A cento anni dalla morte di Matteotti: il coraggio della parola e della prassi

Author di Maria Panetta

Il decimo anno di vita di «Diacritica» coincide con un anniversario che pesa sulla coscienza civile dell’Italia repubblicana: il centenario dell’assassinio di Giacomo Matteotti. Perciò, questo fascicolo apre la sezione “Letture critiche” con un dossier che raccoglie cinque contributi dedicati alla figura del deputato di Fratta Polesine, frutto di uno sguardo plurale ‒ storico, filologico, politico, memoriale ‒ che intende restituire la complessità di un uomo troppo spesso ricordato solo per il modo in cui morì, e non abbastanza per quello in cui visse.

Alberto Aghemo, Presidente della Fondazione Giacomo Matteotti ETS, apre il dossier con un intervento sul Matteotti «idealista-pratico», secondo la celebre formula di Odino Morgari, e lo inquadra all’interno del socialismo riformista italiano, da Turati in poi, mostrando come il suo riformismo fosse tutt’altro che moderato: radicale nei fini, intransigente nei principi, concreto nei mezzi. Lo storico Salvatore Cingari sposta, invece, l’accento sull’attualità di Matteotti, rileggendo il suo antimilitarismo giovanile e il celebre discorso parlamentare del 1921 alla luce delle odierne triangolazioni fra potere economico e potere mediatico. Chi scrive si è soffermata sulla dimensione retorica di un politico definito «antiretorico»: attraverso scritti giovanili meno noti, come Parole socialiste. Ai lavoratori! e I socialisti al comune, emerge un Matteotti già consapevole padrone della parola, un Matteotti la cui capacità persuasiva lo rese, agli occhi di Mussolini, un avversario da ridurre al silenzio con ogni mezzo.

Al registro storiografico si affianca, poi, quello memoriale: Severino Saccardi, direttore di «Testimonianze», affida al lettore pensieri sparsi che partono da un ricordo personale ‒ un viale intitolato a Matteotti, percorso da studente ‒ per interrogarsi sulla solitudine in cui il deputato socialista fu lasciato dalle opposizioni divise, e su quanto di quella lezione resti da apprendere. Valdo Spini, già Ministro dell’Ambiente e attualmente Presidente della Fondazione Circolo Fratelli Rosselli nonché del Coordinamento Riviste Italiane di Cultura (CRIC), chiude il dossier ricostruendo l’eredità dei cosiddetti “Matteottini” (Pertini, Rosselli, Saragat), la generazione di giovani socialisti la cui militanza fu segnata per sempre dall’assassinio del 1924 e che, in seguito, guidarono, per vie diverse, l’Italia repubblicana fino ai vertici dello Stato.

Cinque prospettive, dunque, che si intrecciano senza sovrapporsi: la teoria politica, l’attualità, l’opera scritta, la memoria privata, l’eredità generazionale. Ne emerge un ritratto che rifiuta tanto l’agiografia quanto la retorica commemorativa e che restituisce a Matteotti la statura di un pensatore politico ancora capace di interrogare il presente.

Il fascicolo non si esaurisce, però, nel dossier matteottiano. La sezione “Letturecritiche” prosegue, infatti, con il saggio di Alessandro Gaudio sull’immaginario migrante e sul lessico d’infanzia nell’opera di Adrián N. Bravi, con un’originale rilettura di Massimo Scotti delle Sorelle Materassi di Palazzeschi, e con il contributo di Stefania Segatori sui primi due romanzi di Giosuè Calaciura, Malacarne e Sgobbo, dedicato ai meccanismi profondi del linguaggio d’odio nella narrativa contemporanea.

La sezione “Storia dell’editoria” si apre, invece, con Samuele Larocchia, autore di un ampio studio sulla produzione culturale ed editoriale della diaspora curda in Germania, che intreccia la questione linguistica (un vero e proprio linguicidio subito dal curdo in Turchia) con le strategie di sopravvivenza identitaria di una comunità dispersa.

Chiude, infine, il fascicolo l’intervista di Rebecca Zani alla sottoscritta ‒ Vicepresidente del CRIC (il già citato Coordinamento delle Riviste Italiane di Cultura) ‒, realizzata in occasione del 34° Salon de la Revue di Parigi: un’occasione per ripercorrere la storia delle riviste culturali italiane e per annunciare, non a caso, che anche il prossimo appuntamento del Coordinamento alla fiera romana “Più Libri più Liberi” sarà dedicato a Giacomo Matteotti.

