondevano alla logica della seduzione composta, ma a una pratica di auto-disobbedienza: rifiuto di essere leggibile secondo codici normativi di genere. Questo posizionamento scenico può essere illuminato attraverso la teoria della performatività di genere elaborata da Judith Butler e attraverso la riflessione sulla maschilità femminile e sulle soggettività non normative proposta da Jack Halberstam. In Gender Trouble[2], Butler sostiene che il genere non costituisce un’identità stabile o naturale, ma l’effetto reiterato di pratiche performative socialmente regolamentate: ciò che appare come essenza femminile è, in realtà, il risultato di norme continuamente riprodotte attraverso il corpo. Quando tali pratiche vengono ripetute in modo dissonante o eccedente, la naturalità del genere si incrina e la norma diventa visibile come costruzione. La presenza scenica di Bertè – eccessiva, non disciplinata, refrattaria alla compostezza richiesta alle performer femminili – può essere letta proprio come una reiterazione disallineata che espone il carattere artificiale della femminilità normativa. Parallelamente, in Female Masculinity[3], Halberstam mostra come alcune espressioni corporee e stilistiche femminili destabilizzino l’associazione tradizionale tra femminilità e passività, rendendo visibili forme alternative di incarnazione del genere che non coincidono né con il modello maschile dominante né con quello femminile normativo. Più che imitare una postura maschile, tali soggettività producono configurazioni ibride e instabili, nelle quali forza, vulnerabilità ed eccentricità convivono senza ricomporsi in un’identità coerente. In questa prospettiva, Bertè non rappresenta una donna “forte” nel senso conservatore del termine – cioè semplicemente capace di adattarsi con successo a strutture già date –, ma una femminilità attraversata da contraddizioni visibili, continuamente esposta al rischio dell’incoerenza. L’instabilità diventa, così, una risorsa politica: non segno di fragilità identitaria, bensì strategia di sottrazione all’imperativo moderno della coerenza del sé, mostrando come il genere emerga precisamente nei punti in cui fallisce la sua stabilizzazione.

Testualità della frattura: quando il dolore diventa linguaggio

Nei testi delle sue canzoni – spesso scritti da altri ma da lei trasformati in atti performativi unici – emergono forme di vulnerabilità che non chiedono pietà, bensì riconoscimento. Brani come Sei bellissima o Amici non ne ho articolano dipendenze affettive, ferite e desideri non corrisposti, ma lo fanno senza mai costruire un io lirico remissivo o consolatorio. La vulnerabilità non diventa un dispositivo melodrammatico né una semplice estetizzazione della sofferenza, bensì un luogo critico in cui il dolore si fa lingua condivisa. In questo senso, la performance di Bertè opera una torsione significativa rispetto alla tradizione della canzone sentimentale italiana: invece di sublimare la ferita in un racconto edificante, la mantiene aperta, esposta, come esperienza che chiede di essere riconosciuta nella propria ambivalenza.

Questa dimensione può essere letta attraverso la lente della “politica delle emozioni” di Sara Ahmed: le emozioni non sono, qui, condizioni private, ma effetti e strumenti del mondo sociale, capaci di orientare i corpi e di generare forme di appartenenza. Nei brani interpretati da Bertè, il dolore, la rabbia e la dipendenza affettiva non vengono isolati come esperienze individuali, ma messi in circolo come affetti condivisibili, capaci di creare legami fra soggetti che si riconoscono nella stessa precarietà emotiva. La voce di Bertè funziona, allora, come una superficie di risonanza: amplifica sentimenti che, nel contesto sociale, tendono a essere silenziati o privatizzati. Nella voce e nel corpo di Bertè, tali emozioni vengono, quindi, risemantizzate come occasione di solidarietà: non confessione individuale, ma grido comune. È proprio questa trasformazione – dal dolore privato alla possibilità di una comunità affettiva – che permette di leggere la sua produzione come un dispositivo di cura non paternalistica, in cui l’esposizione della vulnerabilità diventa gesto politico e apertura relazionale.

La poetica della vulnerabilità in Bertè produce un doppio movimento: da un lato denuncia la precarizzazione del corpo femminile nello spettacolo; dall’altro crea possibilità di comunità per chi non rientra nei modelli normativi. La vulnerabilità non chiude, ma apre: rende la figura di Bertè non solo simbolo di ribellione, ma anche figura di cura collettiva. È questa la dimensione in cui si radica l’idea, anticipata nel titolo Figlie di Loredana, secondo cui l’artista, pur rimanendo unica e irriducibile, crea genealogie laterali: un seguito di soggettività dissonanti che trovano nella sua voce la prova che la fragilità può essere trasformata in forza condivisa.

La canzone come pratica di cura linguistica ed emotiva

Uno dei tratti più persistenti e meno riconosciuti dell’opera di Loredana Bertè è la sua capacità di costruire uno spazio di cura attraverso la parola cantata, una cura sempre intrisa di frizione, non addomesticata, e proprio per questo politica. Il lavoro linguistico di Bertè non cerca mai la consolazione facile né la linearità narrativa tipica della canzone leggera degli anni Settanta e Ottanta; al contrario, è un cantiere aperto in cui emozioni scomposte, contraddittorie, o persino distruttive vengono esposte come materia condivisibile. La cura è, così, un’attività collettiva, un esercizio di riconoscimento che passa per il racconto di ciò che normalmente viene rimosso.

Già in Sei bellissima, spesso interpretata come una ballata d’amore tormentato, Bertè mette in atto un gesto di rielaborazione critica del linguaggio affettivo eteronormativo. Le parole del partner – giudicanti, ambivalenti, manipolatorie – vengono ripetute e riscritte attraverso la performance vocale; in questo modo la canzone offre un modello di nominazione del danno che produce un orizzonte condiviso di consapevolezza. Non si tratta soltanto di esprimere una ferita, ma di istituire uno spazio in cui quella ferita diventa intelligibile per chi ascolta, un invito a riconoscere micro-violenze e strutture emotive oppressive. In termini femministi, ciò risuona con la pratica dell’autocoscienza[4]: il dolore individuale diventa categoria politica, non perché universalizzato ma perché reso comunicabile.

Una dinamica simile attraversa Dedicato, in cui la cura si manifesta come tensione verso l’altro – un altro fragile, marginale, ferito dalla storia nazionale o dalle sue omissioni. La canzone elabora la precarietà esistenziale non come esperienza isolata, ma come condizione condivisa da una comunità che esiste proprio nella sua disaggregazione. In questo senso, Bertè offre un modello di solidarietà non identitaria: una cura rivolta non a un gruppo nominabile e coeso, ma a soggettività disperse che trovano nella voce della cantante un punto di risonanza.

Questa forma di cura linguistica si intreccia profondamente con la materialità della voce. Le scelte timbriche, sempre sul limite dell’intensità, rendono la vulnerabilità un fenomeno acustico. La rottura, il graffio, il fiato che traballa diventano strumenti per parlare del rischio emotivo senza estetizzarlo. Da questo punto di vista, la “cura” non è mai costruzione di un’immagine rasserenante: è piuttosto il permesso di dire ciò che non sta bene dire, di nominare desideri scomposti, dipendenze affettive, errori, traumi. La cura di Bertè è anti-purificatoria, lontana tanto dall’auto-indulgenza quanto dalla retorica edificante.

Si può osservare questo meccanismo anche in Amici non ne ho, una sorta di auto-diagnosi relazionale che, lungi dall’essere una semplice invettiva, costruisce un territorio emotivo in cui l’isolamento non è mai definitivo. La confessione cruda – “amici non ne ho” – diventa un atto di esposizione radicale che produce, paradossalmente, comunità: gli ascoltatori e le ascoltatrici che riconoscono quella sensazione vengono chiamati a raccolta. È in questi interstizi che si vede chiaramente come la cura, per Bertè, non consista nel tamponare il dolore, ma nel metterlo in comune.

Attraverso queste poetiche emotive, Bertè crea un archivio affettivo alternativo che rilegge tanto le norme della maschilità quanto quelle della femminilità. La cura diventa, così, un gesto queer: non orientata a ristabilire l’ordine, ma a sostenere chi vive in forme di vita disallineate alle aspettative sociali. E, proprio perché la sua scrittura emotiva non cerca mai la corrispondenza perfetta con l’identità – femminile, nazionale, generazionale –, la cura operata da Bertè è una forma di resistenza simbolica. È un invito a occupare la vulnerabilità come spazio comune, come zona di sopravvivenza e, al tempo stesso, di possibile liberazione.

Riscritture queer e femministe: genere, desiderio e nazione nell’opera di Loredana Bertè

La produzione di Loredana Bertè opera una costante destabilizzazione delle categorie normative di genere, desiderio e identità nazionale, agendo come una forza di riscrittura che attraversa decenni di canzone pop. Il suo intervento non si colloca mai all’interno di un femminismo programmatico o didascalico, ma si manifesta attraverso i gesti – vocali, corporei, stilistici – che scardinano dall’interno i codici della rispettabilità femminile, la narrazione eteronormativa della relazione e i dispositivi di coesione simbolica dell’italianità. In questo senso, il suo lavoro rende intelligibile un orizzonte queer prima ancora della codificazione teorica del queer stesso, mostrando come la dissidenza possa emergere a partire da ciò che appare “stonato”, eccedente, incontenibile.

Brani come Non sono una signora offrono un rifiuto esplicito dell’ideologia della “brava donna”, costruita attorno a decoro, stabilità emotiva e domesticità. Bertè enuncia una sottrazione: non solo non aderisce al modello, ma non intende nemmeno offrirsi come alternativa più accettabile. In tale gesto si riconosce una politicità potente: la femminilità non è un luogo da riformare, bensì una matrice da cui difendersi e da cui dis-identificarsi. Il suo posizionamento si avvicina alla nozione halberstamiana di feminine masculinity, non come imitazione del maschile ma come apertura di uno spazio dissidente che riorganizza i ruoli e il desiderio. In molti testi di Bertè il desiderio non segue il percorso lineare della canzone d’amore tradizionale. Non c’è idealizzazione, redenzione né narrazione edificante. In Sei bellissima, la dichiarazione di desiderio si sovrappone alla denuncia di violenza psicologica, decostruendo l’aspettativa che la voce femminile debba esprimere amore devoto o passività emotiva. Il risultato è un desiderio “scomposto”, privo di teleologia romantica, che può essere letto come un gesto queer: una forma di desiderio che non lavora alla riproduzione dei ruoli di genere, ma all’apertura di altre possibilità relazionali, più oneste, più vulnerabili, più disordinate.

La figura di Bertè interviene anche sull’immaginario nazionale. La diva italiana tradizionale – elegante, composta, rassicurante – viene sovvertita da un corpo che si presenta come luogo di eccesso e rischio. La sua voce, spesso definita “sporca” o “ruvida”, infrange le aspettative sulla vocalità femminile nella canzone pop italiana, allora ancorata a un paradigma melodico “pulito”. Questa deviazione performativa produce un’immagine alternativa dell’Italia: non più una nazione della compostezza e della misura, ma un territorio capace di accogliere dissenso, anomalie, esistenze non riconciliate. La sua “contro-italianità” non passa attraverso un rifiuto dell’essere italiana, ma attraverso la riscrittura di ciò che l’Italia può significare. Il Mediterraneo emotivo e sonoro che abita le sue canzoni accoglie figure marginali e desideri irregolari. La comunità che costruisce – come osservato nell’introduzione – non è un insieme armonico, bensì un’assemblea disomogenea di outsider che trovano nella sua voce un luogo di rifrazione e appartenenza.

Molto del lavoro politico di Bertè passa attraverso strategie di ironia e travestimento. Non si limita a rappresentare altre possibilità, ma traveste i codici stessi del pop, utilizzandoli contro la loro funzione normativa. Gli outfit eccessivi, i capelli blu, le performance volutamente sopra le righe costituiscono una forma di parodia emancipatrice: un gesto queer che destruttura i generi (musicali e di genere), mostrando la loro arbitrarietà. Come suggerisce Barthes[5], il pop è un sistema di segni che può essere forzato dall’interno; Bertè compie esattamente questo tipo di torsione semiotica. La genealogia delle “figlie di Loredana” non è fatta solo di artiste che la imitano o la citano, ma di soggettività che trovano nella sua opera una forma di legittimazione affettiva. La comunità immaginata da Bertè include chi è in eccesso, chi è incoerente, chi non corrisponde. La sua estetica del margine anticipa quella che José Esteban Muñoz[6] definirebbe un’utopia queer: non un progetto stabile, ma un orizzonte di possibilità, una promessa di riconoscimento futuro. Loredana produce uno spazio condiviso in cui l’unicità non è isolamento, ma condizione di possibilità per una forma collettiva di resistenza.

Conclusioni

La traiettoria artistica di Loredana Bertè permette di leggere la canzone pop italiana come un campo di forze in cui vulnerabilità, dissidenza e cura si intrecciano in modi radicali. Fin dagli esordi, Bertè ha reso impossibile la pacificazione della figura della cantante pop entro i confini del decoro e della riconoscibilità commerciale: la sua voce roca, spezzata, esposta, ha performato un modello di soggettività che sfugge alla linearità narrativa e all’ideale della cantante “affidabile”. Allo stesso tempo, la sua estetica dell’eccesso – sonora, corporea, iconografica – non ha mai funzionato soltanto come provocazione, ma come gesto di socialità alternativa, capace di convocare una comunità di ascolto fatta di outsider e di figure poste ai margini del discorso nazionale.

In questo senso, Bertè incarna simultaneamente unicità e appartenenza: resta irriducibile nei suoi attraversamenti formali e identitari, ma non smette di fare spazio, di aprire scenari di identificazione plurale. Le sue canzoni non propongono modelli normativi, ma configurano luoghi in cui la fragilità diventa condizione condivisibile, produttiva, generativa. Tale apertura è una forma di cura, una pratica di accoglienza che non si dà come rassicurazione bensì come solidarietà nella differenza.

Le sue riscritture del genere, del desiderio e della femminilità contribuiscono, inoltre, a decostruire l’orizzonte identitario che la cultura italiana ha spesso imposto alle sue interpreti, mostrando come la voce femminile possa farsi superficie critica, spazio di tensione e di espansione. La costante oscillazione fra esposizione e difesa, fragilità e potenza, solitudine e comunità conferma la centralità di Bertè nella storia culturale dell’Italia contemporanea. In definitiva, le sue canzoni non solo resistono ai dispositivi di controllo, ma contribuiscono a immaginare un modello alternativo di appartenenza: quello delle figlie di Loredana, una comunità fluttuante e non identitaria, che si riconosce nella possibilità di essere imperfetta, incoerente, e per questo politicamente significativa.

 

Bibliografia

S. Ahmed, The Cultural Politics of Emotion, Edinburgh, Edinburgh University Press, 2004;

R. Barthes, Le grain de la voix, Paris, Seuil, 1981;

L. Berlant, Cruel Optimism, Durham, Duke University Press, 2011;

L. Bertè, Traslocando. È andata così, Milano, Rizzoli, 2015;

G. Bloom, Voice in Motion: Staging Gender, Shaping Sound in Early Modern England, Philadelphia, University of Pennsylvania Press, 2018;

J. Butler, Gender Trouble: Feminism and the Subversion of Identity., London, Routledge, 1990;

J. Halberstam, Female Masculinity, Durham, Duke University Press, 1998;

J. E. Muñoz, Cruising Utopia: The Then and There of Queer Futurity, New York, New York University Press, 2009;

Rivolta Femminile, Non credere di avere dei diritti. Scritti di Carla Lonzi, Carla Accardi e Elvira Banotti, Milano, Scritti di Rivolta Femminile, 1970.

  1. Cfr. G. Bloom, Voice in Motion: Staging Gender, Shaping Sound in Early Modern England, Philadelphia, University of Pennsylvania Press, 2018.
  2. Cfr. J. Butler, Gender Trouble: Feminism and the Subversion of Identity, London, Routledge, 1990.
  3. Cfr. J. Halberstam, Female Masculinity, Durham, Duke University Press, 1998.
  4. Cfr. Rivolta Femminile, Non credere di avere dei diritti. Scritti di Carla Lonzi, Carla Accardi e Elvira Banotti, Milano, Scritti di Rivolta Femminile, 1970.
  5. Cfr. R. Barthes, Le grain de la voix, Paris, Seuil, 1981.
  6. Cfr. J. E. Muñoz, Cruising Utopia: The Then and There of Queer Futurity, New York, New York University Press, 2009.

(fasc. 60, 25 maggio 2026)

Poesia in musica di fine secolo (e millennio). Due esempi di rimediazione del tardo Novecento italiano

Author di Beatrice Magoga

Abstract: L’articolo propone un’analisi di due esempi tardo-novecenteschi di interazione fra poesia e musica: Elegia Sanremese (1998) di Tommaso Ottonieri e Farfalle da combattimento (1999) di Lello Voce. Ricorrendo ai concetti teorici di Stimmung (Gumbrecht), di rimediazione (Bolter, Grusin) e di evenemenzialità e performatività della poesia (Culler), si è cercato di capire in che modo la poesia possa appropriarsi del linguaggio musicale e quali possano essere gli effetti generati da questa appropriazione, tanto sul piano testuale quanto su quello dell’esecuzione musicata del testo.

Abstract: The article analyzes the interplay between music and poetry in two late-twentieth-century works: Tommaso Ottonieri’s Elegia Sanremese (1998) and Lello Voce’s Farfalle da combattimento (1999). Drawing on the concepts of Stimmung (Gumbrecht), remediation (Bolter, Grusin) and eventfulness and performativity of poetry (Culler), it examines how poetry appropriates musical language and the effects of this appropriation, both at the textual level and in the musical performance of the text.

Malgrado l’evidente «sordità […] verso i nuovi media acustici»[1] che secondo Ortoleva ha interessato la cultura dell’intero Novecento, la poesia del secolo scorso sembra comunque aver cercato, a proprio modo, di riattivare la «dimensione profonda» e «di superficie»[2] dell’oralità del verso, ricorrendo, oltre a strategie linguistico-testuali, agli strumenti della fonografia[3]. In questo avvicinamento «al lavoro sul suono che è proprio della musica»[4], vanno collocate anche alcune delle ultime produzioni della parabola novecentesca italiana. Tra queste, si può trovare un esempio piuttosto curioso nei libri-CD della collana «inVersi» di Bompiani.

Attiva, con le prime pubblicazioni, dal 1998 e curata da Aldo Nove, la collana raccoglie una serie di libri dal «carattere riconoscibilmente (ma anche sarcasticamente) fresco e pop»[5], tutti accompagnati da un CD con l’esecuzione di poesie tratte dalle rispettive raccolte. L’integrazione del CD in ciascun libro, oltre che essere l’indizio di quella temperie “cannibale” (con in testa, peraltro, Nove) che puntava sulla contaminazione e dissacrazione delle forme, è un chiaro esempio di quel «ripensamento del verso, in chiave orale, come vera e propria ‘partitura’» che aveva contraddistinto tutto il Novecento e che sta alla base della «discografia poetica»[6] che si era diffusa in Italia a partire dalla fine degli anni ’50. Aver unito in un unico oggetto il testo scritto e la sua resa vocale – in alcuni casi accompagnati addirittura da delle immagini – ha contribuito nettamente a realizzare il progetto di una «poesia dilatata»[7], «anfibia» o «ibrida» che dir si voglia[8], capace di palesare la natura multimediale e plurisensoriale del verso.

Della collana Bompiani ci interessano, ai fini della nostra ricerca, soltanto due libri: Elegia Sanremese (1998) di Tommaso Ottonieri e Farfalle da combattimento (1999) di Lello Voce. Questi sono, infatti, gli unici libri di autori italiani della collana i cui CD contengono la registrazione di una lettura musicata dei testi. Quello che vorremmo proporre nelle prossime pagine è il primo abbozzo di un’analisi, ancora in via di sviluppo, delle modalità di interazione e degli effetti di senso generati nell’incontro tra la poesia e la musica. Prima di procedere con l’esame dei casi di studio, è meglio, però, premettere alcune precisazioni.

La cornice entro cui si muoverà l’indagine è definita da una concezione performativo-evenemenziale del testo poetico, secondo la quale il verso, nelle parole di Culler, «aims to be an event, not a representation of an event»[9]. Come ben suggerisce Hans Ulrich Gumbrecht, l’esperienza estetica di un testo letterario, piuttosto che fondarsi esclusivamente sul paradigma della rappresentazione, è meglio descrivibile in termini di Stimmung, ‘umore’, ‘atmosfera’[10], un ambiente sensoriale generato dall’azione simultanea di «presence effects» e «meaning effects»[11] che arrivano a toccare, come fossero viva presenza, i sensi e la coscienza del fruitore. In quest’ottica, lo stesso processo di comprensione del testo è ascrivibile, più che al dominio dell’interpretazione, a quello di «an experience of meaning in process»[12], in cui una serie di eventi sia verbali sia sonori vengono rielaborati da chi legge «secondo una logica che non è (più) solo quella della lingua»[13] e che prevede, quindi, altre implicazioni che ne complicano il funzionamento.

Date queste premesse, viene da chiedersi che cosa accada all’esperienza del testo nel momento in cui quest’ultimo viene fatto interagire con la musica. Se consideriamo che lo stesso Gumbrecht, nello spiegare il concetto di Stimmung, fornisce come esempio quello dell’ascolto musicale[14], possiamo innanzitutto ipotizzare che durante la lettura musicata di un testo di poesia non solo viene reso manifesto il carattere di “evento” (come suono, ritmo, enunciazione, senso ecc.) della parola poetica, ma vengono anche accentuati alcuni suoi aspetti.

Nel momento in cui si costituisce questa forma di espressività «poetico-musicale»[15], al valore linguistico ed esperienziale della parola viene sovrapposto un significato musicale che funziona secondo «an experiential rather than a discursive logic», ossia che risulta essere carico di «a psychological rather than a semiological significance»[16]. A differenza del linguaggio, che è connotato sia da uno sia dall’altro senso, la musica è totalmente immune dalle nozioni linguistiche e semiotiche che si possono applicare alla parola (quali quelle di denotazione, referente, significato/significante e simili): essa agisce come «emotional ‘contagion’ or ‘infection’»[17], è essenzialmente l’accadere di un “evento” che, in quanto tale, si verifica nel qui e ora, si manifesta nel divenire di un processo e nella relazione con un “altro” che viene fisicamente ed emotivamente toccato da questo stesso accadere[18]. Nella «rimediazione»[19] fra musica e poesia, definita – come per ogni altra rimediazione – da una tensione all’«hypermediacy» e all’«immediacy», viene appunto rafforzato

questo senso d’immediatezza, perché la musica ha una fortissima componente timica, e grazie al legame rimediativo (e anche ipermediativo) tra poesia e musica la prima attiva contestualmente i due sistemi espressivi – lettura e ascolto, poesia e musica –, cioè sfruttando la serie di continue rimediazioni tra i due media, ognuna delle quali lascia una traccia, laddove l’effetto di questa duplice attivazione produce un intensificarsi della salienza (importanza) degli aspetti timici del testo[20].

Sulla base di queste ipotesi preliminari, l’incontro tra musica e poesia non farebbe altro, quindi, che amplificare il carattere evenemenziale del senso e approfondire e caratterizzare, con una maggiore varietà di sfumature, la Stimmung affettiva che promana da ciascuno dei due media. Ora, non ci resta che verificare se e come tutto ciò si realizza nei due esempi di poesia in musica che abbiamo scelto. Nel farlo, cercheremo di predisporci a quello che Alessandro Mistrorigo ha chiamato «ascolto critico»[21]: pur mantenendo uno sguardo privilegiato sul testo, ci situeremo al di là della pagina scritta per tendere l’orecchio alla performance d’autore (in entrambi i casi, sono i poeti in persona a fare da voce recitante) e assistere a come si dispiega una delle possibili «varianti» di senso e d’esistenza «that together, plurally, constitute and reconstitute the work»[22].

Per rendere più chiaro il ragionamento e il processo di verifica, verrà prima analizzato il caso di Lello Voce, anche se cronologicamente più tardo.

Poesia in forma di rap

Autore che ha fatto della riscoperta dell’oralità poetica e della cooperazione tra musica e poesia il fondamento della propria opera – cosa che l’ha reso, per Marrucci, «un caso-limite per certi versi paradossale» –[23], Lello Voce propone in Farfalle da combattimento quel modo di fare poesia, tipico di altri suoi libri, che integra in sé la musica, che fa della musica un momento essenziale della composizione, indispensabile affinché il verso e il suo senso si realizzino compiutamente. Per il poeta, infatti, il testo non nasce per essere soltanto un testo, del tutto indipendente dall’esecuzione musicale che se ne farà; bensì, si articola in una forma la cui struttura prosodica e sonora già ingloba in sé una sua musica, che poi verrà esplicitata sul palco («il problema non è essere canta-poeta, ma far sì che la musica che si esegue sia già nella poesia, nei suoi ritmi, nelle sue melodie»)[24].

Non è assolutamente un caso, quindi, che le poesie contenute nel libro paiano tutte “risuonare”: da una parte, osserva Balestrini nella prefazione, vengono impiegati endecasillabi, rime, figure di suono, forme chiuse, per indirizzare la poesia verso «il ritorno all’oralità originaria del verso»[25] (si vedano, a proposito, i «doppi sonetti» della sezione Rorschach); dall’altra, alcuni testi vengono impostati come vere e proprie “canzoni”, dotate di strofe, rime, ritornelli e formule ricorsive che richiamano tanto la tradizione orale, fondata sui meccanismi della ripetizione, tanto l’universo pop della musica moderna[26]. È appunto tra queste poesie-canzoni che troviamo il brano inciso sul CD che accompagna il libro, ossia Rap di fine secolo [e millennio] (o di G. M. Hopkins)[27].

Definito dallo stesso Voce come una delle sue prime «poesie con musica»[28], questo lungo componimento propone una riscrittura in forma di rap del poemetto The wreck of the Deutschland di G. M. Hopkins, un’ode di 35 strofe sul naufragio di una nave passeggeri. Per convertire il testo hopkinsiano in una poesia rap, Voce interviene su più fronti: il brano viene organizzato in 7 strofe di 12 versi, intervallate da un “ritornello” in corsivo che riporta in traduzione alcuni stralci del poemetto; i versi, ricchi di richiami e giochi fonici, vengono costruiti su un ritmo “discorsivo”, “accentuale”, che emula, al contempo, lo sprung rythm di Hopkins e le misure lunghe, quasi prosastiche del rap[29]; infine, l’immaginario cupo e apocalittico viene svuotato del moralismo cristiano dell’originale e caricato di toni di denuncia, di biasimo, che condannano l’abuso dei potenti sui più deboli, i crimini da loro perpetrati, e la schiavitù dell’uomo alle leggi del capitale. L’esito è un proliferare inesorabile e concitato di parole ritmate – gli «anelli di fumo»[30] di cui parla Jovanotti nella nota a inizio libro – che dipingono l’immagine di un mondo transatlantico sballottato dagli eventi del ventesimo secolo («due guerre due mondiali […] e una mondializzazione»)[31], e che ormai, finalmente, si approssima a naufragare:

fine finalmente finita fine fissato flusso di flutti feroci a finis-mondo a

finis-terra a finis-tempo fibula finta e fine fetta-fibroma frutta friabile e

frugale filo e fiore fretta fugace fine fra fini fine fra feste fine fra folti

boschi d’inganni e utopie e terrori che vagano tra il ponte e il fondo della

stiva del mondo col fumaiolo in stelle e feste e fuochi e fumi verso il cielo

e la prua a contro-mare che taglia tempo e millennio e scorcia l’orizzonte

con l’universo in bonaccia e le galassie in espansione con moto ondoso e calmo

e le luci accese nel salone e quelli sul ponte di passeggiata poi che salutavano coi

fazzoletti bianchi gli altri a terra le frotte di morti rimasti a riva e la musica era jazz

ovviamente musica da ballo a tacchi alti per correre fino alla Rivoluzione alla prua

dove c’è la bandiera e vedere solo mare davanti a sé polena-Potemkin dell’avvenire

protagonista proletario e rosso di rabbia io che di falce e martello il mondo già costello

Nelle nevi sfreccia

Scagliando all’indietro il porto

Il Deutschland, di Domenica, e il cielo già s’infeccia

Perché l’aria è infinita e senza conforto

E il mare silice schiumascaglia, nero-dorsuto al soffio regolare,

Stabile da EstordEst, nel quadrante maledetto, il vento sorto;

Neve irta e bianca-fiammante tutt’attorta in turbinare

Vortica verso gli abissi di sole vedove dove di padri e figli non c’è traccia

[…][32]

Lungi dall’essere un’operazione puramente «nominalistica»[33], l’adesione al modello della canzone rap connota in maniera profonda il testo, sia sul piano strutturale e versale sia su quello stilistico, al punto da renderlo già di per sé piuttosto eloquente, solido e autosufficiente.

Pur essendo, questa, una prerogativa indispensabile per qualsiasi poesia («il testo poetico dovrebbe avere una sua capacità di vivere autonomamente, persino sulla carta, di stare, insomma, in piedi da solo»)[34], un testo simile non può, per Voce, limitarsi alla pagina scritta né può essere semplicemente letto in pubblico. Perché esplichi del tutto il suo potenziale semantico, la poesia deve intrecciarsi, durante l’esecuzione, con una musica che faccia da contrappunto ai ritmi e all’andamento del verso, ovvero che si “temperi” a perfezione su quegli aspetti della lingua che altrimenti resterebbero muti:

La poesia che nasce musica, con la musica torna oggi a temperarsi, non per esserne accompagnata, né per ornare di contenuti una melodia puramente sonora, ma precisamente per dare voce a quella parte “analfabeta” che sta in ogni linguaggio e che l’alfabeto non può significare. Per esprimere, moltiplicandolo per armoniche acustiche, tutto il potenziale sonoro della lingua che la scrittura inevitabilmente silenzia[35].

L’esecuzione musicale ha quindi, in questo caso, lo scopo di rendere manifesto l’evento sonoro custodito in potenza nella parola scritta; ha cioè la capacità – come si accennava nella premessa teorica – di realizzare compiutamente e di rendere nitidamente percepibile il carattere di “evento” della parola poetica, sia in termini di suono e di ritmo sia in termini di effetti di senso e di effusioni emotive. Questa azione “maieutica” della musica sulla poesia – per parafrasare Pagnini –[36] ha, di fatto, una funzione intensiva: tanto l’inclinazione performativo-evenemenziale della poesia quanto la materia affettiva del testo vengono rimarcate, esaltate e meglio caratterizzate da una musica che si accorda alle qualità del verso, così che la Stimmung dell’opera si faccia più ricca, strabordante, contagiosa.

Quando Voce esegue il Rap di fine secolo assieme a Frank Nemola (programmazione elettronica) e Paolo Fresu (tromba), accade appunto questo. La base musicale ricrea, prima di tutto, un’atmosfera sonora vicina al rap anni ’90, con beat, elettronica e sample jazzistici (gli incisi melodici della tromba di Fresu) che ribadiscono e rafforzano l’operazione di trasfigurazione del poemetto di Hopkins in un testo rappeggiante. Nel far ciò, la tessitura musicale segue una precisa ratio, perfettamente combaciante con la struttura della poesia. La musica che accompagna le strofe, infatti, dal ritmo meno incalzante e dalle sonorità più sfumate e inquiete (la tromba, ad esempio, suona con la sordina), è in netto contrasto con i ritmi concitati (pulsazione doppia) e i suoni più forti e squillanti (tromba senza sordina) dei ritornelli, dove la voce distorta del poeta recita con fare oracolare i versi hopkinsiani. La distinzione grafica tra strofa e ritornello, nonché tra citazione e versi originali di Voce, viene quindi riproposta in veste musicale e meglio definita nella sua valenza di senso: la carrellata di fatti, vittime e protagonisti dei drammi del Novecento, sciorinati dal poeta con un tono di voce amaro e quasi sprezzante, assume ancor di più l’aspetto, all’ascolto, di una rievocazione memoriale un po’ trasognata e visionaria (questo è l’effetto degli interventi di Fresu) che ha però, al contempo, la solidità affermativa della denuncia (la pulsazione è inesorabile); gli incisi di Hopkins, invece, tanto profetici quanto criptici, interrompono il flusso di Voce con un momento di frenesia e angoscia che ricalca l’incalzare di un qualche giudizio sulla storia.

Oltre a questa corrispondenza strutturale, la musica asseconda anche l’andamento del discorso, si evolve con esso, diversifica timbri e intensità, accumula di strofa in strofa nuovi suoni che infittiscono il layering della traccia, in modo da aumentare gradualmente la tensione e, infine, rilasciarla nei momenti salienti del testo. Nella prima metà del Rap, ad esempio, dopo che a ogni strofa è stata di un minimo alterata la base musicale con l’aggiunta di un nuovo ritmo e un nuovo suono, il climax raggiunge l’apice al terzo ritornello, di gran lunga il più rumoroso di tutti, in cui viene ricordato l’inevitabile destino di morte a cui è condannata l’umanità:

“C’è chi mi trova spada qualcuno

Invece la flangia e la rotaia; fiamma

Zanna, o flutto” la Morte batte sul tamburo

e le tempeste strombazzano la sua fama.

Ma noi sogniamo di essere radicati nella terra – Polvere!

Carne cade accanto a noi, noi, benché il nostro fiore abbia la stessa trama,

Ondeggiamo col prato, dimentichiamo che lì è dovere

Dell’aspra falce d’acquattarsi e che verrà il vomere bruno[37].

È in momenti come questo che viene ancora una volta rimarcata l’adesione della poesia ai connotati più tipici del rap. La confusione causata dalla sovrapposizione di più layers, la densità del ritmo e la distorsione dei suoni, assieme a una cascata di parole dalla marcata caratterizzazione fonica, si allineano alla necessità del rap di esprimere la violenza in una «hardcore poetic expression», non tanto per il gusto della violenza in sé quanto più per smuovere la coscienza degli ascoltatori e per rompere «the conspiracy of silence and complacency about economic oppression, police violence, and other social ills»[38] che hanno invaso il mondo contemporaneo. In questo modo, la critica nei confronti delle aberrazioni di un intero secolo – che è, di fatto, l’oggetto principale di questa poesia – acquisisce ancor più vigore e una maggiore capacità di impatto sul reale.

