Il ritorno di Machiavelli: Benedetto Croce lettore di Mario Mariani

Author di Anna Di Bello

Abstract: Scritto nel 1916, Il ritorno di Machiavelli è il primo tentativo di Mario Mariani, in qualità di osservatore politico e saggista, di proporre il proprio pensiero politico. Secondo l’interpretazione di Mariani, i responsabili della catastrofe bellica sono da ricercare tra coloro che hanno permesso che si sviluppasse l’inferiorità militare dei paesi europei rispetto alla Germania. In questo modo, attraverso il recupero di Machiavelli, Mariani immagina un’etica politica più che umanitaria; l’impreparazione delle forze dell’Intesa – e in particolare dell’Italia – non è solo nelle armi, ma anche nello spirito. Se i tedeschi sanno fare bene la guerra, è perché hanno fatto propri i principi del machiavellismo, inteso come politica della forza. In questo senso, quindi, non è la guerra in quanto tale a essere condannabile, ma l’impreparazione a essa. Questa lettura attirò l’attenzione di Benedetto Croce, che gli dedicò una lusinghiera recensione su «La Critica» in cui, convinto anch’egli che la guerra sia l’ineludibile realtà storica degli Stati, ammette un necessario ritorno alla pura forza di Machiavelli, svincolata da letture intellettualistiche. Il testo di Mariani è, dunque, una preziosa testimonianza per registrare la rinnovata attenzione di cui godette l’autore del Principe durante la Grande Guerra, in una fase storica in cui si amplificava l’immagine di Machiavelli come ispiratore della politica come esercizio della forza ed espressione del dominio.

Abstract: Written in 1916, Il ritorno di Machiavelli (The Return of Machiavelli) is the first attempt by Mario Mariani as a political observer and essayist, to offer his own political thought. According to Mariani’s interpretation, those responsible for the war catastrophe are to be sought among those who allowed the military inferiority of European countries to develop in relation to Germany. In this way, through the recovery of Machiavelli, Mariani envisages a political rather than humanitarian ethic; the unpreparedness of the Entente forces ‒ and especially of Italy ‒ is not only in arms but also in spirit. If the Germans know how to wage war well, it is because they have made the principles of Machiavellianism understood as the politics of force their own. In this sense, therefore, it is not the war as such that is condemnable but the unpreparedness for it. This reading attracted the attention of Benedetto Croce who dedicated a flattering review to him in «La Critica» in which, also convinced that war is the inescapable historical reality of states, he admits a necessary return to Machiavelli’s pure force, freed from intellectualistic readings. Mariani’s text is therefore a valuable testimony to record the renewed attention enjoyed by the author of Il Principe during the Great War, in a historical phase in which the image of Machiavelli as the inspirer of politics as the exercise of force and expression of domination was amplified.

Tra intervento e neutralità: l’Italia nella Prima Guerra Mondiale

Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale nell’estate del 1914, l’Italia, alleata con Austria e Germania, dichiara lo stato di non belligeranza, appellandosi a una clausola inserita nel patto della Triplice Alleanza che la esenta dal partecipare a un conflitto nel quale uno dei contraenti attacchi un altro Paese. Proprio tale decisione divide l’Italia tra neutrali e interventisti, generando un acceso dibattito affidato anche alle manifestazioni di piazza.

Interventista è il gruppo dei nazionalisti, tra cui si annoverano Gabriele d’Annunzio, Alfredo Oriani, Giovanni Papini, Giuseppe Prezzolini, Luigi Federzoni, Enrico Corradini, Francesco Coppola, Gioacchino Volpe ecc., per i quali la guerra è necessaria a rinvigorire il popolo italiano e a restituirgli l’unità perduta: la vittoria potrebbe, infatti, rafforzare l’Italia nel Mediterraneo, dandole maggiore prosperità e potenza, e permettendole anche di migliorare le condizioni del proletariato. Inoltre, l’unione del popolo, necessaria durante il conflitto, potrebbe contrastare il flaccido liberalismo parlamentare e il democraticismo avanzante, che avvilisce le più alte aspirazioni delle nazioni e ne schiaccia le energie migliori.

A favore dell’intervento si dichiarano anche i democratici Eugenio e Damiano Chiesa, Cesare Battisti (capo dei socialisti irredentisti del Trentino), Leonida Bissolati, Ivanoe Bonomi, Giuseppe De Felice Giuffrida e Gaetano Salvemini, secondo cui battersi contro l’Impero Austro-Ungarico è un dovere per «completare il Risorgimento» con la liberazione delle terre italiane ancora irredente e delle altre nazionalità oppresse, creando un’Europa della solidarietà tra i popoli. Inoltre, rimanendo neutrale, l’Italia – e con essa il suo proletariato – rischia di rimanere esclusa dai progressi politici e sociali legati alla vittoria delle nazioni liberal-democratiche contro gli imperi autoritari.

Arturo Labriola, Filippo Corridoni, Paolo Orano, Angelo Oliviero Olivetti, Maria Rygier, Alceste De Ambris, sindacalisti rivoluzionari, invece, affermano che bisogna entrare in guerra per servire l’internazionalismo libertario e sociale: la guerra generale delle nazioni borghesi produrrà le circostanze della rivoluzione sociale e farà sorgere come “terzo litigante” il proletariato. Sarà, così, il popolo nella sua totalità a combattere; impiegati, operai e contadini, tornati dal fronte, “presenteranno il conto” ai governi borghesi ed esigeranno la parità sociale in cambio del sacrificio sopportato; la resistenza delle classi dominanti farà esplodere la rivoluzione.

Fanno eco a tali idee quelle dei Socialisti Rivoluzionari Dissidenti come Benito Mussolini, Guido Podrecca, Michele Bianchi, Roberto Farinacci, Filippo Serra, per i quali il neutralismo della dirigenza del PSI è sterile e controproducente; è vuota retorica appellarsi all’internazionalismo proletario quando tutti i partiti socialisti d’Europa hanno compiuto scelte nazionali e l’Internazionale non esiste più. Il socialismo italiano non può impedire la guerra in Europa, giacché i socialisti tedeschi e francesi l’hanno favorita e non si può isolare il proletariato italiano dallo sviluppo degli altri movimenti socialisti che cresceranno grazie alla guerra. Un vero neutralismo dovrebbe essere realmente capace di impedire la guerra, ma il PSI non sa organizzare neppure la renitenza e la ribellione dei giovani proletari italiani alla chiamata alle armi. In mancanza di questa capacità, il restare spettatori neutrali significa far perdere al socialismo italiano – e alla classe operaia che esso pretende di rappresentare – l’occasione più importante del secolo di assurgere a protagonista della storia, e lasciare ancora una volta nelle mani della borghesia tutta l’iniziativa – e i meriti – di un’eventuale guerra vittoriosa. Se poi la guerra sarà perduta, la classe dirigente ne risulterà talmente indebolita da rendere facilissima la rivoluzione socialista. I capi del PSI, a loro dire, sono dei chiacchieroni inconcludenti che parlano di rivoluzione, ma sono pronti a lasciar passare tutte le occasioni di compierla sul serio. Tra le occasioni, la guerra internazionale che si prospetta è la maggiore.

I liberali conservatori come Antonio Salandra (capo del Governo), Sidney Sonnino (ministro degli Esteri), Luigi Albertini, Vittorio Emanulele Orlando affermano, infine, che l’Italia non può sfuggire alla necessità di rintuzzare l’aggressione austriaca all’area adriatica, se vuol seguire il corso tracciato da Cavour. Una vittoria austriaca in quella zona comprimerebbe, infatti, irreparabilmente le possibilità mediterranee dell’Italia. La partecipazione alla guerra, dunque, la condurrà finalmente a interloquire alla pari con grandi nazioni industriali (Inghilterra e Francia), e questa situazione – unitamente alle specifiche necessità di produzione bellica – definirà un ulteriore decollo produttivo dell’Italia stessa, con assorbimento dell’eccedenza di manodopera e crescita del denaro circolante. I seguaci di questo gruppo, inoltre, ritengono che la guerra sia un’imperdibile occasione per interrompere la linea parlamentarista e lassista scavata da tre lustri di giolittismo, e di dare alla Nazione quel governo agile e forte – tendenzialmente autoritario – che una cospicua parte della classe dirigente aveva sognato alla fine del secolo precedente. Il proletariato militarizzato – essi sperano – si abituerà alla disciplina e tornerà dal fronte meno incline alla sequela di dottrine e atteggiamenti ribellistici.

Contraltare di tali posizioni sono quelle che propendono per la neutralità.

Giovanni Giolitti, Benedetto Croce, Francesco Saverio Nitti, anch’essi liberali, ritengono che l’Italia non sia in grado né economicamente né militarmente di affrontare una guerra che sarà molto più lunga di quanto credono gli interventisti, mentre pacifiche trattative diplomatiche potrebbero ugualmente favorire il “completamento del Risorgimento”.

Anche il fronte cattolico si schiera per la neutralità con Don Luigi Sturzo, Guido Miglioli, Gaetano Della Torre, Ottorino Gentiloni, Filippo Meda, che reputano assurdo che uno Stato nato dal Risorgimento anticlericale e “dall’onta di Porta Pia” non ancora riparata, alleandosi con la Francia radicale, laicista e massona, con l’Inghilterra anglicana e con la Russia ortodossa, si armi contro l’Austria, la sola potenza cattolica sicura d’Europa e del mondo.

Infine, i socialisti Filippo Turati, Camillo Prampolini, Anna Kuliscioff, Enrico Ferri, Giacinto Menotti Serrati, Costantino Lazzari affermano, invece, che il proletariato non combatte per una guerra imperialista del capitalismo. I soldati delle altre nazioni, infatti, non sono nemici, ma fratelli proletari mandati a morire.

Tra i due raggruppamenti, gli interventisti danno interpretazioni molto diverse al conflitto: le speranze dei sindacalisti rivoluzionari e quelle dei socialriformisti, ad esempio, sono addirittura opposte a quelle dell’interventismo di destra. Tuttavia, soprattutto grazie al gruppo nazionalista, le varie componenti riescono a superare le loro profonde divergenze e a lottare con grande determinazione per la riuscita della campagna propagandistica.

I neutralisti, per contro, hanno indubbiamente un seguito molto più numeroso e rappresentano intere masse, ma risultano sempre meno decisi, soprattutto perché gli stessi gruppi che li rappresentano sono divisi al loro interno. I liberalprogressisti, ad esempio, soffrono dell’antipatia verso Giolitti che non accetta di sposare la tesi della neutralità “a tutti i costi”, e si limita prudentemente ad affermare che la guerra va “rimandata più a lungo possibile, finché è possibile”. Anche i cattolici sono insicuri: al loro interno – tra un’ala destra filoaustriaca e conservatrice e un’ala sinistra socialista e filocontadina – c’è una corrente di “centro”, che ritiene importante non autoescludersi e non essere antipatriottici.

