Calpestato tu l’hai questo mio cuore!
Ma di una donna non sa far vendetta.
È abitato da Dio, pieno d’amore;
nei miei sogni ti chiamo benedetta.
Chi si trovasse a leggere il celebre capitolo XX dei Promessi Sposi (che comincia: «Il castello dell’Innominato era a cavaliere a una valle angusta e uggiosa, sulla cima d’un poggio»), tenendo a mente, per predilezione o lettura recente, la ben nota poesia dedicata a Trieste dal petrarchesco-freudiano (schivo e pensoso) Umberto Saba, non potrebbe fare a meno di notare la ricorrenza di parole e immagini in tutto o in parte omologhe nelle due opere, come «erta», «ragazzaccio», «intorno» (in posizione privilegiata e dominante), «cantuccio»; e, magari, di domandarsene (ove vi fosse) la ragione. Oltretutto, il famoso incipit della poesia sabiana (Ho attraversata tutta la città) sembra trovare riscontro al precedente capitolo XIX dell’opera manzoniana, allorché Don Rodrigo decide di rivolgersi a un tale «terribile» ma anonimo personaggio per trafugare Lucia: e qui l’autore non disdegna di offrircene qualche notizia tramite gli storici del tempo e racconta di quando, bandito, si trovò a lasciare Milano, tra trombe e trambusto, attraversando la città con pertinace impertinenza verso l’autorità, prefigurandone quasi una traiettoria “achillea” (in seguito alla lite con Agamennone), che troverà compimento nel commovente incontro con Priamo-Federigo, decisivo per la restituzione del “corpo” di Ettore-Lucia (una linea “iliadica”, sottesa al romanzo, ancora non sviscerata dalla critica e che illustreremo prossimamente): «Una volta che costui ebbe a sgomberare il paese, la segretezza che usò, il rispetto, la timidezza, furon tali: attraversò la città a cavallo, con un seguito di cani, a suon di tromba; e passando davanti al palazzo di corte, lasciò alla guardia un’imbasciata d’impertinenze per il governatore». Continua a leggere In balìa di Dio. Note su Saba, “Trieste” e l’innominato
(fasc. 16, 25 agosto 2017)