C’è ancora un ultimo aspetto significativo da segnalare, che ha più a che fare con il modo in cui Voce recita i propri versi. Ascoltando la versione musicata della poesia, si nota, infatti, una «notevole divergenza strutturale esistente fra il testo verbale scritto […] e quello sonoro»[39], ossia una non corrispondenza tra l’organizzazione in versi del discorso e l’esecuzione che ne fa il poeta. Durante la lettura, i lunghi versi del Rap vengono segmentati in una serie di incisi più brevi di senso compiuto che travalicano i confini grafici della poesia e tappezzano il flusso del discorso di pause e cesure interne. Il momento della performance ha quindi, in questa circostanza, non solamente un ruolo intensivo: in un testo-fiume privo di punteggiatura, in cui si concatenano immagini e suoni che talvolta sembrano irrelati tra di loro, l’esecuzione aiuta il lettore-ascoltatore a orientarsi in quella valanga di parole e a coglierne, con maggiore facilità e chiarezza, il senso. In un’atmosfera così totalizzante e pervasiva, d’altronde, perché il “messaggio” di questa poesia civile[40] non venga oscurato dalla «fortissima componente emotiva»[41] messa in risalto dall’esecuzione vocalico-musicale, è bene non «rinunciare del tutto alle valenze semantiche della parola»[42] e puntellare, ogni tanto, il flusso melopetico con nuclei di senso, certo, ambigui, ma comunque dotati di un referente semantico più preciso rispetto a quello musicale. La Stimmung del Rap di fine secolo [e millennio] trova, quindi, nella messa in musica di un testo già di per sé fortemente contaminato con il linguaggio musicale, l’occasione di rendersi presente al fruitore e di essere potenziata e chiarificata in tutte le sfumature di senso, siano esse di carattere affettivo (l’inquietudine, l’aggressività, la rabbia, il biasimo) o più strettamente semantico («diamogli la paga e che sia finita: è ora che sappiano che è meglio morire che perdere la vita»)[43].

Poesie e canzonette

Nella stessa temperie artistico-culturale in cui si muove Voce, Tommaso Ottonieri prosegue con la sua ricerca letteraria arrivando a pubblicare, dopo una serie di soli libri in prosa (Dalle memorie di un piccolo ipertrofico del 1980, Coniugativo del 1984, Crema acida del 1997), il suo primo libro di poesia: Elegia Sanremese.

Raccolta composita e intermediale, l’Elegia alterna il testo scritto con alcune illustrazioni di Pablo Echaurren e lo contamina, a un livello più profondo, con le forme compositive della popular music, tanto a livello tematico quanto su un piano macro- e micro-testuale.

Come già suggerisce il titolo, il bacino musicale da cui Ottonieri attinge è soprattutto dominato dall’universo canzonettistico della musica italiana, emblematicamente rappresentato, nella sua forma più degenere, dal festival di Sanremo[44]. A parte alcuni sporadici riusi del rock alternativo straniero (come, ad esempio, la rivisitazione di Commercial Album dei Residents sul “lato B” della sezione Juke Box Cuore di Panna), i versi dell’Elegia pullulano di stilemi, motivetti, personaggi che hanno definito il modello standard della canzone italiana e che hanno plasmato, di conseguenza, l’immaginario pop di un’intera nazione. Si incontrano, infatti, lungo tutta la raccolta, citazioni esplicite di ritornelli e tormentoni musicali («Parlano d’amore tutti tulli- / tulli-tulli-tulli-pan, / in fiore: / che ci cantano parole ci-ca ci-ca ci-ca / lando»)[45], poesie che insistono sull’argomento estremamente trito dell’amore e del lamento amoroso («noi ti diremo diremo le parole / che sgrondano di cuore fiore cuore / orrore orrore orrore amore od altra / amata rima in altro tempo sciocco»)[46], come pure alcuni dei protagonisti della storia della musica e dello spettacolo italiani del secondo dopoguerra (si pensi, ad esempio, al Luigi Tenco che prende parola nell’ultima sezione).

Naturalmente, in questo quadro, i testi eseguiti e musicati nella registrazione sul CD annesso al libro non rappresentano un’eccezione. Le poesie selezionate per comporre il medley Elegia Vertigo che troviamo nel supporto audio[47] sono un campione rappresentativo dell’intera raccolta: qui, vengono concentrati tutti gli elementi formali e tematici che fanno del libro una sorta di «‘canzoniere’ amoroso di taglio pop-rock-gore»[48], dove le istanze più tipiche della canzone moderna arrivano a confondersi, fin quasi all’indistinguibile, con metri, versi, temi della tradizione lirica colta. Secondo Ottonieri, infatti, una poesia che ormai vive immersa «nel reticolo mediale»[49] del presente televisivo e del web non può non lasciarsi contagiare da tutta quella «plastica della lingua»[50], dei corpi e della merce che viene propinata e imposta dai media di massa. Perché non si faccia «decorativa, o autoreferenziale, o musona», cioè, in sostanza, «impraticabile» e «inerte»[51], la letteratura deve lasciarsi permeare dalle logiche del consumo, deve assorbire a tal punto il linguaggio e la materia della merce da farsi plastica anch’essa, non per adeguarsi al diktat del capitale, bensì per sublimare questa merce, consumarla, superarla, «trash’enderla»[52] nell’incontro con la lingua che più fra tutte si oppone al monolinguismo di consumo: quella della poesia. Come ben scrive Giovanna Lo Monaco, nella poesia di Ottonieri «l’accoglimento del “linguaggio della merce” e della realtà mediatica» assume l’aspetto di «una forma di “resistenza” alla merce stessa, di disturbo della comunicazione»[53] attraverso gli stessi strumenti che la realtà mercificata utilizza per garantire la propria esistenza.

Questa poetica del «trash’endente», applicata al settore della musica di consumo, si riverbera nei versi di Elegia Vertigo su almeno tre piani differenti. Innanzitutto, dal punto di vista tematico, l’ossessione d’amore che pervade di immagini ed espressioni banali i testi di canzone viene ripresa e problematizzata con una deviazione verso il macabro, il mortifero («giaci giaci giaci / sull’asfalto / il sangue ancora caldo / m’estingue sul tuo corpo / quando cado»)[54], fino a che non diventa essa stessa «strazio funerario»[55] che conduce all’annichilimento del soggetto («forse un bel giorno basta, andare via»)[56]. In questo senso, ad essere tematizzata è anche la pervasività della merce sotto forma di musica, che si insedia di soppiatto nelle menti degli individui («c’è un motivetto che mi sbatte nella testa, / e non se ne va») per livellare le coscienze sullo standard di un’“allegria” posticcia ed esaltata, maschera di un più profondo stato di malessere («tutto un senso di noia / nella gola – è la felicità, // questa qua? oppure è il malessere / che mi succhia dal plesso»)[57]. A questo aspetto si aggiungono, poi, come già anticipato, citazioni tratte da famosissimi motivetti di canzone («è per i 24 / e quattro mila baci», «vedrò quel gatto nero che volevo»)[58] che si mescolano a perfezione con evidenti echi letterari (i versicoli ungarettiani al participio passato: «flautati acuminati / da plastica e da stoffa / soffocati»; il Montale degli Ossi: «forse un bel giorno basta, andare via», «io sciolgo l’arsura sonora»; se non, addirittura, d’Annunzio o il Quasimodo di Alle fronde dei salici: «dall’arpa canora che sul vento ci sfiora»)[59].

Ciò che, però, fa davvero risuonare questo impasto verbale è l’apparato ritmico e retorico che sorregge i testi. Le poesie dell’Elegia riabilitano tutti gli stratagemmi che la canzone italiana moderna ha adottato e attualmente adotta per comporre il proprio discorso in musica. L’utilizzo di ritmi monotoni, ripetitivi, con accenti in posizione fissa, e di versi brevi in rima e con uscite spesso tronche, rese anche con pronomi, parole monosillabiche e altri «incisi usati come zeppa»[60], è l’elemento che, secondo Luca Zuliani, meglio contraddistingue l’italiano dei testi per musica, e su cui, non a caso, Ottonieri costruisce le proprie poesie sanremesi. Basta dare una letta a una delle poesie del medley per rendersene conto:

sai per sai per sai per

ché mi piaci

è per i 24 e quattro mila baci

che t’ho dati

flautati acuminati

da plastica e da stotta

soffocati,

cioè dico in carne ed ossa, nella fossa

che più non ti darò

giaci giaci giaci

sull’asfalto

il sangue ancora caldo

m’estingue sul tuo corpo

quando cado

(vertigo!!)

e a picco dal tuo corpo traggo il colpo

più sordo

che in te mi affonderò

giù per giù per giù per

questa strada

sterrata inerpicata

scialbata mai palpata, dolorosa

del mio orrore

tremore &

bugie meravigliose,

vedrò quel gatto nero che volevo

e non tenevo

e che da te non ho

[…][61]

Oltre alla regolarità del ritmo martellante dei versi[62], all’uso insistito della rima (“piaci-baci”, “stotta-fossa”, “asfalto-caldo”) e alla chiusura tronca del verso, soprattutto a fine strofa («sai per sai per sai per», «e che da te non ho»), si può notare, in questa come anche in altre poesie, che il discorso procede per rimandi fonici, tramite una concatenazione acustica obbediente «alla sola logica dell’energia ritmico-pulsionale che galvanizza la parola»[63], più che al nucleo semantico, al “messaggio” veicolato dalla lingua. Per Ottonieri, infatti, il sapere della poesia si situa sempre al di là della semantica, non è un “dire”, ma un «interdire» che non ha nulla a che fare con «l’intelligibilità letterale» della parola e che, piuttosto, appartiene a «quello scarto che precede/eccede la dicibilità, e che soltanto può raggrumarsi – grammatizzarsi – in musica, o ritmo, o: respiro»[64]. Viene, così, amplificato quel funzionamento «allusivo»[65] del significato poetico che avvicina e quasi sovrappone il verso alla musica.

Come si è già visto con l’esempio di Voce, nel momento in cui un testo di questo tipo viene eseguito con l’accompagnamento musicale, tutte queste caratteristiche vengono, di fatto, amplificate: la parola manifesta dichiaratamente il proprio potenziale sonoro diventando suono tra suoni, e così facendo svela quella natura evenemenziale e allusiva del senso di cui non sempre ci si accorge nella lettura del testo scritto. Inoltre, anche nella performance poetico-musicale dell’Elegia vengono meglio messi in luce il fondamento compositivo che ha guidato Ottonieri nella scrittura e le dinamiche di significazione con cui ciascuna poesia dà forma alla propria Stimmung.

Ascoltando la voce di Ottonieri e il gruppo Ringe Ringe Raja, si nota, prima di tutto, un aspetto che non si sarebbe potuto dedurre appieno dalla sola lettura del libro. I brani sai per sai per sai per e forse un bel giorno basta, andare via vengono entrambi eseguiti con l’accompagnamento di due famosissime canzoni (rispettivamente Quizàs, Quizàs, Quizàs e Ciao amore, ciao) delle quali essi ricalcano, oltre al testo, il ritmo e la melodia, come fossero delle riscritture, delle specie di covers. Nella prima delle due, in particolar modo, c’è un’elevata corrispondenza tra le pulsazioni del tempo musicale (in 4/4) e gli accenti forti dei versi: anche se la voce predilige, nel complesso, una dizione “rubata”, non rigidamente vincolata allo schema ritmico della musica, una perfetta sincronia tra pulsazione e accento versale si verifica sempre in apertura e in chiusura di strofa, e addirittura arriva, in alcuni casi, a far combaciare il ritmo della melodia alla fisarmonica con il ritmo scandito dagli accenti dei versi («vedrò quel gatto nero che volevo», «così che poi aspettando», «crudele quel dondon delle sirene del»). Una cosa simile accade nel secondo dei due esempi, dove, mano a mano che la canzone di Tenco si fa più presente, la voce comincia a seguire le indicazioni di tempo della musica coordinando pulsazione e accento, per sottolineare le corrispondenze rimiche («(sulle ali del vento, spezzate dal vento, / in questo momento) adesso che sento / l’inanità del tempo») o, a fine poesia, per far perfettamente coincidere la rivisitazione poetica del testo di canzone con la sua melodia («per dire / ciao mentre scivolo / ciao mentre scivolo, // ciao»).

È chiaro che, in questo modo, il sistema citazionistico su cui si basano le poesie dell’Elegia acquista un nuovo spessore: le citazioni che compongono gli «ipertesti» di Ottonieri, definiti dallo stesso poeta come «un internet, una connessione (infinitamente) combinatoria di reti»[66], si rivelano, durante l’esecuzione, non solo di natura testuale, ma anche di derivazione melodica, ritmica, e, in senso più ampio, musicale. L’amalgama di tradizione colta e popolare che contraddistingue la scrittura di Ottonieri e la sua poetica del «trash’endente» si dirama, quindi, su tutti gli strati e le modalità di fruizione (lettura o ascolto) del fatto poetico; ed è proprio nella performance che questo amalgama ipertestuale può concretamente invadere i sensi del lettore-ascoltatore, travolgerli con l’atmosfera satura di informazioni in cui l’uomo ipermediale postmoderno è immerso.

L’effetto che ne deriva non è tanto (o non solo) quello di un’intensificazione del tratto tragico e patetico dei testi – cosa che, in effetti, si verifica nei toni malinconici dell’esecuzione di c’è un motivo che mi sbatte nella testa –, ma è, piuttosto, quello di una parodia dell’affetto, o al più di un distaccamento ironico dallo stesso, tramite il gesto ludico dell’eccesso citazionistico, della mescolanza di linguaggi diversi e dell’urto tra cultura alta e bassa. Nel momento in cui l’Elegia viene accompagnata da motivetti di musiche note, il lamento funebre di quest’io poetante dalla «natura discenditiva»[67] viene rovesciato nella caricatura di sé stesso, in una versione canzonettistica più “leggera” e orecchiabile, anche se non del tutto immune dallo spettro della morte: sulle note di Ciao amore, ciao, d’altronde, aleggiano le ombre della malinconia e del suicidio di Tenco.

 

 

  1. P. Ortoleva, Le tecnologie del suono e la coscienza del Novecento, in Un secolo di suoni, i suoni di un secolo, a cura di M. Pistacchi e P. Ortoleva, Bologna, Minerva Edizioni, 2012, pp. 73-93, cit. a p. 86.
  2. N. Lorenzini, Il presente della poesia, Bologna, Il Mulino, 1991, p. 135.
  3. Nel corso del Novecento, la poesia ha spesso interagito con i media del suono. Si pensi alle letture di poesia alla radio o in televisione, agli eventi collettivi dei festival e dei readings poetici in cui i testi venivano amplificati dalle apparecchiature acustiche o, ancora, alle registrazioni su disco di letture autoriali e non.
  4. M. Garda, La traccia della voce tra poesia sonora e sperimentazione musicale, in Registrare la performance. Testi, modelli, simulacri tra memoria e immaginazione, a cura di M. Garda ed E. Rocconi, Pavia, Pavia University Press, 2016, pp. 73-91, cit. a p. 75.
  5. R. Donati, Quel motivetto che mi piace tanto. Le elegie sanremesi di Tommaso Ottonieri, in Le forme della voce. L’immaginario acustico nel secondo Novecento italiano, a cura di G. A. Liberti, Milano, FrancoAngeli, 2023, pp. 85-98, cit. a p. 86.
  6. V. Panarella, Incisioni su verso: poesia e discografia in Italia nel secondo Novecento, in Le forme della voce…, op. cit., pp. 99-113, cit. a p. 113. Con «discografia poetica» Panarella intende quelle incisioni su disco della seconda metà del Novecento in cui attrici e attori scelti leggono poesie tratte dalla tradizione letteraria italiana (da San Francesco a d’Annunzio) e poeti all’epoca viventi (Fortini, Montale, Sereni, Ungaretti e altri) recitano i propri versi. Ne sono un buon esempio la «Collana Letteraria Documento», prodotta a partire dal 1955, e «I 30 discolibri della letteratura italiana», prodotti sotto la direzione di Carlo Bo negli anni ’60 e riediti nel 1984. I CD della collana «inVersi» si collocano, di fatto, in questo filone e ne rappresentano un ulteriore sviluppo.
  7. G. Fontana, Poesia della voce e del gesto. Percorsi della vocalità nella poesia d’azione, Mantova, Sometti, 2004, p. 40.
  8. Cfr. V. Cuccaroni, Poesia ibrida. Poesia visiva, videopoesia, poesia elettronica, PJ set, Milano, Biblion, 2025; U. Fiori, Scrivere con la voce. Canzone, Rock e Poesia, Trezzano sul Naviglio, Unicopli, 2003.
  9. J. Culler, Theory of the Lyric, Cambridge, Harvard University Press, 2015, p. 137.
  10. Cfr. H. U. Gumbrecht, Atmosphere, Mood, Stimmung. On a Hidden Potential of Literature, Stanford, Stanford University Press, 2012.
  11. H. U. Gumbrecht, Production of presence: what meaning cannot convey, Stanford, Stanford University Press, 2004, p. 107.
  12. D. Attridge, The Singularity of Literature, New York and London, Routledge, 2004, p. 58.
  13. P. Giovannetti, «The lunatic is in my head». L’ascolto come istanza letteraria e mediale, Milano, Biblion, 2021, p. 38.
  14. «For this very reason, references to music and weather often occur when literary texts make moods and atmospheres present or begin to reflect upon them. Being affected by sound or weather, while among the easiest and least obtrusive forms of experience, is, physically, a concrete encounter (in the literal sense of encountering: meeting up) with our physical environment» (H. U. Gumbrecht, Production of presence…, op. cit., p. 4).
  15. S. La Via, Poesia per musica e musica per poesia: dai trovatori a Paolo Conte, Roma, Carocci, 2020, p. 20.
  16. S. Davies, Musical Understandings and Other Essays on the Philosophy of Music, Oxford, Oxford University Press, 2011, pp. 76 e 74.
  17. Ivi, p. 47.
  18. Per una comprensione più completa e precisa del concetto di “evento”, invito a dare un’occhiata a M. Mukim, From, Event, in Literature and event. Twenty-First Century Reformulations, a cura di D. Attridge e M. Mukim, New York and London, Routledge, 2022, pp. 1-24.
  19. J. D. Bolter, R. Grusin, Remediation. Understanding New Media, Cambridge, The MIT Press, 1999.
  20. C. Tirinanzi De Medici, «The Lord of song». Rimediazioni e affetti tra musica e poesia, in Gli attrezzi delle Muse. Itinerari fra poesia e musica dalla modernità all’estremo contemporaneo, a cura di C. Tirinanzi De Medici, Roma, Carocci, 2024, p. 39.
  21. A. Mistrorigo, Phonodia. La voz de los poetas, uso crítico de sus grabaciones y entrevistas, Venezia, Edizioni Ca’ Foscari, 2018.
  22. Ch. Bernstein, Introduzione, in Close listening. Poetry and the Performed Word, a cura di Ch. Bernstein, Oxford, Oxford University Press, 1998, pp. 2-26, cit. a p. 8.
  23. M. Marrucci, La poesia italiana del Duemila, in L’estremo contemporaneo. Letteratura italiana 2000-2020, a cura di E. Zinato, Roma, Treccani, 2020, pp. 111-40, cit. a p. 98.
  24. Intervista-dialogo con Lello Voce intorno a una concezione pluriversa della poesia, a cura di A. Inglese; cfr. l’URL: <https://www.nazioneindiana.com/2012/09/27/intervista-dialogo-con-lello-voce-intorno-a-una-concezione-pluriversa-della-poesia/> (ultima consultazione: 20/01/2026). Scrive Lello Voce, nello stesso documento: «Se può interessare il mio parere, io credo che, per cose come le mie, l’ascolto venga prima della lettura, perché nell’ascolto sono racchiuse tutte le forme artistiche dei miei testi, tanto quella linguistica, quanto quella sonora».
  25. N. Balestrini, Quest’azione tutta di Voce, in L. Voce, Farfalle da combattimento, Milano, Bompiani, 1999, pp. XIII-XIX, cit. a p. XVII.
  26. Un richiamo alla popular music è intuibile già dal titolo, se si considera che Loredana Bertè pubblicò, nel 1997, l’album Un pettirosso da combattimento, contenente la canzone Rap di fine secolo. Il titolo del disco – come ha dichiarato la cantante – è a sua volta una citazione di un passo della Domenica delle salme di De Andrè. Anche se il titolo del libro di Voce ricalca esplicitamente il nome di una serie di dipinti di Silvio Merlino, alcuni dei quali vengono peraltro riportati all’interno della raccolta (cfr. la nota autoriale a p. XXI), non ci sembra fuori luogo supporre un’allusione al repertorio appena citato, oltre a un possibile debito con il Rap di Sanguineti e Liberovici, sempre di quegli anni. D’altronde, con questa poesia, ci troviamo nel pieno della temperie avant-pop degli anni ’90.
  27. La registrazione è disponibile anche su YouTube, nella forma di una video-poesia realizzata con la collaborazione di Giacomo Verde; si veda l’URL: <https://youtu.be/sbh29DCYypM?si=aNpJC9pwSSIXWe6t>.
  28. L. Voce, Un divorzio all’italiana: la poesia con musica, in «L’Ulisse. Rivista di poesia, arti e scritture», n. 26, pp. 343-54, cit. a p. 347.
  29. Paolo Giovannetti, a proposito del verso rap, parla della «coesistenza, quasi la neutralizzazione, nel rap, degli opposti – verso e prosa, che appunto sono da esso fusi e confusi, in maniera a ben vedere assai più radicale di quanto non faccia un “classico” prosimetro» (P. Giovannetti, Che cosa può insegnare la canzone alla poesia?, in «L’Ulisse. Rivista di poesia, arti e scritture», n. 16, pp. 166-77, cit. a p. 171).
  30. Jovanotti, nota, in L. Voce, Farfalle da combattimento, op. cit., p. IX.
  31. L. Voce, Farfalle da combattimento, op. cit., p. 16.
  32. Ibidem.
  33. P. Giovannetti, Che cosa può insegnare…, op. cit., p. 175.
  34. L. Voce, Un divorzio all’italiana…, op. cit., p. 349.
  35. G. Frasca, L. Voce, Avviso ai naviganti; cfr. l’URL: <https://www.lellovoce.it/2018/05/21/avviso-ai-naviganti-gabriele-frasca-e-lello-voce/> (ultima consultazione: 20/01/2026).
  36. Osservando le interazioni tra la poesia e la musica, Pagnini scrive: «Si può dire che l’una parte dà qualcosa all’altra e agisce da ‘levatrice’ delle potenzialità dell’altra» (M. Pagnini, Lingua e musica. Proposta per un’indagine strutturalistico-semiotica, Bologna, Il Mulino, 1974, p. 99).
  37. L. Voce, Farfalle da combattimento, op. cit., p. 18.
  38. R. Shusterman, Rap Aesthetics. Violence and the Art of Keeping It Real, in D. Darby, T. Shelby, Hip Hop and Philosophy. Rhyme 2 Reason, vol. 16, Chicago, Open Court, 2005, pp. 54-64, cit. alle pp. 62 e 59.
  39. S. La Via, Il “Lai del ragionare lento” e la sua voce poetico-musicale. Appunti per un’analisi razionalemotiva, in «L’Ulisse. Rivista di poesia, arti e scritture», n. 16, pp. 178-97, cit. a p. 180.
  40. In una poesia di denuncia come questa, in cui la presa sulle coscienze ha una certa rilevanza, l’oscurità e l’ambiguità del senso vengono generalmente misurate, contenute, per non attenuare lo slancio comunicativo.
  41. Ivi, p. 179.
  42. M. Garda, Tra il suono e il segno: gesti vocali nella poesia sonora, in «La Rivista di Engramma», n. 145, maggio 2017, pp. 253-63, cit. a p. 257.
  43. L. Voce, Farfalle da combattimento, op. cit., p. 21.
  44. Scrive infatti Andrea Cortellessa, a commento della nuova edizione del libro, che Ottonieri indaga e ingloba nella sua Elegia il «Regno del Posticcio: indovinandone la più compiuta, la più autentica espressione nella canzonetta sanremese» (in T. Ottonieri, Elegia Sanremese, Torino, Nino Aragno Editore, 2022).
  45. T. Ottonieri, Elegia Sanremese, Milano, Bompiani, 1998, p. 3.
  46. Ivi, p. 8.
  47. La registrazione di Elegia Vertigo è reperibile anche sul sito PennSound (Center For Programs in Contemporary Writing dell’Università della Pennsylvania) al link: <https://media.sas.upenn.edu/pennsound/groups/Italiana/Tommaso-Ottonieri/Ottonieri-Tommaso_Elegia%20Vertigo.mp3>. Oppure su YouTube all’URL: <https://youtu.be/n9TvmM1akVI?si=35IVi7bXZVydEV48>. Nell’esecuzione del medley, Ottonieri è accompagnato dal gruppo Ringe Ringe Raja, formato da Massimiliano Sacchi al clarinetto, Marco Di Palo al basso elettrico, Cristiano Della Monica alle percussioni, Paolo Sasso agli archi, Pietro Bentivenga alla fisarmonica.
  48. R. Donati, Quel motivetto che mi piace tanto…, op. cit., p. 88.
  49. Cfr. G. Frasca, La lettera che muore. La letteratura nel reticolo mediale, Roma, Luca Sossella, 2005.
  50. Per meglio comprendere questa espressione, riporto la definizione che ne dà Ottonieri: «E la plastica usurata, degradata, decolorata che è la vera lingua standard in cui – al di qua di qualsiasi accademismo o nobilitazione gergale o sublimazione letteraria – probabilmente pensiamo cioè siamo pensati; cioè la plastica che comunica di continuo l’identità della parola col suo oggetto – l’accesso (mutuo) della sfera delle cose dell’uso nella sfera della parola dell’uso. La lingua si fa cosa, si fa tutta-cosa, si fa questa cosa, si cosifica nel contatto totale campionario (lotto numero uno, lotto numero due…) con l’essere della merce: (e in questo, si rivela, finalmente, come merce). Solo che lungi dall’offrire qualche patina luccicante che ricopra, questa cosa-lingua-merce si eleva – per una sorta di cupa resurrezione – nell’assoluta realtà del suo degrado. Lingua televisiva standard per cui ogni parlante si proietta dentro il cerchio simbolico, magico-demoniaco, dell’Accesso, e depone qualsiasi espressività presunta o residua (posto che sia ancora possibile, quella). […] Plastica della lingua è questo assoluto del presente deteriorabile della merce, in cui la merce (generalmente di bassa qualità) parla la sua lingua elementare; più-che-reale; desueta e, infine, aliena» (T. Ottonieri, La plastica della lingua. Stili in fuga lungo una età postrema, Torino, Bollati Boringhieri, 2000, pp. 60-61).
  51. T. Lisa, Poetiche contemporanee. Colloqui con 10 poeti contemporanei, Civitella in Val di Chiana, Zona, 2006, p. 111.
  52. «La più vagheggiabile desiderabile Chimera, l’obiettivo ultimo seppur lontano e forse inaccessibile, sembra allora l’orizzonte diretto, estremo o forse (meglio) esagerato, di una poesia trash’endentale; in cui la parola poetica possa annullarsi per quanto ha in sé di iniziatico e di elitario, anche di (presunto) durabile, e possa offrirsi in qualche sua deperibilità esagitata, nella devastata casualità in grado di trasferire di trascendere verso altra mondanità, quasi una plastica mentale, fino alla polpa più consumabile, alla consumazione del consumo» (T. Ottonieri, La plastica della lingua…, op. cit., p. 135).
  53. G. Lo Monaco, Tommaso Ottonieri. L’arte plastica della parola, Pisa, Edizioni ETS, 2020, p. 17.
  54. T. Ottonieri, Elegia Sanremese, op. cit., p. 20.
  55. Ivi, p. 29.
  56. Ivi, p. 45.
  57. Ivi, p. 27.
  58. Ivi, pp. 20-21.
  59. Ivi, pp. 20, 45, 46.
  60. L. Zuliani, L’italiano della canzone, Roma, Carocci, 2018, p. 103.
  61. T. Ottonieri, Elegia Sanremese, op. cit., p. 20.
  62. Anche la regolarità metrica risponde alla logica del “disturbo” di cui si parlava poco sopra: «Ciò che il nostro laboratorio assunse con maggiore decisione, fu allora proprio quella logica dell’interferenza e del disturbo, di cui accennavo. Istituire una griglia, da cui poter poi studiare fughe multiverse» (T. Ottonieri, La plastica della lingua…, op. cit., p. 206).
  63. R. Donati, Quel motivetto che mi piace tanto…, op.cit., p. 92.
  64. T. Ottonieri, La plastica della lingua…, op.cit., pp. 203-204.
  65. D. Barbieri, Rimane possibile oggi cantare in poesia?, in «L’Ulisse. Rivista di poesia, arti e scritture», n. 26, pp. 8-23.
  66. T. Ottonieri, La plastica della lingua…, op. cit., p. 226.
  67. G. Manganelli, Hilarotragoedia, Milano, Adelphi, 1987.

(fasc. 60, 25 maggio 2026)

Quattro articoli di Thomas De Quincey sul teatro musicale di Rossini

Author di Cristiano Spila

Abstract: Si pubblica la prima traduzione in italiano di quattro recensioni, apparse in «Edinburgh Saturday Post», dello scrittore inglese Thomas De Quincey su opere di Gioachino Rossini: esse si caratterizzano per impegno speculativo e originalità di giudizio. Gli articoli, accomunati dall’intestazione «L’opera italiana», furono scritti dopo alcune rappresentazioni di opere rossiniane, al teatro di Edimburgo, allestite da una compagnia italiana. L’introduzione del curatore mette in luce gli ampi e variegati interessi culturali dello scrittore inglese, da sempre amante dell’Opera italiana.

Abstract: This contribution presents the first Italian translation of four reviews by the English writer Thomas De Quincey – originally published in the «Edinburgh Saturday Post» ‒ concerning the works of Gioachino Rossini. These reviews are distinguished by their intellectual depth and originality of judgment. United under the heading «Italian Opera», the articles were written following performances of Rossini’s operas in Edinburgh by an Italian troupe. The editor’s introduction highlights the wide-ranging and diverse cultural interests of the English writer, a lifelong admirer of Italian opera.

De Quincey e i piaceri dell’Opera

Per quasi quarant’anni, Thomas De Quincey è stato un giornalista dai molti interessi: ha scritto su una vasta gamma di argomenti, dalla politica alla scienza, dalla filosofia all’archeologia, dalla storia all’economia, dalla droga all’omicidio, dai poeti contemporanei al teatro di Shakespeare. Forse, la sua reputazione letteraria potrebbe averne sofferto; tuttavia, l’effetto di questa sua strana attività da indaffaratissima cimice letteraria in qualche modo ha riempito «un vuoto di esperienza lasciato vacante»[1].

Non c’è un monumento permanente per lui a Oxford. Eppure, aveva studiato al Worcester College. Non fu molto amato dagli intellettuali inglesi di inizio Novecento: su tutti, la poetessa Vita Sackville-West, che non lo sopportava e che lo definì un «erudito prolisso e fazioso»[2]. Molti hanno finito per indulgere sulle sue qualità meno letterarie, definendolo un inveterato oppiomane; altri lo hanno considerato un poligrafo intossicato dalla letteratura[3]; altri ancora ne hanno apprezzato le doti di raffinato crittografo e prosatore, ma ai limiti del plagio[4]; per altri, infine, è stato un disturbatore, un metafisico seminatore di discordie letterarie, ma anche «un precursore dei decadenti»[5]: Thomas De Quincey è stato definito in molti modi diversi fra loro e in uno di questi (o forse tutti) egli ha attraversato con un certo undestatement la scena culturale inglese del Primo Ottocento.

Egli ebbe una percezione precisa dell’importanza del fenomeno giornalistico nella società moderna, attestato dall’attività ininterrotta e quasi esclusiva di pubblicista e scrittore su periodici, Quarterlies, riviste, fascicoli letterari. In lui troviamo le principali preoccupazioni di rendere «durevole» l’impresa giornalistica: il proposito che un periodico o una rivista non si esaurisca in una forma di letteratura effimera e di consumo ma fornisca materia per la critica e la riflessione dei tempi futuri. Torna soprattutto, come filo conduttore di tutta la sua attività giornalistica, la funzione centrale della letteratura intesa a mostrare la via della critica; e poi, non secondariamente, l’apporto della letteratura antica anche come chiave per leggere la realtà. Si tratta di elementi importanti, perché mostrano la qualità del contributo di De Quincey all’esperienza della moderna prosa inglese.

Si dovrebbe parlare di lui come di uno scrittore introspettivo e stranamente labirintico, forse un decostruzionista ante litteram: egli appartiene a quella «tradizione digressiva» che ha in Jonathan Swift e in Laurence Sterne le fondamenta su cui poggia l’intera esperienza del saggismo anglosassone[6]. È indubbio, infatti, che in lui convivano una tensione alla digressione continua, con conseguente perdita del centro, e una tendenza all’argomentazione come consapevolezza della possibilità che la “fine” del testo non esiste. Questo modo di procedere richiama la fluvialità di una scrittura senza centro: il «fiume magico» di cui parlava Borges[7], cioè la constatazione della letteratura come un insieme non scomponibile, un continuum polirematico che mescola l’essay e la narrativa, la cronaca e l’analisi. Paradosso di una scrittura priva di un centro di gravità. Grazie alle continue sollecitazioni argomentative, ai richiami eruditi e agli inserti autobiografici, il testo è in grado di colpire la sensibilità morale del lettore: un vero e proprio palcoscenico interiore, il teatro di un conflitto tra riflessione filosofica ed energia emotiva. Al centro della pratica letteraria di De Quincey, infatti, sta la continua tensione fra ragionamento e confessione, trattazione e narrazione: il carattere soggettivo dell’emozionalità e l’analisi critica delle categorie si confrontano e si mescolano in una scrittura dell’ambiguità.

Nel suo capolavoro letterario, Confessioni di un oppiomane, De Quincey racconta i suoi «piaceri dell’Opera», quando a Londra tra il 1804 e il 1812 egli era solito frequentare il teatro d’opera come «il più piacevole luogo di Londra per passarci una serata»[8]. Lo scrittore informa anche di come scegliesse di norma il martedì e il sabato come loggionista a cinque scellini a serata per andare a sentire Giuseppina Grassini[9], cantante leggendaria a quei tempi anche per le note vicende amorose con il Duca di Wellington e, ça va sans dire, con Napoleone.

Certo, tali “piaceri” musicali non erano esenti dal mescolarsi con altri piaceri più perversi, primo fra tutti l’oppio che, «aumentando l’attività della mente in generale», aumenta anche «un elaborato piacere intellettuale»[10]. Un altro non meno intenso di questi piaceri, però – fa sapere sempre l’autore – era quello di sentir “parlare” gli italiani al teatro, la «musica della lingua italiana parlata da donne italiane», perché il loggione era generalmente affollato di Italians. La musicalità di cui parla De Quincey è legata alla sua incomprensibilità: infatti, chiosa poi l’autore stesso, «meno si capisce una lingua, e più si è sensibili alla melodia e all’asprezza dei suoi suoni». Questo punto è molto importante perché De Quincey ha avuto con la cultura italiana un certo feeling, pur conoscendo per sua stessa ammissione assai poco la lingua: «l’italiano […] lo leggevo soltanto un po’, non lo parlavo affatto; e non capivo un decimo di quel che sentivo dire»[11].

