Abtsract: Musica e letteratura caratterizzano l’espressività umana e rispondono a una comune esigenza di narrare e sviscerare ciò che si cela nell’anima. Dall’antica poesia greca ai moderni adattamenti musicali, queste forme si sono influenzate a vicenda. La parola letteraria funge da ponte semantico, mentre la musica ne amplifica il potere evocativo. Calvin S. Brown è stato colui che ha avviato gli studi comparatisti sulla relazione tra queste due arti, dando origine a ricerche in questo campo, successivamente ampliate dal sistema triadico di Scher e dall’intermedialità di Wolf. Partendo da queste basi teoriche, lo studio esamina come le reinterpretazioni musicali dei Viaggi di Gulliver da parte di Guccini e Sabina creino una trasposizione poetico-musicale e una traduzione intersemiotica del testo di Swift.
Abstract: Music and literature characterize human expressiveness and respond to a common need to narrate and explore what lies hidden in the soul. From ancient Greek poetry to modern musical adaptations, these forms have influenced each other. The literary word serves as a semantic bridge, while music amplifies its evocative power. Calvin S. Brown was the one who initiated comparative studies on the relationship between these two arts, leading to research in this field, later expanded by Scher’s triadic system and Wolf’s intermediality. Based on these theoretical foundations, the study examines how the musical reinterpretations of Gulliver’s Travels by Guccini and Sabina create a poetic-musical transposition and an intersemiotic translation of Swift’s text.
Introduzione
La relazione fra musica e letteratura ha costituito, attraverso i secoli, un dialogo continuo che ha mutuamente arricchito entrambe le arti. Fin dagli albori greci, la lira ha accompagnato la poesia, arrivando sino all’epoca medievale trobadorica; dalla musica a programma al Lied (poesia per musica) o alla parola che si fa suono arrivando ad imitarlo, come ad esempio nello scat, queste due forme espressive hanno condiviso uno spazio comune in cui si sono mutuamente influenzate. La letteratura ha costituito un ponte semantico, un sistema di segni capace di essere più facilmente decodificabile quando espresso in forma musicale, conferendo alla musica il potere di catalizzare e amplificare il carattere evocativo della letteratura.
Calvin S. Brown, con il suo saggio Music and Literature: A Comparison of the Arts (1948), ha posto le basi per lo studio della relazione fra queste due discipline, inaugurando un campo di ricerca autonomo all’interno dei Cultural Studies. Da allora, il concetto di convertibilità tra musica e letteratura si è evoluto, e lo studio si è focalizzato sulle modalità con cui le strutture di una vengono traslate nell’altra, in modo da costituire uno spazio comune di intersezione che amplifica le possibilità espressive di entrambe.
Sulla scia di questi studi, si sono costituiti, in campo teorico, il sistema triadico di Scher (1984) e il concetto di intermedialità di Werner Wolf (1999, 2002). Queste distinzioni metodologiche hanno consentito di analizzare i modi in cui la musica e la letteratura si influenzano reciprocamente, sia attraverso riferimenti interni alla struttura dell’opera sia mediante una vera e propria contaminazione dei linguaggi.
All’interno di questo quadro teorico, I viaggi di Gulliver di Jonathan Swift hanno ispirato reinterpretazioni musicali che ne accrescono e diversificano il senso originario. In particolare, Francesco Guccini e Joaquín Sabina hanno riletto l’opera attraverso il proprio linguaggio musicale, proponendo una nuova chiave di lettura che arricchisce il testo swiftiano di ulteriori sfumature espressive o, verosimilmente, ne svela di nuove.
Avendo come punto di riferimento il testo dello scrittore inglese, questo studio si propone di analizzare le riletture di Guccini e Sabina e, attraverso i punti di convergenza e di divergenza tra la fonte originale e la sua trasposizione musicale, di scoprire come si determini una traduzione intersemiotica del testo letterario. L’analisi comparativa che porteremo a termine avrà l’intenzione di comprendere in che modo la musica e la letteratura possano interagire non solo sul piano formale, ma anche sul piano semantico e cognitivo, generando nuovi o “altri” spazi di significazione.
