Recensione di Rossella Pace, “Roma, Via Gregoriana 5. Le élites liberali dall’Aventino alla Resistenza” (Franco Angeli 2025)

Author di Alberto Aghemo

Antifascismo d’élite. A proposito di Roma, Via Gregoriana 5 di Rossella Pace

Un po’ sommersa, un po’ volutamente omessa dalla storiografia “democratica e popolare”, la storia della cultura e della militanza antifascista liberale e aristocratica sta da qualche tempo ritrovando una sua opportuna collocazione nel panorama del Novecento italiano grazie all’opera tenace e assai documentata di Rossella Pace, che da anni ne va scrivendo sulla base di documenti, testimonianze e carte d’archivio di prima mano. A lei si deve il recente e approfondito saggio che porta il titolo evocativo Roma, via Gregoriana 5. Le élites liberali dall’Aventino alla Resistenza (FrancoAngeli 2025) che, vale ricordarlo, è il quarto studio di una serie dedicata al medesimo ambito tematico e che ha visto uscire in rapida successione le sue precedenti monografie – Una vita tranquilla. Partigiane liberali e I liberali non hanno canzoni (uscite per i tipi di Rubbettino nel 2018, 2020 e 2022): tutti lavori che raccontano una storia “altra”, sia per l’ideale che le muove sia perché trattano vicende prevalentemente declinate al femminile.

Via Gregoriana 5 non fa eccezione: il saggio – che prende il titolo oltre che dagli appartamenti dei Cesarò, dall’indirizzo della Lega teosofica indipendente, che fu uno dei più importanti centri culturali romani di inizio secolo e in seguito snodo di incontri tra aristocratici e intellettuali che alimentarono l’opposizione al regime fascista – inizialmente tratta, infatti, della vita e dell’evoluzione politica del duca Giovanni Antonio Colonna di Cesarò, ma lascia, poi, ampio spazio al ruolo che in quell’ambiente culturale e ideale, e più tardi nella Resistenza, ebbero, dopo la scomparsa del duca avvenuta nel 1940, la moglie, Barbara Antonelli, e le figlie Simonetta e Mita.

Ma quella raccontata da Pace non è una storia familiare. È, piuttosto, la storia o, meglio, l’intreccio di storie di un “ambiente”, di una rete associativa e sociale dell’aristocrazia romana di radicata cultura liberale che si sviluppa e si ricompone negli anni del primo dopoguerra e che, dopo l’ascesa del fascismo e l’esperienza dell’Aventino, matura una posizione profondamente avversa al regime, impegnandosi a contrastarlo: prima a livello culturale e poi, dopo l’armistizio e l’occupazione nazifascista di Roma, nella Resistenza militare e civile.

Quello delle élite e delle loro reti è tema assai caro alla saggistica di Pace, che si sviluppa e cresce attraverso l’analisi del fitto intrecciarsi di relazioni personali, familiari, intellettuali e culturali che muove dai salotti della Capitale e dai grandi palazzi patrizi per lambire, in un percorso di contatti sempre più complessi, il Quirinale e la Santa Sede, traducendo progressivamente un’istanza culturale in un’azione che si sarebbe trasformata, durante la guerra, in lotta politica clandestina oltre che in originale elaborazione intellettuale.

L’antefatto di questa complessa stagione politica e intellettuale si ritrova nella formazione del primo protagonista di questo racconto corale, Giovanni Antonio Colonna di Cesarò, nobile romano di origini siciliane, esponente del Partito radicale con una forte connotazione antigiolittiana – era nipote di Sidney Sonnino – e una prima adesione al nazionalismo, tuttavia temperato dalla cultura liberale nella quale si riconosceva. Eletto in Parlamento nel 1909, a soli 25 anni, negli anni Venti ricopre la carica di Ministro per le Poste i telegrafi nel primo governo Facta e poi nel primo gabinetto di Mussolini, sino al febbraio del 1924. Massone e cultore dell’antroposofia – come già Giovanni Amendola e molti intellettuali e aristocratici del tempo, attratti dall’esoterismo e dalla filosofia steineriana –, nella primavera del 1924 Colonna di Cesarò matura, dopo una breve simpatia nei confronti dei fasci di combattimento, una forte avversione nei confronti di Mussolini. Rompe decisamente con il nascente regime con un discorso durissimo nei confronti del fascismo che, sull’onda della denuncia di Matteotti del precedente 30 maggio, tiene alla Camera il 4 giugno nel 1924, ovvero una settimana prima nell’assassinio del segretario del PSU.