Tra gli stessi socialisti, come si legge in alcune lettere della Kuliscioff a Turati e nei discorsi di Lazzari alla Direzione Nazionale del Partito, si discute sull’opportunità di opporsi a sentimenti patriottici così palesemente diffusi tra la gente.

Si aggiunga che i partiti presenti in Parlamento, ad esclusione del Partito Socialista, non hanno ancora un’organizzazione sicura e precisa, e, dunque, è più facile per il governo scompaginarli e convertirne il voto. Infatti, pur appoggiando Giolitti in maggioranza, il Parlamento italiano cede e vota i pieni poteri al governo Salandra che firma il patto (segreto) di Londra, alleandosi con Inghilterra e Francia in una logica di indebolimento del nemico storico austriaco, e opta, così, per la dichiarazione di guerra il 24 maggio 1915[1].

Mario Mariani, la Germania e la guerra

È nel contesto di tale dibattito, e in particolare nel contesto dell’interventismo, che emerge la figura di Mario (Mariano all’anagrafe) Mariani[2], scrittore, poeta, traduttore e giornalista dalle idee controverse.

Cresciuto tra Solarolo e Roma, grazie al padre entra in contatto con importanti personalità come Prampolini, Carducci, d’Annunzio, Pascoli. Il suo spirito d’indipendenza lo porta a viaggiare: tra il 1904 e il 1907 è a Berlino, Parigi, Londra e in Nord America, adattandosi a mestieri faticosi e costruendosi una cultura da autodidatta.

Alla fine del 1907 lascia definitivamente Solarolo per trasferirsi a Berlino. Qui dal 1909 al 1915 è corrispondente per «Il Secolo» e per «Il Messaggero». In Germania trascorre anche i primi mesi di guerra, viaggiando in vari posti del territorio tedesco e traendone ispirazione per i propri articoli.

Rientra in Italia a marzo del 1915, dopo l’ingresso italiano nel conflitto: chiamato alle armi, si guadagna la medaglia d’argento al valor militare proprio sul fronte tedesco dove, sino al marzo del 1916, sempre per «Il Secolo» e «Il Messaggero», continua la propria attività di corrispondente come inviato di guerra tra gli alpini.

Proprio la saggistica di Mariani a cavallo della Prima guerra mondiale è oggetto del presente contributo. Lo scrittore romagnolo, infatti, in questo periodo è profondamente legato alla Germania. Secondo il suo stesso racconto, vi trascorre nove anni[3], dal 1905 in poi, studia «per dieci anni con la massima diligenza uomini circoli problemi tedeschi»[4]. Italiano di cuore, acquisisce, quindi, un’educazione tedesca, come egli stesso scrive: «io sono capitato in Germania di ventun anni e me ne sono andato, con la guerra a trentadue. La mia anima è italiana». E ciò ha portato a una dicotomia tra cuore e cervello: «Io resto, nella vita, sempre perplesso, quando devo esaminare un problema, con il mio cuore italiano sulla mano sinistra e il mio cervello tedesco sulla destra in una posizione che è al tempo stesso irresistibilmente comica e spaventosamente tragica»[5]. Un contrasto che emerge nitidamente nel libro che Mariani pubblica nel 1915, La Germania nelle sue condizioni militari ed economiche dopo nove mesi di guerra, e in cui il corrispondente, seppur con amarezza, afferma che la sconfitta tedesca è inevitabile e necessaria nell’interesse dell’Europa. Con profondo rammarico, infatti, Mariani vede nella Germania bellica una nazione forte, sana e ammirevole, resa colpevole dai suoi capi e maestri:

tutta la Germania è così: resta in piedi per decreto patriottico […] Ma per accorgersi di questo bisogna conoscerla e averla studiata con amore. Dico con amore senz’ombra d’ironia, perché molti lati del popolo tedesco mi sono antipatici, ma per moltissimi altri io ho dell’ammirazione, e avendo vissuto gli anni miei migliori, dieci non uno, in Germania, io vedo una nazione forte e sana andare verso la rovina per colpa dei suoi dirigenti e dei suoi educatori, con un senso di profonda pietà, sebbene per la libertà e l’avvenire dell’Europa sia assolutamente necessario che essa procomba[6].

Per il corrispondente italiano, il Paese che l’ha ospitato a lungo ha commesso il grande e imperdonabile errore di ritenersi una potenza imbattibile in Europa e nel mondo: «ormai tutto ciò che è germanico abbisogna del prefisso super. Il professore Von Eucken […] ha ora aggiunto al superuomo di Nietzsche il superstato. Il superstato naturalmente sarebbe la Germania»[7]. Particolare presunzione cui Mariani associa un analfabetismo affettivo che ha contribuito alla fin troppo impetuosa partecipazione al conflitto:

sembran cinici, quando si pensi che non fanno un grande sforzo per andare alla morte senza voltarsi addietro dappoi che addietro, data la loro atonia affettiva, non lasciano un bel nulla; sembran stoici invece quando si voglia credere alla loro affermazione di trascendentalismo patriottico: bisogna superare e scordare ogni nostro affetto o interesse e tutto sacrificare quando il pericolo incombe sulla patria[8].

Un’esaltazione dei tedeschi per la guerra che, continua lo scrittore di Solarolo, non trova sfogo esclusivamente nell’adesione di milioni di uomini – soldati e volontari – pronti a partire per il fronte, ma sfocia altresì nell’odio e nel disprezzo del nemico, anche se non ancora dichiarato. Per tale motivo, pur essendo profondamente legato alla Germania, Mariani reputa necessario convincere gli italiani della «necessità morale e politica del nostro intervento»[9].

E come è possibile sconfiggere la Germania? Proprio mutuando dal popolo tedesco le qualità patriottiche e militari che mancano ad altri. E perché la Germania ha queste doti? La risposta è nello scritto successivo di Mariani: Il ritorno di Machiavelli.

Il “ritorno” di Machiavelli

Il ritorno di Machiavelli è il primo tentativo di Mario Mariani, fiducioso in una raggiunta maturità di osservatore e saggista, di offrire al pubblico il proprio pensiero politico in modo compiuto e sistematico. Un primo tentativo compiuto nel contesto storico particolare del primo conflitto mondiale e che, di fatto, s’inscrive nel dibattito tra neutralisti e interventisti[10].

Del fatto che il suo sia un testo scomodo per l’argomento trattato, per le accuse all’Italia e all’Europa, Mariani è consapevole fin dalla prefazione:

Questo libro lascerà forse a qualche lettore un po’ d’amaro in bocca. Non è un libro buono; è un libro logico; di verità, duro, aspro. Non lo avrei scritto se non fossi convinto che in tempi ne’ quali stiamo tutti scontando innumerevoli errori di leggerezza, imprevidenza, incoscienza, nei quali alla utopia succede la realtà triste, alle illusioni le delusioni, sia d’uopo esaminare con freddezza le cause della presente catastrofe, i probabili effetti, additare sino da ora i responsabili e sopra tutto le idee responsabili perché non s’abbia, appena passata la burrasca, a ricadere negli stessi errori[11].

Secondo l’interpretazione di Mariani, i responsabili della catastrofe bellica vanno ricercati tra chi, credendo in principi quali l’ottimismo, il pacifismo, l’umanitarismo, l’internazionalismo e l’antimilitarismo, ha consentito lo svilupparsi dell’inferiorità militare dei paesi europei rispetto alla Germania. L’impreparazione delle forze dell’Intesa – e soprattutto dell’Italia – non è, quindi, solo nelle armi ma anche e soprattutto nello spirito:

Io, già a vent’anni, dopo mature riflessioni ero venuto nel convincimento che per coloro i quali non vedevano il mondo dietro i veli d’un ottimismo cocciuto, per coloro che s’erano nutriti dello scetticismo allegro e mordace o disperato di Erasmo, di La Rochefocauld, di Hume, di Hobbes, di Schopenhauer, di Leopardi la sola, la vera filosofia possibile fosse quella degli immoralisti: Guyau, Stirner, Nietzsche. Il mio anarchismo intellettuale giungeva all’abisso dell’Umwertung aller werte. Io mi dicevo: L’uomo è irrimediabilmente immorale. Millenni di tentativi, religioni, legislazioni, coercizioni non han valso a nulla. Abbiamo soltanto trasformato il bruto in gesuita. Il bruto esteticamente era bello, il gesuita è ripugnante. Tentiamo dunque una generale inversione dei valori morali. Dichiariamo buono, bello, giusto – trinità platonica – tutto ciò che serve all’uomo, all’uomo più scaltro, all’uomo più forte per il soddisfacimento dei suoi appetiti, delle sue voglie[12].

Al contrario, se i tedeschi sanno far bene la guerra è perché hanno fatto propri i principi di Machiavelli, che devono essere, allora, riscoperti e reinsegnati all’Europa e all’Italia, se si vuole evitare la catastrofe, perché non è il conflitto a essere condannabile ma l’impreparazione a esso. Il machiavellismo, afferma Mariani, è una teoria di politica pratica, è Realpolitik; solo la Germania ne ha compreso i principi, da qui il successo della sua politica:

Mi balenò il sospetto che valessero anche per il cuore delle nazioni i principî che, secondo me, valevano per il cuore dell’uomo, che al superuomo di Nietzsche corrispondesse veramente il superstato di von Eucken. E mi sovvenne che il superstato di von Eucken sott’altro nome mi aveva atterrito nella gioventù, in un libro del Rinascimento italiano, nel «Principe» di Nicolò Machiavelli. Allora mi ascrissi quasi a dovere di formulare per gli italiani chiaramente, esegeticamente questo consiglio: per vincere la Germania bisogna non soltanto imitarne le armi e i metodi di guerra, bisogna imitarne lo spirito. Cosa non difficile fra tutti gli alleati specialmente agli italiani in quanto che questo spirito è nostro; è del Rinascimento. Mi ascrissi quasi a dovere. Ma i libri?… Han mai giovato a nulla i libri? Da quando cominciai a scrivere – ottobre scorso – molte idee contenute in questo libro si son fatte strada. Ma non tutte. E si deve lottare per tutte, sperando[13].

