Recensione di “Arripizzari. Tessitrici di storie. 14 scrittrici italiane contemporanee”, a cura di Alma Daddario (Le Commari Edizioni 2023)

Author di Maria Panetta

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Personalmente, ho un ben preciso ricordo del momento in cui, nello studio della storia della letteratura greca antica, si passa dalla trattazione della poesia cantata dagli aedi a quella relativa ai testi recitati dai rapsodi[1]. Lo rammento soprattutto per i toni sufficienti riservati in svariati manuali (anche universitari) a queste figure di cantori “tardi”, se così si può dire. Com’è noto, il rapsodo ‒ così si legge ad vocem nell’Enciclopedia Treccani ‒ è l’ Continua a leggere Recensione di “Arripizzari. Tessitrici di storie. 14 scrittrici italiane contemporanee”, a cura di Alma Daddario (Le Commari Edizioni 2023)

(fasc. 52, vol. II, 3 giugno 2024)

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Recensione di “I demoni della Santa Fede. Diario di un monaco giacobino del 1799” di Vincenzo Villella (Grafichéditore 2023)

Author di Carmine Chiodo

«Sono io l’ignoto calabrese offeso nel piede dritto, citato nell’elenco segreto dei cospiratori partecipanti alla storica agape di Posillipo della notte del 7 agosto 1793»: questo, l’inizio di uno splendido e affascinante romanzo storico che si snoda in modo fluido in ventotto capitoli. L’autore è Vincenzo Villella, uno dei maggiori e più attendibili storici calabresi, che ci ha dato validi e illuminanti contributi storici mettendo a fuoco aspetti e momenti vari della storia della Calabria e non solo. Al riguardo, tra le sue moltissime pubblicazioni mi limito solo a richiamare le seguenti: La Calabria della rassegnazione in ben tre volumi (1984-1986), L’albero della libertà (1987), I briganti del Reventino (2006), Joachim Murat. La vera storia della morte violenta del re di Napoli (2019). Solo uno studioso, scrittore e storico ferratissimo, ci poteva dare un’opera che, vista nel suo complesso, mostra non solo la vasta e ben organizzata conoscenza storica di Villella, ma pure la sua perizia di scrittore che con lingua sempre chiara e scorrevole rende piacevole la narrazione dei fatti storici e umani di cui si racconta. Continua a leggere Recensione di “I demoni della Santa Fede. Diario di un monaco giacobino del 1799” di Vincenzo Villella (Grafichéditore 2023)

(fasc. 51, 25 febbraio 2024, vol. I)

La magia dell’ukulele incontra il fascino di Monopoli: Musica, Bellezza e Comunità al Monopolele 2024

Author di Vincenzo Vona

Si vocifera negli ambienti ukulelistici che l’idea del Monopolele sia nata in una serata vacanziera nella quale Salvo Mc Graffio e Mauro Minenna, ideatori e organizzatori del festival, videro nella città di Monopoli la location perfetta per una manifestazione musicale con protagonista lo strumento hawaiiano per antonomasia. Continua a leggere La magia dell’ukulele incontra il fascino di Monopoli: Musica, Bellezza e Comunità al Monopolele 2024

(fasc. 52, vol. II, 3 giugno 2024)

Troppo rumore per nulla. Qualche nota sulle canzoni del Festival di Sanremo 2024

Author di Massimo Scotti

In occasione dei funerali di Vittorio Emanuele di Savoia, il 10 febbraio 2024, una cronista del canale televisivo La7 così commentava: «Fa un po’ strano sentir parlare di titoli nobiliari ancora nel 2024». Casualmente, la giornata coincideva con la finale del Festival di Sanremo. Il caso ha spesso una sorridente ironia, e lo dimostra mettendo in atto un principio esoterico fra i più enigmatici e suggestivi: “Riunire ciò che è sparso”. Cosa si può indovinare, o dedurre, dal presentarsi di una simile coincidenza? Forse un fatto piuttosto semplice e sotto gli occhi di tutti: la tradizione è finita. O almeno tende a scomparire. A nascondersi. O a dissimulare il proprio aspetto sotto mentite spoglie. Continua a leggere Troppo rumore per nulla. Qualche nota sulle canzoni del Festival di Sanremo 2024

(fasc. 52, vol. II, 3 giugno 2024)

Recensione di Francesco Procopio, “I canti del Canonico” (Laruffa Editore 2023)

Author di Carmine Chiodo

A Rocco La Cava va il merito di aver reperito il manoscritto dei Canti, conservato nell’Archivio di Casa La Cava, e ancora a Rocco La Cava va il ringraziamento di Marianna La Cava (sorella di Rocco, entrambi figli del noto scrittore Mario La Cava) per aver contribuito all’esegesi del testo e per altri suoi preziosi consigli.

Dalla chiara e utile introduzione di Marianna la Cava si coglie quella che è la poetica del canonico Francesco Procopio, «nato a Bovalino in provincia di Reggio Calabria nel 1779». Vi viene illustrata assai bene la temperie culturale nella quale visse e operò il canonico dai cui versi, ben annotati e commentati, balzano fuori echi di altri autori: Tasso, per esempio; poi «rimandi all’Arcadia con un epitalamio dell’abate Pietro Metastasio»; movenze e reminiscenze appartenenti ai drammi pastorali di Giovan Battista Marino e del Guarini; come sono ancora còlti aspetti impetuosi ma talvolta tristi, «patetici», di natura «sturmeriana».

