Per PLPL 2025: Riviste di cultura, un patrimonio per la democrazia

Author di Maria Panetta

 

Abstract: Si pubblica il testo integrale preparato per la Tavola rotonda dell’8 dicembre 2025, dal titolo Riviste di cultura, un patrimonio per la democrazia, organizzata dal CRIC-Coordinamento Riviste Italiane di Cultura presso la Fiera “Più Libri Più Liberi” del 2025.

Abstract: The full text prepared for the round table on December 8, 2025, entitled Riviste di cultura, un patrimonio per la democrazia, organized by CRIC-Coordinamento Riviste Italiane di Cultura at the Più Libri Più Liberi Book Fair in 2025 is published.

Il tema proposto per questo dibattito dal nostro Presidente, l’Onorevole Valdo Spini, è assai rilevante e attuale[1]. Infatti, in un’epoca come la nostra, caratterizzata dalla velocità ossessiva dell’informazione, dalla frammentazione dei saperi, dalla polarizzazione del dibattito pubblico, chiedersi quale ruolo possano ancora svolgere le riviste culturali equivale a interrogarsi sulla stessa possibilità di una democrazia matura e capace di pensiero critico.

Inizierei con una provocazione: le riviste di cultura sono, per loro natura, inattuali. Non inseguono l’ultima notizia, non cavalcano l’onda emotiva del momento, ma richiedono tempo: tempo per essere scritte, lette, meditate. E, in una società che ha fatto della velocità il proprio valore cardine, questo carattere di inattualità dovrebbe condannarle all’irrilevanza. Eppure, è precisamente in questa “inattualità” che risiede il loro valore democratico più profondo.

La democrazia, infatti, non è soltanto un sistema di regole e procedure. È anche, e forse soprattutto, una “forma di vita collettiva” che si nutre di dibattito, di confronto, di elaborazione comune del pensiero. Una democrazia senza cultura critica, senza luoghi dove le idee possano fermentare e confrontarsi è una democrazia impoverita, esposta ai rischi del populismo, della semplificazione, della manipolazione. Le riviste di cultura sono, o dovrebbero essere, quindi, prima di tutto uno di questi spazi essenziali di respiro democratico.

Le riviste culturali italiane hanno una storia lunga e gloriosa, intimamente intrecciata con quella della nostra democrazia. Dalla «Voce» fiorentina al «Politecnico» di Vittorini a «Officina» di Pasolini, per citarne solo alcune ben note, le riviste hanno rappresentato il laboratorio in cui sono state elaborate le idee che hanno, poi, plasmato la società italiana. Non erano – e non sono – semplici contenitori di testi, ma veri e propri progetti culturali e civili, luoghi di incontro fra intellettuali, artisti, scienziati, dove il pensiero si fa collettivo prima ancora di diventare pubblico.

Tale dimensione collettiva è ciò che distingue essenzialmente la rivista dal libro. Il libro, infatti, generalmente è il frutto dell’incontro fra un autore e un editore: un rapporto bilaterale; la rivista, invece, non è concepibile senza che si abbia alle spalle un gruppo, un ambiente, una comunità di persone che condividono interrogativi, sensibilità, progetti, idee, perplessità, un modo di guardare al mondo. È, in questo senso, intrinsecamente democratica: nasce da un confronto, vive del dialogo, si alimenta della pluralità. Proprio questa pluralità costituisce uno dei contributi più preziosi che le riviste offrono alla democrazia. In un’epoca di echo chambers digitali, in cui gli algoritmi ci rinchiudono in bolle informative che tendono a confermare le nostre convinzioni preesistenti, le riviste culturali mantengono uno spazio di eterogeneità. Infatti, una rivista di valore non dice ciò che già sappiamo o ciò che vogliamo sentirci dire, ma espone i lettori a pensieri altri, a prospettive diverse, talvolta scomode. Di fatto, li costringe a uscire dalla loro zona di comfort intellettuale.

Inoltre, la maggior parte delle riviste culturali italiane sono espressione di quello che il nostro Presidente definisce sempre “volontariato culturale”. Infatti, i direttori, i redattori, i collaboratori delle riviste lavorano spesso senza compenso o con compensi simbolici, mossi dalla convinzione che valga comunque la pena far circolare idee, promuovere il dibattito e contribuire alla crescita culturale del Paese. Questo è un dato tutt’altro che marginale: conferma che le riviste non sono semplicemente prodotti commerciali ma progetti animati da una tensione ideale, da un’etica della responsabilità intellettuale.

Questo carattere gratuito – nel senso etimologico di ciò che è fatto liberamente, senza aspettarsi un ritorno economico immediato – le distingue nettamente da molta produzione editoriale e mediatica contemporanea, sempre più soggetta alle logiche del mercato e della monetizzazione dei click. Le riviste di cultura resistono a questa mercificazione: producono valore simbolico più che economico, costruiscono capitale culturale più che profitto finanziario. E in questo loro essere non immediatamente produttive in termini economici risiede, paradossalmente, la loro più alta produttività in termini democratici e civili. Che, poi, sia giusto o ingiusto che il lavoro intellettuale nel 2025 non sia ancora retribuito è altra questione, che non è questa la sede adatta per affrontare.

