Un inedito di Marco Ricciardi

Author di Redazione

Marco Ricciardi è nato a Roma, dove si è laureato in Lettere presso l’Università “La Sapienza”. Si è successivamente specializzato in traduzione letteraria, approfondendo parallelamente tematiche scientifiche, epistemologiche e di filosofia della scienza. Ha pubblicato saggi accademici, testi poetici, articoli, interventi e scritti creativi, partecipando a diverse iniziative editoriali. Da oltre due decenni alterna l’attività di scrittura a quella di musicista.

La sua prima silloge, CybErmetica Poiesis, è risultata vincitrice della sezione inediti del Premio Nazionale Elio Pagliarani 2022 ed è stata selezionata per il Premio Viareggio 2023. Negli ultimi anni ha approfondito le implicazioni dell’Intelligenza Artificiale in ambito creativo, antropologico e politico, pubblicando interventi su riviste e rielaborando poeticamente queste riflessioni nella sua seconda raccolta in versi, Deep fake (di prossima uscita).

Una sua poesia dal titolo Filius Bonacci è apparsa anche in «Pace non trovo». Canti contro la guerra, antologia poetica a cura di Marco Belocchi e Maria Panetta, introduzione di Paolo Giovannetti (Lithos ed. 2025).

Proponiamo di seguito un suo inedito dal titolo Si vis pacem para carmina.

Si vis pacem para carmina

La guerra in fondo

è un problema di linguaggio

una cattiva retorica

a bassa definizione

Quelli che perdono il gusto

delle faticose metafore

‒ labirintiche road map

e ponti

di nuove ed epifaniche comprensioni ‒

sono già guerrafondai

senza saperlo,

anche se

declamano

e ostentano la pace.

(fasc. 56-57, 15 settembre 2025, Vol. II)

Le riviste di cultura, necessario investimento strategico per il futuro dell’Italia e dell’Europa

Author di Maria Panetta

 

Mi chiamo Maria Panetta e sono la fondatrice e la direttrice responsabile della rivista accademica «Diacritica», oltre che Vicepresidente del CRIC-Coordinamento delle Riviste Italiane di Cultura[1]. Il Coordinamento delle Riviste Italiane di Cultura è un’associazione di un’ottantina di riviste, e di sette case editrici italiane, fondata nel 2003: si propone di valorizzare il ruolo delle pubblicazioni periodiche e di favorire la loro diffusione. Tutte le riviste aderenti sono caratterizzate da un taglio interdisciplinare e da una dimensione nazionale, europea o internazionale di apporto alla promozione della cultura.

Sono molto lieta di essere qui oggi e di poter partecipare anche quest’anno a una manifestazione culturale di tale prestigio e rilevanza: colgo, quindi, l’occasione per ringraziare la Presidente del Salon de la Revue, la Professoressa Isabel Violante, e gli organizzatori per il loro gentile invito. Sono grata, poi, ai nostri ospiti e al pubblico per la loro preziosa e gradita presenza.

Vi porgo, in primo luogo, i saluti del nostro Presidente, l’On. Valdo Spini, che purtroppo non ha potuto raggiungerci a causa di impegni elettorali in Italia. L’argomento del dibattito proposto dal Professor Spini è di grande attualità e interesse: le riviste culturali, infatti, hanno sempre svolto, e tuttora svolgono, un ruolo cruciale nel promuovere il dialogo, l’identità e l’innovazione culturale in Europa, un continente complesso e multisfaccettato.

La tradizione italiana delle riviste culturali

Com’è noto, l’Italia custodisce una delle più ricche tradizioni di riviste culturali al mondo, un fecondo patrimonio che affonda le proprie radici nell’Ottocento e si rinnova costantemente, adattandosi con elasticità alle sfide contemporanee senza mai tradire la propria missione fondamentale: essere prima di tutto un laboratorio di pensiero critico e un imprescindibile ponte fra l’alta cultura e la società civile. Dalle pionieristiche e vivaci esperienze ottocentesche fino alle attuali e innovative piattaforme multimediali, infatti, le riviste culturali italiane hanno sempre rappresentato il termometro più sensibile dei fermenti intellettuali del paese, anticipando dibattiti, lanciando avanguardie e movimenti artistici e letterari, formando generazioni di lettori consapevoli.

Questa tenace continuità non si è mai configurata quale semplice ripetizione del passato, ma è stata sempre caratterizzata da una costante reinvenzione di linguaggi e modalità espressive che hanno saputo mantenere viva una prestigiosa e illustre tradizione senza permettere che si cristallizzasse. La capacità delle riviste culturali italiane di attraversare epoche storiche diverse – dall’Italia post-unitaria alla contemporaneità digitale –, infatti, dimostra una vitalità che va ben oltre la mera sopravvivenza, configurandosi come protagonismo attivo e fattivo nella lunga e impegnativa costruzione dell’identità culturale nazionale.

Il panorama editoriale italiano del 2025 conferma tale vitalità: accanto alle storiche testate che portano avanti la loro preziosa missione, infatti, nascono continuamente innovativi progetti editoriali che interpretano le nuove esigenze culturali contemporanee senza rinunciare al rigore metodologico e all’approfondimento critico che caratterizzano la migliore tradizione italiana. E i milioni di download che si registrano per certe riviste online testimoniano di un interesse crescente per i contenuti culturali di qualità, sfatando il mito di un pubblico interessato solo a forme di intrattenimento superficiali: la mia stessa rivista, «Diacritica», lo può ben confermare.

Fra i numerosi e pregevoli periodici storici italiani, possiamo ricordare almeno la notissima «La Nuova Antologia», fondata nel 1866 a Firenze e che aderisce al CRIC; «Il Marzocco»; «La Critica» di Benedetto Croce, periodico di respiro europeo; il «Leonardo», «Hermes», «La Voce», «L’Unità» di Salvemini, le riviste di Piero Gobetti, «Solaria», «Il Politecnico» di Vittorini oppure la prestigiosa «Belfagor», fondata nel 1946 dal critico letterario Luigi Russo e durata fino al 2012. Anche «Nuovi Argomenti», fondata a Roma nel 1953 da Carocci e Moravia, ha rappresentato un altro pilastro dell’editoria culturale italiana, contribuendo a definire il canone letterario contemporaneo e offrendo spazio a voci emergenti che successivamente hanno ottenuto anche un riconoscimento internazionale.