Metodologia
Spesso le due arti sorelle, musica e letteratura, hanno dialogato, si sono influenzate reciprocamente e hanno camminato insieme verso un comune scopo: quello di raccontare emozionando o di narrare le sensazioni che ci attraversano. Scovano turbolenze interiori incastonate negli interstizi dell’anima, ne colgono l’essenza, veicolano gioie e dolori. Nella Grecia antica la poesia veniva accompagnata dal suono soave della musica, che ne esaltava il ritmo e la melodia. D’altro canto, la poesia è la pietra della memoria che accompagna la nostra umanità e, a sua volta, è “musica”: segue una metrica, si avvale di figure retoriche che ne modulano sfumature e accenti. Nel declamare una poesia, come nella musica, accenti tonici, pause, sillabe si intrecciano alla parola, che si fa suono atavico e profondo. A questo proposito scrive Russi:
Nella storia dell’uomo la musica è stata sempre legata in qualche modo alla parola, […] (in particolare la parola letteraria) siano in molti casi indissolubilmente legate l’una all’altra. Penso ad esempio alla tragedia attica, alla poesia corale greca e – più vicino a noi – alla lirica trobadorica, alla poesia del Rinascimento, al melodramma, al Lied, ad alcuni generi della popular music.
Come accennato, Calvin S. Brown, già nel 1948, con il suo saggio Music and Literature: A Comparison of the Arts, poneva le basi sullo studio della relazione fra le due discipline (Musica e Letteratura), ammettendo lo studio musico-letterario di fatto nell’articolato mondo dei Cultural Studies, ma riconoscendogli una certa indipendenza. Su queste basi si fonda il concetto di “convertibilità”, che tende ad andare oltre ciò che si cela dietro le parole o la musica, legandole attraverso significati trasversalmente riconoscibili in poesia e in musica, e rendendo in qualche modo possibile il loro travaso reciproco.
Scher in Musik in der Literatur: vorläufige Bemerkungen zu einem unendlichen Thema (1984) è colui che introduce l’idea di “convertibilità”, attraverso la quale si costruiscono il concetto di “struttura profonda” e la nozione di “spazio misto”, definendosi così le modalità di incontro fra i differenti linguaggi dell’arte. Il saggio traccia le coordinate per orientarsi in questo ampio tema, interrogandosi continuamente sull’essenza, le finalità, le metodologie e perfino la stessa nomenclatura di una disciplina sfuggente.
L’auto-definirsi e ridefinirsi è un incessante bisogno che sembra scaturire da una duplice esigenza: da un lato, soddisfa la naturale vocazione di ogni campo del sapere a rimanere al passo con l’evolversi della cultura e della società contemporanee; dall’altro, rappresenta il tributo imposto dalla secolare diffidenza che ha gravato su ogni tentativo di comparazione tra le arti, specialmente quando tale confronto si addentra nell’ambito della pratica letteraria.
Lo stesso Scher elabora un modello teorico che si adegua alle articolazioni delle tre categorie fondamentali su cui si basa: Musica e letteratura, Letteratura nella musica e Musica nella letteratura. La prima, Musica e letteratura, riguarda le forme vocali in cui le due arti si incontrano concretamente, tradizionalmente analizzate dalla musicologia. Scher rivaluta la componente poetica, aprendo il campo a discipline come la librettologia e i Cultural Studies. La seconda, Letteratura nella musica, comprende la musica a programma e le opere strumentali influenzate dalla letteratura, affrontando anche il tema della narratività musicale. L’ultima, Musica nella letteratura, si addentra nell’esplorazione del modo in cui la letteratura utilizza strutture musicali. Scher introduce i concetti di Wortmusik (musicalità della parola, basata su sonorità e ritmo) e verbal music (tentativo di evocare esperienze musicali attraverso il testo). Questo modello, semplice nelle sue categorie e aperto metodologicamente, ha avuto un forte impatto sugli studi musico-letterari.
