Abstract: Donatella Rettore, icona della musica italiana, ha fatto del corpo un elemento centrale della sua estetica e della sua produzione artistica. Fin dagli esordi, il suo stile provocatorio e dissacrante ha scardinato gli stereotipi della femminilità tradizionale, anticipando temi di emancipazione e libertà espressiva. Canzoni come Splendido splendente (1979) affrontano il corpo come oggetto di trasformazione, desiderio e controllo sociale, tematizzando chirurgia estetica e ossessione per l’apparenza con toni ironici e critici. La fisicità in Rettore non è solo elemento visivo, ma anche strumento di ribellione e autodeterminazione. Il suo linguaggio corporeo – nei video, nelle esibizioni dal vivo e nei testi – si fa veicolo di un’identità fluida e anticonformista. Spesso si appropria di codici maschili e androgini, giocando con ambiguità e ruoli di genere per sfidare le convenzioni dell’industria musicale e della società. Nei suoi testi, il corpo è celebrato in tutte le sue forme, senza censura né tabù. Esso diventa simbolo di potere, di ribellione e di autonomia, un mezzo per rivendicare il diritto all’eccesso, alla stravaganza e alla diversità. In questo senso, l’opera di Rettore anticipa e dialoga con le istanze del postmodernismo e delle teorie queer, confermando il suo ruolo di pioniera della trasgressione musicale italiana.
Abstract: Donatella Rettore, an icon of Italian music, has made the body a central element of her aesthetics and artistic production. From the very beginning, her provocative and irreverent style has undermined the stereotypes of traditional femininity, anticipating themes of emancipation and freedom of expression. Songs like Splendido splendente (1979) address the body as an object of transformation, desire and social control, addressing cosmetic surgery and obsession with appearance with ironic and critical tones. In Rettore, physicality is not only a visual element, but also an instrument of rebellion and self-determination. Her body language – in videos, live performances and lyrics – becomes the vehicle of a fluid and nonconformist identity. She often appropriates masculine and androgynous codes, playing with ambiguity and gender roles to challenge the conventions of the music industry and society. In her lyrics, the body is celebrated in all its forms, without censorship or taboos. It becomes a symbol of power, rebellion and autonomy, a means to claim the right to excess, extravagance and diversity. In this sense, Rettore’s work anticipates and dialogues with the demands of postmodernism and queer theories, confirming her role as a pioneer of Italian musical transgression.
One half of the world cannot understand the pleasures of the other.
(J. Austen)
È l’aprile del 2023 quando l’Università IULM di Milano conferisce il diploma ad honorem del Master universitario in “Management delle Risorse Artistiche e Culturali” a Donatella Rettore. La delibera è stata presa in considerazione della dimensione testuale della produzione dell’artista, dei contenuti che ha affrontato di volta in volta e che hanno caratterizzato aspetti e periodi della sua poliedrica personalità, il rapporto del testo verbale con il testo musicale, le identità vocali dell’artista e le sue personalità colte nel rapporto con il testo.
In uno stralcio della motivazione attribuita si legge, fra l’altro:
Personalità eclettica e dissacrante, Donatella ha saputo districarsi tra il desiderio di “occupare la centralità” della scena e l’intelligente abilità a “spostare il focus” su sé stessa, quale che fosse la sua posizione sulla scena. Ha sostituito alla centralità, la lateralità, trasformando l’eccentricità in straniamento. È così che l’aggressiva ricerca dell’identità ha lasciato spazio al confronto coinvolgente con il pubblico, è così che l’ultima strega della musica italiana – come è stata definita da un suo ermeneuta – ha ritrovato il piacere del testo letterario e musicale, come direbbe Roland Barthes. Donatella Rettore, come un’intera generazione di cantautori, che hanno scritto pagine importanti della storia della musica leggera italiana, in particolare ha dato vita ad un vero e proprio laboratorio di ricerca testuale, invisibile, ma operoso e virtuoso, che riesce a tessere, in modo quasi subliminale, ma empaticamente sensibile, telai musicali, dove le parole e le note si fondono, disegnando – come in un antico tappeto persiano – arabeschi fiabeschi e visibili solo ai privilegiati, che riescono a penetrare, quasi magicamente, la trama di quei tappeti immaginari[1].