In questo ampio contesto va inserito anche il lavoro del CRIC, il Coordinamento Riviste Italiane di Cultura, fondato nel 2003. Uno degli obiettivi principali del CRIC è proprio quello di favorire il dialogo e il dibattito multiculturale, di stimolare quello scambio che è alla base stessa della democrazia. Non si tratta affatto di un compito neutrale: perché il Coordinamento è potenzialmente aperto al contributo di tutte le culture politiche, purché, però, il loro apporto risulti produttivo in una prospettiva di convivenza civile e di reale crescita democratica.

Tale apertura multiculturale e interdisciplinare è essenziale: la democrazia, infatti, non può nutrirsi di monologhi culturali, di pensieri unici e di prospettive monolitiche. Ha bisogno di voci diverse, di sensibilità multiple, di approcci plurali ai problemi comuni.

Il CRIC lavora anche per promuovere la diffusione e la lettura delle riviste culturali nei circuiti educativi e dell’informazione, in particolare tra i giovani. Perché? Perché, se le riviste rimangono confinate in una cerchia ristretta di addetti ai lavori, perdono gran parte della loro potenzialità democratica. Devono, invece, raggiungere le scuole, le università, le biblioteche, i centri culturali, i circoli di lettura, le carceri; diventare strumenti di formazione civica oltre che di approfondimento specialistico. E questo risultato si ottiene anche sorvegliando l’italiano: ovvero utilizzando parole chiare e accessibili, senza che siano banalizzanti, e, in caso di termini specialistici, dandone anche una chiave di lettura per i non addetti ai lavori. Perché, se desideriamo che le riviste circolino davvero e non siano solo pensate per gli intellettuali, abbiamo il dovere morale di scriverle in un italiano comprensibile. Oltre a quello di curarle redazionalmente, perché la sciatteria editoriale – e quale migliore occasione di una fiera della piccola e media editoria per ribadirlo
? – è una vera e propria mancanza di rispetto per il lettore, dato che nel mondo dell’editoria quasi sempre la forma è la sostanza.

Non possiamo, di certo, ignorare le difficoltà che le riviste culturali stanno attualmente incontrando. La crisi dell’editoria periodica, come sappiamo, è profonda e strutturale: la distribuzione nelle librerie è sempre più difficile, i costi di stampa e spedizione sono aumentati, il pubblico dei lettori si è frammentato. Molte riviste sopravvivono grazie all’abnegazione dei loro animatori, ma questa non può essere una soluzione sostenibile nel lungo periodo.

C’è, poi, la sfida della transizione digitale. Quindi, le riviste devono cercare di mantenere alta la qualità e la profondità che le caratterizzano, adattandosi però a nuovi formati e modalità di fruizione. Il digitale offre opportunità straordinarie (la possibilità di raggiungere un pubblico potenzialmente illimitato, di integrare diversi linguaggi, di creare archivi accessibili e interrogabili etc.), ma comporta anche dei rischi: ad esempio, quello di inseguire metriche quantitative più che valutazioni qualitative, o quello di perdere quell’appagante dimensione di oggetto fisico che ha sempre caratterizzato le riviste.

Un’altra sfida riguarda il rapporto con il sistema dell’informazione. Le riviste culturali non sono giornali, non producono notizie nel senso tradizionale. Però producono qualcosa di altrettanto importante: interpretazioni, chiavi di lettura, strumenti concettuali per comprendere la complessità del presente. In un ecosistema mediatico sempre più orientato all’infotainment e alla spettacolarizzazione, le riviste rappresentano, invece, uno spazio di approfondimento e di complessità: uno spazio minoritario, certo, ma proprio per questo prezioso e da difendere.

Com’è noto, è stato Jürgen Habermas a elaborare il concetto di
“sfera pubblica”, intesa come quello spazio intermedio tra Stato e società civile in cui i cittadini si riuniscono per discutere liberamente di questioni di interesse comune, formando così un’opinione pubblica autonoma e critica. Tale “sfera pubblica” è essenziale per il funzionamento della democrazia: è il luogo in cui le questioni vengono problematizzate, dove le diverse posizioni si confrontano, dove si forma il consenso attraverso la forza dell’argomento migliore.

Ora, le riviste culturali sono, o dovrebbero essere, uno dei luoghi privilegiati di questa sfera pubblica. Non l’unico, certamente, ma uno particolarmente qualificato, perché offre quella combinazione di accessibilità e profondità, di apertura e rigore, di pluralismo e coerenza progettuale che è difficile trovare altrove. Una rivista, infatti, non è un social network, ove tutti possono dire tutto senza filtri ma anche senza responsabilità. Non deve essere nemmeno, però, un’accademia chiusa, dove si parla solo tra specialisti usando linguaggi esoterici. È, idealmente, un ponte: tra il sapere specialistico e il pubblico colto, tra l’elaborazione intellettuale e il dibattito civile, tra la riflessione teorica e l’intervento sul reale.

Questa funzione di mediazione è tanto più importante in una fase storica di cosiddetta “post-verità”, caratterizzata dalla crisi dell’autorità epistemica, dalla difficoltà crescente di distinguere tra fatto e opinione, informazione verificata e fake news. Le riviste culturali, proprio per il loro carattere non immediato, per la presenza di procedure di peer review informale, per l’esistenza di redazioni che discutono e selezionano i contributi, rappresentano un potente baluardo contro la disinformazione e la banalizzazione del dibattito pubblico.

