Maria Messina “in trincea”: narrativa di guerra e propaganda nel corpus della «Giberna» (1918-1919)

Author di Amalia Mangiagli

Abstract: L’obiettivo del saggio è quello di riconsiderare la produzione bellica di Maria Messina (1887-1944), tradizionalmente interpretata come una variante tematica all’interno della sua più ampia produzione narrativa. Un attento esame di come la guerra sia trattata nei suoi racconti mostra che gran parte della sua produzione appartiene al genere della propaganda di guerra, a cui Messina aderiva in gran parte senza distanza critica, in linea con molti intellettuali della sua generazione. Le novelle note del periodo bellico vengono analizzate attraverso un approccio tematico al fine di evidenziare motivi ricorrenti e strategie propagandistiche che una lettura cronologica o basata sulle raccolte tende a oscurare. Il contributo centrale dell’articolo, tuttavia, è la presentazione di un corpus precedentemente sconosciuto: un’indagine sistematica sui periodici della Prima Guerra Mondiale ha fatto emergere, infatti, un gruppo di testi di finzione di Messina pubblicati sul giornale di trincea «La Giberna» tra aprile e dicembre 1918, sconosciuti alla critica e mai più ristampati. Questi includono il dialogo Peppinello in licenza, le novelle Nata! Nata! e La bottega di don Lillo, oltre alla serie di sei episodi con il personaggio Zi’ Berrettaccia, le cui radici risalgono a un contributo precedente della scrittrice al «Corriere dei Piccoli» (1913). Letti insieme, questi materiali documentano una Messina più direttamente mobilitata, che scrive per un organo di propaganda istituzionale nei mesi successivi a Caporetto, e complicano, senza contraddire, l’immagine critica dell’autrice consolidata dalla ricerca precedente.

Abstract:The aim of the article is to reconsider the war-related production of Maria Messina (1887-1944), traditionally read as a thematic variant within her broader narrative production. A close examination of how the war is treated within her short stories shows that much of her production belongs to the genre of war propaganda, to which Messina adhered largely without critical distance, in line with many intellectuals of her generation. The known wartime novellas are examined through a thematic approach in order to bring out recurring motifs and propagandistic strategies that a chronological or collection-based reading tends to obscure. The article’s central contribution, however, is the presentation of a previously unknown corpus: a systematic survey of First World War periodicals has brought to light a group of fictional texts by Messina published in the trench journal «La Giberna» between April and December 1918, unknown to criticism and never reprinted since. These include the dialogue Peppinello in licenza, the novellas Nata! Nata! and Labottega di don Lillo, and the six-episode series featuring the character Zi’ Berrettaccia, whose roots are traced back to an earlier contribution by the writer to the «Corriere dei Piccoli» (1913). Read together, these findings document a more directly mobilized Messina, writing for an institutional propaganda organ in the months following Caporetto, and complicate without contradicting the critical image of the author consolidated by previous scholarship.

«Ma i giornali non li leggete? Non sapete che c’è la guerra?».

I giornali: sì, li leggevano. La guerra: sì, avevano letto che in altri paesi, lontano, era scoppiata la guerra, il primo giorno di agosto.

Ma che c’entrassero le mandorle, veramente…

(M. Messina, Mandorle in Ragazze siciliane)

La produzione di argomento bellico di Maria Messina (1887-1944), dopo la riscoperta, negli anni Ottanta, ad opera di Leonardo Sciascia e della casa editrice Sellerio[1], è stata per lungo tempo ricondotta alla produzione maggiore come variante tematica o sfondo di motivi ricorrenti della novellistica e dei romanzi, diventando occasione per riflettere sul destino delle donne costrette a lottare per la sopravvivenza, una volta private del sostegno maschile[2]. Tuttavia, un esame che tenga conto del modo in cui la guerra è tematizzata all’interno dei testi mostra che buona parte di questi scritti si inscrive nel genere della narrativa di propaganda bellica, a cui Messina contribuisce in modo sostanzialmente acritico, come diversi intellettuali della sua generazione[3].

Considerando che il racconto bellico esprime anzitutto la volontà centralizzante di un soggetto dominante interessato a veicolare ideologie tramite contenuti persuasivi, la produzione nota di Messina viene qui riorganizzata per nuclei tematici, in modo da far emergere motivi ricorrenti e strategie propagandistiche che un ordinamento cronologico o per sede di pubblicazione tenderebbe a offuscare[4].

La guerra entra nella narrativa dell’autrice siciliana come variabile che ridisegna la già precaria condizione delle donne; nella novella Il dovere[5], per esempio, protagonista è Catena, una giovane costretta a lavorare al servizio di una ricca signora per via della guerra. Deve mantenere il figlio, convivendo con l’onta di avere un marito che, richiamato alla guerra, diserta scappando in America[6], trasgredendo così «all’ordine dei padri»[7]. Accanto a motivi tipici della narrativa messiniana (la Sicilia come orizzonte perduto, la condizione della donna), compaiono poi topoi della narrativa bellica con intenti propagandistici: la Patria che provvede alla famiglia dei richiamati[8], l’attesa delle lettere[9], la moglie abbandonata, il figlio disonorato.

Mandorle[10] è la storia delle sorelle Fiorillo, commercianti in ristrettezze per il crollo del mercato causato dalla guerra: non capiscono cosa il conflitto abbia a che fare con le loro mandorle. Il segretario del paese, portatore delle istanze patriottiche, riporta loro le notizie sull’Italia che «stava per “muoversi”»[11] e le tre ne rimangono «stordite, moge moge»[12], chiedendosi «come gli è mai venuto in mente, al Kaiser…»[13] di far scoppiare la guerra. La sorella più giovane, Bettina, comprende di dover essere utile alle sorelle maggiori: risoluta a risollevare le sorti della famiglia, matura la volontà di riprendere la carriera d’insegnante, che l’imposizione paterna le aveva stroncato, chiudendo così la novella con una possibilità di riscatto. Una giornata di sole[14] mostra le conseguenze del conflitto su un soldato mutilato. Il fidanzato di Gaby, «con una gamba di gomma che fa ancora tanto male»[15], dubita di dover sposare la giovane, la quale, per il soldato, «non poteva misurare il sacrificio che avrebbe compiuto, sposando un uomo con una gamba»[16]. Gaby, tuttavia, conferma la propria volontà di sposarlo: la novella restituisce l’immagine di un soldato mutilato pienamente reintegrato nel tessuto affettivo e sociale di appartenenza.

Se Il dovere introduce la figura del soldato disertore, altri testi articolano la variante del corpo ferito che torna e del corpo inetto alla guerra: in Massaro Vanni[17] un vecchio e scontroso contadino siciliano, rimasto solo dopo la morte della moglie e la partenza del figlio Calogero per l’America, apprende con sgomento che questi si è arruolato per la guerra. Si sente derubato dell’unico figlio che, in quanto tale, avrebbe potuto evitare la partenza per il fronte. Gradualmente, però, Massaro Vanni depone la propria diffidenza e inizia a comprendere l’importanza della partenza per il fronte e del sostegno alla patria. Un giorno il soldato, ferito, ritorna assieme ad altri commilitoni e il padre ne è orgoglioso e lo celebra.

Il protagonista della novella La veste caffè[18], invece, vive un destino opposto: Eliodoro è un giovane riformato a causa di un problema al cuore. Mentre i familiari – e la fidanzata Marina, che aveva segretamente fatto voto di indossare un abito marrone affinché il soldato non partisse – sono sollevati dal suo esonero, egli sprofonda in una cupa disperazione: avendo perso il senso della vita perché si rende conto che morirà giovane, sentendosi inutile nei confronti della patria e temendo l’onta sociale di passare per imboscato, compirà il suicidio[19].

Tale novella, ove si menzionano le «calze che Marina doveva mandare a un Comitato, per i soldati»[20], introduce un nucleo di testi che rappresentano la mobilitazione del fronte interno attraverso le sue diverse forme organizzate: i comitati di assistenza, la Croce Rossa, la carità come pratica civica e patriottica.

Storiella di Natale[21] è una favola natalizia. Una bambina, il cui padre è partito per la guerra, chiede a Gesù bambino un regalo di Natale; tuttavia, «il Bambino Gesù, quest’anno, è troppo occupato a donare lana ai soldati nelle trincere umide e fredde»[22]: la famiglia non può esaudirla perché in ristrettezze economiche. Sarà una bambina malata, di una famiglia benestante, a esaudire il suo desiderio, diventando un virtuoso esempio di carità e solidarietà in tempo di conflitto.

Il tricolore di Fedele[23] racconta di un bambino a cui gli amici affidano la parte del nemico austriaco nel gioco della guerra. Il suo desiderio è quello di fare la parte dell’italiano; così, per amore della patria, fa di tutto – chiedendo anche l’elemosina – per guadagnare un soldino e acquistare un tricolore della Croce Rossa. In questo modo guadagna il rispetto dei compagni e il ruolo di italiano nei giochi[24].

I testi fin qui esaminati si distribuiscono tra riviste di ampia diffusione, contemporanee al conflitto, e raccolte destinate a un pubblico civile, edite perlopiù nel dopoguerra: la guerra vi entra come sfondo, come assenza che ridefinisce i rapporti tra i personaggi, come un dato storico inevitabile che si imbatte sulle esistenze individuali, deviandone le traiettorie. Anche quando il loro impianto assiologico è pienamente propagandistico (il sacrificio, la patria, la solidarietà, il valore militare), contestualizzate all’interno delle raccolte, le novelle mantengono una certa distanza dal discorso ufficiale della mobilitazione, che invece è ripristinato qualora si consideri il loro rapporto con il politesto giornalistico[25] – quando sono note le collocazioni nei periodici – e il contesto storico-culturale di scrittura.

I testi che seguono sono scritti per un destinatario militare, all’interno di un organo istituzionale di propaganda, e rappresentano una partecipazione diretta e dichiarata al progetto di mobilitazione bellica: Messina, come anche Francesco Sapori, Adolfo Albertazzi, Mario Puccini, Ferdinando Paolieri, Onorato Fava, Clarice Tartufari, Michele Saponaro, Carlo Dadone, Térésah, Marino Moretti, Salvatore di Giacomo «parlano tutti la stessa lingua e raccontano tutti la stessa versione miope della storia, perché tutti aderiscono al punto di vista della classe dominante»[26].

Lo spoglio sistematico delle pubblicazioni periodiche del primo conflitto mondiale[27] ha portato alla luce un corpus di scritti messiniani che amplia la bibliografia complessiva dei testi della scrittrice e ne restituisce un’immagine inedita in veste di collaboratrice attiva di un progetto editoriale di propaganda[28]. Si tratta di testi di narrativa finzionale breve, pubblicati sul giornale di trincea «La Giberna»[29] e mai più ristampati da allora, fatta eccezione per la novella La bottega di don Lillo, poi edita nella raccolta Il guinzaglio con il titolo Don Lillo[30].

Il 21 aprile del 1918 vengono pubblicate, nel numero 8, le prime due storie dedicate al personaggio di Zi’ Berrettaccia, serie che continua con altre cinque uscite. A questa si affiancano un testo dialogico, Peppinello in licenza, e le novelle Nata! Nata! e La bottega di don Lillo, apparsa nella quarantaduesima uscita, chiudendo la collaborazione di Messina con il giornale il 29 dicembre 1918[31].

Peppinello in licenza[32] è un testo apertamente propagandistico: viene ribadito più volte che il governo provvede a tutti i bisogni dei soldati e che il protagonista, Peppinello, figlio di un umile ciabattino, grazie alla guerra acquisisce la saggezza, la serietà e il senso del dovere che mancano ai poveri genitori, e in particolare alla madre. Il motivo del governo che provvede ai bisogni dei soldati e delle loro famiglie richiama quanto già affermato nella novella Il dovere; qui, però, è il soldato stesso a farsene portavoce. In questo testo, la figura materna non è portatrice delle istanze patriottiche ma, al contrario, la donna si chiede se il figlio non voglia più bene al Re che a lei. Nel dialogo viene rappresentata una scena di vita familiare: Peppinello, che deve rientrare anticipatamente dalla licenza, è a tavola, dove la mamma lo serve abbondantemente nonostante le rassicurazioni del giovane soldato: «quante volte v’ho detto che il rancio è buono e abbondante!…»[33]. Mentre mangia, si presentano due carabinieri per riportarlo in caserma. Peppinello, pronto a servire il re, parte. La mamma, addolorata, si rende conto che il figlio è andato via senza un soldo in tasca e di non avergli dato nemmeno un fazzoletto. Allora si reca in caserma a cercare il figlio, dove scopre che a Peppinello è stata prolungata la licenza di dieci giorni. Tornata a casa, trova il figlio e il marito seduti a tavola. Peppinello, allora, le chiede dove sia stata e la donna risponde di essere andata in caserma per portargli «due camice, tre fazzoletti, e un po’ di soldi…»[34]. Alla risposta della madre egli replica prontamente: «Come ho da dirvelo che il Governo non ci fa mancare niente? Ci danno persino le sigarette e il caffè, come a tanti signori!»[35]. Peppinello invita i genitori a godersi questi giorni di licenza allegramente e senza litigi, perché «quando uno torna a casa dopo due anni…vorrebbe abbracciare tutti e stare in pace con tutti. La guerra insegna che non c’è cosa più bella che volersi bene»[36]. La scena si chiude con un commento del padre: «la guerra gli ha insegnato a vedere le cose in grande e parlare con sentimento. E noi siamo rimasti due poveri ignoranti!»[37].

Nata! Nata![38] è una novella di argomento militare e patriottico, che mette in evidenza l’integrità morale del soldato italiano rispetto al soldato nemico. Viene raccontato l’incontro di un soldato ferito, in licenza, con una giovane profuga nella villa presso il lungomare di Napoli, incontro che prosegue in una silenziosa passeggiata lungo via Caracciolo. I due trascorrono insieme un’ora. Rotto il silenzio, il soldato, che ripensa a un compagno straniero che gli aveva insegnato alcune parole d’inglese, inizia a ripetere insistentemente nata[39] per dire water e lev per love. La donna, però, scambia le parole del giovane per lingua tedesca, si spaventa e prova anche a fuggire. Il soldato capisce il dramma della donna intimorita: «ebbe una gran pietà di lei, di lei e di tutte coloro come lei che l’invasione à travolto, à gettato fuori delle case protettrici, fuori dalla gente amica»[40] e, pensando alla sua fidanzata che lo aspetta e che potrebbe sortire lo stesso destino della sconosciuta, le offre il pranzo. La donna si mostra riconoscente e sorpresa dalla bontà e gentilezza dell’uomo, e desidera addirittura rivederlo. Il soldato, dopo l’incontro, è ancora più motivato a partire, certo di compiere il proprio dovere di difesa della patria: «per ricacciare il nemico al di là delle terre italiche, per difendere le donne che amiamo, per ridare pace alle altre – a quelle che somigliano all’ignota compagna d’un’ora»[41].

La serie relativa a Zi’ Berrettaccia rientra, invece, in un tipo di produzione di carattere popolareggiante, dalle finalità ludiche e propagandistiche: si tratta delle storie di un uomo pigro e ingenuo che vive delle disavventure comiche. Zi’ Berrettaccia si ricollega a un altro personaggio della scrittrice: lo zio Berrettino, personaggio che appare nel «Corriere dei Piccoli», nell’ottobre del 1913[42]. Quest’ultimo è un astuto villano, di chiara ascendenza popolare: deriva direttamente dalla tradizione orale siciliana e, in particolare, dalla variante Lu zu Birrittinu del racconto numero CLVII (Lu zu Crapianu), contenuto nel terzo volume di Fiabe, novelle e racconti popolari siciliani dell’etnologo Giuseppe Pitrè, a cui si aggiunge la variante Lu Mastru scarparu e li tri latri[43]. Lo zio Berrettino è, dunque, il progenitore di Zi’ Berrettaccia, che ne risulta la versione peggiorata già nel dato onomastico: il diminutivo viene sostituito dal peggiorativo; tanto zio Berrettino è astuto quanto ingenuo risulta Zi’ Berrattaccia[44].

Le storie hanno struttura episodica e sono pubblicate nella rubrica La pagina che fa divertire[45], con due episodi per volta, in modo da evidenziarne fin dal titolo il carattere ludico. Ogni storia è autonoma, pur contribuendo, in modo stereotipato e caricaturale, alla costruzione del ritratto complessivo del protagonista: «un pover’uomo pigro e balordo, il quale – prima che fosse richiamata la sua classe – sbarcava il lunario facendo ogni tipo di mestiere»[46], di cui si raccontano, come avverte la voce narrante, «tante storielle che, a riunirle tutte, si potrebbero riempire un libro»[47]. La narrazione si regge su un meccanismo iterativo di situazioni comiche, equivoci e piccole catastrofi quotidiane, ed è animata da due personaggi ricorrenti: la moglie paziente e devota di Zi’ Berrettaccia, e compare Malacqua, contraltare scaltro la cui presenza innesca sistematicamente le disavventure del protagonista.

La prima puntata[48] si apre con Zi’ Berrettaccia e l’albero. Dovendo potare un albero, Zi’ Berrettaccia vi si arrampica per tagliare i rami. Un ragazzo di passaggio lo avverte che in tal modo cadrà e morirà. In effetti, l’albero si rompe: Zi’ Berrettaccia cade e si crede morto, chiude gli occhi e si distende. Trovandolo così, dei contadini lo caricano su una scala per portarlo in paese, ma in una via franata si fermano, non sapendo come procedere. Zi’ Berrettaccia parla, suggerendo la strada, e poi torna immobile, facendosi deridere. Nel secondo episodio, Zi’ Berrettaccia incontra compare Malacqua, questi propone a Zi’ Berrettaccia un lavoro presso un contadino che gli presenta come sordo e di poche parole. La stessa cosa dice al contadino, facendogli credere che anche il protagonista è sordo. Quando i due si incontrano, per parlarsi si mettono a urlare sempre più forte, finché il contadino non sbotta: «non è l’uomo per me». Zi’ Berrettaccia si allontana deluso, pensando di essere stato avvisato del cattivo carattere del contadino da compare Malacqua.

I due episodi successivi sono Zi’ Berrettaccia e il cuoco forestiero e Zi’ Berrettaccia va alla fier[49]. Nel primo, una ricca famiglia straniera arriva in paese. Cercando un lavoretto facile, il protagonista si reca dal cuoco della famiglia, che si lamenta di non trovare dodici «gobbi»[50]. Si offre di trovarli e raduna dodici persone gobbe nel cortile. Si crea un equivoco linguistico: il cuoco cercava dei carciofi. Quando se ne accorge, dà a Zi’ Berrettaccia dello «stupido… cretino… mammalucco»[51], intimandogli di cacciare i gobbi. Questi, pensando di guadagnar qualcosa, «gli furon tutti addosso, con pugni, calci e botte, e lo ridussero una ficattola».[52] Nel secondo, Zi’ Berrettaccia si vuole recare alla fiera per comprare un somaro con quattro onze. Strada facendo, incontra compare Malacqua che gli dice di avere un bastone miracoloso: entrati in una trattoria, dopo aver mangiato in abbondanza, ordina al bastoncello di pagare. L’oste, avvisato dal compare, li lascia andare. Zi’ Berrettaccia propone, allora, di vendergli il bastone al compare, il quale replica che ci rimetterebbe e che con lui potrebbe non funzionare; viene convinto e intasca le quattro onze. L’indomani, il protagonista si reca in un’altra osteria per mangiare, ordina al bastoncello di pagare, senza ottenere nulla: l’oste infuriato «gli dette un carico di legnate da orbi»[53]. Zi’ Berrettaccia crede che compare Malacqua lo abbia avvisato («Oh, che era un profeta, compare Malacqua?» [54]) e non si rende conto di essere stato truffato.

Negli episodi del numero 22[55] accanto a Zi’ Berrettaccia, «fannullone balordo», ad essere protagonista è la moglie. In Zi’ Berrettaccia va a fare legna la donna lo manda a fare un carico di legna nel bosco. Zi’ Berrettaccia vuole due asini, uno per il carico e uno per lui. La moglie è costretta, così, a farsene prestare uno dal vicino in cambio della promessa di lavargli i panni. Salito a fatica sull’asino con l’aiuto di alcuni ragazzi, si avvia verso il bosco ma, pensando che nessuno lo aiuterà a scendere, torna a casa, dove aspetta il rientro della moglie dal lavoro dietro l’uscio. I ragazzi lo prendono in giro, affermando che sono partiti due somari e ne tornano tre. La moglie lo trova ancora in groppa e si dispera per la legna mancante e per il debito con il vicino. In Lo Zi’ Berrettaccia e i pulcini la donna, dovendo andare a lavare i panni, chiede al marito di mettere i pulcini al sole, senza farli sbandare. Zi’ Berrettaccia li mette inizialmente in un sacco; poi, pensando agli ordini della moglie, li lega ad uno ad uno come a formare una lunga collana e si addormenta soddisfatto. Al rientro, la donna trova i pulcini morti sotto il sole e si dispera: «Ah, se il giudizio si vendesse, glie lo comprerei, a mio marito, a costo di impegnarmi le bùccole»[56], cioè gli orecchini.

Le ultime due storie, prima che Zi’ Berrettaccia diventi soldato, sono quelle del numero 30[57]: Zi’ Berrettaccia “… attacca l’asino dove vuole il padrone” e Zi’ Berrettaccia “… si procura il giudizio”. Nella prima, Zi’ Berrettaccia, che «era balordo, ma il cuore l’aveva buono», decide di andare a lavorare in una masseria, poiché inizia a vergognarsi di vivere a carico della moglie. Dato che il suo padrone gli dava sempre dello stupido, Zi’ Berrettaccia chiede a un garzone cosa fare; questi risponde che bisogna attaccare l’asino dove vuole il padrone. Un giorno il padrone gli ordina di trasportare quattro orci pesanti con un asino e, arrivato a destinazione, di attaccare l’asino all’oggetto più vicino. Zi’ Berrettaccia lo prende alla lettera: attacca a una zappa l’asino, che la stacca dal terreno e, liberandosi, rompe gli orci e distrugge l’orto. Il padrone, visto il disastro, lo licenzia dopo averlo fatto bastonare. Zi’ Berrettaccia pensa che il garzone lo abbia preso in giro. Nella seconda storiella, si vuole procurare il giudizio che gli manca: «Zi’ Berrettaccia non ne poteva più. Chi lo chiamava stupido, chi balordo, chi senza giudizio»[58]. Per risolvere, compare Malacqua gli vende un grillo a un’onza, dicendogli di tenerlo sotto il berretto finché non gli entra in testa. Incontrato un massaro, Zi’ Berrettaccia si toglie il berretto per salutarlo: il grillo scappa, il protagonista si lamenta di aver perso il giudizio e il massaro lo deride. Arrivato a casa, la moglie «lo accolse come si meritava»[59].

Questi racconti, come suggerito dal titolo iniziale della rubrica, vengono pubblicati con l’obiettivo principale di divertire i soldati piuttosto che trasmettere un messaggio profondo. Con l’episodio del numero 34, Zi’ Berrettaccia è richiamato[60], il fine educativo-pedagogico si fa esplicito: Zi’ Berrattaccia diventa soldato e il suo status cambia. Nel paese i giovani vengono richiamati per la guerra; parlando con le comari, la moglie di Zi’ Berrettaccia confida la sua paura: «Sarà balordo, ma ci vogliamo bene. La mia pena è che, così stupido e grasso, lo infileranno subito subito come un maialino!»[61]. Zi’ Berrettaccia, sentendo queste parole, si impaurisce e, ricevuta la cartolina di precetto col suo vero nome, Calogero Scimà, non vuole partire. Compare Malacqua gli consiglia di ripetere ossessivamente alla visita «io sono lo Zi’ Berrettaccia»[62]. Viene, così, mandato a casa per essere rivisto l’indomani e i soldati specificano che lo avrebbero «fatto nuovo»[63]. Aumenta la paura per l’ingenuo personaggio, perché nel paese “far nuovo” significa dare un sacco di legnate. Allora compare Malacqua gli consiglia di ingozzarsi di fave cotte in modo da sembrare malato. I soldati lo trovano «con gli occhi chiusi, la faccia e i capelli imbrattati di poltiglia gialla, non aveva più nulla di umano»[64], e commentano: «Questo è Calogero Scimà? Dite piuttosto che è un maiale»[65]. Lo portano comunque in caserma e lo fanno nuovo, ripulendolo e vestendolo come un vero soldato:

– Un maiale sembravate! Ora cominciate a essere un uomo. E presto sarete un soldato come gli altri. Il soldato italiano è svelto, pulito, e coraggioso e fa il suo dovere allegramente. Queste parole non le potete ancora capire. Imparate due cose, per oggi: che non siete più lo Zi’ Berrettaccia ma Calogero Scimà e che dovete amare i vostri superiori.

Lo Zi’ Berrettaccia era convinto che dovesse amare i suoi superiori (ora si sarebbe buttato nel fuoco per quegli ufficiali che lo avevano beneficato invece di «farlo nuovo nuovo»), ma non si poteva capacitare di non esser più lo Zi’ Berrettaccia…

E anche noi (che lo conosciamo), crediamo poco a una trasformazione così improvvisa e sappiamo che ci vorrà un pezzo prima che lo Zi’ Berrettaccia diventi Calogero Scimà»[66].

Infatti, negli ultimi episodi, quelli del numero 38[67], Zi’ Berrettaccia “… dà l’allarme” e Zi’ Berrettaccia “…e il rifugio” è ancora il personaggio combinaguai che i lettori hanno conosciuto. Nel primo, lo Zi’ Berrettaccia è soldato a Napoli. Durante una notte di bombardamenti non sente nulla perché dorme profondamente. Il giorno dopo, un commilitone catanese gli mostra i danni. Zi’ Berrettaccia si impaurisce e, quando nella notte scoppia un temporale, scambia i tuoni per bombe: si mette a gridare e mette in subbuglio tutta la camerata, finché un ufficiale non lo mette in consegna a pane e acqua. Nel secondo episodio, terminata la consegna, Zi’ Berrettaccia esce con il commilitone catanese che gli spiega cosa è un rifugio. Allora Zi’ Berrettaccia, visto un cartello che indica un rifugio in un palazzo, vi entra finché il portiere non lo manda via. Arrivato in ritardo in caserma, viene nuovamente punito per la notte. Il giorno dopo, un ufficiale lo cerca ma egli è uscito con il catanese per mangiar un fritto di pesce. Arrivati in una galleria al cui imbocco c’è scritto “rifugio”, fa fermare il tram, e tutti lo prendono per pazzo. Ritornato in caserma, viene consegnato per un mese a pane e acqua. Così Zi’ Berrettaccia, in cuor suo, matura un cambiamento: «dopo il carcere, dopo le paternali del tenente Bellaria, lo Zi’ Berrettaccia sentì germogliare dentro l’anima qualche sentimento nuovo. Era, e non lo sapeva, la volontà di non fare più sciocchezze»[68].

Nonostante le disavventure e le ingenuità, Zi’ Berrettaccia trova riscatto nella leva militare. Anche se inizialmente teme la chiamata alle armi e cerca di evitare il servizio con i suoi stratagemmi tragicomici, la divisa grigio-verde che indossa rappresenta per lui una trasformazione significativa: la sua nuova identità di soldato gli conferisce una dignità inaspettata, valore e senso di appartenenza. Per la prima volta viene chiamato con il suo vero nome, Calogero Scimà, e non più Zi’ Berrettaccia. Ciò simboleggia il passaggio a una nuova fase della sua vita, dove, nonostante la sua continua ingenuità, è rispettato come membro dell’esercito e gode di un riscatto sociale che lo eleva dalla sua condizione precedente.

Per i soldati al fronte, queste storie dal taglio popolareggiante dovevano risultare familiari e rispondevano alla strategia propagandistica dell’infantilizzazione del lettore. D’altro canto, con la militarizzazione del personaggio e il suo riscatto, si forniva in modo subdolo un modello per i soldati umili che, tramite la divisa, potevano sperare in un aumento del proprio prestigio sociale – esattamente come il giovane Peppinello di Peppinello in licenza.

Hanno uno statuto differente e fanno eccezione, nel corpus della narrativa messiniana fin qui esaminato, le novelle Gente che passa[69] e La bottega di Don Lillo[70],entrambe edite nella raccolta Il guinzaglio. In Gente che passa la guerra è solo evocata tra le chiacchiere inquiete degli agiati avventori di uno stabilimento balneare calabrese: «sul terrazzo parlavano della guerra che poteva scoppiare da un momento all’altro»[71] e la preoccupazione è che «“se anche l’Italia si mette in mezzo […] addio bagni!”»[72]. Al centro della novella è una donna smunta, «senza nome, poiché più che l’identità e la consistenza del personaggio, vale l’allegoria della fame che essa incarna»[73]: è una prostituta di passaggio che il gestore mal tollera, a tutela della rispettabilità del posto. La donna è descritta attraverso gli occhi dei presenti con tratti espressionistici: il petto incavato che affiora dalla scollatura, le scapole magre e nude, le orecchie e le labbra mal dipinte, le mani senza sangue. Cacciata dallo stabilimento e poi dal campo di un contadino, la donna muore sola sulla strada, in una condizione di esclusione totale dall’orizzonte degli uomini e della storia: la sua agonia è resa attraverso un contrasto cromatico («Rivide qualcuno che la fissava attonito: un punto azzurro e lontano in mezzo a un violento rosseggiare»[74]) e sonoro («L’aria era ferma, e lo stradale deserto; il mare sciabordava senza tregua, adagio adagio»[75]), mentre la memoria risale all’infanzia e al nome dimenticato.

Tra le pagine della «Giberna»[76] e poi tra quelle del volume, ove la novella è accolta con limitate varianti formali, La bottega di don Lillo si distacca da qualsiasi tema bellico e riporta Messina al suo territorio narrativo più riconoscibile: la Sicilia, la coppia, la satira borghese, la critica verso l’uomo; non a caso, è l’unica novella tra quelle della Giberna che trova una successiva collocazione e riedizione. Don Lillo Restivo è uno scapolo siciliano di trentotto anni che gestisce la bottega del ricco e tirchio zio Verna. Non si è sposato per «quella benedetta paura dei figli»[77] ma, stanco di sottostare allo zio, dietro consiglio dell’amico Epifanio, accetta di sposare donna Lisa Mèruli, una ricca vedova senza figli, ansioso di godersene il villino a Sant’Agata di Militello e la dote. Smette, così, di frequentare la sua amante, la povera Mariagrazia, e affretta le nozze. Inaspettatamente, per la sua disperazione, la moglie dà alla luce due figlie nel giro di due anni. Don Lillo si allontana sempre più dalla casa coniugale e passa quanto più tempo possibile in bottega. Per soddisfare i bisogni continui delle bambine, nella bottega di don Lillo si reca sempre la servetta di casa, per la quale l’uomo inizia a fare «gli occhiacci, perché la servetta cominciava a piacergli. Si faceva bellina; nera come un tizzone, alta e fine come uno stelo»[78].Un giorno, dopo averla voluta abbracciare, torna a casa e viene accolto con rabbia dalla moglie, che lo accusa di fare ancora il don Giovanni. Tuttavia, i due chiariscono, e per sfortuna, a don Lillo arriva un’altra figlia. Si ritrova più torvo, privo di amici e in mano allo zio. Una sera, allora, decide di andare a trovare l’amante di un tempo, Mariagrazia, pensando di vendicarsi della moglie e delle donne.

Lo spoglio sistematico della «Giberna» restituisce un corpus che amplia la bibliografia di Messina e ne arricchisce il profilo di collaboratrice attiva della propaganda bellica. Resta da chiedersi quale posto occupino questi testi nell’arco complessivo della sua produzione di argomento bellico, e cosa la loro sorte editoriale riveli del rapporto della scrittrice con la macchina propagandistica.

Diversi testi noti circolavano prima su rivista e solo in un secondo momento confluivano nelle raccolte: Il dovere appare su «La Donna» nel 1916, prima di essere accolto, con una variante onomastica, in Briciole del destino (1918); Il voto è pubblicato su «Nuova Antologia» nell’aprile del 1918 e ripreso, con il titolo La veste caffè, in Ragazze siciliane (1921); prima ancora, Dopo l’inverno esce su «La Donna» già nel 1912 e viene, poi, rielaborato come Massaro Vanni per Personcine (1921). Questa dinamica di duplice collocazione mostra come il passaggio dal circuito periodico a quello librario costituisca, per il novelliere moderno, un vero e proprio vaglio critico: quando si tratta di testi «flebilmente nazionalistici […] troppo legati all’attualità»[79], raramente superano il passaggio dal giornale alla raccolta. Il criterio di selezione che presiede al progetto macrotestuale della raccolta, anche negli anni del conflitto, rimane, dunque, «l’autogiudizio di valore e disvalore» dell’autore[80].

Applicato al caso di Messina, questo modello illumina la sorte dei testi della «Giberna»; come Il dovere, Il voto e Dopo l’inverno, solo La bottega di don Lillo viene ripreso in volume, mentre gli altri testi destinati al giornale di trincea – la serie di Zi’ Berrettaccia, Peppinello in licenza e Nata! Nata! – non vengono rielaborati dall’autrice. È significativo che l’unico testo ad attraversare il confine tra il giornale di trincea e la raccolta sia proprio la storia di don Lillo: è la novella più distante, nel corpus della «Giberna», dalla retorica bellica, e la più affine, per ambientazione e registro, alla produzione messiniana di lungo periodo.

La mancata ripubblicazione potrebbe configurarsi come un segnale della consapevolezza, da parte della stessa Messina, della minore tenuta artistica di questi testi rispetto al resto della sua produzione: opere d’occasione, scritte sotto la pressione di un destinatario istituzionale e di un’urgenza propagandistica esplicita, mai entrate a far parte del canone personale dell’autrice. Si tratta di testi collocabili pienamente nella categoria della “novella di guerra” scritta simultaneamente al conflitto, a partire da un proposito di connivenza con la macchina propagandistica, più che in quella capace di un ripensamento critico ex post dell’esperienza bellica[81]. In quanto tali, meritano di essere studiati soprattutto come «documento storico, più che come monumento estetico»[82].

Questa ipotesi va temperata da una cautela filologica; l’assenza di manoscritti (andati perduti, verosimilmente, nei bombardamenti che colpirono i luoghi dell’ultimo soggiorno della scrittrice) e la natura sporadica delle attestazioni su rivista rendono la maggior parte dei testi messiniani in volume degli “unica”, privi di varianti testimoniali che permettano di ricostruire un processo di revisione o di scarto consapevole[83]. Per Messina non disponiamo di alcuna dichiarazione che attesti un giudizio critico sui testi della «Giberna». La loro esclusione dal corpus a stampa potrebbe, quindi, derivare tanto da una scelta deliberata quanto, più semplicemente, dalla marginalità della testata e dalla difficoltà pratica di recuperare testi pubblicati su un periodico di guerra, destinato alle trincee e ai soldati.

