Due sorelle che si tengono per mano: musica e letteratura tra memoria, voce e identità

Author di Gaspare Trapani

«La musica e la poesia sono due sorelle che si tengono per mano, e quando una piange, l’altra la consola». In queste parole di Alda Merini si ritrova il senso di un legame antico tra parola e suono, tra scrittura e musica. Un rapporto che, per il terzo anno consecutivo, «Diacritica» sceglie di esplorare, seguendo le molte forme dell’incontro tra linguaggi e modalità espressive diverse.

Musica e letteratura non appartengono a mondi separati: entrambe nascono dal desiderio di raccontare l’esperienza umana, dare forma alle emozioni e trovare parole per ciò che spesso è difficile esprimere. La canzone può essere letta come una forma di letteratura in musica; allo stesso modo, quando la letteratura incontra la dimensione musicale, il testo si apre a nuove possibilità: la narrazione acquista ritmo, la parola diventa voce e il suono contribuisce a raccontare e interpretare la realtà.

È in questo continuo dialogo tra scrittura e musica che esperienze individuali e memorie collettive si incontrano. Una canzone o un testo letterario possono raccontare una storia personale, ma anche parlare a una comunità, diventare testimonianza di un’epoca, dare voce a un disagio sociale o custodire il ricordo di un’esperienza. Proprio per questa capacità di unire dimensione privata e collettiva, musica e letteratura continuano ancora oggi a essere strumenti privilegiati per comprendere il mondo e raccontarlo.

Per il terzo anno consecutivo, grazie a un fecondo incontro siciliano – terra da sempre attraversata da straordinarie esperienze letterarie e musicali – e grazie all’impegno e all’entusiasmo di Maria Panetta, queste due “sorelle”, per usare ancora la suggestiva immagine della “poetessa dei Navigli”, tornano a tenersi per mano sulle pagine di «Diacritica».

Attraverso i contributi di un gruppo di studiosi, questo numero esplora alcune delle molte forme dell’incontro tra musica e letteratura: la canzone come spazio di impegno civile, il ritmo come forma autobiografica, il dialetto come luogo della memoria e la tradizione napoletana come chiave narrativa di un’indagine dalle atmosfere noir.

Un viaggio tra generi, epoche e linguaggi diversi, in cui parola e musica si intrecciano e si arricchiscono reciprocamente. Perché ogni grande storia possiede, in fondo, uno spartito segreto: una trama di voci, silenzi e armonie che attende soltanto di essere ascoltata.

Proprio di traiettorie, anche geografiche, parlano nel loro saggio Mario Chichi e Ivana Vermiglio, che in L’isola come utopia: spazi e immaginari nel cantautorato italiano esplorano il fascino dell’isola nella canzone d’autore degli anni Settanta. Da Guccini a Bennato, da Dalla a De Gregori, l’isola diventa uno spazio reale e immaginario, luogo di fuga e riflessione, capace di raccontare desideri, inquietudini e visioni della società.

Alla costruzione dell’io attraverso la musica sono dedicati diversi contributi. Sacha Piersanti, con «Una traccia, un disegno»: autobiografia e rappresentazione dell’io nella discografia di Renato Zero, legge oltre cinquant’anni di carriera come un unico grande racconto autobiografico: un teatro dell’anima nel quale l’artista mette in scena fragilità, trasformazioni e aspirazioni, intrecciando continuamente la propria voce con quella del suo pubblico.

Su un altro versante, Veronica Ricotta accompagna il lettore nell’universo linguistico e musicale di Carmen Consoli con «Volevo fare la rockstar». Autobiografia e lingua nelle canzoni di Carmen Consoli. Attraverso il dialogo tra autobiografia, lingua e dialetto siciliano, il saggio mostra come la cantautrice abbia trasformato la memoria individuale in una narrazione capace di parlare a esperienze condivise.

La musica come spazio di dissidenza e affermazione identitaria è al centro del contributo di Marzia D’Amico, “Amici non ne ho”: solo figlie per Loredana Bertè, generatrice di dissidenza. La parabola artistica di Bertè viene riletta come una lunga sfida ai modelli tradizionali di femminilità e decoro: una voce fuori dagli schemi che ha saputo trasformare vulnerabilità e ribellione in linguaggio collettivo.

Il rapporto tra musica, parola e impegno civile attraversa, invece, il saggio di Annibale Gagliani, Il teatro canzone di Giorgio Gaber e Sandro Luporini. Qui la canzone si fa scena e pensiero critico: il teatro-canzone diventa lo spazio privilegiato per interrogare il conformismo, le trasformazioni sociali e le inquietudini dell’uomo contemporaneo.

Dal territorio e dalla memoria popolare nasce il contributo di Giuliano Scala, «Io me chiammo Sanacore, e che vulite?». Dagli stornelli alla dub: la voce di Giulietta Sacco, dedicato a una delle interpreti più originali della canzone napoletana del secondo Novecento. La voce di Giulietta Sacco emerge come un ponte fra tradizione e innovazione, tra canto popolare e nuove sperimentazioni della musica napoletana.

Sempre Napoli, ma questa volta immersa nelle atmosfere del romanzo noir, è protagonista del saggio di Nunzia De Falco, Indagini sonore per il commissario Ricciardi. La canzone napoletana nei romanzi di De Giovanni. Nelle pagine di Maurizio De Giovanni, le melodie del passato non sono semplice sfondo narrativo, ma una vera partitura investigativa che accompagna il commissario Ricciardi e restituisce voce alla città.

Il dialogo tra poesia e musica, nella sua dimensione più sperimentale, è al centro del contributo di Beatrice Magoga, Poesia in musica di fine secolo (e millennio). Due esempi di rimediazione del tardo Novecento italiano. Attraverso le esperienze di Tommaso Ottonieri e Lello Voce, il saggio mostra come la performance musicale possa trasformare il testo poetico, amplificandone ritmo, significato e intensità emotiva.

A chiudere il percorso è il contributo di chi scrive, Autobiografia e periferia nel “Bildungsroman” musicale di Mahmood, dedicato alla produzione dell’artista milanese come forma contemporanea di romanzo di formazione in musica. Attraverso brani come Soldi, Nilo nel Naviglio, Mai figlio unico, Tuta Gold e Barrio, il saggio mette in luce il ruolo della memoria familiare, della periferia e dell’identità multiculturale nella costruzione di un racconto generazionale in cui la canzone pop diventa spazio di autorappresentazione e crescita.

Nel loro insieme, questi contributi restituiscono la ricchezza di un incontro mai concluso: quello tra parola e musica, tra memoria e presente, tra individuo e comunità. Le due sorelle evocate da Alda Merini continuano, così, a tenersi per mano, dimostrando che ogni canzone custodisce una storia e che ogni storia, quando trova la propria voce, può diventare musica.

 

(fasc. 60, 25 maggio 2026)

«Volevo fare la rockstar». Autobiografia e lingua nelle canzoni di Carmen Consoli

Author di Veronica Ricotta

«Se non ci si ricorda da dove si viene e da dove si è passati

per arrivare dove si è, non si può costruire il futuro»[1].

Abstract: Il saggio analizza la componente autobiografica nella produzione musicale di Carmen Consoli, con particolare attenzione alla dimensione linguistica e all’uso del dialetto siciliano. Attraverso l’esame dei testi e delle dichiarazioni dell’artista, si individuano tre fasi della sua produzione, caratterizzate da un progressivo emergere dell’autobiografia. Il lavoro approfondisce, inoltre, il rapporto tra autobiografia artistica e autobiografia linguistica, mostrando come la lingua – e in particolare il dialetto – costituisca uno strumento fondamentale nella costruzione dell’identità narrativa e culturale dell’autrice.

Abstract: This article examines the autobiographical dimension in the musical production of Carmen Consoli, with particular attention to linguistic aspects and the use of the Sicilian dialect. Through an analysis of song lyrics and the artist’s own statements, three phases in her career are identified, each marked by a progressively increasing presence of autobiographical elements. The study further explores the relationship between artistic autobiography and linguistic autobiography, showing how language (and the dialect in particular) functions as a fundamental tool in the construction of the author’s narrative and cultural identity.

L’indagine che qui si propone sugli elementi autobiografici nella produzione di Carmen Consoli evidenzia come l’autobiografia rappresenti una componente discontinua ma progressivamente sempre più rilevante, fino a divenire esplicita nell’ultimo album che qui si considera, Volevo Fare la Rockstar (Narciso records/ADA Music Italy, 2021), il cui titolo stesso richiama una dimensione personale[2].

La metodologia adottata ha affiancato all’analisi dei testi delle canzoni le dichiarazioni e le auto-esegesi di Consoli rilasciate in articoli e interviste, che nel corso della carriera si sono fatte più frequenti. Alla base di alcune delle considerazioni del saggio ci sono anche autocommenti e ulteriori dettagli di contesto già raccolti in due libri biografici[3].

Oltre che tematico, l’approccio di questo percorso biografico è anche linguistico. Dal momento che, con Lejeune, «si tratta sempre di studiare l’autobiografia innanzitutto come fenomeno di linguaggio»,[4] l’analisi si è focalizzata, oltre che sulla funzione del testo autobiografico nell’insieme dell’opera di Carmen Consoli, anche sui dispositivi linguistici messi in atto per tale tipo di racconto in musica. In particolare, l’osservazione ha riguardato l’uso del dialetto nella produzione consoliana, il cui valore viene approfondito nella seconda parte di questo lavoro.

Autobiografia consoliana in musica

Percorrendo le tracce autobiografiche nella produzione di Carmen Consoli (9 album in studio, 3 live e 6 raccolte) è possibile individuare tre periodi. Il primo si colloca negli anni Novanta, con l’esordio e gli album Due parole del 1996, Confusa e felice del 1997 (Polydor) e Mediamente isterica del 1998 (Cyclope records) ed è caratterizzato da «tematiche di tipo autobiografico e intimistico, da un certo ermetismo dei testi e, sotto il profilo delle scelte stilistico-musicali, dalla prevalenza del rock»[5]. L’amore giovanile e il racconto intimista irrorano i primi due album con brani come Quello che sento (Due parole, Polydor, 1996), che confessa e propone di vivere fino in fondo un sentimento anche quando non è ricambiato.

L’amore per la musica che l’ha portata a fare della sua passione un mestiere è, invece, alla base del testo, profondamente autobiografico, di Confusa e felice (nell’omonimo album del 1997), come conferma la circostanza da cui scaturisce, dichiarata a Guglielmi: «l’ho composta la sera stessa del Sanremo di Amore di plastica (1996), mentre mi rendevo conto che tutto ciò che stavo provando era enorme»[6]. I temi dell’amore giovanile e della formazione personale emergono in brani come Quello che sento e, appunto, Confusa e felice, in cui l’esperienza individuale si traduce in forma lirica e in questo senso svolge un discorso universale più che individuale.

Con Mediamente isterica (Cyclope/Polydor, 1998), definito il più rock degli album per le sonorità impiegate, si afferma invece una dimensione narrativa più strutturata: la voce autobiografica si frammenta e si proietta in una pluralità di personaggi. Questa dimensione resterà centrale nella produzione successiva, consentendo all’autrice di esplorare identità molteplici e di intrecciare autobiografia e rappresentazione sociale, in particolare nella costruzione di figure femminili.

Scegliendo talvolta la prima persona, Carmen impersonifica donne e uomini che incarnano le diverse sfaccettature della natura umana (da Contessa miseria ai personaggi del Sorriso di Atlantide).

Nuovi personaggi e nuove storie animano i brani dei successivi album; solo a titolo a esemplificativo: Matilde odiava i gatti, la sposa lasciata all’altare di Fiori d’arancio, Masino e la suocera in L’eccezione (Polydor, 2002); Eva di Tutto su Eva, Maria Catena e il Signor Tentenna in Eva contro Eva (Universal, 2006), fino al Mago Magone di Volevo fare la rockstar.

I personaggi femminili si muovono in uno spazio di rappresentazione delle identità in cui autobiografia artistica e impegno sociale si intrecciano. La canzone diventa uno strumento per raccontare esperienze di vita, ma anche per mettere in discussione stereotipi e dinamiche di potere.

Nella nostra ottica più direttamente autobiografica, in Mediamente isterica spicca il brano dedicato al rapporto con la madre, Quattordici luglio, poi rappresentato nella sua conflittualità due anni dopo nell’istantanea In bianco e nero (Stato di necessità, Universal 2000), anche se l’autrice ha dichiarato che il testo non è propriamente autobiografico in quanto «non ci sono stati autentici conflitti, ma solo normali incomprensioni causate dal divario anagrafico e caratteriale, e per entrare nella parte ho dovuto confrontarmi con altri ragazzi e ragazze che hanno patito seriamente il problema»[7].

Il secondo periodo, a partire dagli anni Duemila, segna un’apertura a nuove sonorità e a una scrittura più narrativa e contestualizzata, e prende le mosse proprio da Stato di necessità (Universal 2000), nel quale si ravvisa «una maggiore apertura al pop e alle sonorità acustiche, l’adozione di strumenti musicali nuovi, dai violini agli strumenti tradizionali della musica siciliana e, sotto il profilo dei testi, la presenza di veri e propri ritratti narrativi di ambientazione regionale»[8]. La dimensione autobiografica si arricchisce di riferimenti culturali e mitici, come nel caso di Orfeo, dove il mito diventa chiave di lettura dell’esperienza personale. Una delle interpretazioni possibili farebbe «coincidere l’immagine salvifica del dio della musica con la propria opera rinnovata in stile rispetto al passato, nel ritornello si dichiara pronta ad uscire da un periodo buio per perseguire, rinata, la propria strada di maturità personale e artistica»: («è tempo di rinascere / sento addosso le tue mani / ed è un caldo richiamo perché / ho bisogno di svegliarmi»). A proposito del rapporto col mito, vale la pena di considerare quanto afferma Consoli stessa:

Essendo il mio specchio, le canzoni riflettono ciò che sono e ciò che sono stata. La mia formazione siciliana abbraccia anche la Magna Grecia. Sono cresciuta con le favole di Orfeo, di Narciso e degli Argonauti perché a casa se ne parlava quasi ogni giorno, per cui ci sono dei miti che mi tornano facilmente alla memoria[9].

Andando avanti nella produzione consoliana, oggi ci pare di poter individuare un terzo periodo, dove progressivamente si fanno sempre più spazio memoria, recupero e autobiografia; un periodo che, a nostro avviso, si può far cominciare da Elettra (Narciso/Universal), album vincitore del premio Tenco 2010.

Il brano più autobiografico è senz’altro Mandaci una cartolina, dedicato alla morte del padre. Si tratta di un testo in forma di allocuzione al genitore appena scomparso, costellato di riferimenti rarefatti alla Sicilia per collocare il ricordo e caratterizzarlo, evidenziando il ruolo centrale del padre nell’avvio e nell’evoluzione del percorso artistico di Carmen Consoli.

Ricordare il padre è anche l’occasione per una fine critica alla società e al costume italiano con precise allusioni e l’uso di parole che paiono estrapolate direttamente dal quotidiano che il genitore legge in spiaggia, come “inciucio” (‘pettegolezzo’, ma usato oggi in campo politico per sottintendere un intrigo, un accordo non limpido) e “buttane”, rigorosamente con fonetica sicula con la bilabiale sonora; così come la frase manifestamente del parlato non controllato e sgrammaticato in «a noi ci piace assai la televisione». L’inizio della prima strofa («Tra tutti i giorni in cui potevi partire») è ripetuto nella strofa successiva al primo ritornello, secondo la tecnica del verso puntello, e presenta solo nel finale la variante «morire»; nella seconda strofa, attraverso l’uso dell’ironia, si fa un elenco di luoghi comuni nostrani («viva l’Italia, il calcio, il testosterone, gli inciuci e le buttane in preda all’ormone»). Sul ruolo del padre, anche nella sua formazione umana e artistica, tornerà con il brano Armonie numeriche in Volevo fare la rockstar.

Cenni autobiografici ricorrono anche in altri brani, con il preciso riferimento a sé stessa, come in Sud Est («non avevo che me stessa e una ridente imbarcazione»); anche in Perturbazione atlantica, brano che, come ha spiegato Consoli, è ispirato a un episodio di vita quotidiana («una sciagura per le mie rose questa perturbazione atlantica»).

Con Marie ti amiamo (in duetto con Franco Battiato) si inaugura un altro tipo di autobiografia, più collettiva e linguistica. Il brano ha inserti in arabo, francese e italiano, con un mistilinguismo già sfruttato da Battiato, co-autore, assieme al paroliere e filosofo Manlio Sgalambro, su cui Consoli si esprime così:

Con Franco volevamo fare una canzone che parlasse delle radici senza un preciso filo logico: bisogna trovare il nesso dopo vari ascolti, così come l’abbiamo dovuto trovare persino noi. Le nostre radici sono l’arabo, l’italiano e il francese. Ci piaceva usare le lingue per il suono che possiedono. C’è un piano in cui si sviluppa la storia francese di Marie e un piano in cui si mettono in risalto la nobiltà e la poesia dell’arabo visto dall’Occidente[10].

L’album accoglie anche il brano interamente in dialetto ’A finestra, su cui torneremo.

Nel 2015 Carmen pubblica L’abitudine di tornare (Polydor), un lavoro in cui a ogni traccia viene affidata una storia, alcune derivate da fatti di cronaca, come nei casi della Signora del quinto piano, ispirata dal femminicidio di una donna che aveva denunciato e che non è stata ascoltata dalle autorità, e di La notte più lunga, canzone che ricorda le morti dei migranti nelle acque del Mediterraneo.

L’ultima traccia, Ventunodieciduemilatrenta, chiude però inaspettatamente l’album con una tenera ballata dedicata al figlio appena nato e alla gioia di essere madre, quasi il contraltare della Dolce attesa (Eva contro Eva), dove l’autrice aveva indagato, attraverso il racconto di una gravidanza isterica, gli aspetti meno sereni della maternità, vissuta anche come pressione sociale. L’esperienza di madre, come ha dichiarato la stessa Carmen e come si evince dal brano, ha cambiato lo sguardo sul mondo e dunque anche il modo di scrivere e di comporre. Quel brano autobiografico in chiusura, e fin dal titolo vòlto al futuro, farà da ponte, a distanza di diversi anni, a Volevo fare la rockstar.

Autobiografia e costruzione del sé nella canzone

Per comprendere la specificità del caso consoliano è necessario soffermarsi sulla nozione stessa di autobiografia. In àmbito musicale, essa non coincide con una registrazione fedele dell’esperienza vissuta, ma si configura come una costruzione narrativa del sé, mediata da scelte formali e linguistiche. La canzone impone, infatti, vincoli strutturali che favoriscono una forma di autobiografia frammentaria e indiretta. L’io lirico può coincidere con chi scrive il brano, ma spesso si disloca in personaggi e situazioni che fungono da mediazione: ne deriva un’autobiografia diffusa, che emerge per nuclei tematici ricorrenti più che per dichiarazioni esplicite.

Nel caso di Carmen Consoli, questa dinamica è particolarmente evidente: accanto a brani direttamente autobiografici, si sviluppa una rete di testi in cui l’esperienza personale viene rielaborata attraverso figure narrative. La memoria, l’infanzia, il rapporto con i genitori e la maternità costituiscono elementi ricorrenti che contribuiscono a delineare un’identità coerente ma non univoca.

Commentando l’imminente uscita di Volevo fare la rockstar in un’intervista rilasciata al «Corriere della Sera», Consoli dichiara che si tratta non solo di un discorso autobiografico ma anche di una denuncia «contro il sovranismo e il fascismo, e quegli imbonitori che prima odiavano il Sud e ora lo amano» (il riferimento è alle tracce Mago Magone e L’uomo nero)[11]. Quello che rende il racconto autobiografico della Cantantessa peculiare nella sua produzione è, in effetti, l’intersecazione dei piani della propria microstoria con la macrostoria, in cui al ritratto della bambina Carmen, nella ballata eponima, si intreccia lo sguardo di quella stessa bambina sull’Italia degli anni ’70-90, tra Cosa Nostra, l’attentato del 13 maggio 1981 a Papa Wojtyła, «ferito tra urla e rosari», e i Mondiali del 1982.

In ogni caso, Volevo fare la rockstar si configura come un’autobiografia in musica, dove emergono quadri sull’infanzia della cantautrice, sull’amore materno e sul rapporto con il figlio, quest’ultimo già tratteggiato nel 2015 in Questa piccola magia (L’abitudine di tornare, 2015) e poi approfondito in Le cose di sempre (Volevo fare la rockstar, 2021), brano sottoforma di lettera al figlio Carlo Giuseppe che si fa protagonista (menzionato nei crediti come Doxy601) nell’esecuzione di Mago Magone, dove ne ascoltiamo la voce.

Un’unica inserzione in dialetto alla fine del brano eponimo, «Haiu i papuli nni rita» ‘ho le vesciche nelle dita’, ci traghetta verso una riflessione complessiva sull’uso del siciliano nella produzione consoliana.

La produzione dialettale tra autobiografia artistica e autobiografia linguistica

La lingua di Carmen Consoli è stata in diversi studi oggetto di attenzione linguistica per «i suoi versi di inusitata lunghezza, l’aggettivazione insolita, l’uso massiccio di forme avverbiali» che «rompe definitivamente con la tradizione canzonettistica»[12]. I suoi testi sono stati presi in considerazione sia in panoramiche sulla lingua della canzone in Italia, tra cui le note nel volume di Giuseppe Antonelli, sia in lavori monografici: alla lingua di Consoli sono state dedicate tesi di laurea[13] e indagini su singoli aspetti e specifici brani[14], e un approfondimento sulla componente dialettale nell’analisi del compianto Roberto Sottile[15] che, assieme a Giuseppe Paternostro, si è concentrata sull’uso del dialetto della Cantantessa[16].

La lingua rappresenta uno degli strumenti principali attraverso cui si costruisce l’autobiografia consoliana. In particolare, il registro alto dell’italiano, con una selezione lessicale che diventa cifra stilistica distintiva della Cantantessa, e l’alternanza tra italiano e dialetto siciliano che si fa sempre più spazio per consentire di articolare diversi livelli di esperienza e di identità. Spostando lo sguardo dai temi allo stile e alle scelte linguistiche, è possibile approfondire anche il discorso autobiografico intrecciando le canzoni all’autobiografia linguistica di Carmen Consoli. Anche in questo caso possiamo tracciare due blocchi: uno, decisamente più rappresentato, in cui prevale l’italiano, e l’altro che assume il dialetto come codice per soddisfare esigenze espressive di volta in volta diverse e che culminano oggi nell’album Amuri Luci (2025), su cui ci ripromettiamo di tornare in altra sede.

Ai brani in dialetto, anche in questo caso, è stato utile avvicinare le dichiarazioni di Consoli, oltre a quanto già era possibile ricavare sulla percezione del dialetto per la Cantantessa, come è emerso dalla specifica ricerca di Sottile.

Quanto e quale siciliano usa Consoli nella sua produzione? Il dato quantitativo è abbastanza circoscritto. Per avere un lavoro totalmente dialettale bisognerà aspettare il già citato Amuri Luci (Narciso records 2025), con una significativa anticipazione in Terra ca nun senti (2024). Per il resto, i brani in dialetto sono: Masino (L’eccezione, 2002); ’A finestra (Elettra, 2010), e Tano (Eco di sirene, Universal, 2018).

A questi si aggiungono Stranizza d’amuri, brano cover inserito nell’album tributo a Franco Battiato, Voli imprevedibili (2004); la canzone Focu di raggia, pubblicata nell’album di Goran Bregović Karmen (With A Happy End) (Mercury records, 2007); Ciuri di campo (2008), dedicata a Peppino Impastato, in collaborazione con i Lautari, e i brani nell’album Terra ca nun senti (2025), cover di Rosa Balistreri.

Tracce di siciliano si trovano in Il sultano (della Kianca) (Stato di necessità, 2000), dove Kianca è un toponimo palermitano; in La dolce attesa (Eva contro Eva, 2006), dove all’inizio viene inserito un verso della filastrocca tradizionale siciliana Ninna nanna di la Guerra, nella versione originale cantata da Rosa Balisteri: «E da la vo’ / sunnuzzu viniti / ca ju l’annacu e vui l’addurmisciti»; in Mio zio (Elettra, 2009) troviamo il diminutivo affettivo dialettale «gioiuzza», e, da ultimo, nella già menzionata inserzione finale in Volevo fare la rockstar abbiamo il verso «Haju i papuli nni rita» (‘ho le vesciche nelle dita’).

La Cantantessa a inizio carriera aveva dichiarato: «Fosse per me io canterei anche in siciliano; se uso l’italiano è per essere capita»[17]; successivamente il dialetto sarà considerato un «bacino lessicale a cui attingere con sonorità nuove che diano sfumature diverse ai brani»[18]. Citando il famoso cantautore genovese, Consoli nel 2008 aveva affermato:

Quando questo italiano si arricchisce – come diceva De André – di lingue antiche, che sono il genovese e le altre, diventa più colorita […]. Quindi c’è una lingua italiana che si deve evolvere e che ultimamente si sta invece un po’ scolorendo, secondo me, sta diventando sempre più semplice e vuole diventare molto più scarna di contenuto, di eleganza. Io piuttosto la arricchirei di termini presi dai dialetti vari, delle varie regioni, invece di arricchirla di termini che vengono dall’inglese, che suonano male vicino a una lingua romanza[19].

Per quanto riguarda il dato qualitativo, come è stato già indagato[20], in generale il siciliano della produzione dialettale dell’artista catanese assume una forma più aderente alla tradizione con presenza di arcaismi e fenomeni tipici del siciliano costiero orientale quali, tra gli altri, la deaffricazione (cioè trasformazione di c nel suono fricativo ç) «’a çirasa» ‘la ciliegia’; esito di r + consonante assimilata a quella che segue «genti ca sa fa ’lliccannu a sadda»; retroflessione nella pronuncia dei nessi tr e str in ţ come in «ţrivulu» ‘lamento, malaugurio’ o «sţringeunu» ‘stringevano’; esito nessi -LJ- in gghi come in «cunsigghiari» ‘consigliare’; rotacizzazione di d in r in «viru» ‘vedo’ (esempi da ’A Finestra).

Dal punto di vista stilistico, è interessante notare come i pochi casi di disfemia nei testi si trovano solo in contesto dialettale: uno in ’A finestra: «vannia un vecchiu tintu» (‘grida un vecchio stronzo’) e l’altro in Tano «evitiamo domande ca’ è stancu / pe’ sparari minchiati» (‘evitiamo domande che è stanco / di sparare minchiate’ – ma nel senso di ‘bugie’). Come emerge anche dalle sue dichiarazioni, Consoli ricorre alla disfemia nei brani in siciliano per esigenza espressiva e di realismo: «Il siciliano anche se parlato da persone colte, emancipa dalla formalità. Un insulto in italiano è offensivo, mentre un insulto in siciliano fa ridere, ti spinge a rispondere perché ha un che di ironico. Si tratta di sfumature che ampliano, danno colore alla lingua italiana»[21].

La produzione dialettale di Carmen Consoli, letta alla luce delle dinamiche tra autobiografia artistica e autobiografia linguistica, si presta a ulteriori riflessioni se si considera il ruolo della lingua come dispositivo di messa in scena del sé. In questo senso, il dialetto non è soltanto un codice alternativo all’italiano, ma uno spazio simbolico in cui si articolano identità multiple, tensioni culturali e strategie espressive.

Un primo elemento da approfondire riguarda la funzione performativa del dialetto. Nei brani in siciliano, Consoli non si limita a scegliere la lingua, ma la mette in scena come voce incarnata, spesso legata a personaggi specifici. Questo aspetto è particolarmente evidente nei testi narrativi, in cui il dialetto contribuisce a costruire un effetto di autenticità e verosimiglianza. La lingua diventa, così, un marcatore sociale e culturale: chi parla in dialetto appartiene a un mondo preciso, connotato geograficamente e simbolicamente. Ma chi canta in dialetto è anche Consoli stessa. Come ha dichiarato nella presentazione dell’album Elettra alla FNAC di Milano (30/10/2009), a quella finestra del brano omonimo c’è la stessa Carmen, che con il dialetto osserva la città e la società del contesto siciliano che la circonda.

In questa prospettiva, la produzione dialettale può essere letta come una forma di teatro linguistico, in cui l’autrice alterna registri e codici per differenziare le voci e i punti di vista. L’autobiografia artistica si intreccia, quindi, con una dimensione quasi drammaturgica: Consoli non racconta solo sé stessa, ma costruisce un coro di figure che riflettono, amplificano o mettono in discussione la sua esperienza.

Il rapporto della Cantantessa con il dialetto si può riassumere evocando un’intervista del 12 luglio 2003 a Pordenone, dove parla del siciliano come sua Lingua 2[22].

Figlia di una veneta e di un siciliano, in casa parlava soprattutto italiano. Dai 13 ai 19 anni studia inglese per tre mesi l’anno. Ma Consoli dichiara di studiare anche il siciliano, definendolo «difficile» e racconta le critiche ricevute dopo Masino, dove aveva usato la terza persona singolare del passato remoto di rompere «ruppi» e non «rumpìu». L’intervista termina con una riflessione per cui Consoli dichiara che «la lingua ha su di me un certo tipo di sound» e di come influenzi la grana della voce. È significativo, in questo senso, che Consoli abbia bisogno di studiare il dialetto, riconoscendone la complessità e la distanza rispetto alla propria lingua d’uso quotidiana. Questo dato rafforza l’idea di un’autobiografia linguistica non immediata o spontanea, ma costruita attraverso un processo di acquisizione e rielaborazione. Il dialetto diventa, quindi, anche una lingua scelta, oltre che ereditata. L’eredità, d’altronde, viene cercata non solo fra le mura domestiche ma anche nelle radici della canzone folk in siciliano.

In una lezione sulla musica popolare, tenuta il 29 maggio 2011 all’Auditorium Parco della musica di Roma, Consoli spiega come la musica regionale e dunque anche quella siciliana, per esempio quella di Rosa Balistreri, rappresenti la vera essenza della musica pop:

La mia vera scuola è il palco. Io vengo da un certo tipo di formazione e credo molto nell’incontro tra musicisti che provengono da diversi mondi e da diverse esperienze. Credo nella contaminazione perché nella contaminazione vi è la possibilità di arricchimenti, vi è la possibilità della fusione di sensibilità musicali… mi faccio accompagnare da vari protagonisti della musica popolare. Cos’è la musica popolare? La musica popolare è ciò che nasce spontaneamente dal popolo. Io non sono proprio una protagonista di rilievo di questo genere ma sento nel mio DNA, in qualche modo, un qualche residuo. Oggi è importante sottolineare l’esigenza del recupero della memoria. Io credo che la nostra società sia sorda a questa ricchezza. La musica popolare rischia di essere relegata in polverose, in impolverate soffitte e me ne sono resa conto nel momento in cui entrando in certi negozi di musica trovo relegati nei reparti regionali degli artisti di fama internazionale. La nostra musica popolare viene considerata regionale in Italia, non vi è una grandissima attenzione, vi è quasi più attenzione all’estero […].

Il progressivo aumento della componente autobiografica nella produzione consoliana coincide con una maggiore attenzione al recupero delle radici e con il consequenziale incremento dell’uso del siciliano. Il dialetto si configura, allora, come lingua della memoria, capace di attivare un immaginario legato all’infanzia, alla famiglia e alla tradizione orale. Non si tratta di una memoria puramente individuale, ma collettiva, che rimanda a pratiche, racconti e forme di vita condivise.

Per concludere

L’analisi della produzione di Carmen Consoli mostra come autobiografia artistica e autobiografia linguistica siano profondamente intrecciate. La lingua, infatti, non rappresenta un semplice strumento espressivo, ma uno spazio in cui si costruisce e si negozia l’identità.

Uno degli aspetti più evidenti, anche se fino ad Amuri luci più marginale, è l’uso del dialetto siciliano, che compare accanto all’italiano standard. Questa alternanza linguistica non è casuale: riflette la sua origine catanese e diventa uno strumento per esprimere sfumature emotive più intime. Il dialetto, infatti, permette di evocare radici profonde, relazioni familiari e allo stesso tempo una dimensione quasi orale e ancestrale del racconto universale.

L’autobiografia linguistica si manifesta anche nella scelta dei temi: l’infanzia, la famiglia, la condizione femminile e la memoria collettiva della Sicilia. La lingua diventa, quindi, uno spazio di resistenza e affermazione, soprattutto quando l’artista dà voce a figure in parte dimenticate, come Rosa Balistreri.

Anche sul versante dell’italiano, Consoli utilizza spesso un lessico ricercato e costruzioni sintattiche che richiamano la tradizione letteraria, mescolandole con espressioni popolari. Questo incontro tra alto e basso riflette un’identità plurale: quella di un’artista che si muove tra cultura còlta e cultura popolare.

In sintesi, nelle canzoni di Carmen Consoli l’autobiografia linguistica non è solo racconto di sé, ma diventa racconto di un’intera comunità. La lingua, nelle sue variazioni e contaminazioni, si trasforma in uno strumento potente per esprimere appartenenza e memoria, ma anche trasformazione personale.

