La rappresentazione letteraria delle prime mestruazioni: aspetti significativi nel panorama italiano

Author di Camilla Pasqua

Introduzione 

Se è vero che i temi sono snodi nel reticolo dell’immaginario, ne consegue che essi costituiscono anche una sorta di grammatica della raffigurabilità: non si dà un tema se esso non è raffigurabile; non lo si percepisce se esso non è raffigurato (e, naturalmente, anche formalizzato)[1]. Così Felice Rappazzo nell’ambito di un dibattito critico sul tema nella letteratura, ospitato sulla rivista «Allegoria» nel 2008. Adottando questo assunto, potremmo inferire che la rappresentazione letteraria delle prime mestruazioni costituisce oggi un tema, divenuto “raffigurabile” e “raffigurato” con crescente frequenza, grazie a una “raffigurabilità” che ha progressivamente attenuato (ma non annullato) un tabù di origine molto antica. 

L’obiettivo di questo articolo è quello di dare conto di questa raffigurabilità e raffigurazione delle mestruazioni nella letteratura italiana contemporanea. La ricerca qui presentata si inserisce all’interno di un più vasto studio volto a indagare la presenza e le rappresentazioni dell’adolescenza femminile nella narrativa contemporanea[2]. Benché non si tratti di una rilevazione statistica – che esula dagli scopi di questo lavoro, più focalizzato sul “come” che sul “quanto” –, l’analisi dimostra come in quasi un secolo (1921-2017) siano state individuate per ora 12 opere che fanno riferimento al menarca, mentre negli ultimi quattro anni (2021-2024) ben 10, il che costituisce di per sé un elemento significativo[3].  

L’evidenza complessiva denota quindi un interesse crescente verso le mestruazioni – per quanto ancora spesso ritenute un tabù –, fatte oggetto anche di rappresentazioni artistiche. Nel 2022 lo scrittore Michele Giordano ne denunciava la dimensione di stigma, recensendo il monologo teatrale di Marinella Manicardi intitolato Corpi impuri. Il tabù delle mestruazioni, frutto di un precedente spettacolo ideato per il Festival Filosofia di Modena nel 2011, successivamente trasposto in volume[4]. E, ancora, il tema è stato al centro del podcast Eva in rosso[5], curato durante la pandemia di Covid 19 da Valentina Lucia Fontana, Alessandra Giglio, Sonia Castelli. Insieme ad alcune associazioni le stesse hanno dato vita al Primo festival del ciclo mestruale, svoltosi a Milano nel 2022 e giunto nel 2024 alla sua terza edizione[6]

In ambito accademico, infine, l’aumentata attenzione per le mestruazioni è confermata da numerosi lavori, tra cui, a livello letterario, la tesi di dottorato di Sonia Brighenti intitolata La trasgressione nella letteratura femminile contemporanea italiana (2012), che comprende un capitolo su “Elena Ferrante e il tabù delle mestruazioni”[7].

Alle origini di un tabù

Parlare di letteratura sulle mestruazioni significa entrare in discipline molto diverse tra loro, come la storia della medicina e della ginecologia in particolare, la storia della filosofia, delle credenze mitiche e religiose, gli studi di genere e del femminismo, la psicologia, l’antropologia, la sociologia; perfino l’economia, se si considera il settore del marketing. Per gli scopi di questo articolo si farà riferimento all’analisi del romanzo contemporaneo, circoscrivendo il campo all’ambito letterario o più genericamente culturale attraverso cui si è cercato di ripercorrere la storia di un tabù dalle molteplici implicazioni, con occasionali “sconfinamenti”.

L’antropologia, per esempio, ha evidenziato la valenza positiva delle mestruazioni presso determinate culture, come quelle di alcune popolazioni native americane e della Costa D’avorio, come riporta Kate Clancy nel recente saggio Ciclo. Storia e cultura dell’ultimo tabù. Per Clancy bisogna, inoltre, evitare di sovrapporre all’interpretazione di culture altre la prospettiva occidentale e colonizzatrice, spesso fuorviante[8].

È tuttavia evidente il valore per lo più negativo assegnato nel tempo e nello spazio alle mestruazioni, necessarie a “purgare le donne”, a riprova della loro imperfezione e debolezza rispetto all’uomo, come emerge dall’analisi della rappresentazione del corpo femminile nei trattati del Cinquecento svolta da Ottavia Niccoli:

L’idea della pericolosità del corpo femminile è del resto un dato comune a tempi e culture assai diverse tra loro; in ogni contesto il momento cruciale di questa pericolosità è considerato il periodo mestruale. La donna mestruante è sommamente pericolosa perché è sommamente impura. Anche in tempi vicini a noi i rapporti con essa sono ritenuti dannosi: al suo tocco i fiori si disseccano, le corde degli strumenti musicali si spezzano, la birra e il vino inacidiscono; in altre culture la reclusione, specie in occasione del menarca, è obbligatoria e severa[9].

Sia Niccoli[10] che Pancino[11] fanno inoltre riferimento al peso della religione giudaico-cristiana nella svalutazione delle mestruazioni e nella prescrizione dei comportamenti sessuali durante il mestruo. La stessa interpretazione propone Alma Gottlieb: «In Western/ized nations, the widespread concept of menstruation – as curse likely derives from one specific religious tradition: the Jewish and Christian traditions’ sacred text, the Bible». Si sarebbero, cioè, fusi la maledizione di partorire con dolore (frutto della trasgressione di Eva) contenuta in Genesi e il dolore e le prescrizioni sulle mestruazioni del Levitico, facendo slittare la maledizione (the curse appunto, espressione colloquiale per indicare ‘le mestruazioni’ in inglese) sulle mestruazioni stesse. Per Gottlieb il Corano avrebbe poi ereditato tale impostazione[12].

L’origine di questa condanna è comune alle radici del pensiero antico: furono infatti «i padri della scienza medica la scuola ippocratica, Aristotele e più tardi Galeno a gettare le basi filosofiche della presunta inferiorità del corpo femminile su cui si fonda la cultura occidentale»[13]. Anche Plinio il vecchio e altri autori latini (Columella, Palladio Rutilio Emiliano) corroborarono queste idee con opere su questioni naturali e agrarie che, ampiamente diffuse, da una parte favorirono il radicamento di numerosi pregiudizi nell’immaginario comune, dall’altra probabilmente a loro volta riflettevano «credenze già ben radicate nella medicina e nel folklore popolare»[14]. Particolarmente persistente nel tempo fu il discredito espresso da Plinio il Vecchio, per il quale non c’era nulla di più “monstrificum” (‘mostruoso, prodigioso’) del flusso mestruale delle donne, capace di far morire le api negli alveari, provocare la rabbia ai cani, rovinare innesti e raccolti, far cadere i frutti dagli alberi, arrugginire il bronzo e il ferro, danneggiare specchi e avorio, e molto altro. 

Sereni e Di Pietrantonio, che come vedremo più avanti sono parte dell’indagine qui proposta, riferiscono di simili credenze popolari, come il divieto di toccare i fiori, fare la maionese e il pane e partecipare alla macellazione del maiale, ancora vivo in pieno Novecento. Il passo seguente si riferisce, invece, alla preparazione della salsa nell’Italia meridionale (Abruzzo) a metà degli anni ’70:

– Oddio, ma che tieni le cose tue oggi? – mi ha chiesto brusca.

Ho risposto troppo piano per la vergogna.

– Eh? Le tieni o non le tieni?

Ho ripetuto di no con il dito.

– Meno male, che sennò ecco si fracicava tutto quanto. Se ti vengono, certe faccende non le puoi fare[15].

La madre di Oliva Denaro, protagonista di un altro dei romanzi analizzati, dichiara invece: «– ll resto sono tutte superstizioni, – continuò. – Dicono che quando ti viene il marchese non devi toccare la carne sennò va a male, non raccogliere i fiori che seccano, non lavare i capelli che tanto la piega non viene … Sono solo stregonerie»[16].

Su queste superstizioni, dure a morire, riflette anche Rosella Postorino in un romanzo-saggio uscito nel 2024:

A sconvolgermi non erano tanto le idee assurde intorno alle mestruazioni: ero nata alla fine degli anni Settanta nel Sud Italia e, sebbene mia madre mostrasse un atteggiamento più scientifico rispetto alle donne che mi circondavano, forse perché aveva lavorato in una farmacia, ero abituata alle superstizioni da Levitico[17].

Poi c’era mia nonna, convinta appunto che bisognasse purgarsi dopo il ciclo, e che durante il ciclo ci si dovesse lavare meno possibile, pena l’interruzione del sangue o un’emorragia; ma lei era una che copriva gli specchi di casa con un lenzuolo per combattere la mia vanità, e giurava che, se mi fossi specchiata di notte, il diavolo mi avrebbe preso l’anima. Un po’ mi suggestionavo, e se mi svegliavo per andare in bagno tenevo la luce spenta, ma soprattutto sentivo che il tabù del mestruo e quello degli specchi avevano un’origine comune: il sospetto nei confronti delle donne e la volontà di addomesticarle, di manipolarle[18].

Per l’appassimento dei fiori era perfino stata offerta una spiegazione “scientifica”. Nel 1920 il dottor Bela Schick lo aveva imputato alla presenza di “menotossine”, cioè «substances nocives éliminées par la peau de la femme indisposée et qui seraient responsables des différents phénomènes de pourrissement et de fanaison»[19]. Nell’articolo intitolato Du sang et des femmes. Histoire médicale de la menstruation à la Belle Époque, le studiose francesi Le Naour e Valenti hanno sottolineato che fino al Novecento la medicina non si è opposta «aux préjugés et aux superstitions» sulle mestruazioni, ma, anzi, «les croyances populaires sont parfois intégrées et confirmées par les médecins comme l’ont montré les anthropologues»[20]. Spaventati dalla donna indisposta ‒ proseguono ‒ e ignorando per molto tempo l’origine delle mestruazioni (solo alla fine del XIX secolo collegate all’ovulazione, ma ancora con incertezze), i medici hanno continuato a lungo ad attribuire poteri nefasti alla donna mestruata.

Superstizioni ancora vive nell’Ottocento e nel primo Novecento anche in diverse regioni della Francia mostravano, inoltre, un chiaro collegamento con le teorie di Plinio il Vecchio: le donne con le mestruazioni potevano perfino compromettere la raffinazione dello zucchero. In alcune zone, affermano le ricercatrici, si riteneva ancora a inizio millennio che potessero far andare a male la carne, soprattutto di maiale[21]. Concludono dichiarando che molte superstizioni stanno sparendo, e che delle mestruazioni si parla molto nella pubblicità, ma per rimarcare «l’invisibilité de “l’indisposition”», e dunque: «La représentation du sang reste taboue, ignorée, et le règles demeurent, selon le mot d’Edgar Morin, ce qu’une femme doit avoir absolument dans sa vie et ce qu’elle doit absolument cacher»[22].

Come riflesso del tabù che per secoli le ha colpite, ancora oggi raramente le mestruazioni sono nominate in modo esplicito nel parlare comune; la loro gestione nella vita quotidiana, a scuola, al lavoro, continua a essere accompagnata da disagio e vergogna[23]. Kissling, mediante interviste a un gruppo di ragazze dai 12 ai 16 anni e ai loro genitori, ha messo in evidenza che sia i genitori sia le figlie provano imbarazzo a parlare di mestruazioni, ma le ragazze hanno bisogno di confrontarsi per trovare risposte che non ricevono durante le lezioni di educazione sessuale o di igiene, e ha concluso che, «as Judy Grahn (1994) has recently pointed out, menstrual blood appears to be the only blood than [that] cannot be displayed or discussed in American culture»[24]. Per questo, per superare il tabù senza sentirsi in colpa per l’infrazione, le ragazze ricorrono a «slang terms, circumlocutions, and euphemistic usage of deictics expressions»[25]

Anche Allan e Burridge (1991) si soffermano su questo aspetto sottolineando come si tratti di termini dispregiativi più che di eufemismi, cioè di «dysfemism; that is terms that are derogatory toward their referent, rather than more pleasant», come «the curse, the woman’s complaint, riding the rag»[26]. Secondo le studiose l’intento è comunque quello di eludere la componente imbarazzante delle parole. Nell’ambito della ricognizione proposta per questo articolo, tutti i testi considerati offrono esempi delle strategie comunicative individuate da Kissling, cioè l’eufemismo (le mie cose, le regole, il marchese), l’omissione del soggetto (es.: mi verranno), la perifrasi (sei diventata signorina). Una ricerca sulle mestruazioni condotta in Italia su un campione di più di 3000 ragazze ha confermato nel 2024 la difficoltà di parlare apertamente di mestruazioni, anche nella comunicazione tra pari e benché le ragazze siano spesso informate sul menarca e su alcuni aspetti della sessualità, e abbiano un buon rapporto con le madri[27].

Kissling inoltre segnala la minor reticenza nei discorsi tra amiche sulla cosiddetta sindrome premestruale (PMS), sorta di equivalente di un “rituale di benvenuto”:

In the cultural context of mixed messages about menstruation as a positive sign of womanhood and a negative, shameful secret, talking about PMS with girlfriends substitutes for a welcome-to-womanhood ritual. In comparing symptoms and complaints with other girls, young women participate in an exclusively female discourse, metaphorically analogous to the menstrual seclusion or celebration that explicitly mark menarche in some cultures[28].  

Cercando di capire le ragioni del ricorso al linguaggio eufemistico Gottlieb, come già accennato, richiama il peso degli interdetti di origine religiosa: «I suggest that, in many parts of the world, the effort to circumvent speaking about menstruation in simple, neutral, or scientific terms and to rely, instead, on euphemism that often involve shame and/or censure has deep roots in patriarchal ideology inherent in the Jewish and Christian traditions (and later adopted Islam)»[29].

Per Kissling e Bobel (2011) vi è, poi, uno stretto legame tra modalità di rapportarsi alle mestruazioni, tabù, interiorizzazione di un’imperfezione profonda, e frustrazione seguente:

It may not be obvious at first (perhaps because we are socialized to not look too closely down there) but attention to representations of the menstrual cycle reveals how women internalize destructive messages about womanhood including notions of our bodies as messy, unruly things (yes, things), that need to be tidied up, medicated, plucked, smoothed, and trimmed. This exhausting (and expensive) quest for the perfect body, not only drains resources and cultivates frustration, it also displaces the search for good quality information about how the body works and how to keep it healthily and strong[30].

Interamente imperniato sullo stigma sociale che ancora oggi colpisce le mestruazioni è poi l’approfondimento di Ingrid Johnston-Robledo e Joan C. Chrisler all’interno del cospicuo Manuale di studi critici sulle mestruazioni che comprende anche il contributo di Gottlieb. Johnston-Robledo e Chrisler concludono che «Clearly, the stigmatized status of menstruation has detrimental consequences for girls’ and women’s self-esteem, body image, self-presentation, and sexual health»[31]. Ribadiscono, inoltre, quanto le pubblicità abbiano contribuito a mantenere vivi i tabù sulle mestruazioni, alimentando la convinzione di doverle nascondere.

Fin dalla loro comparsa, negli anni ’20 per gli Stati Uniti, addirittura la metà degli anni ’60 per l’Italia[32], le ditte produttrici avevano infatti puntato sulla capacità di invisibilizzare le mestruazioni, come osservano Shail e Howie a proposito della pubblicità degli assorbenti Kotex, con ragazze che danzavano tra le braccia di prestanti giovani, spinte ad aspirare 

to a romantic ideal, to conceal menstruation and to be clean. New narratives simply rewrote a sophisticated version of menstrual etiquette, a version that was prescriptive in how to be a girl and how to ‘cope’ with periodic bleeding. […] New menstrual narratives were also intended to provide a vocabulary for dialogues between mothers and daughters to counter ignorance and superstition. Yet this literature devalued the experience and teaching of mothers and grandmothers. […] euphemism such as the curse, unclean and unwell were dismissed as ignorant[33]

In altre parole, questo tipo di comunicazione non spingeva affatto a superare il tabù delle mestruazioni e nemmeno a promuovere una diversa immagine di donna: «Notably, early twentieth-century versions of menstrual etiquette remained tied, firstly, to conceptions of menstruation as problematic and taboo and, secondly, to perceptions of femininity that privileged marriage and motherhood»[34].