Quella data segna un punto di non ritorno: Colonna di Cesarò lascia l’esecutivo ed entra a tutti gli effetti delle file dell’antifascismo, divenendo uno degli animatori della secessione dell’Aventino, nella quale rappresenta il partito, di cui era stato cofondatore, di Democrazia sociale. A certificare il suo antifascismo interviene da lì a poco la stretta sorveglianza alla quale viene sottoposto dal regime a partire dal 1925 e che gli vale la matricola 30133 del Casellario politico centrale dello Stato.

L’anno successivo la sua vicenda personale si incrocia con un evento che segna uno degli atti più estremi contro Mussolini, che tuttavia il regime saprà prontamente reprimere, traendone anzi opportunità e motivazioni per una stretta ancor più liberticida con l’emanazione delle leggi fascistissime. Colonna di Cesarò vi è coinvolto suo malgrado, per la chiamata di correità di Violet Gibson, la nobildonna irlandese, che la mattina del 7 aprile del 1923 (lo stesso giorno della morte, in esilio, di Giovanni Amendola), in Campidoglio spara a Mussolini ferendolo di striscio al naso. L’attentatrice è persona mentalmente squilibrata e rilascia deposizioni contraddittorie, alternando al mutismo affermazioni incoerenti. E tuttavia, pressata dagli inquirenti che sono alla ricerca di un movente politico per il gesto, non esita a fare il nome del duca come colui che l’avrebbe indotta all’attentato e le avrebbe armato la mano. Le accuse della Gibson non trovano conferma nelle indagini, ma certamente contribuiscono a stringere la sorveglianza nei confronti di Colonna di Cesarò. Il quale peraltro, negli anni successivi, non esita a sostenere Lauro De Bosis nell’avventura dell’Alleanza Nazionale, rete associativa fondata a Roma nel 1928. Tre anni più tardi, assieme a Umberto Zanotti Bianco, il duca collabora alla realizzazione del gesto eroico nel novello Icaro, che muore pilotando l’aereo dal quale, il 3 ottobre nel 1931, aveva lanciato 400mila manifestini antifascisti su Roma.

Cesarò muore nel 1940 ma la sua eredità morale e politica gli sopravvive. Come sottolinea Rossella Pace, il “seme sotto la neve” della sua opera di fondatore e animatore di una rete liberale avrebbe dato i suoi frutti a partire dal 1942 grazie alle donne di casa Colonna di Cesarò. La moglie e le due figlie del duca, infatti, avrebbero svolto un’intensa attività di organizzazione clandestina nella Roma occupata dai tedeschi conoscendo il confino, il carcere, la fame e ogni genere di privazione fino alla liberazione della Capitale nel giugno del 1944.

È a questo punto che la ricostruzione storica assai ben documentata di Rossella Pace si fa particolarmente originale e preziosa, arricchendosi di originali osservazioni sullo sviluppo delle “gilde femminili”, nate sul modello della massoneria e in qualche modo eredi delle antiche confraternite e corporazioni di mestiere. Sviluppando un’area tematica già brillantemente trattata nelle sue opere precedenti, l’Autrice racconta le origini di questo movimento aristocratico emancipazionista femminile che prende le mosse già da fine Ottocento grazie a personalità straordinarie quali Lavinia Taverna, Amelia Rosselli, Virginia Nathan-Mieli, Etta De Viti De Marco, Bice Tittoni.