L’illustre tradizione rappresentata da queste e altre autorevoli riviste ha creato un ecosistema culturale che va ben oltre la pubblicazione dei fascicoli: ha, infatti, contribuito a formare una classe di lettori attenti e abituati all’approfondimento, ha stabilito standard qualitativi elevati per il giornalismo culturale, ha creato proficue e articolate reti di collaborazione tra università, case editrici e istituzioni culturali, che rappresentano ancora oggi uno dei punti di forza del sistema culturale italiano.

Il panorama europeo delle riviste culturali

In Europa, come sappiamo, convivono decine di nazionalità e lingue, e le riviste culturali offrono utili spazi di confronto in cui idee, sensibilità e prospettive differenti e talora divergenti si incontrano e si scontrano in modo costruttivo. Un esempio al riguardo può essere «Eurozine», periodico che raccoglie svariati contributi da numerose testate culturali europee, creando una rete transnazionale di intellettuali impegnati in dibattiti.

In un’epoca di febbrili cambiamenti come quella contemporanea, le riviste culturali svolgono pure il ruolo di catalizzatori di nuove idee: diverse pubblicazioni europee, infatti, esplorano temi come la tecnologia, l’ambiente e le trasformazioni sociali con articoli interdisciplinari. Come ben sapete, «Le Monde Diplomatique» nella versione europea spesso analizza gli impatti geopolitici delle innovazioni tecnologiche, mentre alcune riviste d’arte contemporanea (come «Frieze») stimolano nuove forme di espressione estetica e di riflessione culturale legata ai mutamenti sociali. Queste pubblicazioni fungono da laboratori culturali che anticipano o accompagnano le trasformazioni: possiamo citare anche la nota rivista italiana di poesia «Semicerchio», che aderisce al CRIC (oggi abbiamo in sala Sara Svolacchia a rappresentarla).

La profondità degli articoli e la qualità dei contributi delle riviste culturali le rendono preziose risorse anche per l’istruzione. Le università europee, infatti, spesso integrano nella didattica alcuni significativi lavori pubblicati sulle riviste per avvicinare gli studenti ad alcune metodologie di analisi critica. Ad esempio, molte facoltà di Scienze umane fanno riferimento a riviste come «European Review» o «Cultural Critique» per approfondire dibattiti su temi attuali, dalla migrazione alle politiche culturali: in tal modo, le riviste contribuiscono a formare cittadini dotati di senso critico e preparati a partecipare attivamente alla vita democratica.

Le riviste culturali, infatti, svolgono una funzione pedagogica insostituibile nella formazione delle giovani generazioni, offrendo strumenti di analisi critica e modelli di approfondimento che difficilmente trovano spazio nei circuiti dell’informazione mainstream. Per i giovani studiosi, in particolare, collaborare con una rivista culturale rappresenta spesso il primo approccio al mondo dell’editoria scientifica, un’esperienza formativa che li aiuta a sviluppare competenze di scrittura, ricerca e argomentazione indispensabili per la loro crescita intellettuale.

Le riviste culturali offrono, inoltre, ai giovani lettori modelli di scrittura saggistica di alta qualità, abituandoli a forme espressive consapevoli e raffinate che si contrappongono all’impoverimento linguistico spesso associato alla comunicazione digitale. La lettura regolare di saggi, recensioni e articoli di approfondimento favorisce, infatti, lo sviluppo di competenze interpretative e analitiche che si rivelano preziose in ogni ambito professionale e culturale. Inoltre, le recensioni e i saggi critici pubblicati sulle riviste culturali funzionano ancora come bussole intellettuali, guidando il pubblico verso opere e autori che altrimenti potrebbero rimanere sconosciuti, oltre a contribuire alla formazione di un gusto estetico raffinato. L’influenza delle più prestigiose riviste culturali spesso raggiunge, infatti, anche il mondo dell’editoria commerciale, riuscendo a orientare ancora oggi le scelte delle case editrici e contribuendo a determinare il successo critico e commerciale delle opere pubblicate: una recensione favorevole su una rivista autorevole può, infatti, ancora determinare il destino di un libro, mentre i dibattiti che si sviluppano sulle sue pagine contribuiscono a definire il canone culturale contemporaneo.

Per il pubblico adulto, le riviste culturali rappresentano soprattutto un presidio fondamentale contro la superficialità informativa che caratterizza gran parte del panorama mediatico contemporaneo. Le riviste culturali offrono, inoltre, agli adulti l’opportunità di mantenere vivo il contatto con le più recenti acquisizioni del pensiero critico e della ricerca accademica, permettendo un aggiornamento culturale continuo: per i professionisti dell’educazione, della comunicazione, delle industrie culturali, la lettura regolare di riviste specializzate rappresenta una possibilità di formazione permanente indispensabile, utile anche per mantenere elevati standard qualitativi nel proprio lavoro.

In un ecosistema mediatico dominato dalla velocità e dalla quantità, le riviste culturali europee offrono, infatti, qualcosa di sempre più prezioso: l’autorevolezza del tempo lungo. La loro capacità di proporre analisi approfondite, di contestualizzare fenomeni complessi e di mantenere standard qualitativi elevati le rende indispensabili per chiunque voglia comprendere davvero i processi culturali in corso, anziché limitarsi a registrarne la superficie. Questa autorevolezza, come si diceva, non deriva soltanto dalla tradizione, ma dalla capacità di rinnovare continuamente i propri approcci metodologici. Il fenomeno delle riviste indipendenti, cresciuto esponenzialmente negli ultimi anni, testimonia, inoltre, di una vitalità creativa che va ben oltre le logiche commerciali tradizionali: progetti in espansione come quelli dei “siti letterari” rappresentano un fermento culturale che trova nelle riviste specializzate il proprio veicolo privilegiato di espressione.

Le riviste culturali europee, infatti, si configurano oggi anche come veri e propri laboratori di sperimentazione editoriale, anticipando tendenze che successivamente si diffondono nell’intero ecosistema mediatico. La capacità di ibridare linguaggi tradizionali e nuove forme espressive è un vantaggio competitivo decisivo rispetto ai media generalisti, troppo spesso costretti a inseguire logiche di audience e tempistiche accelerate che mal si conciliano con l’approfondimento culturale. La loro resistenza creativa si manifesta in molteplici forme: dalla difesa delle lingue minoritarie alla valorizzazione di tradizioni artistiche locali, dalla sperimentazione formale alla critica delle mode culturali imposte dall’industria dell’intrattenimento di massa.