Quale che sia la ragione della loro omissione dalla memoria editoriale della scrittrice, resta il dato della loro esistenza, e della collaborazione che la genera. «La Giberna» pubblica i testi di Messina tra l’aprile e il dicembre del 1918, dunque nei mesi immediatamente successivi a Caporetto, quando la macchina della propaganda interna si intensifica e coinvolge in modo sistematico anche autrici e autori già affermati nel campo letterario ufficiale. Le ragioni di questa collaborazione restano in parte opache: che siano ragioni remunerative, legate alla necessità di un introito regolare in un momento di crisi del mercato editoriale, o ragioni di opportunità, per non perdere la visibilità nei circuiti intellettuali ufficiali, quando il campo letterario «si riconverte all’improvviso in campo del discorso politico»[84], resta il fatto, documentato per la prima volta da questo spoglio, che Maria Messina prende parte, in modo diretto e non più soltanto mediato dalla tematizzazione narrativa della guerra, alla macchina propagandistica del fronte interno. Questo dato arricchisce la ricezione delle opere e della figura di Maria Messina, restituendo alla scrittrice un margine di adesione ideologica, contingente e forse opportunistica, che non le era stato ancora riconosciuto.

Accanto alla Messina lettrice attenta delle ferite sociali della guerra – madri, mogli, profughe, riformati, mutilati – emerge, dunque, nei testi della «Giberna», una Messina schierata, che presta la propria scrittura, senza apparenti resistenze critiche, al progetto pedagogico e patriottico dell’Ufficio di Propaganda interna. Le due immagini non si escludono: si sovrappongono, in un’autrice che, come molti intellettuali della sua generazione, attraversa la guerra senza una posizione del tutto univoca, oscillando tra la complicità necessaria con il sistema editoriale bellico e la persistenza, nei testi destinati alla lunga durata del libro, di uno sguardo più critico e personale.

Bibliografia:

Bibliografia degli scritti:

  • M. Messina, Lo zio Berrettino, in «Corriere dei Piccoli», V, 1913, n. 43, pp. 5-6;
  • Ead., Il dovere, in «La Donna», XII, 1916, n. 269, p. 8;
  • Ead., Briciole del destino, Milano, Treves, 1918;
  • Ead., Il voto, in «Nuova Antologia», s. VI, vol. CXCV, 16 aprile 1918, pp. 34-40;
  • Ead., Zi’ Berrettaccia e l’albero; Zi’ Berrettaccia incontra compare Malacqua, in «La Giberna», n. 8, 21 aprile 1918, p. 5;
  • Ead., Zi’ Berrettaccia e il cuoco forestiero; Zi’ Berrettaccia va alla fiera, in «La Giberna», n. 11, 12 maggio 1918, p. 5;
  • Ead., Peppinello in licenza, in «La Giberna», n. 16, 23 giugno 1918, pp. 5-6;
  • Ead., Nata! Nata!, in «La Giberna», n. 18, 7 luglio 1918, p. 6;
  • Ead., Zi’ Berrettaccia va a fare legna; Lo Zi’ Berrettaccia e i pulcini, in «La Giberna», n. 22, 18 agosto 1918, p. 6;
  • Ead., Zi’ Berrettaccia “…attacca l’asino dove vuole il padrone”; “…si procura il giudizio”, in «La Giberna», n. 30, 8 ottobre 1918, p. 2;
  • Ead., Zi’ Berrettaccia è richiamato, in «La Giberna», n. 34, 3 novembre 1918, pp. 2-3;
  • Ead., Zi’ Berrettaccia “…dà l’allarme”; “…e il rifugio”, in «La Giberna», n. 38, 1° dicembre 1918, pp. 5-6;
  • Ead., La bottega di don Lillo, in «La Giberna», n. 42, 29 dicembre 1918, pp. 3-5;
  • Ead., Alla deriva, Milano, Treves, 1920;
  • Ead., Il giardino dei Grigoli, Milano, Treves, 1920;
  • Ead., Il guinzaglio, Milano, Treves, 1921;
  • Ead., Personcine, Milano, Vallardi, 1921;
  • Ead., Ragazze siciliane, Firenze, Le Monnier, 1921;
  • Ead., Cenerella, Firenze, Bemporad, 1922;
  • Ead., Le pause della vita, Milano, Treves, 1926;
  • Ead., Tutte le novelle, a cura di A. Di Silvestro, Roma, Edizioni Croce, 2020.

Bibliografia della critica:

  • G. Pitrè, Fiabe, novelle e racconti popolari siciliani, 4 voll., Palermo, Luigi Pedone Lauriel, 1875;
  • M. Isnenghi, Giornali di trincea 1915-1918, Torino, Einaudi, 1977;
  • M. Di Giovanna, La fuga impossibile. Sulla narrativa di Maria Messina, Napoli, Federico & Ardia, 1989;
  • M. Di Giovanna, La testimone indignata e le trappole del sistema. Il percorso narrativo di Maria Messina, in Donne e scrittura, Palermo, La Luna, 1990;
  • B. Monfort, La nouvelle et son mode de publication. Le cas américain, in «Poétique», n. 90, 1992, pp. 153-71;
  • C. Pausini, Le briciole della letteratura: le novelle e i romanzi di Maria Messina, Bologna, Clueb, 2001;
  • M. S. Sapegno, Sulla soglia: la narrativa di Maria Messina, in «altrelettere», 2012, pp. 46-67;
  • C. Gragnani, L’altra sponda del conflitto: le scrittrici italiane e la prima guerra mondiale, in «Allegoria», n. 74, luglio-dicembre 2016, pp. 41-62;
  • M. Martín Clavijo, La Grande Guerra contada a los niños: «Personcine» de Maria Messina, in Desafiando al olvido: escritoras italianas inéditas, a cura di M. Martín Clavijo e M. Bianchi, Salamanca, Ediciones Universidad de Salamanca, 2017, pp. 223-36;
  • Ead., Las “viudas blancas”: el vacio de la emigración en los relatos de Maria Messina, in Personajes en tránsito: reescritura de mitos y diásporas. Un acercamiento interdisciplinar, a cura di S. Velázquez García e M. Bianchi, Madrid, Visor, 2018;
  • G. La Grotteria, Dal Corriere dei Piccoli: il fronte interno nel 1917, in «Cahiers de la Méditerranée», n. 97, 2018, n. 1, pp. 153-62;
  • Di Silvestro, Nota al testo, in M. Messina, Tutte le novelle, a cura di A. Di Silvestro, Roma, Edizioni Croce, 2020, pp. XXXV-XXXIX;
  • D. Privitera, L’Universo femminile di Maria Messina, in «Italica», vol. 100, n. 2, 2023, pp. 211-22;
  • I. Muoio, La novella dal 1890 al 1929: tipologie, apparati editoriali, modelli di lettura, Firenze-Siena, Firenze University Press-USiena PRESS, 2025.

Archivi digitali:

  • 14-18 documenti e immagini della Grande Guerra, a cura del Ministero della Cultura, Istituto centrale per il catalogo unico delle biblioteche italiane, 2020-2021, https://www.14-18.it/ (ultima consultazione: 30/04/2026).


[1] Per una presentazione complessiva dell’autrice e delle sue opere si rimanda a M. Di Giovanna, La fuga impossibile. Sulla narrativa di Maria Messina, Napoli, Federico & Ardia, 1989; M. Di Giovanna, La testimone indignata e le trappole del sistema. Il percorso narrativo di Maria Messina, in Donne e scrittura, Palermo, La Luna, 1990; C. Pausini, Le «briciole» della letteratura: le novelle e i romanzi di Maria Messina, Bologna, clueb, 2001; M. S. Sapegno, Sulla soglia: la narrativa di Maria Messina, in «Altrelettere», 2012, pp. 46-67; D. Privitera, L’Universo femminile di Maria Messina, in «Italica», vol. 100, n. 2, 2023 pp. 211-22.

[2] Cfr. C. Pausini, Le briciole della letteratura, op. cit., p. 60.

[3] Per uno studio approfondito della novella tra Otto e Novecento si rimanda a I. Muoio, La novella dal 1890 al 1929: tipologie, apparati editoriali, modelli di lettura, Firenze-Siena, Firenze University Press-USiena PRESS, 2025; per un’analisi della novellistica e dei suoi supporti materiali durante il primo conflitto mondiale si rimanda, in particolare, al capitolo 8 (Novelle per la Grande guerra, pp. 141-55), che ha permesso di riorientare e integrare prospettive critiche nuove alla ricerca condotta.

[4] Occupandoci qui di forme narrative brevi, non vengono proposti i romanzi in cui viene toccato il tema bellico. Si segnalano, comunque, i due romanzi per l’infanzia scritti con finalità esplicitamente pedagogiche e propagandistiche. Il primo, Cenerella (pubblicato a puntate tra le pagine del «Corriere dei piccoli» nel 1917 e poi edito in volume dalla casa editrice Bemporad 1922), assieme al tema dell’emigrazione, affronta temi patriottici, soffermandosi sulla costruzione e la derisione del nemico austriaco (rappresentato dalla zia della bambina protagonista) e sull’esaltazione del mito risorgimentale garibaldino e dell’eroismo dei soldati italiani (incarnato da Domenico, fratello di Cenerella e prigioniero a Mathausen); il secondo, Il giardino dei Grigoli (apparso anch’esso a puntate tra le pagine del «Corriere dei piccoli» nel 1919 e poi pubblicato l’anno successivo da Treves), pur essendo dedicato al patriottismo, è caratterizzato da un tono meno didascalico. Per il ruolo della scrittura per l’infanzia nella mobilitazione propagandistica bellica si rimanda almeno al caso studio del «Corrierino» di G. La Grotteria, Dal Corriere dei Piccoli: il fronte interno nel 1917, in «Cahiers de la Méditerranée», 97/1, 2018, pp. 153-62. A questi romanzi è possibile affiancare Alla deriva (Milano, Treves, 1920), tra le cui pagine viene criticato il nemico tedesco, e Le pause della vita (Milano, Treves, 1926) in cui Paola, la protagonista, è costretta a separarsi dal fratello che parte al fronte e, quindi, a lavorare come impiegata alle poste per poter sopravvivere. Proprio alle poste si tiene una scena di protesta dovuta al ritorno degli ex-combattenti al lavoro, che sottraggono così il posto toccato alle donne.

[5] M. Messina, Il dovere, in «La Donna», XII, 1916, n. 269, p. 8. Se ne legge un passo in I. Muoio, La novella dal 1890 al 1929, op. cit., p. 150. Si nota una variante rispetto al testo edito per la raccolta Briciole del destino (Milano, Treves, 1918): il figlio di Catena è chiamato Mommino nella versione su rivista e Giorgino nella versione in volume. Il testo consultato, come per le altre novelle prese in esame, è M. Messina, Tutte le novelle, a cura di A. Di Silvestro, Roma, Edizioni Croce, 2020.

[6] L’emigrazione in America è un tema spesso affiancato a quello bellico e, in generale, ricorrente nella narrativa messiniana. Si rimanda a C. Pausini, Le briciole della letteratura, op. cit., pp. 58-63 e a M. Martín Clavijo, Las “viudas blancas”: el vacio de la emigración en los relatos de Maria Messina, in Personajes en tránsito: reescritura de mitos y diásporas. Un acercamiento interdisciplinar, a cura di S. Velázquez García e M. Bianchi, Madrid, Visor, 2018.

[7] I. Muoio, La novella dal 1890 al 1929, op. cit., p. 150. Si rimanda alle pp. 150-52 per una riflessione sulla figura del disertore nelle novelle di guerra.

[8] «“Ma”, esclamò la signora, sorpresa, “forse non sapete che i bambini sono provveduti di latte, di corredini? che le mogli dei richiamati trovano facilmente lavoro?…”» (M. Messina, Il dovere, in Ead., Tutte le novelle, op. cit., p. 268).

[9] «Era scappato in America. Non scriveva neppure. Lei sì. Lei sì. Gli aveva fatto scrivere. Era andata col bimbo in collo, ogni giorno, a piedi, fino al San Carlo, per raccomandarsi allo scrivano come un’anima del purgatorio […] Egli non rispose mai» (ivi, p. 272).

[10] M. Messina, Mandorle, in Ead., Ragazze siciliane, Firenze, Le Monnier, 1921.

[11] M. Messina, Mandorle, in Ead., Tutte le novelle, op. cit., p. 409.

[12] Ibidem.

[13] Ivi, p. 410.

[14] M. Messina, Una giornata di sole, in Ead., Il guinzaglio, Milano, Treves, 1921.

[15] M. Messina, Una giornata di sole, in Ead., Tutte le novelle, op. cit., p. 315. La novella racconta di Liberata, donna che si è occupata tutta la vita del padre malato, dal quale è totalmente assorbita. Viene invitata dalla nipote, Gaby, la quale desidera presentarle il fidanzato. Egli si confida con la donna in merito alla sua relazione con Gaby e, nel contatto con l’uomo, Liberata sente una felicità sconosciuta e fuggita, che rievoca una volta tornata a casa, assieme al profumo dell’uomo.

[16] Ivi, p. 316.

[17] Dopo l’inverno appare su «La Donna» nell’ottobre 1912 prima di essere edito nella raccolta Personcine curata dall’editore Vallardi nel 1921. Per la collocazione in rivista, la novella viene rimaneggiata e riproposta con il titolo di Massaro Vanni. Per un confronto tra le due versioni si rimanda ad A. Di Silvestro, Nota al testo in M. Messina, Tutte le novelle, op. cit., pp. XXXV-XXXIX.

[18] La novella è stata prima pubblicata su «Nuova Antologia» con il titolo Il voto (16 aprile 1918, s. VI, vol. 195, pp. 34-40), poi nella raccolta Ragazze siciliane (Firenze, Le Monnier, 1921) come La veste caffè.

[19] È interessante il passo in cui Eliodoro mette in discussione gli ideali patriottici trasmessigli per via della delusione di non essere accettato, nemmeno come volontario, in guerra: «Allora Eliodoro guardava con doloroso stupore i suoi cari vecchi che gli avevano insegnato ad amar fortemente la Patria, da bambino: la Patria – creatura alata e senza volto, che ha soltanto un nome, come l’Ideale, come la Giovinezza, e fa parte di noi, della nostra razza dell’aria che ci nutrica. Avevano dunque mentito, allorché non li minacciava alcun pericolo? Il mondo era dunque senza luce e senza bellezza? e anche la fervida idealità dei suoi vecchi non era stata che una gonfia posticcia espressione?» (M. Messina, La veste caffè, in Ead., Tutte le novelle, op. cit., p. 457).

[20] Ivi, p. 451.

[21] M. Messina, Storiella di Natale, in Ead., Personcine, Milano, Vallardi, 1921.

[22] M. Messina, Storiella di Natale, in Ead., Tutte le novelle, op. cit., p. 508.

[23] M. Messina, Il tricolore di Fedele, in Ead., Personcine, op. cit.

[24] Per un’analisi approfondita del tema del rapporto tra infanzia e guerra in Personcine si rimanda a M. Martín Clavijo, La Grande Guerra contada a los niños: «Personcine» de Maria Messina, in Desafiando al olvido: escritoras italianas inéditas, a cura di M. Martín Clavijo e M. Bianchi, Salamanca, Ediciones Universidad de Salamanca, 2017, pp. 223-36.

[25] Per il concetto di “politesto” con cui si intendono giornali, periodici e quotidiani come sede di pubblicazione e morfologizzazione primaria del genere-novella, si rimanda a B. Monfort, La nouvelle et son mode de publication. Le cas américain, in «Poétique», n. 90, 1992, pp. 153-71.

[26] I. Muoio, La novella dal 1890 al 1929, op. cit., p. 151.

[27] Lo studio nasce dall’effettuazione di uno spoglio sistematico di periodici, giornali di trincea e numeri unici consultabili nelle sezioni Periodici e Giornali di trincea dell’archivio digitale 14-18. Documenti e immagini della Grande guerra (http://www.14-18.it/; ultima consultazione: 30/04/2026), portale realizzato dal Ministero della cultura e dall’Istituto centrale per il catalogo unico delle biblioteche italiane in occasione del centenario della Grande Guerra. Lo spoglio è stato orientato verso l’individuazione delle forme della narrativa breve di finzione, la loro tematizzazione e l’analisi della loro funzione in rapporto al politesto giornalistico e al contesto storico-culturale dell’Italia della Grande Guerra. Di maggiore interesse sono stati i casi di autrici e autori inseriti nei circuiti intellettuali ufficiali e pubblici, ma non sono stati trascurati i casi minori.

[28] C. Gragnani, L’altra sponda del conflitto: le scrittrici italiane e la prima guerra mondiale, in «Allegoria», n. 74, luglio-dicembre 2016, pp. 41-62.

[29] «La Giberna» esce dal 3 marzo 1918 al 5 gennaio 1919 per un totale di 43 numeri, come settimanale in otto pagine, di umile formato. Viene stampato a Milano, ha direzione e amministrazione a Roma, con Amici Defendente quale gerente responsabile. È espressione dell’Ufficio di Propaganda interna e si rivolge, generalmente, all’esercito. A detta di Prezzolini, è una pubblicazione «riuscitissima» (M. Isnenghi, Giornali di trincea 1915-1918, Torino, Einaudi, 1977, p. 93);del resto, ha collaboratori di prim’ordine. Tra i soldati, però, «è di tutti i giornali […] la meno ricercata. Forse perché viene troppo palesemente dall’interno del paese» (ibidem). Tuttavia, la rubrica dei lettori ha successo e, dal 16 giugno del 1918 esce «La Giberna dei lettori», composta da scritti e disegni inviati dai militari. Oltre a Maria Messina, vi collaborano autrici e autori quali Francesco Sapori, Adolfo Albertazzi, Mario Puccini, Ferdinando Paolieri, Onorato Fava, Clarice Tartufari, Michele Saponaro, Carlo Dadone, Giuseppe Fanciulli, Luigi Orsini, Térésah, Marino Moretti, Salvatore di Giacomo, Nino Martoglio. Contribuiscono con novelle, racconti, poesie che talora esulano dal tema della guerra e dalla retorica militare per connotarsi in senso più ludico e ricreativo. Anche gli illustratori danno un notevole contributo; tra questi, si ricordano Sto (Sergio Tofano), Amos Scorzon, Alberto Bianchi e Francesco Carnevali. La distanza tra emittente e destinatario di cui è accusata «La Giberna» rispecchia la situazione generale del divario tra fronte interno e combattenti: i civili assumono a proprio destinatario chi combatte, ma i contributi «in realtà non sono niente più che la volenterosa testimonianza di un desiderio o un alibi di partecipazione di emarginati, imboscati, assenti, donne, prelati, mutilati» (ivi, p. 94), mediati da pedagogismo e populismo. È un problema comune a molti giornali di trincea: appaiono troppo costruiti e letterari, animati da «“spirito di lontana retrovia”, come sembrò a Cecchi e Prezzolini» (ivi, p. 93).

[30] Al confronto, fra i due testi non emergono varianti sostanziali. La versione accolta nel volume presenta l’espunzione di alcuni periodi e l’attenuazione di alcune scelte lessicali più marcate presenti nella versione su «La Giberna». Tali interventi non alterano la struttura narrativa né il profilo dei personaggi, ma restituiscono una versione complessivamente più sobria nel registro.

[31] Tali testi illustrati da Francesco Carnevali, eccetto La bottega di don Lillo, pubblicata con illustrazioni ad opera di Gustavino (Gustavo Carlo Claudio Rosso).

[32] M. Messina, Peppinello in licenza, in «La Giberna», n. 16, 23 giugno 1918, pp. 5-6.

[33] Ivi, p. 5.

[34] Ivi, p. 6.

[35] Ibidem.

[36] Ibidem.

[37] Ibidem.

[38] M. Messina, Nata! Nata!, in «La Giberna», n. 18, 7 luglio 1918, p. 6.

[39] Sembra evidente che sia state erroneamente trascritta la parola “nata” al posto di “uata”, che renderebbe graficamente la fonetica della parola “water”.

[40] Ibidem.

[41] Ibidem.

[42] M. Messina, Lo zio Berrettino, in «Corriere dei Piccoli», a. V, n. 43, 26 ottobre 1913, pp. 5-6. Nella novella Lo zio Berrettino viene narrata la storia di un villano che, dopo essere stato derubato dei suoi fichi, finge di stringere amicizia con i tredici ladri per poterli imbrogliare a sua volta. Con la complicità della moglie, riesce a imbrogliarli per tre volte, vendendo loro un coniglio in grado di portare carichi sulla schiena come un somaro, una pentola che cucina senza fuoco, uno zufolo che resuscita la moglie ammazzata di botte. I ladri, capita la burla, chiudono lo zio Berrettino in un sacco per annegarlo in mare. Il villano convince un capraio a prendere il suo posto e racconta ai ladri, che si stupiscono di vederlo ancora vivo, di essersi salvato perché loro lo avevano buttato vicino e un gregge di capre gli si era parato innanzi. Spiega ai ladri che il gregge si sarebbe moltiplicato se egli fosse stato gettato più lontano, inducendoli a implorarlo di essere gettati in mare aperto. Eseguita la richiesta, zio Berrettino torna a casa, arricchito dalle capre e dai cavalli.

[43] La novella di Messina condensa dettagli provenienti dalle tre versioni menzionate, adatta il nome zio Berrettino, trasponendo la fonetica dialettale in quella italiana, e reca esplicitamente la dicitura «dal siciliano». 

[44] Le storielle hanno, comunque, carattere toscaneggiante, specialmente nel lessico; quindi, non è da escludere una parentela anche con le storie popolari toscane e con il Grullo.

[45] Tale dicitura è utilizzata per i numeri 8, 11, 22. Per i numeri 30, 34 e 38 il titolo è direttamente Lo Zi’ Berrettaccia.

[46] M. Messina, Zi’ Berrettaccia e l’albero, Zi’ Berrettaccia incontra compare Malacqua, in «La Giberna», n. 8, 21 aprile 1918, p. 5.

[47] Ibidem.

[48] Ibidem.

[49] M. Messina, Zi’ Berrettaccia e il cuoco forestiero, Zi’ Berrettaccia va alla fiera, in «La Giberna», n. 11, 12 maggio 1918, p. 5.

[50] Ibidem.

[51] Ibidem.

[52] Ibidem. Letteralmente, la ficattola è una pasta fritta tipica Toscana.

[53] Ibidem.

[54] Ibidem.

[55] M. Messina, Zi’ Berrettaccia va a fare legna, Lo Zi’ Berrettaccia e i pulcini, in «La Giberna», n. 22, 18 agosto 1918, p. 6.

[56] Ibidem.

[57] M. Messina, Zi’ Berrettaccia “…attacca l’asino dove vuole il padrone”, “…si procura il giudizio”, in «La Giberna», n. 30, 8 ottobre 1918, p. 2.

[58] Ibidem.

[59] Ibidem.

[60] M. Messina, Zi’ Berrettaccia è richiamato, in «La Giberna», n. 34, 3 novembre 1918, pp. 2-3.

[61] Ivi, p. 2.

[62] Ibidem.

[63] Ibidem.

[64] Ivi, p. 3.

[65] Ibidem.

[66] Ibidem.

[67] M. Messina, Zi’ Berrettaccia “… dà l’allarme”, “…e il rifugio”, in «La Giberna», n. 38, 1° dicembre 1918, pp. 5-6.

[68] Ivi, p. 6.

[69] M. Messina, Gente che passa, in Ead., Il guinzaglio, Milano, Treves, 1921.

[70] M. Messina, La bottega di don Lillo, in «La Giberna», n. 42, 29 dicembre 1918, pp. 3-5.

[71] M. Messina, Gente che passa, in Ead., Tutte le novelle, op. cit., p. 299.

[72] Ibidem.

[73] C. Pausini, Le briciole della letteratura, op. cit., p. 61.

[74] M. Messina, Gente che passa, in Ead., Tutte le novelle, op. cit., p. 304.

[75] Ivi, p. 305.

[76] Dallo spoglio effettuato emerge, tra le pagine della «Giberna», la presenza di un cospicuo numero di novelle che non trattano tematiche di guerra, ma che hanno lo scopo di intrattenere i soldati al fronte. La maggior parte di questi testi sono di tipo comico-satirico; effetto che si ottiene dal contrasto tra la vita degli umili e la vita dei ricchi, tra ingenui e scaltri, tra donne e uomini. In misura minore, sono presenti anche novelle di carattere drammatico-tragico. Si segnalano in questa sede le novelle più interessanti. Il tema del contrasto tra la vita degli umili e quella dei ricchi viene trattato nelle novelle La via del male di Térésah; L’eredità di Bastianino e Le terribili conseguenze di un matrimonio, entrambe di Carlo Dadone; I due stomachi di Ostilio Lucarini.Il contrasto tra ingenui e scaltri è trattato in Il mago e Marianna di Grazia Deledda; La morte della strega di Ferdinando Paolieri; Gigi Sbotta s’è fatto furbo e La “spagnolite” a Frascaverde Carlo Dadone; in L’ultima di Don Giovannidi Paolo Ayala; nella novella Il Gatto Verdedi Onorato Fava e in L’amico delle donnedi Giuseppe Fanciulli. In molte novelle viene trattato in modo comico-satirico il tema del matrimonio e nella maggior parte di esse è la donna che risulta la più furba. È il caso di novelle come Il cavalier servente di Celso Salvini; Un pasticcio di piccioni di Mariannina Cattaneo Serrao; Ah, le mogli di V. A. Aloysio; Come Taddeo si persuase… di Luigi Orsini; La storia dei tre di Mini; Meo o Laoe Una moglie per telefono di Onorato Fava,Francesco Sapori Ricordati del Falso Magro. Sono novelle di tipo drammatico-tragico le seguenti: La Neviera di Francesco Sapori; Lodoletta di Gabriella Guatta; Sonata al chiaro di luna di Guido M. Gatti; Salvataggio! di Carola Prosperi; Otello di Onorato Fava.

[77] M. Messina, La bottega di don Lillo, in «La Giberna», op. cit., pp. 3.

[78] Ivi, p. 4.

[79] I. Muoio, La novella dal 1890 al 1929, op. cit., p. 153.

[80] Ibidem.

[81] Ivi, p. 155.

[82] Ibidem.

[83] A. Di Silvestro, Nota al testo, op. cit., p. XXXIX.

[84] I. Muoio, La novella dal 1890 al 1929, op. cit., p. 153.

(fasc. 61, 25 agosto 2026)

Ripensando Cesare Beccaria. L’uomo, i Verri e l’ombra del monumento epistolare

Author di Daniela Mangione

Abstract: L’articolo allinea una serie di elementi che contribuiscono a tracciare un ritratto più articolato e complesso di Cesare Beccaria, volto a ricostruirne la dimensione umana oltre il, ma grazie al, filtro deformante del massiccio epistolario di Pietro e Alessandro Verri – tra i più significativi che il Settecento italiano ci abbia consegnato, ma anche espressione di dinamiche private sovrapposte. Riesaminando le circostanze e le fonti epistolari, l’articolo focalizza alcuni aspetti delle dinamiche con e tra i fratelli Verri che hanno determinato la vicenda privata dell’autore dei Delitti e delle pene, e precisa alcuni suoi tratti caratteriali che, lontani dall’essere episodici, sembrano individuarlo e definirlo: non a lato, il suo atteggiamento nei confronti della diffusa pratica del cicisbeismo. L’attenzione al Beccaria individuo può, così, contribuire a sciogliere aporie e silenzi seguiti all’epistolario verriano, e, nel mettere in luce la paradossale lacuna storiografica rappresentata dall’assenza, in Italia, di una biografia sistematica e ben documentata sull’uomo, distinta dall’opera teorica, avvicina alla complessità di un intellettuale che in alcuni tratti singolarmente rappresenta «il paradigma dell’intellettuale illuminista capovolto».

Abstract: The article marshals a series of elements that contribute to a more nuanced and complex portrait of Cesare Beccaria, one aimed at reconstructing his human dimension beyond – yet also through – the distorting filter of the extensive epistolary exchange with Pietro and Alessandro Verri. This correspondence, among the most significant bequeathed to us by the Italian eighteenth century, is also an expression of overlapping private dynamics. By re-examining the circumstances and epistolary sources, the article focuses on certain aspects of the dynamics with and among the Verri brothers that shaped the private vicissitudes of the author of Dei delittie delle pene, and clarifies several character traits which, far from being episodic, appear to identify and define him: notably, his attitude toward the widespread practice of cicisbeism. This attentiveness to Beccaria as an individual confronts the aporias and silences that follow in the wake of the Verrian correspondence; and in bringing to light the paradoxical historiographical lacuna represented, in Italy, by the absence of a systematic and well-documented biography of the man – distinct from his theoretical œuvre – it moves toward the complexity of an intellectual who, in certain respects, singularly embodies «the paradigm of the Enlightenment intellectual reversed».

I Verri, Beccaria e l’Europa delle lettere

La trama epistolare che attraversava l’Italia settecentesca costituiva la più estesa e salda tessitura di reti culturali che a una penisola non ancora nazione e divisa tra i poteri fosse dato di riuscire a mettere in atto. Le epistole attraversavano massivamente e con puntualità i confini, e intensivamente esportavano cultura italiana e importavano idee da tutta Europa.

I fratelli Verri erano, in Italia, tra i più noti promotori dello scambio culturale internazionale, autentici traits d’union tra la penisola e gli intellettuali europei – francesi e inglesi in particolare. L’Accademia dei Pugni che si era costituita presso la loro casa era stata fondata con il precipuo intento di favorire il contatto intellettuale con l’Europa, e il celebre piccolo dipinto (52×37 cm) ad opera di Antonio Perego che raffigura i sette componenti dei Pugni lo ricorda (Fig. n. 1): il quadro era stato commissionato dal volitivo Pietro Verri e, come ha rilevato Gianmarco Gaspari[1], la scelta della «scena di conversazione» non era casuale, così ancora «rara in Italia a quell’altezza cronologica»[2].

Fig. n. 1: Antonio Perego, L’Accademia dei Pugni, 1766.

Fig. n. 2: Frontespizio di un’edizione datata 1747 del primo degli otto volumi dello «Spectator».

Fig. n. 3: Frontespizio di un’edizione datata 1753 del primo degli otto volumi dello «Spectator» (per tutte le figure cfr. https://archive.org/details/spectatorbyjosep01addiuoft/page/n7/mode/2up?ref=ol).

Il radunarsi di sette intellettuali attorno ai tavolini; alcune simili posizioni dei personaggi, le tende: gli elementi comuni indicano quanto sia fortemente probabile che il dipinto si ispirasse ad analoghe incisioni disegnate da Francis Hayman che comparivano su alcune edizioni del primo tomo dell’edizione in otto volumi dello «Spectator»[3]: rivista che, del resto, era un preciso e vagheggiato modello del «Caffè». Del disegno di Hayman esisterebbero almeno due varianti: una versione, in orizzontale, incisa da S. Ravenet per il primo volume della raccolta dello «Spectator»[4] del 1747 (Fig. n. 2); e un’altra versione, che sarà poi la più diffusa, in verticale, incisa da Charles Grignion, testimoniata a partire dagli anni Quaranta[5], e che sempre dal 1747 comparirà in più edizioni successive (qui, Fig. n. 3, quella del 1753). Rispetto a questa seconda più diffusa incisione, risultano in comune con il dipinto di Perego anche l’elemento della finestra e la posizione delle due figure che corrispondono a Luigi Lambertenghi e Pietro Verri; lo sguardo di quest’ultimo è, come nel modello inglese, rivolto verso l’esterno del campo figurativo. La stufa «di maiolica» che Perego sceglie di inserire nel dipinto, modello ancora poco diffuso in Italia, sarebbe infine a testimoniare, secondo Gaspari, le novità delle invenzioni tecniche che favoriscono il genere umano, tema centrale per i caffettisti[6].

Con tali ispirazioni, il gruppo rifuggiva, come ben espresso nel «Caffè», dal tipo di accademie che la tradizione italiana conosceva; le anguste secentesche, formali e autoreferenziali, costituivano un antimodello per questi «liberi lettori di libri moderni»[7]: «Io profetizzo che a misura che la ragione andrà facendo progressi le accademie diminuiranno; esse hanno fatto poco bene sinora, nessun grand’uomo, nessuna grand’opera è nata per esse, le scienze non vogliono formalità»[8]. A Beccaria Perego attribuiva nel dipinto un rosso, evidente panciotto, che lo faceva risaltare. Nelle sue Memorie sincere così Pietro Verri dipingeva la presenza del giovane Cesare Beccaria:

Si va formando da me una scelta compagnia di giovani di talento, fra questi vi nominerò un certo Marchese Beccaria figlio di famiglia di 25 anni, di cui la fantasia e l’immaginazione vivacissime unite a uno intenso studio sul cuore umano fanno un uomo di merito singolare. Egli s’è maritato con una giovine figlia d’un Colonello, il Governo l’ha tenuto in arresto per più d’un mese per impedirglielo, non so poi con qual ragione, e dopo cento dicerie infine ha potuto sposarsi ed è stato scacciato da casa con un tenuissimo assegnamento col quale non ha pane. Egli è con questo discreditato a segno che nessuno vuol trattare con lui. È un profondo algebrista, buon poeta, testa fatta per tentare strade nuove, se la inerzia e l’avilimento non lo soffocano. Questi viene ogni giorno da me e studiamo nel silenzio nella stessa camera dopo aver fatte le nostre ciarle. […] La ingiustizia pubblica verso di lui, la sua povertà, la bonomia del suo carattere m’interessano colla più viva amicizia per lui e spero che lo potrò ancora di più scuotere e costringere il pubblico a stimarlo e gloriarsene[9].

Un giovane benevolo, dunque, che Pietro Verri voleva aiutare e sul quale poneva la propria attenzione, auspicandone la futura stima da parte di un pubblico. In questa atmosfera nasce il testo che diventerà rapidamente un riferimento per l’intera Europa, Dei delitti e delle pene.

L’opera “dei Pugni” che segna l’Europa

Le circostanze sono note, ma conviene ripercorrere velocemente le tappe dell’opera. È Pietro Verri che esorta il giovane Beccaria a scrivere il libretto, nel proprio appartamento in contrada del Monte, sede dell’Accademia, tra l’autunno del 1763 e il gennaio del 1764[10]. Il manoscritto autografo della prima versione dei Delitti resterà in quella casa fino al 1769, dopo essere stato donato da Cesare ad Alessandro[11], finché Beccaria stesso non lo chiederà a Pietro.

Quel primo manoscritto viene presto superato da una copiatura a mano da parte dello stesso Pietro Verri. Un secondo manoscritto dei Delitti, conforme, a parte alcuni paragrafi, alla prima versione, avrà ancora grafia di Pietro Verri e correzioni di Beccaria[12]. Sarà il terzo manoscritto, vergato da copista, a giungere in tipografia per la prima edizione, dell’aprile 1764. L’opera nasce, dunque, davvero “tra le mani” dei membri dell’Accademia dei Pugni[13].

Pietro l’aveva sollecitata: ma Alessandro Verri era tutt’altro che estraneo al tema. Negli anni 1763-1765 Alessandro ricopriva, infatti, il ruolo di “Protettore dei carcerati” – un ruolo che il fratello maggiore aveva ricoperto negli anni 1751-1752 –, e aveva prodotto sul tema una serie di scritti che solo recentemente hanno visto pubblicazione[14]. Anche Gian Rinaldo Carli confermava, in una lettera, l’essere nata l’opera da una riflessione collettiva: «So […] che il marchese Beccaria n’è l’autore, ma che vi ebbero mano il conte Pietro, il conte Alessandro fratelli Verri, il marchese Longo ed altri dell’Accademia così detta dei pugni». Aggiungeva anche: «Questo è il primo libro che sia stato scritto in Italia in favore dell’umanità, con energia e con indipendenza»[15].

L’ispiratore dell’impresa Pietro Verri considerava di essere stato «molto più di un semplice copista» e la riteneva «un’opera anche sua, un’opera tanto caldeggiata, vissuta, partecipata e arricchita da potere essere inserita a pieno titolo accanto alle proprie»[16]. «Togli, aggiungi, correggi liberamente, che mi farai un gran servizio e piacere» scriveva, del resto, Beccaria a Pietro[17].