Sarà forse questa complessa e inesausta ricerca di piaceri ‘insoliti’ che avrà guidato l’autore verso il dilettevole teatro musicale di Rossini?

L’occasione gli viene fornita, tra il dicembre 1827 e il gennaio 1828, da una visita a Edimburgo della compagnia dell’Opera italiana guidata dal primo attore comico Giuseppe De Begnis, il quale organizzò, diresse e finanziò la tournée[12].

Gli articoli che ne scaturirono, ben quattro, sul teatro musicale di Rossini, accomunati dall’intestazione «L’opera italiana», apparvero sull’«Edinburgh Saturday Post», un settimanale di otto pagine che aveva aperto i battenti proprio in quell’anno[13]. Sono recensioni interessanti, che si caratterizzano per impegno speculativo e originalità di giudizio. Si tratta di una produzione poco nota del periodo in cui De Quincey viveva con la famiglia nel Distretto dei Laghi. A poco più di quarant’anni, egli iniziò la collaborazione con il «Post» per il disperato bisogno di denaro per sostentare moglie e figli. Cionondimeno, questi articoli su Rossini in Scozia rappresentano ben più che la curiosità di un placido e svagato spettatore e rivelano, invece, interessi culturali ampi e variegati, non esenti da una sottile rivendicazione dei talenti nazionali.

Il primo di questi quattro articoli sull’opera italiana, intitolato semplicemente Il Barbiere di Siviglia di Rossini, apparso sul «Post» del 15 dicembre 1827, si presenta come una recensione “a caldo” dello spettacolo. Nelle righe, trapela una certa familiarità con l’opera inglese, e il fatto dichiarato di aver ascoltato le esibizioni londinesi della cantante Miss Ayton suggerisce le pratiche di un colto habitué del teatro musicale. Altri dettagli di Britishness comprendono citazioni di cantanti inglesi e ricordi del Royal Theatre di Londra e altro. Le movenze tipiche della prosa dequinceiana includono inserti di frasi in latino e l’uso di locuzioni francesi; ma anche stilemi tipici, come «quella vecchia avida poiana», e l’ironia “classicista” di appellare Edimburgo come «Atene». Per quanto concerne la letteratura, è tipico del Nostro il richiamo a Shakespeare, qui all’Amleto, ma anche ad altri personaggi letterari, in particolare al Don Chisciotte in funzione antipedantesca e antiretorica.

Il secondo articolo, Il Turco in Italia di Rossini, appare una settimana dopo, il 22 dicembre 1827. È una recensione fine e spiritosa che soddisfa la promessa conclusiva del primo articolo sull’opera della settimana precedente; ed è anche la continuazione di quel pezzo sulla conoscenza dell’Opera di Londra, e il suo sottile interrogativo sui letterati di Edimburgo. Inizialmente, lo scrittore sembra mettere in campo un tipo di giudizio con finalità moralistiche (con termini come “approvazione”, “impegno”, “depravazione”, “infame”) ma poi finisce per enfatizzare un tipo di esperienza puramente estetica: il «genio» di Rossini e il piacere di «ascoltarlo».

Lo stile è qui forse più colloquiale, ma non mancano giochi di parole e allusioni letterarie (vedi le quartine iniziali di Thomas More). La prospettiva inglese è implicita quando il critico parla delle «due nazioni», Italia e Inghilterra, e mette a confronto la lingua e la recitazione italiana con quella inglese: il punctum dolens di tutta l’argomentazione è il recitativo secco nell’opera italiana con le difficoltà di dizione per i cantanti inglesi.

L’articolo si chiude con un giudizio molto cauto circa la fortuna dell’opera rossiniana che diviene, però, tranchant quando tocca la messa in scena dell’esecuzione scozzese. Nel Turco, lo scrittore sottolinea come varie mancanze abbiano snaturato lo spettacolo; tuttavia, in linea con idee decise e giudicanti, non esita a stroncare l’intera composizione come «molto inferiore al Barbiere, alla Cenerentola o alla Gazza Ladra»: forse colpa del libretto, talvolta della musica.

Il terzo articolo del gruppetto, I nostri amici italiani, viene pubblicato sempre sul «Post» il 29 dicembre 1827. Il focus del pezzo è la dichiarazione che il pubblico musicale di «quella vasta Babele» che è Londra ha fatto progressi nell’opera, oltre i preconcetti popolari della musica “gaelica” (gude folk): questa attestazione, che sembra essere a tutta prima un’espressione di orgoglio locale, si rivela in realtà un’ironica presa in giro, proprio a spese delle pretese artistiche di una città come Edimburgo. Nel testo si notano l’impazienza nei confronti dell’orchestra cittadina e il sarcasmo a spese di «Atene», così come le forti opinioni su argomenti musicali. L’indicazione delle sedi operistiche di Londra, e poi di Manchester, Liverpool e Birmingham, certamente suggerisce la grande conoscenza che ne ebbe De Quincey; ciò implica che l’autore si accrediti come un affermato critico musicale o comunque come uno che ha una certa competenza per l’opera italiana.

La Compagnia dell’Opera italiana, con la sua stella della comicità, Giuseppe De Begnis, fu bene accolta nelle serate di apertura, ma la presenza del pubblico, dal punto di vista dei numeri, fu inferiore alle attese. De Begnis e la sua compagnia, infatti, partirono prima del previsto, anche se non così presto come suggerisce l’ultimo articolo. Questo, intitolato Rossini e altri, apparve a stampa il 5 gennaio 1828. Più discorsivo che informativo, si apre con l’aneddoto poco noto sul reverendo William Leeves, di Wrington, vicino Barth. Questo dato rimanda direttamente alla biografia dell’autore. Infatti, nei suoi ultimi scritti, De Quincey ricorda di aver visitato la «bellissima valle di Wrington» nel sud dell’Inghilterra, dove sua madre si era trasferita nel 1808; tra gli scrittori che De Quincey incontrò a Wrington, intorno al 1813, c’era un certo «Reverendo Dottore» che «si vantava» delle sue conoscenze letterarie (Autobiographic Sketches, Vol. 19)[14].

Questi articoli, qui tradotti per la prima volta in italiano, vanno certamente inseriti nell’alveo del dibattito di idee sull’interazione tra letteratura e musica nel Primo Ottocento. De Quincey non si limita ad analizzare la musica dal punto di vista della performance; evidentemente forte della decennale frequentazione dei palcoscenici, egli tiene conto delle aspettative del lettore e dello spettatore. Così, riconduce l’effetto dello spettacolo operistico a impressioni accumulate nel tempo talmente radicate da trasformarsi in un giudizio estetico. La mise-en-scène nella sua fattualità esprime per lui tutt’intero il significato dell’opera drammatica, mentre pochi sono i riferimenti al testo, al libretto. Forse, in questo atteggiamento si può riscontrare un compendio dell’idea romantica della musica che riesce a svelare correlazioni tra funzioni musicali ed emozioni («passioni» e «sentimenti»).

La musica si va progressivamente emancipando dal ruolo di puro intrattenimento per riprendersi il posto come disciplina estetica e morale, di valenza non inferiore a quella delle altre arti. L’attenta lettura degli errori e delle imperfezioni dei musicisti da parte di De Quincey suggerisce un’implicazione di elevati standard estetici, in contrapposizione ai pregiudizi morali o religiosi prevalenti altrove. Lo scrittore, mentre distribuisce qua e là qualche succosa citazione, punta all’analisi delle dinamiche esecutive e alla capacità di muovere lo spettatore alle emozioni e ai sentimenti. Per questo, l’abilità di impersonare («personation») un ruolo, di tradurre le passioni diviene la vera pietra di paragone per giudicare il livello di recitazione degli attori e il successo di una performance.

Le riserve espresse sui cantanti non sono sollecitate da una mancanza di fiducia nelle capacità performative degli interpreti; ma, a dispetto della straordinaria ammirazione per i grandi cantanti della sua epoca (ve n’è una “lista” nel terzo articolo), De Quincey segnala quanto l’incarnazione in alcuni personaggi possa falsare la loro rappresentazione nell’immaginario individuale. Ad esempio, nel primo dei quattro articoli, l’autore “bacchetta” il cantante Torri: desideroso di lasciare una traccia indelebile sul pubblico, questi fa appello alla propria presenza corporea, al limite dell’incongruità rispetto al contesto; mentre il poeta è consapevole che l’espressione del canto, il carattere psicologico, la situazione attoriale e perfino il costume di scena non sono affatto fenomeni trascurabili.

Più interessante, la riserva espressa sulla tendenza dei cantanti inglesi dell’epoca ad adornare il canto “declamato”, allora di moda, con fregi che vanno dai trilli alle fioriture e alle agilità vocali; la qual cosa De Quincey ha buon agio di giudicare come un difetto in rapporto alla moda presente e al suo raffinato gusto di amateur musicale. Ad esempio, pur ribadendo la propria stima nei confronti del suo talento di “giovane” cantante, valuta la Fanny Ayton non all’altezza di altre cantanti rossiniane.

Come si vede, insomma, queste rubriche di critica musicale pubblicate sulla stampa periodica del tempo sono un fecondo spazio di discussione sulla capacità delle “arti sorelle” di connettersi fra loro, di influenzarsi e di copiare le emozioni. La spiritosa descrizione di Rossini, il Cigno di Pesaro, come quello di una «canaglia» che si avvale della strumentazione per nascondere i suoi «plagi» dice molto dell’attitudine liberale sul plagio e sul riuso da parte di De Quincey. In termini generali, l’apprezzamento dello scrittore per Rossini è distaccato e arguto, in termini più ironici che empatici, come ci si può aspettare dal suo stile ironico e pungente; come, ad esempio, quando tratteggia il compositore come uno speziale alle prese con «la solita ricetta» per mettere insieme un’overture o quando invita a scoprire «il pezzo di stoffa del patchwork che c’è sotto».

A conclusione di questa esemplificativa disamina sull’accoglienza riservata a Rossini nella lontana Scozia, non possiamo non ribadire il fondamentale contributo dato da De Quincey al genere della critica musicale legata alla fortuna di un’opera o di un autore. Il valore documentaristico di tali articoli è enorme, in quanto essi offrono una preziosa testimonianza sulle relazioni tra i letterati e la musica, e contribuiscono in maniera significativa alla conoscenza storica della fortuna dell’opera italiana, e in particolare del teatro di Rossini, nell’Europa del tempo.

Nota al testo

La presente traduzione segue il testo procurato in The Works of Thomas De Quincey, ed. by David Groves, Part I, Vol. 5: Articles from the Edinburgh Saturday Post, 1827-1828, London, Routledge, 2000, pp. 176-236.

Il corpus dei Works di De Quincey è oggi consultabile online all’URL: https://www.oxfordscholarlyeditions.com).

Nella traduzione, per quanto possibile, si è cercato di conservare l’uso dei corsivi (per l’italiano e il francese) e dei trattini; sono state aggiunte, a cura del traduttore, note esplicative per facilitare la comprensione di alcuni fatti, eventi, personaggi.

Per una migliore comprensione dei nomi e delle biografie di cantanti del tempo, sia inglesi sia italiani, si veda: A Biographycal Dictionary of Actors, Actress, Musicians, Dancers, Managers, & Other Stage Personnel in London, 1660-1800, by Ph. H. Highfill, jr., K. A. Burmin and E. A. Langhans, Southern Illinois University Press 1993 (consultabile online: https://babel.hathitrust.org); O. Chilesotti, I nostri maestri del passato. Note biografiche sui più grandi musicisti italiani da Palestrina a Bellini, Milano, Ricordi, 1882.

 

L’Opera italiana – «Il barbiere di Siviglia»

Quella attuale è una stagione che sembra essere colma di piacevoli ed eleganti passatempi in una misura tale che raramente, forse mai, se n’è avuta una eguale. E la musica, “celeste ancella”, ha preparato un banchetto non comune adatto a ogni varietà di gusti: è un piacere che può giungere ad un’intensità persino eccessiva, forse con meno combinazioni di una qualunque altra delle «arti sorelle» ma di certo con la più perfetta unicità di cuore. Si è aperta un’epoca – meglio dire un’era – nella storia musicale di Edimburgo, per cui raccomando ai nostri lettori di andare a visitare il Teatro. All’interno delle sue vecchie mura si può ascoltare qualcosa di “nuovo” che, crediamo, sarà molto gratificante. En passant, cortese lettore, ricordati di acquistare il libretto con il testo a fronte altrimenti gran parte del tuo divertimento andrà perduto. Ti dirò di più, se anche sei un homo multarum literarum, non riuscirai a cogliere tutto il senso della poesia, persino se i cantanti pronunciano tutto con chiarezza. Invece, bisogna che si renda giustizia alle idee del compositore.

La traduzione si discosta abbastanza dall’originale ed è anche stranamente costosa – un espediente che, presumo, sia stato considerato come succedaneo al prezzo del biglietto. Ma visto che non è obbligatorio pagare due scellini in più[15], suppongo che non vi sia alcuna motivazione legale per brontolare; anche se personalmente penso che si sarebbe dovuto inserire tutti i dialoghi in «un libro di così gran prezzo».

Veniamo ora alla parte più piacevole della nostra chiacchierata. Gli italiani, con lo stile che li contraddistingue, hanno inaugurato una stagione che può essere considerata di buon auspicio. Certo è che gli spettatori non scopriranno talenti travolgenti tra i membri di una compagnia assolutamente rispettabile, se pure non eccellente, di cantanti lirici. La nostra Miss Fanny Ayton, la prima donna, è certamente una vera lady inglese e si può dire che abbia già raggiunto una celebrità molto solida e ben meritata, tenendo conto della sua giovane età e della conseguente poca esperienza. E se la voce è lo specchio della sua anima, di cui è evidentemente dotata, il tempo e gli ulteriori studi la renderanno pari a quella della maggior parte dei suoi predecessori. Ha una voce non ricca; per ora, possiamo definirla una voce da ragazza: ha dei limiti e ci duole osservare che lei indulge sempre nell’alterare o invertire (musicalmente parlando) numerosi passaggi in modo tale però da storpiare considerevolmente i magnifici motivi musicali del compositore. Siamo inclini a pensare che occasionalmente sforzi così tanto la sua voce, oltre le sue proprie capacità, da produrre quasi un urlo.

Va detto, però, che questo è un Teatro veramente infelice per i cantanti: l’acustica non è buona e la propagazione del suono è resa difficile e spesso veramente sgradevole. Avendo assistito alle promettenti esibizioni della giovane signora a Londra e altrove, posso assicurare positivamente coloro che non potranno avere questa opportunità che le sue capacità vocali sono molto rovinate per il motivo che ho specificato; un difetto questo che effettivamente coinvolge tutte le voci in generale.

L’azione di Miss Ayton risulta in qualche modo alquanto retorica, a volte irritante; ma c’è una serietà in tutto ciò che fa e, nella nostra modesta valutazione, ella riesce a neutralizzare ogni impressione sfavorevole. Quando canta Una voce poco fa, la sua prima aria, l’intonazione non è poi così buona: forse la novità di uno strano pubblico, oppure quel Teatro, l’orchestra ecc. possono aver causato tutto ciò, poiché è certo che lei evidentemente canta con toni più alti di quelli consueti in quell’arduo personaggio che è Rosina nell’Opera italiana. Questo però non ci esime dal rendere omaggio e ammirare incondizionatamente le doti di questa amabile giovane cantante, che incarna tale personaggio sul palcoscenico – spazio in cui ognuno di noi, come si sa, recita la sua parte. Per lei, a quanto pare, la musica è stata un’acquisizione utile alla realizzazione sociale, come il necessario accessorio di una donna destinata a muoversi in una sfera della società più rispettabile. Una ventura, tuttavia, non approvata dai suoi genitori – nel bel mezzo di una delle più grandi depressioni economiche del suo Paese. Allevata per sostentare il nucleo della privacy domestica, lei, in un modo veramente filiale, si è trasformata in una fonte degna di considerazione per sé stessa e per tutta la sua famiglia. Se non erro, è Liverpool il luogo natale dell’erede di questa impresa commerciale. Siamo estremamente lieti di sapere come la sua fama sia venuta crescendo – ed è oggi sempre più ampia – dopo la sua esibizione come prima donna a Venezia, e, crediamo, in molte altre città del Continente.

Il Signor de Begnis è un vecchio beniamino degli «Ateniesi»[16]; e sembra assai improbabile che, con questa sfida, possa perdere la posizione acquisita presso di loro. Certo, la sua è una rischiosa speculazione, perché è l’unica persona che ha una grande responsabilità, avendo lui stesso assunto i cantanti: Miss Ayton, il Signor Torri, De Angeli e Giubilei ecc. ecc. ecc. Se siamo correttamente informati, però, l’impresario teatrale non corre alcun rischio. Diciamo queste cose per onestà verso il Signor de Begnis, e riteniamo opportuno documentare nel modo più chiaro e preciso possibile questo evento da lui organizzato, in modo tale che possa congedarsi da noi con il profondo desiderio di rivederci ancora e ancora; è un sentimento che il suo ammirevole talento di artista e la sua condotta da gentiluomo meritano pienamente. Anche se avremmo preferito dedicarci oggi a testimoniare più una sua esibizione nel ruolo del dottor Bartolo, dobbiamo constatare purtroppo che in quest’opera è stato un Figaro senza molti sentimenti. Però, la sua reputazione professionale è così alta che non percepirà di certo il nostro modesto pungolo anche se, da amici quali siamo, dovremmo dargli una bella frustata.

Shakespeare ha saggiamente raccomandato che «quelli che fan le parti dei buffoni non dican più di quanto è scritto per loro»; ma poiché il tale Signore ha spesso mostrato il desiderio di farci capire che lui tenta di parlare in inglese; e anche presumendo che, di tanto in tanto, legga un poco di inglese, mi viene da consigliargli di utilizzare una delle massime del Bardo dell’Avon di «non passare oltre i limiti della moderazione della natura». Il suo infarcire il Barbiere con un inglese da sempliciotti fatto di “good night”, “silence” o “my dears” ecc. è sembrato «un farla da Erode più di Erode stesso» e, di fatto, ha indotto «una certa quantità di stupidi spettatori a rider pure»; ma non ha fatto altro che «affliggere l’uomo di giudizio»[17].

La naturale attitudine di Figaro per la gaiezza, la bellezza e l’intrigo non sono affatto come ce li dipinge lui: il suo aspetto generale, così come l’abbigliamento, ricorda più il capitano di una banda di filibustieri italiani che il beau idéal di tutti i possibili barbieri. E poi il nostro Figaro inglese sembra un po’ troppo vicino al Sancho Pancia del Don Chisciotte più che al protagonista del Barbiere di Siviglia: il Rasoio, par excellence. Condividiamo l’opinione sull’aspetto generale esteriore di questo personaggio singolare e divertente sul quale è intervenuto il prof. G. Penson del Royal Theatre, Covent Garden. Privo di una certa pesantezza, che si può dire appartenga più al Signor de Begnis, l’interpretazione generale di Figaro è piuttosto buona – a volte, i suoi giochini scenici sono ammirevoli ed egli manifesta anche grande tatto e molta pratica drammatica; ci siamo divertiti particolarmente nella sua prima scena con Rosina, che, tra l’altro, ha dato prova di una non comune eccellenza sia nel canto che nella recitazione: e questo ci offre ottimi motivi per immaginare un futuro positivo come attrice per Miss Ayton. Il duetto con Torri (che impersonava il Conte d’Almaviva) nell’insieme era ammirevole, e sebbene avesse perso qualcosa del suo smalto originale con la trasposizione in una chiave leggermente più seriosa, è stato cantato con grande spirito, e ha provocato una forte sensazione in un uditorio peraltro già orientato al consenso. L’altra migliore scena di Figaro è nel secondo atto, in cui, nell’esercizio delle sue molteplici e talvolta equivoche occupazioni, rade e imbroglia quella vecchia avida poiana di don Bartolo.

In questa sede, con i nostri limiti, è impossibile entrare nel dettaglio delle numerose bellezze che il compositore ha profuso in questa che è una delle opere più perfette della drammaturgia musicale. A coloro che sono in qualche modo consapevoli dell’immenso lavoro di memorizzazione dei lunghi ed elaborati recitativi che prevalgono nel Barbiere – un giusto premio sarà reso alle varie persone che hanno mostrato in questo uno straordinario talento, dal modo accurato con il quale sono stati interpretati nell’attuale occasione, producendo un effetto molto strano per noi – bisogna ricordare, in particolare, il Finale del primo atto[18]: «Ehi, di casa!», dove il vocalismo, la strumentazione e la recitazione erano davvero molto buoni – ad eccezione del Conte che era travestito con l’uniforme di un ufficiale britannico. Chi poteva immaginare una così lampante assurdità in una compagnia di commedianti italiani! Il vestito ci ricorda necessariamente chi lo indossa, e cioè il Signor Torri; ma Torri non è “Towers” e costui, come italiano, avrebbe dovuto provvedere ad un abbigliamento più adatto a un soldato spagnolo che ad uno inglese. Però l’italiano Torri è senz’altro un gentiluomo, piacevole di persona e con una bella voce tenorile; potremmo anche encomiare il suo gusto se non fosse che ti assorda per il fragore. Stupisce per la notevole facilità di “esecuzione”, ma non cerca di fare più di quello che è ragionevole, e qualche volta riesce anche ad essere anche molto piacevole – però la sua intonazione talvolta è maldestra: ci ha addolorato sentirla nel Terzetto «zitti, zitti, piano piano»[19], quando si è malinconicamente appalesata nella sommessa espressione di quel “piano” di Figaro e Rosina. Nonostante ciò, la personalità e la vocalità del Conte, difficile e arida, erano estremamente credibili e degne assai più di un milione di altri Conti “parlanti” e con voce “per delega”, come nel caso della traduzione e dell’adattamento dell’opera in inglese.

Del dottor Bartolo del Signor de Angeli, non possiamo dire molto. Ci è sembrato un attore dilettante piuttosto scaltro che tenta di superare (come si dice) una parte ardua e difficile; come tutti, o come la maggior parte dei suoi conterranei, entra nello spirito del suo personaggio, ma non ha né la voce né la maniera per interpretare il Bartolo di questa opera: la sua voce non è di Basso – piuttosto, supponiamo, di Tenore e, di conseguenza, fuori dal suo vero elemento. Per questo motivo, tendiamo a elogiarlo a pieno titolo per il modo corretto con cui ha trasmesso la lunga e difficile parte di musica assegnata a questo personaggio.

Il Basilio del Signor Giubilei è stata senza dubbio la parte peggiore dell’opera: pur avendo una buona, intonata e ricca voce bassa, avrebbe fatto una miglior figura con un po’ più di “vis comica. Il Signor Rubbi (come Ambrogio) e la Signora Angeli (come Berta) non avevano molto da fare, ma quello che hanno fatto è stato di tutto rispetto – penso alla vecchia Berta piena di talento: ha cantato l’arietta in la minore «Sempre gridi e tumulti»[20] veramente molto bene.

Nel complesso, abbiamo lasciato il teatro molto gratificati dall’opera – in alcune parti veramente ben eseguita, e nell’insieme meritevole; ad ogni buon conto, convinti che in tout ensemble ad Edimburgo non ci sia mai stata prima d’ora una compagnia d’opera così completa come quella del Signor de Begnis.

Quest’opera giustamente celebre di un ancor più celebre autore fu scritta, crediamo, intorno al 1814 a Roma[21]. Si racconta che quando l’impresario diede a Rossini il libretto di quest’opera, lui sentì ed espresse un notevole imbarazzo, ben sapendo che era già stato musicato dal celeberrimo Paisiello, e scrisse persino una sorta di elogiativa spiegazione. Come bellezza, il Barbiere di Paisiello è indiscutibile; eppure il “Cigno di Pesaro” non ha avuto timore di confrontarsi con quest’opera, con tutta la sua bellezza e forse i suoi difetti: presenti entrambi e a tal punto padroneggiati da questo geniale compositore drammatico, che persino qui può essere considerato un lavoro di copiosa invenzione, per dirla tutta. Le sue melodie sono sempre eleganti anche se non sempre originali: eppure questa canaglia cerca di nascondere i suoi numerosi plagi con un’abilissima strumentazione. È ancora giovane, essendo nato nel 1791 a Pesaro, una piccola città pontificia. I genitori erano persone umili che lavoravano in una delle numerose piccole compagnie itineranti d’Italia; e per merito dei Rossini, si dice che lui sia stato un figlio molto affezionato; tuttavia, se fosse stato altrimenti, la straordinaria adulazione (a volte persino ridicola) di cui è stato oggetto in tutti gli angoli d’Europa avrebbe potuto spegnere il cervello di chiunque e rendere abbastanza insensibile il suo cuore.

Ci auguriamo che gli anni della maturità possano portargli un poco più di riflessione e che, dopo essersi guadagnato una reputazione tale nel corso della sua vita che solo pochi oggi possono vantare, riesca a scrivere più pacatamente; perché non si può certo negare che tutto il suo “materiale” possa essere rintracciato qua e là in ogni opera che finora ha composto – però è ugualmente certo, pensiamo, che potrebbe fare molto, ma molto di più, se pensasse correttamente. Quest’opera è generalmente considerata, se non del tutto, come una delle sue migliori; e continuerà ad occupare un posto di tutto rispetto, anche se l’intera produzione di questo istintivo artista venisse completamente obliata.

Si può ugualmente affermare che Rossini per i suoi prologhi orchestrali nutra una singolare, forte nonché inspiegabile inclinazione a servirsi di ciò che ha già composto; e, se non siamo molto lontani dalla verità, una delle sue migliori e più solide creazioni, il Mosè, non ha una ouverture. Ciò può essere ritenuto proprio come una prova dell’affermazione in questione. Ancora, se ci concentriamo sulle sue varie composizioni orchestrali, possiamo, invano, tentare di confutare l’accusa, persino con un esame sommario. Per fare un esempio, il preludio musicale o introduzione del Barbiere non contiene una iota che si riferisca all’opera stessa. Ciò di cui parliamo comprende la sua solita “ricetta”, per usare una terminologia medica e non “profana” – una buona quantità di incentivo e quantum sufficit di crescendo: si tratta di una buona cadenza vecchio stile (quasi come un emetico), di inversioni, di due motivi che, composti e poi, «mixtura secundum artem», miscelati, producono i soliti sorprendenti effetti e poi alla miscela di base si aggiungono alcune droghe, sempre con l’approvazione da parte del nostro moderato e dotto amateur. Come specchio della veridicità di queste osservazioni, faccio notare come la chiave scelta per questa ouverture[22] non sia evidentemente adatta per certi strumenti come oboe e fagotto, specialmente nell’obbligato, o nell’intervallo degli assoli; ed è un fatto ben noto che eminenti musicisti (del primo strumento in particolare) siano rimasti da allora molto contrariati. Crediamo perciò sinceramente che il famoso Maestro si sia voluto maliziosamente divertire nell’includere un assolo scritto su un’unica nota frenata come il mi diesis per l’oboe, uno strumento che egli sicuramente conosce e che è fisicamente molto limitato per simili pagliacciate! Naturalmente, non è affatto necessario aggiungere che i trucchi di questo faceto compositore sono stati tangibilmente evidenti giovedì sera durante l’esecuzione dell’ouverture; e potrebbe essere perdonato da coloro che ne sono veramente consapevoli; ma non ci siamo affatto sorpresi nell’ascoltare dallo stesso strumento frasi sincopate di due suoni martirizzati nel diventare tre! Aggiungi l’evidente tradimento dell’intonazione che ha reso l’esecuzione generale di questa ouverture tutto tranne ciò che avrebbe dovuto essere; e tuttavia – Bis! Un evento questo che ci spinge a un paragone, cioè: è come se la bambina di Charles Mathews[23] nella galleria di una casa di gioco da due scellini di Londra, assieme ai suoi genitori cockneys[24], esclamasse: «Mamma mia, c’era un gentiluomo che cantava così male la sua canzone che la gente gli ha chiesto di rifare tutto da capo!».

Non si può negare che, negli ultimi anni, la società abbia notevolmente ampliato la conoscenza della musica, eppure rimane ancora un po’ “indietro”; nel frattempo, raccomandiamo vivamente, e seriamente, all’Orchestra di Edimburgo di trasportare questa ouverture nella tonalità di mi bemolle maggiore, rendendola così più accessibile per gli oboi e i fagotti, eliminando un problema di infinita difficoltà per i perfetti esecutori di Londra ecc.

È evidente che il Signor Gabussi è un accompagnatore veloce e capace[25]. E però, quando è al Piano Forte, usando senz’altro tutto lo zelo possibile per assolvere bene il suo dovere, presenta i temi dell’overture troppo presto creando non poca confusione: ma questo genere di cose avviene anche nelle migliori famiglie. C’erano comunque molti meno difetti nell’esecuzione orchestrale di questa affascinante opera di quanto si potesse ragionevolmente prevedere; anzi, alcune parti sono state apprezzate in maniera eccessiva. Ad esempio, del piacevolissimo Terzetto «Zitti, zitti, piano, piano» è stato richiesto il bis anche nella seconda rappresentazione; e, a proposito, è stata l’unica parte dell’opera che ha avuto un tale onore!

Abbiamo esposto queste osservazioni più lungamente di quanto intendessimo; e ora concludiamo augurando ogni successo a questa nuova impresa. La prossima settimana riprenderemo questo argomento.

 

L’Opera italiana – «Il Turco in Italia» di Rossini

La rappresentazione del Barbiere dello scorso sabato è stata accompagnata per tutto il tempo da un’approvazione cordiale, direi meritata: poiché era molto evidente, nel corso della pur difficile esecuzione, lo sforzo fatto dai musicisti verso una fluidità e padronanza delle più perfette e decisive.

Ora, c’è Il Turco in Italia, con musica di Rossini (ma al programma vanno aggiunti i nomi di Fioravanti[26], Caraffa[27] e altri). Quest’opera non ha avuto una popolarità uguale alle altre dello stesso Rossini. La trama, o dovremmo dire il pretesto, è molto esile e per nulla equivoca nelle inclinazioni morali: è un quadretto, e anche piuttosto squallido, della depravazione domestica nella terra del sole e del canto – così lo descrive il poeta:

No, non è il paese in cui si trova l’amore,

hanno seni che sospirano, hanno sguardi che vagano;

hanno un linguaggio che le labbra di Saffo potrebbero

risuonare,

quando lei cinguettava al suo meglio ‒ ma niente come

[l’amore.

Per la fedeltà nel matrimonio, grossolana galanteria,

senza onore da custodire, riservare o trattenere,

cosa può rimpiangere un marito come perdita? –

cosa può premiare un amante come vincita?[28]

Messo in musica, non potrebbe essere un prologo più appropriato per questo Turco in Italia. La musica di quest’opera è abbastanza infame, l’intera composizione è molto inferiore al Barbiere, alla Cenerentola o alla Gazza Ladra: è chiaro che anche per Rossini le risorse sono limitate, qualunque sia la scusa per la sua imprudenza. Anzi, non siamo mai stati così convinti del fatto (a parte la lettura di un mélange rossiniano per pianoforte) che essa contenga parti frazionate del Barbiere, tenute assieme in modo tale da sfidare qualunque musicista, ad eccezione di quelli che hanno una profonda conoscenza delle sue opere, a scoprirvi il pezzo di stoffa del patchwork che c’è sotto! Fuor di metafora, qui un pezzetto o due della Serenata,[29] poi un “pochino” del Duetto «All’idea di quel metallo»[30], e un poco dell’Aria di RosinaSì, sì la vincerò»)[31] e le parti del Finale del primo atto si fondevano così facilmente che, in assenza dell’immagine poetica e dell’intenzione del compositore, non è azzardato dire che il risultato, così come confezionato, era tutt’altro che una composizione regolare, ma adattata solo e unicamente a un sentimento!

Proseguendo sul tema, siamo molto ansiosi di sapere se il repertorio di questa compagnia renderà onore anche all’Oltramontano Savage Mozart. I pregiudizi sia politici che musicali dei Romani moderni contro i loro Sovrani Germanici ci preoccupano riguardo alle scelte musicali. Sul Don Giovanni non ci sono discussioni, ma possono esserci obiezioni sia per Così fan tutte che per le Nozze di Figaro. Il matrimonio segreto non verrà certamente accantonato perché comunque Cimarosa, il compositore, non è stato “archiviato” dalla mania rossiniana. L’eleganza nitida delle strutture compositive cimarosiane è piuttosto proverbiale; dovremo sinceramente rammaricarci se non ci sarà concesso un assaggio della sua bella Cantilena.

A tale proposito, un dotto contemporaneo si troverebbe quasi in crisi di fronte alla barbara persistenza di certi stili e abbellimenti che i nostri cantanti inglesi usano per attirarsi critiche favorevoli ma che, siamo pronti ad ammetterlo, sono troppo spesso caratteristiche lesive per molti di loro; allo stesso modo, sarebbe da rimuovere anche il recitativo secco dall’opera, poiché è assurdo supporre che la lingua inglese, con le sue inflessioni e, diciamolo pure, le sue articolazioni relativamente limitate, sia capace di perfezionare uno stile che, in larga misura, è la naturale eredità di una lingua (quella italiana) che possiede una tale musicalità che noi avvertiamo già nell’ordinaria conversazione degli italiani[32]. Per non parlare delle abitudini e dei modi di pensare totalmente distinti delle due nazioni, che non consentono un’unione più stretta non solo nella recitazione italiana e inglese, ma soprattutto per quel che riguarda la libertà vocale o lirica delle rispettive lingue. Certo, il nostro “dotto amico” dovrebbe essere sensibile a questo, altrimenti perché ammetterebbe di assaporare assai l’«anima italiana» del Figaro di De Begnis, mentre se si facesse uso di un Murray (si pensi alla sua perfezione nel Barbiere) per lui sarebbe solo dispetto e insofferenza! Merry Murray[33]! Certo, è piuttosto insolito nella storia della commedia che la vivacità e l’animata mutevolezza di un commediante, usata per impersonare un ruolo particolarmente suscettibile della massima gaieté de coeur[34] e espiéglerie[35], non debbano produrre altro che logorio e apatia per il suo udito! Bene – chacun à son gout[36].

È persino evidente come il nostro dotto amico contemporaneo non abbia mai ascoltato Bartleman[37] e pochi altri cantanti che potremmo nominare della “Scuola inglese”; ed è ancora più evidente, presumiamo, che la sua umanità non è stata scioccata dall’orrore di assistere a uno o due omicidi italiani perpetrati sui corpi di alcuni sudditi d’Inghilterra con Every valley[38], o con Exultate, jubilate[39] e altri pezzi ancora, che sono stati crudelmente massacrati, maltrattati e calpestati da diversi grandi seguaci della sola e unica scuola! Oh, che il beneficio dell’azione di Lord Ellenborough possa essere esteso a tutti questi seguaci – cioè: una corda![40]

Per tornare all’oggetto più immediato delle nostre osservazioni, Il Turco è stato realizzato in uno stile che riflette la massima considerazione per le singole parti – scenografia, musica e recitazione. Torri sembrava essersi veramente calato nei panni del virile personaggio con una bellissima nuova uniforme, quasi en costume – si è fatto onore; e il nostro peggior desiderio è di non poterlo mai veder adornare il corpo di un cantante più scarso. Siamo stati molto felici della sua Fra tante angosce, e palpiti, una cavatina del Caraffa[41]: è stato un incanto.

