Recensione di Alessandro Piperno, “Ogni maledetta mattina. Cinque lezioni sul vizio dello scrivere” (Mondadori 2025)

Author di Marco Camerini

Pratica antica e longeva renitente allo scacco più frustrante, necessità impellente in bilico fra vizio e tortura che conferisce sostanza, verità, esistenza fattuale alle cose e alla realtà, smania irrefrenabile e gratuita, mistero ispirato da perversi demoni, mezzo conoscitivo subdolo e inattendibile, mai di mera comunicazione, figlia di appagante felicità, attenzione totalizzante e dedizione morbosa quanto di nevrosi, tormento, angoscioso timore dell’incompiutezza che esige rigore stoico, ostinazione febbrile, disciplina asburgica, ritmi monacali (le rothiane “otto ore al giorno, sette giorni alla settimana, 365 giorni all’anno”) e il dovere deontologico di «mettere in cascina una decorosa manciata di pagine al dì, soprattutto quando non se ne ha voglia»: questo e molto altro è la scrittura per Alessandro Piperno che – confessando come «il brivido ai polpastrelli non sia mai venuto meno ogni maledetta mattina» (per nostra fortuna), assistito «dal primo massiccio Toshiba color grigio topo» degli esordi e dai tanti PC che hanno, poi, egregiamente servito la causa – ne scrive con passione contagiosa, a tratti venata di raffinata ironia in uno splendido libro, Ogni maledetta mattina. Cinque lezioni sul vizio dello scrivere (Mondadori 2025), che ha la calviniana “leggerezza” di un (suo) romanzo e, insieme, il rigore di un saggio esemplare per spessore ermeneutico, ampiezza dei riferimenti bibliografici, pertinenza delle citazioni (inserite con felice naturalezza nello snodarsi delle argomentazioni critiche), mai accademico e autoreferenziale nella misura in cui, alla fine, analizza tanti iconici modelli che hanno contribuito a definire, negli anni, il suo percorso creativo.

Certamente ciò significa anche affrontare le motivazioni/pulsioni più intime e latenti che motivano l’atto creativo; si scrive non perché si hanno cose da dire, ma proprio perché non se ne hanno: «trovare un punto di vista plausibile e mettersi al servizio del mondo» – senza dipendere da storie preordinate o anche, magari, intuizioni promettenti, anzi «lasciandosi scegliere dal plot» – sempre, comunque, attraverso un complesso, snervante e ad un tempo esaltante work in progress in cui l’ispirazione non si dà a priori, ma scaturisce dall’esercizio stesso della scrittura del quale «è sorella» (Baudelaire).

Si scrive anche in preda a un’illusione di onnipotenza che conferisce allo scrittore, drammaticamente per Sartre, potere di vita e di morte sui personaggi – «galeotti condannati ai remi» (Nabokov) –, destinandolo il più delle volte a una solitudine pervasa di astio, misantropia, livore e spietatezza che non lasciano spazio alcuno «al rispetto, alla cautela e alla temperanza imposte dalla convivenza sociale». Semmai, inevitabilmente, al lettore, «convitato di pietra capriccioso, umorale e scostante», ma unicamente per non incappare nell’ipocrita falsa modestia dello «scrivo solo per me stesso»: nessuno tollererebbe di essere letto da appena “venticinque” di loro.

Da queste premesse emerge chiaramente come il contributo costituisca un’articolata riflessione teorica e, insieme, uno strumento prezioso (mai, ripetiamo, tecnicistico) per avvicinarsi alla Letteratura otto-novecentesca così – nell’evidente impossibilità di esaurire i cinque fondamentali impulsi che presiedono, inducendolo e motivandolo, l’atto creativo (Ambizione, Odio, Responsabilità, Piacere, Conoscenza) – scegliamo di soffermarci, opzione dolorosa quanto inevitabile dati i limiti di una recensione, sull’intrigante, ossimorica coppia odio-conoscenza.

Sentimento viscerale e nutriente, nobilmente refrattario ai compromessi, sfida lanciata a niente e nessuno, «liquore prezioso fatto con il nostro sangue, la nostra salute, il nostro sonno e due terzi del nostro amore» (Baudelaire), l’odio è storicamente parte integrante della condizione del letterato (particolarmente quando assume le forme della gelosia del mediocre verso il grande: si veda quella, ai limiti del patetico, di Cecco D’Ascoli per Dante).

Ben differente dall’artisticamente sterile risentimento del feroce Saint-Beauve o dei livorosi, maldicenti fratelli Goncourt e ancor più dalle tante rivalità sanguigne del ’900 letterario, a trasformarlo in poesia sono pochi, inimitabili esempi – da Petronio a K. Kraus, passando per il citato Baudelaire – e, comunque, chi odia è per tempra e destino un solitario sociopatico, sempre vigile, sistematicamente in trincea contro ipocrisia, perbenismo, stupidità che, «se non somigliasse all’intelligenza e non si potesse scambiare per genio semplicemente non esisterebbe» (Musil): senza dubbio, il più intollerabile e perseguito fra gli obiettivi del suo astio.

Significativo pare, da un lato, che gli scrittori analizzati si annoverino tra i più venerati dall’autore (che, con trasporto altrettanto palpabile, non nasconde, sempre elegantemente sfumandole, le inevitabili antipatie; un nome particolarmente, in un’altra lezione, ne fa le spese e, nell’impossibilità di essere bocciato, viene dal professore benevolmente rimandato: a chi legge il piacere di scoprirlo!); dall’altro, che il citato istinto, per una sorta di provvidenziale compensazione, determini una tormentosa, maniacale attenzione alla forma, sottomessa all’urgenza etica del contenuto ad esempio dai “responsabili” Tolstoj e Sartre, non senza laceranti, contraddittorie conflittualità. Dalle compulsive esclamazioni ed ellissi di Céline – «Santo patrono» degli odiatori del XX sec., testimone della perversione morale snobistica e decadente che ha infettato la lingua letteraria francese (nulla dopo François Villon, troppo anche per il peggior accesso di bile) – al misticismo tecnico prossimo all’autoflagellazione di Capote in Preghiere esaudite – denuncia diffamatoria e rancorosa della ricca high society newyorkese che lo aveva accolto con pelosa condiscendenza e finì per fargli pagare un fatale, distruttivo prezzo – sino agli incalzanti «a capo, veri colpi d’ascia» e alle percussive, irritanti anafore di Th. Bernhard[1], coerente nell’indignata recriminazione contro il bigottismo flaccido e immorale del borghese austriaco incapace di «emendare il peccato d’origine».

Tornando ai primi, da Baudelaire, modello di comportamento per un’intera generazione di iconoclasti, al Lautréamont di Maldoror – demoniaca entità alter ego del suo creatore, odiatore seriale –; a Proust, in cui il disprezzo è signorilmente «rimasticato e ridotto in poltiglia», sino a Roth e Nabokov, feroce denigratore del poshlost perbenista che si annida nei commenti sociologici e nel genericume giornalistico, considerazioni esemplari vengono riservate a Flaubert (croce più che delizia del prof. Sacerdoti in Aria di famiglia) e a Salinger, affatto simili per l’estenuante, patologico lavoro sulla pagina, l’avversione nei confronti del conformismo di “filistei” e “fasulli”, ed entrambi esaminati non solo per i romanzi più comunemente noti. Se del primo viene evidenziata la centralità programmatica del postumo Bouvard e Pécuchet, «pompose, imbelli mezze tacche animate da progetti pretenziosi», e del Dizionario dei luoghi comuni – «sintesi tassonomica» delle idiozie e dell’insipienza a lui contemporanee, nel quale l’imbecillità è elevata al rango di calamità naturale, capace pericolosamente di dissimularsi sino a rendersi ingerente e violenta –, del secondo, opportunamente chiarito come Il giovane Holden non vada declassato a «vademecum lezioso e furbetto per giovani riottosi e ribelli», ma rappresenti un j’accuse dissacratore in grado di minare i dettami imposti dalla puritana America di Eisenhower, si sottolinea l’assoluto rilievo nella sua produzione della Saga dei Glass, precoci, bizzarri geni incorruttibili e di un gioiello narrativo misconosciuto, Un giorno ideale per i pescibanana.

«Più di una volta, nel corso degli anni, sono stato tentato dall’idea di scrivere qualcosa che desse conto della contiguità fra due narratori che, sin dall’adolescenza, consideravo di diverse spanne superiori a chiunque altro», ammette Piperno all’inizio della sezione “Conoscenza” dedicata a Kafka e Proust, delle cui esistenze «anodine e stanziali, segnate da ubbie nevrotiche» vengono magistralmente colte le molteplici affinità: l’uscita post mortem della maggior parte degli scritti (anche se il secondo, contrariamente a Kafka, aveva «assaggiato la mela avvelenata» di un successo comunque tardivo), la renitenza alla pubblicazione – erano egualmente lontani da una concezione professionale della scrittura –; la sensibilità, nonostante ciò e contro «il mito romantico di anime belle», verso le lusinghe della popolarità; un intrigo di pulsioni letali (colpa, vergogna, acrimonia, impasse morale) e radicato senso di incompletezza generati dalla comune discendenza ebraica nonché dal legame irrisolto con ingombranti spettri familiari (e Jeanne Weil, madre solerte di Marcel, minacciosa alla fine quanto Herman Kafka). Soprattutto, un’irriducibile vocazione alla pagina scritta, «vera vita», emanazione non della piena luce e delle chiacchiere, ma dell’oscurità, del silenzio, di una laboriosa, claustrale reclusione notturna in tane/rifugi inaccessibili alla civiltà come quelli nei quali – proiezioni antropomorfe delle loro personalità – si annidano la cieca talpa kafkiana (topi, sciacalli, non solo scarafaggi nella sua poetica) o il gufo proustiano di Sodoma e Gomorra, la cui vista prodigiosa è introiettata per sondare gli oscuri meandri della memoria.

Insieme i due indiscussi artefici/protagonisti della prosa moderna intraprendono un percorso di edipica, sfibrante scoperta, mortificata e, a un tempo, tenacemente ispirata/stimolata dall’indecifrabilità stessa del reale che l’asettico, prevedibile intelletto non dissipa e il cui emblema sono proprio l’incompiutezza sperimentale delle rispettive opere e del loro stile. Cauto, sospeso, ipotattico, parentetico, aperto e mai conchiuso. Come la conoscenza.

 

  1. Espediente retorico caro a Piperno, assoluto “piacere” per lui le ossessive sequenze anaforiche cui ricorre Dickens.

(fasc. 58, 31 dicembre 2025)

«Resteremo così: imbambolati, cosparsi di crepe, / ma sempre sovrani». La “teatralizzazione dell’esistenza” nelle opere di Angelo Maria Ripellino

Author di Marianna Scamardella

Abstract: Intellettuale poliedrico, dagli interessi teatrali, poetici, figurativi, Angelo Maria Ripellino è una delle figure più difficilmente inquadrabili nel panorama letterario. Slavista, poeta, uomo di teatro, pubblicista, ha indirizzato la propria attività in una ricerca di autenticità, non mancando di esternare influssi fondamentali, (tra gli altri) la poeticità di Aleksandr Blok e la ricerca teatrale di Majakovskij. Il presente contributo vuole mettere in luce diversi lati di Ripellino, dalla sua figura di scrittore a quella di critico, con uno studio dei suoi lavori, per poter evidenziare temi e sintomi di una stessa inimitabile personalità.

Abstract: A multifaceted intellectual, with theatrical, poetic and visual interests, Angelo Maria Ripellino is one of the most difficult figures to be categorized in the literary landscape. A slavist, poet, theater man, and publicist, he focused is work on a search for a authenticity, while not failing to display fondamental influences, (among others) the poetry of Aleksandr Blok and the theatrical research of Majakovskij. This contribution aims to highlight different aspect of Ripellino, from his figure as a writer to that of a critic, through a study of his works in order to emphasize themes and traits of the same inimitable personality.

«Un tragico è sempre un buffone»[1]. Contraddizioni e bilanci di un’arlecchinata

Il nome di Angelo Maria Ripellino è legato al Novecento delle avanguardie, soprattutto in riferimento alla letteratura russa, di cui fu grande cultore, specialmente per quel che concerne la poesia e il teatro. I due ambiti si sono uniti a formare una sintetica prospettiva della scrittura ripelliniana e, a tal proposito, si può parlare di “teatralizzazione dell’esistenza” nella sua attività poetica. Egli stesso scrisse: «Occorre teatralizzare la squallida esistenza, sommuovere il pantano della vita ordinaria»[2]. E, ancora, in Congedo, prosa auto-esegetica pubblicata in La fortezza d’Alvernia, Ripellino scriveva:

Noi viviamo dentro caselle da cui gli altri non ci permettono di uscire… Come in giovinezza, ancor oggi scrivere poesie è per me soprattutto dare spettacolo, ogni lirica è un esercizio di giocoleria e di icarismo sul filo dello spasimo, un tentativo di tenere a bada la morte con tranelli verbali, bisticci e negozi di immagini. È un’estrema tensione, uno scontro, da cui si esce ogni volta malconci, intontiti, con la schiena rotta, come un toro di lidia, que se desmanda huyendo sin dirección…[3]

Il mondo contemporaneo è popolato da persone con brama di successo e guadagno, ipocrisia, spesso fattori che denotano un vuoto divenendo maschere malefiche: «Pagliacci […] corrono a stormo, per la città addormentata / in rauche carcasse di giorni di Ridolini», «Cerchiamo di ridere, Ursus, di accendere / fiamme di ilarità nel nostro arido cuore, / nel nostro esofago, il vomito della gaiezza, / inebriamoci ancora come a vent’anni / per tutto quello che sa travestirsi»[4]. Le opere di Ripellino riflettono, dunque, la «porcinaglia del mondo»[5] popolato da fantocci e manichini che si muovono in «un incessante piangi-ridi»[6]. Allo stesso modo, anche gli elementi naturali, come un fiore, appaiono tali: «Una viola si mostra come un gonfio manichino», «fantoccio pesante», «bambola» e «sprigiona dal suo ventre barocco / un vissuto concerto di Janácek»[7]. Lo scrittore nel linguaggio ripelliniano veste i panni del manichino, dell’automa, ma soprattutto quelli del clown. La figura del clown nell’immaginario di Ripellino è quella dell’artista che conosce le regole del proprio ruolo, è al corrente degli schemi della clownerie, ci gioca costruendo una propria poetica.

Tutto si risolve, dunque, in un’apparenza, laddove la realtà è spesso beffarda: «Non si tratta solo di una mia vecchia ossessione per i feticci e i fantocci e le cere: mi sgomenta l’arcana vitalità di quei simulacri in un’epoca di computers e di ragionatori elettronici»[8]. O ancora:

Io sceglievo e adoravo i fantasmi e i feticci

che avessero diavoleria di arlecchini e appariscenti

colori di spinarelli e destrezza di scriccioli,

i più esclusi, i più ballerini. Sebbene il mio tempo

ricusi come eresiarchi i giocolieri e i funamboli,

non volevo privarmi di Djàghilev, della sua festa,

non mi bastava l’angustia di un iter da piccola ronda,

perché ogni malato ha bisogno di splendide scene di cartapesta,

anche quando sa bene che presto si sfondano[9].

Per cui, «l’arlecchinata» della vita si scioglie in «vortici carnevaleschi»[10]. Già in Le nozze, alla festa per un matrimonio abbiamo a che fare con «le maschere degli invitati»: «Ma nessuno s’avvede che i fantocci [gli sposi] / […] pendono sulla bilancia del niente»[11], per cui il poeta lancia a gran voce il proprio segnale: «Bruciate le maschere usate, gli ovali neri, / perché non diventino croste del volto. / Una volta soltanto portatele. E se le incendiate, / arricchirete l’inferno di vostri sosia e gregari»[12]. Anche i suoni si antropomorfizzano, divenendo «pupazzi di suoni […] tra le nostre orecchie»[13]. Inoltre, per sottolineare il legame tra i fantocci e la contemporaneità, si può tener conto di Manichinia, tratta da Storie del bosco boemo[14], «una storia malinconica». Vi si parla di «un paese di donne nude e statiche», scheletri che abitavano assieme a “tabulari pupattole”; presero il treno per Manichina, «dove ogni donna, sebbene gelida, era di sue mercanzie copiosa» ma anche il giovane ribelle era «un burattino imbottito di trucioli»[15].

La scrittura di Ripellino si fa teatro popolato da clown, giocolieri, prestigiatori, funamboli, acrobati, attori di ogni genere, ed egli stesso diventa uno dei tanti pierrots: «Pierrot insegue sempre farfalle»[16]. Come ancora si descrive nello spegnimento della sua vecchiaia: «Un istrione bramoso di pimpinelle, / uno stinto cascame […]», mentre «il presente fa smorfie come una goffa mascherata di pretensiosi fantocci»[17].

Il teatro e la teatralità della vita sono emergenze costanti nella poesia di Ripellino. Vi è sempre l’esigenza di scoprire ciò che vi è dietro l’apparenza, ove purtroppo si rivela inconsistente anche il mondo stesso. La comicità e l’angoscia si legano intimamente al carattere del critico, così che per lui la vita «quante voci sa indossare, quante / smorfie, ma riso e lacrime cadono nella stessa melma / insalubre e bruciante»[18]. La sua poetica è sotto il segno della contraddizione, come attesta un altro passaggio: «Il vento ha spazzato il tendone della giovinezza, / e pagliacci senili si aggirano a cielo scoperto, spauriti»[19]. Questa opposizione chiastica di tipo generazionale attesta come i fantasmi di Ripellino, tra presente e passato, vaghino nella sua mente che si fa essa stessa teatro. Proprio perché lo spettacolo avviene all’interno della mente, Ripellino constata che nulla è lontano e tutto può essere afferrato con la forza del pensiero e dell’immaginazione: «Non esistono cose lontane: basta alzare una fila di sipari, / di drappi, di tende, di coltri, di veli»[20]. Per cui, è l’autore stesso a dire «Salite, amici, nel teatro della mia solitudine»[21], indirizzandosi al lettore come nel metateatro, tentando quasi di evadere dalla propria vita: «Se tu potessi sollevare il sipario. Si soffoca»[22]. E, ancora, afferma: «Una creatura terrestre tu sei, destinata a soffrire. / Non altro ti tocca / che cambiare maschera continuamente, / fingere che ogni vampata sia miele / sulla tua bocca»[23].

Presa questa consapevolezza, l’autore si fa una raccomandazione: «Dovrò sempre tenere con me in un cartone, / in una smancerata scatolina, / una maschera ardente di bellimbusto e imbroglione, / da indossare se appare una sdrusolina; / non bussola della speranza, ma stella di perdizione»[24]. La conoscenza del vuoto e dell’illusione teatrale implicano un viaggio nella profondità che, per quanto salvifico, non può che creare vertigini nell’autore: «Ho paura / di quegli abissi abitati da maschere»[25]. Eppure, non sono poche le maschere e gli eteronimi che Ripellino indossa: «Scardanelli, la cui prima occorrenza si trova in Notizie dal diluvio, 10; il signor Solferino (Notizie dal diluvio, 34, 58), il signor Gobelino (Sinfonietta, 28, 36), il signor Vanellino (Sinfonietta, 50, Lo splendido violino verde, 65), il signor Abellino (Sinfonietta, 69, 79), François Fratellini (Parapiglia, 25, in Storie del bosco boemo), in cui i cognomi sono una chiara distorsione ma servono a restituire l’effetto di un continuo cambio di ambientazione scenica. E, infatti, «il tramenio delle maschere, il caos dei colori nascondono la vertigine del precipizio»[26].

Alla fine, anche le mani che applaudiranno il poeta-clown si riveleranno teatrali e per niente sincere: «E i congedi, congegni squamosi di lacrime, / esigono sempre stantuffi di mani», mani che un giorno saranno «teatralmente ghiacce»[27]. In questo modo, immaginando il commiato dal pubblico come un “addio” rivolto all’autore, si deduce che la morte stessa è ridotta a spettacolo, a «teatro esequiale»[28]; il pallore di «Cristo che spasima» può venire imputato alla «sua maschera di biacca»[29]; la vita è un cadere del sipario-ghigliottina mentre nel triste Epilogo il poeta chiede: «Non alzate la perfida tabella “Fine”»[30]. Malgrado la sofferenza di esporsi così tanto al pubblico, il poeta si auto-invita a non smettere di recitare le proprie illusioni: «Ma tu reciterai questa illusione / senza fughe, senza infingimenti / sopra un palco da fiera che mostri / la tua squallida ebbrezza, il tuo rovello, / il grottesco dei tuoi vaneggiamenti»[31]. In queste parole viene, forse, espressa la difficoltà di incontrare profondamente e in maniera gratificante gli altri, cioè di discernere nella realtà palcoscenico e platea e insieme l’incapacità di vivere senza vedersi vivere come uno spettatore di se stesso[32], con il timore per giunta di non rispettare la parte assegnatagli dal capocomico inscenato da un fantomatico Dio, che sente addosso come un giudizio sempre imminente: «E ormai manca poco al momento in cui il sole / scioglierà tutta la cera che teneva incollate / le piume delle mie ali, le mie compatte parole». Il tempo ultimo è la scelta di un teatrante divino, di un «Trastullo dalla piuma di un papero»[33]. Mentre tra i primi versi di Sinfonietta leggiamo: «Colui che deve venire / sarà un clown dal sopracciglio ad arco […] un amico di Mozart, / un giocoliere volante, pieno di cocasserie»[34]. Per far sì che questo momento arrivi più lontano possibile, la poesia diventa un palcoscenico pullulante di creature grottesche: nani, omini di Magritte con la bombetta, primedonne fatali bistrate che chiamano all’ultimo supplizio carnale il poeta, il quale cerca con tutte le sue forze di salvarsi.

L’ambiguità tra i due poli, «la riluttanza a innalzare frontiere tra la comicità e l’angoscia»[35] bilancia spesso la medesima pagina, trasmettendo ciò che è positivo e ciò che appare negativo senza che ne derivi uno squilibrio. La scrittura diventa espressione di una metafora dell’anima vista come un’altalena: «Darling, lo so, il mio continuo lamento ti attedia, / questa eterna altalena tra ebrezza e malore. / Il mio rammarico è forse volontà di commedia. / Grande è la buffoneria del dolore»[36]. Anche la metafora è destinata a dissolversi per ricrearsi costantemente e rinnovare la vitalità artistica ed esistenziale dell’autore: «Ogni metafora, appena scritta, si dissolve / come una bolla di sapone. Ma che importa? Mentre parlo di cielo, la mia stessa pagina / diventa una cala di nuvole con mongolfiera»[37]. Rimane, dunque, costante l’antitesi luce/buio che fa esclamare al poeta «Ahimè, vita e morte, la testa mi si confonde»[38]. Pertanto, quando sembra che il passato sia svanito, la realtà riapre «la vecchia ferita» e quando «la dolce, l’ubriaca ferita di nuovo è aperta, / ti metti a ridere come una Pazza di Teatro»[39].

La scrittura poetica diventa, dunque, un «cilindro dell’anima» dove i sentimenti contrastanti di Ripellino sono «come malsani coniglietti bianchi»[40]. Gli squilibri dell’esistenza non annientano il poeta, ma gli restituiscono un’energia di attaccamento alla vita: «Le verdi parrucche degli alberi, i rossi gerani ubriaconi / risvegliano in me il buonumore, un atroce desiderio di vivere»[41]. L’ammissione del poeta è, infatti, di avere un gusto per la vita, sebbene quest’ultima ‒ come una nave fatta di stracci ‒ rischi di “impigliarsi”: «Mi piace il fragore, il bailamme, / ma la mia vita arlecchina, / veliero viluppo di stracci, / con la sua gracile chiglia / si impiglia in un groppo di ghiacci»[42].

«Scalzo, le mani in tasca, incollato al ricordo, vi porgo / il mio desolato assolo»[43]. L’autenticità di uno stile

Il corpus operistico di Angelo Maria Ripellino è uno sconfinato poema barocco che si erge come una cattedrale e che si caratterizza per lo stile ornamentale, il ricamo di parole, l’attrazione per il meraviglioso, il mostruoso, il teratologico, le idee ricorrenti, la ciclicità della storia concepita come fonte per la spiegazione dell’attualità, la visione del mondo come palcoscenico e la vita come sogno. Il barocco ironico di Ripellino afferma il ruolo della personalità nella creazione e ricerca incessantemente nuove visioni, sia intraprendendo stranianti itinerari nel meraviglioso sia approdando a un’ironica parodia delle tradizioni storiche e culturali. Il critico assurge, dunque, ad architetto di un’ineffabile cattedrale barocca, il cui lirismo intenso e debordante è alla base di un poema teatrale punto di confluenza delle diverse culture slave ed europee (avanguardie russe e boeme, Espressionismo tedesco, Surrealismo francese).

L’io di Ripellino non sembra essere il tratto decisivo per spiegare la marcata “personalizzazione” in atto nelle sue opere. Le citazioni e i commenti analitici vi mantengono la parte predominante: la postura con cui il discorso è condotto «si sforza […] di essere impersonale»[44], al di là delle ricorrenze di inserti soggettivi[45] e dell’indicazione delle proprie preferenze estetiche[46]. In questi termini, il critico rivendica la propria attenzione alla scrittura: «Io che amo limar le parole come pietre dure»[47] e in tal modo dichiara di voler «schivare l’informe»[48], attestando così un’indiscutibile personalizzazione. Lo stile unico diventa una forma di vendetta[49] dove «iridate metafore si aprono come code di pavoni», come scrive Ripellino stesso, riferendosi alla poesia di Gavril Deržavin, realizzando così una dichiarazione indiretta della propria poetica[50]. Viene in tal modo operato una sorta di contagio fra scritture in cui il critico, «mimeticamente ispirandosi ai modi dell’autore studiato», assomma poesia e critica in un gareggio di voci[51]. Ripellino «diventa regista e cerimoniere»[52] dal momento che «il teatro è la radice e la matrice del nostro vivere»[53], il «grande circo in cui [Ripellino] gioca tutti i ruoli»[54]. Ad esempio, l’interesse dell’autore per il teatro russo si giustifica col fatto che esso diventa per lui «come l’allegoria d’un mondo-teatro»[55].

L’originalità stilistica di Ripellino si vede soprattutto in Praga magica, che ondeggia tra oggettività e astrazione, facendo sì che il paesaggio di Praga appaia «intriso di un lutto cosmico»[56]. La sua Praga è una foresta di pietra, popolata di ombre e segreti: scrittori, personaggi di romanzo, spettri ubriachi di artisti, poeti: vite morte che vorticano nella notte. Tra onirismo e derealizzazione «mi chiedo se Praga esista davvero o se piuttosto non sia una contrada immaginaria»[57]; l’autore crea una sovrapposizione tra luogo geografico e luogo dell’anima in cui la città diventa un sinonimo possibile «per dire arcano»[58].

Ripellino rifugge l’organicità dell’impianto, caratteristica che gli appartiene anche in veste di traduttore come si vedrà nel paragrafo a seguire, per creare uno spazio di illusione ottica data dal teatro di immagini («vado […] intessendo un libro a capriccio, un agglomerato di meraviglie»[59]). La voce del testo, rifratta e rinfranta, si conta dunque dentro «lo sciame di fantasmi della diaspora»[60], universalizzando la sua scrittura e includendo la sua prima persona nella collettività di un “noi”, soprattutto rifuggendo la dialettica: «Capii che la dialettica, come ogni ricerca a vuoto, per dirla con Weiner […]» è «un diavolo, il quale ci incalza in cerchio come cani che inseguano la propria coda»[61].

Il segreto che abita le parole di Ripellino, quel senso antitetico di opposti che si generano a vicenda, è, dunque, elemento necessario della scrittura dell’autore. Questo lo ha portato a essere talvolta frainteso:

Slavista! Mi gridano donne con frappe sul capo

e con fettucce e colombe e fleurettes e crauti e babau.

Slavista! Mi assalgono omini violacei

con scrofole e maschere e nasi di Ostenda.

Slavista! Mi strilla un rez-de-chaussée spelacchiato

con pesciolini semimorti sul davanzale.

Slavista! Mi insultano un groom d’ascensore

e un albume molliccio dalle mani sudate.

[…]

Chiedo perdono. È deciso. La prossima volta

farò un altro mestiere[62].

 

Nonostante queste accuse, Ripellino sente di non scostarsi dalla poesia, qualsiasi cosa scriva. Precisa che non c’è divario di stile tra i suoi saggi, i suoi racconti e le sue liriche, poiché essi «allo stesso modo diramano le loro radici nell’humus del teatro, della finzione pittorica, allo stesso modo ricorrono alle duplicazioni e ai camuffamenti»[63]. In questo gioco stilistico riprende ancora il suo più grande modello:

Nonostante la fretta e le angustie del tempo, Majakovskij tenne alto lo stile del cartellone, facendone uno stile sperimentale, che oggi parrà forse sfocato come le vecchie pellicole (anche nel movimento precipitoso dei personaggi sbilenchi), ma a noi piace ancora per la sua ingenua irruenza, per il linguaggio affilato, per le stoccate satiriche[64].

Già nel 1948, su «Mercurio» Ripellino tesseva le lodi del poeta:

Majakovskij aveva considerata la poesia uno strumento della lotta politica. E scalzando la lirica da camera degli aemeisti, aveva scritto versi da tribuna, da comizio, irruenti, tumultuosi, iperbolici: «Le battaglie della rivoluzione sono più serie di Poltava e l’amore è più grandioso di quello di Onegin»[65].

Ancora, su «La Fiera Letteraria» scriveva: «La lirica di Majakovskij ha l’importanza che riveste in geometria l’assioma di Labacevskj secondo il quale si possono condurre attraverso un punto parecchie parallele a una data retta, cioè un’importanza rivoluzionaria»[66]. Inoltre, commentando il primo lavoro drammatico di Majakovskij, Vladimir Majakovskij, sottolinea il suo palcoscenico costellato da fantocci:

L’unico vero personaggio è Majakovskij: gli altri sono fantocci meccanici, manichini foggiati per dare parvenza dialogica a un lungo, concitato monologo. […] Eppure, nonostante il loro rigido schematismo, questi pupazzi hanno un riferimento reale: si allungano come proiezioni grafiche di figure infelici dei bassifondi, quasi ombre mostruose di umiliati dostoevskiani[67].

In questo senso Ripellino è consapevole che «è chiaro, in lui il grottesco chiassoso veniva cadendo a una sommessa ironia malinconica, venata di amarezza»[68]. Il critico riprende questo stesso immaginario che solo apparentemente sembra discostato dalla realtà, mentre costruisce con la sua poeticità un intero mondo.

«Io sono Amleto». Leggere Ripellino alla luce di Aleksandr Blok

Del rapporto tra Aleksandr Blok (scomparso nell’agosto del 1921, quando era «ormai uno squallido, spento manichino»[69]) e Angelo Maria Ripellino ‒ il quale lo lesse, studiò, tradusse, recensì e mise in scena ‒ si è scritto poco[70]. Eppure, malgrado la cronologia della realtà avesse reso impossibile l’incontro, tra le opere e le vicende umane dei due scrittori sembra emergere una sorta di affascinante consonanza. Così come Blok credeva nella presenza di «altri mondi»[71], Ripellino, nel suo indagare il retro, la faccia nascosta, le ombre laterali del reale, giunse a «dubitare della consistenza di quel che si crede vero, da ultimo il mondo stesso»[72], poiché «la realtà è anch’essa fittizia»[73].

Secondo Blok, il byronismo russo coincideva con una visione tragica poiché la rivoluzione russa non era l’inveramento storico della libertà illimitata ma si rivelava una miserabile apocalisse della plebe burocratica con la conseguenza di un dispotismo illimitato. Blok appare a Ripellino «sempre là, in mezzo alla neve, nella fioca luce del sogno; così lontano che si ascolta l’eco della sua malinconia canora» e, proprio come lui, il critico risente della sua «intensa solitudine terrena [che] gli ha suggerito la via ad una solitudine eterna, gli ha dato inoltre un più acuto senso della caducità nostra che lasci solchi di sgomento nell’anima»[74].

Al centro del corpus di scritti ripelliniani relativi a Blok si colloca certamente Poesie, traduzione di una scelta di 131 liriche accompagnate da uno Studio introduttivo, pubblicata per la prima volta da Lerici nel 1960 e poi riedita nel 1975 da Guanda e nel 2016 da SE. Con il passare degli anni, i cicli poetici furono montati da Blok in un’architettura generale di tre libri, a formare la cosiddetta trilogia lirica[75]. Le traduzioni di Ripellino, inserite invece in un’antologia che non riporta alcun ciclo per intero, hanno perduto questa rete intertestuale. Inoltre, il critico interviene anche sull’ordine originariamente pensato da Blok: frammenta i cicli e inverte spesso l’ordine delle poesie, componendo una narrazione per così dire alternativa[76] rispetto al testo di partenza. A tal proposito, Giuseppe Traina ha sottolineato la predilizione di Ripellino per «la struttura leggera, addirittura cedevole»; «Ripellino non è uno scrittore dalle architetture potenti»[77].

Quello che emerge dalle traduzioni ripelliniane è, infatti, il «tono grottesco del poeta»[78] da cui scaturisce «un’intima sintonia»[79]. Esempio emblematico, il personaggio di Amleto, che attesta una consonanza tra i due autori. Blok scriveva:

Io sono Amleto. Si raggela il sangue,

quando l’astuzia intreccia le sue reti,

mentre nel cuore il primo amore è vivo,

vivo per l’unica creatura al mondo.

Il freddo della vita ti ha portato,

Ofelia mia, lontano, ed io perisco,

principe, nella contrada nativa,

trafitto da una lama avvelenata[80].

Si tratta di uno di quei componimenti in cui Blok diviene comico, grottesco, teatrale, musicale, febbrile, amletico[81]. Il personaggio letterario di Amleto, per entrambi è alter ego e protagonista di alcune poesie autobiografiche[82]. Nonostante questo, si può comunque notare una differenza di vedute. L’Amleto di Blok è ancora lontano dal teatro del mondo appartenente alla visione totalizzante di Ripellino, la cui formula è società/teatro. Slegato dalla crisi della delusione del simbolismo, tormentato, prossimo alla morte, il protagonista di Blok è tutto preso dalla passione per Ofelia. L’Amleto di Ripellino è, invece, un personaggio contemporaneo al proprio autore, immerso già in un mondo squallido e finzionale che vive insieme di gioia e tristezza: «Con grosse calze di lana rattoppata / e con la spada di cartapesta / il principe di Danimarca, / il capo dei guitti va errando / di villaggio in villaggio»[83]. Accanto al principe di Danimarca si trova il pajac (pagliaccio) blokiano e, insieme, il clown ripelliniano, «figura esposta, oggetto di derisione, di ‘ludibrio’, vittima»[84]. Quest’ultimo, il quale dà il titolo a una poesia tratta dalla raccolta Non un giorno ma adesso, in bilico tra mito riscritto e autobiografia trasfigurata, è in viaggio per la provincia in compagnia di Ofelia chiacchierona e di altre presenze spettrali, ridotto in miseria, irriso dalla gente.

Così come l’Amleto ripelliniano si presenta «col cappello da giullare e il passo incerto», nelle Danze della morte di Blok vi è al centro l’andamento spettrale di un manichino, nella sua danza macabra di ossa stridenti, che con altri scheletri indossa un elegante frac per andare a un ballo. Ripellino-Amleto nel componimento 30 di Sinfonietta, scrive: «Io così goffo nel frigido frac da pinguino, / io che ormai guardo come uno sciamano il mio scheletro / dai rami sempre più storti e più deboli, l’albero gramo della mia vita, il mio manichino»[85]. Inoltre, in Il trucco e l’anima, leggiamo «come Amleto asserisce, gli attori sono gli indici e i sunti delle cronache contemporanee»[86]. Pertanto, lo sguardo di Ripellino riflette «maschere, / cere demoniche e bianchi musi di gesso»[87]; analogamente per Blok ‒ in Bolle di terra ‒ compare «una demoniaca masnada di negromanti»[88].

Inoltre, il blokiano attacco «Sono sovrano, indipendente. / Guido le onde del destino»[89] risuona nell’esordio ripelliniano «Qui dentro io sono il sovrano / e mi appartengono tutti i colori»[90]. Allo stesso modo il lamento preveggente di Blok «Oh, se voi sapeste, amici / il freddo e la tenebra dei giorni futuri»[91] è ripreso nella chiusura di Ripellino «Perché scusatemi, posteri, che freddo, / che vitreo deserto, che uniformità, che sbaragli / soffiano da quel futuro»[92].

Ripellino afferma che la poesia di Blok è «trasposizione in emblemi e motivi barocchi del suo pessimismo», dove «resta solo Pierrot alla ribalta, a lamentarsi del proprio destino»[93]. Analogamente il critico parla di «pierrotici»[94] anni della giovinezza, finendo per paragonarsi a Pierrot che, come lui, è una sorta di doppio, dal momento che vive la sostanziale reciprocità dell’elemento triste e di quello comico, lo scherzo e la tragedia, il riso e il pianto. L’atto poetico, anche quando attraversato dai segni più angosciosi, è sempre uno slancio verso la vita, perché presuppone un progetto, la costruzione ideale e materiale di una testimonianza, che a volte è una forma di ribellione manifestata grazie a poesie cariche di incendi metaforici o saggi costellati di trappole e doppi fondi.

Ripellino critico

Nel 1968, nell’introduzione a Letteratura come itinerario nel meraviglioso, Ripellino avrebbe reso esplicito il proprio metodo critico:

Volevo leggere con occhi vigili e pronti all’analogia, senza farmi irretire da prospettive fallaci, da omissis, da reticenze […]. Apprendendo l’amore della compattezza di Puškin e il ritmo da Belyj e da Blok, che anche i saggi tramuta in cantilene e in tessuti lirici, mi convinsi che il discorso critico, trovando nel testo a cui si avviluppa sostegno come una pianta epifitica, può diventare un autonomo poemetto in prosa, con cesure e cadenze e metafore e divagazioni e sortite in campi adiacenti[95].

In questo manifesto critico il termine “analogia” ricorre spesso a sottolineare la continua ricerca di risonanze, confluenze, echi «fra il lavoro verbale e le zone contigue delle arti e della cultura: oreficeria, balli in maschera, jazz, pirotecnica, cinema, arredamento: giovandomi dell’esempio dei formalisti»[96]. In Ripellino, infatti, lo studio critico non si riduce mai alla sola analisi formale del testo, alle strutture, perché egli cerca e stabilisce un rapporto empatico con la personalità e la psicologia dell’autore, reso possibile dal suo essere a sua volta poeta, dal suo sentire del poeta tutta l’intima fragilità e la solitudine. Ripellino si rifiuta di vedere in un’opera solo una somma di congegni stilistici: «La smania delle strutture non si è in me mai disgiunta dal desiderio di indagare le magiche circostanze che le sottendono, il vincolo tra l’assurdità della vita, che i poeti interpretano a volte con un incongruo spettacolo, e le più falotiche architetture verbali»[97].

C’è un rapporto prospettico che viene a instaurarsi fra critico e autore. Particolarmente esplicito al riguardo è il prologo a Il Trucco e l’anima:

Che cosa è dunque rimasto del teatro russo dei primi trent’anni del secolo? Va ormai svaporando il ricordo di quelle invenzioni […] Cattedrali sfarzose e lucenti si mutano nella memoria in infilate di immense stanze deserte, in cui la voce dell’organo echeggia come squittio di fantasmi. Perciò, raccattando con affettuosa pazienza i materiali dispersi, ricomponendo ragguagli e testimonianze come i tasselli d’un mosaico e reinventando le fredde notizie della mia fantasia, ho deciso di risuscitare quell’epoca, di ridar vita alle ombre dei suoi personaggi[98].

In questo volume, Ripellino ricostruisce le vicende dell’avanguardia artistica russa di inizio Novecento con particolare attenzione all’arte del teatro. Nel primo capitolo l’obiettivo è puntato sul Teatro d’Arte di Mosca, il 17 dicembre 1898, e più particolarmente su «una panchina lungo la ribalta, dinanzi alla buca del suggeritore»[99]. L’attenzione del critico, prima ancora che alla messa in campo dei concetti, è dedicata all’instaurazione dell’atmosfera appropriata: «Il palcoscenico era immerso nel buio. Nelle pause […] pareva di sentire il respiro, la musica pigra d’una sera d’estate»[100] e gli stessi personaggi si caricano «di una realistica carnalità»[101]. Ecco, così, un Anton Čechov che si aggira per le strade: «quella notte la disperazione lo aveva sospinto a vagar senza meta nel freddo di Pietroburgo: esausto, con gli occhi annebbiati, come un automa»[102]. Così anche nel periodo conclusivo di Majakovskij e il teatro: «Il carosello delle metafore simili a specchi deformanti e il trasformismo irrequieto dei personaggi si placano infine nell’immensità misteriosa dell’universo»[103].

Nell’introduzione a Letteratura come itinerario nel meraviglioso, altro testo «auto-esegetico e programmatico»[104], Ripellino parla ancora in questi termini del proprio meccanismo compositivo: «Di saggio in saggio […] si va radunando una sempre più fitta famiglia di “figurine” […] tutte pedine d’un giuoco illusivo, germogli del linguaggio»[105]. All’interno di questo campo semantico dell’artificio, l’operazione rielaborativa fa sì che «il critico dissimula una parte di sé e trucca a suo modo in parte gli autori che si studiano»[106]. In questo senso va letta l’intrusione di figure del travestimento[107], che riproducono l’applicarsi della fantasia dell’autore sul volto dell’attore sottostante. Si veda a tal proposito la collezione di maschere con cui si apre il saggio Per Pasternàk: «Quanti personaggi nella poesia di quegli anni: Blok con le sue laceranti romanze zigane sullo sfondo gelido di Pietroburgo; Chlébnikov, simile a un grande uccello di palude, vagabondo bislacco e squattrinato […] e Brjusov […] e Belyj»[108]. Emblematico è l’imperativo che campeggia all’inizio di un saggio rimasto incompiuto, su Esenin, in cui il critico insiste sulla presenza delle maschere e della funzione teatrale: «Vedere i poeti nella loro maschera […] figurarsi uno di questi poeti»[109].

