L’infinito inizia con l’infinito, dall’infinito, e nell’infinito. Sempre. Attacco senza tempo con avverbio infinito di tempo. Sempre. L’avverbio apre da subito da una voragine immensa, e in primo luogo dalla voragine degli affetti, della meccanica delle emozioni e del ricordo, ma ancora di più sulla magia o malìa del tempo, sul mistero del tempo: il colle è amato da sempre, è stato al poeta sempre caro. In realtà, Leopardi non dice mi è stato ma mi fu, e cioè nel passato, nel passato remoto, il colle è eternamente, ab aeterno, caro (ma solo nel passato remoto e senza riferimento al presente); e solo nel passaggio dolentissimo dall’attimo passato (mi fu, lo vedremo, è funebre e irrimediabilmente passato, e cioè passato per sempre, come ogni attimo alle nostre spalle: ogni attimo alle nostre spalle precipita in notte eterna e irrimediabile, dunque in un’eternità passata, è perduto per sempre)[1]. Continua a leggere Aporie, smottamenti, voragini nella versificazione di Giacomo Leopardi: la modalità della vertigine. L’incipit dell’Infinito: «Sempre caro mi fu quest’ermo colle»
(fasc. 26, 25 aprile 2019)