La nostra Bella Fanny [Ayton] ha aggiunto un’altra e più brillante foglia alla sua ghirlanda di Caledonia. Siamo rimasti incantati dall’interpretazione così personale di Fiorilla e, avendo precedentemente assistito al suo impegno nell’interpretazione dello stesso personaggio sia in italiano che in inglese (quest’ultimo adattato con successo), siamo un poco indecisi su quale delle due sia da preferire: i nostri limiti ci impongono di sorvegliare di più l’affascinante versione “Briton”. Siamo molto fieri di lei; e non dubitiamo che il tempo sarà a favore di un eccellente perfezionamento del suo talento, sicché sospettiamo fortemente che solo pochissimi potranno eguagliarla e men che meno superarla. Ella ci ricorda, e lo dico anche avendo assistito alla bella esecuzione istrionica e vocale di Madame Ronzi[42] nel delizioso bisticcio Per Piacere alla signora [atto I], che non è impresa facile per nessuna cantante, nemmeno se si limitasse a vanificare la prima impressione, superare la grandezza di chi l’ha preceduta e per cui è stata composta la parte[43]. Ci ha comunque regalato un’Aria di Bravura piena di pathos che, oltretutto, richiedeva una grande forza vocale; ci ha deliziato per la prima volta e ci ha sorpreso molto per quest’ultima qualità che, lo confessiamo candidamente, avevamo pensato non fosse fisicamente possibile. Anche il duetto, Che bel turco! avviciniamoci, è magnificamente riuscito.

De Begnis nel don Geronio si sentiva certamente a suo agio, e manteneva la sua buffoneria anglicana con spregevole ostinatezza (eh, sì, anche gli italiani sanno essere ostinati); era castamente appropriato nel suo ruolo e nella rappresentazione dello stupido vecchio scemo legato a una donna tanto più giovane di lui che potrebbe essere sua figlia. Oso dire che anche tra di noi ci saranno degli sciocchi che rispondono a una simile descrizione. Il suo duetto con Selim ci ha deluso; ci piace più il contrasto con una voce tenorile: in questa scena, a Londra, sia Braham che il nostro preferito il vecchio Russel[44] ottengono sempre un bis! La loro recitazione è infinitamente superiore, così come il loro canto, anche se interpretato nel “barbaro” inglese! L’aria Amor perché di Fioravanti,[45] introdotta da De Begnis in quest’opera, è stata come sempre, e come dovrebbe essere sempre, applaudita entusiasticamente: ha ricevuto l’onore di un bis. Questa celeberrima Aria Buffa è diventata di recente la più popolare tra la metà civilizzata dei cockneys a causa della frequente esibizione che ne fa un giovane inglese al Covent Garden Theatre – cosa straordinariamente strana!

Il quintetto Oh, guardate che accidente! – è la cosa più perfetta che il compositore abbia concepito. Inizia “senza orchestra”, un felice espediente in questo particolare momento, uno dei migliori di Rossini: racchiude la prova più eclatante del suo genio, unitamente a una non comune perizia di studioso. Abbiamo il forte sospetto che questa introduzione ravvicinata al finale contribuisca materialmente a salvare l’intero dramma dall’oblio. Invero, vale la pena di aspettare due ore per ascoltarlo.

Ci siamo lasciati troppo poco spazio per esprimere la nostra ammirazione per la debuttante: Madame Castelli. Ella, con un’espressività molto piacevole ed incisiva, una voce dolce e un comportamento disinvolto, sembra riunire una sufficiente conoscenza della sua arte e rendere i suoi sforzi estremamente piacevoli; e ciò che è ancora più degno di nota è la sua intonazione semplicemente perfetta: non c’è assolutamente da meravigliarsi visti i risultati dei molti interpreti, discepoli della scuola “par excellence”.

Il ridicolo don Basilio (ossia, Giubilei) si è trasformato nel «Bel Turco» e, in mancanza di flessibilità del suo organo vocale, si è difeso con grande prestigio, visto che qui è agli antipodi assoluti del suo personaggio nel Barbiere; lasciate che si consoli dal pensiero di non essere l’unica voce di Basso che Rossini ha lasciato interdetto. Il poeta [Prosdocimo] era De Angeli, infinitamente più fedele al ruolo rispetto a quello del dottor Bartolo nel Barbiere – anche se entrambi sono figli di Apollo. A proposito, chi si sarebbe aspettato di vedere la figura della vecchia Berta di nuovo giovane? In fede mia, è molto carina! – anche se un po’ imbambolata, ha perso le prerogative sessuali [del personaggio]; ma farà senz’altro una bella “pagina” per le Nozze [di Figaro].

Per quanto riguarda l’organico orchestrale, di solito più ampio per le esecuzioni dell’opera, osserviamo che non solo è inferiore di numero ma anche di qualità rispetto a quando accompagna la Pasta[46]. Non ne conosciamo il motivo ma, se ciò fosse vero, come ci avevano informato a tempo debito, avrebbe dovuto dirigerla il musicista “migliore del nostro tempo”. O Anime di Händel, Haydn, Mozart e Beethoven, riposate tranquillamente nelle vostre tombe: è bene che ve ne siate andati prima dell’era attuale, altrimenti la vostra splendida fama sarebbe stata oscurata dall’«esperto» di Atene!

Scherzi a parte, siamo diventati avvocati del «non posso» nella sua multiforme e geniale applicazione, perché cominciamo a sospettare che i “giornalisti Cockneys” non abbiano affatto il monopolio dell’espressione. Ma sull’orchestra dobbiamo ancora esprimere il nostro punto di vista e la prima domanda che ci poniamo è questa: c’è o no un violoncellista solista ovvero c’è un contrabbassista che sappia fare il basso continuo per accompagnare il solito recitativo secco[47]? È una sciagura per le nostre istituzioni musicali – ma qual è la sua utilità? Possiamo anche ricordarci in particolare di un lungo periodo dell’orchestra del nostro Theatre-Royal, quando gli strumenti a fiato avrebbero disonorato uno spettacolo di marionette – ora non è più così. Siamo davvero migliorati in questo campo, ora possediamo i più rispettabili strumenti a fiato: il nostro Flauto è un accompagnatore di “prima fila”; e anche i nostri Corni: ahimè, no, attenzione!, ora siamo su un terreno minato, e potrebbe aumentare la collera del direttore e al momento non sembra necessario – ricordiamoci «anon, anon, sir!» nel Finale de Il Turco: tra orchestra e cantanti, sfortunatamente per il pubblico, regnava un completo disaccordo! C’è voluto tutto il peso della bravura e della mediazione del signor Gabussi, anche se pure lui non è riuscito ad attuare una riconciliazione per un penoso lasso di tempo. Il povero De Begnis ha sfogato la sua indignazione sonoramente in un modo “tutto italiano”: «Ehi! un grand’errore dell’orchestra» – ha detto.

Ci dispiace non l’abbia pronunciato in inglese, forse ha avuto paura.

 

L’Opera italiana – I nostri amici italiani

L’improvviso e inatteso annuncio che le rappresentazioni della Compagnia dell’Opera Italiana termineranno così presto sembra abbia scatenato non poca sorpresa e, per i melomani della comunità, un sincero rammarico. Per mancanza di qualche spiegazione migliore, siamo costretti a riconoscere un fatto un po’ umiliante, e cioè, né più né meno, come «Atene»[48] sia inferiore a Manchester, Liverpool e Birmingham in fatto di adeguate valutazioni della drammaturgia italiana.

È senz’altro azzardato avanzare solo un giustificato motivo di rammarico per tutto ciò; se parliamo di fallimento forse è proprio perché la Compagnia non è stata all’altezza, sotto tutti gli aspetti, nell’effettiva rappresentazione di tali Opere di cui pure abbiamo beneficiato. De Begnis è un nome come dirigente; il Signor Torri, un tenore di tutto rispetto; i Signori Giubilei, De Angeli, Rubbi, la signora Castelli e De Angeli, tutti molto rispettabili e, infine, non ultima, Miss Ayton, la Prima Donna, una nostra compatriota, dolce, efficiente e affermata cantante. Consideriamo il deciso e brillante successo di questa giovane donna, uno dei punti di riscatto di quest’impresa artistica e un gratificante trionfo del buon senso e del rispettoso equilibrio sui pregiudizi. L’altra sera, non ci ha fatto piacere ascoltare le bonarie previsioni di una delle nostre amiche sulla presunta reputazione e sulle doti professionali di Miss Ayton: «Chi è questa Miss Ayton?» ‒ «Oh, una povera creatura; sai, un disastro all’opera!» ‒ «Davvero? Non è una straniera?» ‒ «Oh, santo cielo, no! È soltanto una inglese! E non è possibile per lei parlare, cantare o recitare come quelle magnifiche persone che sono la Fodor[49], o il De Begnis, o la Pasta[50]! Assurdo e ridicolo; non ce n’è uno in tutta la compagnia, ad eccezione di quel caro uomo del Signor De Begnis, all’altezza del compito!».

Tali, in realtà, le generose e sensibili speculazioni di molti del nostro mondo. Noi, invece, fiduciosi della totale assenza di verità in queste osservazioni, siamo stati impegnati nel pensiero dell’accoglienza che avrebbero potuto incontrare.

Per coloro che ignorano tale questione, potrebbe non essere interessante menzionare i nomi di alcuni dei nostri connazionali, uomini e donne, che hanno onorato, nei teatri di Parigi, Milano, Venezia, Napoli e Vienna, una più che rispettabile reputazione professionale: Billington[51], Storace[52], Mrs. Dickons[53], Miss (ora Madame) Fearon[54], i Signori Kelly[55], Braham[56] ecc. E come non vantarci sui nostri palcoscenici di nomi come Salmon, Stephens[57], Paton[58], Madame Vestris[59], Bartleman[60], Harrison[61], Incledon[62], Sapio[63], H. Phillips[64] ecc.? e molti altri, rispettabilissimi nella loro arte ma del tutto sconosciuti se non ai frequentatori di spettacoli e concerti nazionali. Il pubblico musicale di quella vasta Babele ha fatto progressi per tutto ciò che riguarda l’arte che non sia quella popolare gaelica[65]. Questo non è più una sorpresa, giacché la loro ricchezza e il loro numero sono enormi e la musica è per loro ormai il principale svago e la loro ricreazione. Ora, presso i nostri Teatri nazionali le opere italiane sono di gran lunga le più interessanti esibizioni artistiche e non è affatto una cosa sorprendente poiché al momento sono rappresentate al Drury Lane[66] e al Covent Garden. Queste rappresentazioni sono spesso create con tale cura, precisione e ingegno che l’opera all’Hay Market[67] non di rado negli ultimi tempi è stata messa in difficoltà[68].

Chiunque abbia assistito alla rappresentazione dell’Oberon di Weber, eseguito al Royal Theatre di Covent Garden, ammetterà subito la verità della nostra constatazione, sia per quanto riguarda lo splendido e costoso modo in cui tali drammi vengono inscenati a Londra sia per il generoso ritorno sperimentato da una comunità esigente e amante dell’opera. Ma stiamo dimenticando i nostri amici italiani, ora tra noi. Ci rivolgiamo ai risultati di questa lodevole speculazione, con sentimenti dolenti; siamo sinceramente dispiaciuti per De Begnis: la sua impresa meritava qualcosa di meglio. Temiamo che la cosa sia stata un fallimento; e ora, quindi, è inutile sottolineare errori e difetti. Tuttavia, dobbiamo menzionare ciò che, fin dall’inizio, c’è parso un errore nell’organizzazione della sua impresa: e cioè che avrebbe dovuto avere uno spazio privilegiato. Abbiamo ragione di credere che così queste esibizioni sarebbero continuate fino alla fine di gennaio. Ora, invece, conti alla mano, sappiamo che termineranno tra altre due sere, e abbiamo ragione di credere che abbiano corso il rischio di essere fermati ancora prima, di colpo – se i Figari siano diventati gelosi l’uno dell’altro non siamo in grado di congetturare, speriamo che la discordia, «sorella terribile della folla massacratrice», non abbia avuto parte nella questione. Ci preme solo di aggiungere il nostro sincero dispiacere e, anche se tutto è stato gestito nel modo migliore per tutti, speriamo che il Signore [De Begnis] non si scoraggi e che, prima che passi molto tempo, Edimburgo riceva un’altra sua visita sotto i migliori auspici. Egli può senz’altro contare sul sostegno del pubblico e siamo certi che può far tesoro del supporto e della collaborazione attiva del nostro degno amministratore.

Non abbiamo altro da dire questa settimana sulle altre rappresentazioni a teatro.

***

Dopo aver scritto quanto sopra, abbiamo saputo che il Signor De Begnis ha deciso di prolungare il suo soggiorno. Ci rallegriamo di sentirlo e confidiamo che non avrà modo di pentirsi della sua decisione. Ci auguriamo che la prossima settimana la novità sia all’ordine del giorno e che Il Barbiere e Il Turco lascino spazio a qualcosa di nuovo.

 

L’Opera italiana – Rossini e altri

Lo scorso sabato il ruolo di Prima Donna deve essere stato estremamente gratificante per la Signorina Fanny e per i suoi amici. Sebbene l’opera fosse stata eseguita in maniera piuttosto mediocre in confronto ad alcune delle precedenti rappresentazioni, e a parte un paio di scoppi personali e rabbiosi del Barbiere, dolorosamente visibili al pubblico, c’è stato un eccellente spettacolo da parte di tutti ad eccezione dell’abile aspirante Miss Ayton. Ci fa piacere rimarcare come il suo rinomato talento abbia attirato in quest’occasione un pubblico più numeroso, avendo aggiunto al consueto suo repertorio due canzoni inglesi non insignificanti: «Bid me discourse» e «Auld Robin Gray»[69].

Quest’ultima toccante e così celebre ballata ha provocato in noi delle perplessità – non tanto per quanto riguarda la concezione/impostazione o l’interpretazione vocale (nella prima conta la natura e nella seconda il buon gusto – certamente non sviluppato: neanche un modesto tentativo di deviare dal puro e semplice percorso!), ma per l’ansia evidente di una corretta pronuncia delle parole, che ha reso l’esibizione meno efficace, non più di quanto ci sentiamo ragionevolmente sicuri, dopo una migliore conoscenza del nostro dialetto Dorico[70]. Ci sentiamo di raccomandare [alla cantante] di eliminare l’odiosa formalità di tenere in mano un foglio di musica, perché questo annienta infelicemente il pathos, una qualità che Miss Ayton possiede invece a buoni livelli.

E qui possiamo accennare a una cosa non molto conosciuta: in origine, l’aria popolare di Auld Robin Gray venne composta dal reverendo William Leeves di Wrington, nei pressi di Bath; egli, non volendo apparire di fronte al pubblico nel ruolo di compositore, ha lasciato che la sua bell’opera rimanesse sconosciuta per molti anni. Inutile dire che non fu mai trovato neanche un piccolo numero di generosi padri adottivi, tremendamente scoraggiati di fronte agli incontestabili diritti del suo legittimo progenitore. Il brano fu pubblicato per la prima volta a Londra da Birchall di Bond Street[71] nel giugno del 1812, accompagnato dai motivi del ritardo da parte del Reverendo, indirizzati a Thomas Hammersly, Esq., suo confidente e amico; e, alla cui particolare richiesta, il divino Reverendo fu pubblicamente persuaso a reclamare il proprio merito. Infine, il merito della poesia fu dato, a tempo debito, a Lady Anne Lindsay, di Balcarras[72].

Il Barbiere ha avuto due repliche: il lunedì successivo, con spettatori alla moda, e il giovedì sera. Il risultato del pur bravo e meritevole De Begnis fu straripante. Così come dovrebbe essere. Questo rivela il grado di interesse così come la gratitudine di quella comunità, per il cui il divertimento e l’istruzione, senza dubbio, hanno corso un rischio considerevole. Ci congratuliamo molto con lui; e lo ringraziamo per l’indescrivibile delizia che ci ha offerto con la sua versione de “Il fanatico”. L’entusiastico encomio del pubblico risponderà a più di un buon proposito, crediamo, e ci servirà per convincere il degno Signore ad essere meno ingordo degli affascinanti manierismi di Rossini, senza farsi prendere da lievi sintomi di nausea. Invero, la selezione musicale della performance di questa notte ha deliziosamente colpito i nostri sensi, come la manna nel deserto – ‘davvero rinfrescante’ – e ci rammarichiamo enormemente che i nostri limiti non ci consentiranno più che una breve allusione alle numerose bellezze della composizione, alle eccellenze dell’espressione vocale e alle esibizioni vitali del genuino talento istrionico.

La forma originale e l’arrangiamento di questa divertentissima Opera Buffa, o Farsa,[73] lasciano poi spazio ad un’amabile e sapiente miscellanea di affascinanti composizioni dei migliori maestri italiani e tedeschi. L’interpretazione del Fanatico fatta da De Begnis è la perfezione del genere: egli possiede il raro talento di esibire una vena ricca di umorismo, scevro da smorfie e spregevoli buffonerie spesso troppo legate alla scuola napoletana e, rispetto al suo predecessore, Ambragati, nello stesso ruolo, in tutti i suoi particolari è «quel ch’è Iperione a un satiro»[74]. Il suo talento per la mimica è piuttosto alla Matthews e, per coloro che hanno visto Velluti[75], non possiamo immaginare un trattamento più divertente; il duetto in cui dà anche una lezione di canto a sua figlia, la canzone che trasmette le sue istruzioni alla sua orchestra, e la scena di un compositore che prova un pezzo di musica e offre le sue indicazioni su come deve essere eseguito, sono tanto ammirevoli da ottenere applausi forti, lunghi e sinceri.

Egli era insolitamente ben supportato da Miss Ayton, dal signor Torri, da Giubilei, da De Angeli e da Madame Castelli, che sapevano bene ciò che era giusto cantare – non scendiamo in particolari; ma sarebbe ingiusto dimenticare la deliziosa Cavatina della Prima Donna («Cielo! qual fieri immagini»), il duetto «Con pazienza»[76] e i suoi due Duetti con il Torri – due composizioni eleganti e altrettanto elegantemente interpretate. In effetti, in nessuna precedente occasione siamo rimasti così soddisfatti dello sforzo del secondo gentiluomo [Torri]. Ci ha particolarmente colpito la riuscita di successo nello sforzo dell’Aria brillante «Qual tenero diletto»[77] con un accompagnamento obbligato per flauto; che è stato squisitamente eseguito da Mr. Platt, che se fosse stato un estraneo per noi, e per la grande città, avrebbe ottenuto un più caloroso applauso: questo non è certo il modo di promuovere un talento nostrano!

Hanno svaligiato i magazzini di compositori come Mayer, Sacchini, Fioravanti, Rossini, Weigl ecc. per questa divertente rappresentazione; e non temiamo di contraddirci quando diciamo che molte delle produzioni musicali di questi maestri, adeguatamente adattate alla poesia, sono infinitamente superiori, per originalità e invenzione, alle ciarlatanerie da fiera[78] (anche se il Cigno di Pesaro ne ha spesso abusato). «Il cielo ci dia un segno». Vogliamo assicurare i nostri lettori che, quando diciamo che l’approvazione è stata insolitamente grande, non la intendiamo in senso teatrale: è il sapore forte di una vera «acclamazione» ed era, a dir poco, «tumultuosa».

  1. Cfr. J. Black, Confession, Digression, Gravitation: Thomas De Quincey’s German Connection, in Thomas De Quincey: Bicentenary Studies, ed. Robert L. Snyder, Oklahoma, University of Oklahoma Press, 1985, pp. 308-37: in particolare, p. 310. Vedi anche D. Sanjiv Roberts, Revisionary Gleam. De Quincey, Coleridge and the High Romantic Argument, Liverpool, Liverpool University Press, 2000.
  2. Una sintetica rassegna di giudizi è in Thomas De Quincey: New Theoretical and Critical directions, ed. by R. Morrison and D. Sanjiv Roberts, New York-London, Routledge, 2008, pp. 1-18.
  3. A. Clej, A genealogy of the Modern Self: Thomas De Quincey and the intoxication of Writing, Stanford, Stanford University Press, 1995.
  4. P. Bridgewater, De Quincey’s Gothic Masquerade, Amsterdam-New York, Rodopi, 2004.
  5. Cfr. M. Praz, Thomas De Quincey, in Id., Bellezza e bizzarria. Saggi scelti, a cura di A. Cane, con un saggio introduttivo di G. Ficara, Milano, Mondadori, 2002, pp. 528-40.
  6. Cfr. Il palinsesto del cervello umano, a cura di O. Fatica, Genova, Il melangolo, 1995.
  7. J. L. Borges, Introduzione a T. De Quincey, Avventure di una monaca vestita da uomo, Parma-Milano, Franco Maria Ricci editore, 1973, pp. 7-12.
  8. Si cita dalla traduzione di Filippo Donini: cfr. T. De Quincey, Confessioni di un oppiomane, Milano, Garzanti, 2003, p. 53.
  9. Gioseppa Maria Camilla Grassini, nota come Giuseppina Grassini (1773-1850), fu una celebre contralto italiana, si esibì a Londra al King’s Theatre tra il 1802 e il 1805 e poi dal 1814 al 1817. Cfr. C. Ciccaglioni Badii, grassini, Giuseppa, in DBI, vol. 58, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 2002.
  10. T. De Quincey, Confessioni di un oppiomane, op. cit., p. 54.
  11. Ivi, p. 55. Sui rapporti fra De Quincey e la letteratura italiana, si veda C. Spila, De Quincey e Manzoni. Una recensione inedita, in «Filologia e critica», XXXVIII, fasc. II, 2013, pp. 457-64.
  12. Giuseppe De Begnis (1791-1849), basso buffo, eccelse nei ruoli rossiniani, spesso affidatigli in prima esecuzione. Celebre è la dedica da parte di Rossini del personaggio di Dandini nella Cenerentola, una delle sue interpretazioni più riuscite. Il debutto londinese di De Begnis avvenne con il Turco in Italia, nell’estate del 1822 (si era trasferito in Inghilterra nella primavera di quell’anno) al King’s Theatre nella parte di Selim. Un altro suo ruolo celebre fu quello di Il Fanatico per la musica (1829), opera buffa di Johan Simon Mayr. Cfr. C. Campa, De Begnis, Giuseppe, in DBI, vol. 33, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 1987 (consultabile online).
  13. L’«Edinburgh Saturday Post» uscì fra il 12 maggio 1827 e il 3 maggio 1828; dopodiché continuò le sue pubblicazioni come «Edinburgh Evening post». Lo scrittore vi contribuì con 85 articoli, molti dei quali non firmati. I suoi precedenti lavori nel campo del giornalismo erano stati come direttore del «Westmorland Gazette» nel 1818-19 e come collaboratore del «London Magazine» dal 1821 al 1824. Cfr. D. Groves, Thomas de Quincey and the «Edinburgh Saturday Post» of 1827, in «Studies in Bibliography», vol. 55, 2002, pp. 235-63.
  14. The Works of Thomas De Quincey, Ed. by Gravel Lindon and Barry Symonds, Part III, vol 19, 2003.
  15. La menzione del prezzo del libretto di due scellini richiama il racconto dei «miei piaceri dell’opera» nelle Confessioni di un oppiomane, dove De Quincey scrive di aver pagato «cinque scellini» per una serata all’opera (Vol. 2, pp. 49, 48); e dunque, probabilmente, in questo caso avrà pagato un ingresso maggiorato di sette scellini.
  16. L’autore definisce ironicamente Edimburgo come «Atene». Vedi l’introduzione.
  17. Tutte le citazioni di questo capoverso, tratte da Shakespeare, provengono dall’atto III, sc. 2 di Amleto (qui citati nella versione di M. Praz, in W. Shakespeare, Tutte le opere, a cura di M. Praz, Firenze, Sansoni, 1964, p. 701).
  18. Cfr. Il barbiere di Siviglia, Atto I, sc. 17.
  19. Ivi, Atto II, sc. 11.
  20. Ivi, Atto II, sc. 8.
  21. In realtà, Cesare Sterbini stese il libretto per Rossini nel 1816 e l’opera fu rappresentata al Teatro Argentina, a Roma, nello stesso anno.
  22. La tonalità dell’overture è quella di Mi maggiore con 4 alterazioni (diesis) in armatura.
  23. Charles Mathew (1776-1835), direttore teatrale e celebre attore e comico inglese. Il suo più celebrato spettacolo da solista era At Home or Matthews at Home (1808), che mescolava mimica, recitazione, narrazione, improvvisazione, canzoni comiche.
  24. Il dialetto di matrice proletaria parlato soprattutto nell’East London.
  25. Si tratta probabilmente del maestro che accompagnava al clavicembalo o al fortepiano i recitativi, ma che nell’orchestra aveva la parte del basso continuo.
  26. Valentino Fioravanti (1764-1837), compositore di fama a livello europeo, autore di numerose opere buffe, la più popolare delle quali è Le cantatrici villane (1799).
  27. Michele Carafa (1787-1872), celebre compositore napoletano ma francese d’adozione. I suoi maggiori successi furono conseguiti all’Opéra-Comique di Parigi. Amico di lunga data di Rossini, egli contribuì all’adattamento francese della Semiramide.
  28. Si tratta di due quartine estratte dal componimento Florence di Thomas More.
  29. Cfr. Se il mio nome saper voi bramate, in Il Barbiere di Siviglia, atto I, sc. 4.
  30. Cfr. Il Barbiere di Siviglia, atto I, sc. 4.
  31. Ivi, atto I, sc. 2.
  32. Il riferimento è al giornalista George Hogarth dell’«Edinburgh Weekly Journal», secondo cui l’esibizione del Barbiere di Siviglia di Rossini al Royal Theatre scatenò un applauso «tumultuoso»; e «il pubblico evidentemente era entrato nello spirito di questo movimentato dramma […] come se fosse stato eseguito nella nostra lingua». Questi commenti del rivale «Weekly Journal» vengono qui ridicolizzati.
  33. Gioco di parole su merry (‘allegro’). Su Murray si può vedere L. Hunt, Saggi teatrali, traduzione, introduzione e note di L. Innocenti, in «Acting Archives Review», XIV, n. 27, 2024 (consultabile online: www.actingarchives.it), pp. 42-43.
  34. ‘Allegria di cuore’.
  35. ‘giocosità’.
  36. ‘Ognuno ha i propri gusti’.
  37. James Bartleman (1769-1821) fu da bambino corista di Westminster; debuttò nel 1788 ai Concerts of Ancient Music cui restò legato per anni con un repertorio soprattutto purcelliano. Dalle descrizioni coeve, la sua voce sembra essere stata di baritono con una notevole estensione.
  38. L’autore si riferisce all’aria Every Valley Shall Be Exalted, dal Messiah di Georg Friedrich Händel.
  39. Celebre mottetto mozartiano del 1773.
  40. Qui c’è un riferimento macabro a parole come «omicidio», assassinio e la «corda» con riferimento alla musica: come suona molto dequinceiano tutto questo scherzo su arte e morte, come illustrato nel suo libro L’assassinio come una delle belle arti (cfr. traduzione di M. Bontempelli, con uno scritto di M. Praz, Milano, SE, 1987).
  41. Tratta dall’opera Berenice in Siria (1818), su libretto di Andrea Leone Tottola.
  42. Giuseppina Ronzi (1800-1853), uno dei soprani più importanti del suo tempo, grande interprete donizettiana, era la moglie di Giuseppe De Begnis.
  43. Si tratta della cantante lirica Francesca Maffei Festa (1778-1835), che interpretò la parte di Fiorilla nella prima assoluta dell’opera alla Scala di Milano il 14 agosto 1814. Vedi l’elenco dei cantanti riprodotto a p. 5 del libretto originale della “prima” consultabile online: https://bibliolmc.uniroma3.it.
  44. Samuel Thomas Russell (1769? o 1770-1845), bambino prodigio, debuttò nel 1795 al Drury Lane. Fu stage manager del Surrey, dell’Olympic e del Drury Lane, con un profilo adatto a ruoli comici.
  45. L’aria buffa di Valentino Fioravanti: Amor, perché mi pizzichi.
  46. Si tratta, ovviamente, della cantante Giuditta Pasta.
  47. Il basso continuo, concepito come elemento strutturale della musica nell’età barocca, permane in funzione pratica nei recitativi secchi dell’opera buffa, almeno fino agli inizi del XIX secolo.
  48. L’autore si riferisce, scherzosamente, a Edimburgo.
  49. Geneviève Joséphine Fodor (1789-1870), soprano francese, è stata attiva negli anni 1810-1828.
  50. Il soprano Giuditta Angiola Maria Costanza Pasta (1797-1865), considerata la più importante cantante lirica del suo tempo. Era allieva della Grassini, celeberrima cantante del tempo, apprezzata da De Quincey (come ricorda nel suo Confessioni di un oppiomane, op. cit.). Ebbe una brillante carriera teatrale, esordendo a Milano nel 1815 e cantando poi nei principali teatri d’talia e d’Europa (Londra, Parigi, Dublino e Pietroburgo) in un repertorio basato sulla produzione di Rossini, Donizetti, Bellini, che trovarono in lei l’interprete ideale della loro musica.
  51. Elizabeth Billington (1768-1818), cantante lirica inglese ai tempi popolare in Inghilterra e in Italia.
  52. Nancy Storace, pseudonimo di Anna Selina Storace (1765-1817), celebre soprano britannico. Nel 1785 fu Rosina nel Barbiere di Siviglia di Paisiello al Burgtheater di Vienna.
  53. Cantante inglese (1784-1833) ricordata anche in una recensione del 1815 dal critico teatrale Leigh Hunt, contemporaneo di De Quincey. Cfr. L. Hunt, Saggi teatrali, op. cit., p. 217 e p. 373.
  54. Elizabeth Feron (1797-1853), soprano britannico, ha cantato in opere di Rossini, Donizetti, Mercadante e altri compositori italiani dell’epoca.
  55. Michael Kelly, anche noto in Italia come O’Kelly (1762-1826), è stato un tenore irlandese formatosi a Napoli, specializzato in opere comiche di Cimarosa, Benucci, Righini, Mozart, Salieri. Aveva interpretato Basilio e Don Curzio alla prima delle Nozze di Figaro nel 1786.
  56. John Braham (1774-1856) è stato un tenore d’opera inglese di lunga carriera che lo ha portato a diventare una delle principali star dell’opera in Europa. Charles Lamb lo ricorda nel suo saggio Imperfect Symphathies (1821) e in The Religion of Actors (1826), con alcune riserve per la sua origine ebraica. Nel 1840 cantò nella seconda sinfonia (Lobgesang) di Mendelssohn a Birmingham, sotto la direzione del compositore. Storicamente, John Braham viene considerato come il progenitore di una dinastia di tenori britannici di spicco del palcoscenico dei concerti e degli oratori. Cfr. anche L. Hunt, Saggi teatrali, op. cit., p. 216, che lo considera come «il numero uno dei cantanti viventi, in Inghilterra».
  57. Catherine “Kitty” Stephens (1794-1882), cantante d’opera e attrice acclamata all’inizio del XIX secolo.
  58. Mary Ann Paton (1802-1864), bambina prodigio, come cantante lirica si specializzò nel repertorio di Mozart, Rossini e Weber.
  59. Madame Vestris, pseudonimo di Lucia Elizabeth Bartolozzi (1797-1856), contralto britannica di origine italiana, specializzata nel repertorio mozartiano. L’appellativo Madame Vestris derivava dal cognome del suo primo marito, Auguste Armand Vestris, ballerino e coreografo francese. Cfr. L. Hunt, Saggi teatrali, op. cit., p. 365.
  60. James Bartleman (1769-1821), cantante già ricordato da De Quincey nel precedente articolo Il Turco in Italia.
  61. Samuel Harrison (1760-1812), celebre tenore britannico.
  62. Charles Incledon (1763-1826), tenore inglese, figura notevole nella storia del teatro britannico, particolarmente riconosciuto per la sua potente voce e la sua presenza scenica carismatica, che gli permisero di ritagliarsi un posto di rilievo nel mondo del teatro musicale inglese dell’epoca. Su di lui, cfr. il giudizio di L. Hunt, Saggi teatrali, op. cit., pp. 217-18.
  63. Cantante non bene indentificato.
  64. Henry Phillips (1801-1876) fu un cantante inglese che interpretò ruoli operistici negli anni Venti e Trenta dell’Ottocento.
  65. Traduco così l’espressione: “Gude Folk”, laddove “gude” è gaelica in gergo popolare (cockney).
  66. Il Theatre Royal, Drury Lane, comunemente noto come Drury Lane, situato nel West End e realizzato nel XVII secolo, è il più antico sito teatrale di Londra ancora in uso, ma subì per ben tre volte incendi e ricostruzioni, che lo resero sempre più grande fino a che non raggiunse una capienza di tremila spettatori. Fu il primo teatro inglese ad essere illuminato interamente a gas nel 1817.
  67. Royal Haymarket, conosciuto come King’s Theatre o His Majesty’s Theatre, o anche come Little Theatre, fu costruito nel 1720, ma la facciata fu ridisegnata dall’architetto Nash cento anni dopo, in stile neoclassico, decisamente “Regency”. Era dedicato all’opera e in particolare a quella italiana, per cui era conosciuto anche come Italian Opera House fino a metà Ottocento, quando i migliori cantanti si trasferirono al Covent Garden.
  68. Parole che suonano quasi profetiche: infatti, nel 1847, alcuni famosi cantanti di Haymarket formarono una nuova compagnia, che si stabilì al Covent Garden: quest’ultimo teatro divenne così ufficialmente «Royal Italian Opera» e vi furono rappresentate opere di Rossini e Verdi, prima che un incendio lo distruggesse nel 1856. Per le notizie sui teatri inglesi dell’epoca, cfr. L. Hunt, Saggi teatrali, op. cit., pp. 415-18.
  69. Auld Robin Gray è una ballata scozzese, eppure De Quincey la presenta come una delle «due canzoni inglesi»; forse ciò dimostra l’attenuarsi del suo pregiudizio e della sua paranoia nei confronti di Edimburgo.
  70. Riferimento ironico alla lingua scozzese come una delle lingue attiche.
  71. Robert Birchall (ca. 1750-1819) fu uno dei più importanti editori musicali di Londra; aveva la sede al 129 di New Bond Street.
  72. Lady Anne Barnard (nata Lindsay: 1750-1825), nata a Balcarras Home, Fife, Scozia, è stata scrittrice di viaggi, artista e mondana scozzese. Figura come autrice della ballata in questione. Il reverendo W. Leeves rivelò nel 1812 che la ballata era stata scritta da lei nel 1772 e poi da lui musicata. Fu pubblicata in forma anonima nel 1783, e Lady Anne ne riconobbe la paternità dei versi solo due anni prima della morte in una lettera allo scrittore Walter Scott. Vedi la voce Barnard, Lady Anne, in Encyclopedia Britannica, vol. 3, 1ͣ ediz., Cambridge, Cambridge University Press, 1911, p. 409.
  73. L’autore analizza l’opera semiseria di Rossini L’inganno felice, «Farsa per musica» su libretto di Giuseppe Maria Foppa, rappresentata per la prima volta l’8 gennaio 1812 al Teatro San Mosè di Venezia. Si tratta del primo grande successo di Rossini; all’immediato successo di Venezia seguirono rappresentazioni in tanti teatri italiani e stranieri.
  74. La citazione proviene da Amleto, atto I, sc. 2 (qui citata da W. Shakespeare, Tutte le opere, a cura di M. Praz, Firenze, Sansoni, 1964, p. 684).
  75. Giovanni Battista Velluti (1780-1861), celebre cantante castrato italiano.
  76. Si tratta del duetto Con pazienza sopportiamo di Valentino Fioravanti (1764-1837).
  77. Aria cantata da Bertrando, atto I, sc. 2 (L’inganno felice).
  78. Il testo recita «Bartholomew Fair Quackery» (letteralmente ‘ciarlataneria da fiera di san Bartolomeo’) e rimanda al contesto prettamente inglese della Bartholomew-Fair, la fiera estiva più importante di Londra che si svolgeva in un luogo di macelli ed esecuzioni; l’epiteto riecheggia forse anche l’opera teatrale di Ben Jonson con quel titolo.