Anche nei saggi, pertanto, Ripellino tocca spesso il problema della commistione tra finzione e realtà, a volte riportando aneddoti interessanti, come questo:

Nei giorni angosciosi della rivoluzione del ’905, mentre infuriava l’ondata dei “pogròm”, durante la recita di Detì solnca (I figli del sole) di Gor’kij (24. X), l’urlante accozzaglia che irrompe nella dimora di Protasov fu scambiata per un reparto delle centurie nere, penetrato dal palcoscenico: e al grido delle comparse, vestite tutte di bianco (una volta tanto d’un solo colore), rispose l’ululo isterico degli spettatori che, balzando dai loro posti, si lanciarono verso l’uscita in un affannoso pigia pigia[110].

Oppure come quando en passant, mentre tratta del Balagàncik di Blok messo in scena da Mejerchòl’d, parla del «disinganno del tintinnante Arlecchino che, ansioso di evadere dal mondo reale, salta dalla finestra del teatro ma va a gambe all’aria nel vuoto, squarciando l’orizzonte di carta velina (perché la realtà è anch’essa fittizia)»[111]. Si legga, inoltre, questo suo giudizio sul regista russo: «Ed è forse questo il punto più alto del teatro: il superamento della dicotomia platea-palcoscenico, l’evasione della “boîte à illusions”, il ritorno attraverso vellosi strati di intellettualismo alla semplice comunanza col pubblico»[112].

Il gusto per le “arlecchinate del fato” emerge spesso nei saggi ripelliniani, come attesta uno dei passi più significativi: «Così, sullo sfondo d’una “quinta insopportabilmente azzurra” ‒ (come scrisse Kuzmìn in una lirica dedicata alla memoria di Sapunòv), la quinta del mare, ‒ un divertimento di maschere travalicò in una lugubre farsa, in un allibito cordoglio, svelando la macchineria tenebrosa del fato[113].

Per quanto riguarda Chlébnikov, Ripellino scrive che «non sei mai sicuro che la mùtria, il sussiego del naïf non nasconda un ammiccar buffonesco e che viceversa nella sua clownerie non si annidi un sentore di insània, una nera disperazione»[114], riprendendo l’immagine del clown che scrive.

La poesia di Majakovskij, «nell’alternanza del tragico e del burlesco, nella ricerca di effetti, nei dialoghi coi personaggi, nell’intreccio di gesti, domande, esclamazioni, palesa una forte sostanza drammatica»[115]. Molti, poi, si sono accorti dell’«assiduo trascolorare dell’angoscia in arlecchinata» nel teatro di Čechov[116]: «Un simile contrappunto di comico e di afflittivo si ritrova nell’opera dei simbolisti: d’un Belyj, d’un Blok, i quali tendono spesso a incrinare con lampi di burla le atmosfere più fosche, più desolate»[117]. E, ancora, «Secondo Taìrov, il teatro dell’età di rigoglio si fondò su una fertile antinomia di mistero e clownade. Egli era persuaso che un ritorno alla duplicità arlecchinata-tragedia avrebbe rigenerato la scena»[118]. Infine, per tornare alla sua prima raccolta poetica, una riflessione sul mondo circostante si conclude così: «E intanto da ogni piega dello spazio / ammicca, guercio e beffardo, il Burlesco, / intanto squilla sempre più vicina / la lunghissima tromba del Giudizio».

In particolare, Ripellino si concentra sulla forza espressiva di Majakovskij («cantore delle alcove e dei “boudoirs” delle dame, […] manipolatore delle parole come ingredienti di una cucina raffinata»)[119], che, secondo il critico, si sviluppa e si dipana proprio attraverso le sue sperimentazioni, in particolare il campo allegorico. Egli, tardo byroniano russo che oscilla tra l’anelito alla resurrezione e il suicidio[120], risulta in questo senso affine a Ripellino per il dialogo vita/morte che anima costantemente la sua poetica. Su Majakovskij il Nostro scrive: «L’arte più viva di Majakovskij muove dalla pittura dei cubofuturisti e ne assimila i trucchi, i procedimenti, i colori, la scomposizione volumetrica»[121]. Anche il teatro manifesta lo stesso legame: «Il teatro del simbolismo è in sostanza un teatro pittorico. La scenografia prevaleva sul dramma e prendeva la mano dello stesso regista, facendo del palcoscenico una sala di esposizione»[122]. Ripellino ha la capacità di andare a scavare nell’immaginario majakovskiano, individuando quelle tematiche che attraversano l’intera produzione e che diventano caratteristiche proprio della figura che il poeta decide di creare di sé stesso, arrivando in Siate buffi all’intera analisi della produzione teatrale di Majakovskij.

Inoltre, a proposito dell’opera giovanile del poeta russo afferma: «L’opera è un continuo oscillare tra il ghigno clownesco e gli spasimi della crocifissione»[123]. La vita stessa diventa un’abile attrice: «Quante voci sa indossare la vita, quante / smorfie, ma riso e lacrime cadono nella stessa melma / insalubre e bruciante», in «questa autunnale demenza, / questa babele di maschere, in mezzo alle quali indovini / le bolle ectoplasmiche dei conoscenti»[124]. In Lo splendido violino verde Ripellino chiarisce che il Signore è il capocomico: «Eppure ti illudi, Signore, di averci ammaestrato […] Resteremo così: imbambolati, cosparsi di crepe, / ma sempre sovrani»[125]. Dall’altra parte, le persone sono “attori-siluette”[126] e l’autore stesso è una marionetta che si aggroviglia nei suoi stessi fili: «Sono un funambolo impigliato in un invoglio / di funi funeste, / una monotona trottola, / la cui carica sta per consumarsi»[127].

Sebbene nella doppiezza e nell’ambiguità, Ripellino non cade mai nell’annichilimento affermando: «Ricordatevi del mio sorriso, non della mia tristezza»[128]. La sua fiducia rimane nell’arte e nella vita («La creazione è sempre gioia»)[129], e sottolinea quanto notato da Majakovskij, ossia che «il teatro ha dimenticato d’essere spettacolo»[130].

L’immaginario ripelliniano è, dunque, il momento della creazione che ha riscattato il poeta, come recita un verso in cui c’è tutto l’attaccamento alla vita: «Tu sei insaziabile come la morte / nel tuo desiderio di vivere / anche così, anche così»[131]. Pertanto, il clownesco non è solo una condanna al buffo mondo ma ha anche la funzione salvifica di scacciar via i pensieri più gravi, di allentare la tensione delle «danze mascherate» e nei «tripudi frenetici», dove «gli uomini sperano coi travestimenti e col chiasso di sottrarsi alla Morte»[132].

Questa rimane una delle costanti del suo impegno letterario: il desiderio di afferrare la luce prima che il sipario cada…

…non voglio essere ancora murato, non voglio

piegarmi come un sassofono dentro una nicchia,

precipitare nel baratro come una trottola.

Fingerò di non trovare la manica del cappotto

al momento in cui l’oro del teatro diverrà scialbo

e un servo in livrea mi toccherà sulla spalla,

cortesissimamente dicendomi: Schluss[133].

La morte che si avvicina, lanciando le sue allusioni, si può tenere a bada solo con la scrittura, nella speranza che «il nome / fra tanto oblio sopravviva»[134].

 

  1. A. M. Ripellino, Lo splendido violino verde, Torino, Einaudi, 1976, p. 74.
  2. A. M. Ripellino, Vestire gli indiani. Atto I, in «L’Espresso», 13 marzo 1977.
  3. A. M. Ripellino, La fortezza d’Alvernia, Milano, Rizzoli, 1967, p. 133.
  4. A. M. Ripellino, Notizie dal diluvio, Torino, Einaudi, 1969, p. 50.
  5. Ivi, p. 47.
  6. Ivi, p. 73.
  7. A. M. Ripellino, Sinfonietta, Torino, Einaudi, 1952, p. 54.
  8. Da un articolo comparso su «La Stampa», 11 marzo 1969.
  9. A. M. Ripellino, Sinfonietta, op. cit., p. 27.
  10. A. M. Ripellino, Il trucco e l’anima. I maestri della regia nel teatro russo del Novecento, Torino, Einaudi, 1965, p. 360 e sgg.
  11. A. M. Ripellino, Non un giorno ma adesso, op. cit., p. 49.
  12. A. M. Ripellino, Notizie dal diluvio, op. cit., p. 15.
  13. A. M. Ripellino, Non un giorno ma adesso, op. cit., p. 22.
  14. A. M. Ripellino, Storie del bosco boemo, Torino, Einaudi, 1975, p. 91.
  15. A. M. Ripellino, Sinfonietta, op. cit., p. 46.
  16. A. M. Ripellino, La fortezza d’Alvernia, op. cit., p. 11.
  17. A. M. Ripellino, Majakovskij e il teatro russo d’avanguardia, Torino, Einaudi, 2002, p. 146.
  18. A. M. Ripellino, Sinfonietta, op. cit., p. 53.
  19. Ivi, p. 78.
  20. A. M. Ripellino, Il principe Abchazi, in Id., Non un giorno ma adesso, Roma, Grafica, 1960, p. 47.
  21. A. M. Ripellino, La fortezza d’Alvernia, op. cit., p. 30.
  22. A. M. Ripellino, Notizie dal diluvio, op. cit., p. 5.
  23. A. M. Ripellino, Sinfonietta, op. cit., p. 45.
  24. A. M. Ripellino, Lo splendido violino verde, op. cit., p. 44.
  25. A. M. Ripellino, Autunnale barocco, Parma, Guanda, 1977, p. 58.
  26. A. M. Ripellino, Il trucco e l’anima, op. cit., p. 189.
  27. Ibidem.
  28. Ibidem.
  29. A. M. Ripellino, Sinfonietta, op. cit., p. 77
  30. «Ripellino la chiamava “pornografia della morte”. Con questa espressione designava i volgari rituali che seguono il trapasso, la morbosa curiosità degli estranei, gli insinceri necrologi, l’obbligata mestizia dei funerali, insomma la dimensione pubblica della morte. Ripellino, come Rozanov, ne aveva orrore»: questo è l’inizio di Una filiazione spirituale di Rita Giuliani, all’interno di Omaggio a Ripellino, in «Nuova Rivista Europea», marzo-giugno 1979, pp. 72-132.
  31. A. M. Ripellino, Sinfonietta, op. cit., p. 5. Nella stessa pagina il poeta afferma: «Occorre stare al giuoco fino in fondo».
  32. Ivi, p. 30.
  33. A. M. Ripellino, Autunnale barocco, op. cit., p. 46.
  34. A. M. Ripellino, Sinfonietta, op. cit., p. 114.
  35. A. M. Ripellino, Letteratura come itinerario nel meraviglioso, Torino, Einaudi, 1968, p. 119.
  36. A. M. Ripellino, Lo splendido violino verde, op. cit., p. 72.
  37. A. M. Ripellino, Sinfonietta, op. cit., p. 61.
  38. Ivi, p. 47.
  39. A. M. Ripellino, Notizie dal diluvio, op. cit., p. 41.
  40. A. M. Ripellino, Autunnale barocco, op. cit., pp. 52-68.
  41. A. M. Ripellino, Sinfonietta, op. cit., p. 58.
  42. A. M. Ripellino, Lo splendido violino verde, op. cit., p. 86.
  43. Ivi, p. 59.
  44. G. Traina, Materiali per uno studio sul Ripellino saggista, op. cit., p. 63.
  45. Ivi, p. 64.
  46. A. Nicastri, «I sogni dell’orologiaio»: Ripellino e le arti visive, in Id., Ars una. Angelo Maria Ripellino e gli artisti di forma 1, Salerno, Ripostes, 2005, p. 23.
  47. A. M. Ripellino, Praga magica, Torino, Einaudi, 1991, p. 7.
  48. A. M. Ripellino, Di me, delle mie sinfoniette, in Id., Scontraffatte chimere. Poesie, Roma, Pellicano, 1987, pp. 17-18.
  49. Cfr. A. Castronuovo, Lo stile come vendetta, in Pareti di carta. Scritti su Guido Ceronetti, a cura di P. Masetti, A. Scarsella, M. Vercesi, Mantova, Tre Lune, 2015, p. 71.
  50. A. M. Ripellino, Variazioni sulla poesia di Deržavin, in Id., Letteratura come itinerario del meraviglioso, op. cit., p. 17.
  51. A. Cortellessa, Rivestire di nomi l’abisso. Note per un itinerario in Ripellinia, in «Ermeneutica Letteraria», V, 2009, p. 119.
  52. A. M. Ripellino, Introduzione a Id., Letteratura come itinerario del meraviglioso, op. cit., p. 9.
  53. Ripellino intervistato da R. De Vito: Un forziere, in «Il Veltro», XIX, 3-4, 1975, p. 361.
  54. G. Traina, Materiali per uno studio sul Ripellino saggista, op. cit., p. 69.
  55. A. M. Ripellino, Il trucco e l’anima, op. cit., p. 11.
  56. A. M. Ripellino, Praga magica, op. cit., p. 11.
  57. Ivi, p. 13.
  58. Ivi, p. 10.
  59. Ivi, p. 23.
  60. Ivi, p. 14.
  61. Ivi, p. 16.
  62. A. M. Ripellino, Notizie dal diluvio, op. cit., p. 45.
  63. A. M. Ripellino, Di me, delle mie sinfoniette, op. cit., p. 19.
  64. A. M. Ripellino, Majakovskij e il teatro d’avanguardia, op. cit., p. 93.
  65. A. M. Ripellino, La poesia sovietica d’oggi, in «Mercurio», V, n. 35, febbraio 1948.
  66. A. M. Ripellino, Majakovskij e la versificazione sovietica. Lo stile di Lenin influì sul verso del poeta. Oggi però si torna all’antico, in «La Fiera Letteraria», II, n. 16-17, aprile 1947.
  67. Ivi, p. 49.
  68. Ivi, p. 67.
  69. A. M. Ripellino, Studio introduttivo, in A. Blok, Poesie, Milano, Lerici editore, 1960, p. 69.
  70. Si ricordino alcune riflessioni di Valerio Magrelli, nella sua prefazione Ripellino docet (in A. Blok, Poesie, Parma, Guanda, 2000) e il contributo di D. Cavaion, Note sulla tradizione di Blok ad opera di A. M. Ripellino, in «Europa Orientalis», XL, 2021, pp. 465-80.
  71. A. Blok, Zapisnye knižki (Leningrad, Priboĭ, 1930), p. 49; trad. it., p. 18.
  72. F. Roana, Teatralizzazione dell’esistenza nella poesia di Angelo Maria Ripellino, in «OTTO/NOVECENTO», XXVI, 1, gennaio/aprile 2002, p. 113.
  73. A. M. Ripellino, Il trucco e l’anima, op. cit., p. 123.
  74. A. M. Ripellino, Aleksandr Blok, in Id., Iridescenze. Note e recensioni letterarie (1941-1976), a cura di U. Brunetti e A. Pane, Torino, Aragno, 2020, vol. I, p. 23.
  75. Blok stesso ha parlato della sua trilogia, utilizzando metafore architettoniche, come scrive nel ciclo conclusivo dell’opera, O Čem poet veter.
  76. Tra i cicli contenuti nel primo libro spicca per quantità di liriche scelte Stichi o prekrasnoj dame (Verso sulla bellissima dama), mentre è quasi del tutto assente la prima raccolta, Ante Lucem. Nel secondo libro, più corposo, è assente il poemetto Nočnaja Fialka (La violetta notturna), che è ampiamente trattato nell’introduzione. Manca un’intera raccolta. Vol’nye mysli (Liberi pensieri), non ricordata neppure nell’introduzione, e che tuttavia segna un momento particolarmente importante nella produzione blokiana, poiché Blok si pone il tentativo di superare il precedente simbolismo esoterico per muovere in direzione più realistica. Appaiono invece centrali, nel Blok di Ripellino, le poesie di Puzyri zemli (Bolle di terra) che, con il loro contenuto stregonesco di «diavoletti, pretini palustri, monachine taciturne ed altri fantocci di muffa, minuzzoli primaverili, che incarnano le forze elementari della natura» (Id., Studio introduttivo, op. cit., p. 28), sono vicine al Ripellino poeta. Per quanto riguarda le liriche tratte dal terzo volume, fra le traduzioni sono assenti del tutto i cicli Karmen, gioioso e armonico, la sua conclusione Solov’inyj sad (Il giardino degli usignoli), e O Čem poet veter (Di cosa canta il vento), crepuscolare e senile. Grande attenzione è invece data da Ripellino a Ital’janskie stichi (Versi italiani, che viene tradotto per buona metà), Rodina (Patria), Arfi i Skripki (Arpe e violini) e, soprattutto, Strasnyj mir (Mondo terribile).
  77. G. Traina, Osservazioni su Praga magica, in Maestra ironia. Saggi per Luca Curti, a cura di F. Nassi e A. Zollino, Lugano, Agorà & Co., 2018, p. 193.
  78. A. M. Ripellino, Lettere e schede editoriali (1954-1977), a cura di A. Pane, Torino, Einaudi, 2018, p. 73.
  79. V. Magrelli, Ripellino docet, in A. Blok, Poesie, op. cit., p. VI.
  80. A. Blok, Poesie, op. cit., p. 317.
  81. Si veda la prefazione Il teatro del giovane Blok alla traduzione di Leoni e Pescatori dei Drammi lirici di Blok (1977).
  82. Un giovane Blok recita, assieme alla fidanzata Ljubov, brani dall’Amleto: egli è il principe, lei Ofelia (e Ripellino inserisce nel proprio Studio introduttivo la fotografia che la coppia si fa scattare). Scrive Rita Giuliani che la vita e il teatro sono fortemente intrecciati anche in Ripellino: «La radice della passione di Ripellino per il teatro affonda nella sua concezione del mondo: il teatro rappresentava per lui molto di più che una forma artistica e un campo di ricerca, ai suoi occhi si configurava addirittura come allegoria del mondo, come metafora della vita»: R. Giuliani, La lezione slavistica di Angelo Maria Ripellino, in Angelo Maria Ripellino e altri ulissidi, op. cit., p. 19.
  83. A. M. Ripellino, Amleto, in Id., Non un giorno ma adesso, ora in Id., Poesie prime e ultime, p. 107. Poesia apparsa per la prima volta su «La Fiera Letteraria», Poesie: Teatro; Sogni d’un lustrascarpe; Amleto; Inutilmente, IX/ n. 37, settembre 1954.
  84. Alessandro Fo, La poesia-spettacolo di Ripellino come lotta e ricerca, in A. M. Ripellino, Poesie prime e ultime, op. cit., p. 14.
  85. A. M. Ripellino, Sinfonietta, op. cit., p. 134.
  86. A. M. Ripellino, Il trucco e l’anima, op. cit., p. 238.
  87. A. M. Ripellino, Notizie dal diluvio, op. cit., p. 40.
  88. A. M. Ripellino in A. Blok, Poesie, op. cit., p. 93.
  89. A. Blok, Na straze, in Id., Polnoe sobranie socinenij i pisem v 20 tt., Moskova, Nauka, 1997, p. 145.
  90. A. M. Ripellino, Poesia 59, in Id., Notizie dal diluvio, ora in Id., Notizie dal diluvio. Sinfonietta. Lo splendido violino vede, op. cit., p. 77.
  91. A. Blok, Na straze, op. cit., p. 146.
  92. A. M. Ripellino, Poesia 60, in Id., Notizie dal diluvio, op. cit., p. 78.
  93. A. M. Ripellino, Studio introduttivo, op. cit., p. 32.
  94. A. M. Ripellino, Sinfonietta, op. cit., p. 154.
  95. A. M. Ripellino, Introduzione a Id., Letteratura come itinerario nel meraviglioso, op. cit., pp. 6-7.
  96. Ivi, p. 8.
  97. Ivi, p. 9.
  98. A. M. Ripellino, Il trucco e l’anima. I maestri della regia nel teatro russo del Novecento, Torino, Einaudi, 1965, p. 11.
  99. Ivi, p. 15.
  100. Ivi, p. 16.
  101. C. Lombardi, Introduzione a Il personaggio. Figure della dissolvenza e della permanenza, Alessandria, Edizioni dell’Orso, 2008, p. XVII.
  102. A. M. Ripellino, Il trucco e l’anima, op. cit., p. 19.
  103. A. M. Ripellino, Majakovskij e il teatro russo d’avanguardia, op. cit., p. 270.
  104. G. Traina, Materiali per uno studio sul Ripellino saggista, in Angelo Maria Ripellino e altri ulissidi, a cura di N. Zago, G. Traina, A. Schinià, Leonforte, Euno, 2017, pp. 59-75: 65.
  105. A. M. Ripellino, Introduzione a Id., Letteratura come itinerario del meraviglioso, op. cit., p. 9.
  106. A. M. Ripellino, Esenin, in Id., L’arte della fuga, Napoli, Guida, 1987, op. cit., p. 158.
  107. Afferma Ripellino: «La critica è un travestì», in Id., Esenin, op. cit., p. 158.
  108. A. M. Ripellino, Primo tentativo di interpretazione della poesia di Pasternak, in Id., Letteratura come itinerario nel meraviglioso, op. cit., p. 217.
  109. Ivi, p. 155.
  110. A. M. Ripellino, Il trucco e l’anima, op. cit., p. 59.
  111. Ivi, p. 123.
  112. Ivi, p. 149.
  113. A. M. Ripellino, Il trucco e l’anima, op. cit., p. 162.
  114. A. M. Ripellino, Tentativo di esplorazione del continente Chlébnikov, in V. Chlébnikov, Poesie. Saggio, antologia e commento a cura di A. M. Ripellino, Torino, Einaudi, 1968, p. XIV.
  115. A. M. Ripellino, Majakovskij e il teatro d’avanguardia, op. cit., p. 33.
  116. A. M. Ripellino, Il trucco e l’anima, op. cit., p. 263.
  117. A. M. Ripellino, Letteratura come itinerario nel meraviglioso, op. cit., p. 122.
  118. A. M. Ripellino, La tragedia e il suo rovescio, l’arlecchinata, in Id., Il trucco e l’anima, op. cit., p. 354.
  119. A. M. Ripellino, Majakovskij e il teatro russo d’avanguardia, op. cit., p. 15.
  120. A. M. Ripellino, Play Majakovskij (Divagazioni su La cimice), in «Russia», n. 3, 1977.
  121. A. M. Ripellino, Letteratura come itinerario nel meraviglioso, op. cit., p. 269.
  122. A. M. Ripellino, Il trucco e l’anima, op. cit., p. 131.
  123. A. M. Ripellino, Iridescenze, II, in V. Majakovskij, Poesie, op. cit., pp. 699-700.
  124. Dalla poesia 53 di A. M. Ripellino, Sinfonietta, op. cit., p. 68.
  125. A. M. Ripellino, Lo splendido violino verde, op. cit., p. 42.
  126. A. M. Ripellino, Il trucco e l’anima, op. cit., p. 116.
  127. A. M. Ripellino, Sinfonietta, op. cit., p. 62.
  128. Ivi, p. 29.
  129. A. M. Ripellino, Il trucco e l’anima, op. cit., p. 355.
  130. A. M. Ripellino, Majakovskij e il teatro d’avanguardia, op. cit., p. 209.
  131. A. M. Ripellino, Sinfonietta, op. cit., p. 10.
  132. A. M. Ripellino, Letteratura come itinerario nel meraviglioso, op. cit., p. 121.
  133. A. M. Ripellino, Sinfonietta, op. cit., p. 45.
  134. A. M. Ripellino, Lo splendido violino verde, op. cit., p. 71.

(fasc. 58, 31 dicembre 2025)

Dante in chiaroscuro: il “Trattatello” di Boccaccio e la costruzione del mito

Author di Letizia Tosi

Abstract: Il saggio analizza il Trattatello in laude di Dante di Giovanni Boccaccio come testo fondativo nella costruzione del mito dantesco. La metafora pittorica del chiaroscuro diventa la chiave interpretativa della scrittura boccacciana: come nelle arti figurative l’ombra conferisce profondità e verosimiglianza alla figura, così nel ritratto di Dante gli aneddoti e gli episodi terreni ne accrescono la risonanza e la veridicità. Questa tensione fra luce e tenebra offre la matrice su cui si innestano le riscritture successive, da Villani a Benvenuto da Imola, da Bruni a Landino, rivelando il nucleo più fecondo dell’eredità boccacciana: la capacità di generare un ritratto del poeta in perenne movimento nella tradizione letteraria.

Abstract: The present essay analyses Giovanni Boccaccio’s Trattatello in laude di Dante as a foundational text in the construction of the Dante myth. The pictorial metaphor of chiaroscuro becomes the key to interpreting Boccaccio’s writing: just as in the figurative arts, shadows give depth and realism to figures, so in the portrait of Dante, anecdotes and earthly events increase his resonance and credibility. The tension between light and darkness provides the matrix on which subsequent rewritings are grafted, from Villani to Benvenuto da Imola, from Bruni to Landino, revealing the most fruitful core of Boccaccio’s legacy: the ability to generate a portrait of the poet in perpetual motion within the literary tradition.

L’importanza che, con la sua attività di copista, biografo, ed esegeta, Boccaccio ebbe nel promuovere quello che diventerà il culto di Dante a Firenze è stata largamente studiata[1]. L’interesse per l’Alighieri è esibito nelle opere volgari: nell’Amorosa visione «il maestro dal qual io / tengo ogni ben»[2], nelle Rime «se Dante piange, dove eh’ el si sia, / che li concetti del suo alto ingegno / aperti sieno stati al vulgo indegno»[3]; ma Dante appare anche nelle opere latine: nel De casibus virorum illustrium figura tra gli uomini a cui nessuno ha ancora garantito l’immortalità («clarissimum virum et amplissimis laudibus extollendum Dantem Aligherii»)[4], nelle Genealogie deorum gentilium, il Poeta viene menzionato come un’autorità sui fiumi infernali e come poeta-teologo: «catholicum atque divinum potius ostendit esse theologum»[5]. Nell’epistola del 1371 a Iacopo Pizzinga Dante, inoltrandosi per sentieri nuovi, risveglia «semisopitas sorores» e Febo, costringendoli a cantare maternum cantum[6].

Fu, poi, durante il secondo incontro fra Boccaccio e Petrarca che la questione del valore dell’Alighieri assunse un precipuo rilievo, dando inizio a un dialogo letterario sub specie Dantis. La prima mossa fu del Certaldese che, notando l’assenza della Commedia nella biblioteca petrarchesca, gli inviò un esemplare – il Vaticano latino 3199 – unitamente al carme Ytalie iam certus honos[7] e, probabilmente, una copia del Trattatello[8]. Qui definisce il poema dantesco «opus doctis, vulgo mirabile, nullis / ante, reor, simili compactum carmine seclis» e il suo autore vate-teologo[9] ingiustamente privato dell’alloro poetico.

Questo interesse crescente per Dante trova una sintesi compiuta nel Trattatello in laude di Dante: un vero e proprio spartiacque nella tradizione trecentesca e pietra di paragone per le biografie successive. Lo stesso certaldese ne rivendica il primato «infino a qui niuno truovo averlo fatto». Il presente contributo intende proprio indagare la costruzione del ritratto di Dante di Giovanni Boccaccio, analizzandone il ruolo fondativo nella mitopoiesi dantesca. Attraverso una scrittura che alterna luce e ombra, Boccaccio dipinge un ritratto chiaroscurale che diventa matrice per la fortuna dantesca successiva.

Dopo il racconto biografico che si chiude con la morte del poeta, troviamo un’invettiva contro Firenze, rea di aver esiliato «il tuo carissimo cittadino, il tuo benefattore precipuo»[10]. Questo rapporto inscindibile fra Dante e il «bello ovile»[11] – ma anche la colpevolezza della città nei confronti del poeta – verrà riproposto da molti degli scrittori successivi. Segue, poi, una sezione in cui l’elemento biografico scivola verso l’aneddoto, mescolando osservazione fisica e interpretazione simbolica:

i capelli e la barba spessi, neri e crespi, e sempre nella faccia malinconico e pensoso. Per la qual cosa avvenne un giorno in Verona, essendo già divulgata pertutto la fama delle sue opere, e massimamente quella parte della sua Comedia, la quale egli intitola Inferno, e esso conosciuto da molti e uomini e donne, che, passando egli davanti a una porta dove più donne sedevano, una di quelle pianamente, non però tanto che bene da lui e da chi con lui era non fosse udita, disse all’altre: «Donne, vedete colui che va nell’inferno, e torna quando gli piace, e qua su reca novelle di coloro che là giù sono?» Alla quale una dell’altre rispose semplicemente: «In verità tu dèi dir vero: non vedi tu com’egli ha la barba crespa e il color bruno per lo caldo e per lo fummo che è là giù?»[12].

Sebbene l’episodio sia innocuo, secondo Luca Carlo Rossi contribuisce a corroborare il “mito nero di Dante” come frontaliere tra aldilà e mondo dei vivi, alimentando una «nomea sulfurea»[13] peraltro già circolante.

Anche l’isolamento del Poeta dal mondo esterno è descritto da Boccaccio in un aneddoto: a Siena, presso la bottega di uno speziale, a Dante viene offerto un libro famoso che non aveva ancora avuto occasione di vedere. Non potendo portarlo altrove, si sdraia su una panca e si immerge nella lettura, memorizzando le parti salienti e rimanendo concentrato per molte ore, senza rendersi conto dei balli e dei rumori della festa cittadina. Questo episodio mette in luce non solo la sua straordinaria capacità di concentrazione e la perdita di contatto con il mondo esterno durante il lavoro, ma anche, presupponendo quindi una critica, «il carattere disorganico e occasionale della formazione intellettuale di Dante, che si getta famelico su un testo celebrato dai dotti, ma a lui ignoto, casualmente reperito fuori da qualsivoglia biblioteca»[14].

Dopo una digressione sulla poesia e il suo rapporto con la teologia, il racconto torna a descrivere i costumi, i vizi e le virtù del poeta: per ponderare gli elogi che aveva riservato a Dante, mostra anche le sue debolezze. Infatti, il Certaldese focalizza la propria attenzione sul peccato di lussuria:

Certo, io mi vergogno dovere con alcuno difetto maculare la fama di cotanto uomo; ma il cominciato ordine delle cose in alcuna parte il richiede; perciò che, se nelle cose meno che laudevoli in lui mi tacerò, io torrò molta fede alle laudevoli già mostrate. A lui medesimo adunque mi scuso, il quale per avventura me scrivente con isdegnoso occhio d’alta parte del cielo ragguarda. Tra cotanta virtù, tra cotanta scienzia, quanta dimostrato è di sopra essere stata in questo mirifico poeta, trovò ampissimo luogo la lussuria, e non solamente ne’ giovani anni, ma ancora ne’ maturi[15].

In tale contesto, la rappresentazione delle pecche del poeta non intacca la sua immagine quasi sacra, ma piuttosto ne consolida la grandezza. L’aneddotica del Trattatello, più che un insieme di testimonianze, costituisce un sistema di segni: non è rilevante stabilire se gli episodi tramandati siano veri o falsi, ma ciò che conta è la loro capacità di modellare un’immagine del poeta destinata a propagarsi nel tempo e nello spazio.

Il Certaldese, nei capitoli XII-XVI, presenta un canone delle opere dantesche, «acciò che né alcuno delle sue s’intitolasse, né a lui fossero per avventura intitolate l’altrui». L’aggettivo «divina», attribuito alla Commedia, segnala come per Boccaccio il poema stesso assumesse le sembianze di un testo sacro. Nella prima redazione del Trattatello, infatti, egli ricorda come, dopo la morte del poeta, una «mirabile visione» si rivelò al figlio e primo commentatore Jacopo, indicandogli dove fossero gli ultimi tredici canti del Paradiso: elemento che accentua la connotazione mitico-sacrale del poema e, ipso facto, del suo autore[16]. Non è un caso che il Trattatello si chiuda con il sogno premonitore della madre di Dante, plasmato sul sogno della madre di Virgilio narrato da Svetonio.

Sulla scia di Purgatorio I, 7-8 – o forse riprendendo il commento di Guido da Pisa[17] – Boccaccio individua in Dante il punto di partenza di una renovatio letteraria: «questi fu quel Dante, il qual primo doveva al ritorno delle Muse, sbandite d’Italia, aprir la via. Per costui la chiarezza del fiorentino idioma è dimostrata; […] per costui la morta poesì meritamente si può dir suscitata»[18].

La stretta connessione che lega Dante all’eredità classica è ribadita lungo tutto il Trattatello: le origini di Firenze ricollegate ai Romani e, soprattutto, l’ampio spazio riservato agli studi di Dante, tutti profondamente influenzati dall’imitazione della letteratura antica («familiarissimo divenne di Virgilio, d’Orazio, d’Ovidio, di Stazio»).

Come suggerisce l’excursus fin qui delineato, il Trattatello di Boccaccio non è soltanto un’opera di carattere documentaristico: si tratta di un testo che cerca di trasmettere un alone leggendario alla figura di Dante, inserendosi per di più nelle tensioni del nascente Umanesimo. La difesa del volgare come strumento degno di trattare materia alta anticipa questioni che, pochi decenni dopo, saranno al centro della riflessione di autori come Petrarca o Bruni[19]. Il confronto con quest’ultimo, in tal senso, mostra come il Trattatello si collochi su una soglia: ancora immerso nel gusto medievale dell’aneddoto e della biografia leggendaria, ma già proteso verso le inquietudini linguistiche e culturali del primo Quattrocento.

La fortuna del Trattatello, infatti, non consiste soltanto nella trasmissione di dati biografici, ma nella propagazione delle immagini che Boccaccio ha impresso nel ritratto dantesco. Le generazioni successive di biografi si muovono, infatti, dentro la sua stessa cornice interpretativa, scegliendo di volta in volta quali luci e quali ombre conservare[20].

Uno dei nuclei più fecondi del Trattatello è l’idea di Dante come iniziatore di una nuova stagione poetica, colui che ha risvegliato la “morta poesì”.

Nel De origine civitatis Florentie et de eiusdem famosis civibus di Filippo Villani, l’eco boccacciana è immediata: si legge come Dante abbia riportato alla luce il culto della poesia che era caduto in «abisso tenebrarum». A corroborare ciò, egli descrive le origini romane di Dante e, in seguito, la sua imitazione di Virgilio «proinde Maroni familiarissimus conatus est eum pro viribus imitari»[21], in una vera e propria traduzione del testo di Boccaccio[22]. Ma il ruolo pioneristico di Dante nella renovatio poetica deflagrerà nel commento di Cristoforo Landino: all’Alighieri è attribuita la «resurrexione della facultà poetica»[23] e il ruolo fondativo nel promuovere il toscano a lingua pienamente letteraria.

Il secondo grande filone della fortuna del Trattatello è quello teologico e sacrale. La definizione boccacciana di Dante come “poeta-teologo” diventa un topos che attraversa il Quattrocento, oscillando tra riprese e lontananze. Seguendo il suo venerabilis praeceptor Boccaccio, Benvenuto Rambaldi da Imola prosegue la linea sacrale del Trattatello, definendo Dante «divinus poeta»[24], ma la volge in una direzione esegetica: la divinità poetica diventa fondamento per la lettura teologica della Commedia. In questo modo, Benvenuto non fa che portare a maturazione l’intuizione boccacciana del “poeta-teologo”, traslandola in chiave dottrinale.

Di tutt’altro avviso, come è noto, è la Vita Dantis di Leonardo Bruni: nel proemio, l’autore riferisce che aveva bisogno di riposo e si era imbattuto, cercando un testo in volgare, nel Trattatello. Bruni antepone al metodo utilizzato da Boccaccio uno più storicistico, basato su documenti d’archivio e su un autografo di Dante, da lui visto personalmente[25]. Proprio per rimarcare la sua distanza dal modello agiografico del Certaldese, non troviamo alcun cenno alla divinità poetica dantesca: per Bruni, quindi, l’Alighieri non è più poeta-theologus, ma poeta-civile, politicamente attivo nella vita pubblica di Firenze[26]. Il suo scarto, insomma, è una forma di fedeltà rovesciata: per opporsi a Boccaccio, Bruni deve misurarsi con lui.

Giannozzo Manetti, al contrario, nella prefazione alla Trium illustrium poetarum florentinorum vita recupera pienamente la dimensione miracolosa che Bruni aveva espunto. Non a caso, è il Trattatello la fonte principale, seguita pedissequamente nella struttura e nel tono: egli descrive la Commedia come un poema «divinum potius quam humanum» e, quasi inevitabilmente, il suo autore torna ad essere «divinus poeta»[27]. Questo ritorno a una dimensione sacra mostra come l’impronta del Trattatello rimanga viva anche dopo la svolta umanistica.

Ancor più icastico, il Comento landiniano recupera la divinità della poesia. Tuttavia, Landino traduce quella sacralità in un linguaggio platonico e ficiniano: il «divinissimo poeta» diventa figura del furor poeticus. In questo passaggio la matrice boccacciana non è abbandonata ma trasposta – piegata alle esigenze filosofiche e culturali della Firenze di Lorenzo il Magnifico –, mantenendo intatta la luce sacrale che il certaldese aveva proiettato sulla figura di Dante.

Ultimo tema cardine del Trattatello che qui analizziamo è il rapporto tra Dante e Firenze. Questo dualismo – tra la grandezza del poeta e la colpa della città ingrata – diventa un paradigma interpretativo per i biografi successivi[28]: è presente, come abbiamo visto, in Bruni ma anche nello scritto Scriptorum illustrium latinae linguae libri di Sicco Polenton. Non a caso, il testo si apre con un parallelismo con Albertino Mussato, anch’egli poeta illustre, allontanato dalla sua Padova e morto in esilio:

Eadem ferme tempora[29] Dantem Alegerium, Florentinum civem atque poetam egregium, habuerunt. Iam quidem iam paulatim quasi longissimo e somno excitabantur Musae[30]. Annos quippe post quem nominavi Iuvenalem mortuum ad mille dormierant; hoc vero tempore, ut somnulenti solent, membra movere, oculos tergere, brachia extendere coeperant. Sed in poeta Dante neque minus scientiae nec plus felicitatis quam in Musato fuit: quippe uterque poeta, uterque pulsus patria, uterque in exilio vita defunctus est[31].

Questo parallelismo fra i due poeti, oltre a ribadire il topos dell’ingratitudine cittadina, traduce in termini latini il giudizio già espresso da Boccaccio: la città, luogo del progresso civile, si rivela incapace di riconoscere i suoi spiriti più alti. Polenton dipinge un intellettuale moderno che, come già aveva affermato il Certaldese, reputa che sia «dovere del consesso civile, della città dunque, riconoscere il merito dei poeti»[32].

Senza dubbio, però, è con il Comento di Christophoro Fiorentino sopra la Comedia di Danthe Alighieri poeta fiorentino che l’elemento predominante, evidente sin da titolo, diventa proprio quello della fiorentinità: il cerchio si chiude, Dante torna alla sua Firenze, l’esilio può dirsi concluso e la colpa di Firenze espiata. Questo concetto è ribadito nelle rubriche di ogni cantica che riportano «divino poeta fiorentino»[33]. È ancora Boccaccio, in filigrana, a muovere questa immagine: la città che lo ha respinto è ora la stessa che lo canonizza.

Infine, meritano un accenno anche gli aneddoti. Proprio come il maestro, anche Benvenuto riprende e amplifica gli episodi del Trattatello, come ad esempio il problema della lussuria di Dante: «Dantes diu navigava inter vana mundi transiens per voluptuosam terram, et aliquando fallens mulieres, sicut ipse notavit quodam capitulo inferni».

Inoltre, è degno di menzione, fra i tanti racconti, quello che troviamo nella chiosa a Inferno XX:

volo notes, quad autor prudenter et caute inuit quad saepe viri excellentissimi simi sic delirant in arte divinationis, et praesens negotium tangebat autorem ipsum, qui aliuantulum delectatus est in astrologia, et voluit praedicere aliqua futura, sicut patet in libro isto. Ideo bene fingit se nunc ita plorare. Compatiens aliis et sibi de errore suo[34].

Benvenuto presenta un Dante rammaricato per il suo passato da indovino e cultore delle arti esoteriche, andandosi a inserire nel filone del “mito nero” di Dante. Gli aneddoti che riprende dal Trattatello – la lussuria, il rimorso per l’astrologia e molti altri – diventano segni di una trazione tra umano e divino che Boccaccio aveva per primo saputo tratteggiare nel ritratto del poeta.

È poi nella Vita Dantis di Gian Mario Filelfo che questo materiale si ricompone in un disegno più consapevole. Nonostante la critica iniziale ai due modelli[35], Bruni e Boccaccio, sono inconfutabili i prelievi e, talora, delle vere e proprie traduzioni in latino pressoché alla lettera[36]. Filelfo cita en passant alcuni elementi peculiari dei mores danteschi, fra cui lo spirito di sopportazione e l’abnegazione dei bisogni fisici a vantaggio dello studio:

Erat vigilantissimus; algoris, aestus, famis sitis somnique, ac omnis laborum generis patientissimus, nec inediae parcens, nec ulli difficultati, ut assidue aliquid audiret aut legeret. Percunctanti principi Veronensi qua re delectari soleret plurimum, societate, dixit, atque confabulatione veterum cupereque se vehementer esse cum mortuis[37].

