«Se non ci si ricorda da dove si viene e da dove si è passati
per arrivare dove si è, non si può costruire il futuro»[1].
Abstract: Il saggio analizza la componente autobiografica nella produzione musicale di Carmen Consoli, con particolare attenzione alla dimensione linguistica e all’uso del dialetto siciliano. Attraverso l’esame dei testi e delle dichiarazioni dell’artista, si individuano tre fasi della sua produzione, caratterizzate da un progressivo emergere dell’autobiografia. Il lavoro approfondisce, inoltre, il rapporto tra autobiografia artistica e autobiografia linguistica, mostrando come la lingua – e in particolare il dialetto – costituisca uno strumento fondamentale nella costruzione dell’identità narrativa e culturale dell’autrice.
Abstract: This article examines the autobiographical dimension in the musical production of Carmen Consoli, with particular attention to linguistic aspects and the use of the Sicilian dialect. Through an analysis of song lyrics and the artist’s own statements, three phases in her career are identified, each marked by a progressively increasing presence of autobiographical elements. The study further explores the relationship between artistic autobiography and linguistic autobiography, showing how language (and the dialect in particular) functions as a fundamental tool in the construction of the author’s narrative and cultural identity.
L’indagine che qui si propone sugli elementi autobiografici nella produzione di Carmen Consoli evidenzia come l’autobiografia rappresenti una componente discontinua ma progressivamente sempre più rilevante, fino a divenire esplicita nell’ultimo album che qui si considera, Volevo Fare la Rockstar (Narciso records/ADA Music Italy, 2021), il cui titolo stesso richiama una dimensione personale[2].
La metodologia adottata ha affiancato all’analisi dei testi delle canzoni le dichiarazioni e le auto-esegesi di Consoli rilasciate in articoli e interviste, che nel corso della carriera si sono fatte più frequenti. Alla base di alcune delle considerazioni del saggio ci sono anche autocommenti e ulteriori dettagli di contesto già raccolti in due libri biografici[3].
Oltre che tematico, l’approccio di questo percorso biografico è anche linguistico. Dal momento che, con Lejeune, «si tratta sempre di studiare l’autobiografia innanzitutto come fenomeno di linguaggio»,[4] l’analisi si è focalizzata, oltre che sulla funzione del testo autobiografico nell’insieme dell’opera di Carmen Consoli, anche sui dispositivi linguistici messi in atto per tale tipo di racconto in musica. In particolare, l’osservazione ha riguardato l’uso del dialetto nella produzione consoliana, il cui valore viene approfondito nella seconda parte di questo lavoro.
Autobiografia consoliana in musica
Percorrendo le tracce autobiografiche nella produzione di Carmen Consoli (9 album in studio, 3 live e 6 raccolte) è possibile individuare tre periodi. Il primo si colloca negli anni Novanta, con l’esordio e gli album Due parole del 1996, Confusa e felice del 1997 (Polydor) e Mediamente isterica del 1998 (Cyclope records) ed è caratterizzato da «tematiche di tipo autobiografico e intimistico, da un certo ermetismo dei testi e, sotto il profilo delle scelte stilistico-musicali, dalla prevalenza del rock»[5]. L’amore giovanile e il racconto intimista irrorano i primi due album con brani come Quello che sento (Due parole, Polydor, 1996), che confessa e propone di vivere fino in fondo un sentimento anche quando non è ricambiato.
L’amore per la musica che l’ha portata a fare della sua passione un mestiere è, invece, alla base del testo, profondamente autobiografico, di Confusa e felice (nell’omonimo album del 1997), come conferma la circostanza da cui scaturisce, dichiarata a Guglielmi: «l’ho composta la sera stessa del Sanremo di Amore di plastica (1996), mentre mi rendevo conto che tutto ciò che stavo provando era enorme»[6]. I temi dell’amore giovanile e della formazione personale emergono in brani come Quello che sento e, appunto, Confusa e felice, in cui l’esperienza individuale si traduce in forma lirica e in questo senso svolge un discorso universale più che individuale.