Il filo che lega i contributi di questo numero, pur nella loro diversità disciplinare, è la fiducia nella parola come strumento di resistenza e di verità: la parola di un deputato che pagò con la vita la propria coerenza, la parola letteraria che smaschera l’odio, la parola della cultura in esilio che si oppone alla propria cancellazione. È un filo che «Diacritica» ha cercato di seguire con il rigore filologico che da sempre la ispira, nella convinzione che studiare il passato, anche il più doloroso, resti il modo più onesto ed efficace di comprendere il presente, per progettare un futuro più giusto e più “umano”: un compito da cui ogni autentico “intellettuale”, specie oggigiorno, non può esimersi.

(fasc. 54, 25 novembre 2024)

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Un anno di cambiamenti

Author di Maria Panetta

Con questo fascicolo «Diacritica» chiude il proprio undicesimo anno di attività, particolarmente impegnativo soprattutto per la scomparsa, il 7 aprile, del nostro Direttore responsabile, il Professor Domenico Renato Antonio Panetta, e per le lunghe procedure burocratiche relative al “passaggio di consegne” ‒ sebbene niente affatto sostanziale ‒ fra lui e chi scrive, che hanno comportato lo slittamento a settembre del numero di maggio e il conseguente accorpamento dei due fascicoli centrali dell’anno, come da indicazioni del Tribunale di Roma.

La coincidenza con l’anniversario dei 650 anni dalla morte di Giovanni Boccaccio (1313-1375) ci aveva indotto, su acuto suggerimento di Giuseppe Girimonti Greco, alacre co-curatore del fascicolo, a dedicarlo proprio all’illustre Certaldese, ma, di certo a causa anche della numerosità delle iniziative editoriali in suo onore uscite nel corso del 2025, la risposta degli studiosi alla nostra “chiamata alle armi” è stata di grande qualità ma quantitativamente non particolarmente rilevante. Anche per questa ragione si è deciso di aprire la sezione “Letture critiche” pure ad altri argomenti, fra i quali il rapporto fra Wagner e Tolkien, e il ruolo del teatro nella vita e nell’opera di Angelo Maria Ripellino.

Nella sezione dedicata alla “Storia dell’editoria”, è stato dedicato ampio spazio alle riviste culturali, specie in seguito ad alcune importanti manifestazioni nazionali e non, quali il “Salon de la revue” di Parigi e la fiera “Più libri più liberi” di Roma: l’argomento appare alla sottoscritta, onorata di rivestire dal 2022 il ruolo di Vice-Presidente (assieme a Severino Saccardi) del “Coordinamento delle Riviste Italiane di Cultura” (CRIC) presieduto dall’On. Valdo Spini, di primaria importanza e di rilevante strategicità nel dibattito sempre aperto sulle istituzioni democratiche, di cui si avverte sempre più la necessità, specie alla luce della gravità dell’attuale situazione internazionale.

Segue un cospicuo numero di recensioni su volumi dell’ultimo biennio.

Non ci resta che augurare alcune ore liete ai nostri “venticinque lettori” di tutto il mondo, prima di sapere cosa ci riserverà il primo giorno del 2026.

Grazie sempre del Vostro partecipe interesse alle nostre iniziative!

 

Roma, 31 dicembre 2025

(fasc. 58, 31 dicembre 2025)

Habermas e la musica: un breve omaggio

Author di Maria Panetta

Il 14 marzo scorso ci ha lasciati Jürgen Habermas (1929-2026).

Come sappiamo, Habermas riveste, rispetto alla prima generazione della Scuola di Francoforte, un ruolo di rottura più che di continuità, e questo vale in modo particolare per l’estetica musicale. Mentre, infatti, Adorno costruisce la propria filosofia della musica attorno all’opposizione tra materiale musicale progressivo (vedi Schönberg) e regressivo (vedi Stravinskij, e più in generale la musica popolare come merce), leggendo nella forma musicale la sedimentazione di contraddizioni sociali, Habermas non elabora mai una filosofia della musica sistematica.

Ciò che Habermas offre è, piuttosto, un’architettura concettuale (la teoria dell’agire comunicativo, la differenziazione delle sfere di valore, la teoria della sfera pubblica, l’etica del discorso etc.) che può essere (ed è stata, dalla musicologia critica successiva: ad es., da Max Paddison) importata nel discorso musicologico per superare alcuni vicoli ciechi dell’estetica di Adorno.

Al centro del pensiero di Habermas c’è l’idea che gli esseri umani, quando comunicano davvero, cercano di comprendersi a vicenda e di trovare un accordo, non solo di vincere o convincere con la forza: il filosofo lo definisce “agire comunicativo”. Questa idea si potrebbe applicare, come estensione analogica della teoria, anche alla musica realizzata insieme: ad esempio, a un gruppo jazz che improvvisa. Ogni musicista ascolta gli altri, risponde, si adatta; nessuno impone la propria linea con la forza: si crea qualcosa insieme, ascoltandosi. È una sorta di conversazione, ma basata sui suoni invece che sulle parole.

