Il rogo dei ricordi
Ai funerali di Marta non volli assistere. Bensì al bruciamento delle cose di lei nel forno crematorio della Rocca. Il Magro era al mio fianco, e insieme seguimmo con lo sguardo le vestali, le babbucce, i tutù della sua cassapanca d’attrice, spinti dall’attizzatoio dell’infermiere a pigiarsi nella cavità del congegno, ardere, crepitare, incenerirsi. Anche un mazzetto di foto, che avrei preteso di risparmiare, seguì la medesima sorte, e fra le molte – dove era lei sulle ginocchia di un oberleutnant in uniforme, con una dedica dietro “a Garance”, firmata Von Tizio o Von Caio – m’inferse una fitta di baionetta nel ventre, mentre s’attorcigliava fra le fiamme e il Gran Magro la commentava (essendo che in lui ogni cosa, apoteosi o rovina, era sempre dannata, a travestirsi in parole di libri) con una citazione di cui solo dopo mi parve di poter cogliere il senso: «così s’osserva in lor lo contrappasso»[1].
Questo brano è tratto dal sedicesimo capitolo di Diceria dell’untore. Marta è morta; l’io narrante e il dottore assistono al rogo delle cose che le sono appartenute. Tutto il passato della donna brucia in un istante e si riduce a un mucchietto di polvere annerita. Esce così di scena la «ciarliera Sciarazada», la «Sirena», la «Regina»[2] sacrificata nel gioco di vita e di morte che si conduce sulla scacchiera del romanzo. Con lei scompare la memoria di ciò che ha vissuto. Il lettore è costretto a una resa. Non potrà più districare la verità dalla menzogna, né distinguere i ricordi reali dalle «ipotesi di vite inesistite»[3], dai racconti di altre vite possibili che Marta ha mescolato alle sue memorie. La verità non è più raggiungibile. L’ambiguità diventa strategia narrativa: Bufalino allude, suggerisce, ma non svela. Continua a leggere «Bracconiere di ricordi». Memoria e oblio in Gesualdo Bufalino
(fasc. 40, 5 ottobre 2021)