Trieste è, fra le molte altre cose, un luogo mitopoietico. Come un albero di pere dà instancabilmente pere, Trieste crea continuamente miti di sé stessa, tali che per qualche tempo sembrano dare una lettura chiara ed esaustiva della sua irriducibile complessità. Ma questi miti territoriali e moderni, a differenza di quelli universali e antichi, hanno vitalità breve. Uno dei più interessanti e resistenti è quello della città “crogiolo”, di lingue, popoli, culture, quello che secondo la corrispondente espressione inglese diremmo un melting pot. Ma un crogiolo è un affare in cui metti degli oggetti eterogenei, fornisci calore, e ciò che sta dentro si fonde, appunto, dando vita ad un amalgama nuovo. Nel crogiolo triestino, come ha lapidariamente stabilito Bazlen, non si è mai fuso niente. Anzi spesso i miti contrapposti hanno contribuito ad allargare le distanze fra le diverse anime della città: una fetta a sognare l’unico porto, la perla dell’Austria Felix, naturalmente opposta all’Irredenta ardente di italianissimo fervore; così la fascistissima e, di lì a poco, la socialista federativa e jugoslava del motto titino «Trst je naš»; per qualche tempo l’isolato capoluogo del suo stesso microscopico regno sovranazionale, lo swinging TLT–Territorio Libero di Trieste, anzi, Free Territory of Trieste sottoposto al governo militare alleato; più recentemente la capitale meridionale della Mitteleuropa e, ancora, il “nessun luogo” evocato da un suggestivo libro di Jan Morris. E chissà quanti ne dimentico. Sono tutte letture sovrapposte e mitologiche, quando più e quando meno fondate. Ed è corretto parlarne in questi termini, anche quando si tratta di eventi storici, perché qui ci si rifà, appunto, alla loro natura mitica o, come si dice ora, alla narrazione che ne viene fatta, che spesso è tutta retrospettiva. Continua a leggere Anglo, Franco, Slavo, Italo, Svevo. Il mito e il fatto della letteratura triestina
(fasc. 23, 25 ottobre 2018)