«Dalla pura invenzione non mi riesce, purtroppo, ricavar nulla». Noterella su alcune fonti montaliane

Author di Mario Ceroti

 

Abstract: Il testo analizza le fonti letterarie presenti nella poesia di Eugenio Montale, con particolare attenzione a Ossi di seppia. Dopo aver esaminato le influenze di Camillo Sbarbaro, si propongono nuove ipotesi sulle fonti montaliane. L’analisi si estende poi a suggestioni pascoliane e ad altre riprese testuali rintracciabili nelle poesie I limoni e Cigola la carrucola del pozzo, dove emergono riferimenti a Émile Boutroux, Scipio Slataper, Torquato Tasso e Giambattista Marino. Queste fonti contribuiscono a evidenziare la ricchezza intertestuale dell’opera montaliana.

Abstract: The text analyzes the literary sources present in Eugenio Montale’s poetry, with particular focus on Ossi di seppia. After examining the influence of Camillo Sbarbaro, new hypotheses are proposed regarding Montale’s sources. The analysis then extends to Pascolian suggestions and other textual borrowings found in the poems I limoni and Cigola la carrucola del pozzo, where references to Émile Boutroux, Scipio Slataper, Torquato Tasso, and Giambattista Marino emerge. These sources help highlight the intertextual richness of Montale’s work.

In questo contributo ci soffermeremo sulle fonti sbarbariane della poesia di Montale, su cui molto è stato scritto (soprattutto sulle analogie legate alla rappresentazione e descrizione del paesaggio ligure)[1], con l’obiettivo di aggiungerne alcune inedite, per poi concentrarci su alcune fonti pascoliane e su altre riprese testuali, relative alle poesie degli Ossi di seppia I limoni e Cigola la carrucola del pozzo, in cui, da quanto emerge dalla nostra analisi, sono presenti tracce provenienti da opere di Émile Boutroux, di Scipio Slataper, di Torquato Tasso e di Giambattista Marino.

Montale tra Sbarbaro e Pascoli

Una prima affinità suggestiva, che non è stata segnalata nelle edizioni commentate degli Ossi di seppia, è quella che accomuna la poesia So l’ora in cui la faccia più impassibile, in cui troviamo l’immagine del corso affollato che il poeta, flânéur di città, percorre in uno stato di alienazione e di estraneità, al testo di Sbarbaro Talor, mentre cammino per le strade di Pianissimo, dove possiamo leggere il seguente passaggio:

E conosco l’inganno pel qual vivono,

il dolore che mise quella piega

sul loro labbro […][2]

Ed è proprio da questi versi che Montale sembra recuperare l’immagine della «piega / sul loro labbro», rielaborandola nel sintagma «cruda smorfia», per esprimere e rendere visibile fisicamente la pena interiore vissuta dall’uomo che percorre l’affollato corso cittadino:

So l’ora in cui la faccia più impassibile

è traversata da una cruda smorfia:

s’è svelata per poco una pena invisibile[3].

Anche l’immagine del «crollar di spalle» della poesia degli Ossi Falsetto ha una derivazione sbarbariana: proviene dalla lirica di Pianissimo Io t’aspetto allo svolto d’ogni via, in cui, come nel testo montaliano, il gesto appartiene a una figura femminile che condivide con Esterina l’inconsapevolezza giovanile, la spensieratezza che si manifesta in un sorriso e la volontà di non preoccuparsi del presente.

La tua gaiezza impegna già il futuro

ed un crollar di spalle

dirocca i fortilizi

del tuo domani oscuro.

[…]

poi ridi[4]

 

Quella che tutti ebbero, che ride

facile e non capisce, quella che

con un crollar di spalle e un muover d’anca

dentro tutto il mio mondo mi dissolva,[5]

Di provenienza ancora sbarbariana è l’immagine degli uomini rappresentati come automi «murati» che Montale sembra riprendere dalla poesia Nel mio povero sangue qualche volta di Pianissimo, dove abbiamo i seguenti versi che sembrano anticipare quanto contenuto in un passaggio del mottetto montaliano Addii, fischi nel buio, cenni, tosse (Forse / gli automi hanno ragione. Come appaiono / dai corridoi, murati[6]):

Rasento le miriadi degli esseri

sigillati in se stessi come tombe[7]

In entrambi i testi il concetto che si vuole esprimere è quella di chiusura in sé stessi degli uomini, della loro refrattarietà al mondo esterno, della loro solitudine nel mezzo di una folla anonima, del loro essere «sepolti vivi», come chiosa Teresa de Rogatis nel suo commento a Le occasioni[8].

Un’altra fonte probabile per due poesie di Montale (il mottetto Non recidere, forbice, quel volto e Nei primi anni abitavo al terzo piano di Quaderno di quattro anni) la possiamo rintracciare in un passaggio della nota prosa dei Trucioli dal titolo Vico Crema: «Che resta di quella folla? Il loro ricorda è un affresco che si scrosta. A quasi tutte manca la faccia. Rimane un’acconciatura, un modo di volgersi, una parola che non seppero dire» (Dei grandi amori chi sa se resta di più)[9].

Della «folla» di volti di giovani donne che escono dalla memoria del poeta sembra ricordarsi Montale nel suo mottetto Non recidere, forbice, quel volto quando, per esprimere lo stesso concetto, sceglierà di utilizzare il verbo «sfolla» (solo nella memoria che «si sfolla»[10]), mentre l’espressione «Dei grandi amori chi sa se resta di più» sembra riaffiorare nella memoria di Montale quando nella poesia Nei miei primi anni abitavo al terzo piano di Quaderno di quattro anni per far capire quanto rimane del ricordo del cagnolino Galiffa scrive:

Nella memoria resta

solo quel balzo e quel guaito né

molto di più rimane dei grandi amori

quando non siano disperazione e morte[11]

Sempre da Sbarbaro e per la precisione dai Trucioli 1920-1928 possiamo segnalare un’altra probabile fonte nel brano che segue:

I miei scritterelli colloco su fogli che vivono, quant’essi, un giorno: né so come v’abbian dato nell’occhio. – Con merce non venni a mercato. C’è chi alla finestra si fa annusar che l’aria tira; e se porta l’andazzo chiome bionde a tinta bionda dà mano, e se nere a nera. Ma codesto a donne pubbliche s’addice. Io delle mie parole non campo[12].

Da qui Montale sembra riprendere l’immagine delle «donne pubbliche» per esprimere, nell’ottavo movimento del poemetto Mediterraneo (Potessi almeno costringere) l’idea di una lingua poetica afflitta dal logoro e trito uso letterario:

Non ho che queste parole

che come donne pubblicate

s’offrono a chi le richiede[13].

Indichiamo, poi, due fonti che derivano da un autore la cui influenza su Montale è decisiva e oggetto di una copiosa letteratura scientifica, ossia Pascoli. Nella poesia dal titolo La partenza del boscaiolo della raccolta Canti di Castelvecchio leggiamo i seguenti versi:

Un’azza è quella con cui squadri

là, nel verno, il pino e il cerro;

con cui picchiavano i tuoi padri

sopra i grandi elmi di ferro.

Tu squadri i tronchi, ora; con l’azza

butti le foreste giú[14].

Qui il termine «squadri» sta a indicare l’azione di dar forma, con l’ascia, ai due alberi abbattuti dal boscaiolo, il pino e il cerro, e con lo stesso significato lo ritroviamo nella nota poesia di Montale Non chiederci la parola dove, a essere oggetto della «squadratura», è l’animo «informe» del poeta. Lo «squadrare» in questa poesia assume il significato che ha nel testo pascoliano, ossia quello di sbozzatura, di conferimento di una forma mediante un’azione di ritaglio, di sottrazione del materiale superfluo, in una sorta di attività di scolpimento «da ogni lato», operata dalla parola e non dall’ascia, su un materiale informe:

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato

l’animo nostro informe[15]

A questo riferimento pascoliano, quindi, che può aggiungersi a ragione alle probabili numerose fonti suggerite da Giovani Bardazzi[16] nella sua lettura della lirica montaliana, ne facciamo seguire un altro che riguarda la poesia degli Ossi di seppia Corno inglese. Qui l’espressione «cielo che rimbomba» è un evidente calco dei versi pascoliani di Elegie, reso più plausibile dal fatto che nelle due poesie è presente la stessa rima «rimbomba : tromba»[17].

Dell’orrida torma dei venti

la pesta del cielo rimbomba

si spargono a mare tritoni fuggenti

con ululi lunghi con suoni di tromba.

Su I limoni

Molti sono stati i commentatori che si sono cimentati nella lettura dei Limoni ma pochi hanno fornito una spiegazione attendibile per il significato che assumono l’aggettivo «poveri» e il sostantivo «ricchezza» nella seconda strofa: Tiziana Arvigo si limita a fornire l’indicazione di due fonti per i due lemmi in questione[18]. La contrapposizione semantica «poeti laureati»/«poveri» diviene più chiara, però, se la interpretiamo alla luce di una fonte intratestuale, interna alla produzione letteraria montaliana, ossia alla luce di quanto egli afferma nel saggio teorico Stile e tradizione, pubblicato nella rivista «Il Baretti» nel 1925, dove la «povertà» consiste nell’esigenza di una poesia scritta con «semplicità e chiarezza» che rappresenta in maniera paradossale la sola «ricchezza» di coloro che propongono un nuovo modo di fare e intendere la poesia, in netta contrapposizione con quella aulica, retorica ma vuota e inautentica incarnata dai «poeti dell’ultima illustre triade, malati di furori giacobini, superomismo, messianismo ed altre bacature»[19], una poesia che si propone di «torcere il collo all’eloquenza» e che non vuole diventare «letteratura» nella sua accezione verlainiana[20]: i «poveri», quindi, sono i poeti che, armati di «coscienza e onestà», «disincantati savi e avveduti» e «amanti in umiltà dell’arte loro più che del rifar la gente», si pongono l’obiettivo di realizzare una poesia la cui «semplicità» debba comunque essere «ricca e vasta» e che sia il frutto del «lavoro inutile e inosservato», e del «buon costume».

La nostra ipotesi sembra avvalorata da due elementi: dal fatto che il passaggio dall’uso della prima persona singolare al «noi» attesta negli Ossi di seppia, come afferma Massimiliano Tortora, una persona che «parla a nome di una comunità, che ha in qualche modo un mandato, sente di essere rappresentante di altri poeti e di altri uomini»[21] (vedi anche la poesia Non chiederci la parola), e dal contenuto di un brano dei Trucioli 1930-1940 di Camillo Sbarbaro in cui l’autore ligure, parlando dello stile essenziale della sua raccolta di poesie Pianissimo, sembra ricordarsi della contrapposizione «poeti laureati»/«poveri» che troviamo nei Limoni:

Rimasto nelle cose che dico fedele a me stesso, se poi anche nel modo di dirle è vero che mi sono per naturale decantazione spogliato fin dove è possibile di letteratura, riaccostandomi alla povertà di «Pianissimo», avrei assolto al mio compito[22].

Dopo aver analizzato questa fonte interna e aver fornito una proposta sul significato del termine «poveri», passiamo a segnalare tre fonti, conosciute e utilizzate da Montale per ideare alcune immagini.

La prima è la lirica di Marino Moretti Il giardino dei frutti, che contiene una sorta di dichiarazione di poetica dell’autore romagnolo. Qui Moretti, ricorrendo ad alcune metafore e immagini attinte dal mondo vegetale, dall’ambito della botanica, presenta la sua idea del fare poesia, caratterizzata dall’elemento prosastico, ma fortemente personale («la mia prosa-poesia»), che si contrappone alla lirica aulica, dannunziana potremmo dire, che viene rappresentata, quasi analogamente a quanto avviene nei Limoni, dai «giovinetti melograni», cresciuti però come una delle piante che incarnano la poesia alta, dallo stile sostenuto, che ritroviamo con la stessa funzione e lo stesso significato nei Limoni, ossia il bosso.

Ciò che sembra accomunare le due poesie è anche la stessa funzione metapoetica, di manifesto di poetica potremmo dire, e l’essere rivolte a un interlocutore che, nel caso del Giardino dei frutti, ha molti elementi in comune con l’io poetico degli Ossi di seppia («a capo chino» e «anima pensosa»):

Ecco, dicon questa cosa,

ma non so se vera sia:

che un bel fiore è poesia

e che il frutto è sola prosa.

Alma è quella, questa lieta:

e non voglio altro sapere.

Io non sono un giardiniere

e nemmen, forse, un poeta.

Dolce il frutto, vago il fiore:

e non voglio altro sapere.