Habermas, riprendendo e risistematizzando la differenziazione weberiana delle sfere di valore, distingue tre ambiti nella modernità: scienza (verità), diritto e morale (giustezza normativa), arte (autenticità espressiva). In Teoria dell’agire comunicativo il filosofo tedesco attribuisce a ciascuna sfera una propria pretesa di validità e una propria logica di razionalizzazione interna.

Egli afferma, dunque, che nel mondo moderno si possono rintracciare tre modi di dare valore alle cose: la scienza, che cerca il vero; la morale e il diritto, che cercano cosa è giusto; l’arte, che cerca l’autentico e il bello. Prima, invece, queste sfere erano mescolate insieme e, per esempio, la musica sacra era utile per pregare ma anche per creare una comunità, oltre che essere “bella” di per sé. Con la modernità, l’arte (e quindi anche la musica) si è resa più autonoma: si giudica sempre più per il suo valore artistico, e non solo per la sua funzione religiosa o sociale. Dunque, la sfera estetico-espressiva, cui la musica appartiene, si razionalizza non per accumulo di conoscenza propositiva né per universalizzazione normativa, ma attraverso l’approfondimento dell’autenticità e la decontestualizzazione progressiva dell’opera d’arte dai suoi legami cultuali e cerimoniali, processo che converge con l’autonomizzazione dell’arte descritta, con un altro linguaggio, da Adorno e da Bürger.

La distinzione tra Lebenswelt (mondo vitale) e “sistema”, con la relativa tesi della colonizzazione del primo da parte del secondo (denaro e potere che sostituiscono il coordinamento linguistico dell’azione), offre, poi, una riformulazione meno totalizzante della critica adorniana dell’industria culturale. Laddove Adorno vede nella standardizzazione della musica popolare (la celebre analisi del “carattere di feticcio” e della “regressione dell’ascolto”) un fenomeno pressoché senza scampo, il quadro habermasiano permette di distinguere pratiche musicali ancora radicate nel mondo vitale, coordinate comunicativamente, portatrici di senso condiviso, di identità di comunità, di rituale non del tutto assorbito dalla logica di mercato; e pratiche colonizzate dal sistema, dove l’industria discografica e le logiche algoritmiche dello streaming, funzionando secondo il medium denaro, ristrutturano dall’esterno la produzione e la ricezione musicale, sostituendo il consenso comunicativamente raggiunto con l’ottimizzazione sistemica (engagement, ascolti, dati).

In sostanza, Habermas distingue il mondo della vita (la parte della nostra esistenza fatta di relazioni, significati condivisi, comunità, tradizioni) e il sistema, ossia la parte della società che funziona con regole impersonali, soprattutto il denaro (mercato) e il potere (burocrazia). Il problema, secondo lui, è che il sistema tende a “colonizzare”, cioè a invadere, il mondo della vita stesso: sostituisce i rapporti autentici tra le persone con logiche di calcolo e profitto. E, applicato alla musica, questo fenomeno è facilmente riscontrabile, se pensiamo a come le piattaforme di streaming decidono cosa farci ascoltare in base agli algoritmi e ai dati, e non in base a un giudizio critico condiviso da persone. Prima esistevano critici musicali che discutevano pubblicamente il valore di un disco; oggi spesso è una classifica automatica a decidere cosa è “popolare”, e questo cambia profondamente il modo in cui la musica viene realizzata e ascoltata.

Ad ogni modo, la distinzione di pratiche operata da Habermas consente una lettura meno monolitica della cultura musicale contemporanea, capace di riconoscere enclave di autenticità comunicativa (come pratiche di ascolto collettivo o tradizioni orali) senza rinunciare a una critica strutturale dell’industria culturale, critica che tuttavia perde quella carica di pessimismo storico-filosofico che era tipica di Adorno e Horkheimer.

Storia e critica dell’opinione pubblica (1962) fornisce un secondo asse di lettura, oggi ripreso soprattutto negli studi sulla ricezione. La genesi settecentesca della sfera pubblica borghese (sale da concerto, critica musicale a stampa, editoria musicale, società di concerto etc.) è essa stessa un capitolo di quella storia: l’emancipazione della musica dal mecenatismo cortigiano e liturgico, e la sua esposizione a un pubblico che discute (in senso argomentativo) le opere, anziché limitarsi ad acclamarle, è un caso paradigmatico della trasformazione strutturale descritta da Habermas. La critica musicale ottocentesca può, infatti, essere letta come istituzione della sfera pubblica letteraria applicata all’arte dei suoni.

