Recensione di Maria Borio, “Trasparenza”

Author di Simone Scognamiglio

Maria Borio, nata a Perugia nel 1985, scrive e pubblica poesie dallo scorso decennio. Alcuni testi tratti dalla raccolta Vite unite compaiono nel XII Quaderno di poesia italiana contemporanea (Milano, Marcos y Marcos, 2015). Inoltre è ricercatrice e critica di letteratura italiana contemporanea, come dimostra anche il saggio monografico Satura. Da Montale alla lirica contemporanea (Pisa, Serra, 2013). Con Trasparenza, edito nel 2018 dalla casa editrice novarese Interlinea nella collana «Lyra giovani», l’autrice pubblica il suo primo libro; grazie ad esso riesce a esprimere anzitutto sé stessa, che non è poco, assieme a qualche frammento di verità universale. Continua a leggere Recensione di Maria Borio, “Trasparenza”

(fasc. 38, 28 maggio 2021)

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Recensione di Elio Pecora, “Rifrazioni”

Author di Massimo Pamio

Sulla poesia recente di Elio Pecora

Per il modo con cui contribuisce ad arricchire il patrimonio della letteratura italiana ed europea, ogni nuovo libro di Elio Pecora viene atteso con ansia, letto con devozione e con fervore dagli appassionati di poesia che ritengono l’autore cilentino un acuto interprete dell’attuale temperie sociale, in grado di avventurarsi nell’ambito dell’umano grazie alla circospezione e alla discrezione con cui ne approfondisce, analizza, interroga, vive, canta le qualità e i limiti, impegnato come pochi a riferire, con dovizia di particolari, sul nostro essere. D’altronde, da un Maestro come lui si esigono risposte sul nostro tempo, si attendono illuminanti proposte e aperture sul comune destino: la poesia, se è grande, deve trasformarsi in oracolo, in una voce che viene da lontano per aiutare a comprendere chi siamo, al fine di svolgere una vera e propria funzione maieutica. Continua a leggere Recensione di Elio Pecora, “Rifrazioni”

(fasc. 38, 28 maggio 2021)

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Recensione di Giuseppe Rosato, “Oh, l’inverno”

Author di Massimo Pamio

Per una lettura della poesia di Giuseppe Rosato

Il declino della prestigiosa critica militante italiana dovuto all’incipiente senilità raggiunta da molti dei suoi esponenti (Guglielmi, Ferroni, Citati si limitano, in genere, a brevi interventi, Filippo Laporta è voce troppo sola) ha giovato ai soliti noti, a quegli scrittori dotati di educate gesta, assuefatti alle droghe sintetico-schematiche del potere culturale che, insieme con i loro mentori (editori e giornalisti), partecipano, in qualità di bassa manovalanza intellettuale, a livellare i campi semantici delle reti comunicative della retorica ideologica egemonica, occupando tutti gli spazi possibili, tutti adusi a un lessico curiale, “realistico”, volti a forgiare temi avulsi dalle passioni, distanti da accensioni e sbalzi umorali, ludici, onirici, satirici, umoristici, grotteschi, ostili a qualsiasi tentazione linguistica potenzialmente eversiva. Accade pure, in Italia, che poeti notevoli, per motivi diversi da quelli appena esposti, a causa della loro riservatezza o della lontananza fisica e mentale dai centri del potere editoriale, vengano indebitamente trascurati: mi riferisco in particolare a Elio Pecora e a Giuseppe Rosato, dei quali, grazie a meritevoli iniziative di Bonifacio Vincenzi, mi viene offerta l’opportunità di tessere l’elogio. Continua a leggere Recensione di Giuseppe Rosato, “Oh, l’inverno”

(fasc. 38, 28 maggio 2021)

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Recensione di Nicola Lagioia, “La città dei vivi”

Author di Francesca Cassone

Quando si inizia a leggere La città dei vivi di Nicola Lagioia, non si sa cosa aspettarsi, quando si è immersi nello scorrere delle sue pagine, si fatica a catalogarlo in definizioni nette e precise: sembra camminare in equilibrio sul confine che divide la letteratura dalla realtà prosaica su cui si basa, in un tentativo di sua profonda comprensione. Continua a leggere Recensione di Nicola Lagioia, “La città dei vivi”

(fasc. 38, 28 maggio 2021)

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Recensione di Rosa Elisa Giangoia, “Ricette nel tempo. I ricettari di cucina come genere letterario”

Author di Franco Zangrilli

Rosa Elisa Giangoia è una scrittrice di rilievo nella letteratura dei nostri tempi. Attraverso gli anni ha pubblicato testi teatrali, sillogi di poesia, saggi di varia natura, romanzi (In compagnia del pensiero, 1994; Fiori di seta, 1998; Il miraggio di Paganini, 2005; Febe, 2018) e testi di gastronomia (A convito con Dante, 2006; Magna Roma, 2007; Sapori danteschi, 2019).

