Intervista a Gianluca Galletti, editore di Tuga edizioni (4 novembre 2019)

Autore di Rachele Ricci

La seguente intervista è collegata al contributo dal titolo: La diffusione della cultura lusofona nel panorama editoriale italiano: Edizioni dell’Urogallo, La Nuova Frontiera, Tuga edizioni, Vittoria Iguazu Editora e Voland Edizioni.

Le collane della casa editrice: «Torre de Belém» e «Torre do Tombo».

«Torre de Belém» è la collana di narrativa. Abbiamo scelto come simbolo per questa collana la Torre de Belém perché è il monumento che ha contraddistinto la grande epopea portoghese. I portoghesi si sono diretti e aperti verso il mare, verso l’Oceano, proprio come la prua di questa torre a forma di nave. Ci interessava porre come simbolo della collana l’immagine della Torre de Belém, seguita da una scia con colorazioni diverse, scelte in base al Paese di provenienza dell’autore: tricolore portoghese, tricolore brasiliano etc. Questa nave, insomma, va e porta con sé delle connotazioni culturali. I portoghesi, infatti, partendo proprio dalle sponde del Rio Tejo, luogo in cui è attualmente situata la Torre de Belém, si diressero verso nuove mete, per poi tornare in un secondo tempo nella madrepatria, arricchiti da queste nuove culture e tradizioni con le quali erano entrati in contatto.

«Torre do Tombo» è la collana legata alla saggistica. Abbiamo scelto questo nome perché la Torre do Tombo è l’archivio nazionale portoghese, la sede di tutta la cultura lusitana. Nel corso del tempo l’archivio è riuscito a resistere a varie vicissitudini, tra cui incendi, terremoti, spostamenti; prima, infatti, l’archivio era al Castelo de São Jorge mentre adesso si trova nella zona di Entrecampos. Momentaneamente rientra in questa collana Il piccolo libro del Grande Terremoto – Lisbona 1755 di Rui Tavares. Ci sono dei giorni che cambiano la storia dell’umanità. La tesi di Tavares è proprio quella di far rientrare il terremoto di Lisbona del 1755 tra questi momenti in cui le coscienze vengono profondamente scosse, a livello sia nazionale sia internazionale. Il terremoto di Lisbona fu difatti uno dei temi discussi all’interno della Repubblica delle Lettere. Durante l’Illuminismo, i vari filosofi e scrittori affrontarono anche questa tipologia di tematiche, poiché era comune cercare di interpretare le catastrofi naturali. Ne parlò Voltaire, scrivendo un poema proprio sul disastro di Lisbona. Il tema venne riproposto anche nel Candido, una tra le sue opere più famose. L’autore entrò inoltre in polemica sull’argomento anche con Rousseau e, attraverso uno scambio epistolare, i due cercarono di riflettere sulla ragione per cui questo tremendo terremoto, seguito da un grande tsunami, si scagliò proprio sulla città di Lisbona, e non su altre. Nell’ultimo capitolo Tavares parla di una sorta di psicosi collettiva, che ha scavato nelle coscienze dei lisboetas. Tutt’oggi, passeggiando per Lisbona, i segni del terremoto sono ancora evidenti. La catastrofe ha dato la possibilità alla casa regnante, e in particolar modo al Marquês de Pombal, di rinnovare e di portare Lisbona al livello delle altre capitali europee.

Per quanto riguarda le novità legate a questa collana, c’è in cantiere un libro di Pessoa che contiene i suoi scritti dal ’22 al ’35. Sono dei pensieri, delle riflessioni sul fascismo, sulla dittatura militare e su Salazar. È un testo della casa editrice Tinta da China che ci è sembrato interessante perché si parla di quel periodo purtroppo funesto per l’Italia. È interessante vedere come un autore, già considerato internazionale all’epoca e che aveva modo di viaggiare molto, interpretasse l’inizio di questa “nuova cultura”, la quale, purtroppo, è poi stata d’esempio anche per altri uomini e Paesi.

Che rapporto avete con i vostri autori?

