«Bracconiere di ricordi». Memoria e oblio in Gesualdo Bufalino

Author di Claudia Carmina

Il rogo dei ricordi

Ai funerali di Marta non volli assistere. Bensì al bruciamento delle cose di lei nel forno crematorio della Rocca. Il Magro era al mio fianco, e insieme seguimmo con lo sguardo le vestali, le babbucce, i tutù della sua cassapanca d’attrice, spinti dall’attizzatoio dell’infermiere a pigiarsi nella cavità del congegno, ardere, crepitare, incenerirsi. Anche un mazzetto di foto, che avrei preteso di risparmiare, seguì la medesima sorte, e fra le molte – dove era lei sulle ginocchia di un oberleutnant in uniforme, con una dedica dietro “a Garance”, firmata Von Tizio o Von Caio – m’inferse una fitta di baionetta nel ventre, mentre s’attorcigliava fra le fiamme e il Gran Magro la commentava (essendo che in lui ogni cosa, apoteosi o rovina, era sempre dannata, a travestirsi in parole di libri) con una citazione di cui solo dopo mi parve di poter cogliere il senso: «così s’osserva in lor lo contrappasso»[1].

Questo brano è tratto dal sedicesimo capitolo di Diceria dell’untore. Marta è morta; l’io narrante e il dottore assistono al rogo delle cose che le sono appartenute. Tutto il passato della donna brucia in un istante e si riduce a un mucchietto di polvere annerita. Esce così di scena la «ciarliera Sciarazada», la «Sirena», la «Regina»[2] sacrificata nel gioco di vita e di morte che si conduce sulla scacchiera del romanzo. Con lei scompare la memoria di ciò che ha vissuto. Il lettore è costretto a una resa. Non potrà più districare la verità dalla menzogna, né distinguere i ricordi reali dalle «ipotesi di vite inesistite»[3], dai racconti di altre vite possibili che Marta ha mescolato alle sue memorie. La verità non è più raggiungibile. L’ambiguità diventa strategia narrativa: Bufalino allude, suggerisce, ma non svela. Continua a leggere «Bracconiere di ricordi». Memoria e oblio in Gesualdo Bufalino

(fasc. 40, 5 ottobre 2021)

Il cavaliere presbite. Bufalino il Meschino?

Author di Davide Savio

Prima dell’edizione Bompiani del 1993, Il Guerrin Meschino esce con una piccola sigla di Catania, Il Girasole di Angelo Scandurra. È sostanzialmente una plaquette, non venale, di sole 77 pagine, che viene stampata con una tiratura limitata a 399 esemplari: una strenna natalizia, di fatto, dichiaratamente allestita «solo per gli amici»[1]. Si tratta di una prassi cui Bufalino si affida spesso[2], ma qui la scelta diventa ancora più significativa perché il libro riveste per il suo autore un preciso valore privato e insieme testamentario. Una funzione che si trova confermata nell’ottobre del 1993, dopo l’uscita del volume Bompiani, quando Bufalino si decide addirittura a presentare Il Guerrin Meschino al pubblico di Comiso. In un’intervista dice, infatti: «Io non ho mai presentato libri miei prima d’ora, nemmeno a Comiso. Questo però penso sia il mio ultimo libro (salvo la pubblicazione di inediti che potranno venir fuori in seguito) e vuole essere una specie di saluto e di commiato alla mia carriera e anche alla mia città; e agli amici», di nuovo, «che mi hanno accompagnato negli anni»[3]. Continua a leggere Il cavaliere presbite. Bufalino il Meschino?

(fasc. 40, 5 ottobre 2021)

La poetica dell’oggetto: un’ipotesi d’incontro fra Rilke e Calvino

Author di Valentina Franco

Malgrado la distanza che separa il lavoro di Rilke da quello di Calvino, è possibile identificare delle linee di ricerca comuni che si sviluppano intorno al rapporto soggetto-oggetto. Questo rapporto è stato complicato dall’avvento dell’industrializzazione che ha sovvertito il sistema di significazione tradizionale, imponendo nuovi ripensamenti sia dal punto di vista conoscitivo sia da quello artistico. Le vicende esistenziali dei due autori si collocano all’interno di una fase che comprende, oltre alle due grandi guerre, un’accelerazione sregolata dei sistemi di produzione e di comunicazione. La pluralità che configura quest’epoca è dominata dall’eclettismo e da «un eccesso di cultura troppo varia e troppo rapidamente assimilata»[1]. Continua a leggere La poetica dell’oggetto: un’ipotesi d’incontro fra Rilke e Calvino