La relazione tra letteratura e musica non implica una gerarchia di valore, ma si configura come un processo di traduzione intersemiotica, in cui la parola assume il ruolo di veicolo espressivo privilegiato. Allo stesso tempo, la musica spesso si appoggia alla letteratura per acquisire una dimensione semantica più definita, come accade nei libretti d’opera o nei testi musicali arricchiti da indicazioni e commenti. Tuttavia, questa interazione viene talvolta ridotta a una semplice corrispondenza formale, trascurando il suo potenziale cognitivo, culturale ed emotivo.
Nel Romanticismo, la letteratura ha sviluppato una concezione del suono più complessa di quella della musica dell’epoca, opponendo alla staticità dell’arte visiva una forma espressiva fluida e in continua evoluzione. Autori come Wilhelm Wackenroder ed E. T. A. Hoffmann hanno evocato la musica attraverso la metafora del “fiume di suoni”, delineando uno spazio misto (blended space) in cui i due linguaggi si incontrano, si contaminano e si potenziano reciprocamente. In questa dimensione ibrida, letteratura e musica non si limitano a dialogare, ma generano nuove connessioni e possibilità espressive, ampliando i confini della percezione estetica.Principio del formularioFinal del formulario
Analisi dei Viaggi di Gulliver di Swift come base per riletture musicali
Travels into several remote nations of the world. In Four Parts. By Lemuel Gulliver, tradotto in italiano come I viaggi di Gulliver, uscì a Londra nel 1726 come romanzo anonimo nel quale si leggeva soltanto il nome e cognome del personaggio: Lemuel Gulliver autore del libro, che si rivela essere uno sconosciuto capitano che conosce la medicina (formatosi all’Emmanuel College, a Cambridge e Leida) e padroneggia le lingue, e un gran viaggiatore che divulga le sue scoperte geografiche «per il progresso dell’umanità». L’opera venne pubblicata dopo l’enorme successo di Robinson Crusoe di Defoe e fu subito apprezzata, ma in essa prevalse l’elemento fantastico, mettendo in secondo piano quello portante del libro, ovvero quello satirico.
Gulliver, com’è noto, viaggia appunto attraverso caratteristici regni fantastici, parodie satiriche della società inglese (e non solo) di quel tempo, che si alternano a quelli reali, come l’Inghilterra e il Giappone. I personaggi caricaturali cui affida il compito di districarsi nella trama del romanzo, e che Swift adotta come suoi portavoce, si compongono di una varietà di letterati alla moda dai tratti demenziali, esperti di politica ed economia.
Il libro si divide in quattro parti. Nella prima, Gulliver naufraga su Lilliput, e viene catturato dai suoi minuscoli abitanti. Ottiene la fiducia del re, ossessionato dalla matematica e dalle scienze razionali. Aiuta i lillipuziani in guerra contro il nemico Blefuscu, ma rifiuta di sottomettere il popolo sconfitto. Accusato di tradimento, fugge a Blefuscu, trova una barca e torna in Inghilterra. Nella seconda parte, Gulliver intraprende un nuovo viaggio arrivando a Brobdingnag, dove tutto è dodici volte più grande. Trattato inizialmente come un fenomeno da circo, viene poi accolto dalla regina. Durante un’escursione, una grande aquila lo trasporta via in mare, finché viene salvato da una nave e riportato in patria. Nella terza parte, Gulliver, ripartito, finisce su un’isola e viene soccorso dalla città volante di Laputa, abitata da studiosi ossessionati dalla scienza e dalla musica, ma privi di senso pratico. A Balnibarbi vede un regno rovinato da esperimenti inutili; a Glubbdubdrib incontra i fantasmi di grandi personaggi storici, mentre a Luggnagg scopre gli struldbrug, immortali condannati a un’eterna vecchiaia. Alla fine, riesce a raggiungere il Giappone e fa ritorno in Inghilterra.