La dimensione europea di queste pubblicazioni emerge chiaramente nella loro capacità di creare reti transnazionali di collaborazione intellettuale. Riviste come «Granta» in ambito anglosassone o le storiche pubblicazioni letterarie italiane e francesi, infatti, non operano più in uno splendido isolamento nazionale, ma tessono dialoghi costanti, scambi di contenuti e progetti editoriali comuni che rafforzano l’identità culturale europea nel suo insieme.

In un’Europa sempre più interconnessa ma anche attraversata da tensioni centrifughe, le riviste culturali svolgono la funzione di ponti intergenerazionali e interculturali, spazi di dialogo privilegiati dove le differenze nazionali e linguistiche diventano ricchezza anziché barriera: la tradizione europea di riviste di comparatistica che pubblicano in più lingue o che dedicano numeri speciali a culture “altre” dimostra, infatti, una vocazione cosmopolita che rimane un patrimonio distintivo del nostro continente.

Come accennato, le riviste culturali non operano in isolamento, ma costituiscono nodi centrali di una rete complessa che include università, case editrici, istituzioni culturali, fondazioni private e organismi pubblici: questa dimensione sistemica conferisce loro un’influenza che va ben oltre la loro diffusione diretta, rendendole protagoniste attive nella definizione delle politiche culturali nazionali e internazionali, e nella formazione dell’opinione pubblica colta. Il loro ruolo di talent scout culturale è particolarmente evidente nel settore letterario, ambito nel quale molte delle voci più significative del panorama contemporaneo hanno mosso i primi passi proprio sulle pagine di riviste specializzate. Alcuni periodici italiani, ad esempio, pubblicano raffinati articoli di filologia, ma sono aperti anche alla cultura contemporanea, mantenendo vivo il pluralismo intellettuale, e offrendo spazio a diverse metodologie e orientamenti interpretativi: tale apertura al confronto rappresenta un valore democratico fondamentale in una società che rischia sempre di polarizzarsi attorno a posizioni estreme.

Le riviste culturali e l’opportunità del digitale

Contrariamente alle previsioni catastrofiche che negli scorsi decenni hanno accompagnato la rivoluzione digitale, le riviste culturali hanno saputo interpretare le nuove tecnologie come reale opportunità di espansione e rinnovamento. In particolare, alcuni periodici oggi mostrano come sia possibile coniugare rigore accademico e innovazione editoriale, creando contenuti che dialogano simultaneamente sia con la comunità scientifica internazionale sia con un pubblico colto più ampio: questa capacità di ibridazione fra tradizione e innovazione rappresenta, forse, il carattere più distintivo delle riviste culturali contemporanee.

L’ambiente digitale ha, inoltre, permesso la nascita di progetti editoriali che sarebbe stato impossibile realizzare con i soli mezzi tradizionali, ampliando la gamma delle possibilità espressive e creando nuove forme di interazione fra autori e lettori. La dimensione multimediale non ha, in genere, compromesso la qualità dei contenuti; nella maggioranza dei casi ha, anzi, aperto nuove possibilità di approfondimento e contestualizzazione che arricchiscono l’esperienza culturale del lettore.

Come ricordato, contrariamente ai pronostici catastrofici sulla scomparsa della stampa culturale specializzata, le riviste europee hanno dimostrato una capacità di adattamento digitale che le ha rafforzate anziché indebolite. La transizione verso modelli editoriali ibridi – che combinano carta e digitale, abbonamenti e contenuti gratuiti, formati tradizionali e nuove modalità narrative – ha aperto opportunità inedite di diffusione ed engagement. L’esempio delle riviste che utilizzano podcast, video-saggi, contenuti interattivi e realtà aumentata per arricchire l’esperienza di lettura dimostra, infatti, come la tecnologia possa essere messa al servizio della qualità culturale, anziché comprometterla. E la creazione di reti collaborative fra testate di diversi paesi ha permesso anche, tramite la condivisione di modelli di business innovativi, di affrontare con maggiore efficacia le sfide della transizione digitale, creando economie di scala e competenze condivise che avvantaggiano l’intero settore.

Prospettive per il futuro

Il futuro delle riviste culturali appare, dunque, ricco di opportunità, se i protagonisti del mondo intellettuale europeo saranno in grado di coglierle e metterle a frutto. L’integrazione fra supporti cartacei e digitali, l’utilizzo di linguaggi multimediali, lo sviluppo di nuove forme di interazione con i lettori rappresentano delle sfide che le riviste culturali stanno, per ora, affrontando con successo. La collaborazione crescente fra diverse testate, la creazione di reti editoriali transnazionali, lo sviluppo di progetti comuni rappresentano ulteriori opportunità promettenti che potrebbero amplificare l’impatto culturale di queste pubblicazioni: in un mondo sempre più globalizzato, infatti, le riviste culturali hanno la grande e inedita possibilità di valorizzare la specificità della tradizione culturale nazionale che rappresentano, rendendola accessibile e comprensibile anche a un pubblico internazionale. E soprattutto, in un’epoca in cui l’Intelligenza Artificiale si fa sempre più pervasiva, possono divenire, specie in presenza di Comitati scientifici e rigorosi processi di revisione fra pari, “luoghi sicuri” in cui i contenuti rimangono affidabili perché verificati e non creati ad hoc oppure manipolati e distorti con l’ausilio delle tecnologie informatiche.

Preservare e sviluppare questo patrimonio è una scelta strategica per il futuro: in un’economia sempre più basata sulla conoscenza e sulla creatività, disporre di strumenti raffinati di elaborazione culturale e di formazione intellettuale rappresenta, infatti, un vantaggio competitivo decisivo. Per tali ragioni le riviste culturali, a nostro avviso, sono tra i migliori investimenti possibili per garantire che l’Europa continui a giocare un ruolo da protagonista nel panorama culturale internazionale.

Di fronte alla crescita di sentimenti nazionalisti e chiusure identitarie, le riviste culturali sono, infine, un baluardo di apertura e inclusività, dato che lavorano costantemente per offrire narrazioni pluralistiche e comprensive della complessa esperienza europea (ad esempio, periodici come «Words Without Borders» promuovono traduzioni di autori di diversa provenienza, contribuendo a una circolazione delle idee che supera confini geografici e culturali). Questo presidio del dialogo interculturale incoraggia una cultura politica di tolleranza e rispetto, essenziale per costruire un’Europa pacifica e cooperativa, aperta al dialogo e alla mediazione diplomatica, che contrasti le poco condivisibili tendenze della politica estera attuale.