È, in seguito, messa bene a fuoco la formazione dell’abate Francesco che, «avendo a disposizione la fornita biblioteca di famiglia, […..] amplia la sua formazione culturale oltre i parametri teologici del Seminario» (Introduzione, p. 5). Egli, difatti, possedeva una vasta cultura classica, umanistica, e lo si deduce facilmente allorquando cita miti greci e latini che sono ripresi e trattati in modo creativo nei suoi versi, che richiamano alla mente «i vaporosi colori del ‘Trionfo dell’’Aurora’ di Guido Reni» (ibidem).

Come giustamente osserva Marianna La Cava, questi versi del Canonico sono «eleganti e rimandano a mondi ideali popolati da personaggi mitologici e a luoghi realistici in cui si svolge la vita quotidiana»; sono «versi raffinati e straordinari» come: «Desto, l’aligero / popol sonoro / Saluta il Nume, / Delle girevoli / Sfere, ineffabile / Gloria e decoro / [….] Giulivo a tendere / Torna le reti / il Pescatore / Nelle volubili / Region’ incognite / di Glauco, e Teti / Non è possibile / Provar l’incanto / Del dì che nasce / Senza disciogliere / Ebro di giubilo / La voce al canto / In sì sensibili / Momenti o cara / Scordo le ambasce / Che il sen mi squarciano / E lieta a vivere / L’anima impara».

Altri suoi armoniosi e scorrevoli versi sono inni alla bellezza che la natura ci regala, con frutti, fiori, momenti, ore, stagioni: «Bello è veder le fertili / Viti su’ colli aprici / Tutte disposte in ordine / E l’alme lor cervici / D’aurei racem’ involte / A’ sguardo altrui mostrar / [….] Evvi di Persia il frutice / Che ad assaggiarlo invoglia / Che di oro, e di porpora / Vanta tener la spoglia / Evvi il susin che prono / attende un rapitor / Evvi il rugoso, e lacero / Fico di ambrosia asperso / La Pera, l’odorifero / Popone, che diverso / Sapor conserva / e il dolce Granato di rubin / Allor che l’alba candida / L’estinta face alluma / Un garruletto Zefiro / I vanni suoi profuma / Nella rugiada, molce / Del dì nascente il Crin». Questi canti rispettivamente attengono a Il Mattino, Il Mezzogiorno, La Primavera, L’està; L’autunno, L’inverno; poi si leggono un Sonetto e un’Epigrafe che recita: «A Francesco Procopio Che Nella Città Di Oppido Ebbe Canonicato Cattedra fama Alla Studiosa Gioventù Maestro E Filologo Strenuissimo Spezzò Finché Visse Il Pane Della Sapienza Mancò Alle lettere Greche E Latine Il di 30 Luglio 1841 Di Anni 62 Giovambattista Fratello Questa Immagine dolentissima Fece».

Leggendo l’Introduzione all’opera, si vengono a conoscere altri aspetti e lati della personalità di questo coltissimo abate, che «fu maestro di Grammatica presso il Seminario di Oppido, in Calabria, dove già suo padre era stato maestro di umanità superiore ed eloquenza».

Francesco Procopio appartenne a un’illustre casata e si distinse negli studi umanistici e in quelli teologici, scientifici e giuridici. I suoi versi scorrono facili e immediati, e comunicano i suoi sentimenti e gli atteggiamenti, le emozioni che prova davanti agli spettacoli che di volta in volta gli offre la natura, di cui coglie certi aspetti che influiscono sul suo spirito: «Della stellifuga / Alba le sporte / Gigli e viole / Inaura, e agli esseri / La sua vivifica / Luce comporta» (da Il Mattino); «Cinta di tenebre / D’astri trapunta / Su cocchio di ebano / La notte spunta / Dal fosco margine / Occidental» (da La Notte); ed ecco La Primavera e L’està: «E in mezzo all’erba rorida / In mille spire avvolte / L’aspro torpor rimuovono / In cui giacean sepolte»; «Saprai mio ben che il fuoco / Del Crin che in Ciel fiammeggia / In paragone è poco / A quel che in me serpeggia / Saprai che il dì primiero / Che a me ti offristi, tacquero / Mie doglie, e nel pensiero / Altri desj mi nacquero».

Il canonico ha una personalità spiccata e un proprio programma di vita; ha ben compreso che «Bellezza e Gioventù sono concetti effimeri, ha scoperto che la vera consolazione proviene dalla vita contemplativa nel chiostro di un convento. Per don Francesco questo luogo ideale viene rappresentato dalla Certosa di Padula, a dispetto dei fatti che l’avevano vista teatro di grandi turbolenze con l’arrivo dei francesi, i quali nel 1806 avevano completato l’opera di spoliazione iniziata secoli prima».

In questi Canti del Canonico si gusta una dolce e musicalissima e delicata poesia, che scaturisce dall’intimo di chi l’ha composta.

(fasc. 51, 15 marzo 2024, vol. II)

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Recensione di Pierluigi Mascaro, “I cerchi nell’acqua” (La Rondine 2023)

Author di Luca Castelli

Pierluigi Mascaro è un giovane giurista che si è laureato in Giurisprudenza alla Luiss, dove ha anche conseguito un Master in Diritto amministrativo e ha collaborato con la Cattedra di Diritto dell’ambiente. Si direbbe, dunque, molto più a suo agio con codici e pandette, con note a sentenza o articoli su riviste di settore e, tuttavia, non disdegna incursioni anche in generi letterari a prima vista lontani da quelli abitualmente coltivati dai giuristi, esibendo una versatilità che a ben vedere non è affatto rara nel nostro mondo, come dimostrano, tra gli altri, i successi dei romanzi di Gianrico Carofiglio o Giancarlo De Cataldo.