Nell’ultima parte Gulliver, imbarcato come capitano di un mercantile, viene tradito dall’equipaggio, che si ammutina e lo abbandona su un’isola abitata dagli Houyhnhnm, saggi cavalli dotati di parola e intelligenza, che governano pacificamente la loro terra. A questi fanno da contrappunto gli Yahoo, creature selvagge e degeneri, dall’aspetto simile agli esseri umani. Gulliver, col tempo, matura un profondo disprezzo per la sua stessa natura, anelando a permanere con gli Houyhnhnm, ma il Consiglio Supremo decide di esiliarlo, temendo che la sua natura yahoo possa manifestarsi nuovamente.
Da una analisi attenta emerge, come suggerisce Celati, che nei lillipuziani e nei brobdingnaggiani i rapporti tra il corpo e la mente si traducono in una serie proporzionale di valori invertiti. I piccoli lillipuziani, che nella loro grande razionalità si credono signori dell’universo, si rivelano campioni di piccineria, crudeltà, avarizia del cuore; al contrario, il gigantesco re di Brobingagnag e i suoi sudditi, giudicati da Gulliver “di mente ristretta”, risultano il popolo più magnanimo: «mi chiese se fossi del partito Wing o quello dei Tory. Indi volgendosi verso il Primo Ministro, […] il Re osservò como l’umana grandezza fosse una ben sgradevole cosa, se poteva essere scimmiottata da insetti minuscoli quanto me».
Gulliver è senza dubbio un rappresentante della società del tempo, un uomo moderno, che ragiona “scientificamente” e condivide le stesse pretese di oggettività dei nuovi viaggiatori, intento a comparare e misurare tutto per attenersi ai “nudi fatti”. Il linguaggio scientifico si riverbera in ogni cosa che descrive, nella ricerca ossessiva di estrarre la pura oggettività delle cose, in un funambolismo che danza fra l’onirico e l’essere desto. Il gullible, a cui forse allude il suo nome, «è il credulone abbagliato dalle parole che gli altri smerciano e lui prende per atti di fatto, fino al punto di non accorgersi che lui stesso sta spacciando pranzate irreali».
Il romanzo si chiude con la forzata partenza di Gulliver e il suo ritorno in Inghilterra. Tuttavia, quel senso del ridicolo che aveva avvertito conversando con il re di Brobdingnag si fa sempre più evidente:
se mi fosse allora accaduto di osservare una brigata di Lord e Lady d’Inghilterra, tutti in ghingheri come per il compleanno del Re, recitare le loro varie parti attenendosi il più possibile alle maniere di Corte, nel sussiego, negli inchini e nelle ciarle, a dire il vero sarei stato fortemente tentato il ridere di loro, cosi come quel Re e i suoi dignitari ridevano di me.
Nella parte finale del romanzo, l’avversione di Gulliver per l’essere umano si intensifica progressivamente, fino ad arrivare all’acme con la sua partenza dalla terra degli Houyhnhnm. Il disgusto nei confronti della razza umana lo porta a isolarsi completamente: si allontana dalla propria famiglia, trascorrendo il tempo nella stalla per sentirsi ancora vicino agli Houyhnhnm «giacché, per quanto degenerati siano, in loro compagnia progredisco in qualche virtù, senza promiscuità col vizio».
Identificati i tratti essenziali dell’opera da cui Guccini e Sabina traggono ispirazione, almeno per quanto riguarda il titolo, procederemo ora a un’analisi delle loro canzoni, esaminando le modalità attraverso cui questo classico della letteratura ha stimolato in loro il desiderio di adottarlo come modello e di rielaborarlo in chiave personale.