Questo riconoscimento – per la prima volta assegnato a un’esponente femminile della musica italiana e precedentemente attribuito solo ad artisti del calibro di Lucio Dalla, Vasco Rossi e Roberto Vecchioni, rende solo in parte giustizia al giudizio, forse troppo frettoloso, che riteneva Rettore un personaggio folclorico del nostro panorama musicale, autrice di brani di facile fruizione accompagnati da esibizioni spesso giudicate frivole e sopra le righe.
In verità, dietro Rettore non si cela solo la prima cantautrice italiana – dal momento che tutti i testi delle sue canzoni sono suoi – ma anche un’artista unica ed estremamente eclettica che, coniugando canzoni e performance, ha completamente rivoluzionato il mondo della musica pop italiana, affrontando, mimetizzati nell’orecchiabilità dei suoi brani e nell’eccentricità delle sue esibizioni, temi molto cari al femminismo, come l’aborto, la prostituzione, l’indipendenza e l’autodeterminazione della donna, l’identità di genere, la liberazione sessuale.
È con questo background che, dopo 28 anni di assenza, Rettore, insieme alla giovanissima artista Ditonellapiaga, torna a Sanremo, nel 2022, con la canzone Chimica, una sorta di electro-pop degli anni Ottanta, e, in 3 minuti di esibizione provocante e irriverente, canta fra l’altro: «E non mi basta avere un cuore per provare dell’amore veramente / E non mi servono parole, per un poco di piacere è solamente una questione di chimica». O ancora: «E non c’è anticipo o ritardo e se rimango vengo ripetutamente / E non m’importa del pudore: delle suore me ne sbatto totalmente». Un’esaltazione, dunque, dell’amore fisico, del corpo, a discapito dell’amore sentimentale, del cuore, senza inibizioni o tabù.
Così Ditonellapiaga, co-autrice del pezzo, spiega il brano: «Chimica è un inno al sesso libero, alla possibilità di godere del proprio ed altrui corpo ed alla libertà di poterlo raccontare»[2]. Il tema, per Rettore, non è nuovo. Già, infatti, nella celeberrima Kobra, scritta più di 40 anni fa, la cantautrice, in modo abbastanza esplicito, non solo descrive la dinamica di un rapporto sessuale («Il kobra si snoda / Si gira, mi inchioda / Mi chiude la bocca / Mi stringe e mi tocca»…), ma, riferendosi all’organo sessuale maschile ‒ il kobra (con k) appunto ‒, lo definisce: «un pensiero frequente che diventa indecente» e «un nobile servo che vive in prigione». “Servo” e “Pensiero frequente” di chi? Dell’io narrante e, più in generale, della donna che, apertamente, rivendica così il proprio ruolo attivo nella sessualità. Non a caso, uno dei critici musicali più autorevoli, Gianni Borgna, osservò a proposito di questo celebre successo della cantautrice veneta: «Rettore sa esibire l’osceno con tanta arguzia da apparire quasi innocente»[3]. In questo modo Rettore spiega la genesi del brano:
Con canzoni come Kobra e Delirio raccontavo il sesso dalla parte delle donne, ma capitemi: sono nata e cresciuta in un Veneto che non è solo bianco, ma secondo me all’epoca era oscurantista. Mia madre avrebbe voluto studiare ma siccome era donna e la famiglia aveva deciso diversamente ha dovuto mettersi a lavorare. Io volevo diventare la voce libera delle donne che si prendono la bellezza e la libertà a cui hanno diritto[4].
Rettore, tuttavia, non si limita a scrivere ed eseguire le sue canzoni, ma le rappresenta in veri e propri eventi visuali. Se, come afferma l’accademico della Crusca Lorenzo Coveri, «la canzone ha a che fare, più che con un atto di comunicazione orale, con un atto di comunicazione teatrale»[5], in Rettore, proprio come nel teatro, il corpo diventa superficie espressiva totalmente sinergica e non accessoria alla voce con un’idea di “arte totale”. Non a caso le esibizioni di Kobra sono accompagnate da una Rettore in versione “strega[6] optical”, in cui l’abbigliamento a scacchi bianchi e neri, il capello cortissimo e i movimenti sinuosamente ammiccanti richiamano il velenoso elapide.
