Benché Amelia Rosselli e Paul Celan siano stati entrambi poeti devoti principalmente a una poetica della figuralità metaforica e connotativa, tanto da essere spesso stati accusati a torto di produrre opere “oscure” e di difficile interpretazione e lettura, la tragica assurdità della loro crudele vicenda biografica rimane centrale entro le trame del loro tessuto lirico, un asse portante che assume un’importanza essenziale e decisiva anche nelle scelte tematiche che informano le loro poesie. Ma la realtà che emerge attraverso le loro liriche, sia essa quella passata o quella a loro contemporanea, quella evocata o quella rimossa, non diventa mai referente puro e diretto, rispecchiamento preciso e oggettivo, perché costretta a passare con puntigliosità attraverso le maglie e i filtri di un io lirico che per entrambi i poeti esaminati non è mai sempre e solo autobiografico o confessionale, ma acquisisce spesso una valenza biografica e di universalità storica. Accade ovviamente che le modalità e i dispositivi che Celan e la Rosselli utilizzano per piegare la Storia con la S maiuscola sotto il dominio della lingua poetica siano molto differenti ed eterogenei, muovendosi essi su piani formali e contenutistici assai diversi, provenendo da due antitetici background culturali e inseguendo a loro modo due distanti idee di far poesia. È possibile, tuttavia, evidenziare alcune direttive convergenti che si muovono sotto traccia – nel sottosuolo delle loro strategie testuali e dei loro procedimenti poetici –, capaci di mettere in rilievo le modalità all’interno delle quali l’indirizzo autoriale dei due poeti, almeno nella prima parte della loro produzione, arriva a intrecciarsi, a fondersi sino all’inscindibilità, con la loro (auto)biografia e viceversa. Continua a leggere Sul limine della vita. Rosselli e Celan tra poesia e autobiografia
(fasc. 28, 25 agosto 2019)