I cerchi nell’acqua è il primo esperimento letterario di Mascaro nel genere della narrativa. È un volumetto agile – più un racconto lungo che un romanzo breve – che si legge tutto d’un fiato e che conduce il lettore in un viaggio negli abissi dell’animo umano, dove si nascondono quei peccati inconfessabili di gioventù che possono segnare in modo irreversibile tutto il corso di una vita e che alla fine ci portiamo nella tomba. È quanto accade alla sedicenne Jane, fuggita nottetempo senza avvisare nessuno dalla villetta di Long Beach dove trascorre le vacanze. Un trauma indelebile per Aaron, che l’ama profondamente e non l’hai mai dimenticata, al punto da mettersi sulle sue tracce, sebbene siano passati più di quarant’anni da quell’improvvisa dipartita. La ritroverà in un piccolo borgo poco distante da Parigi. Ma quell’incontro, per quanto intenso e gravido di emozioni, non sarà chiarificatore, perché Jane non gli dirà la verità. E così torneranno ognuno alle proprie vite, lei con quel peso sulla coscienza di cui non si libererà mai più, lui con il suo castello incrollabile di fiducia nei confronti dell’amata, di cui ormai non restano che macerie: entrambi con un cumulo di domande rimaste senza risposta.

Nel vissuto di Aaron e Jane ritroviamo, in fondo, dinamiche in cui ciascuno di noi può riconoscersi: il ricordo di un amore estivo che ci resta nel cuore per tutta la vita; il viaggio alla ricerca della persona amata; la fuga verso l’ignoto per nascondere un segreto indicibile; l’idealizzazione di una persona che la realtà si incarica puntualmente di sconfessare. In questo passato che non passa il lettore viene coinvolto da una trama avvincente dentro gli enigmi esistenziali dei due protagonisti, alla ricerca di quelle risposte che neppure loro sono in grado di darsi.

(fasc. 51, 15 marzo 2024, vol. II)

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Recensione di “Il volo del grifone” di Fortunato Nocera (Città del Sole Edizioni 2019)

Author di Carmine Chiodo

Elemento di spicco della Fondazione Corrado Alvaro di San Luca (RC), lo scrittore e saggista Fortunato Nocera ha pubblicato romanzi che mostrano chiaramente la sua perizia nell’adoperare la penna. La sua arte narrativa non è solo descrittiva ma in particolar modo mira a delineare sia gli ambienti nei quali i personaggi agiscono sia la loro psicologia, i loro drammi, la loro maturazione interiore.

Di Nocera abbiamo letto con piacere tre romanzi, l’uno diverso dall’altro per temi e lingua: La maledizione della cometa rossa, Colloqui col padre e Il volo del grifone, tre opere nelle quali il lettore viene trasportato in ambienti e tempi storici diversi, ma che puntano sempre a investigare l’umanità, la sua disperazione, le sofferenze che patisce, la tracotanza e la malvagità di certi uomini vissuti in epoche lontane. Lo scrittore vi intesse una narrazione unitaria, agile, chiara, che mira all’essenziale. Tutto è misurato e ordinato nell’arte narrativa di Nocera, e non vi è alcuna distonia o sproporzione: la pagina è nitida e i periodi sono ben concatenati fra loro. Ci troviamo davanti a opere corali, ben fuse e che talvolta raggiungono esiti poetici notevoli.

Come definire Il volo del grifone? Romanzo storico? Non basta: infatti, vi si racconta la Calabria settecentesca, ma soprattutto c’è l’interesse dello scrittore per la condizione umana. L’opera attesta ancora una volta la maestria, la sapienza di Nocera nell’organizzare la narrazione e chi legge non si annoia mai, in quanto l’opera scorre limpida e chiara: è una narrativa agile, distesa, naturale.

Nella prefazione (Riflessioni su Il volo del grifone di Fortunato Nocera, pp. 7-14), Olindo Martucci coglie molto bene la fisionomia del romanzo, quando scrive che in esso gli attori «non sono maschere, stereotipi di personaggi che agiscono solo secondo il loro ruolo, ma ‘in-individui’ in evoluzione».

Il titolo dell’opera è emblematico, simbolico, in quanto indica la rapacità, la cattiveria di alcune persone che, pur di ottenere i loro scopi, pur di aumentare il loro potere, piombano sugli altri come grifoni, come animali rapaci e avidi; ma vi sono anche personaggi perbene, vittime del “grifone”, di quelle canaglie come quel Giovanni Faria che, dopo averne combinate tante, alla fine sarà pure lui ammazzato; Giovanni che nella vita non ha fatto altro che male e che con la sua astuzia e spregiudicatezza ha conquistato pure il titolo nobiliare di barone.

Fatti e vicende sono narrati in prima persona da Poldino o, meglio, Leopoldo Cutrillo, «ma per tutti sono ‘Poldino’, così come mi chiamavano i miei genitori da piccolo e tutta la gente del villaggio, detto ‘San Vasili’, dove nacqui settantuno anni fa; venni al mondo infatti nel giugno del 1735».

L’opera riporta in Calabria all’epoca dell’occupazione dei «francisi» e si dispiega attraverso due parti unitarie. Ecco l’inizio della prima: «Prologo 31 dicembre 1806. Oggi si spegne l’anno del Signore 1806, domani inizia il settimo di questo nuovo secolo, che si preannunzia duro e drammatico, pieno di lacrime e lutti per noi figli del popolo, come quello precedente» (p. 17). Poldino è figlio di poveri (il padre è un capraio) e, assieme a un’altra ragazza (Nunziatella) di famiglia povera, è stato scelto dalla baronessa Lamberti del Bettino per vivere nel palazzo baronale e per servirla. Si sente fortunato perché è cresciuto in un ambiente «patrizio» e ha appreso «le nozioni di scrittura e lettura assieme ai miei coetanei nobili, di cui fui compagno di giochi» (p. 18). Poldino e Nunziatella vivono in «villa» con donna Maria Consuelo, «che dava gli ordini e le disposizioni, tutto con la fermezza e la durezza di un tiranno» (p. 25).

