La magia dell’ukulele incontra il fascino di Monopoli: Musica, Bellezza e Comunità al Monopolele 2024

Author di Vincenzo Vona

Si vocifera negli ambienti ukulelistici che l’idea del Monopolele sia nata in una serata vacanziera nella quale Salvo Mc Graffio e Mauro Minenna, ideatori e organizzatori del festival, videro nella città di Monopoli la location perfetta per una manifestazione musicale con protagonista lo strumento hawaiiano per antonomasia.

Si dice, inoltre, che ad accendere in loro l’entusiasmo fu una discreta quantità d’alcool, e sinceramente non stento a crederlo, perché suppongo che per pensare di mettere in moto una macchina così complessa ci vogliano determinazione sì, coraggio certamente, intraprendenza senza dubbio, ma soprattutto pochi freni inibitori.

La kermesse entra nel vivo il 30 maggio 2024, ma la presenza di un gruppo di folli irlandesi, Ukulele Tuesday, ukulelisti dublinesi fortissimi nell’animare le jam session, la fa cominciare “con il botto” già dalla sera del 29 con una coinvolgente esibizione che fa entrare nel clima festaiolo che caratterizzerà tutte le giornate e serate a seguire. Sì, perché nei festival di ukulele di tutto il mondo le persone non vogliono solamente godersi le performance di straordinari musicisti, ma suonare il più possibile, con chiunque, a qualsiasi ora del giorno e della notte e in qualsiasi luogo.

L’organizzazione parte dall’accoglienza, e a Palazzo Palmieri c’è l’Info point del Monopolele, uno stand dove trovare gadget, merchandising, il Songbook con le canzoni da suonare insieme alle jam session, il programma dei concerti e dei workshop, tutto gestito con cordialità e gentilezza da un team molto simpatico, sorridente e disponibile.

Il pomeriggio del giovedì è animato dall’Open mic, gestito con grande maestria da Giulia Nervi, attrice, comica, cantante, amante dell’ukulele e per l’occasione Maestra di cerimonie di uno dei momenti più attesi in tutti i festival. Gli ukulelisti fremono per far ascoltare la propria musica: non importa il livello di preparazione; la gioia di ognuno nel suonare davanti a un pubblico per la maggior parte composto da suonatori di ukulele, e che quindi comprende la tua passione per questo strumento, è immensa.

Si continua con l’Ukulele beach Party a Porto Rosso, una location di una bellezza indescrivibile, con gli inglesi Peter Moss e George Elmes. Uno, una leggenda dell’ukulele (non per niente conosciuto come “Ukulele Man”), e l’altro un giovane musicista dal futuro radioso, con un talento straordinario e una tecnica sopraffina. Si prosegue con Feng E, un talentuosissimo sedicenne di Taiwan che suona da virtuoso già da qualche anno. Una performance, la sua, all’insegna della sperimentazione: l’uso del distorsore o del wah wah, effetti tipici della chitarra elettrica, può far storcere il naso ai puristi, ma è fuori da ogni dubbio che questo ragazzo ha una tecnica e un’affinità con l’intrattenimento del pubblico invidiabili, degne dei performer più datati.

Concludono la serata i Veeble, un progetto musicale che da quanto ho capito nasce appositamente per Monopolele. La Party Band porta in spiaggia un sound molto coinvolgente che passa dal reggae alle atmosfere balcaniche e al rock con disinvoltura e grande maestria; l’uso dell’ukulele in questo contesto può sembrare un pochino forzato, ma la versatilità di questo strumento non smette mai di stupirmi ed è una delle caratteristiche che in lui apprezzo di più.

Si arriva a un altro dei momenti più desiderati da coloro che, ukulele a tracolla, si sono goduti il concerto: la Jam session. Alla Perla Nera di Monopoli, bellissimo locale in riva al mare, ecco che le corde si scaldano, le ugole si infiammano e si inizia a suonare e a cantare a squarciagola fin quando ce n’è!

Il venerdì partono i workshop: a rompere il ghiaccio con un workshop dal titolo The magic of Major Scale sono proprio io, Vincenzo Vona, ukulelista proveniente dal Nord Italia, docente di ukulele certificato da JHUI (James Hill Ukulele Initiative) e promotore del metodo internazionale Ukulele in the class room, ideato dal didatta e performer canadese James Hill.

Seguono George Elmes con Magic Strumming!, Peter Moss con The summer wind e Feng E con More Rhythm.

La partecipazione ai seminari è ampia e sentita: c’è molta voglia di imparare cose nuove da parte del pubblico, che si mette costantemente in gioco per approfondire lo studio dello strumento. C’è spazio anche per chi non ne ha mai imbracciato uno, e addirittura per chi non lo possiede, grazie ad Alessandra Scaraggi e a Irene Aliverti. Le due ukuleliste, infatti, offrono nella chiesa di San Pietro lezioni gratuite e ukulele a chi non lo ha: una bellissima iniziativa che permette ai curiosi di approcciarsi allo strumento e di iniziare a suonare i primi semplici accordi.

Inoltre, non può assolutamente mancare in ogni festival che si rispetti la Parata: si parte da Piazza Palmieri e si arriva suonando al Porto vecchio, dove Adriano Bono, frontman dei Reggae Circus, arriva su una barchetta a remi suonando il proprio ukulele, anche se purtroppo la bellissima iniziativa viene bruscamente interrotta dalla pioggia (ma sarà recuperata alla Jam notturna!).

I concerti del venerdì sera si tengono in piazza Palmieri, luogo fulcro del festival. È il turno di Evan J. De Silva, da Singapore: nonostante sia anch’egli un giovanissimo e talentuoso ukulelista, ciò che mi ha colpito di lui è la sua profonda musicalità. Evan ha un grande senso ritmico, melodico e di interplay, un gusto musicale e una delicatezza nella performance che mi hanno piacevolmente sorpreso.

Ed ecco apparire uno dei primi strumenti ibridi: Victor Jofre, musicista e liutaio cileno, porta sul palco il proprio ukulele tahitiano, dal suono allegro e vivace, che evoca atmosfere esotiche e lussureggianti. Ritmi caraibici e del Sudamerica si mescolano a musiche di diverse provenienze e sottolineano la natura da Globetrotter di Jofre.