La tesi habermasiana del successivo declino della sfera pubblica (la sua rifeudalizzazione mediatica, la sostituzione del discorso critico-razionale con la manipolazione pubblicitaria) trova un corrispettivo puntuale nella trasformazione della critica musicale in marketing (dalla stampa specializzata al content musicale sui social), un tema oggi centrale negli studi sulle piattaforme di streaming, dove le classifiche algoritmiche rimpiazzano il giudizio critico.

Un terzo filone, meno esplorato ma fecondo, riguarda l’applicazione dell’etica del discorso alle pratiche musicali cooperative: l’improvvisazione jazz, la musica d’insieme cameristica, le pratiche di jamming. Se l’agire comunicativo si definisce per il coordinamento dell’azione attraverso pretese di validità reciprocamente riconosciute, come accennato, l’ensemble improvvisativo ‒ nella misura in cui i musicisti si ascoltano, si rispondono, negoziano in tempo reale una direzione condivisa senza gerarchia predeterminata ‒ costituisce un caso limite di razionalità comunicativa non linguistica. Autori come Ingrid Monson (Saying Something: Jazz Improvisation and Interaction, Chicago, University of Chicago Press, 1996, sul jazz come dialogo) o alcuni lavori di sociologia della musica improvvisata che, sebbene non citino direttamente Habermas, si prestano a una lettura in chiave comunicativo-dialogica (cfr. Daniel Fischlin, Ajay Heble, George Lipsitz, The Fierce Urgency of Now: Improvisation, Rights, and the Ethics of Cocreation, Durham, Duke University Press, 2013; Bruce Ellis Benson, The Improvisation of Musical Dialogue: A Phenomenology of Music, Cambridge, Cambridge University Press, 2003 etc.) hanno sfruttato questa analogia per pensare l’ensemble come modello (parziale, metaforico) di “azione comunicativa” riuscita, distinta sia dall’azione strategica (la competizione tra solisti) sia dalla pura coordinazione sistemica.

Occorre segnalare, comunque, che, a differenza di Adorno, Habermas non offre strumenti per l’analisi della forma musicale; la sua teoria opera, infatti, a un livello di astrazione sociologico-filosofica che rischia di lasciare l’opera come fosse una scatola nera. Inoltre, applicare lo schema del consenso comunicativo a fenomeni musicali di per sé attraversati da rapporti di potere (gerarchie di genere, di razza, di classe nelle istituzioni musicali) può oscurare le stesse asimmetrie che la teoria critica intendeva portare alla luce.

In sintesi, il valore di un approccio habermasiano alla musica non consiste in una teoria musicale già pronta, ma nella possibilità di riarticolare tre questioni classiche dell’estetica musicale critica (l’autonomia dell’opera, la standardizzazione industriale, la funzione pubblica della critica) dentro una cornice che sostituisce il paradigma della coscienza (e la sua filosofia del soggetto) con un paradigma intersoggettivo e comunicativo. Ne risulta una sociologia della musica meno drammatica di quella adorniana, più attenta alle pratiche istituzionali e discorsive concrete, ma anche meno capace di rendere conto della specificità estetica dell’opera musicale in quanto tale (compito che resta, per molti versi, ancora affidato al lascito di Adorno).

Tale breve e dilettantesca riflessione, da intendersi solo quale ingenuo ma sincero omaggio alla figura di Habermas recentemente scomparsa, s’inserisce in un discorso sui rapporti fra letteratura e musica che, ormai, «Diacritica» porta avanti da tre anni e che intende proseguire.

(fasc. 60, 25 maggio 2026)

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Ricordo del nostro Direttore responsabile, Domenico Renato Antonio Panetta

Author di Maria Panetta

Confesso di aver pensato tante volte a cosa avrei scritto di mio padre in occasione della sua scomparsa: tempo ce n’è stato, perché erano parecchi anni che non era più in salute. Nonostante ciò, il compito mi risulta comunque arduo, perché era un uomo versatile e dal carattere pieno di sfaccettature: non facile da etichettare, non facile da ingabbiare.

Tutti lo chiamavano “Professore”, perché aveva insegnato per anni Diritto ed economia alle scuole superiori; e insieme “Scienze sociali” alla Pontificia Università San Tommaso d’Aquino-Angelicum di Roma.

Aveva, però, iniziato come giornalista, scrivendo per varie testate fra cui «Il Messaggero», «Il Fiorino», «Il Giornale»: nel 1962 era divenuto pubblicista e, in seguito, aveva cominciato a collaborare anche con una rivista storica come «Idea», fondata da Mons. Pietro Barbieri nel 1945. All’epoca della direzione del critico d’arte Giuseppe (detto Peppino) Selvaggi ‒ che ricordo con particolare affetto perché mi affidò, appena ventenne, la mia prima rubrica intitolata “Le altre riviste” ‒, quindi intorno alla metà degli anni Novanta, mio padre era una delle “colonne” del settimanale (Selvaggi lo ripeteva sempre), occupandosi di economia.