Le riviste hanno svolto, nel Novecento italiano, un ruolo che forse è stato più centrale che altrove: hanno fatto da incubatori di movimenti culturali e politici, da luoghi di formazione di intere generazioni di intellettuali, da ponti tra cultura alta e impegno civile. Questa tradizione è stata resa possibile anche da alcune caratteristiche strutturali della società italiana: una classe media colta e interessata ai dibattiti culturali, un sistema editoriale relativamente aperto e pluralista, una relativa autonomia degli intellettuali rispetto ai poteri economici e politici. Molte di queste condizioni, però, si sono indebolite negli ultimi decenni: la classe media, infatti, è stata erosa dalle trasformazioni economiche, il sistema editoriale si è concentrato e commercializzato, gli intellettuali hanno perso parte della loro autorevolezza e autonomia.

Eppure, le riviste resistono. Non tutte, non sempre con la stessa vitalità, ma resistono. Ed è significativo che proprio in anni recenti, di fronte alla crisi della politica tradizionale, al vuoto di elaborazione culturale dei partiti, alla superficialità di molta comunicazione pubblica, si sia assistito a una sorta di riscoperta delle riviste come spazi di pensiero autonomo e di confronto serio.

Che fare, dunque, per preservare e rilanciare questo patrimonio?

In primo luogo, serve un riconoscimento istituzionale del ruolo delle riviste culturali. Non si tratta semplicemente di erogare contributi economici – per quanto questi siano necessari e urgenti –, ma di comprendere che le riviste svolgono una funzione di interesse pubblico, analoga a quella di musei, biblioteche, teatri. Sono infrastrutture culturali, e come tali vanno considerate e sostenute (specie se viene richiesto loro dalle Istituzioni il formato open access, l’accesso aperto).

In secondo luogo, occorre lavorare per allargare il pubblico delle riviste, in particolare tra i giovani. Ad esempio, le iniziative che il CRIC promuove nelle scuole, i laboratori di lettura e scrittura, sono passi importanti in questa direzione. Ma si potrebbe fare di più: magari, integrare le riviste nei programmi di educazione civica o creare circuiti di distribuzione più efficaci.

In terzo luogo, bisogna accompagnare la transizione digitale con intelligenza. Infatti, il digitale non deve essere visto come sostituto del cartaceo, ma come suo complemento. Le riviste possono sfruttare le potenzialità del web – la multimedialità, l’interattività, l’accesso aperto – senza rinunciare a ciò che le caratterizza: la cura editoriale, la selezione rigorosa, la profondità dell’analisi.

Infine, è necessario che le riviste stesse si interroghino sulla propria identità e missione. In un mondo che cambia rapidamente, occorre sperimentare nuovi formati, aprirsi a nuovi linguaggi, dialogare con pubblici diversi, senza però tradire la propria indipendenza intellettuale.

La democrazia per essere tale richiede cittadini informati, critici, capaci di pensiero autonomo; e spazi pubblici in cui il dibattito possa svolgersi con serietà e rispetto. Le riviste di cultura svolgono, in questo quadro, una funzione insostituibile e il loro declino rappresenterebbe un impoverimento grave non solo per il nostro patrimonio culturale, ma per la stessa qualità della nostra democrazia.

Il lavoro che lo stesso CRIC svolge, favorendo il dialogo e il dibattito multiculturale, è quindi essenziale. Coordinare le riviste non significa semplicemente difenderne gli interessi corporativi: significa tutelare uno spazio di libertà intellettuale e di confronto civile che è patrimonio comune della democrazia italiana. E proprio in tale direzione va anche l’idea di Portale che il CRIC sta realizzando per aggregare e dare visibilità ad ancora più riviste di quelle aderenti al Coordinamento.

In un’epoca in cui le certezze vacillano, le identità si frammentano, il futuro appare incerto, abbiamo più che mai bisogno di luoghi ove elaborare interpretazioni condivise, dove costruire quel senso comune senza il quale nessuna comunità politica può reggersi. Le riviste di cultura, con la loro ostinata inattualità, con il loro rifiuto della velocità, con la loro fedeltà al rigore e alla profondità, sono uno di questi luoghi preziosi.

Sta a noi – a tutti noi che crediamo nel valore della cultura e della democrazia – fare in modo che questo patrimonio non vada disperso, ma venga, anzi, rivitalizzato e trasmesso alle generazioni future.

Roma, 6 dicembre 2025

 

  1. Si pubblica il testo integrale preparato per la Tavola rotonda dell’8 dicembre 2025, dal titolo Riviste di cultura, un patrimonio per la democrazia, organizzata dal CRIC-Coordinamento Riviste Italiane di Cultura, presieduto dall’On. Valdo Spini – vicepresidenti, Severino Saccardi e Maria Panetta – presso la Fiera “Più Libri Più Liberi” del 2025 (sala Polaris).

