Autobiografia e angoscia
In Croce l’idea dell’unità tra filologia e filosofia, che ricorre e opera anche dove non è espressa esplicitamente, si estende in ambito storiografico e autobiografico come peculiare «tecnologia» e «ricerca del sé». Il Contributo alla critica di me stesso (1915) – «capolavoro dell’espressione crociana» – è in questo senso opera misteriosa, in cui «il metodo è una ricerca di salute» ed ha una «portata religiosa». L’autobiografia è punto di vista dell’autore sulla sua opera ed è esercizio «circolare» di filologia dell’universale, «lotta contro una parte di se stesso». L’«angoscia», prima «acuta» e poi «cronica» – che da «selvatica e fiera» diverrà «domestica e mite» – e la «passione antieconomica», il negativo dell’utile che non trova «riscatto», sono presenze perturbanti che possono riattivare nel sé l’esperienza rimossa della «dissoluzione» individuale. L’impulso autobiografico crociano – in cui convergono ascesi «pratica» (l’educazione dell’atto «volitivo» descritta e analizzata nella Filosofia della Pratica del 1909) e principio di «contemporaneità» (illustrato in Storia, cronaca e false storie del 1912) – è il movimento primitivo dell’Io per allontanare il demone della dispersione spirituale. «Né confessioni, né ricordi, né memorie della mia vita», «vanità dell’individuo» e «transeunte individualità», ma solo «storia della mia “vocazione” o “missione”», «cronologia» e «bibliografia dei miei lavori letterarii», perché «noi realmente non siamo altro» che «l’opera nostra», e «ciò solo vogliamo immortale di noi», mentre «la nostra individualità è una parvenza fissata dal nome» e persiste «come il nulla», «come spasimo». Continua a leggere «Il rimorso di essermi salvato solo tra i miei». Benedetto Croce e l’immanenza della morte
(fasc. 32, 25 aprile 2020)