A distanza di quasi un secolo dalle prime pubblicità dei Kotex, Pancino ha fatto notare l’ambiguità del messaggio:

la visibilità del messaggio è contraddetta dal contenuto del messaggio, che è l’invisibilità. Se ne parla alla televisione per dire che non c’è, o almeno che non si vede: si vende un prodotto, l’assorbente, che offre «sicurezza», «pulizia», «invisibilità», «libertà»; perché il sangue mestruale è dunque ancora considerato pericoloso, sporco, terribilmente visibile e vincolante[35]

L’insistenza sull’igiene, sull’“etichetta” da rispettare durante le mestruazioni, sarebbe inoltre il modo moderno di vivere il tabù antico. Le mie cose (2005) di Malaguti ripercorre questa interpretazione attraverso gli scritti, tra gli altri, di Laws[36], Camporesi, Shail e Howie. Camporesi riassume con grande chiarezza la questione:

La paura della contaminazione del prezioso liquido [il sangue] (una paura antica alla quale corrispondevano adeguati cerimoniali di esclusione e di purificazione essendo ritenuto il sangue mestruato un impuro veicolo di corruzione e di maleficio) svolge una parte importante sulle fantasie contemporanee che hanno trasferito nelle norme igieniche un codice di comportamento sociale sostitutivo degli arcaici tabù e dei precetti religiosi[37].

Anche Polak stigmatizza il ruolo della pubblicità di prodotti per l’igiene femminile: «The narrative of menstruation has been shrouded in secrecy, fear, discretion and embarrassment and has trickled down through generations of women. The perpetuation of such a narrative is pervasive in the feminine hygiene industry’s widespread advertising»[38].

Una diversa “narrazione delle mestruazioni” sembra però oggi possibile grazie a un nuovo mezzo, cioè la rete: il web è importante per le ragazzine, per parlare liberamente, scambiarsi esperienze, ridurre gli effetti dei tabù sulle mestruazioni:

while the ads of contemporary girls’ magazines promote a discourse of euphemisms masking the issues of menstruation, girls online have taken to rewriting the familiar menstruation narrative; the one that teaches secrecy and discretion in relation to menstruating bodies. Girls online are creating a new narrative that is unflinchingly descriptive and seethingly honest-using a platform that allows for girls’ voices in a communal space-often creating celebratory moments[39].

Le pubblicità di assorbenti hanno contribuito dunque a mantenere vivi i tabù sulle mestruazioni, alimentando la convinzione di doverle nascondere, ma dinamiche diverse stanno maturando grazie anche a internet e ai social, come emerge pure dalle ricerche di Elisabetta Locatelli a proposito dei post su mestruazioni e parto presenti su Instagram, legati alla professione di ostetrica/o[40].

Per tale ragione il premio per la pubblicità conferito a Cannes allo spot degli assorbenti Libresse-Nuvenia nel 2018, che, tra gli altri aspetti innovativi, per la prima volta utilizzava un liquido di colore rosso e non blu per rappresentare il sangue[41], può essere considerato un punto di svolta, l’inizio di un cambio di paradigma riguardo al fenomeno delle mestruazioni, a partire dalla loro visibilità e dalla loro dicibilità. Spiccatamente in questa direzione anche le recenti parole di Alessandro Bonacina, direttore commerciale di Essity, cui appartiene pure Nuvenia, il quale ha confermato che le mestruazioni sono ancora un tabù e che è decisiva la presa di coscienza degli uomini affinché siano considerate un fatto normale, raccontabile anche ai bambini[42]

Metodologia

Come in parte già anticipato, in questo articolo si darà conto di una ricerca svolta all’interno di una più ampia indagine sulla rappresentazione dell’adolescenza femminile nel romanzo italiano contemporaneo. L’analisi dei romanzi dei primi due decenni del 2000 è stata affiancata dalla ricognizione nel romanzo del primo e del secondo Novecento, al fine di individuare similitudini e differenze e/o innovazioni.

Le tre condizioni di partenza sono state, quindi: la firma di un’autrice; la presenza di una protagonista bambina o ragazza adolescente; il racconto delle prime mestruazioni. Per quest’ultimo motivo non sono stati considerati alcuni romanzi che presentano, sì, rimandi alle mestruazioni, ma non al menarca, come L’amore molesto (1992) e I giorni dell’abbandono (2002) di Elena Ferrante.

Sono stati indagati solo testi scritti da donne, alla luce dell’assunto, sostenuto anche da Dacia Maraini, che 

In realtà non esiste uno stile femminile, esiste semmai un punto di vista, una soggettività storica (che non ha niente a che vedere con la biologia della donna e quindi della donna che scrive). […] Una persona che si assume come soggetto narrante non è solo se stessa, con la sua piccola storia, ma si porta dietro una tradizione, una visione del mondo che è arrivata fino a lei, stratificandosi di generazione in generazione. […] Una donna che scrive ha quindi una prospettiva diversa da quella di un uomo che scrive e porrà attenzione ad alcuni aspetti della realtà anziché ad altri[43].

In una recente intervista la scrittrice ha anche aggiunto, a proposito dell’attenzione al corpo presente in tanta letteratura contemporanea: «Il fatto è che per la prima volta le donne scrivono e si fanno leggere in massa e parlano giustamente dei loro problemi fisici che gli autori (tutti o quasi tutti maschi) hanno sempre ignorato»[44]

La questione, del resto, viene dibattuta da anni, anche se non può dirsi del tutto esaurita. Con grande efficacia Monica Storini ha sottolineato che tutto quello che compone la nostra cultura e il nostro immaginario si manifesta attraverso precise strutture “formalizzate”, assume cioè una forma specifica, legata anche al genere: «l’identità di genere del locutore comporta uno specifico immaginario e un altrettanto specifico simbolico, che non possono non essere elementi formali, formalizzabili e formalizzati nel testo, letterario e non»[45]. Da qui la scelta di occuparsi solo di testi scritti da donne, benché sia possibile trovare riferimenti alle mestruazioni anche nelle opere di alcuni scrittori (come in Almost Blue di Carlo Lucarelli, 1997). 

Il corpus considerato comprende sia romanzi sia racconti, precisamente due, di Clara Sereni (2006) e Francesca Manfredi (2023), per il fatto che la misura più breve non inficiava le tre condizioni di base. Il corpus include le seguenti opere, riportate con la data della prima edizione (entro parentesi la data dell’edizione citata, se diversa dalla precedente): 

  • Ada Negri, Stella mattutina, Milano, A. Mondadori, 1921 (Pescara, Tracce, 1995);

  • Paola Masino, Nascita e morte della massaia, Milano, Bompiani, 1945 (Milano, Feltrinelli, 2019);

  • Alba De Céspedes, Dalla parte di lei, Milano, Mondadori, 1949 (Milano, Mondadori, 2021);

  • Milena Milani, La ragazza di nome Giulio, Milano, Longanesi, 1964;

  • Goliarda Sapienza, Lettera aperta, Milano, Garzanti, 1967 (Torino, Einaudi, 2017);

  • Marina Jarre, I padri lontani, Torino, Einaudi, 1987 (Milano, Bompiani, 2021);

  • Alice Ceresa, Bambine, Torino, Einaudi, 1990;

  • Ornela Vorpsi, Il paese dove non si muore mai, Torino, Einaudi, 2005 (Roma, minimum fax, 2018);

  • Clara Sereni, Niente fiori, in Ead., Il lupo mercante, Milano, Rizzoli, 2007;

  • Donatella di Pietrantonio, Mia madre è un fiume, Roma, Elliot, 2011 (Torino, Einaudi, 2022);

  • Elena Ferrante, L’amica geniale, Roma, e/o, 2011;

  • Donatella di Pietrantonio, L’Arminuta, Torino, Einaudi, 2017;

  • Viola Ardone, Oliva Denaro, Torino, Einaudi, 2021;

  • Giulia Caminito, L’acqua del lago non è mai dolce, Milano, Bompiani, 2021;

  • Olga Campofreda, Ragazze perbene, Milano, NNE, 2023;

  • Francesca Manfredi, Bestiario parentale, Firenze, Effequ, 2023;

  • Silvia Montemurro, La piccinina, Roma, e/o, 2023;

  • Greta Olivo, Spilli, Torino, Einaudi, 2023;

  • Beatrice Salvioni, La Malnata, Torino, Einaudi, 2023;

  • Aurora Tamigio, Il cognome delle donne, Milano, Feltrinelli, 2023;     

  • Maddalena Fingerle, Pudore, Milano, Mondadori, 2024;

  • Rosella Postorino, Nei nervi e nel cuore. Memoriale per il presente, Milano, Solferino, 2024.

Come si può notare, 12 titoli si riferiscono a un arco di tempo molto vasto (1921-2017), mentre gli altri 10 agli ultimi quattro anni. L’analisi si è estesa anche a Spilli e Pudore, benché il primo non dia conto propriamente del menarca, ma descriva con termini realistici e piuttosto drammatici la comparsa delle mestruazioni a scuola, senza assorbenti a portata di mano, in una condizione di difficoltà per la protagonista sedicenne, affetta da un grave disturbo agli occhi. Il secondo, invece, accenna solo al menarca, ma complessivamente offre notevole visibilità alle mestruazioni, tematizzate anche mediante un incubo dalle tinte piuttosto forti raccontato dalla protagonista trentenne.  

Un primo dato interessante riguarda l’ambientazione temporale dei romanzi: solo alcuni di quelli pubblicati negli anni Duemila si svolgono ai giorni nostri, a rigore solo Pudore. La protagonista di Nei nervi e nel cuore è nata alla fine degli anni ’70, le adolescenti dell’Acqua del lago non è mai dolce, Ragazze perbene, Bestiario parentale e Spilli negli anni ’80. Forse questo aspetto è in parte dovuto all’età anagrafica delle autrici, alla cui vita si ispirano alcune storie, in parte è indice della difficoltà di narrare il presente, in evoluzione continua. 

Va esplicitata infine un’altra caratteristica: i romanzi non rientrano nella così detta letteratura per “young adults”, non sono cioè opere di narrativa pensate per ragazzi e ragazze. Tuttavia, potrebbero essere fruiti anche da un pubblico giovane. L’esperienza di lettura affrontata da una settantina di studenti e studentesse di età compresa tra i 15 e i 17 anni di una scuola superiore triestina ha dato, infatti, esiti ampiamente positivi in termini sia di interesse che di “appropriazione” della vicenda narrata[46]

Il racconto delle prime mestruazioni: «un marasma piuttosto infernale»

Considerando la narrazione delle prime mestruazioni come un tema letterario, capace di delineare un momento determinante della vita delle adolescenti, legato alla conclusione dell’infanzia, si è ritenuto opportuno partire da una preliminare ricerca nel Dizionario dei temi letterari (2007). L’opera non contempla la voce “mestruazioni”, ma dedica diverse pagine a quella del sangue. La duplice accezione della parola in latino, cioè sanguis, sanguinis, forza vitale, e cruor, cruoris, sangue versato, sarebbe frutto della «difficoltà a essere nominato nelle lingue indoeuropee, per un tabù che lo riguardava, in quanto elemento essenziale della vita, collegato con la generazione e il ciclo mestruale e i fenomeni della violenza e dell’assassinio»[47].

Muovendo da questa prima evidenza, che potrebbe confermare quanto emerso dagli studi sulle mestruazioni dal punto di vista culturale, in parte riportati, è stato poi indagato il modo in cui il romanzo italiano ha inserito il racconto delle prime mestruazioni nella rappresentazione dell’adolescenza, cercando di individuare gli effetti fisici e psicologici della pubertà, le conseguenze a livello sociale, il ruolo della madre o di figure sostitutive, la reazione del padre (quando descritta), alcune peculiarità espressive. Di seguito, si riferiscono i risultati più interessanti.  

Effetti fisici e psicologici della pubertà

La comparsa delle prime mestruazioni è raccontata quasi sempre dalle protagoniste, tranne nei casi di Ceresa Sereni e Tamigio, che adottano una voce narrante, anonima, e di Di Pietrantonio, in cui la figlia delinea la storia della madre, colpita da Alzheimer.

Molto vivida è la narrazione dell’intreccio tra effetti fisici e piscologici che caratterizzano il menarca. I primi comprendono la descrizione del sangue, della sua viscosità, del suo odore e flusso: 

Il suo sangue. Purpureo, denso, caldo, con un odore che non somiglia a nessun altro, un odore che la rende quasi folle. Dai piedi al cervello è il suo padrone. Se esce fino all’ultima goccia, la lascia morta (Negri, p. 78).

l’odore dolciastro del sangue, forte; […] lo sgocciolio che non cessa (Sereni, p. 31).

Il rosso rigava le gambe colando dal panno saturo (Di Pietrantonio, p. 31).

mi arrivava alle narici l’odore umido e sgradevole di quando io e Maddalena eravamo sdraiate alla discesa dei gatti a confrontarci i graffi. […] grosse gocce mi scivolavano sui polpacci e cadevano sui ciottoli (Salvioni, p. 98). 

 

il sangue odora di viscere e ferro (Olivo, p. 162).

Particolare è il racconto di Ornela Vorpsi, in cui alle manifestazioni fisiche si sovrappongono gli effetti dell’istruzione politica (siamo in Albania, alla fine degli anni ’70):

Sono uscita dall’ospedale senza libro; ma in compenso adesso – in ventuno giorni – ho dei seni, dei piccoli seni che mi dolgono tanto e che cambiamo la morfologia del mio corpo.

Anche un certo tipo di sangue mi bagnò le cosce. La mia desolazione fu che il mio sangue non era rossissimo come quello dei partigiani caduti per la patria. Non avevo degli ideali così grandi? O forse se ne metto tre o quattro gocce sulla neve bianca sarà più rosso” (p. 95).

Non mancano, poi, chiari riferimenti ai dolori che accompagnano le mestruazioni, come mal di pancia e di schiena, crampi addominali, male alle reni, nausea (Negri, Masino, Milani, Di Pietrantonio, Sereni, Salvioni, Montemurro, Tamigio). Ai dolori inoltre si uniscono le sensazioni sgradevoli, come riporta Livia, la protagonista sedicenne del romanzo Spilli

È la sensazione di un peso che all’improvviso scende giù, come se qualcuno di nascosto ti avesse infilato un sasso nelle mutande. […] pian piano inizi a sentire un torpore sopra il sedere e dove ci sono le ovaie, ti senti appiccicaticcia in mezzo alle gambe, non hai dubbi. […] Il sangue lo vedi, è una chiazza scura che ha sporcato le mutande grigie. Controlli i jeans, tasti il tessuto per capire se si sono sporcati anche quelli […]. […] Puzzi di sudore sotto le ascelle, all’arrivo delle mestruazioni succede anche questa cosa qui (Olivo, pp. 162-63).

La comparsa delle mestruazioni è seguita da altre manifestazioni legate alla pubertà, come la crescita di peli, narrata dalle protagoniste di Bambine (con particolare e tagliente ironia), di Ragazze perbene e di Mia madre è un fiume, in cui la figlia che racconta accenna anche al divieto/tabù di toccarsi: «Toccavi gli insulsi peletti delle ascelle, del pube no, non si fa» (Di Pietrantonio, p. 31).

Molte narrazioni danno conto dello sviluppo del seno (Ceresa, Di Pietrantonio, Ferrante, Ardone, Salvioni, Campofreda, Tamigio, Postorino), del manifestarsi dell’acne e degli effetti dei cambiamenti ormonali:  

sono usciti i brufoli in faccia, ed è spuntato il seno sotto le camicette. A Crocifissa sono cresciuti anche un poco i baffetti (Ardone, p. 8).

Periodo difficile per cosa? Perché ha i brufoli e il culo piatto? Questo è difficile secondo te? (Caminito, p. 58).

mi vergognavo dell’acne che mi deturpava le guance e la fronte e il mento (Salvioni, p. 108).

Le conseguenze psicologiche (per lo più intersecate a quelle fisiche) della comparsa del menarca occupano particolare spazio, e si potrebbero suddividere in due categorie, legate a un senso di stupore e disagio per i mutamenti del corpo e, alternativamente, di orgogliosa soddisfazione per il superamento di un confine.

Il primo gruppo è ben sintetizzato dalle protagoniste di Bambine, cui resta «un ricordo di ragazzine fortemente insicure qualsiasi cosa facessero e perfino di se stesse, il che, aggiunto ai loro problemi personali di mutanti, forse effettivamente rese quel periodo una specie di marasma piuttosto infernale» (Ceresa, pp. 109-10. Corsivi nostri).

In questa linea, molte autrici evidenziano il senso di imbarazzo, paura, rifiuto, vergogna («si sente sporca, si lava e si lava»: Sereni, p. 31). La protagonista di Stella mattutina parla di «spavento che la ragione non sa dominare, della mutazione avvenuta in lei»; di «schifo di sé; tanta vergogna, tanta schiavitù»; di «un crudo bisogno di evadere dal proprio corpo», di «leggi della carne» come «odioso supplizio», umiliazione (Negri, pp. 78-79). La prospettiva delle mestruazioni per tutta la vita appare quindi sconvolgente e degradante. Sconcertante suona anche in altri racconti:

[La madre] l’aveva aiutata a lavarsi e a indossare quegli strumenti che servivano per evitare che ogni mese si sporcasse in quel modo e si dovessero cambiare lenzuola, camicia da notte e tutto. […] Selma si era fatta pallida. “Ma come, tutti i mesi”? […] nelle orecchie di Selma rimbombava la paura di tutto il sangue che doveva uscire da lì in avanti[48].