La rete si consolida negli anni successivi grazie alle fitte relazioni che si intrecciano nei salotti di palazzo Taverna e negli appartamenti di casa Cesarò, in via Gregoriana 5. Non si tratta di mera mondanità, e ne fa fede la stretta vigilanza attuata dal regime in occasione di quegli incontri, nei quali si organizzavano le trame di collaborazioni che si sarebbero sviluppate poco più tardi, con la corona, e in particolare con Maria Josè di Savoia, con il Vaticano, grazie all’efficace mediazione del Sostituto di Stato Giovan Battista Montini e con l’esercito alleato, per il tramite dell’OSS (Office of Strategic Services), al cui interno operava l’Organizzazione resistenza italiana (ORI) diretta da Raimondo Craveri, marito di Elena Croce.

Oltre che nei salotti romani, la cultura democratica liberale trova dei punti di aggregazione preziosi nella penisola sorrentina: a Villa Tritone, dove Benedetto Croce e la famiglia si trasferiscono stabilmente nel 1943 a causa dei bombardamenti su Napoli, e a La Rufola, dove la marchesa Giuliana Benzoni apre quel porto sicuro a Gaetano Salvemini, Umberto Zanotti Bianco, Ugo La Malfa, Luigi Albertini e a molti altri intellettuali perseguitati dal fascismo.

Particolarmente vivida ed efficace, nella ricerca di Pace, è la ricostruzione dell’occupazione di Roma, accuratamente documentata attraverso le carte dell’Archivio Privato Fabio Grassi, che offrono uno spaccato inedito della drammatica stagione che precede la Liberazione e testimoniano quanto a Roma la vita fosse dura, in balia delle SS e della banda Koch.

Di particolare interesse sono, in quei mesi, gli eventi che si coagulano intorno a San Gregorio al Celio, dove una parte del monastero, che già aveva ospitato la Scuola superiore fascista, viene adibita a carcere. Qui vengono internate personalità molto in vista della Roma del tempo: nobildonne come la marchesa Ippolita Solaro del Borgo o la contessa Sandra Spalletti, l’ammiraglio Bruno Brivonesi con la moglie inglese, il senatore Roberto Bergamini. In un simile contesto, che diviene particolarmente critico dopo l’attacco gappista al battaglione Bozen in via Rasella del marzo del 1944, risulta preziosa l’opera di mediazione svolta dalla Santa Sede, come emerge dal fondo Commissione Soccorsi dell’Archivio Apostolico Vaticano, che offre una documentazione inedita quanto illuminante sui rapporti tra il Vaticano e i patrioti nella “Città Aperta” durante l’occupazione tedesca.

Dopo l’eccidio delle Fosse Ardeatine, dove trova la morte anche Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo, la contessa Barbara Antonelli in Colonna di Cesarò si rivolge direttamente al Santo Padre, pregandolo di intercedere per la sorte delle due figlie Simonetta (che già aveva patito il confino per ordine di Mussolini) e Mita, detenute alle Mantellate con i rispettivi fidanzati, a Regina Coeli, il conte Galeazzo Visconti di Modrone e il conte Umberto Corti, ambedue di famiglia milanese. Nonostante la polizia repubblichina continuasse a vessare con estenuanti interrogatori la “banda di via Gregoriana”, la Santa Sede si impegnò molto per far sì che la situazione delle sorelle Cesarò si risolvesse nel migliore dei modi. Il successivo 4 giugno l’ingresso in Roma della V armata del generale Clark metteva fine a quell’incubo, pur con una tragica coda di sangue.

Nella ricostruzione di Pace, la conclusione del drammatico periodo dell’occupazione della Capitale rimane significativamente contrassegnata dall’intervento della rete aristocratica antifascista liberale e dalla sua triangolazione con il Vaticano, che consentì di arginare la violenza degli invasori e di organizzare la resistenza contro di essi. In quei nove mesi di assedio, conclude l’Autrice, era esistita

quella che potremmo definire un’altra Roma. Una Roma clandestina sotterranea, la città della resistenza morale e della solidarietà nei confronti degli antifascisti ricercati e degli ebrei che venivano nascosti come meglio si poteva in case di amici, in conventi, chiesa o monasteri. Una città che collaborava senza sosta con le organizzazioni caritatevoli sia laiche che cattoliche.