Questo passo unisce in maniera sincretica più punti del Trattatello come l’aneddoto della concentrazione di Dante a Siena, precedentemente citato, e la sua familiarità con gli auctores classici. È interessante rilevare come questo nuovo episodio che ne deriva disegni un’immagine di Dante come vicino al modello petrarchesco che addirittura dialoga con gli antichi[38]. Filelfo dimostra quanto sia profonda la sedimentazione dell’immaginario boccacciano: i suoi aneddoti non sono semplici riprese, ma ricombinazioni di episodi del Trattatello, come se Boccaccio fornisse una tavolozza di motivi da cui attingere per ridisegnare il volto di Dante.

In definitiva, è sempre il ritratto boccacciano, con le sue ombre e le sue luci, a fornire la matrice da cui i biografi successivi traggono ispirazione: anche quando sembrano correggerlo o prenderne le distanze, restano inevitabilmente all’interno del suo orizzonte figurativo.

Come abbiamo mostrato, la fortuna del Trattatello non si spiega solo per la sua ricchezza documentaria, ma per la forza delle immagini che propone. Se volessimo cercare un corrispettivo figurativo della scrittura boccacciana, potremmo trovarlo nella tecnica del chiaroscuro: come avrebbe scritto pochi decenni dopo Leon Battista Alberti nel De Pictura (1435), l’ombra è condizione necessaria alla verosimiglianza e alla vita della figura. Allo stesso modo, nel ritratto di Dante tracciato da Boccaccio, la presenza delle ombre – gli episodi terreni, le debolezze – non compromette l’immagine sacrale del poeta, ma la rende reale, credibile, tridimensionale.

In questa convergenza di luce e tenebra risiede, forse, la più duratura eredità del Trattatello, la più alta forma di mitopoiesi: la capacità di far vivere Dante non come icona statica e immobile, ma come figura in movimento, in continua rinascita nella tradizione letteraria.

 

 

  1. Si cita, a titolo esemplificativo, G. Padoan, sub voce Boccaccio, Giovanni, in Enciclopedia dantesca, vol. I, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 1970, pp. 645-50; Id., Il Boccaccio, le Muse, il Parnaso e l’Arno, Firenze, Olschki, 1978.
  2. Le opere di Boccaccio, fatta eccezione per il Trattatello, si citano da Tutte le opere di Giovanni Boccaccio, a cura di V. Branca, 10 voll., Milano, Mondadori, 1967-1994. Per l’amorosa visione, G. Boccaccio, Amorosa visione, a cura di V. Branca, in Tutte le opere, op. cit., III, cit. a p. 163.
  3. G. Boccaccio, Rime, a cura di V. Branca, in Id., Tutte le opere, op. cit., V/1, cit. a pp. 95-96.
  4. G. Boccaccio, De casibus virorum illustrium, a cura di P. G. Ricci-V. Zaccaria, in Id., Tutte le opere, op. cit., IX, cit. alle pp. 834-36.
  5. G. Boccaccio, Genealogia deorum gentilium, a cura di V. Zaccaria, in Id., Tutte le opere, op. cit., VII-VIII, cit. a p. 1420.
  6. G. Boccaccio, Epistole, a cura di G. Auzzas, in Id., Tutte le opere, op. cit., V/1, cit. alle pp. 658-73.
  7. Sul carme boccacciano, si vedano almeno M. Pastore Stocchi, Boccaccio e Dante (e Petrarca), in Boccaccio editore e interprete di Dante. Atti del Convegno internazionale, Roma 28-30 ottobre 2013, a cura di L. Azzetta e A. Mazzucchi, Roma, Salerno Editrice, 2014, pp. 23-40; A. Piacentini, Il carme “Ytalie iam certus honos” di Giovanni Boccaccio, ivi, pp. 185-221; P. Trovato, E. Tonello, S. Bertelli, L. Fiorentini, La tradizione e il testo del carme “Ytalie iam certus honos” di Giovanni Boccaccio, in «Studi sul Boccaccio», XLI, 2013, pp. 1-111.
  8. Sugli echi del Trattatello nella responsiva petrarchesca si veda almeno C. Paolazzi, Dante e la “Commedia” nel Trecento. Dall’Epistola a Cangrande all’età di Petrarca, pref. di F. Mazzoni, Milano, Vita e Pensiero, 1989, pp. 131-221.
  9. «Hinc illi egregium sacro moderamine virtus / theologi vatisque dedit»: cfr. G. Boccaccio, Carmina, a cura di G. Velli, in Id., Tutte le opere, op. cit., V/1, cit. alle pp. 430-33.
  10. Dove peraltro è presente un paragone con l’antichità classica: a differenza di Firenze, Atene e altre città greche hanno, invece, trattato con deferenza i loro uomini illustri.
  11. Seguendo Paradiso XXV, 5: «del bello ovile ov’io dormi’ agnello,».
  12. Il testo del Trattatello si cita da: Le vite di Dante dal XIV al XVI secolo. Iconografia dantesca, a cura di M. Berté, M. Fiorilla, S. Chiodo, I. Valente, Roma, Salerno Editrice, 2017 (“NECOD”, VII/4), pp. 28-120. Sull’opera si vedano anche: L. Bartoli, “La lingua pur va dove il dente duole”: le vite di Dante e del Petrarca e l’antiboccaccismo di Leonardo Bruni, in «Esperienze letterarie», n. 2, 2004, pp. 51-71; Luci e ombre nel Boccaccio biografo di Dante, in Boccaccio e i suoi lettori. Una lunga ricezione, a cura di G. M. Anselmi, G. Baffetti, C. Del Corno, S. Nobili, Bologna, Il Mulino, 2013; N. Tonelli, Com’era il volto di Dante? Fisiognomica e psicologia nel “Trattatello in laude di Dante” di Boccaccio: nota per una possibile fonte, in «Studi e problemi di critica testuale», n. 103, 2021, pp. 371-80.
  13. L. C. Rossi, L’uovo di Dante. Aneddoti per la costruzione di un mito, Roma, Carocci, 2021, p. 61. Questo ha una radice storica, ossia la notizia attestata in un verbale giudiziario steso l’11 settembre 1320 presso la curia di Avignone, mentre Dante, quindi, era ancora in vita; cfr. le pp. 72-73 del volume e fonti ivi citate.
  14. Le vite di Dante, op. cit., p. 11; cfr. anche le fonti ivi citate. Boccaccio chiude l’aneddoto senese con la «meravigliosa capacità» della memoria dantesca. Questa caratteristica sarà centrale nello sviluppo del leggendario aneddoto dell’“uovo di Dante”; cfr. L. C. Rossi, L’uovo di Dante, op. cit., pp. 116-25.
  15. Le vite di Dante, op. cit., cit. tratta dalle pp. 113-20.
  16. Sull’attendibilità del ritrovamento, si veda S. Bellomo, “Una finestretta, da niuno mai più veduta” e la data dell’epistola di Dante a Cangrande, in «Studi e problemi di critica testuale», 90, 2015, p. 350.
  17. Guido da Pisa, Prologus: «Ipse enim mortuam poesiam de tenebris reduxit ad lucem»; i testi delle opere dei commentatori danteschi si citano dalle edizioni presenti sul corpus online Dartmouth Dante Project utilizzato per le ricerche ipertestuali.
  18. Le vite di Dante, op. cit., cit. tratta dalle pp. 28-120.
  19. Boccaccio difende la scelta del volgare nella Commedia con due diverse argomentazioni: «Delle quali la prima è per fare utilità più comune a’ suoi cittadini e agli altri italiani: conoscendo che, se metricamente in latino, come gli altri poeti passati, avesse scritto, solamente a’ letterati avrebbe fatto utile; […] [192] La seconda ragione, fu questa. Vedendo egli li liberali studii del tutto abbandonati, […] e le divine opere di Virgilio e degli altri solenni poeti non solamente essere in poco pregio divenute, ma quasi da’ più disprezzate»: Le vite di Dante, op. cit., cit. tratta dalle pp. 114-20.
  20. Gli esempi di autori successivi che riprendono il Trattatello boccacciano sarebbero troppo numerosi da elencare esaustivamente in questa sede; si è preferito selezionare casi emblematici. Si rimanda a un futuro lavoro più esteso, dedicato alla ricezione e alla fortuna della figura di Dante.
  21. A. Solerti, Le Vite di Dante, Petrarca e Boccaccio scritte fino al secolo decimosesto, Milano, Vallardi, 1904, p. 275.
  22. Il modello di Boccaccio emerge esplicitamente nell’explicit: «[107] Sileo fabulosum matris sompnium cuius mentionem lohannes Boccaccius fecit in eo opere quod ipse composuit de vita moribusque poetae […]»; il rinvio al Trattatello boccaccesco non è una presa di distanza dalla fonte ma una sorta di rimando per ulteriori approfondimenti; cfr. Le vite di Dante, op. cit., pp. 186-87. Villani elimina, però, i riferimenti ad eventi “miracolosi”: l’interpretatio nominis e i perduti canti del Paradiso, che per lui non contengono nessun riferimento soprannaturale ma sono sintomo della decadenza della città di Firenze. Cfr. J. Bartuschat, Les ‘Vies’ de Dante, Pétrarque et Boccace en Italie (XIV-XV siècles). Contribution à l’histoire du genre biographique, Ravenna, Longo, 2007, p. 113.
  23. R. Cardini, La critica del Landino, Firenze, Sansoni, 1973, cit. tratta dalle pp. 375-82.
  24. Un appellativo utilizzato da Dante unicamente per Virgilio (cfr. Mon., ii, iii, 6). La cit. si trova in Benvenuto da Imola, Comentum ad Par. I 142, com. ad loc; cfr. supra n. 17.
  25. Cfr. J. Bartuschat, Les ‘Vies’ de Dante, Pétrarque et Boccace, op. cit., p. 125: «Bruni y oppose une démarche d’historien: il dit avoir consulté des documents d’archives et avoir vu un autographe de Dante. C’est dans le même esprit qu’il excuse Boccace de ne pas avoir rendu suffisamment compte de l’activité politique de Dante qu’il ne devait connaître qu’imparfaitement», ovvero ‘Bruni oppone un approccio da storico: afferma di aver consultato documenti d’archivio e di aver visto un autografo di Dante. È con lo stesso spirito che scusa Boccaccio per non aver reso sufficientemente conto dell’attività politica di Dante, che doveva conoscere solo in modo imperfetto’.
  26. Cfr. J. Bartuschat, Les ‘Vies’ de Dante, Pétrarque et Boccace, op. cit., p. 128.
  27. Le vite di Dante, op. cit., cit. tratta dalle pp. 258-97.
  28. Il tema di Firenze e il suo rapporto con Dante era già presente in alcune poesie toscane; si veda: R. Cella, Il “Centiloquio” di Antonio Pucci e la “Nuova Cronica” di Giovanni Villani, in Firenze alla vigilia del Rinascimento. Antonio Pucci e i suoi contemporanei, a cura di M. Bendinelli Predelli, Atti del Convegno (Montreal, McGill University, 23-24 ottobre 2004), Firenze, Cadmo, 2006, pp. 75-101.
  29. «Eadem ferme tempora» si riferisce al tempo dell’autore trattato precedentemente, Albertino Mussato.
  30. Anche qui presente l’immagine del sonno millenario delle muse.
  31. S. Polenton, Vite dei moderni. Mussato, Dante, Petrarca, Boccaccio, a cura di L. Banella e R. Modonutti, Padova, CLEUP, 2020, pp. 94-96.
  32. Ivi, p. 99.
  33. R. Cardini, La critica, op. cit., pp. 375-82.
  34. Cfr. supra n. 17.
  35. «Ai due autori egli contesta l’esito insoddisfacente del lavoro intrapreso, sia perché entrambi avevano scelto il volgare per compiacere alla massa, sia perché non erano versati nella materia, essendo l’uno più adatto a raccontare vicende d’amore, l’altro a scrivere di storia in latino»: cfr. S. Fiaschi, L’oracolo della voce: digressioni boccacciane nella biografia dantesca di Gian Mario Filelfo, esemplata da Felice Feliciano, in «Studi sul Boccaccio», 49, 2021, p. 396.
  36. Come nel caso del racconto della battaglia di Campaldino e dell’origine degli scontri fra Bianchi e Neri.
  37. A. Solerti, Vite, op. cit., pp. 158-59.
  38. «Del resto, che attraverso la Vita Dantis Gian Mario intenda veicolare temi petrarcheschi – in un momento della sua attività letteraria spiccatamente connotato in senso petrarchesco – mi pare comprovato»: cfr. S. Fiaschi, L’oracolo della voce, op. cit., p. 402.

(fasc. 58, 31 dicembre 2025)

Tancredi e Ghismonda tra suggestioni carolingie e paoline

Author di Damiano D'Ascenzi

Abstract: Il contributo prende in esame le condotte e le posizioni discorsive di Tancredi e Ghismonda in rapporto allo status sociale e “anagrafico” conferito loro da Boccaccio (paternità regale, per il primo, e giovanile vedovanza per la seconda). Un’analisi di questo tipo permette di calibrare alcune letture interpretative ancora oggi blindate a causa della lunga fedeltà degli esegeti. Per esempio, alla luce dell’argomentazione proposta, la maggioritaria tesi psicanalitica, che concepisce Tancredi come una sorta di corrispettivo maschile della Mirra ovidiana animato da un latente amore incestuoso, rivela delle criticità che portano a rivalutare la tesi desanctisiana “dell’onore”. Dai suoi atti linguistici, infatti, il principe di Salerno – che ha in comune con il Carlo Magno di Eginardo il disinteresse nei confronti di una politica matrimoniale che si serva della prole femminile – mostra di parlare e agire coerentemente con il profilo di un tiranno che avverte minata la stabilità del proprio potere.

Abstract: This paper examines the behavior of Tancredi and Ghismonda in relation to their social and “anagraphic” status (royal paternity for the former and youthful widowhood for the latter). Such an analysis allows us to refine some classic interpretative readings: for example, the prevailing psychoanalytic thesis, which describes Tancredi as a father animated by a latent incestuous love (a sort of male counterpart of Ovidʼs Myrrha), reveals critical issues that lead to a reevaluation of De Sanctisʼs thesis about “honor”. Indeed, the Prince of Salerno – who is similar to Einhard’s Charlemagne for the disinterest in a marriage policy that exploits female offspring – shows that he speaks and acts like a tyrant who feels the stability of his power is being undermined.

La prima novella della quarta giornata del Decameron – sezione dedicata, superfluo ricordarlo, agli amori infausti – è, fra i testi narrativi boccacciani maggiormente conosciuti e fortunati, quella più segnata da audaci sbalzi tonali e chiaroscuri violenti. La protagonista femminile ne è il centro carismatico e magnetico: Ghismonda percorre una parabola che la vede inizialmente scaltra predatrice sessuale, poi savia virago e infine sublime suicida. Ma, appunto, prima di ogni altra cosa ella è una castellana, una domina, che concede il “guiderdone” a un subalterno, il che ci riporta alle matrici culturali cortesi e al relativo immaginario, il quale, come ben sappiamo, camuffava nell’afflato erotico frustrazioni da diseredati e aspirazioni di riabilitazione sociale.

In risposta alla reprimenda del padre, che le chiede conto della scelta di «un giovane di vilissima condizione», Ghismonda, dopo l’accento posto sugli insopprimibili impulsi della gioventù («Esser ti dové, Tancredi, manifesto, essendo tu di carne, aver generata figliuola di carne e non di pietra o di ferro; e ricordar[1] ti dovevi e dei, quantunque tu ora sie vecchio, chenti e quali e con che forza vengano le leggi della giovanezza»), si slancia in una vibrante demistificazione della eugeneia:

La vertú primieramente noi, che tutti nascemmo e nasciamo iguali, ne distinse; e quegli che di lei maggior parte avevano e adoperavano nobili furon detti, e il rimanente rimase non nobile. E benché contraria usanza poi abbia questa legge nascosa, ella non è ancor tolta via né guasta dalla natura né da’ buon costumi; e per ciò colui che virtuosamente adopera, apertamente sé mostra gentile, e chi altramenti il chiama, non colui che è chiamato ma colui che chiama commette difetto. Raguarda tra tutti i tuoi nobili uomini e essamina la lor vita, i lor costumi e le loro maniere, e d’altra parte quelle di Guiscardo raguarda: se tu vorrai senza animosità giudicare, tu dirai lui nobilissimo e questi tuoi nobili tutti esser villani[2].

Essa converge con quei versi della guinizelliana canzone-manifesto più scettici sull’aristocrazia dei blasoni, soppiantata dall’innatismo della vera “onestà” (Al cor gentil, vv. 31-34):

Fere lo sol lo fango tutto il giorno:

vile reman, né ’l sol perde calore;

dis’omo alter: “Gentil per sclatta torno”;

lui semblo al fango, al sol gentil valore[3].

Ghismonda si muove al contempo in virtù del proprio rango e contro di esso: come figlia di un principe, dispone di spazi e di libertà di movimento tali da garantirle di portare avanti la tresca con Guiscardo, ma è proprio la sua prossimità di sangue al vertice politico della corte a caricarla di altissime aspettative di integrazione al sistema, che, nel momento in cui vengono tradite, reclamano una nemesi implacabile[4].

Anche alla luce di queste senz’altro ovvie considerazioni, non riesce a soddisfarci completamente la compatta iniziativa degli esegeti novecenteschi di archiviare la questione «del punto d’onore»[5] e di qualificare Tancredi come padre degenerato erede del «ruolo […] che, nel passato, era di spettanza del “gilos”, il marito tradito»[6]. Non si dovrà mancare di dare il giusto risalto, infatti, a fasi precedenti nelle quali Boccaccio, in aggiunta alla constatazione di una concorrenza tra servitium amoris e diritti legali dello sposo, aveva adombrato l’eventualità che tra gli amanti potessero inserirsi antagonisticamente – e con possibile deragliamento tragico degli eventi – anche i congiunti della donna (Filocolo 4, 49-50):

Disse allora la piacevole Pola: – Reina, altro giudicio sarebbe per me di tal quistione donato come udirete. […]. Noi veggiamo ad una gran donna avere molti parenti, molta famiglia, e tutti riguardare ad essa sì come solleciti guardatori del suo onore, de’ quali se alcuno di questo amore s’avvedesse, com’io già dissi, all’amante grave pericolo ne può seguire: quello che della meno nobile non potrebbe così di leggiere avvenire. […] disse la reina alla bella donna – […] se volete dire che il dubbio de’ parenti ci sia, noi nol neghiamo, e questa è una delle cagioni perch’elli è affanno ad avere l’amore d’una gran donna: ma i discreti con occulta via procedono in tali bisogne, ché non è dubbio che delle grandi e delle piccole donne, ciascuna secondo il suo potere, è amato e guardato l’onore da’ parenti, e così poria il folle nella mala ventura incappare amando basso come in alto luogo[7].

Soprattutto la chiosa della regina di Napoli Fiammetta sembra compendiare e quasi prefigurare la vicenda di Dec. 4, 1, perlomeno dal punto di vista di Guiscardo, l’infimo cortigiano che soccombe all’intollerante consanguineo della “gran donna” espiando la propria intrepidezza erotica. Nel pensiero boccacciano la custodia famigliare dell’onore delle figlie è preventivata a tutti gli effetti quale forza di opposizione alla fin’amor e il Certaldese può aver inteso saggiarne il potenziale narrativo tanto nella novella di Lisabetta da Messina quanto in quella di ambientazione salernitana. I commentatori contemporanei hanno sempre, chi più e chi meno cautamente, invocato l’inconscio di Tancredi[8] e di Boccaccio[9], diagnosticando a carico del protagonista maschile un meccanismo di rimozione e speculando su quanto intenzionalmente l’autore abbia voluto inviare segnali suggestivi di pulsioni devianti. Non servirà eccepire che l’inconscio è nozione che esorbita dai confini del testo e che rimonta a pratiche extrafilologiche, per giunta ignote al mondo medievale: un correttivo a determinati approdi ermeneutici s’impone, perciò, come altamente raccomandabile[10]. Le tre riprese frastiche dell’ovidiano racconto della sciagurata passione di Mirra per il padre – finora le uniche evidenze a sostegno di un substrato patologico nella vicenda boccacciana[11] – non è da escludere siano state fruite dal Certaldese, al pari di altri prestigiosi segmenti citazionali, semplicemente per redimere la forma-novella, genere svalutato e negletto dal sistema letterario ufficiale, in linea con il disegno complessivo di nobilitazione che governa l’intero Decameron.

La revisione di cui parlo dovrebbe cercare di coprire il disavanzo creatosi tra lo psicologico e l’ideologico, andando a ricongiungere più strettamente le condotte dei personaggi alla posizione sociale e gerarchica conferita loro dal narratore. In questo senso si proverà a rilanciare l’idea che la figura del padre accentratore si collochi al di fuori di un quadro di storture psicogene (paragrafo 1) e ci s’interrogherà se la vedovanza di Ghismonda si esaurisca nella funzione di mero orpello prosopografico[12] o valga, invece, come condizione preparatoria dell’esito narrativo (paragrafo 3). Sottoporremo, inoltre, a un’analisi di approccio pragmalinguistico il duello verbale tra padre e figlia (paragrafo 2): qui, come si vedrà, il parziale sussidio di certa riflessione psicanalitica, lungi dal collidere con le premesse di questa indagine, interviene nella misura in cui lo studioso di letteratura «può e deve ricorrere a Freud per ricavare non tanto una corretta psicologia dell’autore […] o del personaggio, quanto piuttosto modelli attinenti alla coerenza interna del linguaggio, che, per ipotesi, ha qualcosa da spartire con l’inconscio»[13].

 

Tancredi: paternità regale e modelli storiografici

Sebbene il “quando” della novella non poggi su garanzie documentarie, esso non è, tuttavia, del tutto indeterminato o atemporale. L’incipit «Tancredi, prencipe di Salerno» evoca uno sfondo storico, che con buona approssimazione è da identificare in quello dei potentati guerreschi altomedievali e dei clan feudali: ciò avrà pur inciso nell’orchestrazione dello sviluppo drammatico da parte di Boccaccio e ai fini di un’interpretazione rigorosa tale elemento dovrà interagire in maniera coerente con tutti gli altri. La medievalista Maria Cristina La Rocca ci ricorda che, nei secoli a ridosso dell’anno Mille,

le figlie sono uno degli strumenti e delle manifestazioni visibili del potere dei padri e sono spesso rappresentate come coloro attraverso le quali è possibile ad altri uomini entrare in sintonia e in relazione con i padri. Il successo del padre, dunque, viene in qualche modo a essere misurato attraverso l’efficacia del potere attrattivo che le sue figlie esercitano all’esterno e nella sua capacità discrezionale di concederle oppure di negarle […]. Le figlie altomedievali sono interpretate e descritte come uno dei beni più preziosi che il padre possiede, esse costituiscono […] la parte più importante del tesoro regio e aristocratico: strumento di alleanza e di pattuizione, le figlie possono però, allo stesso tempo, costituire il mezzo attraverso il quale il patrimonio e l’onore del padre possono essere lesi[14].

Il disinteresse di Tancredi a maritare Ghismonda (che in passato, non senza esitazioni, ha già concesso in sposa «a un figliuolo del duca di Capova») è assimilabile alla prassi sopra descritta e, ammettendo che lo scenario nel quale stiamo sconfinando per parlare di Dec. 4, 1 sia quello giusto, potremmo spingerci fino a individuare un precedente illustre del monopolio affettivo di Tancredi sulla figlia nella tendenza “anti-pronuba” di Carlo Magno nei confronti della progenie muliebre.

Sappiamo che, a differenza dell’ostrogoto Teoderico o del longobardo Desiderio, il sovrano franco esentò le proprie discendenti dal destino matrimoniale, giacché sempre egli «le vide come propri tesori da custodire gelosamente, rimarcando così, in modo ancor più evidente, il potere del padre sul futuro delle figlie»[15]. Boccaccio conosceva questa figura scettrata, avendone menzionato il nome e la discesa in Italia nelle ottave finali del Ninfale fiesolano[16]. Per il ritratto privato di Carlo Magno fa fede la Vita Karoli del segretario di Ludovico il Pio, Eginardo (770-840), il quale a proposito dell’imperatore scrive:

Liberos suos ita censuit instituendos, ut tam filii quam filiae primo liberalibus studiis, quibus et ipse operam dabat, erudirentur […] filias vero lanificio adsuescere coloque ac fuso, ne per otium torperent […]. Quae cum pulcherrimae essent et ab eo plurimum diligerentur, mirum dictu, quod nullam earum cuiquam aut suorum aut exterorum nuptum dare voluit, sed omnes secum usque ad obitum suum in domo sua retinuit, dicens se earum contubernio carere non posse[17].

Su Carlo Magno pater familias è disponibile una seconda fonte, risalente al XII secolo e di autore anonimo, ma dal sapore più spiccatamente aneddotico: nel

Chronicon del monastero di Lorsch si narra infatti che la figlia preferita di Carlo, Berta, si era appartata di nascosto nel palatium con il nobile Angilberto, che molto l’amava. Al momento di ritornare nel suo letto, Angilberto si accorge con terrore che è nel frattempo nevicato e che le grandi impronte che egli avrebbe lasciato nel cortile che egli doveva attraversare avrebbero smascherato la sua presenza notturna e illecita accanto a Berta. Allora Berta “elegantissima iuvencula” propone ad Angilberto di portarlo lei stessa sulle sue spalle, affinché nella neve restino solo tracce di impronte femminili. Carlo svegliatosi all’improvviso, osserva dalla finestra la scena della figlia che trasporta il suo amante e “partim admiratione, partim dolore permotus” e credendo che ciò avvenisse anche per disposizione divina, non parlò mai ad alcuno di ciò che aveva visto[18].

Sostenere in via congetturale la sussistenza di una gemellarità di costume che unisce Tancredi a Carlo Magno non sembra manovra speculativa tanto più onerosa o arrischiata dell’inferire un contorto spostamento psichico da Mirra a Tancredi[19]. Nulla vieta che Boccaccio possa essere stato raggiunto – non necessariamente per il tramite di letture dirette – da una memoria collettiva che rappresentava l’imperatore come depositario di un amore paterno ipertrofico («ab eo plurimum diligerentur») e di un’incapacità di fare a meno della vicinanza fisica delle figlie («nullam […] nuptum dare voluit […] dicens se earum contubernio carere non posse») nonché soggetto a un profondo turbamento alla vista dei sotterfugi post coitum di una di loro («dolore permotus»). Identikit, questo, perfettamente sovrapponibile a quello del malfamato genitore di Ghismonda: «fu dal padre tanto teneramente amata, quanto alcuna altra figliuola da padre fosse giammai […] non sappiendola da sé partire, non la maritava»; e ancora: «Tancredi si svegliò e sentì e vide ciò che Guiscardo e la figliuola facevano. E dolente di ciò oltremodo […]».

Tancredi e Ghismonda: la “logomachia”

La narratrice di secondo grado Fiammetta precisa che padre e figlia hanno l’abitudine di conversare lungamente negli alloggi di lei («Era usato Tancredi di venirsene alcuna volta tutto solo nella camera della figliuola e quivi con lei dimorarsi e ragionare alquanto»): prima che la situazione precipiti a causa di Guiscardo, pertanto, dobbiamo credere che i due siano ottimi confidenti l’uno dell’altra. Ci è dato sapere, tuttavia, solo che si parlano, non quello che si dicono.

Un po’ meno laconica è la voce narrante nel riferire ciò che i personaggi scelgono di non comunicarsi: «il padre […] poca cura si dava di più maritarla, né a lei onesta cosa pareva il richiedernelo […] Tancredi […] prima gli volle sgridare, poi prese partito di tacersi». È individuabile, anzi, una quasi calcolata contiguità temporale delle principali svolte del racconto (le profferte di Ghismonda e la traumatica scoperta di Tancredi) al formarsi di queste sacche di silenzio e reticenza, che stridono con un asserito affiatamento padre-figlia improntato a un dialogo cameratesco.

Il bennato Guiscardo, seppur privo di casato, deve essere riconosciuto «gentile, e chi altramenti il chiama […] commette difetto»: così ammonisce Ghismonda al cospetto di Tancredi e seguitando nella sua perorazione ella arriva persino a porgere al padre un’ingiunzione in piena regola («Raguarda tra tutti i tuoi nobili uomini e essamina la lor vita, i lor costumi e le loro maniere, e d’altra parte quelle di Guiscardo raguarda […] tu dirai lui nobilissimo e questi tuoi nobili tutti esser villani»), scandita da vigorosi e incalzanti imperativi, che sono alcuni tra gli «indicatori di forza illocutoria» peculiari del cosiddetto “atto esercitivo”, quello mirante a controllare l’agire del ricevente[20]. Nel caso di Ghismonda, l’obiettivo è una rieducazione linguistica consistente nel riassegnare i nomi alle cose: un paradosso scandaloso, un sovvertimento logico inaccettabile per la mentalità di suo padre, che presumiamo essere quella tipica “medievale”, per cui la «comprensione del mondo non si concepisce come funzione creatrice, bensì come accoglimento e ripresentazione di fatti preesistenti»[21].

Che nel conflitto fra Tancredi e sua figlia non vi siano in gioco solo rivendicazioni sentimentali, ma anche tensioni legate all’esercizio del potere, è questione non ancora del tutto scandagliata. Ghismonda, come si diceva, procede con un discorso declinato in senso “esercitivo”[22] anziché con una semplice ammissione di colpevolezza e una conquestio[23], avocando a sé una competenza intellettuale maggiore di quella del padre ed esortandolo a un cambio di paradigma; presentare, come ella fa, «il proprio discorso come appartenente a un certo tipo illocutorio, può equivalere a un tentativo d’aumentare il proprio livello di potere. La riuscita di un tale tentativo dipenderà dall’accettazione […] da parte dell’interlocutore»[24]. Tancredi non può accettare una simile rinegoziazione e, per tutta risposta, dà inizio ai suoi efferati provvedimenti. Tuttavia, il “prenze”, che pure si era «ne’ migliori anni nell’armi essercitato» e che dopo aver visto sua figlia in intimità con un sottoposto ha avuto uno scatto di insospettabile vigoria fisica («Tancredi, ancora che vecchio fosse, da una finestra di quella si calò nel giardino»)[25], non si occupa di persona dell’omicidio del suo nemico, bensì incarica altri di farlo. Ciò è un modo di ribadire la piena efficienza del proprio potere – che è, in sostanza, diritto di impartire ordini –, quello stesso potere che Ghismonda, con le sue parole, ha avuto l’ardire di arrogarsi. Assai carica di valore è la frase che Tancredi comanda sia ripetuta dal suo «segretissimo famigliare» latore del cuore di Guiscardo[26]: «Il tuo padre ti manda questo per consolarti di quella cosa che tu più ami, come tu hai lui consolato di ciò che egli più amava». Si tratta sempre di un atto esercitivo, poiché presuppone primazia e prescrive un dovere a Ghismonda, quello di accontentarsi di un singolo pezzo di Guiscardo. Il padre tirannico, inoltre, è come se replicasse alla sfida semiotica lanciata dalla figlia dissidente: costei aveva preteso di ridiscutere la tradizionale dicotomia “nobile-villano”, caldeggiando una nuova polarizzazione di tali termini; l’uomo, invece, risale materialmente dall’astratta accezione di “cuore” fino al suo referente reale.

Gioverà mettere in luce, della frase di accompagnamento del macabro omaggio paterno, una certa coloritura da motto di spirito, categoria al centro di un capitale studio di Freud, che istruisce su come il motto abbia sempre bisogno di ascoltatori («Indispensabile è […] comunicare il motto a qualcun altro»)[27] e susciti diletto in primis in chi lo proferisce («dischiude nuove fonti di piacere abolendo inibizioni» e «genera […] risparmio di dispendio psichico»)[28]. La battuta di Tancredi – recepita da almeno due destinatari e presumibilmente volta a una gratificazione accessoria oltre a quella di aver neutralizzato una minacciosa presenza – è ambiguamente in bilico tra motto ostile e motto osceno[29]: del primo sfrutta la possibilità di aggirare un’inibizione (Tancredi schernisce Ghismonda, la umilia, per compensare il freno nell’ucciderla dovuto alle primordiali leggi del sangue)[30], mentre del secondo espleta la funzione di “denudazione” della sfera sessuale (Ghismonda ha “consolato” Guiscardo vivo con le proprie grazie femminili e un simile ammiccare appartiene di sicuro all’ambito della scurrilità spiritosa)[31].

Dal canto suo, la donna, prima di abbandonarsi al cordoglio[32], risponde in apparenza domata, desistendo da uno scontro frontale: «ho verso me trovato tenerissimo del mio padre l’amore, ma ora più che già mai». Ci troviamo dinanzi a un ringraziamento, dunque a un “atto comportativo”[33] che, senza più ridestare sdrucciolevoli dispute sulla titolarità dell’esigere e sulla legittimità dei giudizi, può avallare l’impressione di un’avvenuta perdita di «afflato di correzione del presente»[34]. Il rientro dell’eroina nei ranghi, tuttavia, non tralascia, mediante l’antifrasi «tenerissimo» e soprattutto la forma ironica «amore» (che fa eco all’espressione paterna «l’amore, il quale io t’ho sempre più portato che alcun padre portasse a figliuola»), di dare un secondo e definitivo suggello alla condanna delle convenzioni linguistiche, rivelatesi ingannevoli garanti di irrigidimenti e preclusioni sociali prima, e viatico di ritorsioni endofamiliari poi.

Ghismonda: la vedovanza, Didone e san Paolo

Il Certaldese mostra di non perdere mai di vista, nella costruzione del personaggio di Ghismonda, i presupposti con cui l’ha introdotta sulla scena («poco dimorata con lui [il duca di Capova], rimase vedova e al padre tornossi»), cucendole addosso modi di pensare e tratti comportamentali che poco hanno a che vedere con l’immaturità virginale. Si pensi alla «nuova malizia» escogitata dalla donna, quella canna contenente un biglietto consegnata nelle mani di Guiscardo con l’ordine che la dia a una «servente» affinché, soffiandoci dentro, «raccenda il fuoco». Picone, concentrandosi sul mezzo, l’ha interpretata come simbolo fallico[35], ma puntando l’attenzione sullo scopo e incrociando tale immagine con Filocolo 4, 48, ecco che essa acquista il valore di metafora dell’amore sensuale già provato in prime nozze, spentosi per desuetudine e in cerca di nuovo alimento:

la reina rispose così: – Delle tre l’una, cioè la maritata, in niun modo è da disiderare, però ch’ella non è sua, né sta in sua libertà il potersi donare o concedersi ad alcuno: e il volerla o prenderla è commettere contra le divine leggi, e eziandio contra le naturali e positive. […]. Manifesto è che quanto più nel fuoco si soffia più s’accende, e sanza soffiarvi s’amorta; e quasi tutte l’altre cose usandole mancano: la libidine quanto più s’usa più cresce. La vedova per essere lungamente stata sanza tale effetto, quasi come se non fosse il sente, e più con la memoria che con la concupiscenza si riscalda. […]. Appresso, se le pulcelle amano, esse non sanno che si disiderare, e però con intero animo non seguono i vestigii dell’amante come le vedove, in cui già l’antico fuoco riprende forze, e falle disiderare quello che per lungo abuso aveano obliato, e è loro tardi di venire a tale effetto, piangendo il perduto tempo, e le solinghe e lunghe notti che hanno trapassate ne’ vedovi letti: però queste siano amate più tosto, secondo il nostro parere [36].

Verrebbe da supporre che nel plasmare la protagonista si siano riaffacciate nella mente dell’autore proprio le discettazioni di Filocolo 4, 53-54 intorno ai pro e ai contro che si possono avere a seconda che ad amare e a essere amate siano le coniugate, le nubili oppure le vedove:

Rispose allora Ferramonte: – Reina, ciò che della maritata diceste, aveva io nell’animo diliberato che così dovesse essere, e più ora da voi udendolo ne sono certo; ma delle pulcelle e delle vedove tengo contraria oppinione […] però che mi pare che più tosto le pulcelle che le vedove si dovriano seguire, con ciò sia cosa che l’amore della pulcella più che quello della vedova paia fermo. La vedova sanza dubbio ha già altra volta amato, e ha vedute e sentite molte cose d’amore, e i suoi dubbii, e quanta vergogna e onore seguiti di quello; e però, queste cose meglio che la pulcella conoscendo, o ama lentamente e dubitando, o, non amando fermo, disidera ora questo ora quello, e non sappiendo a quale per più diletto e onore di lei s’aggiunga, talora né l’uno né l’altro vuole, e così per la mente di lei la deliberazione vacilla, né vi può amorosa passione prendere fermezza. Ma queste cose alla pulcella sono ignote, e però, come a lei è avviso che ella molto piaccia a uno de’ molti giovani, così sanza più essaminazione quello per amante elegge […]. – Voi – disse la reina – argomentate bene al vostro parere difendere; ma noi vi mostreremo con aperta ragione come voi dovete quello che noi di questa quistione tegnamo similemente tenere […] le pulcelle al generale sono timide, né sono astute a trovare le vie e’ modi per le quali i furtivi diletti si possono prendere: di queste cose la vedova non dubita, però che ella già donò onorevolemente quello che costei aspetta di donare, e è sanza, e però non dubita che, se se medesima dona ad altrui, quel segnale l’accusi. Poi ella, come più arrischiante, perché, come è detto, la maggiore cagione che porge dubbio non è con lei, conosce meglio le occulte vie, e così le mette in effetto[37].

La regina e Ferramonte convengono sull’illiceità della sposa fedifraga, ma dissonanti sono le loro valutazioni degli altri due tipi muliebri (l’illibata è più inesperta nel compiacere gli uomini, per cui è preferibile la vedova, dice la regina; si dovrà invece anteporre la zitella, perché ella attende con più intensità l’iniziazione amorosa, sostiene Ferramonte). Quando Boccaccio informa all’inizio che la figlia di Tancredi «si pensò di volere avere […] occultamente un valoroso amante», e fa poi dire alla stessa «Guiscardo non per accidente tolsi […] ma con diliberato consiglio elessi innanzi a ogni altro e con avveduto pensiero a me lo ’ntrodussi e con savia perseveranza di me e di lui lungamente goduta sono del mio disio»[38], sta, come sembrano suggerire le riprese lessicali evidenziate, con molta probabilità riprendendo il filo dei ragionamenti del periodo napoletano e nel farlo giunge a integrare la vecchia casistica con una terza opzione, consistente in un ibrido femminile che fonde la “pulcella” capace di amore “fermo” (cioè esclusivo e monodiretto) e la vedova conoscitrice delle voluttà del talamo e impaziente di riviverle in modo anche clandestino, ma senza essere volubile o indecisa tra più pretendenti.

Boccaccio si confronterà ancora con il tema della vedovanza femminile, più precisamente nel De mulieribus claris, tracciando il profilo di Didone. Sulla scia patristica e petrarchesca, il Certaldese accredita l’immagine dell’inclita fenicia quale univira[39]:

O pudicitie inviolatum decus! […] Dido! In te velim ingerant oculos vidue mulieres […]. Dicet arbitror aliqua, cum perspicacissime ad excusationes nostre sint femine: “Sic faciendum fuit; destituta eram, in mortem parentes et fratres abierant, instabant blanditiis procatores, nequibam obsistere, carnea, non ferrea sum”[40].

Nella sermocinatio delle donne contemporanee intente a schermirsi dall’accusa di essere più deboli di Didone, si recupera l’autodifesa di Ghismonda, quella precisazione «di carne e non […] di ferro», che nel testo in volgare serviva a denunciare l’egoistica pretesa di Tancredi di ibernare la concupiscenza della figlia e che qui, invece, acquista addirittura una sfumatura di sarcastica misoginia.

Le due figure femminili, quella epica e quella novellistica, si erano trasparentemente accavallate già all’altezza del Decameron: «“tu hai il tuo corso fornito, e di tale chente la fortuna tel concedette ti se’ spacciato”», dice Ghismonda, rivolgendosi a Guiscardo morto con le parole esatte della regina cartaginese in Aen. 4, 653: “vixi et quem dederat cursus Fortuna peregi”»[41]. Non solo, l’abbrivio stesso del monologo di Ghismonda, «Ahi! dolcissimo albergo di tutti i miei piaceri», echeggia l’incipit dell’epitaffio di Didone, «Dulces exuviae» (Aen. 4, 651)[42]. Non è insensato ipotizzare che in un primo momento Boccaccio abbia dato in prestito a Ghismonda gli accenti oratorii e la propensione suicida di Didone per poi, nella rilettura della storia coniugale di quest’ultima, ripensare polemicamente all’incontinenza sessuale della figlia di Tancredi, poiché, per l’appunto, le due, oltre a essere donne con intelletto d’amore e violente contro sé stesse, sono giovani vedove.

In merito alla condizione vedovile, è poco credibile che Boccaccio fosse dimentico dei dettami della dottrina cristiana – la vedova timorata di Dio deve astenersi dalla fornicazione e, se giovane, deve risposarsi per evitare le tentazioni della carne, in quanto cedere a esse la renderebbe morta, nonostante la vita corporale – cristallizzati nelle lettere pastorali attribuite a san Paolo[43]: «quae autem vere vidua est et desolata speravit in Deum et instat obsecrationibus et orationibus nocte ac die, nam quae in deliciis est vivens mortua est»; e ancora: «volo ergo iuveniores nubere filios procreare matres familias esse nullam occasionem dare adversario maledicti gratia» (1 Tim. 5, 5-6, 14)[44]. Particelle di questo biblico frasario paiono essersi infiltrate nell’allocuzione al cuore espiantato («dal tuo nemico medesimo quella sepoltura hai […] la mia anima si congiugnerà con quella […] che tu già tanto cara guardasti […] ella è ancora quincentro e riguarda i luoghi de’ suoi diletti e de’ miei»), illuminando il dramma narrativo di Dec. 4, 1 in senso non più prettamente classicheggiante: l’atto anticonservativo di Ghismonda è il supremo télos di una processualità necessaria innescata dal primo adescamento del valletto e l’ultimo parlare della donna, intriso di un ossessivo cupio dissolvi[45], è, in fondo, ricettività nei confronti di un’estinzione che fin dall’inizio aveva – paolinamente – aleggiato come un’ombra sui furtivi e non consacrati amplessi.