Pressoché una costante è inoltre il fatto che le bambine sono prive di preparazione, di conoscenze sullo sviluppo: «Nessuno le ha spiegato con chiarezza cosa, come. Sa solo che quel sangue inarrestabile è qualcosa di sporco da cui dovrà, d’ora in poi, difendersi» (Sereni, p. 29).

In qualche caso ne hanno sentore grazie a una sorella maggiore o un’amica (Salvioni, Sapienza), una governante (Milani), o alla propria madre (Negri, Ardone, Di Pietrantonio), ma senza tuttavia capire con chiarezza, il che accresce il loro sgomento alla comparsa del sangue, provoca la paura di essersi ammalate o di morire dissanguate (Negri, Ceresa, Ardone, Tamigio)[49]. Postorino riferisce di essere scoppiata a piangere, all’epoca dell’asilo: vedendo «la striscia di sangue che rigava il water aveva pensato che la madre stesse per morire»[50]. Sapienza riporta i dubbi sull’uscita del sangue, sulla localizzazione delle perdite, le cause, i dolori, l’estensione del fenomeno a tutte le donne, madre compresa. Così invece De Céspedes:

Veramente non ricordavo di aver mai pianto, da bambina. Una volta sola, contavo poco più di undici anni, avevo temuto di essere molto ammalata. Mi ero confidata con Sista perché non volevo che la mamma potesse avere per me qualche apprensione. E lei mi aveva detto che non ero malata: mi aveva detto soltanto che ormai ero una donna. Senza chiedere altre spiegazioni avevo lasciato Sista, ero andata nella mia camera, sul lettuccio stretto tra gli armadi che era un caro rifugio, e il groppo di dolorosa umiliazione che avevo dentro di me si era sciolto in pianto[51].

A volte la pubertà determina una sensazione di inadeguatezza per le proprie forme da bambine, di curiosità e imbarazzo per i cambiamenti fisici, e desiderio di evitare, anche mimetizzandosi in vestiti larghi, l’insolita attenzione suscitata dal corpo (Ceresa, Manfredi). Pure Campofreda e Caminito offrono esempi di questo tipo, in cui si percepisce anche la difficoltà di staccarsi dalla propria dimensione infantile:

Forse lo scarto era in quel mio corpo pigro, nei miei ormoni assopiti, che si rifiutavano di svegliarsi nei tempi stabiliti? Era colpa del mio corpo indeciso, spaventato, che rifiutava la forma, che non voleva aderire, che non stava al passo (Campofreda, p. 55).

… capelli rossi, gambe magrissime e piene di lentiggini, petto da sogliola, peli delle ascelle e delle gambe non rasati: è palese la mia resa, la fine della me bambina che non eccelleva ma neanche sprofondava (Caminito, p. 55).

Altre volte spicca poi un senso di estraneità per un corpo divenuto “altro da sé”: 

Ma ogni giorno il mio corpo diventava sempre più estraneo, qualcosa che faticavo a capire. Mi accorgevo per la prima volta degli sguardi altrui, soprattutto maschili. […] Notando che ero a disagio, mia madre commentava: «Significa che sei bella», ma io non mi vedevo bella. L’attenzione dei maschi mi faceva sentire in colpa. […] mi chiudevo in bagno e davanti allo specchio, nuda, mi vergognavo dell’acne che mi deturpava le guance e la fronte e il mento, del gonfiore di quella carne dilatata che spuntava sotto i capezzoli. Mi sentivo addosso il rimorso di crescere. […] Cacciata dentro quegli abiti eleganti, con la gonna di seta e il soprabito, mi sentivo fuori posto, sbagliata (Salvioni, pp. 107-108).

Il fatto di sentirsi “ancora uguali” dopo le mestruazioni è perciò rassicurante per Oliva Denaro: «Sfiorai il seno con la mano, la camicetta rimaneva dritta e i bottoni serrati. La gonna cadeva sui fianchi senza incurvarsi. Non è cambiato niente, mi dicevo. Il sangue è arrivato e mi ha lasciato uguale. […] Sarei dovuta diventare grande e invece ero rimasta uguale, come dopo il marchese» (Ardone, p. 58)[52].

In alcuni romanzi prevale invece un sentimento di attesa trepidante, un senso di fierezza per l’essere diventate grandi, uguali alle coetanee: «Hai aspettato tanto, sapendo che le tue compagne ce le avevano già le loro cose. Soprattutto avevano poppe, fianchi, culo, vita di vespa. I ragazzi più grandi le guardavano e ci provavano. […] Attaccati alle costole due bottoni duri che facevano male a sbatterci, li spiavi ogni minuto cercando un indizio di gonfiore, crescita, esplosione. Il tuo sogno era svegliarti un’alba con il seno» (Di Pietrantonio, p. 31). 

Un’attenzione al corpo carica di aspettativa è presente anche nella Ragazza di nome Giulio: «Dove necessariamente ero stata coperta [dal costume da bagno], quelle zone del mio corpo mi facevano fantasticare. Sotto le ascelle, sul ventre in basso, era spuntata una peluria soffice, leggermente biondina».

Il fatto di avere le mestruazioni crea anche una complicità basata sull’esperienza comune (Campofreda, p. 53), immette nella schiera delle ragazze più grandi, «nel cerchio delle loro confidenze, degli scambi di suggerimenti, delle informazioni sussurrate al riparo dai maschi» (Sereni, p. 32), permette di partecipare ai balli del paese (Di Pietrantonio, p. 32). 

Un caso un po’ a sé è costituito da La ragazza di nome Giulio di Milena Milani. Il romanzo suscitò enorme scalpore e fu ritenuto lesivo del pudore, tanto che la scrittrice e la casa editrice finirono sotto processo e furono in un primo tempo condannate.  Il libro tornò in libreria un anno dopo l’assoluzione per insussistenza del fatto, nel 1968. A essere considerati scandalosi erano stati non solo l’intera vicenda e i comportamenti dell’adolescente, ma anche un passaggio in cui la protagonista, Jules, quasi quattordicenne, mostrava ad Amerigo, fidanzato della domestica, la fuoriuscita del sangue. La scena non era morbosa, il giovane beveva sì una goccia di sangue, ma era stupito, scosso, singhiozzante.

Il racconto delle prime mestruazioni è interessante per il fatto che, dopo aver riferito lo smarrimento provocato dalle mestruazioni, i dolori che le accompagnano, addirittura il sentirsi “in colpa”, la protagonista esulta per un’inattesa consapevolezza di appartenenza:

Improvvisamente percepivo quella misteriosa forza che rendeva le donne uguali le une alle altre, io come mia madre, mia madre come Serafina, e anche uguale alla donna del pane, della frutta, alla signora Bianca, un’amica di mia madre, a sua figlia Bice. Tutte fatte nello stesso modo, chi prima chi dopo, a me capitava adesso, dopo un’intera estate di bagni, si avverava quanto mi aveva detto Lia, nella casa a Perugia. […] Rividi il viso di Lia, quei suoi freddi occhi, sentii ancora le mani che mi toccavano e un’onda quasi di gioia selvaggia mi riempì il cuore, mi si gonfiò tra le cosce, perché anche io, grazie al cielo, ero una donna, fatta come una donna (Milani, p. 65).

È un’identificazione che coinvolge tutte le donne, dalla propria madre alle giovani di prossimità, come Serafina o la figlia dell’amica della madre, alle donne estranee con cui si entra in contatto. In questo forse possiamo avvertire i segni del femminismo che avrebbe riformulato le relazioni tra le donne, creando una genealogia basata sull’appartenenza di genere. Da questo punto di vista, la distanza dalla protagonista di Stella mattutina non potrebbe essere più grande[53]

Le conseguenze sociali 

A livello sociale, l’arrivo del menarca impone molti cambiamenti nei comportamenti delle ragazze, come il distacco dalle compagne più piccole, l’interruzione dei giochi all’aria aperta, l’allontanamento dagli amici maschi, una limitazione della libertà di movimento, il controllo da parte dei maschi della famiglia o della madre (Ceresa, Sapienza, Ardone), la fine della promiscuità con i fratelli (Caminito). Il padre-padrone delle protagoniste di Bambine interferisce pesantemente nella loro vita, controlla tutto, sia l’abbigliamento sia i comportamenti e i movimenti. Le ragazze diventano maritabili e, quindi, soprattutto nei romanzi ambientati nell’Italia meridionale e nel Novecento, è molto forte la vigilanza su di loro e sul loro corpo. Diverse madri mettono in guardia dal pericolo di gravidanza (Ceresa, Caminito, Ardone; più velatamente Salvioni).

Il menarca impone, perciò, l’allungamento delle gonne (Milani, Ardone); la compostezza in tutto, la necessità di evitare contatti con gli uomini, di «restare onorata», come prescrivono «le regole del marchese» riassunte efficacemente da Oliva Denaro (Ardone, p. 8). Per la ragazzina implica anche la perdita della complicità con il padre, che non può più accompagnare al mercato e in campagna.

I padri-Dio e i padri assenti

Molto puntuali le riflessioni di Campofreda e Morra sul rapporto padre-figlia, sul passaggio dal “padre-dio che tutto sorveglia” al “padre assente” di molta letteratura contemporanea, nella premessa al racconto di Manfredi. Al primo polo appartiene il padre delle due sorelle protagoniste di Bambine, che si autoproclama «signore e padrone» della casa, pretende «onore e rispetto», e poi, dopo il menarca, «nella sua preminente posizione di gallo nel pollaio», trova «da ridire per ambedue sui loro abbigliamenti, movenze, gesti, pose, giochi, attività dentro e fuori casa, accompagnando brevi sguardi con rimostranze, rimproveri anche molto secchi e un imperversare di norme e comandamenti per i quali richiedeva ubbidienza cieca e istantanea» (Ceresa, tutti i riferimenti a p. 104). Vero padre-padrone-patriarca (quasi orco) è Santi, il padre di Patrizia, Lavinia e Marinella (siamo nella seconda metà del Novecento, in Sicilia, Il cognome delle donne).

La figura del padre richiederebbe ulteriori approfondimenti, ma nell’insieme si può dire che non è particolarmente rilevante nell’esperienza vissuta dalle adolescenti. I padri appaiono per lo più ignari dei cambiamenti e dello stato d’animo delle figlie (Salvioni); distanti, ma giudicanti (Campofreda); o gelosi e apprensivi (nel caso di Caminito, per l’impossibilità di proteggere la figlia, in quanto immobilizzato su una sedia a rotelle).  

Il padre di Marina Jarre è figura problematica anche perché legata a due mondi, a due culture diverse e a partire da un certo punto in contrasto (quella della madre italiana e valdese, quella del padre, lettone, ebreo, di lingua russa), nonché a una prematura scomparsa. Lo è, per motivi del tutto diversi, anche Fioravante, il contadino padre di Esperina, che sfiora l’abuso sulla figlia, nel romanzo di Mia madre è un fiume Di Pietrantonio. 

L’unico personaggio caratterizzato in modo pienamente positivo è il padre di Oliva Denaro, il quale adombra quello di Franca Viola che sostenne la figlia nel primo caso di rifiuto del cosiddetto matrimonio riparatore. Sfaccettata e complessivamente positiva appare la figura del padre nel romanzo-saggio di Postorino: l’uomo riflette una cultura tradizionale e in parte maschilista, ma dimostra anche affetto e rispetto per la figlia.

Se pensiamo a romanzi importantissimi del primo Novecento, come Una donna (1906) di Aleramo e Cosima (1937) di Deledda, potremmo dire che rispetto a questi il padre è stato destituito della sua aura di fascinazione, non suscita più l’ammirazione incondizionata delle figlie. Le protagoniste dei due romanzi, entrambi autobiografici, facevano fatica invece a identificarsi con le madri, forse per il fatto che le donne allora non potevano vivere pienamente la loro vita, dovevano agire sempre sotto la guida del marito e il peso dei condizionamenti sociali. 

Le madri e le figure sostitutive

Dalle madri in generale non proviene grande aiuto psicologico, non tengono conto delle paure delle figlie. Non dimostrano reale vicinanza e affetto, e non offrono spiegazioni chiare. Particolarmente secca e brusca la madre di La piccinina, ispirato allo sciopero delle piscinine, le bambine che a Milano trasferivano pacchi anche pesanti da una sartoria all’altra (siamo dunque all’inizio del secolo scorso):  

“Tirati giù le mutande” ordina.

“Eh?”

Fallo e basta. Ti ho partorita io, ricordi?” […]

“Era ora” fa lei. Si alza e sparisce in camera. Torna con delle pezze bianche.

“Te ne conservavo qualcuna già da qualche anno” dice, “ma ci hai messo più del previsto”. […]

Aspetto che adesso commenti che sono una signorina, che posso e devo trovarmi un marito che sono una donna e non più una bambina. Ma si è rimessa al lavoro come se non fosse successo nulla.

“Spicciati a metterle, non voglio che macchi la sedia” mi sprona[54] (Montemurro, p. 113).

Variamente laconiche ed enigmatiche anche le madri di altri romanzi:

Non mi diede spiegazioni. Disse solo, con tono impersonale: – Sei una donna, adesso. […] E per un attimo sembrò che non mi riconoscesse, quasi fossi qualcosa di minaccioso: una creatura che aveva cercato di ammaestrare e che le era sfuggita (Salvioni, p. 107).

Invece con grande sorpresa le vediamo restare tali e quali […] una volta rassicurate dalla madre non si sa se più festante o contrita sulla normalità della sgradevole fuoriuscita di sangue dai loro organismi altrimenti sani […]. […] Né molta maggiore importanza pare attribuiscano alle oscure e per la verità lacunose indicazioni ulteriori, ottenute supplementarmente e gratuitamente dalla madre e rivolte alla necessità di coltivare più che mai la separazione o segregazione delle razze, estendendola dai maschi adulti ora addirittura maggiormente anche alla genía dei coetanei (Ceresa, p. 88).

«Insomma adesso hai le regole» dice, e la abbraccia. Un abbraccio un po’ solidale e un po’ triste (Sereni, pp. 31-32). 

Le indicazioni, quando fornite, sono di tipo prevalentemente pratico: preannuncio dell’uscita del sangue; necessità di lavarsi, di utilizzare opportunamente gli assorbenti per evitare di macchiarsi (Milani, Di Pietrantonio, Caminito, Ardone, Montemurro, Salvioni, Tamigio). Solo una madre impartisce istruzioni esplicite su alcuni scenari possibili: «Se il sangue è troppo tu devi venirmelo a dire, se il sangue non arriva tu devi venirmelo a dire, se a scuola hai mal di pancia forte ti devi fermare, se ti cala la pressione, se ti gira la testa va’ a metterti a letto» (Caminito, p. 56).

Più comprensiva e rassicurante appare la madre di Jules, che abbraccia la figlia ma tradisce «una specie di sgomento», poi le spiega che le è successo «quello che succede a tutte le ragazze che crescono», perciò «non potevo più essere come un ragazzo, sempre a correre di qui e di là, i miei vestiti sarebbero stati più lunghi, e non potevo fare bagni quanti ne volevo» (Milani, p. 66).

Anche in questo racconto seguono lavaggio del lenzuolo e istruzioni su come applicare gli assorbenti, «certe curiose cose che mi insegnò ad adoperare e che io non volevo assolutamente tra le gambe» (ibidem). Sul piano dei consigli pratici un notevole spazio è accordato, infatti, all’uso dei panni assorbenti[55]. L’ingresso nella femminilità della donna adulta sembra comportare cioè l’accesso all’armadio o al cassettone in cui sono riposti, sorta di sancta sanctorum metaforico cui le mestruazioni ammettono. In qualche caso, inoltre, è presente un riferimento all’atto del lavare via il sangue da indumenti e lenzuola, quasi a ripristinare il decoro esteriore, a cancellare la vista “contaminante” del sangue (Milani, Sereni, Ardone, Caminito, Salvioni).

L’assenza anche materiale delle madri talvolta è surrogata da figure sostitutive, come la nonna (Jarre) o le domestiche (Negri, De Céspedes, Sereni, Salvioni), le quali, oltre a “guidare” talvolta verso il mobile-scrigno, dimostrano anche maggiore consapevolezza ed empatia. Nel racconto di Milani, infine, la madre è presente e affettuosa, ma la figlia affronta i dubbi legati alla sessualità con la domestica, che si intuisce poco più grande di lei. Fondamentale il ruolo delle amiche (Ferrante, Salvioni, Olivo), tra le quali il menarca stabilisce allineamenti e differenze:

Carmela sapeva tutto. A lei il sangue veniva già da un anno, ogni mese.