Con Mediamente isterica (Cyclope/Polydor, 1998), definito il più rock degli album per le sonorità impiegate, si afferma invece una dimensione narrativa più strutturata: la voce autobiografica si frammenta e si proietta in una pluralità di personaggi. Questa dimensione resterà centrale nella produzione successiva, consentendo all’autrice di esplorare identità molteplici e di intrecciare autobiografia e rappresentazione sociale, in particolare nella costruzione di figure femminili.
Scegliendo talvolta la prima persona, Carmen impersonifica donne e uomini che incarnano le diverse sfaccettature della natura umana (da Contessa miseria ai personaggi del Sorriso di Atlantide).
Nuovi personaggi e nuove storie animano i brani dei successivi album; solo a titolo a esemplificativo: Matilde odiava i gatti, la sposa lasciata all’altare di Fiori d’arancio, Masino e la suocera in L’eccezione (Polydor, 2002); Eva di Tutto su Eva, Maria Catena e il Signor Tentenna in Eva contro Eva (Universal, 2006), fino al Mago Magone di Volevo fare la rockstar.
I personaggi femminili si muovono in uno spazio di rappresentazione delle identità in cui autobiografia artistica e impegno sociale si intrecciano. La canzone diventa uno strumento per raccontare esperienze di vita, ma anche per mettere in discussione stereotipi e dinamiche di potere.
Nella nostra ottica più direttamente autobiografica, in Mediamente isterica spicca il brano dedicato al rapporto con la madre, Quattordici luglio, poi rappresentato nella sua conflittualità due anni dopo nell’istantanea In bianco e nero (Stato di necessità, Universal 2000), anche se l’autrice ha dichiarato che il testo non è propriamente autobiografico in quanto «non ci sono stati autentici conflitti, ma solo normali incomprensioni causate dal divario anagrafico e caratteriale, e per entrare nella parte ho dovuto confrontarmi con altri ragazzi e ragazze che hanno patito seriamente il problema»[7].
Il secondo periodo, a partire dagli anni Duemila, segna un’apertura a nuove sonorità e a una scrittura più narrativa e contestualizzata, e prende le mosse proprio da Stato di necessità (Universal 2000), nel quale si ravvisa «una maggiore apertura al pop e alle sonorità acustiche, l’adozione di strumenti musicali nuovi, dai violini agli strumenti tradizionali della musica siciliana e, sotto il profilo dei testi, la presenza di veri e propri ritratti narrativi di ambientazione regionale»[8]. La dimensione autobiografica si arricchisce di riferimenti culturali e mitici, come nel caso di Orfeo, dove il mito diventa chiave di lettura dell’esperienza personale. Una delle interpretazioni possibili farebbe «coincidere l’immagine salvifica del dio della musica con la propria opera rinnovata in stile rispetto al passato, nel ritornello si dichiara pronta ad uscire da un periodo buio per perseguire, rinata, la propria strada di maturità personale e artistica»: («è tempo di rinascere / sento addosso le tue mani / ed è un caldo richiamo perché / ho bisogno di svegliarmi»). A proposito del rapporto col mito, vale la pena di considerare quanto afferma Consoli stessa:
Essendo il mio specchio, le canzoni riflettono ciò che sono e ciò che sono stata. La mia formazione siciliana abbraccia anche la Magna Grecia. Sono cresciuta con le favole di Orfeo, di Narciso e degli Argonauti perché a casa se ne parlava quasi ogni giorno, per cui ci sono dei miti che mi tornano facilmente alla memoria[9].
Andando avanti nella produzione consoliana, oggi ci pare di poter individuare un terzo periodo, dove progressivamente si fanno sempre più spazio memoria, recupero e autobiografia; un periodo che, a nostro avviso, si può far cominciare da Elettra (Narciso/Universal), album vincitore del premio Tenco 2010.
Il brano più autobiografico è senz’altro Mandaci una cartolina, dedicato alla morte del padre. Si tratta di un testo in forma di allocuzione al genitore appena scomparso, costellato di riferimenti rarefatti alla Sicilia per collocare il ricordo e caratterizzarlo, evidenziando il ruolo centrale del padre nell’avvio e nell’evoluzione del percorso artistico di Carmen Consoli.
