Il potere si combatte con “stile”. “Artico Nero” di Matteo Meschiari

Author di Daniela Carmosino

Nel 2016 l’antropologo Matteo Meschiari pubblica Artico Nero[1], testo ascrivibile al genere ibrido dell’antropofiction.

Che si voglia intendere il neologismo quale definizione di un nuovo genere letterario o, semplicemente, quale etichetta editoriale, l’antropofiction potrebbe sembrare l’ennesimo prodotto ibrido pronto a soddisfare una diffusa richiesta: quella di produrre, in chi legge, tanto un incremento di conoscenza quanto una risposta emozionale[2] intensa, solo in virtù della (presunta) verità dei fatti esposti. In realtà, l’operazione di Meschiari è ben più smaliziata e complessa e soprattutto non scommette solo sull’intensità emozionale di ciò che racconta, né sulla sua verità, ma su come racconta, sulla forza espressiva quale risultato di un sapiente lavoro stilisticoformale, capace, come nella retorica antica e nell’oratoria, di far apparire le cose non appena le si nomini[3]: Continua a leggere Il potere si combatte con “stile”. “Artico Nero” di Matteo Meschiari

(fasc. 33, 25 giugno 2020)

Sul “pittarsi” la vita a piacimento. Il romanzo e il talento di Carmine Abate per immagini e parole

Author di Alessandro Gaudio

Il saggio è dedicato alla memoria di Renato Nisticò, tra i primi studiosi dell’opera di Carmine Abate[1].

La luce, m’interessa, non il soggetto; […] come nasce e si muove e muore la luce, m’interessa[2].

Continua a leggere Sul “pittarsi” la vita a piacimento. Il romanzo e il talento di Carmine Abate per immagini e parole

(fasc. 33, 25 giugno 2020)

Il disinganno copernicano: sull’antropologia materialistica di Giacomo Leopardi

Author di Nunzio Allocca

1. «Le grandi scoperte per lo più non sono altro che scoperte di grandi errori»: questa, come è noto, è una delle convinzioni più radicate di Giacomo Leopardi, chiave imprescindibile per la comprensione della sua idea di modernità. Il “progresso” del sapere non è affatto consistito nella fondazione di verità positive, ma nello smascheramento dei pregiudizi e delle illusioni degli antichi: lo stanno a dimostrare, si legge a più riprese nello Zibaldone, gli stessi Cartesio, Locke e Newton, i massimi protagonisti della filosofia e della scienza in età moderna. Filosofo del dubbio e del disinganno, Cartesio deve la propria fama all’aver ridotto a macerie l’edificio del sapere aristotelico, non a quello malcerto da lui costruito. Né miglior sorte è toccata al suo celebrato avversario Isaac Newton, il cui sistema del mondo dopo poco più di un secolo stava mostrando, osserva acutamente Leopardi, le prime serie crepe: Continua a leggere Il disinganno copernicano: sull’antropologia materialistica di Giacomo Leopardi

(fasc. 32, 25 aprile 2020)

Appunti sulla satira nel “Ragionamento sovra de l’asino” di Giovan Battista Pino

Author di Matteo Bosisio

Il Ragionamento sovra de l’asino di Giovan Battista Pino[1] risulta un’opera complessa e non sempre perspicua, benché l’edizione di Olga Casale e vari contributi esegetici abbiano fatto luce su alcuni aspetti fondamentali[2]: nonostante ciò, diverse informazioni rimangono imprecisabili (ad es., periodo di scrittura, editore e anno di pubblicazione). Il libello – a metà strada tra il rifacimento dei trattati rinascimentali e delle enciclopedie antiche di Gellio e di Macrobio, molto lette e imitate nel Cinquecento – dimostra una forte connotazione ideologica[3]. Le scarne notizie biografiche che possediamo sul suo autore non aiutano a comprendere appieno tutte le allusioni storiche e politiche disseminate nel Ragionamento[4]. Sicuramente ha influito sulla composizione dell’opera la partecipazione di Pino a un’ambasceria presso Carlo V, volta a denunciare la cattiva amministrazione del viceré Pedro de Toledo nel Regno di Napoli e a esprimere il disappunto della popolazione per il tentativo di istituire il tribunale dell’Inquisizione da parte delle autorità spagnole (marzo 1547). Nondimeno la missione diplomatica si rivela controproducente, giacché il governo risponde alle istanze dei sudditi con forti repressioni; lo stesso Pino è incarcerato per alcuni giorni a maggio del 1548 con l’accusa di aver fomentato le proteste[5]. L’eco sarcastica di tali episodi si avverte nel Ragionamento, ambientato a Napoli al termine dei tumulti (11 novembre)[6]: infatti, nel corso dell’opera sono inserite numerose parti satiriche che, adottando diverse tecniche e strategie, deridono Pedro de Toledo e il suo seguito[7]. Continua a leggere Appunti sulla satira nel “Ragionamento sovra de l’asino” di Giovan Battista Pino

