Intervista a Giacomo Falconi, traduttore (17 febbraio 2020)

Autore di Rachele Ricci

La seguente intervista è collegata col contributo dal titolo: La diffusione della cultura lusofona nel panorama editoriale italiano: Edizioni dell’Urogallo, La Nuova Frontiera, Tuga edizioni, Vittoria Iguazu Editora e Voland Edizioni.

Quali sono le difficoltà maggiori che si riscontrano nel dover tradurre testi provenienti da contesti geografici e culturali così diversi tra loro? È necessaria una specializzazione/il traduttore dal portoghese traduce solo da una varietà linguistica?

Quando parliamo di lusofonia, parliamo di contesti geografici molto distinti e distanti, che includono l’Europa, l’Africa, l’America e l’Asia. Ogni realtà in cui si parla portoghese presenta termini, espressioni, suoni, colori ed elementi culturali specifici, che rendono così variegata e ricca questa lingua. Al tempo stesso, tutto ciò fa sì che il lavoro del traduttore risulti più complesso rispetto ad altre lingue racchiuse in un unico contesto geografico. È estremamente difficile riuscire a padroneggiare tutte le varianti del portoghese; pertanto, è normale che il traduttore tenda a specializzarsi in una variante, quella che sente più “sua”, per motivi culturali, lavorativi o per una semplice preferenza personale, pur non essendo affatto, questa, una scelta obbligata. Si pensi all’enorme varietà di flora e fauna presente in Brasile, che ha dato origine a una grande ricchezza di termini usati per denominare animali, piante e frutti di uso comune a livello locale, ma che spesso risultano sconosciuti a chi padroneggia esclusivamente il portoghese europeo. A questo proposito, una delle ultime traduzioni editoriali di cui mi sono occupato, ambientata in un contesto rurale tipico dell’area di Minas Gerais in Brasile, mi ha spinto a dedicare tempo e risorse ad approfondire le conoscenze di elementi naturalistici che, per chi ha familiarità con quella zona, rappresentano termini della quotidianità, ma che per il lettore italiano appaiono assolutamente esotici e nuovi (agutí, araçá, bem-te-vi, giusto per citarne qualcuno).

Per quali case editrici ha lavorato? Che genere di testi ha tradotto? Ha curato delle collane?

Mi occupo di traduzione editoriale da circa cinque anni. L’attività di scouting mi permette di ricevere tantissime opere da valutare, e di conseguenza ho la possibilità di incentrare il mio tempo e le mie risorse unicamente sulla traduzione di testi che mi hanno davvero conquistato, per la bellezza della narrazione, per la qualità stilistica o anche solo semplicemente per l’originalità con cui sono stati realizzati. Nonostante non sia attivo in questo campo da molti anni, dato che resto principalmente un traduttore tecnico, ho già avuto la possibilità di collaborare con svariate case editrici indipendenti (Exòrma, Edicola, ObarraO, Quarup, Tuga), ciascuna delle quali si caratterizza per una forte impronta personale e per la grande ricerca di opere di qualità, indipendentemente dalla connotazione geografica o linguistica dell’autore. Tra queste collaborazioni, quella con Tuga è particolarmente solida: dallo scorso anno mi sto infatti occupando della traduzione di opere di narrativa di autori brasiliani per la collana «Torre de Belém».

Il compenso del traduttore è adeguato al lavoro richiesto?

Assolutamente no. Questo è uno dei principali problemi del nostro lavoro. Purtroppo la traduzione editoriale, come avviene con molti lavori intellettuali in questo Paese, è estremamente sottopagata e poco tutelata; non a caso spesso viene vista come un semplice “passatempo”, come un qualcosa da affiancare a un’occupazione principale. Purtroppo, considerando lo scarsissimo numero di lettori in Italia (per non parlare dei “lettori forti”) e la profonda crisi del settore, è facile comprendere come anche in questo campo si tenda a ridurre il più possibile i costi. Di conseguenza, nonostante l’estrema difficoltà (unita all’estrema bellezza) di questo lavoro, difficilmente un traduttore editoriale italiano riesce a sostenersi unicamente con questa fonte di reddito. Il problema poi non si limita soltanto al basso prezzo corrisposto a cartella, ma anche alle clausole capestro inserite nei contratti e alla pessima abitudine di dilatare il più possibile i tempi di pagamento. Fortunatamente, grazie a STRADE, il sindacato dei traduttori editoriali nato alcuni anni fa su iniziativa di un gruppo di colleghi intraprendenti e lungimiranti, le cose stanno iniziando lentamente a cambiare.