“È normale” disse. “Le femmine ce l’hanno per natura: si sanguina per qualche giorno, ti fa male la pancia e la schiena, ma poi passa”.

“Sicuro?”.

“Sicuro”. […]

Per quella ferita non si moriva, appurai. Anzi “significa che sei grande e che puoi fare i bambini, se un maschio ti mette nella pancia il suo coso”.

Lila ci stette a sentire senza dire niente o quasi. Le chiedemmo se anche lei aveva il sangue come noi e la vedemmo esitare, poi malvolentieri ci rispose di no. […]

“Verrà pure a te” le dicemmo entrambe con un tono finto di consolazione.

“Che me ne fotte” disse, “io non ce l’ho perché non lo voglio avere, mi fa ribrezzo. E mi fa ribrezzo anche chi ce l’ha” (Ferrante, p. 90)[56].

Un’altra prerogativa delle madri è quella di mettere in guardia dal pericolo di restare incinte, evocando paure infantili, «immagine, pare sempre incombente, di spauracchi infastidenti e ingravidanti agitata dalla madre non senza terribilismi di infantile memoria, né più né meno alla stregua e sotto le sembianze di orchi e altri mostri perseguitanti, già comunque perfettamente introitati in epoche non sospette» (nello stile tipico di Ceresa, p. 88); oppure usando l’esperienza negativa della propria vita come deterrente: 

Ma la cosa più importante è che questa roba ti riguarda, tu te ne devi occupare, sta’ attenta coi maschi, anche quando dicono di fidarti, anche quando sembrano capire, loro non capiscono, sappi che puoi fare figli d’ora in poi e non farli è affare tuo.  […] Non finire come me, a diciassette anni ho avuto Mariano da un tipo soprannominato Tony che ancora sta scontando in carcere una condanna per omicidio (Caminito, p. 56). 

Il timore della gravidanza è particolarmente forte nella Sicilia degli anni ’60: «Ora ti devi stare accorta […]. Devi fare come si è sempre fatto: rigare dritto e restare onorata, altrimenti ti ritrovi come tua sorella, che se Musciacco se l’è sposata è solo per merito mio» (Ardone, pp. 61-62). 

La madre ha ripetuto alla figlia le molte regole che delimitano la vita di una giovane per impedire che finisca come «una brocca», che «chi la rompe se la piglia», ma a un certo punto però la «riconosce», la fa sentire vista, e le permette così di superare la sua incertezza, il suo senso di imperfezione. L’affetto materno offre legittimazione, crea un legame di appartenenza che fa esistere davvero agli occhi del mondo, non più come figlia, insicura, incompleta, ma come donna: 

– Ti stai facendo bella, – osservò, come se fra tutte le cose possibili questa non l’avesse mai presa in considerazione. […] All’improvviso smisi di sentirmi difettosa: se per mia madre ero bella, lo diventavo veramente. Se mia madre mi vedeva, mi vedeva il mondo. Avevo attraversato la soglia dell’invisibilità. Ero una donna, come lei (Ardone, p. 60).  

Conclusioni

Lo studio condotto a partire da alcuni romanzi del Novecento ha permesso di seguire le modalità con cui il racconto delle prime mestruazioni è stato tematizzato da alcune scrittrici italiane. La prima testimonianza, di carattere autobiografico, è offerta da Stella mattutina di Ada Negri (1921), con una narrazione fortemente esplicita degli aspetti sconvolgenti del fenomeno. Paola Masino (1945) presenta solo un cenno poetico al menarca, poche ma efficaci parole usa Alba De Céspedes (1949), mentre la pubblicazione della Ragazza di nome Giulio (1964) suscita un vero e proprio scandalo per un contenuto ritenuto complessivamente scabroso e indecente.

La raffigurazione delle prime mestruazioni continua a essere presente nel romanzo italiano anche successivamente, con i toni fortemente ironici propri della scrittura di Ceresa (1990). Prosegue in opere di impianto più o meno fortemente autobiografico, come i romanzi di Sapienza (1967), Jarre (1987), Vorpsi (2005), in quelle più recenti di Di Pietrantonio (2011, 2017), Ferrante (2011), Campofreda, Montemurro, Tamigio (tutte e tre pubblicano nel 2023), Postorino (2024). Sereni e Manfredi ne scrivono nella misura del racconto (2007 e 2023). Da questo punto di vista si può, quindi, concludere che il tema offre una continuità lunga poco più di un secolo ma acquista via via più consistenza.

Nelle opere più recenti sembra compiersi un passaggio ulteriore: assistiamo a un’appropriazione del tema da parte delle scrittrici, per le quali l’esperienza del menarca e le sue ripercussioni psicologiche sono costitutive dell’adolescenza, imprescindibili. In questo senso si può cogliere la componente innovativa dei romanzi pubblicati negli ultimi due decenni, i quali, anche quando ambientati nel secolo scorso, in tutto o in parte, presentano le prime mestruazioni come un evento spartiacque, quello che veramente «spezza la vita»[57], implica l’oltrepassamento di una soglia, pone fine all’infanzia.

È forse possibile affermare che lo spazio accordato a questo tratto dell’adolescenza femminile, la centralità che in tal modo ottengono la corporeità e le sue manifestazioni riflettono tendenze nuove, sono il frutto di un mutato clima culturale. La voce delle scrittrici pare, cioè, non temere più il giudizio negativo, l’accusa, implicita o esplicita, di un’inferiorità rispetto a quella maschile, legata alla predilezione per temi ritenuti intimistici, femminili, limitati all’esperienza personale, agli affetti.

Inoltre, se la protagonista di Niente fiori sembra appartenere a un mondo ancora novecentesco, anche per il riferimento alla domestica in casa, le adolescenti che agiscono nei romanzi degli ultimi anni, pure quando ambientati nel secolo scorso (per esempio, La piccinina, La malnata, Oliva Denaro, Il cognome delle donne) o collocati sul finire del Novecento e nei primi anni Duemila (L’acqua del lago non è mai dolce, Ragazze perbene, Nei nervi e nel cuore), denotano una consapevolezza diversa, rendono l’adolescenza un tema interessante, tramite cui esprimere un’originale visione sul mondo. Pur non trattandosi di romanzi che si rivolgono immediatamente a un pubblico adolescenziale, come si è visto, pensiamo che potrebbero essere fruiti anche dai/dalle giovani, magari opportunamente mediati, favorendo la riflessione sui diversi modelli di adolescenza femminile e sul livello di identificazione possibile per le ragazze di oggi.

Per concludere queste riflessioni si farà riferimento a due esempi, per così dire, a contrario rispetto a quanto presentato fin qui:

Le mestruazioni, come ritratte dall’autore, anziché essere normalità, diventano quell’elemento quasi incantato capace di conferire l’intuito necessario alla soluzione di un giallo improbabile. Come il potere magico che secondo Plinio il Vecchio, possedevano le donne nei giorni di mestruazioni, così Lucarelli fa delle mestruazioni l’elemento extra-logico capace di modificare il corso naturale degli eventi. Lucarelli non perturba i suoi lettori perché dà loro esattamente quello che vogliono: riafferma il comune sentire che vuole e vede le donne come esseri secondari, bisognosi di protezione, e vincenti solo nel momento in cui dimostrano di avere un ‘potere magico’ contro il quale la forza maschile nulla può[58].

Sonia Brighenti interpreta così il modo in cui uno scrittore ha utilizzato le mestruazioni di un personaggio femminile, la poliziotta protagonista del già ricordato Almost blues (2007). Nell’ideazione di Lucarelli le mestruazioni sembrano mantenere la forza che Plinio il vecchio attribuiva loro e che ritroviamo in alcune credenze popolari che assegnavano alle donne mestruanti il potere di far cessare una tempesta o liberare un campo dai bruchi[59]. Non può non colpire, inoltre, il modo con cui il commissario Arcadipane riassume come sta la sua famiglia, nel romanzo Il caso Bramard di Davide Longo: «– Mariangela aveva un nodulo al seno, – la fece breve Arcadipane, – ma è andato tutto bene. La femmina ha il primo mestruo e Giovanni forse perderà l’anno, ma comincia ad allenarsi con la prima squadra»[60].

“La femmina” non ha diritto a un nome; di lei sappiamo solo che è iniziata la sua fase riproduttiva, al pari di qualsiasi femmina-animale. Il fratello ha nome e compensa lo scadente rendimento scolastico con le doti sportive. Si vuole credere che tale asciuttezza (scarsamente empatica e rispettosa) sia propria del personaggio del commissario, non dell’autore.

In conclusione, perciò, l’analisi condotta pare una conferma di quanto indicato da Dacia Maraini e molte studiose: le donne ora scrivono di più, sono lette di più (anche se in maggioranza da donne), soprattutto parlano di quello che le riguarda, da una prospettiva e con una consapevolezza che uno scrittore difficilmente potrebbe avere.

Probabilmente più fattori concorrono a questo risultato, non ultimo il rinnovato interesse dimostrato per la scrittura delle donne testimoniato sia dagli studi, per lo meno a livello accademico, sia da scelte editoriali innovative, nel segno di una maggiore attenzione alle opere di scrittrici del secolo scorso e di questo. Forse, grazie anche ad una loro nuova rappresentazione nei media, è cambiata la percezione stessa delle mestruazioni le quali, se non cessano di essere un tabù, possono tuttavia trovare piena legittimità letteraria senza che questo scandalizzi più o sia ritenuto una provocazione, una trasgressione, la violazione di un interdetto. Postorino sembra completare il cerchio, ritorna alle origini del tabù (la pericolosità del corpo femminile) e sottolinea la portata innovativa di questa particolare assunzione di parola:

Il corpo femminile è sempre stato un enigma. Desiderabile ma immondo. Immondo perché desiderato. L’ignoranza e la vergogna verso le mestruazioni misurano la qualità della vita delle donne non solo nei Paesi in via di sviluppo (dove incidono perfino sui tassi di abbandono scolastico), ma anche in quelli più ricchi. Ecco perché le scrittrici che raccontano il proprio corpo con la stessa spudoratezza e sincerità consentita agli uomini, fino a descrivere disunioni e angosce legate all’apparato genitale, sono una conquista. Letteraria e politica. Sono il lenzuolo strappato dallo specchio – la libertà di guardarsi, di guardare, senza colpa[61].

 

Appendice

M. Baudy, T. Dieumegard, Il mio primo libro dell’intimità: per parlare serenamente con le bambine e con i bambini della sessualità, Roma, Gallucci, 2022;

N. Brochmann, E. Støkken Dahl, Cose da ragazze: una guida gioiosa alla pubertà, Milano, Sonzogno, 2020;

L. Capossele, Mamma perché abbiamo le mestruazioni? Da bambina a donna: guida pratica sul menarca per vivere il passaggio in maniera consapevole, Torino, Uno editori, 2022;

I. Carbone, Si può dire? Mestruazioni!, Padova, Beccogiallo, 2024;

E. Castro Espin, Cosa succede nella pubertà?, Firenze, Giunti Junior, 2012;

S. Clochard, Viva le ragazze! Guida per crescere col sorriso, San Dorligo della Valle (Trieste), EL, 2006;

A. Ganeri, Solo per ragazze, San Dorligo della valle (Trieste), EL, 2013;

R. Marasco, Fazzoletti rossi, Milano, Piemme, 2020;

C. Owen, J. Tyrrel, Tutto quello che hai sempre voluto sapere sulle mestruazioni (e non hai mai osato chiedere), Milano, Bompiani, 1997;

L. Ravecca, Vedo rosa: curiosità, strip umoristiche e tanta informazione, Milano, Paoline, 2004;

A. Roy, Tutto sulle mestruazioni, Firenze, Clichy, 2022;

S. Rugen, Meg è fidanzata e io … cerco la mia strada, Milano, Mondadori, 1998;

N. Schäufler, La mia prima mestruazione: da bambina a donna, Cesena, Macro, 2022;

C. Stefez, Le stagioni dentro di me: istruzioni comico-scientifiche per l’uso, Trieste, Scienza Express, 2022;

L. Williams, K. Schneemann, È tutto un ciclo, Milano, Il Castoro, 2020 (fumetto).

 

Bibliografia e Sitografia:

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M. Polak, From The Curse To The Rag: Oline gUrls Rewrite The Menstruation Narrative, in Girlhood. Redefining The Limits, a cura di Y. Jiwani, C. Steenbergen, C. Mitchell, Montreal, New York, London, Black Rose Books n. II345, 2006, pp. 191-207; cfr. L’URL: https://www.academia.edu/11974805/From_The_Curse_to_The_Rag_Online_gURLs_Rewrite_the_Menstruation_Narrative;

A. Politi, Alessandro Bonacina: «Le mestruazioni non sono solo roba da donne. Per favorire una vera trasformazione culturale c’è bisogno dell’impegno degli uomini», in «Vanityfair», 17.6.2024; cfr. l’URL: https://www.vanityfair.it/article/alessandro-bonacina-nuvenia-intervista;

F. Rappazzo, Temi letterari e pensieri del sogno. Da Frye a Freud, in Immaginario e critica tematica: un dibattito, «Allegoria», n. 58, XX, luglio-dicembre 2008;

A. Shail, G. Howie, Menstruation: a cultural history, London, Palgrave Macmillan, 2005;

M. C. Storini, Scritture femminili. Teorie, narrazioni, ipotesi per il Terzo Millennio, Roma, CatBooks – Human intelligence, 2021;

The Palgrave Handbook of Critical Menstruation Studies, a cura di C. Bobel, I. T. Winkler, K. A. Hasson, Singapore, Palgrave Macmillan, 2020; cfr. L’URL: https://doi.org/10.1007/978-981-15-0614-7;

È Thiébaut, Questo è il mio sangue. Manifesto contro il tabù delle mestruazioni, Torino, Einaudi, 2018 (ed. or. Ceci mon sang. Petite histoire des règles, de celles qui les ont et de ceux qui les font, Paris, La Découverte, 2017);

M. Tucci, Mestruazioni, una parola ancora tabù per molte adolescenti, in «Il Corriere della sera-Inserto Salute», 14.3.2024.

  1. F. Rappazzo, Temi letterari e pensieri del sogno. Da Frye a Freud, in Immaginario e critica tematica: un dibattito, «Allegoria», n. 58, XX, luglio-dicembre 2008, p. 97.

  2. Il lavoro è parte della tesi dottorale intitolata Leggere la storia delle donne attraverso il romanzo. L’adolescenza femminile nelle scrittrici italiane degli anni Duemila, Dottorato in Storia e culture dell’Europa – 38o ciclo, Dipartimento SARAS, Università Sapienza, Roma.

  3. Risultati analoghi ha dato una ricerca condotta, a titolo esemplificativo, nel circuito delle biblioteche del Friuli Venezia Giulia, la regione in cui vive chi scrive, in relazione ai manuali sulle mestruazioni destinati a ragazzine. Accomunati dalla voce “letteratura per ragazzi”, sono emersi 15 titoli pubblicati tra il 1997 e il 2024, di cui ben 9 editi tra il 2020 e il 2024. Questi ultimi comprendono pure un fumetto sul ciclo mestruale (in Appendice), cui si può aggiungere il recente Turchina di Elena Triolo (Milano, Bao Publishing, 2023) che offre spazio al racconto delle prime mestruazioni con una serie di tratti che sono caratteristici della narrazione delle mestruazioni nei romanzi oggetto di questo studio, come lo sgomento iniziale, la mancanza di conoscenza, la paura di star per morire, l’assenza di empatia da parte del mondo adulto.

  4. M. Giordano, Corpi impuri, ovvero basta col tabù del ciclo mestruale, in «Il Fatto Quotidiano»; cfr. l’URL: https://www.ilfattoquotidiano.it/2022/11/25/corpi-impuri-ovvero-basta-col-tabu-del-ciclo-mestruale/6881815/ (ultima consultazione di tutti i link citati: 30 maggio 2024); M. Manicardi, Corpi impuri. Il tabù delle mestruazioni, Bologna, Odoya, 2017.