Ad un certo punto un fuori programma: tre personaggi bislacchi tentano un’incursione sul palco principale e ci riescono! Sono Marco Tregambi, Alessandro Pedroni e Frank Impudent dell’OrcheStrafottente. L’improvvisato trio fa divertire, ma anche pensare; notevole, infatti, e a tratti geniale è il brano di Amanda Palmer Ukulele Anthem tradotto e riadattato in italiano: una vera e propria poesia sull’ukulele.

Li hanno definiti “orchestra”, “ensemble”, “band”: i Sinfonico Honolulu possono rientrare in ognuna di queste definizioni e sono di sicuro la miglior formazione ukulelistica che abbiamo in Italia. I loro arrangiamenti sono ricchi, preparati con rara sapienza; il repertorio di successi pop rock è una vera e propria bomba esplosiva e hanno una presenza sul palco che riesce a coinvolgere tutti. I concerti della seconda serata non potevano concludersi in modo migliore.

La Jam notturna si sposta al Caffè mezzopieno e qui la faccenda si fa ancora più godereccia: non troviamo solo ukulelisti, ma tutta la città. Turisti, monopolitani e chiunque passi di lì si uniscono alla festa.

Il sabato 1° giugno è stata forse la giornata più intensa del festival: abbiamo avuto la sessione mattutina dei workshop a Palazzo Palmieri con Vincenzo Gioia e il suo workshop dal titolo Get started on improvisation, Aldrine Guerrero con These are a few of my favorite riffs e Calico con The magic technique-SWAY; e quella pomeridiana con Davide Donelli e il suo Strumming! Idee per un’esecuzione storicamente informata, Cathy Fink con Clawhammer Ukulele e Marcy Marxer con Motown Jam.

L’immancabile Parata del sabato ha un itinerario diverso, partendo da Piazza Garibaldi per arrivare al teatro Radar, dove ci aspetta il concerto di Giovanni Albini, straordinario performer di musica classica interpretata con l’ukulele nonché docente di teoria, ritmica e percezione musicale (dobbiamo ringraziare Albini se l’ukulele è entrato al Conservatorio); e Francesco Verginelli, liutaio romano che costruisce ukulele dal suono elegante e dalla grande personalità.

Arriviamo all’apice della manifestazione, almeno dal mio punto di vista, con una scaletta di artisti, per il concerto in piazza, superlativa. Il duo Cathy Fink & Marcy Marxer delizia con un mix di atmosfere country, bluegrass e jazz, il tutto arricchito da una delle tecniche più interessanti e purtroppo meno eseguite sull’ukulele per la sua oggettiva difficoltà: il Clawhammer. Questa tecnica arriva dal banjo e la sua particolarità è quella di sfruttare, proprio come fa il banjo appunto, la corda di Sol dell’ukulele, che in gergo è definita “rientrante” perché accordata un’ottava sopra rispetto a come ci si aspetterebbe in uno strumento a corde con quegli intervalli di note, per eseguire ritmi e melodie tipiche del Traditional Folk Americano.

Jedbalak, secondi solo in ordine di scaletta, offrono al pubblico un raffinato pot-pourri di melodie dal sapore mediterraneo che colloca il festival in una dimensione propria, che gli appartiene. Le musiche, sapientemente interpretate dalla band calabro-marocchina, sono un’immersione totale nell’habitat del Sud Europa. Il frontman della band inebria con i suoi vocalizzi da brividi e il suono del guembri, strumento a tre corde di origine nordafricana, un basso percussivo che sa di terra, di radici, che suona all’altezza del primo chakra e muove i nostri istinti primordiali.

Il gran finale è affidato a quello che per me è il miglior ukulelista al mondo (assieme a James Hill), Aldrine Guerrero, che, accompagnato dal suo “Partner in Crime” Aaron Nakamura, offre uno show semplicemente straordinario. Tecnica, interpretazione, timing, Aldrine ha tutto, persino una bellissima voce: soave, delicata, che arriva al cuore. E poi Aaron Nakamura! Che chitarrista! l’ho definito a fine concerto, andando a dirglielo di persona, un “metronomo umano” per la sua capacità di tenere il tempo. Si sa, dal vivo succede: i musicisti tendono a velocizzare o rallentare la velocità dei brani; e invece lui procede dritto come una freccia! I due artisti concludono il loro spettacolo invitando sul palco i due giovani prodigi Evan J. De Silva e Feng E, e il finale è da fuochi d’artificio. Poi di nuovo una Jam session al Mezzopieno a Monopoli, e le ore si fanno sempre più piccole.

L’ultimo giorno di festival inizia con un’altra serie di interessantissimi workshop: Patrìcia Lestre (P I S C O) con One hour, one flower, one song, una surpresa!, Francesco Verginelli con Exploring Ukulele Acoustics: Understanding Your Instrument e Victor Jofre con South pacific ukulele.

Quasi in contemporanea nella Chiesa di San Pietro avviene una delle cose meno prevedibili, il progetto Organetto a cUkù, un altro riuscitissimo esperimento di mescolanza di musiche e culture con lo scopo di far ballare a tutti, ma proprio a tutti (me compreso!), una serie di danze popolari, in coppia e in cerchio, delle tradizioni di tutto il mondo.

Ammetto di essermi poi posto la domanda: “Si può fare un Open Mic di quattro ore?” La risposta è sì: al Monopolele si può! Incredibile! La lista dei nomi per prenotare i propri 7 minuti era lunghissima e le esibizioni davvero interessanti. Dalle 14 alle 18 nella stessa chiesa l’ultimo palco aperto del festival è stato un successo! E c’è stato spazio anche per un laboratorio di ukulele rivolto ai più piccoli a Palazzo Palmieri, Ukulele for Kids.

Arriva il tempo dell’ultima parata e, mentre si attendono i ritardatari in loco, c’è l’uomo giusto, nel posto giusto, al momento giusto: Lorenzo Vignando, in Arte Ukulollo, che intrattiene il pubblico con la sua straordinaria verve da vero showman, con canzoni semplici, con pochi accordi che possono suonare tutti, e ci conduce al Porto Vecchio per l’ultimo grande ritrovo e la foto di rito.