In questo lavoro condiviso, però, sono visibili le tracce delle diverse anime plasmanti l’opera. La storia filologica del testo rivela la presenza di una visione più aperta e democratica, e di una più aristocratica – Francioni parla di un «dissenso ideologico»[18]. Beccaria, orientato verso un Illuminismo condiviso, annota nel primo manoscritto: «I lumi ristretti in pochi fan male, in molti no»[19]. Pietro Verri agisce sullo scritto di Beccaria eliminando dal testo che i Lumi «ormai si rendono communi anche a quasi ogni classe di uomini»; cassa che Federico di Prussia abbia «saputo superare l’intervallo che separa l’uomo dalla capanna»[20]. Del resto, per Verri gli intellettuali sono «gli unici ed esclusivi depositari della ragione […] pilastro insostituibile su cui si reggono le società»[21].

Mentre si prepara l’edizione, Verri informa in stretto riserbo Giuseppe Aubert, direttore della stamperia Coltellini, di chi sia l’autore del testo, Beccaria[22]. L’editio princeps dei Delitti e delle pene esce il 7 o l’8 luglio 1764 per i tipi Coltellini; è esaurita nei pochi mesi estivi; una pirata se ne pubblica a Firenze in 8° (falsamente «In Monaco») dalla tipografia di Andrea Bonducci[23]: è quanto serve a superare l’iniziale diniego di Verri e Beccaria a una nuova edizione.

La paternità dell’opera, però, continua per i lettori ad essere ambigua; tra gli intellettuali si mormora che Dei delitti sia della penna di Pietro Verri. Il 20 dicembre, quando tutto è pronto per la terza edizione, si annuncia per sbaglio sulle «Novelle letterarie» che l’opera è dello stesso autore delle Meditazioni sulla felicità – Pietro Verri stesso, cioè. Sia Pietro sia Cesare chiedono che venga corretto l’errore. A gennaio, poi, le Note ed osservazioni contro Dei delitti firmate dal monaco Ferdinando Facchinei ottengono, a stretto giro, 88 pagine di Risposta[24] che vengono scritte da Pietro e Alessandro Verri. La Risposta uscirà come volumetto autonomo il 1° febbraio 1765 e verrà, poi, inserita in calce alla terza edizione, quella che sarà pubblicata nel marzo 1765, datata Lausanna. E a giugno Aubert ne vuole una ulteriore.

Il serrato susseguirsi di edizioni richieste dall’immediato successo e dalle risposte polemiche suscita anche la reazione parigina dei philosophes. È Paolo Frisi a donare, nel giugno 1765, una copia della terza edizione dei Delitti a D’Alembert, che il 9 luglio 1765, lodando l’opera, annuncia come già prevista una traduzione francese da parte di André Morellet[25]. La traduzione viene anche in parte anticipata sulla «Gazzette littéraire de l’Europe» del 1° agosto 1765. È solo il 9 agosto che Beccaria ha notizia – da parte di Frisi, che gli invia copia della lettera di D’Alembert – della traduzione che si sta facendo. Egli sta, intanto, lavorando a una quinta edizione – come quarta ne era uscita una pirata nella prima parte dell’anno[26].

Beccaria scrive a D’Alembert solo il 24 agosto 1765. È una lettera piena di gratitudine ed entusiasmo per la notizia della traduzione che si sta facendo. Morellet il 3 gennaio 1766 risponde, raccontando con notevole abilità retorica il proprio lavoro sull’opera e annunciando all’autore i cambiamenti inseriti. L’attacco è disarmante:

Monsieur,

sans avoir l’honneur d’être connu de vous, je me crois en droit de vous addresser un exemplaire de la traduction que j’ai faite de votre ouvrage De’ delitti e delle pene. Les hommes de lettres sont cosmopolites et de toutes les nations; ils se tiennent par des liens plus étroits que ceux qui unissent les citoyens d’un même pays, les habitans d’une même ville et les membres d’une même famille. C’est à ce titre que je crois pouvoir entrer avec vous en un commerce d’idées et de sentiments qui me sera bien agréable, si vous ne vous refusés pas à l’empressement d’un homme qui vous aime sans vous connoître, et que vous avés sensiblement obligé, en lui faisant éprouver ces émotions douces et fortes que fait naître la lecture de votre excellent ouvrage[27].

Anche dopo aver denunciato le tante variazioni compiute nella traduzione francese[28], Morellet usa così abilmente la propria retorica da rendere di fatto quasi impossibile qualsiasi obiezione di Beccaria:

On m’a dit qu’un auteur peut être blessé de voir qu’on a fait dans son livre des changemens, même utiles, parcequ’ils montrent que le livre n’étoit pas aussi bon qu’il pouvoit l’être. Mais, monsieur, cette maniere de voir ne sauroit être la votre, au moins je l’ai pensé. Un homme de génie qui a fait un ouvrage universellement admiré, rempli d’idées neuves et fortes et excellent pour le fond, doit pouvoir entendre dire froidement que son livre n’a pas tout l’ordre dont il étoit susceptible, et doit être bien aise qu’on travaille sur ce fond si riche, et qu’on y change quelque chose dans la forme. Il doit aller même jusqu’à adopter les changemens qu’on y aura faits, s’ils sont utiles et appuiés de bonnes raisons. Voila le courage que j’attends de vous, monsieur: reformés parmi les changemens que j’ai faits ceux qui vous paroìtront mal à propos, conservés ceux qui sont bien, et croiés que vous n’aurés fait qu’augmenter votre considération. Voila ce que j’ose vous proposer. Vous êtes digne que j’aie avec vous cette confiance, et je me flatte que vous m’en saurés gré[29].

La traduzione viene, dunque, pubblicata: il 28 dicembre 1765, a Parigi, con falsa data «Lausanne, 1766». In Italia dopo poco, nel marzo 1766, vede la luce la «quinta edizione» – considerata oggi quella di riferimento – non senza attimi caramboleschi[30]. Quando, infatti, Cesare Beccaria, pubblicamente insignito della medaglia d’oro dalla Patriotische Gesellschaft di Berna, aveva deciso di sciogliere l’anonimato, il 3 febbraio 1766 Dei delitti e delle pene veniva messo all’Indice. In fretta si allestiva, allora, un nuovo frontespizio, colmando il vuoto lasciato dal nome con alcuni fregi già utilizzati nelle opere di Francesco Algarotti («una conchiglia che emerge da un viluppo di volute e di fronde», come nel volume VIII dell’edizione Coltellini 1764)[31]. Cinque copie sfuggirono all’omissione del nome, che sarebbe poi comparso esplicitamente solo nelle ristampe autorizzate del 1770 e del 1783; negli ambienti intellettuali l’opera è, però, ormai legata al nome di Cesare Beccaria.

Il testo che diverrà un imperituro e internazionale successo germoglia in Italia dalla penna di un italiano schivo, che accetta le correzioni di Pietro Verri, consente l’operazione distorcente della traduzione di Morellet e che, invitato dai philosophes a Parigi, riuscirà a restarvi solo pochi giorni – così come rinuncerà ad andare a Londra, nonostante i programmi al riguardo intessuti dai fratelli Verri. Sorge, dunque, avviluppata in circostanze autoriali ambigue l’opera che si diffonderà così velocemente nel continente, che vedrà decine di traduzioni e che sarà di ispirazione ai padri fondatori statunitensi[32]. Il suo autore non riuscirà ad affrontare la scena internazionale che lo aveva voluto conoscere e sarà costretto a tornare e stare in patria.

Ma come poté accadere che una così grande attesa e così tanti onori ricevuti in Francia avessero come esito una così rapida ritirata? Se chiari sono il senso e la fama dell’opera, il giudizio sul suo autore è stato circondato, soprattutto in Italia, da una sorta di imbarazzato silenzio. Per molto tempo ci si è, infatti, attestati anzitutto sulla figura che di Beccaria è stata dipinta dalla completa, quasi perfetta e monumentale, corrispondenza dei due fratelli a lui così vicini, Pietro e Alessandro Verri.

L’ingresso a Parigi

Il 2 ottobre 1766, accompagnato da Alessandro Verri, Cesare Beccaria lasciava Milano diretto a Parigi. I philosophes lo attendevano con curiosità e ammirazione. Il progetto del viaggio era nato sotto le esperte e decise ali di Pietro Verri, che aveva trovato fondi e aveva convinto il padre di Beccaria a stanziarne. Pietro, però, rimaneva in patria. Il disegno era di far entrare l’eccellenza dei Pugni dapprima nei salotti intellettuali dei philosophes parigini e, poi, di farla penetrare tra gli illuministi londinesi.

Alessandro Verri e Cesare Beccaria partono, dunque, da casa Beccaria, Contrada di Brera 1571 (oggi via Brera 6), con «ottimi cavalli» e un vetturino. All’addio sono presenti Teresa Blasco in Beccaria e Bartolomeo Calderara, «bello, ricchissimo e spensierato gaudente» ma anche «bibliofilo» e, per le sue caratteristiche, vicino a entrambi i coniugi Beccaria[33].

Nei primi giorni le tappe sembrano scorrere tranquille agli occhi di Alessandro, che riferisce con serenità del passaggio a Novara: «Stiamo tutti due benissimo», scrive da Vercelli. Fino a Novara è «l’istessa aria»[34] di Milano; l’entrata in Savoia si sente per «maggior polizia di costumi». Gli alberghi, tuttavia, deludono: «Mi hanno detto che gli Auberge della Savoia sono ottimi. Falso, falsissimo. Sono orribili. […] Abbiamo sovente dormito vestiti», scrive Alessandro[35]. Sono poi sulle «montagne di Annibale», noiose e aspre, «nudo sasso»; e finalmente il 12 ottobre sono a Lione. E ancora: «Mi hanno detto che gli Auberge della Francia sono divinissimi. Falso, falsissimo. Sono passabili e niente più»[36].

Finalmente il 18 ottobre giungono a Parigi, dove sono accolti dal Barone d’Holbach, «un uomo adorabile»; conoscono immediatamente Diderot, «ottimo, sensibilissimo uomo», D’Alembert, «uomo amabile […] d’una fisionomia buona, finissima, brillante»[37]. Alessandro è entusiasta, e coglie fin dai primi giorni la particolare atmosfera della cerchia dei philosophes che si trovano presso il barone d’Holbach: «Vi dirò due parole su questa gente. Il carattere che si esigono nell’uomo è prima la bontà che la scienza. Hanno fra di loro un tuono del tutto familiare, filantropo. Non v’è fasto, non v’è pedanteria. Disputano caldamente e vigorosamente fra di loro, con tutta la buona fede del mondo»[38].

Con l’arrivo a Parigi, però, Alessandro, rincuorato dalla stabilità acquisita, si sente di confessare a Pietro quanto fin dai primi giorni stava avvenendo:

Il mio amico il secondo giorno à cominciato a regrettare la sua famiglia e la sua Moglie soprattutto. Sono due settimane ch’io sostengo la sua somma e pesantissima melanconia. Ho temuto che divenisse pazzo. Egli si è dimagrito: aveva lo sguardo abbattuto e fisso a terra, sospirava, piangeva […]. Si era fissato in capo che la Marchesina sarebbe morta. […] Amico, mai più viaggio con uomini di grande immaginazione; mai e poi mai. Non ho passato in vita mia peggior tempo di questo viaggio. […] aver seco un uomo che sospira, che non è buono a nulla, che mi parlava da pazzo da mattina a sera, che mi vollea fuggire da per tutto, che mi era tutto sulle braccia […] Vi assicuro che tal volta mi sarei gittato dalle finestre[39].

Nella lettera in cui confessa questo disagio, Alessandro offre al fratello squarci di costume, brevi descrizioni di Parigi, «oceano d’uomini»[40], osservazioni sugli intellettuali che stanno incontrando. Ma la situazione con Beccaria torna improvvisamente, quasi disordinatamente, nel discorso:

Io ho cominciato a seccarmi della imbecillità dell’amico, perciò sono stato, secondo il mio solito, nei principi del mio viaggio, un poco aspro: mi annoiavo di vedermi accanto un uomo che era buono da nulla in un tempo che bisognava essere disinvolto. Questa mia asprezza, non peraltro grande né in urbana, l’ha cominciato ad involgere in melanconia maggiore. Gli parve di vedersi come isolato. […] a Lione finalmente scoppiò la mina. Voleva andarsene. Io gli ho fatto vedere a quale scena si esponeva, a quale ridicolo andava incontro, quanto gli pregiudicherebbe nell’opinione degli uomini, e forse degli amici, questa debolezza. Si concluse adunque di venire a Parigi e di provare se vi stava bene: caso che no, di partire col pretesto o della salute o di affari domestici. Egli mi ha fatto ripetere un milione di volte le ragioni che gli ho addotte a Lione per venire qui. Se ne dimentica ad ogni tratto e me le fa dire di nuovo. Adesso però io gli ho parlato chiaro. Gli ho detto che così non possiamo vivere. Che siamo venuti qui con grandissimi stenti ed ostacoli e che quanto a me non voglio perdere questo tempo prezioso, che però o può starvi, e viveremo, o non può starvi, e cerca quel rimedio alla sua tranquillità ch’egli crede il solo a potergliela procurare. Io non ne posso più, più, più[41].

Le versioni di Alessandro e del compagno Beccaria sono del tutto consonanti. Infatti, già da Novara Cesare aveva scritto a Pietro di oscillare «tra l’allegria e l’hippocondria»[42]. La sua insofferenza a Lione si era esplicitamente accentuata, ed egli la descrive con precisione e lucidità:

L’animo mio è nella più terribile costernazione che sia mai stato. Sotto il sacro secreto della nostra amicizia, ti confido che sono pentitissimo del mio viaggio; che se non fusse stata la ragione e più le saggie riflessioni di Alessandro, sarei ritornato indietro per posta senza toccar Parigi. Questa sarebbe una pazzia che mi renderebbe ridicolo, lo veggo benissimo, ma sforzerommi di strascinarmi fino a Parigi, proverò se posso accomodarmi; se no, io non voglio crepare per alcun rispetto umano, maneggierò un pretesto onorato pel mio ritorno, preparerò le cose da lontano e rivolo a Milano. La mia Moglie, i miei Figli, i miei Amici tutti mi assediano la mia tiranna, la imaginazione, non mi lasciano gustare né delli spettacoli della natura né di quelli dell’Arte, che non mancano in questo viaggio e in questa bella Città. Io so cosa tu mi devi rispondere, ciò me lo dice Alessandro: la mia ragione lutta continuamente colle mie sensazioni. Vado a sentire applausi, volo in mezzo ai piaceri, e mi trovo infelice, il più intimo midollo del cuore è squarciato. Io te lo confido. Io nonostante faccio uno sforzo per condurre il nostro amico Alessandro fino a Parigi: vi resterò fino a tanto che abbia provato se posso accomodarmi. […] Se la mia infelice maniera di concepir le cose mi sforzerà a ritornare, procurerò di coonestare e di preparar le cose da lontano, e son certo che tu mi aiuterai e continuerai d’essere quel vero amico che mi sei sempre stato[43].

E si appella all’amico Pietro, rimasto a Milano: «Sostituisciti alle mie sensazioni, aiutami con qualche tuo consiglio»[44]. Intanto, anche alla moglie Cesare aveva scritto con sincerità il proprio disagio. Novara non gli piace («Questa città la destino nell’ultima vecchiaia per far penitenza de’ miei peccati»[45]). Confessa, già al principio dell’itinerario, di temere il ridicolo per la sua malinconia[46]; di lì a poco indirizzerà le missive a lei con la raccomandazione «Nissuno legga fuorché mia moglie»[47].

Anche l’umore di Alessandro ne risente: «Parigi non me ne impone un cazzo fino adesso»: «io vengo a Parigi per divertirmi e mi sono annoiato quanto è possibile, finora»[48]. Infatti, anche nella capitale, pur avendo già conosciuto i philosophes, «il mio amico continua nella sua melanconia: i maggiori suffragi, la maggiore Città non gli basta»[49]. Alessandro intuisce la portata del malessere di Beccaria, comprende che non si tratta di qualcosa di passeggero: «Credo che l’amico non potrà qui fermarsi […] egli sospira la sua moglie, i suoi figli, e mi pare impossibile che ben presto per le poste non ritorni costì, protestando l’aria, l’acqua della Senna, la salute o simili ragioni, […] aspettatevi adunque ben presto a Milano l’amico!»[50].

Per il momento, nella parte iniziale del viaggio, Beccaria nel giudizio di Alessandro Verri è ancora solo «uomo di grande immaginazione». Ma il suo sguardo sull’amico diviene, a poco a poco, più aspro. Anche perché Alessandro vive, da subito, una doppia realtà emotiva. Tra quelle stesse descrizioni della prostrazione di Cesare, si trova anche a osservare: «Beccaria è accolto con adorazione. Io sono ancora come sarebbe a dire un astro che non ha ancora che la luce di riverbero […] Sono lontano dall’invidia, ma non dal desiderio della stima»[51]. Commenta questo doppio stato emotivo ricorrendo all’interessante metafora del «dissotto delle carte»: «Io, che so il dissotto delle carte intorno al carattere del mio sozio, trovo qualche riflessione da fare quando lo vedo in mezzo de’ suoi ammiratori»[52]. La locuzione comparirà ancora, accettata nel codice di comunicazione fra i due[53]. Alessandro termina la prima lettera di denuncia dei problemi del compagno di viaggio con un sorriso ancora bonario: «Non ho riveduta la lettera per far presto. Se vi sono delle ripetizioni, peggio per voi. L’ho scritta fra i sospiri dell’amico»[54].

«Il verme nel cuore»

La corrispondenza fra Pietro e Alessandro Verri diventerà una «consuetudine irrinunciabile»[55], con un’interruzione di soli 5 anni, tra il 1784 e il 1789. Produrrà, così, «il più bel carteggio del Settecento italiano»[56]. L’epistolario tra i due fratelli Verri si è costituito nel tempo come una delle testimonianze più generose di informazioni sui rapporti, la società e i costumi settecenteschi italiani ed europei; la parte che è stata forse più conosciuta e percorsa è proprio quella che si apre con l’arrivo a Parigi di Alessandro, dal 1980 editorialmente isolata come Viaggio a Parigi e Londra, e che copre uno scambio che va dall’ottobre 1766 al maggio 1767. Il Viaggio è un corpus compatto, una sorta di monolite in grado di dare informazioni sulla cultura francese e inglese, sulla rete di rapporti sociali e intellettuali tra Italia e Francia, fra Italia e Inghilterra, tra Inghilterra e Francia: e anche, ovviamente, sui rapporti fra i Verri e Cesare Beccaria. Per lungo tempo “la” visione dei rapporti fra i due fratelli Verri e Beccaria è dipesa, dunque, da questa magnifica costruzione epistolare.

Il Viaggio, oltre a essere monumento di costume e di rapporti intellettuali di grande potenza e credibilità, è anche lo straordinario documento dell’incrinatura dei rapporti tra i due Verri e Beccaria. Ma è anche uno straordinario documento unilaterale: a tratti, documento di unilaterale nevrosi. L’incrinatura dei rapporti pare trarre origine dall’inettitudine di Beccaria al viaggio e alla permanenza in terra straniera: ma, a ben guardare, la portata di questo fastidio rivela d’essere più articolata e complessa.

La prima risposta epistolare di Pietro al disagio di Beccaria è un equilibrato e accorato appello: «Sono perplesso se ti debba mandare questa lettera. Vi sono troppe cose umilianti; ma pure ho deciso, te la voglio indirizzare. Se così penso, perché te lo nasconderei? Nessuno ti stima più di me; nessuno ti ha date prove di stima sentita quanto io». Il maggiore dei fratelli Verri cerca, con tatto e franchezza, di dissuaderlo dal rinunciare. Vale la pena di sentirne il tono accorato e la ragionevole autorevolezza:

La lettera che m’hai scritta da Lione in data del 12 mi porta l’afflizione nel fondo del cuore. Io non la partecipo a nessuno degli amici né a tuo padre: questo è un sacro deposito fatto nel seno dell’amicizia e come tale lo custodirò. Tu vuoi ch’io ti aiuti contro le desolazioni che ti tormentano: il solo mezzo per farlo è di dipingerti al vivo quale sarà la serie delle tue sensazioni se ti sottrarai alle presenti. Immaginati cosa dovrai dire al Duca, alla Principessa, al conte Firmian nella prima visita. Cosa dovrai rispondere a quanti t’interpelleranno, quale stima dovrà avere di te la moglie, la famiglia e i tuoi stessi amici […]. Tu ti porresti una dose di ridicolo insopportabile […] Chi l’attribuirà a debolezza del tuo animo ti dovrebbe guardare come un imbecille che non sa vivere lontano dalla mamma, e qualche uomo dei pochi ragionevoli dirà che quanto tu sai alzarti colla penna alla mano, tanto è basso il tuo livello quando cessi di scrivere. […] Amico, di cui il bene e la gloria mi son cari quanto se fossero cose mie; amico, per quanto t’è cara la tua felicità, contrapponi i momenti a venire al momento presente; ti scrivo colle lagrime agli occhi, tremo per te; ben lontano di sentire veruna superiorità per la tua debolezza, io non sento che il timore della tua vergogna. Non posso essere misurato nello scriverti perché sarei falso, ma sappi che sento ancora più che non ti dico tutto il male di questo tuo stato: si tratta di te per il restante de’ tuoi giorni; si tratta d’essere risguardato come un uomo da nulla da tutti fuori che da me solo. Tua moglie sta benissimo, e se fosse in Parigi in vece tua non avrebbe certamente i tuoi pensieri. Le tue bambine stanno egregiamente e non hanno alcun bisogno di te. […] I tuoi amici istessi come ti giustificherebbero? Qual onore faresti loro? Da qualunque parte tu ti rivolga, troverai, caro amico, di che contraporre alla fantasia che ti tormenta. Io ti scrivo cose dure, io m’aspetto che forse tu mi risponda duramente, mi vorrai male leggendo questa lettera, mi saprai malgrado ch’io conosca questa debolezza tua e che te ne faccia sentire tutto il peso; ma in quest’affare si tratta di tutto te stesso […]. Pretesti per coonestare una pronta partenza non vi possono essere; […] si sa che siete partiti per sei mesi per vedere Parigi e Londra, come mai potresti tu perdonare a te stesso la tua fanciullagine di non potere star lontano sei mesi per un simile motivo? Perdio, se tu fossi contro le batterie prussiane ti compatirei. Io sono stato un anno fra bestie, allogiando da capitano, in paesi del diavolo, e vi sono andato abbandonando quella che sai se m’era cara; so quello che può provare un cuore sensibile e l’ho provato; sarei avvilito per sempre se avessi ascoltata una sola sensazione, e non avessi fatto il paragone di quello che provava in ogni istante con quello che avrei dovuto provare nel tempo avvenire, liberandomi dalla sensazione attuale. Amico, la situazione tua è ben diversa, tu sei nel punto di rialzare te medesimo colle cognizioni, colle corrispondenze che stai per aggiungere a te stesso; più, col sentimento di potere da te stesso reggerti, il che acquisterai in questi pochi mesi e ti darà una coscienza di te stesso per il restante de’ tuoi giorni. Per Dio, tu sei degno ch’io mi fidi perfettamente di te e che ardisca dirti una verità che in faccia non ti direi, ed è che v’è un lato di puerilità nel tuo carattere che pregiudica molto alla stima che ti è dovuta; tu te ne accorgi e cerchi da coprirlo con de’ pezzi di trasportato vigore che ti si vede imprestato, ma con tutto ciò si conosce e il male e il rimedio. Questa passeggiata per l’Europa sicuramente te ne guarisce ed è la sola che te ne possa guarire; se tu ritorni sì tosto, pensa che rendi pubblico il tuo difetto e disperato il caso di risanartene; pensa che t’avvilisci, che il timore della disistima altrui ti renderà cattivo, pensa che è decisa la tua cattiva sorte, e dentro e fuori di te. […] Spero che alcuni giorni dopo che sarai a Parigi cambierai d’idee, e questo mi consola. […]tu possiedi interamente la mia stima e la possederesti anche dopo aver fatta la coglioneria, ma, perdio, che quella degli altri uomini l’avresti perduta per sempre e non vi sarebbe pretesto di ripararla. In somma, non vi pensare assolutamente, te ne scongiuro per quanto possono i teneri sentimenti d’un amico che si lascerebbe tagliar un dito se fosse necessario per salvarti da questo ridicolo. Io non finirei più, ma la carta finisce. Giudizio, per amor del cielo; consolami presto con qualche buona nuova. Perdonami. Amami. Non mi odiare, che non lo merito[57].

Vistolo irremovibile, Pietro pare infine accogliere, anche parlandone con il fratello, la disposizione d’animo dell’amico. Scrive un mese dopo: «Dunque è deciso che Beccaria ritorna, ed al giungerti di questa lettera non sarà più teco. Me ne dispiace […] Non sarà però meno rispettabile e caro al mio cuore». Osserva, inoltre: «Il mal suo è fisico come la febbre, e ne parla Wansvietten nelle sue Malattie delle Armate: si chiama il mal del paese, e vi sono de’ morti di questo male, cioè da una profonda melanconia che logora le forze vitali e termina in consunzione, con una forte passione di ritornare alla Patria»[58].

Addirittura Pietro promette di essere un tramite di equilibrio. Scrive al fratello sulla risoluzione di Beccaria: «Il dovere mio era di fare ogni sforzo per impedirla e di mostrargliela nel suo vero aspetto prima che la facesse; fatta che l’abbia, sarà mio dovere l’abberlirgliela e giustificarla presso ognuno»[59].

Ma l’assetto dei due fratelli subisce una graduale metamorfosi. Accanto al razionale sguardo mostrato da Pietro Verri nella citata lettera del 26 ottobre se ne affianca uno diverso, più fremente, istintivo, che a poco a poco prende il sopravvento. Evidentemente e comprensibilmente confusi davanti alle violente emozioni che abitano l’amico, già durante il viaggio i fratelli mostrano una vaga ambivalenza. Da una parte identificano il disagio come «mal del paese», dall’altra imputano la causa dei mali di Beccaria al desiderio per la moglie. Commentando l’ipotesi del ritorno in patria di Beccaria, osserva Pietro già il 3 novembre: «E per chi? Per la moglie, che va divertendosi alla Costa, a Turano, in buona compagnia, e che il giorno stesso della sua partenza si divertì allegrissimamente!»[60]. Anche Alessandro, raccontando, dice la moglie causa del male di Beccaria[61]. Ma proprio lui si infastidisce intanto anche per dover sperimentare l’avvilimento dell’amico in privato e trovarsi, invece, a doverne vedere la resa brillante in pubblico. Scrive il 25 ottobre:

Tutte le volte che occorre una presentazione gli occhi sono primamente rivolti a Beccaria […]: Io veramente nel sistema attuale mi annoio nella Società. Non sono al primo rango, sono timido, isolato, incerto dell’esito delle cose; parlo poco. […] io l’ho sempre consolato, io porto tutto il peso della sua stravaganza, io faccio tutto, io, che sono venuto sotto l’ombra delle sue ali, ora debbo tenerlo sotto quello delle mie.devo soffrirlo in casa e vedermelo anteposto fuori di casa[62].

Due giorni dopo: «fuori di casa primeggia, a casa bamboleggia ed in tutti i due casi (dirò il vero) mi dà fastidio»[63]. Il 2 novembre: «In niente me la intendo coll’amico»[64]: mentre di nuovo, a distanza di un mese, sente il bisogno di narrare al fratello di come si sia manifestato i primi giorni di viaggio il disagio di Beccaria: «Voglio ancor parlarti di questo strano avvenimento della mia vita»[65]; e lo farà, ancora, emotivamente gravato, nella lettera del 12 novembre[66]. «È ricercato e venerato da per tutto e deciso per uomo amabile, eppure ha sempre verme nel cuore»[67]:

In fine, in una Città immensa come questa, dove un uomo è un attomo, si seppe l’arrivo di Beccaria in varie parti, e per fino nella diligenza di Lione è stato a caso riconosciuto da varie persone ed ha trovato chi li parlava di lui con somma stima senza di riconoscerlo. Sono avvenimenti ben lusinghieri per l’amor proprio. Ebbene: che succedeva di Beccaria in tanta gloria riposto? Non gustava nulla, aveva qualche leggiera distrazione ma ritornava alla sua passione e sempre sentivasi il verme nel cuore che lo corrodeva. […] Va nelle conversazioni più aggradevoli, e riposto in mezzo di uomini adorabili, è a una buona tavola, è alle Tuilleries, è fra i libri, è dove volete: niente lo consola, sempre, sempre la passione gli si solleva dal fondo del cuore e quelle circostanze che farebbero, e se sono distribuite su 100 uomini, felicità di ciascuno, fanno né punto né poco la sua[68].

Offerti gli stessi racconti a Paolo Frisi, questo accoglie «la confessione con una risata»[69], racconta. E, invece, il fratello recepisce empaticamente la confessione, e dipinge e rafforza la drammaticità che Alessandro vive:

[…] mi pare di vederti costretto a startene immobile mentre sei ferito da ogni parte, l’implacabile invincibile fantasia dell’amico ti pesa sul capo, la sua essistenza ti piomba addosso, ti vedi rubare i giorni che credevi più brillanti e ameni per te, devi soffrire le sue lamentazioni e i suoi rimproveri, le sue gelosie e i suoi trionfi, e l’amicizia e la virtù t’incassano in un brevissimo spazio da dove non puoi uscire; ti vedi sul punto di essere abbandonato da un amico e di dovere, solo, avventurarti in un nuovo paese: in somma, sento in tutta la estensione lo stato tuo; ma con tutto ciò io non so giustificarti né giustificar Frisi perché abbiate ceduto la fantasia di Beccaria e vi siete stancati di fargli guerra in un affare da cui dipende un ridicolo eterno per lui presso i suoi più cari[70].

Finalmente si decide il ritorno di Cesare. Alessandro, però, organizza di partire per Londra lo stesso giorno in cui l’amico parte per l’Italia. Troppo abituati i francesi a vederli insieme, dice; lo guarderebbero come vedovo[71]. Beccaria diviene addirittura un «pazzo pericoloso»:

Beccaria mi ha dato, coi torti che mi ha fatto e mi fa, tutto il diritto di riporlo fra i pazzi pericolosi, e di questo diritto mi servo; né credo che avrà per l’avvenire altro posto nel mio cuore. […] quel Beccaria istesso riposto in somma gloria, festeggiato da tutti, l’uomo alla moda – quello, dico, mi odia, mi detesta, mi abomini con vero astio e, lontano dal volermi trarre dalla folla e di fare e uscire dalla oscurità i miei talenti, contribuisce all’occasione ad immergerveli[72].

Sensazione o realtà che sia («Ho voluto parlare de’ miei studi di criminale: ei tronca il discorso e non vi consente»[73]; «la celebrità e la dissipazione di spirito di Beccaria ha fatto diventare il nostro appartamento, alla mattina, una bottega di caffè. Non si può far nulla. Appena svegliati, e prima talvolta, veggente che batte alla porta. Anche in ciò non siamo d’accordo. Io vorrei più quiete»[74]), Alessandro non vuole più avere nulla a che fare con l’amico: «anche se lui restasse, io me ne allontanerei»[75].

«Quello che portavo alla mia stimabile compagna si è cambiato»

Tornato Beccaria a Milano, l’animosità dei due fratelli contro Cesare vive di una reciproca amplificazione. Ammette Pietro: «In somma fratello caro e amico mio intimissimo, il viaggio di Parigi vuole aver fatta una piccola rivoluzione del mio cuore»[76]; «Sempre più crescono le ragioni che raffreddano l’amicizia fra Beccaria e me»[77]. Le ragioni di questo cambiamento si confondono e affastellano: empatia con il fratello, disistima; anche per Pietro il non riconoscimento della sua mano nell’aiuto al perfezionamento dei Delitti e delle pene: «da nessuno meno che da quest’uomo io mi aspettava che potesse farmi portare il peso di quella gloria che non avrebbe avuta senza di me, eppure egli vuole che lo porti»[78].

E gradualmente, nelle lettere successive al ritorno di Beccaria, quello che era stato un accenno nel periodo parigino diventa ora sempre più un Leitmotiv martellante. Beccaria è, secondo Pietro, «invaso della sua Moglie, non ha altro fanatismo che lei, né altri riguardi che per lei»[79]. Colpevole di essere stata troppo allegra durante l’assenza del marito, e colpevole il marito Cesare di spendere energie inutili per una tale donna, Teresa diventa il maggiore bersaglio. I due criticano pesantemente la coppia: non comprendono le ragioni della gelosia per una donna «tutt’altro che inespugnabile»[80], imputano a Beccaria pesanti mancanze nel matrimonio, di cui si sarebbe parlato anche a Parigi. Nel marzo 1767, dalle lettere di Pietro si legge: «La Marchesina è talmente gravida che si vede all’occhio: essa non potrebbe essere più di tre mesi e mezzo, computando il ritorno di suo marito, ma al volume pare di più: tutta la Compagnia Litta e Calderari, tutt’i nemici […] stanno col lunario in mano, pronti a calcolare questo parto»[81]. E poco dopo, a settembre, Alessandro osserverà:

Beccaria sa essere il figlio illegittimo e credo che non ci abbia gran gusto di questo regalo, ma ha preso il partito di dissimulare […]. Viene da Parigi, trova la moglie gravida, sa chi n’è l’autore, intanto compra libri per l’amico, si fanno delle spese, si fanno gite, si sta allegramente e poi si vuol finire ad andare con lui in Moscovia[82].

Alessandro non comprende come l’amico possa tollerare, di fatto, un terzo nel matrimonio. Sfiora il punto; ma non intende l’assetto. Beccaria raccontava, infatti, già in una lettera del giugno 1763 a Giambattista Biffi che i sentimenti verso la moglie si erano assopiti:

Ma qual mezzo di sortire da questa letargia che mi tormenta, se io non sono né ambizioso né innamorato? […] Così parmi di non esser più atto a concepir amore per alcuna persona. Quello che portavo alla mia stimabile compagna si è cambiato in una stima sincera, in una vera amicizia ed in una tenerezza inesprimibile. Ma voi sapete, amico, che le passioni sodisfatte fanno perdere al loro oggetto quel bello d’imaginazione e quella dolcissima illusione che fa distinguere l’amore dai bisogni naturali. Ecco in breve l’origine di quella vera tristezza che mi occupava tutta l’anima. Ma ho comperati dei libri, mi si sono risvegliate delle nuove idee e delle viste filosofiche che ti communicherò in breve. Queste mi hanno agitato la mente e tolta quella calma fatale che intorpidiva tutte le facoltà della mia mente[83].

Verso la moglie nutre grande affetto; sostituisce l’assenza di passione con il lavoro mentale. Ribadisce, in certo senso, la stessa sua posizione nella lettera di ringraziamento a Morellet per la traduzione francese del 26 gennaio 1766. Nel raccontare di sé osserva infatti:

… io sono maritato a giovine dama sensibile e mi è toccata la rara felicità di far succedere all’amore la più tenera amicizia. La mia unica occupazione è di coltivare in pace la filosofia e di soddisfare nel medesimo tempo a tre vivissimi sentimenti, l’amore della gloria, quello della libertà e la sensibilità ai mali degli uomini oppressi dall’errore[84].