Lo stile di Nocera è caratterizzato da quella leggerezza calviniana per cui lo scrittore offre una lingua agile, sciolta e nello stesso tempo incisiva nel mettere a fuoco fatti, vicende, tipologie umane. Alcuni esempi: «La marchesa Iolanda Minares era morta di crepacuore due anni prima del marito, quando seppe che anche il palazzo di Napoli era stato venduto per debiti di gioco» (p. 25); «Giovanni Faria era in viaggio dall’alba, salvo una breve sosta alla taverna di Filomena, una delle sue amanti, per rifocillarsi e accudire e abbeverare la cavalla» (p. 45); «Napoli apparve al giovane Paolo quasi mezz’ora dopo che la nave oltrepassasse il canale tra l’isola di Capri e il promontorio. Mancava poco all’alba. Il golfo era immerso in una leggera foschia, tuttavia si scorgeva il tenue lucore dell’illuminazione a olio della città. Luci flebili non diffuse per un arco grande, che al giovane Paolo, abituato a panorami parzialmente illuminati, sembrava enorme» (p. 328). Con tocchi leggeri e precisi sono resi atmosfere, fatti, stati d’animo.

Ci si imbatte anche in voci dialettali calabresi parecchio interessanti: «Quando, poi, avevamo cominciato ad apparire sulla faccia e sul corpo ‘pampule’ [‘vesciche’] piene di liquido e forti infiammazioni alla gola o al palato, i più anziani avevano capito subito cosa stesse imperversando per la contrada, ricordando ciò che era avvenuto trent’anni prima. Era tornata la ‘pusteggia’, il maledetto ‘morbu volanti’ che l’ultima volta aveva dimezzato la popolazione del borgo e che aveva oppresso per tre mesi tutta la provincia» (p. 236); «Improvvisamente smise di piovere. Il ‘subbissu’ [‘la catastrofe’] era finito. Ora non restava che stimare le rovine e seppellire i morti» (p. 263); «Mia madre faceva la ‘jornatara’ – lavorava a giornata – disponibile a fare qualsiasi lavoro, quando capitava»; «Fannulloni cosa fate a quest’ora a casa? Vi pago per lavorare, non per oziare davanti alle ‘farde’ delle vostre donne!» (chi parla è Giovanni Faria e le “farde” sono le gonne, le vesti delle donne, p. 120).

Il volo del grifone è un capolavoro per temi, lingua e strategie narrative. Nell’opera tanti sono i personaggi e tutti essenziali, e di ognuno si mette in risalto la singolarità del comportamento: ecco Giovanni Faria, che «cresceva all’ombra del padre, imparava rapidamente il mestiere paterno e a vent’anni (1744) era in grado di dirigere anche la selleria». Di Poldino si ricorda il suo dolore per il figlio della baronessa e compagno suo di giochi per il quale egli chiede a «donna Consuelo il permesso di vegliare il malato durante la notte, nel caso avesse avuto bisogno di qualcosa: avevo per Carlo un’affezione particolare». Le condizioni di Carlo Ferdinando si aggravano sempre di più fino alle belle e palpitanti pagine di umanità che ritraggono la morte del nobile rampollo e il dolore della mamma: «Intorno alla mezzanotte, dopo un rantolo più lungo e rumoroso, Carlo Ferdinando chinò il capo dalla parte dove lo vegliava sua madre e spirò. […] La baronessa ordinò ad Adelaide e a Nunziatella di provvedere alla vestizione della salma con l’abito di gala dello sfortunato figliolo» (pp. 157-58); «Donna Maria Mercedes restò muta. Volle sedersi al mio posto [di Poldino] per poter tenere la mano del figlio. Le lacrime scendevano a rivoli segnando il bel viso, ma il pianto era silenzioso, come se non volesse dare a quel figlio il dispiacere di sentirla piangere […]. Tutti stavano in silenzio. Si sentiva solo il rantolo dell’infermo. Piano, piano, anche quello divenne più tenue». Ancora una scena in cui è coinvolto Poldino: «Passai la seconda notte accanto al malato, nell’angoscia di vederlo sempre più sofferente, senza poter fare niente per aiutarlo. Gli tenevo la mano nella mia e sentivo, ogni tanto, che la stringeva. Forse era un segno di riconoscenza. Ma non parlava. Io bagnavo la pezzuola e gliela ponevo sulla fronte» (p. 154).

Nell’opera storia e umanità sono fortemente intrecciate: vari uomini sono schiavizzati e varie donne risultano infelici, disperate, oppresse dai baroni, ma poi le cose mutano con la penetrazione delle idee illuministiche e le prime sommosse. Come scrive Nocera nella Postfazione, «L’idea di comporre questo romanzo mi è venuta dopo varie letture sull’invasione francese del Regno di Napoli del 1806; disastrosa per la Calabria, con stragi e alluvioni di interi paesi. La regione, già prostrata da carestie, pestilenze, terremoti e alluvioni, dovette ancora una volta subire un’invasione di tipo barbarico» (p. 377). Il paese di cui si parla è «San Luca, che subì una strage e una devastazione orrende, ma stessa sorte ebbero anche altre comunità aspromontane del settore sud orientale e del settore occidentale» (p. 379).