La serata finale di concerti apre con i Rhomanife, un piacevole fuoriprogramma: infatti, la band non era in scaletta. Una sorpresa che gli organizzatori hanno voluto fare ai Monopolitani, probabilmente per via della loro provenienza. La Reggae Band, infatti, vanta un glorioso passato nell’underground barese e suona musica energica, fatta di testi profondi e ricercati; hanno una grande personalità, la cosa che personalmente apprezzo di più in un collettivo musicale.

Tiene alta l’energia della piazza il duo Pisco dal Portogallo, ukulele e fisarmonica che allietano con musiche evocative della loro terra, con quel velo di malinconia propria della musica portoghese, ma anche piena di ritmi suadenti. Una voce calda, profonda e penetrante, ricca di basse frequenze fa vibrare le membra e accompagna in un viaggio ai confini del mondo!

Ci spostiamo a Est e andiamo in Georgia con il Trio Mandili, gruppo prettamente vocale che si accompagna con il Panduri, strumento a tre corde originario del Caucaso che si utilizza nella musica folk e nelle canzoni popolari. Ed è proprio questa la caratteristica principale del gruppo tutto al femminile: l’esecuzione di brani popolari tipici del loro paese del quale, a giudicare dall’outfit e dalla presenza di alcuni loro conterranei con bandiere sventolanti, vanno particolarmente fiere. Il loro sound è unico, le loro voci toccano tutti i registri e alcune coreografie appena accennate hanno tantissima affinità con la nostra tarantella e la pizzica.

Si chiude in bellezza come si è aperto, con il dinamico duo inglese Peter Moss-George Elmes di cui si è già parlato, anche se questa volta la performance raggiunge livelli di tecnicismo notevoli e molto apprezzati dalla folla: una chiusura degna di un festival praticamente perfetto. L’ultima Jam ha il sapore amaro degli addii, anche se rimane comunque una festa.

Il Monopolele si candida, e forse lo è già, ad essere uno dei migliori festival di ukulele in Europa. Non solo, ma aver accolto quest’anno altri strumenti cordofoni, parenti dell’ukulele, ha portato la manifestazione a un altissimo livello. Mi sento di dire che non ha nulla da invidiare ad altri festival musicali non settoriali.

E poi c’è l’aspetto più importante, a mio modo di vedere, che è quello di aver dato, attraverso le tantissime iniziative, quel senso di Community che è proprio del mondo dell’ukulele italiano, anzi europeo. Ho avuto la possibilità da una decina d’anni a questa parte di vedere alcuni uke Fests in Italia e in Europa, e quello che ti rimane quando torni a casa è quel senso di appartenenza, di fratellanza, di coesione e di non competizione che sta dietro all’universo di questo piccolo grande strumento.

Una volta un tizio abbastanza famoso disse più o meno così: «Ognuno dovrebbe avere e suonare un ukulele, è così semplice che puoi portarlo con te ed è uno strumento che non puoi suonare senza ridere! È molto dolce e anche molto antico. […] Io lo adoro ‒ più siamo, meglio è ‒. Chiunque io conosca che possiede un ukulele è un “matto”. Quindi prendetene un po’ e divertitevi».

Quel tizio si chiamava George Harrison.

(fasc. 52, vol. II, 3 giugno 2024)

Troppo rumore per nulla. Qualche nota sulle canzoni del Festival di Sanremo 2024

Author di Massimo Scotti

In occasione dei funerali di Vittorio Emanuele di Savoia, il 10 febbraio 2024, una cronista del canale televisivo La7 così commentava: «Fa un po’ strano sentir parlare di titoli nobiliari ancora nel 2024». Casualmente, la giornata coincideva con la finale del Festival di Sanremo. Il caso ha spesso una sorridente ironia, e lo dimostra mettendo in atto un principio esoterico fra i più enigmatici e suggestivi: “Riunire ciò che è sparso”. Cosa si può indovinare, o dedurre, dal presentarsi di una simile coincidenza? Forse un fatto piuttosto semplice e sotto gli occhi di tutti: la tradizione è finita. O almeno tende a scomparire. A nascondersi. O a dissimulare il proprio aspetto sotto mentite spoglie.

La giornalista, piuttosto giovane, che si stupisce sentendo ancora parlare di titoli nobiliari, oggi, rivela una certa ingenuità. E sicuramente uno scarso senso della storia – ma è l’assenza di consapevolezza che atterrisce. La medesima assenza di consapevolezza che traspare dai motivi festivalieri, e che si avverte ancor prima dell’ascolto iniziale, nella lettura dei testi delle canzoni; verrà confermata, successivamente, dopo che i brani in gara sono stati interpretati, ripetuti, registrati e trasmessi più e più volte, da ogni mezzo di comunicazione, sempre più ossessivamente.

Come insegna a fare Michel Foucault, sento l’esigenza di definire chi è l’autore di questo discorso, a scanso di equivoci. Si tratta di una persona non più giovane, nata all’inizio degli anni Sessanta, che forse può almeno in parte compensare la propria ignoranza di tecnica musicale con un’assidua attenzione durata sei decenni per la manifestazione canora; tale persona è comprensibilmente in grado di valutare più i testi dei brani che le loro forme melodiche, e comunque solo da appassionato e dilettante. A sua discolpa può dire di conoscere almeno un poco la tradizione poetica occidentale e (anche solo per motivi anagrafici) la storia recente del costume italiano; è da queste premesse che si accinge a tentare una breve analisi, sapendo già quanto potrebbe apparire azzardata.

Sempre chi scrive qui fa appello a una generosa epoké, la sospensione del giudizio che sola può rendere libera ogni valutazione.