(fasc. 60, 25 maggio 2026)

Oltre «la frana». Vasco Brondi e l’edificazione di sé nell’era del rischio

Author di Emiliano Sciuba

Abstract: Questo saggio si inserisce in uno studio pionieristico delle teorie letterarie riguardanti la natura poetica dei cantautori rock-pop contemporanei nonché nelle discussioni culturali sul paradigma letterario sociopolitico e filosofico-antropologico del XXI secolo, con particolare riferimento alle sue espressioni nichilistiche e capitalistiche occidentali. Il presente studio si propone di esaminare la contemporaneità con particolare attenzione all’era post-1989 in cui viviamo, attraverso i suoi “aedi noir postindustriali”. Allo stesso tempo, l’articolo cerca di decodificare e interpretare il nostro fragile Zeitgeist, in cui le persone si sentono notevolmente minate dalla biopolitica. In breve, si tratta di analizzare i valori ideologico-sintomatici, tipici di una parte della giovane musica underground italiana (Le luci della centrale elettrica, 2007-2019), prima della catastrofe endogena che incombe sulla società umana alle porte del Terzo millennio, poiché l’incostanza e l’ansia hanno preso il sopravvento sull’epoca attuale. Pertanto, a parere dell’autore, spetta all’arte disconoscere l’ordine simbolico in vigore, concependo una palingenesi evidente nel rapporto tra testo letterario e musica.

Abstract: This dissertation joins a pioneering conversation in the literary theories about the poetic nature of contemporary rock-pop singer-songwriters as well as cultural discussions about the sociopolitical, philosophic-anthropological literary paradigm of the 21st century, signally its West nihilistic, capitalist expressions. The current survey aims to inspect the contemporaneity paying specific attention to the post-1989 era in which we live, through its “postindustrial noir aoidoi”. Collectively, this essay seeks to decode as well as to interpret our fragile Zeitgeist, where people feel remarkably undermined by biopolitics. In brief, it’s about analyzing the ideological-symptomatic values, typical of some young Italian underground music (Le luci della centrale elettrica, 2007-2019) before the endogenous catastrophe looming on human society at the gates of the Third millennium, forasmuch fickleness and anxiety have taken over the present age. Therefore, the author thinks that it’s up to art to disavow the symbolic order in force, by conceiving a palingenesis which is evident in the relationship between literary text and music.

Il presente articolo vuole analizzare i “tempi bui attuali”[1] attraverso il racconto poetico del cantautorato italiano, per ragioni logistiche e scientifiche qui incarnato nella figura del ferrarese d’adozione Vasco Brondi (classe ’84, progetto musicale Le luci della centrale elettrica, in attività dal 2007 al 2019, poi solista): le rappresentazioni simboliche dei testi rock brondiani, neosublimi secondo la concezione “isterica” di Fredric Jameson[2] (come può lo squallore urbano essere gradevole e il salto dentro l’alienazione della vita quotidiana provocare tale isteria, un’euforia allucinatoria?)[3], muovendosi tra confessionalismo, storiografia e memorialistica, sono un prodotto intellettuale capace di interpretare in musica la vita, di riflettere sulla condizione biopolitica e postindustriale umana dell’era di Internet[4] così da immaginare e lottare per realizzare un mondo diverso, tra furori sociali e aneliti neoromantici attivi per quanto ancora crepuscolari (è lo stesso Postmoderno a qualificarsi come qualcosa di indefinito oltre il moderno, proliferazione anarchica non di realia ma di ready-made).

Nell’analizzare le valenze ideologico-sintomali, sovente poetiche, di certa musica underground giovanile italiana dinanzi alla catastrofe post-1989[5] – nel passaggio musicale e culturale dall’edonismo anni ’80 all’intimismo anni ’90, confluito negli anni Zero, chiave di volta è stato il movimento rock grunge di Seattle (WA) – sarà utile contestualizzarle nel “secondo Ellenismo” descritto da Diego Fusaro:

Il momento stoico dell’astratta fuga cosmopolitica degli ultimi uomini e quello epicureo dell’interiorità autentica all’ombra del potere dei dissenzienti portatori di coscienza infelice si rivelano oggi segretamente complementari, espressioni della generale resa al potere, vissuta ora con disincantamento depressivo, ora con ebete euforia. I due momenti figurano, in effetti, come estrinsecazioni, sia pure opposte, dello stesso fenomeno, la diserzione tanto del sociale quanto della ricerca operativa della trasformazione del proprio orizzonte storico; diserzione vissuta ora come stoica necessità di conformarsi al fato, ora, con cupa rassegnazione, come epicurea rinuncia all’agire politico in nome dell’imperativo che prescrive di vivere nascostamente, a distanza di sicurezza dai cristalli del potere […] Di qui l’odierno proliferare ora del volgare edonismo acefalo e disinibito, coerente con le strategie della pubblicità e del consumo e del loro riassorbimento della legge entro l’orizzonte del godere, ora di quella galassia di passioni tristi (cinismo, disincanto, paura), e soprattutto dell’ira individualizzata […][6].

Senza dubbio, di quella “galassia di passioni tristi” e ira si informa lo Zeitgeist degli anni Zero riflesso dall’appercezione brondiana, magistralmente descritta da Gianluca Veltri[7]; l’incombente apocalisse contemporanea è annunciata dai “quattro cavalieri” della crisi ecologica, delle conseguenze della rivoluzione tecnologica (biogenetica e informatica), degli squilibri economico-finanziari interni al sistema capitalistico e infine della crescita insostenibile delle divisioni ed esclusioni sociali: catastrofi perennemente alluse, dannate, gridate in questi testi letterari in musica tra euforia e disforia[8].

La mitopoiesi di Brondi – il cui assetto bi-polare ricorda il mirabile poema dannunziano Maia (1903), sospeso tra il rimpianto di un’antica Grecia intrisa di divino da riesumare e il neo-sublime dell’industrializzazione del XX secolo da identificare – è un tentativo di attraversamento del lutto dovuto alla scissione uomo-natura avvenuta a seguito della rivoluzione industriale otto-novecentesca; e, ormai, del tardo capitalismo postindustriale e di una globalizzazione resa così involutiva dalla convergenza di enti politici faziosi da produrre serialmente senza confini nuovi servi della gleba, sottopagati, precarizzati[9].

Venire a patti col mondo attraverso il potenziale di fascinazione offerto dalla trasfigurazione estetica: così l’arte orale di Brondi sublima la catastrofe imminente, circoscrivibile post quem 1991 ovvero dopo l’anno del crollo sovietico coincidente con la fine di quel periodo massimamente precario per la civiltà che lo Eric John Hobsbawm definì «la frana», visto il collasso planetario dell’economia, del socialismo e del ruolo delle avanguardie artistiche nel terzo millennio[10].

Cercheremo, dunque, di dare un’identità al paradigma del poeta rock postmoderno[11] che si è venuto formando sempre più dopo gli anni 1973 e 1979, date precise delle crisi energetiche che mostrarono l’insufficienza economica e ideologica della struttura stessa della società postindustriale venutasi a costituire, tra sperequazione sociale ed elusione politica, tra corporazioni transnazionali deregolamentate e arti rese adornianamente “disartizzate” benché onnipresenti a causa delle tecnologie esogene di un establishment antropofago e segregante (il “Moloch” già ginsberghiano di Howl, 1956)[12]. Perché il poeta deve farsi rock piuttosto che pop ad oggi, però? La rimozione della crisi dall’immaginario collettivo è esattamente ciò che si prefigge la fantasmagorica (e ben meno complessa armonicamente) musica pop, per questo di più ampio consenso del rock che, nascendo dallo stile blues come strumento afroamericano di lotta ed emancipazione, con le dovute eccezioni e sfumature incarna un dissenso che non è facile da gestire perché non chiama l’ascoltatore al facile comfort della “società dello spettacolo”[13], che rassicura dal dolore con una finta sicurezza (poi divenuta prigione, giacché è solo attraverso il dolore che ci si apre al mondo[14]), bensì alle armi, alla presa di coscienza delle varie forme di violenza nel mondo e degli stati depressivi nelle società:

davanti ad una sorta di rassegnazione collettiva nata dalla crisi del 2008 […] – nata dalla imposizione di politiche di austerità assurde e illogiche proprio dal punto di vista economico – oggi la gente e i giovani soprattutto, come allora, sembrano avere bisogno di ritrovare leggerezza, spensieratezza e trova forse un modello negli anni ’80[15].

Ecco sintetizzato il “telegiornale poetico” del poeta e frontman indie[16] Vasco Brondi: un diario di guerra, illusoriamente fredda, straniante e malata nella propria realtà diadica e claustrofobica, segmentata in immagini espressionistiche giustapposte ma inconciliabili – i singoli semantemi formano metafore analogiche decontestualizzanti – in un flusso di coscienza come scariche di mitra. L’album Per ora noi la chiameremo felicità uscì l’8 novembre 2010[17]; il 12 novembre 2011 cadde il governo Berlusconi IV a causa della non più mascherabile “Grande Recessione” (N. Roubini), scoppiata globalmente nel 2007-2008 in America (crisi dei subprimes). Imprese, investimenti, occupazione e consumi franarono; le misure di austerità non sostenibile causarono una spirale recessiva. Non stupisce che il quinto brano dell’album si intitoli L’amore ai tempi dei licenziamenti dei metalmeccanici. Il tema della guerra e della ribellione contro una società sentita come liberticida e stagnante ha molto in comune con il Futurismo italiano dello scorso secolo, ma cambiato di segno; se, infatti, quest’ultimo si proponeva di esaltare il progresso sociale e tecnologico assieme alle nuove prospettive valoriali, quali la velocità e la corsa sfrenata verso un futuro che si percepiva capace di redimere i dogmi della vecchia cultura ottocentesca, ebbene l’uso che adesso ne fanno molti cantautori engagés come Vasco Brondi è di intenti opposti: combattere cioè col medesimo furore gli idoli stessi del Futurismo marinettiano, i quali, un secolo dopo il Manifesto del 1909, risultano essere la cancrena tecnocapitalistica che atomizza la società; la lotta ha come scopo il recupero del piacere della lentezza, l’edificazione di sé nell’era del “quodlibet[18]. Lo stesso nome del progetto musicale è autoevidente, in quanto, rispetto alla luce cosmica del cielo, si è ora ridotti a quella finta postindustriale, inquinante, elettrica: «Noi canteremo le grandi folle agitate dal lavoro, dal piacere o dalla sommossa: canteremo le maree multicolori o polifoniche delle rivoluzioni nelle capitali moderne; canteremo il vibrante fervore notturno degli arsenali e dei cantieri incendiati da violente lune elettriche […]» (dal Manifesto del Futurismo, art. 11)[19].

Senza pretesa di esaustività dato l’ambito conciso dello studio e mostrato il doveroso contesto, analizziamo ora una canzone brondiana icastica: Una guerra fredda (2010).

Gli strascichi delle nostre ombre lunghe come tutta via XX Settembre

avevi ancora le tue nausee e noi respiravamo forte con le transenne tra le costole
ché il nostro ridere fa male al presidente
mi parlavi di risorse limitate della tua pelle rovinata e di eclissi per non rivederci
ché a forza di ferirci siamo diventati consanguinei
dici questa città non ci morirà tra le braccia
dici questa città non ci morirà tra le braccia

Gli strascichi delle nostre ombre lunghe come tutta via XX Settembre
non c’è un cazzo da piangere
spareremo dei forse da tutte le finestre
venderemo le nostre ore a €6
lasceremo delle scie elettroniche
e di notte le esalazioni di monossido di carbonio del nostro amore
e le cicatrici sui volti dei magrebini distrutti come dei paracarri
il ronzio del lavoro di tutti
dei nostri tribunali aperti tutte le notti
dei processi di tre anni sui letti dell’Ikea distrutti
esplosi come le stazioni
come quella sera che ti eri sciolta i capelli
come le portiere sbattute che da lontano ti sembravano degli applausi
e posso darti degli altri nomi stupidi degli altri campi gelidi
mi urli che il tuo cuore non è un bilocale da € 300 al mese
andremo a Roma a salvare le balene

Gli strascichi delle nostre ombre lunghe come tutta via XX Settembre
vogliamo anche le rose e delle stelle tra le costole tra le tue occhiaie azzurre
perché preferiamo perdere
le luci di dicembre delle raffinerie di Ravenna
perché è una guerra fredda
perché è una guerra fredda
gli altri sono svenuti sotto i portici
sotto i nostri cieli indecifrabili
altre eclissi per non rivederci
ché a forza di ferirci siamo diventati consanguinei
dici questa città non ci morirà tra le braccia
dici questa città non ci morirà tra le braccia.

È il racconto di una coppia in dissoluzione (l’esperienza è sempre diadica, ha dimostrato Sloterdijk[20]) all’interno di una città in decomposizione, ma la putrefazione dei protagonisti forse non è ancora irreversibile. Il testo[21] apre in medias res con la congiunzione copulativa «e» (l’unico elemento che, extra-linguisticamente, può dirsi realmente copulante in un rapporto a “camere separate”). È un susseguirsi di azioni, epifanie e parole in un flusso torrenziale. L’elemento autobiografico diadico identifica la coppia attraverso la propria nauseante evanescenza urbana («e gli strascichi delle nostre ombre lunghe / come tutta via XX Settembre / avevi ancora le tue nausee»): che la nausea sia dovuta a una gravidanza o a un disagio socio-esistenziale? Continua la denuncia dell’ingerenza del biopotere che piega le speranze individuali al proprio “cammino”, come appunto il lat. “transeo”, ‘passare attraverso’, rimanda alle transenne vessatorie («e noi respiravamo forte con le transenne tra le costole»: forse repressi e schiacciati da una carica della polizia durante una manifestazione?); lo splendido verso seguente – «ché il nostro ridere fa male al presidente» – richiama una tragedia patente, lo scontro sofocleo tra coscienza individuale sconfitta e soverchiante ragion di Stato[22]. Successivamente, la dissoluzione tecnica si introverte nella diade umana: le «risorse limitate» sono quelle energetiche del pianeta, ma al contempo quelle psicofisiche ed economiche della sussistenza quotidiana dei protagonisti, evidenti dal più infantile eczema (si insinua il dubbio che la pelle sia stata rovinata dagli abusi politici suddetti) fino all’iperbole del verso che pone la coppia davanti all’oscuramento del sole, l’«eclissi» di ogni certezza futura sociale che si ripercuote sul loro amore («mi parlavi di risorse limitate, della tua pelle rovinata / di eclissi per non rivederci»). Il quinto verso, degno dei poeti più visionari come Dylan Thomas o Alda Merini (Brondi più volte ha ammesso il suo debito verso i versi della poetessa dei Navigli), recita
«ché a forza di ferirci siamo diventati consanguinei»: solo il dolore, qui causato dalle nevrosi del fallimento comunicativo interpersonale, è ciò che paradossalmente trasfonde il sangue, riscoprendo un principio vitale condiviso (così come il lat. “sanguis” differisce dal letale “cruor”). Dunque, il refrain, un distico disperato nella propria ripetizione («e dici questa città non ci morirà tra le braccia», cantata con tre cesure di fiato: città; morirà; braccia) a scandire il reticolo nodale di tutta la poetica brondiana, risulta essere un trittico allegorico della più generale relazione foucaultiana tra tanatopolitica e “nuda vita” che dal governo dovrebbe essere protetta e alimentata invece che manipolata e stremata[23].

I versi successivi riprendono, ampliandolo, il concetto di ingerenza statale (globalizzata) nella vita individuale e i traumi recessivi della catastrofe economica mondiale del 2008; l’effetto è un’esistenza precaria, tra euforia e disincanto («non c’è un cazzo da piangere / spareremo dei forse da tutte le finestre / venderemo le nostre ore a € 6»), rassegnata a un fato in sé incompreso ma sufficientemente patito per temerne ogni eventuale trasformazione sociale, sentita irrazionalmente come peggiorativa delle poche certezze attuali (“potremmo non essere pagati proprio”). A questo punto si acuisce il cortocircuito visionario, la poesia si fa meno narrativa e più psichedelica mediante similitudini, metafore e analogie tra la coppia resiliente e il mondo belligerante esterno che la mercifica – persino nell’atto amoroso, inaridito dall’eccesso di scienza – per sopprimerla: «e di notte le esalazioni di monossido di carbonio del nostro amore / […] dei nostri tribunali aperti tutte le notti / dei processi di tre anni sui letti dell’Ikea distrutti / esplosi come le stazioni». Come nel metodo mitico eliotiano del Tiresia di The Waste Land (1922) presente e passato si compenetrano in un amalgama immaginifico che riscopre di senso le visioni raccontate, così ad esempio i letti economici dell’Ikea nel loro bieco liberismo (prodotti di consumo di massa dal benessere provvisorio) e la giustizia costantemente in moto con indolente tortuosità vengono assimilati al trauma delle stazioni ferroviarie e delle piazze fatte esplodere durante gli Anni di piombo, deflagrazioni e boati che di nuovo ricordano all’io lirico tracce di vissuto (forse di intima felicità?) assieme all’amata. Anni, appunto, di stragi terroristiche – 1969-1980: dalla milanese piazza Fontana alla stazione centrale di Bologna – promosse o consentite dalla strategia della tensione di Stato, tendenti a destituire i diritti umani in uno “stato d’eccezione” prolungato in nome di una maggiore sicurezza pubblica[24], giustificando così eventuali svolte politiche autoritarie. La fine della seconda strofa annuncia l’infrangersi del sogno dell’unità diadica tra Io e Non-Io: «e mi urli che il tuo cuore non è un bilocale da € 300 al mese».
Ha vinto l’economia di Stato, l’individuo non ha più identità se non nell’imagery capitalistica; o, perlomeno, così sembrerebbe. Il verso finale della strofa – «andremo a Roma a salvare le balene» – è l’extrema ratio di un pensiero naufrago di disperazione, non ancora arresosi e anzi trasfigurante la depressione in forza motrice artistica:
andare nella trimillenaria Urbe, sede del biopotere, a tentare una salvezza impossibile, poeticamente identificata nella difesa di un simbolo di pura gioia animale, che con
la sua gratuità e il suo martirio incrimina ogni tecnocratico antropocentrismo.

L’ultima strofa ribadisce, con qualche variazione, il già chiaro status desolante di impersonale soggetto epistemico a intenzionalità estetica: il disagio della civiltà tra le ragioni individuali e quelle della società (cioè: il bipolarismo della «guerra fredda» interiore) è rappresentato dal bisogno della coppia di «rose», «stelle», «occhiaie azzurre», elementi di dolcezza crepuscolare che auspicano una non ancora integrale sostituzione “biomeccatronica” dell’io lirico con le “raffinerie di Ravenna”, correlativo oggettivo di quel sublime tecnologico di cui parlavamo all’inizio e che, sebbene emani fascinazione in quanto indicibile potenza del gesto umano continuamente replicato e amplificato dalla macchina, è preferibile abbandonare prima di un’espropriazione radicale dell’umano e della sua coscienza, spesso già obnubilata dall’uso di “paradisi artificiali” come ad esempio gli oppiacei («gli altri sono svenuti sotto i portici / sotto i nostri cieli indecifrabili / altre eclissi per non rivederci»). È un’era del rischio, persa in partenza dagli ultimi («perché preferiamo perdere») i quali di fatto, spersonalizzati nell’autismo di una mancata coscienza di classe, sono impotenti rispetto alla fine del mondo valoriale moderno che, però, qualche “aedo noir postindustriale” riesce ancora a cantare, edificandosi per via negationis. È la speranza titanica di una palingenesi della società: che possa rinascere come neonato da cullare e non più defunto da compiangere.

 

  1. Cfr. S. Chignola, 2000 d.C. Biopotere e Biopolitica: sulle tracce della discussione, in Euronomade.info, 13 giugno 2016 (http://www.euronomade.info/?p=7351; ultimo accesso 25/8/24); cfr. §4: «I primi anni 2000 sono anni di ampia ripresa e di diffusione internazionale dei concetti foucaultiani di “biopotere” e di “biopolitica” per l’emersione (e per l’emergenza) introdotta dai tre grandi fenomeni che all’inizio del secolo XXI modificano l’esperienza collettiva: il ritorno della guerra su scala planetaria (e in una forma nuova: tanto sul lato della “polizia internazionale” quanto sul lato del “terrorismo”, ciò che è in questione e qualcosa che eccede il quadro del diritto internazionale classico); le migrazioni; la globalizzazione e i suoi regimi di regolazione. Le migrazioni e lo sradicamento indotto dalla globalizzazione tendono a produrre una risposta “immunitaria” nelle comunità politiche che rischia di rinserrarle in mortiferi confini identitari: i primi anni 2000 (e ancora di più adesso, in Europa) sono gli anni del ritorno delle destre e della riattualizzazione del fascismo. […] Quanto entra con ciò in questione è, da un lato, l’espropriazione dell’identità e la rottura del suo codice implicita nella semantica comunitaria e, dall’altro, il tipo di risposta “protettiva” o immunitaria che si produce contro ciò che l’identità minaccia. Tradotto con un esempio:i processi di socializzazione trascinati dalla globalizzazione tendono a rilasciare, come loro prodotto, singolarità anonime e reciprocamente in-differenti (erano gli anni del mondo alla McDonald’s) […] il senso di sperdimento suscitato dall’essere travolti da una modernità iperaccelerata e liquida».
  2. Cfr. F. Jameson, Postmodernism, or, the Cultural Logic of Late Capitalism, Durham (North Carolina), Duke University Press 1991.
  3. Cfr. M. Bolognini, Le mie macchine e il sublime tecnologico come programma artistico, in Arti e tecniche nel Novecento, a cura di V. Cuomo e I. Pelgreffi, Lecce, Youcanprint, 2017, pp. 39-54.
  4. Riguardo all’arte di governo di intervento nelle vite biologiche degli individui rispetto a natalità, morbilità, abilità e ambiente, cfr. F. Rosa, La biopolitica nell’era di Internet, in «Noema», 6-2, 2015, pp. 160-98.
  5. Cfr. A. Alfieri, Musica dei tempi bui. Nuove band italiane dinanzi alla catastrofe, Salerno, Orthotes, 2015.
  6. D. Fusaro, Pensare altrimenti, Torino, Einaudi, 2017, pp. 132-34. Cfr. M. Casertano e G. Nuzzo, Storia e testi della letteratura greca, Perugia, Palumbo, 2004, 3 v. in 1 t., pp. 11-12: «Dinanzi a questo universo sterminato e caotico, il cui baricentro non coincide più col rassicurante perimetro dell’agorà cittadina, egli prova un misto di fascino e di sgomento; e se da un canto non può non sentirsi cittadino del mondo, dall’altro tende, anche per le mutate condizioni sociali e politiche, a chiudersi in se stesso e a cercare nella propria interiorità l’equilibrio perduto, sostituendo agli antichi valori collettivi, tipici della polis, quelli individuali».
  7. G. Veltri, L’ora in cui si alzano i pendolari e i guerriglieri. La vita ai tempi delle Luci Della Centrale Elettrica (24.02.2011) in Nazioneindiana.it (https://www.nazioneindiana.com/2011/02/24/l%E2%80%99ora-in-cui-si-alzano-i-pendolari-e-i-guerriglieri; ultimo accesso 25/8/2024): «Un aedo della monumentalità noir postindustriale. Canta il mantra di una molteplicità irriducibile, l’impossibilità della reductio ad unum, con una procedura poetica allucinatoria costruita con accumuli, sovrapposizioni nervose, affollamenti, accatastamenti di immagini […] una poesia grigionera che preme per irrompere nell’impoetico, cercando di rosicchiare zone di lirismo al metallo delle lamiere […] In queste tracce, pressoché tutte (la prima si intitola “Cara catastrofe”, l’ultima “Le ragazze kamikaze”), si respira asfissiante la precarietà economica dei nostri tempi […] Ai protagonisti non restano che “surrogati di sogni”. Le ambientazioni in cui si consumano relazioni ipertrofiche e problematiche […] Le canzoni di Brondi sembrano il “prequel” di quella recessione pasoliniana: il mondo com’era subito prima che Pasolini vedesse e scrivesse la sua poesia. Il presupposto, il fermo-immagine scattato un minuto prima dell’implosione su se stessa di quella società (post)industriale, decadente, mediatica, recessiva e illusoriamente in pace […] È in una perenne guerra, il mondo, ai tempi delle Luci Della Centrale Elettrica».
  8. Cfr. S. Žižek, Vivere alla fine dei tempi, Milano, Ponte alle Grazie, 2011.
  9. Cfr. J. E. Stiglitz, La globalizzazione e i suoi oppositori, Torino, Einaudi, 2002; cfr. D. Fusaro, Glebalizzazione. La lotta di classe al tempo del populismo, Milano, Rizzoli, 2019.
  10. E. J. Hobsbawm, Il secolo breve: 1914-1991, Milano, BUR, 2014 [1994], pp. 471-675 (specialmente il cap. XVII, Morte dell’avanguardia: l’arte dopo il 1950, pp. 580-604).
  11. Sul passaggio dal poeta al rocker cfr. G. Mazzoni, Sulla poesia moderna, Bologna, Il Mulino, 2005, p. 224 e sgg.; cfr. P. V. Mengaldo, Cenni sulla lingua delle canzoni, in Il Novecento. Storia della lingua italiana, a cura di F. Bruni, Bologna, Il Mulino, 1994, pp. 84-86; cfr. G. C. Pantalei, Poesia in forma di rock. Letteratura italiana e musica angloamericana, Ariccia, Arcana, 2016, pp. 11-12; cfr. P. V. Tondelli, Poesia e rock, in Id., Un weekend postmoderno. Cronache dagli anni Ottanta, Milano, Bompiani, 1990, p. 308.
  12. Riguardo a un più disteso studio della poesia in forma “musale”, sulla scia del Nobel letterario al cantautore Bob Dylan (2016), circa il cantautore rock come epigono del poeta romantico, cfr. E. Sciuba,
    Dentro alla scatola: “riprovaci, fallisci ancora, fallisci meglio”. Tra fait social e poesia nelle band del «secondo Ellenismo», in «Quaderni del Laboratorio Montessori», n. 4, dicembre 2018, consultabile online su http://www.paedagogica.org/doc/sciuba_biopolitica_e_poesia.pdf pp. 2-36 (ultimo accesso 25/8/2024).
  13. Cfr. G. Debord, La Société du Spectacle, Paris, Buchet-Chastel, 1967.
  14. Cfr. B. C. Han, La società senza dolore. Perché abbiamo bandito la sofferenza dalle nostre vite, Torino, Einaudi, 2021.
  15. Cfr. l’intervista del 2016 al sociologo L. Demichelis titolata Cosa piace così tanto di quegli anni Ottanta?, che si legge all’URL: http://www.varesenews.it/2016/01/cosa-piace-cosi-tanto-di-quegli-anni-ottanta/477482/ (ultimo accesso 25/8/2024).
  16. L’aggressività degli anni ’70 e la passività degli anni ’80 partoriscono la personalità cantautorale passivo-aggressiva degli anni ’90, trasportata con poche sfumature fino al cantautorato indie degli anni Zero: genere rock-pop neocrepuscolare a metà tra le nostalgie romantiche e i furori sociali (“indie” è l’aggettivo vezzeggiativo inglese da “independent” che indica l’etichetta discografica dell’artista slegato dalle majors).
  17. Verso di una poesia del cantautore monegasco Léo Ferré, La solitude (1971): «Le désespoir est une forme supérieure de la critique. / Pour le moment, nous l’appellerons “bonheur”»; la disperazione come forma superiore di critica è ciò che informa la società moderna attuale, ancor più a distanza di cinquanta anni. L’arte, come ricorda Theodor W. Adorno nella sua Teoria estetica (or. Äesthetische Theorie, Frankfurt am Main, Suhrkamp, 1970; I ed. it. Torino, Einaudi, 1975), deve farsi disperata come Beckett, dissonante come Schönberg e disumana come Malevič (fino alle punte esistenziali di Bacon e memoriali di Boltanski).
  18. Cfr. G. Agamben, La comunità che viene, Torino, Bollati Boringhieri, 2001, prefazione: «L’essere che viene: né individuale né universale, ma qualunque. Singolare, ma senza identità. Definito, ma solo nello spazio vuoto dell’esempio». Senza più l’haecceitas scotista, il Qualunque (quodlibet) è una spenta serigrafia in un mondo dove ormai la democrazia equivale al potere del numero, la politica a mera amministrazione, l’etica è un banale aut-aut e la vita si riscopre bios assoggettato alla techne.
  19. Un’altra band indie che ha molto della temerarietà futurista sono i Management del dolore post-operatorio, il cui progetto, come racconta il frontman abruzzese Luca Romagnoli (’84), dai testi profondamente letterari e dissacranti, nacque in seguito a un incidente stradale dei componenti della futura band (verità o finzione?).
    Il primo album è Auff!! (2012); così però raccontava Marinetti nella Fondazione e manifesto del futurismo, 1909: «ecco ad un tratto venirmi incontro due ciclisti, che mi diedero torto, titubando davanti a me come due ragionamenti, entrambi persuasivi e nondimeno contradittorii. Il loro stupido dilemma discuteva sul mio terreno… Che noia! Auff!… Tagliai corto, e, pel disgusto, mi scaraventai colle ruote all’aria in un fossato […]».Non è questa l’occasione per l’approfondimento che meriterebbe, ma, nell’ottica del testo letterario in musica come fait social, denuncia utopica d’alterità contro un mondo omogeneizzante e perciò testimonianza intuibile del Weltschmerz in forma di “promessa di felicità” in questo tempo presente irredimibile (rifiutare “questo” mondo catastrofico immaginando “quel” mondo altro), ha un posto d’elezione il rapper campano Anastasio, all’anagrafe Marco Anastasio (’97, in attività dal 2018, anno della vittoria conseguita nel programma X-Factor), dai testi eruditissimi ed elegiaci, nichilistici e caustici, non di rado visionari. Vd. A-Profitto (2023), brano basato sul bisticcio tra il verbo «approfitto» e la locuzione «mettere a profitto», denuncia delle rapaci leggi di mercato e delle conseguenti sperequazioni nel tessuto sociale, in cui il singolo sembra sempre più reificato («Sei peggio di un oggetto, sei il mezzo, il denaro») e ogni valore presto o tardi mercificato: «la mia passione […] questo dolore […] anche il tuo amore […] e questa stanza […] e la mia voce […] la mia tristezza devo metterla a profitto».
  20. P. Sloterdijk, Sfere. 3: Schiume, a cura di G. Bonaiuti, Milano, Cortina, 2015 [2004], pp. 46-53, passim: grazie al concetto di “schiume” si possono descrivere gli agglomerati di “bolle”, cioè «quei sistemi e aggregati di vicinanza sferica nei quali ciascuna cellula costituisce un contesto autocomplementare […] in tensione di risonanza diadica e multipolare», dunque monadi come “società-a-due” che esistono rivolte l’un l’altra ma divise, come nelle cellule umane, da una parete separativa di frontiera in co-isolamento.
  21. Cfr. J. Culler, Theory of the Lyric, Cambridge (MA), Harvard University Press, 2015 e insieme le considerazioni della teorica della letteratura E. Müller-Zettelmann (Lyrik und Metalyrik, Heidelberg, Winter, 2000) riguardo alle sei tendenze che distinguono la poesia come genere, tra le quali rientra a pieno tale brano: brevità; riduzione di elementi narrativi; struttura formale più intensa; maggiore autoreferenza estetica; maggiore devianza linguistica; maggiore soggettività epistemologica.
  22. Quando il re di Tebe Creonte, ai vv. 482-483 dell’Antigone, accusa l’empia gioia di «ridere» della nipote eroina omonima di fronte al proprio bando di non sepoltura nei confronti del reo fratello di lei: «ὕβρις δ᾽, ἐπεὶ δέδρακεν, ἥδε δευτέρα, / τούτοις ἐπαυχεῖν καὶ δεδρακυῖαν γελᾶν»: ‘dopo che è stata tracotante, lo è una seconda volta, e avendolo fatto se ne vanta e ride’.
  23. Nell’organizzazione della vita pubblica, ci sono vite che vengono tutelate e altre considerate senza o di minor valore, che possono essere sacrificate a insindacabile giudizio di chi esercita il potere (propriamente di morte: un “necropotere”): vi sono morti evitabili – basti pensare a investimenti o tagli economici circa sanità, pensioni e sicurezza sul lavoro – che precise scelte politiche, non le fatalità, determinano.
  24. Riguardo alla “guerra al terrorismo” vd. Patriot Act americano di G. W. Bush sul controllo liberticida delle comunicazioni, come l’accesso alle informazioni personali da parte di FBI e CIA senza mandato della magistratura, e non solo (cfr. il caso Abu Omar 2003, imam di Milano rapito dalla CIA in Italia), firmato in seguito all’attentato alle Twin Towers del 2001. Delle sedici disposizioni previste, quattordici sono permanenti.