Non ci sono tracce di gelosia, in realtà, né negli scritti di Beccaria né nelle risposte della moglie. Davvero il disagio fuori patria dell’autore dei Delitti e delle pene era motivato dalla gelosia per Teresa, come osservavano i Verri? E perché un tale accanimento sulla coppia?

Cesare Beccaria aveva sposato Teresa Blasco il 22 febbraio 1761, disubbidendo al padre:

Carissimo signor padre, per non lasciarle più alcun dubbio quale sia la mia vera ed ultima volontà, mi son determinato di dichiarargliela in iscritto, dimandandole prima perdono di quanto sinceramente le esporrò. La supplico dunque ad accertarsi che la sola morte potrà distruggere la mia risoluzione, anzi l’aspetto di essa non mi atterirebbe. Giuro avanti Dio che io non decamperò mai, né mai ritratterò di cuore la mia parola[85].

Così scriveva il 4 febbraio del 1761. L’aveva conosciuta nel 1760; il padre, Gian Saverio Beccaria Bonesana, si era mostrato subito preoccupato per l’interesse del figlio verso una donna la cui famiglia era «dalle origini nobiliari piuttosto opache»[86]. I Beccaria erano, del resto, stati ammessi solo nel 1759 al patriziato milanese, dopo un iter non semplice[87]; dunque, il tema dell’ascesa sociale era particolarmente al centro delle preoccupazioni paterne. Gian Saverio richiede allora, e ottiene, gli arresti domiciliari per Cesare; ed egli nel dicembre, in un momento di cedimento, scrive, per compiacere il padre, di essere stato circuito da Teresa. Ma dopo poco torna in sé e, contrapponendosi al genitore, la sposa. Al matrimonio il padre e la madre di Beccaria non partecipano: e ordinano, anzi, il lutto alla famiglia.

Dopo comprensibili incertezze, Beccaria mostra, dunque, grande determinazione nella decisione del proprio avvenire; sconta, però, la propria scelta con la privazione del sostentamento da parte della famiglia d’origine. Finché, il 19 maggio 1762, con la moglie incinta di 7 mesi, non architetta un piano con Pietro Verri. Verri stesso racconta nelle Memorie sincere l’irruzione della coppia nella casa paterna, la preghiera di essere riaccolti e il finto svenimento della moglie, che sortiscono l’effetto sperato. I due sono riaccolti[88]. Il 21 luglio 1762 Teresa darà alla luce la primogenita Giulia, futura madre di Alessandro Manzoni[89].

I rapporti con la moglie, poi, paiono a poco a poco mutare di segno, raffreddarsi in un affetto fraterno, come più sopra testimoniano le sue parole nelle lettere a Biffi e Morellet. Ma la tesi della gelosia di Cesare verso la moglie come motore del ritorno da Parigi si spande, complici le convinzioni dei Verri, e continua a essere frequentata tra i salotti, tanto da far osservare a studiosi che Cesare avesse «le sue buoni ragioni» per essere inquieto nel viaggio a Parigi, giacché la moglie «se la spassava sul lago di Como con il marchese Bartolomeo Calderara»[90]. Pietro Verri nel 1768, due anni dopo, parlerà ancora ad Alessandro di Teresa e Calderara, osservando quanto i due si divertano e il marito si lasci vedere poco. Quando si progetta il viaggio in Russia, lo si progetta con Beccaria e Calderara; quando, nel 1768, Teresa Blasco si recherà in Toscana per ragioni di salute, Calderara sarà con lei. Il rapporto con tale marchese, insomma, era ben noto e accettato da Beccaria. I due coniugi ne parlano tranquillamente nel reciproco scambio di lettere durante il viaggio verso Parigi[91]:

Caro Chesino [marchesino], questa sera non posso essere più afflitta di quello che lo sono, una delle [cose] che mi affliggono si è che Calderara non sta troppo bene, la sua solita flussione di denti e male di testa anco più forti che il solito lo tormentano e mi dicono che spasima ed io rimango sola nella mia camera con i miei soliti pensieri lugubri che mi straziano il cuore […][92].

E il 13 ottobre 1766: «Caro Chesino, io domani vado per due o tre giorni alla Costa di Calderara essendo l’unico mezzo per distrarmi un poco di una forte malinconia»[93]. Del resto, Calderara era presente, con Teresa, ai saluti della partenza per Parigi[94].

Le circostanze paiono, dunque, essere abbastanza chiare: non ci sono sotterfugi, nascondimenti o ipocrisie; Teresa Beccaria riferisce dei suoi spostamenti e della sua frequentazione con questa importante presenza maschile. Non sembra, dunque, plausibile che Beccaria fosse geloso di qualcosa che Teresa condivideva così esplicitamente con lui. Pare più plausibile che Beccaria aderisse, tra lo sgomento dei fratelli Verri e dei detrattori, a un «sereno ménage a trois»[95].

La tranquillità o tolleranza di Beccaria è, invece, interpretata dai due fratelli come “dissimulazione”. La morsa dei giudizi dei Verri ha, cioè, indotto a porre in secondo piano la concreta possibilità che l’assetto di Beccaria nei confronti della moglie potesse essere sintonico con quel costume, così praticato nel secolo, del cicisbeismo, che consentiva a una coppia di contemplare un terzo, accompagnatore o amante, al servizio della componente femminile. Il costume sociale del cicisbeo, o cavalier servente, era assai diffuso in tutt’Italia e nei ceti nobili, come racconta e testimonia con precisione Roberto Bizzocchi[96], il quale ricorda che «il cicisbeismo improntava molto fortemente di sé gli usi matrimoniali dei nobili del Settecento, anche dei migliori fra di loro, ben oltre il censimento scrupolosamente documentabile dei servizi apertamente dichiarati»[97]. Bizzocchi stesso dà per assodato l’assetto nel ménage a trois del matrimonio di Beccaria. Osserva lucidamente che «ci vuole un po’ di discrezione verso la vicenda Beccaria, perché uno dei testimoni che la documenta, Pietro Verri, la mette in scena ostilmente come uno spettacolo farsesco»[98]. Bizzocchi conferma, come si evince dalle lettere private di Cesare e Teresa, che «la presenza di Calderara coesisteva con il perdurare di un innegabile forte legame fra i due sposi»[99].

Condividere, dunque, alcuni doveri coniugali era uno sgravio del tutto sintonico con l’aspirazione di Cesare alla pace e alla concentrazione sulle proprie passioni intellettuali. Di fatto, egli aveva mostrato di intrattenere con la moglie un’affettuosissima amicizia; di conoscere e tollerare la frequentazione di lei con Calderara; di preoccuparsi per lui e per lei. Non ci sono nelle lettere recriminazioni o gelosie verso Teresa.

È necessario, dunque, relativizzare i giudizi dei fratelli Verri, notarne l’ambivalenza e unire a essi quelli degli amici coevi. Alfonso Longo suggeriva a Pietro di smorzare il proprio giudizio, riconnettendolo con la comune certezza della bontà di Beccaria, non ritenendolo capace di bassezze e di nuocere volontariamente[100]; Anche Lambertenghi si presenta scettico a Pietro Verri dopo aver parlato a lungo con Cesare[101].

Dunque, quale Beccaria?

Toni così acuti da parte dei Verri e l’accavallarsi di vicende private suggeriscono sia opportuno guardare in altro modo al comportamento di Beccaria nel viaggio a Parigi. La «tendenziosità delle testimonianze»[102] ha chiuso le parole e gli atti dell’autore dei Delitti e delle pene in uno schema in realtà poco coerente, che consiglia un’analisi più cauta dei suoi comportamenti.

Lontano dalla gelosia di cui viene accusato, è più probabile che egli fosse assalito da un’angoscia da allontanamento, una malinconia motivata da una generale incapacità di gestire la lontananza dagli affetti. Beccaria parla di ipocondria; le lettere riferiscono di malinconia, prostrazione; egli ha il timore che la moglie possa morire o ammalarsi; poi perde il sonno, si sente isolato[103]; ha addirittura paura di andare a Versailles perché così, simbolicamente, si allontana ancora più da lei: ciò non sembra pertenere alla gelosia, ma a un generale senso di mancanza che, ricordiamolo, si manifesta già a partire dal giorno successivo alla partenza da Milano, a Novara. La crisi sembra configurarsi come un’angoscia di perdita, tanto che Alessandro fa riferimento all’eccessiva immaginazione del compagno di viaggio, che si crea «fantasimi terribili»[104] e lo stesso Pietro, in un primo momento, parla di Van Swieten («Wansvietten»)[105].

Eppure, cresce poi «l’ostinazione con la quale i fratelli Verri, una volta cadute le ragioni della solidarietà», diffondono «insinuazioni e malignità»[106]. Il loro astio che appare al manifestarsi delle prime resistenze di Beccaria alla continuazione dell’itinerario, per comprensibile delusione rispetto all’appoggio intellettuale dato all’amico e all’ambizione dell’operazione parigina, si infiamma e ingigantisce; tocca il rapporto con la moglie e continua in un lungo rimpallo, che durerà anni[107]. Nel marzo dell’anno seguente Alessandro racconterà del rinfrangersi dei soliti pettegolezzi in discussioni:

Il Barone [D’Holbach] […] venuto poi all’articolo della sua passione per la moglie, […] sosteneva che Beccaria non era capace di farle quel servizio tutt’al più che due volte la settimana. […] Al che si aggiunsero le solite frasi, che non è buono a nulla, che non farà più nulla. A tutto questo discorso io assisto con un silenzio imperturbabile, talvolta sorrido un poco, oppure faccio tronca ed equivoca apologia. Così mi pare che convenga. Il mostrarmi suo nemico mi farebbe torto, dopo la figura di suo amico fatta in pubblico; e questi sorrisi e queste mal fatte apologie lo difendono assai male[108].

Il dissidio non sarà superficiale né momentaneo: culminerà addirittura con un testo di Pietro Verri, Examen du livre des Délits et des peines, scritto «con intento denigratorio»[109] contro l’opera di Beccaria: il testo non sarà pubblicato ed è stato reso leggibile nel 1985 da Gennaro Barbarisi[110]. L’Examen era la concretizzazione di un moto che Pietro aveva già dovuto frenare nel fratello quando, nel 1767, Alessandro si era mostrato desideroso di scrivere un pamphlet contro il Dei delitti e delle pene; e così di nuovo osservava tre anni dopo, il 26 maggio 1770: non voleva dar scandalo di adoprar la penna per «passioncelle private».

Ma in cosa consistevano esattamente tali «passioncelle private» da Verri stesso menzionate? Cosa altro – oltre agli scontri sul merito dell’opera, come indica il sopra citato Examen – aveva contribuito a inasprire le reazioni verso Cesare Beccaria?

L’incomparabile marchesina Beccaria

L’inasprirsi dei rapporti e la fissazione verso Teresa velavano, in realtà, un insieme di circostanze e vissuti non irrilevanti. Non si poteva dire, infatti, che Pietro Verri intrattenesse rapporti neutri con la moglie di Cesare Beccaria. Pietro non aveva solo contribuito all’impresa di far rientrare Cesare e la sposa nella casa del padre: poco dopo, nel 1763, aveva dedicato all’«incomparable marquise Beccaria» uno scritto, Relazione d’una prodigiosa cometa osservata in Milano[111], che mirava a raccontare “l’apparizione” di Teresa Blasco durante una festa, ornata da un cappello di straordinaria singolarità, una «sorta di cuffia chiamata Cometa», così strano da fargli coniare per la donna la definizione di «giovane Dama Cometifera». Pietro ribadiva gli stessi contenuti anche in un altro scritto del 1763, Cronaca di Cola de li Picirilli degli avvenimenti pubblici di Milano dell’anno 1763[112]. E della marchesina continuerà a occuparsi nelle lettere con il fratello nel periodo parigino, chiamandola «Ninfa»: «Ho mantenuta la parola a Beccaria e sono stato a visitare la Ninfa; non la trascurerò finch’egli ritorni, e spero che non avrà da farmi il rimprovero d’avere sepellito il talento in questo spazio di tempo»[113]. Osserverà ancora, poco più tardi: «Io non credo che le sue stravaganze fuori di patria non fossero altrimenti effetto della passione per la moglie, tu ne potrai giudicare meglio di me perché ti sono presenti tutti i minuti dettagli, ma a me pare impossibile che un uomo che lascia per più e più mesi intatta una giovane moglie ne sia innamorato»[114].

Smentendo la tesi della gelosia verso la moglie data per buona dalla società parigina, non esitava, così, a inserirsi fra i due, giudicandone ancora una volta il rapporto. Accennava egli stesso anche a voci sul proprio conto e, nel mostrare fastidio per la presenza di Calderara, esaltava, in modo forse un po’ ambiguo, le proprie prove d’amicizia, dicendole «date dopo terminata ogni corrispondenza alla ninfa»:

Abbi pazienza e lasciami parlare di Beccaria anche quest’oggi. Ieri è comparsa la terza tesi che da lui e da’ suoi satelliti Visconti e Calderara si spargono sordamente. La prima si fu ch’io avessi simulata amicizia per lui solamente per poter chiavare sua moglie; ma i fatti si opponevano, la risposta a Facchinei, il ritratto in rame, la mediazione mia per il suo viaggio e simili sono prove d’amicizia date dopo terminata ogni corrispondenza alla ninfa; di più, per poco che mi si accordi il senso comune, si trova che avrei interposti mezzi troppo incomodi e complicati per ottenere un bene che tanti altri hanno partecipato senza far diventare celebre il marito[115].

Ancora un anno dopo, nel 1768, in una lettera al fratello Alessandro, criticherà la libertà della marchesina e la presenza di Calderara:

La marchesina Beccaria ha fatta gran figura ad un ballo dato ai Bagni, tutta la città e borghi erano sossopra; un certo riccio, nuova moda per la Toscana, un riccio, che scende in mezzo alla fronte, ha una fortissima impressione in questi animi robusti toscani, se ne parla con ammirazione, come pure della bellezza di Calderari, poverino, il quale non sa dove possano finire questi elogi in Toscana; insomma se la godono divinamente e il marito si lascia veder poco frattanto[116].

«Al di là di ogni dubbio»[117], è comunque attestato che Pietro Verri ebbe una relazione con la moglie di Cesare Beccaria. Alcuni studiosi ascrivono la storia con Teresa agli anni 1761-1762[118]; altri, come Carlo Capra, John D. Bessler e William Spaggiari, la collocano negli anni 1763-1764[119]: sarebbero testimonianza della relazione tarda alcune lettere datate agosto e ottobre 1764 fra Pietro Verri e Biffi[120], in cui esiste una «petite amie» dotata di «esprit de vanité et de coquetterie qui n’est pas meme honorable» che lo ha ferito, comportandosi con leggerezza verso i suoi sentimenti, e che in una lettera del 28 dicembre 1765 assumerà l’esplicita identità della marquesine Beccaria[121]. Qualcuno attribuisce la relazione ai due mesi di assenza di Cesare, durante l’esperienza d’oltralpe. Si illumina diversamente e diviene più comprensibile, dunque, l’accanimento con il quale Pietro Verri teneva conto dei tempi del parto di Teresa, il quale, affacciandosi alla conclusione nell’agosto 1767 quando il marito era tornato il 12 dicembre 1766 da Parigi, pareva mostrare l’arrivo di un figlio illegittimo. È, questa, una contingenza verso la quale Beccaria non mostra particolare preoccupazione: «fu ancora una volta Cesare Beccaria a dare l’esempio immediato della più ammirevole serenità in un frangente dubbioso»[122], osserva ancora Bizzocchi.

Le circostanze delle relazioni e dei parti meritano dispute e disamine cavillose per essere determinate con esattezza, e non hanno risvolti minimi: il caso della prima datazione del rapporto fra Pietro Verri e Teresa Blasco Beccaria attribuirebbe a Verri la paternità della primogenita, Giulia, futura madre di Manzoni. Tuttavia, che fosse una relazione di qualche anno prima o che fosse più recente l’infatuazione di Pietro per Teresa, è certo improbabile che le sue osservazioni verso l’amico Beccaria potessero essere del tutto scevre da implicazioni emotive, da «passioncelle private» – anche queste, dunque – che Pietro stesso cerca di frenare nei rapporti con Cesare, ma che evoca fortemente e liberamente con il fratello, suscitando tra l’altro in lui un’empatica eco emotiva.

«Caro amico… Lasciami qual sono»: Beccaria oltre i fratelli

Nella relazione tra Beccaria e i Verri, non è secondaria la dinamica del rapporto tra i due fratelli. Se inizialmente Pietro cerca di calmare la reazione viscerale di Alessandro, ipotizzando che possa essersi «ingannato», tanto da affermare «sospendo il mio giudizio»[123] e circoscrivere il problema ai soli due viaggiatori, gradualmente l’empatia lo muove ad associarsi con il fratello minore. Inizia a osservare: «Sento nel mio cuore le amarezze che tu hai provato e sento senza complimenti che ho senza paragone più tenerezza ed amicizia per te che per lui»[124]. Tornato Beccaria in patria, osserva: «Pare che la vicinanza di Beccaria comunichi l’aggitazione nell’animo, e tu ben vedi che l’effetto è nato in me dopo il suo ritorno. Egli pone in tumulto mille passioni, le quali non ce le possiamo svelare che fra noi due […]»[125]. E al 17 gennaio 1767: «Un mese fa io doveva consolarti, ora tu devi far meco questo Uffizio: è cambiata la nostra parte sullo stesso argomento»[126].

Mentre Beccaria non pare avere alcun comportamento aggressivo, ma è, piuttosto, reo di allontanarsi e non scusarsi di aver fatto fallire il progetto franco-inglese, i fratelli giocano una partita che ha a che fare con i loro reciproci assetti e affetti. Fra empatia e reciproca solidarietà, le iniziali cautele di Pietro decadono piano piano e Beccaria diventa nelle loro parole «feroce», «dissimulato», «ridicolo», «impostorissimo». I due lo dicono «avvilito nelle disgrazie, ingrato nella prosperità», «acro ed inquieto», «pazzo di vanità», «impertinente come un musico», «brutale», «bestia», capace solo «di portare l’amarezza, il fiele e l’inquietudine nel cuore di chi ha avuto amicizia per lui», un «perfidissimo buffone», «ingratissimo e vilissimo calunniatore» «un vile immerso nella putredine»[127], «un Caligola», un «imbecille»[128]. Non gli sarà risparmiato l’insulto di «becco», con riferimento ironico anche all’origine del cognome.

La scelta di Alessandro di lasciare Parigi esattamente quando Beccaria torna a Milano parla sia del disagio per il confronto/affronto subìto sia dell’offesa per l’essersi dovuto limitare a restare nell’ombra. In quest’ombra si assesta Pietro, per il quale Beccaria è colpevole di non essersi prestato a essere un orgoglioso tramite verso i philosophes francesi e di non aver riconosciuto davanti a loro la paternità della risposta a Facchinei.

Ma, al contempo, Alessandro ottiene l’attenzione, l’interesse, l’empatia del fratello, tesoro non indifferente in una dinamica familiare che non parlava certo di affetti incondizionati e riconoscimenti. La figura del padre Gabriele, severo, accentratore e punitivo, aveva provocato un risentito allontanamento di Pietro. Di lui egli scrive: «Egli è stato il più implacabile mio nemico»[129]; sulla madre, «il giudizio di Pietro fu sempre venato di acre ironia, quando non addirittura di astio […]. Il ricordo della madre è quello di una donna «violenta smaniosamente dispotica, che non ebbe altra norma o limite che le sue idee»[130]. Pietro scrive ai fratelli il 6 ottobre 1766: «Padre e Madre non parlano d’Alessandro, come se nemmeno fosse al mondo»[131].

Particolare importanza rivestiva dunque, in tale contesto familiare, l’alleanza tra i due fratelli. Scrive, a Londra, Alessandro dopo l’esperienza parigina: «La mia Patria è dov’è Pietro. Vieni qui, vieni a Parigi, vieni sulla cima del monte Senis: tutte queste saranno mie Patrie e vi starò benissimo»[132]. Il fratello minore rinsalda, così, il legame con il maggiore; il maggiore, a propria volta sfuggito faticosamente all’autorità paterna e sofferente perché Beccaria non riconosce la sua autorevolezza, rinsalda il legame familiare con la devozione di Alessandro. In tali dinamiche relazionali, la figura di un Beccaria colpevole di non aver ottemperato alle aspettative di Pietro è stata letta da Bartolo Anglani come quella di «un intelletto che si è sottratto a un abbraccio soffocante»[133]. A nessun altro “nemico” Pietro Verri dedicherà, in effetti, tanto spazio nelle proprie lettere[134]: Pietro rimase «impigliato nell’ossessione di decifrare l’enigma di Cesare Beccaria»[135]; il «fantasma di Beccaria» continuerà a restare nel romanzo epistolare dei due molto a lungo; vi compare 330 volte. Solo verso il 1774 i giudizi dei due fratelli verso l’amico inizieranno ad attenuarsi[136].

Si sovrappongono, dunque, diverse ragioni di contrasto fra i fratelli Verri e Cesare Beccaria; molteplici sembranoi motivi per cui i due fratelli si dedicarono «nel segreto del loro carteggio a smantellare la personalità dell’antico amico»[137]: lo shock del comportamento inadatto al viaggio parigino, il sentirsi in ombra di Alessandro, il non riconoscimento della Risposta verriana a Facchinei, la delusione per non aver Cesare Beccaria onorato il pregiato palco tra i philosophes che era stato curato e allestito con maestria e cura dai Verri; il gioco di empatia e affetto tra i fratelli; ma anche le «passioncelle private», un rapporto decisamente poco neutro con Teresa. Difficile dire se si tratti di una sommatoria di fattori che aggravi via via i rapporti, come pare, o se lo spostamento verso Parigi sia stata l’occasione che ha favorito l’emergere di situazione pregresse, sia con Teresa sia nelle dinamiche tra i fratelli.

È certo, invece, che circostanze così acute non abbiano mai fornito un’immagine realistica della personalità di Cesare Beccaria. Il suo ritratto ne è sempre uscito filtrato, distorto, compresso: quello di una sorta di inetto dal carattere instabile, poco sovrapponibile al profilo intellettuale e umano che mostrerà in seguito. Forse un po’ pigro, accidioso, certo bloccato da nevrosi personali (non andrà mai a Pietroburgo, pur invitato), ma mai aggressivo o poco rispettoso verso i Verri, e per niente incapace di gestire in modo responsabile la propria carriera: diventerà alto funzionario di stato e dal 1769 sarà professore di Scienze camerali alle Scuole Palatine; sarà, poi, membro del Supremo Consiglio d’economia dal 1771; magistrato provinciale della Zecca dal 1778 e delegato per la riforma delle monete[138]. Inizialmente, proprio Pietro Verri, cercando di contenere il malumore del fratello, con sguardo lucido – che sgomenta, rispetto all’aggressività di altri momenti – tenta una descrizione dell’amico sofferente che si avvicina alla natura più vera dell’amico. Le parole lo ritraggono con una precisione che non si riesce a comporre con la serie di insulti che di lì a poco coroneranno l’immagine di Beccaria nella maggior parte dell’epistolario. Scrive il 29 dicembre 1767, sul finire di quell’anno intenso, Pietro:

Sul conto di quest’uomo ti dirò che è un velo è caduto ai miei occhi; sono già sei o otto giorni che non ci vediamo, l’amicizia mia è radicalmente tolta dal mio cuore; e questo caso è tanto più sicuro quanto che io non mi sento veruna animosità contro di lui, né posso nel mio animo fargli alcun rimprovero. Egli non mi ha mai mancato di parola e di riguardi; la colpa non è sua se io mi sono ostinato a volerlo credere capace di vera amicizia. Beccaria è un uomo deciso, incapace di tessere un inganno o di simulare, ei non reggerebbe alla fatica di farlo; egli gode dei piaceri che a lui sanno cagionare gli uomini, e, come gli amici ne cagionano i massimi, ei gode assaissimo dell’amicizia. Ma quest’uomo che non vive mai che il momento attuale, né può contrapporre la serie dei futuri al momento presente, sceglie il piacere presente, s’allontana dal dolore presente e, come ei trova piacere alla fortuna che ha fatto ed alla superiorità che pubblici voti gli hanno data su i suoi amici, egli ne vuol godere in tutta la sua estensione: gli amici se ne risentono; la vista di questo risentimento e dolorosa a Beccaria, per ciò gli fugge. Non s’è egli sempre lasciato vedere qual è, ubbidientissimo a una sensazione per volta?[139]

Nega, Pietro, la dimensione della dissimulazione che altrove gli attribuisce; descrive una persona al contempo decisa e amante della propria tranquillità, quasi ostinatamente limitata all’attimo presente.

Quella di Cesare Beccaria è una personalità complessa, dunque, rimasta poi incastrata nel saldo, affascinante edificio narrativo della corrispondenza tra i Verri. Ma un dato ulteriore è da sottolineare: la figura di Cesare Beccaria ha singolarmente beneficiato di scarse indagini italiane espressamente dedicate alla sua biografia, alla ricostruzione del suo profilo di individuo (e non solo di teorico, cioè); nessuna grande, documentata ricostruzione delle svolte della sua vita con un’ottica che finalmente potesse innalzarlo oltre gli scritti verriani, se si eccettua, dopo quella del 1938[140], una biografia di Renzo Zorzi uscita nel 1996, documentata, ma scarsamente citata e purtroppo non annotata[141].

Proprio Zorzi ricorda come sulle nevrosi di Beccaria, che non finiranno con il viaggio a Parigi, lo stesso Lombroso avesse riflettuto producendo uno studio certo estremo, La follia di Beccaria[142], ma costruito proprio a partire dagli eventi del viaggio a Parigi[143]. A parte i profili bibliografici delle opere nazionali, le voci enciclopediche, i contributi critici su porzioni della biografia o le osservazioni critiche alle sue opere, nessuna grande ricostruzione biografica dedicata alla sua figura è stata intrapresa recentemente in patria; l’unica grande biografia, a firma dello statunitense John D. Bessler, Celebrated Marquis. An Italian Noble and the Making of the Modern World[144], non ha traduzione italiana. Singolari mancanze, forse esito sottile della dicotomia tra il Beccaria inficiato dai difetti attribuitigli e quello della sua carriera successiva. La distanza tra la grande opera scritta e la piccolezza del ritratto consegnato alla storia attraverso l’epistolario verriano ha, forse, fatto distogliere lo sguardo dall’uomo in favore dell’opera[145]. E, a confermare la durezza di un destino in patria, un dato biografico liminale: le sue spoglie non riposano in alcun luogo, disperse nel corso di lavori urbani nel Cimitero della Mojazza.

Intanto, invece, l’Europa lo ammirava: circostanza che spingeva Pietro Verri a scrivere: «l’Europa ha dichiarato ch’egli è più grande di me: il mio cuore dichiara tutto il contrario»[146]. «Possibile che gli amici milanesi non facciano nessuna maligna riflessione sul ritorno dell’amico?»[147], si chiedeva Alessandro in una lettera del 1767.

Il profilo contraddittorio di Beccaria che emerge nel Viaggio – deformato, distorto da molteplici questioni – non è attendibile, e a distanza di oltre due secoli resta aperta la domanda sulla natura profonda dell’autore dei Delitti. Beccaria era certamente lontano dall’essere «uno da sé inetto», come osservava Pietro Verri; l’assetto esistenziale personale, complesso, è ancora da indagare nel dettaglio.

Singolarmente, Beccaria è un intellettuale che racconta un paradigma illuminista capovolto: rappresenta il «paradigma perfetto del viaggiatore […] irrecuperabilmente estraneo al viaggio illuministico»[148]; come tale cerca di raccontarsi, di descriversi all’amico Pietro. Gli scrive, infatti, nella lettera del 15 novembre 1766:

Caro amico, sono vicino ai trent’anni. Lasciami qual sono, lasciami correre la mia carriera in pace secondo le mie sensazioni, il mio carattere e i bisogni miei. Seguendo gl’impulsi costanti ed indelebili dell’animo mio, esso si metterà in equilibrio da se stesso sugli effetti di queste tue tanto temute e dicerie. Dai due di ottobre a questo momento non ho gustato la felicità. I dolci vapori delle lodi e delle continue testimonianze di stima ricevuta in questa Patria della Filosofia erano e sono di continuo infettati da un alito amaro e pungente che sorge dall’imo del cuore. Non ho mancato di approfittare della corta mia dimora, ho ben visto esaminato Parigi, ho fatto mille utili ed importanti amicizie, ho gettato i semi della mia futura felicità[149].

Ma la sua consapevolezza è letta dai destinatari come debolezza. Di fatto Beccaria, come ancora una volta nota acutamente Bartolo Anglani, «si trincera dietro un essere che non tollera intromissioni analitiche e domanda solo di essere lasciato in pace»[150]; affronta con coraggio impensabile e con indifferenza il pericolo del giudizio altrui. Preferisce la dimensione individuale a quella della sociabilité – che era ovviamente la dimensione d’elezione secondo i due fratelli Verri. È mirabile la sua indipendenza di giudizio, lì dove si richiama ad altri momenti in cui ha deciso autonomamente e contro il parere di altri del proprio destino:

Sono stato felice, urtando tutto Milano facendo un matrimonio perfettamente a mio modo, io solo, senza reputazione preventiva, ed ora non potrò avere il coraggio di tornare due mesi prima di quello che avevo stabilito alla mia patria, nessuno della mia famiglia, amici che mi amano e mi onorano e la stima dei quali ne impone a tutti gli altri, io, che per quello che si è passato e per 1000 prove giornaliere deve essere convinto che i suffragi dell’Europa sono in mia mano, e dovrò curare quelli dei milanesi? Sia tranquillo sulla mia reputazione. Non essendovi nel mio cuore niente che di onesto e di buono, io ne rifarò le piccole rovine come un buon orologiaio la sua mostra, ed i buoni Milanesi avranno la bontà di stimarmi un’altra volta loro malgrado[151].

In queste parole è un programma, un metodo di sviluppo. Beccaria denuncia con mite fermezza il proprio “scarto individuale”; e, se da una parte lo abita una sorta di ostinata lentezza, spesso giudicata come indolenza (peraltro smentita dalla mole dei suoi lavori, dalle sue docenze, dalle cariche assunte), dall’altra, al netto, questo suo sostare risulta una determinazione attiva, che non si fa distogliere da osservazioni di circostanza e di opportunità sociale; risulta essere una «forza incoercibile»[152]. Pur schiacciata dal peso culturale dei fratelli Verri, la forza individuale di Beccaria progredirà, e principalmente attraverso l’assertività delle sue opere; ma sembra, tuttavia, ancora meritare uno sguardo più articolato che la sleghi dall’ombra e dal peso del compatto monumento epistolare costruito dai Verri.

                                                                                             


[1] G. Gaspari, Filologia delle figure. Due rebus iconografici nella cerchia del «Caffè», in Nell’officina dei Lumi. Studi in onore di Gianni Francioni, Como-Pavia, Ibis, 2021, pp. 285-306.

[2] Ivi, p. 296. Osserva Gaspari: «recupera certo dall’incisione dello «Spectator» il senso vivo e realistico della riunione redazionale – a quella è evidentemente intento il tavolo di sinistra –, ma moltiplicando le attività dei personaggi nel gioco, nella lettura e nell’ascolto, si offre come perfetta rappresentazione delle differenti modalità del rito sociale della parola» (ivi, p. 297).

[3] G. Gaspari, Filologia delle figure, op. cit., p. 294.

[4] Nell’immagine n. 2 il frontespizio di The Spectator. Volume the First [-Eight], London, printed for J. And R. Tonson and S. Draper, 1747: vi si legge Francis Hayman (inv[eni]t), S. Ravenet (sculp[sit]). Nell’immagine n. 3 il frontespizio con altro disegno, sempre di Hayman (delin[eavit]), inciso da Charles Grignion (sculp[sit]); qui un’edizione del 1753.

[5] Si veda la catalogazione del British Museum: https://www.britishmuseum.org/collection/object/P_1881-1008-14 (ultima consultazione: 30/06/2026).

[6] G. Gaspari, Filologia delle figure, op. cit., pp. 299-300.

[7] Così definiva Mario Fubini i componenti dell’Accademia dei Pugni: M. Fubini, Pietro Verri e il «Caffè», in La cultura illuministica in Italia, a cura di M. Fubini, Torino (1957), ERI, 1964, II ed., p. 107.

[8] Lettera di Pietro ad Alessandro Verri del 27 novembre 1766, in Viaggio a Parigi e Londra (1766-1767). Carteggio di Pietro e Alessandro Verri, a cura di G. Gaspari, Milano, Adelphi, 1980, p. 92 (d’ora in avanti, Viaggio).

[9] P. Verri, Memorie sincere, Milano, 6 aprile 1762, in Edizione Nazionale delle opere di Pietro Verri (da ora in poi ENPV), V, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2003, pp. 17-152 di Pietro Verri: ora all’URL: https://illuminismolombardo.it/testo/memorie-sincere/?tipo=1 (ultima consultazione: 14 agosto 2026).

[10] Cfr. G. Francioni, Nota al testo, in C. Beccaria, Dei Delitti e delle pene. Edizione nazionale delle opere, Milano, Mediobanca (d’ora in poi ENCB), 1984, I, pp.  218-28.

[11] Cfr. C. Beccaria, Dei Delitti e delle pene. Edizione nazionale delle opere, op. cit., p. 218.

[12] Ivi, pp. 247-48.

[13] Cfr. anche G. Santato, La questione attributiva del “Dei delitti e delle pene”,in «Lettere Italiane», 48 (3), 1996, pp. 360-98.

[14] Si veda a tale proposito P. Musitelli, I manoscritti inediti di Alessandro Verri, Protettore dei carcerati (1763-1765), Line@editoriale [On line], 2, 2010, pubblicato in rete il 09/02/2017, consultato il 09/08/2026 (cfr. l’URL: https://interfas.univ-tlse2.fr/lineaeditoriale/176). Pierre Musitelli ha rinvenuto recentemente tra i documenti di lavoro di Beccaria custoditi alla Biblioteca Ambrosiana un registro, Becc B 228, che è un Elenco dei giustiziati in Milano tra il 1470 al 1764. L’elenco si interrompe proprio nel mese di uscita del trattato, nel luglio 1764: P. Musitelli, Giustizia fatta: observations sur un registre des condamnés à mort (1471-1764) de la bibliothèque de Beccaria. L’Écriture est la peinture de la voix: Essays in honour of Nicholas Cronk, in «Modern Languages Open», 1, 2024, pp. 1-14 DOI: https://doi.org/10.3828/mlo.v0i0.513; cfr. l’URL: https://modernlanguagesopen.org/articles/10.3828/mlo.v0i0.513 (ultima consultazione: 14/08/2026).

[15] Cfr. G. R. Carli, lettera a Paolo Frisi del 1° gennaio 1765, ora in C. Beccaria, Dei delitti e delle pene. Con una raccolta di lettere e documenti relativi alla nascita dell’opera e alla sua fortuna nell’Europa del Settecento, a cura di F. Venturi, Torino, Einaudi, 1965, pp. 186-88.

[16] Ivi, p. 252.

[17] C. Beccaria, ENCB, IV: Carteggio. Parte I: 1758-1768, a cura di C. Capra, R. Pasta, F. Pino Pongolini, Milano, Mediobanca, 1994, p. 88.

[18] G. Francioni, ENCB, I, op. cit., p. 267.

[19] Ivi, p. 188 e p. 267.

[20] Ivi, p. 267.

[21] Ibidem.

[22] Ivi, p. 285.