  5. Cfr. Eva in rosso all’URL: https://www.youtube.com/watch?v=ng5XDLw4qSw.

  6. Cfr. Arriva a Milano il primo Festival sul Ciclo mestruale: “Parlare per sciogliere il tabù. Le idee? Molte ce le hanno suggerite i cittadini”; cfr, l’URL: https://www.ilfattoquotidiano.it/2022/05/22/arriva-a-milano-il-primo-festival-sul-ciclo-mestruale-parlare-per-sciogliere-il-tabu-le-idee-molte-ce-le-hanno-suggerite-i-cittadini/6587070/. Su entrambe le iniziative, podcast e festival, cfr. anche l’URL: https://fioreavvelenato.com/2022/05/14/festival-ciclo-mestruale-realta-tutta-italiana-conosciamo-meglio-autrici-podcast-eva-in-rosso/.

  7. S. Brighenti, La trasgressione nella letteratura femminile contemporanea italiana. Doctoral dissertation, Harvard, Harvard University, 2012; cfr. L’URL: http://nrs.harvard.edu/urn-3:HUL.InstRepos:9817662. Imperniata, invece, sull’analisi di spot televisivi e dei profili Instagram di alcuni marchi di prodotti per la gestione delle mestruazioni è la tesi di Martina Marzola dal titolo Il tabù del ciclo mestruale. Dagli spot anni ’70 ai social media: menstruonormatività o normalizzazione? Politecnico di Milano, A. Acc. 2020-2021; cfr. l’URL: https://www.politesi.polimi.it/handle/10589/173860.

  8. K. Clancy, Ciclo. Storia e cultura delle mestruazioni, Roma, Luiss University Press, 2024, pp. 46-51 (ed. or. Period. The Real History of the Menstruation, Princeton, Princeton University Press, 2023). Clancy richiama diversi lavori di Alma Gottlieb, tra cui quello curato con Thomas Buckley, The Magic Blood: the Anthropology of Menstruation, Berkeley, University of California Press, 1988. Agli stessi autori rimanda anche R. Malaguti, Le mie cose, Milano, Bruno Mondadori, 2005, pp. 14-15.

  9. O. Niccoli, Il corpo femminile nei trattati del Cinquecento, in Il corpo delle donne, a cura di G. Bock, G. Nobili, Ancona-Bologna, Transeuropa, 1988, p. 32.

  10. Cfr. O. Niccoli, Il corpo femminile nei trattati del Cinquecento, op. cit., p. 42.

  11. Cfr. C. Pancino, Marchese, fiori e mestruo, in Corpi: storia, metafore, rappresentazioni fra Medioevo ed età contemporanea, a cura di C. Pancino, Venezia, Marsilio, 2000, pp. 69-82: 75.

  12. ‘Nei paesi occidentali e occidentalizzati il concetto diffuso di mestruazione come maledizione deriva probabilmente da una specifica tradizione religiosa: il testo sacro delle tradizioni ebraiche e cristiane, la Bibbia’ (qui e di seguito traduzioni nostre): A. Gottlieb, Menstrual Taboos: Moving Beyond the Curse, in The Palgrave Handbook of Critical Menstruation Studies, a cura di C. Bobel, I.T. Winkler, K.A. Hasson et al., Singapore, Springer, 2020, p. 146; cfr. L’URL: https://www.ncbi.nlm.nih.gov/books/NBK565605/. Nel seguito dell’articolo l’antropologa indica anche alcuni esempi di comunità in cui le mestruazioni hanno un significato positivo o ambivalente, e avverte che ‘in anni recenti, la quasi egemonica concezione ebraico-cristiana del sangue mestruale come effetto di una maledizione divina per questo contaminante e stigmatizzante sta incontrando crescente resistenza nei paesi occidentali’ (ivi, p. 156).

  13. R. Malaguti, Le mie cose, op. cit., p. 25.

  14. Ivi, pp. 22-23. Anche Niccoli rimarca lo stretto intreccio tra «teoria medica e credenze popolari» (Il corpo femminile nei trattati del Cinquecento, op. cit., p. 33).

  15. D. Di Pietrantonio, L’Arminuta, Torino, Einaudi, 2017, p. 28 (“fracicare” sta per ‘rovinare, guastare’).

  16. V. Ardone, Oliva Denaro, Torino, Einaudi, 2021, p. 61.

  17. R. Postorino, Nei nervi e nel cuore. Memoriale per il presente, Milano, Solferino, 2024, p. 49.

  18. Ivi, pp. 51-52.

  19. Ovvero: ‘sostanze nocive eliminate dalla pelle della donna indisposta e che sarebbero responsabili di diversi fenomeni di putrefazione e avvizzimento’: J.-Y. Le Naour, C. Valenti, Du sang et des femmes. Histoire médicale de la menstruation à la Belle Époque, in «Clio. Femmes, Genres, Histoire», n. 14 (2001), p. 3; cfr. l’URL: https://doi.org/10.4000/clio.114, pubblicato online il 3 luglio 2006, consultato il 12 marzo 2024. L’esempio è riportato anche da Malaguti, Le mie cose, op. cit., p. 66, la quale si rifà a J. Delaney, M. J. Lupton, E. Toth, The Curse: A Cultural history of Menstruation [1976], Chicago, University of Illinois Press, 1988, p. 12 (della prima edizione).

  20. ‘anzi, le credenze popolari sono talvolta integrate e confermate dai medici, come hanno dimostrato gli antropologi’: ivi, p. 1. Le studiose muovono dall’analisi di molte tesi di laurea sulle mestruazioni (da fine ’800 a primo ’900), da cui emerge appunto la stretta correlazione fra ‘tradizioni, credenze superstiziose, interdetti religiosi’ e teorie mediche, per lo meno sino alla scoperta degli ormoni femminili, tra gli anni ’30 e ’40 (ivi, p. 2).

  21. Ivi, p. 3. Particolareggiati riferimenti alle superstizioni popolari e ai divieti legati alle mestruazioni in alcune regioni italiane, talora documentati sino agli anni Ottanta del Novecento, anche in R. Malaguti, Le mie cose, op. cit., pp. 47-53.

  22. ‘La rappresentazione del sangue resta tabù, ignorata, e le mestruazioni rimangono, secondo le parole di Edgar Morin, ciò che una donna deve assolutamente avere nella sua vita e assolutamente nascondere’: ivi, p. 13, con riferimento a F. Linol, Le vécu des règles à travers une approche socio-culturelle, Limoges, Thèse de médecine, 1992, p. 149. 

  23. Cfr. i saggi: E. A. Kissling, “That’s Just a Basic Teen-age Rule”: Girl’s linguistic Strategies for Managing the Menstrual Communication Taboo, in «Journal of Applied Communication Research», n. 24, 1996; M. Courteille, Comment naissent les jeunes filles? Changer de corps et être soi à l’adolescence, in «Dialogue», 153 (2001), pp. 11-20; R. Malaguti, Le mie cose, op. cit.; A. Mardon, Les premières règles des jeunes filles: puberté et entrée dans l’adolescence, in «Sociétés contemporaines», n. 175 (2009), pp. 109-29; È Thiébaut, Questo è il mio sangue. Manifesto contro il tabù delle mestruazioni, Torino, Einaudi, 2018 (ed. or. Ceci mon sang. Petite histoire des règles, de celles qui les ont et de ceux qui les font, Paris, La Découverte, 2017); C. Capria, Campo di battaglia. Le lotte dei corpi femminili [2021], Firenze, Effequ, 2024; K. Clancy, Ciclo. Storia e cultura delle mestruazioni, Roma, Luiss University Press, 2024 (ed. or. Period. The Real History of the Menstruation, Princeton, Princeton University Press, 2023).    

  24. ‘Come Judy Grahn (1994) ha recentemente sottolineato, il sangue mestruale sembra essere l’unico tipo di sangue che non può essere mostrato o discusso nella cultura americana’: E. A. Kissling, “That’s Just a Basic Teen-age Rule”: Girl’s linguistic Strategies for Managing the Menstrual Communication Taboo, art. cit., p. 302.

  25. ‘termini gergali, giri di parole e un uso eufemistico di espressioni deittiche’: ivi, p. 298.

  26. ‘disfemismi; cioè termini che sono derogatori rispetto al loro referente, piuttosto che più gradevoli’ come ‘la maledizione, il lamento delle donne, cavalcare lo straccio’: ivi, p. 299. Corsivi delle autrici.

  27. M. Tucci, Mestruazioni, una parola ancora tabù per molte adolescenti, in «Il Corriere della sera-Inserto Salute», 14.3.2024.

  28. ‘In un contesto culturale caratterizzato da messaggi contrastanti a proposito delle mestruazioni come segno positivo di femminilità, e come segreto negativo e fonte di vergogna, parlare di PMS [sindrome premestruale] con le amiche sostituisce un rituale di benvenuto nella condizione di donna adulta. Confrontando sintomi e disturbi le giovani donne prendono parte ad un discorso esclusivamente femminile, metaforicamente analogo alla reclusione mestruale o alla celebrazione che segna esplicitamente il menarca in alcune culture’: ivi, p. 304. Nel 2024 Marta Casasole ha pubblicato per Feltrinelli il romanzo Donne di tipo 1, la cui protagonista è affetta da “sindrome premestruale perenne”, con ripercussioni sul suo umore e sul suo carattere. Il romanzo tuttavia per alcuni aspetti conferma gli stereotipi legati all’aggressività, se non pericolosità, di donne con forti dolori mestruali.

  29. ‘Io suggerisco che, in molte parti del mondo, lo sforzo di eludere un discorso sulle mestruazioni in termini semplici, neutri o scientifici, affidandosi invece ad eufemismi che spesso implicano vergogna e/o censura ha radici profonde nell’ideologia patriarcale insita nelle tradizioni ebraiche e cristiana (e che più tardi l’Islam adottò)’: A. Gottlieb, Menstrual Taboos: Moving Beyond the Curse, op. cit., p. 145.

  30. ‘Potrebbe non essere ovvio in un primo momento (forse perché siamo socialmente abituati a non guardare troppo da vicino là sotto) ma l’attenzione alle rappresentazioni del ciclo mestruale rivela come le donne interiorizzano messaggi distruttivi sulla femminilità, che includono nozioni sui nostri corpi come cose disordinate (sì, cose), sregolate, che hanno bisogno di essere riordinate, medicate, strappate, levigate e aggiustate. Questa faticosa (e costosa) ricerca del corpo perfetto, non solo assorbe risorse ed alimenta frustrazione, essa sposta anche la ricerca per una buona qualità dell’informazione sul modo in cui il corpo funziona e su come mantenerlo forte e in salute’: C. Bobel, E. A. Kissling, Menstruation Matters: Introduction to Representations of the Menstrual Cycle, in «Women’s Studies», 2011, 40:2, p. 123; cfr. l’URL: https://doi.org/10.1080/00497878.2011.537981.

  31. ‘Chiaramente, lo status stigmatizzato delle mestruazioni ha conseguenze dannose per l’autostima, l’immagine corporea, l’autorappresentazione e la salute sessuale delle ragazze e delle donne’: I. Johnston-Robledo, J. C. Chrisler, The Menstrual Mark: Menstruation as Social Stigma, in The Palgrave Handbook of Critical Menstruation Studies, op. cit., p. 193; cfr. l’URL: https://doi.org/10.1007/978-981-15-0614-7_17.

  32. Una dettagliata ricostruzione sulla diffusione dei primi assorbenti usa e getta, poi degli assorbenti interni, sulla loro produzione e commercializzazione in Italia, nonché sui motivi del ritardo della loro reclamizzazione, in R. Malaguti, Le mie cose, op. cit., nel capitolo Dalle pezze alle ali, in particolare alle pp. 138-42.

  33. ‘ad un ideale romantico, di nascondere le mestruazioni e di essere pulite. Le nuove narrazioni riscrissero semplicemente una versione sofisticata dell’etichetta mestruale, una versione che era prescrittiva su come essere una ragazza e su come “gestire” il sanguinamento periodico. Le nuove narrazioni delle mestruazioni miravano anche a fornire un vocabolario per dialoghi tra madri e figlie per contrastare l’ignoranza e la superstizione. Eppure questa letteratura svalutava l’esperienza e l’insegnamento delle madri e delle nonne. […] Eufemismi come la maledizione, parola che rimanda a sporcizia e malattia, furono abbandonati come ignoranti’: A. Shail, G. Howie, Menstruation: a cultural history, London, Palgrave Macmillan, 2005, pp. 112-13.

  34. ‘Soprattutto, la versione primonovecentesca dell’etichetta mestruale rimase attaccata, in primo luogo, alla concezione delle mestruazioni come problematiche e tabù, e in secondo luogo alla percezione di una femminilità che privilegiava il matrimonio e la maternità’: ivi, p. 114.

  35. Cfr. C. Pancino, Marchese, fiori e mestruo, op. cit., p. 82.

  36. S. Laws, Issus of blood: The Politics of Menstruation, London, Macmillan, 1990.

  37. P. Camporesi, Il sugo della vita: simbolismo e magia del sangue, Milano, Garzanti, 1997, p. 16, riportato da R. Malaguti, Le mie cose, op. cit. alle pp. 19-20.

  38. ‘La narrazione delle mestruazioni è stata avvolta nel segreto, nella paura, nella discrezione e nell’imbarazzo ed è colata attraverso generazioni di donne. La perpetuazione di tale narrazione è pervasiva nella pubblicità diffusa dell’industria dell’igiene femminile’: M. Polak, From The Curse To The Rag: Oline gUrls Rewrite The Menstruation Narrative, in Girlhood. Redefining The Limits, a cura di Y. Jiwani, C. Steenbergen, C. Mitchell, Montreal, New York, London, Black Rose Books n. II345, 2006, pp. 191-207: 191. L’autrice riporta inoltre in apertura del suo lavoro alcune delle espressioni eufemistiche (e disfemistiche) più comuni per indicare le mestruazioni: «The Curse. My Friend. Aunt Flow. Bloody Mary. On the Rag. My period. That time of the month. My little red-headed cousin from the country. Surfing the crimson wave. Riding the cotton pony» (ibidem).

  39. ‘Mentre la pubblicità delle contemporanee riviste per ragazze promuove un discorso pieno di eufemismi che maschera i problemi delle mestruazioni, le ragazze online hanno preso a riscrivere la narrazione delle mestruazioni che è loro familiare; quella che insegna segretezza e discrezione in relazioni ai corpi mestruanti. Le ragazze online stanno creando una nuova narrazione che è risoluta nella descrizione e furiosamente onesta usando piattaforme che permettono le voci delle ragazze in uno spazio comune – spesso creando momenti celebrativi’: ivi, p. 202. I. Johnston-Robledo e J. C. Chrisler riportano i risultati di Polak, accennando anche ad alcuni aspetti critici, come il fatto che il confronto online esclude le ragazze che non possono accedere facilmente a un computer (Johnston-Robledo, Chrisler, The Menstrual Mark: Menstruation as social Stigma, op. cit., p. 191).

  40. E. Locatelli, Raccontare i tabù: Instagram come una risorsa di nuovi immaginari e visibilità per il corpo femminile, in «Mediascapes journal», 18/2021; cfr. l’URL: https://publicatt.unicatt.it/retrieve/e309db6f-7794-0599-e053-3705fe0a55db/17819-Articolo-36546-1-10-20220211.pdf.

  41. Si tratta della campagna denominata #bloodnormal (cfr. l’URL: https://brand-news.it/brand/persona/cura-persona/nuvenia-essity-rompe-il-tabu-sulle-mestruazioni-e-porta-in-italia-la-campagna-bloodnormal/).

  42. A. Politi, Alessandro Bonacina: «Le mestruazioni non sono solo roba da donne. Per favorire una vera trasformazione culturale c’è bisogno dell’impegno degli uomini», in «Vanityfair», 17.6.2024; cfr. l’URL: https://www.vanityfair.it/article/alessandro-bonacina-nuvenia-intervista. Mi sembra inoltre interessante il fatto che anche una delle scrittrici considerate in questo studio, Rosella Postorino, segnali la maggior attenzione all’esperienza delle mestruazioni nella produzione di serie televisive e romanzi e difenda la campagna degli assorbenti Nuvenia denominata “Viva la vulva” (2019): R. Postorino, Nei nervi e nel cuore. Memoriale per il presente, op. cit., pp. 52-54.

