Mariana Enriquez, nella trilogia di racconti Quando parlavamo con i morti, che Caravan ha pubblicato nel 2014 nella precisa traduzione di Simona Cossentino e Serena Magi, conosce bene il senso della misura: ha cioè quella capacità di suscitare inquietudine e disagio attraverso il non detto, l’allusione, il depistaggio. Evoca con ammirevole asciuttezza situazioni che, nelle premesse, farebbero pensare a sviluppi truculenti, a chiusure splatter, ma sa che il vero orrore sta proprio in quelle premesse e nella sollecitazione del senso dell’attesa, e che ogni esplicitazione dell’orrore rischia di suonare inadeguata, forzata, retorica. Sa anche che dinanzi all’orrore della storia – e qui non possiamo non collegarci alla provenienza dell’autrice, all’Argentina la cui storia recente ha fornito esempi devastanti –, di fronte al sanguinamento delle ferite ancora recenti, alla tensione di conflitti sociali e politici irrisolti e potenzialmente esplosivi, dinanzi alla perversa inventiva del male al servizio della dittatura, la letteratura, se vuole rimanere tale e non farsi semplice servizio di denuncia, può solo inchinarsi, al massimo lavorare di allegoria, abbassare la voce più che urlare – ne uscirà in ogni caso una voce potente, frastornante, che parlerà per immagini comunque chiare. Continua a leggere Recensioni di Mariana Enriquez, “Quando parlavamo con i morti” e a Daniel Krupa, “Serpenti”
(fasc. 10, 25 agosto 2016)