Nell’opera L’impero dell’effimero, il filosofo francese Gilles Lipovetsky afferma che «abito, pettinatura e trucco sono i segni più direttamente spettacolari dell’affermazione dell’Io»[7], costituendone, pertanto, simultaneamente, uno strumento dell’espressione corporea, della valorizzazione sociale, della personalità e della visione del singolo. I vestiti, ad esempio, sono «un importante aspetto del comportamento non verbale, servono ad un’ampia varietà di funzioni comunicative»[8]. In altri termini, come afferma il filosofo tedesco Eugen Fink, gli esseri umani «parlano non solo con le parole ma anche con i gesti, con la mimica e con il linguaggio pieno di misteri dei vestiti»[9]; il modo in cui si orna il corpo, attraverso accessori, gioielli, costumi, acconciature, trucco, tatuaggi, la sua gestualità, non solo ci offre un più ampio ventaglio comunicativo rispetto al linguaggio verbale, ma traduce ambizioni di ribellione o conformismo, di voler convincere o sedurre, di voler esprimere i diversi gradi della nostra sessualità. È ciò che accade a Rettore che, come direbbe il famoso massmediologo Marshall Mc Luhan[10], indossa questa “seconda pelle”. Nascono così, in apparizioni televisive o concerti, degli spettacoli pop caratterizzati dall’anarchia e da un senso anticonformista dell’identità corporea.
Così, ad esempio, in una sorta di antropomorfismo al contrario, Rettore compare in palco, di volta in volta, in perfetta sintonia con le sue canzoni, come aquila, leonessa, granchio, cavalla, lupa, conchiglia, ghepardo, aracnide, tutte maschere dietro le quali nascondere timori, passioni, ambizioni, desideri. Non è un caso che nel 2012, quando pubblica una sua raccolta di successi, la chiama The best of the beast, affermando: «Sono stata una tigre, un lupo, un cobra, un leone. Il titolo si riferisce alla mia natura di animale da palcoscenico. Sono come un serpente, cambio pelle. Sento il bisogno di rinnovarmi, di non fare sempre le stesse cose»[11].
In Gattivissima, poi, canzone del 1992, il cui titolo presenta una crasi fra “gatta” e “cattivissima”, Rettore propone un altro motivo presente nella sua poetica e nelle sue performances: quello della donna un po’ arpia e un po’ fata, un po’ seduttrice e un po’ eterea. Nascono così canzoni come Divino Divina, Diva, Stregoneria, Femme Fatale, Dea, Primadonna, Assassina (canzone scritta per Loretta Goggi) in cui la proposta musicale è affiancata da una scelta di rappresentazione teatrale mai lasciata al caso. Così, ad esempio, l’esibizione di Femme Fatale (1985) presenta, per analogia al titolo del pezzo, una Rettore donna fatale, ammiccante, avvolta in uno scollatissimo abito di velluto nero o tutina leopardata, con tacchi a spillo (di cui, poi, però durante la performance, in modo dissacrante e ironico si libera per proseguire a piedi scalzi), calze a rete, boa di struzzo, capello sensualmente sciolto, trucco fosforescente e l’immancabile sigaretta.
Ma Rettore va oltre e non “si canta” solo come corpo animale o donna dai poteri soprannaturali. Si incarna anche in un corpo maschile, scrive i suoi testi da io narrante maschile e si esibisce portando in scena una pratica visiva che, attraversando il gender, oscilla dal maschile al femminile. Lo fa, in modo particolare, con un concept-album del 1982, intitolato Kamikaze rock’n’roll suicide, dedicato interamente al Giappone e al delicato tema del suicidio; dunque, ancora una volta, il corpo. L’album è la storia, in vari episodi, di un soldato e Rettore si presenta, fatto inedito nella musica pop italiana, come un uomo. Chiarisce l’artista: «sono chiaramente un guerriero e nell’album parlo al maschile, la prima persona non è al femminile ma al maschile»[12] . È il caso, ad esempio, di Sayonara, uno dei brani dell’ellepì che, in una strofa, così recita:
Ho seminato vedove e tormenti, lamenti sopra i letti delle amanti
Chi si accontenta di pescar conchiglie non ha nel sangue il mio rumore di ferraglie
Io nell’addome ho una polveriera e adesso è tempo che io vada, sayonara!