La prima passione che mi ha trasmesso, dunque, è stata quella per la scrittura: ricordo bene la stesura del suo volume su La famiglia da comunità a impresa (Koinè 1994) come una sorta di “laboratorio di scrittura collettivo” nel quale venivamo coinvolte sia mia madre sia io, nella fase del labor limae. Oppure ricordo pagine del 1993 col fine di Assicurare una dimensione umana all’agire economico e sociale, uscite sul periodico «Angelicum»: temi attualissimi, sebbene purtroppo restino questioni irrisolte ancora oggi, nel mondo sempre più spietato nel quale viviamo.

Ricordo quanto fosse stimolante, anche grazie alla puntigliosità di mia madre, partecipare a quelle sessioni di affinamento lessicale e sintattico delle pagine abbozzate da mio padre, che aveva il dono di scrivere di getto, ma poi mal tollerava il tornare sui caratteri già battuti a macchina, sebbene finisse quasi sempre per recepire e accettare i suggerimenti che gli venivano sia dalla moglie sia da me: un po’ per fiducia, un po’ per renderci partecipi del suo lavoro e gratificarci; per riuscire a trovare una mediazione, arte di cui era esperto.

Oltre all’insegnamento e alla scrittura saggistica e giornalistica, mio padre è stato per decenni amministratore soltanto del condominio in cui abitavamo: corretto fino al centesimo con i condomini che venivano a pagare le rate del riscaldamento etc. in casa; e sempre disponibile a elargire, a titolo di amicizia, consigli utili a tanti anziani del palazzo, che si fidavano ciecamente della sua competenza e apprezzavano la sua cortesia, fiduciosi e certi che li avrebbe indirizzati per il meglio.

Oltre, infatti, a trasmettere a me e mio fratello un ferreo senso del dovere e un’attenzione quasi maniacale alla serietà e alla correttezza, mio padre ha lasciato in tanti un ricordo di grande dolcezza, che gli derivava dal suo infallibile fiuto e dalla sua ottima conoscenza dell’animo umano. Aveva, infatti, la rara capacità di capire, in qualche minuto, chi aveva davanti, ogni volta che s’imbatteva in una nuova conoscenza: in un attimo, la persona in questione veniva fotografata, facendo ricorso a pochi aggettivi, ma sempre mirati. La sua fine perspicacia gli permetteva anche di cogliere immediatamente i punti deboli dell’altro, ma non si serviva mai di quelle intuizioni per metterlo a disagio o ferirlo. Il massimo che si concedeva era, infatti, una battuta garbata oppure un sorriso ironico, ma mai irrispettoso. Senz’altro, si trattava della mitezza che quasi sempre si accompagna alle persone dall’intelligenza vivace e dallo sguardo acuto sulle cose.

Mio padre sapeva essere molto razionale e poteva apparire distaccato o indifferente a chi non lo conosceva a fondo; in realtà, era tutto l’opposto: un uomo molto intuitivo, più impulsivo di quanto sembrasse e fortemente empatico. La sua capacità di ascolto profondo degli altri lo induceva spesso a indovinarne i pensieri e a coglierne gli stati d’animo più nascosti: tante volte ho provato sulla mia pelle la sua abilità nel “leggermi dentro” e nel captare le vibrazioni più sottili del mio cervello e le variazioni più impercettibili del mio umore. Quasi sempre soltanto lui riusciva a intercettare certe mie ansie (non solo giovanili) al mio ingresso in casa, salvo poi avere anche la delicatezza di non insistere, di fronte a mie risposte evasive o generiche. Entrava sempre in punta di piedi nella vita altrui, scelta che condivido e che cerco anch’io di attuare il più possibile.

Quando mio fratello e io eravamo bambini, non capitava spesso che giocasse con noi. A molte nostre domande dava risposte evasive, ma ci ha sempre permesso di vagare con la fantasia, accendendo la nostra curiosità. Quando gli chiedevamo se si potesse verificare qualche fenomeno che ci incuriosiva, rispondeva quasi sempre con la stessa affermazione: “Tutto è possibile!”. Probabilmente, a volte era anche un modo per eludere la domanda, ma sono stata sempre convinta che lo pensasse sul serio.