Ampliazione e variazione del significato originario attraverso la musica: la reinterpretazione di Francesco Guccini dei Viaggi di Gulliver
Il nono album in studio di Francesco Guccini, pubblicato in Italia nel 1983, s’intitola Guccini. Nel lato A dell’album compaiono le canzoni: Autogrill, Argentina e Gulliver, appunto, il cui testo, scritto a quattro mani, è frutto di una collaborazione con Giampiero Alloisio. Esso riprende il tema del viaggio, che Guccini ha trattato in diverse canzoni: Argentina, Amerigo, Odisseus, Cristoforo Colombo, Don Chisciotte. Il viaggio, per Guccini, è spingersi oltre i propri limiti geografici e umani; rappresenta una ricerca che trascende i confini fisici dell’esistenza e diventa oggetto di un’intima e affannosa analisi, nel desiderio di afferrare, attraverso i frammenti di vita che si cristallizzano nella memoria, il significato ultimo del vivere.
Il testo della canzone si sviluppa in quartine; avvicenda endecasillabi con versi fra le tredici e le sedici sillabe, che conferiscono al testo un andamento fluido e narrativo, alternando momenti lirici con quelli narrativi tipici della ballata. Le rime sono prevalentemente alternate, con chiusura in rima baciata in ogni strofa.
Nella reinterpretazione del testo swiftiano da parte di Guccini, ci troviamo di fronte a un Gulliver attempato, che si trova a meditare sulla vita trascorsa e a farne, probabilmente, un consuntivo, ritornando a un tempo in cui il suo vigore era integro, non ancora scalfito dall’incessante scorrere del tempo e tale da permettergli di «correre per il mare», idealmente, nei suoi viaggi.
Divenuto ormai nonno, «nelle lunghe ore d’inattività e di ieri, che solo certa età può regalare», Gulliver intrattiene i nipoti con racconti dal sapore fantastico che solo il ricordo riesce a ingigantire, sublimandoli nel mito. Queste storie in parte inverosimili appartengono realmente al vivo bagaglio di ricordi del protagonista, evocando nell’attento ascoltatore sinestesie visive e olfattive in cui le spiagge prendono forma al punto che se ne avverte l’odore. Quando il protagonista evoca, nella magia della narrazione, i propri ricordi, trasporta i nipoti incantati in un mondo fantastico che riempie «il cielo inglese di miraggi», popolato com’è da giganti, nani e cavalli dotati di saggia intelligenza, in grado di parlare. Le parole richiamano idealmente i fantastici luoghi visitati e i personaggi conosciuti, «con il suggestivo effetto di eco, in cui si rispondono, fra rima interna e assonanze, i termini che nominano le stravaganti figure incontrate».
Del testo di Swift Guccini riprende il disincanto e la disillusione verso l’essere umano, ma, a differenza del racconto dello scrittore inglese, che sfocia nel disgusto, l’artista italiano non perde totalmente la fiducia nei suoi simili. La sua visione rimane più sfumata: sebbene vacilli la fiducia nei coetanei, persiste una profonda stima nei bambini. Questi, incantati, sembrano davvero cogliere il significato delle parole del vecchio Gulliver e, anche solo per il tempo di una narrazione, riescono a ridar vita a quei luoghi fantastici nella loro mente.
I vecchi amici, soggiogati dal tempo e intorpiditi intellettualmente, non riescono a dare forma concreta ai propri pensieri che si fanno claudicanti e afasici, annaspando fra i significanti, incapaci di descrivere l’oggetto e di arrivare al significato puro, nell’impossibilità di cristallizzarlo nel lemma custodito nell’oggetto:
Qui, come in Gulliver e come forse l’esperienza di ciascuno, la sconfitta della narrazione non solo sta all’inadeguatezza della parola a rappresentare la multiforme esperienza vissuta, ma anche nello scorno di una parola che vorrebbe trasmettere intatte le immagini che porta dentro, mentre chi ascolta le sostituisce fatalmente con le proprie.