(fasc. 39, 31 luglio 2021)

Sciascia classico o dell’ufficio della letteratura come agone conoscitivo

Author di Domenico Calcaterra

È quasi inevitabile chiedersi cosa ancora sia possibile dire intorno a Leonardo Sciascia, lo scrittore del secondo Novecento italiano che forse più di ogni altro sembra essere stato studiato dietro ogni prospettiva critica: l’antropologo e il mafiologo; il saggista; il critico; l’editore talent scout; il giornalista; il rapporto con i suoi padri e il pantheon dei suoi lari (gli scrittori che hanno agito da bussola, in qualche modo, per lo scrittore di Racalmuto) ecc. Continua a leggere Sciascia classico o dell’ufficio della letteratura come agone conoscitivo

(fasc. 39, 31 luglio 2021)

L’ “Eracle 13” di Heiner Müller, ossia andare contro la discendenza umana

Author di Roberto Interdonato

La fine del dramma

Il testo che si intende brevemente analizzare nel presente articolo è Eracle 13 (nell’originale, Herakles 13) di Heiner Müller (1929-1995)[1]. Müller lo scrisse nel 1991, come ricorda la data alla fine della composizione, e lo pubblicò sulla rivista «Sinn und Form», nel primo quaderno del 1992. Continua a leggere L’ “Eracle 13” di Heiner Müller, ossia andare contro la discendenza umana

(fasc. 39, 31 luglio 2021)

Se il tempo diventa spazio. L’esilio è nella memoria secondo Adam Zagajewski

Author di Sebastiano Triulzi

Può capitare che più ci immergiamo nel tempo e più il tempo si spazializza, diventa cioè, incredibilmente, spazio. Il nostro tempo perduto – una città o una casa in cui abbiamo trascorso gli anni passati, un certo periodo della nostra vita, ecc. –, via via che si distanzia dal presente, vede aumentare le possibilità di trasformarsi in spazio, in un luogo che forse non è più propriamente “reale”, ma nel quale vogliamo e dobbiamo continuare ad abitare come in una sorta di esilio volontario. Tutte le generazioni faranno o hanno fatto questo tipo di esperienza, perché più si invecchia più il tempo diventa spazio e, così come forse sta accadendo ai nostri nonni o ai nostri padri, sicuramente accadrà un giorno anche a noi di osservare come, ad esempio, la città in cui siamo nati e cresciuti si distanzi da quella in cui continuiamo a vivere, pur essendo la stessa; e, al medesimo tempo, come di quello spazio perduto finiamo in un certo senso, e in alcuni casi in modo quasi esclusivo, per essere prigionieri. Questa dimensione, che per altri è invisibile, ai nostri occhi, una volta che vi entriamo, pare al contrario raggiungibilissima e, sebbene non si mostri sovrapponibile al procedere anche banale dell’esistenza quotidiana, è ugualmente, visceralmente, concreta, è sempre presente. Un desiderio fortissimo ci sospinge ad abitare questo spazio così a lungo alimentato dai ricordi e dalla nostalgia, pieno di spiriti e di ombre del passato, continuamente reimmaginato e per questo purissimo: è un po’ quello che sostiene Baudelaire nella poesia Il cigno: che, anche se Parigi cambia in continuazione, tutte le strade sono nel suo cuore, perché egli conserva in segreto ancora la vecchia Parigi, conserva anche, soprattutto, ciò che è andato perduto. Continua a leggere Se il tempo diventa spazio. L’esilio è nella memoria secondo Adam Zagajewski

(fasc. 39, 31 luglio 2021)

Le novelle di Verga tra continuità e innovazione letteraria. Il caso di “Nedda”