(fasc. 58, 31 dicembre 2025)

Il Risorgimento come archetipo etico-politico. Benedetto Croce e la coscienza della libertà tra fascismo e liberazione

Author di Lorenzo Arnone Sipari

Abstract: Questo saggio esplora la posizione di Benedetto Croce durante il Fascismo e nell’Italia post-liberazione, a partire dal suo Manifesto degli intellettuali antifascisti del 1925. Esso adotta il Risorgimento come paradigma etico e politico alla base della sua idea di libertà. Attraverso gli scritti storici e civici di Croce, il saggio ne sottolinea l’autorità morale e l’impegno critico. Per Croce, la storia è una storia di libertà: il pensiero storico diventa un esercizio di responsabilità e coscienza civica, e la storiografia un mezzo per resistere all’oppressione e rinnovare i valori democratici.

Abstract: This essay explores Benedetto Croce’s stance during Fascism and in post-liberation Italy, beginning with his 1925 Manifesto of the Anti-Fascist Intellectuals. It adopts the Risorgimento as the ethical and political paradigm underpinning his idea of liberty. Through Croce’s historical and civic writings, the essay underscores his moral authority and critical engagement. For Croce, history is a history of freedom: historical thinking becomes an exercise in responsibility and civic conscience, and historiography a means of resisting oppression and renewing democratic values.

Il Manifesto del 1925: la rottura, la misura e l’inizio

Il Manifesto degli intellettuali antifascisti, redatto da Benedetto Croce e pubblicato il 1° maggio 1925, segna una svolta nella coscienza culturale e civile dell’Italia. In quelle poche pagine, misurate nel tono ma recise nei contenuti, il filosofo assunse una posizione inequivocabile di rottura con il fascismo[1]. Non si tratta solo di un atto di opposizione morale, ma anche dell’intervento di chi, erede della tradizione liberale e interprete dello spirito risorgimentale, si pose a difesa della libertà contro ogni pretesa totalizzante del regime.

Tale documento nacque, com’è noto, in risposta al Manifesto degli intellettuali fascisti, stilato da Giovanni Gentile, pubblicato il 21 aprile e rivolto al mondo della cultura europea, per giustificare il fascismo come espressione dello spirito nazionale[2].

Proprio una siffatta pretesa fondativa, di matrice assieme filosofica, storica e politica, rese necessaria una replica. Giovanni Amendola ne scrisse a Croce, proponendogli la stesura. E Croce accettò subito: «L’idea mi pare opportuna. Abbozzerò oggi stesso una risposta […] breve, per non far dell’accademia e non annoiare la gente»[3].

Ma il Manifesto non era una mera risposta contingente. Era la traduzione di una convinzione maturata negli anni precedenti, e rafforzata dagli eventi del 1924, catalizzati dall’assassinio di Giacomo Matteotti. In quello snodo, Croce comprese che il dissidio teorico con Gentile – fin lì vissuto come una differenza tra sistemi filosofici – si era ormai trasformato in un dissidio pratico e politico, come scrisse nella nota lettera del 24 ottobre 1924: «Noi da molti anni ci troviamo in un dissidio mentale […]. Ma ora se n’è aggiunto un altro di natura pratica e politica […]; e questo è più aspro»[4]. Il nuovo livello del dissenso, ormai insanabile, segna la fine dell’amicizia e inaugura la stagione crociana della vigilanza etico-politica.

Nel testo del Manifesto Croce rivendicò, con uno stile asciutto e antiretorico, la funzione autonoma e critica della cultura, ancorata a un principio di libertà che nessuno Stato poteva assorbire o dirigere. L’atto culturale, secondo il filosofo abruzzese, era sempre un esercizio di responsabilità individuale, che non poteva essere subordinato ad alcun programma politico. In tal senso, la figura dell’intellettuale fascista, cioè l’intellettuale organico, gli appariva come una contraddizione in termini, perché, mettendosi al servizio del potere, rinunciava alla sua funzione più autentica, dissolvendo il senso stesso della cultura come autonomia critica[5].

Il punto più significativo del Manifesto, tuttavia, risiede nel richiamo al Risorgimento come fondamento della tradizione civile italiana. Tale rievocazione, lungi dall’essere un ornamento o uno strumento, assumeva il valore di un’eredità storica e morale. Per Croce, infatti, il Risorgimento era l’archetipo dell’agire politico libero e responsabile, fondato sulla coscienza nazionale e sul rifiuto del servilismo. Quando scriveva che gli uomini del Risorgimento gli sarebbero parsi «offesi e turbati» dall’identificazione tra fascismo e italianità[6], non svolgeva un’operazione celebrativa, ma richiamava un principio di continuità storica: la libertà, in Italia, aveva radici precise, che il fascismo tradiva[7]. Il Manifesto appare, pertanto, la dichiarazione di fedeltà a una tradizione spirituale, ossia la riaffermazione della storia come criterio etico contro ogni tentazione autoritaria. Nel cuore di un’Italia che si avviava alla dittatura, Croce definiva un punto fermo: la libertà non è un’opinione tra le altre, ma il fondamento stesso della civiltà.

Il Risorgimento come principio attivo

Il richiamo al Risorgimento si configura, dunque, come un principio etico-politico che continua a operare come radice attiva della coscienza civile. Ed è contenuto in uno scritto, il Manifesto, che rappresenta un elemento connettivo del più vasto disegno intellettuale che Croce delinea in quegli anni: l’opposizione al fascismo come decadenza dello spirito e della libertà, e la riaffermazione della storia come coscienza critica.