La “civiltà tedesca”, continua Mariani, è stata abile perché ha fatto sua la crudele dottrina realistica di Machiavelli, ma usando le visioni cristiane e marxiste di un mondo “poggiato” su uguaglianza, fratellanza e pace come articoli da esportazione: «La Germania in casa si serviva di Federico Nietzsche, all’estero mandava il marxismo. La latinità è stata rovinata due volte da due visionari, entrambi ebrei: Cristo e Carlo Marx»[14].

L’arte del governo tedesco, il carattere del popolo, la sua energia, la sua forza, la fiducia cieca nei suoi capi, l’ordine, la disciplina e i frutti che ne sono scaturiti nella guerra si spiegano con il fatto che il machiavellismo non solo è stato la norma del governo fin da Federico il Grande, ma si è talmente radicato nello «spirito della nazione, nello spirito di ogni tedesco» grazie al lavoro di storici, scienziati, filosofi e capi militari, che la Germania è diventata «un blocco d’uomini di ferro senza sentimento e senza scrupoli»[15]:

il pensiero di Nicolò Machiavelli è sopravvissuto intatto per volger di tempi, regge ancora a qualunque critica, e […] i buoni successi della politica e delle armi tedesche sono dovuti soprattutto alla rigida e costante applicazione delle massime contenute nel “Principe”, nei “Discorsi sopra la prima decade di Tito Livio”, nel “Libro dell’arte della guerra”; e […] coteste massime sono il fior fiore della saggezza politica e varranno fin quando non si muti la natura degli uomini e delle nazioni, fin quando uomini e nazioni abbiano appetiti e voglie proporzionate alla loro scaltrezza e alla loro forza, poi che scaltrezza e forza sono e saranno ancora – chi sa per quanti millenni – la sola legge, la vera giustizia, il supremo diritto. Il resto è letteratura, è sentimento: è fola[16].

Mariani, ponendo tutto ciò in una prospettiva storica più generale, afferma che una pura politica di potere e di Realpolitik non è, dunque, una novità storica né specificamente tedesca. Piuttosto, il machiavellismo è sempre e ovunque «la morale immorale di tutti i vincitori»[17]. Laddove ‒ afferma ancora il romanziere romagnolo ‒ il machiavellismo è Machiavelli, non una forzatura o una deviazione o una lettura estrema del suo pensiero messa in piedi da persone come Gino Capponi o coloro che spesso introducono o scrivono prefazioni alle opere machiavelliane[18]:

Ma giova constatare che il machiavellismo è l’arte di governo, la politica, la morale immorale – secondo i sentimentali – di tutti i vincitori: della Francia di Napoleone, dell’Inghilterra colonizzatrice – India, Egitto, Transvaal – della Germania del settanta, della Germania d’oggi. E io penso anche che il machiavellismo nel suo peggior significato, in quello che i moralisti gli attribuiscono con orrore sia il più morale dei metodi di governo e che nessun governo poi alla fin fine, oggi o in avvenire, possa eleggersi una diversa morale quando veramente voglia essere sempre parato alla difesa e all’offesa. E si noti che l’offesa può spesso esser soltanto saggezza in quanto che tende a prevenire l’offesa altrui, a far scoppiare il conflitto quando a noi torna comodo e non quando torna comodo al nemico. Io rido di quelli che hanno avuto bisogno di attribuire a Nicolò Machiavelli lo spirito profetico, di farne il divinatore della unità e indipendenza italiana per iscusarlo delle massime contenute nel Principe. Sono gli stessi che han ravvisato nel Veltro di Dante Vittorio Emanuele II; non si sa bene se ignoranti o idioti[19].

E continua:

Gli uomini di stato quando hanno riprovato Machiavelli lo hanno riprovato per ingannare nemici e amministrati sul loro animo sui loro intendimenti, cioè per puro machiavellismo, ma sempre secondo i suoi dettami han dovuto condursi. […] Machiavelli come pensatore è il machiavellismo, il machiavellismo è una teorica di politica pratica – in tedesco moderno: Realpolitik – teorica che è una derivazione, è un succo della storia esaminata senza apriorismi morali: della storia di prima di Machiavelli, di quella del suo tempo, di quella postecedente[20].

«La storia è immorale», conclude Mariani, non è altro che una serie di «delitti, delitti dei singoli degni di fama, delitti dei popoli degni di ricordo»[21]. Lo dimostra la Bibbia, «il libro più immorale»[22]; è stato così nella Francia di Napoleone; in Inghilterra durante la colonizzazione dell’India, dell’Egitto e del Transvaal, nel 1870 e ora in Germania. In definitiva, Mariani si basa sulla convinzione dell’«intima cattiveria dell’uomo»[23] e il machiavellismo, così come il darwinismo, è la dottrina del trionfo non del bene, ma della causa più forte, meglio adattata, secondo la quale il diritto spetta sempre al vincitore ‒ «A chi rimarrà la ragione? A chi vincerà»[24]. La causa della catastrofe europea è, pertanto, una «torbida decadenza dei costumi»[25]:

Ai tempi di Nicolò Machiavelli e di Valentino Borgia si adoperavano e il veleno e il pugnale […] Al tempo di Nicolò Machiavelli si rubava violentemente, armata mano […] Io non credo dunque che nel nostro tempo in fatto di moralità si vada di molto meglio di quel non s’andava ai tempi del Machiavelli; io anzi penso che parlare di moralità nel nostro tempo sia ridicolo, semplicemente ridicolo. Se il secolo ventesimo si riconoscesse dovrebbe sputarsi in faccia nello specchio[26].

La mentalità latina, “disadatta”, non è in grado di adottare i metodi politici e militari dei tedeschi, eppure, se la Germania non può essere sconfitta in una sola guerra, i giovani possono e devono essere educati secondo le teorie che servono a creare «la forza della Germania»[27]. E una è la teoria di Machiavelli:

Machiavelli non ha bisogno d’essere scusato, ma studiato. E con Machiavelli il machiavellismo perché io identifico i due termini, né so disgiungerli […] Ci voleva il millenovecentoquattordici per aprirci gli occhi. E siccome li abbiamo aperti troppo tardi ne scontiamo il fio tardando a vincere. Oggi però già che corriamo pericolo – almeno adesso lo avvertiremo – sembra che anche gli ingenui di allora permettano il ritorno di Machiavelli. Meglio tardi che mai[28].

Tornare a Machiavelli significa, quindi, optare per una netta rottura con i valori della società liberale e aderire a una concezione autoritaria dello Stato. Per Mariani, l’Italia si deve convincere, a partire dall’esperienza tedesca, della necessità di adottare il bellicismo, d’intraprendere una revisione dei valori politico-morali validi e di ammettere il fallimento storico delle ideologie umanitarie che predicano il diritto internazionale, il pacifismo, l’internazionalismo e l’antimilitarismo. È necessario comprendere che l’unico modo per mettere in ginocchio la Germania è utilizzare il “metodo tedesco”: «Bisogna odiare i tedeschi con cuore latino, ma pensare a vincerli con metodo tedesco. Opporre al loro spirito di conquista uno spirito di contraconquista, credere nella guerra e prepararla instancabilmente, avere fede nell’assoluta inconciliabilità degli interessi e dei sentimenti delle due razze, ritenere sempre inevitabile e immanente il conflitto, vivere aspettando l’allarmi»[29].

Per Mariani, quindi, vale il principio di «imparare dal nemico» ed è tale assunto a dare origine al tema della Parte II del libro: «Studiamo lo sviluppo dell’imperialismo tedesco da Federico II ai nostri giorni»[30].

La Parte II, che costituisce più della metà del libro, descrive così la storia della Prussia o della Germania da Federico il Grande al 1916, dal punto di vista dell’imperialismo tradizionale. Il «Meraviglioso edificio dell’imperialismo tedesco»[31], come lo definisce Mariani, è stato fondato dal re prussiano o già da suo padre. La grandezza della Prussia e della Germania moderna è stata creata da «quattro uomini senza scrupoli, senza lealtà, senza pietà»: Federico il Grande, York (che tradisce Napoleone a Tauroggen), Bismarck e Guglielmo II.

Tralasciando le oltre quaranta pagine dedicate a Bismarck, riguardo a Guglielmo II Mariani afferma di non voler anticipare il verdetto della storia e che è necessario superare l’accesa eccitazione della guerra in corso per giudicare con calma e obiettività. Nonostante ciò, sottolinea come la gente detesti Guglielmo, ribattezzato dagli slavi e dai latini «beccaio dell’umanità»[32], giacché attribuisce esclusivamente a lui la responsabilità della guerra europea.

Si tratta, tuttavia, di un “errore madornale”, scrive il romanziere italiano, perché il conflitto è stato voluto dalle classi dirigenti tedesche che hanno ingannato il popolo sui veri motivi delle ostilità, facendogli credere che si trattasse di una guerra difensiva contro una cospirazione internazionale tesa a distruggere la Germania. In realtà, la classe dirigente tedesca vede nell’“espansionismo” la conditio sine qua non dell’esistenza nazionale e ciò comporta obbligatoriamente la guerra. In ultima analisi, dunque, il conflitto è scoppiato perché la Germania non si è accontentata più di vivere entro i suoi confini, e incolpare una singola persona per tutto ciò è esagerato, chiosa Mariani.

Il fallimento dello sforzo di guadagnare terreno per la crescita dell’economia e della popolazione attraverso il colonialismo estensivo ha portato, prima, alla «sorda irritazione tedesca» nelle classi dirigenti e, poi, alla decisione «di aprirsi la strada con il ferro e con il fuoco»[33]. La politica imperiale è frutto dell’ambiente in cui s’inscrive: Guglielmo II ha, sì, di fronte alla storia una gravissima parte di responsabilità, ma la catastrofe europea è un fenomeno storico troppo complesso per attribuire la colpa a un uomo solo. E quest’uomo va considerato, prima di tutto, come un prodotto del suo paese e dei suoi circoli, secondo Mariani: infatti, Guglielmo è a capo di una nazione che ha considerato la conquista come il compimento di una missione civilizzatrice, come una crociata.

La Parte II del libro si conclude con diciotto pagine dedicate a Il carattere tedesco e il socialismo tedesco: pagine in cui Mariani abbandona il suo approccio moderato e oggettivo. La demonizzazione del nemico bellico e l’appello all’intervento sono presentati come una lotta per l’Humanitas latina; laddove Mariani intende Humanitas in un triplice senso: come cultura e civiltà, come amore dei bei studi – l’Humanitas del Rinascimento – e come Humanitas in senso moderno, cioè come amore del prossimo e come pietà[34]. La guerra condotta dagli italiani per estrema necessità ha, dunque, un contenuto etico, senza alcun sentimento di odio o di vendetta.