Infatti, era un inguaribile ottimista: credeva nel lavoro, nella perseveranza; credeva nella tenacia del perseguire i propri obiettivi ed era convinto che, prima o poi, i risultati sarebbero arrivati. “Nei tempi lunghi vedrai che succederà”, amava ripetere; e, quando protestavo per quello che talvolta appariva più un augurio che una previsione, continuava ad assicurarci che i nostri progetti si sarebbero concretizzati, seppur “nei tempi lunghi”. Certo, è deludente crescere e comprendere che non è vero che nella vita “tutto è possibile”, però ritengo che il senso più profondo di quella frase fosse che non importa tanto ciò che si ottiene, ma contano le opportunità che ci vengono offerte strada facendo. Offrire una possibilità è uno dei più grandi regali che si possano fare a chiunque.

Negli ultimi tempi la sua malattia lo ha messo a dura prova, ma dalle sue labbra non è mai uscito un lamento. Anzi: tutti coloro che hanno frequentato la nostra casa gli si sono affezionati, perché era sempre gentile; chiedeva loro notizie di parenti, figli, amici; dava loro consigli e, soprattutto, anche dopo qualsiasi tortura, li salutava con un sorriso e con un luminoso “grazie”.

La sua fibra forte gli ha consentito di arrivare alla bella età di 91 anni pieni, ma è stata la sua serenità interiore a fargli superare anche le crisi più difficili: la sua capacità di chiudersi a riccio e attendere la fine della tempesta senza fretta, senza forzare mai gli eventi; senza lamentarsi mai, consapevole che tutto ha un tempo; cercando di collaborare e di non essere mai di peso.

Nato in un piccolo paese della Calabria Jonica che amava profondamente, dopo i primi 40 anni di vita da scapolo, fra lavori, viaggi, approfondimenti post lauream, mio padre ha vissuto quasi 50 anni di matrimonio con mia madre (52, se consideriamo il periodo del loro fidanzamento). Alla sua improvvisa e tragica scomparsa, due anni fa, si è protetto rimuovendo per qualche mese tutta la seconda parte della sua vita (compresi me e mio fratello): sebbene il fatto di non essere più riconosciuti come figli fosse molto doloroso, gli sono stata grata ancora una volta perché tentare di conversare con lui in quel periodo apriva portali inattesi su zone inesplorate del cervello umano, sulla sua infinita creatività, sulla sua sorprendente capacità di creare realtà surrogate per far fronte all’emergenza. È stata un’esperienza di conoscenza straniante ma anche affascinante, e ancora una volta mi è piaciuto seguirlo nelle sue peregrinazioni mentali in mondi paralleli. Negli ultimi mesi e anche negli ultimi giorni, più difficili e sofferenti, non ha mai perso il sorriso e la grazia, ed è tornato lucido e attento.

Come molti sanno, ero legatissima a lui. Specie negli ultimi 10 anni abbiamo rinsaldato ulteriormente la nostra antica intesa intellettuale, lavorando insieme a «Diacritica»: sono davvero felice che questo progetto gli abbia regalato nuovo entusiasmo e abbia riacceso la sua curiositas per il mondo. Mio padre, infatti, era un uomo sempre proiettato nel futuro; e soprattutto era un uomo profondamente libero. Ci ha insegnato sempre a pensare, senza imporci mai cosa credere.

In 50 anni di rapporto con lui, credo di averci litigato in sole due occasioni. Tante volte ho fiutato in tempo suoi problemi di salute, ma ci tengo a ringraziare pubblicamente mio fratello Salvatore che, con la sua amorevole caparbietà, lo ha letteralmente tenuto in vita in questi ultimi mesi. (E ovviamente ringrazio i collaboratori che ci hanno aiutato a gestire la situazione molto complessa che si era venuta a creare dopo la scomparsa di nostra madre, due anni fa: Bruno, Prasad, Federico, Dasho, Raquel; il personale del CAD e dell’Hospice Antea, in primo luogo).

Ormai, non era più tempo di tenerlo prigioniero nel suo corpo provato: l’unica consolazione oggi è quella di saperlo di nuovo libero di andare in giro a curiosare, di ascoltare i discorsi della gente seduta ai tavoli vicini al ristorante, di fare amicizia con tutti.

Sono certa che ha già studiato il percorso di tutti gli autobus che si possono prendere, lassù dove sta. E che, comunque, alla fine di ogni suo giro, tornerà a prenderci per mano, con quelle sue mani soffici nelle quali, da bambino, ti sentivi al sicuro.

Ciao, Papà.

Un giorno, ci rivedremo.

 

Roma, 7 aprile 2025

(fasc. 56-57, 15 settembre 2025)

Cento anni dal Manifesto degli intellettuali antifascisti di Croce (e Amendola)

Author di Maria Panetta

Quest’anno il consueto primo numero di «Diacritica» dedicato a Croce si allarga a una dovuta riflessione sul Manifesto degli intellettuali antifascisti redatto dal filosofo su proposta di Giovanni Amendola e uscito contemporaneamente su varie testate il primo maggio del 1925.