Ricordare il padre è anche l’occasione per una fine critica alla società e al costume italiano con precise allusioni e l’uso di parole che paiono estrapolate direttamente dal quotidiano che il genitore legge in spiaggia, come “inciucio” (‘pettegolezzo’, ma usato oggi in campo politico per sottintendere un intrigo, un accordo non limpido) e “buttane”, rigorosamente con fonetica sicula con la bilabiale sonora; così come la frase manifestamente del parlato non controllato e sgrammaticato in «a noi ci piace assai la televisione». L’inizio della prima strofa («Tra tutti i giorni in cui potevi partire») è ripetuto nella strofa successiva al primo ritornello, secondo la tecnica del verso puntello, e presenta solo nel finale la variante «morire»; nella seconda strofa, attraverso l’uso dell’ironia, si fa un elenco di luoghi comuni nostrani («viva l’Italia, il calcio, il testosterone, gli inciuci e le buttane in preda all’ormone»). Sul ruolo del padre, anche nella sua formazione umana e artistica, tornerà con il brano Armonie numeriche in Volevo fare la rockstar.
Cenni autobiografici ricorrono anche in altri brani, con il preciso riferimento a sé stessa, come in Sud Est («non avevo che me stessa e una ridente imbarcazione»); anche in Perturbazione atlantica, brano che, come ha spiegato Consoli, è ispirato a un episodio di vita quotidiana («una sciagura per le mie rose questa perturbazione atlantica»).
Con Marie ti amiamo (in duetto con Franco Battiato) si inaugura un altro tipo di autobiografia, più collettiva e linguistica. Il brano ha inserti in arabo, francese e italiano, con un mistilinguismo già sfruttato da Battiato, co-autore, assieme al paroliere e filosofo Manlio Sgalambro, su cui Consoli si esprime così:
Con Franco volevamo fare una canzone che parlasse delle radici senza un preciso filo logico: bisogna trovare il nesso dopo vari ascolti, così come l’abbiamo dovuto trovare persino noi. Le nostre radici sono l’arabo, l’italiano e il francese. Ci piaceva usare le lingue per il suono che possiedono. C’è un piano in cui si sviluppa la storia francese di Marie e un piano in cui si mettono in risalto la nobiltà e la poesia dell’arabo visto dall’Occidente[10].
L’album accoglie anche il brano interamente in dialetto ’A finestra, su cui torneremo.
Nel 2015 Carmen pubblica L’abitudine di tornare (Polydor), un lavoro in cui a ogni traccia viene affidata una storia, alcune derivate da fatti di cronaca, come nei casi della Signora del quinto piano, ispirata dal femminicidio di una donna che aveva denunciato e che non è stata ascoltata dalle autorità, e di La notte più lunga, canzone che ricorda le morti dei migranti nelle acque del Mediterraneo.
L’ultima traccia, Ventunodieciduemilatrenta, chiude però inaspettatamente l’album con una tenera ballata dedicata al figlio appena nato e alla gioia di essere madre, quasi il contraltare della Dolce attesa (Eva contro Eva), dove l’autrice aveva indagato, attraverso il racconto di una gravidanza isterica, gli aspetti meno sereni della maternità, vissuta anche come pressione sociale. L’esperienza di madre, come ha dichiarato la stessa Carmen e come si evince dal brano, ha cambiato lo sguardo sul mondo e dunque anche il modo di scrivere e di comporre. Quel brano autobiografico in chiusura, e fin dal titolo vòlto al futuro, farà da ponte, a distanza di diversi anni, a Volevo fare la rockstar.
Autobiografia e costruzione del sé nella canzone
Per comprendere la specificità del caso consoliano è necessario soffermarsi sulla nozione stessa di autobiografia. In àmbito musicale, essa non coincide con una registrazione fedele dell’esperienza vissuta, ma si configura come una costruzione narrativa del sé, mediata da scelte formali e linguistiche. La canzone impone, infatti, vincoli strutturali che favoriscono una forma di autobiografia frammentaria e indiretta. L’io lirico può coincidere con chi scrive il brano, ma spesso si disloca in personaggi e situazioni che fungono da mediazione: ne deriva un’autobiografia diffusa, che emerge per nuclei tematici ricorrenti più che per dichiarazioni esplicite.