I fondi economici stanziati dai vari enti stranieri a supporto delle traduzioni sono serviti a incrementare la quantità/qualità dei libri tradotti? Il denaro ricevuto è stato sufficiente a coprire le spese per cui era stato erogato? Conosce altri enti che, oltre all’Instituto Camões, la DGLAB e la FBN, istituiscono fondi destinati alla traduzione di autori lusofoni all’estero?

I fondi economici stanziati dagli organismi citati difficilmente riescono a coprire tutti i costi di traduzione, dato che, in media, si attestano intorno ai 1.500 dollari, eppure rappresentano uno dei pochissimi strumenti di cui il traduttore editoriale dispone per convincere un editore ad acquistare i diritti di un’opera che ritiene assolutamente meritevole di essere pubblicata. Considerando l’attuale situazione del mercato italiano, non sorprende che negli ultimi anni, a causa di una maggiore consapevolezza delle case editrici italiane verso queste forme di finanziamento, stia diventando sempre più difficile ottenere anche cifre modeste da questi organismi, visto l’esponenziale incremento delle richieste di finanziamento rispetto a pochi anni fa. È comunque indubbio che l’Instituto Camões, la DGLAB e la FBN sono riusciti a incrementare la quantità e anche la qualità delle opere tradotte pubblicate in Italia, visto che ogni singola richiesta viene valutata sulla base di diversi criteri, tra cui la qualità del testo di partenza, il catalogo della casa editrice e il curriculum del traduttore.

Perché, secondo lei, la letteratura lusofona rimane, in Italia, una letteratura “marginale”?

Il mercato editoriale italiano rimane fortemente legato alla letteratura anglosassone, a cui fanno seguito, a una distanza decisamente marcata, la letteratura francese e quella spagnola, quest’ultima esplosa grazie al boom del realismo magico, a partire dalla fine degli anni Sessanta. In questo contesto, la letteratura lusofona resta relegata in un angolo, emergendo più per dei singoli autori diventati oramai iconici (su tutti, José Saramago in Portogallo e Jorge Amado e Paulo Coelho in Brasile) che come letteratura a sé. Ciò è dovuto principalmente alla scarsa conoscenza da parte del lettore italiano (e di conseguenza degli editori) delle peculiarità culturali di più mondi che condividono la stessa lingua: da una parte il Portogallo, considerato una semplice “periferia” della Spagna, e dall’altra il Brasile, visto come pittoresca patria di bravi calciatori e ballerine di samba, e non come un Paese immenso da oltre 200 milioni di abitanti, ricco di storia, tradizioni e diversità, per non parlare delle letterature dell’Africa di espressione portoghese.

Qual è la nozione che il lettore italiano ha del mondo lusofono?

Scarsa o nulla. Il lettore italiano confonde spesso la letteratura portoghese con quella spagnola e ha una conoscenza molto limitata degli autori brasiliani; pertanto è estremamente difficile diffondere e far conoscere al grande pubblico autori che in patria riscuotono un grande successo. Questa lacuna è in parte legata alla scarsissima diffusione dell’insegnamento della lingua portoghese in Italia, nonostante rappresenti la sesta lingua più parlata al mondo.

Qual è l’importanza della collaborazione/relazione tra università ed editoria nella diffusione della cultura lusofona in Italia?

Chiaramente, ogni iniziativa volta a diffondere la cultura lusofona in Italia va incoraggiata e pubblicizzata; a questo proposito, negli ultimi tempi sono sorte nuove realtà, come associazioni culturali, gruppi di lettura e laboratori volti a far conoscere meglio questo mondo. Va da sé che qualsiasi sinergia tra università ed editoria non può che contribuire ad aumentare la consapevolezza in merito all’importanza della lusofonia. Mi riferisco in particolare alla presentazione presso le università dei cataloghi delle case editrici che si occupano di autori lusofoni e all’organizzazione di specifiche giornate di studio, con seminari professionalizzanti che avvicinino gli studenti alla professione di traduttore editoriale e presentino in modo franco e aperto i vantaggi e gli svantaggi di questo bellissimo mestiere.

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(fasc. 32, 25 aprile 2020)