 

  1. Intervista di F. Guglielmi a C. Consoli del 23/09/2021 su «Billboard Italia»; è possibile leggerne un estratto all’URL: https://billboard.it/interviste/carmen-consoli-volevo-fare-la-rockstar-intervista/2021/09/2374739/ (ultima consultazione: 10/03/2026).
  2. Il presente articolo ricalca un intervento al Convegno dell’American Association Teachers of Italians tenutosi all’Università di Princeton (NJ) il 26 aprile 2025, quando Amuri Luci, al quale pure si farà qualche cenno nel corso della trattazione, non era ancora uscito. Desideriamo ringraziare l’AATI e in particolare l’organizzatore del panel, Gaspare Trapani, e tutte le partecipanti e i partecipanti per il proficuo scambio avvenuto in quei giorni di discussione al campus. Sull’appellativo di Cantantessa si veda P. D’Achille, La Cantantessa è una (e gli Studentessi sono solo canzonette), in «Italiano digitale», VIII, 2019/1 (gennaio-marzo), pp. 13-15.
  3. Cfr. F. Guglielmi, Quello che sento, Il mondo, i pensieri, la musica di Carmen Consoli, Firenze, Giunti, 2006 (prima edizione 2001); E. Raugei, Fedele a me stessa, Roma, Arcana, 2010.
  4. P. Lejeune, Il patto autobiografico, Bologna, il Mulino, 1986.
  5. D. Accolla, Mito e regionalità nell’onomastica di Carmen Consoli, in «Il nome nel testo», XIV, pp. 141-50: 142.
  6. F. Guglielmi, Carmen Consoli. Quello che sento, op. cit., p. 149.
  7. F. Guglielmi, Carmen Consoli. Quello che sento, op. cit., p. 159.
  8. Ibidem.
  9. E. Raugei, Fedele a me stessa, op. cit., pp. 84-85.
  10. E. Raugei, Fedele a me stessa, op. cit., p. 196.
  11. A. Laffranchi, «Carmen Consoli: “Volevo fare la rockstar contro sovranismo e fascismo”», in «Corriere della Sera», 21 settembre 2021.
  12. Così L. Coveri, L’italiano e le canzoni, Accademia della Crusca, 27/1/2012 (ultima consultazione 8/3/2026), che prosegue: «mai come nelle sue composizioni la musica appare al servizio del testo, e non viceversa. Un vero, radicale, “smascheramento”». Ancora Consoli: «Spesso mi lascio trascinare dalla ricerca del vocabolo più prezioso, non per un valore estetico. Io penso che quando si scrive il testo di una canzone, se hai un concetto e cerchi l’aggettivo più prezioso per definirlo, non lo rendi artificiale, lo rendi lavorato e ciò non toglie autenticità a ciò che scrivi» (cit. in M. Rapisarda, La «parola cantata» in Carmen Consoli, in Poesia e musica, XXVII Premio Brancati Zafferana, Atti del Convegno, 27-30 settembre 2006, a cura di R. Verdirame, Catania, CUECM, 2009.
  13. S. Piras, «Vorrei dire due parole». Analisi lessicale e stilistica della lingua delle canzoni di Carmen Consoli, Tesi di Laurea, Università di Cagliari, rel. R. Fresu, a. acc. 2007/2008; e B. Giannelli, «Fedele a me stessa». Un’analisi lessicale e stilistica delle canzoni di Carmen Consoli, Tesi di Laurea magistrale, Università di Pisa, rel. M. Maggiore, corr. F. Franceschini.
  14. Come l’onomastica in D. Accolla, Mito e regionalità dell’onomastica di Carmen Consoli, op. cit.; su Besame Giuda all’interno di un percorso sulla lingua della canzone scritta e interpretata da cantanti donne: V. Ricotta, «Una donna con la D maiuscola». Analisi di “Bésame Giuda”, in «Italiano digitale», XI, 2019/4, ed Ead., Volevo fare la rockstar» di Carmen Consoli: una lettura linguistica, in «Lingua Italiana», 12 gennaio 2022; E. Tonani, «Quando un pensiero corre libero e scomposto». Note socio-linguistiche sui testi di cantautrici pop italiane degli anni Duemila, in «Diacritica», 2025, pp. 56-57.
  15. Sulla struttura e i vincoli della canzone si veda L. Zuliani, L’italiano della canzone, Roma, Carocci, 2018.
  16. G. Antonelli, Ma cosa vuoi che sia una canzone. Mezzo secolo di italiano cantato, Bologna, il Mulino, 2010; R. Sottile, Dialetto e canzone. Uno sguardo sulla Sicilia di oggi, Firenze, Cesati, 2018.
  17. E. Guidotti, Carmen Consoli. Bambina impertinente, Genova, Editrice Zona, 2001, p. 53.
  18. E. Raugei, Fedele a me stessa, op. cit., p. 197.
  19. P. Talanca, Cantautori novissimi: Carmen Consoli. «In fatto di musica sono onnivora», in «Le Bielle Interviste», 2008: https://www.bielle.org/2008/Interviste/CarmenConsoli_Talanca_int.htm (ultima consultazione: 6 marzo 2026).
  20. Si veda B. Giannelli, «Fedele a me stessa». Un’analisi lessicale e stilistica, op. cit.
  21. E. Raugei, Fedele a me stessa, op. cit., p. 197.
  22. Cfr. l’URL: https://www.youtube.com/watch?v=-b7BykRaUdo (ultima consultazione 10/03/2026).

(fasc. 60, 25 maggio 2026)

«Una traccia, un disegno»: autobiografia e rappresentazione dell’io nella discografia di Renato Zero

Author di Sacha Piersanti

Abstract: Il contributo ha l’obiettivo di illustrare la discografia di Renato Zero in modo “laterale”, e cerca di vedere al suo interno, cinquantennale, una sorta di racconto autobiografico che passa attraverso la consapevolezza dell’autore non solo di raccontare e raccontarsi in musica, ma anche di farsi figura paradigmatica per l’ascoltatore, secondo un’ottica di continua osmosi identificativa tra “io” e “tu”.

Abstract: The paper aims to examine Renato Zero’s discography from a “lateral” perspective, seeking to identify within his fifty-year body of work a form of autobiographical narrative that unfolds through the author’s awareness not only of narrating and narrating himself through music, but also of positioning himself as a paradigmatic figure for the listener, within a framework of continuous identificatory osmosis between “I” and “you”.

Un’introduzione

«Io sono io, / ma un evento poi non è»: cantava così, nel 1974, Renato Zero, nel ritornello di uno dei suoi brani meno noti, meno fortunati e più riusciti, L’evento[1], ballad dalle tinte un po’ folk un po’ prog, inquietante e liberatorio insieme, che, mentre condannava l’ipertecnologismo e il turbocapitalismo rampanti che poco a poco avrebbero – hanno – squalificato umanità e umanesimo tra i protagonisti del cosiddetto progresso («Corre l’astronave alla conquista di uno spazio in più / mentre qui per l’uomo non c’è posto»), in controluce rifletteva pure, e radicalmente, sullo statuto di quest’io, iato e raglio pronominale così tanto famigliare da esserci ancora e continuamente estraneo. Un io, il suo, qui, che si dichiara e al contempo si sottrae, che s’impone presenza ma negando la propria eccezionalità, centro del discorso ma non-evento: una particella eminentemente pragmatica, priva di referenza stabile, destinata a essere riempita e continuamente riconfigurata nel qui-e-ora di ogni specifica realtà di discorso, secondo una logica che la linguistica dell’enunciazione ha da tempo messo in luce[2].

È precisamente su questo statuto dell’io, e sulle implicazioni che il suo uso comporta all’interno della forma-canzone, che occorre prima di tutto soffermarsi. Che io è, quello che dice “io” nelle canzoni di Renato Zero? che tipo di soggettività costruisce e si costruisce, propone, lungo un percorso discografico che attraversa oltre cinquant’anni di storia musicale e culturale italiana?

Per quanto possa apparire scontato imbattersi in un io-che-dice-io nella musica leggera, in cui l’uso della prima persona singolare sembra quasi obbligato, se non costitutivo, nel caso di Renato Zero quest’io presenta un grado di specificità che merita di essere messo a fuoco. Ad ascoltarla tutta, e tutta insieme, infatti, la discografia zeriana restituisce l’impressione di un vero e proprio percorso – si legga pure “racconto” – autobiografico, costruito per tappe riconoscibili, che non risponde soltanto alla voglia o alla volontà dell’autore di raccontare e raccontarsi in musica, ma mira progressivamente a farsi figura paradigmatica, punto come di raccolta e certo di riferimento per una pluralità di altri io che a quella figura guardano, all’inizio con sospetto, poi con sempre maggiore curiosità, infine con devozione[3].

Un io che, ancora, mentre si espone, ogni volta che si espone, chiama costantemente in causa un tu, e nel chiamarlo non solo lo riconosce, ma lo costituisce, in una sorta di interscambio d’identità, anzi, di vera e propria co-costruzione delle identità, che sembrerebbe essere non solo elemento fertile in termini di creazione o ispirazione artistica, ma anche cardine e ragione profonda di un successo e di una popolarità che, fatta salva la fisiologia di un periodo di crisi, non sono mai venuti meno.

Più che due premesse

Prima di addentrarci in questo percorso, non saranno inutili, e anzi ci sembrano necessarie, due piccole premesse. La prima riguarda la natura profondamente teatrale dell’esperienza artistica di Renato Zero. Già in un precedente studio abbiamo avuto modo di affrontare quello che definivamo il suo «specifico teatrale»[4], leggendo la sua scrittura come scrittura scenica e l’intera sua proposta artistica come quella di un solido uomo di teatro, prima ancora che di un cantante o cantautore.

In quella sede emergevano con chiarezza una serie di tecniche registiche e, soprattutto, di dispositivi drammaturgici (al di là degli elementi più macroscopicamente scenici, quali i costumi, le maschere, il trucco, le scenografie ecc., infatti, ciò che più radica nel dominio del teatro la proposta artistica di Zero è la direzione puntualmente drammaturgica che la sua penna prende in fase tanto di elaborazione dei brani quanto di preparazione degli spettacoli-concerto[5]) che incidono direttamente sulla natura della sua autobiografia-in-musica e sulla configurazione dell’io: degli io. Il teatro, sarà banale dirlo ma conviene ricordarlo, costituisce il luogo per eccellenza della finzione «che sembra verità»[6] o, viceversa, del vero che si manifesta grazie alla finzione, lo spazio a un tempo tangibile e mentale in cui chi si dice io mente e insieme dice il vero, secondo una tensione strutturale che investe tanto il piano enunciativo quanto quello ontologico. Nel caso di Zero, l’adozione consapevole e sistematica della dimensione teatrale, amplificata, tra l’altro, dall’uso di (più che) uno pseudonimo[7] e da una popolarità di massa, rende l’autobiografia un campo instabile, attraversato da continui slittamenti tra persona anagrafica e creatura scenica[8].

A complicare ulteriormente il quadro, ribadendo “teatro” più che “teatralità”, interviene poi un dato spesso sottovalutato: l’esperienza discografica di Zero nasce sulla scena prima che sul disco. No! Mamma, no!, album d’esordio del 1973, viene infatti registrato dal vivo, e fin dall’inizio ogni diversa tournée – ogni messa-in-scena – comporta un approfondimento, una riattivazione, dell’autobiografia in musica. Il concerto, cioè, nel caso di Zero, non è mai mera esecuzione o proposta o promozione, ma campo e macchina narrativa che non a caso recupera brani del passato, li risemantizza e insieme introduce inediti per scelta non incisi su disco, che non servono, come sarebbe lecito immaginare, ad anticipare futuri sviluppi discografici, ma anzi hanno il dichiarato scopo di certificare nuovo progresso (o riflusso) autobiografico. A partire soprattutto dalla metà degli anni Duemila, lo anticipiamo, questi inediti assumono una connotazione sempre più esplicitamente meta-autobiografica, concentrandosi esplicitamente sul rapporto tra gli io: di Zero con sé stesso (uomo e personaggio) e di Zero con il pubblico.

La seconda premessa, d’obbligo considerando il successo critico che hanno gli studi dedicati alla cosiddetta autofiction[9], riguarda il rapporto tra autobiografia e finzione. Più che interrogarsi sul grado di verità o menzogna dell’io che parla, scrive o canta, ci è sempre sembrato e ci sembra sempre più produttivo assumere che ogni opera d’arte – sia pezzo, passo o pagina di libro, brano o di canzone – costruisca un mondo dotato di una propria irriducibile realtà, né più né meno “vera” di quella empirica, in cui l’io che dice io è certo sé stesso e insieme, però, sempre anche altro da sé: una soggettività che si espone come singolare, ma che funziona anche come dispositivo di proiezione e identificazione per i tu che di quell’opera fruiscono.

Nel caso di Renato Zero, tale dinamica risulta non solo particolarmente evidente ma proprio sistematica, al punto da poter essere assunta come chiave interpretativa privilegiata del suo intero percorso artistico. L’io zeriano, infatti, specie agli inizi della sua carriera, quando si presentava nelle vesti di un ambiguo saltimbanco sospeso tra diabolico e onirico, si offre come sorta di parafulmine, tanto emotivo quanto simbolico, per una comunità di ascoltatori che, attraverso di lui, riconosce, affronta ed elabora le proprie pulsioni, i propri desideri, fossero anche ferite o indicibili ossessioni. L’autobiografia, lungi dall’essere confessione privata, ben più profondamente che specchio o riflessione, diventa insomma spazio di autentica co-costruzione identitaria. Co-costruzione che sembra articolarsi e progressivamente svilupparsi lungo due direzioni, convergenti e complementari. Da un lato, quella che potremmo definire una traiettoria della responsabilità, che, semplificando, muove dall’io verso il tu: l’artista Renato Zero espone il proprio io, raccontandolo/raccontandosi protagonista di una «favola»[10], certo dotato di specificità e singolarità tutte personali, ma a ben vedere forte di una statura anche etica[11] che a un’ineguagliabile individualità preferisce un fertile simbolismo, allo sfogo personale una vera e propria missione, in totale, sempre ribadita e rivendicata, proiezione verso l’altro. Interpella, rassicura, Zero, incita e chiama in causa, fino a farsi rappresentante e portavoce, assumendo su di sé le istanze, anche taciute, di chi ascolta: ciò che il tu non può o non osa vivere viene mostrato e risolto sulla scena, secondo una dinamica che richiama esplicitamente, ora edulcorato grazie a grottesco e ironia[12] ora invece prepotentemente esibito[13], il meccanismo del sacrificio, del capro espiatorio.

Dall’altro, una traiettoria inversa, uguale per intensità e pregnanza, che dal tu muove verso quell’io: il pubblico che riconosce, legittima, non solo contribuisce a dare credito (e fama) alla figura di Zero, ma la sostanzia, in un gioco – serissimo – di specchi e responsabilità condivise che ha la natura e la forza del patto[14]. È in virtù e alla luce di questa duplice, irriducibile traiettoria che, tra l’altro, nel corso degli anni, si fonda e proprio si struttura la compagine dei cosiddetti “sorcini” [15], termine che non indica semplicemente un fandom, ma una comunità affettiva che compartecipa attivamente alla costruzione e ricostruzione tanto dell’io zeriano quanto di quello che potremmo tranquillamente chiamare “io collettivo”.

A rendere ancora più complessa, e accattivante, questa dinamica interrelazionale, alla bidirezionalità della traiettoria io 🡨 🡪 tu sin dagli esordi s’innesta il rapporto tra i due “Renato”: Fiacchini, l’uomo e l’artista, e Zero, autentico e letterale alter ego. “Zero”, infatti, non è soltanto, come istintivamente verrebbe da pensare, un nome d’arte, ma vera e propria creatura scenica, che cresce e si connota fino alla coesistenza di due istanze soggettive che si contaminano reciprocamente, reciprocamente si sfidano, reciprocamente si supportano[16]. Questa bifidità dell’io («Zero a Zero / […] / e due uomini qui dentro»[17]) riproduce e insieme risolve la tensione io-tu, poiché la relazione con il pubblico viene interiorizzata come dialogo interno, col risultato di trasformare (banalizziamo) la meta-relazione tra vita e arte in struttura portante e vero e proprio tòpos dell’autobiografia in musica che l’intera discografia di Renato Zero racconta.

Cinque età, una crisi, una storia

Alla luce di queste osservazioni, dunque, andiamo ad attraversare rapidamente per intero la discografia di Zero, come lungo un percorso scandito nelle classiche età della vita, a fare da snodo delle quali è possibile riconoscere un’“età della crisi” che produce, non a caso, un radicale cambiamento in termini tanto di look quanto di proposta musicale. Si tratta di una suddivisione, chiaramente, arbitraria, che però ci pare euristicamente produttiva, in quanto consente di cogliere con maggiore chiarezza tanto le trasformazioni del racconto (meta)autobiografico quanto quelle della relazione (delle relazioni) tra gl’io di cui s’è detto.

L’infanzia (1973-1976)

Un esordio che è, certo, vagito ma che non significa ingenuità espressiva è No! Mamma, no! (1973), con un io che si presenta al mondo già consapevole e fortemente riflessivo, affondando le proprie radici nell’esperienza diretta del giovanissimo Renato Fiacchini che decide di convivere in pubblico con l’appena nato Renato Zero. «Chiuso dentro ad un barattolo / sono stato chiuso in un barattolo / per vent’anni e trentamila secoli / […] / Ma ora passo tutto il giorno a ridere / della gente chiusa nei barattoli […]», canta infatti nel brano d’apertura, Paleobarattolo, che assume proprio la funzione di un incipit romanzesco: non solo avvio della storia artistico-personale («per vent’anni»), ma atto fondativo dell’io narrante, che si presenta immediatamente come figura esemplare, sineddoche dell’intera umanità («e trentamila secoli»).

L’uscita dal «barattolo», metafora trasparente del conformismo e dell’omologazione, coincide con il primo gesto di differenziazione, realizzato attraverso maschere, colori, dissonanze, secondo una dinamica che oppone sin da subito identità e norma. Ancora più rivelatrice, sul piano della costruzione del racconto autobiografico, è l’apertura del lato B con Nell’archivio della mia coscienza, viaggio a recuperare immagini e memorie che inizia ex abrupto («Poi un pensiero si fa strada / nella mente mia annebbiata») e prosegue fino alla riscoperta e alla riappropriazione («C’è un veliero impolverato / che da piccolo chiamavo / con il nome di speranza»), segnalando come narrazione e introspezione, vita e racconto-di-vita coincidano. L’io, una volta affermata la propria esistenza, si volge qui già alla memoria, la ricostruisce, dichiarando implicitamente che l’identità non è mai data, ma sempre – appunto – frutto di racconto, di scambio: di relazione.

Questo gesto identificativo-fondativo trova pieno sviluppo nel 1974 col secondo album di questa prima fase, Invenzioni, e in particolare con la sua apertura, Qualcuno mi renda l’anima, in cui uno dei traumi più violenti della biografia di Renato (un tentativo di abuso sessuale subito all’età di dieci anni) viene tradotto in monologo-sfogo musicale («Ma / perché è toccato a me? / Tra tanta gente / io! / Ma / che cosa c’entro io / con quella gente, / Dio!») che, tuttavia, sa aprirsi e andare oltre. Il trauma individuale, infatti, non resta confinato nella dimensione dell’io, ma viene progressivamente universalizzato, come dimostra il passaggio dalla prima persona singolare alla prima persona plurale poco prima del finale: «Cresciuti / con un sorriso addosso, / bambini / ormai non siamo più». Siamo di fronte, qui, a uno dei più tipici slittamenti della voce di Zero, che drena e trasforma l’autobiografia in racconto collettivo, rendendo esorcizzabile il trauma, e l’esperienza individuale paradigma condivisibile.

Con Trapezio (1976) il racconto infantile si chiude, ma non senza introdurre elementi che prefigurano le fasi successive. Il passaggio a una maggiore teatralizzazione tanto delle sonorità quanto dell’interpretazione vocale dell’intero concept rafforza l’idea della creazione come atto performativo totale nonché compiuta dichiarazione di esistenza, come esplicitato nel recitativo che suggella Il caos:

Per attimi rimango sospeso nel vuoto. Giuro: qualche volta mi sento perduto. Io mi fido solo del mio strano istinto: non mi ha mai tradito […] Volo sul trapezio rischiando ogni giorno, eroe per un minuto, poi bestia ritorno. Poi ancora sul trapezio ad inventare un amore: magari è solo un’invenzione per non lasciarsi morire.

Tematizzato così il rischio e il tentativo di resistere simbolicamente alla morte attraverso la (continua) costruzione dell’identità, con questo vero e proprio monologo interiore possiamo considerare conclusa l’infanzia del racconto zeriano: un’infanzia emotiva, lirica, ma già fortemente strutturata come narrazione (meta)autobiografica.

L’adolescenza (1977-1979)

Il 1977 segna l’inizio di una nuova fase, caratterizzata (storicamente) dall’esplosione della cosiddetta “zerofollia” e (artisticamente) da una trilogia di titoli accomunati dall’utilizzo del termine “zero” come prefissoide o suffissoide, a certificare l’autonomia e la totale primazia dell’alter ego all’interno tanto del racconto del sé quanto di quello dei suoi fan.

Si parte con Zerofobia, che si configura come narrazione conflittuale, infernale, lotta costante contro stereotipi, tabù e forme di normalizzazione, in continuità con Paleobarattolo e gli episodi precedenti, ma con una consapevolezza scenica e un furore ormai sempre più specifici[18]. Fa eccezione, non a caso, l’unico brano dichiaratamente autobiografico e che qui conta rilevare: Vivo, canzone-manifesto che allenta la tensione per riaffermare la scelta di vita come gesto primario, a un tempo creativo e narrativo: «Vivo / il mio alibi è che / vivo: / tentazioni e mai la volontà / di finirla qua. / Vivo!».

Col disco successivo, Zerolandia (1978), il racconto compie un ulteriore passo avanti: dalla “paura-di-Zero” si passa alla “terra-di-Zero”, fondazione di uno spazio talmente emotivo da finire per essere fisico, condiviso e da condividere. L’apertura con La favola mia rende incontrovertibilmente esplicito il dispositivo metanarrativo: la favola non è solo racconto, ma costruzione identitaria, luogo in cui l’artista si sottrae all’ordinario e a ogni rischio di destino («E mi trucco perché la vita mia / non mi riconosca e vada via»), portandosi dietro e rivolgendosi direttamente all’ascoltatore, chiamato in campo tanto quanto testimone quanto necessario complice: «La mia vita è nella stessa direzione: / Tu! / E mi vesto da re perché tu sia / tu sia il re di una notte di magia».

La trilogia dell’adolescenza si conclude con EroZero (1979), dove il gioco morfologico del titolo segnala ancora una fiera trasformazione dell’io narrante: «ero uno zero», dice, e insieme si ridefinisce e proclama “eroe”. Qui l’autobiografia si fa più esplicita e documentaria, quasi filologica, con Rh negativo (acuto divertissement che prende le mosse dall’effettivo gruppo sanguigno dell’uomo Renato e da un episodio della sua vita vissuta e della sua morte scampata: appena nato, morente, fu salvato da una trasfusione[19]) e, soprattutto, Periferia, dove la propria difficile giovinezza ai margini più periferici di Roma si fa specchio e trama per la vita del tu che ascolta: «Un giorno poi / ti sveglierà / la strana voglia di andare / dietro quel sole / affinché scaldi anche te […]».

La giovinezza (1980-1982)

Tra il 1980 e il 1982 si colloca una nuova trilogia di doppi album (Tregua, Artide/Antartide, Via Tagliamento 1960-1965), che, simbolicamente, può coincidere col pieno della giovinezza. Con Tregua, titolo programmatico e, ai tempi, data l’onda sulla cui cresta imparava a nuotare, insieme prevedibile e sconcertante, Zero introduce una sospensione nel flusso del racconto, spogliandosi via via di lustrini e pirotecnie, e virando verso una scrittura più introspettiva.

Emblematica, a tal proposito, è Niente trucco stasera, che si pone come contraltare di La favola mia: se lì Zero si truccava per sottrarsi alla vita e con sé trasformava il tu suo sodale, qui chiede di spogliarsi del personaggio per mostrare la propria nuda verità, proiettandosi ancora una volta verso l’altro da sé, con toni significativamente più assertivi: «Perché tu creda ancora / che quest’uomo sia un uomo / non la tua bestia rara». Quest’urgenza (e coscienza: «Ti ho cercato / ti ho inventato») di reciproca identità umana e solo umana, trova compimento in Grazie a te, primo esplicito atto di riconoscimento della comunità dei “sorcini”, dove l’io narrante rivendica e si ribadisce portavoce del tu («Perché quei mali tuoi / furono un tempo i miei») fino però a trasformare l’auto-biografia in etero-biografia, in cui tra l’identità dell’artista e quella del pubblico non c’è più distinzione: «Grazie a te / se ancora una volta ti confondi con me». E ancora, più struggente e talmente eloquente da non aver bisogno di commenti: «Queste luci che accendono me / se avrai occhi / faranno giorno anche a te»[20].

Se, poi, Artide/Antartide prosegue in questa direzione, istituzionalizzando il rapporto con il pubblico (I figli della topa, esilarante, ancorché non riuscitissimo, omaggio a «un mondo in mano ai sorci»), Via Tagliamento 1965/1970, si presenta come un grande esercizio di memoria narrativa, in cui la gavetta nello storico Piper di Roma viene ricostruita come mito d’origine, consolidando definitivamente tanto la natura autobiografica della ricerca artistica di Zero quanto l’essenzialità della relazione io-tu: «Al Piper Club / sono stato con te / quante notti a tracciare la via…» (Piper Club).

L’età della crisi (1983-1995)

Dal 1983 si apre una lunga fase di crisi[21], caratterizzata da un ripiegamento ancora più riflessivo e da tentativi di risalita, che si estende fino alla metà degli anni Novanta. In questa fase, il racconto sembra procedere per arresti e riprese, dubbi e traumi, come dimostra emblematicamente il brano Giorni, coda di uno degli album meno fortunati di Zero, Leoni si nasce (1984).

Caso più unico che raro, qui Zero mette in musica uno dei momenti più difficili della sua biografia non solo umana o artistica, ma anche politica: la chiusura, voluta dal Prefetto e dal Comune di Roma, del celebre Tendone di Zerolandia, tensostruttura che, per anni, aveva accolto tutti i suoi spettacoli, configurandosi come un vero e proprio “zeropianeta”, pronto ad accogliere i “sorcini” di tutt’Italia. Sconfitto dalla realtà (e dalla politica) [22], Zero qui non può far altro che chiedere aiuto, garantendosi esistenza e resistenza, senza autocensure né superomismi di sorta, tra amarezza e tenerezza («Sarà colpa mia / se sono prigioniero in una fotografia? / se da me accetterai / soltanto un’altra favola e non i miei guai?») chiamando in causa e responsabilizzando il suo tu: «Certo che mi rialzerò / ancora forte sarò / se ancora al mio fianco / ti vedrò».

Questo stesso senso di crisi, e questo stesso bisogno di riconoscere e riconoscersi e così salvarsi nell’altro da sé, caratterizza tutti gli album di questo periodo, trovando piena ed efficace messa in scena in Accade (Voyeur, 1989), monologo all’insegna di una disillusione («Quando vinci sono tutti là / si paga a caro prezzo ciò che credi sia lealtà. / Successo: / sei falso pure tu!») che però prelude a una definitiva, matura rinascita, nella quale e grazie alla quale l’io recupera armonia e sostanza identitaria tanto in sé quanto nell’altro («Inventarmi ancora, perché no? […] / Capirmi! / Capirti! / L’anima che è in me / di colpo esplode […]»).

Definitiva rinascita che possiamo riconoscere a tutti gli effetti compiuta nella dilogia L’imperfetto (1994) e Sulle tracce dell’imperfetto (1995): tra inediti polemici (Aria di pentimenti), struggenti (Nei giardini che nessuno sa) e più sbarazzini (Supersolo), Zero decide di recuperare, non a caso, quel Paleobarattolo da cui era iniziata l’autobiografia-in-musica, e di riuscire dal barattolo, con nuova, arricchita, sempre interdipendente («Ti ho spiata, ti ho incontrata / ti ho persa e ritrovata, / nel dolore / ti ho amata anche di più, / gente!»[23]) maturità.

Dalla maturità alla vecchiaia (1998-2026)

La maturità potremmo dirla aperta con Amore dopo amore (1998), disco che consolida e definitivamente blinda tanto la statura simbolica quanto il successo, anche commerciale, di Zero e che sfoggia in coda uno dei brani più meta- dell’intera sua discografia. Figaro, titolo direttamente mutuato dal Barbiere di Siviglia, dichiara senza ambiguità sia il senso di missione insito nell’attività artistica di Zero sia la funzione di specchio-paradigma dell’io rispetto al tu sia lo statuto di irriducibile realtà e di verità della (sua) canzone: «Nascono così le melodie / dalle lacrime tue, e quelle mie / e non sono soltanto bugie […] / Dal tuo mondo ti ruberò / e un concerto di te / farò».

Ma è Tutti gli zeri del mondo, disco principalmente di cover del 2000, che, per il nostro discorso e all’interno di questo percorso autobiografico, segna un momento di svolta essenziale. Tra gli inediti che puntellano l’album, infatti, ce n’è uno, Via dei Martiri, insieme racconto del passato e bilancio del presente, in cui accade qualcosa di nuovo, di decisivo: «Che se non pensavo a me / addio Renato! / Rimanevo ancora là […]», canta l’io, dando spazio per la prima volta in tutta la sua discografia al proprio antroponimo. Gesto, questo, che sigilla la portata autobiografica della sua proposta artistica, andando così anche a dichiarare la riconciliazione definitiva tra gli io. Non è un caso, allora, se dopo questo passaggio l’io Renato infila uno dietro l’altro dischi in cui l’elemento autobiografico si fa sempre più trasparente, dichiarato, documentabile, e sempre di più si concilia con quel tu cui pure sempre aveva guardato: dalla Curva dell’angelo (2001) ‒ che rievoca la morte del padre (Anima grande) ‒ a Cattura (2003) ‒ dove trovano spazio, tra le altre cose, una lettera al figlio adottivo (Figlio) e la denuncia delle morbosità dei rotocalchi e dei giornali(sti) scandalistici (L’altra sponda) ‒ fino a Il dono (2005), che riflette sulla propria intima spiritualità, Zero compie la propria maturità all’insegna della riappropriazione del sé, garantendo a quest’io solidità di nuovo, finalmente, anche anagrafica.

Un’anagrafe, però, che, come dicevamo, non significa ripiegamento su sé stesso né solipsismo o, nonostante le apparenze, egoriferimento: anzi. Nel momento in cui “Renato” viene a essere, per dir così, oggettivizzato all’interno della discografia[24], nel momento in cui quell’io si dichiara senza ambiguità col suo nome di battesimo, ecco che la dinamica identitaria si rafforza anche nei termini di quel tu di costante riferimento.

Tutta la più recente produzione di Zero (quella che, per comodità, facciamo rientrare nell’età della vecchiaia), infatti, non solo, com’è (quasi) scontato, si caratterizza per scelte riflessive e meta-riflessive dalla chiara impronta autobiografica (per tutti i dischi di questo periodo valga il titolo di quello del 2023: Autoritratto, per tutti i brani questo passaggio di Zero il Folle, 2019: «Ero nato per essere niente / il mio io non piaceva a nessuno / ho cercato, ho cercato, ho cercato:/ e mi sono trovato […]»), ma anche per un esplicito e urgente bisogno di, potremmo dire, eterodeterminazione: quel tu, insomma, non solo viene sempre di più invocato, ma sempre di più sembra essere necessario a che Renato esista e ri-esista davvero. E sulla scena.

Caso emblematico, in questo senso, è ciò che succede con Un’altra gioventù, brano che, quando dal disco (Presente, 2009) passa al live (ZeroNove Tour, 2009-2010), viene sensibilmente reinterpretato in uno dei suoi passaggi salienti: da «Nei pericoli e nei dubbi miei / amico tu ci sei» a «Nei pericoli e nei dubbi miei / Renato tu ci sei»[25]. Smottamento minimo, si direbbe, ma che in realtà sancisce quel senso di bidirezionalità narrativo-autobiografica di cui parlavamo in apertura: sei tu, l’io, sembra intendere Zero – sei l’io, tu. Che a fare interferenza, poi, siano proprio quei due termini, “amico” e “Renato”, non ci sembra in fondo un caso: oltre chiaramente a rievocare uno dei titoli più celebri di questa discografia (Amico), una simile scelta ha qualcosa a che fare col senso di tutta la ricerca – certo d’istinto e mai d’accademia, di slancio e mai teorizzata – di Renato Zero, che, ne siamo convinti, troverebbe perfettamente aderenti alla propria poetica le parole che di recente ha ricordato Agamben: «La sola definizione dell’amicizia che mi pare accettabile è quella antica, che vede nell’amico un alter ego, un altro io (“alter ego est amicus”)[26]».

Una conclusione provvisoria

Mentre scriviamo queste note, Zero è ancora una volta in tour, e, di certo, fare critica o anche solo aneddotica con l’ultracontemporaneo – si dica pure col vivente – è sempre poco consigliabile. E però e perciò ci sembra giusto e proprio utile chiudere segnalando che è con L’OraZero In Tour (2026) che questo percorso (meta-)autobiografico che abbiamo tentato di mettere a fuoco prende, ancora, una svolta radicale.

A chiudere questa serie di concerti, Zero canta l’inedito Resta con me, dedicato esplicitamente alla madre, Ada Pica, il cui volto viene proiettato su un maxischermo. Volto tra le stelle, che da statica fotografia prende vita, si anima, e animandosi guarda il figlio e ne guida lo sguardo, configurandosi come ideale continuing bond, in cui elaborazione del lutto, memoria e identità si compongono in un unico, potente gesto scenico e affettivo. «È a quest’età che mi manchi di più», canta Zero, qui, chiudendo in un soffio di recita con «mamma», a suggellare una struttura profondamente circolare, dove il racconto dalla vecchiaia ritorna all’infanzia: dall’io torna al tu. E da quel tu ricomincia.

Sacha Piersanti

 

  1. R. Zero, R. Conrado, R. Zero, L’evento, in Invenzioni, RCA Italiana 1974.
  2. Cfr. E. Benveniste, La natura dei pronomi, in Id., Problemi di linguistica generale, Milano, Il Saggiatore, 2010, trad. di M. Vittoria Giuliani, pp. 301-308.
  3. Per quella che fu, è stata ed è, nel corso degli anni e dei decenni, la ricezione/percezione del personaggio Renato Zero da parte del pubblico si veda almeno A. Pedrinelli, Universo Zero, Firenze, Giunti, 2015.
  4. Cfr. S. Piersanti, Zero, nessuno e centomila. Lo specifico teatrale nell’arte di Renato Zero, Roma, Arcana, 2019; 2022.
  5. Ivi, pp. 67-114.
  6. G. Garvarentz, C. Aznavour, G. Calabrese, L’istrione, in Tutti gli zeri del mondo, Fonòpoli/Sony Music, 2000.
  7. Renato Fiacchini, all’anagrafe.
  8. Cfr. S. Piersanti, Zero, nessuno e centomila. Lo specifico teatrale nell’arte di Renato Zero, op. cit., pp. 127-28.
  9. Per una panoramica completa su autofiction e suoi derivati (e precedenti presunti), si veda l’esaustivo V. Colonna, Autofiction & autres mythomanies littéraires, Paris, Éditions Tristram, 2004.
  10. Termine chiave e passe-partout, questo, per approcciare e subito cogliere il senso profondo di gran parte della discografia di Zero: cfr. almeno l’iconico brano La favola mia, del 1978, e le tournée La favola di EroZero (1979) e Figli del Sogno (2004).
  11. Cfr. A. Pedrinelli, Universo Zero, op. cit., p. 64.
  12. È il caso, per fare solo un esempio tra i molti, della messa in scena di episodi di violenza domestica come L’ambulanza nello spettacolo Zerofobia del 1977.
  13. È il caso di Sogni nel buio, monologo di un feto abortito, che apriva, con scandalo, lo spettacolo Tutto Zero del 1996.
  14. Eloquente e definitivo, in questo senso, è Una canzone da cantare avrai, brano tra i più recenti che vale la pena riportare quasi per intero: «Dischi d’oro e trofei non li troverai appesi, / solo nude pareti, l’essenzialità / mentre i volti ed i nomi rimangono accesi. / Le carezze e gli schiaffi non li scorderò: / è così che si cresce, sbagliando un po’. / Per sfuggire al destino compongo canzoni / e mi invento emozioni se mai non ne avrò / e mi piace inseguire impossibili storie / mantenendo gli alibi di sempre / finché avrò un movente / insisterò. / Dammi forza / e trasmettimi sicurezza, / l’ansia torna / di domani non v’è certezza. / Scelsi di vivere qui / di cavalcare la precarietà, / sarò l’ultimo degli idealisti, lo zero che vedi. / […] / Nessuno conoscerà mai quella felicità! / Nessuno, a parte noi, nessuno / […] / Segno tutto, ogni lacrima o movimento, / ciò che sento, / e quando manca atmosfera invento. / Accendo una luna lassù / e metto in scena una stella di più: / per colorarti la vita mi siedo e lavoro. / Se una missione non è / posso ben dire che è un piacere per me / alimentare passioni, speranze ambizioni e follie […]» (R. Zero, D. Madonia, Una canzone da cantare avrai, in Amo – Capitolo I, Tattica/IndipendenteMente 2013).
  15. Il termine, dal 2008, è anche ufficialmente tra i neologismi riconosciuti dalla Treccani (cfr. https://www.treccani.it/vocabolario/sorcino_(Neologismi)/, ultima consultazione: 5/02/2026).
  16. Per l’esempio principe di quanto stiamo dicendo, cfr. il film Ciao, Nì (1979).
  17. M. Nava, R. Zero, Zero a Zero, in Autoritratto, Tattica/IndipendenteMente 2023.
  18. Della messa in scena di Zerofobia (1977) c’è ancora, fortunatamente, traccia in rete: https://www.youtube.com/watch?v=Z67fKqEMFhw, ultima consultazione: 5/02/2026.
  19. Cfr. Renato Zero rivela: “Ho rischiato di morire appena nato”, in «Il Messaggero.it», 15 aprile 2016 (https://www.ilmessaggero.it/societa/persone/renato_zero_rischio_morte-1672355.html, ultima consultazione: 5/02/2026).
  20. Corsivi nostri.
  21. Più commerciale che veramente artistica: molti dischi di questo lungo decennio non hanno, ci sembra, nulla da invidiare a quanto fatto sia prima che dopo da Zero.
  22. Di questo, e dell’intera esperienza del Tendone di Zerolandia, Zero non ha mai smesso di parlare: cfr., ad esempio, F. Vacalebre, Renato Zero: “Il tempo passa, meglio viverlo”, in «Il Mattino.it», 7 aprile 2022 (https://www.ilmattino.it/spettacoli/musica/renato_zero_tempo_passa_meglio_viverlo-6613182.html, ultima consultazione: 5/02/2026).
  23. R. Zero, D. Baldan Bembo, Ancora gente, in Sulle tracce dell’imperfetto, Fonòpoli/Sony Music 1995.
  24. Da Via dei Martiri in poi sarà sempre più frequente: cfr., almeno, i brani Come mi vorresti (2003), La vacanza (2013) e Fortunato (2023).
  25. Cfr. https://www.youtube.com/watch?v=qW2cv9xxamE&list=RDqW2cv9xxamE&start_radio=1, ultima consultazione: 5/02/2026.
  26. G. Agamben, Amicizie, Torino, Einaudi, 2025, p. 17, corsivo nostro.