Un meraviglioso storico dell’arte come Roberto Longhi amava la canzone popolare e Marcel Proust la difese con parole celebri:

Detestate la cattiva musica, non disprezzatela. Dal momento che la si suona e la si canta ben di più, e ben più appassionatamente, di quella buona, molto di più di quella buona si è riempita a poco a poco del sogno e delle lacrime degli uomini. Consideratela per questo degna di venerazione. Il suo posto, nullo nella storia dell’Arte, è immenso nella storia sentimentale della società. Il rispetto, non dico l’amore, per la cattiva musica non è soltanto una forma di quel che si potrebbe chiamare la carità del buon gusto, o il suo scetticismo, è anche la coscienza dell’importanza del ruolo sociale della musica. Quante melodie, di nessun pregio agli occhi di un artista, fanno parte della schiera dei confidenti preferiti dai giovanotti sentimentali e dalle innamorate! Quante “Anelli d’oro”, quante “Ah! resta a lungo addormentata”, le cui pagine vengono sfogliate ogni sera, tremando, da mani giustamente celebri, bagnate dagli occhi più belli del mondo con lacrime di cui il più puro maestro invidierebbe il malinconico e voluttuoso tributo – confidenti ingegnose e ispirate che nobilitano il dolore ed esaltano il sogno e che, in cambio del segreto ardente che viene loro confidato, offrono l’illusione inebriante della bellezza! Come il popolo, la borghesia, l’esercito, la nobiltà, hanno gli stessi postini, portatori del lutto che li colpisce o della felicità che colma i loro cuori, così hanno gli stessi messaggeri d’amore, gli stessi confessori prediletti. Sono i cattivi musicisti. Un certo ritornello insopportabile, che ogni orecchio nobile e raffinato si rifiuta all’istante di ascoltare, custodisce dentro di sé i tesori di migliaia di anime, conserva il segreto di migliaia di vite, di cui fu la viva ispirazione, la consolazione sempre pronta, sempre aperta sul leggio del pianoforte, la grazia sognante e l’ideale. Certi arpeggi, una certa “ripresa” hanno fatto risuonare nell’anima di chissà quanti innamorati, di chissà quanti sognatori le armonie del paradiso o la voce stessa dell’amata. Uno spartito di mediocri romanze, consumato per aver troppo servito, ci deve commuovere come un cimitero o come un villaggio. Che importa che le case non abbiano stile, che le tombe spariscano sotto le iscrizioni e gli ornamenti di cattivo gusto. Da questa polvere può levarsi in volo, davanti a una immaginazione abbastanza benevola e rispettosa per mettere a tacere un istante la sua alterigia estetica, lo stormo delle anime recanti nel becco il sogno ancora verde che faceva loro presentire l’altro mondo, e le induceva a gioire o a piangere in questo[1].

A dar ragione a Proust è Mathilde Bauchard, indimenticabile protagonista del film di Truffaut La Femme d’à côté, interpretata da Fanny Ardant, quando, in ospedale e in preda a una grave depressione, riceve la visita dell’uomo che ama disperatamente, Bernard Coudray (un inarrivabile Gérard Depardieu). «Non faccio niente tutto il giorno», dice Mathilde, trasognata e dolente. «Ascolto solo le canzoni. Sono stupide, ma dicono la verità: ‘Ti amo, non posso perderti. Non posso vivere senza di te’. Che altro c’è da dire?»[2].

Possiamo concordare ancora? Le canzoni “dicono la verità”? La dicono sinceramente, interpretando il nostro sentire odierno o del passato? E come la dicono?

Prendiamo un brano a caso, quello proposto dal cantante Alfa:

Mi han detto che il destino te lo crei soltanto tu

Vai a tempo col respiro e se corri ne avrai di più

[…] Mi han detto se ti senti così vivo

Non guardarti indietro mai e vai uh uh[3]

Un certo ottimismo americaneggiante è all’origine di queste concezioni, di abbagliante superficialità e di profonda pericolosità. Quindi, se ti va male, puoi incolpare solo te stesso; se «vai a tempo col respiro e corri», ne avrai di più: ma di cosa? Di destino, di tempo, di respiro? L’inserto affannoso («Uh uh») farebbe propendere per la terza ipotesi, ma, in sostanza, che cosa vuole dirci Alfa?

Mi han detto tempo al tempo

E non avere fretta più

Ricordo che cantavo disteso nel letto

Sognandomi cantare ma dentro un palazzetto[4]

Una considerazione che in parte contraddice le precedenti: ora c’è un saggio richiamo alla calma, al dominio dell’irrequietezza: «Tempo al tempo, non avere più fretta». Ma l’affermazione successiva è più interessante, in quanto mitopoietica: il successo, il destino agognato, è l’esibizione «in un palazzetto» (si suppone: dello sport). Il cantante sogna sé stesso acclamato da un pubblico, mentre fa quel che sta facendo in quello stesso momento sul palco dell’Ariston: metascrittura? O addirittura mise en abyme? Qualcosa induce a supporre che l’autore ignori simili concetti: la letteralità del suo messaggio, che disdegna le sfumature, per esempio.

Il brano si conclude con un monito piuttosto sensato: «Se stai via dalla strada e via dai guai / Tu non guardare indietro mai e vai». In questa filosofia contemporanea un po’ d’accatto, risuona dopotutto il buonsenso dei nonni.

Alfa, che invita a «non guardare indietro», sarebbe il primo a stupirsi di questa considerazione, che troverebbe forse offensiva. Ma il perbenismo dei nostri tempi è reso evidente dal confronto con un altro invito, quello offerto dalla star nazionale e internazionale Loredana Bertè, che in passato spronava proprio a confrontarsi con “la strada”:

Mentre la chitarra suona ancora un po’

Esci per la strada e scendi giù in metro

Così scoprirai

Che

Rinchiusi in una stanza non si vince mai[5]

Quest’anno, proprio la cantautrice ha ottenuto il Premio della Critica per il brano Pazza, interpretato come un inno alla libertà individuale e a un’idea di gran moda: l’autodeterminazione femminile. Niente di male, anzi. Forse si potrebbe obiettare che però questo fondamentale messaggio è espresso con una certa corrività facilona che caratterizza anche un film di successo basato su temi analoghi: C’è ancora domani di Paola Cortellesi (2023). Ecco l’esordio della canzone premiata:

Sono sempre la ragazza

Che per poco già s’incazza

Amarmi non è facile

Purtroppo io mi conosco

Ok ti capisco

Se anche tu te ne andrai via da me

Col cuore che ho spremuto come un dentifricio

E nella testa fuochi d’artificio

Adesso vado dritta ad ogni bivio

Va bene sono pazza che c’è che c’è[6]

Il testo è annoverabile fra i peggiori di Loredana Bertè, che ha interpretato e anche composto, invece, dagli anni Settanta del Novecento, canzoni intelligenti e visionarie, dotate di una certa ispirazione lirica scabra e fantasiosa, con caratteri di originalità molto frequenti, che riaffiorano qui solo sporadicamente, in immagini non ancora del tutto viete ma certo più pallide e prevedibili di un tempo: «Io cammino nella giungla / Con gli stivaletti a punta / E ballo sulle vipere»[7]. Si nota però, e questo va detto, una certa attenzione per la metrica che rende il testo – anche solo scritto e non cantato – apprezzabile da un punto di vista ritmico, ma niente di più: si tratta di un manifesto sociopolitico, un elenco di slogan, privo di una qualsivoglia ricerca stilistica; un tipo di discorso piattamente “denotativo” che ha ben poco di “connotativo” (e questo vale, purtroppo, per la quasi totalità delle canzoni sanremesi di quest’anno).