Nel Ritorno di Machiavelli la disumanità dei tedeschi nel presente è descritta da Mariani come un loro antico retaggio storico e insito nella loro natura: il popolo tedesco è rimasto sempre quel popolo che scende con i suoi capi barbari a rapinare fra le macerie della civiltà latina e che segue nell’evo medio i suoi imperatori, i suoi duchi, i suoi margravi. Ed è così che rimarrà anche in futuro perché ciò che connota la popolazione teutonica è l’assoluta amoralità.

Se lo si studia in sé, come persona, come cittadino, nella sua famiglia, nel suo modo di vivere, nei suoi affari, ci si rende subito conto che l’uomo tedesco è “un amorale perfetto” nel quadro delle leggi, che trae il suo vantaggio al di sopra di qualsiasi morale ereditaria, religiosa, intima. Si sente vincolato dalle leggi e dalla loro costrizione solo perché la loro violazione gli arrecherebbe danno. Questo è probabilmente vero per chiunque; ma per Mariani questo atteggiamento è per il tedesco più evidente e anche più sfacciato; su cento italiani o francesi, ce ne sono almeno cinque o sei capaci di sacrificare il proprio vantaggio personale, il proprio interesse, al “punto d’onore”; in Germania, invece, la rettitudine e il senso dell’onore sono sconosciuti. Tale è il carattere tedesco: una meta da raggiungere, il massimo guadagno, il massimo godimento, senza scrupoli, senza pregiudizi, senza ritegni. Ogni tedesco, anche senza averlo letto, è educato dalla vita a seguire le teorie di Machiavelli e Nietzsche. E una nazione che è composta di tali singoli individui non può, nel suo organismo statale, totalità di questi singoli, essere altro che imperialista.

La terza e ultima parte del Ritorno di Machiavelli, intitolata Della nostra involuzione ideologica, è dedicata alla necessaria autocritica italiana. I barbari capi del popolo ladro e amorale, che saccheggiano costantemente il mondo latino, dediti all’ubriachezza e alla ricchezza, diventano, dunque, il grande modello per l’agognata ascesa del mondo latino stesso. Emulazione che si rende necessaria, scrive Mariani, perché il sentimento di inferiorità delle nazioni latine rispetto a quelle germaniche è fin troppo diffuso. Fin dall’epoca di Crispi circola l’idea di un’Italia come nazione indebolita, poco virile e con un disperato bisogno di una guida forte: decadenza dell’Italia rispetto alla potenza del mondo germanico che trova, altresì, un appiglio nel darwinismo e nel darwinismo sociale.

«Noi siamo diversi dai tedeschi, noi siamo tutt’altro. Diversi di razza, di storia, di tradizione»[35], è la prima frase della Parte III. Mariani sottolinea in particolare che i fenomeni di «industrialismo borghese, società capitalistica» e «progresso» hanno avuto effetti completamente diversi nei due Paesi[36]: ciò che in Germania ha portato a uno sforzo disperato in Italia è diventato un elemento di dissoluzione e debolezza, «un elemento dissolvitore e un elemento di debolezza»[37]. Così emergono due mondi che corrono in direzioni divergenti: «uno verso un’esplosione di energia troppo a lungo contenuta, l’altro verso la decadenza»[38].

L’intensificazione della “lotta della vita”, l’orrore della competizione tra la vita e la morte ha prodotto in Germania “l’uomo senza scrupoli”, un combattente brutale, ma schietto, aperto, sincero nella sua brutalità. Forse a causa dei secoli di dominio sacerdotale che gravano sulle spalle del mondo latino, in Francia e in Italia, invece, l’uomo riceve un’educazione non basata sulla disprezzata “forza”, ma orientata «al gesuitismo, alla perfidia»:

Le massime che regolano la vita non sono che un pretesto, ma mentre il tedesco lascia ormai capire chiaramente che tali pretesti non hanno nessun valore, l’italiano, per esempio, insiste nella menzogna in una maniera certe volte ripugnante. Non so se in buona fede o no ‒ nessuno è a volte più del ladro convinto d’esser un galantuomo ‒ l’italiano e il francese scombiccherano idealismi a ogni piè sospinto e cercano di rovinarsi l’uno l’altro in nome della morale. E veramente battuti, nella vita, rimangono solo quei poveri che pigliano la morale sul serio[39].

Un’ulteriore differenza tra i due mondi lo scrittore di Solarolo la individua nel modo in cui si ottiene qualcosa nella vita: in Italia vige il “servilismo”, la servitù e la sicofania nei confronti dei cretini influenti, mentre in Germania le cose si ottengono con l’ingegno, il talento e l’attitudine[40].

Anche per quanto riguarda l’economia, c’è una differenza fra la psiche teutonica e la psiche latina, continua Mariani:

dinanzi al momento di crisi economica nazionale, in Germania si è scelta la guerra come via d’uscita, mentre in Italia è stata la massa a fare la differenza. I tedeschi di fronte alla crisi economica nazionale hanno pensato: la tasca è vuota, facciamo la guerra. I latini avrebber pensato: emigriamo in folla. Il primo sarà un pensiero barbaro quanto si vuole, ma è virile. Il secondo è un pensiero di rassegnazione, è una confessione di debolezza e di decadenza. L’emigrazione è il suicidio dei popoli. I tedeschi erano troppo esuberanti per uccidersi. Preferivano uccidere. Da ogni fenomeno della vita moderna esaminato – il tedesco e l’altro – nei due mondi risulta un’idea di forza in Germania, un’idea di debolezza fuori di Germania[41].

Secondo Mariani, questo vale anche per il mondo dell’arte e della letteratura: la Décadence francese e il Futurismo italiano sono «due escandescenze nevrotiche», due varietà di calore bianco nevrotico. Tra i contemporanei italiani, solo i migliori – Carducci, d’Annunzio e Sem Benelli , sono talvolta “energici”. I romanzieri Bontempelli, Panzini, Pirandello usano il loro talento solo per distruggere, «disfare, disfare, disfare, […] corrodere, corrodere, corrodere»[42].

É necessario un ripensamento mentale, «noi dobbiamo trasformare il nostro spirito»[43], scrive Mariani. Bisogna rivalutare “la forza” e, finché gli italiani disprezzano tutto ciò che costituisce i successi tedeschi, bloccano la loro stessa strada verso la vittoria. Che la contrapposizione tra la forza e la salute tedesca e la debolezza latina nell’ultima parte del Ritorno di Machiavelli non significhi un’attenuazione della germanofobia/germanofilia di Mariani lo si può ben intuire, ma è proprio in questo senso che è necessario il ritorno del Fiorentino, per far sì che l’Italia si riappropri dei principi e dei valori che, di fatto, le appartengono sin dal Rinascimento.

«La Critica» di Benedetto Croce

Come si evince da questa analisi, il testo di Mariani tocca molteplici punti, di cui due di particolare rilievo: il dibattito fra interventisti e neutralisti durante la Grande Guerra e la ricezione-reinterpretazione di Machiavelli nell’arco del primo quarto di secolo. Argomenti, entrambi, su cui interviene con la propria riflessione anche Benedetto Croce.

Prima dell’avvento del nazismo, infatti, anche Croce, come Mariani, è mosso da una profonda «germanofilia» e la testimonianza più probante dell’antico amore di Croce per questo Paese è data dalle Pagine sulla guerra (1919), che riuniscono i cosiddetti saggi di guerra, scritti dal filosofo durante il primo conflitto mondiale. Essi attestano un atteggiamento stabilmente positivo nei confronti della Germania, che percorre come un filo rosso gli interventi crociani anche al di là delle diverse posizioni che il filosofo prende rispetto alla guerra (dal neutralismo dei primi mesi sino al sostegno leale e convinto delle decisioni di politica estera assunte dall’Italia nel 1915).

Questo atteggiamento amichevole nei confronti della Germania, questa germanofilia, trova le proprie radici nelle convinzioni culturali e scientifiche che portano a valorizzare la vitalità della tradizione filosofica italiana di impronta idealistico-hegeliana, affiancando e coniugando così il pensiero e gli studi italiani con la scienza germanica. Una sinergia teorica che riguarda anche e soprattutto il modo di considerare la storia e lo Stato: la Germania e la cultura tedesca insegnerebbero, infatti, a guardare alla storia con occhi nuovi e come ripuliti, rifiutando utopismo, umanitarismo ed eudemonismo, aborrendo giustamente l’egalitarismo e il democratismo, e stringendo viceversa stretti legami con una considerazione realistica e storicistica della vita storica[44].

Analoghi insegnamenti potrebbero trarsi dal modo tedesco di guardare allo Stato: la teoria dello Stato come potenza, e della vita dello Stato come lotta per l’esistenza, non giustifica in nulla i raccapricci che innanzi a essa provano le anime timorate. La storia mostra che gli Stati e gli altri aggruppamenti sociali sono tra loro perpetuamente in lotta vitale per la sopravvivenza e per la prosperità; e uno dei casi acuti di questa lotta è ciò che si chiama la guerra. Quando la guerra scoppia (e, che essa scoppi o no, è tanto poco morale o immorale quanto un terremoto o altro fenomeno di assestamento tellurico), i componenti dei vari gruppi non hanno altro dovere morale che di schierarsi alla difesa del proprio gruppo, alla difesa della patria, per sottomettere l’avversario o limitarne la potenza, o soccombere gloriosamente, gettando il germe di future riscosse.

Nel fornire una lettura della stagione politica primo-novecentesca, dunque, Croce si augura che anche la cultura italiana attinga, come già ha fatto quella tedesca, a una visione realistica della politica mutuata da Machiavelli. Croce afferma la necessità, per la cultura italiana, di mettersi all’altezza di quella tedesca nella visione realistica della politica, recuperando l’eredità del Fiorentino, senza temere il suo immoralismo, «quando si osservi che esso è semplice avversione al moralismo pigro e ipocrita», né il suo pessimismo, dato che l’unica forma di ottimismo è il «pessimismo attivo»[45].