Il romanzo nasce dopo lunghe e pazienti ricerche storiche, e il suo scopo è quello di «condurre il lettore in quella realtà sociale, economica, civile, della seconda metà del Settecento in Calabria, della quale tuttora non molti calabresi hanno conoscenza» (ibidem). A nostro parere, Fortunato Nocera è riuscito benissimo nel proprio intento.

(fasc. 49, 31 ottobre 2023, vol. II)

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Recensione di “Breve storia della letteratura francese” di Ida Merello (Einaudi 2023)

Author di Giuseppe Candela

Di storie della letteratura francese in italiano ne possediamo diverse e ancora valide, a cominciare dall’ampio progetto in più volumi diretto da Giovanni Macchia e dalla Storia della civiltà letteraria francese (Utet 1993) a cura di Lionello Sozzi. Lo stesso Sozzi è poi tornato alla storia letteraria con un progetto di dimensioni più ridotte, la Storia europea della letteratura francese uscita in due volumetti Einaudi nel 2013, che per certi aspetti ricalibrava il canone evitando gli squilibri evidenti in alcuni punti dell’opera del 1993 (basti menzionare il caso di Céline liquidato in meno di mezza pagina).

Dopo il 2013, per veder pubblicata una nuova storia letteraria francese si è dovuto attendere il 2021, con l’uscita dei due volumi a cura di Michela Landi (Le Monnier) che hanno più il profilo di manuali universitari rivolti a studenti delle due annualità di letteratura francese, come è evidente dallo spazio marginale riservato al Medioevo. Appare, perciò, inaspettata una nuova letteratura francese appena due anni dopo: alla fine del 2023 esce infatti presso Einaudi la Breve storia della letteratura francese di Ida Merello, già collaboratrice della Storia europea del 2013 di Sozzi, nella quale era autrice del capitolo dedicato all’Ottocento.

Questa Breve storia tutta in un solo volume è uno strumento molto diverso dalle precedenti opere sopra accennate. L’autrice, nella nota introduttiva, è molto chiara al riguardo: «Un primo libro di letteratura francese deve invece necessariamente mettere in primo piano gli autori e le opere, evitando però il rischio di trasformarsi in un elenco. È necessario un lavoro di intreccio, in modo che la produzione di un autore risulti chiara nella sua globalità anche se abbraccia diversi generi letterari» (p. XI). Inoltre, come motiva poco dopo, il libro rivolge una particolare attenzione alla letteratura più vicina a noi: «La scelta dello spazio concesso agli autori deriva da una valutazione contemporanea, diversa dalle precedenti perché legata al Dasein, qui, ora, in continuo cambiamento» (p. XII). La storia letteraria di Ida Merello rinuncia, perciò, all’esaustività e alla completezza alle quali miravano i grandi progetti di Macchia e di Sozzi, e allo stesso tempo si propone sia come volume facilmente accessibile agli studenti sia come prima storia letteraria per chiunque si diletti di letteratura francese e voglia approcciarvisi con un piglio meno specialistico (in quest’ultimo caso sarebbe più consigliabile, infatti, la Letteratura francese di Michela Landi).

Ida Merello, infatti, sacrifica interamente il periodo medievale, al quale accenna in appena 6 pagine nel capitolo di apertura, Le origini, nel quale si limita a ricordare la presenza delle chansons de geste, della lirica cortese e del romanzo cavalleresco tra i principali generi del Medioevo, e rivolgendo una maggiore attenzione invece ai due poeti principali del Quattrocento, Charles d’Orléans e François Villon, la cui «fosca poesia […] corrispondeva all’oscurità politica di quei tempi» (p. 8).

Nel successivo capitolo, Il Cinquecento, la trattazione rimane per lo più sintetica. Sono presenti brevi introduzioni storiche, soprattutto riguardo all’epoca di Francesco I, e si dedicano paragrafi specifici ad autori come Margherita di Navarra, Clement Marot, Maurice Scève, e il gruppo della Pléiade, ma lo spazio maggiore è riservato alle due grandi figure del secolo, François Rabelais e Michel de Montaigne, mentre sono del tutto taciute alcune figure di minori come le poetesse lionesi Louise Labé e Pernette du Guillet, e solo accennato è il teatro di Robert Garnier.

Per quanto riguarda il Seicento, secolo aureo della letteratura francese, lo spazio si moltiplica. Da questo momento il francese assume dei tratti canonici e “classici”, la letteratura diventa moderna in senso stretto. Così si trovano pagine sul pensiero libertino, sui salotti, sul preziosismo, sulla lirica (da François Malherbe a Tristan l’Heremite), sul romanzo (tra cui Madame de la Fayette e la sua Princesse de Clèves, Honoré d’Ufré e la sua Astrée, Charles Sorel e la sua Vraie Histoire comique de Francion) e su Jean de la Fontaine. Uno spazio più ampio è dedicato al teatro, con paragrafi interamente dedicati ai tre autori principali del secolo: Corneille, Molière e Racine. Per fare un solo esempio, rispetto alla sinteticità della trattazione, ampio spazio è dedicata all’analisi del Dom Juan di Molière.

Anche la trattazione del Settecento è abbastanza completa, pur riuscendo nel dono della brevità. Paragrafi distinti sono dedicati a Lesage, Montesquieu, Marivaux, Prévost, Voltaire, Diderot, Rousseau, mentre per l’ultimo quarto del secolo è posto un paragrafo generale nel quale si accenna alle voci principali, tra le quali Pierre Choderlos de Laclos, il marchese de Sade, il drammaturgo Beaumarchais e il poeta André Chenier. A conferma di quanto anticipato nella nota introduttiva, questa storia letteraria dunque si conferma essere una sequenza dei profili d’autore più importanti e canonici della letteratura di Francia.