(fasc. 32, 25 aprile 2020)

Poesia e nichilismo nell’ultimo Luzi

Author di Alberto Luciano

Una paradossale e irrisolvibile dialettica sembra caratterizzi il discorso lirico luziano dell’ultima tranche (dal Battesimo dei nostri frammenti a Frasi e incisi di un canto salutare), dialettica in cui vige un robusto afflato speculativo e una radicale frizione: la parola, intesa come Oggetto e Soggetto del discorso, si profila come luogo agonico e mortale, voce straziata e metamorfica, segno opaco e svanente. La riflessione di Luzi sul linguaggio o, meglio, sulla parola poetica trova una compiuta formulazione proprio nelle opere della maturità, laddove Luzi si interroga circa le possibilità conoscitive della poesia: l’istanza metalinguistica, espressa in più punti dell’opera, ne rappresenta, così, la cifra istitutiva, delineandosi come impalcatura del discorso e della riflessione. Continua a leggere Poesia e nichilismo nell’ultimo Luzi

(fasc. 32, 25 aprile 2020)

«Il rimorso di essermi salvato solo tra i miei». Benedetto Croce e l’immanenza della morte

Author di Alfonso Musci

Autobiografia e angoscia

In Croce l’idea dell’unità tra filologia e filosofia[1], che ricorre e opera anche dove non è espressa esplicitamente, si estende in ambito storiografico e autobiografico come peculiare «tecnologia» e «ricerca del sé». Il Contributo alla critica di me stesso (1915) – «capolavoro dell’espressione crociana»[2] – è in questo senso opera misteriosa, in cui «il metodo è una ricerca di salute»[3] ed ha una «portata religiosa»[4]. L’autobiografia è punto di vista dell’autore sulla sua opera ed è esercizio «circolare» di filologia dell’universale, «lotta contro una parte di se stesso»[5]. L’«angoscia», prima «acuta» e poi «cronica» – che da «selvatica e fiera» diverrà «domestica e mite»[6] – e la «passione antieconomica»[7], il negativo dell’utile che non trova «riscatto»[8], sono presenze perturbanti che possono riattivare nel sé l’esperienza rimossa della «dissoluzione» individuale. L’impulso autobiografico crociano – in cui convergono ascesi «pratica» (l’educazione dell’atto «volitivo» descritta e analizzata nella Filosofia della Pratica del 1909) e principio di «contemporaneità» (illustrato in Storia, cronaca e false storie del 1912) – è il movimento primitivo dell’Io per allontanare il demone della dispersione spirituale. «Né confessioni, né ricordi, né memorie della mia vita», «vanità dell’individuo» e «transeunte individualità», ma solo «storia della mia “vocazione” o “missione”», «cronologia» e «bibliografia dei miei lavori letterarii»[9], perché «noi realmente non siamo altro» che «l’opera nostra», e «ciò solo vogliamo immortale di noi», mentre «la nostra individualità è una parvenza fissata dal nome» e persiste «come il nulla», «come spasimo»[10]. Continua a leggere «Il rimorso di essermi salvato solo tra i miei». Benedetto Croce e l’immanenza della morte

(fasc. 32, 25 aprile 2020)