(fasc. 56-57, 15 settembre 2025)

«Lo sfondo lacerato della storia». Esistenza e pólemos in Rachel Bespaloff

Author di Camilla Conte

Abstract: Questo articolo esamina l’opera di Rachel Bespaloff (1895–1949), filosofa ebrea di origini ucraine vissuta in Francia negli anni Trenta e poi rifugiatasi esule negli Stati Uniti. L’analisi percorre alcuni tra i contributi più significativi del periodo francese, in particolare quelli in cui Bespaloff affronta il problema del significato dell’esistenza e della “ferita” che ne occupa il centro: una lacerazione che, pur rivelando l’inadeguatezza della condizione umana, apre anche una finestra sulla partecipazione dell’essere umano all’infinito. L’articolo delinea, dunque, le direttrici fondamentali lungo cui si sviluppa la ricerca di Bespaloff intesa come una filosofia dell’istante, luogo privilegiato della manifestazione della trascendenza nell’immanenza. Particolare attenzione è rivolta allo scritto Sull’Iliade, che occupa un posto centrale nella produzione della scrittrice ucraina. L’analisi si concentra in particolar modo su come Bespaloff analizza il concetto di forza da una peculiare prospettiva teoretica e su quali elementi di novità questa riflessione apporta al panorama della filosofia femminile del Novecento. L’articolo colloca dunque Bespaloff in quella tradizione di personalità ebraiche che, all’indomani della Shoah, si sono rivolte a Omero per indagare le radici del destino cruento della civiltà europea, ponendo la sua opera in dialogo con autori come Simone Weil e Theodor W. Adorno. Infine, questo lavoro intende mettere in rilievo l’originalità del pensiero di Bespaloff, che – attraverso una valutazione autonoma del rapporto tra esistenza e pólemos, inteso come principio regolativo e costitutivo tanto dell’ordine cosmico quanto di quello umano – si impone come uno dei contributi più interessanti della produzione filosofica europea della prima metà del XX secolo.

Abstract: This article examines the work of Rachel Bespaloff (1895–1949), a Jewish philosopher of Ukrainian origin who lived in France during the 1930s and later took refuge in exile in the United States. The analysis explores some of the most significant contributions from her French period, particularly those in which Bespaloff addresses the problem of the meaning of existence and the “wound” that occupies its center: a laceration that, while revealing the inadequacy of the human condition, also opens a window onto human participation in the infinite. The article thus outlines the fundamental directions along which Bespaloff’s research develops, understood as a philosophy of the instant, the privileged site of the manifestation of transcendence in immanence. Particular attention is devoted to her essay On the Iliad, which occupies a central place in the Ukrainian writer’s production. The analysis focuses especially on how Bespaloff analyzes the concept of force from a peculiar theoretical perspective and on what novel elements this reflection brings to the landscape of twentieth-century women’s philosophy. The article thus situates Bespaloff within that tradition of Jewish intellectuals who, in the aftermath of the Shoah, turned to Homer to investigate the roots of European civilization’s bloody destiny, placing her work in dialogue with authors such as Simone Weil and Theodor W. Adorno. Finally, this work aims to highlight the originality of Bespaloff’s thought, which ‒ through an autonomous evaluation of the relationship between existence and pólemos, understood as both a regulative and constitutive principle of cosmic as well as human order ‒ stands as one of the most interesting contributions to European philosophical production in the first half of the twentieth century.

Una vita alla ricerca dell’istante

Nella prima metà del Novecento è vissuta una donna, di nome Rachel Bespaloff, il cui solo profilo biografico apparirebbe al lettore di oggi particolarmente interessante: ucraina di origini ebraiche, migrante in Europa ed esule negli Stati Uniti, dove muore suicida a pochi mesi dalla fondazione dello Stato di Israele. Se il lettore, poi, si inoltrasse nella produzione filosofica di questa autrice, rimarrebbe stupito dal fatto che per anni il suo nome sia stato relegato nell’oblio della storia. Solo all’alba degli anni Duemila, grazie al lavoro di autrici e autori che l’hanno incontrata, quasi per caso, tra le pagine degli archivi delle biblioteche francesi e americane[1], la riflessione di Bespaloff inizia a essere ricostruita.

I motivi di questo oblio non sono del tutto chiari, eppure immaginabili. Ma ciò che importa è che il lettore di oggi abbia finalmente accesso all’opera di una pensatrice profonda e originale che, «sullo sfondo più lacerato della storia»[2], si è interrogata sul significato della guerra e della libertà. Questi temi, di profondo significato etico e metafisico, orientano la riflessione di un’autrice in cui vita e ricerca intellettuale si intrecciano e si fondono nell’immagine archetipica di un’esperienza universale: l’errare umano alla ricerca del vero fondamento dell’esistenza.

Dopo aver trascorso l’infanzia a Kiev e l’adolescenza a Ginevra, Rachel Bespaloff si ritrova nella Parigi degli anni Trenta, patria elettiva e spirituale per una donna il cui destino individuale, evidenziando una drammatica specularità con quello collettivo del suo popolo, sarà segnato dal sentimento dello sradicamento e dall’esperienza dell’esilio[3]. All’alba degli anni Quaranta, Rachel è costretta a fuggire in America a bordo di una delle ultime navi che salpavano da Marsiglia promettendo salvezza oltremare. L’esilio, la lontananza dai suoi amici e colleghi parigini, uniti a una profonda malinconia esistenziale su cui si innesta il dramma dell’essere sopravvissuta al genocidio del popolo ebraico diverranno un peso insostenibile. Esausta, Rachel si toglie la vita a soli cinquantatré anni, un anno dopo la tanto desiderata fondazione dello Stato di Israele, ma non prima di aver consegnato, a chi avrebbe saputo ascoltarla, un contributo filosofico di raro acume speculativo e incredibile sensibilità intellettuale[4].

Non si tratta di un discorso sistematico e nemmeno ascrivibile a una determinata corrente filosofica. Sebbene si formi intellettualmente nel panorama culturale dell’esistenzialismo parigino del primo Novecento, Rachel resta refrattaria a qualunque tentativo speculativo di ingabbiare il reale e l’esistenza in concetti predefiniti o apparati sistemici confortanti. Si definisce una “pensatrice esistenziale” più che un’esistenzialista e nella sua produzione, composta per lo più di saggi fondati su una meditazione dialogica con le opere e gli autori in cui rintraccia le stesse domande che scuotevano la sua sensibilità, attraversa e si fa attraversare da alcune delle più significative acquisizioni del pensiero classico e contemporaneo, senza mai perdere l’impronta soggettiva di una speculazione ostinata che non arretra nemmeno di fronte alle asserzioni delle più affermate autorità intellettuali del tempo.

Quello di Rachel Bespaloff è, infatti, un pensiero che si svolge per disaccordo, che si alimenta delle contraddizioni altrui e gioca a stanarle, incalzando gli interlocutori con la precisione di inflessibili domande che sottintendono un’accusa irriverente: la tua verità non mi convince. Daniel Halévy, impegnato nel difficile intento di restituire un ritratto esaustivo di Bespaloff, scrive: «i cattolici furono affascinati sin dall’inizio da questa singolare creatura che sembrava respirare con totale disinvoltura solo quando la conversazione la portava a quegli estremi del pensiero in cui l’analisi divenuta impotente cede il passo all’intuizione»[5]. Ed è esattamente così. Bespaloff non ha mai avuto paura di inoltrarsi fino al confine estremo che separa la ragione da una verità originaria a cui, da sola, essa – la ragione – non può attingere, ma che desidera a tal punto da considerare la propria impotenza non un ostacolo ma un motivo in più per tendervi, attendendo, con pazienza e intrepidezza, la condizione giusta per il realizzarsi, in questa vita, di uno slancio che riveli l’eterno. È su questo terreno, filosofico ed etico, che Bespaloff si incammina, alla ricerca di una verità, di un nomos, della sua terra promessa. Chi oggi incontra Bespaloff non deve aspettarsi di trovare in lei granitiche risposte. Scoprirà, altresì, la forza vitale e inquieta dello spirito critico e troverà, per sé stesso, degli anticorpi contro l’ozio della mente.

La grazia

Non sorprende che i contemporanei siano rimasti profondamente colpiti da questa donna straniera apparsa improvvisamente a Parigi, che iniziava a frequentare la casa di Lev Šestov, dove si riunivano alcuni tra i più importanti attori della scena intellettuale parigina primonovecentesca, tra cui Edmund Husserl, Jean Wahl, Benjamin Fondane e il già menzionato Daniel Halévy. Questi, descrivendola ancora in una di queste serate, ne restituisce un’immagine plastica: «di lei non ricordo un solo movimento, non una sola parola. Restò immobile, ma con infinita grazia, raccolta nella sua stessa immobilità; mi pare di ricordare che non faceva che ascoltare, ma ascoltava con tutta la sua persona… attraverso le mani, le labbra, lo sguardo»[6]. L’elemento della grazia ricorre in tutte le testimonianze giunteci da chi l’aveva conosciuta personalmente. Il motivo è ben preciso e va ricercato nel fatto che, prima di trasferirsi da Ginevra a Parigi e immergersi nell’avventura del pensiero filosofico, Rachel è stata una ballerina, musicista e direttrice d’orchestra dalle straordinarie capacità. Anche quando lascerà l’attività musicale per dedicarsi pienamente all’esperienza intellettuale, il riflesso della sua formazione da artista vi resterà visibilmente impresso. Il rigore, la disciplina e la finezza cui dà prova nei suoi ragionamenti la rendono un’«acrobata dell’infinito»[7] che con incredibile naturalezza si inoltra, come danzando, tra l’inestricabile dell’esistenza, adoperando un linguaggio estremamente poetico ed evocativo, dove tutte le parole sembrano state essere messe al loro posto con la precisione di chi compone un brano e sceglie con attenzione la sequenza dei toni e delle note. E ancora, se si guarda complessivamente alla sua produzione, si ha l’impressione di trovarsi di fronte a un’autrice che ha saputo costruire un’opera in cui numerose e autorevoli voci, dal remoto passato classico fino alla contemporaneità, si intrecciano e dialogano attraverso il prisma della sua arguta sensibilità.

Come una direttrice d’orchestra dei pensieri, Bespaloff è in grado di restituirci una costellazione polifonica la cui tessitura concettuale percorre e imprime in un’immagine alcuni dei motivi più significativi della cultura e del pensiero occidentali. Il suo primo libro edito in vita, Cammini e crocevia, un corpus di letture critiche e appassionate attraverso cui Rachel si immerge nel dialogo con i suoi autori – Julien Green, André Malraux, Søren Kierkegaard, Lev Šestov e Friedrich Nietzsche – partecipando virtuosamente alle problematiche metafisiche che attraversano le trame delle loro opere e incessantemente interrogano la sua sensibilità, ne è un perfetto esempio. Non è un caso, dunque, che nella Premessa l’autrice affermi che, a suo avviso, ciò che accomuna le meditazioni di questi autori è l’impronta del sigillo della musica: «in ogni metafisico di un certo tipo – poeta, filosofo o romanziere – c’è un compositore che si sforza di strappare al caos una libertà e una legge»[8].

L’istante musicale

È così che la musica e l’istante musicale occupano esplicitamente un posto di primo piano nella riflessione dell’autrice, che non smetterà mai di considerare la musica, ancor più della filosofia, uno strumento fondamentale per indagare l’Essere e soprattutto le sue relazioni con l’Esistenza, che resta per lei il punto di partenza e l’orizzonte ultimo di ogni meditazione. Rivelatore è il suo primo scritto filosofico: una profonda meditazione sull’Esistenza che parte dall’analisi di Essere e tempo di Heidegger, un’analisi che è tra l’altro considerata una delle prime più significative testimonianze della ricezione francese del filosofo di Meßkirch.

Bespaloff parte dalla nozione di Geworfenheit, che rappresenta il nucleo della tematica più propriamente esistenziale di Heidegger: cioè l’Esserci, al contrario del soggetto trascendentale neokantiano, pur essendo aperto verso l’Essere e verso il mondo che fonda, viene gettato in questa apertura, dunque non la possiede, non ne dispone, non la conosce, può solo pre-comprenderla in virtù del suo esservi situato. Questa lacuna che si trova al cuore dell’Esserci, originata dalla sua costitutiva gettatezza, Bespaloff la chiama «fardello»[9], un termine che restituisce l’immagine plastica dell’assunzione del peso dell’originaria nullità dell’Esistenza sulle spalle dell’essere umano, azione necessaria qualora si voglia – o si possa – vivere nell’autenticità, Eigentlichkeit. La ferita dell’esistenza è, quindi, per l’autrice l’orizzonte a cui ogni meditazione sul senso della vita deve riferirsi.

Lungi dal dover essere condannata come causa del folle e assurdo destino mortale degli uomini – come l’irrazionalismo religioso di Šestov avrebbe voluto –, per Bespaloff questa ferita diventa come un abisso da percorrere, cercando di scoprire se esiste per l’essere umano una possibilità positiva di “essere”, di affermare sé stesso e quindi la propria libertà, ma una libertà che non si esaurisca nella definizione che ne fornisce Heidegger, ossia come suprema possibilità di accettare il proprio essere-per-la-morte. Al contrario, Bespaloff è in cerca di una verità etica che consacri dignità eterna a quell’amore per la vita che l’essere umano prova, pur nella consapevolezza della sua effimera e limitata durata mortale.

Ma la strada che conduce a questa rivelazione non esaurisce nelle acrobazie della ragione gli strumenti necessari al raggiungimento del traguardo. Il terreno della verità e dell’etica sorge per Bespaloff – che è una pensatrice fondamentalmente religiosa – su un piano diverso: quello dell’interiorità, dell’intuizione, degli istanti di luce che irrompono nel grigiore del tempo storico e concedono all’essere umano un attimo di autentico respiro. Bespaloff intende, quindi, la verità nel suo significato originario di a-letheia, ‘dis-velamento’: l’esistere riesce a intuire, attraverso la percezione della discordanza tra reale e realtà da cui si genera il senso della trascendenza, la verità nel suo occultamento. Così, attraverso la musica, l’esistenza è in grado di replicarne il movimento per avvicinarsi alla sua essenza. Il modo in cui la musica evoca ciò che è assente, rendendo presente qualcosa senza completamente sottrarlo alla sua dimensione trascendente e ulteriore, è per Bespaloff speculare alla modalità di darsi propria della verità. È come se la musica, in qualche modo, offrisse l’assicurazione che l’oggetto della sua ricerca esiste e si è incarnato nel misterioso linguaggio musicale[10]. Anche la filosofia, scrive Besplaoff, quando «si propone di trasformare le virtualità dell’esistenza in oggetti di coscienza senza cristallizzarle in concetti si avvicina alla musica nella sua aspirazione al fondamentale»[11], che è quella di strappare al tempo, al caos, alla storia, una libertà e una legge che permettano ancora, nell’esistenza umana ferita, il fiorire di una dimensione etica e spontanea che restituisca alla vita – e all’irrinunciabile amore per essa – un senso inesauribile.

Il luogo del disvelamento di questa dimensione ulteriore, che apre l’uomo al suo rapporto con la trascendenza e lo solleva momentaneamente dalla tragedia storica che porta con sé il sigillo dello sconforto e dell’impotenza, è l’istante: la condizione per la sua rivelazione nell’immanenza è il filo rosso che percorre l’intera esperienza intellettuale di Bespaloff. L’istante non è una dimensione temporale completamente trascendente, ma si apre e si esperisce nella realtà dell’interiorità umana, nella misura in cui l’Esistenza partecipa misteriosamente allo svelamento dell’Essere nel divenire. L’istante è, anzi, esattamente il luogo di collisione tra la dimensione eterna e quella temporale, la momentanea irruzione dell’infinito nella finitudine dell’esperienza umana che ne sconvolge per sempre le misure, permettendole di percepire l’unità estatica del passato e dell’avvenire dentro un attimo – eterno e sfuggente a un tempo – che rivela la totalità e l’unità originaria dell’Essere nel momento in cui si riflette nell’esistenza.

Questo istante che sorge in un «minuto di risveglio»[12], e che sancisce la partecipazione dell’uomo al dispiegamento dell’Assoluto, esige di essere continuamente reiterato: tutto il suo destino si gioca sulla possibilità della ripetizione, altrimenti si inaridirebbe e scomparirebbe da ogni ricordo e possibilità umana, confinando l’uomo entro i limiti invalicabili della propria durata mortale. Se la musica, in grado di conciliare nella sua struttura la fuga del tempo e la permanenza dell’attimo, si rivela per Bespaloff la dimensione speculare al modo di darsi dell’Essere nella realtà, la possibilità di ripetizione dell’istante è affidata all’espressione poetica, in quanto essa è in grado di istituire, mediante la potenza del suo linguaggio, un rapporto intimo e autentico con il significato dell’esistenza. Da un lato la poesia è in grado di svelare le leggi che soggiacciono al divenire, scoprendo l’Esistenza immersa in una dimensione intrinsecamente ambivalente e conflittuale; dall’altro, però, il genio creativo è in grado di trasformare la rivelazione dell’istante da accadimento interiore, momentaneo e soggettivo, a esperienza universale che, risuonando nei secoli attraverso le pagine scritte, rinnova ripetutamente la sorgente da cui l’uomo attinge la libertà di decidere, di occupare un posto nel mondo.

Il luogo poetico che per eccellenza incarna questo valore spirituale dell’opera d’arte Bespaloff lo trova nella prima grande epopea della storia della cultura occidentale. La sua affascinante analisi dedicata all’Iliade illustra come la poesia omerica, conciliando l’estetica con l’etica, sia stata capace di scandagliare il reale, svelarlo nella sua consustanziale conflittualità e, superandolo, riconquistarne la bellezza etica e il segreto di giustizia che, negati dalla storia, acquisiscono nella poesia il carattere di immortalità.

Il pólemos dell’Esistenza

Al termine della Seconda guerra mondiale, da più parti ci si è rivolti ai versi di Omero per riscoprirvi ora delle risorse per affrontare il presente ora i segni che potevano lasciar presagire il destino cruento a cui la civiltà fiorita dai suoi poemi sarebbe stata votata. La crisi della civiltà occidentale, culminata con lo sterminio della popolazione ebraica e la quasi totale distruzione di un continente, ha posto un’intera generazione di sopravvissuti di fronte alla domanda radicale: è ancora possibile – o quanto meno auspicabile – ricostruire dalle macerie dell’esperienza bellica più disastrosa della storia un rinnovato paradigma valoriale e culturale da cui far germogliare una speranza per il futuro? E, qualora la risposta fosse affermativa – e non per tutti lo era –, è ancora possibile considerare i poemi omerici come dei punti di partenza per l’edificazione di questo nuovo orizzonte? Nel rispondere a tali quesiti, Sull’Iliade di Bespaloff viene a collocarsi al centro di questo momento decisivo del pensiero europeo.

La riflessione sull’Iliade

È importante che si tenga presente che, in Bespaloff, il valore dell’Iliade è equivalente a quello della Bibbia. L’Iliade e la Bibbia, soprattutto i profeti ebraici, rappresentano per lei i due testi decisivi. Sono loro a fornire la chiave per intendere le strutture, metafisiche e materiali, sottese all’esperienza umana. Tutti gli esseri umani, in ogni tempo e in ogni luogo, potranno riscontrarvi la propria esperienza – «anche la più ricca di contraddizioni»[13] – e trovare, così, le risorse necessarie per affrontare la vita con un maggior grado di consapevolezza.

Se Rachel tra il 1938 e il 1939, ossia al culmine dell’escalation diplomatico-militare che avrebbe di lì a poco gettato l’Europa nell’inferno della guerra, interroga questi due testi capitali, non è per trovare una soluzione d’immediata applicazione all’angoscia e al presagio di morte che la situazione internazionale le provoca. La sua indagine muove invece dal desiderio di cercare il fondamento ontologico, l’essenza stessa della guerra intesa come condizione strutturale dell’esperienza umana, in perfetta coincidenza con il suo bisogno di affrontare i problemi umani contestualizzandoli in una più complessa metafisica dell’Assoluto. Ma, ancor di più, la sua indagine nasce dalla volontà di individuare dove e come si generino quegli istanti che, sottraendosi alla sistematica distruzione della guerra, rendono possibile il realizzarsi di una continuità di esperienze e valori etico-morali che preservano la dignità dell’esperienza umana dilaniata.

Le vicende guerresche dell’Iliade, attraverso la lettura di Bespaloff, si riferiscono nel loro significato più profondo a un’esperienza che coinvolge tanto le vite umane quanto le trasformazioni cosmico-universali a cui le energie umane partecipano: il dispiegamento del divenire attraverso la forza motrice del pólemos, da interpretare nell’accezione propriamente eraclitea del termine, ossia come principio regolatore del Tutto, talvolta persino equivalente a quello del logos[14]. Secondo l’autrice, Omero ha voluto svelare attraverso la poesia l’archetipo della costitutiva conflittualità dell’esperienza umana e la sua causa primaria, che va rintracciata nel fatto che essa partecipa a un ordine naturale dove creazione e distruzione sono indissolubilmente legate e si nutrono l’una dell’altra nel processo infinito che scandisce l’affermazione dell’Essere nella realtà. L’essere umano è gettato in questa legge sorda a ogni gemito, cieca davanti a ogni ingiustizia, muta di fronte a qualunque velleità di interrogarla. Eppure – unico tra gli esseri viventi – la comprende, è in grado di pensarla perché è in grado di pensare sé stesso, e in questo modo attinge a una verità che non ha nulla di edificante ma che al contempo gli rivela qualcosa di fondamentale: la possibilità del pensiero di rivoltarsi contro il destino che lo opprime è la misura stessa della sua libertà, intesa non come negazione della necessità ma come possibilità di prendere posizione nel mondo, compiendo una scelta che contribuisce alla genesi di qualcosa di non-necessario.

Quando la libertà in rivolta collide con la verità e al contempo con lo svelamento del vero che ne deriva, l’esistenza umana prende coscienza della sua condizione ineluttabilmente tragica. E, se la tragedia è un’immagine dell’esistenza, nell’epopea omerica letta da Bespaloff è Ettore a esserne la più alta incarnazione. Bespaloff lo definisce «custode delle felicità periture»[15], perché il suo amore per la moglie, il figlio e l’anziano padre lo rende un uomo che ha tutto da perdere. Achille, al contrario, è l’«uomo del risentimento»[16], colui che ha saputo piegare tutto alla propria forza e non ha paura di perdere nemmeno sé stesso. In una certa misura, egli si è già perso nel momento in cui il fato ne ha fatto un suo strumento e lo ha reso l’umana incarnazione della forza. Ma la forza non appartiene ad Achille: è Achille che appartiene a lei. Essa è insieme la suprema realtà e la suprema illusione dell’esistenza. Quando Ettore decide di combattere contro Achille, ha paura: esita, fugge intorno alle mura di Troia rincorso dall’eroe acheo che incarna il suo destino di morte. Ma a un certo punto, «con uno sforzo che diremmo sovrumano se non fosse la misura e l’apice dell’umano, Ettore finalmente riprende il dominio di sé e affronta il nemico»[17]. Così facendo, l’eroe troiano compie per Bespaloff una scelta etica, dove per “etica” l’autrice intende «la scienza dei momenti di smarrimento totale, dove la scelta è imposta dalla mancanza di altre scelte»[18]. Il coraggio dell’eroe che decide di affrontare Achille, pur sapendo di andare incontro alla morte, è l’immagine epica del coraggio dell’uomo comune che sceglie di prendere consapevolezza della fatalità del destino e, in questo modo, scopre di essere libero nella sventura: libero di affermare sé stesso al di là della propria distruzione, attraverso il sacrificio. E, se questa libertà è tutta interiore, la sua oggettivazione nell’opera d’arte rende il suo esempio trasmissibile, ne garantisce la ripetizione.

Lo scontro tra Achille, eroe della forza, ed Ettore, eroe del sacrificio e della resistenza – eroe ebraico? – è per l’autrice il motivo centrale che conferisce unità all’epopea. Questo duello diventa il vero protagonista dell’Iliade di Omero, ai cui occhi, scrive Bespaloff, «la missione di Achille è di rinnovare, nelle devastazioni, le fonti e le risorse dell’energia vitale, quella di Ettore è di salvare, con il dono di sé, la sacra funzione la cui tutela garantisce al divenire una continuità profonda»[19]. Dallo scontro-incontro delle loro personalità zampilla «la sovrabbondanza di vita che rifulge nello spregio della morte, nell’estasi del sacrificio»[20]. Omero, secondo l’autrice, non ha esaltato l’apoteosi achea e nemmeno la potenza della natura, ma «l’energia umana nella sciagura, la bellezza del guerriero morto, la gloria dell’eroe immacolato, il canto del poeta nel futuro: tutto quello che, pur vinto dal fato, continua a sfidarlo e a sconfiggerlo»[21]. Ora, lo sguardo contemplatore di Zeus si confonde con quello del cantore. Dall’alto dell’Olimpo, il padre degli dei non interviene per salvare Ettore e la sua patria, pur nutrendo verso di lui un profondo affetto. Sa che la guerra lavora all’economia dell’universo e che la violenza del fato è il principio ridistribuivo che vi ristabilisce gli equilibri. Omero, dal canto suo, non cerca di attenuare lo scandalo della sofferenza vana, non concede all’umanità alcuna supremazia: «niente riscatta, né resuscita i tesori della coscienza e della vita stupidamente sacrificati al meccanico operare della forza»[22]. Ma nemmeno si abbandona alle invettive dell’indignazione morale. La forza, per Omero e per la pensatrice ucraina, non si può giudicare, condannare o giustificare secondo i criteri umani. Solo il silenzio – «o meglio l’impossibilità delle parole»[23] – le corrisponde. Ed è proprio questo silenzio carico della più profonda comprensione a fare da sfondo a uno degli episodi più significativi dell’Iliade letta da Bespaloff: il pasto funebre che Achille e Priamo consumano nel ventiquattresimo canto.

Il pasto di Achille e Priamo

Qui l’autrice individua la formulazione esplicita di ciò che fino ad ora è stato illustrato. In questa notte che pare consumarsi in uno spazio sospeso al di là delle sequenze della trama bellica, Achille racconta a Priamo – giunto di notte e disarmato nella tenda del nemico per chiedere il riscatto del cadavere del figlio – dei due orci di Zeus, l’uno contenente i beni e l’altro i mali. Il Dio della folgore li mescola e li invia sulla terra, dove gli uomini che li ricevono non possono far altro che accettarli, siano essi gioie o sventure: la legge del fato è imperscrutabile ed elude i criteri della giustizia umana comune. Omero ha voluto che fosse proprio Achille, vincitore e uccisore dei figli di Priamo, a ricordarlo al vinto. Esprimendo con le parole il senso tragico dell’esistenza, l’eroe dissimula la propria responsabilità individuale e onora il supplice che gli ha aperto gli occhi, prova compassione per lui. Priamo, dal canto suo, non si indigna, non protesta contro l’ingiustizia della legge espressa da Achille. In questa strana notte i due nemici si scoprono uguali nella propria umanità e consumano insieme il pasto in un silenzio di riconoscimento. Per Bespaloff, dunque, il pasto di Achille e Priamo si configura come uno di quegli istanti in cui l’emergere del sentimento della comunione dal profondo della sensibilità dell’anima umana scardina la logica del divenire e interrompe il flusso tremendo degli eventi, riconsegnando all’eterno, attraverso l’istante – che è il tempo della poesia, della musica, dell’amicizia – il potere tutto umano dell’incontro.

Queste tregue sacre al di sopra degli eventi incarnano la poetica dell’istante che Bespaloff cerca di delineare, contrappongono al totale smarrimento in cui l’uomo, a ragione, potrebbe cadere, la possibilità di sfidare la necessità e di pensare la speranza. Nel mattatoio della storia, «sotto il sole implacabile della vita guerriera», si forgia un’«incompiutezza creatrice» che si nutre della «suprema delicatezza dei sentimenti comuni: l’amicizia tra Achille e Patroclo e tra Davide e Gionata, il rispetto del supplicato per il supplice, l’attenzione a risparmiare a ogni uomo l’offesa nell’esercizio della giustizia»[24]. La volontà creatrice è risvegliata dalle ingiunzioni dell’irreparabile: «se esiste un’autentica solidarietà, una comunione vivente tra individui isolati, non trae forse origine dalla speranza di fondare sulla vergogna e sul lutto una realtà nuova?»[25]. Chi ha provato lo sconforto dell’impotenza assoluta ed è sopravvissuto a questa esperienza non si rassegna a vivere come se nulla fosse accaduto, ma «tenta di continuare a usare le risorse supreme che gli ha rivelato la disperazione. Cerca di integrare nella durata quella fugace intensità, di catturare tramite la ripetizione una spontaneità ingovernabile»[26]. E così Omero, scrive l’autrice, dalla collisione tra la verità dell’esistenza e la libertà dell’esistenza, che è l’irruzione dell’istante nell’eterno flusso degli eventi, ha recuperato il segreto di questa vita, una verità etica che la trascende e la santifica: la possibilità di comprensione dell’idea dell’alterità in un orizzonte di pensiero che supera la contrapposizione violenta dei singoli per riconoscere finalmente la profonda, radicale uguaglianza che accomuna tutti gli esseri umani. Solo un’idea di questo tipo avrebbe permesso a un cantore come Omero – che scriveva un’epica volta a costruire l’identità collettiva dei greci come popolo – di raccontare la compassione del vincitore per il vinto e il rispetto dello sconfitto per il vincitore. È in questo senso che, agli occhi di Bespaloff, la Bibbia e l’Iliade condividono la medesima intelligenza del vero. Al di là delle differenze che contrappongono la salvezza attraverso la fede alla redenzione tramite la poesia o l’amore di Dio all’amor fati, i tragici e i profeti condividono «l’accettazione del non-potere al vertice dei poteri e della passione del pensiero»[27]. In entrambi l’accesso al sovrannaturale è veicolato solo dalla rettitudine del cuore e non dalla pretesa di supremazia. E, se la fede nella resurrezione o nell’immortalità atemporale comporta un modo diverso di considerare la giustizia, opera di Dio per gli ebrei, opera dell’uomo che vuole arginare le iniquità degli dei per i Greci, «l’esigenza stessa che condividono ci rivela che le loro concezioni si toccano alla radice»[28] in questo culto della rettitudine in cui l’autrice rintraccia il contenuto comune del pensiero classico e di quello ebraico.

Laddove Lev Šestov[29] contrapponeva lo spirito ebraico all’adorazione della ragione che per lui contaminava la cultura occidentale, Bespaloff ha scoperto l’intima coincidenza tra etica greca ed etica profetica. La sua stessa identità intellettuale non conosce conflitto tra religiosità ebraica e formazione intellettuale laica, tra fede nella trascendenza di Dio e fiducia nella coscienza che è il primo luogo in cui quel bisogno di oltrepassamento si manifesta. In questo modo, l’autrice si distanzia non solo dal suo maestro, ma anche da diverse altre figure – non a caso ebraiche e saldamente integrate nella cultura occidentale – che, spinte dall’impossibilità di pensare l’Olocausto, hanno trovato nei poemi omerici le tracce di una pedagogia della forza che avrebbe irrimediabilmente condannato la civiltà che a partire da quelle opere avrebbe costruito i suoi valori e che sembrava aver raggiunto con l’Illuminismo il massimo grado di affrancamento dalla barbarie.

Altre letture

Già nel 1932 Hannah Arendt denunciava a questo proposito l’ambiguità dell’assimilazione ebraica nel progetto di emancipazione illuminista, evidenziando come a un’universalizzazione dei diritti dal punto di vista individuale sarebbe corrisposta un’implicita negazione dell’identità collettiva degli ebrei come popolo[30]. Nella Dialettica dell’Illuminismo[31] Adorno e Horkheimer riconducono la causa del fallimento degli ideali umanistici che l’Illuminismo aveva incarnato al particolare rapporto tra ragione e potere che in esso si instaura. Nel tracciare un’archeologia del capitalismo borghese, anche Adorno si rivolge a Omero e individua, stavolta nell’Odissea, l’atto fondativo della soggettività moderna e il primo prototipo di romanzo borghese. Secondo questa lettura Ulisse rappresenterebbe l’archetipo del capitalista borghese in quanto primo uomo votato all’autopreservazione assoluta, finalità perseguibile solo al costo di subordinarvi qualsivoglia considerazione morale. Egli, compreso come aggirare la forza illimitata dei miti (gli dei, le forze naturali) con l’astuzia, avrebbe alterato per sempre il rapporto tra uomo e natura, e di conseguenza anche quello tra uomo e uomo, preparando culturalmente e psicologicamente il terreno alla (possibile) degenerazione della società borghese capitalistica nel fascismo e nel nazismo. Se l’Odissea sancisce la perdita definitiva del mito come verità originaria, già nell’Iliade Adorno riscontra una forma meno radicale, ma comunque presente, di rappresentazione dialettica del soggetto che inizia a sottrarsi alla sfera delle strutture mitiche: Achille rappresenterebbe la forza mitica che si scontra con il più razionale condottiero dell’esercito troiano, un guerriero indisciplinato e ozioso che però infine si lascia acquisire dalla necessità nazionale ellenica, formando l’intreccio di storia e preistoria. Ma non si dimentichi che è proprio nel mito – nella sua pretesa di voler controllare, prevenire, calcolare la natura – che è già instillato il seme del dominio: il mito è già Illuminismo, l’Illuminismo fa ritorno al mito. In ciò risiede la differenza più profonda tra Bespaloff e i filosofi tedeschi. Per i pensatori di Francoforte, dopo il crollo delle illusioni mitiche e l’involuzione della ragione in strumento di dominio, non resta un fondamento puro da cui ripartire: l’unico esercizio possibile resta quello di un pensiero capace di tener viva la memoria della sofferenza e di smascherare ogni violenza travestita da necessità. La pensatrice ucraina, al contrario, sottrae la forza – componente dell’ordine tragico e impersonale della natura – a qualsiasi tentativo di storicizzazione proprio in nome della sua implacabile necessità. Da personaggio unico e individualizzato, Achille diventa un principio universale inevitabilmente iscritto nel destino dell’essere umano e l’Iliade di Bespaloff, all’opposto dell’Odissea di Adorno, è pervasa da un’atmosfera panica dove natura ed elemento umano coesistono in un rapporto paritario e subiscono allo stesso modo le conseguenze della loro esistenza: «teatro dell’ineluttabile è simultaneamente il cuore dell’uomo e il Cosmo»[32].