Merito non ultimo di Roma, via Gregoriana 5, è averci descritto una città in cui le donne dell’aristocrazia, già a partire dalla fine dell’Ottocento, avevano intessuto una rete che si era andata consolidando nel tempo e che nel momento del bisogno aveva agito con efficacia, preparando, nonostante le indelebili ferite inflitte alla “Città Aperta”, il terreno alla rinascita nazionale.

 

(fasc. 56-57, 15 settembre 2025, vol. II)

Gadda in TV

Author di Giuseppe Garrera

Sono pochissime, solo quattro, le interviste televisive rilasciate da Carlo Emilio Gadda[1]:

  1. in «Arti e scienze»: Il seguito del “Pasticciaccio” di Alberto Ciattini, del 4 settembre 1962. La titolazione del servizio televisivo, Il seguito del “Pasticciaccio, è legata al fatto che Gadda annuncia che del Pasticciaccio ha già praticamente pronto per la stampa il prosieguo, una seconda parte, dal titolo, après Dumas, Venti giorni dopo. È già scritta, conferma, ma è da vedere se la “tematica imbarazzante” ne permetterà presto la pubblicazione (a quale tematica imbarazzante si riferisca, non avendosi poi alcuna altra notizia di tale prosieguo e probabilmente trattandosi di progetto tutto ancora solo in mente, non è dato sapere);
  2. in «L’Approdo», settimanale di lettere e arti: Il prix international de littérature 1963 alla Cognizione del dolore, dell’11 maggio 1963;
  3. in «L’Approdo», settimanale di lettere e arti: Via Blumentsthil 19, del 23 aprile 1969;
  4. in «Gli scrittori raccontano»: Sulla scena della vita: Carlo Emilio Gadda, di Ludovica Ripa di Meana e Giancarlo Roscioni del 1971, ma trasmessa il 5 maggio 1972.

Non solo pochissime e brevi, ma ingessate spesso nella richiesta da parte dell’intervistato di leggere risposte già stilate, dunque di inscenare una finzione visibile e improbabile: l’intervistatore fa le domande e l’intervistato legge delle risposte direttamente da fogli sotto gli occhi e tenuti in mano, senza neppure lo scrupolo di fingere della spontaneità tramite un gobbo o un suggeritore. E ciò non tanto e solo, come si penserebbe, per invincibile impaccio o timidezza, ma per controllare il fattore e il demone incontrollabile dell’oralità e i capricci dell’umore (non a caso le interviste sono piene di lapsus e correzioni o gesti traditori). Le risposte scritte nelle interviste servono ad arginare gli scherzi e i dispetti della nevrastenia nel parlare a braccio e il borbottare o lasciarsi scappare colpi di tosse o strabuzzo d’occhi (l’oralità è imprudente e spesso c’è lì il corpo fuori controllo a tradire e smentire e deridere il dettato).

Fanno eccezione la prima e l’ultima intervista, soprattutto l’ultima: intervista estrema e senza più scrupoli o timori o altro, ancora nella casa e studio di via Leonardo Blumenstihl, 19. Piano secondo. Interno 13. Dunque pochissime interviste e controllate, ma pur con questo disseminate di folgorazioni.