L’autobiografia nella “Vita nova” di Dante

Author di Marco Pacioni

Parola scenica, destinatario reale

Nel Medioevo si assiste a un’intensa teatralizzazione degli spazi e delle relazioni, diversa rispetto al passato. A ciò si accompagna paradossalmente la sparizione di un luogo specifico separato e deputato nel quale si svolge lo spettacolo e la fine di un’arte drammatica in senso stretto. Ogni spazio sociale diventa potenzialmente un palcoscenico e l’atto comunicativo che concerne quello spazio sviluppa un’attitudine drammatica orientata a un pubblico e a una situazione determinati. Più in generale, l’istanza di ricezione della comunicazione tende sempre a mantenere un legame con un destinatario reale. La sparizione dei “generi” teatrali nel Medioevo va allora vista non come il semplice venir meno della tradizione antica, ma come il risultato di una disseminazione di quegli stessi “generi”. Tanto che «[l]e caractère général le plus pertinent peut-être de la poésie médiéval est son aspect dramatique. […L]es textes semblent avoir été, sauf exceptions, destinés à fonctionner dans des conditions théâtrales : à titre de communication entre un chanteur ou récitant ou lecteur, et un auditoire. Le texte a, littéralement, un ‘rôle à jouer’ sur une scène»[1]. Continua a leggere L’autobiografia nella “Vita nova” di Dante

(fasc. 32, 25 aprile 2020)

Nello specchio di Bei Dao c’è l’esilio. Alienazione del soggetto e attraversamenti memoriali nell’antologia poetica “Speranza fredda”

Author di Sebastiano Triulzi

Nella dinamica intrusione/esclusione, notava Jorge Luis Borges, il solo momento in cui un uomo sa chi è è proprio quando si guarda allo specchio. La questione del soggetto che si fa oggetto d’analisi e osservazione, per capirsi, per rivelarsi senza infingimenti, ritorna – probante, insistente, contraddittoria – nell’antologia di poesie di Bei Dao, Speranza fredda, curata e prefata con un lucido saggio da Claudia Pezzana[1]. Continua a leggere Nello specchio di Bei Dao c’è l’esilio. Alienazione del soggetto e attraversamenti memoriali nell’antologia poetica “Speranza fredda”

(fasc. 32, 25 aprile 2020)

Il passato davanti a noi

Author di Ernesto Paolozzi

La nostra infanzia, di tanto in tanto, come in un’epifania, ci viene incontro. Davanti a noi si presentano i ricordi, le immagini perdute, i colori, gli odori, i pensieri, e i sentimenti passati si trasfigurano e si sostanziano in un nuovo orizzonte. I ricordi, le gioie e i dolori, la tenerezza e la malinconia ci accompagnano nel cammino della nostra vita, ci sospingono nel futuro.

Il passato è avanti a noi, fa accadere il futuro. Un imprevedibile futuro confinato nelle nostre aspettative, tanto incerto quanto prefigurato, un futuro ben piantato in un passato che non esiste se non nella nostra immaginazione. Continua a leggere Il passato davanti a noi

(fasc. 31, 25 febbraio 2020)

Il liberalismo gobettiano negli scritti di Paolo Bonetti

Author di Maria Panetta

Ho conosciuto Paolo Bonetti solo qualche anno fa, proprio in queste aule di Università[1], ma ovviamente ne frequentavo gli scritti da quando si è accesa la mia passione di studio per Benedetto Croce e la sua opera.

In questa occasione accennerò a un aspetto diverso del Bonetti studioso, che non riguarda solo Croce, ma si tratta comunque di un argomento che mi sta molto a cuore, specie come appassionata e docente di storia dell’editoria: ovvero, la “funzione Gobetti”, se così posso definirla. Il ruolo, cioè, che ebbe il giovane torinese nel collegare idealmente e servire da tramite fra il mondo fiorentino della «Voce» di Papini e Prezzolini, con tutto il suo retaggio culturale di idealismo militante, e quello, a lui successivo, dell’ambiente intellettuale sorto intorno alla Casa Einaudi nel 1933. Continua a leggere Il liberalismo gobettiano negli scritti di Paolo Bonetti

(fasc. 31, 25 febbraio 2020)