 

  1. Per un’interpretazione delle varie occorrenze del verbo “ricordare” in Dec. 4, 1 si rinvia a E. Buonocore, The Thread of Memory in the Decameron: from the Pleasures and Dangers of Narration to Lessons for the Future, in «Giornale di Filosofia», 1, 2025, pp. 150-51; cfr. l’URL: https://mimesisjournals.com/ojs/index.php/giornale-filosofia/article/view/5107/3963 (ultima consultazione: 15/11/2025).
  2. Per il testo della novella il presente articolo si rifà alla trascrizione prodotta in T. Nocita, Decameron IV 1. Una lettura di Tancredi e Ghismonda secondo l’autografo hamiltoniano, in «Carte Romanze», 7/1, 2019, pp. 180-89. In merito all’«apostrofe sulla vera nobiltà da parte di Ghismonda, il commento di Branca rimanda a una vasta area di intertesti, dallo stesso Boccaccio alle rime stilnovistiche, al Dante del quarto trattato del Convivio, ad Andrea Cappellano, al Seneca delle Epistulae ad Lucilium (“omnes, si ad originem primam revocantur, a dis sunt”: XLIV 1) […]. È possibile che […] ci si trovi di fronte a un affioramento […] del De beneficiis […] III 28 1-3 […]. Nelle parole di Ghismonda si avvertono echi precisi del passo: dall’accusa contro il “peccato della fortuna”; alla constatazione di un’origine a tutti comune […] alla proclamazione della vera nobiltà, attingibile solo con le operazioni virtuose» (R. Bragantini, Ancora su fonti e intertesti del Decameron, in Boccaccio: gli antichi e i moderni, a cura di A. M. Cabrini e A. D’Agostino, Milano, Ledizioni, 2018, pp. 132-33).
  3. «La cosiddetta soluzione borghese del problema della nobiltà, soluzione sottesa dall’equazione amore-cor gentile, è stata storicamente una istanza di apertura, un grimaldello per aprire porte o un ariete per rompere steccati sociali» (M. Santagata, I due cominciamenti della lirica italiana, Pisa, Edizioni ETS, 2006, p. 63).
  4. La sua stessa facondia è resa possibile dalla nascita altolocata: «L’eloquenza adorna e maestosa con cui si esprime Ghismonda costituisce l’abito naturale che conviene al suo alto sentire […] il solo adatto all’aristocratico ambiente in cui si muove» (G. Getto, Vita di forme e forme di vita nel Decameron, Torino, Petrini, 1966, p. 117).
  5. «Il motivo della tragedia è il punto d’onore, perché ciò che move Tancredi è l’onta ricevuta, non solo per l’amore della figliuola, ma ancora più per l’amore collocato in uomo di umile nazione» (F. De Sanctis, Il Decamerone, in Id., Storia della letteratura italiana, a cura di G. Contini, Torino, UTET, 1973, p. 354). Già negli anni Venti del secolo scorso Attilio Momigliano inverte il desanctisiano ordine di priorità delle ragioni della collera del “prenze” di Salerno: «Il Boccaccio non sa ritrarre la passione di quel padre il quale, per troppo amore, per gelosia e un po’ anche per sentimento d’onore, si fa tiranno, omicida e quasi carnefice della figlia» (G. Boccaccio, Il Decameron. Quarantanove novelle commentate, a cura di A. Momigliano, Milano, Vallardi, 19362, p. 164). Pier Massimo Forni, riferendosi a De Sanctis, scrive che la sua è «un’interpretazione della vicenda di Decameron IV 1 che non possiamo non sentire remota […] che ci sembra una sopravvalutazione di una realtà accessoria, cioè la maggior offesa identificata nella scelta, da parte della figlia, di un amante non nobile» (P. M. Forni, Forme complesse nel Decameron, Firenze, Olschki, 1992, p. 122).
  6. G. Natali, Lisabetta da Messina o dell’elegia, in Studi di letteratura italiana. In memoria di Achille Tartaro, a cura di G. Natali e P. Stoppelli, Roma, Bulzoni, 2009, p. 139.
  7. G. Boccaccio, Filocolo, in Tutte le opere di Giovanni Boccaccio, vol. I, a cura di V. Branca, Milano, Mondadori, 1967, pp. 430-32. Come bibliografia degli studi si vedano, almeno, P. Rajna, L’episodio delle Questioni d’Amore nel Filocolo del Boccaccio, in «Romania», XXX, 1902, pp. 28-81; L. Surdich, Il Filocolo: le questioni d’amore e la quête di Florio, in La cornice d’amore. Studi sul Boccaccio, Pisa, ETS, 1987, pp. 13-75 e R. Morosini, “Per difetto rintegrare”. Una lettura del Filocolo di Boccaccio, Ravenna, Longo, 2004, pp. 66-81.
  8. A cominciare da Carlo Muscetta: «Non si tratta solo del “punto d’onore” (come parve al De Sanctis) […]. La tragedia di Tancredi è nella sua stessa tenerezza […]. Avendo concentrato in Ghismonda tutti i suoi affetti, egli reprime una carica di morbosa passione nel profondo del suo essere e non ne è consapevole» (C. Muscetta, Giovanni Boccaccio e i novellieri, in Storia della letteratura italiana. Il Trecento, a cura di E. Cecchi e N. Sapegno, Milano, Garzanti, 1965, p. 412). Si veda anche, più di recente, Maria Serena Sapegno, che osserva la novella attraverso il filtro degli ormai consolidati gender studies: «Tancredi non comprende affatto la figlia con le sue esigenze e i suoi desideri fino al momento in cui la propria morbosa invadenza non lo porta a vedere con i propri occhi un rapporto sessuale tra lei e Guiscardo. L’insistenza della narratrice sulle lacrime del padre sembra alludere a una debolezza e a un dolore dovuti al proprio sentimento indicibile ed eccessivo, che egli stesso non capisce» (M. S. Sapegno, Il fantasma dell’incesto da Ovidio a Boccaccio, in Id., Figlie del padre. Passione e autorità nella letteratura occidentale, Milano, Feltrinelli, 2018).
  9. «Come il suo personaggio, lo stesso autore non varca la soglia di questo incestuoso sentimento inconscio» (C. Muscetta, Giovanni Boccaccio e i novellieri, op. cit., p. 413). Di parere contrario Forni, che però sempre elucubra intorno agli impalpabili atteggiamenti psicologici: «La novella di Tancredi e Ghismonda presenta il tema dell’amore incestuoso. Questo tema non è esplicitato ma si costituisce in una trama di allusioni. È possibile ipotizzare, anzi, sembra ragionevole credere che questo sistema allusivo sia prodotto cosciente dell’autore; è meno probabile che il Boccaccio abbia invece evocato il tema inconsapevolmente. […]. Possiamo pensare che egli disegni consapevolmente l’azione come colorata da motivazioni incestuose, ma che la scelta di non esplicitare significhi una sua mancanza di disponibilità a ratificare l’esistenza dell’incesto» (P. M. Forni, Forme complesse nel Decameron, op. cit., pp. 136-37).
  10. Riserve sulle «tecniche di analisi del profondo» esercitate sul racconto boccacciano sono espresse di sfuggita in M. Picone, Dal “lai” alla novella tragica: Ghismonda, in Id., Boccaccio e la codificazione della novella. Letture del Decameron, Ravenna, Longo, 2008, p. 188.
  11. Forni riconnette il periodo ipotetico controfattuale riferito a Tancredi «non ebbe che una figliuola, e più felice sarebbe stato se quella avuta non avesse» a Met. 10, vv. 298-299 («si sine prole fuisset, | inter felices Cinyras potuisset haberi») e la frase pronunciata da Ghismonda «se peccato è» al successivo v. 323, «si tamen hoc scelus est» (P. M. Forni, Forme complesse nel Decameron, op. cit., pp. 111-13). In una posteriore monografia in lingua inglese, lo studioso aggiunge una terza tessera: la coppia verbo + complemento partitivo presente nella “deposizione” di Ghismonda («Guiscardo […] elessi innanzi a ogni altro») sarebbe riscrittura di Metamorfosi X 317-318, «ex omnibus unum | elige, Myrrha, virum» (P. M. Forni, Adventures in Speech. Rhetoric and Narration in Boccaccio’s Decameron, Philadelphia, University of Pennsylvania Press, 1996, p. 124). Nel monumentale The Golden Bough (1922) si ipotizza che il mito letterario dell’amore incestuoso di Mirra per Cinira muova da una base antropologica: nella Cipro pre-ellenica l’endogamia regale era praticata per non far cadere il trono in mani straniere e il re deteneva anche un ruolo sacerdotale strettamente legato al culto di Venere (cfr. J. G. Frazer, Il ramo d’oro. Studio sulla magia e la religione, trad. it. di L. De Bosis, Torino, Bollati Boringhieri, 2016, libro I, cap. 31).
  12. Picone, a quanto ci consta, è l’unico ad aver sfiorato il problema; senonché, secondo l’insigne studioso, la circostanza di aver perduto il marito si limita a rispondere «alla sola esigenza narrativa di far sì che Ghismonda possa conoscere le “meravigliosissime forze” del “concupiscibile disidero”» (M. Picone, Dal “lai” alla novella tragica: Ghismonda, op. cit., p. 195 nota 13).
  13. F. Orlando, Per una teoria freudiana della letteratura, Torino, Einaudi, 1973, p. 8.
  14. M. C. La Rocca, Il conflitto tra padre e figlia nell’Alto Medioevo, in Padri nostri. Archetipi e modelli delle relazioni tra padri e figlie, a cura di S. Chemotti, Padova, Il Poligrafo, 2010, pp. 112-14.
  15. Ivi, p. 118.
  16. «…fu da Totile insin da’ fondamenti | arsa e disfatta, e cacciate le genti. || […]. Così gran tempo quivi dimoraro, | infin che ’l buon re Carlo Magno venne | […] ma poi che Carlo Magno ebbe vittoria, | passò di qua nelle nostre contrade, | e rifece la città di Fiorenza, | la qual poi crebbe, ogni dí, sua potenza» (G. Boccaccio, Il Ninfale Fiesolano, a cura di V. Pernicone, Bari, Laterza, 1937, pp. 345-46). Il Certaldese tornò a parlare della leggendaria ricostruzione di Firenze ad opera del re franco nel commento ai canti XII e XV dell’Inferno: «è da sapere che, essendo Attila, re de’ Goti, passato in Italia, in esterminio e ultima distruzione del nome romano, e avendo molte città in Lombardia e in Romagna già guaste e disfatte, secondo che piace a Giovanni Villani, esso passò in Toscana, dove similmente più ne disfece, e tra l’altre Firenze […]. Poi più volte tentarono i discendenti de’ cittadini fuggiti di doverla reedificare; ed essendo le lor forze piccole, sempre furono impediti da’ Fiesolani […]. Ma pure, perseverando essi antichi cittadini in questo volere, essendo imperador Carlo Magno, mandarono chi supplicasse in lor nome e allo ’mperadore e al popolo di Roma che con la lor forza la città antica si potesse rifare» (Esposizioni sopra la Comedia di Dante, in Tutte le opere di Giovanni Boccaccio, vol. VI, a cura di G. Padoan, Milano, Mondadori, 1965, pp. 628-29).
  17. Traduzione nostra: ‘Decise di far istruire la prole, in modo tale che maschi e femmine fossero educati negli studi liberali e in questo si spendeva personalmente […] le figlie, tuttavia, erano abituate al fuso e alla lana così che non impigrissero nell’inerzia […]. Esse erano tanto amate dal padre e assai belle, ma incredibilmente questi non volle che prendessero marito, né della corte né straniero, e le tenne in casa fino al giorno della sua morte, dicendo di non poter vivere senza la loro vicinanza’ (Einhardi Vita Karoli Magni, in MGH SS rer. Germ., 25, cap. 19, pp. 23-25). Tra i più di cento testimoni che hanno trasmesso l’opera di Eginardo, vi è un codice in particolare che avrebbe potuto essere nella disponibilità di consultazione del Certaldese, ovvero il Pluteo 65.35 (Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, secc. XI-XII), entrato in possesso di Coluccio Salutati (cfr. «MIRABILE. Archivio digitale della cultura medievale»: https://www.mirabileweb.it/manuscript/firenze-biblioteca-medicea-laurenziana-plut-65-35-manuscript/24113; ultima consultazione: 15/11/2025); la Vita occupa l’intervallo 125v-130r (la parte sulle figlie di Carlo si trova in 128r, seconda colonna).
  18. M. C. La Rocca, Il conflitto tra padre e figlia nell’Alto Medioevo, op. cit., p. 119.
  19. «Ghismonda […] is a new Myrrha whose sexual transgression is not with her father […] who inherits the incestuous drive of the old Myrrha»; traduzione nostra: ‘Ghismonda […] è una nuova Mirra, la cui trasgressione sessuale non è rivolta al padre […] che eredita invece da Mirra la spinta incestuosa’ (P. M. Forni, Adventures in Speech. Rhetoric and Narration in Boccaccio’s Decameron, op. cit., p. 125). Cfr. anche G. Almansi, Tancredi e Ghismonda, in Id., L’estetica dell’osceno [1974], Torino, Einaudi, 1993, pp. 100-30.
  20. Cfr. J. L. Austin, Come fare cose con le parole, a cura di M. Sbisà, Genova, Marietti, 1987, pp. 110-13. Marina Sbisà, principale interprete italiana della teoria pragmalinguistica austiniana, fa notare che «manipolazione e direttività sono collegate al fenomeno dell’autorità che tenta di affermarsi: riuscire a realizzare uno scopo direttivo equivale a invadere il terreno dell’altro, farsi cedere terreno, quindi farsi concedere dall’altro del potere in più» (M. Sbisà, Linguaggio, ragione, interazione. Per una pragmatica degli atti linguistici, Trieste, Edizioni Università di Trieste, 2009, p. 166).
  21. E. R. Curtius, Letteratura europea e Medio Evo latino, a cura di R. Antonelli, Macerata, Quodlibet, 2022, p. 457.
  22. Non è infrequente che nelle comuni dinamiche conversazionali un atto illocutorio possa subire una “riqualificazione” in corso d’opera da parte del parlante e passare da un tipo all’altro (cfr. M. Sbisà, Linguaggio, ragione, interazione. Per una pragmatica degli atti linguistici, op. cit., p. 123).
  23. Genere oratorio mirante a suscitare misericordia in chi ascolta; per una riflessione in merito alla rinuncia di Ghismonda a porre in essere tale strategia discorsiva, cfr. G. Zak, Between Ghismonda and Massinissa: Boccaccio, Petrarch and the Uses of Tragedy, in «Heliotropia», 15, 2018, p. 246; cfr. l’URL: https://heliotropia.org/15/zak.pdf; ultima consultazione: 15/11/2025.
  24. Ivi, p. 111.
  25. Il calarsi dalla finestra da parte di un Tancredi per niente imbolsito dall’età, in quanto intuitivo parallelo figurativo con il Guiscardo che si arrampica lungo la parete rupestre, è stato proposto come indizio dell’insana competitività vissuta dal padre nei confronti del mancato genero usurpatore (cfr. P. M. Forni, Forme complesse nel Decameron, op. cit., p. 143).
  26. Assai nutrita è la bibliografia sul motivo provenzale del “cuore mangiato”: L. Rossi, Il cuore, mistico pasto dʼamore: dal Lai Guirun al Decameron, in Studi provenzali e francesi 82, a cura di G. Chiarini, L’Aquila, Japadre, 1983, pp. 28-128; l’antologia Le coeur mangé: récits erotiques et courtois des 12 et 13 siècles, Paris, Stock, 1994; M. Di Maio, Il cuore mangiato. Storia di un tema letterario dal Medioevo all’Ottocento, Milano, Guerini, 1996; L. Rossi, «Bere l’amore»: per amore con Enea e Tristano, in Vettori e percorsi tematici nel Mediterraneo romanzo. Atti del Colloquio Internazionale (Roma 11-14 ottobre 2000), a cura di F. Beggiato e S. Marinetti, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2002, pp. 11-32; P. Caraffi, Cuori mangiati, corpi smembrati. Da Isotta a Filomena, in Corpo e cuore, a cura di P. Caraffi, Bologna, Emil, 2012, pp. 9-39; F. Della Bona, Il molto amato cuore di Ghismonda: riflessioni sull’eucaristia e sul santo Graal, in «Revista de Italianística ‒ Universidade de São Paulo», 25, 2013, pp. 13-26; F. Petricca, Ghismonda e Beatrice. Il cuore mangiato e l’idea dell’amore tra Boccaccio e la Vita nuova, in «Critica del testo», XVI/3, 2013, pp. 131-61; L. Granato, La “bone volontez” di Ghismonda. Percorsi romanzi dell’amore in Decameron IV 1, in «Studi sul Boccaccio», XLV, 2017, pp. 55-72.
  27. S. Freud, Opere (1905-1908). Il motto di spirito e altri scritti, a cura di C. L. Musatti, Torino, Boringhieri, 1972, p. 128.
  28. Ivi, p. 124.
  29. Ivi, p. 86.
  30. «…tutte le prescrizioni morali volte a frenare lʼodio attivo […] originariamente dovevano valere per una ristretta comunità di persone appartenenti allo stesso ceppo» (ivi, p. 91).
  31. «…in una cerchia di educazione più raffinata […] la scurrilità diventa spiritosa […]. Lo strumento tecnico, di cui si serve di regola, è lʼallusione, ossia la sostituzione mediante […] qualche cosa [di] connesso» (ivi, p. 90).
  32. Ghismonda cede al fletus ma non al planctus, quest’ultimo antropologicamente connotato da gesti rituali come il graffiarsi, il percuotersi o il decalvarsi (cfr. E. De Martino, Morte e pianto rituale. Dal lamento funebre antico al pianto di Maria, a cura di M. Massenzio, Torino, Einaudi, 2021, p. 670). Ai resti di Guiscardo su cui le è permesso piangere ella rivolge parole («senza alcuno indugio farò che la mia anima si congiugnerà con quella, adoperandol tu, che tu già tanto cara guardasti. E con qual compagnia ne potre’ io andar più contenta o meglio sicura a’ luoghi non conosciuti che con lei?») che mostrano consonanze con un verso latino, di sapore epigrafico e obituario, contenuto nell’Elegia di Costanza: «Te sequar ut comes (et) tecum ibo s(u)b u(m)bra(s)» (Zibaldone Laurenziano – Pluteo XXIX, 8 – autografo di Giovanni Boccaccio, carta 60vr11, v. 118).
  33. Cfr. J. L. Austin, Come fare cose con le parole, op. cit., pp. 117. Il tipo illocutorio comportativo, inerente a «manifestazioni dello stato d’animo o atteggiamento del parlante», è contraddistinto da «un orientamento verso il già fatto, il già avvenuto, qualcosa che non ci si propone più di modificare» (M. Sbisà, Linguaggio, ragione, interazione. Per una pragmatica degli atti linguistici, op. cit., pp. 115-16).
  34. P. M. Forni, Forme complesse nel Decameron, op. cit., p. 143.
  35. «…è stato osservato […] come il “bucciolo di canna” al quale Ghismonda affida il suo messaggio amoroso sia […] un’eco precisa del “bastun” che Tristano lascia nel bosco come segno a Isotta della sua presenza nel luogo, oltre che del suo desiderio di incontrarla […]. La canna passa […] ad essere uno scherzoso sostituto metonimico dell’oggetto del desiderio sessuale di Ghismonda. L’identificazione del “bastun” col sesso maschile, se era remotissima» nel Lai di Maria di Francia «diventa ora nella novella italiana beffardamente manifesta […] maliziosa allusività all’imminente congiungimento sessuale» (M. Picone, Dal “lai” alla novella tragica: Ghismonda, op. cit., pp. 196-98).
  36. G. Boccaccio, Filocolo, op. cit., pp. 426-28.
  37. Ivi, pp. 435-37.
  38. Alcuni termini di cui è intessuta la doglianza responsiva di Ghismonda (eleggere, perseveranza, disio) ricorrono anche nelle riflessioni aristotelico-tomistiche sull’appetito naturale e razionale (cfr. M. P. Ellero, Libertà e necessità nel Decameron. Lisa, Ghismonda e le papere di Filippo Balducci, in «GSLI», vol. CXCII, fasc. 639, 2018, pp. 399-404); sono spia, in particolare, di una derivazione dall’Etica a Nicomaco le tessere non per accidente e lungamente, con cui l’eroina boccacciana pare voler ammantare la sua relazione dell’onestà delle “amicizie per diletto” (cfr. G. Fiorinelli, «Amore è di tre maniere»: echi dellʼVIII libro dellʼEthica Nicomachea nella novella di Ghismonda e nel Boccaccio, in «Carte Romanze», 8/1, 2020, pp. 199-240: 215-19; cfr. l’URL: https://riviste.unimi.it/index.php/carteromanze/article/view/13469/12986; ultima consultazione: 15/11/2025).
  39. Cfr. E. Filosa, Tre studi sul De mulieribus claris, Milano, LED, 2012, pp. 99-102; M. Marietti, La Didone di Boccaccio tra Dante e Petrarca, in «LIA», 15, 2014, pp. 377-84 e C. Zudini, “Carnea non ferrea sumˮ: il corpo femminile nel De mulieribus claris, in «Arzanà», 18, 2016 (cfr. l’URL: https://doi.org/10.4000/arzana.975; ultima consultazione: 15/11/2025).
  40. G. Boccaccio, De mulieribus claris, 42, 117-130; traduzione nostra: ‘O inviolato decoro della pudicizia! […] Didone! Su di te vorrei che puntassero gli occhi le vedove […]. Qualcuna, credo, essendo le nostre donne assai sottili nel giustificarsi, dirà: “Così era necessario fare; ero rimasta sola, i genitori e i fratelli erano morti, i pretendenti incalzavano con lusinghe, non potei resistere, sono fatta di carne, non di ferro”’.
  41. F. Bausi, Sull’utilità e il danno della ricerca delle fonti. Il caso del Decameron, in «Carte Romanze», 7/1, 2019, p. 128. Nocita riconduce a Eneide IV anche la presenza della grotta come parziale teatro dei commerci amorosi (cfr. T. Nocita, Una lettura di Tancredi e Ghismonda, op. cit., p. 165); grotta che, al contrario, per Picone rinvierebbe al dantesco antro del Veglio di Creta (cfr. M. Picone, Dal “lai” alla novella tragica: Ghismonda, op. cit., p. 192).
  42. L’apostrofe a oggetti inanimati è, nella retorica classica, espediente eminentemente patetico: «Est et ille locus ad permovendum pathos, in quo sermo dirigitur vel ad inanimalia vel ad muta, quo loco oratores frequenter utuntur. Utrumque Vergilius bene pathetice tractavit, vel cum ait Dido: “Dulces exuviae…”» (Macr. Sat. 4, 10, in I saturnali, a cura di N. Marinone, Torino, UTET, 1967); traduzione nostra: ‘È quello il luogo atto a suscitare il sentimento, nel quale chi parla si rivolge a oggetti inanimati o a creature mute, come usano fare spesso gli oratori. Virgilio con grande effetto patetico lo adoperò, quando fa dire a Didone: “O dolci spoglie…”’.
  43. Vale qui, ovviamente, lʼavvertimento che «nello studio della presenza della Bibbia nelle opere del Certaldese» si deve sempre tenere a mente la «diffusa interdiscorsività attivata dall’intreccio di tante tradizioni: esegesi biblica, trattatistica, omiletica, pratica liturgica e confessionale, agiografia» (L. Battaglia Ricci, La Bibbia nelle opere di Giovanni Boccaccio: un contributo agli studi, in Gli antichi e i moderni: studi in onore di Roberto Cardini, to. I, a cura di L. Bertolini e D. Coppini, Firenze, Polistampa, 2010, p. 60).
  44. Cito dalla Vulgata, in J. P. Migne, Patrologia latina, vol. 29 col. 801.
  45. La costellazione lessicale tanatologica nel monologo di Ghismonda è fin troppo scoperta (fine, sepoltura, essequie, morire).

(fasc. 58, 31 dicembre 2025)

Due sorelle che si tengono per mano: musica e letteratura tra memoria, voce e identità

Author di Gaspare Trapani

«La musica e la poesia sono due sorelle che si tengono per mano, e quando una piange, l’altra la consola». In queste parole di Alda Merini si ritrova il senso di un legame antico tra parola e suono, tra scrittura e musica. Un rapporto che, per il terzo anno consecutivo, «Diacritica» sceglie di esplorare, seguendo le molte forme dell’incontro tra linguaggi e modalità espressive diverse.

Musica e letteratura non appartengono a mondi separati: entrambe nascono dal desiderio di raccontare l’esperienza umana, dare forma alle emozioni e trovare parole per ciò che spesso è difficile esprimere. La canzone può essere letta come una forma di letteratura in musica; allo stesso modo, quando la letteratura incontra la dimensione musicale, il testo si apre a nuove possibilità: la narrazione acquista ritmo, la parola diventa voce e il suono contribuisce a raccontare e interpretare la realtà.

È in questo continuo dialogo tra scrittura e musica che esperienze individuali e memorie collettive si incontrano. Una canzone o un testo letterario possono raccontare una storia personale, ma anche parlare a una comunità, diventare testimonianza di un’epoca, dare voce a un disagio sociale o custodire il ricordo di un’esperienza. Proprio per questa capacità di unire dimensione privata e collettiva, musica e letteratura continuano ancora oggi a essere strumenti privilegiati per comprendere il mondo e raccontarlo.

Per il terzo anno consecutivo, grazie a un fecondo incontro siciliano – terra da sempre attraversata da straordinarie esperienze letterarie e musicali – e grazie all’impegno e all’entusiasmo di Maria Panetta, queste due “sorelle”, per usare ancora la suggestiva immagine della “poetessa dei Navigli”, tornano a tenersi per mano sulle pagine di «Diacritica».

Attraverso i contributi di un gruppo di studiosi, questo numero esplora alcune delle molte forme dell’incontro tra musica e letteratura: la canzone come spazio di impegno civile, il ritmo come forma autobiografica, il dialetto come luogo della memoria e la tradizione napoletana come chiave narrativa di un’indagine dalle atmosfere noir.

Un viaggio tra generi, epoche e linguaggi diversi, in cui parola e musica si intrecciano e si arricchiscono reciprocamente. Perché ogni grande storia possiede, in fondo, uno spartito segreto: una trama di voci, silenzi e armonie che attende soltanto di essere ascoltata.

Proprio di traiettorie, anche geografiche, parlano nel loro saggio Mario Chichi e Ivana Vermiglio, che in L’isola come utopia: spazi e immaginari nel cantautorato italiano esplorano il fascino dell’isola nella canzone d’autore degli anni Settanta. Da Guccini a Bennato, da Dalla a De Gregori, l’isola diventa uno spazio reale e immaginario, luogo di fuga e riflessione, capace di raccontare desideri, inquietudini e visioni della società.

Alla costruzione dell’io attraverso la musica sono dedicati diversi contributi. Sacha Piersanti, con «Una traccia, un disegno»: autobiografia e rappresentazione dell’io nella discografia di Renato Zero, legge oltre cinquant’anni di carriera come un unico grande racconto autobiografico: un teatro dell’anima nel quale l’artista mette in scena fragilità, trasformazioni e aspirazioni, intrecciando continuamente la propria voce con quella del suo pubblico.

Su un altro versante, Veronica Ricotta accompagna il lettore nell’universo linguistico e musicale di Carmen Consoli con «Volevo fare la rockstar». Autobiografia e lingua nelle canzoni di Carmen Consoli. Attraverso il dialogo tra autobiografia, lingua e dialetto siciliano, il saggio mostra come la cantautrice abbia trasformato la memoria individuale in una narrazione capace di parlare a esperienze condivise.

La musica come spazio di dissidenza e affermazione identitaria è al centro del contributo di Marzia D’Amico, “Amici non ne ho”: solo figlie per Loredana Bertè, generatrice di dissidenza. La parabola artistica di Bertè viene riletta come una lunga sfida ai modelli tradizionali di femminilità e decoro: una voce fuori dagli schemi che ha saputo trasformare vulnerabilità e ribellione in linguaggio collettivo.

Il rapporto tra musica, parola e impegno civile attraversa, invece, il saggio di Annibale Gagliani, Il teatro canzone di Giorgio Gaber e Sandro Luporini. Qui la canzone si fa scena e pensiero critico: il teatro-canzone diventa lo spazio privilegiato per interrogare il conformismo, le trasformazioni sociali e le inquietudini dell’uomo contemporaneo.

Dal territorio e dalla memoria popolare nasce il contributo di Giuliano Scala, «Io me chiammo Sanacore, e che vulite?». Dagli stornelli alla dub: la voce di Giulietta Sacco, dedicato a una delle interpreti più originali della canzone napoletana del secondo Novecento. La voce di Giulietta Sacco emerge come un ponte fra tradizione e innovazione, tra canto popolare e nuove sperimentazioni della musica napoletana.

Sempre Napoli, ma questa volta immersa nelle atmosfere del romanzo noir, è protagonista del saggio di Nunzia De Falco, Indagini sonore per il commissario Ricciardi. La canzone napoletana nei romanzi di De Giovanni. Nelle pagine di Maurizio De Giovanni, le melodie del passato non sono semplice sfondo narrativo, ma una vera partitura investigativa che accompagna il commissario Ricciardi e restituisce voce alla città.

Il dialogo tra poesia e musica, nella sua dimensione più sperimentale, è al centro del contributo di Beatrice Magoga, Poesia in musica di fine secolo (e millennio). Due esempi di rimediazione del tardo Novecento italiano. Attraverso le esperienze di Tommaso Ottonieri e Lello Voce, il saggio mostra come la performance musicale possa trasformare il testo poetico, amplificandone ritmo, significato e intensità emotiva.

A chiudere il percorso è il contributo di chi scrive, Autobiografia e periferia nel “Bildungsroman” musicale di Mahmood, dedicato alla produzione dell’artista milanese come forma contemporanea di romanzo di formazione in musica. Attraverso brani come Soldi, Nilo nel Naviglio, Mai figlio unico, Tuta Gold e Barrio, il saggio mette in luce il ruolo della memoria familiare, della periferia e dell’identità multiculturale nella costruzione di un racconto generazionale in cui la canzone pop diventa spazio di autorappresentazione e crescita.

Nel loro insieme, questi contributi restituiscono la ricchezza di un incontro mai concluso: quello tra parola e musica, tra memoria e presente, tra individuo e comunità. Le due sorelle evocate da Alda Merini continuano, così, a tenersi per mano, dimostrando che ogni canzone custodisce una storia e che ogni storia, quando trova la propria voce, può diventare musica.

 

(fasc. 60, 25 maggio 2026)

«Volevo fare la rockstar». Autobiografia e lingua nelle canzoni di Carmen Consoli

Author di Veronica Ricotta

«Se non ci si ricorda da dove si viene e da dove si è passati

per arrivare dove si è, non si può costruire il futuro»[1].

Abstract: Il saggio analizza la componente autobiografica nella produzione musicale di Carmen Consoli, con particolare attenzione alla dimensione linguistica e all’uso del dialetto siciliano. Attraverso l’esame dei testi e delle dichiarazioni dell’artista, si individuano tre fasi della sua produzione, caratterizzate da un progressivo emergere dell’autobiografia. Il lavoro approfondisce, inoltre, il rapporto tra autobiografia artistica e autobiografia linguistica, mostrando come la lingua – e in particolare il dialetto – costituisca uno strumento fondamentale nella costruzione dell’identità narrativa e culturale dell’autrice.

Abstract: This article examines the autobiographical dimension in the musical production of Carmen Consoli, with particular attention to linguistic aspects and the use of the Sicilian dialect. Through an analysis of song lyrics and the artist’s own statements, three phases in her career are identified, each marked by a progressively increasing presence of autobiographical elements. The study further explores the relationship between artistic autobiography and linguistic autobiography, showing how language (and the dialect in particular) functions as a fundamental tool in the construction of the author’s narrative and cultural identity.

L’indagine che qui si propone sugli elementi autobiografici nella produzione di Carmen Consoli evidenzia come l’autobiografia rappresenti una componente discontinua ma progressivamente sempre più rilevante, fino a divenire esplicita nell’ultimo album che qui si considera, Volevo Fare la Rockstar (Narciso records/ADA Music Italy, 2021), il cui titolo stesso richiama una dimensione personale[2].

La metodologia adottata ha affiancato all’analisi dei testi delle canzoni le dichiarazioni e le auto-esegesi di Consoli rilasciate in articoli e interviste, che nel corso della carriera si sono fatte più frequenti. Alla base di alcune delle considerazioni del saggio ci sono anche autocommenti e ulteriori dettagli di contesto già raccolti in due libri biografici[3].

Oltre che tematico, l’approccio di questo percorso biografico è anche linguistico. Dal momento che, con Lejeune, «si tratta sempre di studiare l’autobiografia innanzitutto come fenomeno di linguaggio»,[4] l’analisi si è focalizzata, oltre che sulla funzione del testo autobiografico nell’insieme dell’opera di Carmen Consoli, anche sui dispositivi linguistici messi in atto per tale tipo di racconto in musica. In particolare, l’osservazione ha riguardato l’uso del dialetto nella produzione consoliana, il cui valore viene approfondito nella seconda parte di questo lavoro.

Autobiografia consoliana in musica

Percorrendo le tracce autobiografiche nella produzione di Carmen Consoli (9 album in studio, 3 live e 6 raccolte) è possibile individuare tre periodi. Il primo si colloca negli anni Novanta, con l’esordio e gli album Due parole del 1996, Confusa e felice del 1997 (Polydor) e Mediamente isterica del 1998 (Cyclope records) ed è caratterizzato da «tematiche di tipo autobiografico e intimistico, da un certo ermetismo dei testi e, sotto il profilo delle scelte stilistico-musicali, dalla prevalenza del rock»[5]. L’amore giovanile e il racconto intimista irrorano i primi due album con brani come Quello che sento (Due parole, Polydor, 1996), che confessa e propone di vivere fino in fondo un sentimento anche quando non è ricambiato.

L’amore per la musica che l’ha portata a fare della sua passione un mestiere è, invece, alla base del testo, profondamente autobiografico, di Confusa e felice (nell’omonimo album del 1997), come conferma la circostanza da cui scaturisce, dichiarata a Guglielmi: «l’ho composta la sera stessa del Sanremo di Amore di plastica (1996), mentre mi rendevo conto che tutto ciò che stavo provando era enorme»[6]. I temi dell’amore giovanile e della formazione personale emergono in brani come Quello che sento e, appunto, Confusa e felice, in cui l’esperienza individuale si traduce in forma lirica e in questo senso svolge un discorso universale più che individuale.

Con Mediamente isterica (Cyclope/Polydor, 1998), definito il più rock degli album per le sonorità impiegate, si afferma invece una dimensione narrativa più strutturata: la voce autobiografica si frammenta e si proietta in una pluralità di personaggi. Questa dimensione resterà centrale nella produzione successiva, consentendo all’autrice di esplorare identità molteplici e di intrecciare autobiografia e rappresentazione sociale, in particolare nella costruzione di figure femminili.

Scegliendo talvolta la prima persona, Carmen impersonifica donne e uomini che incarnano le diverse sfaccettature della natura umana (da Contessa miseria ai personaggi del Sorriso di Atlantide).

Nuovi personaggi e nuove storie animano i brani dei successivi album; solo a titolo a esemplificativo: Matilde odiava i gatti, la sposa lasciata all’altare di Fiori d’arancio, Masino e la suocera in L’eccezione (Polydor, 2002); Eva di Tutto su Eva, Maria Catena e il Signor Tentenna in Eva contro Eva (Universal, 2006), fino al Mago Magone di Volevo fare la rockstar.

I personaggi femminili si muovono in uno spazio di rappresentazione delle identità in cui autobiografia artistica e impegno sociale si intrecciano. La canzone diventa uno strumento per raccontare esperienze di vita, ma anche per mettere in discussione stereotipi e dinamiche di potere.

Nella nostra ottica più direttamente autobiografica, in Mediamente isterica spicca il brano dedicato al rapporto con la madre, Quattordici luglio, poi rappresentato nella sua conflittualità due anni dopo nell’istantanea In bianco e nero (Stato di necessità, Universal 2000), anche se l’autrice ha dichiarato che il testo non è propriamente autobiografico in quanto «non ci sono stati autentici conflitti, ma solo normali incomprensioni causate dal divario anagrafico e caratteriale, e per entrare nella parte ho dovuto confrontarmi con altri ragazzi e ragazze che hanno patito seriamente il problema»[7].

Il secondo periodo, a partire dagli anni Duemila, segna un’apertura a nuove sonorità e a una scrittura più narrativa e contestualizzata, e prende le mosse proprio da Stato di necessità (Universal 2000), nel quale si ravvisa «una maggiore apertura al pop e alle sonorità acustiche, l’adozione di strumenti musicali nuovi, dai violini agli strumenti tradizionali della musica siciliana e, sotto il profilo dei testi, la presenza di veri e propri ritratti narrativi di ambientazione regionale»[8]. La dimensione autobiografica si arricchisce di riferimenti culturali e mitici, come nel caso di Orfeo, dove il mito diventa chiave di lettura dell’esperienza personale. Una delle interpretazioni possibili farebbe «coincidere l’immagine salvifica del dio della musica con la propria opera rinnovata in stile rispetto al passato, nel ritornello si dichiara pronta ad uscire da un periodo buio per perseguire, rinata, la propria strada di maturità personale e artistica»: («è tempo di rinascere / sento addosso le tue mani / ed è un caldo richiamo perché / ho bisogno di svegliarmi»). A proposito del rapporto col mito, vale la pena di considerare quanto afferma Consoli stessa:

Essendo il mio specchio, le canzoni riflettono ciò che sono e ciò che sono stata. La mia formazione siciliana abbraccia anche la Magna Grecia. Sono cresciuta con le favole di Orfeo, di Narciso e degli Argonauti perché a casa se ne parlava quasi ogni giorno, per cui ci sono dei miti che mi tornano facilmente alla memoria[9].

Andando avanti nella produzione consoliana, oggi ci pare di poter individuare un terzo periodo, dove progressivamente si fanno sempre più spazio memoria, recupero e autobiografia; un periodo che, a nostro avviso, si può far cominciare da Elettra (Narciso/Universal), album vincitore del premio Tenco 2010.

Il brano più autobiografico è senz’altro Mandaci una cartolina, dedicato alla morte del padre. Si tratta di un testo in forma di allocuzione al genitore appena scomparso, costellato di riferimenti rarefatti alla Sicilia per collocare il ricordo e caratterizzarlo, evidenziando il ruolo centrale del padre nell’avvio e nell’evoluzione del percorso artistico di Carmen Consoli.

Ricordare il padre è anche l’occasione per una fine critica alla società e al costume italiano con precise allusioni e l’uso di parole che paiono estrapolate direttamente dal quotidiano che il genitore legge in spiaggia, come “inciucio” (‘pettegolezzo’, ma usato oggi in campo politico per sottintendere un intrigo, un accordo non limpido) e “buttane”, rigorosamente con fonetica sicula con la bilabiale sonora; così come la frase manifestamente del parlato non controllato e sgrammaticato in «a noi ci piace assai la televisione». L’inizio della prima strofa («Tra tutti i giorni in cui potevi partire») è ripetuto nella strofa successiva al primo ritornello, secondo la tecnica del verso puntello, e presenta solo nel finale la variante «morire»; nella seconda strofa, attraverso l’uso dell’ironia, si fa un elenco di luoghi comuni nostrani («viva l’Italia, il calcio, il testosterone, gli inciuci e le buttane in preda all’ormone»). Sul ruolo del padre, anche nella sua formazione umana e artistica, tornerà con il brano Armonie numeriche in Volevo fare la rockstar.

Cenni autobiografici ricorrono anche in altri brani, con il preciso riferimento a sé stessa, come in Sud Est («non avevo che me stessa e una ridente imbarcazione»); anche in Perturbazione atlantica, brano che, come ha spiegato Consoli, è ispirato a un episodio di vita quotidiana («una sciagura per le mie rose questa perturbazione atlantica»).

Con Marie ti amiamo (in duetto con Franco Battiato) si inaugura un altro tipo di autobiografia, più collettiva e linguistica. Il brano ha inserti in arabo, francese e italiano, con un mistilinguismo già sfruttato da Battiato, co-autore, assieme al paroliere e filosofo Manlio Sgalambro, su cui Consoli si esprime così:

Con Franco volevamo fare una canzone che parlasse delle radici senza un preciso filo logico: bisogna trovare il nesso dopo vari ascolti, così come l’abbiamo dovuto trovare persino noi. Le nostre radici sono l’arabo, l’italiano e il francese. Ci piaceva usare le lingue per il suono che possiedono. C’è un piano in cui si sviluppa la storia francese di Marie e un piano in cui si mettono in risalto la nobiltà e la poesia dell’arabo visto dall’Occidente[10].

L’album accoglie anche il brano interamente in dialetto ’A finestra, su cui torneremo.

Nel 2015 Carmen pubblica L’abitudine di tornare (Polydor), un lavoro in cui a ogni traccia viene affidata una storia, alcune derivate da fatti di cronaca, come nei casi della Signora del quinto piano, ispirata dal femminicidio di una donna che aveva denunciato e che non è stata ascoltata dalle autorità, e di La notte più lunga, canzone che ricorda le morti dei migranti nelle acque del Mediterraneo.