L’originalità di Bespaloff emerge con ancora più rilevanza dal confronto con un’altra autrice che condivide con le figure fin qui prese in esame lo stesso destino di esilio e persecuzione. Negli anni in cui Bespaloff redige le sue note, Simone Weil pubblica un saggio intitolato L’«Iliade», poema della forza[33], in cui illustra come il processo di trasformazione dell’essere umano in mera “cosa” a opera della forza raggiunga nel poema omerico la sua massima espressione letteraria. Pur accordando all’Iliade una funzione veritativa, che consiste, come per la pensatrice ucraina, nello svelamento poetico della subordinazione dell’anima umana alla forza – che pone le singole anime in un rapporto trascendentale con Dio –, qui essa non gode di alcuna giustificazione ontologica né di una qualsivoglia funzione trasformativa o rigeneratrice. Dove Weil protesta che l’inevitabilità della forza consegna alla coscienza umana solo l’amara certezza del suo perenne, drammatico reiterarsi, Bespaloff afferma che dal campo di macerie della guerra potrà fiorire, attraverso la poesia, «un’immagine nuova dell’esistenza a cui contribuisce l’intero passato, con le sue distruzioni e le sue opere, con la sua storia tremenda e magnifica»[34].

In questo modo Bespaloff, in un percorso speculativo che la collega a Heidegger e Nietzsche, recupera la nozione eraclitea di pólemos su un piano propriamente concettuale, che si distingue, dunque, dall’esperienza di molti altri pensatori contemporanei, per i quali le affermazioni di Eraclito hanno rappresentato il punto di partenza per tessere un’apologia della guerra o farne un’opzione ideologica. Bespaloff, leggendo Omero, è stata in grado di ricollegarsi al pensatore di Efeso senza tradirlo, riconoscendo che il principio costituivo dell’esistenza è la contraddizione e che da questa contraddizione scaturiscono ugualmente distruzione e creazione, cosicché sarà impossibile individuare una modalità di comprensione totale del negativo entro gli schemi dell’idealismo dialettico. È solo accogliendo questa drammatica verità che l’umanità, rinunciando in una certa misura all’illusione di libertà sul piano storico-politico, può trovare sul piano interiore le risorse per un’affermazione di sé che resista ai colpi e alle ingiunzioni del divenire.

Sebbene a questo punto si sia già consumata la rottura dell’autrice col suo maestro Šestov, è innegabile che, nell’individuazione della disperazione come emozione che crea la condizione per una percezione della verità autentica, è riscontrabile una precisa eredità sestoviana. Per Bespaloff, tuttavia, l’adesione a una filosofia del significato attraverso la disperazione soggettiva non implica il rifiuto delle categorie del reale ma, al contrario, deve spingere la stessa soggettività a servirsi degli strumenti della coscienza per allenare la propria comprensione. Non è il salto nell’assurdo, come intendeva Šestov, ma l’inclusione dell’assurdo – in questo caso il pólemos come principio costitutivo della vita – nella totalità del reale a costituire, per Bespaloff, la via di accesso alla verità, quindi alla libertà.

Conclusioni

Con le dovute cautele che sono necessarie ogni qual volta si voglia ricondurre Bespaloff entro i limiti di certe posizioni o tendenze culturali, è sicuramente possibile ascrivere l’autrice a quel contesto di rielaborazione dei poemi omerici dopo l’Olocausto in senso antitrionfalistico. Si tratta di lavori che mettono al centro la distruzione, la ferita, la sofferenza e che, rivoluzionando tre millenni di storia dell’interpretazione omerica, testimonierebbero di come la Shoah, sfidando la possibilità stessa della dignità ontologica della condizione umana, abbia reso necessaria la ricerca di nuove possibilità interpretative su cui fondare un umanesimo postbellico[35]. Ma è soprattutto in quel vasto movimento noto come “pensiero negativo”, che si riconduce a Nietzsche e quindi a Eraclito all’insegna di una ripresa della nozione di pólemos, che l’autrice trova una collocazione storiografica adeguata[36]. Questa, pur non entrando in contrasto con il principio alla base delle interpretazioni omeriche moderne, marca l’originalità di Bespaloff rispetto alle altre personalità che hanno condiviso con lei il destino drammatico del popolo ebraico. Questa originalità si riflette anche se si guarda alla sua opera attraverso il prisma della filosofia al femminile.

Da un lato, l’idea della centralità del pólemos e l’esplicita astensione dal giudizio morale a esso relativo potrebbero collocare l’autrice su un versante diverso rispetto a ciò che solitamente – e non del tutto adeguatamente – ci si aspetterebbe dal pensiero femminile, rendendola anzi quasi un’interprete ante litteram dell’atteggiamento ebraico di guerra permanente che oggi, purtroppo, irrompe violentemente nello scenario internazionale. Dall’altro lato, però, se si considera l’eredità etica che attraverso Bespaloff emerge dall’Iliade, ovvero l’uguaglianza degli esseri umani dettata dal senso comune della sofferenza che rende possibile l’autentica solidarietà tra individui isolati, ecco emergere quella tensione al ripensamento dell’idea dell’alterità in un orizzonte radicalmente inclusivo che, emerso per la prima volta nel cristianesimo (e non nell’ebraismo), torna con forza nelle riflessioni di molte intellettuali contemporanee e non.

Avendo incarnato materialmente e per troppo tempo quell’alterità vittima di un esilio passivo dall’agone intellettuale e politico maschile, la voce di queste donne avrebbe necessariamente reintrodotto nel tessuto culturale quel principio rivoluzionario che assume tanti nomi – pluralità, uguaglianza, alterità, amore, comunità – ma che nasce da un’esperienza comune: l’esigenza di ripensare la filosofia non più solo come esercizio erudito, ma come un’attività radicata nella corporeità della vita che, nella costruzione di una soggettività nuova e realmente trasformativa, superi la cultura del simile per creare le condizioni per la realizzazione dei molteplici significati che la parola “giustizia” può assumere.

  1. Monique Jutrin e Olivier Salazar-Ferrer sono i primi due studiosi a lavorare su Rachel Bespaloff e a pubblicare i primi contributi a lei dedicati tra il 2001 e il 2002. Entrambi facevano parte della Benjamin Fondane Society, dove si erano conosciuti, ed erano impegnati nella ricostruzione dell’esistenzialismo parigino degli anni Trenta. Per il primo studio in italiano sull’autrice si veda L. Sanò, Un pensiero in esilio. La filosofia di Rachel Bespaloff, Napoli, Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, 2007. Si segnala la recente pubblicazione di due volumi in italiano che per la prima volta ne raccolgono l’intera produzione: R. Bespaloff, L’eternità nell’istante. Gli anni francesi (1932-1942), a cura di C. Guarnieri e L. Sanò, Roma, Castelvecchi, 2022 ed Ead., La sfida della libertà. Gli anni americani (1943-1949), a cura di C. Cazalé Bèrard, C. Guarnieri e L. Sanò, Roma, Castelvecchi, 2024. È in fase di lavorazione il terzo volume dedicato agli epistolari.

  2. Monique Jutrin intitola così la raccolta delle lettere tra Rachel Bespaloff e Jean Wahl da lei curata: R. Bespaloff, Lettres à Jean Wahl 1937-1947. «Sur le fond le plus déchiqueté de l’Histoire», introd. e note di

    M. Jutrin, Paris, Éditions Claire Paulhan, 2003.

  3. Cfr. L. Sanò, Rachel Bespaloff: la doppia appartenenza, in Prospettive filosofiche dell’ebraismo, a cura di L. Sanò e B. Giacomini, in «Il Poligrafo», I, pp. 51-62.

  4. Per una biografia completa si veda C. Guarnieri, Una biografia di Rachel Bespaloff attraverso le sue lettere, cit. in R. Bespaloff, L’eternità nell’istante, op. cit., p. 49; R. Bespaloff, La verità che noi siamo. Lettere a Lev Šestov e Benjamin Fondane, a cura di O. Salazar-Ferrer, Milano, De Piante, 2022, pp. 185-93.

  5. D. Halévy, Testimonianze degli amici, in R. Bespaloff, L’eternità nell’istante, op. cit., pp. 116-24: 116.

  6. R. Bespaloff, La verità che noi siamo. Lettere a Lev Šestov e Benjamin Fondane, op. cit., p. 8.

  7. D. HALÉVY, Testimonianze degli amici, op. cit., p. 116.

  8. R. BESPALOFF, Cammini e crocevia, in L’eternità nell’istante, op. cit., pp. 181-373, cit. a p. 184.

  9. R. Bespaloff, Su Heidegger. Lettera a Daniel Halévy, cit. in R. Bespaloff, L’eternità nell’istante, op. cit., pp. 141-66: 143.

  10. Cfr. C. Guarnieri, L’angoscia del baratro e l’istante luminoso del canto, in L’eternità nell’istante, op. cit., pp. 589-649; L. Sanò, Il pensiero esistenziale di Rachel Bespaloff. Postfazione a R. Bespaloff, Su Heidegger, Torino, Bollati Boringhieri, 2010. pp. 51-132.

  11. R. Bespaloff, Cammini e crocevia, op. cit., p. 182.

  12. Ivi, p. 273.

  13. R. Bespaloff, Sull’Iliade, trad. it. di S. Mambrini, Milano, Adelphi, 2018, p. 77.

  14. Cfr. U. Curi, Pólemos. Filosofia come guerra, Torino, Bollati Boringhieri, 2000.

  15. R. Bespaloff, Sull’Iliade, op. cit., p. 11.

  16. Ivi, p. 12.

  17. Ivi, p. 14.

  18. Ivi, p. 82.

  19. Ivi, p. 20.

  20. Ivi, p. 17.

  21. Ivi, pp. 48-49.

  22. Ivi, p. 58.

  23. Ivi, p. 51.

  24. Ivi, p. 85.

  25. Ivi, p. 59.

  26. Ivi, p. 80.

  27. Ivi, p. 79.

  28. Ivi, p. 95.

  29. L. Šestov, Atene e Gerusalemme, trad. it. G. P. Bonfanti, Milano, Adelphi, 1972.

  30. H. Arendt, Illuminismo e questione ebraica, trad. it. A. Moscati, Napoli, Cronopio, 2009; cfr. Ead., Antisemitismo e identità ebraica. Scritti 1941-1945, a cura di M. L. Knott, Torino, Einaudi, 2025.

  31. M. Horkheimer, T. W. Adorno, Dialettica dell’Illuminismo, trad. it. R. Solmi, Torino, Einaudi, 1974, pp. 52-89.

  32. R. Bespaloff, Sull’Iliade, op. cit., p. 22.

  33. S. Weil, L’«Iliade», poema della forza, in Ead., La Grecia e le intuizioni precristiane, trad. di C. Campo e M. Harwell Pieracci, Milano, Rusconi, 1974, pp. 11-44.

  34. Ivi, p. 59. Per un confronto tra Weil e Bespaloff si vedano L. Sanò, Donne e violenza. Filosofia e guerra nel pensiero del ’900, Milano-Udine, Mimesis, 2012; C. Benfey, Introduction: A Tale of two Iliads, in War and the Iliad. Simone Weil, Rachel Bespaloff, New York, NYRB, 2005; M. Trentadue, Stelle gemelle. L’Iliade secondo Rachel Bespaloff e Simone Weil, in «Femminile, plurale», II, 2021, pp. 23-50.

  35. Cfr. A. J. Goldwyn, Homer, Humanism, Holocaust. Jewis Responses to the Crisis of Enlightenment During World War II, Cham, Palgrave Macmillan, 2018.

  36. Per un approfondimento cfr. L. Sanò, Un pensiero in esilio. La filosofia di Rachel Bespaloff, op. cit.

(fasc. 56-57, 15 settembre 2025, vol. II)

I Cani e David Foster Wallace: un legame «nascosto in piena vista»

Author di Francesco Voto

Abstract: Il saggio analizza le convergenze tematiche e stilistiche tra la produzione musicale di Niccolò Contessa (I Cani) e l’opera narrativa di David Foster Wallace. Entrambi gli autori condividono un approccio narrativo privo di moralismo, focalizzato sulla rappresentazione oggettiva della contemporaneità e dei suoi disagi: alienazione, narcisismo, incomunicabilità e solipsismo. Attraverso l’analisi comparativa di testi di canzoni di Contessa e di racconti wallaciani, il saggio dimostra come entrambi gli artisti indaghino il fallimento comunicativo e l’isolamento dell’individuo contemporaneo. Il riferimento esplicito al discorso Questa è l’acqua nel brano Nascosta in piena vista suggella una comunione di intenti: la consapevolezza come unico antidoto all’alienazione del mondo contemporaneo.

Abstract: This essay examines the thematic and stylistic convergences between Niccolò Contessa’s musical production (I Cani) and David Foster Wallace’s narrative work. Both authors share a non-moralistic narrative approach focused on the objective representation of contemporary life and its discontents: alienation, narcissism, incommunicability, and solipsism. Through comparative analysis of songs texts written by Contessa and Wallace’s stories, the essay demonstrates how both artists investigate communicative failure and the isolation of the contemporary individual. The explicit reference to the commencement speech This Is Water in the song Nascosta in piena vista seals a communion of purpose: awareness as the only antidote to contemporary alienation.

Scrivere senza moralismo

L’esordio musicale del gruppo “I Cani”, progetto solista di Niccolò Contessa, ha suscitato un forte interesse sia tra il pubblico sia fra la critica. Il successo del progetto è legato soprattutto all’ascesa, a partire dai primi anni Dieci del Duemila, dei social network (Myspace, Facebook) e delle piattaforme digitali (SoundCloud, YouTube) come strumenti fondamentali per la diffusione della musica indipendente. All’epoca I Cani furono tra i primi a emergere grazie a questi mezzi, attirando l’attenzione attraverso singoli pubblicati su YouTube, privi di videoclip ufficiali e accompagnati da immagini statiche di cani di diverse razze. Un ulteriore elemento che contribuì a generare curiosità attorno al progetto fu l’alone di mistero che circondava la figura del suo creatore, inizialmente rimasto anonimo.

Tuttavia, il principale motivo dell’entusiasmo suscitato dai tre album del gruppo risiede nei testi delle canzoni, che hanno segnato una svolta all’interno di un panorama musicale spesso indistinto, generalmente identificato con l’etichetta di “indie italiano”. Le parole, più delle melodie – un equilibrio tra synth-pop, electro-pop e pop-punk, accessibili anche a un pubblico generalista –, definiscono l’identità del progetto. Senza cedere a moralismi o semplificazioni, Contessa sceglie con precisione i temi da affrontare, costruendo un immaginario fortemente riconoscibile: quello della cultura hipster. Gli hipster che descrive appartengono a una classe sociale ben precisa: «Quella generazione piccolo-medio borghese di alternativi o pseudo-tali, un po’ intellettuali o goffamente intellettualoidi, che ha bisogno di ritrovarsi non più nei furori sacri di qualche sottocultura rock o in nenie di puro stampo cantautoriale, bensì nella rassicurazione del pop»[1].

L’elemento che rende davvero innovativa la scrittura di Contessa è il linguaggio, che non solo gli permette di raccontare un mondo a cui sente di appartenere solo in parte, ma gli consente anche di distaccarsi da una tradizione musicale e cantautoriale che, a suo avviso, non rispecchia più la sua generazione:

Mi sembrava di dover trovare un linguaggio nuovo proprio per raccontare un mondo nuovo, un modo diverso di intendere la vita in cui non necessariamente, appunto, c’era un […] riconoscersi in un certo tipo di messaggio o un riconoscersi in un certo tipo di valori, ma c’era un vuoto. Molti dei personaggi di cui racconto, soprattutto me in prima persona, si trovano di fronte a un vuoto, a non sapere qualcosa, avere delle crisi d’identità, a non sapere che posto hanno nel mondo e perché stanno lì. E non hanno proprio quel sistema di valori, quel sistema di bene/male, quel sistema anche di, come dire, di percorso tracciato nella vita che potevano avere le generazioni precedenti[2].

Contessa si allontana dalla tradizione cantautoriale politicamente impegnata per concentrarsi sulla descrizione di un microcosmo individualista, privo di riferimenti ideologici. Il mondo che mette in scena è segnato dalla convinzione che l’affermazione personale sia un processo esclusivamente individuale, senza il supporto di strutture collettive: «La parola con cui si può riassumere tutto questo è “individualismo”, cioè l’idea che se ce la faccio, ce la faccio da solo e non certo perché c’è dietro di me il sindacato, il partito, la Chiesa, qualunque cosa, qualunque forma di aggregazione»[3].

L’abbandono di un’ideologia condivisa porta con sé una conseguenza inevitabile: la perdita della capacità di aggregazione. Senza punti di riferimento comuni, il senso di appartenenza si dissolve e le relazioni si restringono a microcosmi chiusi, formati da pochi individui incapaci di comunicare tra loro in modo autentico. L’isolamento che ne deriva è uno dei temi centrali della poetica di Contessa: la retorica del “ce la faccio da solo” si traduce in una sconfitta psicologica, in una solitudine che diventa una condizione esistenziale.

Lo stesso tipo di disillusione è al centro della riflessione di David Foster Wallace, il quale ha individuato nella propria generazione – troppo distante da quella dei genitori – una mancanza di valori morali significativi. In un’intervista del 1993, lo scrittore americano affermava:

La mia è una generazione che non ha ereditato assolutamente nulla, in termini di valori morali significativi, ed è nostro compito crearceli, e invece non lo stiamo facendo. […] Sto ancora scrivendo di persone giovani che cercano di trovare se stesse dovendosela vedere non solo con dei genitori che gli impongono di conformarsi, ma anche con lo scintillante e seducente sistema elettromagnetico tutto attorno a loro che gli dice che non ce n’è bisogno[4].

David Foster Wallace non è esplicitamente presente nell’opera di Contessa, se non per qualche citazione più o meno diretta. In Hipsteria, brano che apre il primo disco ufficiale dei Cani, i libri dello scrittore americano sono presentati come immancabile oggetto per la composizione dell’immaginario dell’hipster che, se non riesce a realizzare il sogno di vivere negli Stati Uniti, «se non altro [va] al parco / e legg[e] David Foster Wallace»[5]. L’eredità e la fama dello scrittore vengono quindi sfruttate in un riferimento intermediale finalizzato a creare un effetto ironico, mettendo in luce lo stereotipo di chi, agli occhi Contessa, è il tipico lettore italiano di Wallace.

In realtà, i punti di contatto tra i due autori non sono pochi. A partire da un simile modo di individuare e affrontare i più stringenti problemi della contemporaneità in cui vivono – dall’alienazione al narcisismo, dall’incomunicabilità al solipsismo – entrambi acquisiscono una certezza inequivocabile: la vera soluzione ai disagi della contemporaneità è costituita da una profonda osservazione e comunione con l’esistente.

La narrativa di Contessa si sviluppa spesso secondo una struttura lineare, con protagonisti ben definiti: una diciannovenne che sogna di vivere in America, un’aspirante modella che finisce per lavorare come assistente di volo, un bassista alla ricerca di una band post-punk. La sua abilità nello storytelling lo distingue all’interno del panorama musicale italiano, grazie a un equilibrio tra semplicità espressiva e profondità concettuale. Da questo punto di vista, non è azzardato accomunare gli album dei Cani a raccolte di racconti, genere che ha reso celebre Wallace.

Il brano Introduzione, che apre il secondo album Glamour, può essere considerato una dichiarazione di poetica:

Non mi commuovono le storie coi sensi di colpa,

non m’interessa l’opinione di chi la sa lunga:

io voglio raccontare e che mi si racconti,

perché anche il poco che sappiamo è meglio di niente.

E sarà dura far scrollar di dosso quest’idea

che a nominare ciò che esiste non si dice nulla:

ma l’esistente è anch’esso pane per i nostri denti,

non si può correre soltanto dietro ai sentimenti[6].

Il testo afferma con chiarezza la necessità di una narrazione distaccata e limpida, in contrasto con l’idea che la musica debba trasmettere messaggi edificanti o assumere una funzione moralizzatrice. Contessa rifiuta la retorica del cantautorato tradizionale e ribadisce l’importanza di raccontare l’“esistente” per comprenderlo meglio. L’oggettività è il fondamento della sua scrittura, e il suo approccio razionale alla musica ricorda, per certi aspetti, quello di Wallace alla letteratura.

Questa stessa tensione alla rappresentazione dell’esistente senza moralismo emerge con particolare evidenza nel brano I pariolini di 18 anni, in cui Contessa descrive un gruppo di giovani della borghesia romana:

I pariolini di diciott’anni comprano e vendono cocaina,

fanno le aperte coi motorini, odiano tutte le guardie infami.

Animati da un generico quanto autentico fascismo,

testimoniato ad esempio dagli adesivi sui caschi[7].

Al centro del brano si trova un gruppo sociale ben identificabile, i cosiddetti “pariolini”, giovani provenienti dall’omonimo quartiere romano, caratterizzati da un atteggiamento di sfida e da un’ostentata indifferenza verso le regole. Contessa, tuttavia, non esprime alcun giudizio sui loro comportamenti, anche quando risultano moralmente discutibili. Il brano, infatti, non si pone come una critica, bensì come una rappresentazione oggettiva e distante dal moralismo. Lo stesso autore ha più volte sottolineato:

[La musica influenzata dal cantautorato degli anni Settanta] non stava veramente raccontando quello che succedeva e quello che stava nella testa […] delle persone della mia età. […] Io invece sentivo che c’era una generazione che sinceramente non si riconosceva in quelle cose, non si riconosceva in quel messaggio. Una generazione che vive la politica con tantissimo distacco. Un distacco che va dal disinteresse all’ironia al totale disprezzo […][8].

Il narratore eterodiegetico adotta un linguaggio mimetico, che riproduce le espressioni tipiche del gergo dei protagonisti. L’uso di termini come “aperte” – le impennate con i motorini – contribuisce a restituire la visione del mondo dei pariolini, per i quali considerare le forze dell’ordine come «guardie infami» è un atteggiamento naturale e condiviso. Il «generico quanto autentico fascismo» a cui si fa riferimento non è presentato con ironia né con sdegno, ma con un distacco analitico che si spinge oltre la critica. Non a caso, il brano si chiude con una doppia ripetizione del verso «loro sono gli ultimi veri romantici», che sembra suggerire una lettura meno superficiale del fenomeno descritto.

La scelta di Contessa di raccontare la realtà attraverso lo sguardo di outsiders dalle abitudini discutibili e inclini al consumo di droghe trova un precedente significativo in La ragazza dai capelli strani, il racconto di David Foster Wallace che dà il titolo alla raccolta pubblicata nel 1989. Qui l’autore americano descrive le esperienze di Cucciolo Rabbioso, un giovane punk che, assieme al suo gruppo di amici, assiste a un concerto del musicista jazz Keith Jarrett. Il protagonista, tuttavia, è in realtà un giovane repubblicano proveniente da una famiglia benestante, il cui legame con la sottocultura punk non sembra avere una motivazione immediatamente chiara. Cucciolo Rabbioso condivide con il gruppo esperienze di droga, amore libero e atti di violenza.

Il racconto, narrato in prima persona, assume una prospettiva disturbante proprio a causa del tono freddo e distaccato del protagonista. Cucciolo Rabbioso esprime senza remore opinioni apertamente razziste e descrive con assoluta naturalezza le sue perversioni o le sue tendenze sadiche. In questo contesto, la scelta narrativa di Wallace risulta fondamentale: attraverso una scrittura che si presenta come un reportage interno alla coscienza del protagonista, l’autore evita qualsiasi inclinazione moralistica e costruisce il racconto in modo tale da permettere al lettore di sviluppare una forma di empatia nei confronti di Cucciolo Rabbioso e dei suoi amici punk. Sebbene il loro comportamento appaia inizialmente privo di senso e spesso riprovevole, emergono progressivamente elementi che ne svelano la fragilità e la sensibilità.

Rispetto a Wallace, Contessa sembra fermarsi a uno stadio precedente. Anche in I pariolini di 18 anni il narratore adotta una prospettiva neutrale, ma, a differenza di Wallace, non guida l’ascoltatore verso una possibile empatia con loro. Ne fornisce un ritratto oggettivo, sebbene il verso finale suggerisca una certa forma di compassione. Ciò che resta centrale per Contessa è l’urgenza di raccontare la realtà che conosce, restituendo un’immagine autentica della generazione a cui appartiene. I pariolini di 18 anni non è una provocazione fine a sé stessa, ma un tassello essenziale della rappresentazione della classe media italiana degli anni Duemila. Contessa ne chiarisce l’intento con parole inequivocabili:

Bisogna togliersi l’idea che – siccome De André raccontava di assassini, poveracci e mignotte – in Italia si debba raccontare solo di assassini, poveracci e mignotte. Io racconto storie della classe media. Quella di un Paese che continua a votare in massa l’imprenditore più ricco. Quindi non mi sembra che ci sia tanto il mito del povero. Intorno a noi c’è gente che sta in fissa coi rapper che urlano “io sono più figo e più ricco di te”, con Berlusconi, con la corsa alla fama nei reality[9].

Narcisismo e inadeguatezza della comunicazione

Attraverso la canzone Le coppie emerge il delicato tema della comunicazione tra individui affini. Le relazioni amorose rappresentano un elemento centrale nell’ampio affresco sociale delineato in Il sorprendente album d’esordio de I Cani. I comportamenti dei protagonisti sono tratteggiati con precisione, fino a sfiorare lo stereotipo:

Le coppie si fanno i regali, festeggiano un mese, sei mesi e poi gli anni

A cena al Pigneto e poi tornano a casa, che al Fish & Chips oltretutto c’è fila

In macchina cala il silenzio, lei è scocciata e si guarda allo specchio

Lui fa finta di niente, alza la musica e guida da brillo[10].

Contessa, in qualità di narratore esterno, mette in luce le dinamiche relazionali tra uomo e donna. Già nei primi versi, dietro la routine apparente, emergono segnali di crisi: i regali, gli anniversari e le uscite a cena non sono espressioni di affetto genuino, bensì espedienti per mascherare l’inerzia della relazione. Il silenzio in automobile è particolarmente rivelatore: lei si lascia andare a un gesto di disinteresse, mentre lui sceglie deliberatamente di ignorarla. Paradossalmente, questi due individui che «non si lasciano quasi mai» sono privi di una reale comunicazione. Ciascuno vive in una dimensione isolata, manifestando tratti di narcisismo.

Il tema del narcisismo è stato ampiamente indagato da David Foster Wallace, che ha ripreso e sviluppato alcune delle teorie formulate da Christopher Lasch in The Culture of Narcissism (1979). Wallace e Lasch condividono l’idea che il narcisismo contemporaneo sia, più che un’esaltazione del sé, una forma di odio verso sé stessi: «Per entrambi gli autori, cioè, il narcisismo è un’iper-autocoscienza che si concretizza nella forma di un timoroso assorbimento in sé stessi. Infatti, “narcisismo”, “iper-autocoscienza” e “disperazione” si riferiscono tutti alla stessa condizione»[11].

Se in Wallace il narcisismo è strettamente connesso alla società e ai media – la televisione in primis –, per Contessa il vero fallimento si manifesta nel rapporto interpersonale tra uomo e donna. La seconda strofa della canzone ripropone lo stesso schema della prima:

Le coppie escono insieme e vanno ai concerti tenendosi strette

Lui le ha fatto conoscere il gruppo ed essendo più alto l’abbraccia da dietro

Lei scherza sul fatto che, in fondo, il tipo che canta è piuttosto carino

Lui la ignora e per altri motivi più tardi s’incazza[12].

Ancora una volta, i primi versi ritraggono un’apparente sintonia di coppia, rafforzata da gesti convenzionali come l’abbraccio durante un concerto. Tuttavia, i versi successivi rivelano una frattura: un commento innocuo da parte di lei è sufficiente a generare un risentimento latente in lui. Il modello relazionale che emerge è quello di una vicinanza fisica che non si traduce in una vera comprensione reciproca.

Un simile senso di incomunicabilità è al centro della parte finale del racconto Piccoli animali senza espressione di Wallace. Il dialogo conclusivo tra le protagoniste, Faye e Julie, si svolge mentre Faye prepara Julie – campionessa del quiz televisivo Jeopardy! – alla sua ultima apparizione, prima della sconfitta da parte del fratello. Questo momento rappresenta un punto cruciale nella loro relazione amorosa, che aveva avuto origine proprio grazie al programma televisivo e che probabilmente si concluderà con la fine della trasmissione. In un ultimo tentativo di esprimere i propri sentimenti, Julie pronuncia un monologo denso di lirismo e immagini evocative: «Poi digli di guardare da vicino la faccia degli uomini. […] Sulla faccia degli uomini non c’è niente. […] Le facce degli uomini non stanno mai ferme. […] Digli che nelle maschere degli uomini non ci sono buchi dove infilare le dita. Digli come si potrebbe mai sperare di amare qualcosa su cui non si può far presa […]»[13].

Per Julie, l’unico volto capace di esprimere emozioni autentiche è quello di Faye: «È in questi momenti che ti amo, se ti amo. […] Quando la tua faccia si muove e assume un’espressione. Cerca di guardare fuori da te stessa, in maniera diversa, sempre. Dì alla gente che sai che il momento in cui la tua faccia è meno carina è quando è a riposo»[14]. Le parole di Julie formano un lungo soliloquio, che Faye ascolta in silenzio, trattenendo le lacrime. Eppure, quando Julie cerca conferma che le sue parole abbiano sortito effetto, Faye risponde con una sola frase disarmante: «Non ti piace la mia faccia quando è a riposo?».

Nella poetica di Wallace, il mondo adulto è costantemente minacciato dall’incomunicabilità, che si manifesta con particolare incisività nelle relazioni sentimentali. Il racconto Adult World mette in scena le inquietudini di una donna ossessionata dall’idea di non riuscire a soddisfare il marito. Tuttavia, il vero limite della coppia non è tanto di natura sessuale quanto linguistica:

Come è più frequente nel matrimonio in “Adult World”, la coppia è isolata da un senso di segretezza percepita, da una “mancata connessione, un’asimmetria emotiva”. I limiti stessi del linguaggio ostacolano costantemente i tentativi di questa coppia di stabilire un legame. […] I tentativi di Wallace di catturare esperienze profonde attraverso il linguaggio sono più ampi ed eloquenti rispetto a quelli di questo povero coniuge, ma la sua scrittura non è meno segnata dalla consapevolezza che, sebbene il linguaggio sia uno dei pochi strumenti che abbiamo per creare connessione, questo è anche inadatto a tale compito[15].

In Le coppie, Contessa porta avanti un’indagine analoga: la coppia protagonista non presenta problemi evidenti, anzi partecipa con regolarità alle attività socialmente riconosciute come tipiche di una relazione. Tuttavia, il vero nodo problematico si annida nella comunicazione interna, fatta di parole, gesti e linguaggio corporeo. Questo codice privato risulta inaccessibile sia al narratore sia all’ascoltatore e, ancor più drammaticamente, sfugge agli stessi membri della coppia.

In questa prospettiva, il fallimento comunicativo tra i personaggi di Le coppie può essere letto non solo come una dinamica relazionale interna, ma anche come un riflesso di un problema più ampio, che Wallace analizza nei suoi testi: l’inadeguatezza del linguaggio nel creare connessioni autentiche e il modo in cui il narcisismo – inteso come iper-consapevolezza e ansia di sé – ostacola il rapporto con l’altro.

Solipsismo. La trappola del linguaggio

L’interesse per il tema dell’incapacità comunicativa ha condotto Wallace, nel corso della sua carriera, a indagare quello del solipsismo, un concetto che trova un forte legame con il pensiero di uno dei filosofi più influenti nella sua formazione, Ludwig Wittgenstein:

Wittgenstein negli anni tra il Tractatus logico-philosophicus e le Ricerche filosofiche avrebbe riguardato l’impossibilità da parte del linguaggio atomistico di far fronte alla questione fondamentale sul senso della vita. L’inattuabile connessione logica tra volontà e mondo, con la conseguente negazione di qualsiasi discorso su etica, valori, spiritualità e responsabilità, avrebbe portato Wittgenstein ‒ la cui biografia secondo Wallace offre l’immagine di una persona che si preoccupava profondamente di ciò che rendeva le cose buone, giuste, meritevoli ‒ a superare il Tractatus nel tentativo di disinnescare il rischio di una deriva patologica della posizione metafisica solipsistica. Purtroppo, con la “scoperta” del linguaggio come qualcosa di pubblico, anziché salvarci dall’alienazione, Wittgenstein ci avrebbe tolto l’unica possibilità di un contatto con il mondo esterno, lasciandoci intrappolati anziché nei nostri pensieri privati nel linguaggio[16].

Questa condizione di prigionia, sia nel pensiero sia nel linguaggio, è un nodo centrale nella narrativa di Wallace e trova una delle sue rappresentazioni più emblematiche nel racconto Caro Vecchio Neon. Il testo si presenta come una confessione post-mortem del protagonista, Neal, il quale, in vita, è stato ossessionato dall’idea di dover compiacere gli altri, costruendo così un’immagine di sé che non corrispondeva mai alla propria vera identità: «Per tutta la vita sono stato un impostore. E non esagero. Ho praticamente passato tutto il mio tempo a creare un’immagine di me da offrire agli altri. Più che altro per piacere o per essere ammirato»[17]. Nel tentativo di scoprire chi fosse realmente, Neal sperimenta diverse soluzioni, fino ad affidarsi a uno psicologo. Tuttavia, anche durante la terapia, egli finisce per manipolare la percezione che il terapeuta ha di lui, presentandosi in modo intenzionalmente riconoscibile e codificato. Paradossalmente, colui che inganna gli altri è a sua volta vittima della propria menzogna: il linguaggio, strumento teoricamente deputato a rivelare la verità, si trasforma in una trappola, alimentando la «tragedia del solipsismo»[18].

In modo analogo, la stessa dinamica solipsistica trova una delle sue espressioni più efficaci nella produzione dei Cani, in particolare nel brano Una cosa stupida. Il testo, narrato in prima persona, dà voce ai pensieri di un protagonista incapace di riallacciare un rapporto con una donna da cui si è separato. Il suo desiderio è apparentemente modesto: riuscire a sostenere una conversazione quotidiana e banale con lei, ma già nell’immaginare questo scenario si rende conto della difficoltà dell’impresa:

Tu non lo sai

Ma giuro che ci provo

O almeno provo a dirmi che ci proverò

Che questa volta non sarà come le altre

Che basteranno due o tre frasi semplici

Come stai? È un po’ che non parliamo

Cosa vuoi fare dopo l’università?

Sì lo so, è un periodo strano

Perché non ci vediamo un giorno se ti va[19]?

Le sue buone intenzioni si scontrano con un meccanismo di auto-sabotaggio che lo porta a reiterare il fallimento:

Ma poi ti vedo ed evito il tuo sguardo

A malapena riesco a dirti ciao

Ed è così, da così tanti anni

Che ormai non so nemmeno più se cambierà[20].