Nel filosofo abruzzese, tuttavia, in questi anni matura, altresì, un atteggiamento critico proprio verso la Germania, in nome dell’avvertita distanza fra la cultura ottocentesca e una realtà statuale impegnata, ormai, a convertire la forza in un autonomo istituto politico. In una lettera del dicembre 1914, poi pubblicata con il titolo Cultura tedesca e politica italiana, Croce ribadisce i termini di questo divorzio, sottolineando come la grande età del pensiero tedesco non appartenga più alla Germania, ma all’umanità, e come altre nazioni, tra cui l’Inghilterra e l’Italia, abbiano compreso e coltivato meglio dei tedeschi quello stesso pensiero filosofico:

Se da anni e anni io vado dicendo e stampando che la grande età del pensiero tedesco, quella che si svolse dal 1780 al 1830, non appartiene più in particolare alla Germania, alla stessa guisa che il classico pensiero ellenico non appartiene alla Grecia odierna, ma all’umanità? E che i tedeschi odierni, distaccati ormai da essa, sono rispetto ad essa nella medesima relazione di ogni altro popolo, e fors’anche con certa inferiorità rispetto ad altri popoli, perché quel pensiero è stato meglio inteso e fecondato in Italia e in Inghilterra, che non in Germania?[46]

Se Croce respinge la dialettica fra germanesimo e latinità, ripresa, come visto, da Mariani e diffusa nella cultura storica italiana di quegli anni, nondimeno, nel 1915, nell’articolo Lo Stato come potenza, egli invita gli italiani a ripensare alla dolorosa necessità della guerra e a riconoscere in quella concezione dello Stato sulla quale i tedeschi hanno fondato la Realpolitik una dottrina di matrice italiana, dovuta al «primo gran politico non più medievale»[47], all’italiano Machiavelli.

Già dal 1915, del resto, Croce respinge la parola stessa Realpolitik per le connotazioni che ha comunemente assunto, e ne ribadisce addirittura l’ovvietà, per dire che quel concetto non indica altro che la «realtà politica» o la «politica reale». Anzi, l’accezione realistica e pratica del termine va recuperata proprio dai popoli carenti nell’istruzione politica delle proprie classi dirigenti. Il rischio sotteso all’ignoranza politica, al fraintendimento della Realpolitik, praticata grossolanamente dai tedeschi «con aria spavalda e brutale», è piuttosto rappresentato dalla Phantasie-Politik, ovvero dall’alternativa di una politica ideale, poco concreta e «parolaia». Bisogna quindi, a giudizio del filosofo abruzzese, «fare Real-Politik […] meglio dei tedeschi»[48].

Più tardi, nell’articolo Il pensiero italiano e la guerra del 1916, un Croce lacerato nella sua fede liberale si spinge a riconoscere nella guerra l’ineluttabile realtà storica degli Stati, che sono potenze e devono confliggere, e ammette un ritorno a Machiavelli pura-forza, affrancato da letture intellettualistiche. A confermare questo indirizzo critico è la recensione lusinghiera di Croce proprio del libro di Mario Mariani.

Il testo è privo di note e apparati bibliografici, ed è scritto in una prosa venata di oratoria. Si tratta di un pamphlet politico volto a criti­care la cattiva influenza dei valori democratici e umanitari sulla politica estera italiana e in genere dei paesi dell’Intesa, auspicando un “ritorno di Machiavelli”.

Mariani, come Croce, è un grande estimatore della cultura tedesca e della Germania, dove ha vissuto a lungo, ma, soldato egli stes­so al fronte, desidera ovviamente la vittoria dell’Italia. Croce sa che Mariani, seppur politicamente impegnato, è un romanziere e che, giocando egli spesso sui paradossi, non sempre va preso alla lettera. Ciononostante, Il ritorno di Machiavelli è recensito molto positivamen­te su «La Critica», senza alcun commento sulla sua totale estraneità agli studi machiavelliani. Il volume viene definito «concreto, istruttivo e persuasivo», di «passione e intelligenza», un testo in cui «il pensiero dell’autore è quasi del tutto identico a quello che si è venuto svolgendo da più tempo nelle ‘postille’ di questa rivista pro­pugnanti sulla politica e sulla guerra concetti severi», coltivati dai tedeschi ma di origine machiavelliana. Croce si augura, pertanto, che il libro sia «divul­gato a migliaia di copie e meditato dappertutto in Italia e nei paesi alleati»[49].

Difficile che la recensione sia sfuggita a Mussolini, corregionale di Ma­riani, attento lettore di Croce, che alcuni anni dopo, già Presidente del Consi­glio, pubblica su «Gerarchia» il preludio alla sua tesi di laurea (per una honoris causa mai celebrata) proprio incentrata su un’interpre­tazione di Machiavelli alla Mariani: un Machiavelli, cioè, teorico di una politica senza scrupoli morali, al servizio di uno Stato in cui internamente non si accet­ta il conflitto.

Con questa interpretazione – ripresa poi nel ’26 da Francesco Ercole – polemizzano Gobetti, Matteotti, Fiore e Gramsci, quest’ultimo nella diver­sa visione di un Machiavelli «democratico-repubblicano»[50]. Certo è che anche grazie all’attenzione attirata da Croce sul testo di Mariani il Ritorno di Machiavelli negli anni immediatamente successivi ha una discreta eco e lo si trova citato in diversi testi. È lo stesso Croce, infatti, a informare Giovanni Laterza, in una lettera del 12 ottobre 1916, che «è stato messo in commercio, e poi ritirato, un libro ad opuscolo di M. Mariani, col titolo Il ritorno di Machiavelli», di cui «hanno parlato il Marzocco, il Giorn. d’Italia, ecc.»[51] e chiede all’amico di poterne avere copia. Laterza, a propria volta, in una lettera del 18 ottobre 1916, risponde che si sta interessando per trovare copia del volume di Mariani e, in un’altra del 3 novembre 1916, gli fa i complimenti per la recensione apparsa su «La Critica» di un testo letto e riletto, e del quale ha «procurato diverse copie ad amici che a leggerlo troveranno giovamento»[52].

La ricezione di Mariani

Come si legge proprio nella lettera di Croce, Mariani viene citato anche nel «Marzocco» del 20 agosto del 1916, laddove Gargano elogia Il ritorno di Machiavelli, riprendendone le critiche al moralismo italiano e la convinzione della necessità dell’intervento:

un libro, che è stato misteriosamente tolto di circolazione dopo il suo primo apparire, prova con argomenti che impressionano quale è stata la molla che ha spinta la Germania a conseguire i suoi successi. È il libro di Mario Mariani, un italiano che è stato lungamente in Germania e che là ha avuta la sua educazione, e s’intitola Il ritorno di Machiavelli. Libro amaro, che è bene non avere sotto gli occhi, ma che sarà utile leggere a guerra finita, pur modificato in qualche sua anticipazione, pur mutato in qualche suo assioma. L’autore prova che tutta la mentalità politica tedesca ha trovato i suoi successi nell’applicazione che ha fatto senza scrupoli delle massime del nostro grande scrittore. Egli finalmente nell’esaminare specialmente e il Principe e i Discorsi e l’Arte della Guerra, è dei pochi critici che non si affatichi a giustificare ogni massima che spaventi i timorosi della morale: ma afferma che la Realpolitik, non è di marca tedesca, ma di pura marca nostrale: è una delle più grandi cose che abbia prodotto la nostra Rinascita[53].

Altra testata in cui viene elogiato Mariani è il «Giornale d’Italia» del 25 giugno 1916:

Oggi i nostri libri sono migliori: rivelano una cultura nuova degli italiani cresciuta nel tumulto della guerra e fattasi adulta nella grande esperienza politica dell’Europa. Questo «Ritorno di Machiavelli» di Mario Mariani […] dovrebbe essere letto da ogni buon italiano, perché dà lezioni di energia ai queruli devoti dell’umanitarismo e del pacifismo, che pensano combattere nella Germania «sic et simpliciter» la guerra per instaurare la pace perpetua. Il Mariani, […] esorta […] gli italiani, non già a predicar la guerra santa o puritana contro il nemico, ma a proporre a se medesimi una meta e a fare un disegno di espansione politica ed economica. […] il Mariani, guardando con tanta acutezza di occhi la guerra europea, fa una critica tremenda del modo tenuto dalla Quadruplice per combattere gli Imperi, e deride ed ingiuria gli inventori di chiacchiere che ogni mese liquidano gli eserciti nemici e che quotidianamente asseriscono il diritto divino alla vittoria, quasi che la vittoria non debba essere conquistata coordinando ad un sol fine tutti i mezzi, e fissando coraggiosamente la realtà. È un libro del quale bisogna parlare per disteso[54].

Altri periodici sono «La Rivoluzione liberale», «Bilychnis» e «La Civiltà Cattolica». Su «La Rivoluzione Liberale» di Gobetti, nell’articolo Machiavelli su Misura, Galati, tra le innumerevoli, inverosimili e contraddittorie letture del Fiorentino, annovera anche quella di Mariani:

Durante la guerra. Tutto è mobilitato: naturalmente noi, avendo poche mitragliatrici, mobilitammo ‒ com’era nostro diritto ‒ le artiglierie di carta. […] In questo stato d’animo, spunta, vivo, beffardo, Nicolò Machiavelli. Anzi ritorna. Ritorna, si capisce, in fretta. Diavolo, sul Carso e sull’Isonzo si muore; non c’è tempo da perdere! E così, fatto su misura, assistiamo al Ritorno di Machiavelli (studi sulla catastrofe europea) di Mario Mariani. Non c’è che dire. La pubblicazione è tipica: la catastrofe. […] Il povero Machiavelli ‒ malvagio d’animo e d’ingegno – assurge (filosoficamente, alla tedesca, ma senza filosofia…) a prototipo dell’“immoralità morale”. E giù citazioni […] Le parole sono di Machiavelli. E dopo 68 pagine di buona insalata alla Macedonia, ce ne possiamo delibare altre 300 in cui Machiavelli (poveretto!) non c’entra più: e fa la figura dell’avallante d’una cambiale in cui la firma dell’accettante è falsa[55].

Rosazza su «Bilychnis» nel 1917 fa una lunga e dettagliata recensione, riprendendo gli argomenti del machiavellismo e dell’interventismo enucleati da Mariani[56]. Sempre nel 1917 su «Civiltà Cattolica», Il ritorno di Machiavelli viene citato soltanto in nota a proposito di libri e giornali che dibattono su intervento e neutralità[57]. Infine, a Mariani dedica un capitolo del proprio libro, Critica del terribilismo, Gallucci, in cui, dopo aver delineato la difesa del machiavellismo da parte del romanziere di Solarolo, ne critica le contraddizioni, le idee borghesi, la sua conversione al comunismo, presenti nella prefazione alla riedizione del 1919:

Mario Mariani è degno della fronda peneia; incoroniamolo dunque abbondantemente di lauro, come un fegatino di maiale; così sarà bell’e pronto per farsi friggere. E la padella sarà la prefazione alla seconda edizione del «Ritorno di Machiavelli». Nel 1919 Mariani, ripubblicando il libro, avrebbe potuto confermare con i fatti la sue teorie machiavelliche: la rivoluzione bolscevica, articolo d’esportazione tedesco! Il fiasco della società delle nazioni e dell’ottimismo ed umanitarismo da Wilson! L’Italia, impreparata alla guerra, dopo la vittoria miracolo si presenta a Versailles ancora più impreparata alla pace ed è oppressa dal machiavellismo delle nazioni ex-alleate! Invece la nuova prefazione è tutta una sconfessione di quanto c’è di ragionevole e di sensato nel libro; […] Uno scrittore onesto avrebbe, in una seconda edizione, rifatto da cima a fondo il suo libro. Invece Mariani ripresenta tale e quale al pubblico il suo «Ritorno di Machiavelli» e in una prefazione aggiunta […] ammazza la borghesia e fa un inno al comunismo[58].

