Intervista a Marco Bucaioni, editore di Edizioni dell’Urogallo (27 febbraio 2020)

Autore di Rachele Ricci

La seguente intervista è collegata al contributo dal titolo: La diffusione della cultura lusofona nel panorama editoriale italiano: Edizioni dell’Urogallo, La Nuova Frontiera, Tuga edizioni, Vittoria Iguazu Editora e Voland Edizioni.

Come e quando nasce Edizioni dell’Urogallo?

Le Edizioni dell’Urogallo nascono legalmente nel 2007 e arrivano alla prima pubblicazione nel 2009. Nascono dalla mia volontà di tentare di radunare in un solo catalogo il maggior numero di opere letterarie tradotte dal portoghese, possibilmente seguendo un’agenda il più possibile canonica.

Che rapporto avete con i vostri autori?

Meraviglioso. I nostri autori vivi sono generalmente contenti di essere tradotti in italiano. Credo che abbia a che fare con il prestigio percepito della lingua italiana vista da paesi che, in fin dei conti, si considerano culturalmente più periferici. E con il fatto che la traduzione, di per sé, è considerata come un premio letterario, un riconoscimento consacrante necessario nella vita letteraria di un autore che sa di muoversi all’interno di una letteratura marginale. Ho sempre visto una grande coscienza di questo posizionamento nei nostri autori. Buona parte degli autori che abbiamo pubblicato sono più che consacrati nel loro spazio letterario d’origine, e sono ben pubblicati, da case editrici di riferimento, con un grande capitale simbolico e con un potere di diffusione molto grande in patria. Il fatto di essere pubblicati in Italia (o in altri paesi europei) da piccoli marchi non diminuisce l’entusiasmo e il rispetto che questi autori dimostrano di avere nei confronti di chi traduce e pubblica oltrefrontiera.

Nel giro di quindici anni mi è successo una sola volta di avere a che fare con un autore che si aspettava dalla nostra casa editrice un riscontro migliore. Più delicate sono le situazioni di autori esordienti che ancora non hanno ben chiara la situazione di marginalità in cui versano le letterature di lingua portoghese, non soltanto viste dall’Italia, ovviamente, ma nel mercato letterario mondiale. M’è capitato recentemente di parlare con una scrittrice, autrice di un paio di romanzi di grande successo in Portogallo, che mi manifestò che si aspettava di moltiplicare esponenzialmente le sue entrate in termini di diritti d’autore con la traduzione dei suoi libri nei grandi mercati europei. A memoria d’uomo, è successo solo a José Saramago in vita.

Al di là delle aspettative nei confronti della casa editrice, mi sia permesso di aggiungere, alcuni degli autori che ho tradotto o semplicemente pubblicato in Italia si sono rivelati negli anni tra le persone più interessanti che ho conosciuto nella vita. Alcuni di loro li considero esempi di condotta, persone che sono state capaci di darmi lezioni importanti anche con un contatto spesso assai circoscritto nel tempo.

Il denaro messo a disposizione dalla DGLAB, dall’Instituto Camões o dalla FBN per il supporto alle traduzioni ricevuto è stato sufficiente a coprire le spese per cui era stato erogato?

Sì, purtroppo. Purtroppo perché, dato che i fondi della DGLAB specialmente non sono poi così tanti, questo significa che la traduzione letteraria è sottopagata o non pagata. Non pagata specialmente nel mio caso personale, visto che accumulo le mansioni di imprenditore e di traduttore e non mi sono mai riuscito a pagare una traduzione. Il che non va bene. Ma tant’è: finora non vedo all’orizzonte progetti capaci di far girare le cose in modo da pagare degnamente i traduttori dal portoghese: la famosa marginalità di cui sopra (l’anonimato internazionale) rende difficilissimo vendere libri di autori portoghesi, brasiliani o africani in Italia. O perlomeno venderne a sufficienza per poter mantenere una struttura d’impresa che riesca a continuare a lavorare e allo stesso tempo a pagare decentemente i traduttori. È molto triste. Molto.

