Il discorso di Benedetto Croce contro il Concordato (1929): costruzione e delegittimazione del dissenso

Author di Lorenzo Arnone Sipari

Abstract: Questo articolo esamina il discorso pronunciato da Benedetto Croce al Senato italiano il 24 maggio 1929 durante il dibattito sui Patti Lateranensi. Concentrandosi sulla sua genesi – ricostruita attraverso i Taccuini di Croce e la corrispondenza con Francesco Ruffini, Luigi Albertini e Alberto Bergamini – e sulla sua ricezione nella stampa contemporanea, lo studio sostiene che l’intervento non fu un atto isolato, ma il risultato di un’opposizione liberale coordinata all’interno del Senato. Le reazioni dei giornali fascisti e cattolici rivelano ulteriormente i meccanismi di distorsione e delegittimazione che hanno plasmato la sua interpretazione pubblica.

Abstract: This article examines the speech delivered by Benedetto Croce in the Italian Senate on 24 May 1929 during the debate on the Lateran Pacts. Focusing on its genesis – reconstructed through Croce’s Taccuini and correspondence with Francesco Ruffini, Luigi Albertini, and Alberto Bergamini – and on its reception in the contemporary press, the study argues that the intervention was not an isolated act but the outcome of a coordinated liberal opposition within the Senate. The reactions of fascist and Catholic newspapers further reveal the mechanisms of distortion and delegitimization that shaped its public interpretation.

Una fotografia introduttiva

Una fotografia scattata a Roma il 25 maggio 1929 ritrae Luigi Albertini, Benedetto Croce e Francesco Ruffini seduti insieme su un divano[1]. Lo scatto li coglie nel giorno in cui il Senato approvava, con voto plebiscitario, la ratifica dei Patti Lateranensi. Tra i pochissimi voti contrari figuravano proprio i loro. Il giorno precedente Croce si era recato a Palazzo Madama e aveva interrotto il silenzio parlamentare che si era imposto sin da prima delle leggi eccezionali, pronunciando – ultima volta fino alla caduta del fascismo – un noto discorso di opposizione. Così, il 24 maggio 1929, sebbene riconoscesse il significato storico della soluzione della questione romana, espresse una netta riserva nei confronti del Concordato e delle sue implicazioni politiche, anche per preservare l’autonomia dello Stato rispetto alla sfera religiosa[2].

La genesi di tale intervento, in parte già nota, e la sua ricezione nella stampa contemporanea risultano ancora suscettibili di approfondimento. A questo proposito, le fonti disponibili consentono di ricostruire, con una certa precisione, sia il processo che condusse Croce a parlare in Senato su quel tema sia le modalità attraverso le quali il suo discorso fu interpretato, deformato e polemicamente utilizzato nel dibattito pubblico. Esse mostrano, più in particolare, come l’intervento del 24 maggio configurasse l’esito di un confronto maturato all’interno della residua minoranza liberale presente nell’assemblea. In una cornice siffatta il filosofo finì per assumere il ruolo di portavoce di una posizione condivisa, pur nella consapevolezza dell’isolamento politico in cui quella opposizione era destinata a rimanere.

Al tempo stesso, la reazione della stampa coeva consente di osservare i meccanismi di delegittimazione pubblica che lo colpirono. Mentre i principali quotidiani cattolici interpretarono il suo discorso come l’espressione di un liberalismo anacronistico o di un persistente anticlericalismo ottocentesco, i periodici più allineati al regime ricorsero, infatti, anche alla caricatura e alla satira per ridicolizzarne la figura.

Genesi del discorso

Fin dall’11 febbraio 1929, data della firma dei Patti Lateranensi, Croce lasciò trasparire la propria inquietudine di fronte all’accordo raggiunto fra lo Stato italiano e la Santa Sede, annotando sui Taccuini: «Grave tristezza per l’annunziata conciliazione e concordato col Papa, e simili delizie»[3]. Su tale vicenda ebbe ben presto un interlocutore privilegiato nel giurista Francesco Ruffini[4]. La loro corrispondenza è qui integrata con le missive di altri senatori della tradizione liberale, in particolare Luigi Albertini e Alberto Bergamini, già rispettivamente direttori, fino all’avvento del fascismo, del «Corriere della Sera» e del «Giornale d’Italia»[5].

Il 7 marzo 1929 Ruffini manifestò a Croce il desiderio di un confronto proprio sugli sviluppi determinati dai Patti Lateranensi: «Tu sei il solo uomo, con il quale agognerei di scambiare qualche idea ed impressione su quanto è emerso e ne seguirà»[6]. Ciò testimonia non soltanto la stima intellettuale del giurista piemontese nei confronti del filosofo abruzzese, ma anche la consapevolezza che la questione richiedesse una riflessione più ampia. Il dialogo si allargò, infatti, come anticipato, ad Albertini e a Bergamini. Dallo scambio epistolare intercorso in particolare tra il primo dei due giornalisti e Croce nel mese di maggio emerge la progressiva preparazione del dibattito in Senato. Così, il 10 maggio Albertini accennava alla necessità di un incontro con gli altri, al fine di discutere la «nota questione»[7]. Nei giorni successivi la corrispondenza proseguì con ulteriori indicazioni sui luoghi degli appuntamenti. Vanno in questa direzione le missive del 13, del 17 e del 18 maggio, nelle quali il senatore e giornalista marchigiano menzionava ripetutamente – sia pure citandoli soltanto con le iniziali del cognome – anche Bergamini e Ruffini, a testimonianza di come la riflessione avesse già assunto il carattere di un vero e proprio coordinamento[8].