Nel caso di Carmen Consoli, questa dinamica è particolarmente evidente: accanto a brani direttamente autobiografici, si sviluppa una rete di testi in cui l’esperienza personale viene rielaborata attraverso figure narrative. La memoria, l’infanzia, il rapporto con i genitori e la maternità costituiscono elementi ricorrenti che contribuiscono a delineare un’identità coerente ma non univoca.
Commentando l’imminente uscita di Volevo fare la rockstar in un’intervista rilasciata al «Corriere della Sera», Consoli dichiara che si tratta non solo di un discorso autobiografico ma anche di una denuncia «contro il sovranismo e il fascismo, e quegli imbonitori che prima odiavano il Sud e ora lo amano» (il riferimento è alle tracce Mago Magone e L’uomo nero)[11]. Quello che rende il racconto autobiografico della Cantantessa peculiare nella sua produzione è, in effetti, l’intersecazione dei piani della propria microstoria con la macrostoria, in cui al ritratto della bambina Carmen, nella ballata eponima, si intreccia lo sguardo di quella stessa bambina sull’Italia degli anni ’70-90, tra Cosa Nostra, l’attentato del 13 maggio 1981 a Papa Wojtyła, «ferito tra urla e rosari», e i Mondiali del 1982.
In ogni caso, Volevo fare la rockstar si configura come un’autobiografia in musica, dove emergono quadri sull’infanzia della cantautrice, sull’amore materno e sul rapporto con il figlio, quest’ultimo già tratteggiato nel 2015 in Questa piccola magia (L’abitudine di tornare, 2015) e poi approfondito in Le cose di sempre (Volevo fare la rockstar, 2021), brano sottoforma di lettera al figlio Carlo Giuseppe che si fa protagonista (menzionato nei crediti come Doxy601) nell’esecuzione di Mago Magone, dove ne ascoltiamo la voce.
Un’unica inserzione in dialetto alla fine del brano eponimo, «Haiu i papuli nni rita» ‘ho le vesciche nelle dita’, ci traghetta verso una riflessione complessiva sull’uso del siciliano nella produzione consoliana.
La produzione dialettale tra autobiografia artistica e autobiografia linguistica
La lingua di Carmen Consoli è stata in diversi studi oggetto di attenzione linguistica per «i suoi versi di inusitata lunghezza, l’aggettivazione insolita, l’uso massiccio di forme avverbiali» che «rompe definitivamente con la tradizione canzonettistica»[12]. I suoi testi sono stati presi in considerazione sia in panoramiche sulla lingua della canzone in Italia, tra cui le note nel volume di Giuseppe Antonelli, sia in lavori monografici: alla lingua di Consoli sono state dedicate tesi di laurea[13] e indagini su singoli aspetti e specifici brani[14], e un approfondimento sulla componente dialettale nell’analisi del compianto Roberto Sottile[15] che, assieme a Giuseppe Paternostro, si è concentrata sull’uso del dialetto della Cantantessa[16].
La lingua rappresenta uno degli strumenti principali attraverso cui si costruisce l’autobiografia consoliana. In particolare, il registro alto dell’italiano, con una selezione lessicale che diventa cifra stilistica distintiva della Cantantessa, e l’alternanza tra italiano e dialetto siciliano che si fa sempre più spazio per consentire di articolare diversi livelli di esperienza e di identità. Spostando lo sguardo dai temi allo stile e alle scelte linguistiche, è possibile approfondire anche il discorso autobiografico intrecciando le canzoni all’autobiografia linguistica di Carmen Consoli. Anche in questo caso possiamo tracciare due blocchi: uno, decisamente più rappresentato, in cui prevale l’italiano, e l’altro che assume il dialetto come codice per soddisfare esigenze espressive di volta in volta diverse e che culminano oggi nell’album Amuri Luci (2025), su cui ci ripromettiamo di tornare in altra sede.