Parlando dell’intero 33 giri, Rettore spiega:
In Kamikaze c’è l’eccitazione di quello che si suicida e infatti lo fa a tempo di rock. In Oblio è l’anima del kamikaze che si innalza e continua a vivere senza corpo. Sayonara è l’eroe che combatte sprezzante del pericolo, e conosce solo gloria e vittoria. Gli altri pezzi sono vari modi di interpretare il suicidio come in Garage che racconta la storia del suicidio della femminilità; Karakiri è il modo dei samurai di offrire la propria vita in nome di un codice morale, Bushido e, se ci pensiamo bene ognuno di noi ha il suo Bushido. La storia di questo soldato è la storia mia, che sono un kamikaze, ma è la storia anche dell’umanità[13].
Anche in questo caso, Rettore si presenta in scena come un combattente, in totale stile nipponico, tute e cappellini di pelle lucida nera, immancabili spalline, richiami alla bandiera e alla scrittura giapponese. Un particolare del trucco risalta: le ditate nere da meccanico su un viso estremamente bianco per una chiara allusione alla morte, tema del disco. Rettore, dunque, ancora una volta anticipando i tempi, si presenta come una drag king che, capovolgendo la tradizionale posizione subalterna della donna, attraverso il corpo maschile sovverte e riscrive forme, significati e ruoli della maschilità egemone, quello che, poi, diventerà il genere fluido. E se Bauman, nel 2003, nel saggio Amore liquido, affermava che «l’uomo deve essere fluido, flessibile, capace di adattarsi al contenitore sociale che di volta in volta assume forme diverse»[14], già, alla fine degli anni ’70, alcuni testi di Rettore si presentavano come un invito a rimettere in discussione norme e convenzioni, a rompere con l’eteronormatività e a disegnare nuove forme di relazione non convenzionali di libertà e differenza con il proprio corpo.
È ciò che succede, per esempio, in Gaio (1980), in cui fra giochi di parole e nonsense è chiaro, sin dal titolo, il riferimento all’omosessualità. La canzone si presenta come un omaggio della cantante – l’io narrante del brano – al mondo gay di cui è punto di riferimento. «Con me lui vive un rapporto geniale», canta nel testo, a voler sottolineare la complicità che la lega al mondo LGBT. Nel testo, tuttavia, la parola “gaio”, ripetuta come ritornello, è usata anche al femminile. In Gaio infatti, per dirla alla Fernando Pessoa, convive un eteronimo femminile che scopriamo nella seconda strofa del brano:
Fuma la donna di plastica bionda, si perde un giro e salta la sponda
Ma lo stesso amo il suo corpo infernale
Se è gaio che gaio, è una donna artificiale
Il “gaio” di Rettore che “salta la sponda” è, dunque, anche un crossdresser o un femboy, biologicamente di sesso maschile, che spesso utilizza accessori tipicamente rivolti alle persone di genere femminile, presentandosi, dunque, come donna. Da qui l’uso del femminile “gaia”. «Donna artificiale», canta Rettore, dal lat. artificialis, der. da artificium ‘artificio’, ‘fatto, ottenuto con arte’. L’artista, infatti, ne ammira il corpo pur definendolo «infernale», degno dell’inferno, secondo i codici culturali dell’epoca. La complicità fra i due protagonisti del testo porta Rettore a identificarvisi; in una delle sue interviste dell’epoca afferma, infatti: «Sono un maschio, sono un travestito, sono una donna travestita. Ma non so bene da che cosa»[15].