L’ultima traccia, Ventunodieciduemilatrenta, chiude però inaspettatamente l’album con una tenera ballata dedicata al figlio appena nato e alla gioia di essere madre, quasi il contraltare della Dolce attesa (Eva contro Eva), dove l’autrice aveva indagato, attraverso il racconto di una gravidanza isterica, gli aspetti meno sereni della maternità, vissuta anche come pressione sociale. L’esperienza di madre, come ha dichiarato la stessa Carmen e come si evince dal brano, ha cambiato lo sguardo sul mondo e dunque anche il modo di scrivere e di comporre. Quel brano autobiografico in chiusura, e fin dal titolo vòlto al futuro, farà da ponte, a distanza di diversi anni, a Volevo fare la rockstar.

Autobiografia e costruzione del sé nella canzone

Per comprendere la specificità del caso consoliano è necessario soffermarsi sulla nozione stessa di autobiografia. In àmbito musicale, essa non coincide con una registrazione fedele dell’esperienza vissuta, ma si configura come una costruzione narrativa del sé, mediata da scelte formali e linguistiche. La canzone impone, infatti, vincoli strutturali che favoriscono una forma di autobiografia frammentaria e indiretta. L’io lirico può coincidere con chi scrive il brano, ma spesso si disloca in personaggi e situazioni che fungono da mediazione: ne deriva un’autobiografia diffusa, che emerge per nuclei tematici ricorrenti più che per dichiarazioni esplicite.

Nel caso di Carmen Consoli, questa dinamica è particolarmente evidente: accanto a brani direttamente autobiografici, si sviluppa una rete di testi in cui l’esperienza personale viene rielaborata attraverso figure narrative. La memoria, l’infanzia, il rapporto con i genitori e la maternità costituiscono elementi ricorrenti che contribuiscono a delineare un’identità coerente ma non univoca.

Commentando l’imminente uscita di Volevo fare la rockstar in un’intervista rilasciata al «Corriere della Sera», Consoli dichiara che si tratta non solo di un discorso autobiografico ma anche di una denuncia «contro il sovranismo e il fascismo, e quegli imbonitori che prima odiavano il Sud e ora lo amano» (il riferimento è alle tracce Mago Magone e L’uomo nero)[11]. Quello che rende il racconto autobiografico della Cantantessa peculiare nella sua produzione è, in effetti, l’intersecazione dei piani della propria microstoria con la macrostoria, in cui al ritratto della bambina Carmen, nella ballata eponima, si intreccia lo sguardo di quella stessa bambina sull’Italia degli anni ’70-90, tra Cosa Nostra, l’attentato del 13 maggio 1981 a Papa Wojtyła, «ferito tra urla e rosari», e i Mondiali del 1982.

In ogni caso, Volevo fare la rockstar si configura come un’autobiografia in musica, dove emergono quadri sull’infanzia della cantautrice, sull’amore materno e sul rapporto con il figlio, quest’ultimo già tratteggiato nel 2015 in Questa piccola magia (L’abitudine di tornare, 2015) e poi approfondito in Le cose di sempre (Volevo fare la rockstar, 2021), brano sottoforma di lettera al figlio Carlo Giuseppe che si fa protagonista (menzionato nei crediti come Doxy601) nell’esecuzione di Mago Magone, dove ne ascoltiamo la voce.

Un’unica inserzione in dialetto alla fine del brano eponimo, «Haiu i papuli nni rita» ‘ho le vesciche nelle dita’, ci traghetta verso una riflessione complessiva sull’uso del siciliano nella produzione consoliana.

La produzione dialettale tra autobiografia artistica e autobiografia linguistica

La lingua di Carmen Consoli è stata in diversi studi oggetto di attenzione linguistica per «i suoi versi di inusitata lunghezza, l’aggettivazione insolita, l’uso massiccio di forme avverbiali» che «rompe definitivamente con la tradizione canzonettistica»[12]. I suoi testi sono stati presi in considerazione sia in panoramiche sulla lingua della canzone in Italia, tra cui le note nel volume di Giuseppe Antonelli, sia in lavori monografici: alla lingua di Consoli sono state dedicate tesi di laurea[13] e indagini su singoli aspetti e specifici brani[14], e un approfondimento sulla componente dialettale nell’analisi del compianto Roberto Sottile[15] che, assieme a Giuseppe Paternostro, si è concentrata sull’uso del dialetto della Cantantessa[16].

La lingua rappresenta uno degli strumenti principali attraverso cui si costruisce l’autobiografia consoliana. In particolare, il registro alto dell’italiano, con una selezione lessicale che diventa cifra stilistica distintiva della Cantantessa, e l’alternanza tra italiano e dialetto siciliano che si fa sempre più spazio per consentire di articolare diversi livelli di esperienza e di identità. Spostando lo sguardo dai temi allo stile e alle scelte linguistiche, è possibile approfondire anche il discorso autobiografico intrecciando le canzoni all’autobiografia linguistica di Carmen Consoli. Anche in questo caso possiamo tracciare due blocchi: uno, decisamente più rappresentato, in cui prevale l’italiano, e l’altro che assume il dialetto come codice per soddisfare esigenze espressive di volta in volta diverse e che culminano oggi nell’album Amuri Luci (2025), su cui ci ripromettiamo di tornare in altra sede.

Ai brani in dialetto, anche in questo caso, è stato utile avvicinare le dichiarazioni di Consoli, oltre a quanto già era possibile ricavare sulla percezione del dialetto per la Cantantessa, come è emerso dalla specifica ricerca di Sottile.

Quanto e quale siciliano usa Consoli nella sua produzione? Il dato quantitativo è abbastanza circoscritto. Per avere un lavoro totalmente dialettale bisognerà aspettare il già citato Amuri Luci (Narciso records 2025), con una significativa anticipazione in Terra ca nun senti (2024). Per il resto, i brani in dialetto sono: Masino (L’eccezione, 2002); ’A finestra (Elettra, 2010), e Tano (Eco di sirene, Universal, 2018).

A questi si aggiungono Stranizza d’amuri, brano cover inserito nell’album tributo a Franco Battiato, Voli imprevedibili (2004); la canzone Focu di raggia, pubblicata nell’album di Goran Bregović Karmen (With A Happy End) (Mercury records, 2007); Ciuri di campo (2008), dedicata a Peppino Impastato, in collaborazione con i Lautari, e i brani nell’album Terra ca nun senti (2025), cover di Rosa Balistreri.

Tracce di siciliano si trovano in Il sultano (della Kianca) (Stato di necessità, 2000), dove Kianca è un toponimo palermitano; in La dolce attesa (Eva contro Eva, 2006), dove all’inizio viene inserito un verso della filastrocca tradizionale siciliana Ninna nanna di la Guerra, nella versione originale cantata da Rosa Balisteri: «E da la vo’ / sunnuzzu viniti / ca ju l’annacu e vui l’addurmisciti»; in Mio zio (Elettra, 2009) troviamo il diminutivo affettivo dialettale «gioiuzza», e, da ultimo, nella già menzionata inserzione finale in Volevo fare la rockstar abbiamo il verso «Haju i papuli nni rita» (‘ho le vesciche nelle dita’).

La Cantantessa a inizio carriera aveva dichiarato: «Fosse per me io canterei anche in siciliano; se uso l’italiano è per essere capita»[17]; successivamente il dialetto sarà considerato un «bacino lessicale a cui attingere con sonorità nuove che diano sfumature diverse ai brani»[18]. Citando il famoso cantautore genovese, Consoli nel 2008 aveva affermato:

Quando questo italiano si arricchisce – come diceva De André – di lingue antiche, che sono il genovese e le altre, diventa più colorita […]. Quindi c’è una lingua italiana che si deve evolvere e che ultimamente si sta invece un po’ scolorendo, secondo me, sta diventando sempre più semplice e vuole diventare molto più scarna di contenuto, di eleganza. Io piuttosto la arricchirei di termini presi dai dialetti vari, delle varie regioni, invece di arricchirla di termini che vengono dall’inglese, che suonano male vicino a una lingua romanza[19].

Per quanto riguarda il dato qualitativo, come è stato già indagato[20], in generale il siciliano della produzione dialettale dell’artista catanese assume una forma più aderente alla tradizione con presenza di arcaismi e fenomeni tipici del siciliano costiero orientale quali, tra gli altri, la deaffricazione (cioè trasformazione di c nel suono fricativo ç) «’a çirasa» ‘la ciliegia’; esito di r + consonante assimilata a quella che segue «genti ca sa fa ’lliccannu a sadda»; retroflessione nella pronuncia dei nessi tr e str in ţ come in «ţrivulu» ‘lamento, malaugurio’ o «sţringeunu» ‘stringevano’; esito nessi -LJ- in gghi come in «cunsigghiari» ‘consigliare’; rotacizzazione di d in r in «viru» ‘vedo’ (esempi da ’A Finestra).

Dal punto di vista stilistico, è interessante notare come i pochi casi di disfemia nei testi si trovano solo in contesto dialettale: uno in ’A finestra: «vannia un vecchiu tintu» (‘grida un vecchio stronzo’) e l’altro in Tano «evitiamo domande ca’ è stancu / pe’ sparari minchiati» (‘evitiamo domande che è stanco / di sparare minchiate’ – ma nel senso di ‘bugie’). Come emerge anche dalle sue dichiarazioni, Consoli ricorre alla disfemia nei brani in siciliano per esigenza espressiva e di realismo: «Il siciliano anche se parlato da persone colte, emancipa dalla formalità. Un insulto in italiano è offensivo, mentre un insulto in siciliano fa ridere, ti spinge a rispondere perché ha un che di ironico. Si tratta di sfumature che ampliano, danno colore alla lingua italiana»[21].

La produzione dialettale di Carmen Consoli, letta alla luce delle dinamiche tra autobiografia artistica e autobiografia linguistica, si presta a ulteriori riflessioni se si considera il ruolo della lingua come dispositivo di messa in scena del sé. In questo senso, il dialetto non è soltanto un codice alternativo all’italiano, ma uno spazio simbolico in cui si articolano identità multiple, tensioni culturali e strategie espressive.

Un primo elemento da approfondire riguarda la funzione performativa del dialetto. Nei brani in siciliano, Consoli non si limita a scegliere la lingua, ma la mette in scena come voce incarnata, spesso legata a personaggi specifici. Questo aspetto è particolarmente evidente nei testi narrativi, in cui il dialetto contribuisce a costruire un effetto di autenticità e verosimiglianza. La lingua diventa, così, un marcatore sociale e culturale: chi parla in dialetto appartiene a un mondo preciso, connotato geograficamente e simbolicamente. Ma chi canta in dialetto è anche Consoli stessa. Come ha dichiarato nella presentazione dell’album Elettra alla FNAC di Milano (30/10/2009), a quella finestra del brano omonimo c’è la stessa Carmen, che con il dialetto osserva la città e la società del contesto siciliano che la circonda.

In questa prospettiva, la produzione dialettale può essere letta come una forma di teatro linguistico, in cui l’autrice alterna registri e codici per differenziare le voci e i punti di vista. L’autobiografia artistica si intreccia, quindi, con una dimensione quasi drammaturgica: Consoli non racconta solo sé stessa, ma costruisce un coro di figure che riflettono, amplificano o mettono in discussione la sua esperienza.

Il rapporto della Cantantessa con il dialetto si può riassumere evocando un’intervista del 12 luglio 2003 a Pordenone, dove parla del siciliano come sua Lingua 2[22].

Figlia di una veneta e di un siciliano, in casa parlava soprattutto italiano. Dai 13 ai 19 anni studia inglese per tre mesi l’anno. Ma Consoli dichiara di studiare anche il siciliano, definendolo «difficile» e racconta le critiche ricevute dopo Masino, dove aveva usato la terza persona singolare del passato remoto di rompere «ruppi» e non «rumpìu». L’intervista termina con una riflessione per cui Consoli dichiara che «la lingua ha su di me un certo tipo di sound» e di come influenzi la grana della voce. È significativo, in questo senso, che Consoli abbia bisogno di studiare il dialetto, riconoscendone la complessità e la distanza rispetto alla propria lingua d’uso quotidiana. Questo dato rafforza l’idea di un’autobiografia linguistica non immediata o spontanea, ma costruita attraverso un processo di acquisizione e rielaborazione. Il dialetto diventa, quindi, anche una lingua scelta, oltre che ereditata. L’eredità, d’altronde, viene cercata non solo fra le mura domestiche ma anche nelle radici della canzone folk in siciliano.

In una lezione sulla musica popolare, tenuta il 29 maggio 2011 all’Auditorium Parco della musica di Roma, Consoli spiega come la musica regionale e dunque anche quella siciliana, per esempio quella di Rosa Balistreri, rappresenti la vera essenza della musica pop:

La mia vera scuola è il palco. Io vengo da un certo tipo di formazione e credo molto nell’incontro tra musicisti che provengono da diversi mondi e da diverse esperienze. Credo nella contaminazione perché nella contaminazione vi è la possibilità di arricchimenti, vi è la possibilità della fusione di sensibilità musicali… mi faccio accompagnare da vari protagonisti della musica popolare. Cos’è la musica popolare? La musica popolare è ciò che nasce spontaneamente dal popolo. Io non sono proprio una protagonista di rilievo di questo genere ma sento nel mio DNA, in qualche modo, un qualche residuo. Oggi è importante sottolineare l’esigenza del recupero della memoria. Io credo che la nostra società sia sorda a questa ricchezza. La musica popolare rischia di essere relegata in polverose, in impolverate soffitte e me ne sono resa conto nel momento in cui entrando in certi negozi di musica trovo relegati nei reparti regionali degli artisti di fama internazionale. La nostra musica popolare viene considerata regionale in Italia, non vi è una grandissima attenzione, vi è quasi più attenzione all’estero […].

Il progressivo aumento della componente autobiografica nella produzione consoliana coincide con una maggiore attenzione al recupero delle radici e con il consequenziale incremento dell’uso del siciliano. Il dialetto si configura, allora, come lingua della memoria, capace di attivare un immaginario legato all’infanzia, alla famiglia e alla tradizione orale. Non si tratta di una memoria puramente individuale, ma collettiva, che rimanda a pratiche, racconti e forme di vita condivise.

Per concludere

L’analisi della produzione di Carmen Consoli mostra come autobiografia artistica e autobiografia linguistica siano profondamente intrecciate. La lingua, infatti, non rappresenta un semplice strumento espressivo, ma uno spazio in cui si costruisce e si negozia l’identità.

Uno degli aspetti più evidenti, anche se fino ad Amuri luci più marginale, è l’uso del dialetto siciliano, che compare accanto all’italiano standard. Questa alternanza linguistica non è casuale: riflette la sua origine catanese e diventa uno strumento per esprimere sfumature emotive più intime. Il dialetto, infatti, permette di evocare radici profonde, relazioni familiari e allo stesso tempo una dimensione quasi orale e ancestrale del racconto universale.

L’autobiografia linguistica si manifesta anche nella scelta dei temi: l’infanzia, la famiglia, la condizione femminile e la memoria collettiva della Sicilia. La lingua diventa, quindi, uno spazio di resistenza e affermazione, soprattutto quando l’artista dà voce a figure in parte dimenticate, come Rosa Balistreri.

Anche sul versante dell’italiano, Consoli utilizza spesso un lessico ricercato e costruzioni sintattiche che richiamano la tradizione letteraria, mescolandole con espressioni popolari. Questo incontro tra alto e basso riflette un’identità plurale: quella di un’artista che si muove tra cultura còlta e cultura popolare.

In sintesi, nelle canzoni di Carmen Consoli l’autobiografia linguistica non è solo racconto di sé, ma diventa racconto di un’intera comunità. La lingua, nelle sue variazioni e contaminazioni, si trasforma in uno strumento potente per esprimere appartenenza e memoria, ma anche trasformazione personale.

 

  1. Intervista di F. Guglielmi a C. Consoli del 23/09/2021 su «Billboard Italia»; è possibile leggerne un estratto all’URL: https://billboard.it/interviste/carmen-consoli-volevo-fare-la-rockstar-intervista/2021/09/2374739/ (ultima consultazione: 10/03/2026).
  2. Il presente articolo ricalca un intervento al Convegno dell’American Association Teachers of Italians tenutosi all’Università di Princeton (NJ) il 26 aprile 2025, quando Amuri Luci, al quale pure si farà qualche cenno nel corso della trattazione, non era ancora uscito. Desideriamo ringraziare l’AATI e in particolare l’organizzatore del panel, Gaspare Trapani, e tutte le partecipanti e i partecipanti per il proficuo scambio avvenuto in quei giorni di discussione al campus. Sull’appellativo di Cantantessa si veda P. D’Achille, La Cantantessa è una (e gli Studentessi sono solo canzonette), in «Italiano digitale», VIII, 2019/1 (gennaio-marzo), pp. 13-15.
  3. Cfr. F. Guglielmi, Quello che sento, Il mondo, i pensieri, la musica di Carmen Consoli, Firenze, Giunti, 2006 (prima edizione 2001); E. Raugei, Fedele a me stessa, Roma, Arcana, 2010.
  4. P. Lejeune, Il patto autobiografico, Bologna, il Mulino, 1986.
  5. D. Accolla, Mito e regionalità nell’onomastica di Carmen Consoli, in «Il nome nel testo», XIV, pp. 141-50: 142.
  6. F. Guglielmi, Carmen Consoli. Quello che sento, op. cit., p. 149.
  7. F. Guglielmi, Carmen Consoli. Quello che sento, op. cit., p. 159.
  8. Ibidem.
  9. E. Raugei, Fedele a me stessa, op. cit., pp. 84-85.
  10. E. Raugei, Fedele a me stessa, op. cit., p. 196.
  11. A. Laffranchi, «Carmen Consoli: “Volevo fare la rockstar contro sovranismo e fascismo”», in «Corriere della Sera», 21 settembre 2021.
  12. Così L. Coveri, L’italiano e le canzoni, Accademia della Crusca, 27/1/2012 (ultima consultazione 8/3/2026), che prosegue: «mai come nelle sue composizioni la musica appare al servizio del testo, e non viceversa. Un vero, radicale, “smascheramento”». Ancora Consoli: «Spesso mi lascio trascinare dalla ricerca del vocabolo più prezioso, non per un valore estetico. Io penso che quando si scrive il testo di una canzone, se hai un concetto e cerchi l’aggettivo più prezioso per definirlo, non lo rendi artificiale, lo rendi lavorato e ciò non toglie autenticità a ciò che scrivi» (cit. in M. Rapisarda, La «parola cantata» in Carmen Consoli, in Poesia e musica, XXVII Premio Brancati Zafferana, Atti del Convegno, 27-30 settembre 2006, a cura di R. Verdirame, Catania, CUECM, 2009.
  13. S. Piras, «Vorrei dire due parole». Analisi lessicale e stilistica della lingua delle canzoni di Carmen Consoli, Tesi di Laurea, Università di Cagliari, rel. R. Fresu, a. acc. 2007/2008; e B. Giannelli, «Fedele a me stessa». Un’analisi lessicale e stilistica delle canzoni di Carmen Consoli, Tesi di Laurea magistrale, Università di Pisa, rel. M. Maggiore, corr. F. Franceschini.
  14. Come l’onomastica in D. Accolla, Mito e regionalità dell’onomastica di Carmen Consoli, op. cit.; su Besame Giuda all’interno di un percorso sulla lingua della canzone scritta e interpretata da cantanti donne: V. Ricotta, «Una donna con la D maiuscola». Analisi di “Bésame Giuda”, in «Italiano digitale», XI, 2019/4, ed Ead., Volevo fare la rockstar» di Carmen Consoli: una lettura linguistica, in «Lingua Italiana», 12 gennaio 2022; E. Tonani, «Quando un pensiero corre libero e scomposto». Note socio-linguistiche sui testi di cantautrici pop italiane degli anni Duemila, in «Diacritica», 2025, pp. 56-57.
  15. Sulla struttura e i vincoli della canzone si veda L. Zuliani, L’italiano della canzone, Roma, Carocci, 2018.
  16. G. Antonelli, Ma cosa vuoi che sia una canzone. Mezzo secolo di italiano cantato, Bologna, il Mulino, 2010; R. Sottile, Dialetto e canzone. Uno sguardo sulla Sicilia di oggi, Firenze, Cesati, 2018.
  17. E. Guidotti, Carmen Consoli. Bambina impertinente, Genova, Editrice Zona, 2001, p. 53.
  18. E. Raugei, Fedele a me stessa, op. cit., p. 197.
  19. P. Talanca, Cantautori novissimi: Carmen Consoli. «In fatto di musica sono onnivora», in «Le Bielle Interviste», 2008: https://www.bielle.org/2008/Interviste/CarmenConsoli_Talanca_int.htm (ultima consultazione: 6 marzo 2026).
  20. Si veda B. Giannelli, «Fedele a me stessa». Un’analisi lessicale e stilistica, op. cit.
  21. E. Raugei, Fedele a me stessa, op. cit., p. 197.
  22. Cfr. l’URL: https://www.youtube.com/watch?v=-b7BykRaUdo (ultima consultazione 10/03/2026).

(fasc. 60, 25 maggio 2026)

«Una traccia, un disegno»: autobiografia e rappresentazione dell’io nella discografia di Renato Zero

Author di Sacha Piersanti

Abstract: Il contributo ha l’obiettivo di illustrare la discografia di Renato Zero in modo “laterale”, e cerca di vedere al suo interno, cinquantennale, una sorta di racconto autobiografico che passa attraverso la consapevolezza dell’autore non solo di raccontare e raccontarsi in musica, ma anche di farsi figura paradigmatica per l’ascoltatore, secondo un’ottica di continua osmosi identificativa tra “io” e “tu”.

Abstract: The paper aims to examine Renato Zero’s discography from a “lateral” perspective, seeking to identify within his fifty-year body of work a form of autobiographical narrative that unfolds through the author’s awareness not only of narrating and narrating himself through music, but also of positioning himself as a paradigmatic figure for the listener, within a framework of continuous identificatory osmosis between “I” and “you”.

Un’introduzione

«Io sono io, / ma un evento poi non è»: cantava così, nel 1974, Renato Zero, nel ritornello di uno dei suoi brani meno noti, meno fortunati e più riusciti, L’evento[1], ballad dalle tinte un po’ folk un po’ prog, inquietante e liberatorio insieme, che, mentre condannava l’ipertecnologismo e il turbocapitalismo rampanti che poco a poco avrebbero – hanno – squalificato umanità e umanesimo tra i protagonisti del cosiddetto progresso («Corre l’astronave alla conquista di uno spazio in più / mentre qui per l’uomo non c’è posto»), in controluce rifletteva pure, e radicalmente, sullo statuto di quest’io, iato e raglio pronominale così tanto famigliare da esserci ancora e continuamente estraneo. Un io, il suo, qui, che si dichiara e al contempo si sottrae, che s’impone presenza ma negando la propria eccezionalità, centro del discorso ma non-evento: una particella eminentemente pragmatica, priva di referenza stabile, destinata a essere riempita e continuamente riconfigurata nel qui-e-ora di ogni specifica realtà di discorso, secondo una logica che la linguistica dell’enunciazione ha da tempo messo in luce[2].

È precisamente su questo statuto dell’io, e sulle implicazioni che il suo uso comporta all’interno della forma-canzone, che occorre prima di tutto soffermarsi. Che io è, quello che dice “io” nelle canzoni di Renato Zero? che tipo di soggettività costruisce e si costruisce, propone, lungo un percorso discografico che attraversa oltre cinquant’anni di storia musicale e culturale italiana?

Per quanto possa apparire scontato imbattersi in un io-che-dice-io nella musica leggera, in cui l’uso della prima persona singolare sembra quasi obbligato, se non costitutivo, nel caso di Renato Zero quest’io presenta un grado di specificità che merita di essere messo a fuoco. Ad ascoltarla tutta, e tutta insieme, infatti, la discografia zeriana restituisce l’impressione di un vero e proprio percorso – si legga pure “racconto” – autobiografico, costruito per tappe riconoscibili, che non risponde soltanto alla voglia o alla volontà dell’autore di raccontare e raccontarsi in musica, ma mira progressivamente a farsi figura paradigmatica, punto come di raccolta e certo di riferimento per una pluralità di altri io che a quella figura guardano, all’inizio con sospetto, poi con sempre maggiore curiosità, infine con devozione[3].

Un io che, ancora, mentre si espone, ogni volta che si espone, chiama costantemente in causa un tu, e nel chiamarlo non solo lo riconosce, ma lo costituisce, in una sorta di interscambio d’identità, anzi, di vera e propria co-costruzione delle identità, che sembrerebbe essere non solo elemento fertile in termini di creazione o ispirazione artistica, ma anche cardine e ragione profonda di un successo e di una popolarità che, fatta salva la fisiologia di un periodo di crisi, non sono mai venuti meno.

Più che due premesse

Prima di addentrarci in questo percorso, non saranno inutili, e anzi ci sembrano necessarie, due piccole premesse. La prima riguarda la natura profondamente teatrale dell’esperienza artistica di Renato Zero. Già in un precedente studio abbiamo avuto modo di affrontare quello che definivamo il suo «specifico teatrale»[4], leggendo la sua scrittura come scrittura scenica e l’intera sua proposta artistica come quella di un solido uomo di teatro, prima ancora che di un cantante o cantautore.

In quella sede emergevano con chiarezza una serie di tecniche registiche e, soprattutto, di dispositivi drammaturgici (al di là degli elementi più macroscopicamente scenici, quali i costumi, le maschere, il trucco, le scenografie ecc., infatti, ciò che più radica nel dominio del teatro la proposta artistica di Zero è la direzione puntualmente drammaturgica che la sua penna prende in fase tanto di elaborazione dei brani quanto di preparazione degli spettacoli-concerto[5]) che incidono direttamente sulla natura della sua autobiografia-in-musica e sulla configurazione dell’io: degli io. Il teatro, sarà banale dirlo ma conviene ricordarlo, costituisce il luogo per eccellenza della finzione «che sembra verità»[6] o, viceversa, del vero che si manifesta grazie alla finzione, lo spazio a un tempo tangibile e mentale in cui chi si dice io mente e insieme dice il vero, secondo una tensione strutturale che investe tanto il piano enunciativo quanto quello ontologico. Nel caso di Zero, l’adozione consapevole e sistematica della dimensione teatrale, amplificata, tra l’altro, dall’uso di (più che) uno pseudonimo[7] e da una popolarità di massa, rende l’autobiografia un campo instabile, attraversato da continui slittamenti tra persona anagrafica e creatura scenica[8].

A complicare ulteriormente il quadro, ribadendo “teatro” più che “teatralità”, interviene poi un dato spesso sottovalutato: l’esperienza discografica di Zero nasce sulla scena prima che sul disco. No! Mamma, no!, album d’esordio del 1973, viene infatti registrato dal vivo, e fin dall’inizio ogni diversa tournée – ogni messa-in-scena – comporta un approfondimento, una riattivazione, dell’autobiografia in musica. Il concerto, cioè, nel caso di Zero, non è mai mera esecuzione o proposta o promozione, ma campo e macchina narrativa che non a caso recupera brani del passato, li risemantizza e insieme introduce inediti per scelta non incisi su disco, che non servono, come sarebbe lecito immaginare, ad anticipare futuri sviluppi discografici, ma anzi hanno il dichiarato scopo di certificare nuovo progresso (o riflusso) autobiografico. A partire soprattutto dalla metà degli anni Duemila, lo anticipiamo, questi inediti assumono una connotazione sempre più esplicitamente meta-autobiografica, concentrandosi esplicitamente sul rapporto tra gli io: di Zero con sé stesso (uomo e personaggio) e di Zero con il pubblico.

La seconda premessa, d’obbligo considerando il successo critico che hanno gli studi dedicati alla cosiddetta autofiction[9], riguarda il rapporto tra autobiografia e finzione. Più che interrogarsi sul grado di verità o menzogna dell’io che parla, scrive o canta, ci è sempre sembrato e ci sembra sempre più produttivo assumere che ogni opera d’arte – sia pezzo, passo o pagina di libro, brano o di canzone – costruisca un mondo dotato di una propria irriducibile realtà, né più né meno “vera” di quella empirica, in cui l’io che dice io è certo sé stesso e insieme, però, sempre anche altro da sé: una soggettività che si espone come singolare, ma che funziona anche come dispositivo di proiezione e identificazione per i tu che di quell’opera fruiscono.

Nel caso di Renato Zero, tale dinamica risulta non solo particolarmente evidente ma proprio sistematica, al punto da poter essere assunta come chiave interpretativa privilegiata del suo intero percorso artistico. L’io zeriano, infatti, specie agli inizi della sua carriera, quando si presentava nelle vesti di un ambiguo saltimbanco sospeso tra diabolico e onirico, si offre come sorta di parafulmine, tanto emotivo quanto simbolico, per una comunità di ascoltatori che, attraverso di lui, riconosce, affronta ed elabora le proprie pulsioni, i propri desideri, fossero anche ferite o indicibili ossessioni. L’autobiografia, lungi dall’essere confessione privata, ben più profondamente che specchio o riflessione, diventa insomma spazio di autentica co-costruzione identitaria. Co-costruzione che sembra articolarsi e progressivamente svilupparsi lungo due direzioni, convergenti e complementari. Da un lato, quella che potremmo definire una traiettoria della responsabilità, che, semplificando, muove dall’io verso il tu: l’artista Renato Zero espone il proprio io, raccontandolo/raccontandosi protagonista di una «favola»[10], certo dotato di specificità e singolarità tutte personali, ma a ben vedere forte di una statura anche etica[11] che a un’ineguagliabile individualità preferisce un fertile simbolismo, allo sfogo personale una vera e propria missione, in totale, sempre ribadita e rivendicata, proiezione verso l’altro. Interpella, rassicura, Zero, incita e chiama in causa, fino a farsi rappresentante e portavoce, assumendo su di sé le istanze, anche taciute, di chi ascolta: ciò che il tu non può o non osa vivere viene mostrato e risolto sulla scena, secondo una dinamica che richiama esplicitamente, ora edulcorato grazie a grottesco e ironia[12] ora invece prepotentemente esibito[13], il meccanismo del sacrificio, del capro espiatorio.

Dall’altro, una traiettoria inversa, uguale per intensità e pregnanza, che dal tu muove verso quell’io: il pubblico che riconosce, legittima, non solo contribuisce a dare credito (e fama) alla figura di Zero, ma la sostanzia, in un gioco – serissimo – di specchi e responsabilità condivise che ha la natura e la forza del patto[14]. È in virtù e alla luce di questa duplice, irriducibile traiettoria che, tra l’altro, nel corso degli anni, si fonda e proprio si struttura la compagine dei cosiddetti “sorcini” [15], termine che non indica semplicemente un fandom, ma una comunità affettiva che compartecipa attivamente alla costruzione e ricostruzione tanto dell’io zeriano quanto di quello che potremmo tranquillamente chiamare “io collettivo”.

A rendere ancora più complessa, e accattivante, questa dinamica interrelazionale, alla bidirezionalità della traiettoria io 🡨 🡪 tu sin dagli esordi s’innesta il rapporto tra i due “Renato”: Fiacchini, l’uomo e l’artista, e Zero, autentico e letterale alter ego. “Zero”, infatti, non è soltanto, come istintivamente verrebbe da pensare, un nome d’arte, ma vera e propria creatura scenica, che cresce e si connota fino alla coesistenza di due istanze soggettive che si contaminano reciprocamente, reciprocamente si sfidano, reciprocamente si supportano[16]. Questa bifidità dell’io («Zero a Zero / […] / e due uomini qui dentro»[17]) riproduce e insieme risolve la tensione io-tu, poiché la relazione con il pubblico viene interiorizzata come dialogo interno, col risultato di trasformare (banalizziamo) la meta-relazione tra vita e arte in struttura portante e vero e proprio tòpos dell’autobiografia in musica che l’intera discografia di Renato Zero racconta.

Cinque età, una crisi, una storia

Alla luce di queste osservazioni, dunque, andiamo ad attraversare rapidamente per intero la discografia di Zero, come lungo un percorso scandito nelle classiche età della vita, a fare da snodo delle quali è possibile riconoscere un’“età della crisi” che produce, non a caso, un radicale cambiamento in termini tanto di look quanto di proposta musicale. Si tratta di una suddivisione, chiaramente, arbitraria, che però ci pare euristicamente produttiva, in quanto consente di cogliere con maggiore chiarezza tanto le trasformazioni del racconto (meta)autobiografico quanto quelle della relazione (delle relazioni) tra gl’io di cui s’è detto.

L’infanzia (1973-1976)

Un esordio che è, certo, vagito ma che non significa ingenuità espressiva è No! Mamma, no! (1973), con un io che si presenta al mondo già consapevole e fortemente riflessivo, affondando le proprie radici nell’esperienza diretta del giovanissimo Renato Fiacchini che decide di convivere in pubblico con l’appena nato Renato Zero. «Chiuso dentro ad un barattolo / sono stato chiuso in un barattolo / per vent’anni e trentamila secoli / […] / Ma ora passo tutto il giorno a ridere / della gente chiusa nei barattoli […]», canta infatti nel brano d’apertura, Paleobarattolo, che assume proprio la funzione di un incipit romanzesco: non solo avvio della storia artistico-personale («per vent’anni»), ma atto fondativo dell’io narrante, che si presenta immediatamente come figura esemplare, sineddoche dell’intera umanità («e trentamila secoli»).

L’uscita dal «barattolo», metafora trasparente del conformismo e dell’omologazione, coincide con il primo gesto di differenziazione, realizzato attraverso maschere, colori, dissonanze, secondo una dinamica che oppone sin da subito identità e norma. Ancora più rivelatrice, sul piano della costruzione del racconto autobiografico, è l’apertura del lato B con Nell’archivio della mia coscienza, viaggio a recuperare immagini e memorie che inizia ex abrupto («Poi un pensiero si fa strada / nella mente mia annebbiata») e prosegue fino alla riscoperta e alla riappropriazione («C’è un veliero impolverato / che da piccolo chiamavo / con il nome di speranza»), segnalando come narrazione e introspezione, vita e racconto-di-vita coincidano. L’io, una volta affermata la propria esistenza, si volge qui già alla memoria, la ricostruisce, dichiarando implicitamente che l’identità non è mai data, ma sempre – appunto – frutto di racconto, di scambio: di relazione.

Questo gesto identificativo-fondativo trova pieno sviluppo nel 1974 col secondo album di questa prima fase, Invenzioni, e in particolare con la sua apertura, Qualcuno mi renda l’anima, in cui uno dei traumi più violenti della biografia di Renato (un tentativo di abuso sessuale subito all’età di dieci anni) viene tradotto in monologo-sfogo musicale («Ma / perché è toccato a me? / Tra tanta gente / io! / Ma / che cosa c’entro io / con quella gente, / Dio!») che, tuttavia, sa aprirsi e andare oltre. Il trauma individuale, infatti, non resta confinato nella dimensione dell’io, ma viene progressivamente universalizzato, come dimostra il passaggio dalla prima persona singolare alla prima persona plurale poco prima del finale: «Cresciuti / con un sorriso addosso, / bambini / ormai non siamo più». Siamo di fronte, qui, a uno dei più tipici slittamenti della voce di Zero, che drena e trasforma l’autobiografia in racconto collettivo, rendendo esorcizzabile il trauma, e l’esperienza individuale paradigma condivisibile.

Con Trapezio (1976) il racconto infantile si chiude, ma non senza introdurre elementi che prefigurano le fasi successive. Il passaggio a una maggiore teatralizzazione tanto delle sonorità quanto dell’interpretazione vocale dell’intero concept rafforza l’idea della creazione come atto performativo totale nonché compiuta dichiarazione di esistenza, come esplicitato nel recitativo che suggella Il caos:

Per attimi rimango sospeso nel vuoto. Giuro: qualche volta mi sento perduto. Io mi fido solo del mio strano istinto: non mi ha mai tradito […] Volo sul trapezio rischiando ogni giorno, eroe per un minuto, poi bestia ritorno. Poi ancora sul trapezio ad inventare un amore: magari è solo un’invenzione per non lasciarsi morire.

Tematizzato così il rischio e il tentativo di resistere simbolicamente alla morte attraverso la (continua) costruzione dell’identità, con questo vero e proprio monologo interiore possiamo considerare conclusa l’infanzia del racconto zeriano: un’infanzia emotiva, lirica, ma già fortemente strutturata come narrazione (meta)autobiografica.

L’adolescenza (1977-1979)

Il 1977 segna l’inizio di una nuova fase, caratterizzata (storicamente) dall’esplosione della cosiddetta “zerofollia” e (artisticamente) da una trilogia di titoli accomunati dall’utilizzo del termine “zero” come prefissoide o suffissoide, a certificare l’autonomia e la totale primazia dell’alter ego all’interno tanto del racconto del sé quanto di quello dei suoi fan.

Si parte con Zerofobia, che si configura come narrazione conflittuale, infernale, lotta costante contro stereotipi, tabù e forme di normalizzazione, in continuità con Paleobarattolo e gli episodi precedenti, ma con una consapevolezza scenica e un furore ormai sempre più specifici[18]. Fa eccezione, non a caso, l’unico brano dichiaratamente autobiografico e che qui conta rilevare: Vivo, canzone-manifesto che allenta la tensione per riaffermare la scelta di vita come gesto primario, a un tempo creativo e narrativo: «Vivo / il mio alibi è che / vivo: / tentazioni e mai la volontà / di finirla qua. / Vivo!».

Col disco successivo, Zerolandia (1978), il racconto compie un ulteriore passo avanti: dalla “paura-di-Zero” si passa alla “terra-di-Zero”, fondazione di uno spazio talmente emotivo da finire per essere fisico, condiviso e da condividere. L’apertura con La favola mia rende incontrovertibilmente esplicito il dispositivo metanarrativo: la favola non è solo racconto, ma costruzione identitaria, luogo in cui l’artista si sottrae all’ordinario e a ogni rischio di destino («E mi trucco perché la vita mia / non mi riconosca e vada via»), portandosi dietro e rivolgendosi direttamente all’ascoltatore, chiamato in campo tanto quanto testimone quanto necessario complice: «La mia vita è nella stessa direzione: / Tu! / E mi vesto da re perché tu sia / tu sia il re di una notte di magia».

La trilogia dell’adolescenza si conclude con EroZero (1979), dove il gioco morfologico del titolo segnala ancora una fiera trasformazione dell’io narrante: «ero uno zero», dice, e insieme si ridefinisce e proclama “eroe”. Qui l’autobiografia si fa più esplicita e documentaria, quasi filologica, con Rh negativo (acuto divertissement che prende le mosse dall’effettivo gruppo sanguigno dell’uomo Renato e da un episodio della sua vita vissuta e della sua morte scampata: appena nato, morente, fu salvato da una trasfusione[19]) e, soprattutto, Periferia, dove la propria difficile giovinezza ai margini più periferici di Roma si fa specchio e trama per la vita del tu che ascolta: «Un giorno poi / ti sveglierà / la strana voglia di andare / dietro quel sole / affinché scaldi anche te […]».

La giovinezza (1980-1982)

Tra il 1980 e il 1982 si colloca una nuova trilogia di doppi album (Tregua, Artide/Antartide, Via Tagliamento 1960-1965), che, simbolicamente, può coincidere col pieno della giovinezza. Con Tregua, titolo programmatico e, ai tempi, data l’onda sulla cui cresta imparava a nuotare, insieme prevedibile e sconcertante, Zero introduce una sospensione nel flusso del racconto, spogliandosi via via di lustrini e pirotecnie, e virando verso una scrittura più introspettiva.

Emblematica, a tal proposito, è Niente trucco stasera, che si pone come contraltare di La favola mia: se lì Zero si truccava per sottrarsi alla vita e con sé trasformava il tu suo sodale, qui chiede di spogliarsi del personaggio per mostrare la propria nuda verità, proiettandosi ancora una volta verso l’altro da sé, con toni significativamente più assertivi: «Perché tu creda ancora / che quest’uomo sia un uomo / non la tua bestia rara». Quest’urgenza (e coscienza: «Ti ho cercato / ti ho inventato») di reciproca identità umana e solo umana, trova compimento in Grazie a te, primo esplicito atto di riconoscimento della comunità dei “sorcini”, dove l’io narrante rivendica e si ribadisce portavoce del tu («Perché quei mali tuoi / furono un tempo i miei») fino però a trasformare l’auto-biografia in etero-biografia, in cui tra l’identità dell’artista e quella del pubblico non c’è più distinzione: «Grazie a te / se ancora una volta ti confondi con me». E ancora, più struggente e talmente eloquente da non aver bisogno di commenti: «Queste luci che accendono me / se avrai occhi / faranno giorno anche a te»[20].

Se, poi, Artide/Antartide prosegue in questa direzione, istituzionalizzando il rapporto con il pubblico (I figli della topa, esilarante, ancorché non riuscitissimo, omaggio a «un mondo in mano ai sorci»), Via Tagliamento 1965/1970, si presenta come un grande esercizio di memoria narrativa, in cui la gavetta nello storico Piper di Roma viene ricostruita come mito d’origine, consolidando definitivamente tanto la natura autobiografica della ricerca artistica di Zero quanto l’essenzialità della relazione io-tu: «Al Piper Club / sono stato con te / quante notti a tracciare la via…» (Piper Club).

L’età della crisi (1983-1995)

Dal 1983 si apre una lunga fase di crisi[21], caratterizzata da un ripiegamento ancora più riflessivo e da tentativi di risalita, che si estende fino alla metà degli anni Novanta. In questa fase, il racconto sembra procedere per arresti e riprese, dubbi e traumi, come dimostra emblematicamente il brano Giorni, coda di uno degli album meno fortunati di Zero, Leoni si nasce (1984).