I Taccuini confermano e a loro volta integrano la richiamata documentazione: il 15 maggio il pensatore abruzzese annotò di essersi recato a Roma per incontrare i tre interlocutori, mentre il 17 maggio registrò di aver steso «nelle prime ore della mattina il breve discorso da tenere al Senato, secondo gli accordi presi con gli amici»[9]. L’intervento appare quindi, fin dall’inizio, come il risultato di una decisione condivisa, di cui il filosofo si fece portavoce. Una sua successiva annotazione chiarisce ancora meglio questo aspetto. Sotto la data del 22 maggio scrisse, infatti, di aver letto ad Albertini, Ruffini e Bergamini «le parole» che avrebbe pronunciato anche a loro nome in Senato, ricevendone «piena approvazione»[10]. Tale registrazione si coniuga con una missiva che Ruffini gli inviò pochi giorni dopo il dibattito parlamentare e nella quale espresse riconoscenza al filosofo per aver posto la sua «alta parola a servizio» della loro «santa causa»[11]. Il documento sancisce il ruolo assunto da Croce nel fornire la veste pubblica più adeguata a un dissenso che, all’interno del Parlamento fascistizzato, poteva ormai contare soltanto su pochissime voci.

L’osservata dinamica riecheggia la genesi del Manifesto degli intellettuali antifascisti del 1925. Giacché quell’iniziativa, com’è noto, non era partita dal filosofo abruzzese, ma da Giovanni Amendola, che lo aveva sollecitato a redigere un testo capace di rappresentare pubblicamente la posizione degli intellettuali contrari al regime[12]. Come allora, anche nel 1929 Croce finì per assumere il ruolo di interprete e portavoce di una posizione condivisa da altri esponenti, trasformando una riflessione maturata in ambito privato in un intervento destinato alla sfera pubblica.

Il discorso del 24 maggio 1929

L’intervento crociano si collocava in un contesto politico nel quale l’approvazione degli accordi tra il Regno d’Italia e la Santa Sede era largamente scontata. Il dibattito parlamentare si svolse, infatti, in un clima di consenso quasi unanime, alimentato anche dalla forte mobilitazione propagandistica con cui il regime presentava la Conciliazione come uno degli eventi fondativi della nuova Italia. Il discorso del 24 maggio 1929, se sul piano strettamente parlamentare ebbe un’incidenza limitata, assunse tuttavia un valore simbolico non trascurabile, in quanto tra le rare manifestazioni di dissenso espresse nelle istituzioni durante il regime.

Per Croce non sussisteva un’opposizione di principio alla riconciliazione con la Santa Sede, bensì al modo in cui questa era stata attuata e alle convenzioni che la accompagnavano[13]. La sua linea si fondava su una distinzione precisa tra la Conciliazione come evento storico e il Concordato come atto giuridico-politico destinato a ridefinire i rapporti fra Stato e Chiesa.

Il filosofo riconosceva che la fine della lunga frattura apertasi nel 1870 poteva essere considerata un fatto positivo per la storia italiana. Tuttavia, riteneva che il Concordato introducesse nel sistema istituzionale elementi potenzialmente problematici, soprattutto per quanto riguardava l’equilibrio tra l’autorità civile e l’influenza della Chiesa nella vita pubblica. Il punto centrale della sua argomentazione riguardava, dunque, il rischio che l’accordo potesse alterare quella distinzione tra sfera religiosa e sfera politica che costituiva uno dei presupposti fondamentali della tradizione liberale, erede diretta della cultura politica del Risorgimento[14].

Nel corso del «nobile discorso»[15], Croce richiamò implicitamente tale tradizione, ricordando come lo Stato unitario fosse nato dall’iniziativa di uomini politici che avevano concepito il problema dei rapporti tra Stato e Chiesa in termini di autonomia reciproca. La soluzione della questione romana non poteva, quindi, essere perseguita, a suo avviso, al prezzo di una nuova subordinazione della vita civile a principi di carattere confessionale. In tale ottica, il filosofo si presentava come il difensore di un equilibrio istituzionale che riteneva minacciato. In particolare, le clausole concordatarie rischiavano, secondo lui, di introdurre nella vita dello Stato una serie di vincoli, i quali avrebbero potuto limitare la libertà dell’autorità civile in ambiti quali l’istruzione, il matrimonio e la legislazione.

La sua critica, che si sviluppava con toni volutamente misurati, lontani da qualsiasi polemica anticlericale[16], non intendeva riaprire la contrapposizione tra Stato e Chiesa che aveva caratterizzato l’Italia dell’Ottocento; al contrario, il suo intervento si fondava sulla convinzione che proprio il riconoscimento reciproco delle due sfere dovesse garantire l’indipendenza statuale e la libertà della coscienza religiosa.

La posizione del filosofo, com’era prevedibile, risultò isolata nel contesto del dibattito parlamentare. Al termine della discussione il Senato approvò, infatti, la ratifica dei Patti Lateranensi, con soli sei voti contrari per appello nominale – quelli cioè degli stessi senatori che avevano condiviso la preparazione dell’intervento, oltre ai due di Emanuele Paternò e Tito Sinibaldi –, che divennero dieci nello scrutinio segreto[17].

Va, però, ricordato che la votazione era stata preceduta dall’intervento di Benito Mussolini, il quale aveva trasformato il discorso di Croce in un caso politico. Il capo del governo attaccò esplicitamente il filosofo con parole aspre, accusandolo di rappresentare il tipo dell’intellettuale incapace di partecipare agli eventi della storia e pronto soltanto a giudicarli a posteriori: «Accanto agli imboscati della guerra vi possono essere degli imboscati della storia, i quali, non potendo per ragioni diverse […] produrre l’evento, cioè fare la storia prima di scriverla, si vendicano dopo, diminuendola spesso senza obiettività e qualche volta senza pudore»[18]. Il riferimento alla figura del Croce storico mirava, all’evidenza, a delegittimarne l’autorevolezza morale e intellettuale.