Proprio in quel torno di tempo, non a caso, egli inaugura la pubblicazione della sua tetralogia storica, a chiara impronta etico-politica: dalla Storia del Regno di Napoli (1925) alla Storia d’Italia dal 1871 al 1915 (1928), dalla Storia dell’età barocca in Italia (1929) alla Storia d’Europa nel secolo XIX (1932). Nell’esame delle vicende delle province napoletane, l’unificazione italiana viene presentata come una soluzione della crisi del Mezzogiorno, in linea con l’evoluzione storica e con i principi morali, mentre la Storia d’Italia si apre con un chiaro omaggio al Risorgimento come fondamento dell’unità politica e culturale del Paese. In queste opere l’autore non esalta l’Italia come entità statuale o mitica, ma ne celebra la faticosa e concreta costruzione storica come espressione del principio di libertà.

Come ha sottolineato Federico Chabod, la storia, per Croce, è sempre storia della libertà[8]. Non è una libertà astratta o idealistica, ma un elemento vivo che, consapevole del movimento storico, dà senso agli eventi e ne permette la comprensione. Perché non c’è storia vera senza giudizio e non c’è giudizio senza un criterio etico. È per questo che il fascismo non può essere considerato, nell’elaborazione crociana, un semplice fatto storico: è un’involuzione che, prima di essere condannata, va compresa, in quanto «morbo» che affligge lo spirito pubblico contemporaneo[9]. Fare storia, allora, diventa per il filosofo una forma di resistenza.

Anche Giuseppe Galasso ha insistito su questo punto: a partire dal 1924, l’interesse di Croce si sposta progressivamente sul piano etico-politico, ma senza mai rinunciare al rigore della lettura storica[10]. Anzi, proprio la storia diventa per lui la via privilegiata per riaffermare valori universali, quali la giustizia, la responsabilità e l’autonomia della coscienza. Il Risorgimento, in uno schema siffatto, non è un semplice capitolo del passato, ma la manifestazione esemplare di una maturazione collettiva, certo contraddittoria, ma orientata verso una più ampia coscienza della libertà. Ed è con questa chiave che il filosofo legge anche il presente.

È stato mostrato, del resto, come in Croce il patriottismo non sia mai un sentimento chiuso o identitario, ma sempre un atteggiamento etico: il legame alla patria è giustificato solamente nella misura in cui essa realizza la libertà dei suoi cittadini, una concezione figlia del Risorgimento e opposta a ogni nazionalismo[11]. La Storia d’Europa si inserisce appieno in questo quadro: il vecchio continente non è una realtà geografica o politica, ma un processo spirituale, una civiltà fondata sul libero sviluppo della persona e del pensiero[12].

In tale prospettiva, il confronto con Gentile si chiarisce ulteriormente. Se per il filosofo siciliano la storia è un atto puro, cioè l’immediata identificazione tra volontà e realtà, per Croce essa è il pensiero riflessivo, il giudizio critico e il discernimento morale[13]. Dove Gentile può inglobare anche la violenza fascista entro una legittimità storica, il secondo la sottopone, invece, al tribunale della libertà. È questo che lo conduce a rigettare ogni forma di storicismo assoluto, in cui tutto ciò che accade è giustificato, in quanto accade. Per Croce, ciò che accade è sempre giudicabile, perché la storia non assolve, ma distingue.

In tal modo, il Risorgimento diventa la chiave di lettura della storia italiana: l’archetipo di una politica della libertà che continua ad avere valore anche, e soprattutto, nel tempo della crisi. Non si tratta di nostalgia, ma di fedeltà a un principio; e, come ogni principio, vive nel modo in cui viene pensato, ricordato, rinnovato.

Croce di fronte al fascismo: una religione civile della libertà

Dalla metà degli anni Venti, il pensatore abruzzese si collocò sempre più visibilmente nella posizione dell’oppositore morale. Fu proprio attraverso la sua rivista che mantenne viva una forma di resistenza culturale. Così egli stesso descriverà, in seguito, il ruolo assunto dalla «Critica» negli anni bui del regime:

Ebbe nuovo stimolo e nuova ragion di vita nella opposizione che prese ad esercitare contro il fascismo […] cosicché finì ad essere in Italia l’unica superstite forma di opposizione […] che fu fondamentale e radicale, e perciò escludente ogni concessione e transazione, ma procurò tuttavia di serbare costante la calma e la dignità necessarie a imporre rispetto e si guardò dalle intemperanze, sconvenevoli a chi aveva potuto conservare una sua libertà di parola in mezzo a un intero popolo piegato al silenzio[14].

Croce, difatti, senza aderire a iniziative eclatanti, ma grazie alla forza del pensiero e alla coerenza intellettuale, diventò un punto di riferimento per un’Italia in cerca di parole di verità.

Proseguì questa azione anche nelle sue principali opere degli anni Trenta, tra cui Storia d’Europa e La storia come pensiero e come azione (1938), nelle quali riaffermava la visione della libertà come principio spirituale e morale, che era destinato a scontrarsi con i nazionalismi emergenti.