  43. P. Gaglianone, Conversazione con Dacia Maraini: il piacere di scrivere, Roma, Omicron, 1995, pp. 12-13.

  44. C. Pasqua, 13 risposte sull’adolescenza. Intervista a Dacia Maraini, settembre 2023 (in attesa di pubblicazione).

  45. M. C. Storini, Scritture femminili. Teorie, narrazioni, ipotesi per il Terzo Millennio, Roma, CatBooks – Human intelligence, 2021, p. 48. Sulla vexata quaestio si possono vedere anche i saggi contenuti nella miscellanea Per un nuovo canone del Novecento letterario italiano. Le narratrici, Atti del Convegno internazionale del Gruppo di ricerca ADI-Associazione degli italianisti «Studi delle donne nella letteratura italiana», 15-16 dicembre 2021, a cura di B. Alfonzetti, A. Andreoni, C. Tognarelli, S. Valerio; cfr. l’URL: https://www.italianisti.it/pubblicazioni/atti-di-congresso/per-un-nuovo-canone-narratrici/2023%20Le%20narratrici%20AdI.pdf.; D. Brogi, Lo spazio delle donne, Torino, Einaudi, 2022; Oltrecanone, Generi, genealogie, tradizioni, a cura di A. M. Crispino, Guidonia, Iacobelli, 2015; Dentro/fuori, sopra/sotto: critica femminista e canone letterario negli studi di italianistica, a cura di A. Ronchetti, M. S. Sapegno, Ravenna, Longo, 2007; Didattica e ricerca sugli studi delle donne e di genere, a cura di M. S. Sapegno e A. Perrotta, Roma, Sapienza Università Editrice, 2023, DOI: https://doi.org/10.13133/9788893772716; M. Zancan, Il doppio itinerario della scrittura: la donna nella tradizione letteraria italiana, Torino, Einaudi, 1998.

  46. L’attività si è svolta nell’ambito della normale prassi didattica. La lettura individuale del romanzo Oliva Denaro, preceduta da alcune richieste specifiche, volte a orientare l’attenzione su alcuni temi e aspetti, è stata seguita dalla discussione in classe. Sono così emerse esperienze e osservazioni personali (Liceo Scientifico G. Oberdan, Trieste, A.S. 2022-2023).

  47. Dizionario dei temi letterari, a cura di R. Ceserani, M. Domenichelli, P. Fasano, Torino, Utet, 2007, vol. III, p. 2151. La voce è a firma di Valentina Gallo. Stupisce un po’ l’assenza della voce sulle mestruazioni, a fronte di uno spazio dedicato, per esempio, alla calvizie.

  48. A. Tamigio, Il cognome delle donne, Milano, Feltrinelli, 2023, p. 49. Il romanzo comprende la storia di più generazioni di donne, a cominciare da Rosa, la nonna, che si sposa nel 1925 con Sebastiano. Selma, la terzogenita, viene al mondo all’inizio degli anni ’30. Dal suo matrimonio con Santi nascono Patrizia, Lavinia e Marinella, la cui storia si spinge sino all’inizio degli anni ’80.

  49. Questo e altri aspetti, come l’atteggiamento della madre, trovano corrispondenza quasi puntuale nelle parole di una donna vissuta nel Novecento. Le ha raccolte Filippo Battaglia nel volume Nonostante tutte che intreccia in un racconto unitario le scritture autobiografiche di 119 donne, conservate all’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano: «Il mio corpo era cambiato: erano comparsi i peli e il seno aveva preso forma. […] Quando anche io ho avvertito il dolor al basso ventre, era luglio. Alzandomi dal letto, inorridii nel vedere le mie mutandine completamente zuppe di sangue. Dio mio, che mi succedeva? Stavo per morire, ne ero certa! […] Anzi, neppure sapevo che signorine lo si diventa da un giorno all’altro e che volesse dire quella cosa lì … Quando annunciai «il fatto» alla mamma lei non sembrò gioire ma disse quasi seccata «incominciamo» ed io, forse drammatizzo, pensando a ciò mi viene da piangere. Io ho saputo tutto dalle mie amiche e che cosa avrei dato per sapere «tutte quelle cose» da mia madre. Ma forse è il suo carattere, oppure doveva pensare al lavoro e non ne ha avuto il tempo» (F. M. Battaglia, Nonostante tutte, Torino, Einaudi, 2020, p. 49).

  50. R. Postorino, Nei nervi e nel cuore, op. cit., p. 52.

  51. A. De Céspedes, Dalla parte di lei, op. cit., p. 124. Sista è la fedele domestica.

  52. Il passo consuona con le interviste a ragazze tra i 12 e i 19 anni svolte da Myriam Courteille: ‘Quando pensavo che avrei avuto le mestruazioni, mi dicevo sì, sarà un cambiamento. Poi, in realtà, niente. Sono andata a dormire come tutte le sere e non ero qualcun altro. Ero sempre io e tutto. Ecco’ (M. Courteille, Comment naissent les jeunes filles? Changer de corps et être soi à l’adolescence, art. cit., p. 11). Sullo stesso tema si veda anche A. Mardon, Les premières règles des jeunes filles: puberté et entrée dans l’adolescence, in «Sociétés contemporaines», n. 175, 2009, pp. 109-29.

  53. Un po’ più avanti nel testo è presentato anche un successivo ‘stadio psicologico’: ‘Dopo la gioia della novità, del sapermi fatta come una donna, era subentrata nel mio animo una apatia così esclusiva e completa che quasi non mi interessavo più di niente’ (La ragazza di nome Giulio, op. cit., p. 67). Ada Negri bambina bussa invece alla porta di un vicino di casa, poiché la madre, operaia, è al lavoro. Rassicurata dalla domestica di questi, Tereson, pensa però: «che quella novità fisica la mette al livello della Tereson. Anche lei, ma sì! … ma sì! … uguale alla Tereson. Tanto male, tanta vergogna, tanta schiavitù, fino ai cinquant’anni, fino a quando una donna è vecchia, cioè non esiste più … Perché non si può essere né donna, né uomo, ma un semplice spirito? Un crudo bisogno di evadere dal proprio corpo le fa graffiare con le unghie la coperta» (A. Negri, Stella mattutina, op. cit., p. 79).

  54. Il racconto di Nora si conclude con le parole «mi infilo in bagno e guardo la macchia di sangue sul tessuto bianco» (p. 114); da qui inizia quello della gravidanza indesiderata dell’amica Angelica, in una sorta di raccordo in asse che collega l’arrivo del sangue e la sua assenza. Ad Angelica si deve l’unico riferimento alle mestruazioni come «le rosse» (p. 156), modo di dire non attestato negli altri romanzi.

  55. Solo in tre romanzi, precisamente L’acqua del lago non è mai dolce, Spilli, Pudore, compaiono gli assorbenti moderni, usa e getta, nel secondo anche i tampax, nel terzo la coppetta, utilizzata però dalla protagonista trentenne.

  56. Solo diverso tempo dopo, più o meno due anni più tardi, Lila annuncia brusca: «La settimana scorsa m’è venuto il marchese» (L’amica geniale, op. cit., p. 129).

  57. L’espressione è usata in Abruzzo e riportata da Ada D’Adamo in Come d’aria (Roma, Elliot, 2023, premio Strega, postumo, nello stesso anno).

  58. S. Brighenti, La Trasgressione nella Letteratura Femminile Contemporanea Italiana, op. cit., pp. 42-43.

  59. Gli esempi sono riportati da R. Malaguti, Le mie cose, op. cit., p. 44, con riferimento a un autore della metà del ’500, e da Il corpo delle donne, op. cit., p. 33, che si rifà a L. Accati, Lo spirito della fornicazione: virtù dell’anima e virtù del corpo in Friuli tra ’600 e ’700, in «Quaderni storici», 1979, n. 41.

  60. D. Longo, Il caso Bramard, Torino, Einaudi, 2021, p. 30 (I ed. Feltrinelli, Milano 2014).

  61. R. Postorino, Nei nervi e nel cuore, op. cit., p. 56.

(fasc. 53, 13 ottobre 2024, vol. II)

«Vengon di Lecco nuvole pesanti». Due quartine di una trilogia giovanile di Gadda poeta

Author di Pier Paolo Pavarotti

Tra le produzioni certo minori del Gadda giovane, o piuttosto adolescente, restano alcune poesie di metrica tradizionale e gusto arcaicizzante che si potrebbero considerare, anche per contiguità cronologica, un’incipitale minima trilogia del poeta esordiente. Il valore in sé modesto dei versi non ne giustifica il quasi completo oblio della critica, se non altro per il riscontro di alcune tematiche poi rilevanti nel Gadda maturo prosatore. Della prima poesia in particolare, un sonetto, ci si è occupati di recente[1], mentre della terza, un capitolo incompiuto in terza rima, si ha intenzione di occuparsi prossimamente nello specifico. Questa sezione pone l’attenzione sul secondo brano, un paio di quartine (forse spurie), fornendo alcuni elementi di analisi formale e storico-critica.

Testi

Si danno di seguito i testi definitivi della trilogia secondo l’edizione critica di Maria Antonietta Terzoli[2] per un’utile sinossi.

I (1910/1912)

Poi che sfuggendo ai tepidi tramonti

Vaní declive in nebbia la pianura

Per i boschi e i pascoli de’ monti

Senza grido né suono il dì s’oscura

Mute guardano l’erme in su le fronti

De le ville il fornir de l’aratura

E lunghi fuochi accender gli orizzonti

Donde ogni volo ai mesti dì si fura

Nel pomario che al colle il pendío tardo

Sparse già tutto di sue fronde molli

Poi che il greve suo dono ebbe diviso

Del vespro dolce ne le luci io guardo

I pomari deserti i tristi colli

Salutare il vostro ultimo sorriso

***

II (1909/1912)

Vengon di Lecco nuvole pesanti

Oscurandosi il dí roggio, affannoso

E mentre de’ villan sperdonsi i canti

Coglieli il primo soffio impetuoso

La pioggia manda il suo profumo avanti,

Che s’affretti il rozzon lento, affannoso

Per le valli ed i pascoli sonanti

Anzi la notte le mandrie avran riposo

***

III (1909/1912)

Non da le rive spiccasi il rupestro [Grigna: chiosa]

Ma lungi assai ergesi dalle rene

Oltre un sito orrido ed alpestro.

[…]

A lui si vien per duplice convalle

[…]

Prima passar con lunghissimo calle

[…]

Poi che corso buon tratto ebbimo il monte

A mezza costa per castani e forre

Un ermo bianco vidimi di fronte

Che per ispide rupi alza la torre

E battendolo il sol morendo arrossa

La roccia e il muro che sovr’essa corre.

Sotto la valle, d’alto suon commossa

Del suo torrente, ombrandosi per sera

Chiama al riposo in sua silvestre fossa

Ma le pinete nella notte nera

Crosciano lungi per forre e per gole

Ululando si addentra la bufera

Trasmissione

Della prima poesia di Gadda si hanno tre versioni con minime varianti[3]: quella a testo, che corrisponde all’unica pubblicata (su «Epoca»), una ricavata da una lettera a Contini[4] del 1946 e una dettata all’amico critico e scrittore Carlo Roscioni[5] nel 1970. Quest’ultima risale a un incontro tra i due scrittori in occasione della XXXV Biennale di Venezia, in cui il primo dettò al secondo tutte le tre poesie su un cartoncino d’invito (mm. 190×200) conservato nell’archivio Roscioni e recante sul margine sinistro l’indicazione: «Poesie di Gadda scritte sotto dettatura (1970) probab. degli anni del liceo». Della seconda[6] e terza[7] poesia non esistono altre versioni e le minime correzioni presenti sul cartoncino non sono state ritenute degne di menzione dall’editrice, a parte la chiosa topografica segnalata a testo: “Grigna” sta per Grignone (già Monte Coden). Si tratta del nome del rilievo di 2410 metri tra il lago di Como (ramo di Lecco) a ovest e la Valsassina a est, con vista del Resegone manzoniano a sud, probabile meta del Gadda camminatore provetto, già prima del servizio alpino (Non da le rive, v. 6: «Poi che corso buon tratto ebbimo il monte»).

Fonti

Alcune tessere lessicali sono già state individuate perspicuamente e ricalcano quelle segnalate per il primo sonetto (Poesie, pp. 60 e sgg.). Il qualificativo «affannoso» (v. 2) riferito al giorno al tramonto risale probabilmente al Carducci di Rime Nuove (libro III) «e impreca al giorno, che affannoso cala» (Rosa e fanciulla, v. 11). Anche «roggio» come rosso di sera o come cromatismo agreste ricorre nel resto della triade poetica d’inizio secolo. Pascoli in Myricae scrive (sezione Ultima passeggiata): «Al campo, dove roggio nel filare» (Arano, v. 1). In d’Annunzio ricorre undici volte tra prosa e poesia, tra cui (Elettra): «calmo guardò pei fiumi il campo roggio» (La notte di Caprera, XII, v. 358). Nella seconda quartina (v. 6) due elementi rimandano ai trascorsi liceali di Gadda[8]: «rozzon» e la dittologia «lento, affannoso». Il primo si legge in Ariosto: «o ch’io son di natura un rozzon lento» (Satira III, v. 6); poi «rozzon normanno» nella stessa sezione di Myricae (Il cane, v. 5). La seconda si ritrova nell’altro cinquecentesco Annibal Caro: «[traeva sospiri talora impetuosi e rotti] talora lenti e affannosi» (Gli amori pastorali di Dafni e di Cloe. Ragionamento primo). Infine l’espressione «per le valli e pascoli sonanti» (v. 7), ripresa del primo sonetto («per i boschi e pascoli de’ monti»), pare rimontare a Virgilio in tre passi: silvas saltusque (Georgiche III, 40), che si ritrova simile in saltus […] atque in pascua (Georgiche III, 323) e invertito in saltus silvasque (Georgiche IV, 53)[9].

Struttura

Lo schema rimario delle due quartine è ABAB ABAB con rima identica B1-B2 (affannoso), poi frequente in Gadda (Poesie, XIV). I rimanti sono tra loro in relazione eterogenea: antinomica («pesanti-avanti / impetuoso-riposo»), omologa («canti-sonanti»). Quanto agli accenti ritmici dei piedi d’attacco, vige una varietà forse inattesa: il v. 1 è trocheo («vengon»: ‒˄), i vv. 2 e 8 solo peoni terzi («oscurandosi»: ˄˄‒˄), i vv. 3 e 5 anfibrachi («e mentre / la pioggia»: ˄‒˄), il v. 4 dattilo («coglieli» ‒˄˄), i vv. 6 e sgg. sono anapesti («che s’affretti / per le valli»: ˄˄‒[˄]). Ne derivano endecasillabi piani di quattro accenti ritmici principali tranne il v. 7 (di tre), con possibilità di una lettura a tre accenti del v. 4, il più tribolato, e (più difficilmente) del v. 6.

Numerose e diffuse le allitterazioni nasali, meno insistenti le sibilanti, rare quelle liquide (ma significative: «coglieli il primo / per le valli»). In entrambe le quartine compaiono simmetricamente (vv. 1 e 3 / vv. 5 e 8) due forme apocopate e allitteranti in coppie alternate di predicato-sostantivo con gusto arcaicizzante: «vengon-villan / rozzon-avran». Allitterano in particolare i due termini più desueti nel rispettivo secondo verso di ogni quartina: «roggio-rozzon».

Allargando lo sguardo, si rileva come pregevolmente si possa leggere con immediata coerenza ogni verso della seconda quartina di seguito al corrispondente nella prima:

1 e 5) «vengon di Lecco nuvole pesanti / la pioggia manda il suo profumo»

2 e 6) «oscurandosi il dí roggio, affannoso / che s’affretti il rozzon lento, affannoso»

3 e 7) «e mentre de’ villan sperdonsi i canti / per le valli ed i pascoli sonanti»

4 e 8) «coglieli il primo soffio impetuoso / anzi la notte avran riposo»

La combinazione di tutti questi elementi fonici e sintattici genera due quartine di ritmo diverso. La prima ha un andamento alternato, scorrevole (vv. 1 e 3) e claudicante (vv. 2 e 4 con dialefe); la seconda alterna i primi due ritmi (vv. 5 e sgg.), ma termina di slancio con gli ultimi due versi[10].

Tropi

Tra le figure retoriche più rilevanti si contano due ipallagi («dí-affannoso» per la fatica del villano / valli e pascoli – sonanti» per il riverbero del vento), un iperbato («de’ villan […] canti»), un allotropo («sperdonsi» per disperdonsi), un’apostrofe («che s’affretti), una prosopopea («la pioggia manda»), una dittologia («lento, affannoso»), un aulicismo latineggiante («anzi notte»; cfr. ‘commossa’↓)[11]. Un dispositivo figurale di parola e di pensiero non eccessivamente elaborato eppure non disprezzabile. Del resto, fatta salva la maggior lunghezza e la comune tendenza a personificare il paesaggio (Vengon di Lecco, v. 5: «mute guardano l’erme» / Non da le rive spiccasi il rupestro, v. 18: «ululando s’addentra la bufera»), anche le altre due poesie presentano un apparato retorico cospicuo ma non abbandonano un registro narrativo piuttosto piano, colorito da usi lessicali arcaicizzanti (Poi che fuggendo, v. 5: «erme»; v. 6: «fornir»; v. 8: «fura»; v. 9: «pomario» / Non da le rive, v. 2: «rene»; ivi, v. 13: «commossa») o negli allotropi (Poi che fuggendo, vv. 1 e sgg.: «tepidi / vaní declive»; Non da le rive, v. 1: «rupestro»; ivi, v. 3: «alpestro»).