In conclusione, la capacità delle riviste culturali europee di coniugare tradizione e innovazione, rigore intellettuale e sperimentazione formale, radicamento territoriale e apertura cosmopolita le rende protagoniste indiscusse del panorama culturale dell’Europa. L’investimento in questo vitale settore – sia da parte delle istituzioni pubbliche sia dei privati – rappresenta, quindi, una scelta strategica per il futuro dell’Europa. Le riviste culturali europee non devono essere considerate un lusso per élite intellettuali, ma valorizzate come infrastrutture culturali essenziali per la formazione di una cittadinanza consapevole e per la competitività del continente nell’economia globale della conoscenza.

In un’epoca di mutazioni antropologiche e di trasformazioni rapide e spesso disordinate, le riviste culturali offrono quello che forse è il loro contributo più prezioso: il tempo e lo spazio per pensare. In questo loro servizio alla riflessione critica risiede la garanzia della loro centralità futura nel panorama culturale continentale e globale: noi ce lo auguriamo vivamente.

  1. Si presenta la traduzione in italiano del testo dell’intervento (in francese) al dibattito Pour l’Europe / Des revues pour l’Europe organizzato dal CRIC-Coordinamento Riviste Italiane di Cultura al 35° Salon de la Revue di Parigi, il 12 ottobre 2025. Di seguito la presentazione dell’evento nel Programma ufficiale della manifestazione, ospitata nel magnifico quartiere del Marais presso Halle des Blancs-Manteaux dal 10 al 12 ottobre scorsi: «Aujourd’hui, les relations internationales se reconfigurent, les équilibres en Europe changent, les tensions politiques se multiplient, les enjeux économiques prévalent et la place de la culture diminue. Les sociétés européenne s’interrogent sur leurs identités, se cherchent, semblant lutter avec elles-mêmes pour se réinventer. Dans ce contexte instable, les revues de tout le continent, et particulièrement en Italie, ont un vrai rôle à jouer pour penser ces questions et participer au développement de la culture européenne. Pour envisager comment, avec quels moyens et dans quels buts, le CRIC invite des acteurs italiens travaillant en France et de l’autre côté des Alpes. Avec Roberto Giacone (Comité de Paris de la Dante Alighieri), Maria Panetta (Diacritica) & Maria Chiara Prodi (Maison d’Italie de l’Université de Paris). Présentation et animation par Valdo Spini, président du CRIC. Le thème de la rencontre sera la contribution italienne, et en particulier celle des revues culturelles, au développement de la culture européenne dans une période de grande restructuration des relations internationales où l’Europe elle-même, et en particulier l’Union européenne, sont appelées à définir leur rôle et leur identité». Vista l’assenza per impegni istituzionali del Presidente Valdo Spini, l’incontro è stato aperto e moderato dalla Vicepresidente CRIC Maria Panetta e ha visto succedersi gli interventi in francese di Maria Chiara Prodi e Roberto Giacone, con un commento finale in italiano di Giada Fazzalari, Segretaria generale CRIC.

(fasc. 58, 31 dicembre 2025)

Recensione di Cesare Zavattini, “la Pace, Scritti di lotta contro la guerra”, a cura di V. Fortichiari (La nave di Teseo 2021)

Author di Maria Panetta

Com’è noto, Cesare Zavattini nacque a Luzzara, in provincia di Reggio Emilia, il 20 settembre 1902. S’iscrisse alla facoltà di Legge a Parma nel 1921 e nel 1929 svolse il servizio militare a Firenze, entrando in contatto con gli ambienti della rivista di forte indirizzo europeista «Solaria» ‒ com’è noto, nata nel 1926 e invisa al regime, che la chiuse nel 1936 ‒ (e dunque con Vittorini, Bonsanti, Ferrata, Carocci, Montale, Ungaretti, Borgese etc.).

Intellettuale poliedrico e controcorrente, dallo spirito antiretorico e militante, Zavattini si caratterizza anche per la padronanza di diversi linguaggi (scrittura, cinema, poesia, fumetti, pittura, teatro), associata a una spiccata attitudine alla sperimentazione, che lo ha condotto sempre a posizioni di avanguardia.

Iniziata a Parma nel 1926 la carriera letteraria, nel 1931 pubblicò il suo primo volume, Parliamo tanto di me, che riscosse un grande successo. Proseguì con il romanzo I poveri sono matti (1937), con Io sono il diavolo (1941) e Totò il buono (1943); tra gli altri, da ricordare: Straparole (1967; Premio Strega nel 1968), Non libro più disco (1970); e, infine, La Notte che ho dato uno schiaffo a Mussolini (1976), in cui lo accusa di aver «immerdato con me tutta l’umanità» e nel quale «svolge il tema della sopraffazione insito nell’ideologia fascista, e nello stesso tempo della capacità di assuefazione inerte della società che consente il “mostruoso”» (si cita dall’Introduzione di V. Fortichiari, pp. 11-31: 12).

Seguirono tre libri di cinema del 1979: Diario cinematograficoNeorealismo ecc.Basta coi soggetti. Nel 1967 pubblicò un ritratto in versi liberi del pittore Antonio Ligabue, mentre nel 1973 diede alle stampe una silloge di poesie in dialetto, Stricarm’ in d’na parola (‘Stringermi in una parola’), definito da Pasolini un «libro bello in assoluto».

Fin dal 1930 Zavattini svolse un’intensa attività editoriale a Milano, prima presso Rizzoli (1930-1935) e successivamente alla Mondadori, dove nel 1936 divenne direttore editoriale dei periodici (fino al 1939). Nello stesso anno iniziò a occuparsi di soggetti per giornalini a fumetti per ragazzi. A partire dal 1936 diede vita a Saturno contro la Terra (in quattro serie, 1936-1937), il primo fumetto italiano di fantascienza apprezzato anche all’estero (in particolare, negli Stati Uniti, in Francia e in Portogallo). Seguirono fumetti a contenuto sociale come Zorro della metropoli (1937-1938), La primula rossa del Risorgimento (1938-1939) e La compagnia dei sette (1938; 1946): ad analizzarli con attenzione, pure questi volumi sono sottilmente innervati da tematiche pacifiste e da inviti alla collaborazione fra popoli.