Ma è soprattutto tra il 1943 e il 1944, quando il Paese era diviso in due sfere di occupazione, che la sua riflessione sull’opposizione al fascismo, intesa come vera e propria religione civile, si fece più matura, sia pure nell’ambito degli scritti “minori”. Due testi di quel periodo, Il fascismo come pericolo mondiale e La libertà italiana nella libertà del mondo, ne rappresentano il compendio. Nel primo, Croce denuncia il carattere regressivo e barbarico del fascismo, collocandolo all’interno di una crisi più vasta della civiltà europea[15]. Nel secondo, afferma che il fascismo non è frutto di un destino necessario, ma rappresenta un’interruzione, una parentesi, appunto, nella storia d’Italia[16]. Tale metafora non ha valore consolatorio, ma serve a ribadire che la storia ha senso soltanto se rimane legata alla coscienza della libertà. In altri termini, è possibile tornare a essere liberi, perché la libertà non è stata obliterata, ma soltanto sospesa.

Il fascismo è, per il filosofo, la negazione stessa della storia, perché là dove regnano sopraffazione, violenza e dogma il pensiero è soffocato, e con esso la storia. È per questo che ricostruire criticamente il passato, durante la dittatura, equivale per Croce a un atto di libertà e di verità. Non c’è differenza tra il lavoro dello storico e il gesto di chi resiste eticamente al presente: entrambi fondano la propria azione sulla responsabilità del giudizio.

Tale visione della storia come coscienza assume i toni di una dolorosa consapevolezza quando, il 14 ottobre 1943, il filosofo apprese dell’incendio dei depositi dell’Archivio di Stato di Napoli da parte dei tedeschi e tristemente annotò: «Sono con l’animo di chi ha visto morire la persona più cara, ma con la mente di chi misura l’immensità della perdita per la nostra tradizione e per la scienza storica»[17]. Quei documenti, su cui aveva fondato la sua Storia del Regno di Napoli, non erano semplici carte d’archivio, ma parte viva del suo lavoro e della memoria collettiva.

In questo orizzonte, lo studio del passato si configura, per Croce, come la forma più alta della libertà: un esercizio morale e civile, capace di contrastare l’oblio e la violenza, di restituire dignità al pensiero e continuità alla coscienza storica. In tale ottica, la Storia d’Europa offre sia una riflessione sul secolo delle libertà sia un intervento polemico contro i nazionalismi e i totalitarismi del presente. Il celebre primo capitolo di essa, La religione della libertà, ne esplicita la funzione: la libertà non è solo una categoria politica, ma una fede, un orizzonte spirituale che dà senso alla vita storica.

La distinzione tra patriottismo e nazionalismo, su cui Croce insiste in più luoghi[18], diventa cruciale. Il patriottismo, per lui, è una virtù morale: è l’amore verso una patria che si identifica con un ordine di valori, non con una razza o un potere. Il nazionalismo, invece, è una degenerazione, è la pretesa che la forza valga più della ragione, che l’appartenenza giustifichi la violenza.

Nel confronto con Gentile, ormai definitivamente chiuso dopo il 1925, emergono due visioni inconciliabili del rapporto tra storia e potere: da un lato, la concezione dello Stato come totalità etica che assorbe ogni libertà individuale; dall’altro, il primato della coscienza morale che valuta, giudica, distingue. Se Gentile poteva ancora giustificare storicamente il fascismo, il pensatore abruzzese lo respingeva alla luce di un’etica della storia[19]. Quella frattura non oppose solo due filosofi, ma due idee radicalmente diverse della modernità. Se il primo tendeva a storicizzare ogni evento, anche la violenza, Croce, invece, difendeva una storicità critica, fondata sul discernimento e sulla responsabilità. La sua non fu una storiografia impegnata in senso ideologico, ma un esercizio di vigilanza etica: ricordare agli italiani che il Risorgimento – e con esso la libertà – non era una reliquia, ma una promessa ancora aperta[20]. La storiografia crociana si prefigura, dunque, come l’antidoto alla barbarie e come il veicolo della fedeltà alla libertà.

Croce, il Risorgimento, la coscienza morale della nazione

Durante il ventennio fascista, l’opposizione silenziosa ma costante del filosofo abruzzese, fondata sulla forza del pensiero e sulla coerenza civile, lo aveva reso un punto di riferimento morale.

Nel dicembre 1952 Piero Calamandrei lo commemorò con parole emblematiche: «Nella coscienza di ogni italiano Benedetto Croce era diventato, anche per chi non se ne rendeva conto, una misura, un termine di giudizio, una riprova. […] E fu lui che nell’ultimo ventennio, anche quando pareva che parlasse d’altro, da ogni pagina ci consigliò serenamente di resistere: per molti di noi la Resistenza ebbe inizio da lui»[21].

Negli anni successivi alla caduta del regime, il filosofo rimase un interlocutore privilegiato per chi guidava la ricostruzione politica e istituzionale. Simbolo vivente della cultura liberale italiana, fu persino indicato come primo Presidente della Repubblica, carica che rifiutò con umiltà, ribadendo il proprio ruolo di uomo di pensiero[22]. Il suo prestigio non derivava da incarichi: risiedeva nella coscienza che rappresentava.