Ma mi par che un sognatore

gusterebbe le mie pere.

Ma mi par che il mio frutteto

piacerebbe a tutti quanti:

anche a voi, pallidi amanti

che cercate un bel segreto.

Il frutteto è un bel giardino,

quasi un po’ cerimonioso,

ben tenuto, anzi ghiaioso,

con le aiuole e il gelsomino.

coi vasetti d’erbarosa,

di reseda e di mughetto:

ma qua e là c’è un alberetto,

l’alberetto della prosa:

nani peri ineleganti

che tra i fior sorgono gai,

magri peschi rampicanti

come piccoli rosai,

giovinetti melograni

educati come bossi

che si tengon per le mani

aspettando i fiori rossi;

un ciliegio che consola

la sfiorente erba cedrina,

qualche ciuffo d’uvaspina

per contorno d’un’aiuola,

qualche gracile susino,

qualche giuggiolo faceto:

ecco dunque il mio frutteto

mascherato da giardino.

Ecco dunque la mia prosa,

la mia prosa-poesia.

Non val essa qualche cosa

questa cosa tutta mia?

questa mia gioia sincera

che al gentil visitatore

che mi chiede a caso un fiore

glielo dà con una pera?

questa mia gioia leggera

che nel cuor non urge o preme

e mi fa cantare insieme

rose e pesche di spalliera?

O fratello mio discreto

che mi ascolti a capo chino,

ecco dunque il mio giardino

rimpiattato nel frutteto;

o cara anima pensosa

che mi ascolti in cortesia,

ecco dunque la mia prosa,

la mia prosa-poesia[23].

Un’altra fonte suggestiva proviene dal romanzo di Scipio Slataper Il mio Carso, in cui leggiamo:

Tutta la terra lavora in una grande frenesia di dolore che vuol dimenticarsi. E fabbrica case e si rinchiude tra muri per non vedere reciprocamente i propri corpi avvoltolarsi insonni fra le lenzuola, e si tesse vestiti per poter pensare che almeno il corpo dell’altro è sano e regolare, e congegna milioni di orologi perché l’attimo l’insegua perpetuamente frustandola avanti nello spazio, come una dannata che si precipiti senza tregua per non cadere. Non fermarti mai per un minuto, o laboriosa terra! Così sentivo; e stavo fermo, come se fossi nel punto morto della terra[24].

Il sintagma «punto morto della terra» ricorda molto quello che ritroviamo nella poesia I limoni degli Ossi di seppia, «punto morto del mondo»: in entrambi i testi sta a indicare un momento di sospensione della catena di causa ed effetto, del meccanismo dell’ordine naturale, una sorta di attimo magico in cui poter accedere all’essenza stessa della realtà.

L’altra fonte che interessa i versi «il filo da disbrogliare che finalmente ci metta / nel mezzo di una verità»[25] deriva dal saggio di Émile Boutroux De la contingence des lois de la nature, dove possiamo leggere il seguente passaggio in cui risulta evidente la presenza dell’immagine dei fili, da seguire uno a uno (un sinonimo del vocabolo montaliano «disbrogliare»), per poter giungere a una verità, seppur incompleta e relativa:

La loi de causalité, sous sa forme abstraite et absolue, peut donc être à bon droit la maxime pratique de la science, dont l’objet est de suivre un à un les fils de la trame infinie; mais elle n’apparaît plus que comme une vérité incomplète et relative, lorsque l’on essaye de se représenter l’entrelacement universel, la pénétration réciproque du changement et de la permanence, qui constitue la vie et l’existence réelle[26].

Su Cigola la carrucola del pozzo

Su questa poesia molto è stato scritto e diverse sono le fonti testuali proposte (da d’Annunzio a Enrico Pea[27]), soprattutto per quanto riguarda l’immagine della carrucola che, salendo dal fondo del pozzo, «cigola» e «stride»; tuttavia, in questa sede intendiamo segnalarne alcune che non sono indicate nelle letture e nei commenti del microtesto in questione e che sono riconducibili a Torquato Tasso[28], un autore che, pur non avendo avuto un ruolo fondamentale nella formazione letteraria di Montale, è stato però oggetto di sue numerose e poliedriche letture.

Per l’immagine dell’«atro fondo» suggeriamo una fonte testuale che deriva da un’opera non molto nota di Torquato Tasso, Le lagrime di Cristo, che non è escluso sia rientrata fra le letture di Montale:

ma l’uom pianto si leva, e d’atro fondo

di gran sepolcro inalza il viso e ’l crine[29].

Ancora da un’opera di Tasso, Il mondo creato, sembra essere ripreso il sintagma «puro cerchio», anche se non va sottovalutata l’influenza dell’immagine dannunziana suggerita da Mengaldo tratta da Il fuoco («si appressò al pozzo […] quel profondo specchio interiore che l’urto della secchia non turbava più, quel breve cerchio sotterraneo che rifletteva il cielo divino»)[30]:

od in se stessa pur descritta e chiusa

da le sue linee entro il suo puro cerchio,

sì come è grande il mare e grande il cielo?[31]

E, per finire, proponiamo due probabili fonti testuali per la lirica in questione da un autore barocco, Giambattista Marino[32], da cui Montale recupera l’espressione «accosto il volto», che possiamo rintracciare nell’Adone, a cui possiamo aggiungere, dalla stessa opera, anche il sintagma «lampi di gemme» della poesia Caffè a Rapallo:

Che fo (seco dicea) che non accosto

volto a volto pian piano e petto a petto?

Vola il tempo fugace e seco tosto,

seguito dal dolor, fugge il diletto[33].

e tutti abbarbagliò di meraviglia

co’ lampi dele gemme e dele ciglia[34].

  1. Sull’influenza sbarbariana su Montale si veda: P. Zoboli, Sbarbaro e Montale, in Sbarbaro e gli altri, Convegno nazionale di studi (Spotorno, 1-2 dicembre 2017). Atti a cura di P. L. Ferro e S. Verdino, Genova, Fondazione Giorgio e Lilli Devoto, Edizioni San Marco dei Giustiniani, 2019 («I Quaderni della Fondazione», 12), pp. 117-31; Id., «Riviere», «Siccità» e «Liguria»: Sbarbaro e Montale 1922, in «Rivista di letteratura italiana», XXXVII, 3, 2019, pp. [159]-65; S. Giusti, «La navale fortuna è già lontana». Il dialogo con Sbarbaro dagli «Ossi» alle «Occasioni», in Per Domenico De Robertis. Studi offerti dagli allievi fiorentini, a c. di I. Becherucci, S. Giusti, N. Tonelli, Firenze, Le Lettere, 2000, pp. 141-73.
  2. C. Sbarbaro, L’opera in versi e in prosa, a cura di G. Lagorio e V. Scheiwiller, Milano, Garzanti, 1985, p. 32. I corsivi, qui e in seguito, sono nostri.
  3. E. Montale, Tutte le poesie, a cura di G. Zampa, Milano, Mondadori, 1981, p. 38.
  4. Ivi, p. 15.
  5. C. Sbarbaro, L’opera in versi e in prosa, op. cit., p. 52.
  6. E. Montale, Tutte le poesie, op. cit., p. 143.
  7. C. Sbarbaro, L’opera in versi e in prosa, op. cit., p. 49.
  8. E. Montale, Le occasioni, a cura di T. De Rogatis, Milano, Mondadori, 2011, p. 104.
  9. C. Sbarbaro, L’opera in versi e in prosa, op. cit., p. 173.
  10. E. Montale, Tutte le poesie, op. cit., p. 156.
  11. Ivi, p. 529.
  12. C. Sbarbaro, L’opera in versi e in prosa, op. cit., pp. 215-16.
  13. E. Montale, Tutte le poesie, op. cit., p. 60.
  14. G. Pascoli, Canti di Castelvecchio, Bologna, Zanichelli, 1907, p. 11.
  15. E. Montale, Tutte le poesie, op. cit., p. 29.
  16. G. Bardazzi, Squadrare l’informe. Lettura di Non chiederci la parola che squadri da ogni lato (Montale, Ossi di seppia), in Letteratura e filologia. Studi in onore di Guglielmo Gorni, a cura di A. M. Terzoli [et al.], Vol. 3: Dall’Ottocento al Novecento, Roma, Storia e Letteratura, 2010, pp. 197-229.
  17. Giovanni Pascoli, Elegie, in Id., Poesie varie, Bologna, Zanichelli, 1914, p. 33.
  18. Arvigo (Tiziana Arvigo, Montale. Ossi di seppia, op. cit., p. 33) suggerisce una pagina di Trucioli che non è, però, a nostro parere convincente («Scendono le dame di casa che incantano il poeta povero, gli uomini dal viso soddisfatto, i bebè infiocchettati come cagnolini»: Trucioli VII, Strada di casa in C. Sbarbaro, L’opera in versi e in prosa, op. cit., p. 175). Per altre proposte riguardo all’interpretazione e alle fonti della contrapposizione «poeti laureati» vs «poveri» rimandiamo ai seguenti contributi: M. Tortora, Vivere la propria contraddizione. Immanenza e trascendenza in Ossi di seppia di Eugenio Montale, Pisa, Pacini, 2015, che riconduce la dicotomia a un passo di Così parlo Zaratustra di Friedrich Nietzsche («Io vorrei donare e distribuire, sino a tanto che i savi tra gli uomini fossero divenuti lieti della loro follia, e i poveri della lor ricchezza», p. 111-12); e C. Cencetti, Fonti, genesi e significato de I limoni montaliani, in «Studi e problemi di critica testuale», LXXXVII, 2013, pp. 199-214.
  19. «Un primo dovere potrebb’essere dunque nello sforzo verso la semplicità e la chiarezza, a costo di sembrar poveri» (E. Montale, Stile e tradizione, in «Il Baretti», I, 2, 15 gennaio 1925, p. 7).
  20. Si veda quanto afferma Montale nel terzo movimento di Mediterraneo, Potessi almeno costringere con evidente riferimento all’ultimo verso dell’Arte poetica di Paul Verlaine «e tutto il resto è letteratura»: «Ed invece non ho che le lettere fruste / de dizionari, e l’oscura / voce che amore detta s’affioca, / si fa lamentosa letteratura».
  21. M. Tortora, Vivere la propria contraddizione. Immanenza e trascendenza in Ossi di seppia di Eugenio Montale, op. cit., p. 112.
  22. C. Sbarbaro, L’opera in versi e in prosa, op. cit., p. 422.
  23. M. Moretti, Il giardino dei frutti, in Id., Poesie, 1905-1914, Milano, Treves, 1919, pp. 4-5.
  24. S. Slataper, Il mio Carso, Roma, La Voce, 1920, pp. 8-9.
  25. E. Montale, Tutte le poesie, op. cit., p. 11.
  26. É. Boutroux, De la contingence des lois de la nature, Paris, Alcan, 1898, pp. 27-28: ‘La legge di causalità, nella sua forma astratta e assoluta, può dunque essere giustamente considerata come la massima pratica della scienza, il cui scopo è seguire i fili della trama infinita uno per uno; ma essa non appare più che come una verità incompleta e relativa, quando si cerca di rappresentarsi l’intreccio universale, la penetrazione reciproca del cambiamento e della permanenza, che costituisce la vita e l’esistenza reale’. Sulla presenza di Boutroux nell’opera di Montale si veda: B. Rosada, Il contingentismo di Montale, in «Studi novecenteschi», X, 25-26, 1983, pp. 5-56.
  27. Sulla derivazione dannunziana dell’immagine del pozzo e della carrucola si vedano i seguenti contributi: P. V. Mengaldo, La tradizione del Novecento. Da D’Annunzio a Montale, Milano, Feltrinelli, 1975; D. Marchi, Fonti e memoria in Cigola la carrucola del pozzo di Eugenio Montale, in «Allegoria», X, 29-30, pp. 289-94; A. Zollino, Montale e d’Annunzio. Un rapporto poco gradito (e poco frequentato) dalla critica, in «Archivio d’Annunzio», IX, 1, 2022, pp. 125-40.
  28. Si legga quanto afferma Montale nel suo Quaderno genovese: «Divagazione — Ma che nessun criticozzo si sia mai ac­corto della sublime bellezza dell’Aminta del Tasso? Vien lodata, sì anche lei; ma con le solite frasi generiche delle zuppe tradizionali; anche le paragonano il … Pastor Fido! Nell’Aminta il verso è una pasta fluida e profumata, una polpa voluttuosa, dolce al palato come un sapore ineb­briante, come un hascisch incantatore. Tasso è qui un poeta moderno, modernissimo, palpitante: quella pie­nezza di presa linguistica, quello stampo soffice e denso della frase che dipinge e canta e suggerisce insieme, non è il principio poetico che parve nuovissimo in alcuni poe­ti moderni? (Gozzano ad es.)»: E. Montale, Quaderno genovese, a cura di L. Barile, Milano, Mondadori, 1983, p. 55.
  29. T. Tasso, Le lagrime di Cristo, Milano, Silvestri, 1838.
  30. P. V. Mengaldo, La tradizione del Novecento. Da D’Annunzio a Montale, op. cit., pp. 40 e sgg.
  31. T. Tasso, Il mondo creato, Milano, Galletti, 1825.
  32. Si legga l’aneddoto raccontato da Montale nel Quaderno genovese («Oggi Biblioteca Universitaria. Il distributore in nome della morale rifiutò di darmi le poesie del Marino nella nuova edizione Laterza!! Ahimè, morale, come minacciano di farmiti diventare antipatica!», in E. Montale, Quaderno genovese, op. cit., p. 19.). è probabile che Montale abbia poi, per orgoglio ferito, letto le poesie di Marino aggiungendovi anche la lettura integrale dell’Adone.
  33. G. Marino, L’Adone, a cura di G. Pozzi, Milano, Mondadori, 1976, p. 73.
  34. Ivi, p. 568.