Commento

Si offrono in questa seconda sezione alcuni spunti di lettura stilistica e tematica, per poi spingersi a rilevare la ricezione di questi materiali nel prosieguo dell’opera gaddiana.

Paesaggi

Il punto di vista del poeta è simile al sonetto per come espresso da Gadda:

L’enunciato comporta una visualizzazione: il poeta è, idealmente, sopra un’altura o un poggio o una costa donde veda la pianura discendente verso Milano: per esempio Invernigo. Così può accadere che la pianura discenda verso le nebbie mentre il cielo, sopra la Ca’ Merlata poniamo, si accende nei fuochi della sera[12].

Il periodo adolescente è ricordato sempre con qualche nostalgia. Nel mio caso, tale nostalgia si colora di tonalità romantico-paesistiche profonde, e determinanti il carattere. Il paesaggio e le sue alberature mi hanno affascinato[13].

A queste parole di autocommento basta cambiare alcune località, che qui diventano esplicite almeno nella dizione del capoluogo, ma la geografia e le atmosfere brianzole non mutano: Invernigo sta a Milano come le valli e la Grigna stanno a Lecco. A mutare è lo sviluppo dell’aspetto climatico nelle due poesie. Nel sonetto, dall’inizio coi «tiepidi tramonti» alla fine con «ultimo sorriso» (e il prolettico «dolce»)[14], si alternano scene «mute, nebbia […] senza grido né suono», per concludersi tra «pomari deserti e tristi colli». Nella prima poesia «il dí si oscura» e nella seconda «nuvole pesanti» minacciano pioggia copiosa, annunciata da «soffio impetuoso». Eppure non vi mancano particolari espressivi a ingentilire l’iniziale lontanante sequenza («di Lecco»), giocando su elementi sonori e spaziali («sperdonsi i canti, il suo profumo, pascoli sonanti»), per chiudere sull’immagine quieta della sera. Se nel sonetto la dolcezza della sera a malapena compensa la desolante scena dei saluti finali, qui la pioggia incombente non pregiudica il riposo notturno delle mandrie[15].

Il terzo brano si distingue dai primi due per la caratteristica verticalità dantesca, o meglio piramidalità, pur restando ben identificabile la predilezione montana e agreste dell’autore, e non discostandosi il passo dall’alta Brianza prealpina. L’iniziale riferimento al lago (vv. 1-2: «rive, rene») si eleva subito alle vette (vv. 1 e 3: «rupestro, alpestro») e poi riposa nel «prima passar con lunghissima calle» (v. 6). Ridiscende a tappe, prima nell’inatteso ermo bianco poi «la valle» (v. 13), colpita dal suono della corrente (v. 14). Quindi il torrente stesso, esito al declivio della valle che va «ombrandosi» (v. 14 → Vengon di Lecco, v. 2: «oscurandosi»; Poi che fuggendo, v. 4: «s’oscura»). Infine un’impennata sonora, minerale e vegetale, precipita la scena (vv. 17-18): «crosciano lungi per forre e gole / ululando si addentra la bufera» (lupi ≠ buoi).

Soltanto nella primavera del 2023 è stata pubblicata la nuova edizione critica del Giornale di Guerra e di Prigionia completo di sei taccuini ignoti fino al 2019 e finora inediti, di proprietà degli eredi Bonsanti e acquisiti dalla Biblioteca Centrale di Roma a un’asta bandita da Finarte. In uno di questi si legge un capoverso dedicato alla poesia in esame.

Contro le ragioni dell’egoismo, sopra accennate, c’è anche in me il solito sentimento che chiamerò «brivido piacevole ante tempestatem». L’aspettazione della burrasca non mi turba di sgomento, il vento freddo che scende dal monte mi piace, mi fa gradevolmente accapponare la pelle. Vecchio elemento della mia struttura morale: ricordare la mia adolescenza, il pre-guerra, il mio vecchio sonetto: «Vengon di Lecco núvole pesanti», scritto in un momento di grande sincerità (Cellelager, 15 dicembre 1918)[16].

Come si chiosava nelle pagine precedenti relativamente alle Prealpi lombarde, ancora durante l’ultima fase della prigionia tedesca di Gadda il ricordo del paesaggio alpestre è riconosciuto motore dell’attività poematica dallo stesso autore soldato. Queste annotazioni non contraddicono il commento, ma lo approfondiscono e arricchiscono di una tonalità, evidentemente retrospettiva, morale e temperamentale. Richiamando con l’usato latinorum ginnasiale quel brivido dell’azione, così attesa come salvifica per il tenente Gadda e nei fatti per gran parte sfumata[17].

Pascoli

Un riscontro, di tale ampiezza insperato, con due episodi di Myricae sulle concordanze pascoliane (Il cane, La vite e il cavolo) induce all’approfondimento delle corrispondenze rielaborate qui sotto in forma di sinossi attorno alle quartine gaddiane. Si tratta rispettivamente di due terzine + una quartina dalla sezione Ultima passeggiata e un sonetto dalla sezione Le gioie del poeta.

Da G. Pascoli, Il cane, vv. 1-6

Noi, mentre il mondo va per la sua strada,
noi ci rodiamo, e in cuor doppio è l’affanno,
e perché vada, e perché lento vada

Tal quando passa il grave carro avanti

del casolare, che il rozzon normanno

stampa il suolo con zoccoli sonanti

***

Da C. E. Gadda, II (1909/1912)

Vengon di Lecco nuvole pesanti

Oscurandosi il dí roggio, affannoso

E mentre de’ villan sperdonsi i canti

Coglieli il primo soffio impetuoso

La pioggia manda il suo profumo avanti,

Che s’affretti il rozzon lento, affannoso

Per le valli ed i pascoli sonanti

Anzi la notte le mandrie avran riposo

***

Da G. Pascoli, La vite e il cavolo, vv. 12 e sgg.

E il core allegra al pio villan, che d’esso

Trova odorato il tiepido abituro

mentre a’ fumanti buoi libera il collo

Si guardino le terzine riprese quasi a calco da Gadda nella seconda quartina ‒ affanno, lento, avanti, rozzon, sonanti → affannoso, avanti, rozzon, lento, sonanti ‒ che pare completarsi nella terzina che chiude il sonetto a fianco: villan, odorato, buoi, libera → villan, profumo, mandrie, riposo.

Pur muovendo da un tema piuttosto diverso come il cane e la sua esistenza a fianco degli uomini (libertà e compagnia)[18], e da un altro invece non lontano come le modeste gioie del contadino (cavolo bollito e tepore domestico), Gadda trae incontestabilmente dal poeta di Castelvecchio alcune delle tessere utili a informare lessico e immagini delle sue quartine. Anche il punto di mira dinamico e sonoro non è molto dissimile perché, mentre Pascoli guarda con simpatia cane, cavallo e contadino (per riduzione metonimica del carro) con lo scalpiccio delle «ruote per la sua strada», Gadda guarda allo stesso modo contadini («villan» plurale < «coglie-li»), cavallo e buoi col sibilo umido[19] «per le valli ed i pascoli». Vi sono certo tensioni fra gli omologhi, come «odorato e profumo», laddove il primo (apax in Gadda) è unicamente positivo mentre il secondo è minaccioso; come «carro dilungato lento lento e rozzon lento, affannoso», laddove il primo non cambia marcia mentre il secondo è invitato ad affrettarsi. Sono proprio tali tensioni che il più reattivo atteggiamento gaddiano produce, benché originate in parte dal medesimo lutto, quello di un padre e poi di fratelli morti troppo presto (il calesse fatale a Ruggero Pascoli, l’odiata villa in Brianza di Francesco Gadda), con la perdita di status e il notorio imprinting di figure femminili castranti (le sorelle Ida e Maria Pascoli, la sorella Clara Gadda e la madre Adele Lehr).

Questa denominazione d’origine entra in modo discreto e geniale nel discorrere gaddiano, insinuandosi nel penultimo verso della poesia come la Purloined letter di Poe, col suo tipico gusto per l’invenzione e il calembour, ovvero semplicemente come (P)ascoli. Da ciò si comprende come i vertici della sperimentazione linguistica si raggiungeranno nei molteplici generi e registri della sua produzione, dalla poesia adolescenziale e matura (Autunno) alla prosa d’arte (Rosai, De Pisis), dalla divulgazione storica e scientifica (I Luigi di Francia, Pagine di divulgazione tecnica) al romanzo multivernacolare (Il Pasticciaccio), dalla critica (Foscolo) al cinema (Il palazzo degli ori), dal drammatico (La cognizione) al comico (A tavola, In ufficio), dalla narrazione autobiografica (Diario di guerra) all’invettiva (Eros e Priapo), fino alla corrispondenza professionale (Ammonia Casale).

Cahiers

Nei materiali preparatori del sempre fecondo Racconto italiano di ignoto del Novecento (incompiuto del 1925)[20], in particolare nel secondo dei Cahiers d’Études, si leggono due passi contigui e una dichiarazione autocritica che rimandano ai paesaggi analizzati poc’anzi.

Le ville in Brianza, i poderi meridiani, i vecchi castelli! Non c’è più nulla! Meglio così. Passavo ragazzo… di prima mattina… sul ponte della Malastrada… con il mio cavallino… con un calesse… con il Giacomo che guidava… Povero vecchio!…» Il ragazzo si arrestò. Passava fanciullo sul ponte della Malastrada: la luna dell’alba vaniva nell’opale meraviglioso, presago di un gaudio fervido, di una chiara esultanza. Ville, case, uomini, buoi: e le foglie gemmanti dalla [per quella] freschezza[21].

Difficile tradurre in prosa i miei vecchi versi[22].

Il panorama socio-economico è desolante[23] e passa in rassegna – «elenca» avrebbe poi scritto Gadda nella Cognizione – ciò che Grifonetto, alter ego dell’autore, ha perduto e rimanda alla scena delle quartine adolescenziali, compreso il preziosismo dell’allotropo verbale («vaniva» → Poi che fuggendo, v. 2: «vaní»). La famigerata villa, i campi a solatio, vestigia medievali[24], poi un diminutivo animale e un cimelio che paiono ricopiati dal poeta di Castelvecchio: tutto riprende il lucido delirio reazionario della pagina precedente. Eppure la natura riserva ancora qualcosa per cui lottare, uno spettacolo astronomico che ridisegna i confini psicologici dello spettacolo agreste[25]. Contadini e buoi, come la vegetazione, sono per un attimo trasfigurati da tanta bellezza, prima della tragica risoluzione finale.

Pasticciaccio e Cognizione

In questa sede si vogliono rilevare i recuperi dei lessemi più caratteristici delle quartine in esame nelle due opere narrative più importanti della piena maturità (1957, 1963). I termini trascelti (participio gaddiano, if any) sono – consci di una scelta con inevitabili margini arbitrari ‒ espressi in ordine alfabetico. Mentre per gli antichismi allitteranti «roggio» e «rozzon» non vi sono occorrenze, ve ne sono per il participio allotropo «sperso/e».

In Quer Pasticciaccio brutto di via Merulana (redazione definitiva, fine capitolo IX) si legge: «nereggiò l’ala d’un tùffolo, o d’una spersa ghiandaia»[26]; anche qui in ambito campestre, lungo il tragitto Roma-Velletri («[un calesse…] verso Tor di Gheppio e poi verso Casale Abbrusciato»). Il volo d’uccello richiama quello del primo sonetto (Poi che fuggendo, v. 8) nella crescente desolazione («le case dei viventi, mute nella lontananza dei coltivi»).

Nella Cognizione del dolore (redazione 1970, parte I, cap. IV) si trova: «non credo nel vigile… che trasvola… come un’ombra… a infilare il bigliettino dentro la serratura… del cancello; che ha duecentocinquanta ville, e relativi boschi, da biciclettargli accanto, nel buio…. sperse in tre o quattro comuni»[27]. Il contesto si ricava dal dialogo tra il medico Felipe Higueróa e il paziente-protagonista Gonzalo, una lunga tirata contro il sistema sociale, tributario e di sicurezza del Maradagál.

Sempre nella Cognizione del dolore (parte II, capitolo VI) leggiamo: «carri discoperti con passerella centrale che il gaucho dai malinconici occhi, sovrintendendo percorre. Tale gli appariva fortuna nel Sud America. Tempestoso mare addosso le zattere sbatacchiate delle genti sperse, slavate»[28]. Al principio dell’ennesima tirata contro il mondo circostante, dell’ennesimo mala tempora di liceale memoria (liceo Uguirre, Lukones < liceo Parini, Milano), Gadda, memore dell’esperienza professionale in Argentina, getta uno sguardo al caotico aggregato antropologico sudamericano, tenendo un occhio alla tradizione della pampa.

Il lemma “villan”, nell’accezione intesa nella poesia, ricorre un paio di volte nel Pasticciaccio. La prima al plurale, come nella seconda quartina ma nella forma piana; la seconda come riproduzione del noto proverbio nell’identica forma apocopata ma di numero singolare.

In Quer pasticciaccio brutto di Via Merulana (capitolo VI) si legge: «a vincere, ne’ cuori dubbiosi, ne’ villani incaponiti, il timor contraria, il timor della privata vendetta»[29]. L’ambiente è quello del commissariato romano in cui alcuni agenti puntano a scardinare la reticenza di possibili testimoni non proprio signorili e ben disposti nei confronti della pubblica sicurezza, impauriti dalle possibili rappresaglie.

Nel capitolo VIII si trova: «abilita il destinatario entrato in coma, carta canta villan dorme, vien fulgurato a esercitare quell’arte assonnata, quel mestieruccio zoppo che aveva tocche tocche esercitato fin là, fino all’Olio»[30]. Disceso dal commissariato di Marino, accompagnato da una lirica veduta della capitale sullo sfondo di Tivoli, del Soratte, degli Equi, del Velino, sintetizzata «in un mattutino di Scialoia», il brigadiere Pestalozzi si dirige in città e riflette sulle lungaggini delle pratiche burocratiche, spesso sbrogliabili postume. Il proverbio emerge, dunque, da una lunga virtuosistica descrizione giocata fra cromatismi e gergo locale. Nella Cognizione il termine ricorre in accezioni spregiative e soltanto col vezzeggiativo “villanello” in quella intesa nella poesia: a questa, dunque, ci si limita nella rassegna degli usi.

Si legga ancora La cognizione del dolore (parte II, capitolo VII):

lo villanello, a cui la robba manca Tale è infatti, pensò, è la funzione sociale dello hildago, e tanto più del marchese, al cui nome venga intitolata, nei registri del catasta maragadalese, la proprietà di una villa serruchonese: insaccare le pudenda del villico nei propri ex-pantaloni, pagando a di lui conto le tasse, dopo averlo intensamente amato[31].

Gonzalo inveisce sarcasticamente contro il fattore importuno che si aggira per la villa sporcando dovunque, mentre riceve dalla generosa madre i vestiti buoni dismessi dai figli. Continua la sua speciale “filosofia della villa” (platonica IdeaVilla) come ricettacolo delle sventure economiche e tributarie causate dall’incauto padre. Non si può, infine, eludere che le citazioni già ritenute pertinenti come echi narrativi del primo sonetto “contornano” quest’ultima, vicina alla seconda poesia gaddiana[32].

Conclusioni

L’attenzione critica verso la poesia di Carlo Emilio Gadda «signore della prosa», come recita l’epigrafe al cimitero acattolico del Verano, è stata decisamente modesta, se si eccettuano la magistrale lettura di Autunno da parte di Guglielmo Gorni (1973)[33] e naturalmente il lavoro della curatrice dell’edizione critica utilizzata, Maria Antonietta Terzoli. Manca una monografia di riferimento e mancano strumenti specifici di cui godono altri poeti come le concordanze e i rimari.

Se la qualità intrinseca della sua produzione lirica risulta in gran parte non eccelsa, non sono esclusi versi degni di memoria e di analisi e, nel complesso, la silloge mostra consapevolezza linguistica e retorica e un’ampia gamma di riferimenti culturali. Soprattutto lo studio della sua poesia è fecondo di rimandi alla produzione narrativa posteriore, cosa che dovrebbe interessare ogni specialista gaddiano, tanto più che esistono utili strumenti informatici online (senza distinzione di genere letterario) elaborati dall’Istituto di Linguistica Computazionale Antonio Zampolli di Pisa.

In questo contributo ci si è concentrati soprattutto sull’analisi della seconda poesia, offrendo alcuni spunti di lettura, senza trascurare il contesto rappresentato dalle altre due poesie citate: come si è tentato di dimostrare, i rimandi interni, infatti, autorizzano a considerare le tre composizioni come parti di una primitiva trilogia liceale.

