A quarantadue anni, nel pieno delle forze − corre più veloce che a vent’anni, nuota per chilometri, pratica la boxe, esercita egregiamente la professione di avvocato ed è un accanito lettore −, il protagonista della Mia morte, chiamato G (lettera che forse rimanda al vero nome dell’autore o magari al Gregor Samsa di Kafka o, ancora, al principe Genji del Genij monogatari di Murasaki Shikibu), scopre di essere affetto dal Morbo di Parkinson. Così, decide di raccontarsi. E il suo è il racconto del modo in cui, nella malattia, insieme al corpo, frana tutto ciò che c’è intorno, tutte le relazioni, ogni abitudine. Perché ogni cosa, rinchiusa «in una pesante prigione di carne» (p. 16), tende inesorabilmente al nulla. Che la malattia colpisca la persona nel suo complesso, e non soltanto nel corpo, è chiaro sin dalle prime pagine. G ne ha un primo sentore allorché, con la morte del padre, affetto da Alzheimer, inizia a prefigurarsi con nettezza il carattere della propria; come lui, finirà nel nulla, semplicemente non ci sarà più: «Nulla di tutto quello che posso pensare, dire e fare ha il potere di cambiare il finale» (p. 17), confessa sin da subito. Per liberare la propria vita dall’evidenza di una fine inesorabile, diventa centrale il diritto di morire senza che nessuno possa pretendere di determinarne l’esito; in particolare, quando la tua vita (come quella dello scarafaggio della Metamorfosi) non è altro che un’oscura prigione. E, invece, la tua vita appartiene allo Stato, che «fa finta di essere laico» (p. 124), e ai corvi della Chiesa e non puoi disporne perché, a quanto dicono tutti, hai dei doveri sociali. Dopo una vita trascorsa a tenere in debita considerazione tali doveri e a fronteggiare le prevaricazioni altrui, G, ormai fiaccato dalla malattia ma da essa reso sorprendentemente lucido, prepara uno stratagemma che possa porre fine alla sua esistenza. Continua a leggere Recensione di G, “La mia morte”
(fasc. 29, 25 ottobre 2019)