La consapevolezza e quasi la soddisfazione a essere inetti non può essere il segno di una vera e propria inettitudine. E questo è un dato che deve collocare Tozzi definitivamente al di là di certi presunti modelli di riferimento[1].
Le questioni biografiche che fanno da sfondo a Ricordi di un impiegato non hanno più peso di quanto ne abbiano sul resto dell’opera tozziana. Per cui, è il caso di dedicarsi prima di tutto alla scrittura, a come essa si presenta ed è offerta – quasi imposta – al lettore. Dopotutto, chi è Leopoldo Gradi? Un giovane che per la prima volta va a lavorare; che per questa ragione ha tutto da dimostrare alla famiglia, a un padre e a una madre che sono uomo e donna fatti. Ama una ragazza che in realtà ha frequentato pochissimo e con la quale intrattiene soprattutto una corrispondenza; lascia la città e va in un paesino di provincia (il che è la dinamica inversa rispetto a una discreta parte della nostra narrativa tardo-ottocentesca, dove – soprattutto dal meridione – abbandonare il paese natio per impiegarsi in città voleva dire ottenere il marchio dalla raggiunta redenzione civile e sociale). Continua a leggere Distonie ambientali per ricuciture familiari in “Ricordi di un impiegato” di Federigo Tozzi
(fasc. 36, 25 dicembre 2020)