(fasc. 56-57, 15 settembre 2025, vol. II)

«Anch’io, che passo per suo discepolo, come merito questo titolo?». Per Calvino e Pavese

Author di Miryam Grasso

Tra le carte calviniane si conserva un elenco autografo di «libri da scrivere»[1]. La lista contiene anche la voce cassata «Scritti su Pavese», che testimonierebbe la volontà di Calvino di dedicare un volume a Cesare Pavese, probabilmente raccogliendo gli scritti già pubblicati. L’ipotesi è confermata dal fatto che nell’abitazione romana di Calvino è conservata una cartelletta che contiene materiali di Pavese e su Pavese, tra cui anche un abbozzo manoscritto di indice. L’elenco, descritto da Mario Barenghi[2], contiene quindici titoli, ciascuno preceduto dall’anno di composizione e seguito dal numero di pagine (e non esaurisce, naturalmente, gli scritti di Calvino su Pavese).

Continua a leggere «Anch’io, che passo per suo discepolo, come merito questo titolo?». Per Calvino e Pavese

(fasc. 53, 25 agosto 2024)

Un ritratto di Franco Matacotta tra poesie, amicizie e inediti

Author di Riccardo Renzi

Far emergere in un unico intervento la complessità di un intellettuale come Franco Matacotta, che spaziò dalla poesia al giornalismo fino alla critica letteraria, è impresa assai ardua.

Matacotta nacque a Fermo l’11 ottobre 1916 da una famiglia di modeste condizioni economiche. L’amore per la letteratura e la poesia furono presenti in lui fin dalla tenera età: in particolare prediligeva i classici greci, che lesse e tradusse. All’età di sedici anni iniziò a collaborare al periodico «L’Araldo», in cui pubblicò l’articolo Cultura fascista e la poesia Per i fatti di Traù. Nel 1935 conseguì la maturità e nel novembre dello stesso anno s’iscrisse alla facoltà di Lettere e filosofia di Roma, frequentando i corsi tenuti, tra gli altri, da Gentile, Toesca e Sapegno. Fu fin da subito affascinato dalla figura di Giovanni Gentile, anche se il suo ardore per il fascismo durò ben poco[1].

Agli inizi del secondo anno accademico conobbe di persona Rina Faccio, più nota come Sibilla Aleramo, scrittrice celebre all’epoca con la quale aveva avuto un fitto scambio epistolare e con la quale iniziò un rapporto che, a fasi alterne, proseguì almeno fino alla fine degli anni Quaranta, e che la donna nel proprio Diario definì un «amore insolito», essendo lei già in là con gli anni[2]. Questo incontro, dal punto di vista intellettuale, fu uno dei più determinanti nell’esperienza dello scrittore fermano, in quanto fu Sibilla a fargli scoprire David Herbert Lawrence, Colette, Paul Valéry, Omar Khayyam, e George Sand, e gli permise di studiare gli inediti di Dino Campana che la stessa Aleramo custodiva, avendo avuto una nota relazione con il poeta[3]. Matacotta rimase folgorato dalla poesia di Campana e da quegli inediti: ne scrisse dapprima in «Prospettive», poi in volume[4].

Sibilla, inoltre, introdusse Matacotta nell’ambiente letterario e artistico romano: fu lei a presentargli Cecchi, Bontempelli, Alvaro, Moravia, Malaparte, Zavattini, Guttuso e Fazzini. La sua figura fu importante per tutto l’ambiente intellettuale fermano di quegli anni, poiché, come ha affermato Domenico Pupilli, testimone di seconda generazione di quella temperie culturale, ella fece quasi da «madrina a quei ragazzi fermani»[5] ovvero Franco Matacotta, Gino Mecozzi, Giuseppe Brunamontini detto Pino e Alvaro Valentini.

Sibilla spesso ospitava gli amici fermani del “suo” Franco nella propria soffitta: «Roma 21 gennaio, sera. Esattamente dopo un mese di accampamento qui nella soffitta, i due giovani han potuto oggi andare ad abitare in uno studio ceduto a loro da un amico»[6] (si parla di Gino Mecozzi e Giuseppe Brunamontini). Sibilla conosceva bene l’ambiente intellettuale fermano; così scrisse del suo viaggio a Fermo nel settembre del 1944:

Giovani poeti che sono venuti a farmi visita qui nello studio di Franco. Con i fiori avevano mandato opuscoli di loro versi: per lo più di derivazione della scuola “ermetica”, Montale, Quasimodo… Più tardi imiteranno Franco […] ma è commovente questo amore per la poesia che in questi piccoli centri si perpetua nonostante la guerra[7].

La scrittrice dunque conosceva Fermo, ne era affascinata e per la piccola Città collinare provava al contempo un’insoddisfatta attrazione; come quando – svanito il lungo rapporto con Franco – passò in treno fra San Benedetto e Ancona e, il 17 maggio del 1949, annotò: «in alto, sul poggio, poco fa, Fermo: la mia ultima illusione, Franco…»[8].

In lei l’amore per Franco fu sempre forte, sino alla morte, sebbene fosse conscia del grande divario d’età e delle difficoltà della relazione stessa. Anni prima, passando attraverso le terre marchigiane, così le descriveva: «Lontano sorgeva una doppia catena di altezze, colline dinanzi, dietro gli Appennini. Borgate in cima a qualche poggio si sporgevano, evocando il Medioevo colle loro cinte merlate, colle casette brune raggruppate intorno a qualche campanile aguzzo. La campagna e il mare erano talora abbaglianti»[9]. Sibilla amò profondamente il Fermano: come racconta in Dal mio diario 1940-1944, Franco rappresentava per lei quel territorio, quella ruralità e quella poetica intrinseca dei luoghi.

Egli si laureò il 14 luglio 1939, discutendo una tesi su Ungaretti, Campana e Aleramo. Nel 1941, dopo tanti articoli e poesie apparsi in varie riviste e testate, pubblicò la sua prima monografia, Poemetti (1936-1940)[10]. L’opera fu dedicata all’Aleramo, con la quale era ancora in stretto rapporto. La raccolta, però, non si ispira ai poeti ermetici da lui tanto studiati, ma privilegia una tonalità decisamente aulica, con reminiscenze dalla linea classica della lirica italiana, da Foscolo a Leopardi[11].

Con lo scoppio della Seconda guerra mondiale, Matacotta nel luglio 1941 fu chiamato alla difesa della patria e destinato a Macomer, in Sardegna, come allievo ufficiale di artiglieria. Già da prima del 1939 aveva iniziato a prendere le distanze dal fascismo, ma l’impatto della guerra lo allontanò totalmente da quella ideologia e lo segnò per il resto della vita. Anche attraverso le conoscenze di Sibilla e spesso fingendosi malato, riuscì a ottenere permessi e ad allontanarsi spesso dalla Sardegna. Il giorno dopo l’Armistizio, assieme a Pratolini e Vedova, prese contatto con Lizzani, che ricopriva un ruolo primario nel Partito Comunista Italiano, per prender parte alla lotta contro i tedeschi. Ma entrò immediatamente nel loro mirino e fu costretto a rifugiarsi nella soffitta dell’Aleramo in via Margutta per sfuggire alle retate; in seguito riparò avventurosamente a Fermo e di lì a Monte San Giusto vicino a Macerata[12].

La partecipazione alla Resistenza, tanto quanto la chiamata alle armi, lo segnò profondamente e fu alla base della raccolta di versi Fisarmonica rossa[13]. La barbarie della guerra, gli orrori e le devastazioni sul territorio italiano, l’occupazione tedesca e le rappresaglie contro la popolazione civile, con il loro strascico doloroso di lutti e di sangue, fanno da sfondo a un racconto poetico che privilegia il ritmo popolare della ballata e un linguaggio teso e fortemente improntato a un crudo espressionismo. Questi sono i caratteri distintivi di Fisarmonica rossa, opera impregnata di sangue, sudore e sofferenza, probabilmente uno degli esempi meglio riusciti di poesia resistenziale. Quella di Matacotta è una poesia in presa diretta, scritta sotto l’incalzare di tragici eventi, come stanno a indicare spesso le date in calce ai componimenti[14]. D’altra parte, però, c’è la mitizzazione dell’evento, del fenomeno, intriso di pathos storico per il radicale cambiamento che si sta vivendo.

Con la fine della Guerra si chiuse anche il rapporto con l’Aleramo: stando a Cavatassi e Verducci[15], i due si incontrarono un’ultima volta nel novembre del 1947.

La raccolta Fisarmonica rossa, fatte rare eccezioni[16], fu apprezzata fin da subito; così nel 1953 Matacotta la ripropose all’interno di Canzoniere di libertà. Fisarmonica rossa. Nella Prefazione alla riedizione dei Poemetti del 1998, così si esprimeva Francesco De Nicola: «è uno dei pochi canzonieri sulla seconda guerra mondiale e sulla Resistenza scritti in Italia»[17]. Luzi ne diede vari giudizi, tutti molto positivi; uno dei più completi si trova nell’Introduzione a La lepre bianca dell’82: «Col suo linguaggio vivido e crudo, essenziale, rappresenta una rottura nella linea stilistica e tematica della poesia italiana»[18]. Franco Fortini affermò, invece, che quelle «strofe sono scatenate e colorate»[19].

Le criticità evidenziate da Valentini negli anni immediatamente successivi alla pubblicazione dell’opera non erano legate all’epopea delle vicende narrate, ma al linguaggio, considerato in un primo momento troppo vivido e sanguigno[20]. Il giudizio di Valentini divenne positivo solo a partire dagli anni Ottanta; infatti, nel 1987, in Il Leopardismo di Franco Matacotta scrisse: «vuole restituire alle parole non la purezza che gli Ermetici perseguivano, ma lo spessore storico»[21]. Egli aprì il saggio sottolineando la centralità di Fisarmonica rossa nella letteratura italiana post bellica[22]: il suo contributo originava dall’intervento di Mario Petrucciani del 1972 tenuto a Recanati in occasione del II Convegno Internazionale di Studi Leopardiani.

Petrucciani in quell’occasione mise in evidenza la grandezza rivoluzionaria di Fisarmonica rossa, in quanto lontana dall’Ermetismo ma allo stesso tempo vicina al leopardismo e conscia di tutta la tradizione poetica precedente[23], da Valéry al Porto di Ungaretti, all’Ulisse di Seferis[24]. Egli sottolineava, però, anche un certo distacco dal leopardismo, poiché Matacotta nel poemetto vedeva l’Europa come «una luna / piena di crateri e di tombe»[25].