Ricette nel tempo è indubbiamente uno dei libri più affascinanti sugli infiniti aspetti e caratteri della cucina. E rivela una studiosa che ha una vasta conoscenza riguardo alla realtà letteraria che concerne la gastronomia del mondo occidentale. Continua a leggere Recensione di Rosa Elisa Giangoia, “Ricette nel tempo. I ricettari di cucina come genere letterario”

(fasc. 38, 28 maggio 2021)

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Recensione di Daniele Mencarelli, “Tutto chiede salvezza”

Author di Lucia Santoriello

Daniele ha vent’anni appena compiuti, è il 15 giugno 1994, è sera inoltrata e una violenta crisi di rabbia degenera presto. Daniele è un pericolo per sé e per gli altri in quel momento. Si chiamano le autorità. Daniele viene sottoposto a un TSO in una struttura ospedaliera di Roma. È l’estate dei mondiali, una settimana d’estate che gli viene strappata via. Continua a leggere Recensione di Daniele Mencarelli, “Tutto chiede salvezza”

(fasc. 38, 28 maggio 2021)

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Recensione di Gabriella Sica, “Poesie famigliari” e “Lacrime delle cose”

Author di Massimo Pamio

Dell’unione cosmica di innocenza e pacata sacralità

Tra le vestali della poesia, spicca il maestoso splendore numinoso di Gabriella Sica che, nell’attraversare le ultime stagioni della letteratura, ha assistito, da una parte probabilmente con sgomento e, al contrario, con rigore e acume critico, ai tellurici fenomeni mediante i quali è stato sconvolto, dal Futurismo, dall’Ermetismo prima e da altri movimenti poi, il profilo geomorfico della poesia italiana, assai mutata nell’aspetto, allontanata dalle misure di un’ideale e serena profondità, spogliata dai paradigmi di un equilibrio logico, da una base sonora e musicale ordita sul rispetto della tradizione, franta nel nucleo pulsante e originario.

La poetessa romana esce indenne da quel sisma, perché da sempre rivolta all’ascolto del richiamo nel quotidiano del mito, della cui suggestione e del cui amore si nutre, trasformandoli poi in programma di stile e di scrittura fin dagli anni Settanta, quando fonda la rivista «Prato pagano»: il “prato pagano” è «il luogo che traccia i confini tra villaggi e coloro che vi abitano e si ascoltano sospesi, fermi su quella frattura che prende forma e colore, proprio come una ferita, un taglio rosso» (cfr. «Prato pagano», 1/1979, p. 5), denominazione che allude a una rivalutazione del tema classico della Natura.

Voce unica e orgogliosa, pur nell’evidente declinazione di una sintassi adeguata alle mutevolezze e alle capricciosità della lingua moderna, Gabriella Sica traduce e coniuga, e convoca, dall’alto della sua esperienza di fedeltà al ventre del mondo antico, il luogo d’una costante ostinata ricerca della compostezza e della semplicità, sibillina interprete della fine del Novecento in grado di rovesciare una maschera di tragica dolcezza sulla materia grezza di un’epoca densa di orrori e conflitti.

Come può esprimersi una poetessa che vive assordata dalle sirene della modernità, pur se intimamente fedele alle seduzioni dell’armonia con venature antiche? Imperturbabilmente pacata, sebbene piena di ferite e di cicatrici, si muove e si appresta a ricalcare i passi di Virgilio, nel terreno dell’infanzia e delle impressioni prime, per interrogare e fondare la propria idea di “familiarità”.

È il percorso che Gabriella Sica adempie nelle raccolte Poesie familiari (Roma, Fazi, 2001) e Le lacrime delle cose (Bergamo, Moretti&Vitali, 2009), rastremando le colonne portanti delle sonorità e dei parametri frastici in un’interpretazione molto frusta e intima, proponendo veri e propri echi – e forse anche la parodia o la palinodia – di un’antropologia sonora del mondo antico, del quale rivive il fascino intramontabile: la sua è una voce che viene da altrove, forse per una sensibilità che poco ha da spartire con il materialismo dei nostri giorni, e che si esercita nel canto, nel ripetersi del ritmo secondo misure e accenti ben definiti, che mescolano ritmi anapestici con quelli giambici, alla ricerca dei próta onómata, ovvero di quelle parole prime che imitano l’essenza fonica dell’oggetto e in cui si sono sostanziati forse i sentimenti della “familiarità”:

Si sente un coro di voci famigliare,
echeggiare il confiteor e il santificetur
di uomini curvi a pregare e zappare,
il gemere e il frullare del cielo.