Intanto la passeggiata a piedi, appena accennata, come appare all’inizio del servizio televisivo del 1962, con Gadda assieme al suo intervistatore ripresi un attimo mentre camminano per via Merulana. Si indica una camminata, percorso o breve pellegrinaggio, che va dalla Basilica di Santa Maria Maggiore per tutta via Merulana e Labicana fino a Sant’Antonio da Padova, San Clemente e ai Quattro Santi Coronati: questo il punto più alto, cima architettonica, che sta a monte del romanzo come segnale paleocristiano e romanico: in questa cima avviene l’intervista e sotto l’arco d’ingresso della certosa o roccaforte della chiesa e convento si mette all’ombra, per rispondere alle domande, Gadda. Il Pasticciaccio, è detto chiaramente, nasce da un innamoramento edilizio e urbanistico per la zona e ha custodito il suo segreto in quel fortilizio romanico, nella severità e in allontanamento dal mondo (e dunque, per apparenza, niente di più lontano dal maledetto palazzo di brillocchi e pescecani di cui tratterà).

La camminata dà un’indicazione fondamentale: perché è sul posto o nella consultazione di una mappa stradale della zona che appaiono l’albero genealogico del Pasticciaccio e la sua posizione: l’araldica del libro e il perché del suo allocarsi in via Merulana; meglio, si capisce cos’è, e dove pretende di essere, il pasticciaccio brutto nella via Merulana. È sufficiente bighellonare, sbirciare le vie limitrofe, passeggiare e percorrerla sui passi indicati da Gadda per comprendere.

Il pasticciaccio brutto de via Merulana è anche e soprattutto il romanzo, il libro, in carne e ossa nella metafora toponomastica del racconto, che ha osato comporre l’ingegner Carlo Emilio Gadda: pasticcio linguistico, letteratura irrispettosa della tradizione, cedimento a modelli pieni di bruttezze e meticciati e risultanze bastarde e disdori, che si stende in mezzo a tutta la grande letteratura d’Italia; interseca le grandi scritture itale, mettendosi di traverso, entrando a gamba tesa, scorrendo con la sfacciataggine del vialone. Cioè, proprio a livello topografico via Merulana si stende tra largo Giacomo Leopardi e viale Alessandro Manzoni (via Labicana vi si getta e vi precipita in viale Manzoni), con in mezzo via Galilei e via Machiavelli (per non voler toccare via Michelangelo e le fantastiche traverse d’Ariosto e di Tasso che, con via Alfieri, addirittura immettono su Piazza Dante): praticamente tutto il sistema di riferimento e di rispetti ed emulazioni di Gadda fino alla foce e al gran mare del Manzoni, culto e venerazione di tutta una vita.

La via Merulana, così estranea e di traverso in realtà nella mappatura del Parnaso stradale delle belle lettere a Roma, fa da asta allo sbandieramento di largo Leopardi e di via Machiavelli e via Galilei e viale Manzoni, “con rispetto parlando”, come direbbe Gadda. Oppure, come un fiume in piena, si alimenta dei sopraddetti affluenti. Via Merulana e le vie adiacenti costituiscono uno straordinario stemma araldico o mappa delle ammirazioni gaddiane e della sua prestigiosa e inopinata collocazione nella storia onorevole della letteratura.

Con falsa modestia, con il “dovuto rispetto”, essendo un pasticcio di lingue, babelico, plurale, sparlato e dialettale e tutto maleodorante di realtà, non può che apparire un pasticcio di carni e verdure in mezzo al florilegio e all’antologia delle Muse. Ma pur sempre amatissime Muse, come le mai interrotte letture attestano, tanto che il libro di Gadda e la sua posizione centrale e di riferimento e raccoglimento di tutte le acque di scolo della letteratura e di affluenza e d’incontro delle migliori sorgenti gli meritano l’appellativo di “capolavoro”: di traverso alle patrie lettere come la via di Gadda, la sua via, sempre parlando con il “dovuto rispetto”.

Pensare al Pasticciaccio significa, allora, anche pensare a tutta la Letteratura e allo straordinario ingombro del libro, alla sua locazione nella città delle Lettere. Il Pasticciaccio si incunea nel nervo scoperto della letteratura, entra a gamba tesa.