[23] L. Firpo, Le edizioni italiane del «Dei delitti e delle pene», in ENCB, I, op. cit., pp. 406-408.

[24] Risposta ad uno scritto, che s’intitola Note, ed osservazioni sul libro Dei delitti e delle pene, s. d., ma Lugano, Agnelli, 1765.

[25] Morellet attribuisce a Malesherbes l’idea di tradurre l’opera in francese: cfr. P. Musitelli, Le flambleau et les ombres. Alessandro Verri des Lumières à la Restauration (1741-1816), Roma, École française de Rome, 2016, p. 121.

[26] Sulla quale si leggano in ENCB, I, op. cit., le pp. 436-44.

[27] C. Beccaria, ENCB, IV, op. cit., lettera 60: ‘Signore, senza avere l’onore di essere da lei conosciuto, mi credo in diritto di inviarle un esemplare della traduzione che ho fatto della sua opera De’ delitti e delle pene. Gli uomini di lettere sono cosmopoliti e appartengono a tutte le nazioni; sono legati tra loro da vincoli più stretti di quelli che uniscono i cittadini di uno stesso Paese, gli abitanti di una stessa città e i membri di una stessa famiglia. È a questo titolo che credo di poter intrattenere con lei un commercio di idee e di sentimenti che mi sarà molto gradito, se lei non si rifiuterà all’impazienza di un uomo che la ama senza conoscerla, e che lei ha sensibilmente obbligato, facendogli provare quelle dolci e forti emozioni che nascono dalla lettura della sua eccellente opera’ (le traduzioni in italiano sono tutte a cura di chi scrive).

[28] «Je dois maintenant m’excuser auprès de vous de la liberté que j’ai prise de changer l’ordre de votre ouvrage. J’ai donné dans une préface les raisons générales qui me justifient, mais je dois m’arrêter davantage avec vous sur ce sujet. […]  pour les lecteurs ordinaires moins intruits, et surtout pour des lecteurs françois, plus difficiles sur la methode, votre ouvrage traduit uno tenore auroit été moins facile à saisir. Or j’ai cru, et je crois encore, avoir suivi une marche plus reguliere et qui rend l’ouvrage plus clair, qui rapproche des choses qui devoient etre unies et qui se trouvoient separées, et qui en tout est plus conforme au moins au génie de ma nation et à la tournure de nos livres. […] cette disposition nouvelle de votre livre dans ma traduction n’est point une critique de l’original dans l’esprit de personne, comme elle n’est pas non plus un mérite pour le traducteur. Il est tout simple que vous n’aiés pas suivi une marque bien compassée et bien reguliere, la force des idées et surtout la chaleur du sentiment vous ont entrainé. Il vous eut été facile de rétablir un ordre un peu plus naturel, mais c’eut été l’ouvrage d’un travail posterieur, et ce travail demande une patience que vous n’avés pas eüe et que les têtes fortes ont rarement»: Morellet a Cesare Beccaria, ENCB, 3 gennaio 1766 (‘Devo ora scusarmi con lei della libertà che mi sono preso di cambiare l’ordine della sua opera. Ho esposto in una prefazione le ragioni generali che mi giustificano, ma devo soffermarmi più a lungo con lei su questo argomento. […] per i lettori ordinari meno istruiti, e soprattutto per i lettori francesi, più esigenti sul metodo, la sua opera tradotta secondo l’ordine originale sarebbe stata meno facile da comprendere. Ora io ho creduto, e credo ancora, di aver seguito un ritmo più regolare e che rende l’opera più chiara, che avvicina cose che dovevano essere unite e che si trovavano separate, e che in tutto è più conforme almeno al genio della mia nazione e alla forma dei nostri libri. […] Questa nuova disposizione del suo libro nella mia traduzione non è affatto una critica dell’originale agli occhi di nessuno, come non è neppure un merito per il traduttore. È del tutto naturale che lei non abbia seguito un ordine ben misurato e ben regolare: la forza delle idee e soprattutto il calore del sentimento l’hanno trascinato. Le sarebbe stato facile ristabilire un ordine un po’ più naturale, ma sarebbe stato il frutto di un lavoro successivo, e questo lavoro richiede una pazienza che lei non ha avuto e che le teste forti hanno raramente’).

[29] ‘Mi è stato detto che un autore può rimanere offeso dal vedere che nel suo libro sono stati fatti dei cambiamenti, anche se utili, perché dimostrano che il libro non era buono come avrebbe potuto essere. Ma, signore, questo modo di vedere non può essere il suo, almeno così ho pensato. Un uomo di genio che ha compiuto un’opera universalmente ammirata, piena di idee nuove e forti ed eccellente per il contenuto, deve poter sentire dire con freddezza che il suo libro non ha tutto l’ordine di cui era suscettibile, e deve essere ben contento che si lavori su questa base così ricca, e che se ne cambi qualcosa nella forma. Deve persino arrivare ad adottare i cambiamenti che vi saranno stati fatti, se sono utili e sostenuti da buone ragioni. Ecco il coraggio che mi aspetto da lei, signore: riformi, tra i cambiamenti che ho apportato, quelli che le sembreranno inopportuni, conservi quelli che sono buoni, e creda che non farà che accrescere la sua considerazione. Ecco ciò che oso proporle. Lei è degno che io abbia con lei questa confidenza, e mi lusingo che me ne sarà grato’: ivi, p. 189.

[30] Fino al 1958, quando fu pubblicata una nuova edizione a cura di Franco Venturi, l’edizione di riferimento fu quella del 1774 con falsa indicazione di «Londra, presso la Società dei Filosofi» ma in realtà Livorno, Coltellini, ma approntata sulla traduzione francese di Morellet e per la cura di Gaetano Poggiali: cfr. L. Firpo, ENCB, I, op. cit., pp. 508-14.

[31] Ivi, p. 461, n. 7.

[32] È riconosciuta l’influenza di Dei delitti sulla Dichiarazione di indipendenza: cfr. J. D. Bessler, The birth of American Law. An Italian Philosopher and the American Revolution, Durham, Carolina Academic Press, 2014. Cfr. anche R. Loretelli, J. Dunkley, The criminal question in the public sphere. Cesare Beccaria’s On Crimes and Punishments and Eight-teenth Century Britain: A Two-WayPerspective, in «Diciottesimo Secolo», 4, p. 4: doi: 10.13128/ds-25433. Cfr. l’URL: https://doi.org/10.13128/ds-25433 (ultima consultazione: 14/08/2026).

[33] Cfr. Viaggio, op. cit., p. 529. La descrizione di Calderara è tratta da C. Vianello, La vita e l’opera di Cesare Beccaria con scritti e documenti inediti, Milano, Ceschina, 1938, p. 80.

[34] Lettera di Alessandro a Pietro del 3 ottobre 1766, in Viaggio, op. cit., p. 9.

[35] Lettera di Alessandro a Pietro del 19 ottobre 1766: ivi, p. 23.

[36] Ivi, p. 24.

[37] Ivi, pp. 24-25.

[38] Ivi, p. 24.

[39] Ivi, pp. 22-23.

[40] Ivi, p. 23.

[41] Ivi, pp. 26-27.

[42] Lettera di Beccaria a Pietro del 2 ottobre 1766: ivi, p. 441.

[43] Lettera di Beccaria a Pietro del 12 ottobre 1766: ivi, pp. 442-43.

[44] Ibidem.

[45] Lettera di Beccaria a Teresa del 2 ottobre 1766, in ENCB, IV, op. cit., p. 412.

[46] Lettera di Beccaria a Teresa del 3 ottobre 1766: ivi, p. 414.

[47] Lettera di Beccaria a Teresa del 12 ottobre 1766: ivi, p. 414.

[48] Lettera di Alessandro a Pietro del 19 ottobre 1766, in Viaggio, op. cit., p. 26.

[49] Ivi, p. 25.

[50] Ivi, pp. 26 e 28.

[51] Ivi, p. 24.

[52] Ivi, p. 29.

[53] Pietro la utilizza nuovamente nella lettera di risposta, con riferimento alla moglie di Beccaria che piange non perché dubiti del ritorno del marito, ma perché non potrà vedere Parigi: «Ora vedi il dissotto delle carte delle cose di questo basso mondo, e paragonalo col nostro amico, che fra i sassi della Savoia crede di vedere aperto l’orribile libro de’ Fati che condanna a morte la sposa!» (ivi, p. 36). E ancora, Alessandro: «Lo vedo adorato fuori di casa ed imbecille a’ miei fianchi. Il dissotto delle carte è sempre così in questo mondo» (Lettera di Pietro ai fratelli del 3 novembre 1766: ivi, p. 41). Un illuminante contributo di B. Anglani prenderà il titolo da questa locuzione: B. Anglani, «Il dissotto delle carte». Sociabilità, sentimenti e politica tra i Verri e Beccaria, Milano, Franco Angeli, 2004.

[54] Lettera di Alessandro a Pietro del 7 ottobre 1766,in Viaggio,op. cit., p. 29.

[55] G. Gaspari, Prefazione, in Viaggio, op. cit., p. XI.

[56] W. Spaggiari, Scene ridicole e segrete malinconie. Cesare Beccaria alla moglie, in «Versants: revue suisse des littératures romanes-Rivista svizzera delle letterature romanze-Revista suiza de literaturas románicas», 59, 2009, pp. 49-63 (http://doi.org/10.5169/seals-271239; ultima consultazione: 14/08/2026), p. 53. La prima edizione del carteggio, dopo un tentativo tardo ottocentesco, risale agli anni 1910-1942, in XII volumi. La parte relativa alla partenza per Parigi, dal 2 ottobre 1767 fino al 13 agosto 1768, fu pubblicata per la prima volta nel 1923. Si veda al proposito la Nota al testo in Viaggio, op. cit., pp. 495-503, che costituisce l’edizione di riferimento per le presenti citazioni.

[57] Lettera di Pietro Verri a Cesare Beccaria, 26 ottobre 1766, in ENCB, IV, op. cit.

[58] Pietro Verri, lettera ai fratelli del 26 novembre 1766, in Viaggio, op. cit., pp. 89-90. L’autore a cui fa riferimento Pietro Verri è Gehrard Van Swieten, la cui Kurze Beschreibung und Heilungsart der Krankheiten, welche am öftesten in dem Feldlager beobachtet werden del 1758, poi Description abrégée des maladies qui règnent le plus communément dans les armées (Paris 1761), figura tra le opere delle biblioteca di Alessandro Verri, come nota A. Salvadè, «Dalla sanità all’agonia è un terribile viaggio». Malattia e medicina nelle prose di Pietro Verri, in «Ticontre. Teoria Testo Traduzione», 20, 2023, pp. 83; cfr.  anche P. Musitelli, I manoscritti inediti di Alessandro Verri, Protettore dei carcerati (1763-1765), Line@editoriale [En ligne], 2, 2010, mis en ligne le 09/02/2017, consulté 12/08/2026; cfr. l’URL: http://interfas.univ-tlse2.fr/lineaeditoriale/176. Van Swieten studiò il male di patria, das Heimveh (già definita nel 1688 come Schweizer Krankenheit, inizialmente studiata sui soldati svizzeri), nelle sue manifestazioni fisiche.

[59] Lettera di Pietro ai fratelli del 26 novembre 1766, in Viaggio, op. cit., p. 91.

[60] Lettera di Pietro ad Alessandro del 3 novembre 1766: ivi, p. 31.

[61] «Forse tua moglie istessa, la quale è causa di tutto ciò…», scrive mimando con il fratello un discorso a Beccaria: lettera di Alessandro a Pietro del 10 novembre 1766: ivi, p. 55.

[62] Lettera di Alessandro a Pietro del 25 ottobre 1766: ivi, p. 39.

[63] Lettera di Alessandro a Pietro del 27 ottobre 1766: ivi, p. 52.

[64] Lettera di Alessandro a Pietro del 2 novembre 1766: ivi, p. 53.

[65] Ibidem.

[66] Lettera di Alessandro a Pietro del 12 novembre 1766: ivi, pp. 76-78.

[67] Lettera di Alessandro a Pietro del 2 novembre 1766: ivi, p. 56.

[68] Lettera di Alessandro a Pietro del 12 novembre 1766: ivi, pp. 78-79.

[69] Lettera di Alessandro a Pietro del 2 novembre 1766: ivi, p. 54.

[70] Lettera di Pietro ad Alessandro del 13 novembre 1766: ivi, p. 63.

[71] Ivi, p. 64.

[72] Lettera di Alessandro a Pietro del 18 novembre 1766: ivi, p. 94

[73] Ivi, p. 95.

[74] Ivi, p. 104.

[75] Ivi, p. 97.

[76] Lettera di Alessandro a Pietro del 13 dicembre 1766: ivi, p. 125.

[77] Lettera di Pietro del 16 dicembre 1766: ivi, p. 133.

[78] Ivi, p. 134.

[79] Ivi, p. 133.

[80] Cfr. Nota al testo degli Scritti filosofici e letterari di Cesare Beccaria, a cura di L. Firpo, G. Francioni e G. Gaspari, Milano, Mediobanca, 1984, p. 371 (ENCB, II); cfr. W. Spaggiari, Scene ridicole e segrete malinconie op. cit., p. 59, n. 17.

[81] Lettera di Pietro Verri ad Alessandro del 30 marzo 1767, in Viaggio, op. cit., p. 374.

[82] Lettera di Pietro Verri ad Alessandro del 16 settembre 1767: ivi, p. 74.

[83] C. Beccaria, lettera a Giambattista Biffi del 20 giugno 1763, in ENCB, IV, op. cit., p. 77.

[84] Lettera a Morellet del 26 gennaio 1766, in ENCB, IV, op. cit., p. 222.

[85] Continuava: «La supplico dunque per le viscere di Gesù Cristo di non più oltre impedirmi l’esecuzione di questo matrimonio, né di più ulteriormente violentare la mia volontà e la mia coscienza. La supplico di lasciarmi in preda al mio destino, del quale solo a me, non già a’ miei genitori dovrà imputarsene quell’esito cattivo che mi si predice. Ho fatto tutto quel che ho potuto per violentare l’animo mio, ma ora assolutamente non posso più cangiarmi. Mi contento di abbandonare la casa paterna e di soffrire quel tenue assegnamento si degnerà di farmi, ma la prego ad avere la carità di lasciarmi eseguire la mia volontà fissa ed immutabile, altrimente non so cosa accaderebbe d’un suo povero figlio tormentato da sì longo martirio, mentre le bacio le mani e le chiedo la paterna benedizione»: C. Beccaria, lettera del 4 febbraio 1761, in ENCB, IV, op. cit., pp. 41-42.

[86] G. Albertocchi, Dietro il Retablo: «Addio Teresa Blasco, addio Marchesina Beccaria», in «Quaderns d’Italià», 10, 2005, p. 97.

[87] Lo zio Nicola Beccaria era stato il primo a essere accettato nel patriziato milanese, e Giansaverio, padre di Cesare Beccaria, aveva chiesto l’estensione alla famiglia: cfr. F. P. Pongolini, Contributo alla biografia di Cesare Beccaria. Le vicende economiche e patrimoniali della famiglia, in Cesare Beccaria tra Milano e l’Europa, Milano-Roma, Cariplo-Laterza, pp. 587-633; C. Capra, Beccaria e i Verri negli anni dei Pugni e del «Caffè», in Il caso Beccaria. A 250 anni dalla pubblicazione del «Dei delitti e delle pene», a cura di V. Ferrone e G. Ricuperati, Bologna, il Mulino, 2016, p. 88.

[88] «L’ho collocato nella casa paterna e cavato dalla miseria. Eccovi il mio piano di campagna. Egli era in mezzo ai debiti, senza modo di sussistere, con in faccia un avenire tristissimo. Gli uffici furono inutilmente fatti, scritte più lettere di umiliazione al Padre, non v’era più cosa da tentare. La desolazione era al colmo. Io non conosceva nè il Padre nè la Madre del mio amico, unicamente conosceva il Zio, Don Nicola, uomo legulejo caustico e ostinato a non voler riconoscere la nuora. Osservai dai riscontri che s’ebbero che il Padre sopra tutto esclamava, perchè non ardisse mai suo figlio di presentarsi a lui, che assolutamente non lo voleva più vedere. Da questa violenza colla quale gli vietava di comparirgli davanti compresi che ei temeva adunque quell’incontro, che dunque tentandolo v’era della probabilità di riuscire. Il Marchese Padre e la Madre seppi che erano buona gente, mi parve che tutto l’impegno venisse dal Zio e che, un passo dopo l’altro avendo spinto le cose all’eccesso, non avevano coraggio di rientrare in loro stessi. Concepii l’idea d’una sorpresa.

Bisognava cogliere tutta la famiglia radunata. Dunque l’ora del pranzo. Bisognava togliere ogni appiglio che si volgesse in senso d’una violenza quella azione e perciò disposi che andasse disarmato senza spada. Bisognava pensare al personaggio che doveva rappresentare la moglie, e destinai che ella come strascinatavi dal marito fingesse uno svenimento sulla prima sedia che avesse trovata nella stanza dove era la famiglia. Disposi due lettere nelle quali Beccaria dava parte al Ministro Plenipot.° ed al Presidente del Senato della risoluzione che prendeva di gettarsi a’ piedi del Padre, e disposi chi le dovesse contemporaneamente portare nel momento della azione affine di prevenire ogni accidente. Disposi il discorso che Beccaria doveva fare di scusa, umiliazione, e preghiera. I pochi mobili e vestiti disposi di sottrarli dalla casa acciocché non venissero sequestrati per il fitto di essa. Tutto fu condotto col maggiore secreto. Persuasi lui sulla necessità di farlo, lei sulla medesima e sulla convenienza di far sembiante che, essendo chiesta dal marito di fare una passeggiata, trovandosi davanti la casa, lo abbia quasi a forza dovuto seguitare. In somma la impresa è riuscita bene, la sorpresa fece il suo effetto, e la natura soffocò l’arte e con lacrime, abbracci, e cordialità fu accolto e collocato colla moglie nella casa paterna, tratto dalla inquietudine di vivere. Di questo fatto me ne applaudisco, perchè ho potuto far del bene a un giovine di merito»: P. Verri, Memorie sincere, 15 ottobre 1762, testo critico stabilito da G. Barbarisi, in ENPV, V, 2003, 17-152: https://illuminismolombardo.it/testo/memorie-sincere/?tipo=1 (ultima consultazione: 14/08/2026).

[89] Se ne legga la ricostruzione in W. Spaggiari, Scene ridicole e segrete malinconie, op. cit., pp. 49-63.

[90] G. Albertocchi, Dietro il Retablo, op. cit., p. 105.

[91] Non tutte le lettere che si sono scambiati durante il viaggio a Parigi di Beccaria sono state salvate. Ne rimangono undici di Beccaria e sei della marchesina, ora in ENCB, IV, op. cit., pp. 411-88.

[92] Lettera di Teresa a Cesare Beccaria del 6 ottobre 1766: ivi, p. 425.

[93] Lettera di Teresa a Cesare Beccaria del 13 ottobre 1766: ivi, p. 443.

[94] Note in Viaggio, op. cit., p. 517.

[95] Cfr. B. Anglani, «Il dissotto delle carte», op. cit., p. 21; W. Spaggiari, Scene ridicole e segrete malinconie, op. cit., p. 59; G. Albertocchi, Dietro il Retablo, op. cit., p. 107. Carlo Capra ipotizza che il figlio nato il 20 agosto 1767 potesse essere di Calderara: C. Capra, I progressi della ragione,op. cit., p. 269: doi: 10.978.8815/229120 (cfr. l’URL: https://www.darwinbooks.it/doi/10.978.8815/229120; ultima consultazione: 14/08/2026).

[96] A questo proposito si veda R. Bizzocchi, Cicisbei. Morale privata e identità nazionale italiana, Roma-Bari, Laterza, 2008. Bizzocchi anticipa in apertura che dagli anni Trenta fino agli anni Novanta avanzati il cicisbeismo è un costume ampiamente praticato in Italia: «Possiamo ormai dare per acquisito che un più o meno disinvolto triangolo, nel senso sia di una vita a tre che di una larga sostituzione del cicisbeo al marito, era normale – o almeno un normale – modello di matrimonio risultante dal costume presso la nobiltà italiana del Settecento» (ivi, p. 15); lo dimostra con casi particolari, tra cui il nostro, nel corso dello studio. Sulla distribuzione geografica del cicisbeismo: Una geopolitica dei cicisbei, ivi, pp. 160-240.

[97] Ivi, pp. 266-67.

[98] Ivi, p. 267.

[99] Ivi, p. 269.

[100] Cfr. J. D. Bessler, Celebrated Marquis. An Italian Noble and the Making of the Modern World, Carolina, Carolina Academic Press, 2018, p. 141; G. Gaspari, Regesto, in Viaggio, op. cit., p. 746.

[101] P. Verri, lettera del 6 marzo 1767, in ENPV, op. cit.

[102] R. Zorzi, Cesare Beccaria. Il dramma della giustizia, Milano, Mondadori, 1996, p. 321.

[103] Lettera di Alessandro a Pietro del 19 ottobre 1766, in Viaggio, op. cit., p. 27.

[104] Ibidem.

[105] Cfr. la nota 59.

[106] I fratelli hanno parole di aspra critica «[…] a proposito della disinvolta condotta della “ninfa” (dalla quale non era difficile ottenere “un bene che tanti hanno partecipato”), della scarsa propensione di Cesare all’assolvimento degli obblighi coniugali, del fatto stesso che quello provato da “un’anima d’un così basso livello” non poteva essere un vero sentimento d’amore; e si potrebbe continuare»: W. Spaggiari, Scene ridicole e segrete malinconie, op. cit., p. 61.

[107] Nella loro corrispondenza i due fratelli continuarono per anni a sfogare l’astio concepito contro Beccaria: C. Capra, Beccaria e i Verri negli anni dei Pugni, op. cit., p. 104.

[108] Lettera di Alessandro a Pietro, 13 marzo 1767, in Viaggio, op. cit., p. 356.

[109] C. Capra, Beccaria e i Verri negli anni dei Pugni, op. cit., p. 105.

[110] Lo si trova in appendice a P. Verri, Osservazioni sulla tortura, a cura di G. Barbarisi, Milano, Serra e Riva, 1985, pp. 151-68, poi edito da G. Francioni in ENPV, I, pp. 894-911. Si veda anche C. Capra, Pietro Verri contro Beccaria: una recensione poco nota di Dei delitti e delle pene, in «Beccaria», 2016/12 (Vol. 2), pp. 51-68. Cfr. l’URL: https://libreo.ch/revues/beccaria/2016/beccaria-ii-2016/pietro-verri-contro-beccaria-una-recensione-poco-nota-di-dei-delitti-e-delle-pene (ultima consultazione: 14/08/2026).

[111] Relazione d’una prodigiosa cometa osservata in Milano e Cronaca di Cola de li Pianili degli avvenimenti pubblici di Milano dell’anno 1163, in P. Verri, Milano in Europa, a cura di M. Schettini, Milano, Del Duca, 1963, pp. 5 e 72-78; P. Verri, Cose varie buone, mediocri, cattive del Conte Pietro Verri fatte ne’ tempi di sua gioventù, le quali con eroica clemenza ha trascritte di sua mano nell’anno 1763 ad uso soltanto proprio o degl’intimi amici suoi: ivi, p. 75.

[112] G. Albertocchi, Dietro il Retablo, op. cit., p. 113.

[113] Lettera di Pietro ad Alessandro del 4 ottobre 1766, in Viaggio, op. cit., p. 5.

[114] Lettera di Pietro ad Alessandro del 3 aprile 1767: ivi, p. 382.

[115] Lettera di Pietro Verri ad Alessandro del 25 marzo 1767: ivi, p. 340. Cfr. anche C. Capra, I progressi della ragione, op. cit., pp. 52-53.

[116] Lettera di Pietro ad Alessandro del 6 agosto 1768, in ENPV, op. cit.

[117] C. Capra, I progressi della ragione, op. cit., p. 188, n. 40.

[118] Si vedano P. C. Masini, Manzoni, Pisa, Edizioni BFS, 1996; J. D. Bessler, Celebrated Marquis, op. cit. Cfr. anche P. Campolunghi, che esclude l’ipotesi di Masini in Romanzo in realtà nelle vere paternità di Giulia Beccaria e di suo figlio Alessandro Manzoni (Verri), Milano, Autore Editore, 1998.

[119] Anche W. Spaggiari appoggia la tesi di C. Capra: cfr. W. Spaggiari, Scene ridicole e segrete malinconie, op. cit., p. 51. Il 26 ottobre 1764 scriveva Pietro Verri all’editore livornese Giuseppe Aubert: «il mio caro e rispettabile amico è l’uomo il più inerte di sua natura che si dia al mondo; ora se ne sta in villa con una bella moglie e naturalmente per un mese ancora penserà a far fare delle legitime edizioni alla cara consorte e nulla più […]» (L. Firpo, Le edizioni italiane del «Dei delitti e delle pene», op. cit., pp. 395-96). Così J. D. Bessler in Celebrated Marquis, op. cit., p. 302.

[120] Cfr. lettere a Giambattista Biffi del 9 agosto e del 30 ottobre 1764, in Lettere inedite di Pietro Verri, a cura di G. Sommi Picenardi, in «Rassegna nazionale», CLXXXVII, a. XXXIV, 1912, pp. 55-57; cfr. C. Capra, I progressi della ragione, op. cit., p. 188.

[121] C. Capra, I progressi della ragione, op. cit., p. 188, n. 40; G. Albertocchi, Dietro il Retablo, op. cit., p. 109.

[122] R. Bizzocchi, Cicisbei, op. cit., p. 285.

[123] «Io voglio credere […] che la noia continua di soffrire le sue stravaganze ti ha fatto nascere un tedio ed un’avversione per lui, che tu vedi tutto in nero perché ogni azione sua la associ colle altre tormentose per te […]: chissà che la cosa non sia così? E, se può essere, perché è dolce il tormento di credere sì falso e complicato il carattere ad un uomo di cui il difetto ci è sembrato sempre quello da ascoltare una sola sensazione per volta, e lasciarvisi trascinare? Forse la cosa è così: sospendo il mio giudizio»: lettera di Pietro ad Alessandro del 3 dicembre 1766, in Viaggio, op. cit., p. 110.

[124] Lettera di Pietro ad Alessandro del 13 dicembre 1766: ivi, p. 126.

[125] Lettera di Pietro ad Alessandro del 15 dicembre 1766: ivi, p. 133.

[126] Lettera di Pietro ad Alessandro del 17 gennaio 1767: ivi, p. 163.

[127] Lettera di Pietro ad Alessandro del 21 febbraio 1767: ivi, pp. 303-305. In questa lettera, particolarmente forti sono le accuse di Pietro Verri: «[..] ma posso essere io misurato […] nel momento in cui io tocco con mano che un uomo originalmente da nulla, senza credito, senza comodi, senza i bisogni fisici, senza opinione, senza nome, senza gloria, a forza d’una entusiasta amicizia coperto ne’ suoi vizi e ne’ suoi difetti, rilevato e rialzato da me nelle sue buone qualità, dopo avere avuto per opera mia la riconciliazione co’ suoi parenti, l’asilo nella casa paterna da cui era esigliato, i comodi della vita che gli mancavano, il concetto della sua patria, la celebrità d’un nome interamente sollecitata, progettata ed ottenuta dal calore della mia amicizia; dopo che ogni bene  di cui gode gli deve far risovvenire di me, direttamente o indirettamente e vedo che calunnia il mio cuore con generali dicerie […]?».

[128] Cfr. G. Francioni, Nota al testo, in C. Beccaria, ENCB, op. cit., p. 220. Si vedano, in Viaggio, op. cit., pp. 183, 201-202, 215-16, 237, 239, 282, 305-306, 312, 329, 332;C. Capra, Pietro Verri contro Beccaria: una recensione poco nota di Dei delitti e delle pene, op. cit.

[129] P. Verri, Pensieri miei pericolosi a dirsi, ENPV, V, op. cit., p. 39.

[130] Citato da G. Gaspari in Note, in Viaggio, op.  cit., p. 520.

[131] Lettera di Pietro ad Alessandro e Cesare: ivi, p. 11. Il corsivo è nostro.

[132] Lettera di Alessandro a Pietro Verri del 29 dicembre 1766, in Viaggio, op. cit., p. 179.

[133] B. Anglani, «Il dissotto delle carte», op. cit., p. 35. Spaggiari ipotizza che anche il non ritorno di Alessandro possa aver avuto la spinta della sottrazione al controllo del fratello maggiore: W. Spaggiari, Scene ridicole e segrete malinconie, op. cit., p. 58.

[134] B. Anglani, «Il dissotto delle carte», op. cit., p. 29.

[135] Ivi, p. 31.

[136] Ivi, p. 28.

[137] S. Romagnoli, La buona compagnia, Milano, Franco Angeli, 1991, p. 26.

[138] W. Spaggiari, Scene ridicole e segrete malinconie, op. cit., p. 59. Si vedano anche i profili biografici in DBI, ad vocem.

[139] Lettera di Pietro ad Alessandro, 29 dicembre 1766, in ENPV, op. cit. Il corsivo è nostro.

[140] C. Vianello, La vita e l’opera di Cesare Beccaria con scritti e documenti inediti, op. cit.

[141] R. Zorzi, Cesare Beccaria: il dramma della giustizia, Milano, Mondadori, 1996.

[142] C. e P. Lombroso, in «Emporium», V, 1897, pp. 259-64.

[143] R. Zorzi, Cesare Beccaria, op. cit., pp. 359-61.

[144] J. D. Bessler, Celebrated Marquis, op. cit.

[145] Un’eco non solo italiana, e che precede la diffusione del carteggio dei fratelli Verri, se è vero che anche le opere successive di Beccaria verranno accolte con scarso calore dai francesi: «In secondo luogo, la “guerra” perpetrata dai fratelli Verri ai danni di Beccaria, senza risparmio di colpi, aveva già da tempo predisposto l’ambiente culturale parigino a una più circospetta e dubbiosa considerazione della figura del marchese», osserva Marco Maimone nella propria informata tesi di dottorato dedicata alle Ricerche intorno alla natura dello stile (Genesi storica e fortuna delle Ricerche intorno alla natura dello stile di Cesare Beccaria, relatore prof. V. Frajese, Facoltà di Lettere e Filosofia, Università Sapienza di Roma, A.A. 2023-2024), p. 436. Singolarmente, ma forse non troppo se si considera la contraddittorietà emotiva di Pietro Verri verso Beccaria, dopo la scomparsa dell’amico, Pietro esortava l’amministrazione milanese a ideare un monumento per Beccaria: «Dov’è il sepolcro dell’immortal Beccaria? Qual monumento di riconoscenza avete eretto, o milanesi, a quel sublime genio, che fra le tenebre comuni, osò il primo slanciarsi e indicare il gran problema della scienza sociale, La massima felicità divisa sul maggior numero? […] A ta[l] domand[a] dovreste arrossire […]»: Mozione del citt. Verri municipalista alla Municipalità di Milano, 23 frimajo a. V, in Termometropolitico della Lombardia, a c. di V. Criscuolo, v. I, Roma, Istituto storico italiano per l’età moderna e contemporanea, 1996, p. 513; cfr. M. Maimone, Genesi storica e fortuna delle Ricerche intorno alla natura dello stile di Cesare Beccaria,op. cit., p. 442.

[146] Lettera di Pietro ad Alessandro del 16 dicembre 1766, in ENPV, op. cit., p. 134.

[147] Lettera di Alessandro a Pietro del 15 gennaio 1767, in Viaggio, op. cit., p. 243.

[148] B. Anglani, «Il dissotto delle carte», op. cit., p. 21.

[149] Lettera di Cesare Beccaria a Pietro Verri del 15 novembre 1766, in Appendice, in Viaggio, op. cit., p. 459.

[150] B. Anglani, «Il dissotto delle carte», op. cit., p. 27.

[151] Lettera di Cesare Beccaria a Pietro Verri, 15 novembre 1766, in Appendice, in Viaggio, op. cit., pp. 458-59.

[152] B. Anglani, «Il dissotto delle carte», op. cit., p. 45.

(fasc. 61, 25 agosto 2026)

Il “correlativo oggettivo” in Goffredo Parise: schianti, residui e viaggi

Author di Chiara Elvira De Silva

Abstract: Il saggio propone di reinterpretare l’opera di Goffredo Parise attraverso le costanti tematiche dello schianto e della morte, attraverso le quali nasce il contatto con la vita, segnato da un movimento di violenza (incidenti, esplosioni, spari) che proietta uno sguardo postumo sul reale. Questi temi attraversano la produzione sia nelle prime prove – con particolare riferimento ai testi scritti appena maggiorenne, tra cui i Movimenti remoti, Il ragazzo morto e le comete, La grande vacanza – sia nell’ultima opera, L’odore del sangue. Da questa posizione liminare è possibile osservare che la narrazione si fonda su residui sensoriali, olfattivi, oggettuali che funzionano come correlativi oggettivi della perdita e del trauma storico. Mediante l’analisi di alcuni snodi, il contributo intende mostrare come questi elementi costituiscano l’immaginario dell’autore vicentino, in una prospettiva che osserva la vita dallo spiraglio della morte.

Abstract: This essay aims to reinterpret Goffredo Parise’s work through the recurring themes of crash and death. These elements create a contact with life, marked by violent events (accidents, explosions, gunshots) which cast a retrospective gaze on reality. These themes run through the author’s production, both in his early works – with particular reference to the first work written when very young, among which Movimenti remoti, Il ragazzo morto e le comete, La grande vacanza – and his final work, L’odore del sangue. From this liminal position, it is possible to observe that the narrative is based on sensorial, olfactory, and objective residues that function as objective correlatives of loss and historical trauma. Through the analysis of certain junctures, this paper aims to highlight how these elements define the author’s imagination from a perspective that observes life through the glimmer of death.

Parise nasce nel 1929 e cresce nell’odore del conflitto che devasta il Veneto durante la guerra. Da questo contatto precoce con la violenza dipenderà uno dei temi immaginativi della sua scrittura, in cui la conoscenza della realtà equivale a uno schianto.  Muore nell’86, dopo aver attraversato anche guerre di case d’altri, in Vietnam, Cile, Biafra, Cambogia, Laos.

Il lavoro intende dimostrare che Goffredo Parise costruisce, nell’arco della sua produzione, una narrativa “postuma”: i suoi personaggi, infatti, spesso sono morti, sopravvissuti, testimoni della fine (cifra che caratterizza anche la posizione di Parise nei noti reportage che lo videro su più campi di battaglia); e i narratori più importanti sono ragazzini che passano dal vivere un regime dell’innocenza a una realtà traumatica e mortifera.

L’occasione cruciale della conoscenza è, infatti, spesso lo schianto, momento in cui il giovane entra nel mondo adulto o nel mondo dei morti, il che inaugura uno sguardo postumo sul reale. Da questa rottura emergono oggetti, odori, residui di vita che funzionano come “correlativi oggettivi” della perdita, quali barche incendiate, campanili fatti saltare all’aria col tritolo, rivoltelle che diventano crudeli sostituti dei giocattoli, «Bare pregiate»[1].

In Parise, il correlativo oggettivo trascina con sé il segno del dispositivo espressivo desunto da T. S. Eliot, il quale riteneva che

Il solo modo per esprimere emozioni in forma d’arte è di scoprire un “correlativo oggettivo”; in altri termini una serie di oggetti, una situazione, una catena di eventi che saranno la formula di quella emozione particolare; tali che quando i fatti esterni, che devono terminare in esperienza sensibile, siano dati, venga immediatamente evocata l’emozione[2].