Sempre a proposito di questa oscillazione maschile-femminile, non di minore importanza è la questione del nome artistico della cantante. Il nome Donatella le fu dato dai genitori, che considerarono la sua nascita in buona salute come un “piccolo dono” dopo tre figli maschi sopravvissuti solo pochi giorni. Con il nome Donatella Rettore, nel 1974, cominciò la sua carriera incidendo i primi due album. Nella copertina di questo secondo album, tuttavia, non solo il nome Donatella appare scritto con caratteri minori rispetto al cognome Rettore ma l’artista, in versione schermitrice, con la spada separa il nome dal cognome: è il primo simbolico passo di questa futura scissione. Il punto di svolta arriva con il cambio dello stile musicale e di look. Donatella abbandona il nome di battesimo e decide di farsi chiamare solo Rettore e, strizzando l’occhio alla discomusic e al punk, adotta lo stile rock/pop che caratterizzerà tutta la sua produzione musicale seguente. Il solo uso del cognome, un sostantivo maschile, peraltro, in antitesi, ad esempio, alla scelta di Mina o Milva o, più recentemente, di Elisa o Giorgia (che, invece, hanno preferito rinunciare ai rispettivi cognomi), viene giustificato dall’artista veneta con la necessità, per un verso, di rinunciare a un nome troppo dolce, delicato[16], e, per l’altro, di dare enfasi a un cognome in cui una sorta di allitterazione della vibrante alveolare “erre” e un che di “accademico” lo rendono più poderoso e intenso, dunque maggiormente adeguato al nuovo corso pop rock della cantante. Interamente alla questione del nome dedicherà, poi, nel 1981, la canzone Donatella, un esplicito invito, in sonorità ska, a non essere chiamata col nome.
Va anche detto che, in queste variazioni di genere, nel 1988 Rettore pubblica un nuovo album, Rettoressa, da considerare una sorta di divertissement, stavolta sul proprio cognome, una sorta di soprannome antonomastico. Trattandosi di un’autrice amante dei giochi di parole, si potrebbe, in questo caso, ipotizzare la creazione di una parola macedonia, ancora una volta una crasi in cui la parola maschile “rettor(e)” si fonde con “(po)etessa”, sostantivo femminile, quasi a voler sottolineare l’importanza che nelle sue canzoni assume la componente verbale, il testo, allo scopo di voler provocatoriamente ribadire la sua identità artistica di cantautrice, cosa che spesso viene tralasciata dai critici e da una grossa fetta di pubblico.
Ad ogni modo, il primo album che l’artista inciderà con il solo cognome sarà del 1979 e avrà il titolo di Brivido divino. Fra i pezzi che lo compongono, dedicato al corpo è il primo vero successo di Rettore, Splendido Splendente. Voci dell’epoca dicono che la canzone sia stata scritta dopo un intervento chirurgico di mastoplastica riduttiva al seno a cui la cantante si era sottoposta. Rettore non ha mai confermato questa circostanza. Tuttavia, in diverse interviste, non ha mai negato la difficile relazione con il proprio corpo, soprattutto nell’adolescenza in cui è passata dall’anoressia alla bulimia: «Tutti gli adolescenti si trovano mille difetti, quello era un periodo difficile. Io non mi piacevo, improvvisamente mi sono trovata tanta… In un corpo che non mi apparteneva: ero cicciottella, bella robusta»[17]. Indiscrezioni a parte, comunque, Rettore non ha mai nascosto di essere ricorsa alla chirurgia estetica per le labbra, salvo poi essersene pentita[18]. Al tema, dunque, della possibilità di modificare il proprio corpo e il proprio volto, con un semplice e apposito intervento, la cantautrice veneta era già sensibile nel 1979, quando ancora poco si parlava di chirurgia plastica o estetica. Scrive così, in Splendido Splendente: «Anestetico d’effetto e avrai una faccia nuova / Grazie a un bisturi perfetto».
Compare, poi, nel testo il chirurgo a cui l’“io narrante” si abbandona fiducioso:
Amo un camice innocente, si avvicina sorridente
È padrone e già si sente
Perdo i sensi lentamente, come tra le braccia di un amante
E se chirurgo, dal greco χειρουργός (cheirourgos), formato da χείρ (cheir), ‘mano’, e da ἔργον (ergon), ‘opera’, riporta a un medico che opera, cura e guarisce con l’uso delle mani, la canzone si presenta come una storia di una guarigione, come rivelano i versi successivi: «Sono splendida splendente, io mi amo finalmente / Ho una pelle trasparente come un uovo di serpente».
Il riferimento all’uovo di serpente è una chiara allusione al cambiamento, alla metamorfosi. La muta dei serpenti, più precisamente detta esuviazione, che avviene anche due volte al mese, consiste, in pratica, nella perdita dello strato epidermico superficiale, che diventa squamoso e duro determinando il rinnovamento cutaneo del rettile. Da qui, dunque, una seconda pelle e l’allusione all’elapide. Attenzione, però: se si ascolta il resto del testo, ci si rende che questa metamorfosi, in Splendido splendente, non è esclusivamente epidermica. Il ritornello della canzone fa infatti riferimento a un’altra possibile trasformazione, ponendosi come «un manifesto di identità mutante, da costruire rifacendo la natura»[19].