Ricezione e polemiche nella stampa italiana

Che il clima del periodo fosse poco favorevole alla diffusione del discorso del 24 maggio si ricava anche da una lettera del critico cortonese Pietro Pancrazi, il quale segnalò al filosofo la difficoltà di procurarsi il testo dell’intervento e, soprattutto, l’imposizione data ai giornali locali di limitarsi a poche righe di cronaca, che dovevano essere accompagnate da un «titolo “strafottente”»[19]. Tale testimonianza offre il quadro di un sistema informativo fortemente condizionato da direttive politiche e conferma come il discorso crociano fosse destinato a circolare in una forma filtrata e spesso distorta. A seguito della ratifica dei Patti Lateranensi, infatti, la stampa fascista e quella cattolica ripresero quell’intervento del 24 maggio, insistendo spesso sugli stessi motivi introdotti da Mussolini e accentuandone il carattere caricaturale[20].

Nei quotidiani più direttamente legati al fascismo la polemica assunse toni aspri fin dal 25 maggio. «Il Popolo d’Italia» presentò il discorso di Croce come l’espressione di un atteggiamento ormai estraneo alla nuova realtà politica italiana. L’articolo del giornale fondato da Benito Mussolini insisteva sull’idea che il filosofo fosse rimasto «fuori della storia», incapace di comprendere i grandi eventi che, secondo la retorica del regime, avevano segnato il destino dell’Italia: l’intervento nella Prima guerra mondiale, la vittoria di Vittorio Veneto, la marcia su Roma e infine la Conciliazione con la Santa Sede. In tale ottica Croce veniva rappresentato come un intellettuale isolato, chiuso nella propria biblioteca, distante dalle trasformazioni in atto nel Paese[21].

Ancora più aggressivo fu il tono adottato dal quotidiano romano «L’Impero», che pubblicò in prima pagina due articoli, uno di apertura e uno di fondo, accompagnati da altrettante caricature, destinate a ridicolizzare apertamente il pensatore abruzzese. Il giornale ne presentava le parole pronunciate in Senato come il residuo di un liberalismo incapace di adattarsi alla nuova Italia fascista, dunque calpestabili (tanto che nella vignetta di taglio basso i fogli del discorso crociano sono calpestati), trasfigurando l’autore in un senatore decrepito che “meritava”, secondo Emilio Settimelli, di essere messo alla gogna e ricordato con un monumento del disprezzo[22]. L’uso della caricatura e della polemica personale mostrava come la critica non fosse rivolta tanto agli argomenti esposti nel discorso quanto alla figura stessa del filosofo, ormai bersaglio di una satira denigratoria.

Un registro simile si ritrova nell’intransigente periodico romano «Il Tevere», che dedicò al discorso del 24 maggio altre vignette satiriche. In una di esse Croce veniva rappresentato mentre spegneva simbolicamente le candele che illuminavano la cupola di San Pietro, alludendo al voto contrario espresso in Senato[23]. L’immagine suggeriva che quell’opposizione equivalesse a un gesto di ostilità nei confronti della riconciliazione tra lo Stato italiano e la Chiesa, rafforzando così la rappresentazione propagandistica del dissenso come atto di ostinato rifiuto nei confronti di un evento celebrato dal regime quale momento di unità nazionale. Un’altra vignetta, intitolata «Benedetto e la storia», giocava invece sul rapporto tra il filosofo e la sua concezione della storia, riducendo ironicamente la sua posizione a una sorta di incomprensione della realtà contemporanea, in cui la sua stessa biografia si rifletteva in una puntata a lotto con la dicitura «47 Morto che parla»[24].

Accanto a queste reazioni della stampa fascista si collocarono anche gli interventi dei principali quotidiani cattolici, che, pur adottando toni meno satirici, non furono meno critici nei confronti del discorso crociano. «L’Avvenire d’Italia» lo definì un intervento «disgraziatissimo», accusandolo di riproporre argomenti tipici dell’anticlericalismo ottocentesco e, in quanto affetto da «cecità per la sua passione settaria», di non cogliere il significato storico della Conciliazione[25].

Una posizione analoga si rifletteva anche nelle pagine dell’«Osservatore romano», che il 26 maggio aveva sottolineato l’isolamento politico di Croce, interpretando il suo discorso come l’espressione di un atteggiamento contraddittorio. Secondo il giornale della Santa Sede, il filosofo avrebbe riconosciuto il valore della soluzione della questione romana pur continuando a rigettare il Concordato, finendo così per apparire come un oppositore privo di una posizione coerente[26].

Nel loro insieme queste reazioni mostrano come il discorso del 24 maggio 1929 venisse rapidamente trasformato in oggetto di polemica pubblica. Nei giornali fascisti Croce era ridotto a figura caricaturale e presentato come un intellettuale fuori dal tempo; nella stampa cattolica, invece, il suo intervento veniva interpretato come l’ultimo riflesso di un anticlericalismo ormai superato. In entrambi i casi, la discussione si spostava dagli argomenti del discorso alla delegittimazione della posizione crociana.

Sintesi conclusiva

La ricostruzione della genesi del discorso, alla luce della documentazione epistolare in parte già nota e di quella qui considerata nel suo insieme, riporta quell’intervento all’espressione pubblica di una posizione maturata all’interno di un ristretto nucleo di senatori liberali, che continuavano a riconoscersi nella tradizione politica dello Stato unitario.

Tuttavia, la reazione polemica che esso suscitò – dalla replica di Benito Mussolini fino agli articoli e alle caricature pubblicati nei giorni successivi da quotidiani fascisti e cattolici – conferma il rilievo che le parole di Croce continuavano ad avere nel clima politico dell’epoca. Difatti, le modalità con cui il discorso fu presentato, spesso ridicolizzato o deformato, evidenziano quanto quel dissenso fosse percepito come una voce anomala all’interno di uno spazio pubblico ormai fortemente condizionato dalla propaganda di regime.