Domande di rito in tutte le interviste riguardano i piaceri del lettore Gadda, le ammirazioni letterarie, con sosta obbligata nei Promessi sposi. Dunque, veniamo a sapere della preferenza per i Fratelli Karamazov; del peso che sempre più va assumendo l’Amleto di Shakespeare, libro insondabile e inesauribile viene detto nell’ultima intervista con la volontà di rileggerlo e ritradurlo come uno scolaro; dello spostamento di preferenza storiografica sempre più, andando avanti con gli anni, da Cesare e Livio a Tacito (ultimo territorio storiografico superstite, inesorabilmente, per accumulo di amarezza e disincanto). Così come, nella lettura di Dante, della sempre maggiore preferenza accordata al Purgatorio, e infine a Manzoni e ai Promessi sposi, con non più solo della simpatia e della comprensione per Don Abbondio, ma addirittura dell’identificazione: rappresentante assoluto, e giustificato, contro la morale illustre. Se Gadda aveva sempre ritenuto la fifa di Don Abbondio “ragionevolissima”, ora essa diviene addirittura segno contro le vessazioni e le pretese della morale illustre.

In realtà, tutto questo elenco di letture e riletture ha proprio come legame quello di contemplare testi che attentano alla morale illustre sia come “materia” sia come “parabola”: Amleto e la sua inadeguatezza alle idiozie e ai crimini della reggenza o alle ragioni d’onore della vendetta e delle faide (la povera Ofelia è detta da Gadda una povera oca sottomessa alle coercizioni del padre); tutto il racconto di miseria e piccineria del potere e dei potenti in Tacito; la dimensione purgatoriale dell’anima e della sorte di peccatori comunque perdonati, senza l’intransigenza e l’assunto d’abisso di un giudizio come quello d’Inferno. Ma, come detto, soprattutto Don Abbondio in mezzo alle pretese e aspirazioni, più o meno esaltate, di un Federico Borromeo e agli slanci e alle caldane di un Innominato e di un Fra Cristoforo come anche alle angherie e alle impunità di tanti, tutti, i prepotenti della terra da cui tocca pur difendersi, se si vuol vivere. La morale illustre è stata uno dei nutrimenti costitutivi dell’educazione e del credo di Gadda, dei mangimi della sua anima, a iniziare anche dal mito della patria e del popolo italiano e di una propria eroica guerra da farsi, e precipitata in breve tempo nel fango, nella disorganizzazione, nella cialtroneria, nella furberia italianesca e nella micidiale incompetenza delle gerarchie militari, per passare all’entusiasmo fascista, all’abbaglio di magnifiche sorti di terra e di imperio (al ripristino dei commentari della Storia). Non ci sono antidoti alle fessissime idee, se non si familiarizza con la disonorabilità, con le ragioni della viltà e dell’incoerenza, della dolcitudine di vivere, del sospetto per ogni ideale e slancio, dell’ingenerosità di ogni vittoria.

Davanti alla richiesta dell’intervistatore sulla propria carriera scolastica, è lo stesso Gadda a ricordare una Licenza liceale che gli fa onore, per subito correggersi: “per chi crede nell’onore”. In questa direzione tra le cose più commoventi e delicate c’è, nell’intervista del 1963 per l’uscita della Cognizione del dolore, lo scusarsi con i lettori (e i lettori e l’umanità sono di Don Abbondio), che devono pur vivere, per l’aver dato alle stampe un testo con una materia così dura e inconsolabile. Dichiara dolente nell’intervista Gadda, leggendo:

Il titolo La cognizione del dolore è da interpretare alla lettera: cognizione è anche il procedimento conoscitivo, il graduale avvicinamento ad una determinata nozione. Questo procedimento può essere lento, penoso, amaro; può comportare il passaggio attraverso esperienze strazianti della realtà. La morte di un giovane fratello caduto in guerra può distruggere la nostra vita, si ricordino i versi disperati di Catullo. Moralmente il titolo è troppo lontano da ogni forma di gioia e di illusione che mi possa valere il consenso di chi deve pur vivere: di ciò chiedo perdono a coloro che vivono e che ancora vivranno.