Sia in Caro Vecchio Neon che in Una cosa stupida, il problema della comunicazione onesta si configura come un ostacolo insormontabile. Entrambi i protagonisti sono prigionieri della propria interiorità, incapaci di esprimersi con autenticità se non attraverso la scrittura. Neal è consapevole sin dall’inizio del racconto di essere un impostore e riconosce l’impossibilità di sfuggire ai meccanismi ingannevoli che egli stesso crea. Anche nel brano di Contessa, il protagonista sembra intrappolato in un circolo vizioso, ma con una differenza sostanziale: mentre in Wallace il raggiro è rivolto agli altri, in Una cosa stupida l’inganno è rivolto a sé stesso. Il solipsismo qui non si manifesta nel rapporto con le other minds, ma esclusivamente nella dimensione individuale.

A rendere esplicito questo meccanismo di auto-sabotaggio è l’oscillazione fra l’intenzione e la razionalizzazione del fallimento, evidente già nei primi versi: «Tu non lo sai / ma giuro che ci provo / o almeno provo a dirmi che ci proverò». Se inizialmente il tentativo di cambiare sembra sincero, già dal secondo verso emergono le strategie di giustificazione che permettono al protagonista di non esporsi realmente.

Nonostante le differenze strutturali fra i due testi – dalla linearità narrativa di Una cosa stupida alla costruzione più frammentaria e stratificata di Caro Vecchio Neon –, entrambi convergono sul medesimo esito. L’incapacità di comunicare si traduce, in Wallace, in un rifiuto radicale della vita e nella scelta del suicidio, mentre in Contessa si manifesta attraverso una paralisi esistenziale. Nel momento cruciale dell’incontro, il protagonista del brano si blocca e ammette: «Ma poi ti vedo ed evito il tuo sguardo / a malapena riesco a dirti ciao».

Un ulteriore elemento di continuità tra le due opere è rappresentato dall’uso della seconda persona singolare. Sia in Wallace sia in Contessa, la confessione è strutturata come un discorso rivolto a un “tu”, una figura che, pur essendo destinataria diretta del monologo interiore, finisce per coincidere con il lettore (o l’ascoltatore). Questo espediente stilistico amplifica il senso di isolamento dei protagonisti: il loro flusso di pensieri è indirizzato a un altro che rimane irraggiungibile, trasformando la confessione in un ulteriore atto di solipsismo.

In entrambi i casi, la comunicazione non è soltanto ostacolata, ma si rivela un meccanismo che tradisce le intenzioni del soggetto: sia Neal sia il protagonista del brano desiderano esprimersi, ma ogni tentativo si traduce in un fallimento che li lascia intrappolati nel proprio monologo interiore. Il solipsismo non è solo una condizione, ma un destino ineluttabile, poiché il linguaggio, anziché colmare la distanza tra sé e l’altro, la amplifica.

Nascosto in piena vista

Nel maggio del 2005, David Foster Wallace fu invitato a tenere un discorso per il conferimento delle lauree presso il Kenyon College, in Ohio. Il discorso, pubblicato successivamente con il titolo Questa è l’acqua, si concentra su un principio apparentemente semplice, ma spesso trascurato: «le realtà più ovvie, onnipresenti e importanti sono spesso le più difficili da capire e discutere»[21]. Attraverso l’ormai celebre metafora dei pesci che non si accorgono dell’acqua in cui nuotano per il semplice fatto di averci vissuto da sempre, Wallace riflette sul valore della consapevolezza e sul modo in cui essa dipenda dalla capacità di scegliere su cosa focalizzare la propria attenzione. Secondo lo scrittore, infatti, il vero obiettivo degli studi umanistici non è tanto «la capacità di pensare, quanto semmai la facoltà di scegliere a cosa pensare». Libertà e consapevolezza, dunque, si sviluppano insieme:

Il genere di libertà davvero importante richiede attenzione, consapevolezza, disciplina, impegno e la capacità di tenere davvero agli altri e di sacrificarsi costantemente per loro, in una miriade di piccoli modi che non hanno niente a che vedere col sesso, ogni santo giorno. Questa è la vera libertà. Questo è imparare a pensare. L’alternativa è l’inconsapevolezza, la modalità predefinita, la corsa sfrenata al successo: essere continuamente divorati dalla sensazione di aver avuto e perso qualcosa di infinito[22].

Wallace conclude il discorso ribadendo come l’essenza delle cose sia spesso immediatamente accessibile eppure difficile da cogliere, poiché nascosta nella sua stessa ovvietà:

Riguarda il valore vero della vera cultura, dove voti e titoli di studio non c’entrano, c’entra solo la consapevolezza pura e semplice: la consapevolezza di ciò che è così reale e essenziale, così nascosto in bella vista sotto gli occhi di tutti da costringerci a ricordare di continuo a noi stessi: “Questa è l’acqua, questa è l’acqua […]”[23].

Analogamente, Contessa identifica nella consapevolezza un possibile antidoto al senso di smarrimento esistenziale. Non sembra azzardato ipotizzare che il brano Nascosta in piena vista riprenda direttamente l’ossimoro su cui Wallace costruisce la chiusura di Questa è l’acqua.

Ogni strofa della canzone è introdotta da quattro versi brevi e incisivi, la cui limpidezza espressiva rimanda a un tradizionale haiku giapponese:

Dentro ai fili d’erba

Tra le crepe dell’asfalto

Nello spazio vuoto

Tra ogni sassolino e l’altro

Ho creduto di vedere anch’io

Qualcosa che non c’è

[…]

Nascosta in piena vista[24].

Il crescendo spaziale che caratterizza questa sequenza – dal microcosmo dei fili d’erba alla vastità dello spazio, per poi tornare agli spazi infinitesimali tra i sassolini – suggerisce una riflessione di portata universale. Il brano sembra segnare un punto di svolta nella scrittura di Contessa: giunto a uno stadio più maturo della sua carriera e della sua vita, il cantautore dimostra di aver acquisito la stessa consapevolezza di cui Wallace parlava tredici anni prima, ovvero che, al di là delle immagini più ordinarie della quotidianità, si cela un significato più ampio, invisibile proprio perché troppo evidente.

Un dettaglio significativo è l’uso della locuzione «anch’io»: sebbene il testo non abbia forma dialogica, questa espressione suggerisce un implicito confronto con Wallace, come se Contessa stesse rispondendo alle riflessioni dello scrittore, dimostrando di averne interiorizzato gli insegnamenti. Il brano si configura, dunque, come un dialogo ideale con Questa è l’acqua, in cui la lezione di Wallace viene assimilata e rielaborata in chiave musicale.

L’esplicita citazione a Wallace presente nei primi lavori dei Cani con il brano Hipsteria trova così una naturale evoluzione in Nascosta in piena vista. Se nei brani d’esordio il riferimento allo scrittore assumeva una sfumatura ironica e superficiale, qui si assiste a un cambiamento di prospettiva: la relazione con Wallace non è più un rimando culturale giocoso, ma si trasforma in una vera e propria comunione di intenti. Sia Wallace sia Contessa giungono alla conclusione che, nell’alienazione del mondo contemporaneo, l’unico modo per sopravvivere è quello di affinare lo sguardo e imparare a riconoscere ciò che, sebbene sotto gli occhi di tutti, resta invisibile: ciò che è «nascosto in piena vista».

  1. A. Belli, G. Epistolato, C. Orlando, Niccolò Contessa ‒ I Cani ‒ Il Re Mida dell’it-pop, uscito su ondarock.it: cfr. l’URL: https://www.ondarock.it/italia/niccolocontessa-icani.htm (ultima consultazione: 11/02/2025).
  2. Niccolò Contessa e I Cani ‒ Non è solo Hipsteria ma un Mondo Nuovo, 3 luglio 2016: cfr. l’URL: https://www.youtube.com/watch?v=G7PA7Vidu8c&t=1408s (ultima consultazione: 11/02/2025).
  3. Ibidem.
  4. D. F. Wallace, In cerca di una “guardia” a cui fare da “avanguardia”. Un’intervista con David Foster Wallace di Hugh Kennedy e Geoffrey Polk (1993) in Id., Un antidoto contro la solitudine. Interviste e conversazioni, trad. it. di S. Antonelli, F. Pacifico, M. Testa, Roma, minimux fax, 2018, p. 47 (ed. orig.: Conversations with David Foster Wallace, Jackson, University Press of Mississippi, 2012).
  5. I Cani, Hipsteria, in Il sorprendente album d’esordio dei Cani, 42 Records, 2011.
  6. I Cani, Introduzione, in Glamour, 42 Records, 2013.
  7. I Cani, I pariolini di 18 anni, in Il sorprendente album d’esordio…, op. cit.
  8. Niccolò Contessa e I Cani ‒ Non è solo Hipsteria ma un Mondo Nuovo cit.
  9. A. Sansonetti, I Cani: l’intervista poco “glamour”, in laRepubblica.it, 27/12/2013: cfr. l’URL: https://xl.repubblica.it/articoli/i-cani-lintervista-poco-glamour/7189/ (ultima consultazione: 11/02/2025).
  10. I Cani, Le coppie, in Il sorprendente album d’esordio…, op. cit.
  11. «For both authors, that is, narcissism is hyper-self-consciousness that becomes concrete in the form of fearful self-absorption. In fact ‘narcissism’, ‘hyper-self-consciousness’, and ‘despair’ all refer to the same condition»: in P. Pitari, The influence of Christopher Lasch’s ‘The Culture of Narcissism’ on David Foster Wallace, in Reading David Foster Wallace between philosophy and literature, edited by A. den Dulk, P. Masiero, A. Ardovino, Manchester, Manchester University Press, 2022, p. 92 (trad. nostra).
  12. I Cani, Le coppie…, op. cit.
  13. D. F. Wallace, La ragazza dai capelli strani, in Id., La ragazza dai capelli strani, trad. it. di M. Testa, Roma, minimux fax, 2017, p. 60 (ed. orig.: Girl with Curious Hair, New York, W.W. Norton & Company, 1989).
  14. Ibidem.
  15. «As is more common in the marriage in “Adult World,” the couple is isolated by perceived secrecy, “misconnection, emotional asymmetry.” The limits of language itself consistently thwart this couple’s attempts to achieve connection. […] Wallace’s attempts to capture profound experiences in language are more voluminous and eloquent than those of this poor spouse, but his writing is no less characterized by a sense that, although language is one of the few tools we have to achieve connection, is also inadequate to the task» in E. Russell, No Ordinary Love: David Foster Wallace and Sex, in David Foster Wallace in Context, edited by C. Hayes-Brady, Cambridge, Cambridge University Press, 2023, p. 223 (trad. nostra).
  16. G. Baggio, Filosofia e patologia in D.F. Wallace, Torino, Rosenberg & Sellier, 2022, p. 14.
  17. D. F. Wallace, Caro Vecchio Neon, in Oblio, trad. it. di G. Granato, Torino, Einaudi, 2004, p. 169 (ed. orig. Oblivion: Stories, Boston, Little, Brown & Company, 2004).
  18. «Hayes-Brady suggests that ‘the interpretive gap … exists only because of the inevitably incomplete nature of communication, and so, counter-intuitively, the necessary failure of communicative exchange-functions as proof against solipsistic tragedy’ […]», in A. Ardovino, P. Masiero, ‘A matter of perspective’: ‘Good Old Neon between literature and philosophy, in Reading David Foster Wallace…, op. cit., p. 69.
  19. I Cani, Una cosa stupida, in Aurora, 42 Records, 2016.
  20. Ibidem.
  21. D. F. Wallace, Questa è l’acqua, in Id., Questa è l’acqua, a cura di L. Briasco, trad. it. di G. Granato, Torino, Einaudi, 2021, p. 140 (ed. orig.: This Is Water: Some Thoughts, Delivered on a Significant Occasion, about Living a Compassionate Life, Boston, Little, Brown & Company, 2009).
  22. Ivi, p. 151.
  23. Ivi, p. 152 (corsivo nostro).
  24. I Cani, Nascosta in piena vista, 42 Records, 2018.

(fasc. 56-57, 15 settembre 2025)

Le risorse della prosodia in “Romanze senza parole” (sezione “Ariette dimenticate”) di Paul Verlaine

Author di Bartłomiej Krupa

Abstract: Obiettivo del presente lavoro è quello di studiare la musicalità della sezione «Ariette dimenticate» di Romanze senza parole di Paul Verlaine, la raccolta che rappresenta una conseguenza diretta delle tendenze letterarie della seconda metà del XIX secolo. La prospettiva letteraria, costruita sul rifiuto del postulato dell’“arte per l’arte” e dello spiritualismo simbolista, ha contribuito alla creazione di una poesia che rivendica la musicalità. L’appello verlainiano formulato nel suo Art poétique mira alla musicalità, che consiste nella sonorità del linguaggio poetico e si basa sulla prosodia. Il lavoro propone un’analisi delle risorse della prosodia, che si esprimono nella struttura formale, attraverso le isotopie lessicali, così come nello strato grammaticale delle poesie. Tutti questi mezzi hanno permesso al poeta di creare paesaggi poetici sonori e presentare una prospettiva completamente nuova nell’approccio alla letteratura.

Abstract: The aim of the following work is to analyze the musicality of the “Ariettes oubliées” section from Romances sans paroles by Paul Verlaine, a collection that is a direct consequence of the literary trends in the second half of the 19th century in France. The literary perspective, built on the rejection of l’“art pour l’art” postulate and symbolist spiritualism, contributed to the creation of poetry claiming musicality. Verlaine’s call formulated in his Art poétique aims at musicality, which consists of the sonority of poetic language and is based on prosody. The work proposes an analysis of the resources of prosody, which are expressed in the formal structure, through lexical isotopies, as well as in the grammatical layer of the poems. All these means allowed the poet to create sonorous poetic landscapes and present a completely new perspective on approaching literature.

Introduzione

La seconda metà del XIX secolo in Francia offre al lettore diversi esempi di lirismo che rivelano varie sfaccettature del pensiero dei poeti e dei valori che essi difendono. Le loro mentalità e i loro atteggiamenti verso la vita traspaiono dalle loro creazioni. Il rifiuto della poesia impegnata e dell’oggettività dal lato dei Parnassiani, assieme a una concezione spirituale e idealista del mondo basata su analogie, presso i Simbolisti, si mescolano con la figura del “poeta maledetto”.

La vita e l’opera di Paul Verlaine corrispondono perfettamente alle caratteristiche programmatiche dell’epoca. Le sue poesie trattano spesso dell’amore, della solitudine e del viaggio spirituale, creando paesaggi illustrativi, pieni di fantasticherie. Bisogna prestare particolare attenzione all’interesse che egli nutriva per la dimensione musicale delle poesie. Questo tipo di arricchimento del testo gli permetteva di creare una sorta di impressionismo poetico, perfettamente in sintonia con i suoi stati d’animo mutevoli e con la tempesta di emozioni vissute nella sua vita.

L’infanzia tumultuosa e l’amore non corrisposto per la sua sorellastra lo spinsero all’abuso di alcol. La sua vita entrò in una nuova fase quando sposò Mathilde Sophie Marie Mauté, presentatagli da un amico, con la quale ebbe un figlio, Georges. Tuttavia, abbandonò la famiglia per vivere una relazione scandalosa e piena di conflitti con un poeta, Arthur Rimbaud.

Verlaine attraverso le sue opere introduce delle innovazioni letterarie significative. Considerato un manifesto del simbolismo, L’Art poétique di Verlaine apporta numerose novità riguardo alla natura della poesia. Infatti, la crisi del verso nell’epoca del Simbolismo produce una rottura con il passato; i poeti fanno ricorso a strofe irregolari, versi impari ed ellissi, «definendo così il bisogno di creare una poesia melodiosa, suggestiva e nebulosa»[1]. In riferimento al pensiero simbolista, la ricerca di legami tra parole semanticamente lontane[2], «il valore musicale e simbolico, le sfumature più sottili delle impressioni e degli stati d’animo»[3] hanno permesso il contatto con il mondo soprannaturale.

De la musique avant toute chose,

Et pour cela préfère l’Impair […]

Oh ! la nuance seule fiance […]

Que ton vers soit la chose envolée […]

Que ton vers soit la bonne aventure […]

Et tout le reste est littérature[4].

Con il suo appello De la musique avant toute chose[5] (‘La musica prima di ogni cosa’) Verlaine sottolinea la presenza della musicalità e la sua l’importanza nella poesia, suggerendo che essa debba prevalere sul significato letterale delle parole. Tutti gli elementi stilistici da lui menzionati nel suo manifesto ‒ come i versi dispari, che rappresentano un allontanamento dalle forme metriche rigide e tradizionali; la «liberazione» del verso, il focus all’importanza delle sfumature ‒ servono a rendere lo strato testuale più irregolare, sorprendente, il che influisce direttamente sull’aspetto musicale delle sue opere. Verlaine centralizza la musica, convince che la poesia deve essere una sorta di viaggio, un’avventura illuminante. Per l’autore non è solo un mezzo di espressione, ma un cammino che porta a nuove scoperte interiori.

La musicalità letteraria può essere collocata a diversi livelli del testo. Andrzej Hejmej propone di distinguere tre categorie di musicalità[6]. Il presente lavoro si concentrerà sugli aspetti verlainiani della musicalità I, che mette in evidenza gli esperimenti letterari basati sulle qualità foniche della lingua. La prosodia, intercambiabile con il metro, è un «insieme di regole relative alla quantità delle vocali ai fini della composizione del verso»[7], comprendente tre elementi principali: l’accento, l’intonazione e la durata. Essa è coniugata con le caratteristiche dell’enunciato o del locutore, nel quadro del peso emotivo, della forma, dei procedimenti semantici codificati dalla grammatica o della scelta del vocabolario[8].

Ci si propone di analizzare il modo in cui gli effetti prosodici sono realizzati da Verlaine nella sezione “Ariette dimenticate” della sua raccolta Romanze senza parole (1874). Il termine “romanza” può designare «un componimento poetico in versi destinato a essere cantato»[9], ma allo stesso tempo fa riferimento alla musica su cui questo componimento è cantato e, inoltre, rimanda a un pezzo strumentale di carattere melodico. “Ariette” deriva dall’italiano “arietta”, diminutivo di “aria”: entrambi i termini, presi direttamente dal linguaggio musicale, implicano procedimenti volti a musicalizzare la poesia. Così, il titolo della raccolta corrisponde alle intenzioni di Verlaine. Romanze senza parole sono composte durante i suoi viaggi con Arthur Rimbaud, il suo amante impossibile. Questo periodo viene interrotto da un evento nell’ottobre 1873, quando il poeta finisce in prigione in Belgio. Sconta la sua pena dopo il fallito tentativo di sparare a Rimbaud per gelosia, in un’illusoria paura di perderlo. Questa raccolta rappresenta, quindi, la varietà degli stati d’animo di Verlaine, esaltati in ogni poesia con numerosi accorgimenti musicali che riflettono i suoi sentimenti del momento.

Prosodia e struttura formali

In Ariette dimenticate[10] il conteggio delle sillabe risponde alle esigenze formali dell’alessandrino, del decasillabo, dell’ottonario, dell’esametro, ma anche di versi dispari. La suddivisione regolare delle sillabe introduce motivi sonori ripetitivi e conferisce loro un ritmo, tanto che l’interruzione mediante «i ritmi spezzati [vi aggiunge] un lirismo individuale»[11].

Arietta I

(8) C’est l’extase langoureuse,

(8) C’est la fatigue amoureuse,

(7) C’est tous les frissons des bois,

(8) Parmi, l’étreinte des brises,

(8) C’est, vers les ramures grises,

(7) Le chœur des petites voix.

***

Arietta IX

(12) L’ombre des arbres dans la rivière embrumée

(6) Meurt comme de la fumée

(12) Tandis qu’en l’air, parmi les ramures réelles,

(6) Se plaignent les tourterelles

(12) Combien, ô voyageur, ce paysage blême

(6) Te mira blême toi-même,

(12) Et que tristes pleuraient dans les hautes feuillées

(6) Tes espérances noyées !

Alcune poesie, come Arietta I (p. 51) o Arietta IX (p. 60), presentano strutture in cui viene introdotta l’irregolarità. Nel primo caso, vi è una strofa ottometrica in cui, dopo due versi femminili di otto sillabe, segue un verso maschile di sette sillabe. In questo modo, le rime femminili ricche «-oureuse» /-urøzə/ (langoureuse – amoureuse) creano un carattere sensuale, disturbato tuttavia da eventi instabili ‒ qui entra in gioco la rima maschile povera «-ois» /-wa/ (frissons des bois), che interrompe l’atmosfera di sicurezza. In questo caso, il piano semantico si armonizza con la struttura sonora. Entrambi interagiscono e rafforzano la musicalità dell’opera.

Nel secondo caso, Verlaine mira a conferire un ritmo caratteristico: l’alessandrino classico si intreccia con l’esametro semplice e fluido. I versi di dodici sillabe creano un paesaggio poetico dall’atmosfera pacifica (L’ombre des arbres dans la rivière embrumée), che viene squilibrata dall’imprevisto: l’apparizione del verso di sei sillabe (‘muore come fumo’). La specifica lunghezza dei versi serve, dunque, a creare tensione e a plasmare l’atmosfera della poesia, riflettendosi direttamente nella musicalità del componimento.

Arietta IV

Il faut, voyez-vous, nous pardonner les choses :

De cette façon nous serons bien heureuses

Et si notre vie a des instants moroses,

Du moins nous serons, n’est-ce pas ? deux pleureuses.

L’uso di vari tipi di rime e la loro disposizione nei testi consentono a Verlaine di ottenere un effetto estetico specifico: alterna rime maschili e femminili, rime ricche e povere, oppure introduce l’omogeneità. In Arietta IV (p. 54), l’impiego delle rime incrociate conferisce alla poesia un’impressione di movimento. L’alternanza delle unità sonore alla fine dei versi evoca una progressione, un cammino condiviso da due anime affini, generando un ritmo lento, in armonia con la lunghezza dei versi alessandrini.

Arietta III

(6) Il pleure dans mon coeur

(6) Comme il pleut sur la ville ;

(6) Quelle est cette langueur

(6) Qui pénètre mon cœur ?

(6) Ô bruit doux de la pluie

(6) Par terre et sur les toits !

(6) Pour un cœur qui s’ennuie

(6) Ô le chant de la pluie !

La manipolazione della lunghezza delle frasi permette di influenzare la dinamica della poesia: le frasi lunghe rendono l’atmosfera più meditativa e la narrazione fluida, mentre i versi brevi rendono il componimento dinamico, intenso, pur rimanendo semplice e diretto. In Arietta III (p. 53), Verlaine costruisce un racconto scritto in esametro. Le frasi sono brevi e precise come le gocce di pioggia che cadono dal cielo e svaniscono in un istante.

Arietta VIII

Dans l’indéterminable [A]

Ennui de la plaine

La neige incertaine [B]

Luit comme du sable. [C]

Le ciel est de cuivre

Sans lueur aucune. [B]

On croirait voir vivre

Et mourir la lune.

Comme des nuées [D]

Flottent gris les chênes

Des forêts prochaines

Parmi les buées. [A]

Le ciel est de cuivre

Sans lueur aucune.

On croirait voir vivre

Et mourir la lune.

Corneille poussive

Et vous, les loups maigres,

Par ces bises aigres

Quoi donc vous arrive ?

Dans l’indéterminable

Ennui de la plaine

La neige incertaine

Luit comme du sable.

La struttura formale del testo poetico costituisce senza dubbio un ulteriore supporto al piano sonoro. La ripetizione delle strofe, in Arietta VIII (p. 59), che trova la sua origine nel genere del rondeau, combinata agli elementi della prosodia il testo adatto a essere cantato. Questi versi ripetitivi sono come i ricordi che ritornano a Verlaine. Riflettono l’attesa e l’incapacità di distogliere lo sguardo dal suo amato. La descrizione del paesaggio invernale, pieno di inquietudine e vuoto, la sensazione di silenzio e stagnazione, rafforzano il carattere del sospiro e della nostalgia.

Prosodia e utilizzo dei mezzi stilistici

In Ariette dimenticate, un ruolo importante è svolto dalle figure retoriche, il cui obiettivo principale è rafforzare il messaggio emotivo attraverso gli effetti sonori.

Arietta VI

C’est le chien de Jean de Nivelle

Qui mord sous l’œil même du Guet

Le chat de la mère Michel.

François-les-bas-bleus s’en égaie. […]

Car la Boulangère… — Elle ?— Oui dam !

Bernant Lustucru, son vieil homme,

A tantôt couronné sa flamme, […]

Enfants, Dominus vobiscum ! […]

Place ! En sa longue robe bleue

Toute en satin qui fait frou-frou,

C’est une impure, palsambleu !

Dans sa chaise qu’il faut qu’on loue.

***

Arietta V

Qu’est-ce que c’est ce berceau soudain

Qui lentement dorlote mon pauvre être ?

Que voudrais-tu de moi, doux Chant badin ?

Qu’as-tu voulu, fin refrain incertain

Qui vas bientôt mourir vers la fenêtre

Ouverte un peu sur le petit jardin ?

L’onomatopea, per esempio, che consiste nell’imitazione dei suoni della realtà, supporta la visualizzazione rendendo l’immagine poetica più realistica (Satin qui fait frou-frou). Tuttavia, analizzando questi elementi, si può giungere alla conclusione che siano manifestazioni della follia verlainiana. Da un lato, focalizzarsi sulle sfumature musicali della realtà è un tentativo di mantenere il contatto con essa, ma può anche essere espressione della perdita dei sensi. L’Arietta VI in particolare abbonda in esclamazioni varie e in effetti onomatopeici. Il dialogo contenuto: domanda e risposta (Elle ? – Oui dam !) , indica la lacerazione del poeta, il dialogo con sé stesso e il peggioramento del suo stato mentale. Verlaine introduce elementi che servono ad alterare il ritmo emotivo della poesia: la sospensione, mantenuta tramite domande retoriche (Elle ?) o punti di sospensione (Car la Boulangère…); e l’accelerazione, come conseguenza delle qualità delle onomatopee sotto forma di grida esplosive (Dam !) –, effetti che evidenziano la sua tempesta emotiva e la confusione.

Egli impiega mezzi stilistici con proprietà differenti come le allitterazioni (Qu’est-ce que, Qui, Que, Qu’as-tu) che rafforzano la musicalità: iniziando con lo stesso fonema /k/, creano significative impressioni uditive e, allo stesso tempo, sono strettamente correlate all’aspetto semantico, possedendo un valore enfatico.

Arietta III

Il pleure dans mon coeur

Comme il pleut sur la ville ;

Quelle est cette langueur

Qui pénètre mon cœur ?

Le paronomasie (Il pleure dans mon cœur, comme il pleut sur la ville) producono un effetto di eco, e vengono enfatizzate da un’omofonia parziale e da anafore (mon cœur – mon cœur). La fluidità del testo e l’effetto di infinito del sogno verlainiano vengono mantenuti attraverso l’enjambement, su cui si basano la maggior parte delle poesie di Romanze senza parole. L’insieme è supportato da nominalizzazioni episodiche, create attraverso giochi di parole (François-les-bas-bleus) che conferiscono loro un valore sonoro.

Prosodia e lessico

Per quanto riguarda il lessico, gli aspetti della prosodia possono essere considerati sia a livello di significato sia di carattere sonoro delle parole. In Arietta I (p. 51), le parole polisillabiche (langoureuse, amoureuse) introducono una dinamica lenta e un’atmosfera riflessiva. Esse generano un effetto di pacificazione sul piano emotivo. Le parole brevi, invece, come in Arietta VIII (p. 59), si armonizzano con l’esametro dinamico e aggiungono velocità al poema (le ciel est de cuivre). Un elemento essenziale della musicalità legato al lessico è il significato delle parole.

Arietta I

[…]

Ô le frêle et frais murmure !

Cela gazouille et susurre,

Cela ressemble au cri doux

Que l’herbe agitée expire…

Tu dirais, sous l’eau qui vire,

Le roulis sourd des cailloux.

Cette âme qui se lamente

En cette plainte dormante

C’est la nôtre, n’est-ce pas ?

La mienne, dis, et la tienne.

Dont s’exhale l’humble antienne

Par ce tiède soir, tout bas ?

Le isotopie che designano fenomeni legati al movimento (gazouille, roulis, virer) evocano inconsciamente suoni associati a questo tipo di spostamento. Inoltre, le parole che descrivono l’emissione di suoni hanno spesso una radice onomatopeica, come murmure o susurre, dove la ripetizione sillabica (assonanza) aggiunge un ritmo melodioso. Di fronte alla dominante creata dall’immagine poetica, alcune strutture lessicali possono richiedere un rallentamento o l’uso di un’intonazione appropriata. In Ariette I (p. 51) compaiono dialoghi – domande e risposte. Tali «ripartizioni dei ruoli» necessitano di un tono ascendente – interrogativo – e di un tono discendente – risolutivo (C’est la nôtre, n’est-ce pas ?).

Prosodia e grammatica

La costruzione della dimensione musicale attraverso la grammatica costituisce un complemento agli elementi precedentemente menzionati. L’accento ossitonico del francese rende la lingua prevedibile: si forma uno schema ritmico chiaro, grazie a motivi intonativi caratteristici. Attraverso limiti netti tra parole e frasi, si raggiunge la fluidità dell’enunciato. In Arietta I (p. 51), Verlaine utilizza un’interessante operazione fonologica: nella terza strofa, i primi due versi terminano con parole contenenti il fonema /m/ – se lamente, dormante –, una consonante nasale, sonora e bilabiale. Questo fonema è dolce, armonioso, e corrisponde all’isotopia della tristezza, del sonno, del mistero, rafforzando al contempo la dimensione semantica sul piano sonoro. I versi successivi terminano invece con i fonemi /p/, /t/ – consonanti sorde e occlusive, caratterizzate da aggressività e durezza. In combinazione con la domanda retorica «C’est la nôtre, n’est-ce pas ? » e la risposta «La mienne, dis, et la tienne», questo introduce un carattere solenne, sottolineando l’importanza delle parole:

Arietta II

L’ariette, hélas ! de toutes lyres ! (…)

Ô mourir de cette escarpolette !

Le frasi esclamative, come «Hélas ! De toutes lyres !» (A. II), «Ô le chant de la pluie !» (A. III), «Mon cœur a tant de peine !» (A. III), esprimono emozioni, evidenziano il messaggio e suscitano una reazione nel destinatario – sorpresa, riso, commozione – attraverso un’enfasi intonativa e una marcata accentuazione sonora.

Arietta VII

Ô triste, triste était mon âme

À cause, à cause d’une femme.

Je ne me suis pas consolé

Bien que mon cœur s’en soit allé (…)

Et mon cœur, mon cœur trop sensible

dit à mon âme : Est-il possible,

Est-il possible,— le fût-il,—

Ce fier exil, ce triste exil ?

In Arietta VII (p. 58) si trova un dialogo tra l’anima e il cuore, basato su domande senza risposta. Verlaine utilizza la forma ricercata del subjonctif imparfait (le fût-il).

L’uso letterario di questo modo grammaticale raramente utilizzato in francese serve a esprimere un dubbio e l’irrealtà di ciò che sta accadendo, mostrando che questa poesia si riferisce a qualcosa che è più uno stato emotivo e intellettuale che una realtà concreta. Si può interpretare come un’espressione del conflitto interiore del poeta, laddove qualcosa sembra impossibile da realizzare, ma allo stesso tempo non è del tutto escluso.

Conclusioni

Nel suo Romanze senza parole, Verlaine sfrutta ogni qualità delle parole che impiega. Attraverso gli attributi della versificazione – la lunghezza dei versi e le sensazioni uditive trasmesse dalle rime – conferisce alla poesia un’atmosfera e un ritmo caratteristici. Egli si interessa a ciò che vi è di silenzioso e implicito nel linguaggio[12]. Introdurre modifiche nel conteggio delle sillabe o nella fonetica gli consente di arricchire la sonorità. Mediante strumenti stilistici, rafforza la dimensione musicale diversificando ritmo, tessitura ed espressione del poema. Le variazioni degli elementi prosodici – intonazione, durata e accentuazione – permettono a Verlaine di modulare un’emotività fluida, generando e rilasciando tensione; così, il poeta «prosegue l’emozione fino all’effimero»[13]. Attraverso lo strato lessicale, Verlaine controlla la dinamica dell’opera «alla ricerca di un pensiero fugace»[14]. La musicalità della sezione “Ariette dimenticate” è coronata dalle possibilità grammaticali della lingua francese.

Grazie ai loro aspetti prosodici, le poesie di Verlaine sono state riprese da rappresentanti di altri ambiti artistici. Attraverso la trasposizione d’arte, compositori come Claude Debussy e Gabriel Fauré hanno messo in musica i testi di Romance senza parole, dando così vita a un’opera completamente musicale[15].

  1. A. Opiela-Mrozik, Od Baudelaire’a do Mallarmégo. W poszukiwaniu ideału muzyczności, in «Folia Litteraria Polonica», vol. 52, n° 1, 2019, pp. 157-64: 157.
  2. Per ottenere effetti sonori non convenzionali.
  3. J. Paré, Langage musical et expression de l’être, Thèse, Trois-Rivières, Université du Québec à Trois-Rivières, 2000, p. 95.
  4. P. Verlaine, Jadis et naguère, Paris, Librairie Générale Française, 2009, p. 83.
  5. Ibidem.
  6. A. Hejmej, Muzyczność dzieła literackiego, Toruń, Wydawnictwo Naukowe UMK, 2012, p. 25.
  7. Larousse, articolo Prosodie; cfr. l’URL https://www.larousse.fr/dictionnaires/francais/prosodie/64461 (ultimo accesso il 10/03/2025).
  8. Cfr. P. Pattnaik, S. Dash, A study on Prosody Analysis, in «International Journal Of Computational Engineering Research» (ijceronline.com), Vol. 2, Issue. 5, pp. 1595-1602: 1595.
  9. R. Le Damany, Dossier de P. Verlaine, Romances sans paroles, Paris, Éditions Gallimard, 2017, pp. 37-79 : 60.
  10. P. Verlaine, Romances sans paroles, Paris, Flammarion, 2018, pp. 51-60. Tutti i riferimenti a questa edizione saranno indicati dal numero dell’arietta analizzata seguito dal numero di pagina tra parentesi.
  11. M. Gribenski, Vers impairs, ennéasyllabe et musique : variations sur un air (mé)connu, in «Loxias», 19; cfr. l’URL: http://revel.unice.fr/loxias/index.html?id=1988 (ultimo accesso il 10/03/2025).
  12.  R. Le Damany, Dossier de P. Verlaine, Romances sans paroles, op. cit., p. 73.
  13.  O. Bivort, Grammaire et poésie: à propos d’un subjonctif expressif dans les Romances sans paroles, in Scritti in onore di Lidia Meak, a cura di G. Benelli, Torino, Le Harmattan Italia, coll. «Indagini e Prospettive», 2001, pp. 47-61: 47.
  14. Ibidem.
  15. L’autore afferisce all’Università di Varsavia, Facoltà di Lingue Moderne, Istituto di Romanistica.

 

(fasc. 56-57, 15 settembre 2025)