Pedro Vieira è un illustratore e un conduttore di programmi televisivi in Portogallo; il suo libro, Ultima fermata, Massamá, ci è stato suggerito dalla persona che poi lo ha tradotto, ovvero Laura Fasolino. La storia è ambientata ai giorni nostri e racconta la vita del pendolarismo tra Lisbona e le sue periferie. Massamá è infatti una delle fermate della linea ferroviaria Lisboa-Sintra. Per quanto riguarda il rapporto con l’autore, prima abbiamo preso contatto direttamente con Vieira e solo successivamente abbiamo contattato la casa editrice che ha pubblicato il suo libro in Portogallo. I rapporti sono stati buoni sin da subito e si sono rivelati fondamentali soprattutto per la traduzione. Capita spesso che possano sorgere dei dubbi, ed è importante avere la possibilità di mettersi direttamente in contatto con l’autore per chiedere dei chiarimenti o dei suggerimenti. Il testo ha presentato alcune difficoltà, giacché erano presenti molti modi di dire assolutamente gergali, propri della città, oppure per via, ad esempio, di alcuni slogan pubblicitari che sarebbero risultati molto complessi da tradurre senza l’aiuto dell’autore.

André Timm, invece, ha aiutato Giacomo Falconi, traduttore specializzato soprattutto nelle traduzioni di testi provenienti dal Brasile.

Fisicità della casa editrice, traduttori, autori e collaboratori.

La sede legale si trova a Bracciano, anche se abbiamo in progetto di spostarci a Roma. Per quanto riguarda la traduzione, collaboriamo con alcune persone in maniera più assidua, come ad esempio con Federico Giannattasio, che ha tradotto per noi soprattutto gli autori classici quali Almeida Garrett, Camilo Castelo Branco; sta per uscire, sempre tradotto da Giannattasio, anche un testo di Eça de Queirós. A tal proposito, mi preme molto sottolineare che la nostra casa editrice non pubblica testi già editi in Italia; segue questa linea per differenziarsi un po’ ma soprattutto perché, vista la vastità del bacino dal quale si può attingere, non avrebbe nemmeno troppo senso farlo. Tornando ai traduttori a cui ci siamo affidati: ci sono state in passato alcune collaborazioni estemporanee, come quella con Laura Fasolino sia per la traduzione di Pedro Vieira sia per un libro per bambini della collana «Piccole Torri», intitolato Mio nonno, re di poca cosa, di João Manuel Ribeira. Tra l’altro, abbiamo avuto modo di incontrare e presentare questo autore qui a Roma, all’Istituto Portoghese di Sant’Antonio in Roma e al Caffeina di Viterbo. Tutto ciò che invece non si riesce a fare tramite collaborazioni, alla fine, arriva a me, e me ne occupo personalmente.

La casa editrice nasce da una mia passione personale scaturita da un percorso di studi fatto presso l’Università degli Studi della Tuscia di Viterbo. Dopo un’esperienza di lavoro in Angola, una volta tornato in Italia, ho deciso di aprire la casa editrice. Dunque, se capisco che non è possibile delegare un lavoro a un collaboratore col quale siamo soliti lavorare, finisco col dedicarmi personalmente al testo e alla sua traduzione. Una casa editrice piccola come la nostra, comunque, necessita assolutamente di rapporti interpersonali stretti; tutti dobbiamo fare squadra per cercare di ottenere i risultati migliori. Il fatto di non lavorare nello stesso luogo fisico non vuol dire che non ci possa essere un confronto, e alla fine una convergenza, sulle varie scelte da adottare.

Quali sono state le difficoltà maggiori all’inizio?

Aprire una casa editrice è stato un rischio, soprattutto in un Paese in cui la lettura viene tenuta in un angolo alquanto buio della vita, ma per me è stata una sorta di missione; le sfide comunque ci piacciono e cerchiamo di affrontarle nel miglior modo possibile.

Qual è il modo più efficace per farsi conoscere? Fiere? Festival? Social?

Abbiamo iniziato a partecipare alle fiere con una certa intensità lo scorso anno, quindi nel 2018. Abbiamo iniziato con Napoli Città Libro per poi proseguire con il Salone del Libro di Torino, Pisa e Roma. Anche quest’anno abbiamo cercato di continuare su questa linea, partecipando al festival di Modena, per poi andare di nuovo a Napoli, anche per Ricomincio dai Libri, tenutasi nei Quartieri Spagnoli, oltre che per la seconda edizione di Napoli Città Libro. Le fiere che iniziano a metà settimana, nei primi giorni, sono territorio di scorribande di scolaresche, che spesso finiscono per dare un po’ fastidio agli editori. Nella maggior parte dei casi i ragazzi partecipano giusto a qualche incontro programmato senza che si venga a creare un contatto fisico con i libri. Anche i docenti, che si trovano a dover contenere queste orde di bambini e adolescenti in piena libertà, raramente si soffermano agli stand per cercare di approfondire alcune questioni o anche solo per sfogliare un libro, per far capire agli alunni di cosa è composto. Proprio per questo motivo, tra l’altro, noi non facciamo e-books. Crediamo, infatti, che il libro debba essere qualcosa di assolutamente tangibile. Il libro va vissuto, ci deve essere interazione tra il lettore e il libro. Secondo noi ogni libro ha una propria essenza, un’identità: perciò abbiamo deciso di rendere ogni libro unico. Contestiamo questa cosa di fare le collane tutte uguali, di fare libri praticamente identici, che si differenziano solo per il titolo e l’autore. Capisco sia bello avere l’oggetto da collezione, la serie, ma noi preferiamo che i nostri libri siano diversi gli uni dagli altri senza che debbano necessariamente avere una connotazione precisa. Per il progetto grafico abbiamo una serie di profili che ci aiutano. Della grafica per la collana «Torre de Belém» si è sempre occupata la stessa persona; la grafica della collana «Torre do Tombo» è stata invece curata da un’altra persona.