Ai brani in dialetto, anche in questo caso, è stato utile avvicinare le dichiarazioni di Consoli, oltre a quanto già era possibile ricavare sulla percezione del dialetto per la Cantantessa, come è emerso dalla specifica ricerca di Sottile.
Quanto e quale siciliano usa Consoli nella sua produzione? Il dato quantitativo è abbastanza circoscritto. Per avere un lavoro totalmente dialettale bisognerà aspettare il già citato Amuri Luci (Narciso records 2025), con una significativa anticipazione in Terra ca nun senti (2024). Per il resto, i brani in dialetto sono: Masino (L’eccezione, 2002); ’A finestra (Elettra, 2010), e Tano (Eco di sirene, Universal, 2018).
A questi si aggiungono Stranizza d’amuri, brano cover inserito nell’album tributo a Franco Battiato, Voli imprevedibili (2004); la canzone Focu di raggia, pubblicata nell’album di Goran Bregović Karmen (With A Happy End) (Mercury records, 2007); Ciuri di campo (2008), dedicata a Peppino Impastato, in collaborazione con i Lautari, e i brani nell’album Terra ca nun senti (2025), cover di Rosa Balistreri.
Tracce di siciliano si trovano in Il sultano (della Kianca) (Stato di necessità, 2000), dove Kianca è un toponimo palermitano; in La dolce attesa (Eva contro Eva, 2006), dove all’inizio viene inserito un verso della filastrocca tradizionale siciliana Ninna nanna di la Guerra, nella versione originale cantata da Rosa Balisteri: «E da la vo’ / sunnuzzu viniti / ca ju l’annacu e vui l’addurmisciti»; in Mio zio (Elettra, 2009) troviamo il diminutivo affettivo dialettale «gioiuzza», e, da ultimo, nella già menzionata inserzione finale in Volevo fare la rockstar abbiamo il verso «Haju i papuli nni rita» (‘ho le vesciche nelle dita’).
La Cantantessa a inizio carriera aveva dichiarato: «Fosse per me io canterei anche in siciliano; se uso l’italiano è per essere capita»[17]; successivamente il dialetto sarà considerato un «bacino lessicale a cui attingere con sonorità nuove che diano sfumature diverse ai brani»[18]. Citando il famoso cantautore genovese, Consoli nel 2008 aveva affermato:
Quando questo italiano si arricchisce – come diceva De André – di lingue antiche, che sono il genovese e le altre, diventa più colorita […]. Quindi c’è una lingua italiana che si deve evolvere e che ultimamente si sta invece un po’ scolorendo, secondo me, sta diventando sempre più semplice e vuole diventare molto più scarna di contenuto, di eleganza. Io piuttosto la arricchirei di termini presi dai dialetti vari, delle varie regioni, invece di arricchirla di termini che vengono dall’inglese, che suonano male vicino a una lingua romanza[19].
Per quanto riguarda il dato qualitativo, come è stato già indagato[20], in generale il siciliano della produzione dialettale dell’artista catanese assume una forma più aderente alla tradizione con presenza di arcaismi e fenomeni tipici del siciliano costiero orientale quali, tra gli altri, la deaffricazione (cioè trasformazione di c nel suono fricativo ç) «’a çirasa» ‘la ciliegia’; esito di r + consonante assimilata a quella che segue «genti ca sa fa ’lliccannu a sadda»; retroflessione nella pronuncia dei nessi tr e str in ţ come in «ţrivulu» ‘lamento, malaugurio’ o «sţringeunu» ‘stringevano’; esito nessi -LJ- in gghi come in «cunsigghiari» ‘consigliare’; rotacizzazione di d in r in «viru» ‘vedo’ (esempi da ’A Finestra).
Dal punto di vista stilistico, è interessante notare come i pochi casi di disfemia nei testi si trovano solo in contesto dialettale: uno in ’A finestra: «vannia un vecchiu tintu» (‘grida un vecchio stronzo’) e l’altro in Tano «evitiamo domande ca’ è stancu / pe’ sparari minchiati» (‘evitiamo domande che è stanco / di sparare minchiate’ – ma nel senso di ‘bugie’). Come emerge anche dalle sue dichiarazioni, Consoli ricorre alla disfemia nei brani in siciliano per esigenza espressiva e di realismo: «Il siciliano anche se parlato da persone colte, emancipa dalla formalità. Un insulto in italiano è offensivo, mentre un insulto in siciliano fa ridere, ti spinge a rispondere perché ha un che di ironico. Si tratta di sfumature che ampliano, danno colore alla lingua italiana»[21].