(fasc. 60, 25 maggio 2026)

“Amici non ne ho”: solo figlie per Loredana Bertè, generatrice di dissidenza

Author di Marzia D'Amico

Abstract: Questo articolo analizza l’opera di Loredana Bertè come un dispositivo critico capace di mettere in crisi le norme del decoro, della femminilità e della rispettabilità nella canzone pop italiana. A partire dagli anni Settanta, Bertè ha performato il proprio corpo e la propria voce come spazi di rischio e di negoziazione, esponendosi alla censura istituzionale e mediatica, ma anche a forme più sottili di autocontrollo imposte dal mercato discografico e dallo sguardo pubblico. Attraverso un approccio interdisciplinare che intreccia studi di genere, performance studies e teoria della voce, l’articolo mostra come le sue scelte estetiche – dall’uso abrasivo del timbro alla costruzione di personae dissidenti – producano un’estetica della vulnerabilità in cui la fragilità diventa gesto politico e risorsa generativa. L’analisi di brani quali Sei bellissima, Dedicato, Non sono una signora, e Amici non ne ho rivela come Bertè riscriva costantemente le categorie di genere, desiderio e identità nazionale, mobilitando ironia, allusione e risignificazione come pratiche di resistenza simbolica. L’articolo propone di leggere la canzone di Bertè come un laboratorio in cui la voce femminile si sottrae alla normalizzazione per diventare luogo di cura di sé e degli ascolti marginalizzati, capace di dare un senso di appartenenza a chi è outsider.

Abstract: This article analyses the work of Loredana Bertè as a critical dispositif capable of unsettling the norms of decorum, femininity and respectability within Italian popular song. Since the 1970s, Bertè has performed her body and voice as sites of risk and negotiation, exposing themself to institutional and media censorship, as well as to more subtle forms of self-regulation imposed by the recording industry and the public gaze. Drawing on an interdisciplinary approach that brings together gender studies, performance studies and theories of the voice, the article demonstrates how her aesthetic choices – from the abrasive use of vocal timbre to the construction of dissident personae – produce an aesthetics of vulnerability in which fragility becomes both a political gesture and a generative resource. Through analyses of songs such as Sei bellissima, Dedicato, Non sono una signora, and Amici non ne ho, the article shows how Bertè continually rewrites the categories of gender, desire and national identity, mobilising irony, allusion and resignification as practices of symbolic resistance. The article proposes reading Bertè’s song as a laboratory in which the female voice withdraws from processes of normalisation in order to become a site of care of the self and of marginalised listeners, capable of generating a sense of belonging for those positioned as outsiders.

Introduzione – Figlie di Loredana

La traiettoria artistica di Loredana Bertè ocupa un luogo singolare all’interno della canzone pop italiana: non solo come figura di rottura, ma come catalizzatrice di comunità marginalizzate che, pur non riconoscendosi nei codici della rispettabilità culturale e di genere, hanno trovato nella sua voce un punto di riconoscimento e di alleanza. Fin dagli esordi, Bertè ha performato un’identità eccedente e irriducibile, costruendo una postura artistica in cui unicità e collettività non si oppongono, bensì si alimentano reciprocamente. In un sistema mediatico che tende a isolare l’artista donna in narrazioni di eccezionalità o devianza, Bertè ha invece articolato un’idea di appartenenza radicale: essere “fuori posto” non significa essere sole, ma parte di un arcipelago di soggettività vulnerabili e resistenti. Le sue «figlie» – reali, possibili o immaginate – sono le ascoltatrici e gli ascoltatori che si riconoscono in un modo di stare al mondo segnato dall’eccesso, dalla frattura e dalla cura.

L’uso di «figlie di» anziché «figli di» non costituisce una semplice variazione lessicale né un gesto di inclusione linguistica superficiale, ma una precisa presa di posizione politico-grammaticale. In italiano, come in molte lingue romanze, il maschile plurale opera tradizionalmente come forma neutra e universale, assumendo implicitamente il maschile come misura del collettivo e relegando il femminile a deviazione o specificazione. Scegliere il femminile come forma estesa significa, dunque, interrompere questa naturalizzazione del maschile universale e rendere visibile il carattere storicamente costruito della neutralità linguistica. Dire «figlie» produce uno slittamento percettivo: ciò che normalmente resta implicito – la gerarchia tra genere grammaticale e soggettività politica – emerge come dispositivo culturale. Il femminile non funziona più come categoria minoritaria o derivata, ma come punto di enunciazione capace di ospitare soggettività plurali, anche eccedenti la differenza binaria di genere. In questo senso, il femminile opera meno come indicazione identitaria e più come posizione critica rispetto all’universalismo astratto. La scelta attiva, inoltre, una diversa configurazione genealogica. «Figli di» richiama una tradizione simbolica fondata sulla filiazione patriarcale, sulla trasmissione lineare dell’autorità e sull’eredità nominativa. «Figlie di», al contrario, introduce una genealogia laterale e relazionale, spesso invisibilizzata nella storia culturale: una genealogia fatta di cura, trasmissioni affettive, apprendimenti informali e riconoscimenti reciproci piuttosto che di successioni canoniche. Il termine non indica soltanto discendenza, ma affiliazione elettiva e riconoscimento situato. In tal senso, il femminile diventa uno spazio di reinscrizione simbolica: nominare «figlie» significa evocare genealogie alternative, riaprire archivi marginalizzati e destabilizzare le modalità attraverso cui la legittimità culturale viene storicamente attribuita. La grammatica smette di essere un semplice strumento descrittivo e si rivela pratica performativa, capace di produrre comunità immaginate e di ridefinire chi può essere chiamato a farne parte. La scelta linguistica diventa, quindi, un atto di cura e al tempo stesso di frattura: cura, perché costruisce uno spazio di riconoscimento; frattura, perché incrina l’automatismo del maschile universale e rende percepibile il lavoro politico inscritto nella lingua stessa.

L’opera di Loredana Bertè offre un laboratorio privilegiato per osservare come la voce femminile possa trasformare la precarietà in gesto creativo e politico. La canzone pop, lungi dall’essere un semplice intrattenimento, diventa nelle sue mani uno spazio di negoziazione continua fra controllo e autodeterminazione, fra esposizione e protezione, fra desiderio individuale e costruzione comunitaria. La dimensione performativa della sua vocalità – aspra, eccedente, spesso deliberatamente anti-normativa – mette in crisi l’ideale di femminilità disciplinata storicamente associato alla musica leggera italiana, aprendo invece a una soggettività sonora instabile, vulnerabile e al tempo stesso radicalmente agente. Le pratiche di censura e autocensura che attraversano la storia della musica popolare italiana emergono nel suo percorso come dispositivi non soltanto repressivi, ma anche generativi: limiti imposti dall’industria culturale, dalla morale mediatica e dalle aspettative di genere diventano occasioni di reinvenzione espressiva. L’attrito con tali dispositivi produce, infatti, una poetica della frattura, in cui la disobbedienza non si manifesta come rottura totale, bensì come continua torsione delle forme esistenti – reinterpretazione dei codici vocali, slittamenti performativi, appropriazioni ironiche dell’immaginario mainstream. In questa prospettiva, la precarietà non appare come condizione puramente subita, ma come spazio operativo: una soglia da cui articolare nuove modalità di presenza pubblica e nuovi modelli di identificazione collettiva. La canzone diventa, così, un luogo di riconoscimento affettivo e politico, capace di aggregare ascoltatrici e ascoltatori attorno a esperienze condivise di marginalità, eccesso e resistenza quotidiana. L’identità artistica si configura, allora, non come unità stabile, ma come processo relazionale, continuamente ridefinito nello scarto fra visibilità mediatica e auto-narrazione, fra vulnerabilità esposta e strategia di sopravvivenza simbolica.

L’articolo si propone di indagare i modi in cui Loredana Bertè costruisce un’estetica della vulnerabilità che è, al tempo stesso, un’etica della cura e un orizzonte di liberazione. Attraverso l’analisi della voce, del corpo performato e dei testi, si intende mostrare come la sua opera riscriva categorie normative di genere, desiderio e identità nazionale, attivando strategie di ironia, allusione, e risignificazione che offrono ai soggetti marginalizzati un linguaggio condiviso. Essere «figlie di Loredana» significa, allora, riconoscersi in un modo di cantare – nella sua accezione canora e narrativa, quasi epica – e di esistere che trasforma il rischio in possibilità, e la fragilità in comunità.

Storia della censura e dell’immagine pubblica di Loredana Bertè

La proiezione artistica di Loredana Bertè si inscrive fin dagli esordi in una tensione costante fra desiderio di espressione libera e dispositivi di controllo – istituzionali, mediatici, discografici – che hanno tentato di normalizzare, moderare o rendere più “presentabile” la sua presenza scenica. Negli anni Settanta, mentre la canzone italiana vive una fase di rinegoziazione fra tradizione e sperimentazione, Bertè emerge come figura eccedente: una performer che non solo canta, ma “agisce” il proprio corpo come frattura, rifiutando l’aderenza ai codici di decorosa femminilità allora dominanti. Questa eccedenza, spesso percepita come minaccia all’ordine del buon costume televisivo, produce fin da subito forme di censura – più velate che esplicite – culminate nella richiesta ricorrente di “moderare” costumi, movimenti e attitudine.

La RAI, in particolare, rappresenta per Bertè un luogo di negoziazione estetica costante: il suo corpo, segnato da micro-gestualità che sfuggono alla grammatica della presentabilità, diventa un ostacolo al controllo televisivo. Anche quando la censura non si manifesta attraverso divieti diretti, agisce in forme prototeconiche: invisibilizzazione, riduzione degli spazi, imposizione di inquadrature più prudenti. Il corpo di Bertè è sempre un problema da gestire – troppo scoperto, troppo atletico, troppo vicino a una corporeità femminile autodeterminata e non pedagogica (eccedente rispetto ai paradigmi di femminilità normativa, fondati su convenzioni di docilità e leggibilità sociale ancora largamente operative). La scandalosità non risiede nelle sue singole scelte estetiche, ma nella loro insistenza: nella volontà di reiterare figure di libertà che nessun dispositivo tentava davvero di contenere senza far emergere la propria logica disciplinante. È proprio la ripetizione – più che l’eccezione – a produrre attrito, perché trasforma il gesto trasgressivo da episodio isolato in postura persistente, sottraendolo alla possibilità di essere riassorbito come provocazione momentanea o strategia promozionale. In questa continuità, ogni tentativo di normalizzazione finisce per rendere visibili i meccanismi stessi del controllo: la richiesta di moderazione, di coerenza identitaria o di rispettabilità pubblica rivela la necessità, da parte dell’industria culturale e dello spazio mediatico, di ricondurre il corpo e la voce femminile entro forme leggibili e governabili. La reiterazione diventa, allora, pratica politica implicita, perché espone il carattere performativo della norma: ciò che scandalizza non è l’eccesso in sé, ma la sua persistenza nel tempo, la sua resistenza a essere educato, corretto o definitivamente assimilato.

A questa dimensione si intreccia la pressione dell’industria discografica, che richiede di volta in volta una versione più controllabile dell’artista. L’immagine di Bertè oscilla, così, tra la spinta verso un’iconicità pop riconoscibile e la necessità – commerciale, prima ancora che sociale – di renderla meno eccentricamente autonoma. L’industria mira alla scalabilità, alla stabilità del brand; Bertè, invece, insiste su una forma di instabilità creativa che sfugge agli standard. Ciò produce forme di autocensura “di rimbalzo”, che non cancellano la sua eccentricità ma la complicano, articolandola come lotta fra desiderio di libertà e consapevolezza della fragilità della propria posizione nel mercato.

In questo quadro, il confronto mediatico con Mia Martini aggrava la pressione sulla sua immagine. La genealogia mediatica costruita attorno alle due sorelle tende a leggere Bertè attraverso una cornice di eccesso e devianza, modellando la sua presenza pubblica come l’opposto disturbante della compostezza tragica attribuita a Martini. Le due figure diventano paradossalmente strumenti di censura simbolica l’una dell’altra: quanto più Mia è narrata come vittima del sistema, tanto più Loredana è rappresentata come l’irresponsabile, la “scandalosa”, l’inafferrabile. Questa dicotomia – costruita più dai media che dalle artiste – contribuisce a isolare Bertè in un ruolo liminale, dove la libertà estetica è percepita come causa di precarizzazione e non come risorsa creativa.

Ciò che emerge, tuttavia, è la capacità di Bertè di trasformare la censura in materiale performativo. La sua “auto-disobbedienza” – la scelta programmatica di non attenuare mai davvero la propria presenza, ma di rilanciarla – diventa una pratica di resistenza simbolica: un modo di rifiutare la docilità richiesta alla canzone pop e, soprattutto, alle donne che la abitano. Bertè non si limita a opporsi alla censura; la mette in scena, ne mostra i confini, li satura, li eccede. E, così facendo, apre uno spazio di comunità per tutte le soggettività che non trovano posto nelle norme del decoro: le figlie di Loredana, che in quella voce e in quel corpo eccedente riconoscono non solo una figura di ribellione, ma una genealogia emotiva di appartenenza.

Poetiche della vulnerabilità: voce, corpo, testualità

Nel percorso artistico di Loredana Bertè, vulnerabilità e resistenza non sono poli opposti, bensì dimensioni intrecciate che strutturano la sua presenza sonora e corporea. La sua poetica non si fonda sulla confessione o sull’autobiografismo lirico – modalità spesso associate alle cantautrici –, ma su un’esposizione radicale che passa attraverso la materia stessa della voce e la costruzione scenica del corpo. La vulnerabilità, lungi dall’essere un cedimento, si configura come gesto politico: in tensione con quelli che Lauren Berlant analizza come ideali affettivi normativi, dispositivi culturali che organizzano le promesse della “buona vita” e disciplinano le forme di identificazione soggettiva (Cruel Optimism, 2011).

La voce come frattura: abrasione, rischio, potenza

La voce di Loredana Bertè lavora costantemente sull’attrito. Non è pulita, smussata o levigata secondo l’estetica rassicurante della canzone leggera, ma appare piuttosto come un timbro ruvido, talvolta spezzato, sempre in tensione verso il limite e verso la possibilità della rottura. In questa voce si percepisce una materialità insistente: il respiro che affiora, l’asprezza dell’emissione, la fatica del corpo che sostiene il suono. Questa qualità vocale – spesso criticata nel suo tempo come “eccessiva”, “troppo forte”, “troppo maschile” – produce un’esperienza di ascolto che disorienta e allo stesso tempo libera, perché interrompe l’aspettativa di una vocalità femminile docile, controllata e armoniosamente integrata nell’ordine melodico della canzone pop.

Nel quadro dei performance studies, la sua voce si può leggere come una forma di vocalità incarnata, nel senso proposto da Gina Bloom, per cui la voce agisce come evento corporeo e affettivo capace di produrre presenza fisica oltre la stabilità dell’identità performata[1]. La voce, in questa prospettiva, non è soltanto veicolo del testo o dell’intenzione espressiva, ma un gesto che attraversa il corpo e lo espone, rendendo udibile una dimensione di vulnerabilità e di eccedenza che sfugge al pieno controllo della performance. Bertè non canta per aderire a un modello vocale stabilito né per rassicurare l’ascolto attraverso la perfezione tecnica, ma per mostrare ciò che trabocca – l’affetto, la ferita, l’alterità, il desiderio che eccede le norme della rappresentazione. La sua è una voce che insiste sull’instabilità come forma di verità performativa: una voce che incrina, che sfrega contro i limiti del registro e del respiro, che lascia emergere la tensione tra controllo e perdita di controllo. In questo senso, non offre consolazione né chiusura armonica, ma suggerisce piuttosto la possibilità di una soggettività che si sostiene proprio nel suo non stabilizzarsi, nel suo rimanere esposta, fragile e tuttavia capace di trasformare tale fragilità in forza espressiva e gesto politico.

Il corpo fuori norma: esposizione, eccesso, disobbedienza

Fin dagli esordi, il corpo di Loredana Bertè è stato percepito come un disturbo. La sua estetica visiva – vicina al glam, al clubbing, al queer prima ancora che la parola circolasse – sfidava l’orizzonte morale della RAI e quello dell’Italia borghese e cattolica. Il corpo seminudo, la gestualità energica, le scelte stilistiche eccentriche non rispondevano alla logica della seduzione composta, ma a una pratica di auto-disobbedienza: rifiuto di essere leggibile secondo codici normativi di genere. Questo posizionamento scenico può essere illuminato attraverso la teoria della performatività di genere elaborata da Judith Butler e attraverso la riflessione sulla maschilità femminile e sulle soggettività non normative proposta da Jack Halberstam. In Gender Trouble[2], Butler sostiene che il genere non costituisce un’identità stabile o naturale, ma l’effetto reiterato di pratiche performative socialmente regolamentate: ciò che appare come essenza femminile è, in realtà, il risultato di norme continuamente riprodotte attraverso il corpo. Quando tali pratiche vengono ripetute in modo dissonante o eccedente, la naturalità del genere si incrina e la norma diventa visibile come costruzione. La presenza scenica di Bertè – eccessiva, non disciplinata, refrattaria alla compostezza richiesta alle performer femminili – può essere letta proprio come una reiterazione disallineata che espone il carattere artificiale della femminilità normativa. Parallelamente, in Female Masculinity[3], Halberstam mostra come alcune espressioni corporee e stilistiche femminili destabilizzino l’associazione tradizionale tra femminilità e passività, rendendo visibili forme alternative di incarnazione del genere che non coincidono né con il modello maschile dominante né con quello femminile normativo. Più che imitare una postura maschile, tali soggettività producono configurazioni ibride e instabili, nelle quali forza, vulnerabilità ed eccentricità convivono senza ricomporsi in un’identità coerente. In questa prospettiva, Bertè non rappresenta una donna “forte” nel senso conservatore del termine – cioè semplicemente capace di adattarsi con successo a strutture già date –, ma una femminilità attraversata da contraddizioni visibili, continuamente esposta al rischio dell’incoerenza. L’instabilità diventa, così, una risorsa politica: non segno di fragilità identitaria, bensì strategia di sottrazione all’imperativo moderno della coerenza del sé, mostrando come il genere emerga precisamente nei punti in cui fallisce la sua stabilizzazione.

Testualità della frattura: quando il dolore diventa linguaggio

Nei testi delle sue canzoni – spesso scritti da altri ma da lei trasformati in atti performativi unici – emergono forme di vulnerabilità che non chiedono pietà, bensì riconoscimento. Brani come Sei bellissima o Amici non ne ho articolano dipendenze affettive, ferite e desideri non corrisposti, ma lo fanno senza mai costruire un io lirico remissivo o consolatorio. La vulnerabilità non diventa un dispositivo melodrammatico né una semplice estetizzazione della sofferenza, bensì un luogo critico in cui il dolore si fa lingua condivisa. In questo senso, la performance di Bertè opera una torsione significativa rispetto alla tradizione della canzone sentimentale italiana: invece di sublimare la ferita in un racconto edificante, la mantiene aperta, esposta, come esperienza che chiede di essere riconosciuta nella propria ambivalenza.

Questa dimensione può essere letta attraverso la lente della “politica delle emozioni” di Sara Ahmed: le emozioni non sono, qui, condizioni private, ma effetti e strumenti del mondo sociale, capaci di orientare i corpi e di generare forme di appartenenza. Nei brani interpretati da Bertè, il dolore, la rabbia e la dipendenza affettiva non vengono isolati come esperienze individuali, ma messi in circolo come affetti condivisibili, capaci di creare legami fra soggetti che si riconoscono nella stessa precarietà emotiva. La voce di Bertè funziona, allora, come una superficie di risonanza: amplifica sentimenti che, nel contesto sociale, tendono a essere silenziati o privatizzati. Nella voce e nel corpo di Bertè, tali emozioni vengono, quindi, risemantizzate come occasione di solidarietà: non confessione individuale, ma grido comune. È proprio questa trasformazione – dal dolore privato alla possibilità di una comunità affettiva – che permette di leggere la sua produzione come un dispositivo di cura non paternalistica, in cui l’esposizione della vulnerabilità diventa gesto politico e apertura relazionale.

La poetica della vulnerabilità in Bertè produce un doppio movimento: da un lato denuncia la precarizzazione del corpo femminile nello spettacolo; dall’altro crea possibilità di comunità per chi non rientra nei modelli normativi. La vulnerabilità non chiude, ma apre: rende la figura di Bertè non solo simbolo di ribellione, ma anche figura di cura collettiva. È questa la dimensione in cui si radica l’idea, anticipata nel titolo Figlie di Loredana, secondo cui l’artista, pur rimanendo unica e irriducibile, crea genealogie laterali: un seguito di soggettività dissonanti che trovano nella sua voce la prova che la fragilità può essere trasformata in forza condivisa.

La canzone come pratica di cura linguistica ed emotiva

Uno dei tratti più persistenti e meno riconosciuti dell’opera di Loredana Bertè è la sua capacità di costruire uno spazio di cura attraverso la parola cantata, una cura sempre intrisa di frizione, non addomesticata, e proprio per questo politica. Il lavoro linguistico di Bertè non cerca mai la consolazione facile né la linearità narrativa tipica della canzone leggera degli anni Settanta e Ottanta; al contrario, è un cantiere aperto in cui emozioni scomposte, contraddittorie, o persino distruttive vengono esposte come materia condivisibile. La cura è, così, un’attività collettiva, un esercizio di riconoscimento che passa per il racconto di ciò che normalmente viene rimosso.

Già in Sei bellissima, spesso interpretata come una ballata d’amore tormentato, Bertè mette in atto un gesto di rielaborazione critica del linguaggio affettivo eteronormativo. Le parole del partner – giudicanti, ambivalenti, manipolatorie – vengono ripetute e riscritte attraverso la performance vocale; in questo modo la canzone offre un modello di nominazione del danno che produce un orizzonte condiviso di consapevolezza. Non si tratta soltanto di esprimere una ferita, ma di istituire uno spazio in cui quella ferita diventa intelligibile per chi ascolta, un invito a riconoscere micro-violenze e strutture emotive oppressive. In termini femministi, ciò risuona con la pratica dell’autocoscienza[4]: il dolore individuale diventa categoria politica, non perché universalizzato ma perché reso comunicabile.

Una dinamica simile attraversa Dedicato, in cui la cura si manifesta come tensione verso l’altro – un altro fragile, marginale, ferito dalla storia nazionale o dalle sue omissioni. La canzone elabora la precarietà esistenziale non come esperienza isolata, ma come condizione condivisa da una comunità che esiste proprio nella sua disaggregazione. In questo senso, Bertè offre un modello di solidarietà non identitaria: una cura rivolta non a un gruppo nominabile e coeso, ma a soggettività disperse che trovano nella voce della cantante un punto di risonanza.

Questa forma di cura linguistica si intreccia profondamente con la materialità della voce. Le scelte timbriche, sempre sul limite dell’intensità, rendono la vulnerabilità un fenomeno acustico. La rottura, il graffio, il fiato che traballa diventano strumenti per parlare del rischio emotivo senza estetizzarlo. Da questo punto di vista, la “cura” non è mai costruzione di un’immagine rasserenante: è piuttosto il permesso di dire ciò che non sta bene dire, di nominare desideri scomposti, dipendenze affettive, errori, traumi. La cura di Bertè è anti-purificatoria, lontana tanto dall’auto-indulgenza quanto dalla retorica edificante.

Si può osservare questo meccanismo anche in Amici non ne ho, una sorta di auto-diagnosi relazionale che, lungi dall’essere una semplice invettiva, costruisce un territorio emotivo in cui l’isolamento non è mai definitivo. La confessione cruda – “amici non ne ho” – diventa un atto di esposizione radicale che produce, paradossalmente, comunità: gli ascoltatori e le ascoltatrici che riconoscono quella sensazione vengono chiamati a raccolta. È in questi interstizi che si vede chiaramente come la cura, per Bertè, non consista nel tamponare il dolore, ma nel metterlo in comune.

Attraverso queste poetiche emotive, Bertè crea un archivio affettivo alternativo che rilegge tanto le norme della maschilità quanto quelle della femminilità. La cura diventa, così, un gesto queer: non orientata a ristabilire l’ordine, ma a sostenere chi vive in forme di vita disallineate alle aspettative sociali. E, proprio perché la sua scrittura emotiva non cerca mai la corrispondenza perfetta con l’identità – femminile, nazionale, generazionale –, la cura operata da Bertè è una forma di resistenza simbolica. È un invito a occupare la vulnerabilità come spazio comune, come zona di sopravvivenza e, al tempo stesso, di possibile liberazione.

Riscritture queer e femministe: genere, desiderio e nazione nell’opera di Loredana Bertè

La produzione di Loredana Bertè opera una costante destabilizzazione delle categorie normative di genere, desiderio e identità nazionale, agendo come una forza di riscrittura che attraversa decenni di canzone pop. Il suo intervento non si colloca mai all’interno di un femminismo programmatico o didascalico, ma si manifesta attraverso i gesti – vocali, corporei, stilistici – che scardinano dall’interno i codici della rispettabilità femminile, la narrazione eteronormativa della relazione e i dispositivi di coesione simbolica dell’italianità. In questo senso, il suo lavoro rende intelligibile un orizzonte queer prima ancora della codificazione teorica del queer stesso, mostrando come la dissidenza possa emergere a partire da ciò che appare “stonato”, eccedente, incontenibile.

Brani come Non sono una signora offrono un rifiuto esplicito dell’ideologia della “brava donna”, costruita attorno a decoro, stabilità emotiva e domesticità. Bertè enuncia una sottrazione: non solo non aderisce al modello, ma non intende nemmeno offrirsi come alternativa più accettabile. In tale gesto si riconosce una politicità potente: la femminilità non è un luogo da riformare, bensì una matrice da cui difendersi e da cui dis-identificarsi. Il suo posizionamento si avvicina alla nozione halberstamiana di feminine masculinity, non come imitazione del maschile ma come apertura di uno spazio dissidente che riorganizza i ruoli e il desiderio. In molti testi di Bertè il desiderio non segue il percorso lineare della canzone d’amore tradizionale. Non c’è idealizzazione, redenzione né narrazione edificante. In Sei bellissima, la dichiarazione di desiderio si sovrappone alla denuncia di violenza psicologica, decostruendo l’aspettativa che la voce femminile debba esprimere amore devoto o passività emotiva. Il risultato è un desiderio “scomposto”, privo di teleologia romantica, che può essere letto come un gesto queer: una forma di desiderio che non lavora alla riproduzione dei ruoli di genere, ma all’apertura di altre possibilità relazionali, più oneste, più vulnerabili, più disordinate.

La figura di Bertè interviene anche sull’immaginario nazionale. La diva italiana tradizionale – elegante, composta, rassicurante – viene sovvertita da un corpo che si presenta come luogo di eccesso e rischio. La sua voce, spesso definita “sporca” o “ruvida”, infrange le aspettative sulla vocalità femminile nella canzone pop italiana, allora ancorata a un paradigma melodico “pulito”. Questa deviazione performativa produce un’immagine alternativa dell’Italia: non più una nazione della compostezza e della misura, ma un territorio capace di accogliere dissenso, anomalie, esistenze non riconciliate. La sua “contro-italianità” non passa attraverso un rifiuto dell’essere italiana, ma attraverso la riscrittura di ciò che l’Italia può significare. Il Mediterraneo emotivo e sonoro che abita le sue canzoni accoglie figure marginali e desideri irregolari. La comunità che costruisce – come osservato nell’introduzione – non è un insieme armonico, bensì un’assemblea disomogenea di outsider che trovano nella sua voce un luogo di rifrazione e appartenenza.

Molto del lavoro politico di Bertè passa attraverso strategie di ironia e travestimento. Non si limita a rappresentare altre possibilità, ma traveste i codici stessi del pop, utilizzandoli contro la loro funzione normativa. Gli outfit eccessivi, i capelli blu, le performance volutamente sopra le righe costituiscono una forma di parodia emancipatrice: un gesto queer che destruttura i generi (musicali e di genere), mostrando la loro arbitrarietà. Come suggerisce Barthes[5], il pop è un sistema di segni che può essere forzato dall’interno; Bertè compie esattamente questo tipo di torsione semiotica. La genealogia delle “figlie di Loredana” non è fatta solo di artiste che la imitano o la citano, ma di soggettività che trovano nella sua opera una forma di legittimazione affettiva. La comunità immaginata da Bertè include chi è in eccesso, chi è incoerente, chi non corrisponde. La sua estetica del margine anticipa quella che José Esteban Muñoz[6] definirebbe un’utopia queer: non un progetto stabile, ma un orizzonte di possibilità, una promessa di riconoscimento futuro. Loredana produce uno spazio condiviso in cui l’unicità non è isolamento, ma condizione di possibilità per una forma collettiva di resistenza.

Conclusioni

La traiettoria artistica di Loredana Bertè permette di leggere la canzone pop italiana come un campo di forze in cui vulnerabilità, dissidenza e cura si intrecciano in modi radicali. Fin dagli esordi, Bertè ha reso impossibile la pacificazione della figura della cantante pop entro i confini del decoro e della riconoscibilità commerciale: la sua voce roca, spezzata, esposta, ha performato un modello di soggettività che sfugge alla linearità narrativa e all’ideale della cantante “affidabile”. Allo stesso tempo, la sua estetica dell’eccesso – sonora, corporea, iconografica – non ha mai funzionato soltanto come provocazione, ma come gesto di socialità alternativa, capace di convocare una comunità di ascolto fatta di outsider e di figure poste ai margini del discorso nazionale.

In questo senso, Bertè incarna simultaneamente unicità e appartenenza: resta irriducibile nei suoi attraversamenti formali e identitari, ma non smette di fare spazio, di aprire scenari di identificazione plurale. Le sue canzoni non propongono modelli normativi, ma configurano luoghi in cui la fragilità diventa condizione condivisibile, produttiva, generativa. Tale apertura è una forma di cura, una pratica di accoglienza che non si dà come rassicurazione bensì come solidarietà nella differenza.

Le sue riscritture del genere, del desiderio e della femminilità contribuiscono, inoltre, a decostruire l’orizzonte identitario che la cultura italiana ha spesso imposto alle sue interpreti, mostrando come la voce femminile possa farsi superficie critica, spazio di tensione e di espansione. La costante oscillazione fra esposizione e difesa, fragilità e potenza, solitudine e comunità conferma la centralità di Bertè nella storia culturale dell’Italia contemporanea. In definitiva, le sue canzoni non solo resistono ai dispositivi di controllo, ma contribuiscono a immaginare un modello alternativo di appartenenza: quello delle figlie di Loredana, una comunità fluttuante e non identitaria, che si riconosce nella possibilità di essere imperfetta, incoerente, e per questo politicamente significativa.

 

Bibliografia

S. Ahmed, The Cultural Politics of Emotion, Edinburgh, Edinburgh University Press, 2004;

R. Barthes, Le grain de la voix, Paris, Seuil, 1981;

L. Berlant, Cruel Optimism, Durham, Duke University Press, 2011;

L. Bertè, Traslocando. È andata così, Milano, Rizzoli, 2015;

G. Bloom, Voice in Motion: Staging Gender, Shaping Sound in Early Modern England, Philadelphia, University of Pennsylvania Press, 2018;

J. Butler, Gender Trouble: Feminism and the Subversion of Identity., London, Routledge, 1990;

J. Halberstam, Female Masculinity, Durham, Duke University Press, 1998;

J. E. Muñoz, Cruising Utopia: The Then and There of Queer Futurity, New York, New York University Press, 2009;

Rivolta Femminile, Non credere di avere dei diritti. Scritti di Carla Lonzi, Carla Accardi e Elvira Banotti, Milano, Scritti di Rivolta Femminile, 1970.

  1. Cfr. G. Bloom, Voice in Motion: Staging Gender, Shaping Sound in Early Modern England, Philadelphia, University of Pennsylvania Press, 2018.
  2. Cfr. J. Butler, Gender Trouble: Feminism and the Subversion of Identity, London, Routledge, 1990.
  3. Cfr. J. Halberstam, Female Masculinity, Durham, Duke University Press, 1998.
  4. Cfr. Rivolta Femminile, Non credere di avere dei diritti. Scritti di Carla Lonzi, Carla Accardi e Elvira Banotti, Milano, Scritti di Rivolta Femminile, 1970.
  5. Cfr. R. Barthes, Le grain de la voix, Paris, Seuil, 1981.
  6. Cfr. J. E. Muñoz, Cruising Utopia: The Then and There of Queer Futurity, New York, New York University Press, 2009.

(fasc. 60, 25 maggio 2026)

Poesia in musica di fine secolo (e millennio). Due esempi di rimediazione del tardo Novecento italiano

Author di Beatrice Magoga

Abstract: L’articolo propone un’analisi di due esempi tardo-novecenteschi di interazione fra poesia e musica: Elegia Sanremese (1998) di Tommaso Ottonieri e Farfalle da combattimento (1999) di Lello Voce. Ricorrendo ai concetti teorici di Stimmung (Gumbrecht), di rimediazione (Bolter, Grusin) e di evenemenzialità e performatività della poesia (Culler), si è cercato di capire in che modo la poesia possa appropriarsi del linguaggio musicale e quali possano essere gli effetti generati da questa appropriazione, tanto sul piano testuale quanto su quello dell’esecuzione musicata del testo.