In campo giornalistico, dopo le prime esperienze alla «Gazzetta di Parma» e in riviste come «L’Illustrazione», la già nominata «Solaria», «Il Tevere», all’inizio degli anni Trenta scriveva su «Piccola», «Novella», «Secolo illustrato», «Cinema illustrazione» e, dal 1937, collaborò al «Marc’Aurelio». Sempre nel 1937 progettò «Il giornale delle meraviglie» (1937-1939) e assunse la direzione del quindicinale «Le grandi firme» per trasformarlo con successo in un settimanale spregiudicato, soppresso dalla censura fascista nel 1938. Varò, in seguito, il periodico «Il Milione» e nel maggio del 1938 prese a dirigere, assieme ad Achille Campanile, il settimanale umoristico «Il Settebello».

Nel frattempo dal 1935, ma specialmente dopo il 1940 quando si trasferì a Roma, Zavattini si dedicò con assiduità al cinema. Soggettista e sceneggiatore, diede un contributo fondamentale alla cinematografia del proprio tempo. Con Vittorio De Sica instaurò un fecondo sodalizio professionale che avrebbe portato sugli schermi capolavori del Neorealismo cinematografico come Sciuscià (1946), Ladri di biciclette (1948), Miracolo a Milano (1951) e Umberto D. (1952). Da non dimenticare neanche Roma città aperta (1944-45) e Paisà (1947), con Rossellini. L’avventura cinematografica di Zavattini si chiuse nel 1982 con La veritàaaa, la prima e unica opera in cui figura, oltre che come soggettista e sceneggiatore, anche come regista e attore.

La creatività zavattiniana si esprime anche nella scrittura teatrale: per esempio, del 1959 è la commedia Come nasce un soggetto cinematografico, messa in scena al teatro “La Fenice” di Venezia. Tra i molteplici riconoscimenti conseguiti, oltre ai due premi Oscar per le sceneggiature nel 1948 (per Sciuscià) e nel 1950 (per Ladri di biciclette) e a quello del 1957 per il miglior soggetto (Umberto D.), si segnalano nel 1955 il Premio mondiale per la Pace e nel 1977 il “Writers Guild of America Medaillon”, premio dell’Associazione Scrittori di cinema americani, onorificenza concessa in precedenza solo a Charlie Chaplin.

Zavattini morì a Roma il 13 ottobre 1989, ma è sepolto a Luzzara.

Gli Scritti di lotta contro la guerra

Il volume di Scritti di lotta contro la guerra uscito nel 2021 per La nave di Teseo racchiude tutta una serie di interventi di Zavattini in favore della pace: si tratta di sceneggiature, idee per film, articoli giornalistici e interviste, lettere pubbliche, appelli all’umanità e annotazioni diaristiche, interventi radiofonici e fumetti. Tutti questi contributi sono stati raccolti per la prima volta da Valentina Fortichiari, fine studiosa nonché nipote dello stesso Zavattini, in questa pubblicazione, che dà conto di un impegno militante lucido e appassionato contro la guerra, protrattosi ostinatamente per quarant’anni.

Nella sua densa Introduzione la curatrice sottolinea che per Zavattini quello della pace è stato “il tema dei temi”, il tema “politico” per eccellenza; e che forse ciò non era affatto casuale, vista la sua frequentazione assidua di vari classici dell’Illuminismo come il Trattato sulla tolleranza di Voltaire (1763) oppure lo scritto Per la pace perpetua di Kant (1795).

Come avremo modo di appurare, nei quattro decenni di difesa strenua della pace Zavattini «si indigna, si spende, si espone, polemico e feroce contro la collettività inerte di intellettuali rintanati nel proprio io, e della gente comune spesso incapace di prestare ascolto, parlare, indignarsi, agire» (p. 12). Come si legge in una sua lettera all’editore Valentino Bompiani del luglio 1941, per lui «Scrivere vuol dire raccontare storie di uomini nel loro inevitabile travaglio spirituale» (citata a p. 13 dell’Introduzione cit.). La curatrice ribadisce anche che «sul valore della Parola ‒ ovvero sull’impegno etico quanto filologico che alla luce dei principi fondanti di un umanesimo civile assegna il giusto nome alle cose ‒ […] sul lessico dell’autenticità […] si è giocata, insieme all’avventura cinematografica, la partita di Zavattini […] per gli adulti che sanno essere ancora bambini (Totò il buono, ovvero Miracolo a Milano), e per la fanciullezza matura che in un lampo afferra la vita (Bruno/Enzo Staiola in Ladri di biciclette)» (ibidem) del 1948.

Fortichiari sottolinea più volte l’«attenzione [dello zio] per la fanciullezza» (p. 13), ricordando anche la «percettività fuori dell’ordinario» (ibidem) del fanciullo Zavattini, che lo avrebbe condotto a scrivere, in Alcune idee sul cinema (1953), che «Ogni momento è infinitamente ricco. Il banale non esiste. Basta scavare e ogni piccolo fatto diventa una miniera» (cit. a p. 14 dell’Introduzione). Infatti, gli stessi bambini, «i poveri, i vecchi, proprio in quanto puri, indifesi, innocenti, animano le sequenze dei film migliori della coppia De Sica/Zavattini del periodo neorealista» (p. 14), quelle pellicole che hanno innescato una vera e propria rivoluzione cinematografica, facendo emergere la «straordinaria meravigliosità e uguaglianza di ogni essere umano nell’umile quotidianità» (ibidem).

Dunque, Zavattini era allo stesso tempo scrittore e pittore, poeta e visionario; sapeva come coniugare immagine e parola. Egli ha sempre attribuito alla pace un «valore sublime, quasi essa fosse l’unico antidoto efficace contro ogni forma di violenza, razzismo, sopraffazione politica o religiosa: l’arma unica contro ogni ritorno della guerra, della ferocia, contro ogni reiterazione ‒ nella storia ‒ di crimini e atti contro l’umanità» (p. 15). Nel suo diario di guerra, fra il 1941 e il 1945, intitolato Riandando, si leggono pagine drammatiche relative alle traumatiche esperienze da lui vissute durante la guerra.