A tale proposito si ricordi che, per Riccardo Castellana, il correlativo oggettivo è una moderna forma che riprende la corporeità dell’allegoria dantesca, ma ridotta a una questione biografica e a un «montaggio degli elementi connotativi»[3].

I frammenti isolabili negli scritti parisiani sono elementi strappati al disordine e trasferiti in una dimensione arbitraria e soggettiva, riflessa nello sguardo del soggetto narrante: l’oggetto, spostato dalla propria funzione, si carica di un valore simbolico eccedente che nasce dalla frattura tra significante e referente, e in questa distanza si apre lo spazio per un riconoscimento fra chi percepisce e la cosa percepita.

Parise trasporta, ovunque egli vada, da “Viaggiatore” ortodosso, gli stessi argomenti dei primi libri, gli stessi umori storici e psicologici dei personaggi ai quali dà vita: li inzacchera di consumismo, li invecchia, li riempie di estraneità, e sembra che renda la morte l’unica certezza, sulla quale costruire una poetica visionaria e fatale tutta sua. Racconta mondi in cui tutto è morto, ma nulla è ancora decisamente placato.

Nelle primissime pagine dei Movimenti remoti – quel primo romanzo breve che Parise dichiarò essere quanto di più bello avesse mai scritto, appena maggiorenne, e di aver drammaticamente perduto –, ad esempio, il protagonista morto descrive il proprio incidente mortale: lo schianto in macchina. Dopo l’urto, i movimenti contemporanei al palpito vitale diventano “remoti”, cioè smettono di appartenere alla coscienza, restando tuttavia nei sensi del trapassato, al quale è consentito sbirciare residui di vita, prima che il corpo e le sinapsi marciscano nel terreno. Il ventisettenne morto parla del proprio sangue: «Il liquido della stupida conformazione molle, / palpitante, retrattile che era il mio corpo / si sparge nel cofano […] contiene, dissolto e confuso, il prodotto / di incomprensibili / movimenti remoti»[4].

Questa non è l’unica volta che Parise avvia la narrazione del trapasso con un effetto quasi cinematografico di tale violenza e visività; infatti, anche l’incipit della Grande vacanza ‒ che, assieme ai Movimenti remoti e al Ragazzo morto e le comete, doveva probabilmente formare una funebre trilogia ‒ inizia raccontando uno schianto: «Forse avevano sbagliato strada perché la Citroën correva ormai tra cespugli intricati e piante selvatiche: fronde, grappoli di bacche si attorcigliavano al radiatore sprizzando un sugo denso e scuro simile al sangue rappreso di antichi insetti»[5]. Il sangue qui è presagio del termine del libro.

Un altro schianto ancora è rappresentato dai due colpi di rivoltella che uccidono un quindicenne nel Ragazzo morto e le comete: questa perdita trasforma il protagonista e migliore amico del morto, il giovane Fiore, in adulto, costringendolo, a propria volta, a “schiantarsi” contro il reale, che lo conduce alla cognizione della solitudine. E l’ultimo romanzo, pubblicato postumo, che racconta l’importanza dell’eros e la fine dello stesso, ha come momento epifanico nuovamente una macchia enorme di sangue su un lenzuolo, dovuta all’esplosione di una mina.

Parise, autore sensuale, nell’Odore del sangue mischia eros e thanatos. Il narratore si trova a casa di una coppia borghese per la cena e insiste subito sull’assenza di carnalità nel corpo del padrone di casa: «attraverso la sua camicia bianca e un po’ larga, di là e dentro il suo collo […] non c’era la carne e il sangue, c’era […] “spirito”. Intendendo con questo una vita composta, appunto più di spirito che di sangue». Per spiegare l’assenza dell’eros, Parise racconta un elemento apparentemente estraneo al discorso, che allude anche al passato del narratore e dello stesso autore, ovvero un viaggio in Vietnam. Il ricordo, in questo caso, ha la forma svaporata e insinuante di un odore che sollecita la memoria: «Il lenzuolo […] zuppo di sangue, sbatté per un po’ fuori dal portello aperto, poi finì per essere succhiato fuori e volare verso terra […] Fu in quel momento che mi colpì l’odore, un odore […] lievemente nauseabondo, anzi, […] esilarante»[6]. A partire dal trauma e dalla violenza dell’urto, Parise ritrova, dunque, un’appartenenza sensoriale con la vita, e nell’odore vita e morte convergono in una sintesi erotica e funebre.

La prosa di Parise, «uomo indiretto»[7], è sempre “foderata d’infanzia”, tant’è che l’autore si muove avanti e indietro nell’origine, passando dalla città natale, Vicenza, da dove trasporta tipi umani «al limite tra la fantasia comica, melodrammatica, farsesca e il sonno»[8], trovando sempre la stessa specie soggiogata dai cambiamenti del secolo. Questi sono tutti segni distintivi che asciugherà definitivamente nei Sillabari, in cui tirerà le fila della propria memoria: infatti, forse si potrebbe dire che i Sillabari siano una letteraria riunione di famiglia.

A rileggere gli opera omnia, sembra che all’inizio della scrittura Parise crei archetipi, miti privati, che man mano riduce all’osso; nell’ultimo spasimo di vita, invece, ecco che un panno insanguinato riaccende la passione atavica maschile, attraverso la quale l’autore saluta il mondo, soffermandosi sul richiamo istintivo verso la violenza e sul senso di colpa.

Nella prosa di Goffredo Parise si riconosce un forte grado di coerenza tematica; la sua visione del mondo bucolica, a tratti agricola, che distingue la prima parte della sua prosa, mostra presto i segni dello sfibramento del reale, che negli scritti futuri troverà il nome di consumismo, dal quale si depurerà, più tardi, raccontando le vite di nessuno.

Significativi per mostrare lo scarto che esiste fra la realtà e come “dovrebbe essere” l’esistenza sono due passaggi che si leggono in Movimenti remoti e nella Grande vacanza. Nel primo, Parise inquadra il tredicesimo anno di età del narratore, «l’anno che è rimasto a fare la villeggiatura in un piccolo paese di montagna […] accovacciato su un ramo di corniolo marcio»[9], rimembrando i bagni nel torrente, l’osso di pesca succhiato per una giornata, la sera piena di grilli, per poi terminare su un tono elegiaco e palpitante di realtà: «Chissà quanti anni sono appesi qua e là, in montagna e in collina […] con gli oggetti adoperati […] e le vacche passano accanto, li pestano […] Poi i resti se ne vanno con la pioggia e la neve e il sole […] un pezzetto di vetro di un termos rotto, il rocchetto trasformato in carro armato, una voce»[10]. Questo segmento mostra una visione del mondo naturale, apparentabile al tempo ciclico della seminagione e a una vita semplice; è un’immagine efficace che mostra come gli oggetti e i tempi dell’infanzia vengano cancellati dalla Storia.

Se qui c’è una vacca che calpesta gli anni, in un altro passaggio della Grande vacanza c’è, invece, la figura di un asino in movimento, che cammina trasportando sotto il ventre un bidone del latte:

Prima toccò, oscillando, i due lati del ventre, poi li sfiorò e infine cessò anche di sfiorarli e fu allora che il bidone diventò una campana morta di alluminio scuro affondata nell’erba e nell’ombra del ventre mentre era una campana ancora viva, anche se non aveva suonato forte, ma anzi non aveva suonato ed era lo stesso una campana per gli occhi e non per gli orecchi: la luce della luna scorreva sul bidone di alluminio e si udivano i rintocchi gelidi a ogni oscillazione, carichi di abbandono, di pianto desolato, di case e paesi, uomini, vecchi, donne e bambini bruciati col lanciafiamme dai tedeschi al comando di un ufficiale con l’impermeabile e gli stivali di gomma, il monocolo e tutti i denti d’oro[11].

Nella precedente sequenza, Parise cumula memoria, trauma storico e percezione magica di Claudio; nella campana morta che vede e sente solo il protagonista adolescente, a mio avviso, si trova un altro correlativo oggettivo, e da esso scaturiscono sensazioni legate al passaggio dei tedeschi e all’offesa della guerra inflitta alla vita semplice.

I primi testi raccontano anche la fine della religione: «Dio era una cometa apparsa nel cielo […] ma […] ci aveva illusi e si era spenta come una pietra, nel buio»[12]. I Lari di Goffredo Parise sono Moloch e il Barone di Münchausen, che proiettano i culti di Parise in una dimensione di fantasia, bizzarria, infanzia e assieme olocausto. E gli uomini di fede che consacrano la propria esistenza all’Altissimo crollano sempre, o per malattia (Il prete bello) o per incidenti stradali (La Grande vacanza) o a causa di trappole d’amore (Atti impuri); anche un giovane (il ragazzo morto dell’omonimo romanzo) scappa, dopo essere stato colpito dalla polizia americana, passando per una chiesa sconsacrata.

Dai primissimi lavori – I movimenti remoti e Il ragazzo morto e le comete, entrambi Bildungsromane sull’iniziazione all’adultità – emerge l’interscambio tra vita e morte.

In un racconto risalente al 1947, Una vecchia vicino ai morti, apparso per la prima volta nel «Giornale di Vicenza», Parise crea già “l’incunabolo” dei protagonisti dei primi romanzi: ad esempio, un giovane che attende la corriera dialoga con un’anziana che ha perso il figlio, quand’era ragazzo e raccattava «ordigni di guerra in giro per le caverne e nelle trincee»[13] per il contrabbando. Ciò lo assimila al morto quindicenne del romanzo edito per Neri Pozza; in questo testo sono già imponenti la presenza delle armi e di gioventù rovinata dalla guerra, l’ingenuità buona dei ragazzi, la condizione dell’anziano che contrasta col corpo vibrante di un adolescente, gli umori mortiferi che impregnano i luoghi.

Gli anni del concepimento delle storie appena menzionate sono anche quelli in cui nasce il boogie, che «inventò un’epoca […] corpo e cervello si accordavano […] la vitalità ne era l’impulso quasi meccanico»[14], una danza che, però, esaurisce presto la propria energia, come l’autore testimonia nei suoi stessi scritti; come nota Elisa Attanasio, «L’apertura dei sensi manifestata da tanti personaggi mostra già, in controluce, il segno del suo indebolirsi»[15]. Dal boogie alla polvere è un attimo, e Parise, per Silvio Perrella, «Il suo boogie lo balla sull’orlo dell’abisso»[16].

Quella di Parise dei primi due libri è la scrittura di un «residuo»[17] di vita, ossia di un «personaggio la cui onniscienza è fatta di niente»[18], l’ultimo passo del ballo vitale: il residuo di vita mediante il quale il morto guarda la vita scorrere è una fessura.

Il narratore di Movimenti remoti è un ventisettenne che parla dalla bara, che racconta l’incidente che l’ha strappato alla vita e che, mentre si decompone, segue la mente e il corpo che continuano a percepire, in una forma di cognizione senza memoria: «Il mio paese resta una leggenda alla quale mi aggrappo […] ma essa non mi risponde»[19].

Si pensi ai morti di Parise come corpi vigili di uomini con la demenza senile, che nell’arco di tempo concesso nell’intermezzo tra lo spirare e la decomposizione, continuano a esperire, provare impulsi, visitare le città. Spiega il vecchio Antoine a Fiore, nel Ragazzo morto e le comete, che la vera morte è nella solitudine, oltre la quale c’è solo lo strapiombo dell’egoismo dei vivi:

Prima devono marcire, devono sparire nella terra, […] loro, poveretti, restano oltre il nostro ricordo. La terra, serve poco; sai, ci vogliono anni […] per liberarsi della carne; e poi le ossa, dure come pietre, […] dopo dieci anni si spellano un pochino, dopo altri dieci, […] allora cominciano a marcire, ma poco, soltanto alla superficie. Così passa il tempo e loro stanno lì fermi senza muovere un dito, rabbiosi e cattivi, ad aspettare i temporali per fare più presto. Poi c’è la cosa più brutta di tutte […] Il ricordo del tutto, caro mio […] il tutto per dispetto si riunisce e li fa vivere ancora; vanno in giro per la città, per le case, e vengono a salutarci. […] Non sanno niente […] Nessuno sa cosa sono, mio caro, e forse non sono niente[20].

Quel “dispetto” forse ha le stesse tinte del capriccio del boogie, di indifferenza dei vivi che vanno avanti, e il dolore dei trapassati che, scoprendo la violenza con la quale i vivi non tengono alta la loro memoria, imitandone l’egoismo, divengono cattivi, e rinfacciano ai vivi il loro egoismo: la crudeltà di Parise è nel mostrare il senso di colpa dal punto di vista dei morti, rappresentando l’incubo dei sopravvissuti. Del resto, come affermò Giacomo Debenedetti, Parise è «l’unico legittimo discepolo di Kafka […] Kafka rende reale una materia psichica e di sogno, mentre Parise fa il contrario»[21]; benché queste siano le parole che assimilano le atmosfere dell’autore praghese a Il Padrone, la motivazione ben si addice anche alla postura morale dei primi libri di Parise, in cui l’unheimlich tiene insieme la narrazione. 

Parise nel Ragazzo morto racconta l’innocenza nel momento immediatamente precedente alla perdita della stessa, fino al momento della presa di possesso del reale. Nelle successive operazioni letterarie dell’autore, alla crescita subentra un sentimento di vergogna legato all’eros e alla colpa, come si evince da Atti impuri, Il prete bello, Il Padrone, Arsenico. La colpa è nella vita, l’estraneità è nella morte: così i morti riescono a guardare spezzoni di vita sconnessa con una relativa serenità. E, così come la morte può generare stupore nel guardare la realtà, anche un imprevisto della pelle dei vivi, come si vede nei Sillabari, può attribuire un senso alla durata: nel passaggio finale del lemma Poesia, ritratto di un vecchio poeta prossimo alla morte dietro al quale si scorge l’amico Giovanni Comisso, Parise isola un frammento singolare: «Puntò un dito sul braccio del ragazzo della fotografia, in un punto preciso, al polso […] solo il giovane ospite intravide in un punto di quel braccio abbronzato, di quel polso, un chiarore di pelle di chi, dopo averlo usato sempre, al sole e al mare, si è tolto l’orologio: chissà perché, parve al giovane ospite e alla sua compagna, la vita, la bellezza della vita»[22]. Lo spazio del polso nudo, correlativo oggettivo, turba perché assurge a ingresso imprevisto nell’intimità. E, così, anche i frammenti di vita che vive il morto ventisettenne sono folgorazioni di misteriosa normalità, tanto più misteriosa perché egli vede “a occhi chiusi” dal sottosuolo.

L’onniscienza è trascendentale, mentre la memoria, ovvero il suo contrario, è a scadenza; e dall’onniscienza dipende anche un altro topos fondativo della prosa dell’autore, vale a dire l’estraneità, che suggella la bellezza propria anche dei Sillabari: Parise non parla mai della polpa dell’animo delle persone; parla della scorza e condensa l’esistenza in un momento casuale, che stupisce tanto più quanto più è inutile il desiderio che, in un giorno qualsiasi, ridà loro un senso di appartenenza.

Tornando sul tema funebre, un altro elemento curioso e fondamentale della morte è la sua duplicità, come nei Movimenti remoti; qui il morto è sepolto e viaggia pure senza camminare: «mi mancavano i tuoi piedi […] ma in ogni modo ho camminato lo stesso»[23]. Il viaggio è la conoscenza, che stanca ed esaurisce il residuo di vita, e questo personaggio stesso afferma: «non posso fare a meno di fare il mio viaggio»[24].

Quello del viaggiatore è un atteggiamento di curiosità nei confronti della vita che sistematicamente si ritrova nell’approccio curioso di Parise, che si spinge lontano fino al Vietnam, inviato per il «Corriere della sera», per guardare le guerre, rischiando la propria pelle: «Sarò sempre gentile con te, viaggiatore. Sono anch’io il viaggiatore»[25]. Quando scrive queste parole, Parise ancora non lo sa, ma il suo destino è il medesimo del personaggio che anima.

Il topos del viaggio è il collante di tutti i primi testi, inteso soprattutto come presa di conoscenza del sé, come accade nella Grande Vacanza, in cui Claudio accompagna la nonna a Beata Tranquilla a passare l’estate e dove la donna tirerà le somme sulla propria memoria ed esistenza, il che la condurrà alla morte. In questo libro emerge l’importanza della scoperta di altri spazi, della distanza del protagonista dalla vecchiaia, e del rapporto con gli interni: bauli, vecchie foto, tessuti, stracci ‒ che creano e definiscono un’esistenza e ciò che può entrare in un contenitore, bare comprese, chiamate «cofani dall’impreciso contenuto magnetico»[26] ‒ diventano mezzi per traghettarsi in una dimensione che rimanda sempre all’altrove. Qui, dagli oggetti contenuti nel baule sovviene il ricordo di una vita: il contenitore è un correlativo oggettivo che permette all’anziana di ricordare chi fosse prima di salutare la vita:

Le minuscole dita dalle nocche deformate frugarono nella biancheria […] Allora il ricordo mutò e come una mano cieca andò a posarsi sul calendario segnando […] il giorno delle nozze […] La bara si aprì […] la nonna pensava al suo matrimonio e sul letto si compiva l’officio funebre. Due date fatali e indissolubili. Il pensiero del matrimonio avvenuto e la morte vicina. […] in quel momento tutto giustamente si fondeva[27].

In questo luogo in cui adolescenza, adultità e morte si confondono, Claudio conosce ragazzi, e scenari sessuali e politici che lo condurranno a un distacco violento dalla nonna e a una totale indifferenza al lutto; il finale di questo libro appare, infatti, inverare il sentimento d’indifferenza dei vivi al manifestarsi della morte di chi è caro pronosticato nel Ragazzo morto: «guardò la nonna. […] la abbandonava, la salutava, addio cara nonna, ciao, tanti baci dal tuo nipotino Claudio»[28].

Che sia nei pressi del cimitero, in città, dentro le memorie di un’anziana, Parise racconta sempre sia l’involucro della conoscenza sia la conoscenza stessa, lo scambio immateriale tra l’interiorità e il mondo. Gli stracci alludono anche al rapporto che vi è tra i bauli pieni di ricordi e di materia e la tomba, e a loro volta gli stracci riflettono un aspetto macabro del Ragazzo morto e le comete, ripetendo il rapporto che i morti cercano di recuperare con la materia: man mano che i morti perdono pezzi di sé, cercano, infatti, di rattopparsi, di cucirsi addosso di nuovo gli occhi, di mummificare il ricordo e il corpo. Nel mentre, diventano sempre più egoisti, dispettosi, come scopre il quindicenne morto che fugge dalla polizia e cerca presso gli anziani morti quel riparo che non gli concederanno mai: «vi fabbricate la pace a spese dei vivi che guardano in giro, per aria, e non domandano altro. Siete attaccati qui come la tigna, a riempirci di dubbi e di turbamenti, voi, con i vostri occhi di vetro, la vostra pelle di stracci e le vostre orrende malattie»[29]. E i morti anziani di cui parla questo frammento, pieni di stracci, Massimino e Leopolda, sembrano somigliare molto agli anziani che spendono il loro tempo a Beata Tranquilla, spazio liminare tra la vita e l’aldilà.

C’è un’altra catena di assimilazioni da tentare: sussiste ancora un altro rapporto tra gli stracci, i ricordi, i brandelli di memoria dei processi di disappartenenza dei primi romanzi e l’odore di morte del lenzuolo coperto di sangue dell’Odore del sangue. E il tema degli stracci, inteso più alla larga come accumulo, si ritrova anche in una bella pagina di New York, nella quale Parise parla di «vecchi catrami […] e rosicchiate porte […] dai tempi della guerra, […] mezza bambola […] un letto rotto semisepolto da polvere […] o un revolver mangiato dalla ruggine e deposto da un ignoto omicida […] sotto l’arcata d’acciaio di un ponte, sono la vendetta (povera vendetta) che il particolare si prende sul generale»[30]. L’ultima frase è, a mio avviso, calzante per dare una moderna definizione del correlativo oggettivo nella prosa di Parise, che, in queste righe, come il Viaggiatore dei Movimenti remoti, inquadra frammenti di esistenza.

Lo scrittore viene mandato a New York per accumulare idee per una sceneggiatura che non verrà mai realizzata: è il 1961, e decreta presto che la città puzza di plastica e di artificio. Forse non è un caso che tra il 1961, due anni dopo l’uscita di Amore e fervore (rinominato nel ’73 Atti impuri), e il 1965, quando esce Il padrone, ci sia un intermezzo di silenzio: in questi anni, infatti, si trovano principalmente articoli, interventi sui giornali. L’assenza di romanzo sembra tingersi di un bianco “flaubertiano” simile a quello che Marcel Proust indica nella pagina bianca del romanzo di formazione L’educazione sentimentale di Gustave Flaubert: Parise, come Frederic Moreau, «impietrito»[31] dall’urto con la «nuova cultura, prodotto […] di una forma degradata di pragmatismo americano»[32], tace per qualche anno.

È singolare, tuttavia, che per Parise, New York condivida alcune caratteristiche con Venezia, «cui non troppo stranamente somiglia […] Se Venezia decadde ed è ora, da molti anni, nella sua splendente mummificazione, una città in vitro, New York mostra […] i segni della sua stessa decadenza»[33]; e non è un caso né la prima volta che Venezia diventa un metro di misura per capire anche luoghi distanti: si noti, infatti, che in Guerre politiche la città di Bac Lieu viene assimilata all’estuario veneziano, e le barche alle gondole.

A Venezia, nel Ragazzo morto e le comete, avviene un’importante catabasi: Fiore e Antoine scendono nella cava di lignite, oltre la quale trovano un laghetto dove «l’acqua emette un lieve risucchio e dal fondo si leva una piccola cassa di legno […] “Le Bare Pregiate!” esclama Fiore»[34], una scena enigmatica e significativa in quanto il contenuto di queste bare è il corpo di infanti morti, il che renderebbe la scena liquidazione metonimica dell’infanzia. Altresì, la presenza delle bare che fluttuano in un rivo d’acqua melmosa designa l’equivalenza materiale e – di nuovo – metonimica tra bare e barche: questa sequenza diviene macro-allegoria della città distrutta dalla guerra nel suo sentimentalismo, dove bare e barche sono mezzi per traghettarsi avanti e indietro nel confine.

Qualcosa di curioso viene descritto anche nel film di Mauro Bolognini tratto dal romanzo di Alberto Moravia, Agostino, sceneggiato da Parise nel 1962. In una delle scene finali del film, Agostino, la madre e il pretendente sono a Venezia – mentre nel libro di Moravia la storia è ambientata in Toscana – in gondola nella zona dell’estuario, e il gondoliere informa i passeggeri che in lontananza c’è il cimitero. La madre di Agostino domanda se sia vero che i morti sprofondano nel mare, e a questo punto il gondoliere risponde che è vero, aggiungendo che la terra è umida e corre, sotto l’acqua, creando grandi buche; sentenzia, poi, che i morti, se sprofondano nel mare, nuotano intorno a loro. Questa scena, del tutto assente nel romanzo moraviano, rivela che l’immaginario di Parise assume una coerenza anche a livello cinematografico.

E queste scene ripetono l’insondabile negoziazione tra la vita e l’aldilà, e sembrano lasciare Agostino solo, un po’ come Fiore, nel momento successivo alla scoperta della solitudine nella compresenza, dell’eccezionalità di essere un salvato in un mare di sommersi: solo con la propria giovinezza, nello schianto della conoscenza del mondo.


[1] G. Parise, Il ragazzo morto e le comete, a cura di S. Perrella, Milano, Adelphi, 2006, p. 150.

[2] T. S. Eliot, Amleto e i suoi problemi, in Id., Opere, «Classici Bompiani», a cura di R. Sanese, Milano, Bompiani, 1986, p. 734.

[3] R. Castellana, Parole cose persone. Il realismo modernista di Tozzi, collana di Teoria letteraria, di critica e analisi testuale, diretta da R. Luperini, Pisa, Fabrizio Serra Editore, 2009, p. 65.

[4] G. Parise, Movimenti remoti, a cura di E. Trevi, Roma, Fandango, 2007, p. 93.

[5] G. Parise, La grande vacanza,in Id., La grande vacanza, Il fidanzamento, Atti impuri, introduzione di S. Perrella, Milano, Mondadori, 1993, p. 23.

[6] G. Parise, L’odore del sangue, a cura di C. Garboli e G. Magrini, Milano, Rizzoli, 1997, p. 8.

[7] G. Parise, Sillabari, Milano, Adelphi, 2004, p. 168.

[8] G. Parise, Notizie sui testi (relativa a Il ragazzo morto e le comete), in Id., Opere, a cura di B. Gallagher e M. Portello, Milano, Arnaldo Mondadori, 1989, p. 1573.

[9] G. Parise, Movimenti remoti, op. cit., p. 44.

[10] Ivi, p. 47.

[11] G. Parise, La grande vacanza, Il fidanzamento, Atti impuri, op. cit., pp. 152-53.

[12] G. Parise, Il ragazzo morto e le comete, op. cit., p. 116.

[13] G. Parise, Una vecchia vicino ai morti, in Id., Opere, op. cit., p. 1080.

[14] G. Parise, Quando la fantasia ballava il boogie, in Id., Opere, op. cit., p. 1606.

[15] E. Attanasio, I Sillabari della percezione, Milano, Mimesis, 2019, p. 286.

[16] S. Perrella, I movimenti remoti di Goffredo Parise, in G. Parise, Il ragazzo morto e le comete, op. cit., p. 171.

[17] G. Parise, Movimenti remoti, op. cit., p. 38.

[18] Ibidem.

[19] Ivi, p. 79.

[20] Ivi, p. 89.

[21] G. Debenedetti, Parise? L’unico erede di Kafka, motivazione del Premio Viareggio a Il padrone, 1965; pubblicato in «L’Espresso», 11 gennaio 1987.

[22] G. Parise, Sillabari, op. cit., p. 312.

[23] G. Parise, Movimenti remoti, op. cit., p. 66.

[24] Ivi, p. 72.

[25] Ivi, p. 66.

[26] Ivi, p. 43.

[27] G. Parise, La grande vacanza, in Id., La grande vacanza, Il fidanzamento, Atti impuri, op. cit., pp. 120-21.

[28] Ivi, p. 169.

[29] G. Parise, Il ragazzo morto e le comete, op. cit., p. 128.

[30] G. Parise, Odore d’America, Milano, Mondadori, 1990, p. 75.

[31] G. Flaubert, L’educazione sentimentale, a cura di M. Balatti, introduzione di S. Agosti, Milano, Feltrinelli, 2023, p. 411.

[32] Ivi, p. 1403.

[33] G. Parise, Odore d’America, op. cit., pp. 75-76.

[34] Ivi, p. 150.

(fasc. 61, 25 agosto 2026)

L’occhio del “Padrone”. La ditta commerciale di Parise tra selezione artificiale e pratiche eugenetiche

Author di Manuel Caritto

Abstract: Il padrone (1965) di Goffredo Parise è un romanzo darwiniano per i suoi presupposti filosofici, ma anche per la struttura stessa della parabola del protagonista, che dalla quasi naturalità della provincia approda al sistema iper-competitivo e spietato della città neocapitalistica. Questo contributo propone di partire dalla distinzione elaborata dallo stesso Darwin tra “selezione naturale” e “selezione artificiale” per interpretare tale percorso come un processo intenzionale esercitato da un soggetto, il padrone Max, su un proprio simile. Non si tratta, dunque, di vedere nel romanzo una rappresentazione dell’adattamento all’ambiente urbano, ma di individuare nella ditta commerciale il luogo di una selezione attiva e programmata, analoga ai meccanismi di allevamento descritti da Darwin.

Abstract: Il padrone (1965) by Goffredo Parise can be read through a Darwinian lens not only because of its philosophical premises, but also because of the protagonist’s trajectory, which moves from the quasi-natural condition of the province to the ruthless system of the neocapitalist city. This paper proposes to begin from the distinction, drawn by Charles Darwin, between natural selection and artificial selection to interpret this trajectory as an intentional process exercised by one subject upon another human being. The novel should not be understood as a representation of adaptation to the urban environment, but rather as the identification of the commercial firm as the site of an active and programmatic form of selection, analogous to the breeding mechanisms described by Darwin.

Introduzione. Letteratura e darwinismo

L’opportunità di instaurare un dialogo tra la letteratura e le scienze biologiche, e in particolare la biologia evoluzionistica, è oggi meno controversa rispetto al passato. Le possibilità di questo scambio si fondano, parafrasando Michele Cometa, su tre grandi temi del presente: la necessità di una svolta bioculturale (biocultural turn), con cui risolvere l’annosa questione del rapporto tra sapere scientifico e umanistico; la relazione privilegiata che la letteratura dell’estremo contemporaneo intrattiene con argomenti e modelli biologici, e infine il progetto di una teoria che riconosca alla narrazione il carattere di adattamento specie-specifico e aiuti a comprenderne la totalità delle forme nello spazio e nel tempo[1]. Se queste ragioni non fossero sufficienti, se ne potrebbe aggiungere un’altra, con cui mi avvicino al proposito di queste pagine:

La teoria letteraria deve affrontare il dialogo con la biologia soprattutto per una ragione interna: l’inesausto dialogo che molti poeti e scrittori (ma anche critici e teorici) hanno intessuto con le scienze della vita, con la biologia, e, oggi, con le neuroscienze, l’archeologia cognitiva e la paleontologia. A ben vedere, infatti, gli scrittori, di ogni epoca e di ogni latitudine, non si sono mai sottratti a questo dialogo, costituendo così una sorta di museo naturale di testimonianze a diverse altezze temporali e una riserva infinita di «oggetti» che si prestano a interpretazioni biologiche o che sono comprensibili solo a partire dalle scienze della natura[2].

Goffredo Parise e la sua opera sono un patrimonio inestimabile di questo «museo naturale», e costituiscono un esempio virtuoso e difficilmente replicabile di dialogo tra cultura umanistica e saperi scientifici. Il suo contatto con la biologia evoluzionistica e i libri maggiori di C. Darwin – l’Origine delle specie (1859), L’origine dell’uomo e la selezione sessuale (1871) e il Viaggio di un naturalista intorno almondo (1839) – non è una semplice suggestione né un approdo temporaneo. Al contrario, la lettura della teoria della selezione naturale fornisce a Parise la materia prima con cui costruire un sistema di pensiero personalissimo e irriducibile a qualunque altra esperienza letteraria coeva, che sarà al tempo stesso uno strumento di distinzione letteraria ma anche di parziale emarginazione. Di qui il desiderio, a seconda dei casi, di presentarlo come uno scrittore atipico, come un outsider[3]impossibile da inquadrare, oppure di trovargli a forza un posto all’interno di tradizioni, tendenze e categorie storico-letterarie consolidate, come accaduto con il Padrone (1965)[4]. Ha certamente ragione Lucia Rodler, assieme a molti altri interpreti, a imputare questo scetticismo critico nei confronti di Parise, ma anche questa infruttuosa angoscia di categorizzazione, al rapporto che egli stesso ha intrattenuto con le istituzioni del campo letterario e soprattutto del campo politico, scegliendo per sé una posizione di terzietà rispetto ai due sistemi economici concorrenti del Novecento e condannandosi, in un certo senso, alla solitudine: «Il fatto è che Goffredo Parise non ha partecipato alle ideologie, nemmeno letterarie, del Novecento perché una straordinaria sensibilità verso la violenza gli ha permesso di intuire, in anticipo sui tempi, quanto male nascondano gli ideali troppo rigidi e le convenzioni che soffocano la vita, anche attraverso la parola»[5].

Una violenza pervasiva e irremovibile, quella di cui parla Parise, che deriva direttamente da una lettura personale dell’opera darwiniana all’inizio degli anni Sessanta, quando avviene anche il primo viaggio negli Stati Uniti. La scoperta di un «nucleo di violenza»[6] originario, e consustanziale all’esistere, e la sua attuazione parossistica nel sistema neocapitalista saranno l’innesco per una serie di progetti letterari e giornalistici incentrati sul modo in cui l’adattamento e i rapporti di forza si ripercuotono su ogni aspetto della vita umana: dai legami coniugali e dalla procreazione, di cui si legge nell’Assoluto naturale (1967) e nell’incompiuto Arsenio (1986, ma risalente al 1962), fino all’ambiente lavorativo rappresentato nel Padrone (1965) e nel Crematorio di Vienna (1969), che ne riprende l’atmosfera e i presupposti argomentativi. Del resto, pur non negando un destino simile e altrettanto disgraziato per gli abitanti dei paesi socialisti, «Parise considera gli Stati Uniti come luogo dove il darwinismo ha trovato la sua applicazione più rigorosa, come un laboratorio in cui si svolge una struggle for life senza soste»[7], resa implacabile dallo sviluppo della tecnica[8]. Dati questi presupposti, l’accostamento tra Il padrone e la voga letteraria del romanzo d’azienda è quantomeno imprecisa: quello di Parise non è il racconto di una «visita in fabbrica», per ricordare il noto poemetto di Vittorio Sereni, né la descrizione infernale di un luogo della produzione neocapitalista vissuto in prima persona da un personaggio-operaio[9]. Il padrone deve essere letto in primo luogo alla luce delle sue reminiscenze darwiniane, esplicite fino alla quasi-citazione e cruciali per afferrare i presupposti filosofici e la struttura narrativa del romanzo. Sebbene una tale direzione sia stata già presa in passato, è mancata, forse, un’attenzione specifica al concetto di selezione artificiale, che, oltre a essere il punto di partenza delle osservazioni (e poi dell’Origine) dello stesso Darwin, sembra essere anche, seppur con alcune licenze concettuali, la chiave interpretativa più logica per il romanzo di Parise.

La selezione artificiale del Padrone

La vicenda attorno a cui si sviluppa Il padrone è la seguente: un giovane protagonista, che rimarrà sempre anonimo[10], si trasferisce, con movimento da romanzo di formazione classico, dalla provincia alla grande città per iniziare il suo nuovo lavoro. Appena arrivato nell’azienda commerciale, fa la conoscenza degli impiegati, ma soprattutto del padrone, Max, e della sua famiglia. Max prende sotto la propria ala protettiva il giovane, cercando in tutti i modi di trasformarlo nel dipendente perfetto. Se all’inizio il giovane dà al padrone segnali positivi di adattamento alla realtà dell’azienda, presto iniziano a sorgere i dubbi e il desiderio di rivalsa sulle violenze subite. Il punto di non ritorno è segnato dalla proposta di sposare per logiche aziendali Zilietta, una ragazza affetta da sindrome di Down: il giovane pensa per questo di lasciare il lavoro e di cambiare azienda. A questo punto Max autorizza un colloquio tra il giovane e un suo avvocato di fiducia apparentemente per indirizzarlo verso una nuova ditta commerciale, ma di fatto per convincerlo che «una realtà migliore non c’è e non ci sarà mai»[11]. Il giovane allora rinuncia definitivamente alla propria autonomia: sposa Zilietta e la volontà di Max si integra alla perfezione nel sistema consumistico della grande città; si congeda dal lettore confessando il desiderio che suo figlio erediti la sindrome della madre e diventi, così, immune alla violenza e al dolore.