Author di Dario Stazzone

La critica ha progressivamente ridimensionato il valore di «svolta» letteraria attribuito a Nedda, il «bozzetto siciliano» che Verga ha scritto durante il soggiorno milanese e ha dato alle stampe nel giugno 1874. Tra i primi esegeti dell’opera verghiana che hanno messo in evidenza il significato della novella, lo scarto di contenuto rispetto alla precedente produzione narrativa e la scoperta di un nuovo filone letterario, vi è Luigi Capuana[1]. La posizione del menenino ha segnato la storia della critica verghiana. Eppure già un saggio capitale come Verga e il naturalismo di Giacomo Debenedetti non mancava di confutare, nelle pagine dedicate a Nedda, l’idea capuaniana di una netta cesura, di una «svolta» improvvisa[2], sottolineando invece l’esistenza di una serie di rinvii sottili e spesso inconsci che facevano da ponte tra l’opera precedente e le future scelte dell’autore: «Anche noi siamo d’accordo che la serie dei capolavori verghiani – o per lo meno la maturità dell’opera del Verga – debba farsi iniziare con Nedda, bozzetto siciliano, anche se Nedda non è ancora un capolavoro»[3]. Continua a leggere Le novelle di Verga tra continuità e innovazione letteraria. Il caso di “Nedda”

(fasc. 39, 31 luglio 2021)

Contronarrazione, romanzo e soggettività. Appunti per una nuova alleanza

Author di Alessandro Gaudio

Nella cronaca del Nord gli uomini agiscono in silenzio, fanno la guerra, concludono la pace, ma non dicono (né la cronaca aggiunge) perché essi fanno la guerra, per quali ragioni fanno la guerra, per quali ragioni fanno la pace; in città, alla corte del principe, non c’è nulla da sentire, tutto è silenzioso; tutti siedono a porte chiuse e deliberano per loro conto; poi le porte si aprono, gli uomini escono per apparire sulla scena, vi compiono un’azione qualunque, ma agiscono in silenzio[1].

Oggi la voce “contronarrazione” (o “narrazione alternativa”) è abbastanza diffusa nel linguaggio giornalistico[2], ma complessivamente ancora poco attestata nell’uso, tanto che non è presente su nessuno dei principali dizionari di italiano[3]. Ad ogni modo, una rapida rassegna lessicografica consente di fornire una definizione di massima del lemma come critica avvertita e competente di tutte le forme di potere, sperequazione, sfruttamento, repressione e violenza sociale e di genere, compresi i miti, i falsi idoli, i pregiudizi, il conformismo e l’alienazione. “Contronarrazione”, perciò, come messaggio che offre un’alternativa, anche sul piano lessicale, alla propaganda o come modo differente per decostruire o delegittimare la narrazione dominante attraverso una sintesi concreta, priva di infingimenti e non semplicemente reattiva. Mi sembra, infatti, che il vocabolo, per quanto debba essere considerato come contestazione e netta contrapposizione rispetto a “narrazione”, termine antinomico ma non del tutto antitetico, di questo conservi la struttura e gli aspetti più schiettamente affabulatori e analitici. Continua a leggere Contronarrazione, romanzo e soggettività. Appunti per una nuova alleanza

(fasc. 39, 31 luglio 2021)

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Il “romanzo di famiglia” nella narrativa di Edoardo Calandra, da “Reliquie” alla “Bufera”

Author di Monica Lanzillotta

Le opere di Edoardo Calandra, pervase dall’ossessione della perdita della madre (Malvina Ferrero muore quando Edoardo ha soli sei anni) e dal complesso edipico[1], sono tutte ascrivibili al Familienroman[2] e, tra di esse, quelle che possono essere considerate “romanzi di famiglia” sono: Reliquie (1883), I Lancia di Faliceto (1886), La contessa Irene (1889), Il tesoro (racconto di Vecchio Piemonte, 1905), A guerra aperta (1906) e La bufera (1911).

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(fasc. 39, 25 giugno 2021)

Le responsabilità del romanzo. A proposito di un recente studio

Author di Gian Paolo Caprettini

− Non m’intendo di romanzi, disse il signor Touchett.
− Sono convinto che i romanzi siano fatti con grande abilità, ma suppongo che non siano molto fedeli
(H. James, Ritratto di signora, cap. VI)

Formazione e destino

Il romanzo, tema dai molti interrogativi e dalle tante svolte. Ha scritto Eleazar M. Meletinskij che «il romanzo a differenza dell’epos condivide con la fiaba anche l’interesse specifico per la formazione ed il destino – prove e avventure – dei singoli personaggi»[1]. Continua a leggere Le responsabilità del romanzo. A proposito di un recente studio

(fasc. 39, 25 giugno 2021)

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