Zavattini, lungi dall’ostentare un atteggiamento da intellettuale impegnato, si è comunque sempre schierato su posizioni antifasciste, mirando a incidere con la politica «sull’organismo vivo della società reale» (p. 17) e cercando di ricomporre la frattura sociale che era stata provocata dalla fine del regime fascista tramite frequenti inviti all’unità.

Un altro concetto su cui amava tornare era quello di “popolare”: «popolare significa ‘gli altri’, cioè andare verso gli altri; […] la letteratura popolare è un atto d’amore» (ibidem); il che fa riflettere su quanto oggi tutto ciò che è “popolare” venga demonizzato.

I testi

Entrando più precisamente nel merito dei testi raccolti in questa antologia, un blocco consistente (intitolato, appunto, Testi) ruota intorno alla contrapposizione fra guerra e pace: una narrazione drammatica dal titolo La guerra (del 1946), i cui protagonisti sono Antonio e Maria, due giovani troppo ingenui ed entusiasti che desiderano e s’illudono addirittura di potersi sposare in tempo di guerra; un racconto intitolato La bomba (1965), due soggetti diversi (del 1954 e del 1959) col medesimo titolo La guerra; una sceneggiatura per cinema e televisione sempre intitolata La bomba, datata 1985; e un film documentario in b/n del 1948, Guerra alla guerra, in cui Zavattini compare come soggettista e sceneggiatore.

La seconda parte del volume è dedicata, invece, a numerosi Interventi: il primo è una Lettera agli amici di Helsinki. Roma, 18 giugno 1955, in occasione del relativo Congresso mondiale della pace (pp. 149-50), in cui Zavattini si dice lieto di poter affermare finalmente che «la guerra non è fatale come il giro del sole e tanto più breve sta diventando il gesto di sganciare una bomba, breve come lo scatto di un accendisigaro, tanto più lungo diventa il nostro odio per quel gesto e più ragionato cosicché ciascuno finirà col rifiutarsi di compierlo in qualsiasi circostanza» (p. 149). Egli reputa che quel Congresso voglia dire rinnovata «fiducia nell’uomo. Significa anche coerenza dell’uomo. Quello che è vero nel suo animo l’uomo vuole che diventi vero anche nei suoi atti. Vuole che la pace non sia soltanto un desiderio intermittente, un impulso nel corso della sua contraddittoria giornata, ma la dura ricerca in tal senso di un metodo comune, addirittura una scienza» (p. 150). Inoltre, quanto al cinema, Zavattini non perde occasione di ribadire che «più potente e sorprendente diventerà il mezzo, più preciso e consapevole dovrà diventare l’uso di questo mezzo ai fini della pace» (p. 150).

Nel contributo dal titolo Comitato nazionale dei partigiani della pace. Roma, 1955 (pp. 151-54), invece, Zavattini sostiene chiaramente che gli intellettuali hanno il «dovere di partecipare in un modo esplicito e tempestivo a questo processo di formazione del cittadino» (p. 151). Egli lamenta che «non si interviene ancora abbastanza da parte degli intellettuali nei grossi fatti popolari di cultura che sono la scuola, il cinema, la radio, la televisione» (ibidem); aggiunge provocatoriamente: «Facciano un elzeviro di meno, una poesia di meno, un quadro di meno, e intervengano, oppure facciano tutti gli elzeviri che vogliono e intervengano lo stesso» (p. 152). Nel proprio appello Zavattini fa anche dei nomi: «Calogero, Flora, Levi, Jemolo, Antonicelli, Emanuelli, Sacchi, Repaci, Debenedetti, Fiore» (ibidem). E puntualizzo che Calogero è Guido Calogero, suo coetaneo (1904-86), ordinario di Filosofia teoretica alla Sapienza, antifascista sebbene amico di Gentile e autore, assieme ad Aldo Capitini, del Manifesto del liberalsocialismo (1940).

Nel citato intervento Za (così amava farsi chiamare dagli amici) si augura anche che la nuova televisione sia «lo specchio del nostro tempo» (p. 152) e che si possano inaugurare dei «circoli della televisione [cui partecipino gli intellettuali] che, come i circoli del cinema, spingano dal basso verso una produzione di qualità democratica» (ibidem). Auspica pure la «fine della mafia censoria» (p. 153) grazie all’intervento degli intellettuali, «perché nel buon cinema si difende la cultura popolare» (ibidem).

Lo scritto si chiude con un accorato appello ai poeti, capaci di «arrivare al cuore delle cose» (p. 161), perché partecipino alla «diffusione della cultura nel […] paese» (p. 154); oltre a Sibilla Aleramo, Bassani e Pasolini, egli fa nomi e cognomi di una serie di voci (nominate esplicitamente nell’intervento che segue, alle pp. 160-61: Betocchi, Cardarelli, Jahier, Govoni, Gatto, Montale, Saba, Ungaretti, Sinisgalli, De Libero, Quasimodo, Parronchi, Palazzeschi, Valeri, Grande, Pavolini, Sereni, Bellintani, Clemente Rebora) affinché contribuiscano alla stesura di un libro per le scuole, ma anche per operai, impiegati, borghesi; un «libretto nel quale siano spiegate le voci corrette della vita civile odierna» (ibidem) quali “patria”, “pace” (la seconda voce!), “democrazia”, “civiltà”; “libertà”, “dignità”, “carattere”; “storia”, “stato”, “nazione”, “progresso”, “uomo”, “cittadino”: «queste vecchie, logore parole con le quali si commettono ancora enormi delitti, vogliamo vederle aperte, spiegate al popolo, rinfrescate, fatte nascere come fiori» (ibidem), scrive.

Come si è visto, la cultura popolare è un altro tema che gli sta molto a cuore: lo ribadisce nell’intervento al Congresso della cultura popolare. Livorno, 8 gennaio 1956 (pp. 155-62), anche da lui promosso. Vi definisce la pace come «il mare nel quale confluiscono tutte le positive risoluzioni dei nostri problemi» (p. 155) e sottolinea l’interdipendenza fra i termini “pace” e “cultura popolare”, ribadendo che l’immagine più «confortante» (p. 155) del decennio 1945-55 è stata quella dell’«intellettuale con la valigia», ovvero un «artista o scienziato o filosofo che corre da una parte all’altra del proprio paese o addirittura del mondo per avere dei contatti diretti, immediati con gli altri, stare dentro ai fatti veri e propri, toccare con mano […] le molteplici realtà geografiche per riconoscerne il motivo unificatore, per sentirsi partecipi di questa nuova espansione unificatrice dello spirito» (ibidem). E aggiunge: «O l’intellettuale si serve in questo senso dei suoi scontrini da viaggio, o appartiene a un mondo morto» (ibidem), perché «cultura non può oramai che significare crescere insieme, cioè il modo di essere di un popolo […] come coro» (p. 156, laddove l’immagine del popolo come coro si rivela di grande suggestione).