Il ritorno di Machiavelli di Mariani, quindi, almeno inizialmente dà vita a un vivace dibattito, ma, forse anche complice la fine della circolazione del libro, di esso si sono poi perse le tracce, e ricostruirla non è facile. Nel dibattito s’inserisce lo stesso scrittore romagnolo, quando risponde alle critiche nel testo dal titolo L’equilibrio degli egoismi dove, introducendo il nuovo libro in cui andrà a parlare di borghesia, comunismo etc., riassumendo le sue idee politiche, scrive:

Cominciai con «Il ritorno di Machiavelli». Avevam generali senza ingegno, servizi male organizzati, poche artiglierie, poche mitragliatrici, munizioni insufficienti. […] Ci sentivamo sicuri di vincere perché eravam dalla parte della ragione. […] Ora contro questo ottimismo sentimentale e facilone io insorsi con «il ritorno di Machiavelli». Insorsi a spiegare che non sempre il diritto vince, che il ladro scappa più velocemente del derubato che lo insegue, che il torto armato può sopraffare la ragione inerme e così via. […] Io dunque badavo a dire: armiamo il diritto, il diritto senza cannoni muore. Gli imbecilli han dedotto: il diritto è il cannone. Nemmeno Machiavelli ha detto questo. E io non potevo farlo tornare per fargli dire sciocchezze. […] Eppure quando io, terminata la guerra, tornai a essere quel ch’ero sempre stato – un socialista a modo mio – ci furon delle brave persone che avevan letto male il mio libro […] che mi rimproveravano non so quale apostasia. […] per quel che riguarda «Il ritorno di Machiavelli» e alcuni atteggiamenti di pensiero dell’immediato dopoguerra, io ho dovuto spiegare più volte, troppe volte ormai che, con il fascismo della primissima ora i socialisti interventisti della primissima falange dovevan per forza avere qualcosa in comune[59].

Tuttavia, al di là delle sue interpretazioni, delle critiche, come scrive Isnenghi, l’opera di Mariani è un’opera di mediazione ideologico-politica rivolta al grande pubblico, a grande tiratura e diffusione (per i tempi di allora) di massa: lo scrittore di Solarolo conosce sin da giovanissimo l’America, la Francia e l’Inghilterra, e vive tra una città europea come Milano e la Germania, per cui la sua è una letteratura engagée, fosca, arrogante ed eclettica, barricadiera, in cui cerca di coniugare il superomismo dannunziano-nietzschiano con temi ribellistici e protestatari di tipo anarco-sindacalista. Come ha rilevato Isnenghi,

In realtà Mariani aveva interpretato ‒ a livello di una letteratura non solo d’intrattenimento, ma ideologico-politica, secondo il taglio, il livello, il linguaggio, il pubblico che s’era scelto, di cui recepiva le interne tensioni storiche e per cui tentava delle risposte – una fase aperta, pugnace e sia pure contraddittoria, ambivalente e reversibile della piccola borghesia italiana: quella dell’insubordinazione, della ricerca, tra l’interventismo e il fascismo, della rottura del blocco oligarchico tradizionale e d’un proprio rinnovato ruolo sociale. Quanto più è eclettica ed anche confusa l’opera di Mariani, tanto più diventa significativa e rappresentativa come luogo di incontro di tutte le posizioni sovversive, le contestazioni del tempo: dallo spontaneismo e anarco-sindacalismo all’interventismo rivoluzionario, dalla critica di classe alla guerra, al comunismo, all’anarchismo, da temi comuni al fascismo, arditismo, fiumanesimo, futurismo del Diciannove, all’antifascismo e a un Aventino non rinunciatario[60].

Il testo di Mariani, dunque, è una testimonianza preziosa per registrare la rinnovata attenzione di cui gode l’autore del Principe durante la Grande Guerra, in una fase storica nella quale viene amplificata l’immagine del Machiavelli ispiratore della politica come esercizio della forza ed espressione del dominio.

 

  1. Cfr. Abbasso la guerra! Neutralisti in piazza alla vigilia della Prima guerra mondiale, a cura di F. Cammarano, Firenze, Le Monnier, 2015; L. Compagna, Italia 1915. In guerra contro Giolitti, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2015; M. Isnenghi, Convertirsi alla guerra. Liquidazioni, mobilitazioni e abiure nell’Italia tra il 1914 e il 1918, Roma, Donzelli, 2015; N. Merker, La guerra di Dio. Religione e nazionalismo nella Grande Guerra, Roma, Carocci, 2015; A. Varsori, Radioso maggio. Come l’Italia entrò in guerra, Bologna, il Mulino, 2015.
  2. Roma, 26 dicembre 1883-San Paolo del Brasile, 14 novembre 1951. Sulla biografia di Mariani: E. Falco, Mario Mariani tra letteratura e politica, Roma, Bonacci, 1980; G. Lazzeri, Mario Mariani, Milano, Modernissima, 1919; E. Tiozzo, Il poema di un’idea. Sovversivismo e critica della società borghese nell’opera di Mario Mariani, Roma, Aracne, 2007.
  3. M. Mariani, Il ritorno di Machiavelli, Milano, SEI, 1916, p. 13.
  4. M. Mariani, La Germania nelle sue condizioni militari ed economiche dopo nove mesi di guerra, Milano, Treves, 1915, p. VII.
  5. M. Mariani, Il ritorno di Machiavelli, op. cit., pp. 188-89.
  6. M. Mariani, La Germania nelle sue condizioni militari, op. cit., p. 145.
  7. Ivi, p. 30.
  8. Ivi, p. 132.
  9. Ivi, p. xi.
  10. La prima edizione del Ritorno di Machiavelli ha come sottotitolo Studi sulla catastrofe europea e la prefazione è datata 1° marzo 1916. Il libro è suddiviso in tre parti: Parte I. Machiavelli e la morale, Parte II. Dello sviluppo dell’imperialismo tedesco, Parte III. Della nostra involuzione ideologica.
  11. M. Mariani, Il ritorno di Machiavelli, op. cit., pp. 5-6.
  12. Ivi, pp. 6-7.
  13. Ivi, pp. 7-8.
  14. M. Mariani, Il ritorno di Machiavelli, op. cit., p. 26.
  15. Ivi, p. 13.
  16. Ibidem.
  17. Ibidem.
  18. Il riferimento è alle opere machiavelliane che Mariani legge una volta rientrato in Italia, avendo lasciato in Germania l’edizione in otto volumi del 1813 stampata a Firenze dalla tipografia Piatti e curata da Francesco Tassi.
  19. M. Mariani, Il ritorno di Machiavelli, op. cit., pp. 13-14.
  20. Ivi, pp. 15, 20.
  21. Ivi, p. 21.
  22. Ivi, p. 32.
  23. Ivi, p. 25.
  24. Ivi, pp. 36, 52.
  25. Ivi, p. 42.
  26. Ivi, pp. 43-46.
  27. Ivi, p. 58.
  28. Ivi, pp. 19-22.
  29. Ivi, p. 162.
  30. Ivi, p. 60.
  31. Ivi, p. 63.
  32. Ivi, p. 37.
  33. Ivi, p. 195.
  34. M. Mariani, Sulle Alpi e sull’Isonzo. Dal fronte nei primi quattro mesi della nostra guerra: 23 maggio-26 settembre 1915, Milano, SEI, 1916, p. 10.
  35. Ivi, p. 257.
  36. Ibidem.
  37. Ibidem.
  38. Ivi, p. 259.
  39. Ivi, pp. 259-60.
  40. Ivi, p. 261.
  41. Ivi, p. 264.
  42. Ivi, p. 265.
  43. Ibidem.
  44. B. Croce, La Germania che abbiamo amata, in «La Critica», 34, 1936, pp. 461-66.
  45. B. Croce, L’Italia dal 1914 al 1918. Pagine sulla Guerra [1919], in Id., Scritti varii, vol. III, Bari, Laterza, 1950, pp. 152-154.
  46. B. Croce, L’Italia dal 1914 al 1918. Pagine sulla Guerra, op. cit., pp. 20-21.
  47. Ivi, p. 85.
  48. Ivi, pp. 77-79.
  49. B. Croce, Recensione di M. Mariani, Il ritorno di Machiavelli. Studi sulla catastrofe europea, in «La Critica», XIV, 1916, pp. 456-58.
  50. Tra le riletture di Machiavelli a cavallo del Ventennio fascista si vedano in particolare: G. M. Barbuto, Machiavelli e i totalitarismi, Napoli, Guida, 2005; F. Biasutti, Mussolini interprete di Mussolini, in Machiavelli: tempo e conflitto, a cura di R. Caporali, V. Morfino, S. Visentin, Milano, Mimesis, 2012, pp. 21-34; M. Ciliberto, Appunti per una storia della fortuna di Machiavelli in Italia: F. Ercole e L. Russo, in «Studi Storici», a. 10, n. 4, 1969, pp. 799-832; Id., Filosofia e politica nel Novecento italiano, Bari, De Donato, 1982; A. J. Lien, Machiavelli’s Prince and Mussolini’s Fascism, in «Social Science», 4, 1929, pp. 435-41; L. Mitarotondo, Un “Preludio a Machiavelli”. Letture e interpretazioni fra Mussolini e Gramsci, Torino, Giappichelli, 2016.
  51. Lettera di B. Croce a G. Laterza, 12 ottobre 1916, in B. Croce-G. Laterza, Carteggio. Vol. II: 1911-1920, a cura di A. Pompilio, Roma-Bari, Laterza, 2005, p. 574.
  52. Lettera di Laterza a Croce, 18 ottobre 1916 e Lettera di Laterza a Croce,3 novembre 1916, in B. Croce-G. Laterza, Carteggio. Vol. II: 1911-1920, op. cit., pp. 576 e 581. Sulle posizioni di Croce su Machiavelli e la guerra cfr. in particolare: R. Colapietra, Benedetto Croce e la politica italiana, Bari, Ed. Centro Librario, 1969; S. Cingari, Dietro l’autonarrazione. Benedetto Croce fra Stato liberale e Stato democratico, Milano, Mimesis, 2019; F. Olgiati, Benedetto Croce e la guerra, in «Rivista di Filosofia Neo-Scolastica», vol. 9, n. 1, 1917, pp. 5-31; G. Sasso, Croce interprete di Machiavelli, in Benedetto Croce, a cura di F. Flora, Milano, Malfasi, 1953, pp. 305-22.
  53. G. S. Gargano, Avvertimenti per l’avvenire, in «Il Marzocco», a. 21, n. 34, 20 agosto 1916, p. 1.
  54. G. Bellonci, I libri. Pagine di quest’ora, in «Giornale d’Italia», 25 giugno 1916, p. 3.
  55. V. G. Galati, Machiavelli su misura, in «La Rivoluzione Liberale», a. IV, n. 6, 8 febbraio 1925, p. 28.
  56. M. Rosazza, Il ritorno di Machiavelli, in «Bilychnis», a. IX, n. IV, 1917, pp. 287-92.
  57. In «La Civiltà Cattolica», a. 68, v. I, 1917, p. 519.
  58. G. Gallucci, Critica del terribilismo, Milano-Roma-Napoli, Soc. ed. D. Alighieri, 1924, pp. 127-30.
  59. M. Mariani, L’equilibrio degli egoismi, Milano, L’Idea, 1924, pp. 10-25.
  60. M. Isnenghi, Mario Mariani, in «Belfagor», vol. 24, n. 1, 1969, pp. 46-47. Per approfondimenti su Mariani: L. Barile, Mario Mariani, in «Resine», 2, 1979, pp. 45-68; K. Heitmann, Das italienische Deutschlandbild in seiner Geschichte. Bd. II: Das lange 19. Jahrhundert (1800-1915), Heidelberg, Universitätsverlag Winter, 2008; Id., Ein italienischer Deutschlandkorrespondent im Ersten Weltkrieg: Mario Mariani, in «Jarhrbuch für Internationale Germanistik», 2, 2011, pp. 79-101; A Lacava, Mario Mariani, in Antifascisti romagnoli in esilio, a cura di A. Landuyt e P. Pombeni, Firenze, La Nuova Italia, 1983, pp. 457-64; Id., Un eretico del socialismo ufficiale. Il romagnolo Mario Mariani, in «Confini», 24, 2006, pp. 25-28; G. Toni, Mario Mariani. L’uomo dai tre nomi, in «Società di Studi Storici Fiorentini», 2, 2002, pp. 38-43; G. Rigotti, Il bolscevico che dipingeva Pirandello, in «Historia», XXI, 229, 1977, pp. 116-26.