L’interpretazione biologica di questo romanzo si regge, di solito, sull’applicazione dei concetti di lotta per l’esistenza e di selezione naturale alla vicenda del protagonista, mettendo in evidenza il modo in cui il sistema neocapitalista porta alle estreme conseguenze l’ipotesi darwiniana. Al di là del modo in cui Parise si appropria e ri-usa Darwin – da cui derivano anche alcune ambiguità –, queste letture hanno almeno altri due limiti: si ha innanzitutto la tendenza a considerare l’evoluzione e la selezione come processi teleologici oltre che morali, che non contemplano il caso apparentemente degenerativo del giovane protagonista, a meno di vederle come il rovescio della teoria. Il padrone è, sì, un «Bildungsroman rovesciato»[12], visto che preclude ogni possibile conciliazione tra disposizioni individuali e campo sociale, ma, date le premesse teoriche, anche un romanzo perfettamente darwiniano non solo nelle intenzioni ma anche nell’esito, se si vede nella “cosificazione”il risultato più ovvio della pressione selettiva.

A questo si aggiunge il problema cruciale di capire che tipo di selezione venga rappresentata nel romanzo: Parise descrive una realtà in cui la lotta è la legge universale che accompagna ogni forma di vita, compreso l’essere umano, dallo stato di natura fino all’artificialità completa del sistema neocapitalista. Eppure, il processo di cui siamo testimoni durante la lettura non è dovuto a una forza invisibile e casuale che accumula piccole variazioni generazione dopo generazione, favorendo la sopravvivenza di una specie, né assistiamo a un contesto di lotta perpetua in cui solo i più adatti sopravvivono.

La deformazione del giovane impiegato non si deve alla selezione naturale, o perlomeno non in modo prioritario, bensì alla selezione artificiale: quello descritto da Parise è il racconto di una domesticazione, in cui Max interpreta il ruolo del padrone, inteso non soltanto come titolare di un’impresa, ma soprattutto come colui che possiede e alleva un animale. Del resto, la selezione operata dall’uomo è il punto di partenza empirico dello stesso Darwin, che, dopo averne osservato gli effetti in prima persona, se ne serve nell’Origine per introdurre le sue idee sul meccanismo evolutivo allo stato di natura. La confusione si potrebbe imputare in un certo senso allo stesso Parise, che nel rappresentare una realtà pervasivamente darwiniana sembra aver ridotto ai minimi termini la distinzione tra i due processi, che, pur basandosi sui medesimi principi, hanno in realtà già in Darwin funzionamenti e tempi diversi. Ciò che conta, a questo punto, è capire in che modo Il padrone costituisce un racconto di domesticazione, e quale sia il suo esito, meno scontato di quanto si possa credere.

Zoo, giardini, orti botanici

Per rispondere a queste domande occorre seguire il percorso tracciato dallo stesso Darwin nel primo capitolo dell’Origine, La selezione allo stato domestico, partendo da due presupposti essenziali della domesticazione: il cambiamento delle condizioni ambientali e delle abitudini, e la predisposizione dell’individuo. Darwin sostiene nell’Origine che le cause di variabilità allo stato domestico possano agire in due modi, «direttamente, sull’intero organismo o solo su certe parti di esso, e indirettamente, influendo sul sistema riproduttivo»[13]. La novità dell’ipotesi darwiniana consiste nell’attribuire minore importanza all’ambiente rispetto alla specificità individuale, che diventa la fonte principale di variazione per azione diretta. In altre parole, il mutamento delle abitudini, della nutrizione, dell’uso delle parti del corpo è solo parte del processo, non una condizione sufficiente. Sulla specificità dell’animale torneremo, ma ragioniamo intanto sulle condizioni ambientali.

Nel romanzo di Parise l’arrivo nella grande città e soprattutto nella ditta commerciale sembra svolgersi come un rito di passaggio, in cui la classica struttura tripartita prevede, nell’ordine: l’abbandono dell’habitat naturale, l’ambientamento nella nuova realtà e la successiva integrazione. Quello in cui fa il suo ingresso il protagonista non è un semplice posto di lavoro, ma una nuova casa, «il luogo che molto probabilmente, quasi con certezza, mi ospiterà per il resto della mia vita»[14], quasi si trattasse dell’ingresso in un bioparco o in un orto botanico. E, del resto, i primi indizi sensoriali rimandano proprio a queste immagini:

Sono entrato nell’androne e ho fatto alcuni passi verso il fondo: giunto ai piedi di una larga scala che si apriva a destra della grande volta i rumori della strada erano completamente scomparsi e il luogo era immerso nella penombra e nel silenzio. Come avevo immaginato, da dietro la vetrata giungevano fruscii e stormire di fronde, il chioccolìo di una fontana e versi e pigolii di uccelli tra i quali ho riconosciuto subito il fischio del merlo.

Sarà una descrizione successiva del giardino, a cui il protagonista avrà accesso, a sottolinearne «quell’aria funebre e immota che nasce e si sprigiona sempre dalla vita artificiale»[15], e soprattutto a istituire un parallelismo tra quelle piante e i dipendenti della ditta:

Ognuno di noi, e loro stessi che erano i padroni, eravamo rinchiusi in una grande trappola mortuaria simile a quel giardino: e proprio come quei peschi, quelle viti, il glicine e la magnolia, costretti a un arresto di sviluppo naturale, a una inutile concentrazione di energie che ci aveva ridotti quello che eravamo: piccoli mostri simili a quelle piante[16].

Tutti – compresi i padroni – hanno sembianze, atteggiamenti, tratti somatici o comportamentali evidentemente non umani, che il giovane descrive con occhio etologico. Gli animali utilizzati esplicitamente o per sineddoche come strumenti descrittivi o «indizi fisiognomici»[17] sono davvero numerosi e noti: gli occhi di Lotar, il portiere-scimmia, tra l’altro, mostrano «un lampo di delusa speranza, di immobile e non cosciente malinconia come in certi vecchi, enormi oranghi dello zoo»[18]; quelli del dottor Diabete, che «sporgevano e rientravano nelle orbite come quelli di una rana»[19]; la sembianza di insetto del Dottor Max[20]. Poi ancora, per similitudine: afidi e formiche[21], cani[22], farfalle[23], stridii e nitriti[24], volpi, ricci e donnole[25], cicale[26], roditori[27]; i capelli della madre di Max, Uraza, che diventano una criniera[28]. E, ancora, gli animali antropomorfi dei fumetti Disney, che danno il nome ad alcuni personaggi: Minnie, la fidanzata di Max, ma anche i due impiegati Pluto e Pippo.

Un campionario ricchissimo e variegato, che restituisce con forza una pesante sensazione di straniamento, ma anche l’allusione a una logica di contenimento e classificazione zoologica, o anzi zootecnica se si dà risalto, più che all’esibizione dell’alterità non umana, al suo sfruttamento.

Animali speciali

Una delle caratteristiche preminenti delle specie o razze domestiche è, dunque, il loro «adattamento in funzione non già del benessere dell’animale o della pianta, ma del vantaggio o del capriccio dell’uomo»[29]. Ma tale mutamento non deriva soltanto dall’azione diretta dell’allevatore: parte del risultato deriva dalla plasticità[30] dell’esemplare selezionato, dalla sua propensione intrinseca a subire cambiamenti. Per tale ragione il processo parte dalla ricerca di questi individui speciali, da cui si potranno poi selezionare e trasmettere alla prole i tratti più utili. «La condizione più importante», dice sempre Darwin, «è, forse, che l’animale o la pianta siano apprezzati dall’uomo tanto da richiamare tutta la sua attenzione sulle deviazioni anche minime della loro qualità o struttura. Se manca questa attenzione, nulla si può ottenere»[31].

In effetti, l’assunzione del protagonista del Padrone non è casuale. È frutto di una sorta di scouting operato dall’agente provinciale della ditta, che gli fornisce una lettera di presentazione da mostrare al dottor Diabete e poi al dottor Max. Quello del protagonista è sin dall’inizio uno stato d’eccezione ambiguo: se da un lato la vicinanza a Max, che ne controlla ogni pensiero e atto, gli garantisce un trattamento diverso da quello riservato ai colleghi – pur senza proteggerlo dalle molte violenze arbitrarie –, al tempo stesso lo espone ad attenzioni più frequenti e invasive. Egli stesso nota questa condizione, pur dimostrandosi all’inizio molto propenso a identificare i propri interessi personali con quelli della ditta: si chiede la ragione di «quella eccessiva confidenza, per non dire amicizia, che il dottor Max gli ha dimostrato fin dall’inizio»[32], ma accoglie con ottimismo la scelta del padrone di tenerlo vicino a sé[33], in una stanzetta accanto al suo ufficio, e di non assegnargli un lavoro specifico – segno dell’inizio di un progetto diverso, più importante di una semplice assunzione. Ma, non appena arriveranno i primi dubbi sulla sua condizione, innescati anche dalla scelta di Max di imporgli delle iniezioni di vitamine, emergerà il rimpianto di non essere entrato «nella ditta in modo anonimo, come un anonimo dipendente qualsiasi che vede il dottor Max passare nei corridoi due volte all’anno»[34].

Il reclutamento del giovane di provincia non è dettato da esigenze aziendali, ma dal desiderio di plasmare, selezionando i giusti caratteri, il dipendente perfetto. Questa sarebbe per Max l’unica cura possibile per la sua scissione profonda tra il bisogno (e anche l’oscuro desiderio) di imporre il proprio volere con la forza, e l’immoralità dello sfruttamento e dell’alienazione neocapitalistica. Nessuno dei dipendenti di quest’uomo dalla «testa spaccata in due»[35] incarna una soluzione perfetta al suo dilemma. Nemmeno il fedele Lotar, solitamente preso a modello, lo soddisfa pienamente, visto che la sua subordinazione deriva da un senso del dovere e dell’obbedienza marziale[36], e non da un’identificazione profonda tra le ambizioni individuali e il profitto aziendale:

«Un dipendente perfetto.» «Sotto un certo aspetto, sì. È uomo di intelligenza molto limitata, si capisce, non ha cultura, niente. Proprio per questo è un dipendente quasi perfetto. Magari ce ne fossero. Il fatto è che, a differenza di molti altri, quasi tutti nella ditta, Lotar mette amore, fede, in quello che fa. Per lui la ditta è come una chiesa e la sua religione è la religione dell’obbedienza. Se tutti fossero come lui io non avrei più problemi.» «Purtroppo un tipo così non ha e non può avere nessuna iniziativa personale.» «Eh, già, è appunto quello che gli manca. Se avesse anche iniziativa sarebbe perfetto. Ed è ciò che io vorrei in ditta»[37].

La ricerca di animali speciali, di cui il protagonista è l’esempio più evidente, è praticata dalla ditta fin dall’infanzia, per mezzo del Kindergarten della dott.ssa Uraza[38], dove i confini di classe vengono naturalizzati e irrigiditi, e le inclinazioni personali osservate e selezionate con cura fin dalla tenera età, fedeli al principio secondo cui «cambiamenti importanti dell’embrione o della larva comportano probabilmente cambiamenti nell’animale adulto»[39] e soprattutto sono, come imparerà a proprie spese lo stesso Max, meno soggetti a fenomeni di reversione.

La reversione e l’accoppiamento

La specie incipiente[40] plasmata da Max e incarnata dal protagonista dovrebbe essere obbligata a scegliere liberamente il bene dell’azienda e dei suoi padroni. Su tale paradosso si regge il lavoro di selezione svolto con il giovane di provincia, in principio piuttosto promettente. A rovinare i piani di Max, come detto, sono le violenze gratuite sempre più intollerabili, che spingono il protagonista a chiedere qualche giorno di ferie. In queste sequenze, dedicate al ritorno nella città natale e poi al desiderio crescente di lasciare la ditta commerciale, sembra riecheggiare – seppur in una forma non ortodossa – il concetto di reversione, a cui si alluderà poi anche nel fondamentale apologo conclusivo, secondo cui «quando le nostre varietà domestiche ritornano allo stato selvatico, esse riacquistano gradatamente, ma invariabilmente, i caratteri originari della loro razza»[41]. Il rientro in provincia aggrava l’alienazione del protagonista e riporta all’immagine dell’animale in cattività, ora temporaneamente reimmesso in natura. Non si tratta di un ricongiungimento nostalgico, visto che «più nulla mi lega a mio padre, a mia madre, a Maria [la fidanzata] e alla città dove sono nato. Non un sentimento, non un ricordo, nulla»[42]. E anche il progetto scartato delle dimissioni svela in realtà il carattere protettivo del lavoro: come il recinto per l’animale domestico, la ditta garantisce un vantaggio in termini di sopravvivenza (o di benessere), al prezzo di una dolorosa limitazione della libertà. Lasciare il posto di lavoro non garantirebbe di riacquisire la propria indipendenza, ma condurrebbe solo a una ricerca dolorosa e fallimentare di un nuovo padrone: «A questo punto, se sarà saggio, [l’impiegato] tornerà dal vecchio padrone e chiederà perdono. Di solito si ottiene. Altrimenti è raro che si salvi dal magma dinamico della grande città che, come avviene in natura, travolge e distrugge tutto ciò che non è utile»[43].

Sono anche questi tormenti profondi a spingere Max e la dott.ssa Uraza a una soluzione drastica: proporre, in modo in realtà piuttosto coercitivo, al giovane di sposare la «demente» Zilietta. La riproduzione, da cui dipende la trasmissione dei caratteri, è un passaggio cruciale nella selezione artificiale, ma delicatissimo: «Nulla è più facile, infatti, che addomesticare un animale, ma poche cose sono più difficili da ottenere della libera riproduzione di animali in cattività, anche se si verifica l’accoppiamento»[44]. È difficile non leggere le premure di Uraza, che predispone visite prematrimoniali, test genetici e indagini familiari, come il tentativo di compilare una sorta di pedigree dei due giovani, trattati alla stregua di animali riproduttori. Il matrimonio, poi, e ancor più il concepimento di un figlio, avrebbe due possibili effetti positivi: legherebbe in modo definitivo il giovane al destino della ditta, ma soprattutto consentirebbe di proseguire un lavoro di selezione promettente ma inconcluso. La svolta sessuale al problema della selezione si dovrebbe imputare alla rapida regressione del protagonista, sempre più afflitto dai dubbi, e dunque alla necessità di mitigare la sua resistenza al processo. In realtà, a prescindere dalle difficoltà specifiche, quello dei padroni della ditta è un progetto dichiaratamente a lungo termine – al pari di quello di un allevatore –, fondato sul «centro di educazione» di Uraza e sulla selezione accumulativa di varianti utili all’azienda. Parafrasando il veterinario William Youatt, citato dallo stesso Darwin, l’obiettivo non è di selezionare una singola pecora, ma trasformare completamente il carattere del gregge[45].

L’albero e il giardino: un fallimento o un nuovo inizio?

L’esito della vicenda del Padrone sembra piuttosto trasparente: nonostante le molte esitazioni e i dilemmi morali, il protagonista sposa Zilietta e concepisce un figlio. L’integrazione nel sistema neocapitalistico della grande città è, ormai, completa. Prima che tutto ciò accada, però, Max scrive una lettera al proprio protetto, una sorta di apologo, con protagonista un albero, che è anche un’ennesima mise en abyme. Qui trova conferma non tanto l’opportunità – del resto già verificata – di una lettura biopoetica del romanzo quanto quella più specifica della deformazione del protagonista come effetto di una selezione artificiale e di un’iper-specializzazione eticamente inaccettabile, ma dall’alto valore adattativo (fitness).

La lettura di questo breve apologo, che convince il protagonista a sottomettersi, sembra confermare le tappe del processo individuate in queste pagine. Il racconto inizia con il passaggio del giovane albero dallo stato di natura all’ambiente controllato (e programmato) del giardino[46], dove viene represso il suo fine naturale, ovvero «quello innanzitutto di vivere, di irrobustirsi, di mettere salde radici e di affermarsi»[47]. Segue l’adattamento al nuovo habitat, che ha sull’albero un effetto traumatico, considerato «quanto è difficile, per una pianta vissuta fino a quel momento in libertà, adattarsi all’ordine ma soprattutto all’idea del giardino»[48]. Viene evidenziato, poi, lo stato d’eccezione del protagonista, che, oltre a disporre dell’ambizione naturale per diventare un «albero importante»[49], si distingue dagli altri per la plasticità delle sue parti e per la facilità con cui sa adattarsi all’azione dei giardinieri. A questo si deve l’attenzione speciale riservatagli dal padrone, che lo considera l’esemplare perfetto per la sua opera di selezione[50]:

Esso era l’albero più amato dal padrone tanto che egli, nelle sue passeggiate, spesso (quasi sempre) si fermava all’ombra delle sue foglie e lo guardava estasiato. Perché estasiato? Perché mai come in quella occasione (tanti alberi erano giunti dalla campagna e mai i risultati erano stati così perfetti) un albero si era adattato con tanta affabilità e allo stesso tempo con tanto mistero all’idea che il padrone aveva di esso[51].

La sua grande adattabilità alimenta le illusioni del padrone, che crede di avere finalmente davanti a sé una specie incipiente con cui sostituire[52] ogni altra pianta del suo giardino. Tuttavia, presto si verifica il fenomeno della reversione: l’albero, «anziché stabilizzarsi in una forma media, curata noiosamente dai giardinieri, torna a mostrare, nello spuntare dei rami e delle foglie […] quella selvatichezza sorda, muta e testarda […] che era quella della sua gioventù in campagna»[53]. L’ultima speranza del padrone è modificare la specie con un incrocio che, almeno nell’apologo, fallisce. Restano le altre piante, tutte diverse nella natura ma simili nell’aspetto, incapaci tuttavia di assicurare la continuità dei caratteri selezionati.

Se vista alla luce del concetto di selezione artificiale e del contenuto dell’apologo, la conclusione del romanzo è più enigmatica di quanto si creda. La scelta del protagonista di tornare sui suoi passi e di rinunciare alla propria libertà è sicuramente una vittoria per Max, ma non ci dice molto, o almeno non lo fa in modo del tutto evidente, sul destino della tanto desiderata specie incipiente. Se da un lato i dubbi del protagonista e il suo iniziale rifiuto a procedere con l’innesto sembrano rafforzare la tesi del fallimento – di cui Max ricostruisce le tappe nell’apologo –, d’altra parte è innegabile che la sua decisione finale e l’integrazione nel sistema aziendale rafforzino la tesi opposta. La soluzione a questo dilemma è da cercare, forse, nell’immagine del figlio del protagonista: non per darne una lettura distopica, ma per ricordare il carattere misterioso dell’atto procreativo, quelle «incognite della vita e della riproduzione»[54] che costituiscono, forse, la segreta speranza del Padrone.


[1] Riassumo le premesse di M. Cometa, Letteratura e darwinismo. Introduzione alla biopoetica, Roma, Carocci, 2018, p. 17, a cui rimando per un’analisi più approfondita.

[2] Ivi, p. 28.

[3] Si veda, a titolo d’esempio, A. Casadei, Il Novecento, Roma, Carocci, 2005, pp. 155-57.

[4] Anche Andrea Zanzotto introduce le opere di Parise tenendo insieme le coordinate del centro e del margine letterario: «Basterà soltanto un rapido sguardo sulle opere più importanti di Goffredo Parise, ed apparirà subito la sua posizione particolarissima, di primo piano ed insieme “eccentrica”, nel quadro della narrativa, anzi della prosa italiana, nella cultura del secondo Novecento»: A. Zanzotto, Introduzione, in G. Parise, Opere. Vol. 1, a cura di B. Callegher e M. Portello, Milano, Mondadori, 1987, p. XI.

[5] L. Rodler, Goffredo Parise, i sentimenti elementari, Roma, Carocci, 2016, p. 14.

[6] Ivi, p. 13.

[7] D. Scarpa, Goffredo Parise: Tra Darwin E Montale, in «Belfagor»,vol. 54.6, 1999, pp. 671-92.

[8] Si ricordi sempre Zanzotto, acuto interprete dell’opera parisiana: «Nel gioco inquietante e terribile delle forze della realtà tra cui è preminente la selezione naturale c’è spazio per qualche momento di riposo, per qualche sacca in cui forse esiste quiete, simbiosi, non-aggressione, quelle stesse forze invece, quando si saranno saldate alla programmazione scientifica, si saranno alleate all’implacabile “razionalità” tecnologica (pur avendo conservato la loro immutabile identità) produrranno effetti negativi inimmaginabili. La natura infatti ha sempre qualche smagliatura, giro vizioso, sconnessione; quindi ci si può aspettare che conceda delle tregue. Quello che fa o farà la tecnica, invece, tende a porsi come pianificazione perfetta, totale». Si veda A. Zanzotto, L’opera letteraria di Goffredo Parise, in G. Parise, Arsenico, Treviso, Edizioni Becco Giallo, 1986, p. 61.

[9] Ha certamente ragione N. Amelii quando ricorda l’accezione biologica (e non marxista) che Parise imprime al concetto di alienazione: «L’alienazione che Parise addita e tematizza nel romanzo […] pare germinare direttamente dalla realtà biologica dell’uomo, in cui sono inscritti la legge del più forte e la selezione naturale, processi fondati sugli impulsi primari della violenza, della sopraffazione, dello sfruttamento». Si veda N. Amelii, La «cosificazione» dell’uomo nel Padrone di Parise. Il lavoro aziendale tra dinamiche neo-feudali e rituali liturgici, in «Between», vol. XIII, n. 26, 2023, p. 6.

[10] È possibile interpretare l’anonimato del protagonista come esca prolettica della sua progressiva spersonalizzazione, ma è altrettanto vero quanto sostiene N. Amelii (La «cosificazione» dell’uomo, art. cit., p. 9), secondo cui il giovane sarebbe il «rappresentante prototipico di tutti i ragazzi umili e sprovvisti d’individualità arrivati dalla provincia per cercare fortuna nella metropoli con alle spalle il bagaglio educativo tipico della piccola borghesia cattolica». Ragioni a cui andrebbe aggiunta anche la sovrapposizione tra personaggio e autore, ugualmente passato, sul piano della rappresentazione letteraria come nella vita, dalla provincia veneta a Milano.

[11] G. Parise, Il padrone, Milano, Adelphi, 2011, p. 264.

[12] N. Amelii, La «cosificazione» dell’uomo, art. cit., p. 9.

[13] C. Darwin, L’origine delle specie, Torino, Bollati Boringhieri, 2011, pp. 89-90.

[14] G. Parise, Il padrone, op. cit., p. 10.

[15] Ivi, p. 117.

[16] Ivi, pp. 117-18.

[17] L. Rodler, Goffredo Parise, op. cit., p. 79.

[18] G. Parise, Il padrone, op. cit., p. 12.

[19] Ivi, p. 17.

[20] Ivi, pp. 32, 53.

[21] Ivi, p. 34.

[22] Ivi, p. 39.

[23] Ivi, p. 52.

[24] Ibidem.

[25] Ivi, p. 54.

[26] Ivi, p. 56.

[27] Ivi, p. 93.

[28] Ivi, p. 115.

[29] C. Darwin, L’origine delle specie, op. cit., p. 107.

[30] Ivi, p. 108: «Gli allevatori parlano abitualmente dell’organismo di un animale come di qualcosa di plastico, che essi possono modellare quasi a loro piacere».

[31] Ivi, p. 116.

[32] G. Parise, Il padrone, op. cit., p. 62.

[33] Ivi, p. 64.

[34] Ivi, p. 143.

[35] Ivi, p. 93.

[36] Ivi, pp. 133-47.

[37] Ivi, p. 148 (corsivi miei).

[38] Ivi, pp. 214-20.

[39] C. Darwin, L’origine delle specie, op. cit., p. 93.

[40] Ivi, p. 137.

[41] Ivi, pp. 95-96.

[42] G. Parise, Il padrone, op. cit., p. 153.

[43] Ivi, p. 227.

[44] C. Darwin, L’origine delle specie, op. cit., p. 91.

[45] Ivi, p. 109.

[46] G. Parise, Il padrone, op. cit., p. 256: «Lei era qualche cosa che assomigliava a un giovane albero, già pieno di fronde in libertà, di parassiti, di rami balzani che sporgevano nel cielo senza alcun ordine ma soprattutto senza alcun fine».

[47] Ibidem.

[48] Ivi, p. 257.

[49] Ivi, p. 256.

[50] Si noti ancora una volta come il progetto di selezione del protagonista sia nettamente distinto da quello svolto con gli altri personaggi del romanzo. Non è in discussione il destino di alienazione e soppressione della volontà a cui tutti sembrano destinati; a essere fuorviante è il confronto tra il protagonista e gli altri impiegati. Se questi ultimi, malgrado la loro riluttanza a identificarsi con i bisogni del Padrone, sono comunque necessari al sostentamento della ditta (almeno per il momento), il protagonista costituisce un caso di studio autonomo, che dovrebbe condurre proprio al superamento dello stato presente.

[51] Ivi, p. 257.

[52] G. Parise, Il padrone, op. cit., p. 258: «Egli sognava, mediante quello strano e misterioso colloquio, un albero non solo bello ma così bello da diventare, proprio in virtù di quel desiderio e di quell’amore, un esemplare di specie completamente diversa: diversa dalla specie a cui apparteneva, una specie unica, rara, nata per così dire per inseminazione del padrone stesso. Da questo progenitore sarebbero nati altri alberi della nuova specie e solo quelli, essendo in qualche modo figli suoi, avrebbero abitato il giardino del padrone. Tutti gli altri egli avrebbe dato ordine di sradicarli e di abbatterli quando non fossero stati eliminati dal trionfo vitale della nuova specie».

[53] Ivi, p. 258.

[54] Ivi, p. 259.

(fasc. 61, 25 agosto 2026)

Figure dell’infanzia in Parise e Ceresa

Author di Elisa Attanasio

Abstract: Il saggio mette in dialogo Il ragazzo morto e le comete di Goffredo Parise e Bambine di Alice Ceresa, assumendo l’infanzia come luogo di tensione formale e conoscitiva. Pur attraverso soluzioni molto diverse, entrambi i testi incrinano l’orizzonte della Bildung e sottraggono l’età non adulta a una logica di sviluppo continuo. In Parise, la discontinuità compositiva affida a corpi, oggetti e apparizioni la traccia di un’esperienza segnata dalla guerra e dal dopoguerra; in Ceresa, la serialità analitica e la pressione normativa della lingua rendono visibili i dispositivi che plasmano l’infanzia femminile. Il confronto fra gli incipit e alcune scene legate alla morte consente di mettere a fuoco, in entrambe le opere, una forma di opacità del passato, che resiste alla ricomposizione memoriale e trova nella scrittura la propria modalità di persistenza. Ne emerge una figura dell’infanzia irriducibile alla teleologia della formazione.

Abstract: This essay brings into dialogue Goffredo Parise’s Il ragazzo morto e le comete and Alice Ceresa’s Bambine, approaching childhood as a site of formal and epistemic tension. Through markedly different narrative solutions, both texts unsettle the horizon of Bildung and remove non-adult life from a logic of continuous development. In Parise, compositional discontinuity entrusts bodies, objects, and apparitions with the traces of an experience shaped by war and the postwar years; in Ceresa, analytical seriality and the normative pressure of language bring into view the devices that shape female childhood. A comparison of the incipits and of several death-related scenes highlights, in both works, a form of opacity of the past that resists memorial recomposition and finds in writing its mode of persistence. What emerges is a figure of childhood irreducible to the teleology of formation.

«Un ruolo non è mai una cosa allegra: soffoca o ammazza la più felice e totale disponibilità umana»

(A. Ceresa)[1]

Nel 1951, il ventiduenne Goffredo Parise dà alle stampe Il ragazzo morto e le comete, esordio narrativo costruito su un regime di composizione che privilegia la discontinuità: quadri, “situazioni”, scarti di registro e un tempo che procede per addensamenti e riemersioni. Sullo sfondo di una città lagunare dell’immediato dopoguerra, il libro «immerso nel liquido placentare»[2] ruota attorno a un ragazzo quindicenne senza nome e al suo amico Fiore, seguendoli in una successione di episodi – passeggiate, giri in bicicletta, falò, giochi che mimano i gesti della guerra – mentre intorno si muovono strane presenze e apparizioni, fino a rendere sempre più labile il confine tra esperienza e allucinazione, sopravvivenza e morte.

Più che raccontare una crescita, Parise organizza corpi e relazioni entro una struttura sfrangiata, in cui il trauma storico del conflitto e del dopoguerra si deposita in oggetti, gesti e micro-eventi. In questa direzione va anche la successiva autorilettura dello scrittore, che nel risvolto di copertina dell’edizione Einaudi del 1972 confida: «inconsapevolmente scrissi un libro lirico e cubista (cioè romantico) sull’amicizia tra due ragazzi, al tempo dimenticato del tramonto e della fine dell’Occidente», e ne rivendica la matrice filmica: «la sola cultura che ha ispirato questo libro è cinematografica». Non a caso, Zanzotto parla di un’«imprevedibile compresenza del continuo e del discontinuo, del composito, abbacinanti e pulsanti come in uno stellare caleidoscopio, nel nome di incredibili “enfantes sauvages” e di «zombies paradisiaci»[3], mentre Bandini sottolinea «l’assoluta assenza di una situazione narrativa, intesa in modo tradizionale come logico sviluppo del racconto nel tempo»[4], e ancora Falqui insiste su «l’intensa visionarietà dei suoi capitoli, tenuti in un’incessante magari gravosa alternativa di fumesco e di macabro, con qualche punta di maggior crudezza verso il grottesco»[5].

Con Bambine, pubblicato nel 1990 e tradotto in francese già nel 1993 con il titolo Scènes d’intérieur avec fillettes, Alice Ceresa lavora in una direzione quasi opposta: non la scena come nucleo percettivo, ma l’insistenza di una macchina linguistico-sociale che nomina e regola. Bambine mette sotto pressione la categoria stessa di “bambine”, seguendone i meccanismi di produzione attraverso formule iterative, micro-precetti, ripetizioni e scarti minimi. Si riconosce quella miscela di ostinazione analitica e ironia che molta critica ha individuato come tratto distintivo della sua scrittura. Come ha osservato Ardeni[6], l’attenzione all’infanzia femminile è una scelta ideologica: la bambina in crescita diventa il personaggio più adatto a dare forma a un processo di presa di coscienza, e non a caso in Bambine il racconto si interrompe sulla soglia della pubertà.

Pur muovendosi secondo procedure quasi antitetiche (conta anche la diversa distanza dall’età narrata: Parise scrive il Ragazzo morto a ridosso dell’adolescenza che racconta, mentre Ceresa la osserva da una distanza adulta che il testo assume e problematizza apertamente), i testi convergono su un punto decisivo: in entrambi i casi, infanzia e adolescenza non si lasciano ordinare entro una traiettoria evolutiva leggibile. La Bildung[7], intesa come dispositivo che presuppone continuità del soggetto e traducibilità dell’esperienza in sviluppo, mostra qui la propria insufficienza. Si tratta, piuttosto, della rappresentazione di un momento oscuro, destinato a essere narrato ogni volta in modo diverso. Nei primi anni Settanta, tanto Parise con i Sillabari quanto Ceresa con il Piccolo dizionario dell’inuguaglianza femminile interrogano la parola come luogo di sedimentazione culturale e terreno di risignificazione: se Parise rivendica la semplicità come risposta alla saturazione ideologica del linguaggio pubblico, Ceresa assume il dizionario come operazione di smascheramento, facendone un abbecedario femminista capace di esibire la complicità strutturale della lingua con l’ordine simbolico patriarcale e di rivendicare la difficoltà come pratica di resistenza[8].

Il ragazzo morto e le comete e Bambine appaiono, allora, come due risposte molto diverse a una medesima questione: come dare forma a un’esperienza che eccede i codici disponibili? L’infanzia non compare come materia innocente o immediata, ma come punto di attrito in cui la lingua adulta mostra i propri limiti. Se in Parise ciò avviene attraverso montaggio, ellissi e collage – Crotti parla di un insieme costruito «tramite un processo associativo»: l’insieme dei brani, privi di una cornice che possa legarli, crea l’effetto di una «parete sulla quale i vari quadri siano collocati in modo asimmetrico e caotico, in modo tale che le aree si sovrappongano e le linee si intersechino»[9] –, in Ceresa si assiste alla serialità e all’osservazione analitica dei procedimenti con cui l’infanzia femminile viene nominata e resa socialmente decifrabile. La stessa scrittrice ne ha descritto con precisione la logica, chiarendo come il distacco non costituisca un semplice artificio formale, bensì una risposta al problema stesso dell’infanzia come oggetto narrativo:

Un procedimento narrativo a mio avviso non è una semplice formula, e quindi non credo che si ponga delle regole puramente teoriche. È sempre un mezzo necessariamente partecipante, anche se a livelli più subdoli. Posso dire che l’ostentato distacco ha avuto per me la sua ragione di essere a causa dell’argomento: è difficile parlare dell’infanzia in un modo possibilmente oggettivo, vale a dire osservante, perché è l’esperienza più oscura di ognuno di noi viventi, credo. Non mi interessavano i ricordi personali, e anzi andavano banditi in favore di una descrittività pura e semplice. Un poco come procede l’etologia con la sua osservazione della vita degli animali: che mai potranno dirci che cosa pensano loro non solo della propria vita ma anche delle interpretazioni che noi ne ricaviamo. La mia idea è che anche i bambini vivono in realtà l’infanzia a questo modo, prima che possa essere trasformata dal senno di poi[10].

Se la narrazione è un mezzo ancora «partecipante», l’infanzia vi appare come esperienza oscura, refrattaria alla restituzione memoriale e alla ricomposizione retrospettiva. Come l’animale per l’etologa, anche la bambina viene pensata da Ceresa come una forma di vita la cui esperienza non può essere pienamente restituita né verificata dal discorso che la descrive. A essere messo in questione è soprattutto il «senno di poi», cioè lo sguardo adulto come macchina di chiarificazione, capace di ricomporre l’opacità dell’infanzia in un racconto finalmente coerente.

Una simile diffidenza nei confronti della pretesa adulta di ricondurre l’infanzia a una forma logica, pur secondo modalità molto diverse, attraversa anche la scrittura di Parise. Il dialogo tra i due testi può, allora, essere condotto non sul piano di una comune tematizzazione dell’infanzia, ma su quello delle forme che essa impone al racconto, a partire dagli incipit.

I.

LA NASCITA (Scenario)

IL CORTILE


Questa è una sera d’inverno. Prima che il buio e il gelo arrivino nei cortili a tramontana per tutta la notte, Giorgio, Abramo e gli altri ragazzi accendono fuochi con foglie fradice, rami morti e carta raccattata nelle immondizie. Il fumo pieno di umori estivi e di erbe aromatiche cammina dentro i cunicoli delle fogne dove il canale s’insinua a trasportare erbe, gatti morti, piccoli involti dal contenuto roseo e informe, spellato dall’acqua. A quest’ora si illuminano le finestre nella soffitta dove abita la famiglia di Abramo. Due grandi stanze dal pavimento di mattoni sono la casa di Abramo; una ha nel mezzo la tavola, ai ganci del soffitto – coperto di giornali e di manifesti, con molte macchie e disegni di umidità – sono appese le pentole di alluminio e la lampadina. L’abbaino è la finestra più grande della casa. Ora vede le stelle, ma a volte la pioggia e in certe notti le eclissi di luna. Nella stanza vi sono i tre letti di ferro spinti fin dove il tetto degrada, un armadio di lamiera, una poltrona di vimini, degli ombrellini da sole; e infine il grammofono a cilindri, l’indimenticabile macchina che non manda più suono ma che per un tempo infinito muove e fa girare rotelle lucenti nel buio. Ora la guerra è finita, Abramo, Giorgio hanno quasi diciott’anni e l’altro ragazzo, quello che era sempre con loro, quindici. Insieme, nelle sere di maggio appena finita la guerra hanno fatto scoppiare petardi e bombe a mano nelle piazze della città, hanno cominciato a fumare sigarette americane e ad avere rivoltelle vere, che ancora ungono e mantengono pulite nell’armadio, sotto calzetti di lana[11].