Si sente un verso quando s’abbuia
e il sole bevuto come Dio e mangiato,
frusciare serpi e l’erba dell’alleluia:
di frasca in frasca un fru fru interminato.

All’imitazione del canto degli uccelli dediti, i poeti sedimentano nelle rime la sfida alla pura canorità, invidiosi di quelle irraggiungibili altezze musicali, impregnati di quell’abbandono che è necessario per liberarsi dalla fisicità in pura espressione dell’emozione, per generare quell’intima vibrazione con cui ci si disperde, privi d’ogni riferimento, nel mondo. C’è un che di pascoliano, nell’avvicinarsi al fanciullino della poesia ovvero all’immaginazione ingenua e timida che appare nella coscienza di chi finge di essere felice e invece s’avventura solitario nelle plaghe del verbo naturale, nella spontaneità che si accosta alla vita (composta né di bene né di male, non foriera di divisioni o di dissidi, fratture, votata non a contrapporre ma a cucire, l’uno dopo l’altro, i legami del nulla a quelli della propria sostanza, senza che la tela opponga resistenza: perché non c’è, e si crea attorno a quei bordi). Il poeta finge un sogno invece di morire, finge bellezza invece di ammettere che dentro di sé assiste a una devastazione in cui si cancellano l’uno dopo l’altro i segni dell’infanzia: canti di uccelli, ombre di alberi, sussurri di ruscelli, gorgoglii di sorgenti. Nulla di tutto questo è rimasto, forse solo la parola che li nomina, zanzottianamente.

Nello sprigionarsi delle note si possono rintracciare la serenità, la tenerezza, un’immortalità ineunte:

Nella gabbietta bianca non sanno
d’avere ali per levarsi da terra,
due foglie di indivia e poi stanno,
cantando quieti nella loro serra,
come fiori e colori al naturale.
Quel quid è il dolce canto metrico,
quid con le strofe e il canto immortale.

Laddove si incontrano la natura e il sentimento del perdono per se stessi e per il mondo, lì insistono i piccoli sussulti del cuore, preziosi, umili e silenziosi, nei quali sentieri la poesia si pasce, quieta, serena, come altrove assume le fattezze intime di un’oca per significare il mistero di ciò che è aduso a racchiudersi per conoscersi, in un intimo vibrare che l’uomo, nonostante la sua attenzione, nonostante i suoi sforzi, appena percepisce e, se è poeta, maldestramente cerca di trattenere nei propri versi. Nell’oca la simbologia di ciò che è placido e perfezione dell’immacolato diviene allegoria del Naturale, della Semplicità Indifferente della Vita e della Morte, della pacatezza e della serenità, ovvero di ciò che è Quieta Purezza Innocente e Profana Santità nella Tenerezza:

Mi incanta guardare le bianche oche
sparse come le nuvole in cielo
azzuffarsi nei giochi dell’amore,
dormire nel calore delle piume.

Mi placo mentre dolcemente vanno
placide nell’acqua trasparente,
ingenue sul dolore della vita.

E mi strazia la grazia di un’oca
che lenta e fiera s’allontana sola.

(da Vicolo del Bologna, 1992)