La produzione dialettale di Carmen Consoli, letta alla luce delle dinamiche tra autobiografia artistica e autobiografia linguistica, si presta a ulteriori riflessioni se si considera il ruolo della lingua come dispositivo di messa in scena del sé. In questo senso, il dialetto non è soltanto un codice alternativo all’italiano, ma uno spazio simbolico in cui si articolano identità multiple, tensioni culturali e strategie espressive.
Un primo elemento da approfondire riguarda la funzione performativa del dialetto. Nei brani in siciliano, Consoli non si limita a scegliere la lingua, ma la mette in scena come voce incarnata, spesso legata a personaggi specifici. Questo aspetto è particolarmente evidente nei testi narrativi, in cui il dialetto contribuisce a costruire un effetto di autenticità e verosimiglianza. La lingua diventa, così, un marcatore sociale e culturale: chi parla in dialetto appartiene a un mondo preciso, connotato geograficamente e simbolicamente. Ma chi canta in dialetto è anche Consoli stessa. Come ha dichiarato nella presentazione dell’album Elettra alla FNAC di Milano (30/10/2009), a quella finestra del brano omonimo c’è la stessa Carmen, che con il dialetto osserva la città e la società del contesto siciliano che la circonda.
In questa prospettiva, la produzione dialettale può essere letta come una forma di teatro linguistico, in cui l’autrice alterna registri e codici per differenziare le voci e i punti di vista. L’autobiografia artistica si intreccia, quindi, con una dimensione quasi drammaturgica: Consoli non racconta solo sé stessa, ma costruisce un coro di figure che riflettono, amplificano o mettono in discussione la sua esperienza.
Il rapporto della Cantantessa con il dialetto si può riassumere evocando un’intervista del 12 luglio 2003 a Pordenone, dove parla del siciliano come sua Lingua 2[22].
Figlia di una veneta e di un siciliano, in casa parlava soprattutto italiano. Dai 13 ai 19 anni studia inglese per tre mesi l’anno. Ma Consoli dichiara di studiare anche il siciliano, definendolo «difficile» e racconta le critiche ricevute dopo Masino, dove aveva usato la terza persona singolare del passato remoto di rompere «ruppi» e non «rumpìu». L’intervista termina con una riflessione per cui Consoli dichiara che «la lingua ha su di me un certo tipo di sound» e di come influenzi la grana della voce. È significativo, in questo senso, che Consoli abbia bisogno di studiare il dialetto, riconoscendone la complessità e la distanza rispetto alla propria lingua d’uso quotidiana. Questo dato rafforza l’idea di un’autobiografia linguistica non immediata o spontanea, ma costruita attraverso un processo di acquisizione e rielaborazione. Il dialetto diventa, quindi, anche una lingua scelta, oltre che ereditata. L’eredità, d’altronde, viene cercata non solo fra le mura domestiche ma anche nelle radici della canzone folk in siciliano.
In una lezione sulla musica popolare, tenuta il 29 maggio 2011 all’Auditorium Parco della musica di Roma, Consoli spiega come la musica regionale e dunque anche quella siciliana, per esempio quella di Rosa Balistreri, rappresenti la vera essenza della musica pop:
La mia vera scuola è il palco. Io vengo da un certo tipo di formazione e credo molto nell’incontro tra musicisti che provengono da diversi mondi e da diverse esperienze. Credo nella contaminazione perché nella contaminazione vi è la possibilità di arricchimenti, vi è la possibilità della fusione di sensibilità musicali… mi faccio accompagnare da vari protagonisti della musica popolare. Cos’è la musica popolare? La musica popolare è ciò che nasce spontaneamente dal popolo. Io non sono proprio una protagonista di rilievo di questo genere ma sento nel mio DNA, in qualche modo, un qualche residuo. Oggi è importante sottolineare l’esigenza del recupero della memoria. Io credo che la nostra società sia sorda a questa ricchezza. La musica popolare rischia di essere relegata in polverose, in impolverate soffitte e me ne sono resa conto nel momento in cui entrando in certi negozi di musica trovo relegati nei reparti regionali degli artisti di fama internazionale. La nostra musica popolare viene considerata regionale in Italia, non vi è una grandissima attenzione, vi è quasi più attenzione all’estero […].