È significativo, allora, che nella disamina delle preferenze letterarie Gadda, senza ombra di dubbio, arrivi a indicare il modello di tutto il suo scrivere, il referente principe in LouisFerdinand Céline, nessun altro.

L’ultima intervista poi è la più amara, disperata, già dentro la tenebra, piena di lapsus, correzioni, giustificazioni, martoriata da allocuzioni di scusa e richiesta di perdono per ciò che va dicendo: intervista senza gobbo e senza controlli e prudenze e ormai con la libertà, o meglio la mortale stanchezza, della vecchiaia, fino a maldicenze senza più galatei o scrupoli da educanda, se non, a ogni ingiuria o furia e inclemenza di giudizio verso amici e colleghi, l’intercalare dell’espressione “con rispetto parlando” o “con il dovuto rispetto”, che si tratti del narcisismo ridicolo di Ungaretti o dell’instancabile chiacchierare di Palazzeschi o della pochezza della scrittura di un Landolfi o della severità della madre che ha rovinato, al figlio, l’intera esistenza.

L’intervista è piena di movimenti correttivi o colpi di coda riparatori: ad esempio, l’attribuire, senza infingimenti o circonlocuzione, alla madre la dannazione della propria esistenza, la colpa di avergliela (a loro figli) avvelenata tutta fino alla radice, con la sua severità e il senso della reputazione, salvo appellarla «la poverina», e dirla salvatrice e santa mamma per sacrifici e spirito materno di dedizione. Ancora, in queste ultime dichiarazioni, ritornano decise le accuse per le vessazioni familiari subite in nome della rispettabilità, a cominciare da quello che Gadda chiama essere stato il «male murario», la maledetta villa a Longone voluta dal padre, a costo di tutti i sacrifici possibili, per la gente e i parenti, per sfida col fratello, per ostentazione, per narcisismo, trofeo borghese, e proseguita, nell’erezione, dopo la morte del padre, tra debiti e ipoteche, dalla madre, per una questione di onore e memoria e condivisione, impresa scellerata che ha mortificato tutte le vite dei figli, così come la pretesa di una carriera da ingegnere per stare alla pari con il prestigio di certi parenti.

«Mi si polverizza la memoria», esclama Gadda, di fronte al pensiero della madre, dopo aver confessato che si tratta della persona più importante della sua vita, in assoluto: anche se è stato un amore non corrisposto perché lei era innamorata dell’altro figlio più bello e più giovane e più tutto (e morto eroicamente); e anche se, è ripetuto, gli ha avvelenato la vita con l’idiozia dell’onorabilità e della carriera ingegneresca come il cugino “fortunato”, schiava di tutte le convenzioni borghesi, boicottandogli la vocazione letteraria o anche solo rinfacciandogli mancanza di gaiezza. Tutto sacrificato a ciò che potrebbe dire la gente, per gli occhi degli altri.

Non ci si libera dalla famiglia. Si scontano le colpe della famiglia, e i boicottaggi della famiglia. Non ci si salva dalla famiglia. Neppure da morti, anzi soprattutto da morti. Mai più appropriata profezia o minaccia vale per Carlo Emilio Gadda che, da morto, è riuscito finalmente a liberarsi della famiglia, non senza il dovuto, inaudito, dall’oltretomba, obolo da versare a burocrazie terrene e onorabilità familiari e rancori e battaglie legali per il decoro e l’onore familiare e milanese e lombardo offesi: infatti, solo nel 2000, il 3 novembre del 2000, la volontà di Gadda viene esaudita, quella di essere sepolto al Cimitero acattolico di Testaccio, a Roma, nell’estremo confine, fuori della città benedetta, in giardino straniero: il corpo è finalmente traslato, presso la Zona Vecchia al n° 15.08, dopo lunghissima (16 anni) battaglia burocratica e resistenze e dolori di familiari e rivendicazioni cittadine milanesi e ritardi, rinvii, sospetti, infinite verifiche delle legittimità testamentarie e di volontà e coscienza e consapevolezza del morituro e dei testimoni.