I due capitoli conclusivi, rispettivamente sull’Ottocento e il Novecento, sono anche quelli di dimensioni maggiori e insieme coprono i due terzi della trattazione dell’intero volume. È sicuramente in queste due sezioni che risiede il vero punto di forza del volume, che mira a rendere un’idea generale della tradizione letteraria francese dei secoli più remoti che giustifichino anche la ricchezza e la molteplicità di quanto viene dopo ed è più vicino a noi, la letteratura propriamente “contemporanea”, quella degli ultimi due secoli. In particolare, nel capitolo sull’Ottocento sono affrontate tutte le voci principali del secolo a cominciare da Madame de Staël: Charles Nodier, Chateaubriand, Alphonse de Lamartine, Alfred de Vigny, Hugo, al quale sono dedicate varie pagine sulla sua ampia produzione narrativa, lirica e teatrale; Stendhal, Prosper Mérimée, Dumas padre, Alfred de Musset, Gérard de Nerval, Théophile Gautier, George Sand, Balzac, Barbey d’Aurevilly, Duranty e Champfleury. Ma è a due autori della metà del secolo che è riservato un posto centrale: la poesia di Charles Baudelaire, «il perno del profondo rinnovamento poetico su cui si sarebbero innestati non solo il movimento simbolista e decadente, ma anche la poesia novecentesca» (p. 166), e la narrativa di Gustave Flaubert, soprattutto con la sua Madame Bovary («lo squallore della vita di provincia e l’adulterio sono la sostanza grigia, insignificante, che dà vita a un’opera dalla straordinaria armonia compositiva; mentre a sua volta la protagonista Emma diventa interprete – non certo per i suoi desideri e i suoi sogni, ma per l’atto stesso del desiderare – dell’insoddisfazione esistenziale»: p. 175).

Diverse pagine seguono con la trattazione dei poeti simbolisti, Mallarmé, Verlaine, Rimbaud e Lautréamont, e della narrativa di fine secolo, di matrice naturalista con i fratelli Goncourt, Zola, Maupassant, ma anche con i romanzi fantascientifici di Jules Verne e quelli più vicini alle tendenze estetizzanti fin de siècle di Huysmans. Un breve spazio è dedicato ad altri minori, tra cui Marcel Schwob e Villiers de L’Isle-Adam. Il capitolo si chiude con uno sguardo veloce al teatro di fine secolo e all’irriverente figura di Alfred Jarry.

Il Novecento si apre con alcune figure minori (Péguy, Claudel, Segalen, Colette) e va dritto ai principali scrittori di inizio secolo: Apollinaire, Gide, Proust e Valéry, senza trascurare anche alcune figure di minori tornate alla ribalta negli ultimi anni, come Henri Régnier. La sequela di profiletti d’autore prosegue con nomi come Breton, Éluard, Char, Aragon, Antonin Artaud, George Bernanos e molti altri ancora.

Notevole è l’inserimento di un’autrice riscoperta solo in tempi recenti e non ancora presente nelle altre storie letterarie in italiano, Irène Némirovsky, mentre al centro sotto la rubrica “I grandi creatori” sono presentate due figure di scrittori molto controverse: nel primo caso Céline, che «fu uno dei più grandi prosatori del Novecento europeo, ma la sua intransigenza e la violenza delle sue idee fecero a lungo di lui un reietto» (p. 288); mentre il secondo è George Simenon, per lungo tempo collocato tra gli scrittori di consumo per la serie di romanzi polizieschi sul commissario Maigret, oggi riscoperto come grande autore della statura di Balzac: «Più volte è stato fatto il paragone tra Balzac e Simenon, per la ricchezza di produzione e l’adesione intima alla loro creazione. Per Simenon Balzac metteva in scena l’uomo pubblico, vestito, mentre lui voleva indagare le radici profonde delle azioni nell’uomo “nudo”, vale a dire nella sua interiorità» (p. 298). Seguono le pagine dedicate agli scrittori di metà Novecento (Camus, Sartre, Simone de Beauvoir), al Nouveau Roman e al Nouveau Theatre, al laboratorio dell’Oulipo, con particolare riguardo alle figure di Queneau e Perec, per chiudere con la critica (Barthes, Genette, Bachelard e altri). Le ultime pagine sono dedicate agli autori più recenti che continuano a scrivere nel nuovo millennio: Le Clézio, Annie Ernaux, Modiano, Antoine Volodine, Michel Houellebecq ed Emmanuel Carrère.

Nel complesso la Breve storia della letteratura francese di Ida Merello è sicuramente un buon primo approccio per i neofiti, quindi il suo pubblico privilegiato sono gli studenti e i dilettanti. Ciò non toglie che possa essere anche un buono strumento per rinfrescare la memoria e rivedere velocemente il profilo di alcuni dei principali protagonisti della storia letteraria francese. Certo, il libro non è esente da difetti, per lo statuto stesso della sua proposta: l’assenza di alcuni minori cui almeno si sarebbe potuto accennare (si è detto di Louise Labé, aggiungo qui anche che manca un profilo di Charles Perrault, il noto autore delle Histoires ou contes du temps passé); la scelta di sopprimere l’intero periodo medievale, col rischio di una lettura banalizzante di cinque secoli di ricchissima produzione letteraria di altissima qualità, dalla Chanson de Roland a Guillaume de Machaut e Christine de Pizan, passando per le tappe obbligate di Maria di Francia, i romanzi di Tristano, Chrétien de Troyes, il Roman de la Rose, il Roman de Renart, la poesia dei trovieri, che non possono essere liquidati in due paginette. D’altro canto, il pregio del volume è innanzitutto la scorrevolezza di lettura, agevolata sia dal linguaggio semplice sia dalla linearità della trattazione, ben ripartita in paragrafi dedicati agli autori; a ciò va aggiunta la brevità: trattare in poco più di trecento pagine cinque secoli di letteratura francese riuscendo a stendere un profilo abbastanza esauriente di quasi tutti gli autori maggiori è certo frutto di una notevole capacità di sintesi.