L’intervento di Croce non può, del resto, essere isolato dal quadro più ampio della sua attività civile e letteraria negli anni del fascismo. Se il discorso del 24 maggio 1929 rappresentò l’ultima presa di posizione parlamentare, l’opposizione morale e culturale al regime continuò a manifestarsi soprattutto attraverso la sua riflessione a carattere etico-politico, destinata di lì a breve a trovare una delle sue espressioni più alte con quella «religione della libertà» che avrebbe aperto la Storia d’Europa[27].

In tal senso, il discorso contro il Concordato appare paradigmatico di una più ampia vicenda intellettuale e politica: quella di un filosofo che, pur privato degli strumenti dell’azione politica, continuò a difendere nello spazio della cultura e della coscienza storica i principi della tradizione liberale italiana, nei quali egli riconosceva l’eredità morale e civile del Risorgimento.

 

  1. La si veda in I. De Feo, Benedetto Croce e il suo mondo, Torino, Eri, 1966, p. 110.
  2. Cfr. A. C. Jemolo, Chiesa e Stato in Italia dall’unificazione ai giorni nostri, Torino, Einaudi, 19816, pp. 246-47. Ma si veda anche D. Menozzi, Croce e il Concordato del 1929: “Parigi non vale una messa” [Croce e Gentile, 2016], in «Treccani» online: https://www.treccani.it/enciclopedia/croce-e-il-concordato-del-1929-parigi-non-vale-una-messa_(Croce-e-Gentile)/ (ultima consultazione: 06/03/2026).
  3. B. Croce, Taccuini di Lavoro, vol. 3 (1927-1936), Napoli, Arte tipografica, 1987, p. 118.
  4. Cfr. A. Frangioni, Francesco Ruffini. Una biografia intellettuale, Bologna, il Mulino, 2017, specie alle pp. 334-434.
  5. Tali missive, conservate dalla Fondazione Biblioteca Benedetto Croce e censite dalla segnatura archivistica s. 1 «Carteggio (1883-[1952]), fasc. «Corrispondenza di Benedetto Croce con senatori (1883-1952)», sono state digitalizzate e rese accessibili dall’Archivio storico del Senato al seguente link: https://patrimonio.archivio.senato.it/inventario/fondazione-croce/benedetto-croce/struttura (consultato in data 16/01/2026).
  6. Ivi, unità 299, doc. 58, lettera di Francesco Ruffini a Benedetto Croce del 7 marzo 1929.
  7. Ivi, unità 4, doc. 8, lettera di Luigi Albertini a Benedetto Croce del 10 maggio 1929.
  8. Ivi, docc. 9-11, lettere di Luigi Albertini a Benedetto Croce rispettivamente del 13, 17 e 18 maggio 1929.
  9. B. Croce, Taccuini di Lavoro, op. cit., p. 131.
  10. Ivi, p. 132.
  11. Digitalizzazione dell’Archivio Storico del Senato, s. 1 «Carteggio (1883-[1952]), fasc. «Corrispondenza di Benedetto Croce con senatori (1883-1952)», unità 299, doc. 63, lettera di Francesco Ruffini a Benedetto Croce del 27 maggio 1929.
  12. Sul tema resta fondamentale B. Croce, Relazioni o non relazioni col Mussolini, in Id., Nuove pagine sparse, Serie I: Vita, pensiero, letteratura, Napoli, Ricciardi, 1948, specie alle pp. 66-67.
  13. L’intervento fu pubblicato coevamente, oltreché in «Atti Parlamentari», Senato del Regno, Legislatura XXVIII, 1ᵃ sessione, Tornata del 24 maggio 1929, pp. 4-6, anche in opuscolo: Senato del Regno, La conciliazione e la politica ecclesiastica. Discorso del Senatore Croce Benedetto pronunziato nella tornata del 24 maggio 1929, Roma, Tip. del Senato, 1929. Qui si segue il testo pubblicato in B. Croce, Discorsi parlamentari, Roma, Bardi, 1966, alle pp. 167-75, al quale si rinvia, se non diversamente precisato.
  14. Su quella stessa cultura poggiava, del resto, l’opera del filosofo abruzzese: cfr. L. Arnone Sipari, Il Risorgimento come archetipo etico-politico. Benedetto Croce e la coscienza della libertà tra fascismo e liberazione, in «Diacritica», XI, 2025, fasc. 55: https://diacritica.it/letture-critiche/il-risorgimento-come-archetipo-etico-politico-benedetto-croce-e-la-coscienza-della-liberta-tra-fascismo-e-liberazione.html
  15. Così E. Ragionieri, La storia politica e sociale, in «Storia d’Italia. Dall’Unità a oggi», vol. XII, Dall’Italia fascista all’Italia repubblicana, Torino, Einaudi, 2005, p. 2199.
  16. Cfr. A. C. Jemolo, Chiesa e Stato in Italia dall’unificazione ai giorni nostri, op. cit., p. 247. Ma sui toni dei discorsi crociani si veda M. Panetta, Tra politica e letteratura: le ‘pacate invettive’ di Benedetto Croce, in Le scritture dell’ira. Voci e modi dell’invettiva nella letteratura italiana, a cura di G. Crimi e C. Spila, Roma, Roma TrE Press, 2016, pp. 145-58.
  17. Cfr., tra gli altri, G. Candeloro, Storia dell’Italia moderna, vol. IX, Il fascismo e le sue guerre, Milano, Feltrinelli, 19956, specie alle pp. 233-50.
  18. Si segue il testo pubblicato in «Atti Parlamentari», Senato del Regno, Legislatura XXVIII, 1ᵃ sessione, Tornata del 25 maggio 1929, pp. 2-8, cit. a p. 6. Il filosofo non avrebbe replicato: «Sdegnai di rispondergli perché proprio non ne francava la spesa; e solo quando mi chiamò “un imboscato della storia”, mi rivolsi al Ruffini, che mi sedeva accanto, per domandargli che diamine volesse intendere, e il Ruffini mi fece il viso di chi tacendo dice: Taci. Veramente io non avevo capito» (B. Croce, Relazioni o non relazioni…, op. cit., p. 70).
  19. B. Croce-P. Pancrazi, Caro Senatore. Epistolario (1913-1952), prefazione di E. Croce, Firenze, Passigli, 1989, p. 44. La lettera risulta trascritta con la data, evidentemente erronea, del 21 maggio 1929.
  20. Tali articoli, anch’essi conservati dalla Fondazione Biblioteca Benedetto Croce e digitalizzati dall’Archivio storico del Senato (vedi supra nota 5), sono identificati dalla seguente segnatura archivistica: s. 2 «Miscellanea di scritti concernenti B. Croce (1885-1952)», fasc. 39 «luglio 1928-luglio 1929».
  21. Ivi, doc. 146, G.P., La storia che passa, in «Il popolo d’Italia» del 25 maggio 1929.
  22. Ivi, doc. 151, Il professor Benedetto Croce definitivamente massacrato dalla precisa, sferzante requisitoria del Duce del Fascismo e [E.] Settimelli, Alla gogna!, entrambi in «L’Impero» del 26 maggio 1929.
  23. Ivi, doc. 173, vignetta in «Il Tevere» del 29 maggio 1929.
  24. Ivi, unità 40 «giugno 1929-luglio 1930», doc. 2, vignetta in «Caffè del Tevere» del 2 giugno 1929.
  25. Ivi, unità 39 «luglio 1928-luglio 1929», doc. 158, trafiletto in «L’Avvenire d’Italia» del 28 maggio 1929.
  26. Ivi, doc. 170, trafiletto in «L’Osservatore romano» del 26 maggio 1929.
  27. Il riferimento va, ovviamente, al primo capitolo di B. Croce, Storia di Europa nel secondo decimonono, Bari, Laterza, 1932, pp. 9-25.