Valentini partiva proprio da questa affermazione per dimostrare, invece, quanto in Matacotta fosse forte il leopardismo. Il poeta aveva detto della terra: «O desolato cranio del pianeta / fatto gemello dell’infelice luna». Tali affermazioni, secondo Valentini, non sono così lontane dal Poeta recanatese: infatti, per esempio, nel Dialogo a esse dedicato la Terra si rivolge alla Luna chiedendole se sia vero «che tu sei traforata a guisa dei paternostri, come crede un fisico moderno? Che sei fatta, come affermano alcuni inglesi, di cacio fresco?». Nel Saggio sopra gli errori popolari degli antichi, com’è noto, si legge di una luna sitientis, arida, secondo Properzio[26]: una luna molto simile a quella che descrive Matacotta. Valentini sottolineava come alcuni elementi molto presenti in Fisarmonica rossa fossero stati ripresi da opere pubblicate o in via di pubblicazione dello stesso poeta fermano. La fisarmonica, per esempio, è un elemento presente anche in Lepre bianca: «La fisarmonica suonava con il suo miele caldo che scioglieva l’asfalto della notte»[27]. Inoltre nei Poemetti, e precisamente nella Canzone del lupo d’agosto, è già presente il paragone tra uomo e lupo che ebbe poi molta fortuna in Fisarmonica rossa in relazione al parallelismo con i partigiani imboscati[28]. Secondo Valentini, quindi, l’operazione di rinnovamento della poesia italiana compiuta da Fisarmonica rossa non fu dettata dal caso, ma fu un’attenta elaborazione culturale nella quale confluirono, con la maturazione morale, lunghe letture di poeti italiani e stranieri[29].

Tornando alla vicenda umana del poeta, concluso il Secondo conflitto mondiale, egli continuò a vivere attivamente e a raccontare l’Italia del dopoguerra e degli anni Cinquanta e Sessanta. È del 1948 la breve raccolta Naialuna, con cui vinse il premio San Pellegrino[30]. Nell’opera il poeta sviluppava gli appunti poetici presi

durante il soggiorno in Sardegna, nel corso del tormentato periodo di servizio militare, quando era maturata la sua crisi esistenziale in una situazione di solitudine che aveva trovato corrispondenza nella natura selvaggia, pietrosa e solitaria dell’isola. I frequenti richiami mitologici e le reminiscenze leopardiane collegano questi versi ai Poemetti, di cui sembrano costituire una propaggine, piuttosto che a quelli legati all’impegno sociale e politico[31].

Il suo primogenito Massimo gli nacque il 28 luglio 1948, il secondogenito Francesco Cino nel 1956; l’anno successivo pubblicò, influenzato dalla nascita del figlio, la raccolta Ubbidiamo alla terra[32], nella quale, come sottolineato da Valentini, si faceva nuovamente vivo il suo leopardismo[33]. Nel contempo il poeta passò dalle vicende nazionali e internazionali di Fisarmonica rossa all’ambiente privato, quello intimo e famigliare, alla ricerca di un nuovo equilibrio dopo la nascita del bambino. La cronaca e la grande poesia epica politicizzata tornarono però nel 1953, quando sotto lo pseudonimo partigiano di Francesco Monterosso, con il Canzoniere di libertà[34], riprese i toni più politicizzati della sua poesia, senza peraltro riscuotere i consensi della critica, che notò anzi il carattere retorico di gran parte delle liriche aggiunte con l’occasione; a essa seguì, nel 1956, con il medesimo pseudonimo la raccolta poetica I mesi[35] in cui riprendeva, nella prima parte, la pacificata tematica di Ubbidiamo alla terra, mentre, nella seconda, sviluppava ancora tematiche civili, questa volta collegando, sul filo della memoria privata e di quella storica, gli eventi drammatici degli anni della lotta antifascista.

In quello stesso 1956, dopo gli eventi legati alla repressione sovietica in Ungheria, egli maturò la crisi che lo indusse a lasciare il PCI e a pubblicare, nel 1957, i Versi copernicani[36]. Questo momento risultò decisivo per la poetica di Matacotta, che dal 1954 al 1959 visse una profonda crisi ideologica che lo portò a un dubbio costante:

In esso predomina, accanto al senso profondo di radicamento nella sua terra e nei valori trasmessi per generazioni dalla sua gente, una meditazione profonda sulla morte e sulla vita come percorso faticoso nel dolore. Se Foscolo e Leopardi costituiscono i punti di riferimento obbligati del poeta fermano, sul piano sia tematico sia della scelta di una scrittura poetica tesa al sublime, occorre anche osservare che con il riaffiorare delle memorie familiari e infantili il tono dei componimenti tende a virare decisamente verso l’elegiaco e si evidenziano vistose sedimentazioni di ascendenza pascoliana[37].

Questa crisi ideologica ebbe enormi ripercussioni anche nella sua vita privata. Legato da sempre a Fermo e alla sua famiglia, a settembre del 1959 decise di abbandonare moglie e figli, e di chiedere il trasferimento come insegnante dal prestigioso Istituto Tecnico Industriale di Fermo (ITI)[38] a un istituto di Milano[39]. Una decisione, questa, legata, oltre che al tentativo di evadere dalla sonnolenta provincia marchigiana[40] e in parte anche dagli oneri e doveri della vita famigliare, anche al desiderio di saggiare le opportunità che poteva offrire Milano, soprattutto dal punto di vista editoriale. Così tra il 1959 e il 1961 insegnò all’Istituto tecnico industriale di Rho e a Milano. Ma nel 1960 due lutti pesantissimi lo colpirono: il 15 gennaio 1960 scomparve a Roma Sibilla Aleramo, mentre l’8 luglio dello stesso anno morì, in circostanze mai chiarite, il primogenito Massimo, ospite dei nonni materni ad Ancona[41]. Inoltre, Matacotta al momento della morte del figlio fu irreperibile e giunse ad Ancona solo una settimana dopo i funerali, accompagnato da Pratolini[42]. Questo lutto segnò e logorò la sua vita.

L’esperienza milanese si rivelò negativa: «Anni brutti e incerti […] per lui e per me»[43]. Così decise di ricongiungersi alla famiglia andando a insegnare a Osimo, quindi a Genova e infine a Levanto. Nel 1963, dopo una lunga malattia, si spense a Genova anche la moglie Rosa[44]. Agli inizi del 1964 conobbe la collega Emma Marini, che sposò alla fine dello stesso anno. Nel 1965, dopo la morte del padre, decise di rientrare a Fermo, per tornare nell’ottobre 1968 definitivamente in Liguria, a Nervi, dove insegnò nella scuola media Vivaldi. Matacotta morì a Genova il 27 aprile del 1978, dopo una lunga malattia[45].

La critica letteraria

Una frase di Fortini del 1975 svela quale fosse stato il destino di Matacotta: «un poeta che conosce la notorietà da giovane e la dimenticanza del mondo in età matura»[46]. La precoce vocazione ritmico-poetica e la fama giovanile per il poeta fermano furono, infatti, quasi una disgrazia. Con Fisarmonica rossa prima e Lepre bianca poi, egli raggiunse un livello qualitativo cui non riuscì più ad avvicinarsi negli anni seguenti.

Nelle sue opere giovanili, dalla narrativa alla poesia, passando per la critica letteraria, la maggior parte dei critici, Valentini e Luzi su tutti, sentono una grande musicalità e armoniosità tra le parole e i periodi, condizione questa che rende i suoi testi particolarmente fruibili. «Nella Lepre bianca, romanzo pubblicato nel 1946, è possibile trovare frequenti tracce della sua passione per la musica e della poesia»[47], ha scritto Luzi. Fu proprio questo amore per la musica che lo spinse a inserire in tutte le sue opere giovanili elementi musicali: si pensi, ad esempio, alla fisarmonica e al suo suono o ai canti partigiani. Anche nel contributo del professor Dolfi intitolato Il suono della fisarmonica[48] si rileva che «Leggere Fisarmonica rossa di Franco Matacotta vuol dire muoversi in uno straordinario pentagramma di suoni e sensazioni, movimenti e stupori, paura e delusioni, passioni e speranze»[49]. È il suono stesso a tenere insieme le parole e a dare il senso della distruzione e del dolore:

La terra danza danza. È un subbuglio

Di viscere di catrame di nebbia di ossa,

Dentro il velluto carnale del buio

Suona un’ubriaca fisarmonica rossa.

Suona lombrico suona[50]

La terra è avvolta dal suono dello strumento, il quale rivendica il diritto dell’uomo alla vita e magicamente irradia di rosso l’universo, per capovolgerlo, reinterpretarlo e poterlo così vedere sotto una nuova luce. Secondo Dolfi, la musicalità in questa lirica è totale, poiché avvolge il lettore stesso e lo scuote con il suo ritmo[51]. Questa è una danza di unione, che permette di unire individui diversi come Matacotta e il partigiano Montegallo sotto un’unica bandiera, quella della libertà. Il ritmo rabbioso, rosso della fisarmonica esprime anche le necessità della lotta per raggiungere l’azzurro e il bianco della bontà e della serenità. Già nella Lepre bianca egli consegna al lettore una scala cromatica delle proprie emozioni:

Tutto era mobilità, metamorfosi. Il mare, spruzzo azzurro, la

Terra, polvere nera. Il cielo nebbia blu. Perfino i miei pensieri e i

Miei sentimenti erano aliti colorati. Bontà, bianco. Amore, giallo.

Pazienza, marrone. Odio rosso[52].

Secondo Dolfi, «Fisarmonica rossa è, dunque, una raccolta di liriche, ispirate dalle note dello strumento popolare marchigiano, il quale si rivolge a tutta l’umanità, perché rappresenta il distacco di una condizione sociale inattiva»[53]. A tal proposito, Matacotta ha rivelato:

Ero un uomo, un uomo che andava in cerca di difesa contro quei giovani pieni d’odio, e il peso sulle spalle era come il peso di tutta la mia vita di ragazzo, gli stessi stracci, le stesse cose lacerate, gli stessi errori, gli stessi supplizi, la lunga assenza dal terreno quotidiano del vivere, il mio lungo torpore. E rivedendo la mia vita con Bella, tutta la pigrizia, non solo dei gesti, ma anche dell’intelligenza, come un prezzo che io non fascista, ma preso nel gioco del fascismo, avevo pagato al fascismo per non entrare nel suo gioco. Ma era esso stesso un fascismo, perché ero stato assente, e con la mia assenza avevo consentito io pure al fascismo di avanzare e crescere, standomene seduto nel mio olimpo di dolcezza[54].

Dunque, è come se Matacotta volesse sopperire per mezzo della letteratura alla mancata partecipazione attiva alla lotta antifascista: la guerra aveva sancito per gli uomini di cultura, come osservato da Dolfi[55] e Valentini[56], anche uno stallo intellettuale. Il Neorealismo, che stava sorgendo in quegli anni, traeva nutrimento dalla consapevolezza del fallimento della vecchia classe dirigente e del ruolo che, per la prima volta nella storia, si erano conquistate sulla scena della società civile le masse popolari.

Fisarmonica rossa è una densa silloge di poesia ove il dolore è tangibile e sovrasta ogni altra sensazione. L’opera presenta un linguaggio duro, tagliente, aspro e senza possibilità di redenzione. Le immagini, icastiche e pregne di una desolazione morale vergognosa,

si trasmettono al lettore come vere e proprie pugnalate capaci di inasprire il tormento di chi, imbevuto di lotte civili e amico dell’intera umanità, sente ancora oggi sulla sua pelle – sebbene non abbia vissuto direttamente le vicende ‒ l’ingiuria subita da un popolo che significò lo svilimento della coscienza, la mortificazione delle carni, l’autodistruzione del genere umano»[57].

Un esempio emblematico di questa poesia è il componimento Ottobre 1942 in cui Matacotta mostra la prevaricante stanchezza e la derelizione dinanzi a una condizione snervante e dolorosa che si protrae con la guerra: «Ce ne stiamo rigidi e murati / Con le cataratte sugli occhi. / Il vento s’è messo a urlare, / E buio, tenebra sul mondo»[58]. Come sottolinea Spurio, in questi versi sono l’asfissia del colore, l’annullamento della vita, il buio a dominare; l’uomo è descritto nel suo stato di spersonalizzazione, come se fosse una cosa e avesse perso la propria identità[59]. Con una sineddoche fisiologica Matacotta rileva che nessun organo gli si muove più: il cuore, impietrito e affranto, sembra aver perso battito e vitalità, e i polmoni si sono induriti[60]. Il corpo dal cuore impietrito è, ormai, non più umano, poiché imbruttito dalla barbarie della guerra.

Nel poeta fermano vi è una predilezione per un linguaggio prettamente materico e fisico, con ampia frequenza di materiali, tanto naturali che dell’edilizia:

si tratta di materiali che si caratterizzano per essere freddi, inermi, pesanti, fastidiosi al contatto con l’uomo di carne ed ossa: il Nostro parla di “polvere e piombo nel cervello” ad intendere forse, nella polvere la vacuità del senso della ragione, la perdita irrecuperabile della coscienza e nel piombo l’esposizione alle mitraglie e alle armi del conflitto[61].