Il progressivo aumento della componente autobiografica nella produzione consoliana coincide con una maggiore attenzione al recupero delle radici e con il consequenziale incremento dell’uso del siciliano. Il dialetto si configura, allora, come lingua della memoria, capace di attivare un immaginario legato all’infanzia, alla famiglia e alla tradizione orale. Non si tratta di una memoria puramente individuale, ma collettiva, che rimanda a pratiche, racconti e forme di vita condivise.
Per concludere
L’analisi della produzione di Carmen Consoli mostra come autobiografia artistica e autobiografia linguistica siano profondamente intrecciate. La lingua, infatti, non rappresenta un semplice strumento espressivo, ma uno spazio in cui si costruisce e si negozia l’identità.
Uno degli aspetti più evidenti, anche se fino ad Amuri luci più marginale, è l’uso del dialetto siciliano, che compare accanto all’italiano standard. Questa alternanza linguistica non è casuale: riflette la sua origine catanese e diventa uno strumento per esprimere sfumature emotive più intime. Il dialetto, infatti, permette di evocare radici profonde, relazioni familiari e allo stesso tempo una dimensione quasi orale e ancestrale del racconto universale.
L’autobiografia linguistica si manifesta anche nella scelta dei temi: l’infanzia, la famiglia, la condizione femminile e la memoria collettiva della Sicilia. La lingua diventa, quindi, uno spazio di resistenza e affermazione, soprattutto quando l’artista dà voce a figure in parte dimenticate, come Rosa Balistreri.
Anche sul versante dell’italiano, Consoli utilizza spesso un lessico ricercato e costruzioni sintattiche che richiamano la tradizione letteraria, mescolandole con espressioni popolari. Questo incontro tra alto e basso riflette un’identità plurale: quella di un’artista che si muove tra cultura còlta e cultura popolare.
In sintesi, nelle canzoni di Carmen Consoli l’autobiografia linguistica non è solo racconto di sé, ma diventa racconto di un’intera comunità. La lingua, nelle sue variazioni e contaminazioni, si trasforma in uno strumento potente per esprimere appartenenza e memoria, ma anche trasformazione personale.
- Intervista di F. Guglielmi a C. Consoli del 23/09/2021 su «Billboard Italia»; è possibile leggerne un estratto all’URL: https://billboard.it/interviste/carmen-consoli-volevo-fare-la-rockstar-intervista/2021/09/2374739/ (ultima consultazione: 10/03/2026). ↑
- Il presente articolo ricalca un intervento al Convegno dell’American Association Teachers of Italians tenutosi all’Università di Princeton (NJ) il 26 aprile 2025, quando Amuri Luci, al quale pure si farà qualche cenno nel corso della trattazione, non era ancora uscito. Desideriamo ringraziare l’AATI e in particolare l’organizzatore del panel, Gaspare Trapani, e tutte le partecipanti e i partecipanti per il proficuo scambio avvenuto in quei giorni di discussione al campus. Sull’appellativo di Cantantessa si veda P. D’Achille, La Cantantessa è una (e gli Studentessi sono solo canzonette), in «Italiano digitale», VIII, 2019/1 (gennaio-marzo), pp. 13-15. ↑
- Cfr. F. Guglielmi, Quello che sento, Il mondo, i pensieri, la musica di Carmen Consoli, Firenze, Giunti, 2006 (prima edizione 2001); E. Raugei, Fedele a me stessa, Roma, Arcana, 2010. ↑