Caso più unico che raro, qui Zero mette in musica uno dei momenti più difficili della sua biografia non solo umana o artistica, ma anche politica: la chiusura, voluta dal Prefetto e dal Comune di Roma, del celebre Tendone di Zerolandia, tensostruttura che, per anni, aveva accolto tutti i suoi spettacoli, configurandosi come un vero e proprio “zeropianeta”, pronto ad accogliere i “sorcini” di tutt’Italia. Sconfitto dalla realtà (e dalla politica) [22], Zero qui non può far altro che chiedere aiuto, garantendosi esistenza e resistenza, senza autocensure né superomismi di sorta, tra amarezza e tenerezza («Sarà colpa mia / se sono prigioniero in una fotografia? / se da me accetterai / soltanto un’altra favola e non i miei guai?») chiamando in causa e responsabilizzando il suo tu: «Certo che mi rialzerò / ancora forte sarò / se ancora al mio fianco / ti vedrò».

Questo stesso senso di crisi, e questo stesso bisogno di riconoscere e riconoscersi e così salvarsi nell’altro da sé, caratterizza tutti gli album di questo periodo, trovando piena ed efficace messa in scena in Accade (Voyeur, 1989), monologo all’insegna di una disillusione («Quando vinci sono tutti là / si paga a caro prezzo ciò che credi sia lealtà. / Successo: / sei falso pure tu!») che però prelude a una definitiva, matura rinascita, nella quale e grazie alla quale l’io recupera armonia e sostanza identitaria tanto in sé quanto nell’altro («Inventarmi ancora, perché no? […] / Capirmi! / Capirti! / L’anima che è in me / di colpo esplode […]»).

Definitiva rinascita che possiamo riconoscere a tutti gli effetti compiuta nella dilogia L’imperfetto (1994) e Sulle tracce dell’imperfetto (1995): tra inediti polemici (Aria di pentimenti), struggenti (Nei giardini che nessuno sa) e più sbarazzini (Supersolo), Zero decide di recuperare, non a caso, quel Paleobarattolo da cui era iniziata l’autobiografia-in-musica, e di riuscire dal barattolo, con nuova, arricchita, sempre interdipendente («Ti ho spiata, ti ho incontrata / ti ho persa e ritrovata, / nel dolore / ti ho amata anche di più, / gente!»[23]) maturità.

Dalla maturità alla vecchiaia (1998-2026)

La maturità potremmo dirla aperta con Amore dopo amore (1998), disco che consolida e definitivamente blinda tanto la statura simbolica quanto il successo, anche commerciale, di Zero e che sfoggia in coda uno dei brani più meta- dell’intera sua discografia. Figaro, titolo direttamente mutuato dal Barbiere di Siviglia, dichiara senza ambiguità sia il senso di missione insito nell’attività artistica di Zero sia la funzione di specchio-paradigma dell’io rispetto al tu sia lo statuto di irriducibile realtà e di verità della (sua) canzone: «Nascono così le melodie / dalle lacrime tue, e quelle mie / e non sono soltanto bugie […] / Dal tuo mondo ti ruberò / e un concerto di te / farò».

Ma è Tutti gli zeri del mondo, disco principalmente di cover del 2000, che, per il nostro discorso e all’interno di questo percorso autobiografico, segna un momento di svolta essenziale. Tra gli inediti che puntellano l’album, infatti, ce n’è uno, Via dei Martiri, insieme racconto del passato e bilancio del presente, in cui accade qualcosa di nuovo, di decisivo: «Che se non pensavo a me / addio Renato! / Rimanevo ancora là […]», canta l’io, dando spazio per la prima volta in tutta la sua discografia al proprio antroponimo. Gesto, questo, che sigilla la portata autobiografica della sua proposta artistica, andando così anche a dichiarare la riconciliazione definitiva tra gli io. Non è un caso, allora, se dopo questo passaggio l’io Renato infila uno dietro l’altro dischi in cui l’elemento autobiografico si fa sempre più trasparente, dichiarato, documentabile, e sempre di più si concilia con quel tu cui pure sempre aveva guardato: dalla Curva dell’angelo (2001) ‒ che rievoca la morte del padre (Anima grande) ‒ a Cattura (2003) ‒ dove trovano spazio, tra le altre cose, una lettera al figlio adottivo (Figlio) e la denuncia delle morbosità dei rotocalchi e dei giornali(sti) scandalistici (L’altra sponda) ‒ fino a Il dono (2005), che riflette sulla propria intima spiritualità, Zero compie la propria maturità all’insegna della riappropriazione del sé, garantendo a quest’io solidità di nuovo, finalmente, anche anagrafica.

Un’anagrafe, però, che, come dicevamo, non significa ripiegamento su sé stesso né solipsismo o, nonostante le apparenze, egoriferimento: anzi. Nel momento in cui “Renato” viene a essere, per dir così, oggettivizzato all’interno della discografia[24], nel momento in cui quell’io si dichiara senza ambiguità col suo nome di battesimo, ecco che la dinamica identitaria si rafforza anche nei termini di quel tu di costante riferimento.

Tutta la più recente produzione di Zero (quella che, per comodità, facciamo rientrare nell’età della vecchiaia), infatti, non solo, com’è (quasi) scontato, si caratterizza per scelte riflessive e meta-riflessive dalla chiara impronta autobiografica (per tutti i dischi di questo periodo valga il titolo di quello del 2023: Autoritratto, per tutti i brani questo passaggio di Zero il Folle, 2019: «Ero nato per essere niente / il mio io non piaceva a nessuno / ho cercato, ho cercato, ho cercato:/ e mi sono trovato […]»), ma anche per un esplicito e urgente bisogno di, potremmo dire, eterodeterminazione: quel tu, insomma, non solo viene sempre di più invocato, ma sempre di più sembra essere necessario a che Renato esista e ri-esista davvero. E sulla scena.

Caso emblematico, in questo senso, è ciò che succede con Un’altra gioventù, brano che, quando dal disco (Presente, 2009) passa al live (ZeroNove Tour, 2009-2010), viene sensibilmente reinterpretato in uno dei suoi passaggi salienti: da «Nei pericoli e nei dubbi miei / amico tu ci sei» a «Nei pericoli e nei dubbi miei / Renato tu ci sei»[25]. Smottamento minimo, si direbbe, ma che in realtà sancisce quel senso di bidirezionalità narrativo-autobiografica di cui parlavamo in apertura: sei tu, l’io, sembra intendere Zero – sei l’io, tu. Che a fare interferenza, poi, siano proprio quei due termini, “amico” e “Renato”, non ci sembra in fondo un caso: oltre chiaramente a rievocare uno dei titoli più celebri di questa discografia (Amico), una simile scelta ha qualcosa a che fare col senso di tutta la ricerca – certo d’istinto e mai d’accademia, di slancio e mai teorizzata – di Renato Zero, che, ne siamo convinti, troverebbe perfettamente aderenti alla propria poetica le parole che di recente ha ricordato Agamben: «La sola definizione dell’amicizia che mi pare accettabile è quella antica, che vede nell’amico un alter ego, un altro io (“alter ego est amicus”)[26]».

Una conclusione provvisoria

Mentre scriviamo queste note, Zero è ancora una volta in tour, e, di certo, fare critica o anche solo aneddotica con l’ultracontemporaneo – si dica pure col vivente – è sempre poco consigliabile. E però e perciò ci sembra giusto e proprio utile chiudere segnalando che è con L’OraZero In Tour (2026) che questo percorso (meta-)autobiografico che abbiamo tentato di mettere a fuoco prende, ancora, una svolta radicale.

A chiudere questa serie di concerti, Zero canta l’inedito Resta con me, dedicato esplicitamente alla madre, Ada Pica, il cui volto viene proiettato su un maxischermo. Volto tra le stelle, che da statica fotografia prende vita, si anima, e animandosi guarda il figlio e ne guida lo sguardo, configurandosi come ideale continuing bond, in cui elaborazione del lutto, memoria e identità si compongono in un unico, potente gesto scenico e affettivo. «È a quest’età che mi manchi di più», canta Zero, qui, chiudendo in un soffio di recita con «mamma», a suggellare una struttura profondamente circolare, dove il racconto dalla vecchiaia ritorna all’infanzia: dall’io torna al tu. E da quel tu ricomincia.

Sacha Piersanti

 

  1. R. Zero, R. Conrado, R. Zero, L’evento, in Invenzioni, RCA Italiana 1974.
  2. Cfr. E. Benveniste, La natura dei pronomi, in Id., Problemi di linguistica generale, Milano, Il Saggiatore, 2010, trad. di M. Vittoria Giuliani, pp. 301-308.
  3. Per quella che fu, è stata ed è, nel corso degli anni e dei decenni, la ricezione/percezione del personaggio Renato Zero da parte del pubblico si veda almeno A. Pedrinelli, Universo Zero, Firenze, Giunti, 2015.
  4. Cfr. S. Piersanti, Zero, nessuno e centomila. Lo specifico teatrale nell’arte di Renato Zero, Roma, Arcana, 2019; 2022.
  5. Ivi, pp. 67-114.
  6. G. Garvarentz, C. Aznavour, G. Calabrese, L’istrione, in Tutti gli zeri del mondo, Fonòpoli/Sony Music, 2000.
  7. Renato Fiacchini, all’anagrafe.
  8. Cfr. S. Piersanti, Zero, nessuno e centomila. Lo specifico teatrale nell’arte di Renato Zero, op. cit., pp. 127-28.
  9. Per una panoramica completa su autofiction e suoi derivati (e precedenti presunti), si veda l’esaustivo V. Colonna, Autofiction & autres mythomanies littéraires, Paris, Éditions Tristram, 2004.
  10. Termine chiave e passe-partout, questo, per approcciare e subito cogliere il senso profondo di gran parte della discografia di Zero: cfr. almeno l’iconico brano La favola mia, del 1978, e le tournée La favola di EroZero (1979) e Figli del Sogno (2004).
  11. Cfr. A. Pedrinelli, Universo Zero, op. cit., p. 64.
  12. È il caso, per fare solo un esempio tra i molti, della messa in scena di episodi di violenza domestica come L’ambulanza nello spettacolo Zerofobia del 1977.
  13. È il caso di Sogni nel buio, monologo di un feto abortito, che apriva, con scandalo, lo spettacolo Tutto Zero del 1996.
  14. Eloquente e definitivo, in questo senso, è Una canzone da cantare avrai, brano tra i più recenti che vale la pena riportare quasi per intero: «Dischi d’oro e trofei non li troverai appesi, / solo nude pareti, l’essenzialità / mentre i volti ed i nomi rimangono accesi. / Le carezze e gli schiaffi non li scorderò: / è così che si cresce, sbagliando un po’. / Per sfuggire al destino compongo canzoni / e mi invento emozioni se mai non ne avrò / e mi piace inseguire impossibili storie / mantenendo gli alibi di sempre / finché avrò un movente / insisterò. / Dammi forza / e trasmettimi sicurezza, / l’ansia torna / di domani non v’è certezza. / Scelsi di vivere qui / di cavalcare la precarietà, / sarò l’ultimo degli idealisti, lo zero che vedi. / […] / Nessuno conoscerà mai quella felicità! / Nessuno, a parte noi, nessuno / […] / Segno tutto, ogni lacrima o movimento, / ciò che sento, / e quando manca atmosfera invento. / Accendo una luna lassù / e metto in scena una stella di più: / per colorarti la vita mi siedo e lavoro. / Se una missione non è / posso ben dire che è un piacere per me / alimentare passioni, speranze ambizioni e follie […]» (R. Zero, D. Madonia, Una canzone da cantare avrai, in Amo – Capitolo I, Tattica/IndipendenteMente 2013).
  15. Il termine, dal 2008, è anche ufficialmente tra i neologismi riconosciuti dalla Treccani (cfr. https://www.treccani.it/vocabolario/sorcino_(Neologismi)/, ultima consultazione: 5/02/2026).
  16. Per l’esempio principe di quanto stiamo dicendo, cfr. il film Ciao, Nì (1979).
  17. M. Nava, R. Zero, Zero a Zero, in Autoritratto, Tattica/IndipendenteMente 2023.
  18. Della messa in scena di Zerofobia (1977) c’è ancora, fortunatamente, traccia in rete: https://www.youtube.com/watch?v=Z67fKqEMFhw, ultima consultazione: 5/02/2026.
  19. Cfr. Renato Zero rivela: “Ho rischiato di morire appena nato”, in «Il Messaggero.it», 15 aprile 2016 (https://www.ilmessaggero.it/societa/persone/renato_zero_rischio_morte-1672355.html, ultima consultazione: 5/02/2026).
  20. Corsivi nostri.
  21. Più commerciale che veramente artistica: molti dischi di questo lungo decennio non hanno, ci sembra, nulla da invidiare a quanto fatto sia prima che dopo da Zero.
  22. Di questo, e dell’intera esperienza del Tendone di Zerolandia, Zero non ha mai smesso di parlare: cfr., ad esempio, F. Vacalebre, Renato Zero: “Il tempo passa, meglio viverlo”, in «Il Mattino.it», 7 aprile 2022 (https://www.ilmattino.it/spettacoli/musica/renato_zero_tempo_passa_meglio_viverlo-6613182.html, ultima consultazione: 5/02/2026).
  23. R. Zero, D. Baldan Bembo, Ancora gente, in Sulle tracce dell’imperfetto, Fonòpoli/Sony Music 1995.
  24. Da Via dei Martiri in poi sarà sempre più frequente: cfr., almeno, i brani Come mi vorresti (2003), La vacanza (2013) e Fortunato (2023).
  25. Cfr. https://www.youtube.com/watch?v=qW2cv9xxamE&list=RDqW2cv9xxamE&start_radio=1, ultima consultazione: 5/02/2026.
  26. G. Agamben, Amicizie, Torino, Einaudi, 2025, p. 17, corsivo nostro.

(fasc. 60, 25 maggio 2026)

“Amici non ne ho”: solo figlie per Loredana Bertè, generatrice di dissidenza

Author di Marzia D'Amico

Abstract: Questo articolo analizza l’opera di Loredana Bertè come un dispositivo critico capace di mettere in crisi le norme del decoro, della femminilità e della rispettabilità nella canzone pop italiana. A partire dagli anni Settanta, Bertè ha performato il proprio corpo e la propria voce come spazi di rischio e di negoziazione, esponendosi alla censura istituzionale e mediatica, ma anche a forme più sottili di autocontrollo imposte dal mercato discografico e dallo sguardo pubblico. Attraverso un approccio interdisciplinare che intreccia studi di genere, performance studies e teoria della voce, l’articolo mostra come le sue scelte estetiche – dall’uso abrasivo del timbro alla costruzione di personae dissidenti – producano un’estetica della vulnerabilità in cui la fragilità diventa gesto politico e risorsa generativa. L’analisi di brani quali Sei bellissima, Dedicato, Non sono una signora, e Amici non ne ho rivela come Bertè riscriva costantemente le categorie di genere, desiderio e identità nazionale, mobilitando ironia, allusione e risignificazione come pratiche di resistenza simbolica. L’articolo propone di leggere la canzone di Bertè come un laboratorio in cui la voce femminile si sottrae alla normalizzazione per diventare luogo di cura di sé e degli ascolti marginalizzati, capace di dare un senso di appartenenza a chi è outsider.

Abstract: This article analyses the work of Loredana Bertè as a critical dispositif capable of unsettling the norms of decorum, femininity and respectability within Italian popular song. Since the 1970s, Bertè has performed her body and voice as sites of risk and negotiation, exposing themself to institutional and media censorship, as well as to more subtle forms of self-regulation imposed by the recording industry and the public gaze. Drawing on an interdisciplinary approach that brings together gender studies, performance studies and theories of the voice, the article demonstrates how her aesthetic choices – from the abrasive use of vocal timbre to the construction of dissident personae – produce an aesthetics of vulnerability in which fragility becomes both a political gesture and a generative resource. Through analyses of songs such as Sei bellissima, Dedicato, Non sono una signora, and Amici non ne ho, the article shows how Bertè continually rewrites the categories of gender, desire and national identity, mobilising irony, allusion and resignification as practices of symbolic resistance. The article proposes reading Bertè’s song as a laboratory in which the female voice withdraws from processes of normalisation in order to become a site of care of the self and of marginalised listeners, capable of generating a sense of belonging for those positioned as outsiders.

Introduzione – Figlie di Loredana

La traiettoria artistica di Loredana Bertè ocupa un luogo singolare all’interno della canzone pop italiana: non solo come figura di rottura, ma come catalizzatrice di comunità marginalizzate che, pur non riconoscendosi nei codici della rispettabilità culturale e di genere, hanno trovato nella sua voce un punto di riconoscimento e di alleanza. Fin dagli esordi, Bertè ha performato un’identità eccedente e irriducibile, costruendo una postura artistica in cui unicità e collettività non si oppongono, bensì si alimentano reciprocamente. In un sistema mediatico che tende a isolare l’artista donna in narrazioni di eccezionalità o devianza, Bertè ha invece articolato un’idea di appartenenza radicale: essere “fuori posto” non significa essere sole, ma parte di un arcipelago di soggettività vulnerabili e resistenti. Le sue «figlie» – reali, possibili o immaginate – sono le ascoltatrici e gli ascoltatori che si riconoscono in un modo di stare al mondo segnato dall’eccesso, dalla frattura e dalla cura.

L’uso di «figlie di» anziché «figli di» non costituisce una semplice variazione lessicale né un gesto di inclusione linguistica superficiale, ma una precisa presa di posizione politico-grammaticale. In italiano, come in molte lingue romanze, il maschile plurale opera tradizionalmente come forma neutra e universale, assumendo implicitamente il maschile come misura del collettivo e relegando il femminile a deviazione o specificazione. Scegliere il femminile come forma estesa significa, dunque, interrompere questa naturalizzazione del maschile universale e rendere visibile il carattere storicamente costruito della neutralità linguistica. Dire «figlie» produce uno slittamento percettivo: ciò che normalmente resta implicito – la gerarchia tra genere grammaticale e soggettività politica – emerge come dispositivo culturale. Il femminile non funziona più come categoria minoritaria o derivata, ma come punto di enunciazione capace di ospitare soggettività plurali, anche eccedenti la differenza binaria di genere. In questo senso, il femminile opera meno come indicazione identitaria e più come posizione critica rispetto all’universalismo astratto. La scelta attiva, inoltre, una diversa configurazione genealogica. «Figli di» richiama una tradizione simbolica fondata sulla filiazione patriarcale, sulla trasmissione lineare dell’autorità e sull’eredità nominativa. «Figlie di», al contrario, introduce una genealogia laterale e relazionale, spesso invisibilizzata nella storia culturale: una genealogia fatta di cura, trasmissioni affettive, apprendimenti informali e riconoscimenti reciproci piuttosto che di successioni canoniche. Il termine non indica soltanto discendenza, ma affiliazione elettiva e riconoscimento situato. In tal senso, il femminile diventa uno spazio di reinscrizione simbolica: nominare «figlie» significa evocare genealogie alternative, riaprire archivi marginalizzati e destabilizzare le modalità attraverso cui la legittimità culturale viene storicamente attribuita. La grammatica smette di essere un semplice strumento descrittivo e si rivela pratica performativa, capace di produrre comunità immaginate e di ridefinire chi può essere chiamato a farne parte. La scelta linguistica diventa, quindi, un atto di cura e al tempo stesso di frattura: cura, perché costruisce uno spazio di riconoscimento; frattura, perché incrina l’automatismo del maschile universale e rende percepibile il lavoro politico inscritto nella lingua stessa.

L’opera di Loredana Bertè offre un laboratorio privilegiato per osservare come la voce femminile possa trasformare la precarietà in gesto creativo e politico. La canzone pop, lungi dall’essere un semplice intrattenimento, diventa nelle sue mani uno spazio di negoziazione continua fra controllo e autodeterminazione, fra esposizione e protezione, fra desiderio individuale e costruzione comunitaria. La dimensione performativa della sua vocalità – aspra, eccedente, spesso deliberatamente anti-normativa – mette in crisi l’ideale di femminilità disciplinata storicamente associato alla musica leggera italiana, aprendo invece a una soggettività sonora instabile, vulnerabile e al tempo stesso radicalmente agente. Le pratiche di censura e autocensura che attraversano la storia della musica popolare italiana emergono nel suo percorso come dispositivi non soltanto repressivi, ma anche generativi: limiti imposti dall’industria culturale, dalla morale mediatica e dalle aspettative di genere diventano occasioni di reinvenzione espressiva. L’attrito con tali dispositivi produce, infatti, una poetica della frattura, in cui la disobbedienza non si manifesta come rottura totale, bensì come continua torsione delle forme esistenti – reinterpretazione dei codici vocali, slittamenti performativi, appropriazioni ironiche dell’immaginario mainstream. In questa prospettiva, la precarietà non appare come condizione puramente subita, ma come spazio operativo: una soglia da cui articolare nuove modalità di presenza pubblica e nuovi modelli di identificazione collettiva. La canzone diventa, così, un luogo di riconoscimento affettivo e politico, capace di aggregare ascoltatrici e ascoltatori attorno a esperienze condivise di marginalità, eccesso e resistenza quotidiana. L’identità artistica si configura, allora, non come unità stabile, ma come processo relazionale, continuamente ridefinito nello scarto fra visibilità mediatica e auto-narrazione, fra vulnerabilità esposta e strategia di sopravvivenza simbolica.

L’articolo si propone di indagare i modi in cui Loredana Bertè costruisce un’estetica della vulnerabilità che è, al tempo stesso, un’etica della cura e un orizzonte di liberazione. Attraverso l’analisi della voce, del corpo performato e dei testi, si intende mostrare come la sua opera riscriva categorie normative di genere, desiderio e identità nazionale, attivando strategie di ironia, allusione, e risignificazione che offrono ai soggetti marginalizzati un linguaggio condiviso. Essere «figlie di Loredana» significa, allora, riconoscersi in un modo di cantare – nella sua accezione canora e narrativa, quasi epica – e di esistere che trasforma il rischio in possibilità, e la fragilità in comunità.

Storia della censura e dell’immagine pubblica di Loredana Bertè

La proiezione artistica di Loredana Bertè si inscrive fin dagli esordi in una tensione costante fra desiderio di espressione libera e dispositivi di controllo – istituzionali, mediatici, discografici – che hanno tentato di normalizzare, moderare o rendere più “presentabile” la sua presenza scenica. Negli anni Settanta, mentre la canzone italiana vive una fase di rinegoziazione fra tradizione e sperimentazione, Bertè emerge come figura eccedente: una performer che non solo canta, ma “agisce” il proprio corpo come frattura, rifiutando l’aderenza ai codici di decorosa femminilità allora dominanti. Questa eccedenza, spesso percepita come minaccia all’ordine del buon costume televisivo, produce fin da subito forme di censura – più velate che esplicite – culminate nella richiesta ricorrente di “moderare” costumi, movimenti e attitudine.

La RAI, in particolare, rappresenta per Bertè un luogo di negoziazione estetica costante: il suo corpo, segnato da micro-gestualità che sfuggono alla grammatica della presentabilità, diventa un ostacolo al controllo televisivo. Anche quando la censura non si manifesta attraverso divieti diretti, agisce in forme prototeconiche: invisibilizzazione, riduzione degli spazi, imposizione di inquadrature più prudenti. Il corpo di Bertè è sempre un problema da gestire – troppo scoperto, troppo atletico, troppo vicino a una corporeità femminile autodeterminata e non pedagogica (eccedente rispetto ai paradigmi di femminilità normativa, fondati su convenzioni di docilità e leggibilità sociale ancora largamente operative). La scandalosità non risiede nelle sue singole scelte estetiche, ma nella loro insistenza: nella volontà di reiterare figure di libertà che nessun dispositivo tentava davvero di contenere senza far emergere la propria logica disciplinante. È proprio la ripetizione – più che l’eccezione – a produrre attrito, perché trasforma il gesto trasgressivo da episodio isolato in postura persistente, sottraendolo alla possibilità di essere riassorbito come provocazione momentanea o strategia promozionale. In questa continuità, ogni tentativo di normalizzazione finisce per rendere visibili i meccanismi stessi del controllo: la richiesta di moderazione, di coerenza identitaria o di rispettabilità pubblica rivela la necessità, da parte dell’industria culturale e dello spazio mediatico, di ricondurre il corpo e la voce femminile entro forme leggibili e governabili. La reiterazione diventa, allora, pratica politica implicita, perché espone il carattere performativo della norma: ciò che scandalizza non è l’eccesso in sé, ma la sua persistenza nel tempo, la sua resistenza a essere educato, corretto o definitivamente assimilato.

A questa dimensione si intreccia la pressione dell’industria discografica, che richiede di volta in volta una versione più controllabile dell’artista. L’immagine di Bertè oscilla, così, tra la spinta verso un’iconicità pop riconoscibile e la necessità – commerciale, prima ancora che sociale – di renderla meno eccentricamente autonoma. L’industria mira alla scalabilità, alla stabilità del brand; Bertè, invece, insiste su una forma di instabilità creativa che sfugge agli standard. Ciò produce forme di autocensura “di rimbalzo”, che non cancellano la sua eccentricità ma la complicano, articolandola come lotta fra desiderio di libertà e consapevolezza della fragilità della propria posizione nel mercato.

In questo quadro, il confronto mediatico con Mia Martini aggrava la pressione sulla sua immagine. La genealogia mediatica costruita attorno alle due sorelle tende a leggere Bertè attraverso una cornice di eccesso e devianza, modellando la sua presenza pubblica come l’opposto disturbante della compostezza tragica attribuita a Martini. Le due figure diventano paradossalmente strumenti di censura simbolica l’una dell’altra: quanto più Mia è narrata come vittima del sistema, tanto più Loredana è rappresentata come l’irresponsabile, la “scandalosa”, l’inafferrabile. Questa dicotomia – costruita più dai media che dalle artiste – contribuisce a isolare Bertè in un ruolo liminale, dove la libertà estetica è percepita come causa di precarizzazione e non come risorsa creativa.

Ciò che emerge, tuttavia, è la capacità di Bertè di trasformare la censura in materiale performativo. La sua “auto-disobbedienza” – la scelta programmatica di non attenuare mai davvero la propria presenza, ma di rilanciarla – diventa una pratica di resistenza simbolica: un modo di rifiutare la docilità richiesta alla canzone pop e, soprattutto, alle donne che la abitano. Bertè non si limita a opporsi alla censura; la mette in scena, ne mostra i confini, li satura, li eccede. E, così facendo, apre uno spazio di comunità per tutte le soggettività che non trovano posto nelle norme del decoro: le figlie di Loredana, che in quella voce e in quel corpo eccedente riconoscono non solo una figura di ribellione, ma una genealogia emotiva di appartenenza.

Poetiche della vulnerabilità: voce, corpo, testualità

Nel percorso artistico di Loredana Bertè, vulnerabilità e resistenza non sono poli opposti, bensì dimensioni intrecciate che strutturano la sua presenza sonora e corporea. La sua poetica non si fonda sulla confessione o sull’autobiografismo lirico – modalità spesso associate alle cantautrici –, ma su un’esposizione radicale che passa attraverso la materia stessa della voce e la costruzione scenica del corpo. La vulnerabilità, lungi dall’essere un cedimento, si configura come gesto politico: in tensione con quelli che Lauren Berlant analizza come ideali affettivi normativi, dispositivi culturali che organizzano le promesse della “buona vita” e disciplinano le forme di identificazione soggettiva (Cruel Optimism, 2011).

La voce come frattura: abrasione, rischio, potenza

La voce di Loredana Bertè lavora costantemente sull’attrito. Non è pulita, smussata o levigata secondo l’estetica rassicurante della canzone leggera, ma appare piuttosto come un timbro ruvido, talvolta spezzato, sempre in tensione verso il limite e verso la possibilità della rottura. In questa voce si percepisce una materialità insistente: il respiro che affiora, l’asprezza dell’emissione, la fatica del corpo che sostiene il suono. Questa qualità vocale – spesso criticata nel suo tempo come “eccessiva”, “troppo forte”, “troppo maschile” – produce un’esperienza di ascolto che disorienta e allo stesso tempo libera, perché interrompe l’aspettativa di una vocalità femminile docile, controllata e armoniosamente integrata nell’ordine melodico della canzone pop.

Nel quadro dei performance studies, la sua voce si può leggere come una forma di vocalità incarnata, nel senso proposto da Gina Bloom, per cui la voce agisce come evento corporeo e affettivo capace di produrre presenza fisica oltre la stabilità dell’identità performata[1]. La voce, in questa prospettiva, non è soltanto veicolo del testo o dell’intenzione espressiva, ma un gesto che attraversa il corpo e lo espone, rendendo udibile una dimensione di vulnerabilità e di eccedenza che sfugge al pieno controllo della performance. Bertè non canta per aderire a un modello vocale stabilito né per rassicurare l’ascolto attraverso la perfezione tecnica, ma per mostrare ciò che trabocca – l’affetto, la ferita, l’alterità, il desiderio che eccede le norme della rappresentazione. La sua è una voce che insiste sull’instabilità come forma di verità performativa: una voce che incrina, che sfrega contro i limiti del registro e del respiro, che lascia emergere la tensione tra controllo e perdita di controllo. In questo senso, non offre consolazione né chiusura armonica, ma suggerisce piuttosto la possibilità di una soggettività che si sostiene proprio nel suo non stabilizzarsi, nel suo rimanere esposta, fragile e tuttavia capace di trasformare tale fragilità in forza espressiva e gesto politico.

Il corpo fuori norma: esposizione, eccesso, disobbedienza

Fin dagli esordi, il corpo di Loredana Bertè è stato percepito come un disturbo. La sua estetica visiva – vicina al glam, al clubbing, al queer prima ancora che la parola circolasse – sfidava l’orizzonte morale della RAI e quello dell’Italia borghese e cattolica. Il corpo seminudo, la gestualità energica, le scelte stilistiche eccentriche non rispondevano alla logica della seduzione composta, ma a una pratica di auto-disobbedienza: rifiuto di essere leggibile secondo codici normativi di genere. Questo posizionamento scenico può essere illuminato attraverso la teoria della performatività di genere elaborata da Judith Butler e attraverso la riflessione sulla maschilità femminile e sulle soggettività non normative proposta da Jack Halberstam. In Gender Trouble[2], Butler sostiene che il genere non costituisce un’identità stabile o naturale, ma l’effetto reiterato di pratiche performative socialmente regolamentate: ciò che appare come essenza femminile è, in realtà, il risultato di norme continuamente riprodotte attraverso il corpo. Quando tali pratiche vengono ripetute in modo dissonante o eccedente, la naturalità del genere si incrina e la norma diventa visibile come costruzione. La presenza scenica di Bertè – eccessiva, non disciplinata, refrattaria alla compostezza richiesta alle performer femminili – può essere letta proprio come una reiterazione disallineata che espone il carattere artificiale della femminilità normativa. Parallelamente, in Female Masculinity[3], Halberstam mostra come alcune espressioni corporee e stilistiche femminili destabilizzino l’associazione tradizionale tra femminilità e passività, rendendo visibili forme alternative di incarnazione del genere che non coincidono né con il modello maschile dominante né con quello femminile normativo. Più che imitare una postura maschile, tali soggettività producono configurazioni ibride e instabili, nelle quali forza, vulnerabilità ed eccentricità convivono senza ricomporsi in un’identità coerente. In questa prospettiva, Bertè non rappresenta una donna “forte” nel senso conservatore del termine – cioè semplicemente capace di adattarsi con successo a strutture già date –, ma una femminilità attraversata da contraddizioni visibili, continuamente esposta al rischio dell’incoerenza. L’instabilità diventa, così, una risorsa politica: non segno di fragilità identitaria, bensì strategia di sottrazione all’imperativo moderno della coerenza del sé, mostrando come il genere emerga precisamente nei punti in cui fallisce la sua stabilizzazione.

Testualità della frattura: quando il dolore diventa linguaggio

Nei testi delle sue canzoni – spesso scritti da altri ma da lei trasformati in atti performativi unici – emergono forme di vulnerabilità che non chiedono pietà, bensì riconoscimento. Brani come Sei bellissima o Amici non ne ho articolano dipendenze affettive, ferite e desideri non corrisposti, ma lo fanno senza mai costruire un io lirico remissivo o consolatorio. La vulnerabilità non diventa un dispositivo melodrammatico né una semplice estetizzazione della sofferenza, bensì un luogo critico in cui il dolore si fa lingua condivisa. In questo senso, la performance di Bertè opera una torsione significativa rispetto alla tradizione della canzone sentimentale italiana: invece di sublimare la ferita in un racconto edificante, la mantiene aperta, esposta, come esperienza che chiede di essere riconosciuta nella propria ambivalenza.

Questa dimensione può essere letta attraverso la lente della “politica delle emozioni” di Sara Ahmed: le emozioni non sono, qui, condizioni private, ma effetti e strumenti del mondo sociale, capaci di orientare i corpi e di generare forme di appartenenza. Nei brani interpretati da Bertè, il dolore, la rabbia e la dipendenza affettiva non vengono isolati come esperienze individuali, ma messi in circolo come affetti condivisibili, capaci di creare legami fra soggetti che si riconoscono nella stessa precarietà emotiva. La voce di Bertè funziona, allora, come una superficie di risonanza: amplifica sentimenti che, nel contesto sociale, tendono a essere silenziati o privatizzati. Nella voce e nel corpo di Bertè, tali emozioni vengono, quindi, risemantizzate come occasione di solidarietà: non confessione individuale, ma grido comune. È proprio questa trasformazione – dal dolore privato alla possibilità di una comunità affettiva – che permette di leggere la sua produzione come un dispositivo di cura non paternalistica, in cui l’esposizione della vulnerabilità diventa gesto politico e apertura relazionale.

La poetica della vulnerabilità in Bertè produce un doppio movimento: da un lato denuncia la precarizzazione del corpo femminile nello spettacolo; dall’altro crea possibilità di comunità per chi non rientra nei modelli normativi. La vulnerabilità non chiude, ma apre: rende la figura di Bertè non solo simbolo di ribellione, ma anche figura di cura collettiva. È questa la dimensione in cui si radica l’idea, anticipata nel titolo Figlie di Loredana, secondo cui l’artista, pur rimanendo unica e irriducibile, crea genealogie laterali: un seguito di soggettività dissonanti che trovano nella sua voce la prova che la fragilità può essere trasformata in forza condivisa.

La canzone come pratica di cura linguistica ed emotiva

Uno dei tratti più persistenti e meno riconosciuti dell’opera di Loredana Bertè è la sua capacità di costruire uno spazio di cura attraverso la parola cantata, una cura sempre intrisa di frizione, non addomesticata, e proprio per questo politica. Il lavoro linguistico di Bertè non cerca mai la consolazione facile né la linearità narrativa tipica della canzone leggera degli anni Settanta e Ottanta; al contrario, è un cantiere aperto in cui emozioni scomposte, contraddittorie, o persino distruttive vengono esposte come materia condivisibile. La cura è, così, un’attività collettiva, un esercizio di riconoscimento che passa per il racconto di ciò che normalmente viene rimosso.

Già in Sei bellissima, spesso interpretata come una ballata d’amore tormentato, Bertè mette in atto un gesto di rielaborazione critica del linguaggio affettivo eteronormativo. Le parole del partner – giudicanti, ambivalenti, manipolatorie – vengono ripetute e riscritte attraverso la performance vocale; in questo modo la canzone offre un modello di nominazione del danno che produce un orizzonte condiviso di consapevolezza. Non si tratta soltanto di esprimere una ferita, ma di istituire uno spazio in cui quella ferita diventa intelligibile per chi ascolta, un invito a riconoscere micro-violenze e strutture emotive oppressive. In termini femministi, ciò risuona con la pratica dell’autocoscienza[4]: il dolore individuale diventa categoria politica, non perché universalizzato ma perché reso comunicabile.

Una dinamica simile attraversa Dedicato, in cui la cura si manifesta come tensione verso l’altro – un altro fragile, marginale, ferito dalla storia nazionale o dalle sue omissioni. La canzone elabora la precarietà esistenziale non come esperienza isolata, ma come condizione condivisa da una comunità che esiste proprio nella sua disaggregazione. In questo senso, Bertè offre un modello di solidarietà non identitaria: una cura rivolta non a un gruppo nominabile e coeso, ma a soggettività disperse che trovano nella voce della cantante un punto di risonanza.

Questa forma di cura linguistica si intreccia profondamente con la materialità della voce. Le scelte timbriche, sempre sul limite dell’intensità, rendono la vulnerabilità un fenomeno acustico. La rottura, il graffio, il fiato che traballa diventano strumenti per parlare del rischio emotivo senza estetizzarlo. Da questo punto di vista, la “cura” non è mai costruzione di un’immagine rasserenante: è piuttosto il permesso di dire ciò che non sta bene dire, di nominare desideri scomposti, dipendenze affettive, errori, traumi. La cura di Bertè è anti-purificatoria, lontana tanto dall’auto-indulgenza quanto dalla retorica edificante.

Si può osservare questo meccanismo anche in Amici non ne ho, una sorta di auto-diagnosi relazionale che, lungi dall’essere una semplice invettiva, costruisce un territorio emotivo in cui l’isolamento non è mai definitivo. La confessione cruda – “amici non ne ho” – diventa un atto di esposizione radicale che produce, paradossalmente, comunità: gli ascoltatori e le ascoltatrici che riconoscono quella sensazione vengono chiamati a raccolta. È in questi interstizi che si vede chiaramente come la cura, per Bertè, non consista nel tamponare il dolore, ma nel metterlo in comune.

Attraverso queste poetiche emotive, Bertè crea un archivio affettivo alternativo che rilegge tanto le norme della maschilità quanto quelle della femminilità. La cura diventa, così, un gesto queer: non orientata a ristabilire l’ordine, ma a sostenere chi vive in forme di vita disallineate alle aspettative sociali. E, proprio perché la sua scrittura emotiva non cerca mai la corrispondenza perfetta con l’identità – femminile, nazionale, generazionale –, la cura operata da Bertè è una forma di resistenza simbolica. È un invito a occupare la vulnerabilità come spazio comune, come zona di sopravvivenza e, al tempo stesso, di possibile liberazione.

Riscritture queer e femministe: genere, desiderio e nazione nell’opera di Loredana Bertè

La produzione di Loredana Bertè opera una costante destabilizzazione delle categorie normative di genere, desiderio e identità nazionale, agendo come una forza di riscrittura che attraversa decenni di canzone pop. Il suo intervento non si colloca mai all’interno di un femminismo programmatico o didascalico, ma si manifesta attraverso i gesti – vocali, corporei, stilistici – che scardinano dall’interno i codici della rispettabilità femminile, la narrazione eteronormativa della relazione e i dispositivi di coesione simbolica dell’italianità. In questo senso, il suo lavoro rende intelligibile un orizzonte queer prima ancora della codificazione teorica del queer stesso, mostrando come la dissidenza possa emergere a partire da ciò che appare “stonato”, eccedente, incontenibile.

Brani come Non sono una signora offrono un rifiuto esplicito dell’ideologia della “brava donna”, costruita attorno a decoro, stabilità emotiva e domesticità. Bertè enuncia una sottrazione: non solo non aderisce al modello, ma non intende nemmeno offrirsi come alternativa più accettabile. In tale gesto si riconosce una politicità potente: la femminilità non è un luogo da riformare, bensì una matrice da cui difendersi e da cui dis-identificarsi. Il suo posizionamento si avvicina alla nozione halberstamiana di feminine masculinity, non come imitazione del maschile ma come apertura di uno spazio dissidente che riorganizza i ruoli e il desiderio. In molti testi di Bertè il desiderio non segue il percorso lineare della canzone d’amore tradizionale. Non c’è idealizzazione, redenzione né narrazione edificante. In Sei bellissima, la dichiarazione di desiderio si sovrappone alla denuncia di violenza psicologica, decostruendo l’aspettativa che la voce femminile debba esprimere amore devoto o passività emotiva. Il risultato è un desiderio “scomposto”, privo di teleologia romantica, che può essere letto come un gesto queer: una forma di desiderio che non lavora alla riproduzione dei ruoli di genere, ma all’apertura di altre possibilità relazionali, più oneste, più vulnerabili, più disordinate.

La figura di Bertè interviene anche sull’immaginario nazionale. La diva italiana tradizionale – elegante, composta, rassicurante – viene sovvertita da un corpo che si presenta come luogo di eccesso e rischio. La sua voce, spesso definita “sporca” o “ruvida”, infrange le aspettative sulla vocalità femminile nella canzone pop italiana, allora ancorata a un paradigma melodico “pulito”. Questa deviazione performativa produce un’immagine alternativa dell’Italia: non più una nazione della compostezza e della misura, ma un territorio capace di accogliere dissenso, anomalie, esistenze non riconciliate. La sua “contro-italianità” non passa attraverso un rifiuto dell’essere italiana, ma attraverso la riscrittura di ciò che l’Italia può significare. Il Mediterraneo emotivo e sonoro che abita le sue canzoni accoglie figure marginali e desideri irregolari. La comunità che costruisce – come osservato nell’introduzione – non è un insieme armonico, bensì un’assemblea disomogenea di outsider che trovano nella sua voce un luogo di rifrazione e appartenenza.

Molto del lavoro politico di Bertè passa attraverso strategie di ironia e travestimento. Non si limita a rappresentare altre possibilità, ma traveste i codici stessi del pop, utilizzandoli contro la loro funzione normativa. Gli outfit eccessivi, i capelli blu, le performance volutamente sopra le righe costituiscono una forma di parodia emancipatrice: un gesto queer che destruttura i generi (musicali e di genere), mostrando la loro arbitrarietà. Come suggerisce Barthes[5], il pop è un sistema di segni che può essere forzato dall’interno; Bertè compie esattamente questo tipo di torsione semiotica. La genealogia delle “figlie di Loredana” non è fatta solo di artiste che la imitano o la citano, ma di soggettività che trovano nella sua opera una forma di legittimazione affettiva. La comunità immaginata da Bertè include chi è in eccesso, chi è incoerente, chi non corrisponde. La sua estetica del margine anticipa quella che José Esteban Muñoz[6] definirebbe un’utopia queer: non un progetto stabile, ma un orizzonte di possibilità, una promessa di riconoscimento futuro. Loredana produce uno spazio condiviso in cui l’unicità non è isolamento, ma condizione di possibilità per una forma collettiva di resistenza.