(fasc. 59, 25 febbraio 2026)

Gadda in TV

Author di Giuseppe Garrera

Sono pochissime, solo quattro, le interviste televisive rilasciate da Carlo Emilio Gadda[1]:

  1. in «Arti e scienze»: Il seguito del “Pasticciaccio” di Alberto Ciattini, del 4 settembre 1962. La titolazione del servizio televisivo, Il seguito del “Pasticciaccio, è legata al fatto che Gadda annuncia che del Pasticciaccio ha già praticamente pronto per la stampa il prosieguo, una seconda parte, dal titolo, après Dumas, Venti giorni dopo. È già scritta, conferma, ma è da vedere se la “tematica imbarazzante” ne permetterà presto la pubblicazione (a quale tematica imbarazzante si riferisca, non avendosi poi alcuna altra notizia di tale prosieguo e probabilmente trattandosi di progetto tutto ancora solo in mente, non è dato sapere);
  2. in «L’Approdo», settimanale di lettere e arti: Il prix international de littérature 1963 alla Cognizione del dolore, dell’11 maggio 1963;
  3. in «L’Approdo», settimanale di lettere e arti: Via Blumentsthil 19, del 23 aprile 1969;
  4. in «Gli scrittori raccontano»: Sulla scena della vita: Carlo Emilio Gadda, di Ludovica Ripa di Meana e Giancarlo Roscioni del 1971, ma trasmessa il 5 maggio 1972.

Non solo pochissime e brevi, ma ingessate spesso nella richiesta da parte dell’intervistato di leggere risposte già stilate, dunque di inscenare una finzione visibile e improbabile: l’intervistatore fa le domande e l’intervistato legge delle risposte direttamente da fogli sotto gli occhi e tenuti in mano, senza neppure lo scrupolo di fingere della spontaneità tramite un gobbo o un suggeritore. E ciò non tanto e solo, come si penserebbe, per invincibile impaccio o timidezza, ma per controllare il fattore e il demone incontrollabile dell’oralità e i capricci dell’umore (non a caso le interviste sono piene di lapsus e correzioni o gesti traditori). Le risposte scritte nelle interviste servono ad arginare gli scherzi e i dispetti della nevrastenia nel parlare a braccio e il borbottare o lasciarsi scappare colpi di tosse o strabuzzo d’occhi (l’oralità è imprudente e spesso c’è lì il corpo fuori controllo a tradire e smentire e deridere il dettato).

Fanno eccezione la prima e l’ultima intervista, soprattutto l’ultima: intervista estrema e senza più scrupoli o timori o altro, ancora nella casa e studio di via Leonardo Blumenstihl, 19. Piano secondo. Interno 13. Dunque pochissime interviste e controllate, ma pur con questo disseminate di folgorazioni.

Intanto la passeggiata a piedi, appena accennata, come appare all’inizio del servizio televisivo del 1962, con Gadda assieme al suo intervistatore ripresi un attimo mentre camminano per via Merulana. Si indica una camminata, percorso o breve pellegrinaggio, che va dalla Basilica di Santa Maria Maggiore per tutta via Merulana e Labicana fino a Sant’Antonio da Padova, San Clemente e ai Quattro Santi Coronati: questo il punto più alto, cima architettonica, che sta a monte del romanzo come segnale paleocristiano e romanico: in questa cima avviene l’intervista e sotto l’arco d’ingresso della certosa o roccaforte della chiesa e convento si mette all’ombra, per rispondere alle domande, Gadda. Il Pasticciaccio, è detto chiaramente, nasce da un innamoramento edilizio e urbanistico per la zona e ha custodito il suo segreto in quel fortilizio romanico, nella severità e in allontanamento dal mondo (e dunque, per apparenza, niente di più lontano dal maledetto palazzo di brillocchi e pescecani di cui tratterà).

La camminata dà un’indicazione fondamentale: perché è sul posto o nella consultazione di una mappa stradale della zona che appaiono l’albero genealogico del Pasticciaccio e la sua posizione: l’araldica del libro e il perché del suo allocarsi in via Merulana; meglio, si capisce cos’è, e dove pretende di essere, il pasticciaccio brutto nella via Merulana. È sufficiente bighellonare, sbirciare le vie limitrofe, passeggiare e percorrerla sui passi indicati da Gadda per comprendere.

Il pasticciaccio brutto de via Merulana è anche e soprattutto il romanzo, il libro, in carne e ossa nella metafora toponomastica del racconto, che ha osato comporre l’ingegner Carlo Emilio Gadda: pasticcio linguistico, letteratura irrispettosa della tradizione, cedimento a modelli pieni di bruttezze e meticciati e risultanze bastarde e disdori, che si stende in mezzo a tutta la grande letteratura d’Italia; interseca le grandi scritture itale, mettendosi di traverso, entrando a gamba tesa, scorrendo con la sfacciataggine del vialone. Cioè, proprio a livello topografico via Merulana si stende tra largo Giacomo Leopardi e viale Alessandro Manzoni (via Labicana vi si getta e vi precipita in viale Manzoni), con in mezzo via Galilei e via Machiavelli (per non voler toccare via Michelangelo e le fantastiche traverse d’Ariosto e di Tasso che, con via Alfieri, addirittura immettono su Piazza Dante): praticamente tutto il sistema di riferimento e di rispetti ed emulazioni di Gadda fino alla foce e al gran mare del Manzoni, culto e venerazione di tutta una vita.

La via Merulana, così estranea e di traverso in realtà nella mappatura del Parnaso stradale delle belle lettere a Roma, fa da asta allo sbandieramento di largo Leopardi e di via Machiavelli e via Galilei e viale Manzoni, “con rispetto parlando”, come direbbe Gadda. Oppure, come un fiume in piena, si alimenta dei sopraddetti affluenti. Via Merulana e le vie adiacenti costituiscono uno straordinario stemma araldico o mappa delle ammirazioni gaddiane e della sua prestigiosa e inopinata collocazione nella storia onorevole della letteratura.

Con falsa modestia, con il “dovuto rispetto”, essendo un pasticcio di lingue, babelico, plurale, sparlato e dialettale e tutto maleodorante di realtà, non può che apparire un pasticcio di carni e verdure in mezzo al florilegio e all’antologia delle Muse. Ma pur sempre amatissime Muse, come le mai interrotte letture attestano, tanto che il libro di Gadda e la sua posizione centrale e di riferimento e raccoglimento di tutte le acque di scolo della letteratura e di affluenza e d’incontro delle migliori sorgenti gli meritano l’appellativo di “capolavoro”: di traverso alle patrie lettere come la via di Gadda, la sua via, sempre parlando con il “dovuto rispetto”.

Pensare al Pasticciaccio significa, allora, anche pensare a tutta la Letteratura e allo straordinario ingombro del libro, alla sua locazione nella città delle Lettere. Il Pasticciaccio si incunea nel nervo scoperto della letteratura, entra a gamba tesa.

Domande di rito in tutte le interviste riguardano i piaceri del lettore Gadda, le ammirazioni letterarie, con sosta obbligata nei Promessi sposi. Dunque, veniamo a sapere della preferenza per i Fratelli Karamazov; del peso che sempre più va assumendo l’Amleto di Shakespeare, libro insondabile e inesauribile viene detto nell’ultima intervista con la volontà di rileggerlo e ritradurlo come uno scolaro; dello spostamento di preferenza storiografica sempre più, andando avanti con gli anni, da Cesare e Livio a Tacito (ultimo territorio storiografico superstite, inesorabilmente, per accumulo di amarezza e disincanto). Così come, nella lettura di Dante, della sempre maggiore preferenza accordata al Purgatorio, e infine a Manzoni e ai Promessi sposi, con non più solo della simpatia e della comprensione per Don Abbondio, ma addirittura dell’identificazione: rappresentante assoluto, e giustificato, contro la morale illustre. Se Gadda aveva sempre ritenuto la fifa di Don Abbondio “ragionevolissima”, ora essa diviene addirittura segno contro le vessazioni e le pretese della morale illustre.