Nonostante la costante condizione di sofferenza, l’uomo non vi si abitua, perché per sua natura fugge le barbarie e la violenza: a questo punto la lirica diviene occasione di riflessione. I temi della Fisarmonica sono ormai chiari nella mente del poeta, che coltiva instancabilmente le sue nuove passioni ideologiche:

Di nuovo scrivevo versi. Con parole nuove, forti. Li scrivevo durante le mie galoppate in bicicletta di giorno e di notte, nei momenti più impensati. Le immagini mi nascevano nelle volate a capofitto per le discese delle colline o girando pei campi o seduto sulle logge delle case coloniche col bicchiere del vino cotto in mano aspettando i PW. Annotavo i versi in fretta sul taccuino e lo nascondevo sotto la tuta. Incrociando i camion tedeschi la sola preoccupazione era di salvare quel fascio di foglietti segnati a lapis dove era la mia vita e la mia disperazione d’allora, e anche la disperazione della gioventù italiana, il sangue la fede l’amore di quanti combattevano per sopravvivere […][62].

Il poeta fermano, come accennato, cerca di sostituire il mancato apporto attivo tra le fila della Resistenza con l’epicità della narrazione poetica. L’accettazione passiva del Fascismo era stata soppiantata dalla fede nella poesia, la quale rappresentava l’unico appiglio alla vita per l’uomo, soverchiato dalle dolorose prove belliche[63]. La negatività della guerra e l’inutile certezza del dolore, temi profondamente neorealisti, sono i motivi ispiratori di Fisarmonica rossa. La parola poetica di Matacotta è sempre tesa fra rassegnazione e rivolta, in un climax espressionistico che molto richiama le pellicole di Fritz Lang[64]. Nella sua poetica, come sottolineato da Dolfi, è presente anche un chiaro richiamo ai quadri di Kirckner, Grosz e Munch; l’urlo stesso, come suggerisce Valentini, è l’emblema poetico di Matacotta[65]:

L’urlo, nell’espressionismo tedesco, rappresenta il passaggio dalla luce impalpabile dell’impressionismo al chiarore cristallizzato e geometrico dell’avanguardia, “ogni macchia di colore, ogni membro del verso è un urlo, una sferzata, uno scoppio; la realtà intera sembra presa da un folle dinamismo spasmodico”[66].

Per Matacotta, invece, il grido/urlo è «il gesto, la qualità della musica. Così rotta, strangolata dal fragore. Questo fragore di cembalo e di sputi… qualcosa di torbido, nel fondo sotto lo spessore delle immagini, verde e trasparente»[67]. La guerra ha costretto l’uomo al silenzio, che però è un fragore soffocato di cembali e sputi, e come tale rappresenta una metamorfosi paradossale dell’urlo. Quello di Matacotta non è un urlo esteriore, ma interiore, uno di quelli che logora dentro, proprio come i segni della guerra hanno logorato il poeta: «Nel silenzio si preannunzia o si manifesta una visione tragica il cui correlativo è l’urlo, sia pure interno, dell’anima»[68]. L’uomo tace e soffre nel dolore ma, ma proprio come nell’opera di Toller, «il silenzio vibra nello spazio ed esplode nel grido»[69]. Matacotta si appropria di tutti i postulati fondamentali dell’espressionismo e propone una parola poetica battuta dal terrore del fascismo, mortificata e avvilita, ma sempre pronta alla sfida e al duello:

E qua chi cerco? Dove sono i campi

perduti nei crepuscoli viola?

Nel fragoroso turbine dei lampi

Ritrovo la mia casa vuota e sola

Siamo accecati d’odio e di dolore

Mordiamo a sangue l’aria dura e avara

Ma per salvarti abbiamo ancora il cuore,

o Italia, cagna nera, patria cara![70]

La poesia muore nei campi di battaglia, ma risorge nella parola degli uomini, che si portano dietro la memoria dell’accaduto:

Io so dove sono le mie mani

I miei piedi e la mia bocca.

Essi affermano battono mordono

Il sapore nudo della terra.

E con questo gusto di morte

Di polvere di radici e di gelo.

Ricomporrò la mia sorte

Per abbattere con un grido il cielo[71].

Un grido decreta la vittoria della poesia, poiché il grido è strazio e vita allo stesso tempo[72]. Il poeta fermano è costantemente teso fra l’innocenza personale e il delitto, tra il desiderio di parlare lasciando testimonianza e l’impossibilità del silenzio, «tra il fascino dell’eroe e il fallimento del santo»[73]. Lo sguardo poetico matacottiano è perduto nelle tenebre della coscienza e la sua ambivalenza intrinseca dell’essere poetico non si risolverà mai. Per Matacotta, come suggerisce Dolfi, si può parlare di “poesia equivoca”, intendendo con “equivocità” la tensione tra l’urlo della disperazione individuale e l’ideologia, la quale esprime l’esigenza di società, di comunione collettiva[74].

La matrice autobiografica in Matacotta fu sempre molto forte, ma egli subì anche varie influenze letterarie. Il critico letterario sangiorgese Alfredo Luzi[75] ritiene che anche l’educazione letteraria e poetica che ricevette durante gli anni del liceo ebbe un grande peso nella sua formazione[76]. Il poeta fermano, nella Confessione di un figlio della vecchia Europa, dichiara di aver avuto «un’educazione letteraria squinternata in tutti i sensi. A nove anni il Capitale di Marx… per gli esercizi di analisi logica… Più tardi ebbi in mano Hugo e Tolstoi. Al Liceo comprai lo Zarathstra di Nietzsche. Più tardi fu Emerson a innamorarmi… poi Whitman, col suo canto terrestre»[77]. La conoscenza della grande poesia francese gli giunse, invece, attraverso Acruto Vitali[78], grande lettore di Rimbaud, Baudelaire e Valery[79].

La formazione vera e propria per il poeta fermano, come già detto, arrivò solo con l’Aleramo e con lo studio della poesia amorosa di d’Annunzio, Omar, Kajam, Sand, Barret, Colette, Lawrence[80]. Lo studio di Leopardi, invece, fu una costante che accompagnò il poeta per tutta la vita, come sottolineato da Valentini[81]. Durante il periodo trascorso a Capri assieme a Sibilla, egli rilesse Leopardi e tradusse Lucrezio[82]. Inoltre, scoprì Rilke, Heine e Holderlin[83]. Da questi poeti trasse «quel senso di nostalgia della bellezza radicata profondamente in un presagio cosmico di distruzione»[84].

La poesia di Matacotta, come osservato da Valentini, Luzi e Manacorda, avendo tale sostrato di base, è di estrazione colta. I Poemetti[85], pubblicati a Roma nel 1941, sono intrisi di suggestioni dannunziane, leopardiane, ungarettiane, mallarmeane e campaniane[86]. Inoltre, in tale raccolta la poesia è concepita secondo il costume latino, cioè come mezzo privilegiato di conoscenza della realtà[87]. Nella raccolta il Poeta definisce più volte la parola: «Fossili dissepolti le parole» (p. 15); «questo peso / di aride parole» (p. 32); «Dimore del silenzio, marmi, antiche / vi chiedo parole» (p. 33); «O desolato atteggiamento della parola» (p. 59); «Parole, o voi, perenni arcobaleni / fra il mio silenzio e il cielo» (p. 63)[88]. La parola è, sì, salvifica, ma è anche una parola ungarettiana, martoriata. Di fondo appare una tensione costante verso la parola pura, ma come ogni tensione nel suo percorso s’imbatte in «una serie di scacchi e di sfiducie»[89]. In Matacotta la parola nel suo apax è ponte tra il silenzio e il cielo, tra il dolore e l’urlo: ciò molto richiama la concezione valeryana dell’esperienza del vivere[90]. La parola viene posta fuori della temporalità: dovrà essere fossile e moderna allo stesso tempo. Ma dovrà essere posta anche al di fuori del concetto spaziale[91]. La parola secondo Matacotta[92], proprio come nella concezione simbolista moderna, deve essere essa stessa legislatrice e generatrice di mondi. Ci sovviene in aiuto un autogiudizio del poeta:

Avuta l’intuizione lirica fulminea io non la resi se non attraverso una quantità di approssimazioni melodiche. La stessa umanità io la sentii in fusione con le pietre con le piante con le nubi con le stelle. Situazioni atmosfera, parole che io resi ma come una nebbia, talvolta come una fiamma, che lascia sempre poi storditi e insieme inappagati. Io mi rivolsi a un mondo arcano, dando di esso accenti dispersi, sparsi, incerti[93].

Parte di questo brano si ritrova nel Diario dell’Aleramo:

Franco ha l’intuizione lirica fulminea, ma poi non la rende se non attraverso una quantità di approssimazioni melodiche. E dato che il mondo delle sue intuizioni è, come dicevo, più cosmico che umano, e la stessa umanità è da lui sentita in fusione con le pietre con le piante con le nubi con le stelle, quella mancanza di ossatura è doppiamente dannosa ai fini dell’espressione[94].

L’Aleramo considera, dunque, come un difetto l’impianto di base dei Poemetti[95]. Rovesciando la prospettiva di Sibilla, si può affermare che le poesie che vanno a comporre l’opera non sono concepibili singolarmente e non hanno vita autonoma, ma partecipano a un sistema simbolico complesso e articolato, nato dalle febbrili esaltazioni giovanili del poeta[96].

A quali simboli fa riferimento il Poeta fermano? L’introduzione ai Poemetti è costantemente costellata da Alberi celesti:

In quelle strane e luminose fronde

dimorano i celesti. Non i vani

esilii dei beati, ma le eterne

idee, le memorie, e le beate

apparenze solenni. E solitarie,

ravvisano la terra. Ah, nello specchio

di questa stella smemorata dormono

le native sorelle, e le pietose

gridano, apparendo dai notturni

orti del cielo, e le fan deste, e insieme

un amoroso vento le alimenta

che confonde la terra ai firmamenti[97].

Compito del poeta è quello di esaltare e riportare alla memoria collettiva delle immagini primordiali del mondo delle idee. I simboli non sono arbitrarie decifrazioni, come nella stagione simbolista, ma concrezioni di materia ctonia e cosmica[98]. Questo è un elemento di novità assoluta sfuggito completamente alla critica sino alla fine degli anni Cinquanta[99]. Il declinare l’immagine in modo archetipico rappresenta una via del tutto nuova, pregna di un pragmatismo del tutto assente nella poesia italiana di quegli anni. È pur vero che i Poemetti contengono evidenti imperfezioni, sbandamenti ed equivoci del testo, ma sono proprio questi elementi a superare la rigidità schematica dell’impianto dei Poemetti[100] stessi.

Fra le immagini più ricorrenti nella poetica di Matacotta, vi è in primis la notte, presente in tutta la sua produzione, dai Poemetti a Fisarmonica rossa, sino alle raccolte tarde ove spesso diviene oscurità. La notte è sempre percepita come fuori e dentro di noi allo stesso tempo, presenza inquietante e ambigua. Essa è sempre legata al sogno e alle immagini più torbide: «Tu che affini ai terrori i denti neri / tu che alimenti i mali pensieri, / Furia notturna, placati»[101]. E ancora: «O sera, / poi che di gelo se circonda l’ombra / e di fiochi lamenti addorme il giorno, / steso nel soffio del notturno vento / a me scendeva il sogno …»[102]. Continua: «la notte agitatrice di larve e di paure»[103]. È quindi tempo mistico, sede di sogni e avvenimenti misteriosi. La notte matacottiana racchiude in sé molto del credo e del folklore tipico del sud delle Marche, legato ai canti notturni delle streghe, ai pastori e alle leggende sibilline[104]. È sempre concepita come un momento magico in cui confluiscono realtà, fantasie e paure. Nei Poemetti e in Fisarmonica rossa è presente una complessa e difficile ermeneutica dei sogni, per cui spesso le immagini hanno una doppia valenza: essi si presentano sempre sotto il segno dell’ambiguità[105]. La doppia valenza della notte è immediatamente percepibile, da una parte come buio carico di terrore e mistero, dall’altra come rischiarata da una candida luce lunare[106].

Mi duole averti nel tuo fosco bacio,

Notte, che fiore delle mie labbra imbruni

E me d’artiglio pugni qui sul casto

Ciglio dell’ombra ove la nube spira…

Ma dal paese

di questa voce naufraga nel nulla,

mi salvi, luna, che i celesti campi

tacendo trascorri impallidita,

tu priva di pietà, arido giglio,

che l’acre vento delle notti sfiora[107].