Abstract: The article analyzes the interplay between music and poetry in two late-twentieth-century works: Tommaso Ottonieri’s Elegia Sanremese (1998) and Lello Voce’s Farfalle da combattimento (1999). Drawing on the concepts of Stimmung (Gumbrecht), remediation (Bolter, Grusin) and eventfulness and performativity of poetry (Culler), it examines how poetry appropriates musical language and the effects of this appropriation, both at the textual level and in the musical performance of the text.

Malgrado l’evidente «sordità […] verso i nuovi media acustici»[1] che secondo Ortoleva ha interessato la cultura dell’intero Novecento, la poesia del secolo scorso sembra comunque aver cercato, a proprio modo, di riattivare la «dimensione profonda» e «di superficie»[2] dell’oralità del verso, ricorrendo, oltre a strategie linguistico-testuali, agli strumenti della fonografia[3]. In questo avvicinamento «al lavoro sul suono che è proprio della musica»[4], vanno collocate anche alcune delle ultime produzioni della parabola novecentesca italiana. Tra queste, si può trovare un esempio piuttosto curioso nei libri-CD della collana «inVersi» di Bompiani.

Attiva, con le prime pubblicazioni, dal 1998 e curata da Aldo Nove, la collana raccoglie una serie di libri dal «carattere riconoscibilmente (ma anche sarcasticamente) fresco e pop»[5], tutti accompagnati da un CD con l’esecuzione di poesie tratte dalle rispettive raccolte. L’integrazione del CD in ciascun libro, oltre che essere l’indizio di quella temperie “cannibale” (con in testa, peraltro, Nove) che puntava sulla contaminazione e dissacrazione delle forme, è un chiaro esempio di quel «ripensamento del verso, in chiave orale, come vera e propria ‘partitura’» che aveva contraddistinto tutto il Novecento e che sta alla base della «discografia poetica»[6] che si era diffusa in Italia a partire dalla fine degli anni ’50. Aver unito in un unico oggetto il testo scritto e la sua resa vocale – in alcuni casi accompagnati addirittura da delle immagini – ha contribuito nettamente a realizzare il progetto di una «poesia dilatata»[7], «anfibia» o «ibrida» che dir si voglia[8], capace di palesare la natura multimediale e plurisensoriale del verso.

Della collana Bompiani ci interessano, ai fini della nostra ricerca, soltanto due libri: Elegia Sanremese (1998) di Tommaso Ottonieri e Farfalle da combattimento (1999) di Lello Voce. Questi sono, infatti, gli unici libri di autori italiani della collana i cui CD contengono la registrazione di una lettura musicata dei testi. Quello che vorremmo proporre nelle prossime pagine è il primo abbozzo di un’analisi, ancora in via di sviluppo, delle modalità di interazione e degli effetti di senso generati nell’incontro tra la poesia e la musica. Prima di procedere con l’esame dei casi di studio, è meglio, però, premettere alcune precisazioni.

La cornice entro cui si muoverà l’indagine è definita da una concezione performativo-evenemenziale del testo poetico, secondo la quale il verso, nelle parole di Culler, «aims to be an event, not a representation of an event»[9]. Come ben suggerisce Hans Ulrich Gumbrecht, l’esperienza estetica di un testo letterario, piuttosto che fondarsi esclusivamente sul paradigma della rappresentazione, è meglio descrivibile in termini di Stimmung, ‘umore’, ‘atmosfera’[10], un ambiente sensoriale generato dall’azione simultanea di «presence effects» e «meaning effects»[11] che arrivano a toccare, come fossero viva presenza, i sensi e la coscienza del fruitore. In quest’ottica, lo stesso processo di comprensione del testo è ascrivibile, più che al dominio dell’interpretazione, a quello di «an experience of meaning in process»[12], in cui una serie di eventi sia verbali sia sonori vengono rielaborati da chi legge «secondo una logica che non è (più) solo quella della lingua»[13] e che prevede, quindi, altre implicazioni che ne complicano il funzionamento.

Date queste premesse, viene da chiedersi che cosa accada all’esperienza del testo nel momento in cui quest’ultimo viene fatto interagire con la musica. Se consideriamo che lo stesso Gumbrecht, nello spiegare il concetto di Stimmung, fornisce come esempio quello dell’ascolto musicale[14], possiamo innanzitutto ipotizzare che durante la lettura musicata di un testo di poesia non solo viene reso manifesto il carattere di “evento” (come suono, ritmo, enunciazione, senso ecc.) della parola poetica, ma vengono anche accentuati alcuni suoi aspetti.

Nel momento in cui si costituisce questa forma di espressività «poetico-musicale»[15], al valore linguistico ed esperienziale della parola viene sovrapposto un significato musicale che funziona secondo «an experiential rather than a discursive logic», ossia che risulta essere carico di «a psychological rather than a semiological significance»[16]. A differenza del linguaggio, che è connotato sia da uno sia dall’altro senso, la musica è totalmente immune dalle nozioni linguistiche e semiotiche che si possono applicare alla parola (quali quelle di denotazione, referente, significato/significante e simili): essa agisce come «emotional ‘contagion’ or ‘infection’»[17], è essenzialmente l’accadere di un “evento” che, in quanto tale, si verifica nel qui e ora, si manifesta nel divenire di un processo e nella relazione con un “altro” che viene fisicamente ed emotivamente toccato da questo stesso accadere[18]. Nella «rimediazione»[19] fra musica e poesia, definita – come per ogni altra rimediazione – da una tensione all’«hypermediacy» e all’«immediacy», viene appunto rafforzato

questo senso d’immediatezza, perché la musica ha una fortissima componente timica, e grazie al legame rimediativo (e anche ipermediativo) tra poesia e musica la prima attiva contestualmente i due sistemi espressivi – lettura e ascolto, poesia e musica –, cioè sfruttando la serie di continue rimediazioni tra i due media, ognuna delle quali lascia una traccia, laddove l’effetto di questa duplice attivazione produce un intensificarsi della salienza (importanza) degli aspetti timici del testo[20].

Sulla base di queste ipotesi preliminari, l’incontro tra musica e poesia non farebbe altro, quindi, che amplificare il carattere evenemenziale del senso e approfondire e caratterizzare, con una maggiore varietà di sfumature, la Stimmung affettiva che promana da ciascuno dei due media. Ora, non ci resta che verificare se e come tutto ciò si realizza nei due esempi di poesia in musica che abbiamo scelto. Nel farlo, cercheremo di predisporci a quello che Alessandro Mistrorigo ha chiamato «ascolto critico»[21]: pur mantenendo uno sguardo privilegiato sul testo, ci situeremo al di là della pagina scritta per tendere l’orecchio alla performance d’autore (in entrambi i casi, sono i poeti in persona a fare da voce recitante) e assistere a come si dispiega una delle possibili «varianti» di senso e d’esistenza «that together, plurally, constitute and reconstitute the work»[22].

Per rendere più chiaro il ragionamento e il processo di verifica, verrà prima analizzato il caso di Lello Voce, anche se cronologicamente più tardo.

Poesia in forma di rap

Autore che ha fatto della riscoperta dell’oralità poetica e della cooperazione tra musica e poesia il fondamento della propria opera – cosa che l’ha reso, per Marrucci, «un caso-limite per certi versi paradossale» –[23], Lello Voce propone in Farfalle da combattimento quel modo di fare poesia, tipico di altri suoi libri, che integra in sé la musica, che fa della musica un momento essenziale della composizione, indispensabile affinché il verso e il suo senso si realizzino compiutamente. Per il poeta, infatti, il testo non nasce per essere soltanto un testo, del tutto indipendente dall’esecuzione musicale che se ne farà; bensì, si articola in una forma la cui struttura prosodica e sonora già ingloba in sé una sua musica, che poi verrà esplicitata sul palco («il problema non è essere canta-poeta, ma far sì che la musica che si esegue sia già nella poesia, nei suoi ritmi, nelle sue melodie»)[24].

Non è assolutamente un caso, quindi, che le poesie contenute nel libro paiano tutte “risuonare”: da una parte, osserva Balestrini nella prefazione, vengono impiegati endecasillabi, rime, figure di suono, forme chiuse, per indirizzare la poesia verso «il ritorno all’oralità originaria del verso»[25] (si vedano, a proposito, i «doppi sonetti» della sezione Rorschach); dall’altra, alcuni testi vengono impostati come vere e proprie “canzoni”, dotate di strofe, rime, ritornelli e formule ricorsive che richiamano tanto la tradizione orale, fondata sui meccanismi della ripetizione, tanto l’universo pop della musica moderna[26]. È appunto tra queste poesie-canzoni che troviamo il brano inciso sul CD che accompagna il libro, ossia Rap di fine secolo [e millennio] (o di G. M. Hopkins)[27].

Definito dallo stesso Voce come una delle sue prime «poesie con musica»[28], questo lungo componimento propone una riscrittura in forma di rap del poemetto The wreck of the Deutschland di G. M. Hopkins, un’ode di 35 strofe sul naufragio di una nave passeggeri. Per convertire il testo hopkinsiano in una poesia rap, Voce interviene su più fronti: il brano viene organizzato in 7 strofe di 12 versi, intervallate da un “ritornello” in corsivo che riporta in traduzione alcuni stralci del poemetto; i versi, ricchi di richiami e giochi fonici, vengono costruiti su un ritmo “discorsivo”, “accentuale”, che emula, al contempo, lo sprung rythm di Hopkins e le misure lunghe, quasi prosastiche del rap[29]; infine, l’immaginario cupo e apocalittico viene svuotato del moralismo cristiano dell’originale e caricato di toni di denuncia, di biasimo, che condannano l’abuso dei potenti sui più deboli, i crimini da loro perpetrati, e la schiavitù dell’uomo alle leggi del capitale. L’esito è un proliferare inesorabile e concitato di parole ritmate – gli «anelli di fumo»[30] di cui parla Jovanotti nella nota a inizio libro – che dipingono l’immagine di un mondo transatlantico sballottato dagli eventi del ventesimo secolo («due guerre due mondiali […] e una mondializzazione»)[31], e che ormai, finalmente, si approssima a naufragare:

fine finalmente finita fine fissato flusso di flutti feroci a finis-mondo a

finis-terra a finis-tempo fibula finta e fine fetta-fibroma frutta friabile e

frugale filo e fiore fretta fugace fine fra fini fine fra feste fine fra folti

boschi d’inganni e utopie e terrori che vagano tra il ponte e il fondo della

stiva del mondo col fumaiolo in stelle e feste e fuochi e fumi verso il cielo

e la prua a contro-mare che taglia tempo e millennio e scorcia l’orizzonte

con l’universo in bonaccia e le galassie in espansione con moto ondoso e calmo

e le luci accese nel salone e quelli sul ponte di passeggiata poi che salutavano coi

fazzoletti bianchi gli altri a terra le frotte di morti rimasti a riva e la musica era jazz

ovviamente musica da ballo a tacchi alti per correre fino alla Rivoluzione alla prua

dove c’è la bandiera e vedere solo mare davanti a sé polena-Potemkin dell’avvenire

protagonista proletario e rosso di rabbia io che di falce e martello il mondo già costello

Nelle nevi sfreccia

Scagliando all’indietro il porto

Il Deutschland, di Domenica, e il cielo già s’infeccia

Perché l’aria è infinita e senza conforto

E il mare silice schiumascaglia, nero-dorsuto al soffio regolare,

Stabile da EstordEst, nel quadrante maledetto, il vento sorto;

Neve irta e bianca-fiammante tutt’attorta in turbinare

Vortica verso gli abissi di sole vedove dove di padri e figli non c’è traccia

[…][32]

Lungi dall’essere un’operazione puramente «nominalistica»[33], l’adesione al modello della canzone rap connota in maniera profonda il testo, sia sul piano strutturale e versale sia su quello stilistico, al punto da renderlo già di per sé piuttosto eloquente, solido e autosufficiente.

Pur essendo, questa, una prerogativa indispensabile per qualsiasi poesia («il testo poetico dovrebbe avere una sua capacità di vivere autonomamente, persino sulla carta, di stare, insomma, in piedi da solo»)[34], un testo simile non può, per Voce, limitarsi alla pagina scritta né può essere semplicemente letto in pubblico. Perché esplichi del tutto il suo potenziale semantico, la poesia deve intrecciarsi, durante l’esecuzione, con una musica che faccia da contrappunto ai ritmi e all’andamento del verso, ovvero che si “temperi” a perfezione su quegli aspetti della lingua che altrimenti resterebbero muti:

La poesia che nasce musica, con la musica torna oggi a temperarsi, non per esserne accompagnata, né per ornare di contenuti una melodia puramente sonora, ma precisamente per dare voce a quella parte “analfabeta” che sta in ogni linguaggio e che l’alfabeto non può significare. Per esprimere, moltiplicandolo per armoniche acustiche, tutto il potenziale sonoro della lingua che la scrittura inevitabilmente silenzia[35].

L’esecuzione musicale ha quindi, in questo caso, lo scopo di rendere manifesto l’evento sonoro custodito in potenza nella parola scritta; ha cioè la capacità – come si accennava nella premessa teorica – di realizzare compiutamente e di rendere nitidamente percepibile il carattere di “evento” della parola poetica, sia in termini di suono e di ritmo sia in termini di effetti di senso e di effusioni emotive. Questa azione “maieutica” della musica sulla poesia – per parafrasare Pagnini –[36] ha, di fatto, una funzione intensiva: tanto l’inclinazione performativo-evenemenziale della poesia quanto la materia affettiva del testo vengono rimarcate, esaltate e meglio caratterizzate da una musica che si accorda alle qualità del verso, così che la Stimmung dell’opera si faccia più ricca, strabordante, contagiosa.

Quando Voce esegue il Rap di fine secolo assieme a Frank Nemola (programmazione elettronica) e Paolo Fresu (tromba), accade appunto questo. La base musicale ricrea, prima di tutto, un’atmosfera sonora vicina al rap anni ’90, con beat, elettronica e sample jazzistici (gli incisi melodici della tromba di Fresu) che ribadiscono e rafforzano l’operazione di trasfigurazione del poemetto di Hopkins in un testo rappeggiante. Nel far ciò, la tessitura musicale segue una precisa ratio, perfettamente combaciante con la struttura della poesia. La musica che accompagna le strofe, infatti, dal ritmo meno incalzante e dalle sonorità più sfumate e inquiete (la tromba, ad esempio, suona con la sordina), è in netto contrasto con i ritmi concitati (pulsazione doppia) e i suoni più forti e squillanti (tromba senza sordina) dei ritornelli, dove la voce distorta del poeta recita con fare oracolare i versi hopkinsiani. La distinzione grafica tra strofa e ritornello, nonché tra citazione e versi originali di Voce, viene quindi riproposta in veste musicale e meglio definita nella sua valenza di senso: la carrellata di fatti, vittime e protagonisti dei drammi del Novecento, sciorinati dal poeta con un tono di voce amaro e quasi sprezzante, assume ancor di più l’aspetto, all’ascolto, di una rievocazione memoriale un po’ trasognata e visionaria (questo è l’effetto degli interventi di Fresu) che ha però, al contempo, la solidità affermativa della denuncia (la pulsazione è inesorabile); gli incisi di Hopkins, invece, tanto profetici quanto criptici, interrompono il flusso di Voce con un momento di frenesia e angoscia che ricalca l’incalzare di un qualche giudizio sulla storia.

Oltre a questa corrispondenza strutturale, la musica asseconda anche l’andamento del discorso, si evolve con esso, diversifica timbri e intensità, accumula di strofa in strofa nuovi suoni che infittiscono il layering della traccia, in modo da aumentare gradualmente la tensione e, infine, rilasciarla nei momenti salienti del testo. Nella prima metà del Rap, ad esempio, dopo che a ogni strofa è stata di un minimo alterata la base musicale con l’aggiunta di un nuovo ritmo e un nuovo suono, il climax raggiunge l’apice al terzo ritornello, di gran lunga il più rumoroso di tutti, in cui viene ricordato l’inevitabile destino di morte a cui è condannata l’umanità:

“C’è chi mi trova spada qualcuno

Invece la flangia e la rotaia; fiamma

Zanna, o flutto” la Morte batte sul tamburo

e le tempeste strombazzano la sua fama.

Ma noi sogniamo di essere radicati nella terra – Polvere!

Carne cade accanto a noi, noi, benché il nostro fiore abbia la stessa trama,

Ondeggiamo col prato, dimentichiamo che lì è dovere

Dell’aspra falce d’acquattarsi e che verrà il vomere bruno[37].

È in momenti come questo che viene ancora una volta rimarcata l’adesione della poesia ai connotati più tipici del rap. La confusione causata dalla sovrapposizione di più layers, la densità del ritmo e la distorsione dei suoni, assieme a una cascata di parole dalla marcata caratterizzazione fonica, si allineano alla necessità del rap di esprimere la violenza in una «hardcore poetic expression», non tanto per il gusto della violenza in sé quanto più per smuovere la coscienza degli ascoltatori e per rompere «the conspiracy of silence and complacency about economic oppression, police violence, and other social ills»[38] che hanno invaso il mondo contemporaneo. In questo modo, la critica nei confronti delle aberrazioni di un intero secolo – che è, di fatto, l’oggetto principale di questa poesia – acquisisce ancor più vigore e una maggiore capacità di impatto sul reale.

C’è ancora un ultimo aspetto significativo da segnalare, che ha più a che fare con il modo in cui Voce recita i propri versi. Ascoltando la versione musicata della poesia, si nota, infatti, una «notevole divergenza strutturale esistente fra il testo verbale scritto […] e quello sonoro»[39], ossia una non corrispondenza tra l’organizzazione in versi del discorso e l’esecuzione che ne fa il poeta. Durante la lettura, i lunghi versi del Rap vengono segmentati in una serie di incisi più brevi di senso compiuto che travalicano i confini grafici della poesia e tappezzano il flusso del discorso di pause e cesure interne. Il momento della performance ha quindi, in questa circostanza, non solamente un ruolo intensivo: in un testo-fiume privo di punteggiatura, in cui si concatenano immagini e suoni che talvolta sembrano irrelati tra di loro, l’esecuzione aiuta il lettore-ascoltatore a orientarsi in quella valanga di parole e a coglierne, con maggiore facilità e chiarezza, il senso. In un’atmosfera così totalizzante e pervasiva, d’altronde, perché il “messaggio” di questa poesia civile[40] non venga oscurato dalla «fortissima componente emotiva»[41] messa in risalto dall’esecuzione vocalico-musicale, è bene non «rinunciare del tutto alle valenze semantiche della parola»[42] e puntellare, ogni tanto, il flusso melopetico con nuclei di senso, certo, ambigui, ma comunque dotati di un referente semantico più preciso rispetto a quello musicale. La Stimmung del Rap di fine secolo [e millennio] trova, quindi, nella messa in musica di un testo già di per sé fortemente contaminato con il linguaggio musicale, l’occasione di rendersi presente al fruitore e di essere potenziata e chiarificata in tutte le sfumature di senso, siano esse di carattere affettivo (l’inquietudine, l’aggressività, la rabbia, il biasimo) o più strettamente semantico («diamogli la paga e che sia finita: è ora che sappiano che è meglio morire che perdere la vita»)[43].

Poesie e canzonette

Nella stessa temperie artistico-culturale in cui si muove Voce, Tommaso Ottonieri prosegue con la sua ricerca letteraria arrivando a pubblicare, dopo una serie di soli libri in prosa (Dalle memorie di un piccolo ipertrofico del 1980, Coniugativo del 1984, Crema acida del 1997), il suo primo libro di poesia: Elegia Sanremese.

Raccolta composita e intermediale, l’Elegia alterna il testo scritto con alcune illustrazioni di Pablo Echaurren e lo contamina, a un livello più profondo, con le forme compositive della popular music, tanto a livello tematico quanto su un piano macro- e micro-testuale.

Come già suggerisce il titolo, il bacino musicale da cui Ottonieri attinge è soprattutto dominato dall’universo canzonettistico della musica italiana, emblematicamente rappresentato, nella sua forma più degenere, dal festival di Sanremo[44]. A parte alcuni sporadici riusi del rock alternativo straniero (come, ad esempio, la rivisitazione di Commercial Album dei Residents sul “lato B” della sezione Juke Box Cuore di Panna), i versi dell’Elegia pullulano di stilemi, motivetti, personaggi che hanno definito il modello standard della canzone italiana e che hanno plasmato, di conseguenza, l’immaginario pop di un’intera nazione. Si incontrano, infatti, lungo tutta la raccolta, citazioni esplicite di ritornelli e tormentoni musicali («Parlano d’amore tutti tulli- / tulli-tulli-tulli-pan, / in fiore: / che ci cantano parole ci-ca ci-ca ci-ca / lando»)[45], poesie che insistono sull’argomento estremamente trito dell’amore e del lamento amoroso («noi ti diremo diremo le parole / che sgrondano di cuore fiore cuore / orrore orrore orrore amore od altra / amata rima in altro tempo sciocco»)[46], come pure alcuni dei protagonisti della storia della musica e dello spettacolo italiani del secondo dopoguerra (si pensi, ad esempio, al Luigi Tenco che prende parola nell’ultima sezione).

Naturalmente, in questo quadro, i testi eseguiti e musicati nella registrazione sul CD annesso al libro non rappresentano un’eccezione. Le poesie selezionate per comporre il medley Elegia Vertigo che troviamo nel supporto audio[47] sono un campione rappresentativo dell’intera raccolta: qui, vengono concentrati tutti gli elementi formali e tematici che fanno del libro una sorta di «‘canzoniere’ amoroso di taglio pop-rock-gore»[48], dove le istanze più tipiche della canzone moderna arrivano a confondersi, fin quasi all’indistinguibile, con metri, versi, temi della tradizione lirica colta. Secondo Ottonieri, infatti, una poesia che ormai vive immersa «nel reticolo mediale»[49] del presente televisivo e del web non può non lasciarsi contagiare da tutta quella «plastica della lingua»[50], dei corpi e della merce che viene propinata e imposta dai media di massa. Perché non si faccia «decorativa, o autoreferenziale, o musona», cioè, in sostanza, «impraticabile» e «inerte»[51], la letteratura deve lasciarsi permeare dalle logiche del consumo, deve assorbire a tal punto il linguaggio e la materia della merce da farsi plastica anch’essa, non per adeguarsi al diktat del capitale, bensì per sublimare questa merce, consumarla, superarla, «trash’enderla»[52] nell’incontro con la lingua che più fra tutte si oppone al monolinguismo di consumo: quella della poesia. Come ben scrive Giovanna Lo Monaco, nella poesia di Ottonieri «l’accoglimento del “linguaggio della merce” e della realtà mediatica» assume l’aspetto di «una forma di “resistenza” alla merce stessa, di disturbo della comunicazione»[53] attraverso gli stessi strumenti che la realtà mercificata utilizza per garantire la propria esistenza.

Questa poetica del «trash’endente», applicata al settore della musica di consumo, si riverbera nei versi di Elegia Vertigo su almeno tre piani differenti. Innanzitutto, dal punto di vista tematico, l’ossessione d’amore che pervade di immagini ed espressioni banali i testi di canzone viene ripresa e problematizzata con una deviazione verso il macabro, il mortifero («giaci giaci giaci / sull’asfalto / il sangue ancora caldo / m’estingue sul tuo corpo / quando cado»)[54], fino a che non diventa essa stessa «strazio funerario»[55] che conduce all’annichilimento del soggetto («forse un bel giorno basta, andare via»)[56]. In questo senso, ad essere tematizzata è anche la pervasività della merce sotto forma di musica, che si insedia di soppiatto nelle menti degli individui («c’è un motivetto che mi sbatte nella testa, / e non se ne va») per livellare le coscienze sullo standard di un’“allegria” posticcia ed esaltata, maschera di un più profondo stato di malessere («tutto un senso di noia / nella gola – è la felicità, // questa qua? oppure è il malessere / che mi succhia dal plesso»)[57]. A questo aspetto si aggiungono, poi, come già anticipato, citazioni tratte da famosissimi motivetti di canzone («è per i 24 / e quattro mila baci», «vedrò quel gatto nero che volevo»)[58] che si mescolano a perfezione con evidenti echi letterari (i versicoli ungarettiani al participio passato: «flautati acuminati / da plastica e da stoffa / soffocati»; il Montale degli Ossi: «forse un bel giorno basta, andare via», «io sciolgo l’arsura sonora»; se non, addirittura, d’Annunzio o il Quasimodo di Alle fronde dei salici: «dall’arpa canora che sul vento ci sfiora»)[59].

Ciò che, però, fa davvero risuonare questo impasto verbale è l’apparato ritmico e retorico che sorregge i testi. Le poesie dell’Elegia riabilitano tutti gli stratagemmi che la canzone italiana moderna ha adottato e attualmente adotta per comporre il proprio discorso in musica. L’utilizzo di ritmi monotoni, ripetitivi, con accenti in posizione fissa, e di versi brevi in rima e con uscite spesso tronche, rese anche con pronomi, parole monosillabiche e altri «incisi usati come zeppa»[60], è l’elemento che, secondo Luca Zuliani, meglio contraddistingue l’italiano dei testi per musica, e su cui, non a caso, Ottonieri costruisce le proprie poesie sanremesi. Basta dare una letta a una delle poesie del medley per rendersene conto:

sai per sai per sai per

ché mi piaci

è per i 24 e quattro mila baci

che t’ho dati

flautati acuminati

da plastica e da stotta

soffocati,

cioè dico in carne ed ossa, nella fossa

che più non ti darò

giaci giaci giaci

sull’asfalto

il sangue ancora caldo

m’estingue sul tuo corpo

quando cado

(vertigo!!)

e a picco dal tuo corpo traggo il colpo

più sordo

che in te mi affonderò

giù per giù per giù per

questa strada

sterrata inerpicata

scialbata mai palpata, dolorosa

del mio orrore

tremore &

bugie meravigliose,

vedrò quel gatto nero che volevo

e non tenevo

e che da te non ho

[…][61]

Oltre alla regolarità del ritmo martellante dei versi[62], all’uso insistito della rima (“piaci-baci”, “stotta-fossa”, “asfalto-caldo”) e alla chiusura tronca del verso, soprattutto a fine strofa («sai per sai per sai per», «e che da te non ho»), si può notare, in questa come anche in altre poesie, che il discorso procede per rimandi fonici, tramite una concatenazione acustica obbediente «alla sola logica dell’energia ritmico-pulsionale che galvanizza la parola»[63], più che al nucleo semantico, al “messaggio” veicolato dalla lingua. Per Ottonieri, infatti, il sapere della poesia si situa sempre al di là della semantica, non è un “dire”, ma un «interdire» che non ha nulla a che fare con «l’intelligibilità letterale» della parola e che, piuttosto, appartiene a «quello scarto che precede/eccede la dicibilità, e che soltanto può raggrumarsi – grammatizzarsi – in musica, o ritmo, o: respiro»[64]. Viene, così, amplificato quel funzionamento «allusivo»[65] del significato poetico che avvicina e quasi sovrappone il verso alla musica.

Come si è già visto con l’esempio di Voce, nel momento in cui un testo di questo tipo viene eseguito con l’accompagnamento musicale, tutte queste caratteristiche vengono, di fatto, amplificate: la parola manifesta dichiaratamente il proprio potenziale sonoro diventando suono tra suoni, e così facendo svela quella natura evenemenziale e allusiva del senso di cui non sempre ci si accorge nella lettura del testo scritto. Inoltre, anche nella performance poetico-musicale dell’Elegia vengono meglio messi in luce il fondamento compositivo che ha guidato Ottonieri nella scrittura e le dinamiche di significazione con cui ciascuna poesia dà forma alla propria Stimmung.

Ascoltando la voce di Ottonieri e il gruppo Ringe Ringe Raja, si nota, prima di tutto, un aspetto che non si sarebbe potuto dedurre appieno dalla sola lettura del libro. I brani sai per sai per sai per e forse un bel giorno basta, andare via vengono entrambi eseguiti con l’accompagnamento di due famosissime canzoni (rispettivamente Quizàs, Quizàs, Quizàs e Ciao amore, ciao) delle quali essi ricalcano, oltre al testo, il ritmo e la melodia, come fossero delle riscritture, delle specie di covers. Nella prima delle due, in particolar modo, c’è un’elevata corrispondenza tra le pulsazioni del tempo musicale (in 4/4) e gli accenti forti dei versi: anche se la voce predilige, nel complesso, una dizione “rubata”, non rigidamente vincolata allo schema ritmico della musica, una perfetta sincronia tra pulsazione e accento versale si verifica sempre in apertura e in chiusura di strofa, e addirittura arriva, in alcuni casi, a far combaciare il ritmo della melodia alla fisarmonica con il ritmo scandito dagli accenti dei versi («vedrò quel gatto nero che volevo», «così che poi aspettando», «crudele quel dondon delle sirene del»). Una cosa simile accade nel secondo dei due esempi, dove, mano a mano che la canzone di Tenco si fa più presente, la voce comincia a seguire le indicazioni di tempo della musica coordinando pulsazione e accento, per sottolineare le corrispondenze rimiche («(sulle ali del vento, spezzate dal vento, / in questo momento) adesso che sento / l’inanità del tempo») o, a fine poesia, per far perfettamente coincidere la rivisitazione poetica del testo di canzone con la sua melodia («per dire / ciao mentre scivolo / ciao mentre scivolo, // ciao»).

È chiaro che, in questo modo, il sistema citazionistico su cui si basano le poesie dell’Elegia acquista un nuovo spessore: le citazioni che compongono gli «ipertesti» di Ottonieri, definiti dallo stesso poeta come «un internet, una connessione (infinitamente) combinatoria di reti»[66], si rivelano, durante l’esecuzione, non solo di natura testuale, ma anche di derivazione melodica, ritmica, e, in senso più ampio, musicale. L’amalgama di tradizione colta e popolare che contraddistingue la scrittura di Ottonieri e la sua poetica del «trash’endente» si dirama, quindi, su tutti gli strati e le modalità di fruizione (lettura o ascolto) del fatto poetico; ed è proprio nella performance che questo amalgama ipertestuale può concretamente invadere i sensi del lettore-ascoltatore, travolgerli con l’atmosfera satura di informazioni in cui l’uomo ipermediale postmoderno è immerso.

L’effetto che ne deriva non è tanto (o non solo) quello di un’intensificazione del tratto tragico e patetico dei testi – cosa che, in effetti, si verifica nei toni malinconici dell’esecuzione di c’è un motivo che mi sbatte nella testa –, ma è, piuttosto, quello di una parodia dell’affetto, o al più di un distaccamento ironico dallo stesso, tramite il gesto ludico dell’eccesso citazionistico, della mescolanza di linguaggi diversi e dell’urto tra cultura alta e bassa. Nel momento in cui l’Elegia viene accompagnata da motivetti di musiche note, il lamento funebre di quest’io poetante dalla «natura discenditiva»[67] viene rovesciato nella caricatura di sé stesso, in una versione canzonettistica più “leggera” e orecchiabile, anche se non del tutto immune dallo spettro della morte: sulle note di Ciao amore, ciao, d’altronde, aleggiano le ombre della malinconia e del suicidio di Tenco.