- P. Lejeune, Il patto autobiografico, Bologna, il Mulino, 1986. ↑
- D. Accolla, Mito e regionalità nell’onomastica di Carmen Consoli, in «Il nome nel testo», XIV, pp. 141-50: 142. ↑
- F. Guglielmi, Carmen Consoli. Quello che sento, op. cit., p. 149. ↑
- F. Guglielmi, Carmen Consoli. Quello che sento, op. cit., p. 159. ↑
- Ibidem. ↑
- E. Raugei, Fedele a me stessa, op. cit., pp. 84-85. ↑
- E. Raugei, Fedele a me stessa, op. cit., p. 196. ↑
- A. Laffranchi, «Carmen Consoli: “Volevo fare la rockstar contro sovranismo e fascismo”», in «Corriere della Sera», 21 settembre 2021. ↑
- Così L. Coveri, L’italiano e le canzoni, Accademia della Crusca, 27/1/2012 (ultima consultazione 8/3/2026), che prosegue: «mai come nelle sue composizioni la musica appare al servizio del testo, e non viceversa. Un vero, radicale, “smascheramento”». Ancora Consoli: «Spesso mi lascio trascinare dalla ricerca del vocabolo più prezioso, non per un valore estetico. Io penso che quando si scrive il testo di una canzone, se hai un concetto e cerchi l’aggettivo più prezioso per definirlo, non lo rendi artificiale, lo rendi lavorato e ciò non toglie autenticità a ciò che scrivi» (cit. in M. Rapisarda, La «parola cantata» in Carmen Consoli, in Poesia e musica, XXVII Premio Brancati Zafferana, Atti del Convegno, 27-30 settembre 2006, a cura di R. Verdirame, Catania, CUECM, 2009. ↑
- S. Piras, «Vorrei dire due parole». Analisi lessicale e stilistica della lingua delle canzoni di Carmen Consoli, Tesi di Laurea, Università di Cagliari, rel. R. Fresu, a. acc. 2007/2008; e B. Giannelli, «Fedele a me stessa». Un’analisi lessicale e stilistica delle canzoni di Carmen Consoli, Tesi di Laurea magistrale, Università di Pisa, rel. M. Maggiore, corr. F. Franceschini. ↑
- Come l’onomastica in D. Accolla, Mito e regionalità dell’onomastica di Carmen Consoli, op. cit.; su Besame Giuda all’interno di un percorso sulla lingua della canzone scritta e interpretata da cantanti donne: V. Ricotta, «Una donna con la D maiuscola». Analisi di “Bésame Giuda”, in «Italiano digitale», XI, 2019/4, ed Ead., Volevo fare la rockstar» di Carmen Consoli: una lettura linguistica, in «Lingua Italiana», 12 gennaio 2022; E. Tonani, «Quando un pensiero corre libero e scomposto». Note socio-linguistiche sui testi di cantautrici pop italiane degli anni Duemila, in «Diacritica», 2025, pp. 56-57. ↑
- Sulla struttura e i vincoli della canzone si veda L. Zuliani, L’italiano della canzone, Roma, Carocci, 2018. ↑
- G. Antonelli, Ma cosa vuoi che sia una canzone. Mezzo secolo di italiano cantato, Bologna, il Mulino, 2010; R. Sottile, Dialetto e canzone. Uno sguardo sulla Sicilia di oggi, Firenze, Cesati, 2018. ↑
- E. Guidotti, Carmen Consoli. Bambina impertinente, Genova, Editrice Zona, 2001, p. 53. ↑
- E. Raugei, Fedele a me stessa, op. cit., p. 197. ↑
- P. Talanca, Cantautori novissimi: Carmen Consoli. «In fatto di musica sono onnivora», in «Le Bielle Interviste», 2008: https://www.bielle.org/2008/Interviste/CarmenConsoli_Talanca_int.htm (ultima consultazione: 6 marzo 2026). ↑
- Si veda B. Giannelli, «Fedele a me stessa». Un’analisi lessicale e stilistica, op. cit. ↑
- E. Raugei, Fedele a me stessa, op. cit., p. 197. ↑
- Cfr. l’URL: https://www.youtube.com/watch?v=-b7BykRaUdo (ultima consultazione 10/03/2026). ↑
(fasc. 60, 25 maggio 2026)