Quando, anzi, si ricerca un tipo di linguaggio più metaforico, si frana facilmente, e disperatamente, nella goffaggine. L’esempio tipico è quello di uno fra i brani più osannati, e incredibilmente fatti oggetto di qualche riflessione esegetica, cioè Tuta gold di Mahmood:

Soffrire può sembrare un po’ fake

Se curi le tue lacrime ad un rave

Maglia bianca, oro sui denti, blue jeans

Non paragonarmi a una bitch così

Non era abbastanza noi soli sulla jeep

Ma non sono bravo a rincorrere

5 cellulari nella tuta gold

Baby non richiamerò

Ballavamo nella zona nord

Quando mi chiamavi fra

Con i fiori fiori nella tuta gold

Tu ne fumavi la metà

Mi passerà

Ricorderò i gilet neri pieni di zucchero

Cambio numero

[…] Dov’è la fiducia diventata arida

È come l’aria del Sahara

Mi raccontavi storie di gente senza dire mai il nome nome nome

Come l’amico tuo in prigione ma

A stare nel quartiere serve fottuta personalità

Se partirai dimmi tua madre chi la consolerà

[…] Mi hanno fatto bene le offese

Quando fuori dalle medie le ho prese e ho pianto

Dicevi ritornatene al tuo paese

Lo sai che non porto rancore

Anche se papà mi richiederà

Di cambiare cognome[8]

L’acclamatissimo brano ha senza dubbio, all’ascolto, un ritmo incalzante, al punto da diventare fastidioso. Il linguaggio, però, è davvero imperdonabile. Certo alcune allusioni alla strettissima contemporaneità, agli ambienti della tossicodipendenza, al mondo dei rave e in generale alla socialità giovanile possono apparire trasparenti alle nuove generazioni, comunicare con loro e persino affascinarle (come diceva Paul Valéry, «le moderne se contente de peu»). Si teme però che, una volta decriptato, questo artificioso linguaggio non si mostri in grado di esprimere altro che situazioni piuttosto scontate. Dietro le espressioni più lambiccate, la canzone reitera temi tipici affrontati dall’interprete fino a rischiare la monotonia. Il difficile rapporto con il padre, le preoccupazioni per la madre, la sensazione di estraneità a un mondo che esclude. Davvero, non si è già abbastanza sentito? E chi “non le ha prese, fuori dalle medie”? Per un motivo o per l’altro, alzi la mano chi non è stato vessato nel momento più drammaticamente conflittuale della vita di ciascuno (bianco o nero, etero oppure omosessuale, maschio o femmina, indigeno o straniero, asino o secchione, ce n’è sempre stato per tutti, e per i motivi più disparati).

Affiora un problema critico molto attuale in questi tempi: un messaggio viene apprezzato in quanto tale, e mai per l’aspetto stilistico che assume per la sua trasmissione (“se” arriva ad assumerla). Non si discute qui dell’importanza sociale di rivendicazioni, afflati libertari, proclamazioni di diritti, ricerca di giustizia collettiva e individuale, espressioni di problemi sommersi, anche molto gravi. No. Si deve considerare – se consideriamo la canzone popolare una forma d’arte – il suo aspetto artistico, formale, lirico, in una parola: “poetico”. Un canto popolare italiano divenuto internazionale come Bella ciao[9], per intenderci, ha un suo valore stilistico dato dall’intreccio delle immagini, dal tono accorato che lo contraddistingue, dall’emozione che suscitano i suoi versi semplici, diretti, ma anche “formalmente” significativi, proprio per la sobrietà con cui viene espressa la situazione drammatica del motivo, ormai divenuto emblematico degli aneliti alla libertà, alla pace, alla speranza di ogni popolo oppresso.

Le canzoni sanremesi dell’edizione 2024 appaiono, da tale punto di vista, estremamente povere. Un esempio è il brano proposto da BigMama, che andrebbe citato per intero:

Se potessi andare indietro ti darei una casa vera in cui dormire

Se anche fossi solo vetro ti coprirei per strada e mi farei colpire

Spalle larghe, la testa sopra ma i sogni ancora più in alto

Parole tante, ma poi strappate da ciò che diceva un altro

Pochi anni ma tanti sbagli che manco facevi tu

Li nascondevi tra lacrime d’odio che riempiva i tuoi occhi blu

Coi pugni stretti e i pensieri fragili, guardati adesso

Crollavi sempre anche con basi stabili, ma ora detesto

Pensare a me come a una di quelli lì, che ci hanno perso

Pezzi di loro per darne agli altri

Pezzi di cuore come gli scarti

Guarda me

Adesso sono un’altra

La rabbia non ti basta

Hai cose da dire

Se ti perdi segui me

Quel vuoto non ti calma

È il buio che ti mangia e non ti fa dormire

Animo buono ma riempito d’odio

Per far testa a quello degli altri

Più di un colpo d’arma da fuoco

E ti restava solo incassarli[10]

Il resto procede su questo tono, in frasi quantomeno abborracciate, metafore oscure, parecchie catacresi, ovvietà a dismisura, lessico da verbale dei carabinieri (quei «colpi d’arma da fuoco») o da testo pubblicato presso “case editrici” a pagamento (perché nemmeno in un tascabile offerto come allegato di «Confidenze» sarebbe più ammissibile una frase come «Tra lacrime d’odio che riempiva i tuoi occhi blu»).