Comunque, girando per le fiere si viene a contatto con tante realtà, soprattutto quelle artigianali, che si caratterizzano per la passione, il sacrificio e la competenza; ci sono, infatti, dei lavori di qualità molto elevata, con proposte uniche e di livello. Il problema è che spesso non riescono ad emergere perché c’è anche un sistema di distribuzione e di proposta al lettore che non fa arrivare queste esperienze. L’editoria che si orienta verso la cultura lusofona è così.

Le fiere sono uno strumento utilissimo per promuovere la propria proposta editoriale e soprattutto per entrare in contatto diretto con il lettore. Per noi sono state utili proprio per questo, perché ci hanno permesso di conoscere gli appassionati, dandoci pure modo di avvicinarci a chi era semplicemente incuriosito. La grande sfida non è tanto quella di proporre, vendere il libro a chi ha già in testa il Portogallo o comunque le tematiche legate alla lusofonia, ma a chi invece non ne sa niente. Spesso, addirittura, le persone ci chiedono cosa significhi “letteratura lusofona”. Il costo delle fiere è in continuo aumento, quindi ciò che spesso facciamo è condividere uno stand con altri editori, per dividere i costi e per proporre anche un’offerta più variegata.

È importante riuscire ad arrivare a chi può davvero fare la differenza per la vendita del libro. Una casa editrice di queste dimensioni, a meno che non ci sia un caso letterario straordinario, difficilmente riesce ad arrivare a certi livelli. La differenza la fa riuscire ad essere recensiti su riviste o quotidiani influenti. Anche nelle librerie, i nostri libri raramente si trovano già sugli scaffali. In Italia c’è una forte sovrapproduzione rispetto all’effettiva fruizione.

Le fiere non dovrebbero esser fatte per vendere; magari sì, si deve cercare di coprire i costi e guadagnare qualcosina, ma si deve puntare soprattutto sulla specificità della propria proposta. Bisogna farsi conoscere.

I festival e i premi letterari, invece, mi sembra che stiano diventando sempre più chiusi. Anche le fiere sono sempre più in aumento e spesso risulta difficile riuscire ad orientarsi, sia come editore che come visitatore.

La collana «Piccole Torri»?

«Piccole Torri» è nata perché il settore dedicato ai libri per bambini e ragazzi sembra essere l’unico settore che non conosce flessioni. La domanda che mi pongo, però, è la seguente: che fine fanno questi libri, dopo che sono stati comprati? Vengono effettivamente letti dai bambini o ai bambini? Perché vedo che anche a livello scolastico si fa molta difficoltà ad approcciarsi all’oggetto libro. È a partire dall’infanzia che si educa alla lettura ma anche all’ascolto. Quindi, ecco, mi piacerebbe davvero seguire i libri per bambini o ragazzi che vengono venduti e capire se poi vengono effettivamente letti.

«Portuliana»?

