La produzione teatrale di Pasolini degli anni Sessanta va letta alla luce dei vari saggi, articoli e dichiarazioni sul teatro che permettono di inserirla in un discorso più vasto, in cui le nozioni di transculturalità, transmedialità e transumanizzazione sembrano sbocciare e germogliare sul terreno fertile delle transformazioni radicali che colpiscono la società italiana in quegli anni. Non precisamente formulate in questi termini, dato che essenzialmente posteriori all’opera di Pasolini, queste nozioni sono intimamente connesse tra di loro perché interrogano e rimettono in discussione i rapporti fra lingua e cultura, tradizione e progresso, inclusione e diversità, in un contesto di post-colonizzazione e, più generalmente, di globalizzazione. Il prefisso “-trans” indica un’idea di attraversamento, di passaggio da una condizione a un’altra, ma anche di superamento di un limite, alludendo quindi, implicitamente, alla fine di questo stesso limite, e rimettendo così in discussione i concetti stessi di cultura, linguaggio e umanità. Questo fenomeno di attraversamento può essere inteso in senso “orizzontale”, riferendosi alla definizione della “transculturalità” come concetto di antropologia culturale definito prima da Fernando Ortiz e poi da Wolfgang Welsh ‒ scambi, rapporti, contributi reciproci tra due o più culture d’orizzonti diversi, senza alcun rapporto di dominazione, nella prospettiva di creare nuovi incroci, nuove forme culturali fluide o “camaleontiche”, che possono attuarsi in “ibridazioni” (Néstor García Canclini), métissages (Serge Gruzinski), créolisations (Édouard Glissant) ‒, ma anche, nello specifico dell’opera di Pasolini, in senso “verticale”, con il superamento del significato stesso di cultura (e di umanità) che sembra trovare, nello spazio simbolico ed “eterotopico” del teatro, un felice (e insieme tragico) laboratorio. Continua a leggere Dal desiderio di transculturalità all’autotrascendenza. Un percorso nell’opera di Pasolini tra viaggi e teatro
(fasc. 44, 25 maggio 2022, vol. I)