Si è rilevato come in questi campi le due quartine adolescenziali non siano del tutto scevre da qualità artistiche e dall’uso consapevole degli strumenti linguistici tipici della poesia in rima. Registrati i debiti maggiori verso le figure letterarie più significative del periodo e della formazione liceale dell’autore, si è ulteriormente verificato quello con Pascoli, fino a trovarne un probabile Urtext formato dalla combinazione di due testi di simile metrica nella prediletta raccolta Myricae: il cantore di Barga emerge, dunque, sempre più come un modello compositivo determinante per Gadda.

La seconda parte del contributo è dedicata al rilevamento della fortuna di alcuni lessemi rari all’interno della produzione narrativa successiva. In particolare, sono stati verificati come apax l’aggettivo “roggio”, facilmente dannunziano, e il sostantivo “rozzon”, dapprima ariostesco ma non meno pascoliano quanto al recupero, riguardo al qualificativo allotropo “sperso” e al sostantivo “villano”, in alcuni loci di opere maggiori quali Pasticciaccio e Cognizione o di rilevante interesse filologico quale il Racconto italiano di ignoto del Novecento.

Non si è rinunciato a fornire in nota ulteriori riscontri relativi alla produzione novellistica (Madonna dei Filosofi, Il castello di Udine, LAdalgisa, La Meccanica) e non solo (Meditazione Milanese), anche rispetto ad altri termini caratteristici della poesia in esame (come “sonanti”), o più in generale all’atmosfera paesaggistica tipica della trilogia. Quest’ultima, eredità biografica precocemente fissatasi, si conferma infatti come l’immaginario dominante nella figurazione letteraria di Gadda poeta, studente e soldato.

Il cinquantesimo anniversario della sua morte potrebbe rivelarsi l’occasione propizia per un risveglio degli studi sulla poesia, il cui corpus complessivo ammonta a venticinque composizioni secondo il “canone Terzoli”, cui va la gratitudine per molti recuperi “archeologici” negli archivi gaddiani.

Bibliografia essenziale di riferimento

Di C. E. Gadda:

C. E. Gadda, Parlano del loro primo scritto alcuni fra i più noti autori di oggi, in «Epoca», anno V, n. 206, 12 settembre 1954, pp. 6-7;

Id., Poesie, edizione critica di M. A. Terzoli, Torino, Einaudi, 1993;

Id., Opere di Carlo Emilio Gadda. Romanzi e Racconti I [1989], a cura di D. Isella ed E. Manzotti, Milano, Garzanti, 2007;

Id., Opere di Carlo Emilio Gadda. Saggi Giornali Favole e altri scritti I [1991], a cura di Dante Isella, vol. III, Milano, Garzanti, 2008;

Id, Opere di Carlo Emilio Gadda. Saggi Giornali Favole e altri scritti II [1992], a cura di D. Isella, M. A. Terzoli, vol. IV, Milano, Garzanti, 2008;

Id. Racconto italiano di ignoto del Novecento, in Opere di Carlo Emilio Gadda. Scritti vari e postumi, a cura di D. Isella, vol. V, Milano, Garzanti, 2008;

Id., Opere di Carlo Emilio Gadda. Romanzi e Racconti II [1989], a cura di D. Isella, Milano, Garzanti, 2011;

Id., Giornale di guerra e di prigionia, nuova edizione, a cura di P. Italia, Milano, Adelphi, 2023;

G. Contini-C. E. Gadda, Carteggio 19341963. Con 63 lettere inedite, a cura di D. Isella, G. Contini, G. Ungarelli, Milano, Garzanti, 2009.

Su C. E. Gadda:

G. Carducci, Poesie, Bologna, Zanichelli, 1906;

U. Betti, Il re pensieroso, Milano, Treves, 1922;

G. Gorni, Lettura di ‘Autunno’ (Dalla ‘Cognizione’ di Carlo Emilio Gadda), in «Strumenti critici», XXI-XXII, 1973, pp. 291-325;

A. Caro, Gli amori pastorali di Dafni e di Cloe. Ragionamento primo, in Id., Opere, a cura di Stefano Jacomuzzi, Torino, UTET, 1974;

G. Pascoli, Myricae, edizione critica a cura di G. Nava, voll. 2, Firenze, Sansoni, 1974;

L. Ariosto, Satire, edizione critica e commentata a cura di Carlo Segre, Torino, Einaudi, 1987;

G. C. Roscioni, Il duca di SantAquila. Infanzia e giovinezza di Gadda, Milano, Mondadori, 1997;

C. Fagioli, Una «chiave antilirica» di interpretazione. La poesia «Autunno» nella «Cognizione del dolore», in «Allegoria» XIV, 40-41, 2002, pp. 21-52;

J. L. Borges, Juan 1, 14, in Id., Tutte le opere, a cura di D. Porzio, vol. II, Milano, Mondadori, 2005;

D. Alighieri, La Divina Commedia, testo di Giorgio Petrocchi, commento di Giuseppe Villaroel (1964), a cura di Guido Davico Bonino, Carla Poma, Milano, Mondadori, 2008;

M. A. Terzoli, Alle sponde del tempo consunto, Pavia, Effigie, 2009;

G. d’Annunzio, Elettra, edizione critica a cura di Sara Compardo, Venezia, Cà Foscari, 2013;

A. R. Dicuonzo, Lacheronte della mala suerte. Sociostoria del dolore nella «Cognizione» gaddiana, in «Intersezioni», XXXIII, I-2013, pp. 81-112;

Virgilio, Tutte le opere, a cura di Guido Paduano, Milano, Bompiani, 2016;

G. Patrizi, Gadda, Roma, Salerno Editrice, 2017;

P. P. Pavarotti, Dei pomari e delle ville: annotazioni su Gadda poeta e il suo primo sonetto, in «Kepos», IV, 1-2021, pp. 104-29.

  1. Cfr. P. P. Pavarotti, Dei pomari e delle ville: annotazioni su Gadda poeta e il suo primo sonetto, in «Kepos», IV, 1-2021, pp. 104-29.

  2. Questo contributo si basa sulla preziosa e insostituibile edizione critica di Maria Antonietta Terzoli, verso cui il debito è destinato a restare sottostimato (C. Gadda, Poesie, Torino, Einaudi, 1993).

  3. C. E. Gadda, Poesie, op. cit., p. 3 (testo), pp. 59-60 (commento), pp. 103-104 (note filologiche). Si rinvia all’Introduzione di questa edizione e al saggio M. A. Terzoli, Alle sponde del tempo consunto, Pavia, Effigie, 2009, pp. 56-80, per i raffronti e i cospicui debiti con la raccolta poetica di Ugo Betti (1892-1953; scrittore e giudice di cui Gadda fu amico al fronte e recensore in congedo), Il re pensieroso, Milano, Treves, 1922.

  4. G. Contini & C. E. Gadda, Carteggio 19341963. Con 63 lettere inedite, a cura di D. Isella, G. Contini, G. Ungarelli, Milano, Garzanti, 2009, pp. 229-31: «A tergo ti scrivo un mio sonetto (ridicolo) del 1912, alla fine del liceo: ottobre. Scritto a Longone al Segrino, per gentilissima […] A Mina» (Firenze, 27/1/1946).

  5. C. E. Gadda, Poesie, op. cit., p. 104. In calce al sonetto: «prima della I guerra mondiale».

  6. Ivi, pp. 4 (testo), 60 e sgg. (commento), 104 (note filologiche).

  7. Ivi, pp. 5 (testo), 61 e sgg. (commento), 104 e sgg. (note filologiche).

  8. Commentando il primo sonetto, Gadda racconta: «Dante e l’Ariosto i miei amori […] Arieggia vagamente un ipotetico impasto Carducci-Petrarca. «Pomario» fu parola, allora, dannunziana: (Carducci e molto D’Annunzio a memoria)» (in «Epoca», 12 settembre 1954, citato in C. E. Gadda, Poesie, op. cit., p. 103). Così Dante: «lo sol, che dietro fiammeggiava roggio» (Pg III, 16; cfr. Par XIV, 87).

  9. «Più tardi Orazio e Virgilio. Di Orazio ho molte liriche a memoria, come del resto di tanti lirici» (in «Epoca», art. cit. in C. E. Gadda, Poesie, op. cit., p. 103). Sulle prime prove poetiche si veda anche G. Patrizi, Gadda, Roma, Salerno Editrice, 2017, pp. 191 e sgg.

  10. La metrica del primo sonetto è stata analizzata in P. P. Pavarotti, Dei pomari e delle ville…, art. cit., pp. 5-6, e non si discosta in fondo dalle conclusioni della Terzoli: «non segnala particolari tensioni in sede di rima» (C. E. Gadda, Poesie, op. cit., p. XIV). Per le sue caratteristiche (capitolo incompiuto in terza rima) non si ritiene opportuno trattare qui la terza poesia.

  11. Risuona un passo del Diario: «1 volta sola, a sera: il caffè ante lucem, per ragioni di fuoco» (C. E. Gadda, Racconto italiano di un ignoto del Novecento, in Opere di Carlo Emilio Gadda. Scritti vari e postumi, a cura di D. Isella, Milano, Garzanti, 2008, vol. V, p. 566). Quindi nei Miti del somaro: «il prurito […] di dover vivere a tutti i costi una vita commossa» (La consapevole scienza, in C. E. Gadda, Racconto italiano di un ignoto del Novecento, vol. V, op. cit., p. 914). Potrebbe valere anche per queste quartine l’autocommento di Gadda al sonetto: «non è scemo del tutto» (in «Epoca», citato in C. E. Gadda, Poesie, op. cit., p. 103).

  12. Da «Epoca» (in C. E. Gadda, Poesie, op. cit., pp. 59 e 103). Sempre con riferimento al primo sonetto Poi che fuggendo: «La breve lirica fu erogata di getto e messa su carta senza ripentimenti, senza, ahimè!, varianti: a Longone, in Brianza, nella nostra casa di campagna».

  13. Intervista Rai in via Merulana, non datata ma posteriore al Pasticciaccio (cfr. l’URL https://youtu.be/L3IGFpdo0t4: ultima consultazione: 15 agosto 2023).

  14. Così intende Gadda nell’autocommento (C. E. Gadda, Poesie, op. cit., p. 103). Sul finir del giorno del contadino si legga Certezza (in C. E. Gadda, Romanzi e Racconti I [1989], a cura di Dante Isella, Emilio Manzotti, Milano, Garzanti, 2007, vol. I, p. 39).

  15. «Il motivo conduttore delle prime poesie (e in realtà un po’ di tutta la raccolta) è lo spazio della natura osservato come teatro di eventi che disegnano un universo ora di pacata ora di drammatica mestizia» (G. Patrizi, Gadda, op. cit., p. 191).

  16. Taccuino DP3, Vita notata. Storia, Roma, Biblioteca Nazionale Centrale, Raccolta ’900, catalogo: A.R.C.59.Gadda.I.1/7; inventario: A2963023, c. 45v, ora in C. E. Gadda, Giornale di guerra e di prigionia, nuova edizione, a cura di P. Italia, Milano, Adelphi, 2023, p. 467.

  17. P. Italia, Note al testo, in C. E. Gadda, Giornale di guerra e di prigionia, nuova edizione, op. cit., p. 557.

  18. Sovviene per la scena pascoliana del cane di campagna il Borges della maturità (1969): «la misteriosa devoción de los perros» (J. L. Borges, Juan 1, 14, in Id., Tutte le opere, a cura di D. Porzio, vol. II, Milano, Mondadori, 2005, p. 261).

  19. «Le riviere sonanti grondavano giù dai muraglioni […] dove ci sono le stalle con i buoi» (C. E. Gadda, Cahiers II, in Id., Racconto italiano di ignoto del Novecento, op. cit., p. 403). Nel Castello di Udine (1934) si legge: «nel croscio solitario della pioggia» (Sibili dentro la valle in C. E. Gadda, Romanzi e Racconti I, op. cit., p. 265) → C. E. Gadda, Giornale di guerra e di prigionia, in Opere di Carlo Emilio Gadda. Saggi Giornali Favole e altri scritti II, a cura di D. Isella e M. A. Terzoli, vol. IV, Milano, Garzanti, 2008, pp. 784 e sgg.).

  20. Per la tormentata vicenda testuale si rimanda alle preziose note di Dante Isella (C. E. Gadda, Scritti vari e postumi, op. cit., pp. 1267-78).

  21. C. E. Gadda, Racconto italiano di ignoto del Novecento, op. cit., p. 568.

  22. Ivi, p. 577.

  23. Il nesso tra rovescio delle sorti, aggressività e status in Gadda è stato indagato con riferimento al contesto geografico e politico (A. R. Dicuonzo, Lacheronte della mala suerte. Sociostoria del dolore nella «Cognizione» gaddiana, in «Intersezioni», XXXIII, I-2013, pp. 81-112). Nell’opera ricorre pure «sonanti» (C. E. Gadda, Racconto italiano di ignoto del Novecento, op. cit., p. 403), come i «sonanti pini» della Meccanica (C. E. Gadda, Opere di Carlo Emilio Gadda. Romanzi e Racconti II, a cura di D. Isella, vol. II, Milano, Garzanti, 2011, p. 529).

  24. «Avevano avuto ville in Brianza, campi e terre hanno avuto. Hanno avuto una fede, una certezza, una prepotenza addosso […] lo stemma che sui (sull’arco dei) vecchi castelli soleva dire: “State attenti, carogne” e fino il vento e fin la tempesta solevano (parevano) fermarsi davanti mogi» (C. E. Gadda, Scritti vari e postumi, op. cit., p. 567). Con rimando alle infantili fantasie nobiliari di un gioco inventato col fratello Enrico e il nipote Carlo Fornasini a Longone negli anni 1906-1907. Il Ducato di Sant’Aquila (Carolus Emilius III) aveva stemma araldico e motto: «Justitiam sequamur, nos sequetur victoria» (G. C. Roscioni, Il duca di SantAquila. Infanzia e giovinezza di Gadda, Milano, Mondadori, 1997, pp. 72-78).

  25. Nel contesto letterario assai diverso della Meditazione Milanese (I, XVII), con analogo riferimento astronomico: «Quando un sistema si ‘rilassa’ ciò significa che dei miliardi di miliardi di relazioni in esso convergenti, in lui nucleatasi, alcune si scindono, si sperdono, più non intervengono in esso […] Le infinite relazioni si scindono, come vecchie stelle si frantumano e i loro residui si sperdono nello spazio infinito e vengono assorbiti da altri nuclei stellari» (Il cosiddetto bene in C. E. Gadda, Scritti vari e postumi, op. cit., p. 758). Notare l’ulteriore allotropo «nucleatosi». Anche qui ricorre «sonanti» (ivi, 893).

  26. C. E. Gadda, Romanzi e racconti, II, op. cit., p. 268.

  27. C. E. Gadda, Romanzi e racconti, I, op. cit., p. 653.

  28. Ivi, p. 692. Un identico Urtext di questo passo si trova nel secondo racconto dell’Adalgisa (edizione col titolo I sogni e la folgore) Navi approdano al Parapagàl (C. E. Gadda, Romanzi e Racconti, II, op. cit., p. 429). Ancora in Adalgisa si legge: «come di vaccina che si sia spersa nei laberinti e nei romitaggi del monte: strappata da un rotolare di tuoni alle consuetudini del pascolo, alla sodalità della mandra. E c’era, cosa incredibile, del rossore» (Quando il Girolamo ha smesso, in C. E. Gadda, Romanzi e Racconti, I, op. cit., p. 322). Tanto per restare in continuità vespertina con la trilogia poetica giovanile: «fuochi accender, roggio, arrossa». L’atmosfera cupa torna nel Castello di Udine: «la mala tromba, quando muggirà di sopra dai nùvoli neri […] con sibili dentro le buie valli» (Sibili dentro le valli: ivi, pp. 267 e 274).

  29. C. E. Gadda, Romanzi e racconti, II, op. cit., p. 143.

  30. Ivi, p. 191.

  31. Ivi, vol. I. p. 707.

  32. Cfr. P. P. Pavarotti, Dei pomari e delle ville…, art. cit., pp. 117-122. Si aggiunga a proposito la Casa Merlata della Madonna dei Filosofi (C. E. Gadda, Romanzi e Racconti I, op. cit., p. 101).

  33. G. Gorni, Lettura di ‘Autunno’ (Dalla ‘Cognizione’ di Carlo Emilio Gadda), in «Strumenti critici», XXI-XXII, 1973, pp. 291-325.

(fasc. 49, 31 ottobre 2023, vol. II)