Mi piacerebbe che tra i colleghi traduttori, ma soprattutto tra i colleghi editori si aprisse uno spazio di discussione su questo punto: dove stiamo andando? Cosa stiamo facendo? È possibile immaginare un futuro in cui la traduzione letteraria dal portoghese possa diventare un mestiere? Ovviamente sono questioni molto delicate: il circuito del libro soffre di alcuni paradossi evidenti a vari livelli. È noto agli operatori del settore, per esempio, che la distribuzione libraria, anziché fare il suo lavoro (distribuire), spesso ostacola l’accesso al mercato da parte dei titoli dei piccoli marchi. Anche le librerie di catena spesso hanno questo ruolo: negli anni mi è capitato varie volte di ricevere ordini da poveri clienti disperati a cui commessi di librerie di catena avevano garantito che i nostri libri non si trovavano da nessuna parte, quando sarebbe bastata una telefonata, una mail, una ricerca di Google per trovare addirittura il mio numero di cellulare. Alcune pur legittime richieste di traduttori più accorti si scontrano contro questa realtà: se, da un lato, è vero che l’editore si deve prendere il rischio d’impresa e pagare degnamente il traduttore, dall’altro lato, chi mai se la sente di prendersi il rischio di un’impresa votata al fallimento già alla partenza?

Conosce altri enti, oltre a quelli sopra citati, che istituiscono fondi destinati alla traduzione delle opere di autori lusofoni?

No.

Quali sono le difficoltà maggiori che si riscontrano nel dover tradurre testi provenienti da contesti geografici e culturali così diversi tra loro? Il traduttore italiano che traduce dal portoghese tende a specializzarsi in una determinata varietà linguistica?

Non starò qui a dire che è facile tradurre un libro proveniente da un paese lontano. Mi è capitato di tradurre Luís Cardoso, di Timor Est, e ovviamente la traduzione ha coinciso necessariamente con l’accumulazione di tutta una serie di informazioni su quel paese. Mi è capitato di tradurre libri africani, e in alcuni casi ho trovato passi problematici, difficili da capire prima che da tradurre. Ma in generale vorrei dire che la letteratura non è né reportage né cronaca: è letteratura, dunque anche tradurre opere di culture relativamente più vicine è pur sempre una sfida.

Spesso gli autori usano la lingua come pare a loro, torcendola di proposito per ottenere determinati scopi estetici (il che mi pare anche giusto, visto che fondamentalmente il loro lavoro è anche questo); questo statuto particolare dell’uso della lingua in letteratura fa sì che spesso il problema si ponga di autore in autore, o di libro in libro, piuttosto che di paese in paese. Penso alla recente ri-traduzione che ho fatto di A Paixão di Almeida Faria: il fatto che l’autore sia portoghese e non africano o brasiliano non mi ha aiutato granché: si tratta di una storia ambientata nell’Alentejo latifondista degli anni Sessanta, e dunque mi son dovuto andare a vedere tutta una serie di parole a me più che sconosciute relative a formati di coltivazione del terreno, suddivisioni catastali, edilizia agricola, mansioni di lavoratori e loro caratteristiche (e poi sono dovuto andare a cercare equivalenze spesso inesistenti). Per di più, la prosa è tutt’altro che tradizionale, con continue metafore ardite e soluzioni di significati impliciti… Rispetto a quel libro, mi trovo molto più a mio agio con un João Paulo Borges Coelho o con un certo José Eduardo Agualusa, solo per fare due esempi.

L’Africa, poi, soffre storicamente di una specie di tabù da parte di alcuni europei: è vista come una terra sconosciuta e soprattutto inconoscibile, arcana e distante. Certo, esistono scritture, come quella di Ana Paula Tavares (soprattutto in prosa), che sfidano ogni tradizione e s’impongono come proposte estetiche difformi, eterodosse (che poi è il motivo per cui è interessante leggerla in Portogallo come in Italia…). Non so quanto questo succeda in quanto è africana. Nella misura in cui mi è difficile penetrare l’Alentejo latifondista degli anni Sessanta di cui sopra, entrare in consonanza con una dimensione coloniale ormai perduta nell’altopiano del Sud dell’Angola non sarà una sfida poi tanto più grande…

Capita spesso, e non soltanto in Italia, che i traduttori traducano da varie parti del dominio della lingua portoghese. Per di più, secondo me, la stessa prosa portoghese contemporanea è già un prodotto che vive su una tensione estetica non del tutto assimilabile a quanto succede in altri paesi europei. La questione, poi, delle ambientazioni, dei toponimi e dei culturemi, in generale, si pone anche in questo caso: visto che la cultura portoghese non è precisamente di pubblico dominio in Italia e in Europa, anche lì si pongono spesso i problemi di apparato extratestuale o di “spiegazione culturale” che ci troviamo davanti quando affrontiamo la traduzione di un testo extraeuropeo.