Conclusioni

La traiettoria artistica di Loredana Bertè permette di leggere la canzone pop italiana come un campo di forze in cui vulnerabilità, dissidenza e cura si intrecciano in modi radicali. Fin dagli esordi, Bertè ha reso impossibile la pacificazione della figura della cantante pop entro i confini del decoro e della riconoscibilità commerciale: la sua voce roca, spezzata, esposta, ha performato un modello di soggettività che sfugge alla linearità narrativa e all’ideale della cantante “affidabile”. Allo stesso tempo, la sua estetica dell’eccesso – sonora, corporea, iconografica – non ha mai funzionato soltanto come provocazione, ma come gesto di socialità alternativa, capace di convocare una comunità di ascolto fatta di outsider e di figure poste ai margini del discorso nazionale.

In questo senso, Bertè incarna simultaneamente unicità e appartenenza: resta irriducibile nei suoi attraversamenti formali e identitari, ma non smette di fare spazio, di aprire scenari di identificazione plurale. Le sue canzoni non propongono modelli normativi, ma configurano luoghi in cui la fragilità diventa condizione condivisibile, produttiva, generativa. Tale apertura è una forma di cura, una pratica di accoglienza che non si dà come rassicurazione bensì come solidarietà nella differenza.

Le sue riscritture del genere, del desiderio e della femminilità contribuiscono, inoltre, a decostruire l’orizzonte identitario che la cultura italiana ha spesso imposto alle sue interpreti, mostrando come la voce femminile possa farsi superficie critica, spazio di tensione e di espansione. La costante oscillazione fra esposizione e difesa, fragilità e potenza, solitudine e comunità conferma la centralità di Bertè nella storia culturale dell’Italia contemporanea. In definitiva, le sue canzoni non solo resistono ai dispositivi di controllo, ma contribuiscono a immaginare un modello alternativo di appartenenza: quello delle figlie di Loredana, una comunità fluttuante e non identitaria, che si riconosce nella possibilità di essere imperfetta, incoerente, e per questo politicamente significativa.

 

Bibliografia

S. Ahmed, The Cultural Politics of Emotion, Edinburgh, Edinburgh University Press, 2004;

R. Barthes, Le grain de la voix, Paris, Seuil, 1981;

L. Berlant, Cruel Optimism, Durham, Duke University Press, 2011;

L. Bertè, Traslocando. È andata così, Milano, Rizzoli, 2015;

G. Bloom, Voice in Motion: Staging Gender, Shaping Sound in Early Modern England, Philadelphia, University of Pennsylvania Press, 2018;

J. Butler, Gender Trouble: Feminism and the Subversion of Identity., London, Routledge, 1990;

J. Halberstam, Female Masculinity, Durham, Duke University Press, 1998;

J. E. Muñoz, Cruising Utopia: The Then and There of Queer Futurity, New York, New York University Press, 2009;

Rivolta Femminile, Non credere di avere dei diritti. Scritti di Carla Lonzi, Carla Accardi e Elvira Banotti, Milano, Scritti di Rivolta Femminile, 1970.

  1. Cfr. G. Bloom, Voice in Motion: Staging Gender, Shaping Sound in Early Modern England, Philadelphia, University of Pennsylvania Press, 2018.
  2. Cfr. J. Butler, Gender Trouble: Feminism and the Subversion of Identity, London, Routledge, 1990.
  3. Cfr. J. Halberstam, Female Masculinity, Durham, Duke University Press, 1998.
  4. Cfr. Rivolta Femminile, Non credere di avere dei diritti. Scritti di Carla Lonzi, Carla Accardi e Elvira Banotti, Milano, Scritti di Rivolta Femminile, 1970.
  5. Cfr. R. Barthes, Le grain de la voix, Paris, Seuil, 1981.
  6. Cfr. J. E. Muñoz, Cruising Utopia: The Then and There of Queer Futurity, New York, New York University Press, 2009.

(fasc. 60, 25 maggio 2026)

L’isola come utopia: spazi e immaginari nel cantautorato italiano

Author di Mario Chichi e Ivana Vermiglio

Abstract: Il contributo analizza la rappresentazione di alcuni spazi insulari nel cantautorato italiano, interpretandoli alla luce della categoria dell’utopia. Muovendo dal rapporto tra costruzione poetico-musicale e dimensione spaziale, lo studio si concentra su una selezione di brani pubblicati tra il 1970 e il 1980 e firmati da Francesco Guccini, Edoardo Bennato, Lucio Dalla e Francesco De Gregori. L’analisi prende in esame gli indicatori toponimici impiegati nei testi, evidenziando come l’isola funzioni da dispositivo simbolico capace di articolare tensioni tra reale e immaginario, esperienza individuale e dimensione collettiva. In particolare, vengono distinti due modelli di rappresentazione: da un lato, isole prive di una denominazione toponimica stabile – come L’isola non trovata e L’isola che non c’è –, in cui le espressioni descrittive assumono valore propriale; dall’altro, isole dotate di una precisa identificazione onomastica – come Itaca e Atlantide –, che rinviano a una tradizione mitico-letteraria consolidata. Il lavoro, dunque, tenta di mostrare come l’insularità “cantata” divenga uno spazio privilegiato per la costruzione di immaginari utopici (e talora distopici), nei quali i cantautori elaborano riflessioni di carattere esistenziale, sociale e politico.

Abstract: This paper analyzes the representation of selected insular spaces in Italian singer-songwriter music, interpreting them through the conceptual lens of utopia. Focusing on the relationship between poetic-musical construction and spatial dimension, the study examines a selection of songs released between 1970 and 1980 by Francesco Guccini, Edoardo Bennato, Lucio Dalla, and Francesco De Gregori. The analysis considers the toponymic markers used in the lyrics, highlighting how the island functions as a symbolic device capable of articulating tensions between reality and imagination, as well as between individual experience and collective dimension. In particular, two representational models are identified: on the one hand, islands lacking a stable toponymic designation – such as L’isola non trovata and L’isola che non c’è –, in which descriptive phrases acquire a proprial value; on the other hand, islands characterized by a clear onomastic identification – such as Itaca and Atlantide –, which refer to a consolidated mythological and literary tradition. The paper therefore aims to show how “sung” insularity becomes a privileged space for the construction of utopian (and at times dystopian) imaginaries, through which songwriters articulate reflections of an existential, social, and political nature.

Spazi insulari e immaginario utopico nel cantautorato italiano

La produzione del cantautorato italiano, ancorata a una tradizione poetica e letteraria più o meno canonica, non è priva di riferimenti biografici connessi a diversi (non-) luoghi reali e fittizi. Questi divengono uno strumento di intima riflessione finalizzato a raccontare una storia collettiva del popolo italiano, che non si esaurisce, però, nell’esclusiva esperienza personale[1] e mutano, lungo un continuum di dimensioni geografiche variabili, che designano onomasticamente l’intera penisola fino alla rappresentazione di spazi più circoscritti[2]. Ma, oltre agli spazi del proprio vissuto, vengono cantati luoghi immaginari[3].

Il contributo intende focalizzarsi, in particolare, sullo spazio utopico, prendendo in analisi gli indicatori toponimici adoperati all’interno di un corpus di brani[4] attraversati dal fil rouge dell’isola. Tali nomi, come si vedrà, codificano funzioni differenti che spesso trascendono l’esclusivo elemento spaziale: se, da una parte, si ricorre all’uso di nomi propri reali o fittizi, dall’altra, si adoperano appellativi utilizzati con uno statuto pseudo-propriale. Sebbene non sempre si parli di luoghi attraversati in senso stretto dalla biografia dei cantautori, essi si configurano comunque come spazi vissuti, poiché edificati sulla base di coordinate intrinsecamente soggettive, segnate da una consapevolezza maturata a partire dalle esperienze di vita.

Quando Thomas More, nel 1516, pubblicò il Libellus vere aureus, nec minus salutaris quam festivus de optimo rei publicae statu, deque nova insula Utopia, non offrì solo la descrizione di un viaggio immaginario compiuto su un’isola fittizia e ideale, ma introdusse un concetto destinato a permeare il pensiero filosofico, politico, artistico-letterario dei secoli successivi. Lo scrittore, giocando sull’ambivalenza etimologica del termine – οὐ τόπος ‘luogo inesistente’ e εὖ τόπος ‘luogo felice’[5] –, delineò uno spazio immaginario in cui la società appariva perfettamente organizzata, contrapponendolo implicitamente alle contraddizioni del mondo reale. Da allora, il concetto di utopia è divenuto un modello di analisi critica della realtà, utilizzato per esplorare sistemi socio-politici alternativi e per formulare ipotesi di possibili trasformazioni. Semanticamente, tra l’altro, la parola (da gr. οὐ ‘non’ e τόπος ‘luogo’), designa un «luogo inesistente o immaginario» in riferimento all’isola di More[6], e individua, al tempo stesso, un «modello politico, sociale o religioso che non trova effettivo riscontro nella realtà ma che viene proposto come ideale, spesso con intenti di critica della situazione esistente»[7]. Tale tensione dicotomica tra il reale e l’ideale ha trovato espressione in numerose forme artistico-letterarie, tra cui, per l’appunto, la musica. Nel cantautorato italiano, infatti, il processo di costruzione di spazi utopici assume una forte valenza simbolica e sociale. Questi luoghi artefatti funzionano come dispositivi narrativi e critici, capaci di mettere in discussione il contesto comunitario o di esprimere un senso di evasione, intrecciando profondamente la realtà storica e culturale del tempo.

All’interno della geografia immaginata o reale del cantautore, il luogo ideale è spesso confinato nel raggio di un elemento paesaggistico (città, paese, villaggio, montagna ecc.): in questo senso, la potente figura dell’isola, dacché spazio isolato e confinato, idilliaco e lontano, rappresenta un vero e proprio topos delle narrazioni cantautoriali.

Isole senza nome: designazioni con valore propriale

Alcune isole non vengono definite da un punto di vista onomastico: si tratta, piuttosto, di luoghi anonimi, il cui appellativo – sovente caratterizzato da una struttura formale complessa – viene utilizzato con funzione propriale.

L’isola non trovata di Francesco Guccini[8], ad esempio, appartenente all’omonimo album del 1970[9], sviluppa il tema dell’utopia attraverso l’immagine di una terra[10] misteriosa, incantata e ideale, irraggiungibile perché scomparsa: «cercando l’isola incantata, / però quell’isola non c’era / e mai nessuno l’ha trovata: / svanì di prua dalla galea / come un’idea / come una splendida utopia / è andata via e non tornerà mai più».

Il testo, soprattutto nella prima sezione, è un chiaro rimando al componimento di Guido Gozzano La più bella! (1913)[11]. Lo stesso titolo della canzone suggerisce il paradosso di un luogo che, per quanto desiderato, risulta impossibile da raggiungere, dal momento che, come dichiarato anche nel testo, forse non esiste affatto: «nessuno sa se c’è davvero / od è un pensiero, / se, a volte, il vento ne ha il profumo / è come il fumo che non prendi mai!».

L’isola è metafora di un ideale irrealizzabile e “introvabile”. Infatti, oltre alla più accreditata interpretazione, secondo cui il cantautore condenserebbe nel testo una critica alla società e una riflessione sulle aspirazioni dell’umanità intera[12], il luogo utopico cela uno spazio reale e autobiografico, poiché, come riferisce Squillacioti, si tratta di «una metafora dell’America, non trovata proprio perché cercata, e di fatto irraggiungibile perché pura costruzione mentale»[13]. Vi si intende il noto “mito americano”, che nel contesto dell’emigrazione italiana del primo decennio del Novecento rappresenta una «necessità di riscatto e di sopravvivenza», ma anche un «desiderio di libertà che lo spazio immaginato aperto e sconfinato dell’America evocava»[14].

Per Guccini, però, il continente oltreoceanico si rivela essere «deludente esperienza americana»[15], che «si esaurisce tra incomprensioni sentimentali e culturali»[16], un luogo che, nonostante appaia invischiato da illusorie apparenze, risulta comunque una falsa utopia necessaria per l’uomo[17].

In un’analoga matrice si pone L’isola che non c’è di Edoardo Bennato, un brano che si inserisce all’interno di un concept album (Sono solo canzonette, 1980) notoriamente ispirato alla storia del letterario Peter Pan e interessato, più in generale, al mondo delle favole come metafora della società e delle sue contraddizioni. Si tratta di un testo che innanzitutto prova a entrare in profondo dialogo con gli ascoltatori, poiché alterna i pronomi personali “tu”/“voi” per rivolgersi all’interlocutore.

Presenta, inoltre, un registro lessicale colloquiale, privo di tecnicismi o voci auliche. I tratti peculiari dell’utopica isola risultano assurdi («E a pensarci, che pazzia / è una favola, è solo fantasia / e chi è saggio, chi è maturo lo sa / non può esistere nella realtà»): «non ci son santi né eroi[18] / e se non ci son ladri / se non c’è mai la guerra / forse è proprio l’isola che non c’è; e nello stesso tempo niente ladri e gendarmi / ma che razza di isola è? / Niente odio e violenza / né soldati né armi / forse è proprio l’isola che non c’è». Un’isola totalmente avulsa, come dichiarato, dall’odio e dalla violenza. Nonostante vengano contrapposte testualmente le due forze – quella ragionevole e quella irragionevole –, la voce narrante rimarca che non si tratta di un’invenzione spaziale e soprattutto che il toponimo non intende creare equivoci onomastici («neanche un gioco di parole»), e invita a seguire la direzione da lui indicata, ripetuta due volte in maniera quasi rituale: «Seconda stella a destra / questo è il cammino / e poi dritto, fino al mattino».

Non ci sono, nello specifico, elementi autobiografici che legano Bennato alla canzone, ma il brano riflette la sua filosofia artistica, che si manifesta – soprattutto a quell’altezza della sua produzione – nel tema della ribellione, nella critica al conformismo e alle regole imposte. L’isola ritrae il pensiero di un autore eversivo, ironico e sempre in lotta contro il sistema, tramite la rappresentazione del suo personale manifesto: l’idea di un cammino tenace e solitario («la strada la trovi da te, […] se continui a cercarla / ma non darti per vinto») verso un luogo irraggiungibile, dove si vive senza imposizioni, rispecchia il suo approccio alla musica e alla vita. Esprime, in altre parole, un caratteristico spirito libertario, la cui controfattualità non è meno illogica di tante illogicità del reale.

Isole nominate e memoria del mito: Itaca e Atlantide

Un’isola connotata sul piano onomastico e inserita all’interno di una consolidata tradizione letteraria[19] è presente nella canzone Itaca di Lucio Dalla[20], inclusa nell’album Storie di casa mia (1971)[21]. L’intero brano è un evidente richiamo al ritorno in patria di Ulisse, raccontato, però, come dichiarato dal cantautore stesso, dal punto di vista dei marinai[22]:

Dovete identificarvi non in Ulisse, che è l’eroe diciamo scolastico della vicenda, ma nei suoi marinai, che per una volta tanto diventano eroi protagonisti e fanno un discorso di contestazione quasi politico nei confronti di Ulisse, che è visto come un ladro, un furfantone, come un brigantone. Gli dicono: “Ulisse, tu vai in giro per il mondo, vai nei porti e trovi le principesse, trachete, e noi niente. Tu dormi in un letto, noi non dormiamo mai. Se tu muori, tuo figlio, figlio di un re, non muore di fame, anzi. Se noi moriamo – trafitti da una freccia, cadendo nell’acqua o diventando maiali –, nostro figlio muore di fame. Per cui smettila di fare il turista, Ulisse, e portaci a casa”. Ecco il senso di questo canto collettivo[23].

L’io narrante, infatti, coincide con la voce di un rematore che si rivolge al capitano lamentando la propria condizione sociale[24] ed esprimendo un incessante desiderio di tornare a Itaca[25], ovvero la casa per antonomasia, luogo dell’ideale e tempio del sacro focolare.

Il tema del viaggio, inteso probabilmente come metafora di una vita attraversata e da attraversare, viene interpretato da Dalla in chiave personale, intimista, e allo stesso tempo universale e corale: la canzone è un testamento spirituale che invoca una dimensione utopico-terrena, ma che alla fine ammette circolarmente un ritorno allo spregiudicato senso di avventura verso l’ignoto[26] («ma anche la paura in fondo / mi da’ sempre un gusto strano / se ci fosse ancora mondo / sono pronto dove andiamo»). In questo specifico caso, il cantautore riesce ad annodare i fili del passato, del presente e del futuro[27], proiettandoli verso una dimensione esistenziale[28] e, prima ancora, autobiografica, dal momento che la cornice in cui si inserisce il brano fa riferimento – sciascianamente parlando – alle “storie di casa sua”. L’isola di Itaca rappresenta, dunque, un espediente e un ideale utopico da introiettare e superare.

Infine, Atlantide (1976), la leggendaria isola subcontinentale[29], simbolo di una società avanzata e, allo stesso tempo, archetipo di una civiltà ormai perduta, è il titolo di una canzone di Francesco De Gregori[30], pubblicata all’interno dell’album Bufalo Bill[31].

Come riferisce l’autore stesso, la canzone – frutto di una scrittura di getto in uno stato di grazia compositivo – nasce in una notte insonne davanti al pianoforte:

Mi ricordo una stanza abbastanza grande con due finestre e addossato alla parete, fra queste due finestre, il pianoforte verticale. Allora mi misi lì a suonare e a scrivere questa canzone appuntando le parole su un foglio di carta e intanto faceva giorno piano piano e la luce entrava da queste due finestre a destra e a sinistra del pianoforte e pensai che quello fosse il miglior giorno stereofonico che avessi mai visto. E un po’ perché sembrava proprio di stare sott’acqua, un po’ perché quello era un raro, prezioso momento di solitudine, mi venne in mente di chiamare questa canzone Atlantide[32].

L’isola – metafora che si rivela a tratti esistenziale[33] e autobiografica – vi assume i connotati di uno spazio malinconico ormai sommerso, fatto di ricordi tormentati e di rimpianti. «Lui adesso vive ad Atlantide[34] / con un cappello pieno di ricordi / ha la faccia di uno che ha capito / e anche un principio di tristezza in fondo all’anima / nasconde sotto il letto barattoli di birra disperata / e a volte ritiene di essere un eroe».

Atlantide, menzionata già dal principio del brano, rappresenta la sintesi[35] dei luoghi che caratterizzano le strofe successive[36]: la «California», che, nella seconda strofa, corrisponde al luogo dei successi del «grosso suonatore di chitarre», con un probabile rimando allo stesso interprete; e il «terzo raggio»[37], nella terza strofa, quale luogo dell’intelligenza e dell’incontentabile desiderio di un mondo idealistico.

I luoghi della canzone, come i passaggi mitici della storia di Atlantide, seguono la via della progressione verso il basso, sino a giungere a un’autodistruzione e a uno sprofondamento che nel mito greco è causato dalla punizione divina, attuata per l’empietà e la decadenza morale degli abitanti.

Nella canzone di De Gregori, invece, l’isola non è mai stata un luogo felice: piuttosto, è il luogo dell’alienazione e della disperazione, «rifugio nel mondo sommerso, un altro luogo dell’anima. Mai esistito oppure ancora tutto da scoprire»[38].

Da isola utopica, Atlantide diviene metafora di un ideale distopico, di solipsismo e prigionia autoinflitta, in cui insulare diventa sinonimo di isolato[39].

 

  1. Philippe Lejeune, all’interno dell’opera Il patto autobiografico (1975), definisce l’autobiografia un «récit rétrospectif en prose qu’une personne réelle fait de sa propre existence, lorsqu’elle met l’accent sur sa vie individuelle, en particulier sur l’histoire de sa personnalité» (P. Lejeune, Le pacte autobiographique, Paris, Seuil, 1975, p. 14). Allo stesso modo i testi delle canzoni rappresentano trasversalmente un tacito contratto di verità tra cantautore e ascoltatore.
  2. Accanto alla designazione dell’intero spazio nazionale – come nelle canzoni L’Italia di Totò Cutugno, Italia di Mino Reitano, Povera Italia di Franco Battiato e Viva l’Italia di Francesco De Gregori (per ulteriori esempi cfr. L. Nieddu, Da L’italiano a Cara Italia: vecchie e nuove rappresentazioni del Belpaese nella canzone italiana. L’Italia in tutte le salse, in «Diacritica», X, 52, vol. II, 2024, pp. 36-55) – ricorrono riferimenti a contesti urbani specifici, come la Napoli cantata da Pino Daniele, la Roma evocata da Antonello Venditti, la Livorno di Piero Ciampi o la Genova di Fabrizio De André. La micro-toponomastica si estende, inoltre, alla menzione di quartieri, vie e attività commerciali, come nelle canzoni Il ragazzo della via Gluck di Adriano Celentano, Via del Campo di Fabrizio De André o Roxy Bar di Vasco Rossi. Significativo è anche il caso di Piazza Grande di Lucio Dalla, dove si adotta una denominazione popolare per indicare la bolognese Piazza Cavour.
  3. Particolarmente rilevante è il concetto di non-luogo, inteso sia come spazio transitorio, anonimo e funzionale (cfr. M. Augé, Non-Lieux. Introduction à une anthropologie de la surmodernité, Paris, Éditions du Seuil, 1992), sia, soprattutto, come spazio ri-creato, tessuto dall’ordito artistico-biografico degli autori, tramite reminiscenze del mito, della tradizione letteraria e intenzionali trasfigurazioni del reale.
  4. L’analisi si fonda su un corpus di canzoni incise tra il 1970 e il 1980, appartenenti alla produzione di Francesco Guccini, Edoardo Bennato, Lucio Dalla e Francesco De Gregori.
  5. In merito, cfr. P. D’Achille, Si può distinguere utopistico da utopico oppure… è un’utopia?, in «Italiano digitale», XV/4, 2020 (cfr. l’URL: https://accademiadellacrusca.it/it/consulenza/si-pu-distinguere-utopistico-da-utopico-oppure–unutopia/2829; ultima consultazione: 13 marzo 2026); M. Agolini, Se Tommaso Moro ha inventato l’Utopia, com’è nata e cos’è la distopia?, in «Italiano digitale», XXV/2, 2023 (cfr. l’URL: https://accademiadellacrusca.it/it/consulenza/se-tommaso-moro-ha-inventato-lutopia-comè-nata-e-cosè-la-distopia/27347; ultima consultazione: 13 marzo 2026); M. Agolini, Un’integrazione al Deonomasticon Italicum circa i nomi di luoghi immaginari: il caso di Utopia, in «Rivista Italiana di Onomastica», 28/1, 2022, pp. 175-83.
  6. Grande Dizionario della Lingua Italiana (GDLI), a cura di S. Battaglia, Torino, UTET, 1961-2004, vol. XXI, p. 606.
  7. Per estensione si ha anche l’accezione di «ideale, speranza, ispirazione o, anche, condizione irrealizzabile; progetto che non può avere un’attuazione pratica»: ibidem.
  8. Il cantautore, a partire dalla propria biografia e dal gusto di raccontare sé stesso e il proprio mondo, spesso celato dietro storie che sembrano parlare di altro («falsamente autobiografico», per cui cfr. P. Squillacioti, Amerigo di Francesco Guccini, in «Per leggere. I generi della lettura», IV, primavera 2004, 6, pp. 125-42: 125), privilegia narrazioni che esplorano territori e persone di frontiera, descrivendo «luoghi di immaginata concezione, di fantasia e sogno pregni di rimandi letterari appartenenti a una cultura mai elitaria o discriminante ma sempre veicolo di un coerente impegno etico e civile»: C. Pagliarusco, “Non è uno scherzo sapere continuare”: Guccini, l’America e quella strada tra “la via Emilia e il West”, in «Oltre il libro: nuove forme di narratività sugli/dagli USA. Ácoma», 9, 2015, pp. 102-13, p. 104.
  9. Esso si differenzia dalla produzione pregressa poiché successivo a una crisi personale del cantautore: «“L’isola non trovata è il mio primo disco legato da piccoli fili rossi, almeno due: l’irrazionalità e l’esotismo”. È un album differente, […] rappresentante l’attraversamento della crisi personale. È come se le canzoni in questo periodo diventino “una fuga reattiva nell’irrazionale, un modo per risolvere le contraddizioni del presente inventandosi un mondo legato alla favola, al sogno […]. Vivevo, come ho detto, la spaccatura tra un presente autoimposto e la nostalgia di qualcuno che potesse ridarmi certe emozioni”»: P. Talanca, Fra la via Emilia e il West. Francesco Guccini: le radici, i luoghi, la poetica, in Storia della canzone italiana. i protagonisti, Milano, Hoepli, 2019, versione e-book, pp. 92-93. L’intero disco, comunque, è intriso di riferimenti letterari che evidenziano le «potenzialità culturali» del cantautore, divenendo delle vere e proprie dichiarazioni d’intenti (ivi, p. 95).
  10. Il brano L’ultima Thule (2012), ad esempio, «sfrutta il mito lontano dell’isola di ghiaccio e fuoco perduta in un punto indefinito dell’estremo nord dei mari e ritorna, forse per l’ultima volta, sul tema romantico del sogno e della memoria, in un momento, la vecchiaia (Guccini ha settantadue anni quando esce l’album), in cui appunto sogno e memoria sembrano ormai coincidere»: C. Pagliarusco, “Non è uno scherzo sapere continuare”: Guccini, l’America e quella strada tra “la via Emilia e il West”, op. cit., p. 106.
  11. Il brano è stato scritto e interpretato (per la prima volta) da Bruno Lauzi, che ne rappresenta a conti fatti l’autore e l’interprete originario. Come già anticipato in nota 9, «Guccini sembra cercare nella letterarietà tutta la fantasia e la bohème del mondo hippie abbandonato in America e lo sgretolamento dello stesso mito americano. […] non ci si può fermare semplicemente alla prima ed epidermica lettura […]. C’è dunque un rapporto preciso che lega Gozzano e i crepuscolari alla condizione di crisi e inserisce Guccini nel pieno della temperie letteraria del Novecento. Letto in questo modo, il fatto di aver citato Gozzano in un disco così importante e per un brano che gli dà il titolo è una dichiarazione d’appartenenza a un certo filone, ovviamente non solo crepuscolare, che occupa il Novecento poetico italiano»: P. Talanca, Fra la via Emilia e il West. Francesco Guccini: le radici, i luoghi, la poetica, op. cit., p. 95. Per un confronto testuale con il componimento di Gozzano, cfr. C. Ricchiuto, Echi letterari nella canzone d’autore italiana (1960-2000), in «Atti e memorie dell’Ateneo di Treviso», n. 40, 2023, pp. 537-67: 561. Il richiamo letterario all’isola di Gozzano viene rievocato anche nella vicenda dell’isola Ferdinandea, per cui cfr. I. Vermiglio, Emersioni letterarie e testuali dell’isola Ferdinandea dall’Ottocento ad oggi. Un casus anche onomastico, in «The Italianist», 45/1, 2025, pp. 116-36.
  12. La produzione gucciniana, infatti (soprattutto nella fase giovanile e in alcuni componimenti più intimisti ed esistenziali), si pone a metà tra «l’impulso politico, rivolto a spronare gli animi a combattere la battaglia per il trionfo degli ideali […] e l’ansia di emancipazione dell’individuo mista all’inquietudine morale»: C. Pagliarusco, “Non è uno scherzo sapere continuare”: Guccini, l’America e quella strada tra “la via Emilia e il West”, op. cit., p. 107.
  13. P. Squillacioti, Amerigo di Francesco Guccini, op. cit., p. 136. Lo studioso prosegue affermando che «nell’ultima quartina di Amerigo traspare un’America vissuta direttamente, destinata a diventare anch’essa tema di canzoni a partire dall’album L’isola non trovata, uscito nel 1970 all’indomani del primo breve viaggio negli USA» (ibidem).
  14. C. Pagliarusco, “Non è uno scherzo sapere continuare”: Guccini, l’America e quella strada tra “la via Emilia e il West”, op. cit., p. 105.
  15. P. Squillacioti, Amerigo di Francesco Guccini, op. cit., p. 136. Tra l’altro, «il mito americano si è frantumato ed è stato superato, non del tutto però. Guccini sarà in grado di raccontare lucidamente questa crisi solo nel 1978, nel disco Amerigo, quando con la canzone eponima esorcizzerà definitivamente quell’“ideale che avevamo in testa”, ancora tramite un personaggio delle sue radici»: P. Talanca, Fra la via Emilia e il West. Francesco Guccini: le radici, i luoghi, la poetica, op. cit., p. 107. Tale superamento è da attribuire anche all’apertura dell’Osteria delle Dame (autunno 1970), «posto mitico» e al contempo “isola non trovata” con le canzoni ma trovata e raggiunta nella realtà (ivi, p. 106).
  16. C. Pagliarusco, “Non è uno scherzo sapere continuare”: Guccini, l’America e quella strada tra “la via Emilia e il West”, op. cit., p. 107.
  17. D’altra parte, «in un percorso della memoria, delle contaminazioni letterarie, sentimentali e culturali, Guccini continua a riflettere su come riorientare i tempi e i gesti del contemporaneo. Lo fa spingendo l’orizzonte sempre più in là, […] fino al limite di Un’isola non trovata o di una Ultima Thule. La scoperta del fallimento del mito, del sogno, aiuta a guardare meglio in se stessi e a trovare nella precarietà esistenziale, nella fragilità, una forma di etica comportamentale ispirata dal dialogo, dal discorso, dal confronto con l’altro, con la natura e con l’io»: C. Pagliarusco, “Non è uno scherzo sapere continuare”: Guccini, l’America e quella strada tra “la via Emilia e il West”, op. cit., p. 110.
  18. Sebbene in modo antinomico, è possibile individuare un riferimento a Vita di Galileo di Bertold Brecht: «Sventurata la terra che ha bisogno di eroi».
  19. Il brano, oltre alla tradizione omerica, evoca il componimento poetico Itaca di Costantino Kavafis del 1911 (cfr. L. Beatrice, Per i ladri e le puttane sono Gesù bambino. Vita e opere di Lucio Dalla, Milano, Baldini&Castoldi, 2016), un monologo rivolto direttamente al lettore in cui si riflette sul senso del viaggio e dell’esistenza umana.
  20. Il testo, oltre che da Dalla, è firmato da Gianfranco Baldazzi e Sergio Bardotti.
  21. «La cultura occidentale inizia con Omero, e anche “Itaca” era quasi simbolicamente all’inizio di un album che si intitolava “Storie di casa mia”. Come a dire, che sono l’Iliade e l’Odissea la prima delle storie di noi tutti»: M. Stefanini, La storia di “Itaca” di Dalla, cortocircuito tra canzone e letteratura, in «Il Foglio quotidiano», 2019. Il continuo rimando all’elemento del mare, perdipiù, permea l’intero album. Si prendano in considerazione 4 marzo 1943, in cui un uomo «veniva dal mare», e La casa in riva al mare, titolo della prima canzone del lato B. Inoltre, «“Come è profondo il mare”, “Ma come fanno i marinai” e la stessa “Caruso” sono titoli della carriera successiva di Dalla che sembrano confermare una attrazione oceanica non del tutto scontata, per un bolognese» (ibidem)
  22. «Itaca era nata a Bologna, a casa di Lucio. C’era una melodia di stampo folk che gli girava in testa ed era lì con Baldazzi, cercava di spiegargli che aveva in mente qualcosa che riguardava la figura di Ulisse, così, una sensazione, uno spunto, e allora insieme cominciarono a buttare giù la storia, qualche frase, ma funzionava; poi la finirono a Mentana a casa di Bardotti, dove diventò più compiutamente la storia di Ulisse, raccontata però non dal punto di vista leggendario dell’eroe supremo, ma da quello dei suoi marinai»: E. Assante, G. Castaldo, Lucio Dalla, Milano, Mondadori, 2022. La scelta di mettere in discussione Ulisse come eroe è scaturita dalla consapevolezza che «mi sembrava un eroe troppo moderno per essere tale. E ho amato, molto più che Ulisse, i protagonisti della sua vicenda, che sono i suoi marinai»: J. Tomatis, Lucio Dalla. E ricomincia il canto. Interviste, Milano, Il Saggiatore, 2021.
  23. Tratto da un’intervista a Lucio Dalla che si legge alla seguente URL, min. 00:16:55: https://www.raiplay.it/video/2022/03/Per-Lucio-d5688600-04ad-4b40-a0d3-453df29fb259.html.
  24. Definita appunto da P. Jachia (Lucio Dalla, giullare di Dio. Un profilo artistico, Milano, Àncora Srl, 2013) una «folksong di protesta».
  25. Per rimarcare tale aspetto, il testo del brano è costituito dalla diversa reiterazione di versi e parole («Itaca, Itaca, Itaca / la mia casa ce l’ho solo là; e Itaca, Itaca, Itaca / ed a casa io voglio tornare / dal mare, dal mare, dal mare») come se fosse un grido di aiuto, di imprecazione, e nello stesso tempo di speranza. Un elemento peculiare del brano era un «“coro popolare” di dipendenti della casa discografica Rca rastrellati per l’occasione in sala di incisione, che battendo le mani scandivano il ritornello […] il coro rappresentava però nel modo più eloquente la folla dei poveri cristi che sono poi quelli che portano il peso delle ambizioni dei grandi uomini»: M. Stefanini, La storia di “Itaca” di Dalla, cortocircuito tra canzone e letteratura, op. cit.
  26. «La rilettura brechtiana dell’Odissea, alla fine, si risolveva dunque in quella dantesca: “Fatti non foste a viver come bruti, / ma per seguir virtute e canoscenza”»: Stefanini, La storia di “Itaca” di Dalla, cortocircuito tra canzone e letteratura, op. cit.
  27. P. Jachia (Lucio Dalla, giullare di Dio. Un profilo artistico, op. cit.) considera Dalla uno “sciamano” e un “giullare di Dio”, «capace di raccontare non solo il nostro tempo storico ma ancora di più il nostro tempo interiore, lo scorrere delle nostre stagioni esistenziali».
  28. Per quanto riguarda le narrazioni di Dalla, si parla di un “magismo grottesco”, di «un racconto agrodolce della vita contemporanea. Dalla non ha un approccio intellettuale alla vita e all’arte, ma un approccio musicale: il suo è un racconto armonico dove lingua, personaggi, situazioni si incastrano quasi magicamente, con un’istintiva perfezione musicale. Dalla è così un fotoreporter surreale e ultrarealista, in grado cioè di fotografare nitidamente anche i sogni e le pieghe più nascoste della nostra realtà»: P. Jachia, Lucio Dalla, giullare di Dio. Un profilo artistico, op. cit.
  29. Di Franco Battiato è una canzone del 1993, dall’omonimo titolo. Il brano racconta la genesi della leggendaria isola che trovò la sua fine negli eccessi dell’uomo: «i re mai ebbri delle immense ricchezze / e il carattere umano s’insinuò / e non sopportarono la felicità, / neppure la felicità, / neppure la felicità. / In un giorno e una notte / la distruzione avvenne. / Tornò nell’acqua. / Sparì Atlantide». Il testo musicale si inserisce all’interno di un contesto tematico sincretistico dominato dall’aspirazione alla pace, l’album Caffè de la Paix (1993).
  30. Il cantautore romano (come chiarito in A. Podestà, De Gregori, De André, Fossati e Battiato. Uno studio sulla lingua della canzone d’autore, in A canzoni far rivoluzioni e far poesia?: interdisciplinarietà, impegno e letteratura nella canzone d’autore, n. 5 di «I quaderni della Fondazione», a cura di A. Gelsomino, Fondazione Giorgio e Lilli Devoto, Genova, San Marco dei Giustiniani, 2007, pp. 151-62) «propone versi allusivi, giochi di parole, metafore e allegorie oscure; spesso ricchi di riferimenti ad episodi personali e intimi. De Gregori ama spiazzare l’ascoltatore con strutture semantiche surreali, al limite del nonsense […] prospetta una tacita complicità dell’ascoltatore, dal momento che il possibile significato dei versi si ottiene per scomposizione e ricomposizione analogica» (p. 152). Si parla, pertanto, di un «ostentato “ermetismo”» (ivi, p. 151), che caratterizza il suo intero repertorio autoriale.
  31. Il tema della distruzione di una civiltà ricorre anche nel brano Delenda Carthago (1993) all’interno dell’album Caffè de la Paix (1993) di Battiato, come segnalato in A. La Posta, Strade, piazze, città e luoghi della mente… una geografia della canzone d’autore, in A canzoni far rivoluzioni e far poesia?: interdisciplinarietà, impegno e letteratura nella canzone d’autore cit., pp. 31-43, pp. 40 e 43.
  32. F. De Gregori, Da Alice a Scacchi e tarocchi (libro allegato a un cofanetto della Bmg Ariola, che racchiude tutti gli album incisi da De Gregori dal 1973 al 1985), Bmg Ariola, 1989.
  33. In generale, nell’intera opera musicale di De Gregori «c’è quello sguardo profondo, intransigente, lungimirante, che, tra innocenza e ferocia, ha scoperchiato quarant’anni di Italia. Riletti oggi, i suoi versi, pur criptici e ammantati di metafore, sono proprio la più stupefacente cartina di tornasole del paese “metà giardino e metà galera”»: C. Fabretti, Francesco De Gregori fra le pagine chiare e le pagine scure, Roma, Arcana Edizioni Srl, 2011, versione e-book, p. 7.
  34. Tra gli elementi linguistico-testuali che caratterizzano i brani di De Gregori (cfr. A. Podestà, De Gregori, De André, Fossati e Battiato. Uno studio sulla lingua della canzone d’autore, op. cit., pp. 152-54) si registra l’uso dell’anafora, come nel caso del brano considerato. In particolare, il ripetersi di un verso analogo nel principio delle tre prime strofe, marca una triade di “spazi” della canzone e, di conseguenza, riflette un’esistenza in declino: Lui adesso vive ad Atlantide; Lui adesso vive in California; Lui adesso vive nel terzo raggio.
  35. La canzone, secondo C. Fabretti (Francesco De Gregori fra le pagine chiare e le pagine scure, op. cit.), oltre a essere di «una potenza suggestiva unica», è «l’ammissione di una sconfitta, di una (ir)responsabilità», all’interno di un contesto amoroso, dovuta a una «consapevolezza della sua natura irrimediabilmente incompiuta, irrisolta» (p. 66).
  36. Nel testo vengono menzionate anche Roma e Napoli, in un’alternanza fra reale e immaginario, vicino e lontano, spiazzante.
  37. L’enigmatico costrutto è un riferimento toponimico che resta misterioso. È possibile supporre un rimando esoterico alla struttura eptadica della natura divina tramite i Sette Raggi teosofici, di cui il terzo risulta associato alla Saggezza attiva e all’Intelligenza creativa. È comunque metafora di uno stato d’animo, ovvero di un luogo che imprigiona l’uomo (cfr. C. Fabretti, Francesco De Gregori fra le pagine chiare e le pagine scure, op. cit.).
  38. Ivi, p. 67.
  39. Sebbene il presente contributo sia stato realizzato tramite il lavoro sinergico dei due autori in occasione dell’Annual Conference AATI 2025 presso la Princeton University, il §2 è da attribuire a Ivana Vermiglio, il §3 a Mario Chichi; il §1 è di redazione comune.

(fasc. 60, 25 maggio 2026)

Autobiografia e periferia nel “Bildungsroman” musicale di Mahmood

Author di Gaspare Trapani

Abstract: Il saggio analizza la produzione lirica di Mahmood come uno spazio di elaborazione autobiografica in cui memoria personale, costruzione identitaria e rappresentazione dello spazio urbano si intrecciano in modo significativo. Attraverso l’analisi di brani appartenenti a diverse fasi della carriera dell’artista – tra cui Soldi, Nilo nel Naviglio, Mai figlio unico, Tuta Gold e Barrio – lo studio mette in luce come la scrittura musicale di Mahmood si configuri come una forma di narrazione del sé, capace di trasformare esperienze biografiche in dispositivi poetici e simbolici. Particolare attenzione è dedicata alla centralità della dimensione familiare, segnata dall’assenza della figura paterna e dalla funzione stabilizzante della madre, elementi che contribuiscono alla costruzione di un’identità complessa e plurale. Parallelamente, la periferia milanese emerge come spazio autobiografico fondamentale: non semplice sfondo geografico, ma luogo simbolico in cui si articolano processi di marginalizzazione, appartenenza e aspirazione sociale. Attraverso un approccio interdisciplinare che dialoga con studi sulla memoria, sociologia delle migrazioni e teoria dello spazio urbano, il saggio mostra come l’opera di Mahmood contribuisca a ridefinire le forme contemporanee dell’autonarrazione nella canzone italiana. Le sue canzoni si configurano, così, come un racconto generazionale in cui l’esperienza individuale diventa lente interpretativa delle trasformazioni culturali e identitarie dell’Italia contemporanea.

Abstract: This article examines the lyrical production of Mahmood as a form of autobiographical expression in which personal memory, identity construction, and the representation of urban space are closely intertwined. Through the analysis of several songs from different stages of the artist’s career – including Soldi, Nilo nel Naviglio, Mai figlio unico, Tuta Gold, and Barrio – the study argues that Mahmood’s songwriting functions as a narrative of the self, transforming biographical experiences into poetic and symbolic structures. Special attention is devoted to the central role of family memory, particularly the recurring figure of the absent father and the stabilizing presence of the mother. These elements contribute to the shaping of a complex and plural identity that reflects both personal experience and broader cultural dynamics. At the same time, the Milanese periphery emerges as a key autobiographical space: not merely a geographical setting but a symbolic environment in which marginality, belonging, and aspirations for social mobility are negotiated. Adopting an interdisciplinary perspective that engages with memory studies, migration sociology, and theories of urban space, the article suggests that Mahmood’s work redefines contemporary forms of self-narration within Italian popular music. His songs thus operate as a generational narrative in which individual experience becomes a lens through which to interpret broader transformations in contemporary Italian cultural and identity formations.