In alcuni dei saggi di questo fascicolo ne viene ripercorsa la genesi e ne vengono analizzate le caratteristiche e le motivazioni ideali, a distanza di cento anni esatti dalla sua stesura e pubblicazione.

L’Antimanifesto rappresenta, forse, il primo atto corale di dissenso forte nei riguardi del regime, a pochi mesi dall’uccisione di Giacomo Matteotti. Esso fu firmato in prima battuta da 40 intellettuali (Antonino Anile, Giovanni Ansaldo, Giovanni Amendola, Sem Benelli, Leonardo Bianchi, Roberto Bracco, Carlo Cassola, Emilio Cecchi, Giuseppe Chiovenda, Benedetto Croce, Vincenzo De Bartholomaeis, Cesare De Lollis, Guido De Ruggiero, Roberto De Ruggiero, Luigi Einaudi, Carlo Fadda, Guglielmo Ferrero, Nicola Festa, Giustino Fortunato, Tommaso Gallarati Scotti, Alfredo Galletti, Piero Giacosa, Ettore Janni, Arturo Carlo Jemolo, Giorgio Levi della Vida, Alberto Marghieri, Rodolfo Mondolfo, Bartolo Nigrisoli, Silvio Perozzi ,Enrico Presutti, Giuseppe Ricchieri, Tullio Rossi Doria, Francesco Ruffini, Luigi Salvatorelli, Giuseppe Sanarelli, Matilde Serao, Arturo Solari, Giuseppe Tarozzi, Leonida Tonelli, Guido Villa) e in seguito da centinaia di dissidenti, anche se solo 270 firme vennero rese pubbliche.

(fasc. 55, 25 febbraio 2025)

Un numero doppio, a partire da Calvino

Author di Maria Panetta

Sulla scia dell’importante anniversario calviniano dello scorso anno, si è deciso di dedicare un monografico al versatile scrittore e intellettuale novecentesco, la cui “lezione” è sempre viva, pregnante e attuale, anche perché tocca aspetti della realtà con i quali siamo costretti a confrontarci quotidianamente ‒ e talora drammaticamente ‒ al giorno d’oggi, come l’inquinamento, l’emergenza ambientale o il rapido sviluppo dell’intelligenza artificiale. Ne è venuto fuori un corposo fascicolo, curato da Florinda Nardi e Pamela Parenti, in cui Calvino è analizzato da diverse prospettive critiche, con una particolare attenzione per Il Sentiero dei nidi di ragno (1947), la Trilogia dei Nostri antenati (1960), La speculazione edilizia (1958) e La nuvola di smog (1965), Marcovaldo (1963), Le cosmicomiche (1965), Le città invisibili (1972), Palomar (1983); un originale focus sulla sua produzione teatrale e sulle sue brillanti “interviste impossibili”; indagini sul suo rapporto con Nievo, Pirandello e Pavese, nonché sulla sua consonanza con Nicola Pugliese; altri approfondimenti sul ruolo di editor da lui ricoperto presso Einaudi e una proposta didattica finale per sviscerare e valorizzare al meglio la complessità dei suoi testi in ambito scolastico e universitario.

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(fasc. 53, 25 agosto 2024)

Studi interdisciplinari fra letteratura e musica

Author di Maria Panetta

L’interesse per la musica e quello per i rapporti fra letteratura e musica ‒ e dunque anche per la relazione che intercorre fra la produzione poetica e la struttura ritmica alla base di ogni verso ‒, per quanto mi riguarda, risalgono agli anni dell’adolescenza, e in particolare all’intenso periodo in cui frequentavo contemporaneamente il ginnasio dell’Istituto “C. Giulio Cesare” di corso Trieste e il Conservatorio di Musica “Santa Cecilia” di Roma, poi lasciato per concentrarmi al meglio sugli studi classici e riservare la grande passione del pianoforte al tempo libero. Continua a leggere Studi interdisciplinari fra letteratura e musica

(fasc. 52, vol. II, 3 giugno 2024)

Carlo Emilio Gadda e altri anniversari ineludibili

Author di Maria Panetta

Contrariamente a chi li considera con un certo sospetto se non dispregio, ritengo che gli anniversari rappresentino un’ottima occasione sia per celebrare personalità ampiamente riconosciute e studiate sia per ricordare figure a torto dimenticate o comunque non adeguatamente valorizzate dalla critica. Per questa ragione ho accolto con piacere la proposta di Sebastiano Triulzi, co-curatore assieme a me di questa seconda parte del fascicolo n. 49 di «Diacritica», di dedicare un monografico a un gigante del Novecento quale Carlo Emilio Gadda, scomparso il 21 maggio 1973, esattamente cinquant’anni fa.

