«… Io, sia per mio conto, come credo, sia perché lei me l’ha dato, come crede lei, ho il mio carattere, il mio modo d’essere, la mia logica interiore, e questa logica mi chiede di suicidarmi…».
«Questo lo credi tu! Ma ti sbagli!».
«Vediamo, allora: perché mi sbaglio? Dov’è che sbaglio? Mi dica lei dov’è il mio sbaglio. Visto che la scienza più difficile è quella di conoscere se stessi, è facile che io mi stia sbagliando, e che il suicidio non sia la soluzione più logica di tutte le mie sventure: ma allora lei me lo dimostri. Perché, mio caro don Miguel, se è difficile conoscere se stessi, mi sembra altrettanto difficile che…».
«Che cosa?», gli chiesi.
Mi guardò con un sorriso enigmatico e sornione, e poi lentamente mi disse:
«Ebbene, mi sembra ancora più difficile che un romanziere o un autore di teatro possa conoscere davvero i personaggi che inventa o che crede di inventare…».
Queste uscite di Augusto cominciavano a inquietarmi, e a farmi perdere la pazienza.
«E insisto», aggiunse, «che anche ammettendo che lei mi abbia dato la vita, e una vita immaginaria, non può adesso, così, tanto per fare, perché, come dice, “a lei gli va”, impedirmi di suicidarmi […]».
Non stupisca la lunga citazione che fa da incipit a questa riflessione sull’ultimo – hélas – romanzo di Camilleri che ha per protagonista Salvo Montalbano, Riccardino: l’epilogo, inaspettato eppur coerente, di una coerenza che però guarda fuori dal testo e riguarda la scrittura nella sua dimensione metaletteraria, fa aggallare alla nostra memoria, in maniera prepotente e suggestiva, la figura di Augusto Pérez, protagonista del romanzo unamuniano Niebla. Continua a leggere Il cielo strappato di Montalbano
(fasc. 35, 11 novembre 2020)