(fasc. 59, 25 febbraio 2026)

Il “privilegio” di Croce

Author di Maurizio Tarantino

Abstract: Il saggio ricostruisce la posizione di Benedetto Croce durante il ventennio fascista, a partire dalla devastazione della sua casa napoletana nella notte tra il 31 ottobre e il 1° novembre 1926, in seguito all’attentato di Anteo Zamboni a Mussolini. L’episodio, che suscitò enorme scandalo sulla stampa internazionale, indusse il regime a lasciare al filosofo una relativa libertà di espressione, che Croce sfruttò per continuare a pubblicare e a esprimere, con understatement e ironia, la propria opposizione. Il testo analizza la risposta di Croce attraverso le pagine del suo diario, dove il filosofo elaborò una strategia personale e morale di resistenza, rifiutando sia la resa che l’inutile disperazione. Al centro del saggio vi è lo scambio epistolare del 1944 con Togliatti, che sulle pagine di «Rinascita» accusò Croce di aver goduto di un “privilegio” in cambio di una tacita collaborazione con il fascismo. Croce respinse con forza l’accusa, portando la questione direttamente in Consiglio dei ministri e ribadendo che la sua relativa libertà fu conseguenza dello scandalo internazionale seguito alla devastazione, non di alcun accordo col regime. Tarantino mostra come questa “leggenda” del Croce “privilegiato” o “imboscato” abbia continuato a circolare negli ambienti della sinistra fino ai nostri giorni, trovando eco anche in storici autorevoli.

Abstract: The essay reconstructs Benedetto Croce’s position during the Fascist twenty-year period, starting from the ransacking of his Neapolitan home on the night of October 31 to November 1, 1926, following Anteo Zamboni’s assassination attempt on Mussolini. The episode, which caused enormous scandal in the international press, led the regime to grant the philosopher a degree of freedom of expression, which Croce used to continue publishing and to voice his opposition with understatement and irony. The essay analyzes Croce’s response through the pages of his diary, where the philosopher developed a personal and moral strategy of resistance, rejecting both surrender and futile despair. At the heart of the essay lies the 1944 epistolary exchange with Togliatti, who in the pages of «Rinascita» accused Croce of having enjoyed a “privilege” in exchange for tacit collaboration with Fascism. Croce firmly rejected the accusation, bringing the matter directly before the Council of Ministers and reaffirming that his relative freedom was a consequence of the international scandal following the ransacking, not of any agreement with the regime. Tarantino shows how this “legend” of a “privileged” or “sheltered” Croce continued to circulate in left-wing circles well into recent times, finding echo even in authoritative historians.

La sera del 31 ottobre 1926, a Bologna, al termine della commemorazione della marcia su Roma, il quindicenne Anteo Zamboni sparò, senza colpirlo, un colpo di pistola verso il Duce. Il ragazzo fu ucciso sul posto a coltellate dalle camicie nere. L’attentato, sulla matrice del quale, anarchica o farinacciana, gli storici restano ancora incerti, ebbe due conseguenze principali: una più diluita nelle settimane successive, l’altra immediata. La prima fu l’inasprimento della legislazione per la “difesa dello Stato”, tra cui lo scioglimento di tutti i partiti, la decadenza dei 123 deputati aventiniani, l’istituzione del Tribunale Speciale, la reintroduzione della pena di morte. La seconda conseguenza, quella immediata, si consumò nella notte tra il 31 ottobre e il 1° novembre con un centinaio di spedizioni punitive in tutta Italia, con violenze e saccheggi nelle sedi di giornali, partiti e sindacati, e devastazioni delle case degli antifascisti. I due episodi più eclatanti furono l’assalto alla casa cagliaritana di Emilio Lussu, raccontata con dovizia di particolari e ironia dallo stesso Lussu in quel “capolavoro involontario” che è Marcia su Roma e dintorni, e la devastazione della casa di Benedetto Croce. A Napoli, in quella notte, erano già state assalite le case di Arturo Labriola, Amadeo Bordiga, Roberto Bracco, Mario Amendola (fratello di Giovanni) e Piero Scarfoglio. Gli squadristi, all’alba, si presentarono a Palazzo Filomarino:

Stanotte, alle 4 siamo stati svegliati da un gran fracasso di vetri rotti e di passi affrettati; era una dozzina o quindicina di fascisti, venuti a devastarmi la casa, hanno rotto tutti i vetri, sfondato quadri, e spezzato vasi e mobili delle stanze per cui sono passati. Gettatomi dal letto, mi sono affacciato dalla stanza per domandare cosa fosse; mi hanno risposto: “Fascisti, fascisti”, e un tale ha aggiunto volgari parolacce. Mentre infilavo i calzoni e mettevo le scarpe, mia moglie si è precipitata loro incontro, passando per altre stanze, ed essi, alla presenza e alle parole, hanno smesso di colpo, si sono chiamati a raccolta, hanno spenta la luce gettando la casa nell’oscurità, e sono dileguati. Ci siamo affacciati al balcone, e li abbiamo visti rimontare nel camion con gli altri che facevano la guardia giù al portone[1].

Insieme con l’annotazione sul diario, Croce scrisse la mattina dopo anche una lettera ad Alessandro Casati. La trama del “racconto” è la stessa, ma il tono è diverso. Il filosofo già ragiona («Avevano aria di gente che ubbidisce a ordini. Potevano malmenarmi (ero scalzo e in camicia), e non l’hanno fatto: dunque, questo non era tra gli ordini»); e soprattutto stempera la comprensibile paura e indignazione con l’understatement e l’ironia:

hanno gridato qualche parolaccia, ma non troppo ferocemente, al mio indirizzo […] mi sono consolato nell’allegra idea che finalmente ho avuto l’onore di ricevere una visita dello Stato Etico, di quello buono, che risolve in sé la religione, ed è la morale in atto, ecc. ecc. La casa è mezzo devastata, ma Adelina e le bambine (e persino le donne di servizio) sono state all’altezza della situazione, cioè più filosofe di me o quanto me[2].

Tre settimane dopo Croce votò al Senato contro alcune delle “leggi fascistissime”, ma il suo nome non comparve nei verbali. Così scrisse a Tommaso Tittoni, presidente del Senato, chiedendogli di reintegrarlo. Alla lettera, copiata nell’Epistolario raccolto da Croce stesso tra il 1934 e il 1935, il filosofo aggiunse questa postilla: «Si trattava della votazione sul Tribunale speciale, la pena di morte e altrettali orrori. Io mi recai a Roma e votai contro. Mi seccava che il mio nome fosse stato omesso, perché, essendomi stata di recente invasa la casa, si sarebbe potuto pensare che io mi fossi intimidito e perciò astenuto dal votare»[3].

Un anno prima nel diario, dove non occorreva fare lo sforzo di sdrammatizzare e sorridere, Croce aveva scritto alcune delle sue pagine più cupe:

Penoso senso di soffocamento per la soppressa libertà di stampa; ribellione dell’animo a questa ingiustizia violenta e ipocrita insieme. Ho riesaminato ancora una volta per ogni verso la situazione presente; e il riesame mi avrebbe lasciato nella depressione della tristezza, se non mi fossi rammentato di una cosa che, da filosofo, ho ragionato, dell’errore cioè di porre i problemi politici in termini estrinseci, scrutando l’Italia e temendo o sperando di lei; laddove l’unico modo di porli è quello personale e morale, che cerca e mette capo alla determinazione del quid agendum personale, del proprio dovere. E non mi è stato difficile rifermarmi nella risoluzione, che a me spetti continuare a fare quel che posso fare, qualunque cosa accada. Tutt’al più, se non potrò più pubblicare le mie cose, verranno in luce postume[4].

La sera e parte della notte in dolorosi pensieri, ormai consueti. Ora non è più possibile lotta di opposizione, per la soppressione dei giornali. Al Senato, darò voto contrario alle leggi testé presentate; e sarà tutto. Ma non è possibile nemmeno accettare la situazione; e non è dato morire, pei doveri che legano alla famiglia, agli studi, alla società. Dunque, bisogna vivere: vivere come se il mondo andasse o si avviasse ad andare conforme ai nostri ideali. Ricordarsi di quel trattatello secentesco, da me scoperto, Della dissimulazione onesta: dell’inganno che si ha il diritto e il dovere di fare a sé stessi per sostenere la vita. Così si dà un certo assetto alla vita interiore. Restano le difficoltà e i rischi della vita esteriore. Ma queste son cose che non dipendono da noi, e per le quali non conviene affannarsi, e bisogna affidarsi alla Provvidenza[5].

Chi ha letto queste pagine, e in generale il suo diario, non si meraviglierà della reazione di Croce, la mattina successiva alla devastazione: «A giorno, ho ripreso le letture storiche e gli appunti dai libri letti e segnati; ma c’è stata una folla di amici, venuti a chiedere notizie dei fatti di stanotte, che ho potuto continuare a stento il lavoro, dal quale mi ero proposto di non distrarmi».

Le distrazioni aumentarono nei giorni seguenti: lettere e telegrammi di amici e colleghi, e tanti articoli sulla stampa italiana e straniera. Quella italiana, controllata dal regime, per lo più minimizzò, spesso facendo anche dell’ironia, e, in alcuni casi addirittura approvò; quella straniera, esclusi i giornali controllati dai Fasci italiani all’estero, manifestò invece sdegno e turbamento[6]. Lo scandalo era grande, e rischiava di danneggiare l’immagine del fascismo; così Croce fu lasciato in pace; poteva scrivere, con qualche censura e autocensura, come dimostra il carteggio con Giovanni Laterza[7], ma soprattutto assediato da un coro di critiche, spesso assai sguaiate, tese a mostrare da un lato la benignità e la tolleranza del fascismo, dall’altro l’innocuità e la decrepitezza dei libri di quel vecchio, asserragliato nel suo palazzo[8].