Disarmante e straziante, luogo della semplicità, il discorso poetico si infervora di parole affettuose, che evocano carezze e sostengono l’animo, amiche e confidenti, disegnando un’atmosfera di incanto della rammemorazione, nel dispiegato filo della narrazione, che quindi si scioglie: a volte in un delicato colloquio con gli assenti, talaltra in una meditazione sacra e minima, in un mormorio promanato dalle cose, dal tempo, dal destino, motteggiato dalle parole – labili tramiti tra le ombre, tra il nulla e l’apparenza del vero. La poesia è anche consolazione, intima e suadente, e musica sussurrata alle orecchie, affinché l’incantesimo non venga irrimediabilmente spezzato o profanato, che, se sceglie di soffermarsi sul dolore, è per cantare il dolore dell’assenza di se stessi; la poesia è dunque una rammemorazione della propria presenza, è uno scrivere in vita da che non sarà più, e forse non ancora è stata: ma che cos’è, ordunque, vita? Un’approssimazione alla purezza dell’illusione, una scintilla candida nel puro accadere, l’avvertire, da parte della creatura poetica, di una radicale disappartenenza non solo al mondo, ma soprattutto al proprio essere. Proprio per questo, come la poetessa stessa afferma, la poesia è «un rammendo del mondo», una «messa in forma del frammentato, o almeno il tentativo di trovare sempre un’armonia, per quanto possibile» (cfr. http://www.insulaeuropea.eu/2020/03/05/ilaria-dinale-intervista-gabriella-sica/). Una mancanza di mondo: «Noi della comunità degl’inermi e dei dispersi/ noi prodighi per sempre e per caso salvi/ noi si resisteva presaghi alla mancanza di mondo» (Poeti amici a Roma, in Le lacrime delle cose). Una mancanza di essere al mondo è tutto quello che la vera, sincera poesia pretestuosamente e allegoricamente nasconde, nella sua stessa fragilità, un’inadeguatezza, un’insufficienza di cui la stessa ignoranza si fa carico, per ammettere che gli uomini appartengono come atomi a un lembo dell’universo, sia pure a un soffio labile del vento. Al poeta non resta che l’autoinganno, in “versi delicati”, in “tocchi di dita”: «I poeti non muoiono mai proprio mai e ritornano sempre/ mi vengono a trovare a casa e non è cambiato niente» (ibidem). Proprio così, perché la poetessa, incapace di concepire l’illusione della vita e dell’io, preferisce restare nell’ignoranza della poesia, per intessere un dialogo muto con i morti, salvo ammettere, nel mesto colloquio con Pasolini: «ma finché eri vivo mancava di senso la tua vita, ogni vita» (ibidem).

La scelta di restare al di qua, nel terreno pagano, trova la sua più alta espressione nella poesia dell’intima fratellanza: con gli uomini (i poeti amici) e con la natura. Il sentimento che accomuna i vicini, i sodali, anche se incapaci di comunicare, rende liberi dai lacci terrestri, la sororanza con le oche diventa il tramite per il vero, forse per l’Illuminazione (ciò che è goffo, forse, non dimostra una verità immediata?): «Eppure c’è del vero a vedervi», scrive Gabriella Sica rivolgendosi alle oche amiche, a cui dà del tu: «tu sei fedele al padrone t’affezioni/ se lui t’abbandona sbuffi con gemiti acuti/ se la forza della semplicità va diritta al cuore». Le epifanie del vero che la poetessa coglie riferiscono di un’unione della Terra con il Cielo a cui già qui è possibile, in piccolissimo e goffo modo, appartenere.

(fasc. 38, 28 maggio 2021)

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Recensione di Adriano Prosperi, “Un tempo senza storia. La distruzione del passato”

Author di Simone Scognamiglio

La questione centrale sulla quale Adriano Prosperi s’interroga nel suo ultimo saggio, edito nel gennaio 2021 da Einaudi per la collana «Vele», è pressappoco la seguente: può l’uomo contemporaneo considerarsi libero dal peso del passato?

La ricerca che da tale quesito prende il via prende strade tortuose e lunghissime, che s’intrecciano con varie e complesse riflessioni socio-politiche, filosofiche e letterarie. Fortunatamente, il discorso equilibrato e mai divagatorio del docente esperto non eccede mai nelle digressioni; pur offrendo molti spunti di approfondimento, tiene bene insieme i tasselli, giungendo a offrire una risposta convincente e un presagio per il futuro. Continua a leggere Recensione di Adriano Prosperi, “Un tempo senza storia. La distruzione del passato”

(fasc. 38, 28 maggio 2021)

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Recensione di Sandro Abruzzese, “Mezzogiorno Padano” e “CasaperCasa”

Author di Giuseppe Ferrara

Riparare con l’oro delle parole

Come diceva Cesare Pavese, «è bene rifarsi a Omero perché Omero è la tragedia, il viaggio, il ritorno. È l’inquietudine, la sconfitta, è l’attesa ma anche la possibilità della speranza realizzata». Letta attentamente, la frase di Pavese, in fondo, dice che Omero è la vita, la realtà; e che Omero è anche la letteratura, l’immaginazione. Continua a leggere Recensione di Sandro Abruzzese, “Mezzogiorno Padano” e “CasaperCasa”

(fasc. 38, 28 maggio 2021)

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Recensione di Anna Wiener, “La valle oscura”

Author di Nicola Curti

Qualche mese fa, vagando in una caffè letterario di San Lorenzo, il mio sguardo è stato catturato dalla copertina bianca di un libro pubblicato da Adelphi, dal cui centro mi sorrideva freddamente il volto dell’androide Sophia, fotografato nei laboratori di Hanson Robotics a Hong Kong da Mattia Belsamini. Sono bastate la veste grafica vincente e la garanzia offerta dal catalogo Adelphi per convincermi all’acquisto. Continua a leggere Recensione di Anna Wiener, “La valle oscura”

(fasc. 38, 28 maggio 2021)

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