Contrariamente a quanto affermano ancora oggi alcuni estimatori del criptico, dell’elitario, dell’oscuro, Zavattini afferma perentoriamente che «La cultura, per essere tale, deve perdere tutto il suo mistero» (p. 156) e che l’intellettuale che non sia già morto come uomo deve dedicare anche una minima parte del proprio tempo a «un servizio civico, la collaborazione, diretta e immediata, alla popolarizzazione di quei principi, di quelle scoperte che sono il segno del tempo» (p. 156). Potremmo dire che si tratti di “divulgazione” («questa tanto temuta parola», commenta lo stesso Zavattini a p. 157), divulgazione che parte dal presupposto della «capacità chiarificatrice» (p. 157) che dovrebbe essere propria di ogni intellettuale «per sua stessa definizione» (ibidem). «Già nel prendere il treno, nel compiere questi atti di contatto, si compie un atto di nuova cultura» (ibidem), scrive Za; «bisogna segnare all’attivo di questi intellettuali la loro partecipazione attribuendole lo stesso valore di un libro, di una di quelle opere costruite dentro la torre d’avorio» (p. 157).

Da ultimo, in questo scritto del 1956 sono evocati gli insegnanti di qualsiasi ordine e grado: Zavattini sottolinea la loro difficoltà di interagire con gli studenti tramite libri di testo dai linguaggi ormai obsoleti e invita alla lettura del giornale in classe. La conclusione malinconica, ma speranzosa è la seguente: «Noi non abbiamo più fiducia nelle parole, ci possono aiutare a riacquistare questa fiducia proprio gli intellettuali che le rimettano a nuovo nella loro officina e i poeti più di tutti» (p. 162).

Passando all’Appello agli uomini di cultura nel decennale della Costituzione. Roma, 1957 (pp. 163-66), Zavattini legge quella celebrazione come un «premio dato alla Resistenza intellettuale, a quella Resistenza che, in forme aperte o frenate, mantenne la sua irriducibilità contro la degradazione ideologica e morale imposta dalla dittatura» (p. 163): una resistenza (definita «secondo Risorgimento» a p. 164) mai interrotta «non solo per vigilare contro i residui nostalgici che ancora infettano la nostra vita politica con i loro intrighi e le loro alleanze, ma per imporre il rispetto di quella Costituzione nata dalla lotta armata di tutto il popolo per la libertà del popolo stesso, una libertà non chiusa nella sua formulazione politica, ma capace di arricchirsi di moderni contenuti sociali» (p. 164).

Zavattini ribadisce: «La lotta contro tutto ciò che ostacola il cammino, il confronto e la circolazione delle idee; il rifiuto di qualunque dogmatismo, di qualunque conformismo, di qualunque acquiescenza che la ragione respinga; il bisogno di rinnovare le strutture su cui si reggono la scuola, la ricerca scientifica e la diffusione della cultura: tutto questo è già Resistenza. Resistenza a ciò che degrada, a ciò che degenera, a ciò che opprime, a ciò che corrompe. Ecco una Resistenza che si trasferisce dal terreno politico a quello intellettuale e morale per combattere una battaglia decisiva per la nostra cultura» (pp. 164-65). Infatti, a suo onore e merito va ricordato che non fa mai riferimento a una ben definita parte politica, quando parla di “impegno intellettuale”.

Anche nel discorso al Primo Congresso nazionale della pace. Roma, dicembre 1957 (pp. 167-69) Zavattini riprende temi a lui cari, introducendo la suggestiva metafora dell’intellettuale visto come fosse il pianeta Terra: «l’uomo di cultura compia pure il suo giro intorno a se stesso, come la terra, ma contemporaneamente compia l’altro movimento che riguarda appunto la sua continua presenza nei confronti della collettività» (p. 167), perché è dal raccordo di questi due movimenti che nasce l’«uomo sociale» (ibidem). In questo intervento Zavattini afferma esplicitamente una delle sue convinzioni più radicate, ovvero che «il problema della educazione, il problema della scuola sono tipicamente problemi di pace; cioè tutti i problemi basilari della vita nazionale finiscono col confluire dentro al problema della pace» (p. 168). La questione della pace, dunque, per lui non è mai scissa dai principali temi della vita civile: la battaglia per la pace non può essere disgiunta da quelle per l’educazione, per la libertà, per la democrazia. In questo senso, per Za il tema della pace è “il tema dei temi”.

Dunque, per evitare che quella verso la pace sia solo una «generica aspirazione» (p. 168) per Zavattini è necessario che non burocrati né pedagoghi, ma filosofi e letterati e poeti, illustrino e divulghino il significato più profondo della parola “democrazia”, in modo da condurre l’italiano a una «presa di possesso della funzione di cittadino che è e sarà sempre il modo effettivo per militare sistematicamente a favore della pace» (p. 169; si noti la scelta non casuale del verbo “militare”). In sintesi, per Zavattini non può esserci pax senza civis (e ricordiamo che proprio da civis viene sia la parola “cittadinanza” sia il termine “civiltà”).

Questo concetto viene ribadito con forza anche nel discorso alla Conferenza nazionale per la pace. Firenze, febbraio 1958 (pp. 170-74), nel quale i toni si fanno più drammatici e il ragionamento si allarga agli armamenti.

Zavattini non ha dubbi: «siamo ancora qui a ripetere che l’esercito è il baluardo della pace. Non è vero. Per la verità sarebbe strano e troppo poetico che un ministro della guerra dicesse il contrario, oppure che di nascosto, […] sottobanco, passasse buona parte dei miliardi del suo bilancio al ministro dell’istruzione. Appunto perché il ministro dell’istruzione abbia finalmente i mezzi per formare un cittadino naturalmente nemico della retorica» (p. 171), parole durissime e tristemente attuali. Di fronte al tema della pace per Zavattini cade la distinzione fra cultura e non cultura: pertanto, anche il cosiddetto “uomo della strada” ha il diritto ‒ e il dovere ‒ di parlarne. Nonostante ciò, egli rivolge alla cultura italiana l’invito a cooperare per «trovare il linguaggio per esprimere questo desiderio di pace, a riproporlo come una scoperta» (p. 172); a rinnovarlo, dunque, a salvarlo dalla sua consunzione. Infatti, dichiara di ambire a una cultura che «influenzi la politica, che diventi politica essa stessa» (p. 173) in quel senso di “partecipazione” che abbiamo visto in precedenza e che si ritrova anche nell’intervento per Il Congresso mondiale della pace. Luglio 1958 (pp. 175-76).