Il nocciolo di questa ricostruzione costituisce l’argomento principale della risposta che Croce diede a Togliatti in uno scambio epistolare del 1944, che qui provo a ricostruire. Alla metà del giugno 1944 Palmiro Togliatti, rientrato da due mesi in Italia dall’URSS, inaugurò sul primo numero di «Rinascita» la rubrica La battaglia delle idee, recensendo l’opuscolo Per la storia del comunismo in quanto realtà politica pubblicato da Croce nel 1943. Nella recensione Togliatti riprendeva, semplificandolo e “politicizzandolo”, un giudizio teorico e storico di Gramsci espresso in una lettera a Tatiana del 6 giugno 1932, pubblicata dal segretario comunista su quello stesso primo numero di «Rinascita». Nella recensione Togliatti descriveva così il rapporto tra Croce e il fascismo:

Benedetto Croce ha avuto, come campione della lotta contro il marxismo, una curiosa situazione di privilegio, nel corso degli ultimi venti anni. Egli ha tenuto cattedra di questa materia, istituendosi così tra lui e il fascismo una aperta collaborazione, prezzo della facoltà che gli fu concessa di arrischiare ogni tanto una timida frecciolina contro il regime. L’aver accettato questa funzione, mentre noi eravamo forzatamente assenti o muti, o perché al bando del paese o perché perseguitati fino alla morte dei nostri migliori, è una macchia di ordine morale che non gli possiamo perdonare e ch’egli non riuscirà a cancellare[9].

L’accusa non era nuova: formulata, nella maniera di cui si è detto sopra, da Gramsci, era circolata tra i comunisti in esilio o in clandestinità, e in un certo qual modo, se non altro semanticamente, richiamava l’appellativo di «imboscato», affibbiato indirettamente a Croce da Romolo Murri, ormai organico al regime, nella recensione del 1928 alla Storia d’Italia[10], poi ripreso con più nettezza l’anno dopo da Mussolini nella replica al voto contrario di Croce sul Concordato. In quel giugno 1944 l’accusa giunse però inaspettata, soprattutto per il fatto che, dopo la Svolta di Salerno, Togliatti sedeva con Croce sui banchi dello stesso Governo, quello formato il 4 giugno, pochi giorni prima, da Ivanoe Bonomi. Croce ne fu dolorosamente colpito, come testimonia la pagina del suo diario:

La sera ho letto un articolo nella rivista La rinascita, del capo comunista Togliatti, che sarebbe da definire un’infamia, tanto è bugiardo, calunnioso e perfido, se per quella gente, che è priva, o si è dispogliata, di ogni sentimento e di ogni dovere di verità e onestà e non cura se non il giuoco della politica, roba di quel genere fosse non altro che un buon tratto politico per tentar di discreditare gli avversari. E l’opera alla quale io lavoro della costituzione di un forte e largo partito liberale in Italia, e l’ascendente della mia parola e della mia logica, sono bastevoli a spiegare come essi ora tentino di far credere che io fossi in accordo col fascismo a prezzo di una certa libertà concessami in cambio della persecuzione che io facevo dei comunisti, imprigionati, ammazzati o costretti all’esilio dal fascismo. Così mi hanno, nelle loro menzogne, dipinto nel modo che a loro gioverebbe che io fossi mai stato. Ma il male è che esiste al mondo la verità, e per ora io sono ancora in vita e mi so difendere. Ho messo insieme gli appunti per una risposta, che farò fare dalla Libertà; e mi sono studiato di servare tono bonario ed ironico, perché, non avendo in realtà provato furore di sdegno, non posso rispondere con indignazione[11].

La mattina dopo tornò a pensarci: «Svegliandomi, ho fatto riflessione che una risposta di giornale, e per giunta bonaria e ironica, sarebbe troppo poco, e che, invece, debbo portare la questione nel Consiglio dei ministri che oggi si tiene in Salerno, al quale spero che sarà presente lo stesso Togliatti; e ho scritto la dichiarazione che leggerò all’apertura della tornata». La lunga dichiarazione, preannunciata a Bonomi e trascritta da Croce in quella stessa pagina del diario, fu letta il giorno stesso nel Consiglio dei ministri. Parla di un’accusa «disonorante», ricostruisce il suo rapporto, tutto filosofico, col marxismo e conclude:

se [il fascismo] non osò di impedirmi di stampare riviste e libri, questa fu una buona fortuna che dovetti a una invasione e devastazione che, nel folto di una notte, mentre io e i miei riposavamo, i fascisti fecero nella mia casa di Napoli, e che levò tale scandalo e proteste nei giornali esteri, americani, inglesi, tedeschi (ricordo, tra l’altro, un articolo della Neue freie Presse) da indurre il Mussolini, sensibilissimo com’era all’opinione estera, a lasciarmi, nel suo proprio interesse, d’allora in poi una relativa libertà di scrittore: della quale mi valsi, non per lanciare al regime, come dice il Togliatti «qualche timida frecciolina», ma per qualcosa di più forte e di più continuativo, come tutti sanno[12].

La replica (e anche qualche pressione dei colleghi di Governo) dovette colpire Togliatti, perché nel secondo numero di «Rinascita» il segretario del PCI pubblicò una lettera aperta a Croce in cui, richiamandosi anche allo spirito della Svolta di Salerno e sottolineando il valore politico della sua opera storica e filosofica, parve quasi scusarsi («con qualche furberia», commentò Croce nel diario): «Se alcune espressioni di quella recensione sembrano contraddire a questo spirito, esse sono andate senza dubbio al di là delle mie intenzioni». Nello scriverla non potevano non affiorare in me stati d’animo e sentimenti condizionati e provocati dall’ingiusta persecuzione che per più di vent’anni si è scatenata contro il movimento comunista».