 

 

  1. P. Ortoleva, Le tecnologie del suono e la coscienza del Novecento, in Un secolo di suoni, i suoni di un secolo, a cura di M. Pistacchi e P. Ortoleva, Bologna, Minerva Edizioni, 2012, pp. 73-93, cit. a p. 86.
  2. N. Lorenzini, Il presente della poesia, Bologna, Il Mulino, 1991, p. 135.
  3. Nel corso del Novecento, la poesia ha spesso interagito con i media del suono. Si pensi alle letture di poesia alla radio o in televisione, agli eventi collettivi dei festival e dei readings poetici in cui i testi venivano amplificati dalle apparecchiature acustiche o, ancora, alle registrazioni su disco di letture autoriali e non.
  4. M. Garda, La traccia della voce tra poesia sonora e sperimentazione musicale, in Registrare la performance. Testi, modelli, simulacri tra memoria e immaginazione, a cura di M. Garda ed E. Rocconi, Pavia, Pavia University Press, 2016, pp. 73-91, cit. a p. 75.
  5. R. Donati, Quel motivetto che mi piace tanto. Le elegie sanremesi di Tommaso Ottonieri, in Le forme della voce. L’immaginario acustico nel secondo Novecento italiano, a cura di G. A. Liberti, Milano, FrancoAngeli, 2023, pp. 85-98, cit. a p. 86.
  6. V. Panarella, Incisioni su verso: poesia e discografia in Italia nel secondo Novecento, in Le forme della voce…, op. cit., pp. 99-113, cit. a p. 113. Con «discografia poetica» Panarella intende quelle incisioni su disco della seconda metà del Novecento in cui attrici e attori scelti leggono poesie tratte dalla tradizione letteraria italiana (da San Francesco a d’Annunzio) e poeti all’epoca viventi (Fortini, Montale, Sereni, Ungaretti e altri) recitano i propri versi. Ne sono un buon esempio la «Collana Letteraria Documento», prodotta a partire dal 1955, e «I 30 discolibri della letteratura italiana», prodotti sotto la direzione di Carlo Bo negli anni ’60 e riediti nel 1984. I CD della collana «inVersi» si collocano, di fatto, in questo filone e ne rappresentano un ulteriore sviluppo.
  7. G. Fontana, Poesia della voce e del gesto. Percorsi della vocalità nella poesia d’azione, Mantova, Sometti, 2004, p. 40.
  8. Cfr. V. Cuccaroni, Poesia ibrida. Poesia visiva, videopoesia, poesia elettronica, PJ set, Milano, Biblion, 2025; U. Fiori, Scrivere con la voce. Canzone, Rock e Poesia, Trezzano sul Naviglio, Unicopli, 2003.
  9. J. Culler, Theory of the Lyric, Cambridge, Harvard University Press, 2015, p. 137.
  10. Cfr. H. U. Gumbrecht, Atmosphere, Mood, Stimmung. On a Hidden Potential of Literature, Stanford, Stanford University Press, 2012.
  11. H. U. Gumbrecht, Production of presence: what meaning cannot convey, Stanford, Stanford University Press, 2004, p. 107.
  12. D. Attridge, The Singularity of Literature, New York and London, Routledge, 2004, p. 58.
  13. P. Giovannetti, «The lunatic is in my head». L’ascolto come istanza letteraria e mediale, Milano, Biblion, 2021, p. 38.
  14. «For this very reason, references to music and weather often occur when literary texts make moods and atmospheres present or begin to reflect upon them. Being affected by sound or weather, while among the easiest and least obtrusive forms of experience, is, physically, a concrete encounter (in the literal sense of encountering: meeting up) with our physical environment» (H. U. Gumbrecht, Production of presence…, op. cit., p. 4).
  15. S. La Via, Poesia per musica e musica per poesia: dai trovatori a Paolo Conte, Roma, Carocci, 2020, p. 20.
  16. S. Davies, Musical Understandings and Other Essays on the Philosophy of Music, Oxford, Oxford University Press, 2011, pp. 76 e 74.
  17. Ivi, p. 47.
  18. Per una comprensione più completa e precisa del concetto di “evento”, invito a dare un’occhiata a M. Mukim, From, Event, in Literature and event. Twenty-First Century Reformulations, a cura di D. Attridge e M. Mukim, New York and London, Routledge, 2022, pp. 1-24.
  19. J. D. Bolter, R. Grusin, Remediation. Understanding New Media, Cambridge, The MIT Press, 1999.
  20. C. Tirinanzi De Medici, «The Lord of song». Rimediazioni e affetti tra musica e poesia, in Gli attrezzi delle Muse. Itinerari fra poesia e musica dalla modernità all’estremo contemporaneo, a cura di C. Tirinanzi De Medici, Roma, Carocci, 2024, p. 39.
  21. A. Mistrorigo, Phonodia. La voz de los poetas, uso crítico de sus grabaciones y entrevistas, Venezia, Edizioni Ca’ Foscari, 2018.
  22. Ch. Bernstein, Introduzione, in Close listening. Poetry and the Performed Word, a cura di Ch. Bernstein, Oxford, Oxford University Press, 1998, pp. 2-26, cit. a p. 8.
  23. M. Marrucci, La poesia italiana del Duemila, in L’estremo contemporaneo. Letteratura italiana 2000-2020, a cura di E. Zinato, Roma, Treccani, 2020, pp. 111-40, cit. a p. 98.
  24. Intervista-dialogo con Lello Voce intorno a una concezione pluriversa della poesia, a cura di A. Inglese; cfr. l’URL: <https://www.nazioneindiana.com/2012/09/27/intervista-dialogo-con-lello-voce-intorno-a-una-concezione-pluriversa-della-poesia/> (ultima consultazione: 20/01/2026). Scrive Lello Voce, nello stesso documento: «Se può interessare il mio parere, io credo che, per cose come le mie, l’ascolto venga prima della lettura, perché nell’ascolto sono racchiuse tutte le forme artistiche dei miei testi, tanto quella linguistica, quanto quella sonora».
  25. N. Balestrini, Quest’azione tutta di Voce, in L. Voce, Farfalle da combattimento, Milano, Bompiani, 1999, pp. XIII-XIX, cit. a p. XVII.
  26. Un richiamo alla popular music è intuibile già dal titolo, se si considera che Loredana Bertè pubblicò, nel 1997, l’album Un pettirosso da combattimento, contenente la canzone Rap di fine secolo. Il titolo del disco – come ha dichiarato la cantante – è a sua volta una citazione di un passo della Domenica delle salme di De Andrè. Anche se il titolo del libro di Voce ricalca esplicitamente il nome di una serie di dipinti di Silvio Merlino, alcuni dei quali vengono peraltro riportati all’interno della raccolta (cfr. la nota autoriale a p. XXI), non ci sembra fuori luogo supporre un’allusione al repertorio appena citato, oltre a un possibile debito con il Rap di Sanguineti e Liberovici, sempre di quegli anni. D’altronde, con questa poesia, ci troviamo nel pieno della temperie avant-pop degli anni ’90.
  27. La registrazione è disponibile anche su YouTube, nella forma di una video-poesia realizzata con la collaborazione di Giacomo Verde; si veda l’URL: <https://youtu.be/sbh29DCYypM?si=aNpJC9pwSSIXWe6t>.
  28. L. Voce, Un divorzio all’italiana: la poesia con musica, in «L’Ulisse. Rivista di poesia, arti e scritture», n. 26, pp. 343-54, cit. a p. 347.
  29. Paolo Giovannetti, a proposito del verso rap, parla della «coesistenza, quasi la neutralizzazione, nel rap, degli opposti – verso e prosa, che appunto sono da esso fusi e confusi, in maniera a ben vedere assai più radicale di quanto non faccia un “classico” prosimetro» (P. Giovannetti, Che cosa può insegnare la canzone alla poesia?, in «L’Ulisse. Rivista di poesia, arti e scritture», n. 16, pp. 166-77, cit. a p. 171).
  30. Jovanotti, nota, in L. Voce, Farfalle da combattimento, op. cit., p. IX.
  31. L. Voce, Farfalle da combattimento, op. cit., p. 16.
  32. Ibidem.
  33. P. Giovannetti, Che cosa può insegnare…, op. cit., p. 175.
  34. L. Voce, Un divorzio all’italiana…, op. cit., p. 349.
  35. G. Frasca, L. Voce, Avviso ai naviganti; cfr. l’URL: <https://www.lellovoce.it/2018/05/21/avviso-ai-naviganti-gabriele-frasca-e-lello-voce/> (ultima consultazione: 20/01/2026).
  36. Osservando le interazioni tra la poesia e la musica, Pagnini scrive: «Si può dire che l’una parte dà qualcosa all’altra e agisce da ‘levatrice’ delle potenzialità dell’altra» (M. Pagnini, Lingua e musica. Proposta per un’indagine strutturalistico-semiotica, Bologna, Il Mulino, 1974, p. 99).
  37. L. Voce, Farfalle da combattimento, op. cit., p. 18.
  38. R. Shusterman, Rap Aesthetics. Violence and the Art of Keeping It Real, in D. Darby, T. Shelby, Hip Hop and Philosophy. Rhyme 2 Reason, vol. 16, Chicago, Open Court, 2005, pp. 54-64, cit. alle pp. 62 e 59.
  39. S. La Via, Il “Lai del ragionare lento” e la sua voce poetico-musicale. Appunti per un’analisi razionalemotiva, in «L’Ulisse. Rivista di poesia, arti e scritture», n. 16, pp. 178-97, cit. a p. 180.
  40. In una poesia di denuncia come questa, in cui la presa sulle coscienze ha una certa rilevanza, l’oscurità e l’ambiguità del senso vengono generalmente misurate, contenute, per non attenuare lo slancio comunicativo.
  41. Ivi, p. 179.
  42. M. Garda, Tra il suono e il segno: gesti vocali nella poesia sonora, in «La Rivista di Engramma», n. 145, maggio 2017, pp. 253-63, cit. a p. 257.
  43. L. Voce, Farfalle da combattimento, op. cit., p. 21.
  44. Scrive infatti Andrea Cortellessa, a commento della nuova edizione del libro, che Ottonieri indaga e ingloba nella sua Elegia il «Regno del Posticcio: indovinandone la più compiuta, la più autentica espressione nella canzonetta sanremese» (in T. Ottonieri, Elegia Sanremese, Torino, Nino Aragno Editore, 2022).
  45. T. Ottonieri, Elegia Sanremese, Milano, Bompiani, 1998, p. 3.
  46. Ivi, p. 8.
  47. La registrazione di Elegia Vertigo è reperibile anche sul sito PennSound (Center For Programs in Contemporary Writing dell’Università della Pennsylvania) al link: <https://media.sas.upenn.edu/pennsound/groups/Italiana/Tommaso-Ottonieri/Ottonieri-Tommaso_Elegia%20Vertigo.mp3>. Oppure su YouTube all’URL: <https://youtu.be/n9TvmM1akVI?si=35IVi7bXZVydEV48>. Nell’esecuzione del medley, Ottonieri è accompagnato dal gruppo Ringe Ringe Raja, formato da Massimiliano Sacchi al clarinetto, Marco Di Palo al basso elettrico, Cristiano Della Monica alle percussioni, Paolo Sasso agli archi, Pietro Bentivenga alla fisarmonica.
  48. R. Donati, Quel motivetto che mi piace tanto…, op. cit., p. 88.
  49. Cfr. G. Frasca, La lettera che muore. La letteratura nel reticolo mediale, Roma, Luca Sossella, 2005.
  50. Per meglio comprendere questa espressione, riporto la definizione che ne dà Ottonieri: «E la plastica usurata, degradata, decolorata che è la vera lingua standard in cui – al di qua di qualsiasi accademismo o nobilitazione gergale o sublimazione letteraria – probabilmente pensiamo cioè siamo pensati; cioè la plastica che comunica di continuo l’identità della parola col suo oggetto – l’accesso (mutuo) della sfera delle cose dell’uso nella sfera della parola dell’uso. La lingua si fa cosa, si fa tutta-cosa, si fa questa cosa, si cosifica nel contatto totale campionario (lotto numero uno, lotto numero due…) con l’essere della merce: (e in questo, si rivela, finalmente, come merce). Solo che lungi dall’offrire qualche patina luccicante che ricopra, questa cosa-lingua-merce si eleva – per una sorta di cupa resurrezione – nell’assoluta realtà del suo degrado. Lingua televisiva standard per cui ogni parlante si proietta dentro il cerchio simbolico, magico-demoniaco, dell’Accesso, e depone qualsiasi espressività presunta o residua (posto che sia ancora possibile, quella). […] Plastica della lingua è questo assoluto del presente deteriorabile della merce, in cui la merce (generalmente di bassa qualità) parla la sua lingua elementare; più-che-reale; desueta e, infine, aliena» (T. Ottonieri, La plastica della lingua. Stili in fuga lungo una età postrema, Torino, Bollati Boringhieri, 2000, pp. 60-61).
  51. T. Lisa, Poetiche contemporanee. Colloqui con 10 poeti contemporanei, Civitella in Val di Chiana, Zona, 2006, p. 111.
  52. «La più vagheggiabile desiderabile Chimera, l’obiettivo ultimo seppur lontano e forse inaccessibile, sembra allora l’orizzonte diretto, estremo o forse (meglio) esagerato, di una poesia trash’endentale; in cui la parola poetica possa annullarsi per quanto ha in sé di iniziatico e di elitario, anche di (presunto) durabile, e possa offrirsi in qualche sua deperibilità esagitata, nella devastata casualità in grado di trasferire di trascendere verso altra mondanità, quasi una plastica mentale, fino alla polpa più consumabile, alla consumazione del consumo» (T. Ottonieri, La plastica della lingua…, op. cit., p. 135).
  53. G. Lo Monaco, Tommaso Ottonieri. L’arte plastica della parola, Pisa, Edizioni ETS, 2020, p. 17.
  54. T. Ottonieri, Elegia Sanremese, op. cit., p. 20.
  55. Ivi, p. 29.
  56. Ivi, p. 45.
  57. Ivi, p. 27.
  58. Ivi, pp. 20-21.
  59. Ivi, pp. 20, 45, 46.
  60. L. Zuliani, L’italiano della canzone, Roma, Carocci, 2018, p. 103.
  61. T. Ottonieri, Elegia Sanremese, op. cit., p. 20.
  62. Anche la regolarità metrica risponde alla logica del “disturbo” di cui si parlava poco sopra: «Ciò che il nostro laboratorio assunse con maggiore decisione, fu allora proprio quella logica dell’interferenza e del disturbo, di cui accennavo. Istituire una griglia, da cui poter poi studiare fughe multiverse» (T. Ottonieri, La plastica della lingua…, op. cit., p. 206).
  63. R. Donati, Quel motivetto che mi piace tanto…, op.cit., p. 92.
  64. T. Ottonieri, La plastica della lingua…, op.cit., pp. 203-204.
  65. D. Barbieri, Rimane possibile oggi cantare in poesia?, in «L’Ulisse. Rivista di poesia, arti e scritture», n. 26, pp. 8-23.
  66. T. Ottonieri, La plastica della lingua…, op. cit., p. 226.
  67. G. Manganelli, Hilarotragoedia, Milano, Adelphi, 1987.

(fasc. 60, 25 maggio 2026)

Il teatro canzone di Giorgio Gaber e Sandro Luporini

Author di Annibale Gagliani

Abstract: L’intervento traccia gli stilemi del teatro-canzone di Giorgio Gaber e Sandro Luporini, forma di spettacolo che unisce il cantautorato e alla drammaturgia d’impegno civile. Una proposta sperimentale nata alla fine degli anni Sessanta, che porta gli autori a dialogare col Movimento del ’68, dal quale prendono le distanze a causa dello scenario sociopolitico negli Anni di Piombo. Gaber e Luporini denunciano con coraggio l’involuzione dell’individuo contemporaneo, sempre più conformista, che abbandona la ricerca del pensiero, consegnandosi all’omologazione culturale della società dei consumi. Una strategia espressiva fortemente autobiografica che diventa strumento di riflessione storica e confronto intellettuale.

Abstract: The paper traces the stylistic features of Giorgio Gaber and Sandro Luporini’s theatre song, a form of entertainment that combines songwriting and socially committed drama. An experimental project that began in the late 1960s, it led the authors to engage in dialogue with the 1968 Movement, from which they distanced themselves due to the socio-political scenario of the Anni di Piombo. Gaber and Luporini courageously denounce the regression of the contemporary individual, who is increasingly conformist, abandoning the pursuit of thought and surrendering to the cultural homogenisation of consumer society. A strongly autobiographical expressive strategy that becomes a tool for historical reflection and intellectual debate.

Genesi di una militanza espressiva ibrida

La drammaturgia cantautorale (o il cantautorato drammaturgico) di Giorgio Gaber e Sandro Luporini si edifica nella seconda metà del Novecento come forma di «resistenza ideologica» e preservazione del «rito ancestrale del palcoscenico»[1] – progressivamente messo in ombra dalla popolarità del cinema, della televisione e di internet. Un impianto espressivo che pone al centro il solo primattore, modulando la lingua proscenica e la canzone erudita, per formare un ibrido in grado di rivolgere al pubblico il racconto drammatizzato della realtà italiana, attraverso una notevole carica narrativo-civile[2]. A comporre il teatro canzone è una variegata tessitura di forme testuali, scandite come capitoli di un unico concept nello spettacolo: il monologo, in forma pura o intervallato dalle incursioni di canzone; la forma dialogica, interpretata esclusivamente dal primattore, con un interlocutore esterno o interno, nella manifestazione del microcosmo introspettivo del personaggio; il brano cantautorale in continuità con l’esperienza del collettivo cantacronache, ideato da Italo Calvino e Franco Fortini per contrastare la canzonetta di consumo[3]. Nei testi di Gaber e Luporini, il parlato si fonde al canto con la medesima concezione narrativa dell’opera ottocentesca dei maestri Puccini, Rossini e Verdi: la suggestione morale del pensiero, spiccatamente filosofico, è trasmessa con momenti recitativi dal marcato apporto extra-verbale – tra mimica e gestualità – e da orchestrazioni melodiche suonate dal vivo dall’ensemble [4].

Giorgio Gaber (classe 1939, Gaberscik all’anagrafe) è l’autore-attore sul proscenio, che veste abiti semplici, talvolta con un maglione da operaio, più frequentemente con giacca e cravatta, allineandosi all’aspetto minimalista della scenografia. Il poeta e pittore viareggino Sandro Luporini (classe 1930), coautore dei testi, è una figura sconosciuta al grande pubblico, ma stimata negli ambienti intellettuali underground di Milano. Un artista-pensatore agli antipodi di Gaber, che negli anni Sessanta è uno dei volti più celebri della Rai, in virtù di quattro partecipazioni al Festival di Sanremo (nel 1961 col brano Benzina e cerini; nel 1964 con Così felice; nel 1966 con Mai, mai, mai, Valentina; nel 1967 con …e allora dai[5]) e della conduzione di trasmissioni televisive cult come Canzoniere minimo – assieme a Caterina Caselli –, Le nostre serate e Diamoci del tu. Il cantautore è reduce da un’intensa gavetta tra i locali più celebri del cabaret milanese, vissuta dal 1959 con Enzo Jannacci nel gruppo “I Due corsari”: i due eseguono esibizioni leggendarie alla Muffola, all’Intra’s Derby Club, al Santa Tecla, al Cab 64 e alla Taverna Mexico[6]. Gaber s’innamora della dimensione umana del cabaret, riportandola in brani come Porta Romana, Trani a gogò, La ballata del Cerruti e Il Riccardo e, nonostante la celebrità televisiva, non rinuncia a frequentare le osterie, ritornando nel proprio quartiere, il Giambellino, per confrontarsi con intellettuali spigolosi proprio come Sandro Luporini. I due ingaggiano lunghe conversazioni sui filosofi della Scuola di Francoforte – Adorno, Horkeimer e Marcuse – che risultano determinanti per la coscienza artistica di Gaber, intento a riflettere sulla strada da intraprendere prima come pensatore e poi come idolatrato personaggio[7]. Pertanto, negli anni Sessanta egli cerca di riafferrare a sprazzi la propria essenza artistica: ci prova con un tour da chitarrista assieme al gruppo blues Rocky Mountains, che vede come frontman Luigi Tenco – il cantautore che Gaber stima di più nel panorama musicale italiano. Nel 1967, Gaber è in gara proprio nel Sanremo che determina la morte di Tenco: la perdita dell’amico lascia in lui un vuoto abissale.

Sono anni complicati per il cantautore, che di giorno va a prendere la moglie Ombretta Colli alla Facoltà di Lingue dell’Università la Bicocca di Milano e si ritrova braccato dagli studenti del Movimento del 1968. I protagonisti della contestazione giovanile intendono dissacrare uno degli emblemi della Tv di Stato, ma Gaber, invece di scappare, eludendo le loro istanze, cerca un virtuoso confronto[8]. Nel 1969, è per la prima volta in tournee nei teatri con uno spettacolo musicale assieme a Mina. Un momento che rappresenta la sua epifania artistica: Gaber intende aprire un dialogo intellettuale coi sessantottini, riflettendo sui grandi temi dell’umanità e sul corso che la storia sta per prendere in Italia. Il proscenio diventa lo spazio ideale per il confronto: Gaber lascia la Tv, cambiando medium espressivo, con l’intento di rinnovare radicalmente la produzione culturale[9]. Ha bisogno di un paroliere che lo porti a studiare per carpire nuovi stimoli, in modo da costruire testi di ricerca filosofica dopo lunghe sessioni di dialogo. Sceglie Sandro Luporini e il brano della rivoluzione espressiva, che rappresenta la rottura col passato, determinando la genesi del teatro canzone, è Suona chitarra:

Quando esplode il movimento del ’68, Gaber ha 29 anni. È già un uomo socialmente inserito, sposato, con una figlia, artista di successo. È presentatore di trasmissioni molto seguite alla televisione. È un uomo di spettacolo conosciutissimo e amato in tutta Italia. […] La televisione italiana gli impone spesso tagli ai suoi programmi (come in Canzoniere minimo con Caterina Caselli), aveva bisogno di un pubblico diverso e di andare oltre alle imposizioni e alla censura della TV. Ogni tanto riesce a esprimere questo disagio in canzoni che abbozzano se non una protesta per lo meno un sentimento profondo di frustrazione come in Suona chitarra. Sente la pressione di un ambiente che gli chiede solo di farlo divertire e non di farlo pensare. E questo lo infastidisce sempre di più, lui che cerca di mettere in tutto quel che fa una forte dose di intelligenza. Il suicidio emblematico di Luigi Tenco opera sicuramente un profondo ripensamento nella coscienza di un Gaber già travagliato[10].

Si tratta del manifesto programmatico degli autori, che spiegano le intenzioni del cambio di rotta concettuale per la loro arte, prefigurando il messaggio intrinseco degli spettacoli a venire. Gaber si rivolge alla chitarra – oggetto-simbolo del suo legame con l’arte – con un’apostrofe, per inaugurare l’invettiva, che evoca i tempi vorticosi dello showbusiness attraverso il ritmo incalzante della musica, abbinato a una prosodia sostenuta:

Se potessi cantare davvero

canterei veramente per tutti

canterei le gioie ed i lutti

e il mio canto sarebbe sincero

ma se canto così io non piaccio

devo fare per forza il pagliaccio

e allora suona chitarra, falli divertire

suona chitarra, non farli mai pensare

al buio, alla paura, al dubbio, alla censura, agli scandali, alla fame

all’uomo come un cane schiacciato e calpestato[11].

La fase proemiale

La prima pietra del teatro canzone, Il Signor G (stagione 1970-71), si sviluppa nella traiettoria esistenziale del personaggio eponimo: un italiano medio del Dopoguerra, che dal primo vagito fino alla morte è schiavo della società omologante, capace di trasformare il senso delle relazioni, proiettate alla convenzionalità, anche in famiglia. Ritroviamo una delle fonti d’ispirazione gaberiano-luporiniane, Jacques Brel[12], con la sua La valse à mille temps, che porta alla nascita del brano Com’è bella la città. Un testo in grado di raccontare con acuta ironia i flussi migratori dalla provincia verso la metropoli per definizione, Milano, e la conseguente espansione dell’agglomerato urbano durante il Boom economico.

Ad aprire la scena è un monologo pregno di tecnicismi specifici del linguaggio burocratico, illustrati dall’amministratore di turno come rivendicazione dell’aumento della qualità di vita per i cittadini: “viabilità”, “servizi”, “infrastrutture”, “concentrica”, “razionalizzare”. Una strategia che, nonostante l’ibridazione dei generi testuali, valorizza «la pragmatica» come «asse del parlato»[13] presente in ampia misura nel teatro. Lo sviluppo della canzone, spinto da elementi anaforici (“com’è”) e cataforici (“città”), permette la mimesi dei ritmi forsennati della metropoli, che si riflettono sui tratti soprasegmentali in crescendo per velocità d’eloquio, intensità e intonazione, che stordiscono l’ascoltatore. Gaber e Luporini creano il viatico del correlativo oggettivo, attraverso i simboli del progresso, moltiplicati dall’uomo in maniera incontrollata, secondo un ciclo continuo: “negozi”, “vetrine”, “réclames”, “magazzini”, “grattacieli”, “scale mobili”, “macchine”.

Vieni, vieni in città

che stai a fare in campagna

se tu vuoi farti una vita

devi venire in città

com’è bella la città

com’è grande la città

com’è viva la città

com’è allegra la città

piena di strade e di negozi

e di vetrine piene di luce

con tanta gente che lavora

con tanta gente che produce

con le réclames sempre più grandi

coi magazzini, le scale mobili

coi grattacieli sempre più alti

e tante macchine sempre di più.

In mezzo agli stimoli consumistici di Milano, emerge la prosa Il Signor G incontra un albero, nella quale il personaggio stabilisce il contatto autentico con la pianta, assorbendone il dolore. Un esercizio d’empatia lirica, naturalista, ispirato alla poesia La capra di Umberto Saba (nel Canzoniere del 1921), con il fruscìo dei rami che s’impone sul progresso come il belare sofferto del ruminante sabiano:

Io GG vivo e lavoro a Milano. Il Lactarius Gigante è un albero secolare di colore biancastro, vive preferibilmente nei boschi di conifere e latifoglie. Ho incontrato un albero era solo in mezzo a un prato allora l’ho guardato e mi sono spaventato. […] Ed io che ho lavorato lavorato lavorato ora mi fermo un momento a guardare quel seguirsi di errori e il mio passato e quella vita che mi avete rubato.

Il teatro canzone avvalora la tesi della drammaturgia come «uno dei più poderosi ponti gettati dalla letteratura tra i due mondi della cultura scritta e della cultura orale», permettendo una solida comunicazione tra le due sfere espressive[14]. Lo spettacolo I borghesi (stagione 1971-72) è nel solco di tale identità: una satira esistenzialista delle manìe imperanti tra gli individui della classe borghese.

Fra i testi si segnala la traduzione, a cura di Herbert Pagani, di una delle ballate più celebri di Jacques Brel: Cés Gens Là, diventata Che Bella Gente. La lingua di Gaber e Luporini tende al teatro d’evocazione, contaminato stilisticamente per la sintassi e i picchi di suspense dalla prosa di Louis-Ferdinand Céline (della quale si imitano le sospensioni improvvise, le allusioni e l’utilizzo di gergalismi). Gaber e Luporini non hanno timore di confessare le esperienze personali “borghesi”, replicando i gesti e le situazioni comunicative che rappresentano il depauperamento dei valori tradizionali nella loro attualità. Il concept è condensato nell’unità polirematica che dà il titolo a una canzone-monologo: “uomo sfera”. Il prototipo del borghese servile, opportunista, è identificato con la metafora della sfera, descritta attraverso un’aggettivazione organolettica: «bianca e molle», «lieve piena d’aria», «trasparente fragile», «tonda liscia», «levigata plasmabile», «umida viscida».

L’uomo sfera esibisce la propria ossequiosa genuflessione verso il superiore in ufficio, adottando le sequenze complementari, una cerimonia linguistica che lo porta a reprimere le proprie emozioni per fingere volutamente, secondo il suo copione da “uomo inutile”: «“Sì, sì, certo, come vuole lei, come desidera. Solo se mi consente vorrei dire una cosa, una soltanto. Ah, no, non c’è niente da dire, ha ragione, mi scusi. Comunque disponga pure di me, quando vuole. Ah, ah, ah, buona questa!” Ma dimmi, non lo sai? Quanto schifo che ti fai…». Uno «sperimentalismo espressivo»[15] che si amplia durante il processo di maturazione drammaturgica degli autori.

Nello spettacolo I borghesi, si staglia il ricordo accorato del compianto Luigi Tenco con la canzone L’amico: Gaber prova a rivolgersi direttamente al compagno d’arte perduto, viaggiando tra i ricordi dei tempi passati – di notti in osteria e folli avventure a margine dei concerti. Il refrain cita Vedrai Vedrai di Tenco, con un valzer intriso delle sonorità breliane: «Vedrai, vedrai / ci ubriacheremo insieme e canteremo in coro le nostre canzoni / e poi ci butteranno fuori e sveglieremo tutti pieni d’allegria».

La maturità del teatro canzone

La nascita dei testi del teatro canzone ruota attorno a un momento cardine dell’anno per Gaber e Luporini: i soggiorni all’Hotel Plaza di Viareggio, in Versilia o Montemagno di Camaiore, dove s’innescano interminabili dialoghi e letture di fronte al mare. Sono sessioni di capitalizzazione degli stimoli filosofici, nei quali i testi della Scuola di Francoforte, come Eclisse della ragione di Horkheimer (1947), Minima moralia di Adorno (1951), L’uomo a una dimensione di Marcuse (1964), vengono rielaborati drammaturgicamente e in canzone[16]. La finalità corroborante è creare un supporto intellettuale al Movimento del Sessantotto, a partire dallo spettacolo Dialogo tra un impegnato e un non so (stagione 1972-73). Le scene contrappongono in forma dialogica l’individuo “incline all’impegno” al “non so” – l’eterno indeciso, a tratti indifferente –, eseguendo «un’impietosa autopsia di una realtà» con «fiducia in un nuovo umanesimo, che alle soglie del terzo millennio ricorda all’essere umano il suo potere più grande: il pensiero»[17]. A emergere è una delle canzoni celebri di Gaber e Luporini, Un’idea, che versifica l’esistenzialismo naturale degli autori, capace di unire la saggistica di Albert Camus e di Sartre al filosofo Jean Baudrillard: «Un’idea un concetto un’idea / finché resta un’idea è soltanto un’astrazione / se potessi mangiare un’idea / avrei fatto la mia rivoluzione».

Lo spettacolo Far finta di essere sani (stagione 1973-74) rappresenta la fase “psicanalitica” dell’opera gaberiano-luporiniana, nella quale si studiano L’io diviso dello psichiatra Ronald Laing, in un percorso di esplorazione scientifica che si allarga con le letture dei saggi del maestro della psicanalisi, Sigmund Freud, e del movimento dell’antipsichiatria del sudafricano David Cooper. Gli autori evocano una seduta di psicanalisi col paziente che confida al dottore un incubo ricorrente attraverso la tecnica del transfert. A spiazzare l’ascoltatore è la canzone Dall’altra parte del cancello, che analizza la dicotomia matto-sano, attraverso le sbarre di un cancello, sineddoche di separazione tra i deliri della malattia mentale e la presunta esattezza della quotidianità dell’individuo conformista, che segue un copione standardizzato, soffocando le proprie pulsioni:

Noi fuori dal cancello

noi siamo sani

noi siamo normali

noi che abbiamo gli strumenti per poterci realizzare

con un titolo di studio

si può viaggiare si può avere il passaporto, la patente

il porto d’armi e la domenica allo stadio

noi siamo sani, noi siamo sani, noi siamo normali

noi che sappiamo di contare sul cervello.

Anche in questo caso, l’alterazione tattica dei tratti soprasegmentali sul finale, con una marcatura prosodica trascinante, permette la mimesi delle manìe isteriche dell’individuo socialmente inserito, che con un paradosso arriva a somigliare al matto, a causa delle pressioni vissute all’interno della quotidianità competitiva, ansiogena. Gli autori stimolano all’ascoltatore una domanda retorica, beffarda: «Noi da quale parte del cancello?». Un dilemma ossimorico esteso per tutta la loro produzione: «Il tema del disagio psichico, declinato nelle diverse gradazioni del malessere esistenziale, della nevrosi, dell’alienazione, della follia, è presente in quasi tutta la parabola del cosiddetto ‘teatro-canzone’ di Giorgio Gaber, che contrassegna l’attività dell’artista tra l’inizio degli anni Settanta e la fine dei Novanta»[18].

Nel successivo spettacolo, Anche per oggi non si vola (stagione 1974-75), ritorna lo studio di Antonio Gramsci, al quale si abbina un approfondimento iniziale dei testi del semiologo Roland Barthes, per scandagliare l’evoluzione dei rapporti interpersonali nella società dei consumi. L’opera mette in discussione il rapporto tra Gaber (GG) e Luporini (SL) con il Movimento: i testi, infatti, sembrano compiere un’autocritica[19] sui tentativi di migliorare il mondo, fino ad allora falliti, con una richiesta di maggiore partecipazione da parte dei giovani per erodere i cattivi modelli della borghesia. Il testo architrave dell’opera è la canzone-prosa La realtà è un uccello, allegoria delle grandi sfide dell’uomo nella storia. L’essere umano cammina nella selva, a caccia della realtà, che si presenta metaforicamente come un uccello sfuggente; capire i profondi cambiamenti sociologici ed economici è l’esigenza filosofica di ogni generazione: riuscire a colpire l’uccello.

La trilogia dell’amarezza

La separazione concettuale tra gli autori e il Movimento del ’68 porta a due anni di silenzio per il teatro canzone. Gaber e Luporini studiano con forte comunione d’intenti l’opera di Pier Paolo Pasolini, intellettuale-mondo scomparso tragicamente nel 1975, provando a trasporre sul proscenio le sue analisi più coraggiose sulla società italiana, edite nelle raccolte postume Scritti Corsari e Lettere Luterane. Gaber e Luporini prendono coscienza dell’ossimoro serpeggiante nel Dopoguerra, imprimendolo con lo spettacolo che ne determina il ritorno in scena: Libertà obbligatoria (stagione 1976-77). È la fase che analizza l’abbandono delle ideologie da parte della massa, attanagliata dall’omologazione culturale, figlia del conformismo veicolato dai nuovi comandamenti per l’individuo, denunciati proprio da Pasolini: apparire, consumare, seguire la schiera senza idee cospirative.

Gli autori chiamano in causa gli archetipi delle ideologie più suffragate nell’Occidente, tentando un dialogo impossibile attraverso l’espediente dello scenario onirico: Gesù Cristo e Karl Marx. Una sarcastica prosopopea porta i due emblemi, apparentemente agli antipodi, a confrontarsi in altrettanti momenti scenici, nei quali gli indicatori pragmatici degli elementi grafici (punti esclamativi, interrogativi e tre punti di sospensione) non marcano solo il tono, ma segnalano al pubblico un’esigenza di cooperazione[20]. Nella prosa Il sogno di Gesù, il simbolo di fede afferma di non sentirsi affatto spirituale e che la necessità impellente per la fede cristiana sia quella di rendere concreto, fisico, l’ideale: «Ma che evanescente, sono corporeo io, non c’ho niente di divino, non mi hai mai sfiorato l’idea, io vivo, parlo anche poco, non è vero quello che dicono, faccio delle cose semplici come respirare, un’energia naturale dentro di me, mica fuori, quella ce l’ha il mio babbo, dicono». Nella prosa Il sogno di Marx, il primattore invoca la lotta di classe al cospetto del filosofo tedesco, teorizzatore del comunismo. Marx mette in crisi il proprio interlocutore, confessando come le classi sociali, i sistemi di produzione e perfino l’ideologia siano diventate “invisibili”, «impersonali», difficili da collocare nella realtà concreta (prefigurando lo scenario economico sotto il dominio delle multinazionali nel Duemila):

– Bravi, la borghesia non c’è più, o meglio non conta, sbriciolata.

– E no, qui mi incazzo, non c’è più. Oddio non c’è più la borghesia, che detto da lui fa anche rabbia, perché uno dice, allora ci han preso per il culo fino a adesso e no scusa, un momento Marx, scusa un attimo, i padroni voglio dire, i capitalisti…. e lui bello, con quegli occhi che vedono tutto.

– I padroni, i capitalisti non li vedo, nel senso che stanno diventando impersonali.

Lo spettacolo successivo, Polli d’allevamento (stagione 1978-79), vede le raffinate orchestrazioni di un altro maestro del cantautorato italiano: Franco Battiato. Gaber e Luporini, delusi dall’involuzione pratica del Movimento, etichettano i “compagni” di un tempo con una graffiante metafora satirica, “polli d’allevamento”, che dà il titolo all’opera e alla canzone centrale dell’impianto scenico. Caustica è la descrizione dell’individuo proiettato verso il Duemila, soggetto drogato dal consumismo e svuotato dal pensiero (alla stregua del pollame che becca il mangime): «Cari, cari, polli d’allevamento / che odiate per frustrazione e non per scelta».

È la fase della «reminiscenza pasoliniana»[21] in cui gli autori si avvicinano maggiormente alle invocazioni dell’intellettuale-mondo[22], condividendone l’impegno civile totalizzante e la lingua dell’azione contro le mistificazioni dei consumi[23]. Con l’invettiva in canzone, Quando è moda è moda, Gaber e Luporini colpiscono i miti artificiali della globalizzazione, denunciando le maschere pirandelliane della nuova epoca, per dissacrare azioni e oggetti che rappresentano lo status symbol del conformista. Si tratta dell’assalto frontale al loro interlocutore diretto[24]: «Quando è moda è moda, quando è moda è moda / io per me se c’avessi la forza e l’arroganza / direi che sono diverso e quasi certamente solo / direi che non riesco a sopportare le vecchie assurde istituzioni / e le vostre manie creative, le vostre innovazioni».

Gli anni Ottanta rappresentano il decennio in cui «l’individualismo ha ricevuto diritto di cittadinanza “culturale” in Italia» e Gaber e Luporini «saranno spesso accusati di aver contribuito a questa cultura individualista e antipartitica», sebbene davanti ai microfoni denotino una ligia coerenza, come espresso da Gaber: «“Ero e rimango un cane sciolto, scioltissimo. Uno dei tanti. Ormai siamo il terzo partito. Quelli che non ci credono e non votano, intendo»[25].

La trilogia dell’amarezza è chiosata dallo spettacolo Anni affollati (stagione 1981-82). Un’opera nella quale spicca il brano più coraggioso del teatro canzone: Io se fossi Dio. Autoprodotto da Giorgio Gaber nel 1980, all’interno di un 33 giri da quattordici minuti, è nel mirino della censura, oltre a essere osteggiato dagli organi di comunicazione in mainstream (solo alcune radio libere italiane la trasmettono)[26]. Due sono i riferimenti dotti che rimandano alla letteratura medievale: il viaggio di Dante Aligheri nell’inferno e il sonetto S’i’ fosse foco di Cecco Angiolieri. Io se fossi Dio offre, allo stesso modo, un giudizio obliquo delle vicende sociopolitiche italiane, cristallizzate negli Anni di Piombo, muovendosi narrativamente attraverso la persona loquens, con la personificazione del Dio utile per scatenare il processo patemico nell’ascoltatore. L’onnipotente è al di sopra di tutti gli uomini e può permettersi di sferrare un j’accuse agli opportunisti piccoloborghesi, ai giornalisti necrofili, ai brigatisti fuori militanti e ai politici che fanno affari con la mafia e rompono gli equilibri nazionali per le influenze del blocco americano. Ogni strofa è inaugurata dal periodo ipotetico dell’irrealtà che sviluppa la protasi “io se fossi Dio”, seguita da un plotone di apodosi che scandagliano la miseria umana nell’Italia dei depistaggi di Stato. Man mano che il brano scorre, il climax porta a far perdere i freni inibitori al primattore, che utilizza perfino il turpiloquio, esprimendo concetti inequivocabili che entrano nell’occhio come la pagliuzza di Adorno:

Io se fossi Dio

naturalmente io chiuderei la bocca a tanta gente

nel regno dei cieli non vorrei ministri

né gente di partito tra le palle

perché la politica è schifosa e fa male alla pelle

e tutti quelli che fanno questo gioco

che poi è un gioco di forza ributtante e contagioso

come la lebbra e il tifo

e tutti quelli che fanno questo gioco

c’hanno certe facce che a vederle fanno schifo

che sian untuosi democristiani

o grigi compagni del Pci.