Perché, secondo lei, la letteratura lusofona in Italia fatica ad emergere, rimanendo così una letteratura di “nicchia”?

In primis vorrei notare che non lo fa soltanto in Italia, altrimenti facciamo la figura dei provinciali da soli, quando invece il problema è globale. Le letterature di lingua portoghese (non mi convince a impiegare quell’aggettivo!) sono “di nicchia” un po’ in tutto il mondo; il panorama è abbastanza sconfortante, con piccole eccezioni (come per esempio il buon nome e il successo di certi autori di lingua portoghese in Francia, come António Lobo Antunes, Lídia Jorge, ma anche Agualusa e Mia Couto…). E il problema, secondo me, essendo globale, come tale va trattato. Per rispondere, dunque, le letterature di lingua portoghese sono poco note e relativamente poco apprezzate in Italia proprio perché lo sono sulla scena letteraria mondiale.

Il famoso boom latinoamericano della seconda metà del XX secolo, che ha portato, da un lato, García Márquez al Nobel e in tutte le librerie mondiali e, dall’altro, una serie sterminata di autori di lingua spagnola (anche spagnoli!) ad essere tradotti in tantissime lingue non è accaduto e non sta accadendo per i paesi di lingua portoghese. Capire come si muovono certe cose non è facile, e tantomeno prevedere certi movimenti. Alcune cose sono più o meno certe: se non si muovono gli inglesi e gli americani, noi da soli è assai difficile che ci muoviamo. Come si diceva sopra, anche se si muovono i francesi, può non bastare (vedasi il caso di Lobo Antunes, pure ben pubblicato in Italia – Einaudi e poi Feltrinelli – e fondamentalmente ignorato da grande critica e grande pubblico!).

Spesso m’interrogo sul senso del mio stesso lavoro: so benissimo che non sarà l’Urogallo a portare nessun autore portoghese o brasiliano o angolano alla ribalta né in Italia né tantomeno in Europa. Sospetto, con buona pace degli esimi colleghi, che non saranno neanche gli altri marchi più o meno eroici, più o meno piccoli e agguerriti, che sogliono pubblicare traduzioni dal portoghese di livello, e dunque m’interrogo se tutto questo ha senso, se non dovremmo cercare di agire su un piano diverso. Ma quale? E come? Ammesso poi che sia possibile.

Qual è la nozione che il lettore italiano ha del mondo lusofono?

Del mondo “lusofono” il lettore italiano ha una nozione abbastanza discontinua. Con l’aumento esponenziale del turismo in Portogallo degli ultimi anni una fetta sempre più grande della popolazione italiana sa riconoscere il Monastero dei Gerolamini a Belém, la Baixa di Lisbona e il Castello. Più in là non vanno. Tanta altra gente ha avuto esperienze di viaggi e/o vissuto a Capo Verde o in Brasile. Il problema è trasferire queste esperienze sul piano letterario. La presenza di Tabucchi come nome tutelare del Portogallo in Italia fa ancora sì che alcuni viaggiatori che vogliono approfondire o semplicemente darsi un tono si accontentino di leggere un testo di Tabucchi. Che, per carità, il Portogallo lo conosceva benissimo, ma a me fa impressione l’idea di non dare voce in nessun modo ai cosiddetti abitanti del posto.

Però mi devo chiedere in che misura questa torsione sia inevitabile: l’immagine dell’Italia all’estero è notoriamente soltanto lontanamente imparentata col paese reale che noi viviamo tutti i giorni, infarcita di stereotipi duri a morire. E così l’immagine del Portogallo e quella del Brasile soffrono degli stessi stereotipi. Quella dell’Africa di lingua portoghese semplicemente è assente in molti casi: ancora si fatica ad annoverare il portoghese tra le grandi lingue ex-coloniali d’Africa in Italia.

Qual è il modo più efficace per farsi conoscere? Fiere? Social?