Tuttavia, accanto alla figura pubblica del Croce venerato come guida morale, sopravviveva in lui un dubbio antico, mai del tutto sopito: quello di non essere un uomo politico. Così si sfogava il 13 novembre 1943, dopo aver constatato la scarsa efficacia dei suoi tentativi di mediazione tra gli alleati e le forze della nuova Italia:

Mi pare dunque di essere fallito finora in ogni mia azione politica, e mi torna il dubbio, che ha sempre regnato in me, circa le mie attitudini politiche: dubbio che, giovane e adulto, mi tenne lontano da quella forma di attività e tutto dedito agli studî. […] io ero un semplice uomo di pensiero che aveva procurato di adempiere il suo dovere nelle condizioni dolorose in cui l’Italia si era trovata e che avrei continuato ad adempierlo secondo le mie forze, ma che non bisognava contare su di me per una grande e creatrice azione politica […][23].

Quella voce, pur così lucida e presente nella vita della nazione, si sapeva lontana dalla prassi del comando. Era, e rimase, una coscienza. E, come tale, proseguiva a operare là dove poteva: nel pensiero, nella scrittura, nella difesa della storia e della libertà.

Il Risorgimento, evocato nel Manifesto del 1925 come fondamento dell’identità nazionale, non abbandonò mai la sua visione. Al contrario, si consolidò come archetipo etico-politico: l’unità d’Italia, nella sua lettura, non era un evento concluso, ma un principio da rinnovare. Lo stesso vale per tutto ciò che il Risorgimento aveva rappresentato: la libertà, la laicità dello Stato, l’autonomia della cultura.

Nella raccolta Per la nuova vita dell’Italia il pensatore abruzzese insiste su questa dimensione morale della rinascita[24]. La nuova Italia non può essere solo una Repubblica fondata su istituzioni democratiche; deve essere anche un Paese educato alla libertà, alla responsabilità civile, alla dignità della cultura. L’esperienza del fascismo ha reso evidente che non basta proclamare dei valori, giacché essi devono essere vissuti, trasmessi, praticati. La libertà è una conquista, non uno stato di fatto.

Per questo, anche dopo la fine del regime, Croce continuò a pensare la storia non come una semplice sequenza di eventi, ma come un processo spirituale, in cui ogni generazione è chiamata a rispondere delle proprie scelte. Assunse così il ruolo di educatore della nazione, non in senso paternalistico, ma come interprete di un’etica civile che non tollera indifferenza né rassegnazione. La storiografia, in un orizzonte siffatto, ha un compito che trascende la pura erudizione, perché serve a comprendere il passato, per costruire un futuro consapevole.

Nel suo modo di pensare la libertà, il filosofo resta fedele al Risorgimento, ma lo supera in profondità. Non idealizza i suoi protagonisti né ne fa un pantheon di eroi. Ne coglie la tensione civile, la capacità di far nascere un’etica pubblica in un Paese diviso, segnato dall’arretratezza e dalla dominazione straniera. In quel movimento colse un’energia storica ancora attiva, che era suscettibile di orientare l’Italia verso una modernità non tecnica o burocratica, ma spirituale. Ciò spiega perché, a distanza di un secolo, il Manifesto del 1925 conserva la sua forza. Non è tanto il documento di un’epoca quanto il simbolo di una scelta: optare per la libertà quando è più difficile farlo. Per Croce, la libertà non è assicurata. È, insieme, un’esigenza, una responsabilità e un rischio. È la forma storica della coscienza, la voce di una tradizione viva, quella del giudizio, della fedeltà, della dignità. E, soprattutto, della libertà come principio.

 

  1. Registrato con titoli diversi, a seconda del periodico in cui fu pubblicato – Da La replica degli intellettuali non fascisti al manifesto di Giovanni Gentile («Il Popolo») a Una risposta di scrittori, professori e pubblicisti italiani al manifesto degl’intellettuali fascisti («Il Mondo») –, il filosofo lo raccolse, successivamente, sotto La protesta contro il «Manifesto degli intellettuali fascistici», in B. Croce, Propositi e speranze (1925-1942). Scritti varî, Bari, Laterza, 1943, pp. 7-12. Qui si segue il testo pubblicato in G. Gentile, B. Croce, I manifesti degli intellettuali fascisti e antifascisti, prefazione di A. Cazzullo, Firenze, Passigli, 2024, pp. 51-58.

  2. G. Gentile, B. Croce, I manifesti degli intellettuali fascisti e antifascisti, op. cit., pp. 23-35.

  3. Carteggio Croce-Amendola, a cura di R. Pertici, Napoli, Istituto Italiano per gli Studi Storici, 1982, p. 83. Sulla genesi del documento si veda anche B. Croce, Relazioni o non relazioni col Mussolini, in Id., Nuove pagine sparse, Serie I: Vita, pensiero, letteratura, Napoli, Ricciardi, 1948, specie alle pp. 66-67.

  4. B. Croce, Lettere a Giovanni Gentile (1896-1924), a cura di A. Croce, Milano, Mondadori, 1981, pp. 670-71.

  5. G. Gentile, B. Croce, I manifesti degli intellettuali fascisti e antifascisti, op. cit., pp. 52-53. Ma si veda anche B. Croce, Gl’«intellettuali» e il fascismo [1925], in Id., Propositi e speranze…, op. cit., pp. 17-22.

  6. G. Gentile, B. Croce, I manifesti degli intellettuali fascisti e antifascisti, op. cit., p. 56.

  7. B. Croce, Proemio alla «Critica» nel suo XLII anno e commemorazione di Giovanni Laterza, in Id., Nuove pagine sparse…, op. cit., p. 6.