La luna con la sua luminosità e la sua purezza inscalfibile può essere un punto di riferimento, nel baratro del nulla cosmico costituito dal buio notturno in cui è spinto l’uomo. Tale visione lunare dona a Matacotta un alone leopardiano più volte sottolineato da Valentini e Verdino[108]:

Un caldo

Colorar delle rose sulle guance

A me invidiate dalla luna[109].

A differenza dal Poeta recanatese, però, il difficile e complesso dialogo tra l’uomo e la luna è causato non dalla dura Natura, ma da una condizione umana di perenne esilio terrestre:

me nell’esilio della terra,

cigno

di funesti lamenti[110].

Continua il poeta: «È dolce anche l’esilio sulla terra»[111]. E ancora:

Isole della terra… e mai giunga dolente a quelle rive e trovi

L’esilio tra gli uccelli tenebrosi[112].

Il tema dell’esilio terrestre è ben consolidato nella storia della letteratura italiana e straniera, e spazia da Baudelaire a Quasimodo. Proprio in quel periodo Matacotta si stava imbevendo di tutta la grande poesia francese da Baudelaire a Valéry, passando per Rimbaud: «La condizione d’esilio farà sì che nel testo vengano invocati i difficili punti di reintegrazione in una patria o pace cosmica ed esaltante pertanto le diverse immagini che partecipano alla dimensione dell’agognata purezza, anche se spesso tali immagini sono misurate dallo scacco umano per il loro utopico raggiungimento»[113].

La produzione poetica di Matacotta di quel periodo deve molto anche a Ungaretti: in lui le isole ungarettiane sorgenti di idillio acquisiranno una valenza mitica e mitologica, costituiranno punti d’approdo cosmici e celesti: «rosse isole»; «E voi cinte di rosee ire di venti, / isole della terra»; «Ardono i regni delle pie Comete, / l’isole prime delle stelle»[114]. Il bisogno di purezza, la continua ricerca del cosmico e del celeste; la sua ansia, il suo vivere la vita notturna che lo portavano a ricercare la pace e la tranquillità; dal 1945 in poi, anche i traumi lasciati dalla guerra: tutto questo mondo nei Poemetti si coagula in due immagini aeree costanti e onnipresenti, le nubi e gli uccelli. Le nubi sono presenti come costante termine di discorso[115]. Molto più complessa e articolata è la presenza degli uccelli: spesso si tratta di colombe, emblema di libertà, cristallizzate nei loro voli e movimenti. Gli uccelli, come ha osservato Verdino e in seguito Luzi[116], sono anche testimoni del dolore, che a volte si collega alla preghiera: «Un lamento d’uccelli chiusi in urne»[117]; «le colombe intonano il lamento»[118].

Matacotta nel 1948 pubblicò Naialuna[119], agile volumetto che raccoglieva i versi composti tra il 1941 e il 1942. Il giovane artigliere, ancora non consapevole ideologicamente, iniziò però a rendersi conto della potenza e dell’incisività della parola poetica. Come riporta Valentini, i versi di quest’opera testimoniano anzitutto un primo modo di resistere, non ancora con la maturità di Fisarmonica rossa, ma con la speranza di una resistenza individuale e doverosamente individualistica[120]: «Il poeta e la sua luna sopravvivono nel soldato e nella sua naia: ma sopravvivono al prezzo di un incipiente lacerazione»[121]. Il poeta vive un continuo scontro, quello tra il Paradiso della memoria[122] e l’inferno della guerra vissuto in Sardegna. I due temi leopardiani della giovinezza e del morto giovane[123], che a loro volta richiamano motivi legati a Catullo e a Foscolo[124], in Matacotta rivivono e si innestano nel motivo della tragedia della guerra e dell’inutile spreco di sangue giovane.

Tutta l’esperienza poetica di Matacotta fu incentrata sulla compresenza della dicotomia vita-morte, all’interno della contingenza di bene e male. In Naialuna il poeta non aveva ancora raggiunto un’autenticità autorevole, e le fonti vi emergono in filigrana: si va dal d’Annunzio panico a Pascoli, Gozzano, Montale, Garcia Lorca e Leopardi, passando per la concezione della memoria come luogo di conoscenza petrarchesca[125].

In Matacotta il tanto amato orfismo romantico ritornò con Ubbidiamo alla terra, raccolta pubblicata nel 1949[126] in cui rivive appieno tutto il suo amore per il romanticismo e per l’orfismo, da Novalis a Campana, da Fichte a Nietzsche, ma naturalmente risuonano rombanti anche Pascoli e Leopardi[127]. Però questa è soprattutto una poesia dei dilemmi e degli interrogativi sul senso della vita umana[128].

L’impegno politico in Matacotta iniziò a farsi sempre più presente a partire dagli inizi degli anni Cinquanta e ciò influenzò anche le sue scelte letterarie. Nel 1953 egli riunì nel Canzoniere di libertà tutte le sue opere di carattere politico e civile[129]. Inoltre, tornò allo pseudonimo di Francesco Monterosso, utilizzato per le sue prime comparsate in giornali e riviste. Cercò un macchinoso ritorno laboratoriale alle teorie del realismo socialista che in realtà si rivelò becero populismo. «Se le liriche di Fisarmonica rossa si salvavano proprio per la loro violenta soggettività, per quel loro riferirsi ad un nodo unico di emozioni e sensazioni che è l’individuo del poeta, le poesie del Canzoniere risultano velleitarie proprio nel volere aprirsi verso una simbolizzazione corale e collettiva della storia di un intero popolo»[130]. Da quel momento in poi, la voce del poeta iniziò a perdere di autenticità, senza più ritrovare quella solenne franchezza tanto lodata dai critici. Successivamente avrebbe ripiegato sulla narrazione dell’ambiente famigliare, ma quella nuova strada non fu apprezzata dalla critica, che in poco tempo lo fece sparire nell’anonimato.

Matacotta e il rapporto con gli intellettuali del Fermano

Matacotta ebbe sempre strettissimi rapporti con l’ambiente intellettuale fermano, sin dai tempi dell’Aleramo. Come già accennato, fu molto amico del poeta e pittore sangiorgese Acruto Vitali[131] che, assieme a Osvaldo Licini[132] e al grottese Ermenegildo Catalini[133], creò il circolo degli intellettuali antifascisti fermani. Entrarono a far parte del circolo anche Gino Nibbi[134], Elio Quintili[135] e lo stesso Matacotta[136]. A questi poi si aggiunsero anche quelli della generazione successiva: Alvaro Valentini, Luigi Dania, Luigi Crocenzi, Giuseppe Brunamontini, Giuseppe Morichetti, Gino Mecozzi, Giuliano Montanini, Giancarlo Silvetti e Luigi Di Ruscio[137].

Presso la Biblioteca civica “Romolo Spezioli” di Fermo è conservato l’Archivio Valentini, al cui interno è presente della documentazione inedita significativa anche per spiegare il rapporto di amicizia che Valentini stesso ebbe con Matacotta e per testimoniare che i giudizi sulle opere dei membri del gruppo circolavano spesso in epistole. A tal proposito è interessante il giudizio espresso da Valentini in una lettera a Vitali su La peste di Milano di Matacotta, datata 5 aprile 1975[138]:

Caro Acruto,

ti scrivo per avere uno dei tuoi fini giudizi su un mio articoletto (di poco conto, sai!), in particolare vorrei un tuo parere sul suo incipit che non poco mi turba, ecco qui: “L’introduzione di Fortini a La peste di Milano si apre con parole di rammarico per la sorte di Matacotta il quale ha conosciuto la notorietà da giovane e la dimenticanza del mondo in età matura. Rammarico opportuno per un discorso critico che viene, subito dopo, tracciato; e che potrebbe valere in sede polemica come un allarme affettuoso o una nota moralistica…” Dimmi, caro Acruto, forse troppo frettoloso gettarsi sul giudizio di Fortini? Meglio iniziare parlando di Fisarmonica rossa? Dammi un tuo giudizio.

Un caro saluto, Alvaro[139].

Interessanti sono anche le lettere con cui Licini stroncò nel 1942 i Poemetti. Infatti Matacotta, su suggerimento dell’Aleramo, nel 1942 inviò una copia dei Poemetti alla redazione della rivista «Valori Primordiali», il cui direttore, Franco Ciliberti, girò la richiesta a Licini, che era membro della redazione e conterraneo di Matacotta; Licini, però, con tre lettere bollò l’opera e non la recensì, definendola ricolma di leopardismo e «scolpita di un rettorico bolso»[140]. Probabilmente Matacotta non venne mai a sapere di tale giudizio, poiché Licini concluse la terza lettera con la raccomandazione a Ciliberti: «resti tra noi»[141].

Per continuare sulla linea del Matacotta inedito, sono significativi anche molti suoi giudizi presenti in Confessioni di un figlio della vecchia Europa[142], dattiloscritto esaminato da molti critici, che vi hanno percepito un tono di forte autocritica:

Dicevo, dolci piedi nudi, dolce legno del volto, dolce profondità di sguardi. A tal punto l’oppio della poesia addormenta. A tal punto i poeti sono ciechi raggomitolati in sé stessi come gatti. Deformano la verità del mondo drogandola con la musica. E la guerra divampa in Europa. Cessai di scrivere. Mi ribolliva dentro come un nuovo grumo di voci, detestavo adesso la grassa seriosa musicalità dei miei versi di prima, sentivo nuovi scatti. Tutto dentro di me prendeva il colore della collera, il ritmo rugginoso e sordo della ribellione[143].

Un Matacotta edito, ma sconosciuto ai più, è quello che troviamo in un acceso dibattito all’interno della storica rivista dell’Istituto Tecnico Industriale di Fermo, «Il Montani»[144]. Lo scambio di battute che si sviluppa a suon di articoli è con Giovanni Botturi, vicepreside dell’Istituto, e l’argomento è la didattica della lingua e della scrittura. In quegli anni gli articoli della rivista erano firmati dagli intellettuali di spicco del Fermano, da Luigi Dania a Raul Lunardi, passando per Alvaro Valentini, Francesco Maranesi e Marcello Seta.

Matacotta era un giovane insegnante di lettere di quell’Istituto. Botturi aveva una concezione della didattica ancorata agli stilemi primonovecenteschi, mentre Matacotta era per lo scrivere naturalmente, fuori da artifizi. Tra i due nei corridoi della scuola e nelle riunioni era intercorso qualche acceso confronto[145]. Tutte queste frizzanti diatribe vennero fissate su carta da Matacotta nella Lettera aperta al Prof. Botturi pubblicata nel numero 9 del 1949 del «Montani»: in essa si affrontano le questioni fondamentali dell’insegnamento della lingua italiana, dal concetto di forma estetica della scrittura al suo ruolo e valore sociale.

Per Matacotta la preoccupazione non risiede nelle aberrazioni ortografiche, ma nel fatto che gli studenti non abbiano la minima idea di come si componga un testo[146]. Essi non hanno la più pallida idea di come concepirlo, argomentarlo; hanno solo l’assurda convinzione che il tema sia semplicemente un incolonnamento di parole e la paura di non riuscire a riempire il foglio nella sua interezza: «Questo essi [gli studenti] credono che sia fare il tema: a forza di spasmi espulsivi rovesciare sopra il foglio bianco un ammasso informe di parole, come un feto… ne segue un’immagine pietosa e malinconicissima con l’impressione che stiano succedendo avvenimenti tenebrosi, ciascun alunno lotta con idre spaventose, ha gli occhi stralunati, e il cervello è inabissato in oscuri fondali marini, senza speranza di salvezza»[147]. Gli alunni pensano di dover trovare idee generiche, convenzionali, e cercano di impacchettarle con belle parole. Dei propri pensieri e ragionamenti non tengono conto e preferiscono copiare dal compagno piuttosto che metterci del proprio.

Secondo Matacotta, a questi alunni non è stato insegnato che le due ore di tema dovrebbero servire alla ricerca della verità per mezzo della scrittura. Il poeta fermano auspica che gli allievi si umanizzino e che non siano dei semplici tecnici. A Matacotta poco importa della forma, almeno a un primo livello; considera infatti il dialetto una forma più profonda di humanitas, la vera forma d’espressione dell’uomo, il suo ethos e il suo epos. Qui scopriamo un Matacotta nuovo, che ama i propri alunni e desidera che essi tirino fuori i loro veri sentimenti attraverso la scrittura; un Matacotta pedagogo, che si comporta un po’ come con lui aveva fatto l’Aleramo.