Le parole, quindi, si sostituiscono a un lessico familiare più vicino al recettore del messaggio e così il viaggio narrato muta in «parodia», una «somiglianza al canto» a cui l’etimologia della parola “parodia” rimanda: la metafora dei «vuoti gusci di parole» offre una pregnante rappresentazione di questi termini sordi, che non bastano a contenere la profondità dell’esperienza. Ma è anche metafora finemente saussuriana che allude alla differenza fra l’immagine acustica e la parola che veicola il concetto, il significato.
Nell’ultima strofa, nei viaggi che popolano la sua memoria e che si rincorrono turbinosamente, il sorriso si fa disincanto e il protagonista comprende la contraddizione dell’esistenza umana, in cui la grandezza e la fragilità coesistono in ogni individuo. Gulliver sperimenta uno sdoppiamento della sua coscienza, che incarna i due opposti del romanzo dello scrittore inglese: i piccoli uomini di Lilliput e i giganti di Brobdingnag. «La crudele solitudine del nano» e «La mente disattenta del gigante» rappresentano il gioco tra opposti, richiamando il contrasto fra la limitatezza umana e l’illusione di grandezza. Mentre il gigante vede il mondo grossolanamente, il nano, pur dotato di occhio più preciso, si sente schiacciato dall’immensità dell’universo, incapace di coglierne le infinite sfumature. Il senso dell’esistenza sfugge a tutti indistintamente, e il finale lo sentenzia in forma disillusa: «da tempo e mare non si impara niente».
Ampliazione e variazione del significato originario attraverso la musica: la reinterpretazione di Joaquín Sabina dei Viaggi di Gulliver
Joaquín Sabina, poeta e cantautore spagnolo, reinterpreta il classico di Swift nel 1980 nell’album Malas compañías, che l’autore dichiara di non amare molto, nonostante abbia avuto un discreto successo. Lo fa nella quarta canzone dell’album, il cui testo e la cui musica sono stati composti interamente dal cantautore spagnolo.
La canzone presenta una struttura libera, senza uno schema metrico rigido. Non segue un modello di versi isometrici e rappresenta un’eccezione nel canzoniere di Sabina, in quanto Gulliver è l’unica canzone senza rima, eccezione che lo stesso cantautore andaluso ha sottolineato («Sono assolutamente a favore della rima, che è la musica del linguaggio. Mi sembra completamente assurdo che i cantanti non si rendano conto che le parole hanno già la loro musica»), evidenziando come essa sia essenziale a livello sonoro e ritmico. La metrica della canzone è caratterizzata da versi di diversa lunghezza, con una prevalenza di versi lunghi che generano un ritmo cadenzato, enfatizzando la forza delle immagini e il tono profetico del poema. La ripetizione di frasi e strutture sintattiche contribuisce alla sua musicalità.
La canzone reinterpreta il classico concentrandosi sul viaggio di Gulliver a Lilliput, dove risulta essere un gigante fra i nani. In questo caso, le diverse dimensioni non solo costruiscono il racconto fantastico, ma riflettono anche la moralità dei personaggi. Sabina riprende la stessa visione di Swift: i suoi lillipuziani sono infatti esseri estremamente razionali, ma machiavellici, perché «i valori differenziali diventano modi del pregiudizio etnico». Gulliver è un freak, agli occhi dei lillipuziani, il che ne evidenzia le vedute ristrette: rappresenta colui che si distingue per altezza, che in senso simbolico può riferirsi all’intelligenza, alla grandezza morale o alla capacità di vedere oltre i limiti imposti dagli altri.
La figura dei nani si lega a immagini sensoriali e descrizioni dispregiative come «los hombres de corazón diminuto» e «afeitados y miopes»; e il «revolverse recelosos tras sus gafas de concha» evoca diffidenza e meschinità. Si scagliano contro chi è diverso, la mosca bianca, colui che incarna i valori dell’alterità e che non si conforma, probabilmente “giganteggiando” moralmente e intellettualmente: «Los enanos se rebelarán / Contra Gulliver / Todos armados con palos y con hoces / Asaltarán al único gigante / Con sus pequeños rencores, con su bilis / Con su rabia […]». Il protagonista viene colpevolizzato non per i suoi difetti, ma per le sue qualità, dimostrando che il vero problema non è lui, bensì l’incapacità degli altri di accettare la differenza.