Fatto sta che la canzone è stata dapprima selezionata e poi santificata perché dovrebbe esprimere rabbia e coraggio, nonché la rivincita di una ragazza sovrappeso che riesce finalmente ad accettare il proprio corpo (e non vuole sottoporsi all’umiliazione di una dieta). Il tema è fra i più attuali e, di nuovo, la rivendicazione più che legittima: la costrizione capitalistica alla magrezza ha dato luogo a disturbi non solo alimentari ma anche psicologici e psichiatrici di ogni tipo; ma questo non basta: il testo della canzone, in sé, è scadente.

E si salva ancora rispetto ad altri brani, nemmeno giustificati da un qualunque intento ideologico:

Serve un’idea

Continentale

Vorrei parlarti e mi vergogno come un cane

Tu aspetti il treno

Io al cellulare

Non trovo l’asso da giocare

Ma ormai, ai, ai

Lo sai che quando pensi di star bene poi ci rimani sotto

E lo sai, l’amore non si può cantare in una strofa da otto

È uguale, però sento la pelle bruciare, eh

Tanto con te rischio male, eh

Ma se mi guardi così

Se mi guardi così

(Sempre la stessa storia)

Chi non avesse riconosciuto la canzone, individuerà sicuramente il nuovo successo dei Kolors dal martellante ritornello, che ci perseguita ormai da mesi con la sua vacuità:

Un ragazzo

Incontra una ragazza

La notte poi non passa

La notte se ne va[11]

Qui non c’è neanche più il trovarobato psichedelico, tecnologico, malinconicamente urbano del goffo testo di Mahmood, i cascami di altri brani più o meno “rivoluzionari” misti a lacerti di frasi e citazioni risapute dal cantautorame più epigonico (come nella ballata di Fiorella Mannoia), il nonsense poco riuscito di Governo punk del gruppo BNKR44, ma poco più di un intarsio di parole a caso, posticce, grezze, che sembrano scelte apposta per apparire ancora più insignificanti. Al confronto, si direbbe studiata una freddura contenuta in Onda alta di Dargen D’Amico: «Non lo conosci Noè? / No, eh?»[12].

Un’immagine ricorre curiosamente in due canzoni, a suggellare la sofferenza che provoca l’ascolto dei testi “intonati” sul palco: «Una corona di arancio e di spine» (Fiorella Mannoia); «Una corona di spine sarà il dress-code per la mia festa» (Angelina Mango).

Il brano vincitore della scorsa edizione del Festival si intitola significamente La noia. Potrebbe assumere una dimensione simbolica:

Quanti disegni ho fatto

Rimango qui e li guardo

Nessuno prende vita

Questa pagina è pigra

Vado di fretta

E mi hanno detto che la vita è preziosa

Io la indosso a testa alta sul collo

La mia collana non ha perle di saggezza

A me hanno dato le perline colorate

Per le bambine incasinate con i traumi

Da snodare piano piano con l’età

Eppure sto una pasqua guarda zero drammi

Quasi quasi cambio di nuovo città

Che a stare ferma a me mi viene

A me mi viene

La noia

La noia

La noia

La noia

Muoio senza morire

In questi giorni usati

Vivo senza soffrire

Non c’è croce più grande

[…] È la cumbia della noia

È la cumbia della noia

Total

[…] Quanta gente nelle cose vede il male

Viene voglia di scappare come iniziano a parlare

E vorrei dirgli che sto bene ma poi mi guardano male

Allora dico che è difficile campare

Business parli di business

Intanto chiudo gli occhi per firmare contratti[13]

Si potrebbe se non altro riconoscere agli autori del testo una certa preveggenza, se non si ascoltassero le voci diffuse che ogni anno considerano i giochi già fatti in partenza: la figlia del vero, grande cantautore Pino Mango, autore – lui sì – di testi delicati e intensi, è destinata almeno per l’anno in corso a numerose comparsate in svariati programmi televisivi, ma anche a furoreggiare sui social media per un periodo che sarà breve o lungo a seconda del suo grado di resistenza e testardaggine.

Su tutti gli altri testi il silenzio è carità: non ci resta che azzardare qualche considerazione generale. La lunga storia del Festival della canzone italiana, giunto quest’anno alla sua settantaquattresima edizione[14], ha conosciuto momenti migliori e versi più suggestivi, escludendo il periodo della conduzione da parte di Amadeus, che dal punto di vista estetico ha toccato le punte più basse. Un giovanilismo diffuso e piuttosto scriteriato ha guidato la scelta di motivi pacchiani, presentati con più attenzione per la stravaganza degli abiti dell’interprete che per la resa artistica; in sostanza, contavano molto meno i brani in sé rispetto all’esigenza spettacolare di far esplodere infime polemiche e risibili scandali.

Per concentrare l’attenzione sui testi, invece, partendo soltanto da quelli della presente edizione, si può dire che sono espressione diretta della diffusa “disabitudine alla poesia” che caratterizza i tempi odierni; questo tema viene affrontato con solerzia, e con il coraggio tipico dell’autentica ispirazione critica, da un saggio raro per acume e pugnace sprezzo del pericolo: Se una notte d’inverno, di Carlo Donà (2022).

L’autore delinea un panorama complesso e articolato di un fenomeno allarmante quale “il tramonto della cultura del libro”, e del valore letterario in genere, in cui l’incapacità di comprendere e apprezzare il testo poetico svolge un ruolo determinante e perciò non trascurabile. Donà cita – fra le più eterogenee fonti – le divertentissime pagine dei Diari minimi di Umberto Eco, in cui si immaginava una conferenza sulla letteratura italiana del XX secolo, tenuta in un futuro lontanissimo sulla scorta di pochi frammenti dispersi di una civiltà cancellata:

Troviamo un senso di disperazione, di lucida coscienza della crisi, come in questa spietata rappresentazione della solitudine e della incomunicabilità che forse, se dobbiamo credere a quanto l’Enciclopedia britannica dice di questo autore, dobbiamo ascrivere al drammaturgo Luigi Pirandello: “Ma Pippo Pippo non lo sa / che quando passa ride tutta la città”[15].

Carlo Donà commenta: «Certo, l’idea che fra qualche secolo i frammenti delle canzoni più corrive e commerciali […] possano essere scambiati per versi di poesie ci fa sorridere»[16]. Forse c’è poco da sorridere; forse succederà di peggio. Forse le composizioni che oggi possiamo considerare deteriori diventeranno un modello per l’arte di domani, perché, se questi sono gli unici esempi di “poesia” offerti alle generazioni che verranno, le speranze di formare il gusto del futuro si riduce al minimo.