La nostra casa editrice non s’interessa solo a testi provenienti da Paesi lusofoni, ma ci interessiamo anche di cercare di capire come gli italiani volgono lo sguardo verso queste culture. La collana «Portuliana» propone le esperienze di nostri connazionali in Portogallo o in ambienti lusofoni. C’era una volta in Portogallo, di Daniele Coltrinari e Luca Onesti, ne è un esempio. I due si sono incontrati a Lisbona, con la medesima passione per il ciclismo, e hanno deciso di andare a seguire, richiedendone l’accredito, uno come fotografo e l’altro come giornalista di cronaca, la “Volta a Portugal”, che è il giro ciclistico a tappe portoghese. C’era una Volta in Portogallo, titolo assegnato con un gioco di parole, è quindi una cronaca sportiva, ma anche un diario di viaggio, una proposta di itinerario enogastronomico perché, appunto, seguendo la corsa ciclistica, i due autori hanno avuto modo di conoscere un Portogallo insolito, che esula dagli itinerari turisti più consueti; sono andati alla scoperta di tradizioni, usi e costumi più genuini. Il secondo libro, che abbiamo avuto la fortuna di promuovere anche in Portogallo, a Lisbona e a Porto, è Deviazioni. Storie di un italiano a Lisbona, di Marcello Sacco, che vive nella capitale almeno da venticinque anni e fa partire lo spunto del suo romanzo dal 2002. Racconta le esperienze di un “expat”, mettendole insieme a una serie di deviazioni continue, di digressioni, che raggiungono anche la commistione tra le due lingue e culture, quella portoghese e quella italiana.

Novecento lusitano di Davide Mazzocco sarà la prossima uscita di «Portuliana». Il libro, che presenta una struttura molto originale, è scritto da un torinese che ha deciso di scrivere un racconto per ogni decennio del Novecento. I racconti sono ambientati in luoghi molto periferici del Portogallo e sono spesso intimi e familiari. Sono racconti presi da esperienze di vita ascoltate, rimesse insieme e disposte secondo la sequenza decennale. Ad ogni racconto è stata associata un’illustrazione che è stata realizzata all’interno di un azulejo. La copertina è dunque il risultato dell’insieme di questi azulejos, che rappresentano ognuno una storia diversa.

La collana «Cinquetorri»?

«Cinquetorri» è stata un po’ il punto di partenza per la nostra casa editrice perché il nostro interesse era proprio quello di dar voce a scrittori esordienti o emergenti nonché alle storie legate al nostro territorio. I primi titoli pubblicati dalla casa editrice sono stati titoli legati, appunto, al territorio braccianese. All’interno di questa collana troviamo letteratura di finzione assieme a testi legati al patrimonio storico-culturale di quel territorio, come ad esempio la guida al Castello di Bracciano. Per questa pubblicazione abbiamo recuperato un testo originale del 1895, la prima e unica guida storico-artistica ufficiale del Castello, commissionata dal Principe Baldassarre III Odescalchi, e abbiamo aggiunto un approfondimento critico da parte di due studiosi. Un altro testo interessante è il Vocabolario del dialetto Braccianese, un progetto ideato da un autore che per motivi professionali è stato molti anni lontano da casa, ma che ha sempre nutrito un amore profondo per la propria città natale e nel corso degli anni ha raccolto tutte le espressioni tipiche idiomatiche. È stato uno dei testi di più immediato successo, soprattutto grazie al passaparola e alle presentazioni.

Fondi e finanziamenti.

Per la traduzione esistono dei programmi del Ministero della Cultura portoghese per facilitare e sostenere la divulgazione all’estero di opere originali in lingua portoghese. Le istituzioni che si fanno promotrici dei bandi di concorso sono essenzialmente due: la DGLAB e l’Instituto Camões, le quali stanziano dei fondi per premiare le proposte di traduzione. Sempre in ambito lusofono, abbiamo partecipato al programma di sostegno alla traduzione che riguarda il Brasile e che è sostenuto dalla Fundação Biblioteca Nacional (FBN). Sono programmi biennali, ma mi aspetto che il bando non venga rinnovato, vista la situazione politica in Brasile e visto come viene considerata al momento la cultura in quel Paese. Per quanto riguarda la traduzione di opere provenienti dall’Africa, abbiamo avuto la fortuna di pubblicare la biografia di Agostinho Neto (Agostinho Neto – una vita senza tregua. 1922-1979), la cui traduzione è stata sovvenzionata e sostenuta dalla Fundação Dr. António Agostinho Neto. L’opera è poi stata presentata nel 2015, all’Expo di Milano, all’interno del Padiglione dell’Angola.

Identità e rispetto per il lettore.

Recentemente ho notato molta approssimazione, anche per quel che riguarda l’editing e la correzione di bozze, da parte di molti colleghi. Noi in questo, invece, siamo maniacali. Se il libro verrà venduto anche solo a dieci persone, quelle dieci persone devono sentirsi tutelate. I libri che facciamo vengono fatti con passione, ma anche con la giusta attenzione ai dettagli. L’identità è fondamentale. Non è corretto nei confronti dei lettori vendere un libro imperfetto e incompleto. Bisogna essere esigenti in primis con se stessi e poi con gli altri. Il passaparola negativo ti brucia.

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(fasc. 32, 25 aprile 2020)