(fasc. 51, 15 marzo 2024, vol. II)

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Recensione di “Marta” di Giusi Verbaro (Lebeg 2021)

Author di Salvatore Iacopetta

Pubblicato per Lebeg nel 2021 e curato con attenzione dalla figlia Caterina, la cui ricostruzione filologica fornisce dati preziosi circa le modalità e il periodo di stesura dell’opera, Marta è un testo postumo di Giusi Verbaro, scrittrice italiana vissuta tra il 1938 e il 2015[1].

«Composto con ogni probabilità nella primavera del 1969»[2] in occasione del Concorso Letterario Giugno Teramese 1969[3], il quale «potrebbe identificarsi col Premio Teramo, un prestigioso e longevo concorso dedicato al racconto inedito, istituito nel 1959»[4], il libello costituisce un raro esempio della scrittura in prosa dell’autrice, la cui vocazione fu essenzialmente e quasi esclusivamente poetica, come testimoniano «le raccolte e i libri di poesia, diciotto in totale»[5] e «una serie di pregevoli cartelle d’arte, in cui le arti sorelle, Poesia e Pittura, vivono in armonica simbiosi»[6].

Il racconto ha per protagonista Marta, una donna il cui volto

non aveva un solo fremito di vita: era fermo, grigio, opaco, chiuso in una espressione senza luce, gli occhi di una fissità arida e allucinata, l’andatura stanca, quasi di automa. Un informe essere senza età, un viso come tanti, non più giovane, ma certo non vecchio, pur se indurito dalla fredda maschera di immobilità; biondi e striati di bianco i capelli acconciati all’antica, stinto, sciupato, fuori moda l’abito[7].

In una giornata di primavera, in seguito a un fatto che la turba profondamente, la protagonista, che per certi versi ricorda la Ida Ramundo della Storia di Elsa Morante, si ritrova improvvisamente faccia a faccia con sé stessa, prende consapevolezza della propria esistenza e vive l’epifania del senso ultimo delle cose. I suoi occhi volti al passato le rivelano una vita semplice, genuina, fatta di desideri inesauditi e devozione agli affetti domestici: le privazioni di un’infanzia segnata dalla guerra l’hanno portata ad assicurare ai propri figli un presente dignitoso e un futuro certo; la loro educazione, che ha avuto la priorità e che li ha tuttavia formati con una visione del mondo troppo distante da quella dei genitori, a tratti inconciliabile, sembra però essere costata ulteriori sacrifici a Marta, la quale, nello scorrere dei giorni, ha visto inaridirsi il proprio rapporto coniugale, sempre più carente di parole e d’affetto. La protagonista, il cui bisogno costante è quello d’amore, incarna plasticamente un certo modello di donna del suo tempo, una donna che vive di rinunce e colleziona rimpianti per il bene altrui, principalmente del marito e dei figli, una donna che soffre in silenzio e si accontenta di fugaci e rari attimi di felicità, una donna in cui la maternità è forza quanto mai viva e ineluttabile, quella donna che rievoca le tante figure femminili dell’Italia meridionale del Secondo dopoguerra che a Giusi Verbaro dovettero essere particolarmente care.

Il breve racconto, diviso in due parti, si presenta sin dall’incipit come un’opera priva di avvenimenti esteriori o fatti che abbiano un certo peso ai fini narrativi; le descrizioni degli ambienti che avvolgono la donna fungono in realtà da contraltare ai moti del suo animo e costituiscono, in definitiva, una sorta di madeleine proustiana che spalanca le intermittenze del cuore della protagonista: se nella prima parte le luci, le vetrine e le voci della città in festa marcano prepotentemente il contrasto con le ombre che abitano l’anima di Marta, nella seconda l’ambiente bucolico della notte rivela una prossimità affettiva ai sentimenti della donna e avvia un processo panico di fusione con la natura, che porta il testo, e la protagonista, ad approdare alle prime dolci luci dell’alba. Oltre a scorgere una netta contrapposizione tra l’essenza delle emozioni provate in un ambiente cittadino parato a festa, rumoroso, chiassoso, le cui luci abbagliano anziché favorire la vista, e i sentimenti recuperati nel silenzio notturno di una realtà edenica, nel libro tutto ciò che è al di fuori di Marta diventa il pretesto per descrivere le rifrazioni del suo io; lettrici e lettori si interrogano sull’influenza reciproca tra interiorità ed esteriorità della protagonista, domandandosi se sia la realtà esterna ad agire e a modificare quella interna o sia quest’ultima a creare ciò che la circonda; il racconto è, dunque, un’epopea del pensiero, «un viaggio nella propria interiorità capace di schiudere la forza del linguaggio, la valenza salvifica della creazione»[8].