  8. F. Chabod, Croce storico, in Id., Lezioni di metodo storico con saggi su Egidi, Croce, Meinecke, a cura di L. Firpo, Bari, Laterza, 1969, pp. 179-253. Il concetto, compulsato nel 1938, com’è noto, nella Storia come pensiero e come azione, venne reso più immediato nel titolo della corrispondente traduzione inglese: B. Croce, History as the story of liberty, translated from the Italian by S. Sprigge, New York, Norton, 1941.

  9. B. Croce, Il fascismo come pericolo mondiale, in Id., Per la nuova vita dell’Italia. Scritti e discorsi, 1943-1944, Napoli, Ricciardi, 1944, pp. 13-20.

  10. G. Galasso, Croce e lo spirito del suo tempo, Milano, Il Saggiatore, 1990, pp. 339-66.

  11. M. Rosati, Benedetto Croce e il patriottismo liberal-risorgimentale, in Id., Il patriottismo italiano. Culture politiche e identità nazionali, Roma-Bari, Laterza, 2000, pp. 57-69. Sul punto anche G. Galasso, Croce e lo spirito del suo tempo, op. cit., p. 342.

  12. Il riferimento è, ovviamente, al cap. I, La religione della libertà, di B. Croce, Storia d’Europa nel secolo decimonono (a cura di G. Galasso, Milano, Adelphi, 1991).

  13. Per questi aspetti si rinvia a G. Sasso, Ripensando la Storia d’Europa [Croce e Gentile, 2016], in «Treccani» online: https://www.treccani.it/enciclopedia/ripensando-la-storia-d-europa_%28Croce-e-Gentile%29/ (ultima consultazione: 17/01/2025).

  14. B. Croce, Proemio alla «Critica» nel suo XLII anno e commemorazione di Giovanni Laterza, art. cit., p. 6.

  15. B. Croce, Il fascismo come pericolo mondiale, art. cit., pp. 13-20.

  16. Un brano estratto da B. Croce, La libertà italiana nella libertà del mondo (ivi, pp. 50-57) è stato riprodotto con il titolo Il fascismo come parentesi, in Il Fascismo. Antologia di scritti critici, a cura di C. Casucci, Bologna, Il Mulino, 1961, p. 174.

  17. B. Croce, Taccuini di Lavoro, vol. IV (1937-1943), Napoli, Arte tipografica, 1987, pp. 459-60.

  18. B. Croce, Una parola desueta: l’amor di patria [1943], in Id., L’idea liberale contro le confusioni e gl’ibridismi. Scritti varî, Bari, Laterza 1944, pp. 21-23; Id., L’amore verso la patria e i doveri verso lo Stato [1947], in Id., Filosofia e storiografia. Saggi, Bari, Laterza, 1949, pp. 240-45. Su questi aspetti si veda anche G. Sartori, Stato e politica nel pensiero di Benedetto Croce, Napoli, Morano, 1966, pp. 105-11.

  19. M. Rosati, Il patriottismo italiano. Culture politiche e identità nazionali, op. cit., pp. 87-95.

  20. F. Chabod, Croce storico, op. cit., pp. 179-253; G. Galasso, Croce e lo spirito del suo tempo, op. cit., pp. 339-66.

  21. P. Calamandrei, Uomini e città della Resistenza. Discorsi scritti ed epigrafi, Bari, Laterza, 1965, II ed., p. 121.

  22. La vicenda è documentata in B. Croce, Taccuini di Lavoro, vol. VI (1946-1949), op. cit., pp. 473-74.

  23. Ivi, vol. IV (1937-1943), pp. 46-48.

  24. Si vedano specialmente, in B. Croce, Per la nuova vita dell’Italia, op. cit., i seguenti scritti: Manifesto per la chiamata dei volontari affisso in Napoli il 10 ottobre 1943 (pp. 9-12); La gioventù italiana (pp. 40-43); L’Italia e l’avversione suscitata contro di lei in Europa dal fascismo (pp. 77-80); Saluto a Roma liberata (pp. 81-83); Movimento liberale e partiti politici (pp. 87-89); Nota sui partiti e la libertà (pp. 90-92); La libertà innanzi tutto e sopra tutto (pp. 109-12); Liberalismo e democrazia (pp. 115-18).

(fasc. 55, 25 febbraio 2025)

Attualità di Giacomo Matteotti

Author di Salvatore Cingari

Giacomo Matteotti, cento anni dopo la sua tragica scomparsa, non ci ha mai parlato così tanto. Aldo Capitini in Antifascismo fra i giovani (1966) ne rievocava il ruolo alla vigilia dell’intervento nella Grande Guerra. All’epoca nelle scuole superiori dominava l’ideologia nazionalista e interventista in cui lo stesso Aldo era cresciuto. Studenti e docenti erano fra i principali artefici della campagna a favore dell’entrata in guerra dell’Italia. Il confine fra interventismo e neutralismo era anche di classe: da una parte la futura élite dirigente, dall’altra operai e contadini, consapevoli che il futuro massacro avrebbe distrutto le loro vite per una causa altrui.

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(fasc. 54, 25 novembre 2024)