Al primo nucleo di saggi che lo omaggiano, però, si è deciso di affiancare, oltre ad altri studi (su opere che vanno dalla metà dell’Ottocento alla più stretta attualità), anche una serie di contributi collegati fra loro. Quest’anno ricorrono, infatti, anche i cinquecentocinquant’anni dalla nascita di Niccolò Copernico (1473-1543), i quattrocento dall’uscita del Saggiatore (1623) di Galileo e ‒ il più celebrato dei tre ‒ i cento anni dalla nascita di Italo Calvino, ricorrenze che hanno fornito lo spunto per una trilogia di saggi dedicati a un tema attualissimo e pressante: quello dei rapporti fra cultura scientifica e cultura umanistica.

Per non dimenticare, infine, che ottant’anni sono passati anche dalla nascita di Luigi Ghirri, uno dei geni della fotografia contemporanea, si è pensato di accogliere pure un suggestivo studio che traccia dei paralleli fra il grande fotografo e una prosa incompiuta di Virginia Woolf.

Non ci resta che leggere (e scrivere).

(fasc. 49, 31 ottobre 2023, vol. II)

Dal Settecento ai giorni nostri

Author di Maria Panetta

Giunta al suo decimo anno, per la prima volta «Diacritica» raddoppia anche in occasione del primo numero dell’annata, che finora è sempre stato dedicato esclusivamente a Benedetto Croce, in coincidenza con la data del suo giorno di nascita, il 25 febbraio.

La congiuntura ci è parsa particolarmente favorevole, essendo pervenuti in redazione una serie di pregevoli contributi che ci permettono di spaziare dal secolo dei Lumi fino ad affrontare temi di stringente attualità quali quello della resistenza delle donne iraniane anche attraverso la poesia o quello delle teorie della complessità applicate al sistema-romanzo (e, dunque, dei rapporti sempre più stretti fra discipline scientifiche e umanistiche). E anche questioni inerenti all’evoluzione del mercato editoriale, quali quella della ricezione della letteratura giapponese in Occidente o quella della storia del fenomeno Cyberpunk e dei suoi sviluppi, anche alla luce delle recentissime e vertiginose accelerazioni nel progresso dell’Intelligenza Artificiale, con i delicati dibattiti che inevitabilmente stanno provocando a causa delle implicazioni antropologiche, socio-economiche e morali che la rapidissima crescita dell’AI comporta.

Ci è parsa, dunque, un’ottima occasione per inaugurare un nuovo spazio che «Diacritica» dedicherà annualmente a saggi che non partecipano a Call for paper da noi lanciate: ancora una volta e sempre, un altro spazio di Libertà.

(fasc. 51, 15 marzo 2024, vol. II)

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Cinquanta!

Author di Maria Panetta

Una breve nota personale a introdurre il secondo volume di questo denso fascicolo interamente dedicato all’affascinante e magnetica figura di un grandissimo critico, slavista, poeta del Novecento, Angelo Maria Ripellino, nella ricorrenza dei cento anni dalla sua nascita.

Mi sarebbe piaciuto poter dedicare il n. 50 di «Diacritica» ai miei genitori, che avrebbero dovuto festeggiare proprio i loro cinquanta anni di matrimonio lo scorso 29 settembre. Purtroppo, la vita a volte è beffarda e si diverte a sorprenderci con svolte inattese e schiaffi in pieno volto: l’8 agosto è venuta a mancare improvvisamente e drammaticamente mia madre, Anna Oppido, cui questo secondo volume è dedicato perché a lei era intestata la casa editrice, Diacritica Edizioni, che pubblica «Diacritica».

La festa, dunque, non c’è stata; la rivista ha perso la propria editrice e mio padre ha perso una sposa vivace, molto più giovane e piena di pensieri per lui. Mi si obietterà che quelli che vado raccontando sono fatti personali, ma talora il confine tra gli studi e l’autobiografia ‒ il mio Maestro ideale Croce docet ‒ è talmente sottile da poter e dover sparire: nonostante la tensione continua verso il rigore, la professionalità e la “scientificità”, gioverebbe, infatti, non dimenticare mai la fragilità dell’essere umani, possibilmente regolandosi di conseguenza.

Mi resta, ad ogni modo, la vera gioia di aver potuto collaborare, per questo progetto ripelliniano, con i più grandi esperti di Ripellino e con tanti validi e acuti studiosi i cui saggi sono raccolti in questo numero; e il raro privilegio di poter vantare amici sinceri e leali come Pippo Traina.

È questa gioia ‒ nonostante tutto ‒ che mi sento di donare a mia madre, dedicandole questo fascicolo numero 50: so che, come sempre, ne sarà orgogliosa.

(fasc. 50, 31 dicembre 2023, vol. II)

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