In realtà, tutto questo elenco di letture e riletture ha proprio come legame quello di contemplare testi che attentano alla morale illustre sia come “materia” sia come “parabola”: Amleto e la sua inadeguatezza alle idiozie e ai crimini della reggenza o alle ragioni d’onore della vendetta e delle faide (la povera Ofelia è detta da Gadda una povera oca sottomessa alle coercizioni del padre); tutto il racconto di miseria e piccineria del potere e dei potenti in Tacito; la dimensione purgatoriale dell’anima e della sorte di peccatori comunque perdonati, senza l’intransigenza e l’assunto d’abisso di un giudizio come quello d’Inferno. Ma, come detto, soprattutto Don Abbondio in mezzo alle pretese e aspirazioni, più o meno esaltate, di un Federico Borromeo e agli slanci e alle caldane di un Innominato e di un Fra Cristoforo come anche alle angherie e alle impunità di tanti, tutti, i prepotenti della terra da cui tocca pur difendersi, se si vuol vivere. La morale illustre è stata uno dei nutrimenti costitutivi dell’educazione e del credo di Gadda, dei mangimi della sua anima, a iniziare anche dal mito della patria e del popolo italiano e di una propria eroica guerra da farsi, e precipitata in breve tempo nel fango, nella disorganizzazione, nella cialtroneria, nella furberia italianesca e nella micidiale incompetenza delle gerarchie militari, per passare all’entusiasmo fascista, all’abbaglio di magnifiche sorti di terra e di imperio (al ripristino dei commentari della Storia). Non ci sono antidoti alle fessissime idee, se non si familiarizza con la disonorabilità, con le ragioni della viltà e dell’incoerenza, della dolcitudine di vivere, del sospetto per ogni ideale e slancio, dell’ingenerosità di ogni vittoria.

Davanti alla richiesta dell’intervistatore sulla propria carriera scolastica, è lo stesso Gadda a ricordare una Licenza liceale che gli fa onore, per subito correggersi: “per chi crede nell’onore”. In questa direzione tra le cose più commoventi e delicate c’è, nell’intervista del 1963 per l’uscita della Cognizione del dolore, lo scusarsi con i lettori (e i lettori e l’umanità sono di Don Abbondio), che devono pur vivere, per l’aver dato alle stampe un testo con una materia così dura e inconsolabile. Dichiara dolente nell’intervista Gadda, leggendo:

Il titolo La cognizione del dolore è da interpretare alla lettera: cognizione è anche il procedimento conoscitivo, il graduale avvicinamento ad una determinata nozione. Questo procedimento può essere lento, penoso, amaro; può comportare il passaggio attraverso esperienze strazianti della realtà. La morte di un giovane fratello caduto in guerra può distruggere la nostra vita, si ricordino i versi disperati di Catullo. Moralmente il titolo è troppo lontano da ogni forma di gioia e di illusione che mi possa valere il consenso di chi deve pur vivere: di ciò chiedo perdono a coloro che vivono e che ancora vivranno.

È significativo, allora, che nella disamina delle preferenze letterarie Gadda, senza ombra di dubbio, arrivi a indicare il modello di tutto il suo scrivere, il referente principe in LouisFerdinand Céline, nessun altro.

L’ultima intervista poi è la più amara, disperata, già dentro la tenebra, piena di lapsus, correzioni, giustificazioni, martoriata da allocuzioni di scusa e richiesta di perdono per ciò che va dicendo: intervista senza gobbo e senza controlli e prudenze e ormai con la libertà, o meglio la mortale stanchezza, della vecchiaia, fino a maldicenze senza più galatei o scrupoli da educanda, se non, a ogni ingiuria o furia e inclemenza di giudizio verso amici e colleghi, l’intercalare dell’espressione “con rispetto parlando” o “con il dovuto rispetto”, che si tratti del narcisismo ridicolo di Ungaretti o dell’instancabile chiacchierare di Palazzeschi o della pochezza della scrittura di un Landolfi o della severità della madre che ha rovinato, al figlio, l’intera esistenza.

L’intervista è piena di movimenti correttivi o colpi di coda riparatori: ad esempio, l’attribuire, senza infingimenti o circonlocuzione, alla madre la dannazione della propria esistenza, la colpa di avergliela (a loro figli) avvelenata tutta fino alla radice, con la sua severità e il senso della reputazione, salvo appellarla «la poverina», e dirla salvatrice e santa mamma per sacrifici e spirito materno di dedizione. Ancora, in queste ultime dichiarazioni, ritornano decise le accuse per le vessazioni familiari subite in nome della rispettabilità, a cominciare da quello che Gadda chiama essere stato il «male murario», la maledetta villa a Longone voluta dal padre, a costo di tutti i sacrifici possibili, per la gente e i parenti, per sfida col fratello, per ostentazione, per narcisismo, trofeo borghese, e proseguita, nell’erezione, dopo la morte del padre, tra debiti e ipoteche, dalla madre, per una questione di onore e memoria e condivisione, impresa scellerata che ha mortificato tutte le vite dei figli, così come la pretesa di una carriera da ingegnere per stare alla pari con il prestigio di certi parenti.

«Mi si polverizza la memoria», esclama Gadda, di fronte al pensiero della madre, dopo aver confessato che si tratta della persona più importante della sua vita, in assoluto: anche se è stato un amore non corrisposto perché lei era innamorata dell’altro figlio più bello e più giovane e più tutto (e morto eroicamente); e anche se, è ripetuto, gli ha avvelenato la vita con l’idiozia dell’onorabilità e della carriera ingegneresca come il cugino “fortunato”, schiava di tutte le convenzioni borghesi, boicottandogli la vocazione letteraria o anche solo rinfacciandogli mancanza di gaiezza. Tutto sacrificato a ciò che potrebbe dire la gente, per gli occhi degli altri.

Non ci si libera dalla famiglia. Si scontano le colpe della famiglia, e i boicottaggi della famiglia. Non ci si salva dalla famiglia. Neppure da morti, anzi soprattutto da morti. Mai più appropriata profezia o minaccia vale per Carlo Emilio Gadda che, da morto, è riuscito finalmente a liberarsi della famiglia, non senza il dovuto, inaudito, dall’oltretomba, obolo da versare a burocrazie terrene e onorabilità familiari e rancori e battaglie legali per il decoro e l’onore familiare e milanese e lombardo offesi: infatti, solo nel 2000, il 3 novembre del 2000, la volontà di Gadda viene esaudita, quella di essere sepolto al Cimitero acattolico di Testaccio, a Roma, nell’estremo confine, fuori della città benedetta, in giardino straniero: il corpo è finalmente traslato, presso la Zona Vecchia al n° 15.08, dopo lunghissima (16 anni) battaglia burocratica e resistenze e dolori di familiari e rivendicazioni cittadine milanesi e ritardi, rinvii, sospetti, infinite verifiche delle legittimità testamentarie e di volontà e coscienza e consapevolezza del morituro e dei testimoni.

In realtà, la sepoltura attuale di Gadda nel cimitero acattolico di Roma assume il valore di un atto ingiurioso, del più ingiurioso degli atti verso le rivendicazioni e le pretese di sangue e le convenzioni e la rispettabilità della famiglia. Ennesimo figlio che giace e sceglie di giacere lontano dalla cappella sacrosanta di famiglia, voltando le spalle in sepoltura solitaria e d’esilio, o meglio ancora in compagnia promiscua di compagni eletti da lui, peggio di un traditore e assassino e ingrato e figliuolo improdigo.

Così Giacomo Leopardi, dopo convivenza con Antonio Ranieri, che muore ed è sepolto a Napoli, offesa per tutto il casato che non si fa scrupolo di accusare Ranieri di circonvenzione, di sospetta e astuta manovra di sottrazione o, peggio ancora, di sequestro, per togliere e allontanare un figlio, non disubbidiente, il migliore dei figli, dalle braccia paterne e materne e dei fratelli (in realtà, tuttora gli eredi Leopardi non fingono di ignorare l’affronto, l’oltraggio, lo sgarbo, e di Recanati hanno fatto e continuano a fare il nido naturale e agognato e accogliente per l’ultimo e definitivo riposo, la culla ripristinata per il genio di famiglia, per l’orgoglio dei genitori e del paese: Recanati smemorata gestisce la memoria di Leopardi come se lo avesse in seno, come se fosse tra le sua braccia tornato amorevole alla famiglia. Si tratta, invece, di scappato di casa).

A Longone al Segrino giacciono il papà e la mamma e la sorella e il fratello (quello così tragicamente e prematuramente strappato all’affetto dei suoi) di Carlo Emilio Gadda: l’intera famiglia tranne lui; famiglia insieme ricostituita, pascolianamente consolata direbbesi, se non fosse per il dispetto di Carlo Emilio, relegatosi a Roma, in tomba non battezzata e cimitero sconsacrato, nelle latebre e nelle luci abbacinanti di suolo meridionale, estraneo suolo, offesa per l’intera terra di Lombardia. Gadda appartiene ai figli disubbidienti e vendicativi fino all’estremo della ferocia.

«La Repubblica» così riportava, il giorno dopo, 3 novembre 2000, l’evento, non senza involontaria e gaddesca comicità: Gadda nel cimitero acattolico finita la querelle con Milano. Una lapide sobria, così com’è sobria la dedica di Mario Luzi incisa sul travertino: «Qui, nel cuore antico e sempre vivo di sogni e utopie Roma dà asilo alle spoglie di Carlo Emilio Gadda, geniale e studioso artista dalle forti passioni morali e civili, signore della prosa». «Ieri a Testaccio, nel cimitero acattolico per stranieri dove Gadda cercava ispirazione sulla tomba di Shelley, si è chiusa la querelle tra Roma e Milano sulle spoglie dell’autore di “Quer pasticciaccio brutto de via Merulana”. Palazzo Marino voleva seppellire il “gran lombardo” nel cimitero monumentale dove riposa, tra l’altro, Manzoni. Ma alla fine, forti delle ultime volontà, si è deciso per l’acattolico. Con il pieno accordo di tutti, tanto che ieri ha partecipato alla cerimonia anche un “inviato” del sindaco Albertini. “Gadda ‒ ha detto Francesco Rutelli ‒ è stato uno degli artefici funambolici e sorprendenti di una nuova stagione della lingua italiana. Personaggi come Gadda e Pasolini, ma anche come Moravia e tanti altri oggi ci mancano”».

  1. Cfr. Quattro interviste televisive a Gadda, a cura di Giulio Ungarelli, Torino, Nuova ERI/Video RAI, 1993.

(fasc. 49, 31 ottobre 2023, vol. II)