«Possiamo innanzitutto dire che il valore letterario di un testo è, almeno in parte, una funzione storica, al pari di altri suoi caratteri, come il valore documentario o sacrale»[17]. Di certo però, come spiega Donà nelle pagine iniziali del suo saggio, non si può far dipendere questa caratteristica peculiare del testo dal suo successo commerciale: tale visione concepisce qualunque opera come un semplice – e spesso trito – prodotto dell’industria culturale; questo meccanismo ormai ampiamente consolidato premia abitualmente esemplari conformisti, preconfezionati e scadenti di malintesa “letterarietà”. In sintesi, spiega l’autore, se è il pubblico a decretare il valore di un’opera, per poter considerare “oggettivo” tale valore, bisognerebbe prima valutare le capacità di scelta del pubblico medesimo (dato che la critica sembra voler rinunciare progressivamente all’esercizio di tale potere).

Per ricondurci alle nostre responsabilità di adulti, non ci dovremmo, in sostanza, arrendere all’idea che “questa canzone piace anche ai bambini”, specialmente se non siamo più bambini. Manca oggi, come spiega Donà, una precisa educazione al gusto (letterario, poetico) che consenta di distinguere certi tratti irrinunciabili del testo lirico, primo fra tutti la sua intrinseca musicalità: «Se leggiamo, a caso, qualche composizione di poeti italiani contemporanei, non possiamo non notare, credo, come di tutto ciò che dava alla poesia una dimensione propriamente musicale si sia persa ogni traccia»[18].

L’autore di Se una notte d’inverno aggiunge: «Far poesia oggi in Italia significa sfornare testi caratterizzati dal fatto di vertere su temi di adolescenziale drammaticità, in cui il discorso lirico procede, con un imbarazzante sfoggio di sentimenti ‘alti’, al di fuori di ogni vincolante congruenza logica»[19].

Se questi sono gli esempi che propone attualmente l’orizzonte poetico nazionale, non possiamo certo aspettarci dalle canzoni sanremesi scintillii lirici o ardimenti sperimentali; il discorso, ovviamente, vale per “queste” poesie come per “alcuni” autori contemporanei molto pubblicizzati, che hanno se non altro il merito di affrontare le diffidenze degli editori che – coralmente – trascurano la poesia, con le rare eccezioni di alcune collane dal prestigio ormai consolidato («Lo specchio» mondadoriano, la «Collana bianca» Einaudi ecc.).

Se autori classici come Francesco De Gregori, Ivano Fossati, Francesco Guccini si ispiravano spesso, più o meno apertamente, alla migliore tradizione poetica occidentale, oggi i parolieri sanremesi non ritengono opportuno farlo; oppure non sanno a chi appellarsi? La poesia svanisce dagli scaffali delle librerie e, di conseguenza, dall’attenzione di un pubblico sempre più distratto. D’altra parte, come spiega Carlo Donà,

scrive poesia, oggi, chi scrive strano, andando a capo in modo incongruo, o affastellando frasi dalla sintassi incerta e dai nessi scardinati, in cui sia evidente ed esibita una forte soggettività espressiva. Il fenomeno della scomparsa della lirica dal panorama culturale medio a me pare dei più imponenti: anche se, come tutte le cose davvero importanti, è avvenuto nascostamente e in silenzio. La poesia, e la lirica in particolare, è stata, in una tradizione millenaria, il deposito sacro della bellezza della parola, il tesoro del senso, il piacere del gioco, la nostalgia di una lingua pura e perfetta, in cui forma e contenuto si cristallizzano in unità assoluta e limpida, per dispiegarsi nel canto […]. Anche la tradizione popolare e dialettale aveva un patrimonio lirico altrettanto ricco e, a suo modo, non meno illustre, che senza dubbio per millenni ha svolto tra gli indotti la stessa funzione che la poesia lirica ricopriva tra i pochi lettori di libri […]. Mezzo secolo di società (televisiva) dei consumi è bastato per fare piazza pulita di cinque millenni di bellezza e di grazia […]. Personalmente, ritengo che la poesia sia scomparsa anche perché non sappiamo più leggere i testi poetici; e non sappiamo farlo appunto perché non abbiamo più, nei loro confronti, la giusta dose di attenzione[20].

In un diorama di rovine culturali come quello così dolorosamente descritto, forse è stata data, qui, fin troppa importanza a fenomeni caduchi e insignificanti come i tesi delle canzoni di un festival che verrà presto dimenticato. Ma rileggere le parole di Proust sulla musica popolare del passato, e pensare al loro significato profondo, non può che far riflettere su certi aspetti anche minori e trascurabili di un tempo che dopotutto ci appartiene e non può fare a meno di condizionarci. Sono piccoli segnali che richiedono l’attenzione a cui ci richiama l’autore di Se una notte d’inverno. Che è più che mai, per chi riesce ancora a essere consapevole del presente, the winter of our discontent.