Marta, considerato «il battesimo finora segreto della parola di Giusi Verbaro»[9], mette al centro «la forza del linguaggio, la sua eleganza incantatoria, la sua musica inesausta: si pensi al gusto della ricca aggettivazione, agli incisi, all’andamento ritmico e musicale»[10]. Quello della scrittrice è in effetti uno stile poetico: dai periodi brevi alla rarità dell’ipotassi, dalla presenza di figure retoriche quali sineddochi e similitudini, quasi alla maniera dantesca, alla scrittura intrisa di richiami leopardiani, tanto a livello morfologico quanto sintattico («lagrima», «tanta parte occupava»…), fino alle sensazioni olfattive, tattili, uditive, e agli aspetti sensoriali in senso lato, resi plasticamente in un linguaggio la cui metrica palesa un andamento poetico.

Il racconto costituisce sicuramente un raro esempio della scrittura in prosa di Verbaro che, fatta eccezione per la produzione saggistica, rimase quasi del tutto inedita: l’unico breve testo narrativo che l’autrice volle dare alle stampe fu, infatti, il racconto La badante[11]. Leggendo Marta, emerge come la prosa costituisca per l’autrice «un sorprendente flusso di coscienza, trascinante e continuo, che ha messo in moto il suo mondo poetico»[12]. Per la forza e la valenza lirica del suo linguaggio, Marta «precede e prepara la scoperta della poesia, ne delinea lo scenario interiore, smuove il linguaggio e definisce il ritmo del pensiero poetante. […] appartiene a un tempo che potremmo definire la preistoria della poesia di Giusi Verbaro»[13]. L’impressione che si ha leggendo il racconto è la stessa che lascia l’ascolto di una poesia: le movenze sono candide e armoniche, il ritmo appare musicalmente gradevole e le parole costruiscono periodi architettonicamente ben concepiti, proprio come le stanze di un componimento in versi. Già l’incipit del racconto, in cui si scorgono consonanze, climax ed enjambement non strutturalmente visibili ma foneticamente presenti, ne è un esempio:

Un tiepido, dorato pomeriggio di aprile: festa di luci e di colori per le affollate, chiassose vie del centro della grande città; quasi un fluire rapido, intenso di attività e di movimento, quasi una frenetica gioia di vivere e di godere dopo il lungo letargo dell’inverno. Gente vivace, elegante e felice per le vie; le vetrine riccamente addobbate, colorate, festanti; d’intorno, nell’aria, un qualcosa di gaio, di splendido, di nuovo[14].

È difficile affermare che Marta rappresenti solo un testo in prosa dell’autrice: sembra, in verità, che la chiave di lettura della realtà fosse, e sia sempre stata per Verbaro, la poesia, forma mentis mediante cui interagire col mondo in un processo comunque biunivoco che, sì, accoglie l’esterno prosaico come poetico, ma crea e trasforma, al contempo, la realtà circostante in poesia che sgorga dall’anima.

Marta, un racconto tanto breve quanto denso di verità profonde, stabilisce il valore della bellezza quale senso ultimo dell’esistenza, perché di fronte alla natura i problemi dell’umanità sembrano ridimensionarsi, e donne e uomini diventano parte di un Essere che precede il Logos, la sua potenza ma anche i suoi limiti. Se Virgilio, nelle Bucoliche, scriveva che Omnia vincit amor, Giusi Verbaro e la sua Marta sembrano condividere la densità semantica delle parole del poeta latino, aggiungendo che solo l’altro salva e che il senso dell’“io”, in definitiva, alberga nel “noi”.

  1. Archivio di Stato di Firenze, Fondo Giusi Verbaro, Inventario, a cura di F. Cecchi, 2018, pp. 2-4, e online all’URL: <icsaicstoria.it/verbaro-giusi/> (ultima consultazione: 25 febbraio 2024).
  2. C. Verbaro, Un racconto alle origini della scrittura poetica, in Ead., Marta, a cura di C. Verbaro, Roma, Lebeg, 2021, p. 43.
  3. C. Verbaro, Nota al testo, in Ead., Marta, op. cit., p. 41.
  4. Ivi, p. 42.
  5. S. Iacopetta, Giusi Verbaro. Poeta del viaggio senza fine, tesi di laurea magistrale, Firenze, Università degli Studi di Firenze, 2021, p. 6.
  6. Ibidem.
  7. G. Verbaro, Marta, op. cit., p. 7.
  8. C. Verbaro, Un racconto alle origini della scrittura poetica, op. cit., p. 43.
  9. Ivi, p. 47.
  10. Ivi, p. 46.
  11. G. Verbaro, La badante, in Nate a lavorare. Racconti inediti di 39 scrittrici italiane, a cura di M. Jatosti e R. Berardi, Ravenna, Edizioni del Girasole, 2003, pp. 260-64.
  12. C. Verbaro, Un racconto alle origini della scrittura poetica, op. cit., p. 45.
  13. Ivi, p. 43.
  14. G. Verbaro, Marta, op. cit., p. 7.

(fasc. 51, 15 marzo 2024, vol. II)

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Recensione di Francesco de Cristofaro, “La palla al balzo. Dieci viaggi nella letteratura e nell’immaginario del Novecento” (Carocci 2021)

Author di Marianna Scamardella

Francesco de Cristofaro prende per mano il lettore e lo trasporta in dieci viaggi immaginari: dalle crociere di David Foster Wallace e di Andy Warhol sulla nave dell’amore al sintomatico dolore cosmico di Philip Roth, passando per i taccuini di Bruce Chatwin, la commedia, la parodia, il teatro eduardiano, la lettura grottesca dell’apocalisse zombie, tentando di rilanciare ai lettori la stessa palla che egli stesso ha provato ad afferrare al balzo. Continua a leggere Recensione di Francesco de Cristofaro, “La palla al balzo. Dieci viaggi nella letteratura e nell’immaginario del Novecento” (Carocci 2021)

(fasc. 49, 31 ottobre 2023, vol. II)

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