Secondo il poeta, i libri tecnici possono prosciugare l’uomo, allontanarlo dal suo vero nucleo vitale. Il ritorno all’humanitas dell’individuo è un dovere civile post bellico, e l’humanitas può essere ritrovata e ricercata solo nella libertà[148]. Ogni regime, come in Italia il fascismo, «svuota l’individuo della sua unicità di pensiero»[149]. Per esprimerla servono la parola e la poesia, che debbono essere scevre degli artifizi tecnici tanto apprezzati da Botturi. Quella di Matacotta è una posizione tutta protesa verso l’autenticità assoluta e la pregnanza del tema. In questo senso, come già detto in precedenza, egli fu così sincero con sé stesso da autocriticarsi, quando, rileggendosi, non sentì la propria scrittura autentica[150]. Questo per Matacotta era quasi da considerarsi un testamento intellettuale ai suoi alunni: il testamento di un grande poeta che non fu mai realmente apprezzato dalla critica in età matura e sul quale resta ancora molto da dire.

  1. Per questa prima parte della biografia si veda: A. Mastropasqua, Matacotta, Franco, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 72, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 2008; G. Martinelli, Dizionario biografico di personaggi del Fermano, Fermo, Andrea Livi editore, 2021, pp. 220-21; Matacotta Franco, in siusa.archivi.beniculturali.it, Sistema Informativo Unificato per le Soprintendenze Archivistiche (cfr. l’URL: https://siusa.archivi.beniculturali.it/cgi-bin/siusa/pagina.pl?TipoPag=prodpersona&Chiave=61745&RicSez=produttori&RicFrmRicSemplice=matacotta&RicVM=ricercasemplice; ultima consultazione: 31 gennaio 2024); L. Martellini, Franco Matacotta, Firenze, La nuova Italia, 1981, pp. 5-12.
  2. S. Aleramo, Dal mio diario. 1940-44, Roma, Tumminelli, 1945, p. 22.
  3. Per il rapporto che ebbe con l’Aleramo si veda: G. Armandi, Franco Matacotta: il poeta e l’uomo, in Omaggio a Matacotta, a cura di Luigi Martellini, Fermo, Tipolitografica Fermana, 1982, p. 27; D. Pupilli, Carte fermane: Figure e aspetti della cultura fermana contemporanea, Fermo, Andrea Livi editore, 2021, pp. 173-75; S. Aleramo, Diario di una donna: inediti 1945-1960, Milano, Feltrinelli, 1980, p. 476; G. Mecozzi, Conoscere il poeta, inserto dedicato a Franco Matacotta, in «Garofano Rosso», anno III, n. 3, 17/11/1977.
  4. D. Campana, Taccuino, a cura di Franco Matacotta, Fermo, Edizioni Amici della Poesia, 1949.
  5. D. Pupilli, Carte fermane: Figure e aspetti della cultura fermana contemporanea, Fermo, Andrea Livi editore, 2021, p. 173.
  6. S. Aleramo, Diario di una donna: inediti 1945-1960, Milano, Feltrinelli, 1980, p. 27.
  7. S. Aleramo, Dal mio diario 1940-1944, op. cit., p. 320.
  8. S. Aleramo, Diario di una donna: inediti 1945-1960, op. cit., p. 236.
  9. S. Aleramo, Una donna, Roma, La Biblioteca di Repubblica, 2003, p. 110.
  10. F. Matacotta, Poemetti (1936-1940), Roma, Edizioni di Prospettive, 1941.
  11. Sui suoi primi poemetti si veda G. Manacorda, I due modi della parola di Matacotta, in Omaggio a Matacotta, a cura di Luigi Martellini, Fermo, Tipolitografica Fermana, 1982, p. 11.
  12. Per tutto ciò che riguarda Matacotta durante la guerra e nel periodo postbellico sino agli inizi degli anni Cinquanta, si veda C. Verducci, Franco Matacotta testimone del suo tempo, in Franco Matacotta poeta dell’impegno civile e politico, Fermo, Andrea Livi editore, 2018, pp. 7-15.
  13. F. Matacotta, Fisarmonica rossa, Roma-Milano, Darsena, 1945. Questa fu una delle prime opere pubblicate in Italia che andò a raccontare e mitizzare l’epopea della Resistenza.
  14. Per il giudizio su Fisarmonica rossa ci si rifà a quelli recentissimi di Luzi e Pupilli, mentre Valentini in un primo momento non accolse l’opera entusiasticamente. Parlando dell’evoluzione poetica di Matacotta, esprime un giudizio molto favorevole sull’opera anche Manacorda in Introduzione a F. Matacotta, La lepre bianca, Ancona, Il lavoro editoriale, 1999, p. 5.
  15. C. Verducci, Franco Matacotta testimone del suo tempo, op. cit., p. 7; F. Cavatassi, Comunisti nel dopoguerra. Memorie e biografie dei militanti del Piceno, in «I quaderni. Trimestrale dell’Istituto Gramsci Marche», n. 15/16, 1996, p. 70.
  16. Come anticipato, Alvaro Valentini inizialmente fu un po’ titubante, ma riconsiderò la raccolta negli anni successivi.
  17. F. De Nicola, Prefazione a F. Matacotta, Poemetti, Milano, Viennepierre, 1998, p. 10.
  18. A. Luzi, Introduzione a F. Matacotta, La lepre bianca, a cura di A. Luzi, Milano, Feltrinelli, 1982, p. 24.
  19. F. Fortini, Introduzione a F. Matacotta, La peste di Milano e altri poemetti, Ancona, L’Astrogallo, 1975, p. 10.
  20. Tale giudizio è presente in due lettere inedite di Alvaro Valentini, una del febbraio del 1946 e una del luglio 1948, entrambe conservate presso l’Archivio del fondo Valentini della Biblioteca civica “Romolo Spezioli” di Fermo, faldone n. 51.
  21. A. Valentini, Il Leopardismo di Franco Matacotta, in Franco Matacotta, Atti del convegno di studi di Bergamo 1987, a cura di G. Morelli, Bergamo, Cooperativa Studium Bergomense, 1987, p. 72.
  22. Ivi, p. 71.
  23. M. Petrucciani, Leopardi nelle poetiche e nei poeti dell’ultimo trentennio, in Leopardi e il Novecento. Atti del II convegno internazionale di Studi Leopardiani, Recanati 2-3 ottobre 1972, Firenze, Olschki, 1974, p. 174.
  24. Egli riporta tali osservazioni non solo negli Atti del convegno ma anche in M. Petrucciani, Segnali e archetipi della poesia: studi di letteratura contemporanea, Milano, Mursia, 1974, p. 32.
  25. M. Petrucciani, Leopardi nelle poetiche e nei poeti dell’ultimo trentennio cit., p. 174.
  26. G. Leopardi, Saggio sopra gli errori popolari degli antichi, Firenze, F. Le Monnier, 1848.
  27. F. Matacotta, La lepre bianca, a cura di A. Luzi, op. cit., p. 176.
  28. A. Valentini, Il Leopardismo di Franco Matacotta, op. cit., p. 71.
  29. Ivi, pp. 72-73.
  30. A. Mastropasqua, Franco Matacotta, in Dizionario Biografico degli Italiani, op. cit.
  31. Ibidem.
  32. F. Matacotta, Ubbidiamo alla terra, Rieti-Roma, Edizioni del Girasole, 1949.
  33. A. Valentini, Il Leopardismo di Franco Matacotta cit., p. 75.
  34. F. Matacotta, Canzoniere di libertà, Roma, La nuova strada, 1953.
  35. F. Matacotta, I mesi, con prefazione di F. Flora, Milano, Schwarz, 1956.
  36. F. Matacotta, Versi copernicani, Firenze, Vallecchi, 1957.
  37. A. Mastropasqua, Franco Matacotta, in Dizionario Biografico degli Italiani cit.
  38. Il Regio istituto tecnico industriale di Fermo sorse nel 1854 come Opera pia grazie a un lascito testamentario del conte Gerolamo Montani. L’Opera pia immediatamente dopo l’Unità si trasformò in scuola di Arti e Mestieri per le Marche grazie all’interessamento del sindaco di Fermo Ignazio Trevisani e dell’architetto Giovanbattista Carducci. Nel 1863, per portare la scuola a livelli d’avanguardia in campo nazionale nell’ambito dell’istruzione tecnica, fu chiamato a dirigerla l’ingegnere Ippolito Langlois, proveniente dal Conservatoire national des arts et métiers di Parigi e allievo di Arthur Morin. Egli trapiantò a Fermo i metodi delle “Écoles d’Arts et Métiers” francesi e nel 1884 trasformò la scuola in Regio istituto industriale. Tra i docenti illustri dell’istituto si ricordano il fisico Giovanni Giorgi a cui si deve un progetto di nuove Officine, in realtà mai realizzate, e il matematico Ciamberlini. Si veda: ITI Montani, Fermo – 150: Scuola tecnica & società moderna, catalogo a cura di Guglielmina Rogante; testi di Bruno Belhoste et al.; contributi alla sezione strumenti di Luigi Angelici et al.; con la collaborazione di Giuseppe Calcinaro, Fermo, Comune di Fermo, 2004.
  39. A. Mastropasqua, Franco Matacotta, in Dizionario Biografico degli Italiani cit.; C. Verducci, Franco Matacotta, op. cit., p. 14.
  40. Sul rapporto con l’insegnamento al Montani e gli altri intellettuali presenti nella scuola si veda: G. Rogante, Franco Matacotta al Montani: una discussione sull’insegnare la lingua italiana, in Franco Matacotta poeta dell’impegno civile e politico, Fermo, op. cit., pp. 39-49.
  41. Massimo fu ritrovato impiccato: non si è mai chiarito se fosse stato un suicidio o un gioco finito in tragedia.
  42. C. Verducci, Franco Matacotta, op. cit., p. 14; M. Temperini, Tra la perduta gente: il giovane Matacotta a Fermo, in Franco Matacotta poeta dell’impegno civile e politico, op. cit., pp. 17- 21. Tra la gente fermana che visse quell’epoca, il suicidio/incidente del figlio di Matacotta fu sempre visto come una mancanza della figura paterna, poco presente.
  43. F. Fortini, Introduzione a F. Matacotta, La peste di Milano e altri poemetti, Ancona, L’ Astrogallo, 1975, p. 10.
  44. A. Mastropasqua, Franco Matacotta, in Dizionario Biografico degli Italiani cit.; C. Verducci, Franco Matacotta cit., pp. 13-15.
  45. A. Mastropasqua, Franco Matacotta, in Dizionario Biografico degli Italiani cit.
  46. F. Fortini, Introduzione cit., p. 9.
  47. A. Luzi, La poetica di Franco Matacotta tra ribellione e tradizione, in Franco Matacotta. Atti del convegno di studi, op. cit., p. 19.
  48. L. Dolfi, Il suono della fisarmonica, in Franco Matacotta. Atti del convegno di studi, op. cit., pp. 51-70.
  49. Ivi, p. 51.
  50. F. Matacotta, Fisarmonica rossa, Urbino, 4 venti, 1980, pp. 47-48.
  51. L. Dolfi, Il suono della fisarmonica cit., p. 51: cfr. A. Valentini, Il Leopardismo di Franco Matacotta cit., p. 78.
  52. F. Matacotta, La lepre bianca, op. cit., p. 101.
  53. L. Dolfi, Il suono della fisarmonica cit., p. 52.
  54. Archivio di Emma Marini Matacotta: F. Matacotta, Confessione di un figlio della vecchia Europa, romanzo inedito, p. 454.
  55. L. Dolfi, Il suono della fisarmonica cit., pp. 52, 56.
  56. C. Verducci, Franco Matacotta cit., p. 18.
  57. L. Spurio, Un corpo pieno di mosche, morte e cecità. Il partigiano annientato in Fisarmonica rossadi Franco Matacotta, in Blog di Letteratura e Cultura, 27/01/2016, https://blogletteratura.com/2016/01/27/il-partigiano-annientato-in-fisarmonica-rossa-di-franco-matacotta-a-cura-di-lorenzo-spurio/ (ultima consultazione: 31 gennaio 2024).
  58. F. Matacotta, Fisarmonica rossa, op. cit., p. 41.
  59. L. Spurio, Un corpo pieno di mosche, morte e cecità. Il partigiano annientato in Fisarmonica rossadi Franco Matacotta, art. cit.
  60. A. Luzi, La poetica di Franco Matacotta tra ribellione e tradizione cit., p. 14.