  1. M. Proust, Les Plaisirs et les jours [1896], trad. it. e cura di Mariolina Bertini e Giuseppe Girimonti Greco, I piaceri e i giorni, premessa di Anatole France, introduzione di Mariolina Bertini, note e commento di Luzius Keller, illustrazioni originali di Madeleine Lemaire, Milano, Mondadori, 2022, pp. 178-80.
  2. F. Truffaut, La Femme d’à côté, Francia, 1981, soggetto e sceneggiatura di François Truffaut, Suzanne Schiffman e Jean Aurel, produzione Les Films du Carrosse, in italiano La signora della porta accanto; con Véronique Silver, Fanny Ardant, Gérard Depardieu, Henri Garcin, Roger Van Hool et al.
  3. Il brano di Alfa si intitola Vai! ed è scritto da A. De Filippi (in arte Alfa, rapper ventitreenne), I. B. Scott, M. A. Jackson, A. De Filippi. La fonte più autorevole per quanto riguarda la trascrizione dei brani è il settimanale «Sorrisi e Canzoni TV», che da decenni pubblica i testi dei motivi sanremesi nella loro versione ufficiale, corretta e depositata (numero 7, 6 febbraio 2024, p. 24).
  4. Ibidem.
  5. Il brano è Movie, di O. Avogadro e B. M. Lavezzi (1981).
  6. Da Pazza, di L. Bertè, A. Bonomo, L. Chiaravalli, A. Pugliese, in «Sorrisi e Canzoni TV», op. cit., p. 36.
  7. Ivi, p. 37.
  8. Da Tuta gold, di J. Ettorre, A. Mahmood, F. Catitti, J. Ettorre, A. Mahmood, ibidem. A proposito di esegesi del testo: all’ascolto «gilet pieni di zucchero» suonava come “cileni pieni di zucchero”, e molto si è disquisito circa l’enigma di questa immagine criptica, ma più che altro grottesca.
  9. Per quanto riguarda la misteriosa e controversa storia di questa canzone, cfr., tra i contributi più recenti: C. Pestelli, Bella ciao: la canzone della libertà, Torino, Add, 2016; C. Bermani, Bella ciao: storia e fortuna di una canzone dalla Resistenza italiana all’universalità delle resistenze, Novara, Interlinea, 2020; M. Flores, Bella ciao, Milano, Garzanti, 2020; R. Giacomini, Bella ciao: la storia definitiva della canzone partigiana che dalle Marche ha conquistato il mondo, Roma, Castelvecchi, 2021.
  10. Da La rabbia non ti basta, di M. L. Lazzerini, M. Mammone, E. Botta, E. Brun, in «Sorrisi e Canzoni», op. cit., p. 27.
  11. Da Un ragazzo una ragazza, di D. Petrella, An. Fiordispino, F. Catitti, D. Petrella, An. Fiordispino, Al. Fiordispino, ivi, p. 43.
  12. Ben cinque autori si sono impegnati per raggiungere l’altezza di questa composizione: Cheope, J. M. L. D’Amico, G. Fazio, S. Marletta, E. Roberts. Ivi, p. 29.
  13. La noia, di Angelina Mango, è firmata da Madame, A. Mango, D. Faini, Madame, A. Mango. Ivi, p. 25.
  14. Si possono consultare, sul passato festivaliero, alcuni volumi, fra cui S. Facci, Il Festival di Sanremo: parole e suoni raccontano la nazione, Roma, Carocci, 2011; C. M. Lo Martire, Festival: l’Italia di Sanremo, Milano, Mondadori, 2012; L. Campus, Non solo canzonette: l’Italia della ricostruzione e del miracolo attraverso il Festival di Sanremo, Firenze, Le Monnier, 2015.
  15. U. Eco, Diari minimi, Milano, Bompiani, 1963, p. 21.
  16. C. Donà, Se una notte d’inverno, Roma, WriteUp Books, 2022, p. 81.
  17. Ibidem.
  18. Ivi, p. 133.
  19. Ivi, p. 134 (si vedano, al riguardo, anche le pagine successive).
  20. Ivi, pp. 226-27. Questo richiamo finale all’attenzione non può che richiamare alla memoria le pagine penetranti che scriveva, al riguardo, Cristina Campo (cfr. Gli imperdonabili, Milano, Adelphi, 1987).

(fasc. 52, vol. II, 3 giugno 2024)

Recensione di “Time is out of joint”, progetto di Cristiana Collu, presso la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e contemporanea

Author di Martina Neri

Atto primo, scena quinta dell’Amleto: atrio della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e contemporanea.

Un tempo irrazionale, non lineare, che porta a un mondo capovolto, tumultuoso, incomprensibile è quello di cui si lamenta Shakespeare attraverso le parole del suo protagonista, ma è anche il nostro. Presi ogni giorno, come Amleto, dalla responsabilità to set it right, di mettere ogni cosa al suo posto, non ci rendiamo conto di quanta bellezza possa esserci nella labilità del confine tra un tempo e l’altro. Ce lo mostra Cristiana Collu, direttrice generale del Museo, che, con la sua idea, concretizzatasi dopo sei mesi di lavori sia sulle collezioni sia sull’edificio, “rimette ogni cosa al suo posto”, riorganizza nello spazio del museo un mondo disarticolato e sconnesso, superando il concetto di cronologia, di fissità temporale, e viaggia nell’arte seguendo un anarchico pensiero per cui nascono nuove relazioni tra le opere e, simultaneamente, nella mente dello spettatore. Continua a leggere Recensione di “Time is out of joint”, progetto di Cristiana Collu, presso la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e contemporanea

(fasc. 20, 25 aprile 2018)

Maker Faire, o Della nuova Creazione

Author di Maria Panetta

Dal 16 al 18 ottobre 2015 si è svolta, all’interno della Città universitaria della “Sapienza Università di Roma”, l’edizione europea della più grande Fiera delle invenzioni al mondo, nella quale periodicamente inventori e cosiddetti “maker” di ogni continente presentano, a un pubblico di tecnici, specialisti, imprenditori ma anche curiosi, scolaresche e famiglie con bambini, gli ultimi parti del proprio ingegno creativo. Continua a leggere Maker Faire, o Della nuova Creazione

(fasc. 6, 25 dicembre 2015)

Expo 2015 e la Carta di Milano: utopia o rivoluzione inavvertita?

Author di Maria Panetta

Centodieci ettari di spazi espositivi tra il Comune di Milano e quello di Rho, 8.500 metri quadri di Parco della Biodiversità e 8.500 di Auditorium da 1.500 posti; padiglioni di 54 Paesi, più altri 70 inseriti all’interno di cluster (o padiglioni collettivi) tematici e, inoltre, quelli delle regioni italiane e quelli di aziende e organizzazioni internazionali; 10 aree servizi e 8 aree hortus (giardini e relax); 21 milioni e mezzo di visitatori (di cui 6,5 stranieri e tra cui una sessantina di capi di stato o di governo) in 184 giorni; 2.500 telecamere, 2.300 militari e 450 mezzi per la sicurezza, 930 camion, 2,3 miliardi spesi in tutto dai visitatori, 528.575 articoli dedicati all’evento dalla stampa: questi i numeri dell’ultima Esposizione universale svoltasi a Milano e conclusasi il 31 ottobre scorso. Continua a leggere Expo 2015 e la Carta di Milano: utopia o rivoluzione inavvertita?

(fasc. 6, 25 dicembre 2015)