Le antitesi e i paradossi, come «el tuerto en el país de los ciegos», «estar libre en el país de los presos» o «el sabio en el país de los necios», mettono in discussione la realtà e denunciano l’assurdità di alcune norme sociali, sottolineando come la saggezza e una visione superiore siano spesso disprezzate in una società ignorante. L’anafora, con la ripetizione insistita di «De ser…» nella parte finale, enfatizza il carattere accusatorio e il rifiuto del diverso, mentre la reiterazione di «No podrán, no podrán, no podrán» rafforza l’idea di una lotta impari e ingiusta.
Nella chiusura iperbolica «De ser la voz que clama en el desierto», che evoca un profondo senso di disperazione, risuona l’immagine biblica dell’Esodo, che le conferisce un’aura profetica. Le parole, granelli di sabbia dispersi nel deserto, inascoltate si dissolvono nell’infinità, accentuando il senso di isolamento e solitudine che caratterizza la condizione di emarginazione dell’individuo eccezionale. La canzone si configura, così, come una riflessione amara sulla difficoltà di affermare la propria individualità in una società che premia l’omologazione e rifiuta la diversità.
Conclusioni
Un classico della letteratura come I viaggi di Gulliver di Jonathan Swift, reinterpretato nelle sue riletture musicali da parte di Francesco Guccini e Joaquín Sabina, dimostra come attraverso il linguaggio della musica si possano fornire nuove significazioni, dotando i testi di nuova linfa e rendendoli ancora più attuale. L’opera di Swift presenta, come tratto fondante, un’aspra critica della società umana che si compie attraverso una satira corrosiva che culmina con un triste disincanto, che viene ripreso dai due cantautori con sensibilità differenti, ma accomunate dal tema del viaggio come metafora che attraversa la vita e le relazioni umane, alla ricerca di un senso autentico delle cose.
Guccini restituisce un Gulliver al tramonto della sua esistenza, il che gli fa ripercorrere con nostalgia i suoi viaggi e osservare con disillusione il mondo che lo circonda, incapace di trarre insegnamenti dall’esperienza. La sua canzone si attesta sulle stesse note malinconiche e sul tono riflessivo tipico della sua poetica, evidenziando il contrasto fra la grandezza e la fragilità dell’essere umano. Sabina, invece, sfrutta la libertà metrica per creare un’interpretazione più personale e sperimentale, allontanandosi dalle convenzioni stilistiche della sua produzione abituale.
Entrambe le riletture musicali dimostrano la straordinaria versatilità del testo swiftiano, capace di ispirare artisti appartenenti a contesti e generazioni vicine, ma differenti. Se Swift utilizzava il viaggio di Gulliver per smascherare le contraddizioni della società del suo tempo, Guccini e Sabina ne riprendono l’essenza per riflettere sull’esistenza e sulla condizione umana, dimostrando come la letteratura possa continuare a dialogare con la musica e con il presente, offrendo nuove prospettive di interpretazione e significato.
Come accennato, letteratura e musica spesso si influenzano reciprocamente e si autocontaminano. La relazione fra queste due arti, anche se storicamente ha visto la prima imporsi sulla seconda, non implica una precisa gerarchia, ma si configura come un’interazione di mutuo arricchimento. Questa dimensione ibrida è una rappresentazione artistica che può essere attraversata da un gioco dialogico di intenzioni verbali che si incontrano e si intrecciano in essa. Gulliver, dunque, non è solo un personaggio letterario, ma si tramuta in simbolo, in un viaggio intersemiotico e in un impulso intellettuale che percorre epoche e linguaggi, dimostrando come le arti possano fondersi, trasformarsi, ridefinirsi, fornendo nuove prospettive di lettura del mondo e restando sempre vive, nel tempo.
(fasc. 56-57, 15 settembre 2025)