In realtà, la sepoltura attuale di Gadda nel cimitero acattolico di Roma assume il valore di un atto ingiurioso, del più ingiurioso degli atti verso le rivendicazioni e le pretese di sangue e le convenzioni e la rispettabilità della famiglia. Ennesimo figlio che giace e sceglie di giacere lontano dalla cappella sacrosanta di famiglia, voltando le spalle in sepoltura solitaria e d’esilio, o meglio ancora in compagnia promiscua di compagni eletti da lui, peggio di un traditore e assassino e ingrato e figliuolo improdigo.

Così Giacomo Leopardi, dopo convivenza con Antonio Ranieri, che muore ed è sepolto a Napoli, offesa per tutto il casato che non si fa scrupolo di accusare Ranieri di circonvenzione, di sospetta e astuta manovra di sottrazione o, peggio ancora, di sequestro, per togliere e allontanare un figlio, non disubbidiente, il migliore dei figli, dalle braccia paterne e materne e dei fratelli (in realtà, tuttora gli eredi Leopardi non fingono di ignorare l’affronto, l’oltraggio, lo sgarbo, e di Recanati hanno fatto e continuano a fare il nido naturale e agognato e accogliente per l’ultimo e definitivo riposo, la culla ripristinata per il genio di famiglia, per l’orgoglio dei genitori e del paese: Recanati smemorata gestisce la memoria di Leopardi come se lo avesse in seno, come se fosse tra le sua braccia tornato amorevole alla famiglia. Si tratta, invece, di scappato di casa).

A Longone al Segrino giacciono il papà e la mamma e la sorella e il fratello (quello così tragicamente e prematuramente strappato all’affetto dei suoi) di Carlo Emilio Gadda: l’intera famiglia tranne lui; famiglia insieme ricostituita, pascolianamente consolata direbbesi, se non fosse per il dispetto di Carlo Emilio, relegatosi a Roma, in tomba non battezzata e cimitero sconsacrato, nelle latebre e nelle luci abbacinanti di suolo meridionale, estraneo suolo, offesa per l’intera terra di Lombardia. Gadda appartiene ai figli disubbidienti e vendicativi fino all’estremo della ferocia.

«La Repubblica» così riportava, il giorno dopo, 3 novembre 2000, l’evento, non senza involontaria e gaddesca comicità: Gadda nel cimitero acattolico finita la querelle con Milano. Una lapide sobria, così com’è sobria la dedica di Mario Luzi incisa sul travertino: «Qui, nel cuore antico e sempre vivo di sogni e utopie Roma dà asilo alle spoglie di Carlo Emilio Gadda, geniale e studioso artista dalle forti passioni morali e civili, signore della prosa». «Ieri a Testaccio, nel cimitero acattolico per stranieri dove Gadda cercava ispirazione sulla tomba di Shelley, si è chiusa la querelle tra Roma e Milano sulle spoglie dell’autore di “Quer pasticciaccio brutto de via Merulana”. Palazzo Marino voleva seppellire il “gran lombardo” nel cimitero monumentale dove riposa, tra l’altro, Manzoni. Ma alla fine, forti delle ultime volontà, si è deciso per l’acattolico. Con il pieno accordo di tutti, tanto che ieri ha partecipato alla cerimonia anche un “inviato” del sindaco Albertini. “Gadda ‒ ha detto Francesco Rutelli ‒ è stato uno degli artefici funambolici e sorprendenti di una nuova stagione della lingua italiana. Personaggi come Gadda e Pasolini, ma anche come Moravia e tanti altri oggi ci mancano”».

  1. Cfr. Quattro interviste televisive a Gadda, a cura di Giulio Ungarelli, Torino, Nuova ERI/Video RAI, 1993.

(fasc. 49, 31 ottobre 2023, vol. II)