Rettore, infatti, nel prosieguo del pezzo, a chirurgia eseguita canta: «Come sono si vedrà: uomo o donna senza età / Senza sesso crescerà, per la vita una splendente vanità». Emerge, ancora una volta, il riferimento all’identità e ai confini corporei, ma questa volta l’allusione è al genere: in Splendido splendente, infatti, la meccanica dell’intervento chirurgico permette a Rettore di svelare la riassegnazione del sesso e le dinamiche di fluidità di genere, attraverso un corpo in continua transizione, meno fisso, meno determinato, più negoziabile e più fluido, scardinando norme, tabù, divieti contro qualunque rigido modello di mascolinità e femminilità, imposti come ordinari, normativi e adeguati.
Anche qui non si tratta solo di un mero artificio letterario dell’artista, ma di un risvolto della consapevolezza e della personalità di Rettore che, in un’intervista di quegli anni, dichiarava: «Ho scoperto di essere femmina. Me l’avevano scritto sulla carta d’identità, ma io non ci avevo mai fatto caso. Mi sono sempre sentita senza sesso»[20]. Rettore sembra quasi citare Simone de Beauvoir secondo cui «donna non si nasce, si diventa» e anticipare la sociologa Teresa de Lauretis che, nel suo saggio Soggetti eccentrici, ipotizzava un processo di en-gender, in italiano ‘ingenerazione’ parlando di un mutamento per il quale «il soggetto si ingenera, vale a dire si produce in quanto soggetto nell’assumere, nel fare proprie o nell’identificarsi con gli effetti di senso e le posizioni specificate dal sistema sesso/genere di una data società»[21]. Si postulava, pertanto, che il genere non è un semplice derivato del sesso anatomico, ma una costruzione sociale che si concretizza variamente nei singoli individui: non, dunque, una proprietà intrinseca dei corpi o una qualità a essi connaturata, ma al contrario è proprio il genere, assunto o fatto proprio dal soggetto, che definisce il corpo.
Il saggio di Teresa de Lauretis è stato pubblicato nel 1999, venti anni dopo il brano di Rettore che, tra le note di una melodia orecchiabile e dei curiosi giochi parole, sembra anticiparne temi e istanze. Non è un caso che il filosofo Maurizio Ferraris, sottolineando il carattere iconico e quindi archetipico, esemplare, delle canzoni pop, dice che queste «raccontano la vita umana nella sua universalità, cioè anzitutto nella sua ovvietà e medietà, per cui gli autori pop sono maîtres à penser non perché additino l’eccentrico o l’originale ma, proprio al contrario, perché colgono meglio di altri il sentire comune»[22].
In questo senso, i testi e le performances di Rettore degli anni Ottanta, se per un verso, troppo superficialmente, furono considerati provocazioni commerciali, oggi, a una più profonda analisi, possono essere letti come dissacranti provocazioni culturali, poiché, attraverso innovative modalità di comunicazione, partecipano a forme di decostruzioni importanti e a significative emancipazioni intellettuali contro il conformismo e l’uniformità dell’epoca in cui furono lanciati.