La retractatio di Togliatti non impedì il consolidarsi all’interno degli ambienti di sinistra della “leggenda nera” di un Croce “privilegiato” e collaboratore di fatto col fascismo. Ne è buona testimonianza la lettera di auguri per il nuovo anno (quella celebre del totus politicus) che Croce scrisse a Togliatti il 31 dicembre 1945:

Le dirò […] che provo un curioso effetto, tra di maraviglia e di filosofico sorriso, nell’udirmi talvolta designare dai suoi come “reazionario” o come “filofascista”. La modestia e il pudore mi vieta di rammentare che io sono stato il più radicale, e con ciò sempre liberalissimo, rivoluzionario nella vita mentale e culturale d’Italia della prima metà del Novecento: come sarà riconosciuto e pacifico quando io non sarò più al mondo. E, per quel che si attiene al fascismo, quantunque io sia poco disposto ad odiare (l’odio è un troppo grave e doloroso peso), così violento e tenace è il mio odio per esso, in tutti i suoi aspetti, che questo sentimento non si placa neppure ora che esso è morto, o mal vivo o sopravvivente in talune spesso inconsapevoli pieghe morali e mentali[13].

La “leggenda” del Croce “privilegiato” (o “imboscato”), diffusissima fino agli anni Settanta del secolo scorso, riemerge ancora di quando in quando anche in questo secolo. Una testimonianza notevole, anche perché proveniente dalle pagine di un grande storico, è quella che si legge alla pagina 508 del libro di Zeev Sternhell, Contro l’Illuminismo, uscito nel 2006 col titolo Les Anti-Lumières: du XVIIIe siècle à la guerre froide, e tradotto in Italia nel 2007 da Baldini e Castoldi:

La dissidenza non è stata molto dura per Croce, comodamente sistemato nella propria casa, mentre Gramsci è stato liberato solo per non farlo morire in prigione. Non c’è bisogno di dire che la detenzione di Gramsci in durissime condizioni non suscita alcuna reazione da parte di Croce. In tutti gli anni del fascismo, egli continua a pubblicare la sua rivista La Critica e, separando la cultura dalla politica, rende a Mussolini un servizio senza prezzo per il regime. Mentre Gramsci sta pagando con la libertà, e in pratica con la vita, la convinzione che una simile separazione comporti un tradimento della cultura, l’odio di Croce per il comunismo è abbastanza profondo per rendergli il fascismo tollerabile.

 

  1. B. Croce, Taccuini di lavoro, 1917-1926, Napoli, Arte Tipografica, 1987 [ma 1992], p. 503.
  2. B. Croce, Epistolario, II, Lettere ad Alessandro Casati 1907-1952, Napoli, Istituto italiano per gli studi storici, 1969, p. 102.
  3. B. Croce, Epistolario, I, Scelta di lettere curate dall’autore 1914-1935, Napoli, Istituto italiano per gli studi storici, 1967, p. 134.
  4. B. Croce, Taccuini cit., p. 441.
  5. B. Croce, Taccuini cit., p. 452. Il trattato Della dissimulazione onesta di Torquato Accetto fu pubblicato da Laterza con la prefazione di Croce nel 1928.
  6. Il sito web del Senato (https://patrimonio.archivio.senato.it/inventario/fondazione-croce/benedetto-croce/struttura) consente la consultazione online della Miscellanea di scritti concernenti Benedetto Croce. Si tratta di 90 volumi in 94 tomi in cui Croce raccolse materiali diversi relativi ai suoi lavori: ritagli di giornali e riviste, opuscoli, estratti, fotografie, vignette umoristiche, dattiloscritti, postille e appunti manoscritti per un totale di 16.700 documenti in italiano, inglese, francese, tedesco, spagnolo, polacco, russo, rumeno, svedese, danese, ceco. Croce vi annotò titoli, testate e date, sciolse pseudonimi e sigle di autori, aggiunse a volte commenti manoscritti. I documenti in cui si parla della devastazione della sua casa sono nella serie 35, ai numeri 85-92bis, 106, 118, 122, 137, 171, 191.
  7. Qualche esempio ho commentato nella recensione del Carteggio Croce-Laterza. 1921-1930, vol. III, a cura di Antonella Pompilio, Roma-Bari, Laterza, 2006, in «L’Indice», aprile 2007.
  8. Particolarmente interessanti, tra gli esempi di “critica sguaiata”, le numerose vignette satiriche raccolte nella Miscellanea cit.
  9. La battaglia delle idee, in «Rinascita», 1, giugno 1944, p. 30. Sull’argomento si veda anche M. Mastrogregori, I due prigionieri Gramsci, Moro e la storia del Novecento italiano, Genova, Marietti, 2008, pp. 264 e sgg.
  10. R. Murri, Una storia ed uno storiografo, in «Il Mezzogiorno», 20-21 marzo 1928.
  11. B. Croce, Taccuini cit., pp. 123-24.
  12. B. Croce, Dichiarazione letta dal Senatore Croce nella riunione del Consiglio dei Ministri in Salerno il 22 giugno 1944, in B. Croce, Taccuini cit., p. 128.
  13. Il testo della lettera qui pubblicato è tratto da P. Togliatti, La guerra di posizione in Italia. Epistolario 1944-1964, a cura di G. Fiocco e M. L. Righi, Torino, Einaudi, 2014, pp. 64-65. Nella nota, i curatori segnalano la presenza nell’archivio di Croce di una minuta della lettera, edita in Dall’Italia tagliata in due all’Assemblea costituente: documenti e testimonianze dai carteggi di Benedetto Croce; ricerca dell’Istituto italiano per gli studi storici; a cura di M. Griffo; prefazione di G. Sasso, Bologna, il Mulino, 1998, pp. 254-55. La lettera inviata, come correttamente segnalato dai curatori dell’Epistolario togliattiano, presenta qualche variante rispetto alla minuta.

(fasc. 59, 25 febbraio 2026)