È una domanda difficilissima. Non ho grande esperienza dei cosiddetti Social Network. Ho una pagina Facebook della casa editrice che gestisco io a sprazzi quando ho tempo, per cui non posso rispondere sulla parte “social”. Le fiere sono di certo utili. Ma sia nel caso del quesito precedente che in questo caso ho il sospetto che la risposta alla questione sia altrove: inizio a capire cosa significa davvero la marginalità. Occuparsi di una cultura marginale significa occuparsi di una cultura che a parlarne in giro desta sorpresa. Se se ne parla una seconda volta, desta di nuovo sorpresa. Se se ne parla per dieci anni di seguito, la reazione è uguale: sorpresa. Le culture di lingua portoghese sono una sorpresa costante, inesauribile, non si arriva mai al piano della conoscenza, del consueto, dell’abituale. Essere marginali è questo: è essere sempre una novità, una sorpresa, un’eccentricità. E tali si rimane.

Quando iniziai a interessarmi delle culture di lingua portoghese, all’inizio degli anni 2000, questo mondo fu per me una sorpresa. E immaginavo che con l’aumento delle traduzioni, attraverso il lavoro di un crescente numero di cattedre di lingua e letteratura portoghese e brasiliana, negli anni questa parte di mondo sarebbe diventata meno ignota. Non mi pare. I nomi che il lettore medio conosceva nei primi anni 2000 sono gli stessi che conosce oggi: le librerie di catena continuano spesso a tenere le ristampe degli stessi titoli…

Che rapporti avete con le pagine culturali e con i mezzi di comunicazione?

Scarsi. Sporadici. Tendenzialmente deludenti nei loro risultati. Per la loro scarsità ovviamente è colpa mia, che non riesco ad avere un ufficio stampa funzionante. Per i risultati deludenti, spesso è colpa del circuito della comunicazione culturale che è cambiato tantissimo, mi dicono. Una recensione sposta sempre meno copie, anche se pubblicata in posti interessanti.

Qual è l’importanza della collaborazione/relazione tra università ed editoria nella diffusione della cultura lusofona in Italia?

La domanda è giusta: quella barra tra collaborazione e relazione dice tutto. In Italia più che altrove il mondo universitario entra a gamba tesa in quello editoriale nel caso della lingua portoghese.

Anche nel mondo di lingua inglese, specialmente negli Stati Uniti, spesso sono le University Press a colmare la lacuna editoriale di traduzioni (non specialmente dal mondo di lingua portoghese) o marchi non-profit che, anche se non sono riconducibili al mondo dell’Accademia, lo sono ancor meno al mondo dei grandi conglomerati editoriali…

L’Università, nel suo insieme, ha un relativo potere consacrante nei confronti di un corpus letterario. Questo potere può essere esercitato in modo più conservatore o più progressista, se vogliamo. Una parte consistente della lusitanistica italiana sembra non essere per nulla soddisfatta di stare tutto il tempo in cattedra e ha deciso di rimboccarsi le maniche e di tentare di fare qualcosa di più per dare a conoscere la propria disciplina al di fuori delle aule, in questo dimostrando un attivismo tutt’altro che conservatore. Se sia un bene o un male non so. Forse era inevitabile, nella misura in cui soltanto chi s’è formato per anni sulle letterature di lingua portoghese ne conosce al contempo il valore, mentre non può che rimanere allibito davanti allo stato delle cose (assenza di traduzioni, circolazione limitatissima delle stesse eccetera) e dunque chi è più intraprendente e ha voglia di fare qualcosa lo fa…

Forse questa postura ha però un limite, intrinseco anche al discorso di queste domande e di queste risposte: noialtri che veniamo dalla lusitanistica tendiamo a vedere queste letterature come un’unità – o perlomeno un mondo variegato al suo interno, ma che rimane il nostro orizzonte ideale. Una buona parte del pubblico non lo fa. Ed è giusto così. D’altra parte, gli Studi Letterari sono ancora organizzati, in lungo e in largo nella nostra penisola, sulla base delle filologie nazionali ottocentesche: letteratura inglese, letteratura francese, eccetera, poi “espanse” per contenere eventualmente le propaggini americane, africane eccetera delle letterature delle ex-madrepatrie. Noi, dunque, pensiamo a blocchi di lingue ex-imperiali. Il pubblico non necessariamente. E così i cataloghi di tante case editrici generaliste.

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(fasc. 32, 25 aprile 2020)