L’idea, cui si accennava in precedenza, del Cinegiornale viene riproposta in Il “Cinegiornale della pace”. 1962 (pp. 177-79), un «appello ai cineasti di tutto il mondo» (p. 177) perché raccontino la pace con gli occhi dei giovani, rinverdendo quello che «dovrebbe essere il tema dei temi» (ibidem) e al fine di sondare quale rapporto sussista fra l’angoscia esistenziale, l’alienazione, le «supposte solitudini» (p. 179) dei giovani e quello che egli definisce il «lungo cammino da percorrere verso la non solitudine che è certo uno dei più ovvi sinonimi della pace» (p. 179). Pace, dunque, come “non solitudine”: altro accostamento assai vivido e pregno di conseguenze. La chiusa è da citare: «Si è fatta la guerra, qualcuno ha detto, per liberarci dalla paura. […] Purtroppo la paura domina ancora il mondo» (p. 179). La guerra, dunque, sembra non risolvere il problema della paura, sia per quanto concerne gli Stati sia per quanto riguarda le anime degli uomini.

Le medesime argomentazioni, come accade sovente in Zavattini, vengono riprese e ampliate in la pace la pace la pace. 1962 (pp. 180-83), in cui si delinea il proposito di coinvolgere nel suddetto progetto della rivista «Rinascita» una serie di giovani di altri paesi che, magari, risultino estromessi dalle filmografie ufficiali. L’anno seguente (1963) si fa cenno al Cinegiornale anche in Cesare Zavattini per “Sovetskaja Kultura” (pp. 184-85), intervento nel quale il grande sceneggiatore ribadisce ancora una volta che «il ritmo della politica e il ritmo della cultura debbono camminare di pari passo e identificarsi» (p. 184).

Un altro scritto di grande rilevanza è l’Intervista sulla pace di Valentino M. Malyscev della Tass. 1976 (pp. 186-89), in cui ancora si fa cenno al tema del disarmo. Zavattini osserva: «Sino a questo momento noi abbiamo avuto l’uomo della guerra. Perché veramente si formi l’uomo della pace il processo si deve compiere in una osmosi continua fra chi dirige un popolo e il popolo stesso, in ogni parte del mondo. Il compito di chi dirige un popolo è quello di offrire degli strumenti di educazione, di rinnovamento quindi culturale, affinché l’ingresso nella dialettica della pace sia un ingresso sempre più ampio, sempre più numeroso, sempre più dal basso. Penso quindi, ancora una volta, che gli strumenti di comunicazione: i mass media, il cinema, il libro, dovrebbero essere diretti tutti a creare questo uomo della pace» (p. 187). Ecco il grande tema: per Zavattini nel 1976 è ancora possibile costruire una “cultura della pace”, una cultura «spesso in contrasto con tutte le forme che noi viviamo, e nelle quali noi siamo interessati, cointeressati, individualisticamente, egoisticamente e nazionalisticamente» (p. 188). Però, egli è ben consapevole che per riuscire nell’intento è necessaria una buona dose di coraggio, perché questa nuova cultura richiede non una correzione, ma una vera e propria «inversione di rotta».

Zavattini dichiara esplicitamente di essere pessimista al riguardo: in Sapere la pace. 1980-1982 (pp. 190-92) afferma addirittura che, secondo lui, la pace è «impossibile, poiché dovrebbe essere il vertice della comprensione dello status dell’uomo moderno, quando invece l’uomo non solo ha pochi strumenti per approfondire e rinnovare la propria conoscenza ma impedisce […] che la maggioranza sia in grado di assumerli» (p. 191). Za è convinto che non si possa «ottenere ciò che non si conosce» (p. 190), e che, nella dilagante «approssimazione concettuale» (p. 196) dell’epoca contemporanea (cfr. La pace è impossibile. 1982, pp. 196-97), nell’opacità linguistica dell’oggi e a causa della tragica mancanza di corrispondenza fra parole e cose, dell’assenza di autentico Pensiero, la pace finisca per essere una delle «parole morali» (p. 190), uno dei “principi costanti” di cui sappiamo di meno. A tal fine sono dirette anche varie delle sue iniziative pensate per le scuole e per le università (documentate soprattutto nella sezione finale del volume): ad esempio, la proposta dell’«Ora della pace» (se ne parla in Lettera appunto per un incontro a Torino. 1982, pp. 193-95).

Lo scopo è quello di creare e valorizzare quella che egli definisce una “rete” “dei nessi”: dell’uomo con l’uomo, e dell’uomo con i fatti. La soluzione risiede, quindi, nella creazione di una “cultura dei nessi”, che non sia più slegata dalla realtà: una cultura in cui, a tutto tondo ‒ con trasparenza, lealtà e onestà intellettuale ‒, pensieri, parole e azioni finalmente si corrispondano.

La proposta di pace di Zavattini si inserisce, dunque, nell’ambito di un più ampio e visionario progetto di nuovo Umanesimo[1] che oggi sarebbe utile e sensato tornare ad avere come riferimento ideale.

  1. Il volume verrà presentato a Roma, presso la Biblioteca “Nelson Mandela” di Via La Spezia 21, il 13 marzo prossimo, nell’ambito di un ciclo di incontri dal titolo Costruire la cultura della pace: letture e dialoghi in Biblioteca, organizzato dal Dipartimento SARAS (Storia Antropologia Religioni Arte e Spettacolo) dell’Università “La Sapienza” (progetto di Terza missione “Pace e Conflitto nel Terzo Millennio. Viaggio ai confini d’Europa”, di cui è responsabile il Prof. Alessandro Saggioro). Comitato organizzativo: Fulvio Bertuccelli, Fernanda Fischione, Bernadette Fraioli, Arturo Monaco, Maria Panetta, Alessandra Vitullo.

(fasc. 55, 25 febbraio 2025)