Il finale tra amarcord e sentenze inappellabili

Gli autori scelgono dieci anni di silenzio sul proscenio, nonostante diffondano comunque canzoni in grado di stimolare il dibattito intellettuale: tra queste, La strana famiglia (1985), che descrive le degenerazioni portate dalla cultura della celebrità figlia del medium televisivo[27].

Nella stagione 1991-92, Gaber e Luporini creano uno spettacolo di loro testi classici: Teatro Canzone. Tra i frammenti scenici selezionati, spicca la canzone-monologo C’è solo la strada, volo pindarico sul tempo dell’appartenenza, con lo spirito avventuriero dei giovani rivoluzionari e le citazioni di Jack Kerouac e Bob Dylan. La strada è il topos dell’impegno, un verso e proprio cronotopo per gli autori, che delineano l’importanza del paesaggio simbolico vissuto alla genesi del teatro canzone: «C’è solo la strada su cui puoi contare / la strada è l’unica salvezza / c’è solo la voglia e il bisogno di uscire / di esporsi nella strada e nella piazza / perché il giudizio universale / non passa per le case / le case dove noi ci nascondiamo / bisogna ritornare nella strada / nella strada per conoscere chi siamo».

Il penultimo spettacolo, E pensare che c’era il pensiero (stagione 1995-96), racconta la sofferenza endogena dell’umano impegnato, attraverso il monologo Mi fa male il mondo, nel quale si assiste alla personificazione del pianeta che soffre per le tragedie più pressanti. Ritroviamo, inoltre, l’onestà amorosa senza sovrastrutture (da Frammenti di un discorso amoroso di Barthes) della canzone Quando sarò capace di amare. Non manca il divertissement della satira politica, con la canzone Destra-Sinistra, che nel bel mezzo dello sgretolamento delle grandi ideologie cita l’anacronismo vigente di associare concetti e modi di fare in chiave progressista o conservatrice, secondo una visione stereotipata della società.

Lo spettacolo Un’idiozia conquistata a fatica (stagione 1997-98) conclude il teatro canzone: gli autori descrivono alla perfezione la decadenza intellettuale e morale dell’uomo lanciato nel Duemila con la canzone Il conformista. Il testo è strutturato su differenti piani narrativi: il conformista si presenta in prima persona, riassumendo la capacità di adattamento nella storia, «Io sono un uomo nuovo / talmente nuovo che è da tempo / che non sono neanche più fascista / sono sensibile e altruista, orientalista / ed in passato sono stato un po’ sessantottista». Il narratore onnisciente descrive il conformista dall’esterno, esponendo le sue capacità dialettiche miste a un freddo pragmatismo: «È uno che di solito sta sempre dalla parte giusta / il conformista / ha tutte le risposte belle chiare dentro la sua testa / è un concentrato di opinioni / che tiene sotto il braccio due o tre quotidiani / e quando ha voglia di pensare pensa per sentito dire / forse da buon opportunista». La sentenza conclusiva degli autori spiazza l’ascoltatore, ponendosi come il pensiero finale del teatro canzone, che unisce la maieutica socratica al nichilismo nietzschiano: «E devo dire che oramai / somiglia molto a tutti noi».

In conclusione, il brano più celebre di Giorgio Gaber e Sandro Luporini, La libertà (nello spettacolo Dialogo tra un impegnato e un non so), presentava un’altra forma nel ritornello originario, forse meno musicale ma più incisiva concettualmente: «La libertà non è star sopra un albero / non è neanche avere un’opinione / la libertà non è uno spazio libero / libertà è uno spazio d’incidenza» (“incidenza” era il sostantivo scelto dagli autori, cambiato poi con “partecipazione”)[28].

 

  1. C. Giovanardi, P. Trifone, La lingua del teatro, Bologna, Il Mulino, 2015, p. 107.
  2. Cfr. L. D’Onghia, Drammaturgia, in Storia dell’italiano scritto, a cura di G. Antonelli, M. Motolese, L. Tomasin, Roma, Carocci, 2014, p. 200.
  3. Cfr. S. Ferrari, La letteratura incontra la canzone. Testi per la musica di Italo Calvino e Franco Fortini per il collettivo cantacronache, in «Incontri. Rivista europea di studi italiani», a. 26, 1/2011, p. 40.
  4. Cfr. L. Colombati, La canzone italiana 1861-2011. Storie e testi, Milano, Mondadori-Ricordi, 2011, p. 888.
  5. Cfr. S. Pivato, Giorgio Gaber, in Dizionario Biografico degli Italiani, Enciclopedia Treccani, 2013, [cfr. l’URL: https://www.treccani.it/enciclopedia/giorgio-gaber_(Dizionario-Biografico)/].
  6. Cfr. N. Mainardi, La magnifica illusione. Giorgio Gaber e gli anni ’70, Milano, Volo Libero, 2016, p. 47.
  7. Cfr. A. Pedrinelli, Gaber, Giorgio, il Signor G – Raccontato da intellettuali, amici, artisti, Milano, Kowalski, 2008, p. 14.
  8. Cfr. T. Schillaci, Il ribellismo del Sessantotto narrato da Giorgio Gaber, in Enciclopedia Treccani, 19 febbraio 2019, [cfr. l’URL: https://www.treccani.it/magazine/chiasmo/storia_e_filosofia/Rivoluzione/iuss_ribellismo_gaber.html].
  9. Cfr. M. Bernardini, Biografia di Giorgio Gaber, in Archivio Giorgio Gaber [cfr. l’URL: https://www.giorgiogaber.it/giorgio-gaber/giorgio-gaber-chi-era].
  10. F. Barbero, Giorgio Gaber, Sandro Luporini e la generazione del ’68. Un’analisi di alcuni spettacoli degli anni Settanta, Roma, Arcana, 2022, pp. 20-21.
  11. I testi del teatro canzone citati in questa sede provengono da: archivio.giorgiogaber.it, a cura della Fondazione Giorgio Gaber.
  12. Sull’influenza del cantautore belga in Gaber e Luporini si rimanda a F. Coletti, Au-delà de la traduction. Chanter Jacques Brel en italien : Giorgio Gaber, I borghesi (1971), in «ATeM», n. 4, 1/2019 I.
  13. L. Serianni, La riproduzione delle risorse pragmatiche nella storia del teatro italiano, in Pragmatica storica dell’italiano. Modelli e usi comunicativi del passato, a cura di G. Alfieri, G. Alfonzetti, D. Motta, R. Sardo, Firenze, Cesati, 2020, p. 101.
  14. P. Trifone, L’italiano a teatro, in Storia della lingua italiana, Vol. 2, Italiano scritto e parlato, a cura di L. Serianni e P. Trifone, Milano, Einaudi, 1994, p. 81.
  15. L. D’Onghia, Drammaturgia, op. cit., p. 153.
  16. Cfr. F. Barbero, Giorgio Gaber, Sandro Luporini e la generazione del ’68. Un’analisi di alcuni spettacoli degli anni Settanta, op. cit., p. 23.
  17. L. Gallanti, Giorgio Gaber, «libero come un uomo», leggero come l’ironia, in «Storica National Geographic», 25 gennaio 2024.
  18. N. Pasqualicchio, “Dall’altra parte del cancello”. La rappresentazione della nevrosi e della follia nel teatro-canzone di Giorgio Gaber, in «ATeM», n. 9, 1/2025 I, p. 1.
  19. Il metodo dell’autocritica da parte degli autori emerge con intensità in una serie di inediti recuperati dalla Fondazione Giorgio Gaber, diventati oggetto di studio nel seguente articolo: A. Gagliani, Gli inediti del teatro canzone di Gaber e Luporini. Lingua disincantata tra le sfide del movimento e il conformismo socioculturale, in «Carte Romanze. Rivista Di Filologia E Linguistica Romanze Dalle Origini Al Rinascimento», 13 (2), 2025, pp. 299-338.
  20. Cfr. P. Trifone, La lingua del teatro contemporaneo, in Enciclopedia Treccani, 6 luglio 2018, [cfr. l’URL: https://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/speciali/Teatro/1Trifone.html].
  21. F. Barbero, Giorgio Gaber, Sandro Luporini e la fine del secondo millennio. Gli ultimi spettacoli (1991-2003, Roma, Arcana Edizioni, 2022, p. 367.
  22. Tra gli articoli scritti da Pier Paolo Pasolini sul «Corriere della Sera» che più hanno colpito Gaber e Luporini ritroviamo Non avere paura di avere un cuore, del 10 marzo 1975: «Gli italiani hanno accettato la nuova sacralità non nominata, della merce e del consumo».
  23. G. Harari, Quando parla Gaber, Milano, Chiarelettere, 2011, p. 7.
  24. G. Casale, Se ci fosse un uomo. Gli anni affollati del signor Gaber, Roma, Fazi Editore, 2006, p. 89.
  25. F. Barbero, Giorgio Gaber, Sandro Luporini e gli anni Ottanta. Gli spettacoli del decennio, Roma, Arcana Edizioni, 2023, p. 203.
  26. A. Giannoni, L’eredità di Gaber dieci anni dopo: “La giustizia macchina infernale”, in «Il Giornale», 27 gennaio 2013.
  27. Sulla descrizione del brano si segnala lo studio di G. Scala, «La strana famiglia : la famille «télévisée» italienne», in Représentations de la famille dans l’écriture poétique, JED, Centre Aixois d’Etudes Romanes, AMU Aix-en-Provence, 10 aprile 2019.
  28. Intervista a Paolo Dal Bon, presidente della Fondazione Giorgio Gaber, all’interno del seminario di studi Salento per Gaber, Università del Salento, 22 novembre 2023, disponibile in formato podcast al seguente link: [https://sur.unisalento.it/salento-per-gaber/].

(fasc. 60, 25 maggio 2026)

Introduzione. “Un sogno fatto in Sicilia”: letteratura e musica in dialogo

Author di Gaspare Trapani

È con sincera gratitudine e con un senso di partecipazione profonda che apro questo nuovo numero di «Diacritica», una rivista che occupa da anni un posto di rilievo nel panorama degli studi letterari.

Un ringraziamento sentito va in primo luogo a Maria Panetta: la sua felice intuizione – maturata in occasione di un congresso a Catania – di dedicare un numero della rivista al tema della contaminazione fra letteratura e musica si è rivelata straordinariamente feconda e qui, oggi, ci ritroviamo a discuterne.

Dopo il successo del primo numero, molto apprezzato da lettori e studiosi, la conferma è arrivata con questo secondo volume, che ha raccolto un numero sorprendente di proposte e contributi. È la prova che l’intuizione catanese era più che una suggestione: era, per dirla con Sciascia, “un sogno fatto in Sicilia” – un sogno dal quale, oggi più che mai, non vogliamo svegliarci.

E il sogno continua. In queste pagine si prosegue il dialogo fra parola e suono, ma forse con un accento nuovo, più specificamente orientato verso la letteratura in musica. Se la “letteratura e musica” rimanda all’incontro tra due linguaggi autonomi che si rispecchiano e si contaminano, la “letteratura in musica” suggerisce invece un movimento interno: la parola che si fa voce, ritmo, canto; il testo che non soltanto racconta la musica, ma la abita, la incarna, la diventa.

Con questo spirito, invito lettrici e lettori a entrare in questo secondo numero, dove alcuni fra gli studiosi italiani più attenti e appassionati hanno saputo intrecciare, con competenza e libertà, le trame di due arti sorelle: la letteratura e la musica.

Il volume si articola in diversi assi tematici che attraversano il vasto territorio in cui parola e suono si intrecciano. Diverse indagini si muovono lungo la linea del cantautorato, da sempre crocevia di letteratura e musica: Lorisfelice Magro esplora le narrazioni apocalittiche nel cantautorato italiano, mentre Andrea Cannas dedica un’analisi intensa alla figura di Prinçesa, simbolo di metamorfosi e di resistenza identitaria. Lorenzo Cittadini ripercorre il viaggio di Eugenio Bennato dal testo letterario al canto popolare, e Melisanda Massei Autunnali rilegge Vecchioni alla luce dei Dialoghi con Leucò. Luigi La Grua, invece, riflette sullo statuto della canzone italiana nel suo rapporto con la società, mentre Emiliano Sciuba analizza nel suo contributo su Vasco Brondi le forme di autorappresentazione e di costruzione identitaria nella canzone contemporanea. Francesco Voto scopre, con finezza, un legame “nascosto in piena vista” tra I Cani e David Foster Wallace.

Sul versante più teorico, Christian D’Agata affronta la dimensione musicale nell’opera di Umberto Eco, Alessandro Ranalli indaga la riflessione di Maria Zambrano sull’armonia come principio filosofico, e Bartolomiej Krupa approfondisce la prosodia nelle Romanze senza parole di Verlaine, mentre Giuseppe D’Angelo e Silvia Quasimodo analizzano il tenore sconfitto di Brancati e Tommasini, tra comicità musicale e contrasto spaziale, in una prospettiva che unisce lettura critica e sensibilità performativa. In questa direzione si colloca anche il contributo di Letizia Sassi, che propone una lettura del rap postmigrante italiano attraverso la categoria dell’“afasia”, intesa come strategia estetica capace di mettere in scena fratture, opacità e asimmetrie comunicative nelle voci di artisti come Ghali e Baby Gang.

Un filo rosso unisce molti saggi di questo volume: la riscoperta di figure femminili che, come accade anche in letteratura, sono state spesso poste ai margini della scena ma ne hanno trasformato in profondità i linguaggi, i gesti e l’immaginario. Arianna Pacilio ricostruisce la memoria resistente di Margherita Galante Garrone; Katia Trifirò restituisce la voce civile e poetica di Rosa Balistreri, “attivista con la chitarra”; Valentina Sorbera individua in Elisa e Francesca Michielin due modelli di ecofemminismo musicale; Elisa Tonani indaga le trasformazioni linguistiche e sociali nei testi delle cantautrici pop italiane degli anni Duemila; Anisia Landi fa dialogare la poesia di Alida Airaghi con la forma-canzone; Spiros Koutrakis illumina l’esperimento poetico-musicale di Laura Betti sulle liriche di Pasolini; Carmen Lega e Annachiara Monaco analizzano la rappresentazione del femminile nel dramma della Psychodonna; Salvatore Francesco Lattarulo propone un originale incontro fra la Pia dantesca e Gianna Nannini, dove l’eroina medievale si trasforma in icona pop contemporanea.

A chiudere idealmente questa costellazione si colloca il mio contributo, dedicato a Donatella Rettore: prima cantautrice pop italiana in senso pieno, figura eccentrica e ancora oggi difficilmente incasellabile. Rettore ha anticipato molte delle libertà performative e linguistiche che diventeranno, solo decenni più tardi, segni distintivi dell’autorialità femminile nel pop. Il suo “corpo come strumento di libertà” racconta una femminilità consapevole, ironica e ribelle: un’arte che non teme di essere popolare, dissacrante e colta insieme. In questa stessa prospettiva si inserisce anche il saggio di Elisabetta Maino, che esplora la metamorfosi “brasiliana” di Ornella Vanoni: un contributo che, alla luce della recentissima scomparsa dell’artista, diventa oggi un omaggio involontario ma luminoso, un gesto di gratitudine verso una voce che ha saputo reinventarsi senza mai perdere la propria inconfondibile intensità.

Questo numero di «Diacritica» intende proseguire il dialogo fra letteratura e musica, nella convinzione che ogni incontro fra arti generi nuove forme di pensiero, di ascolto e di riflessione. Nell’attesa di ritrovarci ancora una volta fra queste pagine, per continuare insieme il nostro viaggio fra letteratura e musica, rivolgo a tutte e a tutti un augurio di buona lettura e, soprattutto, di buona diffusione: perché la conoscenza — musica o letteratura che sia — acquista senso solo quando circola, si propaga, ritorna.

(fasc. 56-57, 15 settembre 2025)

“I viaggi di Gulliver” di Jonathan Swift nelle riletture di Francesco Guccini e Joaquín Sabina

Author di Salvatore Cristian Troisi

Abtsract: Musica e letteratura caratterizzano l’espressività umana e rispondono a una comune esigenza di narrare e sviscerare ciò che si cela nell’anima. Dall’antica poesia greca ai moderni adattamenti musicali, queste forme si sono influenzate a vicenda. La parola letteraria funge da ponte semantico, mentre la musica ne amplifica il potere evocativo. Calvin S. Brown è stato colui che ha avviato gli studi comparatisti sulla relazione tra queste due arti, dando origine a ricerche in questo campo, successivamente ampliate dal sistema triadico di Scher e dall’intermedialità di Wolf. Partendo da queste basi teoriche, lo studio esamina come le reinterpretazioni musicali dei Viaggi di Gulliver da parte di Guccini e Sabina creino una trasposizione poetico-musicale e una traduzione intersemiotica del testo di Swift.

Abstract: Music and literature characterize human expressiveness and respond to a common need to narrate and explore what lies hidden in the soul. From ancient Greek poetry to modern musical adaptations, these forms have influenced each other. The literary word serves as a semantic bridge, while music amplifies its evocative power. Calvin S. Brown was the one who initiated comparative studies on the relationship between these two arts, leading to research in this field, later expanded by Scher’s triadic system and Wolf’s intermediality. Based on these theoretical foundations, the study examines how the musical reinterpretations of Gulliver’s Travels by Guccini and Sabina create a poetic-musical transposition and an intersemiotic translation of Swift’s text.

Introduzione

La relazione fra musica e letteratura ha costituito, attraverso i secoli, un dialogo continuo che ha mutuamente arricchito entrambe le arti. Fin dagli albori greci, la lira ha accompagnato la poesia, arrivando sino all’epoca medievale trobadorica; dalla musica a programma al Lied (poesia per musica) o alla parola che si fa suono arrivando ad imitarlo, come ad esempio nello scat, queste due forme espressive hanno condiviso uno spazio comune in cui si sono mutuamente influenzate. La letteratura ha costituito un ponte semantico, un sistema di segni capace di essere più facilmente decodificabile quando espresso in forma musicale, conferendo alla musica il potere di catalizzare e amplificare il carattere evocativo della letteratura.

Calvin S. Brown, con il suo saggio Music and Literature: A Comparison of the Arts (1948)[1], ha posto le basi per lo studio della relazione fra queste due discipline, inaugurando un campo di ricerca autonomo all’interno dei Cultural Studies. Da allora, il concetto di convertibilità tra musica e letteratura si è evoluto, e lo studio si è focalizzato sulle modalità con cui le strutture di una vengono traslate nell’altra, in modo da costituire uno spazio comune di intersezione che amplifica le possibilità espressive di entrambe.

Sulla scia di questi studi, si sono costituiti, in campo teorico, il sistema triadico di Scher (1984) e il concetto di intermedialità di Werner Wolf (1999, 2002)[2]. Queste distinzioni metodologiche hanno consentito di analizzare i modi in cui la musica e la letteratura si influenzano reciprocamente, sia attraverso riferimenti interni alla struttura dell’opera sia mediante una vera e propria contaminazione dei linguaggi.

All’interno di questo quadro teorico, I viaggi di Gulliver di Jonathan Swift hanno ispirato reinterpretazioni musicali che ne accrescono e diversificano il senso originario. In particolare, Francesco Guccini e Joaquín Sabina hanno riletto l’opera attraverso il proprio linguaggio musicale, proponendo una nuova chiave di lettura che arricchisce il testo swiftiano di ulteriori sfumature espressive o, verosimilmente, ne svela di nuove.

Avendo come punto di riferimento il testo dello scrittore inglese, questo studio si propone di analizzare le riletture di Guccini e Sabina e, attraverso i punti di convergenza e di divergenza tra la fonte originale e la sua trasposizione musicale, di scoprire come si determini una traduzione intersemiotica del testo letterario. L’analisi comparativa che porteremo a termine avrà l’intenzione di comprendere in che modo la musica e la letteratura possano interagire non solo sul piano formale, ma anche sul piano semantico e cognitivo, generando nuovi o “altri” spazi di significazione.

Metodologia

Spesso le due arti sorelle, musica e letteratura, hanno dialogato, si sono influenzate reciprocamente e hanno camminato insieme verso un comune scopo: quello di raccontare emozionando o di narrare le sensazioni che ci attraversano. Scovano turbolenze interiori incastonate negli interstizi dell’anima, ne colgono l’essenza, veicolano gioie e dolori. Nella Grecia antica la poesia veniva accompagnata dal suono soave della musica, che ne esaltava il ritmo e la melodia. D’altro canto, la poesia è la pietra della memoria che accompagna la nostra umanità e, a sua volta, è “musica”: segue una metrica, si avvale di figure retoriche che ne modulano sfumature e accenti. Nel declamare una poesia, come nella musica, accenti tonici, pause, sillabe si intrecciano alla parola, che si fa suono atavico e profondo. A questo proposito scrive Russi:

Nella storia dell’uomo la musica è stata sempre legata in qualche modo alla parola, […] (in particolare la parola letteraria) siano in molti casi indissolubilmente legate l’una all’altra. Penso ad esempio alla tragedia attica, alla poesia corale greca e – più vicino a noi – alla lirica trobadorica, alla poesia del Rinascimento, al melodramma, al Lied, ad alcuni generi della popular music[3].

Come accennato, Calvin S. Brown, già nel 1948, con il suo saggio Music and Literature: A Comparison of the Arts, poneva le basi sullo studio della relazione fra le due discipline (Musica e Letteratura), ammettendo lo studio musico-letterario di fatto nell’articolato mondo dei Cultural Studies, ma riconoscendogli una certa indipendenza. Su queste basi si fonda il concetto di “convertibilità”, che tende ad andare oltre ciò che si cela dietro le parole o la musica[4], legandole attraverso significati trasversalmente riconoscibili in poesia e in musica, e rendendo in qualche modo possibile il loro travaso reciproco[5].

Scher in Musik in der Literatur: vorläufige Bemerkungen zu einem unendlichen Thema (1984) è colui che introduce l’idea di “convertibilità”, attraverso la quale si costruiscono il concetto di “struttura profonda” e la nozione di “spazio misto”, definendosi così le modalità di incontro fra i differenti linguaggi dell’arte. Il saggio traccia le coordinate per orientarsi in questo ampio tema, interrogandosi continuamente sull’essenza, le finalità, le metodologie e perfino la stessa nomenclatura di una disciplina sfuggente.

L’auto-definirsi e ridefinirsi è un incessante bisogno che sembra scaturire da una duplice esigenza: da un lato, soddisfa la naturale vocazione di ogni campo del sapere a rimanere al passo con l’evolversi della cultura e della società contemporanee; dall’altro, rappresenta il tributo imposto dalla secolare diffidenza che ha gravato su ogni tentativo di comparazione tra le arti, specialmente quando tale confronto si addentra nell’ambito della pratica letteraria[6].

Lo stesso Scher elabora un modello teorico che si adegua alle articolazioni delle tre categorie fondamentali su cui si basa: Musica e letteratura, Letteratura nella musica e Musica nella letteratura. La prima, Musica e letteratura, riguarda le forme vocali in cui le due arti si incontrano concretamente, tradizionalmente analizzate dalla musicologia. Scher rivaluta la componente poetica, aprendo il campo a discipline come la librettologia e i Cultural Studies. La seconda, Letteratura nella musica, comprende la musica a programma e le opere strumentali influenzate dalla letteratura, affrontando anche il tema della narratività musicale. L’ultima, Musica nella letteratura, si addentra nell’esplorazione del modo in cui la letteratura utilizza strutture musicali. Scher introduce i concetti di Wortmusik (musicalità della parola, basata su sonorità e ritmo) e verbal music (tentativo di evocare esperienze musicali attraverso il testo)[7]. Questo modello, semplice nelle sue categorie e aperto metodologicamente, ha avuto un forte impatto sugli studi musico-letterari.

La relazione tra letteratura e musica non implica una gerarchia di valore, ma si configura come un processo di traduzione intersemiotica, in cui la parola assume il ruolo di veicolo espressivo privilegiato. Allo stesso tempo, la musica spesso si appoggia alla letteratura per acquisire una dimensione semantica più definita, come accade nei libretti d’opera o nei testi musicali arricchiti da indicazioni e commenti. Tuttavia, questa interazione viene talvolta ridotta a una semplice corrispondenza formale, trascurando il suo potenziale cognitivo, culturale ed emotivo.

Nel Romanticismo, la letteratura ha sviluppato una concezione del suono più complessa di quella della musica dell’epoca, opponendo alla staticità dell’arte visiva una forma espressiva fluida e in continua evoluzione. Autori come Wilhelm Wackenroder ed E. T. A. Hoffmann hanno evocato la musica attraverso la metafora del “fiume di suoni”, delineando uno spazio misto (blended space) in cui i due linguaggi si incontrano, si contaminano e si potenziano reciprocamente[8]. In questa dimensione ibrida, letteratura e musica non si limitano a dialogare, ma generano nuove connessioni e possibilità espressive, ampliando i confini della percezione estetica.Principio del formularioFinal del formulario

Analisi dei Viaggi di Gulliver di Swift come base per riletture musicali

Travels into several remote nations of the world. In Four Parts. By Lemuel Gulliver, tradotto in italiano come I viaggi di Gulliver, uscì a Londra nel 1726 come romanzo anonimo nel quale si leggeva soltanto il nome e cognome del personaggio: Lemuel Gulliver autore del libro, che si rivela essere uno sconosciuto capitano che conosce la medicina (formatosi all’Emmanuel College, a Cambridge e Leida) e padroneggia le lingue, e un gran viaggiatore che divulga le sue scoperte geografiche «per il progresso dell’umanità»[9]. L’opera venne pubblicata dopo l’enorme successo di Robinson Crusoe di Defoe e fu subito apprezzata, ma in essa prevalse l’elemento fantastico, mettendo in secondo piano quello portante del libro, ovvero quello satirico.

Gulliver, com’è noto, viaggia appunto attraverso caratteristici regni fantastici, parodie satiriche della società inglese (e non solo) di quel tempo, che si alternano a quelli reali, come l’Inghilterra e il Giappone. I personaggi caricaturali cui affida il compito di districarsi nella trama del romanzo, e che Swift adotta come suoi portavoce, si compongono di una varietà di letterati alla moda dai tratti demenziali, esperti di politica ed economia.

Il libro si divide in quattro parti. Nella prima, Gulliver naufraga su Lilliput, e viene catturato dai suoi minuscoli abitanti. Ottiene la fiducia del re, ossessionato dalla matematica e dalle scienze razionali. Aiuta i lillipuziani in guerra contro il nemico Blefuscu, ma rifiuta di sottomettere il popolo sconfitto. Accusato di tradimento, fugge a Blefuscu, trova una barca e torna in Inghilterra. Nella seconda parte, Gulliver intraprende un nuovo viaggio arrivando a Brobdingnag, dove tutto è dodici volte più grande. Trattato inizialmente come un fenomeno da circo, viene poi accolto dalla regina. Durante un’escursione, una grande aquila lo trasporta via in mare, finché viene salvato da una nave e riportato in patria. Nella terza parte, Gulliver, ripartito, finisce su un’isola e viene soccorso dalla città volante di Laputa, abitata da studiosi ossessionati dalla scienza e dalla musica, ma privi di senso pratico. A Balnibarbi vede un regno rovinato da esperimenti inutili; a Glubbdubdrib incontra i fantasmi di grandi personaggi storici, mentre a Luggnagg scopre gli struldbrug, immortali condannati a un’eterna vecchiaia. Alla fine, riesce a raggiungere il Giappone e fa ritorno in Inghilterra.

Nell’ultima parte Gulliver, imbarcato come capitano di un mercantile, viene tradito dall’equipaggio, che si ammutina e lo abbandona su un’isola abitata dagli Houyhnhnm, saggi cavalli dotati di parola e intelligenza, che governano pacificamente la loro terra. A questi fanno da contrappunto gli Yahoo, creature selvagge e degeneri, dall’aspetto simile agli esseri umani. Gulliver, col tempo, matura un profondo disprezzo per la sua stessa natura, anelando a permanere con gli Houyhnhnm, ma il Consiglio Supremo decide di esiliarlo, temendo che la sua natura yahoo possa manifestarsi nuovamente.

Da una analisi attenta emerge, come suggerisce Celati, che nei lillipuziani e nei brobdingnaggiani i rapporti tra il corpo e la mente si traducono in una serie proporzionale di valori invertiti[10]. I piccoli lillipuziani, che nella loro grande razionalità si credono signori dell’universo, si rivelano campioni di piccineria, crudeltà, avarizia del cuore; al contrario, il gigantesco re di Brobingagnag e i suoi sudditi, giudicati da Gulliver “di mente ristretta”, risultano il popolo più magnanimo: «mi chiese se fossi del partito Wing o quello dei Tory. Indi volgendosi verso il Primo Ministro, […] il Re osservò como l’umana grandezza fosse una ben sgradevole cosa, se poteva essere scimmiottata da insetti minuscoli quanto me»[11].

Gulliver è senza dubbio un rappresentante della società del tempo, un uomo moderno, che ragiona “scientificamente” e condivide le stesse pretese di oggettività dei nuovi viaggiatori, intento a comparare e misurare tutto per attenersi ai “nudi fatti”. Il linguaggio scientifico si riverbera in ogni cosa che descrive, nella ricerca ossessiva di estrarre la pura oggettività delle cose, in un funambolismo che danza fra l’onirico e l’essere desto. Il gullible, a cui forse allude il suo nome, «è il credulone abbagliato dalle parole che gli altri smerciano e lui prende per atti di fatto, fino al punto di non accorgersi che lui stesso sta spacciando pranzate irreali»[12].

Il romanzo si chiude con la forzata partenza di Gulliver e il suo ritorno in Inghilterra. Tuttavia, quel senso del ridicolo che aveva avvertito conversando con il re di Brobdingnag si fa sempre più evidente:

se mi fosse allora accaduto di osservare una brigata di Lord e Lady d’Inghilterra, tutti in ghingheri come per il compleanno del Re, recitare le loro varie parti attenendosi il più possibile alle maniere di Corte, nel sussiego, negli inchini e nelle ciarle, a dire il vero sarei stato fortemente tentato il ridere di loro, cosi come quel Re e i suoi dignitari ridevano di me[13].

Nella parte finale del romanzo, l’avversione di Gulliver per l’essere umano si intensifica progressivamente, fino ad arrivare all’acme con la sua partenza dalla terra degli Houyhnhnm. Il disgusto nei confronti della razza umana lo porta a isolarsi completamente: si allontana dalla propria famiglia, trascorrendo il tempo nella stalla per sentirsi ancora vicino agli Houyhnhnm «giacché, per quanto degenerati siano, in loro compagnia progredisco in qualche virtù, senza promiscuità col vizio»[14].

Identificati i tratti essenziali dell’opera da cui Guccini e Sabina traggono ispirazione, almeno per quanto riguarda il titolo, procederemo ora a un’analisi delle loro canzoni, esaminando le modalità attraverso cui questo classico della letteratura ha stimolato in loro il desiderio di adottarlo come modello e di rielaborarlo in chiave personale.

Ampliazione e variazione del significato originario attraverso la musica: la reinterpretazione di Francesco Guccini dei Viaggi di Gulliver

Il nono album in studio di Francesco Guccini, pubblicato in Italia nel 1983, s’intitola Guccini. Nel lato A dell’album compaiono le canzoni: Autogrill, Argentina e Gulliver, appunto, il cui testo, scritto a quattro mani, è frutto di una collaborazione con Giampiero Alloisio. Esso riprende il tema del viaggio, che Guccini ha trattato in diverse canzoni: Argentina, Amerigo, Odisseus, Cristoforo Colombo, Don Chisciotte. Il viaggio, per Guccini, è spingersi oltre i propri limiti geografici e umani; rappresenta una ricerca che trascende i confini fisici dell’esistenza e diventa oggetto di un’intima e affannosa analisi, nel desiderio di afferrare, attraverso i frammenti di vita che si cristallizzano nella memoria, il significato ultimo del vivere.

Il testo della canzone si sviluppa in quartine; avvicenda endecasillabi con versi fra le tredici e le sedici sillabe, che conferiscono al testo un andamento fluido e narrativo, alternando momenti lirici con quelli narrativi tipici della ballata. Le rime sono prevalentemente alternate, con chiusura in rima baciata in ogni strofa.

Nella reinterpretazione del testo swiftiano da parte di Guccini, ci troviamo di fronte a un Gulliver attempato, che si trova a meditare sulla vita trascorsa e a farne, probabilmente, un consuntivo, ritornando a un tempo in cui il suo vigore era integro, non ancora scalfito dall’incessante scorrere del tempo e tale da permettergli di «correre per il mare», idealmente, nei suoi viaggi.

Divenuto ormai nonno, «nelle lunghe ore d’inattività e di ieri, che solo certa età può regalare», Gulliver intrattiene i nipoti con racconti dal sapore fantastico che solo il ricordo riesce a ingigantire, sublimandoli nel mito. Queste storie in parte inverosimili appartengono realmente al vivo bagaglio di ricordi del protagonista, evocando nell’attento ascoltatore sinestesie visive e olfattive in cui le spiagge prendono forma al punto che se ne avverte l’odore. Quando il protagonista evoca, nella magia della narrazione, i propri ricordi, trasporta i nipoti incantati in un mondo fantastico che riempie «il cielo inglese di miraggi», popolato com’è da giganti, nani e cavalli dotati di saggia intelligenza, in grado di parlare. Le parole richiamano idealmente i fantastici luoghi visitati e i personaggi conosciuti, «con il suggestivo effetto di eco, in cui si rispondono, fra rima interna e assonanze, i termini che nominano le stravaganti figure incontrate»[15].

Del testo di Swift Guccini riprende il disincanto e la disillusione verso l’essere umano, ma, a differenza del racconto dello scrittore inglese, che sfocia nel disgusto, l’artista italiano non perde totalmente la fiducia nei suoi simili. La sua visione rimane più sfumata: sebbene vacilli la fiducia nei coetanei, persiste una profonda stima nei bambini. Questi, incantati, sembrano davvero cogliere il significato delle parole del vecchio Gulliver e, anche solo per il tempo di una narrazione, riescono a ridar vita a quei luoghi fantastici nella loro mente.

I vecchi amici, soggiogati dal tempo e intorpiditi intellettualmente, non riescono a dare forma concreta ai propri pensieri che si fanno claudicanti e afasici, annaspando fra i significanti, incapaci di descrivere l’oggetto e di arrivare al significato puro, nell’impossibilità di cristallizzarlo nel lemma custodito nell’oggetto:

Qui, come in Gulliver e come forse l’esperienza di ciascuno, la sconfitta della narrazione non solo sta all’inadeguatezza della parola a rappresentare la multiforme esperienza vissuta, ma anche nello scorno di una parola che vorrebbe trasmettere intatte le immagini che porta dentro, mentre chi ascolta le sostituisce fatalmente con le proprie[16].