  61. L. Spurio, Un corpo pieno di mosche, morte e cecità. Il partigiano annientato in Fisarmonica rossadi Franco Matacotta, art. cit.
  62. Archivio di Emma Marini Matacotta: F. Matacotta, Confessione di un figlio della vecchia Europa, romanzo inedito, p. 471.
  63. L. Dolfi, Il suono della fisarmonica cit., p. 54.
  64. Ibidem; cfr. anche A. Valentini, Il Leopardismo di Franco Matacotta cit., p. 78.
  65. Ibidem.
  66. L. Dolfi, Il suono della fisarmonica cit., p. 55; L. Mattner, L’espressionismo, Bari, Laterza, 1975, pp. 28-29.
  67. Archivio famiglia Matacotta: F. Matacotta, Passeggiata romana, inedito, pp. 5-6.
  68. L. Mattner, L’espressionismo, op. cit., p. 43.
  69. Ivi, p. 46.
  70. F. Matacotta, Fisarmonica rossa, op. cit., p. 16.
  71. Ivi, pp. 21-22.
  72. L. Dolfi, Il suono della fisarmonica cit., p. 56.
  73. Ibidem; sul fallimento del santo si veda anche A. Valentini, Il Leopardismo di Franco Matacotta cit., p. 79.
  74. L. Dolfi, Il suono della fisarmonica cit., p. 57.
  75. In particolare: A. Luzi, Introduzione a F. Matacotta, La lepre bianca, op. cit. e A. Luzi, La poetica di Franco Matacotta tra ribellione e tradizione cit., pp. 18-20.
  76. A. Luzi, La poetica di Franco Matacotta tra ribellione e tradizione cit., p. 19.
  77. Archivio di Emma Marini Matacotta: F. Matacotta, Confessione di un figlio della vecchia Europa, romanzo inedito cit., p. 28.
  78. Cfr. R. Renzi, Acruto Vitali: dalla poesia alla pittura, in «Letteratura e Pensiero», n. 16, aprile-giugno 2023, pp. 231-36.
  79. A. Luzi, La poetica di Franco Matacotta tra ribellione e tradizione cit., p. 20; S. Verdino, Immagini e archetipi nei Poemetti di Matacotta, in Franco Matacotta. Atti del convegno di studi, op. cit., pp. 37-50.
  80. A. Luzi, La poetica di Franco Matacotta tra ribellione e tradizione, op. cit., p. 20.
  81. A. Valentini, Il Leopardismo di Franco Matacotta cit., p. 82.
  82. S. Aleramo, Dal mio diario 1940-1944, op. cit., p. 321.
  83. Ibidem.
  84. A. Luzi, La poetica di Franco Matacotta tra ribellione e tradizione cit., p. 20.
  85. F. Matacotta, Poemetti, Roma, Edizioni di Prospettive, 1941. Raccoglie le liriche che vanno dal 1936 al 1940.
  86. A. Luzi, La poetica di Franco Matacotta tra ribellione e tradizione cit., pp. 20-21.
  87. S. Verdino, Immagini e archetipi nei Poemetti di Matacotta cit.
  88. F. Matacotta, Poemetti, op. cit.
  89. S. Verdino, Immagini e archetipi nei Poemetti di Matacotta cit., p. 37.
  90. Ibidem. Valéry esercitò una profonda suggestione al tempo dei Poemetti. Scrisse Matacotta nel romanzo inedito Le confessioni di un figlio della vecchia Europa: «Ero ormai incatenato in questa foresta di simboli nella quale Bella (l’Aleramo) aveva avuto l’astuzia di affidarmi la parte di protagonista. Ero come l’organizzatore di quella vasta officina di sensazioni fisiche, quasi avessi avuto dalla mia epoca il compito di raccogliere e registrare in un archivio tutte le emozioni spirituali e casuali di una generazione in sfacelo già prossima a perire. Cimitero marino, è questo il titolo più appropriato di quella nostra rappresentazione caprese? Leggevamo allora Valéry. Mi estasiavo dinanzi al Fragment du Narcisse. Bevevo quella luce grigiodorata dei versi di Charmes simile alla luce d’autunno delle epigrafi tombali. Il medesimo freddo luccicore dei pini il medesimo ronzio di api e vespe, mentre la Jeune Parque mi chiamava diritta sulle soglie del secolo ventesimo scaldando al sole il suo funebre sesso divoratore come un ultimo esemplare di umanità femminile gravida di 100 anni di esperienze e vittorie senza più segreti da offrire».
  91. A. Luzi, La poetica di Franco Matacotta tra ribellione e tradizione cit., p. 23; cfr. S. Verdino, Immagini e archetipi nei Poemetti di Matacotta cit., p. 37.
  92. F. Matacotta, Poemetti, op. cit., p. 22.
  93. Questo appunto si trova su un foglietto sciolto dell’Archivio di Emma Marini Matacotta.
  94. S. Aleramo, Un amore insolito, Milano, Feltrinelli, 1979, p. 36.
  95. Ivi, pp. 36-38.
  96. S. Verdino, Immagini e archetipi nei Poemetti di Matacotta cit., p. 38. Cfr. anche: «Io vissi come per un mirabile delirio in zone abitate dall’acqua dai raggi delle rupi e del fuoco, simile a un vagante uccello», tratto da un foglio sciolto dell’Archivio di Emma Marini Matacotta.
  97. F. Matacotta, Poemetti, op. cit., p. 3.
  98. A. Luzi, La poetica di Franco Matacotta tra ribellione e tradizione cit., p. 25; cfr. S. Verdino, Immagini e archetipi nei Poemetti di Matacotta cit., p. 39.
  99. Anche a un critico fine come Jacobbi, che ebbe sempre grande simpatia per Matacotta, sfuggì completamente tale elemento.
  100. A. Luzi, La poetica di Franco Matacotta tra ribellione e tradizione cit., p. 24.
  101. F. Matacotta, Poemetti, op. cit., p. 16.
  102. Ivi, p. 39.
  103. Ivi, p. 31.
  104. Per le leggende dei monti sibillini e il folklore rurale a esse legato si rimanda agli studi di Diego Mecenero, esperto di francescanesimo e folklore nel sud delle Marche.
  105. S. Verdino, Immagini e archetipi nei Poemetti di Matacotta cit., p. 40. Cfr. per Fisarmonica rossa L. Spurio, Un corpo pieno di mosche, morte e cecità. Il partigiano annientato in Fisarmonica rossa di Franco Matacotta, op. cit.
  106. F. Matacotta, La lepre bianca, Roma, Nuove edizioni italiane, 1946, p. 12.
  107. F. Matacotta, Poemetti, op. cit., p. 19.
  108. S. Verdino, Immagini e archetipi nei Poemetti di Matacotta cit., p. 40; cfr. A. Valentini, Il Leopardismo di Franco Matacotta cit., p. 82.
  109. F. Matacotta, Poemetti, op. cit., p. 38.
  110. Ivi, p. 19.
  111. Ivi, p. 50.
  112. Ivi, p. 59.
  113. S. Verdino, Immagini e archetipi nei Poemetti di Matacotta cit., p. 41.
  114. F. Matacotta, Poemetti, op. cit., pp. 51, 59, 63.
  115. S. Verdino, Immagini e archetipi nei Poemetti di Matacotta cit., pp. 41-42.
  116. Ivi, p. 42; cfr. A. Luzi, La poetica di Franco Matacotta tra ribellione e tradizione cit., p. 24.
  117. F. Matacotta, Poemetti, op. cit., p. 43.
  118. Ivi, p. 63.
  119. F. Matacotta, Naialuna, Fermo, Amici della Poesia, 1948.
  120. A. Valentini, Il Leopardismo di Franco Matacotta cit., p. 83; cfr. A. Luzi, La poetica di Franco Matacotta tra ribellione e tradizione cit., p. 27.
  121. A. Valentini, La poesia di Franco Matacotta, in «Piceno», II, 2 dicembre 1978, pp. 7-29.
  122. All’interno c’è un frammento tradotto del Paradiso perduto di Milton. Cfr. A. Luzi, La poetica di Franco Matacotta tra ribellione e tradizione cit., p. 28.
  123. Richiamo del bambino Milis.
  124. A. Valentini, La poesia di Franco Matacotta, art. cit. Cfr. A. Luzi, La poetica di Franco Matacotta tra ribellione e tradizione cit., p. 28.
  125. A. Valentini, Il Leopardismo di Franco Matacotta cit., p. 86; A. Valentini, La poesia di Franco Matacotta cit., p. 12; cfr. A. Luzi, La poetica di Franco Matacotta tra ribellione e tradizione cit., p. 28.
  126. F. Matacotta, Ubbidiamo alla terra, Roma, Edizioni del Girasole, 1949.
  127. A. Luzi, La poetica di Franco Matacotta tra ribellione e tradizione cit., pp. 28-29. Come riportato da Luzi, il naturalismo misterico pascoliano è costantemente filtrato dall’accordo tra natura e cultura leopardiano.
  128. «Perché ti chiamo?»; «Per chi risplendi tu, fuoco del sole?»; «Per chi brilli, fiore?»; «Per chi sei fatto sole?»; «Per chi sospiri tu, vetro di voce? Questo mare di sangue, perché sole?»: F. Matacotta, Ubbidiamo cit., rispettivamente alle pp. 6; 9; 13; 35; 41; 45; 52.
  129. F. Matacotta, Canzoniere di libertà, Roma, La nuova strada, 1953.
  130. A. Luzi, La poetica di Franco Matacotta tra ribellione e tradizione cit., p. 29
  131. R. Renzi, Acruto Vitali: dalla poesia alla pittura, art. cit.
  132. R. Renzi, Nota critica su Osvaldo Licini, in «Avanguardia rivista di letteratura contemporanea», n. 77, 2022.
  133. R. Renzi, Osvaldo Licini: la sua terra, la malinconia e la follia, in «Progetto Babele», 17/09/2023.
  134. A. Luzi, Gino Nibbi: Lettere dall’Australia. Uno scrittore marchigiano tra emigrazione e nomadismo, in Le Marche fuori dalle Marche: migrazioni interne ed emigrazioni all’estero tra 18° e 20° secolo. Atti del Convegno internazionale organizzato dall’Istituto di storia economica e sociologia dell’Università di Ancona: Fabriano 20 e 21, Fermo 21 e 22 marzo 1997, a cura di E. Sori, voll. 3, Ancona, Proposte e ricerche, 1998, pp. 940-54.
  135. O. Rossi, L’immaginario architettonico di Elio L. Quintili, L’Aquila, Angelus novus, 1993.
  136. Sul contesto culturale fermano di quegli anni si veda: D. Pupilli, Fermo è piccola, antica città, in Carte Fermane, Fermo, Andrea Livi editore, 1992, pp. 17-38.
  137. A. Luzi, Un cenacolo di politica e cultura in provincia, in «Quaderni Gramsci Marche», 22/23, 1997, pp. 49-66.
  138. Il giudizio presente fu poi in parte pubblicato in A. Valentini, Franco Matacotta: La peste di Milano e altri poemetti, in «Rapporti», n. 9, 1976, pp. 731-34.
  139. Biblioteca civica “Romolo Spezioli” di Fermo, Fondo Valentini, Archivio Valentini, faldone 36.
  140. Le tre lettere sono nell’Archivio Ciliberti della Biblioteca di Como, lettere del 1°, 8 e 30 aprile 1942. Ringrazio i colleghi della Biblioteca di Como che mi hanno inoltrato le digitalizzazioni.
  141. Archivio Ciliberti della Biblioteca di Como, lettera del 30 aprile 1942.
  142. Archivio di Emma Marini Matacotta: F. Matacotta, Confessione di un figlio della vecchia Europa, romanzo inedito cit.
  143. Ivi, p. 24.
  144. La rivista nasce nel 1888 con il titolo «Eco degli antichi alunni», cambia diversi nomi nel corso della sua storia, nel 1940 si interrompe per mancanza di carta e nel 1949 ricomincia a essere stampata.
  145. G. Rogante, Franco Matacotta al Montani, in Franco Matacotta poeta dell’impegno civile e politico, a cura di C. Verducci, op. cit., p. 43.
  146. F. Matacotta, Lettera aperta al Prof. Botturi, in «Il Montani», n. 9, dicembre 1949. Gli studenti scrivono “l’ectio” al posto di “lectio” o “la rida” al posto dell’“arida”.
  147. F. Matacotta, Lettera aperta al Prof. Botturi cit.
  148. Ibidem.
  149. Ibidem.
  150. Archivio di Emma Marini Matacotta: F. Matacotta, Confessioni di un figlio della vecchia Europa, inedito cit., pp. 28-32.
  151. Istruttore direttivo presso la Biblioteca civica “Romolo Spezioli” di Fermo.

(fasc. 51, 15 marzo 2024, vol. II)