- Donatella Rettore ha ricevuto una laurea honoris causa allo Iulm di Milano, in Prima di tutto Milano, 28/04/2023. Cfr. l’URL: https://primadituttomilano.it/attualita/donatella-rettore-ha-ricevuto-una-laurea-honoris-causa-allo-iulm-di-milano/ (ultima consultazione di tutte le pagine web del saggio: 28/02/2025). ↑
- F. Vacalebre, Sanremo 2022, Ditonellapiaga con Donatella Rettore: sesso libero al festival, in «Il Mattino», 13 gennaio 2022; cfr. l’URL: https://www.ilmattino.it/spettacoli/musica/sanremo_2022_ditonellapiaga_donatella_rettore_chi_e_sesso_libero-6435852.html. ↑
- G. Borgna, Storia della Canzone Italiana, Milano, Mondadori, 1992, p. 349. ↑
- R. Scorranese, Rettore: «Io trasgressiva? La prima volta fu con mio marito, 44 anni fa. Morandi? Se non sa usare i social, si ritiri», in «Corriere della Sera», 5 gennaio 2022 ; cfr. L’URL: https://www.corriere.it/spettacoli/22_gennaio_05/rettore-io-trasgressiva-prima-volta-fu-mio-marito-44-anni-fa-morandi-se-non-sa-usare-social-si-ritiri-db1f442a-6e58-11ec-b03a-4a0e157e4787.shtml. ↑
- L. Coveri, Parole in musica. Lingua e poesia nella canzone d’autore italiana, Novara, Interlinea, 1996, p. 15. ↑
- Riferimenti a una Rettore strega si trovano in questo volume molto interessante per conoscere a fondo la poetica della cantautrice: E. Longo, Rettore specialmente. I testi e le canzoni dell’ultima strega della musica italiana, Roma, Arcana, 2018. ↑
- G. Lipovetesky, L’impero dell’effimero. La moda nelle società moderne, Milano, Garzanti, 1989, p. 43. ↑
- L. B. Rosenfeld, T. G. Plax, Clothing as Communication, in «Journal of Communication», 1977, 22, p. 24. ↑
- E. Fink, Mode… ein ein verführerisches Spiel, Basel-Stuttgart, Birkhäuser, 1969, p. 86. ↑
- Cfr. M. Mac Luhan, Gli strumenti del comunicare, Milano, Il Saggiatore, 1967, p. 124. ↑
- G. Meis, #Rettore, Magnifico Delirio, Milano, Volo libero, 2014, p. 50. ↑
- Ivi, p. 187. ↑
- Ibidem. ↑
- Z. Bauman, Amore liquido. Sulla fragilità dei legami affettivi, Bari, Laterza, 2018, p. 78. ↑
- M. Maresca, Io donna fatale. Incontro con Rettore, in «Amica», 25 settembre 1984, Anno XXIII, n. 39, pp. 52/59. ↑
- Curioso è, invece, il fatto che in Germania e in Svizzera ‒ dove, ancor prima che in Italia, Rettore colse il suo primo grande successo discografico con la canzone Lailolà ‒ sia conosciuta artisticamente solo per il suo nome. Secondo Rettore, il nome Donatella, in quel caso, dava un tocco di italianità, particolarmente apprezzata nei due paesi. Bisogna, inoltre, considerare che il brano è del 1976, dunque anteriore alla scelta artistica di eliminare definitivamente il nome di battesimo. ↑
- M. Bompiani, Donatella Rettore / “Da giovane non mi piacevo, mi sentivo grassa. Marcella Bella…, in «Il Sussidiario.net», 29 gennaio 2021; cfr. l’URL: https://www.ilsussidiario.net/news/donatella-rettore-da-giovane-non-mi-piacevo-mi-sentivo-grassa-marcella-bella/2123544/. ↑
- Cfr. R. Oliva, Donatella Rettore: «In Italia non sono stata capita fino in fondo», in «Io donna», 3 luglio 2019; cfr. l’URL: https://www.iodonna.it/personaggi/star-italiane/2019/07/03/donatella-rettore-in-italia-non-sono-capita-stata-capita-fino-in-fondo/. ↑
- Kainowska, Magnifico Delirio. Tematiche queer, magia nera, divismo, malattia mentale e suicidio nella poetica di Donatella Rettore, s/d; cfr. l’URL: http://www.kainowska.com/sito/magnifico-delirio-___-tematiche-queer-magia-nera-divismo-malattia-mentale-e-suicidio-nella-poetica-di-donatella-rettore/. ↑
- P. Rossi Sala, Quello che non hanno mai detto. Rettore, in «TV Sorrisi e Canzoni», 1° maggio 1983, pp. 28-32. ↑
- T. de Lauretis, Soggetti eccentrici, Milano, Feltrinelli, 1999, p. 99. ↑
- M. Ferraris, Perché i pop à penser raccontano un mondo, in «La Repubblica», 12 settembre 2013; cfr. l’URL: https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2013/09/12/perche-pop-penser-raccontano-un-mondo.html. ↑
(fasc. 56-57, 15 settembre 2025)