Le parole, quindi, si sostituiscono a un lessico familiare più vicino al recettore del messaggio e così il viaggio narrato muta in «parodia», una «somiglianza al canto» a cui l’etimologia della parola “parodia” rimanda: la metafora dei «vuoti gusci di parole» offre una pregnante rappresentazione di questi termini sordi, che non bastano a contenere la profondità dell’esperienza[17]. Ma è anche metafora finemente saussuriana che allude alla differenza fra l’immagine acustica e la parola che veicola il concetto, il significato.

Nell’ultima strofa, nei viaggi che popolano la sua memoria e che si rincorrono turbinosamente, il sorriso si fa disincanto e il protagonista comprende la contraddizione dell’esistenza umana, in cui la grandezza e la fragilità coesistono in ogni individuo. Gulliver sperimenta uno sdoppiamento della sua coscienza, che incarna i due opposti del romanzo dello scrittore inglese: i piccoli uomini di Lilliput e i giganti di Brobdingnag. «La crudele solitudine del nano» e «La mente disattenta del gigante» rappresentano il gioco tra opposti, richiamando il contrasto fra la limitatezza umana e l’illusione di grandezza. Mentre il gigante vede il mondo grossolanamente, il nano, pur dotato di occhio più preciso, si sente schiacciato dall’immensità dell’universo, incapace di coglierne le infinite sfumature. Il senso dell’esistenza sfugge a tutti indistintamente, e il finale lo sentenzia in forma disillusa: «da tempo e mare non si impara niente».

Ampliazione e variazione del significato originario attraverso la musica: la reinterpretazione di Joaquín Sabina dei Viaggi di Gulliver

Joaquín Sabina, poeta e cantautore spagnolo, reinterpreta il classico di Swift nel 1980 nell’album Malas compañías, che l’autore dichiara di non amare molto, nonostante abbia avuto un discreto successo[18]. Lo fa nella quarta canzone dell’album, il cui testo e la cui musica sono stati composti interamente dal cantautore spagnolo.

La canzone presenta una struttura libera, senza uno schema metrico rigido. Non segue un modello di versi isometrici e rappresenta un’eccezione nel canzoniere di Sabina, in quanto Gulliver è l’unica canzone senza rima, eccezione che lo stesso cantautore andaluso ha sottolineato[19] («Sono assolutamente a favore della rima, che è la musica del linguaggio. Mi sembra completamente assurdo che i cantanti non si rendano conto che le parole hanno già la loro musica»)[20], evidenziando come essa sia essenziale a livello sonoro e ritmico. La metrica della canzone è caratterizzata da versi di diversa lunghezza, con una prevalenza di versi lunghi che generano un ritmo cadenzato, enfatizzando la forza delle immagini e il tono profetico del poema. La ripetizione di frasi e strutture sintattiche contribuisce alla sua musicalità.

La canzone reinterpreta il classico concentrandosi sul viaggio di Gulliver a Lilliput, dove risulta essere un gigante fra i nani. In questo caso, le diverse dimensioni non solo costruiscono il racconto fantastico, ma riflettono anche la moralità dei personaggi. Sabina riprende la stessa visione di Swift: i suoi lillipuziani sono infatti esseri estremamente razionali, ma machiavellici, perché «i valori differenziali diventano modi del pregiudizio etnico»[21]. Gulliver è un freak, agli occhi dei lillipuziani, il che ne evidenzia le vedute ristrette: rappresenta colui che si distingue per altezza, che in senso simbolico può riferirsi all’intelligenza, alla grandezza morale o alla capacità di vedere oltre i limiti imposti dagli altri.

La figura dei nani si lega a immagini sensoriali e descrizioni dispregiative come «los hombres de corazón diminuto» e «afeitados y miopes»; e il «revolverse recelosos tras sus gafas de concha» evoca diffidenza e meschinità. Si scagliano contro chi è diverso, la mosca bianca, colui che incarna i valori dell’alterità e che non si conforma, probabilmente “giganteggiando” moralmente e intellettualmente: «Los enanos se rebelarán / Contra Gulliver / Todos armados con palos y con hoces / Asaltarán al único gigante / Con sus pequeños rencores, con su bilis / Con su rabia […]». Il protagonista viene colpevolizzato non per i suoi difetti, ma per le sue qualità, dimostrando che il vero problema non è lui, bensì l’incapacità degli altri di accettare la differenza.

Le antitesi e i paradossi, come «el tuerto en el país de los ciegos», «estar libre en el país de los presos» o «el sabio en el país de los necios», mettono in discussione la realtà e denunciano l’assurdità di alcune norme sociali, sottolineando come la saggezza e una visione superiore siano spesso disprezzate in una società ignorante. L’anafora, con la ripetizione insistita di «De ser…» nella parte finale, enfatizza il carattere accusatorio e il rifiuto del diverso, mentre la reiterazione di «No podrán, no podrán, no podrán» rafforza l’idea di una lotta impari e ingiusta.

Nella chiusura iperbolica «De ser la voz que clama en el desierto», che evoca un profondo senso di disperazione, risuona l’immagine biblica dell’Esodo, che le conferisce un’aura profetica. Le parole, granelli di sabbia dispersi nel deserto, inascoltate si dissolvono nell’infinità, accentuando il senso di isolamento e solitudine che caratterizza la condizione di emarginazione dell’individuo eccezionale. La canzone si configura, così, come una riflessione amara sulla difficoltà di affermare la propria individualità in una società che premia l’omologazione e rifiuta la diversità.

Conclusioni

Un classico della letteratura come I viaggi di Gulliver di Jonathan Swift, reinterpretato nelle sue riletture musicali da parte di Francesco Guccini e Joaquín Sabina, dimostra come attraverso il linguaggio della musica si possano fornire nuove significazioni, dotando i testi di nuova linfa e rendendoli ancora più attuale. L’opera di Swift presenta, come tratto fondante, un’aspra critica della società umana che si compie attraverso una satira corrosiva che culmina con un triste disincanto, che viene ripreso dai due cantautori con sensibilità differenti, ma accomunate dal tema del viaggio come metafora che attraversa la vita e le relazioni umane, alla ricerca di un senso autentico delle cose.

Guccini restituisce un Gulliver al tramonto della sua esistenza, il che gli fa ripercorrere con nostalgia i suoi viaggi e osservare con disillusione il mondo che lo circonda, incapace di trarre insegnamenti dall’esperienza. La sua canzone si attesta sulle stesse note malinconiche e sul tono riflessivo tipico della sua poetica, evidenziando il contrasto fra la grandezza e la fragilità dell’essere umano. Sabina, invece, sfrutta la libertà metrica per creare un’interpretazione più personale e sperimentale, allontanandosi dalle convenzioni stilistiche della sua produzione abituale.

Entrambe le riletture musicali dimostrano la straordinaria versatilità del testo swiftiano, capace di ispirare artisti appartenenti a contesti e generazioni vicine, ma differenti. Se Swift utilizzava il viaggio di Gulliver per smascherare le contraddizioni della società del suo tempo, Guccini e Sabina ne riprendono l’essenza per riflettere sull’esistenza e sulla condizione umana, dimostrando come la letteratura possa continuare a dialogare con la musica e con il presente, offrendo nuove prospettive di interpretazione e significato.

Come accennato, letteratura e musica spesso si influenzano reciprocamente e si autocontaminano. La relazione fra queste due arti, anche se storicamente ha visto la prima imporsi sulla seconda, non implica una precisa gerarchia, ma si configura come un’interazione di mutuo arricchimento. Questa dimensione ibrida è una rappresentazione artistica che può essere attraversata da un gioco dialogico di intenzioni verbali che si incontrano e si intrecciano in essa[22]. Gulliver, dunque, non è solo un personaggio letterario, ma si tramuta in simbolo, in un viaggio intersemiotico e in un impulso intellettuale che percorre epoche e linguaggi, dimostrando come le arti possano fondersi, trasformarsi, ridefinirsi, fornendo nuove prospettive di lettura del mondo e restando sempre vive, nel tempo[23].

 

  1. Cfr. C. S. Brown, Music and Literature: A Comparison of the Arts, Thompson Press 2011.
  2. W. Wolf, Musicalized Fiction and Intermediality. Theoretical Aspects of Word-Music Studies, in Word and Music Studies (1). Defining the Field, a cura di W. Bernhart, S. P. Scher, W. Wolf, Amsterdam, Rodopi, 1999, pp. 37-58; Id., Intermediality Revisited: Reflections on Word and Music Relations in the Context of a General Typology of Intermediality, in Word and Music Studies (4). Essays in Honor of Steven Paul Scher and on Cultural Identity and Musical Stage, S. M. Lodato, S. Aspden, W. Bernhart, Amsterdam, Rodopi, 2002, pp. 13-34.
  3.  R. Russi, Letteratura e musica: considerazioni provvisorie su un tema infinito, in La letteratura italiana e le arti. Atti del XX Congresso dell’ADI – Associazione degli Italianisti (Napoli, 7-10 settembre 2016), a cura di L. Battistini, V. Caputo, M. De Blasi, G. A. Liberti, P. Palomba, V. Panarella, A. Stabile, Roma, Adi Editore, 2018, p. 1. Disponibile online all’URL: https://www.italianisti.it/pubblicazioni/atti-di-congresso/la-letteratura-italiana-e-le-arti/1%20Russi_ADI_2016.pdf. (ultima consultazione: 3/03/2025).
  4. J. Joyce, Ulisse, trad. it. di G. De Angelis, Milano, Mondadori, 2000, p. 67.
  5. Q. Principe, Strauss, Milano, Rusconi, 1989, pp. 909-13.
  6. R. Russi, Letteratura e musica: considerazioni provvisorie su un tema infinito, art. cit., p. 2.
  7. S. P. Scher, Literatur und Musik. Ein Handbuch zur Theorie und Praxis eines komparatistischen Grenzgebietes, Berlin, Erich Schmidt, 1984, pp. 9-25.
  8.  R. Russi, Letteratura e musica, Roma, Carocci, Roma, 2005, pp. 34-35.
  9. G. Celati, Introduzione a J. Swift, I viaggi di Gulliver, ed. e trad. di G. Celati, XVI ed., Milano, Feltrinelli, 2024, p. vii.
  10. Ibidem.
  11. J. Swift, I viaggi di Gulliver, op. cit., p. 97.
  12. G. Celati, Introduzione a J. Swift, I viaggi di Gulliver, op. cit., pp. viii-ix.
  13. J. Swift, I viaggi di Gulliver, op. cit., p. 98.
  14. Ivi, p. 300.
  15. F. Guccini, G. Fenocchio, Canzoni, introduzione e commento di G. Fenocchio, Milano, Bompiani, 2018, p. 177.
  16. Ivi, p. 178.
  17. Ibidem. Cfr. anche L. Malavasi, «Da tempo e mare non si impara niente»: il Gulliver di Francesco Guccini, in «La Pressa», 16 giugno 2023; disponibile online: https://www.lapressa.it/articoli/che_cultura/da-tempo-e-mare-non-si-impara-niente-il-gulliver-di-francesco-guccini. (ultima consultazione: 25/02/2025).
  18. J. Sabina, J. M. Flores, Sabina en carne viva: yo también sé jugarme la boca, Barcelona, Editorial DeBolsillo, 2006, p. 97.
  19. J. Valdeón, Sabina: sol y sombra, Valencia, Efe Eme Editorial, 2017, pp. 485-86.
  20. Ivi, p. 497.
  21. G. Celati, Introduzione a J. Swift, I viaggi di Gulliver, ed. e trad. di G. Celati, XVI ed., Milano, Feltrinelli, 2024, p. xvi.
  22. M. Bakhtin, Discourse in the Novel, in The Dialogic Imagination: Four Essays by M. M. Bakhtin, a cura di M. Holquist, trad. C. Emerson e M. Holquist, Austin, University of Texas Press, 1981, p. 277.
  23. Università di Malaga.

(fasc. 56-57, 15 settembre 2025)

Il romanzo come partitura: la variazione nella poetica kunderiana

Author di Elena Panzera

 

Abstract: Il presente articolo analizza la centralità del principio di variazione nell’opera di Milan Kundera, mostrando come la forma musicale diventi paradigma della sua poetica romanzesca. Attraverso l’intreccio con la polifonia e la “piccola composizione”, la variazione consente di tornare su motivi esistenziali senza esaurirli, trasformandoli in figure sempre nuove. Dal Libro del riso e dell’oblio fino alla trilogia francese, il romanzo kunderiano si configura come partitura conoscitiva: non progressione lineare verso una verità ultima, ma esplorazione tematica che accoglie ambiguità e contraddizioni. In questo senso, la variazione si afferma come metodo conoscitivo ed etico, capace di tradurre in forma narrativa la complessità dell’esistenza contemporanea.

Abstract: This article examines the centrality of the principle of variation in Milan Kundera’s work, demonstrating how musical form becomes the paradigm of his novelistic poetics. Through its interweaving with polyphony and the “little composition”, variation enables a return to existential motifs without exhausting them, transforming them into ever-new figures. From Il libro del riso e dell’oblio through to the French trilogy, the Kunderan novel assumes the configuration of a cognitive score: not a linear progression toward an ultimate truth, but rather a thematic exploration that embraces ambiguity and contradiction. In this sense, variation establishes itself as both a cognitive and ethical method, capable of rendering in narrative form the complexity of contemporary existence.

Verso una forma di sapere romanzesco

L’opera di Milan Kundera si inscrive con forza nella tradizione del romanzo europeo, ma vi introduce una rottura radicale che ne ridefinisce i contorni[1]. Se da un lato i suoi testi si pongono come eredi della linea che va da Cervantes a Broch, passando per Sterne e Musil, dall’altro incarnano un’esperienza storica e personale segnata dall’esilio e dalla crisi dei grandi paradigmi narrativi del Novecento. Nonostante la sua esperienza di espatriato per ragioni politiche, Kundera non guarderà mai al romanzo come a un genere da arricchire di contenuti morali o politici, né come a un veicolo di messaggi ideologici: lo considera piuttosto una forma di conoscenza, capace di esplorare le ambiguità del mondo moderno attraverso dispositivi formali.

L’arte del romanzo, scrive, «non dipende, per sua essenza, dalle certezze ideologiche, ma anzi le contraddice. Come Penelope, essa disfa, nel corso della notte, la trama che teologi, filosofi, scienziati hanno tessuto durante il giorno»[2]. È in questa prospettiva che si comprende la sua insistenza sulla natura antilirica del romanzo. Laddove il poeta tende a proiettare nell’opera un “io” assoluto e totalizzante, a imporre un sentimento, il romanziere apre invece la sua opera a una pluralità di prospettive, alla tensione tra personaggi e temi, alla coesistenza di verità contraddittorie. È la lezione inaugurale di Cervantes, da cui Kundera non si distacca mai: spezzare l’unilinearità del racconto introducendo voci differenti, storie parallele, brecce narrative che interrompono la marcia uniforme della trama.

Dopo i primi romanzi cechi (Lo scherzo, La vita è altrove, Il valzer degli addii), ancora legati a un’architettura narrativa tradizionale pur nella sperimentazione, Kundera attraversa la crisi dell’esilio e inaugura una nuova stagione con Il libro del riso e dell’oblio (1979). Qui la forma romanzesca non è più unitaria nel senso classico: diventa frammentaria, modulare. Da questo momento in poi, la composizione non sarà più guidata dall’intreccio, ma dall’elaborazione tematica, dalla variazione e dalla polifonia.

Nella riflessione saggistica[3], d’altronde, Kundera formula la propria idea del romanzo come meditazione sull’esistenza attraverso personaggi immaginari, come spazio in cui interrogare le domande fondamentali della condizione umana. Da qui il rifiuto del romanzo “piatto” che si limita a seguire l’intreccio senza sviluppare temi. La grande tradizione romanzesca è per Kundera una costellazione di scrittori capaci, sopra ogni cosa, di piegare la forma narrativa a un’esigenza conoscitiva, con la convinzione che «Il romanzo che non scopre una porzione di esistenza fino ad allora ignota è immorale».

È proprio all’interno di questo orizzonte che emerge il legame con la musica. Essa rappresenta un modello formale alternativo alla linearità della trama e alla rigidità della «grande composizione romanzesca», uno spazio dai contorni indefiniti in cui variazione, polifonia, piccola composizione diventano dispositivi strutturali che danno al romanzo una nuova coerenza interna.

La «strategia beethoveniana» delle variazioni

Kundera descrive il romanzo come un insieme di «piccole composizioni indipendenti»[4]: sezioni autonome che non si susseguono per necessità d’azione, ma si richiamano attorno a nuclei tematici persistenti. Ogni parte opera come variazione su un tema, illuminandolo da un’angolatura diversa senza esaurirlo. L’effetto è quello di un movimento a onde concentriche: la scrittura non avanza accumulando eventi verso una rivelazione finale, ma ritorna su un medesimo problema esistenziale modulandone il colore, la tonalità emotiva, il contrappunto di esempi e situazioni.

Un esempio lampante è offerto dall’Insostenibile leggerezza dell’essere, dove la celebre dicotomia leggerezza/peso attraversa l’intera costruzione. Il motivo è ripreso in scene e personaggi diversi, ciascuno dei quali ne mette in luce una sfaccettatura. Emblematica a tal proposito è la sequenza in cui Tereza fotografa i carri armati sovietici durante l’invasione di Praga del 1968. Un gesto che potrebbe apparire leggero, quasi ingenuo, si rivela invece gravido di conseguenze storiche e morali. La macchina fotografica diventa strumento di testimonianza e, al tempo stesso, segno della vulnerabilità di chi guarda. Nella logica della variazione, l’atto non è isolato: richiama la leggerezza con cui Tomáš affronta la vita sentimentale, si oppone al peso che grava su Tereza nelle sue riflessioni sulla fedeltà e sulla fragilità del corpo, e trova un’eco nell’esilio di Sabina, che vive la leggerezza come fuga, ma ne sperimenta anche la solitudine. La tenuta del romanzo, insomma, non è cronologica ma tematica: «l’unità dei temi»[5] diventa il principio che tiene insieme la forma e ne giustifica la coerenza, mentre la variazione agisce come principio ordinatore.

Polifonia: uguaglianza delle voci e contrappunto narrativo

Alla logica della variazione si salda il principio della polifonia. Musicalmente, polifonia «è lo sviluppo simultaneo di due o più voci (linee melodiche) le quali, pur essendo perfettamente legate, conservano la loro relativa indipendenza»[6]. Trasferito alla narrativa, il termine descrive una scrittura che rifiuta la subordinazione a un unico punto di vista e che permette a prospettive diverse di coesistere nello stesso spazio romanzesco. Un principio che Kundera applica già nello Scherzo, dove le voci di Ludvík, Helena, Jaroslav e Kostka mantengono ciascuna la propria autonomia prospettica: nessuno possiede l’ultima parola, nessuno detiene il privilegio della verità. La polifonia è, dunque, sia strutturale sia epistemologica: non ricompone le differenze, ma conserva le tensioni tra verità parziali, facendo della molteplicità non un difetto, bensì la sostanza dell’opera. Il risultato è un tessuto in cui la voce narrante – dichiarata e riconoscibile – si sovrappone all’autore e interviene con commenti, digressioni estetiche o storiche, orchestrando un dialogo tra linee autonome. Anziché limitarsi a presentare frammenti, il romanzo li fa interagire, li contraddice, li fa risuonare secondo regole d’uguaglianza fra le voci, vero fondamento della tecnica contrappuntistica che vedrà la sua piena applicazione nei romanzi della maturità.

Modelli e maestri: Beethoven, Bach, Janáček

Figlio di un musicologo e devoto egli stesso alla musica nei suoi anni giovanili, Kundera rende esplicito il debito nei confronti della sua prima maestra. La musica è anche piacere della forma e, in questo senso, paradigma per tutte le arti: così da Beethoven deriva il modello della variazione; dalla tradizione bachiana il contrappunto; da Leoš Janáček una drastica estetica dello sfrondamento: giustapposizioni brusche, assenza di transizioni inutili, ripetizioni essenziali, coesistenza simultanea di emozioni contraddittorie; una polifonia delle emozioni che diventa principio romanzesco.

Questa lezione produce due effetti distinti. Il primo riguarda lo stile del montaggio: asciutto, essenziale, costruito su tagli netti e passaggi rapidi, laddove la tradizione avrebbe disteso ponti e transizioni. Il secondo investe la concezione stessa del romanzo, con il rifiuto dell’«imperativo della verosimiglianza»[7] tanto caro all’estetica ottocentesca, in virtù dell’intreccio libero di fili eterogenei, sezioni che mantengono la propria autonomia pur concorrendo all’armonia complessiva dell’opera.

Non a caso, quando Kundera presenta Jacques e il suo padrone, opera teatrale scritta durante l’invasione sovietica di Praga – un omaggio a Diderot –, accompagna il testo con un’Introduzione a una variazione. Qui chiarisce con decisione il senso del procedimento: la variazione non è adattamento né aggiornamento, ma un esercizio di fedeltà creativa. Riprendere Jacques il fatalista significa trattarlo come un tema musicale: riconoscerne il nucleo e, al tempo stesso, farlo vivere in metamorfosi sempre nuove. La fedeltà, infatti, non si misura nella ripetizione letterale, ma nella capacità di trasformare senza smarrire l’identità. In tal senso, questo breve testo rappresenta un vero e proprio laboratorio poetico: ciò che nei romanzi successivi verrà sviluppato come architettura compositiva – alternanza di linee autonome, libertà della digressione, logica delle variazioni – qui è già sperimentato in forma teatrale, nel dialogo contrappuntistico con il modello settecentesco di Diderot.

Vette della maturità. Dal Libro del riso e dell’oblio all’Immortalità

Pubblicato da Gallimard nel 1979, Il libro del riso e dell’oblio segna uno spartiacque: sette parti autonome, tenute insieme solo dall’unità dei temi e dal loro lavorio di variazione. Kundera stesso vi riconosce la fine della diffidenza verso «la grande composizione romanzesca»[8] e l’adozione della «strategia della piccola composizione»[9] ispirata a Chopin, che gli consente di creare un romanzo di racconti legati non dall’azione ma da un sistema di rimandi interni, dove memoria e oblio, potere e resistenza, corpo e riso ritornano come motivi musicali, oscillando fra tragico e grottesco. L’unità non procede per catena causale, ma per ritorno differente: lo stesso problema riaffiora con una luce nuova, come tonalità mutata all’interno di un motivo riconoscibile.

Con L’insostenibile leggerezza dell’essere (1984) e Immortalità (1990), poi, la ricerca formale di Kundera giunge a un equilibrio ancora nuovo, in cui variazione e polifonia si intrecciano in modo compiuto. Nel primo romanzo la strategia beethoveniana delle variazioni si concentra su un numero ridotto di linee e su codici esistenziali chiari (per Tereza: il corpo, l’anima, la vertigine; per Tomáš: la leggerezza, la pesantezza), mentre la sesta parte, lunga digressione sul Kitsch, esemplifica il ruolo della riflessione saggistica come variazione interna che riorienta la narrazione, contaminandola con il discorso filosofico.

Nell’Immortalità, invece, la polifonia trova una configurazione ancor più audace: il narratore-personaggio orchestra sette parti eterogenee in tempi diversi, come in una partitura musicale. La coerenza dell’opera non è garantita dall’unità dell’intreccio, ma, ancora una volta, da alcuni temi, domande esistenziali incarnate dai personaggi che attraversano tutte le parti. Il motivo dell’immagine e del desiderio di lasciare un’impronta produce una rete contrappuntistica tra i personaggi – Agnès e Laura, Goethe e Bettina – in cui le voci si rispondono e si contraddicono a distanza di secoli senza che una domini definitivamente. Ne nasce un tessuto narrativo che intreccia registri e prospettive multiple, liberando il romanzo dal vincolo della verosimiglianza e portandolo verso una forma musicale autonoma, audace, a tratti imprendibile.

Dal ciclo ceco alla «fuga romanzesca» francese

Dopo la stagione dei grandi romanzi scritti in ceco, Kundera affronta una svolta decisiva: l’approdo al francese come lingua d’adozione letteraria. Negli anni Ottanta, già in esilio a Parigi e afflitto dalla discrepanza che aveva rinvenuto fra il suo testo originale e la traduzione in francese delle prime opere, aveva iniziato a rivedere personalmente le traduzioni, fino a raggiungere la forma definitiva cui attribuire lo stesso valore degli originali. A partire dalla Lentezza (1995), tuttavia, sceglie di scrivere direttamente in francese, decisione che segna l’ingresso in un nuovo spazio creativo, privo della mediazione traduttiva, e un diverso rapporto con i lettori, con un accento maggiore sulla precisione stilistica e sul ritmo della frase.

È a questo punto che Kundera riduce ulteriormente la scala e radicalizza la «piccola composizione»: La lentezza e L’identità sono costruite in brevi capitoli numerati, con un unico nucleo tematico che passa da personaggio a personaggio come soggetto e controsoggetto di una fuga, secondo un principio di imitazione e contrappunto. L’architettura si fa rapsodica, la story perde centralità e diventa una possibilità formale tra le altre; riflessione saggistica, sogno, incontro di tempi storici e gioco sono coordinate sullo stesso piano, in perfetta non subordinazione, cifra della polifonia.

L’ignoranza (2003) porta a compimento questa ricerca. Diviso anch’esso in brevi capitoli, il romanzo ritorna sul tema dell’esilio e della nostalgia, intesa come ignoranza dell’altro, dell’altrui sorte e paese, nonché illusione di un grande ritorno. Qui la «fuga romanzesca»[10] diventa metafora della condizione contemporanea: a partire da un unico motivo – il ritorno impossibile – le voci di Irena e Josef si alternano come linee contrappuntistiche, variando e rilanciando lo stesso interrogativo esistenziale. L’armonia del romanzo non nasce, allora, dall’unità della trama, ma dalla circolazione del tema tra personaggi, situazioni e registri differenti.

La trilogia francese segna, così, l’ultima fase della sperimentazione kunderiana: da un lato il formato ridotto e la concentrazione tematica, dall’altro la libertà formale e la leggerezza ludica. Un laboratorio in cui la «piccola composizione» diventa principio ordinatore di un romanzo che coniuga pregnanza concettuale, libertà formale e musicalità interna.

La variazione come principio conoscitivo

La triade variazione-polifonia-piccola composizione non è un ornamento stilistico, ma la spina dorsale della forma romanzesca di Kundera. Tra queste, la variazione resta il nucleo generativo: assicura la ricorrenza e, al tempo stesso, la trasformazione dei motivi. Ogni ritorno non è ripetizione, ma metamorfosi: il tema resta riconoscibile, pur assumendo nuove tonalità, come accade nella musica.

La polifonia e la piccola composizione non fanno che sostenere questo movimento: la prima garantisce l’uguaglianza delle voci, evitando che una narrazione unilineare imponga una verità unica; la seconda calibra scala e densità, permettendo di contenere in strutture brevi una ricchezza tematica inesauribile. Insieme, questi dispositivi trasformano il romanzo in una partitura conoscitiva: non più un percorso lineare verso un traguardo, ma l’abitazione di un territorio problematico, da esplorare in tutte le sue pieghe.

Kundera stesso, evocando l’immagine della strada di montagna percorsa da Agnès nell’Immortalità, invita il lettore a rallentare, a sostare, a osservare il paesaggio che muta a ogni passo. La bellezza del romanzo non sta nella corsa verso una rivelazione finale, ma nel ritorno variato ai medesimi temi, che si illuminano di volta in volta in maniera diversa. La variazione è, in ultima analisi, il metodo per affrontare l’ambiguità dell’esistenza senza ridurla a schema interpretativo o a verità univoca, trasformando la molteplicità in figura e dando al romanzo la sua irripetibile musicalità.

  1. Questo estratto è tratto dalla tesi di Laurea Magistrale in “Editoria e scrittura” dal titolo Velocità e oblio, lentezza e memoria: l’arte della digressione in Milan Kundera, discussa presso Sapienza Università di Roma nel settembre del 2025: relatrice la Prof.ssa Maria Panetta (oltre al Prof. Gaetano Lettieri), correlatore il Prof. Ludovico Battista.
  2. M. Kundera, L’arte del romanzo, Milano, Adelphi, 1988, pp. 221-22.
  3. Soprattutto L’arte del romanzo, I testamenti traditi, Il sipario.
  4. M. Kundera, I testamenti traditi, Milano, Adelphi, 2010, p. 162.
  5. Ibidem.
  6. M. Kundera, L’arte del romanzo, op. cit., p. 109.
  7. M. Kundera, Nota dell’autore per l’edizione ceca de ‘L’immortalità’, in «Riga», 20, p. 249.
  8. M. Kundera, I testamenti traditi, op. cit., p. 162.
  9. Ibidem.
  10. F. Ricard, Lo sguardo degli amanti, in «Riga», 20, op. cit., p. 312.

(fasc. 56-57, 15 settembre 2025)

Napoli intonata: identità e poetica nei primi tre album di Pino Daniele

Author di Pamela Parenti

Abstract: È con piena consapevolezza della sfida contenuta nelle seguenti pagine che si intende compiere qui un’operazione di legittimazione letteraria di un autore di cui moltissimo è stato detto e scritto, ma quasi esclusivamente in ambito musicale ed etnomusicologico. Proprio perché è considerato un fenomeno di avanguardia culturale degli anni ’80 del Novecento, questo articolo è dedicato al giovane Pino Daniele, quello dei primi album, ancora “poeta maledetto”, Masaniello moderno cresciuto nei vicoli del centro storico di Napoli, in uno dei momenti più contraddittori della storia recente di questa magnifica città. Terra mia (1977), Pino Daniele (1979) e Nero a metà (1980) sono stati concepiti quasi di getto, senza soluzione di continuità, e meritano di essere letti come una trilogia letteraria oltre che musicale, in cui l’autore costruisce la propria identità poetica e dichiara, con autenticità, le proprie radici e la propria visione d’artista.

Abstract: It is with full awareness of the challenge contained in the following pages that this work seeks to carry out a literary legitimization of an artist about whom much has been said and written, though almost exclusively within musical and ethnomusicological contexts. Precisely because he is considered a symbol of the cultural avant-garde of the 1980s, this article is dedicated to the young Pino Daniele ‒ the artist of the early albums ‒ still a “poète maudit,” a modern-day Masaniello raised in the alleys of Naples’ historic center during one of the most contradictory periods in the city’s recent history. Terra mia (1977), Pino Daniele (1979), and Nero a metà (1980) were conceived almost in a single creative burst, with no real interruption, and deserve to be read as a literary as well as a musical trilogy, in which the author constructs his poetic identity and authentically declares his roots and artistic vision.

Negli ultimi decenni, il dibattito sullo statuto letterario della canzone ha guadagnato sempre più attenzione, soprattutto dopo l’assegnazione del Premio Nobel per la Letteratura a Bob Dylan nel 2016. La motivazione ufficiale del riconoscimento, «per aver creato nuove espressioni poetiche all’interno della grande tradizione della canzone americana»[1], ha segnato un punto di svolta, legittimando la canzone d’autore come forma d’arte degna di studio e di analisi al pari della poesia scritta.

Il premio, d’altra parte, non fa che riportare la “parola intonata”[2] alle radici delle proprie origini: agli aedi della poesia epica, ai lirici e alla grande tradizione tragica, quando il verso era tale perché si plasmava sul tessuto musicale di cui era intriso. In pieno Umanesimo, durante la progressiva affermazione della dignità culturale delle lingue moderne rispetto ai testi della tradizione classica, la poesia di Petrarca “suona”, come fa notare Foscolo[3], e sappiamo che è ancora concepita per essere eseguita musicalmente; che lo fosse anche ai tempi di Dante, e per la sua stessa produzione poetica, ne abbiamo diverse testimonianze tanto nel De vulgari eloquentia quanto nella Commedia[4]. Successivamente il grande repertorio madrigalistico del Cinquecento e la rivoluzione culturale barocca segnata dal Melodramma alimenteranno una tale esasperazione delle forme e una gran mole di trattatistica (sulla questione del prevalere della poesia sulla musica) che poco a poco si creeranno i presupposti per una separazione delle due «arti sorelle»[5], separazione che vedrà il suo punto di svolta nel secondo Settecento e poi nell’Ottocento con l’affermarsi, da una parte, della musica pura strumentale e, dall’altra, di una maggiore libertà metrica nella poesia, che troverà il suo culmine nel Novecento con la rivoluzione futurista. Così nel secolo scorso la letteratura è stata soprattutto intesa come un corpus di opere scritte, con particolare attenzione a quelle impiegate nell’educazione alla lettura e alla scrittura. Il conferimento del Nobel a Dario Fo aveva già messo in discussione questa visione, in quanto il drammaturgo italiano, a differenza di altri premiati che erano stati anche autori letterari, si era dedicato quasi esclusivamente all’arte performativa; tuttavia, nonostante la sua natura, il teatro era già stato tradizionalmente assimilato alla letteratura e alla consolidata abitudine di leggere i testi teatrali oltre che di assistere alle loro rappresentazioni.

Il caso di Bob Dylan, però, sembra aver rappresentato una provocazione ancora maggiore, poiché qui non si è trattato di legittimare che i testi delle sue canzoni si prestassero anche alla sola lettura, e quindi a un’esegesi letteraria, quanto piuttosto che i testi, nella loro complessità fenomenologica che include anche la musica e la dimensione performativa, potessero essere considerati come letteratura a tutti gli effetti, anche se testimoni di un genere diverso e peculiare di letteratura. Scrive Grimaldi:

Nel caso di Dylan, sembra che la giuria del Nobel abbia voluto anticipare i tempi. Non so se si siano ripromessi di fare sì che le canzoni di Bob Dylan conseguano in futuro una certa autonomia rispetto alla musica. A mio parere è molto difficile, ma non impossibile, che ciò accada, considerato il ruolo di media come You Tube nella nostra vita quotidiana. Non riesco infatti a immaginare che Dylan diventi un classico della letteratura così come la intendevamo ieri e che il pubblico inizi a leggerlo più che ad ascoltarlo; mi aspetto piuttosto che lo statuto della letteratura muti ancora e che da qui a qualche anno il Nobel venga assegnato a un autore di graphic novels[6].

È proprio questo il punto: che si accolga il cambiamento e l’evoluzione dei linguaggi, sempre più articolati su canali diversi, e ci si adegui al fatto «che lo statuto della letteratura muti»[7] inevitabilmente, e fortunatamente, nei tempi, ancor più nel frenetico contesto attuale del nostro mondo digitalizzato.

La piuttosto recente e parziale apertura del mondo accademico verso la “canzone” ha avuto un impatto ritardato anche in Italia, dove alcuni cantautori come Fabrizio De André, Francesco Guccini, poi De Gregori, Conte, Battiato e Dalla, solo per citarne alcuni, hanno iniziato a comparire progressivamente nelle antologie scolastiche e nei programmi di studio accademici (raramente in ambito letterario), sebbene con un numero ancora limitato di testi e con un certo scetticismo da parte dell’accademia più conservatrice.