Having emerged from the poverty and obscurity in which I was born and bred,

to a state of affluence and some degree of reputation in the world,

and having gone so far through life with a considerable share of felicity,

the conducing means I made use of,

which, with the blessing of God, so well succeeded, my posterity may like to know.

(Benjamin Franklin)

L’ingresso di Mahmood nel panorama musicale italiano si situa nel 2018, anno in cui il cantante si affermò vincendo Sanremo Giovani con il brano Gioventù bruciata, garantendosi così l’accesso alla successiva edizione del Festival di Sanremo 2019 dove ottenne la vittoria con il singolo Soldi, brano che si impose non solo sul pubblico italiano ma ebbe anche un rilevante successo internazionale, piazzandosi al secondo posto all’Eurovision Song Contest e accumulando milioni di ascolti sulle piattaforme digitali nazionali e internazionali.

La vittoria di Mahmood a Sanremo, tuttavia, non fu priva di controversie. Il risultato finale ‒ determinato dalla combinazione dei voti della giuria demoscopica, della sala stampa e del televoto ‒ vide prevalere Mahmood su Ultimo, primo nelle preferenze del pubblico ma penalizzato dalle altre giurie. Questo verdetto scatenò polemiche non solo sul piano musicale, ma anche a livello ideologico, trasformando la vittoria dell’artista in un oggetto di discussione pubblica in cui confluirono questioni relative all’origine etnica e ai tratti fisici mediorientali del cantante.

Ad intervenire nel dibattito furono personalità politiche di rilievo, tra cui Matteo Salvini, all’epoca Ministro dell’Interno e Vicepresidente del Consiglio del Governo Conte, che pochi minuti dopo l’annuncio del vincitore pubblicò su Twitter: «Mahmood… Mah… la canzone italiana più bella?
Io avrei scelto Ultimo, voi che dite?
». Le critiche furono ulteriormente amplificate da Maria Giovanna Maglie, giornalista nota per le sue posizioni vicine alla destra, la quale, sempre su Twitter, commentò: «Un vincitore molto annunciato. Si chiama Maometto, la frasetta in arabo c’è, anche il Ramadan e il narghilè, il meticciato è assicurato». L’artista non raccolse le provocazioni e si limitò a precisare: «Non entro in queste polemiche. Io sono un ragazzo italiano, sono un italiano al 100 per cento da madre sarda e padre egiziano»[1].

Nonostante questo atteggiamento misurato, Mahmood divenne rapidamente un punto focale di tensioni culturali e razziali in cui furono messe in discussione le categorie tradizionali di italianità, rendendo al contempo visibili le ambivalenze e le contraddizioni della costruzione dell’identità nazionale contemporanea.

Mahmood, nome d’arte di Alessandro Mahmoud, nasce a Milano il 12 settembre 1992 da madre italiana originaria di Orosei e padre egiziano, che lascia la famiglia quando il figlio ha cinque anni per rientrare in Egitto, dove si ricostruirà una nuova vita con altre mogli e figli. Cresciuto nel quartiere Gratosoglio, nella periferia sud milanese, Alessandro sviluppa precocemente una forte inclinazione per la musica, studiando canto, pianoforte e solfeggio, e affiancando alla formazione artistica diversi lavori occasionali prima di dedicarsi interamente alla carriera musicale.

La madre, Anna, per anni barista, assume di fatto entrambe le funzioni genitoriali, garantendogli stabilità affettiva all’interno di una famiglia allargata ‒ composta da dodici zii e numerosi cugini in Sardegna ‒ con cui l’artista trascorre regolarmente le estati. In un’intervista televisiva Mahmood ha dichiarato: «La mia infanzia è stata molto felice, mia mamma non mi ha mai fatto mancare niente e mi ha sempre aiutato. Non ho mai sofferto tanto la mancanza di papà, perché ero sempre circondato da parenti e non mi sono mai sentito solo»[2]. L’assenza paterna, tuttavia, costituirà l’ossatura emotiva di una parte significativa della sua produzione lirica, a partire da Soldi, brano spartiacque sia sul piano artistico sia su quello dell’esposizione pubblica.

In Soldi, infatti, si mette in scena un doppio dialogo familiare: da un lato quello con la madre, donna tradita e rimasta sola, evocata attraverso un verso che suona come una presa di coscienza tardiva e amara («Ti sembrava amore ma era altro»); dall’altro, quello con il padre assente, richiamato come figura affettiva intermittente e rituale, costruita attraverso gesti simbolici quasi caricaturali, spesso in aperta contraddizione con il dettato religioso («beve champagne sotto Ramadan») oppure mediante domande retoriche svuotate di reale partecipazione emotiva: «Fuma narghilè mi chiede come va, sai già come va, come va, come va».

Il titolo Soldi, tuttavia, risulta volutamente fuorviante. Non si tratta di una canzone sulle difficoltà economiche o sull’avidità in senso stretto, bensì di un racconto intimo di un legame familiare spezzato, in cui il denaro diventa il simbolo di un rapporto ridotto a scambi materiali e promesse mancate, come sottolinea la ripetizione ossessiva della parola “Soldi”, seguita dall’applauso sarcastico. In questo quadro si inserisce il verso rabbioso e diretto: «Dimmi se ti manco o te ne fotti», che condensa l’intera tensione emotiva del brano in una domanda brutale, priva di mediazioni retoriche, cui fa opposizione, nel testo, una quartina in cui il tono si fa nostalgico e struggente: qui Mahmood alterna arabo e italiano[3], dando voce a un ricordo infantile carico, sospeso tra autenticità e illusione:

Waladi waladi habibi ta’aleena (“Figlio mio, figlio mio, amore, vieni qui”)
Mi dicevi giocando giocando con aria fiera,

Waladi waladi habibi sembrava vera
La voglia la voglia di tornare come prima.

In questo passaggio, la lingua araba ‒ associata alla memoria del padre e all’infanzia ‒ non è strumento identitario esibito, ma lingua del ricordo e della mancanza, veicolo di un’intimità fragile, come quel desiderio di “tornare come prima” irrealizzabile.

Al di là del caso emblematico di Soldi, la figura paterna costituisce un motivo ricorrente nella produzione lirica già nel precedente Gioventù bruciata. Qui, Mahmood costruisce un paesaggio mnemonico fatto di immagini evocative, frammenti discontinui di infanzia “dimenticati troppo presto” e ulteriori accenni a un dialogo affettivo interrotto, come mostrano chiaramente versi quali:

Mettevi in macchina le tue canzoni arabe
stonavi e poi mi raccontavi vecchie favole
C’è qualcosa che non capisco, come fare un tuffo nel Mar rosso
l’ho dimenticato troppo presto

In Gioventù bruciata, a differenza di Soldi, il padre non è ancora oggetto di accusa diretta, ma emerge come figura ambivalente, filtrata attraverso il ricordo infantile: le “canzoni arabe”, le “favole”, il “Mar Rosso” evocano un immaginario affettivo e culturale che appare oggi sfocato, parziale, già in via di perdita. Il verso «l’ho dimenticato troppo presto» diventa, così, una chiave di lettura centrale, perfettamente coerente con l’idea ricoeuriana[4] della memoria come costruzione instabile e selettiva, e prepara il terreno per il confronto emotivo e conflittuale con la figura paterna che si sviluppa in Soldi.

Lo stesso accade nel brano Nilo nel Naviglio, titolo evocativo in cui riaffiora, da un lato, il simbolo fluviale della Milano di Mahmood, dall’altro quello del padre egiziano. In questo testo, tra identità, memoria e nostalgia, emergono, ancora una volta, i ricordi emotivi legati alla mancanza paterna, a cui si rivolge direttamente:

Ma ora dimentichi i miei modi di fare da bambino
quando la notte confondevamo sempre il Naviglio con il Nilo

Dicevi scappiamo in Cina
ma dove vado se non ci sei tu più qui vicino se non c’è più il Nilo

Sarah Bringhurst Familia, ricercatrice presso l’Università di Leiden, evidenzia la centralità della figura paterna nella costruzione dell’identità di Mahmood, sottolineando come «the memories of his alienated father represent not only a missing parental figure, but a missing piece of self-identity that nevertheless plays a deeply significant role in the way he exists both in his everyday life and as a public figure»[5]. In Nilo nel Naviglio, quindi, Mahmood, attraverso un viaggio interiore tra Nilo e Naviglio volto alla costruzione della propria identità, mostra come i ricordi e le memorie personali vengano trasportati e riassemblati in un nuovo contesto, trasformando lo spazio circostante in un luogo emotivo e simbolico.

«Resto qui e butto un’altra notte / Cerco il Nilo nel Naviglio»: l’io lirico ricompone frammenti dell’infanzia in un’evocazione immaginativa di un luogo con cui sente una connessione, anche senza averci mai vissuto pienamente. La canzone esplora, così, ciò che Sheller e Urry descrivono come:

The complex interrelation between travel and dwelling, home and not-home. In leaving a place migrants often carry parts of it with them which are reassembled in the material form of souvenirs, textures, foods, colours, scents, and sounds ‒ reconfiguring the place of arrival both figuratively and imaginatively[6].

All’interno dello stesso progetto discografico, Asia Occidente di Mahmood ripropone, attraverso una nuova metafora geografica, il nodo irrisolto della figura paterna, declinandolo secondo una polarità più netta e conflittuale, quella di una configurazione dicotomica esplicita: Asia e Occidente. Il nucleo lirico centrale esplicita tale dinamica:

Mi chiamerai sotto casa, quando tutti dormiranno
Con la voglia di fare lo stesso sbaglio
ma ora non ti assomiglio più
Mi chiamerai sotto casa, farò finta di niente
Come sempre, come se io fossi l’Asia e tu l’Occidente
Fossi l’Asia e tu l’Occidente

L’affermazione «Mi chiamerai sotto casa» costruisce una scena di prossimità potenziale: la figura del “tu” ‒ leggibile in continuità con la funzione paterna ‒ è evocata come presenza ancora capace di riattivare il legame. La frattura, però, incombe in modo netto nell’affermazione: «ora non ti assomiglio più». L’avverbio temporale “ora” marca un passaggio identitario compiuto: l’io lirico rivendica una trasformazione che implica differenziazione e superamento del modello paterno; il soggetto si emancipa, dunque, dalla genealogia, ridefinendo la propria fisionomia etica e culturale.

La metafora «come se io fossi l’Asia e tu l’Occidente» non rimanda semplicemente a coordinate spaziali, ma diviene dispositivo allegorico del conflitto identitario: l’io si colloca deliberatamente in uno dei due estremi, segnando una distanza non soltanto affettiva, ma culturale e simbolica.

Se in Asia Occidente il conflitto identitario si articola attraverso una polarizzazione geografica, in Mai figlio unico la tensione si concentra sulla definizione del soggetto, rinvia a una condizione filiale strutturalmente plurale e priva di esclusività. Tale consapevolezza emerge con particolare evidenza nei versi: «Ho una sorella e un fratello dall’altra parte del mondo / Forse di me, forse di te manco lo sanno». La distanza geografica diviene qui figura della frammentazione paterna: la genealogia non si configura come linea unitaria, ma come costellazione dispersa.

Al centro del testo si articola una duplice dinamica: da un lato, il timore di aver ereditato dal padre tratti indesiderati; dall’altro, l’investimento esclusivo nella figura materna quale unica radice stabile come esplicitato nei versi: «Mi sento un po’ come se avessi preso il lato peggiore di te / Mia madre ha solo me».

L’eredità paterna è percepita non soltanto in termini biologici, ma soprattutto etici: il figlio teme di aver interiorizzato ciò che avverte come mancanza o difetto del padre e il sintagma «il lato peggiore di te» evidenzia il peso di questa identificazione negativa. In contrapposizione, l’affermazione «Mia madre ha solo me» istituisce un’esclusività materna che funge da principio di stabilità, l’unica relazione non frammentata.

La figura paterna riemerge con forza in Tuta Gold, in una forma che intreccia memoria privata e conflitto identitario, perdono dichiarato e ferita ancora aperta: «Lo sai che non porto rancore / Anche se papà mi richiederà di cambiare cognome». Interessante è il secondo verso, che introduce immediatamente un elemento di conflitto: la richiesta del padre di “cambiare cognome”. Il cognome, in quanto segno giuridico e simbolico della filiazione, rappresenta l’iscrizione del soggetto in una genealogia. Metterlo in discussione significa incrinare il legame stesso della trasmissione identitaria. Il senso di questi versi si chiarisce alla luce dell’intervista rilasciata dal padre alla stampa nell’agosto 2023: «Se lui davvero pensa che io l’abbia abbandonato e non vuole avere più a che fare con me, vorrei che cambiasse il suo cognome con quello della madre. Non pretendo che cambi il suo nome d’arte ma quello reale»[7].

La dichiarazione pubblica introduce un elemento di forte esposizione mediatica del conflitto familiare. La distinzione operata dal padre tra “nome d’arte” e “nome reale” sottolinea, inoltre, la scissione tra persona pubblica e individuo privato: mentre il brand “Mahmood” rimarrebbe intatto, il soggetto civile dovrebbe rinunciare al patronimico.

Particolarmente significativa, nel percorso autobiografico di Mahmood, è Stella cadente, vera e propria epistola in versi di un figlio verso la figura paterna assente. I versi «Perdo tempo a chiedermi se piaccio a chi non ho mai visto perché / Forse è che da quando ho fatto cinque anni mi hai lasciato un triste ricordo di te» introducono immediatamente la ferita originaria: l’abbandono intorno ai cinque anni. L’assenza paterna diventa matrice di un’insicurezza affettiva strutturale («se piaccio a chi non ho mai visto»), quasi che il bisogno di approvazione pubblica ‒ cifra ricorrente nell’immaginario mahmoodiano ‒ affondi le radici in quella mancanza primaria. Altri versi del brano intensificano il tono epistolare e confessionale in cui la dimensione privata si intreccia con quella identitaria e culturale: «Leggimi una favola pure del Corano / Se vuoi presentarmi mia sorella»; «Io compro la mia prima casa e non mi chiedi com’è / Mi rimangio le parole: non so nemmeno se ti voglio bene».

Il riferimento al Corano segnala una componente biografica coerente con le origini egiziane del padre, ma resta inscritto in una dinamica affettiva: la favola è il gesto mancato, l’intimità negata. L’accenno alla sorella e alla “prima casa” introduce, invece, il tema del riconoscimento mancato: il raggiungimento di un obiettivo di vita – la prima casa ‒ non colma il vuoto dell’assenza paterna e il verso conclusivo («Mi rimangio le parole: non so nemmeno se ti voglio bene») sospende il discorso in un’ambivalenza radicale tra bisogno e rifiuto.

Anche nella più recente Sottomarini riaffiora la figura paterna, legata alla detenzione di due anni per traffico di documenti falsi e ricettazione, evento biografico che nell’economia simbolica del testo si configura come vera e propria “ferita simbolica”, ulteriore incrinatura dell’ordine genealogico e dell’autorità. Il passaggio «Come stavo io / Quando ti ho visto fuori dal carcere» non insiste sul reato in sé, ma sull’effetto emotivo prodotto dall’episodio del padre detenuto sull’io e sulla destabilizzazione affettiva generata dall’evento. L’uscita dal carcere, anziché configurarsi come riconciliazione, riapre una frattura. È proprio in questa strofa che il testo opera una contrapposizione netta: alla figura paterna, instabile e traumatica, si contrappone quella materna, evocata in forma semplice e colloquiale: «Come sta mamma? Sembra rinascere».

Se il padre è associato al carcere, alla colpa e alla discontinuità, la madre assume la funzione di principio rigenerativo, controbilanciando la ferita paterna. Questa centralità materna emerge già in Ghettolimpo, dove la madre è figura di sostegno silenzioso e di radicamento affettivo. L’album stesso, il cui titolo fonde il “ghetto” con l’“Olimpo”, costruisce una mitologia personale in cui l’ascesa artistica non cancella le origini periferiche, e la madre rappresenta la continuità tra questi due poli: «Nel buio guarda tua madre / Ti dirà: “L’amore è ciò che ti resta”». Qui, la figura materna – al contrario del padre – si configura come guida morale e affettiva: nella difficoltà, nell’insicurezza o nelle cadute esistenziali, è lei a indicare (o ricordare) che l’unica cosa che resta è l’amore, come fondamento emotivo e morale. È tuttavia in T’amo (contenuta in Ghettolimpo) che l’amore filiale verso la madre si fa esplicito e totalizzante, priva di riserve. I versi:

Dammi la buonanotte
Anche se non lo sai, ho bisogno di te
Ma no, non è facile da sola crescere
Chi per metà ti ricorda l’uomo che ti ha lasciato
Ti ho promesso che nella vita tua c’ero
Giuro lo farò, fino a New York ti porterò

mettono in scena una dinamica rovesciata rispetto a quella paterna. Non è il figlio a chiedere riconoscimento, ma a offrirlo, assumendo una postura protettiva e promettendo presenza («nella vita tua c’ero»), mobilità sociale («fino a New York ti porterò»), risarcimento simbolico. Il verso «non è facile da sola crescere / Chi per metà ti ricorda l’uomo che ti ha lasciato» è particolarmente denso: il figlio riconosce nella propria identità una traccia del padre assente, quasi un segno doloroso impresso nel volto e nel sangue. La madre ha dovuto crescere “da sola” un figlio che, inevitabilmente, porta in sé l’immagine dell’uomo che l’ha abbandonata. L’amore filiale si carica, allora, anche di una dimensione riparativa. In un’intervista, Mahmood ha dichiarato:

Il dna del disco, il nucleo è un po’ “T’Amo” perché è la prima canzone che dedico a mia madre. Ho sempre parlato delle mie origini arabe e messo poco in luce quelle sarde che è una parte molto forte, che mi appartiene. Sono molto felice di questo brano anche perché ho collaborato con un coro del mio paese, di Orosei[8].

In tal senso, la canzone assume anche un valore identitario: se la figura paterna è associata alle “origini arabe”, qui emerge con forza la matrice materna sarda, non solo sul piano tematico, ma anche musicale e linguistico: il ritornello, infatti, riprende e rielabora A Diosa (1920), celebre canto d’amore della tradizione sarda scritto da Salvatore Sini e musicato da Giuseppe Rachel in cui si recita:

Non potho reposare amore ’e coro
Pensendte a tie so donzi momentu
No istes in tristura prenda1’e oro
Né in dispiaghere o pensamentu
T’assicuro che a tie solu bramo
Ca t’amo forte e t’amo, t’amo e t’amo
Unu mundu bellissimu pro tene
Pro poder dispensare cada bene[9]

L’operazione compiuta in T’amo è altamente significativa: un canto tradizionalmente amoroso ‒ rivolto a una donna amata in senso romantico ‒ viene trasposto in chiave filiale. L’iperbole amorosa (‘creerei un mondo bellissimo per te’) diventa promessa del figlio alla madre mentre la formula reiterata «t’amo, t’amo e t’amo» perde ogni ambiguità erotica per farsi dichiarazione di gratitudine e devozione assoluta.

Accanto alla dimensione familiare, la periferia costituisce nella scrittura di Mahmood l’altro vero dispositivo autobiografico: non semplice sfondo realistico, ma matrice simbolica identitaria attraverso cui il soggetto prende la parola. È ciò che succede nel già citato Mai figlio unico in cui l’autoritratto si apre con una localizzazione geo-sociale precisa: «Oggi taglierò i capelli da Mustafà / Sono di Milano Sud ma sembra l’Africa».

Il dettaglio quotidiano del barbiere restituisce una micro-topografia concreta, fatta di nomi propri e relazioni di quartiere. La periferia è un luogo vissuto, attraversato, abitato: non astrazione sociologica ma spazio di pratiche quotidiane. Tuttavia, l’espressione «ma sembra l’Africa» introduce immediatamente uno scarto percettivo. Milano Sud è italiana e insieme percepita come altrove. La periferia diventa, così, spazio etnicizzato, costruito attraverso uno sguardo che la associa a un’esternalità interna, meccanismo, questo, descritto da Abdelmalek Sayad, uno dei principali teorici degli studi contemporanei sulle migrazioni, in La doppia assenza[10], dove l’immigrato è colto in una sorta di sospensione tra due appartenenze e la periferia è un “altrove” dentro la città, un confine simbolico che separa la Milano vetrina dalla Milano vissuta. E, quando il testo prosegue con «Sì lo so, / ho una faccia da schiaffi / Sono i tratti orientali, dimmi che posso farci», il discorso si sposta dal luogo al corpo. L’identità è inscritta nei tratti somatici, che diventano superficie di lettura sociale. In termini bourdieusiani, potremmo dire che il corpo funziona come deposito dell’habitus: secondo Pierre Bourdieu[11], le strutture sociali si incorporano e si rendono visibili nelle posture, nei gusti, nei segni esteriori. Nel caso specifico, pertanto, i “tratti orientali” sono insieme dato biografico e marchio simbolico, elemento di autoaffermazione e possibile stigmatizzazione, mentre la dichiarazione esplicita «Sono di Milano Sud» assume un valore performativo: non semplice indicazione geografica, ma atto di rivendicazione.

In Moonlight Popolare, realizzata con Massimo Pericolo, la periferia assume una dimensione più esplicitamente corale:

Non vengo da Bel Air,

ma son nato qua.

Senza cappottabile né papà.

prospettando un’opposizione ironica tra l’immaginario del lusso globalizzato ‒ Bel Air come metonimia della ricchezza spettacolare ‒ e la realtà della nascita in un contesto privo di privilegi economici e affettivi. Si ripropone l’assenza del padre, intrecciata qui alla mancanza di capitale economico, saldando dimensione familiare e condizione sociale. Le immagini successive:

Madri gridano in coro

Sole fuori dai penitenziari

Padri senza lavoro

cercan life ai domiciliari

ampliano il quadro di una scena quasi cinematografica in cui la periferia appare come un luogo di precarietà strutturale e la detenzione, la disoccupazione e la fragilità familiare si ripetono come elementi sistemici. La scrittura, tuttavia, non si arresta alla diagnosi sociologica. Dopo aver delineato un quadro di durezza materiale, il testo introduce una svolta percettiva: «Però se guardi in alto da ’sto giardino / La luna sembra uno zaffiro perso nel buio». Qui, il connettivo “però” segna un cambiamento di regime: dalla descrizione orizzontale dello spazio urbano si passa a un movimento verticale dello sguardo. Il “giardino” – luogo periferico, probabilmente anonimo – diventa punto di osservazione da cui cogliere la bellezza inattesa della luna. Se, per Michel Foucault, alcuni luoghi reali funzionano come spazi altri, capaci di sovvertire simbolicamente l’ordine dominante[12], il giardino periferico, qui, sotto la luna-zaffiro, diventa uno spazio in cui la marginalità è momentaneamente sospesa e riconfigurata. La periferia mahmoodiana non è, dunque, soltanto spazio di privazione ma anche luogo di comunità, di resistenza affettiva, di immaginazione e utopia.

La medesima tensione tra radicamento e sospensione riemerge con forza in Calipso, dove il richiamo mitologico si configura come un dispositivo di amplificazione simbolica. Il nome rimanda alla ninfa dell’Odissea che trattiene Ulisse sull’isola di Ogigia, sospendendone il ritorno e, con esso, il compimento del destino. Nella rielaborazione di Mahmood, Calipso non è soltanto figura seduttiva, ma metafora di immobilità forzata che riguarda i giovani cresciuti ai margini dello spazio urbano:

Calipso, corri ragazzo nei vicoli

Cento sirene negli angoli

Nessuno cercherà nel tuo cuor

Calipso, cerchi per strada miracoli.

Il movimento è labirintico: si corre, ma dentro i vicoli; si è circondati da “cento sirene”, che possono evocare insieme seduzione e allarme, mito e polizia, canto e pericolo. L’orizzonte è chiuso, frammentato in angoli, senza apertura panoramica, quasi claustrofobico. La sospensione del destino di Ulisse diventa qui sospensione sociale, attesa indefinita di un “miracolo” che tarda ad arrivare.

È, tuttavia, in Barrio che la periferia raggiunge una densità emotiva e simbolica particolarmente intensa. Già il titolo, mutuato dallo spagnolo, segnala uno slittamento linguistico: non semplicemente un “quartiere”, ma barrio, termine che evoca una dimensione comunitaria, popolare spesso associata alle periferie latinoamericane, un archetipo più che un punto geografico preciso. «Leggeri come elefanti in mezzo a dei cristalli»: l’ossimoro è potente. L’elefante, simbolo di peso e ingombro, diventa “leggero”, ma resta in mezzo ai cristalli, spazio fragile che può rompersi a ogni passo. L’immagine restituisce la condizione di chi cresce in un contesto dove ogni movimento è rischioso, dove la presenza è percepita come eccessiva, fuori misura. Un altro ossimoro si nasconde nei versi successivi: «Zingari come diamanti tra gang latine» in cui se, da una parte, abbiamo erranza e marginalità, dall’altra l’accostamento ai diamanti introduce un valore inatteso di preziosità in cui la periferia è luogo di stigmatizzazione, ma anche di luminosità nascosta. Il diamante, come la luna-zaffiro di Moonlight Popolare, indica una ricchezza simbolica che non coincide né con il capitale economico né con la realtà geo-sociale.

Anche in Tuta Gold la periferia si condensa in una figura-simbolo che rende ancora più esplicita la tensione fra ordinarietà e desiderio di eccezione. Il titolo stesso rinvia a un capo diffusissimo negli anni Novanta ‒ la tuta in acetato ‒ trasformato però attraverso l’aggettivo “gold” (‘oro’) in oggetto carico di valore simbolico. Nel capo più comune può annidarsi qualcosa di speciale: è qui che si gioca l’intero dispositivo poetico del brano: la tuta, metonimia dell’esistenza periferica, indumento quotidiano e funzionale, tingendosi d’oro, si carica di un’aura che rimanda al lusso, al successo, alla visibilità. Come osserva Roland Barthes in Miti d’oggi, ogni oggetto può essere sottoposto a un processo di mitizzazione[13]: mantiene la sua forma materiale (la tuta resta tuta), ma assume un significato simbolico, trasformandosi in emblema di riscatto sociale e identitario. La tensione tra radicamento e slancio emerge chiaramente nel verso: «A stare nel quartiere serve fottuta personalità». La periferia qui non viene romanticizzata: l’espressione colloquiale e aspra sottolinea come la sopravvivenza simbolica nello spazio urbano richieda forza caratteriale e capacità di resistenza.

L’immagine dei “cinque cellulari” ‒ che allude alla pratica, diffusa in alcuni contesti marginali, di usare più telefoni per eludere controlli e sorveglianza ‒ introduce un tono ancora più crudo, radicando il brano in esperienze concrete senza edulcorare la realtà dell’ambiente d’origine dell’artista. La dimensione autobiografica si manifesta con particolare intensità nei versi dedicati al bullismo e al razzismo, evidenziando come la narrazione del sé si intrecci strettamente con il contesto sociale e materiale in cui l’artista è cresciuto:

Mi hanno fatto bene le offese

Quando fuori dalle medie le ho prese e ho pianto

Dicevi ritornatene al tuo paese.

La canzone Ra ta ta sembra completare il quadro tracciato in Tuta Gold, conferendo continuità tematica e simbolica:

Tre anni nella gang
Su una terrazza
Con quelli come me
La faccia mulatta, bocca a mitraglia

Qui, due immagini assumono un rilievo centrale: “la faccia mulatta” e “la bocca a mitraglia”. La prima richiama direttamente la condizione razzializzata del soggetto, visibile e simbolicamente marcata, e funge contemporaneamente da segno di esclusione sociale e da rivendicazione di alterità. Il corpo, ancora una volta, si configura come dispositivo attraverso cui le tensioni sociali e le gerarchie simboliche si manifestano, diventando un terreno di negoziazione politica e identitaria. La seconda immagine, “la bocca a mitraglia”, ancora il corpo, si presenta come una metafora potente dell’espressività onomatopeica che dà ritmo e titolo al pezzo: aspra, rapida e violenta. In questo senso, la violenza verbale ‒ tradotta musicalmente nel ritmo della “mitraglia” ‒ assume una funzione di difesa e resistenza, diventando l’unica arma a disposizione per affermarsi, proteggersi e conquistare un riscatto simbolico.

In questo senso, questa e altre canzoni di Mahmood possono essere lette come un percorso di formazione, assimilabile al Bildungsroman[14]: un racconto in cui lo sviluppo del protagonista è costantemente mediato dalla società, dalle esperienze personali e dalla progressiva costruzione della propria identità. I testi diventano così non solo una narrazione autobiografica, ma anche un dispositivo attraverso cui si racconta la crescita individuale in relazione al contesto sociale e culturale:

Bastava una margherita

per giocare a m’ama non m’ama
Ma si può crescere in fretta

se vivi crescendo per strada

In questo quadro, l’infanzia viene presentata come un periodo segnato da marginalità, conflitto e precarietà affettiva, in cui le condizioni sociali e familiari del soggetto costituiscono il terreno su cui si sviluppano le sue tensioni identitarie. Contemporaneamente, le relazioni affettive si configurano come uno spazio instabile e problematico, dove riaffiorano costantemente le ferite del passato e le fragilità del sé. Questa dinamica emerge chiaramente, ad esempio, in Sabbie mobili, dove la precarietà della relazione amorosa assume una dimensione quasi ontologica, diventando un indicatore della complessità della formazione emotiva e identitaria del soggetto. Nei versi:

Sdraiato in hotel,

facendo la tele
Si son fatte le tre,

chissà se stai bene

l’io si muove in uno spazio transitorio e notturno: l’hotel, luogo di passaggio, richiama simbolicamente i “non-luoghi” descritti da Marc Augé[15]: ambienti privi di radicamento, coerenti con un’identità sospesa. L’attesa dell’altro non stabilizza, ma produce ansia e dipendenza. La metafora centrale esplicita questa dinamica: «Più ti penso qui / Più cado in sabbie mobili». Il pensiero amoroso non rafforza l’io: lo fa sprofondare. L’immagine delle sabbie mobili traduce in figura retorica la condizione descritta da Zygmunt Bauman come “modernità liquida”[16], in cui i legami affettivi sono reversibili, precari, incapaci di garantire stabilità identitaria. L’amore, anziché strutturare e consolidare il soggetto, ne rivela la vulnerabilità.

In Nel tuo mare la crisi del legame assume la forma della sostituibilità. L’illusione di unicità viene smascherata nella crudezza del verso «T’innamori di un altro coglione / Solo per stare con qualcuno.», in cui non si esprime soltanto aggressività, ma si segnala una ferita narcisistica: ciò che colpisce non è solo la fine dell’amore, bensì la scoperta di non essere indispensabile a cui segue la consapevolezza che il sentimento sia, in parte, proiezione:

Non ti vergognare

se ciò che provi per me

non è più ciò
Che ti piaceva immaginare

Qui l’amore è riconosciuto come costruzione immaginaria, come investimento su un’immagine più che su una realtà. La chiusura:

Le nuove storie, sai,

aiutano a scordare
Vecchi nodi da lasciare andare

introduce una temporalità sostitutiva, in cui ogni relazione serve a rimuovere la precedente, impedendo la costruzione di una continuità identitaria per il prevalere di una tensione costante tra esposizione e perdita.

Anche in Brividi ‒ brano con cui Mahmood, assieme a Blanco, vinse il suo secondo Sanremo ‒ l’amore travagliato si impone come fulcro tematico, declinato però in forma dialogica. La struttura a due voci non è un mero espediente performativo, ma mette in scena la frattura interna alla relazione, trasformando il conflitto in alternanza lirica. I due timbri differenti convergono nella rappresentazione di una soggettività emotivamente esposta, incapace di padroneggiare il proprio sentimento. Il ritornello è emblematico:

Nudo con i brividi
A volte non so esprimermi
E ti vorrei amare, ma sbaglio sempre.

La nudità non è solo corporea, ma simbolica: indica disarmo, vulnerabilità, impossibilità di difesa. L’inadeguatezza comunicativa («non so esprimermi») diventa il vero ostacolo all’amore, configurando il sentimento come desiderio che eccede le capacità linguistiche del soggetto ed evidenziando l’impossibilità di una piena coincidenza tra ciò che si prova e ciò che si riesce a dire: l’amore si colloca nello scarto tra esperienza e parola, e proprio in tale scarto si genera il dolore.

Accanto alla dimensione sentimentale, un ulteriore nodo autobiografico centrale nella produzione dell’artista è la riflessione sul successo e sulle sue implicazioni identitarie. Lo sguardo di Mahmood sulla fama appare spesso critico e attraversato da una malinconia che ne mette in luce l’ambivalenza come, alludendo alla tensione tra periferie milanesi e popolarità pubblica, il titolo del già citato album, Ghettolimpo, crasi tra “ghetto” e “olimpo”, sintetizza.

Questa tensione fra origine e consacrazione trova un’articolazione particolarmente efficace in Kobra ‒ da non confondere con l’omonimo brano di Rettore ‒, in cui Mahmood mette in scena un netto contrasto simbolico tra la figura materna – origine ‒, unico punto di riferimento affettivo stabile, e il mondo dello spettacolo, rappresentato attraverso l’immagine dei “serpenti”. In questo contesto, le relazioni si fanno opache, attraversate da sospetto, diffidenza e senso di estraneità, configurandosi come una sorta di pegno emotivo da pagare per l’accesso alla fama: «Son tutti kobra che mordono / Mamma diceva al telefono: / fai da te che poi ti fregano».

La notorietà, tuttavia, non comporta un prezzo soltanto sotto i riflettori, ma implica anche una continua e pervasiva intrusione nella sfera privata. Anche su questo aspetto Mahmood riflette esplicitamente nei suoi testi.

Emblematica, in tal senso, è la questione dell’orientamento sessuale, oggetto di numerose illazioni mediatiche: nelle canzoni dell’artista non compaiono riferimenti espliciti al genere dell’amato o dell’amata e, parallelamente, nelle dichiarazioni pubbliche egli ha manifestato un netto rifiuto delle categorizzazioni identitarie imposte, affermando in un’intervista che «l’idea stessa del coming out è un passo indietro perché presuppone il bisogno di dividerci tra etero e omosessuali»[17]. Una posizione, questa, che non si configura come reticenza, bensì come una sottrazione consapevole al dispositivo classificatorio, aprendo uno spazio di indeterminazione che destabilizza l’aspettativa eteronormativa e, al contempo, rifiuta la riduzione dell’esperienza affettiva a etichetta.

In questa prospettiva, il brano Sottomarini assume una forte valenza simbolica. Il dispositivo poetico del sottomarino si carica, infatti, di una duplice funzione metaforica: da un lato, vivere “sott’acqua” rappresenta una forma di protezione dagli sguardi invasivi e dal controllo mediatico; dall’altro, suggerisce il desiderio di essere visti in profondità, al di là della superficie, oltre i pregiudizi e le semplificazioni discorsive. Qui, dunque, il nascondimento non coincide con una rinuncia all’identità, ma si configura come una pratica di libertà e autodeterminazione, come esplicitano i versi:

Della virilità
Non me ne fotte un cazzo
Cerchi privacy, ma non la dai
Che te ne fotte se amo lui o amo lei?

Mahmood opera qui una rottura netta con l’immaginario tradizionale della maschilità egemonica: la virilità, intesa come performance normativa e come parametro di legittimazione sociale, viene esplicitamente disattivata attraverso un registro linguistico crudo, affermato con forza perentoria: non si tratta di ridefinire la virilità, bensì di negarne la centralità.

Il verso successivo («Cerchi privacy, ma non la dai») introduce una dinamica accusatoria che smaschera l’asimmetria del sistema mediatico: chi pretende trasparenza dall’artista non è disposto a riconoscergli il diritto all’opacità. L’interrogativa («Che te ne fotte se amo lui o amo lei?») non chiede realmente una risposta, ma denuncia l’invadenza stessa della domanda. L’alternanza “lui/lei” non è una dichiarazione, ma una sospensione deliberata della scelta binaria: ciò che conta non è il genere dell’amato, bensì la libertà di amare.

In questo brano, che può cronologicamente essere letto come il Bildungsroman musicale finora sviluppato da Mahmood, la sua poetica si manifesta con particolare chiarezza. L’identità non viene rappresentata né come un dato da esibire né come un segreto da confessare, ma come uno spazio da abitare, regolato dai propri tempi e dalle proprie modalità di espressione. Il “sottomarino”, dunque, si configura non soltanto come un rifugio, ma come figura di profondità, che invita ad andare oltre la superficie mediatica e la curiosità morbosa del pubblico, verso una soggettività che rivendica il diritto di definirsi ‒ o di non definirsi ‒ al di fuori delle categorie imposte. In tal modo, il brano diventa non solo una narrazione autobiografica, ma anche un luogo simbolico di sperimentazione identitaria e di resistenza alle etichette sociali, ultima tappa del percorso del Bildungsroman di Mahmood e di riflessione sulla libertà e sull’autodeterminazione del sé.

 

  1. Sanremo 2019, vince Mahmood: “Sono nato e cresciuto a Milano, italiano al 100 per cento”, in «Il Giorno», 10/2/2019; cfr. l’URL: https://www.ilgiorno.it/cronaca/sanremo-2019-mahmood-2442cc01 (consultato il 7/3/2026).

  2. Alessandro Mahmoud oltre Mahmood, 16/2/2024; cfr. l’URL: in https://mediasetinfinity.mediaset.it/news/mediasetinfinity/verissimo/mahmood-chi-e-alessandro-mahmoud-biografia-storia_SE000000000023_t2Iorf0RHrL54RhYkPAmFZl (consultato il 7/3/2026).

  3. Un aspetto molto importante della produzione di Mahmood è l’ibridazione linguistica riscontrabile nei suoi testi. Particolarmente efficace, in tal senso, è la lettura del contributo di Jacopo Ferrari, dal titolo Parole, storie e suoni nell’italiano senza frontiere: il Marocco pop di Mahmood, 18/2/2020; cfr. l’URL: https://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/articoli/percorsi/percorsi_244.html.

  4. P. Ricoeur, La memoria, la storia, l’oblio, a cura di D. Iannotta, Milano, Raffaello Cortina Editore, 2003.

  5. S. Bringhurst Familia, The Nile in the Naviglio: Identity and Belonging at Eurovision 2019, 26/6/2020; cfr. L’URL: https://connectingdreams.wixsite.com/connectingdreams/post/the-nile-in-the-naviglio-identity-and-belonging-at-eurovision-2019? (consultato il 7/3/2026).

  6. M. Sheller e J. Urry, The New Mobilities Paradigm, in «Environment and Planning A» 38, no. 2 (2006), pp. 207-26, in https://doi.org/10.1068/a37268 (consultato il 7/3/2026).

  7. Dopo Soldi e Gioventù Bruciata, il padre di Mahmood: “Se l’ho abbandonato, cambi il suo cognome”, 24/8/2023, a cura di V. Nasto; cfr. l’URL: https://music.fanpage.it/dopo-soldi-e-gioventu-bruciata-il-padre-di-mahmood-se-lho-abbandonato-cambi-il-suo-cognome/ (consultato il 7/3/2026).

  8. Mahmood: “La canzone che è il nucleo del disco è ‘T’Amo’, perché oltre alle mie origini arabe volevo parlare di quelle sarde, di mia madre”, in «Il Fatto quotidiano», 16/6/2021; cfr. l’URL: https://www.ilfattoquotidiano.it/2021/06/16/mahmood-la-canzone-che-e-il-nucleo-del-disco-e-tamo-perche-oltre-alle-mie-origini-arabe-volevo-parlare-di-quelle-sarde-di-mia-madre/6232123/ (consultato il 7/3/2026).

  9. ‘Non riesco a riposare amore del cuore / Sto pensando a te ogni momento / Non essere triste gioiello d’oro / Né addolorata o preoccupata. / Ti assicuro che desidero solo te / Perché ti amo forte, ti amo e ti amo. / E creerei un mondo bellissimo per te / Per poterti regalare ogni bene’.

  10. A. Sayad, La doppia assenza. Dalle illusioni dell’emigrato alle sofferenze dell’immigrato, a cura di S. Palidda, prefazione di P. Bourdieu, Milano, Raffaello Cortina Editore, 2002.

  11. Cfr. P. Bourdieu, La distinzione. Critica sociale del gusto, trad. di G. Viale, a cura di M. Santoro, Bologna, Il Mulino, 2001.

  12. Cfr. M. Foucault, Eterotopie: ‘Altri spazi’, in Dits et écrits, a cura di D. Defert e F. Ewald, trad. di A. Giaconi, Torino, Einaudi, 2005, pp. 747-57.

  13. R. Barthes, Miti d’oggi, trad. di G. Verri, Torino, Einaudi, 2013.

  14. Cfr. M. Baldini, Il romanzo di formazione: tradizione e modernità del Bildungsroman, Roma, Carocci, 2017.

  15. M. Augé, Nonluoghi. Introduzione a una antropologia della surmodernità, Torino, Einaudi, 2009, p. 45.

  16. Z. Bauman, Modernità liquida, Torino, Einaudi, 2000, p. 77.

  17. Mahmood: “Non chiedetemi se ho una fidanzata o un fidanzato”, 18/2/2019; cfr. l’URL: https://www.tio.ch/people/people/1353114/mahmood-non-chiedetemi-se-ho-una-fidanzata-o-un-fidanzato (consultato il 7/3/2026).

(fasc. 60, 25 maggio 2026)