Se la canzone è stata per lungo tempo considerata solo un fenomeno popolare o un mezzo didattico per l’insegnamento delle lingue – come dimostra il suo uso consolidato nella glottodidattica –, il riconoscimento della sua dignità letteraria è un passo ulteriore e ben più significativo. Non si tratta semplicemente di utilizzare i testi dei cantautori come supporto all’apprendimento, ma di riconoscerli come peculiari opere letterarie, capaci di veicolare, oltre all’indubbia ricchezza di emozioni, dei messaggi complessi che richiedono strumenti esegetici propri, in grado di distribuirsi su tale complessità[8]. È ovvio che questa operazione non può essere estesa al cantautorato tout-court ed è necessario che implichi la designazione di un canone all’interno della cosiddetta “Canzone d’autore”[9], la quale per sua natura non deve rappresentare uno strumento d’evasione soggetto alle mode e alle richieste del mercato, bensì proporre contenuti originali, a volte ermetici, spesso sfidanti l’ideologia del sistema.

Coloro che si preoccupano dinanzi a un’operazione di questo tipo piuttosto farebbero meglio a non trascurare il fatto che molta poesia contemporanea è vanamente chiusa in una dimensione autoreferenziale, lontana dal pubblico di lettori (che sono sempre meno, mentre crescono i numeri dei sedicenti poeti) e dal suo ruolo originario di espressione e impressione collettive, volte alla comunicazione. La ricerca stilistica e concettuale, pur avendo prodotto risultati di grande valore, ha purtroppo isolato i versi sulla pagina cristallizzandoli in fredde pietre mentali, inadatte a prendere fiato per parlare direttamente all’anima e all’esperienza quotidiana delle persone. Si è dimenticata la dimensione performativa della poesia, quella che, come per la musica, fa agire l’inchiostro fissato sulla carta, lo anima incarnando il pensiero, gli dà vita coinvolgendo il fruitore, sollecitando in lui un cambiamento, accogliendo e rispecchiando la complessità della nostra epoca.

Bisogna, dunque, cercare di cogliere il valore anche di prodotti considerati “pop”, non leggerli esclusivamente come il frutto della mercificazione (che troppo spesso si cela anche dietro alla valorizzazione di certe opere accreditate come progetti culturali) e accettare il valore letterario di oggetti che non si configurano in prima istanza come prodotti letterari assoluti.

Il giovane Pino Daniele

È con piena consapevolezza della sfida contenuta nelle seguenti pagine che si intende compiere qui un’operazione di legittimazione letteraria di un autore di cui moltissimo è stato detto e scritto, ma quasi esclusivamente in ambito musicale ed etnomusicologico. Proprio perché considerato un fenomeno di avanguardia culturale degli anni ’80 del Novecento, questo articolo è dedicato al giovane Pino Daniele, quello dei primi album, ancora “poeta maledetto”, Masaniello moderno cresciuto nei vicoli del centro storico di Napoli, in uno dei momenti più contraddittori della storia recente di questa magnifica città.

Classe 1955, Pino Daniele è poco più che ventenne quando esce il suo primo album Terra mia, il cui titolo è già “profondamente semantico”. Nato da una famiglia molto modesta, viene cresciuto da due zie “zitelle” che gli consentono almeno di studiare, non al Conservatorio San Pietro a Majella come gli sarebbe piaciuto, ma all’Istituto Armando Diaz, dove consegue il diploma di ragioneria. La città in cui si va formando il suo talento non è più quella dei decenni precedenti, animata dalla promessa di rinascita post-bellica e dal boom economico: quella Napoli speranzosa da cartolina con il Vesuvio fumante è ormai ridotta a brandelli dalla crisi economica degli anni Settanta, dalla povertà dilagante, dalla speculazione edilizia e dal conseguente sovraffollamento, dalla criminalità organizzata e dalla diffusione incontrollata di contrabbando, droga, prostituzione, e infine dal colera. Sullo scorcio di quegli anni, alla vigilia del nuovo decennio, la città del giovane cantautore è afflitta e umiliata, ma, forse proprio per questo, riesce a dar voce a una generazione che si sente chiamata in causa per denunciare, per ribellarsi, per essere parte attiva di quel movimento che sta cambiando il volto della società attraverso la legalizzazione dell’aborto (dopo il riconoscimento giuridico del divorzio), i dibattiti sull’omosessualità, le proteste politiche. Nel magma dei disordini sociali il grembo di questa terra maledetta e meravigliosa genera, fecondo, pensieri, musica e immagini così floridi e succosi come i suoi frutti naturali:

Pino nasce e cresce in una città ombelico del mondo, punto d’incontro tra cielo, terra e mondo sotterraneo, centro del Mediterraneo, collocata in una terra di mezzo di tolkeniana memoria, sotto e sopra un’enorme caldera vulcanica che custodisce le porte dell’Ade. Un luogo dove più di un milione di persone vive e ride, noncurante del fatto di trovarsi su un unico super vulcano, su una mega-bomba di gas e lava, perché in fondo a Napoli l’espressione “la fine del mondo” perde il suo significato catastrofico, trasformandosi in stupore, in qualcosa di positivo: “stu’ cafè è ‘a fine d’o munno”[10].

È proprio la natura vulcanica di questo luogo, crocevia di etnie, culture e religioni, che in senso fisico e metafisico rappresenta «la sostanza porosa» che «assorbe qualunque cosa incontri, assimila elementi esterni mentre ritiene la sua forma originaria. Incarna e incorpora elementi estranei e pressioni esterne». Napoli «ha ospitato una gran quantità di invasioni, incursioni, sovrani e delegazioni politiche durante il corso dell’ultimo millennio. Ma in tutte le conquiste e le occupazioni, è stato immancabilmente il conquistatore a essere alfine soggiogato»[11]. Questa porosità, questa capacità di recepire, assorbire, metabolizzare e dunque ricreare come la terra è qualità anche del giovane Pino Daniele ai suoi esordi, quando, ancora determinato a farsi ascoltare a modo suo, senza compromessi davanti al sistema, si affaccia alla ribalta del mondo della musica popolare italiana.

Certo, il fenomeno è prima di tutto musicale. In una città che ha trovato il suo naturale compimento nel teatro e nella musica, Pino Daniele cresce immerso nell’humus culturale della tradizione folcloristica, che in quegli stessi anni viene valorizzata dal grande lavoro di ricerca sull’Opera buffa e sulla Commedia dell’Arte portato avanti da Roberto De Simone; si nutre del blues, del soul, del boogie-woogie d’oltreoceano, del free jazz e del funk ‒ che la presenza americana a Napoli rende oggetti molto familiari ‒, del raggae da una parte e del rock dall’altra.

Il R&B degli Schowmen, il free jazz mediterraneo dei Napoli Centrale, il rock progressivo degli Osanna, la ricerca della Nuova Compagnia di Canto Popolare guidata da Roberto De Simone, l’Alan Sorrenti del concept album Aria, sua sorella Jenny voce dei Sain Just, Tony Esposito, Edoardo ed Eugenio Bennato, Enzo Gragnaniello con i Banchi Nuovi, Gigi de Rienzo, Ernesto Vitolo … una generazione di fenomeni[12].

Si tratta del cosiddetto “Neapolitan Power”[13] che, in virtù di quella porosità di cui si è già detto, ha mostrato come a Napoli si raccogliessero e assimilassero tradizioni, linguaggi, modi e tecniche dall’Africa all’America per riproporli sotto spoglie espressive cariche di un sound tutto napoletano. Tale contesto sottolinea l’importanza di un fenomeno artistico che offre nel giro di pochi anni straordinari frutti, e non solo in ambito musicale: si pensi al risorgere di un teatro che vede al centro della rappresentazione la parola e lo scontro dialettico, il teatro del “malessere” del geniale Annibale Ruccello (1956-1986), coetaneo di Daniele, con il quale condivide la filosofia di riferimento alla tradizione più antica della Commedia dell’Arte e a quella più recente dell’umorismo eduardiano, con un occhio alla drammaturgia contemporanea europea e statunitense, per restituire una propria visione sulla questione meridionale, sui valori borghesi della famiglia e della società, precorrendo il nuovo millennio nei temi e nei modi della narrazione:

La drammaturgia di Ruccello stabilisce con la tradizione una relazione strabica: da una parte ripropone l’impianto drammaturgico convenzionale (costruzione della trama e dell’intreccio, spessore psicologico del personaggio, articolazione dialogica della vicenda, ripartizione in atti, tempi o quadri); dall’altra nega tale convenzione nell’offerta di vicende assolutamente degenerate nel contenuto e nel linguaggio, prive di qualsiasi messaggio o morale, in cui i personaggi, maschere deformi, agiscono in un grande vuoto di regole e di norme[14].

Si pensi anche al fenomeno Smorfia e, in particolare, alla comicità cinematografica graffiante e tragica di Massimo Troisi (1953-1994), ai suoi esordi nel film Ricomincio da tre. Il giovane attore e regista, fin dai tempi della trasmissione televisiva Non stop (che li aveva lanciati entrambi in una carriera che li ha resi noti al grande pubblico), stabilirà con Pino Daniele un sodalizio artistico e un profondo legame di amicizia. Voci diverse ma accomunate da una grande passione per le radici culturali della propria anima artistica e al tempo stesso ferocemente critiche nei confronti di quell’apatia, quel rassegnato spirito di accettazione del popolo napoletano che per secoli si adatta e non si indigna, che patisce sorridendo ogni ingiustizia sociale.

La scelta di utilizzare il napoletano al posto dell’italiano, comune a tutti e tre i giovani artisti (per Daniele e Troisi non abbandonata fino alla svolta del successo mediatico), giustifica l’intento di limitare il focus di questo contributo ai soli primi tre album del cantautore, poiché già nel terzo egli inizia poco a poco a ibridare la veste plurilinguistica dei propri testi, volgendoli verso la predominanza dell’italiano. La riflessione si concentra, perciò, sulle prime tre esperienze discografiche, poiché si ritiene che la forza semantica e la spontaneità espressiva dei versi di Daniele si stemperino fortemente nella versione italiana, in cui si palesa un cambiamento di vedute nell’orizzonte di una maggiore diffusione sul mercato.

L’ossimoro e l’antitesi rappresentano il basso continuo di questi tre capolavori musicali e letterari: Terra mia (1977), Pino Daniele (1979) e Nero a metà (1980) sono concepiti quasi di getto, senza soluzione di continuità, e meritano di essere letti come una trilogia letteraria oltre che musicale, in cui l’autore costruisce la propria identità poetica e dichiara, con autenticità, le proprie radici e la propria visione d’artista; un flusso di suggestioni che a ogni sequenza si rivelano intensamente autentiche, come reso evidente nei titoli e nelle copertine dei tre album.

Al centro del primo domina il ritratto (disegno ricavato da una foto originale) del fratello minore dell’autore, un ragazzino che esibisce il palmo della mano aperta, all’interno della quale tiene una manciata di terra, marrone come l’iniziale “T” contenuta nel titolo. Terra mia è, dunque, un’autoaffermazione etnico-culturale e un omaggio alle proprie radici.

Nel secondo il titolo è costituito dal suo nome e cognome, Pino Daniele, e la copertina da quattro foto che lo ritraggono in bagno nell’atto quotidiano di radersi. Pino Daniele è l’autoritratto; è il passaggio dal corpo della terra alla propria corporeità; è il vissuto delle esperienze quotidiane e la descrizione del loro passaggio sulla sua pelle fatta di carne e di musica.

Il terzo album è dedicato a un grande cantante napoletano dimenticato, “figlio della guerra” come il coetaneo James Senese (sassofonista con il quale Pino Daniele ha collaborato dagli albori della sua carriera e fino al suo ultimo tour): Mario Musella, “nero a metà” come tanti, perché figlio di una napoletana e di un soldato americano di colore. Si tratta, dunque, di un tributo al grande cantante, ma anche di una dichiarazione di poetica (uno dei pezzi dell’album si intitola A me me piace ‘o blues). Nero a metà è la messa a nudo della sua anima artistica e il riconoscimento di un cambiamento in atto (si affaccia, poco a poco, anche l’italiano nei testi delle canzoni e l’inglese si fa presenza fortemente connotativa, mentre era ancora assente in Terra mia e presente soltanto nella canzone Ue man! in Pino Daniele).

Con questa trilogia, dunque, Pino Daniele si rappresenta e si descrive al pubblico nella sua integrità, fedele al suo progetto musicale e deciso a non sabotarlo nel tentativo di andare incontro ai vincoli del mercato discografico; nei primi due album non ha ancora alcun interesse a italianizzarsi né a indulgere su facili retoriche sentimentali, come, invece, si troverà a fare in alcune occasioni future.

Era antico e contemporaneo allo stesso tempo, fondeva il mare di Mergellina di Viviani, Di Giacomo, Bovio e Murolo con le chitarre e le voci del delta del Mississippi: Muddy Waters, Furry Lewis, Bigjoe Williams. Sentivo la westcoast americana, la canzone d’autore e il blues planare sul Golfo. Quelle canzoni erano salmastre, luminose e oscure come la vita che raccontavano. Era tutto vero, potevo riconoscere ogni dettaglio. Ora posso dire che Pinotto a vent’anni era già consapevole della sua musica. Il blues era il suo gesto di ribellione[15].

Al centro di questo iniziale universo creativo c’è la “sua” terra: dal riverbero dello specchio in cui essa si riflette risplende anche il ritratto di uomo e di artista di Pino Daniele, che, come la sua città, vive di contraddizioni in un continuo altalenare tra il desiderio di gridare e il bisogno di silenzio, un silenzio che riappacifichi la mente, che metta fine al frastuono fuori e dentro di sé, che zittisca le voci di chi non si vuole ascoltare, ma anche quelle del proprio “male” di vivere (Je sto vicino a te[16], I say i’ sto cca’, Appocundria[17]).

Il frastuono e il disordine rappresentano il paesaggio sonoro e spirituale che anima ogni canzone, che si configura come una finestra su un aspetto diverso della città e sul corrispettivo interiore dell’autore. Il mare, il vento, le grida dei venditori ambulanti e le preghiere delle vecchie risuonano in una Napoli che è, sì, “mille colori”, ma in cui la dimensione visiva resta sempre soltanto uno sfondo. L’io lirico assiste alla sublimità dei luoghi perdendosi al tempo stesso nel loro sfacelo, è ferito e offeso dalle paure, in un disagio intimo che solo i suoni riescono a redimere: le voci consuete e familiari dei bambini svelano l’aspetto ludico e umano della città, che pure nella miseria apre le braccia per accogliere le sue creature («Napule è a voce de’ criature / che saglie chianu chianu / e tu sai ca nun si sulo»)[18].

È dunque la trama sonora, sostanza di questa città e del suo autore/osservatore, che in qualche modo rappresenta un’ossessione disturbante, ma anche la forma culturale e antropologica dei luoghi: è la musica delle parole che riproduce le atmosfere della sua terra e che la canta traducendo lo spirito che la abita, la sua bellezza e il suo disagio, la natura violata che reclama giustizia.

In Viento, ad esempio, una lirica breve e potentissima, c’è l’esortazione che il soffio del vento sibili la rabbia e il grido della rivolta («Viento scioscia stanotte / trase pe’ sotta e fatte senti’ / viento, viento / viento nce resta pe’ nce ‘ncazza’. / Viento trase dint’e piazze / rump’e feneste / e nun te ferma’. / Viento, viento / puorteme ‘e voci / ‘e chi vo’ allucca’»)[19]; in Chi tene ‘o mare il mare, che «sta sempe ’lla / tutto spuorco chino ’e munnezza», ha perso la sua aura romantica da quadretto Sturm und Drang tanto che nessuno «’o vo’ guarda’», trasformandosi in connotato essenziale di una napoletanità ribaltata e dissacrata: «Chi tene ’o mare / s’accorge ’e tutto chello che succede / po’ sta luntano / e te fa senti’ comme coce. / Chi tene ’o mare ’o ssaje / porta ’na croce»[20].

Con Ranaldi:

Azzurrità d’intenti, serenità di coloramenti, naturalità delle parole; per il giorno che corre, per quel sax che strappa la sabbia, nella parola, nella nostalgia, nel sole del giorno, dello stesso giorno, dell’indissolubile azzurrità del mare, del grande pensiero, del colore che stinge ancora nel sound che entra nelle pieghe della musica, della musica sommessa, forse[21].

Nel raccontare il suo rapporto con la città Pino Daniele evoca personaggi reali e altri verosimili ‒ come il venditore ambulante Fortunato, realmente esistito e conosciuto da tutti nel centro storico di Napoli («Furtunato tene ‘a rrobba bella»)[22]; e l’anziana signora che, ormai stanca della vita, può permettersi uno sfogo sincero e senza filtri, una delle tante donne vissute nei vicoli, che nell’ultimo tempo concesso alla sua esistenza può finalmente gridare perché non ha più nulla da perdere: «Donna Cuncetta cacciate tutt’e ricordi ’a pietto / donna Cuncetta alluccate pe’ dispietto»[23] ‒, e li trasfigura confondendoli ai miti (Pulcinella di Suonno d’ajere[24]) e ai riti (’Na tazzulella ’e cafè[25]) della tradizione. Riconosciamo i modelli della canzone e della farsa (Salvatore Di Giacomo e Raffaele Viviani), ma anche l’umorismo eduardiano della famosa scena del caffè con il Professore, icona di Questi fantasmi, che Daniele declina a sferzante satira politica:

Proprio come avevano fatto prima di lui Salvatore Di Giacomo e Raffaele Viviani realizzando “quadri in musica”, istantanee del quotidiano, profili di personaggi veri o immaginari legati alla tradizione, attimi del vissuto del popolo napoletano. Il primo con la sua venditrice di polipi e di spille francesi, l’acquafrescaia, l’ambulante, ’a pizzeria ’e Don Salvatore. Viviani con il venditore di carne cotta Cientepelle, il pizzaiolo, il brigadiere Brighella, la guardia Guardascione, l’uomo del pianino, il cameriere di caffè Mimi, il vecchio giornalaio soprannominato ’O scarrafone, la prostituta Ines detta Bammenella[26].

In ognuno di questi spaccati urbani c’è lo smantellamento della visione da rotocalco di una città idealizzata e folclorizzata, mentre si innesca l’impeto della ribellione e il motivo della denuncia. Per questa operazione quale mito napoletano poteva essere più adatto del caffè, la cui preparazione è ricordata così attentamente da Eduardo De Filippo nella celebre scena appena citata? ’Na tazzulella ’e cafè, seconda canzone di Terra mia, scatta un’istantanea umoristica e satirica centrata sulla corruzione delle classi dirigenti che, invece di applicarsi per far fronte al degrado della città, letteralmente “se la mangiano”, mentre il popolo viene “abbuffato” di caffè, reso “fesso e contento”. Il topos della napoletanità, citato anche in altre sue canzoni, reminiscenza qui della Tazza ’e cafè di Giuseppe Capaldo del 1919 (canzone dedicata alla bella Brigida), viene dunque salacemente ribaltato e scagliato come una freccia verso una politica amministrativa disonesta e fallimentare[27]:

’Na tazzulella ’e cafè

e mai niente ce fanno sape’

nui ce puzzammo e famme, ’o sanno tutte quante

e invece e c’aiuta’ c’abboffano ’e cafè.

’Na tazzulella ’e cafè

c’ ’a sigaretta a coppa pe’ nun vere’

che stanno chiene ’e sbaglie, fanno sulo ’mbruoglie.

S’allisciano se vattono se pigliano ’o cafè.

E nui passammo e vuaie e nun putimmo suppurta’

e chiste invece e rà na mano

s’allisciano se vattono se magnano ’a città[28].

Accanto alla rabbia per l’ingiustizia sociale (Je so’ pazzo[29]), alla denuncia esplicita e velata della prostituzione maschile e femminile (Chillo è nu buono guaglione[30], Quanno chiove[31]) e al desiderio di riscatto (Voglio di più[32]) si incontrano piccole gemme di autentica poesia lirica, in cui il notturno e il senso della morte danno conto di topoi letterari con una grazia e una malinconia che sono tipiche della migliore tradizione napoletana. In Cammina cammina, pezzo contenuto in Terra mia e indicato da Poggi come degno del miglior Salvatore Di Giacomo[33], un lungo piano sequenza segue un “vecchierello” nella sua passeggiata serale e “solagna”, si direbbe in napoletano, cioè ‘solitaria’, perché i suoi tentativi di fermarsi per parlare con qualcuno che sia disposto ad ascoltarlo sono vani. Continua a camminare sotto la luna fino al porto, questo vecchio solo con i suoi pensieri di morte e di amore, mentre l’inquadratura passa in soggettiva e il discorso diventa diretto: «se la morte / venisse adesso sarei più contento / tanto io parlo e nessuno mi sente». Pensa all’amore che il tempo si è portato via assieme alla giovinezza e non gli sembra vero, mentre piangendo aspetta la morte. Sotto la luna solo il silenzio, «sotta ’a luna nun parla nisciuno / sotta ’a luna nisciuno vo’ senti’»:

’Ncoppa l’evera ca addore

se ne scenne ’e culure

e cammina ’o vicchiariello sotto ’a luna

quante vote s’è fermato

pe’ parla’ cu‘ quaccheruno

e nun ce sta mai nisciuno

che se ferma po’ senti’.

E cammina, cammina

vicino ’o puorto

e rirenno pensa a’ morte

se venisse mo fosse cchiù cuntento

tanto io parlo e nisciuno me sente.

Guardando ’o mare penso a Maria

ca’ mo nun ce sta cchiù

so’ sulo tre anni e ce penso tutte ’e sere

passo ’o tiempo e nun me pare overo.

E cammina, cammina

vicino ’o puorto

e chiagnenno aspetta ’a morte

sotta ’a luna nun parla nisciuno

sotta ’a luna nisciuno vo’ senti’[34].

«Cammina cammina recupera già gli altri elementi del disco, quella tristezza della voce sulla chitarra che si apre in un cullato, “delica­to” cantare, in una frase che sa di colori, di delicate pagi­ne d’autunno, di poesia che riprende i fogli dell’animo, i momenti più intinti e fortemente sospirati»[35].

Se nel 1919 una delle voci più note della canzone napoletana, E. A. Mario[36], restituiva lo sguardo nostalgico e dolente dei migranti che vedevano dal mare scomparire poco a poco la loro terra, avviandosi lontano in cerca di fortuna («Partono ‘e bastimente / pe’ terre assaje luntane»), Terra mia è invece l’affermazione del diritto di poter vivere la propria terra senza essere costretti a lasciarla, perché «tutto un giorno» potrà «cambiare». Per quanto triste e amaro possa essere lo sguardo che si posa sulle cose e sulle parole che sembrano non poter fare nulla, alla fine, anche se per un attimo, si può reclamare il diritto di sentirsi liberi:

Terra mia, terra mia

comm’è bello a la penza’

terra mia, terra mia

comm’è bello a la guarda’.

 

Nun è overo non e’ sempe ’o stesso

tutt’e juorne po’ cagna’

[…]

Terra mia, terra mia

tu si’ chiena ’e libbertà

terra mia, terra mia

i’ mo’ sento ’a libbertà[37].

Per così tanti secoli l’idea di libertà è stata impensabile per questa città, testimone dell’avvicendarsi dei governi esteri che l’hanno goduta e sfruttata, ma le hanno anche restituito indietro la ricchezza della varietà culturale e della fantasia delle diverse lingue.

Proprio quando la storia avrebbe dovuto finalmente risarcirla del credito vantato nei secoli, il potere censorio del nuovo Stato unitario l’ha invece ostracizzata, temendo fortemente la forza delle sue risorse ambientali e culturali. È iniziata, così, l’epoca più buia per questa terra, gettata volutamente nel degrado e nell’umiliazione perché la denigrazione le togliesse la sua voce; perché, oggetto di un razzismo sistemico, fosse resa inattendibile agli occhi del mondo. La ricchezza culturale è stata per secoli la grande libertà di Napoli, lo era ancora negli anni ’80 del secolo scorso, quando Daniele cantava «[…] terra mia / tu si’ chiena ’e libbertà». Cercando di soffocare il suo impeto, infatti, il sistema non era ancora riuscito a zittirla, all’epoca; anzi, come per i neri d’America che col “black power” avevano affermato la loro lotta politica per una giusta riscossa sociale, così a Napoli si rafforzava l’attaccamento all’identità culturale e si dava linfa a una delle più significative ondate creative del Novecento grazie ad artisti non integrati che avevano tanto da raccontare e altrettanto da denunciare: «Noi siamo come i negri. Il razzismo c’è, lo vivo, l’ho vissuto e sono convinto che c’è», dice Pino Daniele a Claudio Poggi[38].

Oggi, davanti alla tendenza culturale omologante di questi ultimi decenni, anche questa terra si sta troppo velocemente spegnendo e sono rimaste poche le voci che, nel battito frenetico della sua vita metropolitana, possono rappresentare un idioma in grado di cantare con l’originalità e l’insidiosità di un tempo, di portare con sé quella creatività contraddittoria e affascinante capace di coniugare la commedia con la tragedia, il teatro con la musica, il bello con il brutto, la raffinatezza con il degrado, il passato con il futuro.

 

  1. A. Carrera, Il Nobel a Bob Dylan, in «Doppiozero» 14.10.2016; cfr. l’URL: https://www.doppiozero.com/il-nobel-bob-dylan (ultima consultazione 20/03/2025).
  2. Cfr. anche R. Gigliucci, La parola intonata, Roma, Carocci, 2023.
  3. U. Foscolo, Parallelo fra Dante e Petrarca, in Id., Scelte opere di Ugo Foscolo, Vol. I, Firenze, Poligrafica Fiesolana, 1835, p. 143.
  4. Nell’VIII capitolo del II libro del De Vulgari eloquentia si legge esplicitamente che la Canzone è “fabbricata” per essere proferita dall’autore o da chicchessia “con suono o senza”. Del resto, a dimostrazione di ciò non possiamo non citare il commovente passo del II Canto del Purgatorio in cui Dante, incontrando l’amico e musico Casella, anima purgante, gli rivolge la supplica di tornare un’ultima volta a cantare per lui come era solito fare in vita. Casella intona allora una canzone di Dante Amor che nella mente mi ragiona (Convivio, III), dando corpo ed emozioni ai versi danteschi al punto che tutte le anime in cammino verso il monte Purgatorio si fermano, come ipnotizzate dalla sublimità dei suoni; solo l’intervento brusco di Catone, severo custode del luogo, riesce a scuoterle dal sonno dei sensi e dal ricordo della seduzione terrena per riportarle al loro compito di espiazione e al desiderio di risalita verso l’Eden. Nonostante la visione neoplatonica, contenuta nel passo citato, Dante fornisce una testimonianza di quello che definisce «l’amoroso canto» che era solito quietare ogni sua doglia, frutto del legame alchemico tra versi e musica, confermando una prassi evidentemente consueta nella dimensione performativa della poesia.
  5. E. Sanguineti, Rap e poesia, in «Bollettino ’900», 4-5 maggio 1996, pp. 9-11. La locuzione di Sanguineti riprende l’abitudine cinquecentesca di definire la poesia e la musica come “arti sorelle”.
  6. M. Grimaldi, Perché il Nobel a Bob Dylan è una rivoluzione, in «Le parole e le cose. Letteratura e realtà»; cfr. l’URL: https://www.leparoleelecose.it/?p=24727 (ultima consultazione 20/03/2025).
  7. Ibidem.
  8. Sulla storia della canzone italiana, anche nella sua veste letteraria, si veda il recente contributo di P. Talanca, Musica e parole. Breve storia della canzone d’autore in Italia, Roma, Carocci, 2024 (dello stesso autore si segnala anche Il canone dei cantautori italiani. La letteratura della Canzone d’autore e le scuole delle età, Chieti, Carabba, 2017).
  9. La definizione è del giornalista Enrico de Angelis in un articolo pubblicato su «L’Arena di Verona» del 13 dicembre 1969.
  10. C. Aymone, “Yes I know”… Pino Daniele tra pazzia e blues: storia di un Masaniello napoletano, Milano, Hoepli, 2020, p. 16.
  11. Le tre citazioni precedenti sono tratte da I. Chambers, Le molte voci del Mediterraneo, Milano, Raffaello Cortina editore, 2007, p. 87.
  12. Ivi, p. 23.
  13. Cfr. I. Chambers, Le molte voci del Mediterraneo, op. cit., pp. 22-23.
  14. L. Libero, Dopo Eduardo. Nuova drammaturgia a Napoli, Napoli, Guida, 1988, pp. 11-12.
  15. C. Poggi, D. Sanzone, Pino Daniele. Terra mia, Roma, Minimum fax, 2017, p. 24.
  16. Tutte le canzoni citate sono riprese dal sito ufficiale di Pino Daniele e per ognuna viene indicato il link di riferimento: P. Daniele, Je sto vicino a te, in Id., Pino Daniele; cfr. l’URL: https://www.pinodaniele.com/music/pino_daniele_1979/#1537348401473-a6f78dac-17b0 (ultima consultazione 20/03/2025).
  17. I say i’ sto cca’ e Appocundria sono in Nero a metà; cfr. l’URL: https://www.pinodaniele.com/music/nero-a-meta-1980/ (ultima consultazione 20/03/2025).
  18. P. Daniele, Napul’è, in Id., Terra mia; cfr. l’URL: https://www.pinodaniele.com/music/terra-mia-1977/#1537348401473-a6f78dac-17b0 (ultima consultazione 20/03/2025). Trad.: ‘Napoli è la voce dei bambini / che sale piano piano / e tu sai che non sei solo’.
  19. P. Daniele, Viento, in Id., Pino Daniele; cfr. l’URL: https://www.pinodaniele.com/music/pino_daniele_1979/#1540247030094-5bb1b224-131a (ultima consultazione 20/03/2025). Trad: ‘Vento soffia stanotte / entra da sotto e fatti sentire / vento, vento / vento ci resta per incazzarci. / Vento entra nelle piazze / rompi le finestre / e non fermarti. / Vento, vento / portami le voci / di chi vuole gridare’.
  20. P. Daniele, Chi tene ‘o mare, in Id., Pino Daniele; cfr. l’URL: https://www.pinodaniele.com/music/pino_daniele_1979/#1537348401504-22ef7731-1815 (ultima consultazione 20/03/2025). Trad.: ‘Chi ha il mare / s’accorge di tutto quello che succede / poi sta lontano / e ti fa sentire come scotta. / Chi ha il mare lo sa / porta una croce’.
  21. M. Ranaldi, Pino Daniele, cantore mediterraneo, Genova, Fratelli Frilli editori, 2002, pp. 30-31.
  22. P. Daniele, Fortunato, in Id., Terra mia; cfr. l’URL: https://www.pinodaniele.com/music/terra-mia-1977/#1540247030094-5bb1b224-131a (ultima consultazione 20/03/2025).
  23. P. Daniele, Donna Concetta, in Id., Pino Daniele, https://www.pinodaniele.com/music/pino_daniele_1979/#1540246990031-658276eb-7135 (ultima consultazione 20/03/2025). Trad.: ‘Donna Concetta tirate fuori tutti i ricordi dal petto / donna Concetta gridate per dispetto’.
  24. P. Daniele, Suonno d’ajere, in Id., Terra mia; cfr. l’URL: https://www.pinodaniele.com/music/terra-mia-1977/#1540246554469-9b674449-bf95 (ultima consultazione 20/03/2025).
  25. P. Daniele, ’Na tazzulella ’e cafè, in Id., Terra mia; cfr. l’URL: https://www.pinodaniele.com/music/terra-mia-1977/#1537348401504-22ef7731-1815 (ultima consultazione 20/03/2025).
  26. C. Aymone, “Yes I know”… Pino Daniele tra pazzia e blues: storia di un Masaniello napoletano, op. cit., p. 35.
  27. La stessa chiave satirica si ritrova nella canzone Don Raffaè di De André, in napoletano, pubblicata nell’album Le nuvole del 1990.
  28. Trad.: ‘Una tazzina di caffè / e non ci fanno mai sapere niente / noi ci moriamo di fame, lo sanno tutti quanti / e invece di aiutarci ci riempiono di caffè. / Una tazzina di caffè / con la sigaretta sopra per non vedere / che stanno pieni di sbagli, fanno solo imbrogli / si adulano si picchiano si prendono il caffè. / E noi passiamo i guai e non possiamo sopportare / e questi invece di dare una mano / si adulano si picchiano si mangiano la città’.
  29. P. Daniele, Je so’ pazzo, in Id., Pino Daniele; cfr. l’URL: https://www.pinodaniele.com/music/pino_daniele_1979/#1540246554469-9b674449-bf95 (ultima consultazione 20/03/2025).
  30. P. Daniele, Chillo è nu buono guaglione, in Id., Pino Daniele; cfr. l’URL: https://www.pinodaniele.com/music/pino_daniele_1979/#1540246920930-53fea507-aa73 (ultima consultazione 20/03/2025). Al riguardo si veda anche G. Scala, «Chillo è nu buono guaglione»: identità e alterità nei femminielli napoletani, in «Diacritica», fasc. 52, vol. II, 3 giugno 2024; cfr. l’URL: https://diacritica.it/letture-critiche/chillo-e-nu-buono-guaglione-identita-e-alterita-nei-femminielli-napoletani.html.
  31. P. Daniele, Quanno chiove, in Id., Nero a metà; cfr. l’URL: https://www.pinodaniele.com/music/nero-a-meta-1980/#1540246516772-2d3eb4ee-71fa (ultima consultazione 20/03/2025).
  32. P. Daniele, Voglio di più, in Id., Nero a metà; cfr. l’URL: https://www.pinodaniele.com/music/nero-a-meta-1980/#1540246892985-35a3c451-2278 (ultima consultazione 20/03/2025).
  33. C. Poggi, D. Sanzone, Pino Daniele. Terra mia, op. cit., p. 71.
  34. P. Daniele, Cammina cammina, in Id., Terra mia; cfr. l’URL: https://www.pinodaniele.com/music/terra-mia-1977/#1540247047432-0e182e9b-392e (ultima consultazione 20/03/2025). Trad.: ‘Sull’erba che odore / se ne scende il calore / e cammina il vecchierello sotto la luna / quante volte s’è fermato / per parlare con qualcuno / e non c’è mai nessuno / che si ferma per ascoltare. / E cammina, cammina / vicino al porto / e ridendo pensa alla morte / se venisse adesso sarei più contento / tanto io parlo e nessuno mi sente. / Guardando il mare penso a Maria / che ora non ci sta più / sono solo tre anni e ci penso tutte le sere / passa il tempo e non mi pare vero. / E cammina, cammina / vicino al porto / e piangendo aspetta la morte / sotto la luna non parla nessuno / sotto la luna nessuno vuole sentire’.
  35. M. Ranaldi, Pino Daniele, cantore mediterraneo, op. cit., p. 26.
  36. E. A. Mario ovvero Giovanni Ermete Gaeta, autore di questa canzone dal titolo Santa Lucia luntana, ma anche di molte altre celebri canzoni in napoletano e in italiano.
  37. P. Daniele, Terra mia, in Id., Terra mia; crr. L’URL: https://www.pinodaniele.com/music/terra-mia-1977/#1540246972936-923bef2a-1aee (ultima consultazione 20/03/2025). Trad.: ‘Terra mia, terra mia, / com’è bello pensarla / terra mia, terra mia / com’è bello guardarla. / Non è vero non è sempre lo stesso / tutti i giorni può cambiare / […] Terra mia, terra mia / tu sei piena di libertà / terra mia, terra mia / io ora sento la libertà’.
  38. C. Poggi, D. Sanzone, Pino Daniele. Terra mia, op. cit., p. 24.

(fasc. 56, 15 settembre 2025)