Dopo titolo e sottotitolo, la lingua dispone l’apparire cominciando da un gesto deittico capace di instaurare un presente percettivo: «Questa è una sera d’inverno». L’infanzia e l’adolescenza entrano come condizioni immerse in un clima e in una luce: si coagulano sulla pagina foglie fradice, rami morti, carta raccolta nelle immondizie. Il dopoguerra è un paesaggio di residui, dove il fumo «pieno di umori estivi e di erbe aromatiche» si insinua nei cunicoli delle fogne che trasportano elementi vegetali e animali inermi.

Anche quando lo sguardo – in Parise è sempre viva quella che Mengaldo definisce «fenomenologia del vedere», capace di mettere a fuoco «la frammentarietà, la puntualità […] la casualità, che reggono i rapporti fra l’individuo e il mondo»[12] – risale alla soffitta di Abramo, domina l’inventario: pentole, lampadina, letti di ferro, armadio di lamiera, ombrellini da sole, dentro una casa dove persino il soffitto è un deposito di giornali, manifesti e macchie. È un interno che non garantisce protezione; semmai registra la permeabilità del mondo: pioggia, eclissi, umidità. E al termine della lista compare un affascinante grammofono a cilindri, che ha perso la sua funzione ma continua «per un tempo infinito» a muovere rotelle nel buio. Così è per la guerra – può anche essere finita, ma qualcosa persiste – e per l’adolescenza, condizione di sospensione dove, però, non si smette di far scoppiare petardi e di custodire rivoltelle negli armadi. È in questa logica di accumulo e giustapposizione, più che nella costruzione psicologica o nella progressione narrativa, che l’adolescenza – «quasi diciott’anni», «quindici» – prende forma.

L’incipit di Bambine segue un andamento del tutto diverso: al posto dell’immersione sensoriale, Ceresa mette subito in primo piano un dispositivo linguistico e sociale, affidando l’attacco alla precisione dell’enunciato.

Occorre disegnare 
per incominciare 
una piccola città. 

Una fila di facciate allineate in primo piano 
ognuna munita pulitamente di almeno una porta 
d’accesso sulla strada 
finestre ai vari livelli nonché 
qualche balcone asimmetrico nella sequenza 
tetti spioventi e quindi più o meno a punta 
a meglio figurare riparo e protezione 
perlomeno dal punto di vista di chi guarda 
con comignoli fumanti o meno a seconda 
si deve immaginare della stagione. 
Tutte le case ora più alte e ora più basse 
allineate graziosamente talvolta accostate 
e talaltra distanziate o circondate da giardino 
in tale caso però ingabbiate 
da siepi o muretti o quantomeno inferriate

e sempre provviste di cancello in genere

chiuso forse a esporre più compiutamente

i ghirigori. 

Per esclusione così nascono le strade 
con incroci obbligati talora fatti a piazza 
questa magari al centro munibile di parco pubblico 
con panchine e lampioni e accessibile dai quattro lati[13].

L’incipit di Bambine assume fin da subito la forma di un manuale di progettazione: «Occorre disegnare / per incominciare / una piccola città». Ceresa apre con un impersonale di necessità che mette in moto una macchina normativa. La scrittura costruisce la realtà attraverso una sequenza di condizioni, requisiti, esclusioni. La città nasce, infatti, come schema: una fila di facciate allineate, porte d’accesso, finestre ai vari livelli. Si accumulano specificazioni, subordinate, correzioni implicite, come se l’immaginazione dovesse essere continuamente ricondotta alla forma giusta, autorizzata. I termini «accesso», «riparo», «protezione» definiscono uno spazio predisposto per una fruizione ottica e sociale. Anche le varianti solo apparenti – i balconi «asimmetrici», le case «ora più alte e ora più basse» – vengono subito riassorbite in un sistema di allineamento e controllo: i giardini sono «ingabbiati» da siepi, muretti o «quantomeno inferriate», e le case sono «sempre provviste di cancello in genere / chiuso»; un mondo ben fatto è, infatti, un mondo recintato. I ghirigori sui cancelli designano il surplus ornamentale prodotto dal controllo, il decoro con cui l’ordine si rende forse più accettabile. Non sorprende che poco dopo la città generi le strade «per esclusione», con «incroci obbligati», panchine e lampioni: la mobilità è prevista fin dall’inizio, ma soltanto nella forma di un movimento disciplinato.

Proseguendo nella lettura del capitolo zero, emerge la dimensione sociale del progetto: negozi con insegne, attività «di primissima e indispensabile utilità per i bisogni impellenti della sopravvivenza umana», e soprattutto la collocazione, «su una delle piazze e magari la migliore», di chiesa e municipio, affinché «i figli dell’uomo possano nascere legittimati da una unione consacrata» e risultare «muniti di incontrovertibili dati anagrafici / con cui procedere una volta per tutte in vita e morte». La grammatica progettuale non riguarda soltanto l’urbanistica, ma la produzione stessa del soggetto. L’infanzia viene prefigurata come effetto di un doppio ordine – religioso e amministrativo – che garantisce identità e legittimità. Il lessico («incontrovertibili», «una volta per tutte», «evitando confusioni ed equivoci») rende palpabile una logica di immunizzazione: la città serve a evitare l’indistinto, espellere l’ambiguo e, infine, prevenire l’errore. A questo punto l’incipit compie la mossa decisiva: «Come diretta conseguenza del concetto / e a sua elementare illustrazione / si inseriscano ora alcune figure / di uomini e donne grandi e piccoli». Le figure umane entrano come dimostrazione, non come esperienza; vengono allestite a rappresentare «un esemplare ed essenziale per quanto minuscolo / nucleo familiare composto al centro di due / adulti distinti secondo il sesso diverso / dai rispettivi abbigliamenti almeno nel disegno / recanti per mano ognuno sul lato esterno / uno e quindi per ambedue e in totale due / esserini infagottati e non necessariamente distinti / pendenti di sghimbescio uno di qua e uno di là»[14].

Dove Parise mette in scena una temporalità sospesa, Ceresa costruisce un ordine che precede la nascita e la determina. E così fa la lingua: nel Ragazzo morto espone l’inadeguatezza dell’ordine (per accumulo e apparizioni); in Bambine ne mostra l’eccesso (per prescrizioni e limiti), rivelando che l’identità è prodotta prima ancora della storia individuale, entro coordinate urbanistiche, amministrative, genealogiche e retoriche: come afferma Crivelli, le costruzioni sintattiche costringono «chi legge in un ragionamento che sfocia nell’impietosa e ironica messa a nudo dell’artificialità del sistema patriarcale»[15].

Alla fine del capitolo zero, il disegno della città è ormai compiuto; dopo aver tracciato case, negozi, chiesa e municipio, figure umane grandi e piccole, mezzi di locomozione e infine scuola e cimitero – per i quali lo spazio rimasto libero è poco, e quindi si trovano «strizzati» una a destra e l’altro a sinistra della città, a dimostrazione che graficamente e simbolicamente si tratta di «due tappe obbligate e nemmeno molto simpatiche / cui sottrarsi non è lecito né possibile in alcun modo»[16] –, bisogna voltare il foglio per passare, nel primo capitolo, all’interno:

In un interno respirano e si muovono i componenti di una piccola famiglia. È un nucleo sotto vuoto che si esprime in operazioni infinitesimali di cui è difficile se non impossibile seguire percorsi meno banali delle semplici incombenze del vivere materiale.

Quando si raccolgono in cerchio intorno al desco domestico introducendo cibo nelle varie bocche, nutrono forse in effetti un corpo composito di cui le singole parti sono appunto le membra[17].

Anche qui, come nell’incipit del Ragazzo morto, il movimento conduce dal fuori al dentro; tuttavia, il passaggio produce effetti opposti. In Parise, il cortile e la soffitta di Abramo appartengono a uno stesso regime di penetrabilità; in Ceresa, invece, il passaggio dalla città all’interno trasferisce su scala minuta il dispositivo normativo costruito nel capitolo zero. A entrare in scena non sono ancora individui, ma componenti di un insieme funzionale: come ha osservato Pigliaru[18], la scelta di mettere al centro due sorelle permette a Ceresa di mostrare che l’identità si forma fin dall’inizio nella relazione, nella prossimità e nello scarto, più che nell’isolamento di una soggettività già costituita. La formula «nucleo sotto vuoto» strappa la famiglia da ogni idealizzazione affettiva, restituendola come microcosmo chiuso, regolato da «operazioni infinitesimali» che riducono il vivere alla ripetizione delle incombenze. Anche il nutrimento viene sottratto a ogni tonalità comunitaria: «introducendo cibo nelle varie bocche», i membri della famiglia sembrano alimentare un «corpo composito» di cui sono soltanto membra. Dalla città al desco domestico, la logica non cambia: ciò che il disegno urbanistico disponeva su scala esterna l’interno familiare lo riproduce in forma miniaturizzata.

È, poi, nel rapporto con la morte che l’inadeguatezza del paradigma formativo emerge con particolare evidenza: nel Ragazzo morto, la morte circola da subito nella materia del mondo, dai gatti morti trascinati dal canale alla cerimonia parodica e struggente dell’auto-sepoltura di Squerloz, fino al funerale di Fiore e alle riflessioni di Antoine sul lento disfarsi dei corpi.

Non si dà, dunque, uno sviluppo interrotto da un evento luttuoso; ciò che viene meno è, più a monte, l’idea stessa di una crescita lineare, perché fin dall’origine il tempo dell’adolescenza è esposto alla fine, contaminato dalla perdita. Lo stesso vale, in una forma diversa, per Bambine, dove la morte lavora il testo come presenza trattenuta ai margini e proprio per questo tanto più perturbante, perfino attrattiva. In entrambi i casi, viene rappresentata una possibilità che la Bildung tende a rimuovere, vale a dire che il divenire non approdi a nulla e la crescita resti esposta fin dall’inizio alla propria revocabilità.

Nel capitolo IV del Ragazzo morto, intitolato Antoine Zeno, la morte diventa oggetto esplicito di racconto e dialogo:

Sono Antoine Zeno. Ero molto amico del defunto ragazzo; tuttavia posso dire poco di lui. Tanti ragazzi sono morti durante la guerra, sotto i bombardamenti, sepolti dalle case distrutte; e tanti sono morti anche dopo la guerra. È una pena vedere dei giovani morire così; ma cosa potrei dire di più? Niente. Ora che lui se n’è andato, è inutile parlare. So soltanto che una mattina è stato trovato morto[19].

           La reticenza di Antoine – la cui voce si costruisce in una prima persona fortemente esibita, sospesa tra il monologo teatrale e la deposizione interrogatoria – segna subito un limite del discorso. La morte del ragazzo non viene narrativamente valorizzata come evento rivelatore, ma consegnata a una formula secca – «è stato trovato morto» – che sottrae l’accaduto a ogni sublimazione. Anche il funerale, descritto nei suoi dettagli concreti – «il carrozzone era quello dei poveri», «una sola corona senza fiori», la cassa che «scendeva a strattoni ora dalla parte della testa, ora dalla parte dei piedi, infine scivolò dalle corde e andò a sbattere nel fondo»[20] – insiste su una materialità dimessa, immune a qualsiasi sacralizzazione. A questa revoca di pathos corrisponde, poco dopo, un passaggio in cui la morte viene pensata come forza che mescola e livella, incapace di conservare intatti i legami e le gerarchie dei vivi:

Un giorno o l’altro andrò a trovarlo, ma non gliene importerà niente. In fondo, che io vada, che vada la ragazza o Fiore, che sua madre non respiri più per l’asma o che l’uomo morto di cancro che gli hanno sepolto sopra si confonda con lui e con la sua essenza terrena è tutto la stessa cosa. Diceva sempre: «Piova e sole, il diavolo si pettina». D’estate, dopo un temporale, continuava a ripeterlo. Ma quando io andrò da lui, allora, non lo dirà[21].

La morte non fissa una verità ultima della persona né trasforma l’assenza in memoria redentrice; al contrario, tutto tende a equivalersi: la visita alla tomba, il dolore degli amici, il respiro affannoso della madre, la promiscuità dei corpi sepolti. Il proverbio «Piova e sole, il diavolo si pettina» affida il morto a un frammento di voce che conserva, in forma minima, la logica stessa del romanzo, fondata sulla coesistenza di elementi dissonanti: pioggia e sole, vita e morte, presenza e sparizione. Al tempo stesso, toglie al defunto ogni monumentalità: ciò che resta di lui non è una parola memorabile, bensì una piccola – e un po’ stramba – abitudine verbale. La chiusa – «quando io andrò da lui, allora, non lo dirà» – registra, così, l’interruzione irreversibile di una cadenza del vivere. Nel successivo dialogo con Fiore, Antoine, sottraendo la morte a ogni consolazione religiosa o simbolica, spiega il processo che avviene al corpo:

«Non sono morti del tutto, caro mio, prima devono marcire, devono sparire nella terra, il più presto possibile, andarsene, buttar via tutto. Credimi, non è facile dimenticare; noi li dimentichiamo, ma loro, poveretti, restano oltre il nostro ricordo. La terra, serve poco; sai, ci vogliono anni per marcire, per liberarsi della carne; e poi le ossa, dure come pietre, che si sciolgono un poco, un poco alla volta, caro mio: dopo dieci anni si spellano un pochino; dopo altri dieci, se la terra è buona e l’acqua vien giù a diluvi, allora cominciano a marcire, ma poco, soltanto alla superficie. Così passa il tempo e loro stanno lì fermi senza muovere un dito, rabbiosi e cattivi, ad aspettare i temporali per fare più presto. Poi, poi c’è la cosa più brutta di tutte».

«Cos’è?» chiede Fiore debolmente; e gli sembra di avere ancora negli occhi quel filo luminoso che a tratti si spegne e sprofonda le pupille nel buio.

«Il ricordo del tutto, caro mio: occhi, capelli, braccia, sentimenti, cose viste: il tutto per dispetto si riunisce e li fa vivere ancora; vanno in giro per la città, per le case, e vengono a salutarci. Ma loro non sanno niente, hai detto giusto tu, sono morti. Non sanno niente, stanno immobili dove li hanno messi; in qualunque posto, sotto terra o sopra la terra, o dentro una fogna, per loro, va tutto bene. Non mangiano più come noi; ma non hanno finito di pensare. Nessuno sa cosa sono, mio caro, e forse non sono niente».

«Era il mio migliore amico» sussurra Fiore dopo una pausa, e allunga una mano a raccogliere una piuma.

«Già, a te importa solo lui, non hai altri a cui pensare. A te importano la sua voce, la sua ombra; ti aspetti che a quest’ora, come al solito, lui si faccia vedere a quella porta, tutto nero e con quel suo sorrisetto; che venga avanti con le mani in tasca e si sieda qui. Capitava anche a me una volta, quando la gente moriva sotto i baldacchini e a tutti dispiaceva; ma adesso, mio caro, la gente muore in modo qualunque: e lascia perdere l’agonia, il segno della croce e anche di chiamare aiuto»[22].

            La morte è un processo lentissimo e ostinato, in cui il corpo si trattiene in una temporalità di decomposizione esasperatamente lunga: la carne impiega anni a disfarsi, le ossa resistono, i morti restano prigionieri della materia, come spiega anche più avanti un altro personaggio, Leopolda: «quando la gente viene sepolta comincia a disfarsi e a sapere di essere là dentro; lo sa perché la carne che si decompone è piena di fatti di questa terra che non si possono abbandonare subito»[23]. Se il romanzo di formazione presuppone che l’esperienza possa essere ricomposta entro una traiettoria di maturazione, qui la morte introduce, invece, una temporalità senza riscatto. Fiore continua a pensare «alla sua voce, alla sua ombra»; Antoine gli risponde che, ormai, «la gente muore in modo qualunque». L’adolescenza del Ragazzo morto è già immersa in un mondo in cui i corpi si disfano e i legami non (si) salvano.

            In Bambine, la morte compare all’interno di una scena infantile come fantasia di soppressione che lascia affiorare, in controluce, un nucleo perturbante legato alla rivalità fraterna.

Un giorno a un certo momento e pare di comune accordo decidono di passare all’azione.

È senza dubbio una giornata come tutte le altre ma evidentemente non per loro, in preda molto spesso a meccanismi incontrollabili perlomeno dall’esterno. Stavolta tuttavia il motivo scatenante potrebbe essere contingente: una carrozzina col pupo dentro lasciata magari davanti a un negozio e per un attimo incustodita, un fatto quotidiano e cittadino certamente accaduto altre volte e tranquillamente dentro i confini della loro realtà. […]

Succede velocemente: riportarsi indietro, stringere le quattro mani sul manubrio, spingere la carrozzella dapprima educatamente fino all’angolo e poi svoltare di corsa e spiccare la volata con la testa insaccata nelle spalle. Nulla accade e la città sembra deserta o è come se lo fosse poiché nessuno sembra notarle quasi fossero invisibili e in qualche modo lo sono, protette dalla quotidianità forse solo un pochino accelerata del loro agire. […] E bruscamente la spedizione infine raggiunge con un sospiro trionfante di sollievo il noto confine d’ombra.

La carrozzella caracolla giù per la china aiutata da una spinta gagliarda e giù al buio evidentemente si rovescia. Il silenzio ora è totale[24].

L’episodio si apre con una formula quasi da congiura, introducendo fin da subito uno scarto straniante fra la minuta quotidianità della scena e la gravità implicita del gesto che sarà compiuto. Ceresa presenta l’infanzia come uno spazio in cui possono coagularsi impulsi oscuri che all’improvviso si traducono in atto. La carrozzina con il bambino, lasciata per un attimo incustodita, non ha in sé nulla di eccezionale, e l’azione prende forma come deviazione minima. Sul pupo si concentra una pulsione aggressiva che il testo non esplicita psicologicamente, ma lascia affiorare per via laterale. I dettagli del suo aspetto – «pasciuto», «intento a digerire latte ormai acido» – lo collocano in una zona di corporeità vischiosa, lontana da qualsiasi iconografia tenera dell’infanzia. Quando le due bambine afferrano il manubrio e cominciano a spingere la carrozzina, dapprima «educatamente fino all’angolo» e poi «di corsa», potremmo ancora essere nel clima di una spedizione ludica. Ma rapidamente si passa dal gioco alla fantasia di sparizione, fino al movimento quasi impersonale della caduta: rovesciamento nel buio, silenzio. Poco dopo, un brusco affondo ironico esplicita ciò che si era solo intravisto: quello che le due bambine hanno appena scarrozzato «con veritiero vomito di pappe e latte» è, infatti, un «odioso fratellino giunto a tradimento da dove mai se non dalla temibile camera matrimoniale»[25]. Il fratellino è un intruso, un corpo estraneo proveniente dal luogo incerto della sessualità adulta, da cui può emergere una minaccia all’equilibrio della diade sororale.

Se la morte è introdotta come gesto obliquo, è rivelatorio che anche il suo statuto resti da subito incerto: Ceresa non consegna l’episodio a una memoria compatta, ma lo frantuma in una serie di versioni diseguali, che dicono molto non tanto sull’evento in sé quanto sulla sua resistenza a essere fissato come verità. Il capitolo successivo si apre, infatti, così: «Sembra infatti che più tardi le due sorelle, per il resto unite da ricordi comuni invero piuttosto spiccioli, fornissero di questa vicenda versioni diverse anche se non propriamente contrastanti»[26]. Se la minore si limita a non ricordare nulla, la maggiore al contrario ricorda tutto – la corsa, i nomi delle strade, le topografie del quartiere e le raccomandazioni materne – , ma nella sua versione il fratellino ne rimane solo leggermente ferito. La sproporzione tra amnesia e ipermemoria impedisce che il racconto si chiuda su una certezza condivisa: se la sorella minore si libera dall’evento per rimozione, la maggiore lo ricostruisce con un eccesso di zelo fabulante, che non coincide affatto con la trasparenza della testimonianza.

Sorprendente, a questo punto, l’attacco del capitolo successivo, dove si legge che «questo pupo poi effettivamente morì in tenerissima età evocando in seguito nelle sorelle, come ebbero a dire, soltanto ricordi cimiteriali»[27]: Ceresa instaura una continuità inquietante fra la scena appena narrata (mai successa, o avvenuta senza danni) e il lutto familiare, all’interno di una narrazione che permette alle immagini di richiamarsi senza mai ricomporsi del tutto. La morte di questo fratellino si condensa in «alcune paia di scarponcini legati a due a due dalle stringhe», «qualche giubbetto bianco orlato all’uncinetto», i capi lavati e stirati e riposti «dentro un cassetto del comò nella stanza matrimoniale». Sono oggetti superstiti, insieme discreti e fastidiosi, che continuano a esercitare sulle bambine un’oscura pressione, da cui sorgono «numerose pratiche di scongiuro molto simili a riti magici»[28].

Il cimitero dei bambini viene, a sua volta, desublimato con precisione. Da un lato, tutto sembra disporsi secondo un’estetica miniaturizzata del lutto: la «tombina del fratellino» è «sovrastata da un angioletto di marmo in semivolo e munito di minuscolo pipitore»; il reparto infantile appare «particolarmente aggraziato con vialetti elicoidali fra boschetti teneri di bosso sagomato e aiuole ornate in ogni stagione di fiorellini ora rossi e ora viola»[29]. Dall’altro, questa grazia è continuamente incrinata dal controcampo affettivo: sui muretti attorno agli stagni, «le due sorelline sdraiate una accanto all’altra a pancia sotto tuffano le manine nell’acqua e covano risentimenti intanto che la madre discorre sottovoce inginocchiata davanti all’angioletto»[30].

Ci si sposta, così, dal registro della pietà a quello della rivalità: al centro non c’è soltanto il fratellino morto, ma la redistribuzione dell’attenzione materna, che lascia le due bambine immerse in un sentimento torbido di esclusione. In Ceresa, l’identità non emerge come dato stabile, ma come forma esposta ai rapporti che la producono e la deformano: le sue protagoniste, come osservano Crivelli e Cordibella, incarnano «l’urgenza di sviluppare una concezione identitaria non statica ma dinamica (come nella crescita descritta in Bambine), esistono solo in un contesto relazionale, che mette ‘a contatto con’ […] facendo spazio alle sempre nuove e mutevoli forme che queste relazioni disegnano»[31].

Che cosa sia la morte per le due sorelline non si sa dire, però risulta chiaro come esse la sappiano frequentare senza imbarazzo e semmai con una non troppo celata invidia del tutto a quanto si direbbe ignorata e nemmeno lontanamente sospettata dalla madre incosciente in lacrime inconsolabili sopra il figlioletto o perlomeno sopra quello che ne resta o si suppone sia rimasto sotto terra[32].

La morte può essere frequentata senza soggezione, anzi con una forma di invidia che non riguarda tanto l’evento in sé quanto la concentrazione di sguardo, cura e dolore che esso produce attorno al fratellino. Tra l’altro, quello che la madre piange non è nemmeno il figlio per intero, bensì un resto incerto.

In Parise e Ceresa, infanzia e adolescenza coincidono con una soglia critica del racconto: la memoria si opacizza e il passato smette di offrirsi come una materia disponibile. Lontano dall’essere perduto, esso persiste nelle forme stesse della scrittura: nei vuoti e negli scarti di Parise, come nelle iterazioni, nelle classificazioni e nelle versioni diseguali di Ceresa, attraverso cui la scrittura si misura con un’esperienza che non può più essere restituita in modo pieno e trasparente. Oltre la Bildung si apre, così, una diversa interrogazione del reale: da una parte, Ceresa ricorda che «si possono dire cose astratte con la realtà e cose realissime con il sogno e la pura immaginazione»[33]; dall’altra, il finale del Ragazzo morto lascia intravedere il punto in cui esperienza e mondo si disfano insieme, finché «tutto si scioglie dinanzi [agli] occhi in una delusione senza più emozioni e senza più lacrime»[34].


[1] F. Guardiani, Intervista a Alice Ceresa, in A. Ceresa, Bambine, Bellinzona, Edizioni Casagrande, 2025, p. 113.

[2] S. Perrella, I movimenti remoti di Goffredo Parise, in G. Parise, Il ragazzo morto e le comete, Milano, Adelphi, 2006, p. 170.

[3] A. Zanzotto, Storia di Parise, in «Nuovi argomenti», n. 10, aprile-giugno 1984, p. 120.

[4] F. Bandini, L’esordio di Goffredo Parise: Il ragazzo morto e le comete, in Tre narratori. Calvino, Primo Levi, Parise, a cura di G. Folena, Padova, Liliana, 1989, p. 107.

[5] E. Falqui, Novecento letterario, Serie IV, Firenze, Vallecchi, 1954, pp. 428-32; ora in C. Altarocca, Goffredo Parise, Firenze, La Nuova Italia, 1972, p. 37.

[6] V. Ardeni, Scrivere dalla parte delle bambine: infanzia e adolescenza femminile nella narrativa di Alice Ceresa, in «gender/sexuality/italy», n. 4, 2017.

[7] Si vedano F. Moretti, Il romanzo di formazione, Torino, Einaudi, 1987; M. Domenichelli, Il romanzo di formazione nella tradizione europea, in Il romanzo di formazione nell’Ottocento e nel Novecento, a cura di M. C. Papini, D. Fioretti, T. Spignoli, Pisa, Edizioni ETS, 2007, pp. 11-37; P. Bono e L. Fortini, Il romanzo del divenire. Un Bildungsroman delle donne?, Roma, Iacobelli, 2007.

[8] In una lettera a Michèle Causse dell’8 maggio 1976, a proposito del Piccolo dizionario dell’inuguaglianza femminile, Ceresa scrive: «siccome io scrivo difficile, ebbene, sarà difficile; non mi risulta che le cose (e neanche quelle da capire) siano facili. Se poi non mi vogliono leggere, ne fanno a meno. Di chi devo avere pietà? E in nome di che cosa? Della stupidità? Abbasso la stupidità» (T. Crivelli, Breve storia di un inedito, in A. Ceresa, Piccolo dizionario dell’inuguaglianza femminile, Milano, Nottetempo, 2020, p. 16).

[9] I. Crotti, Per una fenomenologia del fantastico nel primo Parise, in Ead., Tre voci sospette. Buzzati, Piovene, Parise, Milano, Mursia, 1994, p. 122.

[10] F. Guardiani, Intervista a Alice Ceresa, art. cit., pp. 112-13.

[11] G. Parise, Il ragazzo morto e le comete, op. cit., pp. 11-12.

[12] P. V. Mengaldo, Dentro i Sillabari di Parise, in Id., La tradizione del Novecento. Quarta serie, Torino, Bollati Boringhieri, 2000, p. 403.

[13] A. Ceresa, Bambine, op. cit., p. 9.

[14] Ivi, p. 10.

[15] T. Crivelli, Un romanzo come può essere oggi un romanzo, in A. Ceresa, Bambine, op. cit., p. 126.

[16] A. Ceresa, Bambine, op. cit., p. 12.

[17] Ivi, p. 13.

[18] Si veda A. Pigliaru, Nel germoglio delle relazioni. Le Bambine di Alice Ceresa tra mimesi e vulnerabilità, in «Quarto. Rivista dell’Archivio svizzero di letteratura», 49 (2021), pp. 81-87.

[19] G. Parise, Il ragazzo morto e le comete, op. cit., p. 81.

[20] Ivi, p. 82.

[21] Ivi, pp. 82-83.

[22] Ivi, pp. 89-90.

[23] Ivi, p. 125.

[24] A. Ceresa, Bambine, op. cit., pp. 46-47.

[25] Ivi, p. 47.

[26] Ivi, p. 48.

[27] Ivi, p. 50.

[28] Ibidem.

[29] Ibidem.

[30] Ivi, p. 51.

[31] T. Crivelli, G. Cordibella, Per un’edizione delle opere di Ceresa, in «altrelettere», XIII, 2024, p. 5.

[32] A. Ceresa, Bambine, op. cit., p. 51.

[33] F. Guardiani, Intervista a Alice Ceresa, art. cit., p. 114.

[34] G. Parise, Il ragazzo morto e le comete, op. cit., p. 158.

(fasc. 61, 25 agosto 2026)

Recensione di Alessandro Piperno, “Ogni maledetta mattina. Cinque lezioni sul vizio dello scrivere” (Mondadori 2025)

Author di Marco Camerini

Pratica antica e longeva renitente allo scacco più frustrante, necessità impellente in bilico fra vizio e tortura che conferisce sostanza, verità, esistenza fattuale alle cose e alla realtà, smania irrefrenabile e gratuita, mistero ispirato da perversi demoni, mezzo conoscitivo subdolo e inattendibile, mai di mera comunicazione, figlia di appagante felicità, attenzione totalizzante e dedizione morbosa quanto di nevrosi, tormento, angoscioso timore dell’incompiutezza che esige rigore stoico, ostinazione febbrile, disciplina asburgica, ritmi monacali (le rothiane “otto ore al giorno, sette giorni alla settimana, 365 giorni all’anno”) e il dovere deontologico di «mettere in cascina una decorosa manciata di pagine al dì, soprattutto quando non se ne ha voglia»: questo e molto altro è la scrittura per Alessandro Piperno che – confessando come «il brivido ai polpastrelli non sia mai venuto meno ogni maledetta mattina» (per nostra fortuna), assistito «dal primo massiccio Toshiba color grigio topo» degli esordi e dai tanti PC che hanno, poi, egregiamente servito la causa – ne scrive con passione contagiosa, a tratti venata di raffinata ironia in uno splendido libro, Ogni maledetta mattina. Cinque lezioni sul vizio dello scrivere (Mondadori 2025), che ha la calviniana “leggerezza” di un (suo) romanzo e, insieme, il rigore di un saggio esemplare per spessore ermeneutico, ampiezza dei riferimenti bibliografici, pertinenza delle citazioni (inserite con felice naturalezza nello snodarsi delle argomentazioni critiche), mai accademico e autoreferenziale nella misura in cui, alla fine, analizza tanti iconici modelli che hanno contribuito a definire, negli anni, il suo percorso creativo.

Certamente ciò significa anche affrontare le motivazioni/pulsioni più intime e latenti che motivano l’atto creativo; si scrive non perché si hanno cose da dire, ma proprio perché non se ne hanno: «trovare un punto di vista plausibile e mettersi al servizio del mondo» – senza dipendere da storie preordinate o anche, magari, intuizioni promettenti, anzi «lasciandosi scegliere dal plot» – sempre, comunque, attraverso un complesso, snervante e ad un tempo esaltante work in progress in cui l’ispirazione non si dà a priori, ma scaturisce dall’esercizio stesso della scrittura del quale «è sorella» (Baudelaire).

Si scrive anche in preda a un’illusione di onnipotenza che conferisce allo scrittore, drammaticamente per Sartre, potere di vita e di morte sui personaggi – «galeotti condannati ai remi» (Nabokov) –, destinandolo il più delle volte a una solitudine pervasa di astio, misantropia, livore e spietatezza che non lasciano spazio alcuno «al rispetto, alla cautela e alla temperanza imposte dalla convivenza sociale». Semmai, inevitabilmente, al lettore, «convitato di pietra capriccioso, umorale e scostante», ma unicamente per non incappare nell’ipocrita falsa modestia dello «scrivo solo per me stesso»: nessuno tollererebbe di essere letto da appena “venticinque” di loro.

Da queste premesse emerge chiaramente come il contributo costituisca un’articolata riflessione teorica e, insieme, uno strumento prezioso (mai, ripetiamo, tecnicistico) per avvicinarsi alla Letteratura otto-novecentesca così – nell’evidente impossibilità di esaurire i cinque fondamentali impulsi che presiedono, inducendolo e motivandolo, l’atto creativo (Ambizione, Odio, Responsabilità, Piacere, Conoscenza) – scegliamo di soffermarci, opzione dolorosa quanto inevitabile dati i limiti di una recensione, sull’intrigante, ossimorica coppia odio-conoscenza.

Sentimento viscerale e nutriente, nobilmente refrattario ai compromessi, sfida lanciata a niente e nessuno, «liquore prezioso fatto con il nostro sangue, la nostra salute, il nostro sonno e due terzi del nostro amore» (Baudelaire), l’odio è storicamente parte integrante della condizione del letterato (particolarmente quando assume le forme della gelosia del mediocre verso il grande: si veda quella, ai limiti del patetico, di Cecco D’Ascoli per Dante).

Ben differente dall’artisticamente sterile risentimento del feroce Saint-Beauve o dei livorosi, maldicenti fratelli Goncourt e ancor più dalle tante rivalità sanguigne del ’900 letterario, a trasformarlo in poesia sono pochi, inimitabili esempi – da Petronio a K. Kraus, passando per il citato Baudelaire – e, comunque, chi odia è per tempra e destino un solitario sociopatico, sempre vigile, sistematicamente in trincea contro ipocrisia, perbenismo, stupidità che, «se non somigliasse all’intelligenza e non si potesse scambiare per genio semplicemente non esisterebbe» (Musil): senza dubbio, il più intollerabile e perseguito fra gli obiettivi del suo astio.

Significativo pare, da un lato, che gli scrittori analizzati si annoverino tra i più venerati dall’autore (che, con trasporto altrettanto palpabile, non nasconde, sempre elegantemente sfumandole, le inevitabili antipatie; un nome particolarmente, in un’altra lezione, ne fa le spese e, nell’impossibilità di essere bocciato, viene dal professore benevolmente rimandato: a chi legge il piacere di scoprirlo!); dall’altro, che il citato istinto, per una sorta di provvidenziale compensazione, determini una tormentosa, maniacale attenzione alla forma, sottomessa all’urgenza etica del contenuto ad esempio dai “responsabili” Tolstoj e Sartre, non senza laceranti, contraddittorie conflittualità. Dalle compulsive esclamazioni ed ellissi di Céline – «Santo patrono» degli odiatori del XX sec., testimone della perversione morale snobistica e decadente che ha infettato la lingua letteraria francese (nulla dopo François Villon, troppo anche per il peggior accesso di bile) – al misticismo tecnico prossimo all’autoflagellazione di Capote in Preghiere esaudite – denuncia diffamatoria e rancorosa della ricca high society newyorkese che lo aveva accolto con pelosa condiscendenza e finì per fargli pagare un fatale, distruttivo prezzo – sino agli incalzanti «a capo, veri colpi d’ascia» e alle percussive, irritanti anafore di Th. Bernhard[1], coerente nell’indignata recriminazione contro il bigottismo flaccido e immorale del borghese austriaco incapace di «emendare il peccato d’origine».

Tornando ai primi, da Baudelaire, modello di comportamento per un’intera generazione di iconoclasti, al Lautréamont di Maldoror – demoniaca entità alter ego del suo creatore, odiatore seriale –; a Proust, in cui il disprezzo è signorilmente «rimasticato e ridotto in poltiglia», sino a Roth e Nabokov, feroce denigratore del poshlost perbenista che si annida nei commenti sociologici e nel genericume giornalistico, considerazioni esemplari vengono riservate a Flaubert (croce più che delizia del prof. Sacerdoti in Aria di famiglia) e a Salinger, affatto simili per l’estenuante, patologico lavoro sulla pagina, l’avversione nei confronti del conformismo di “filistei” e “fasulli”, ed entrambi esaminati non solo per i romanzi più comunemente noti. Se del primo viene evidenziata la centralità programmatica del postumo Bouvard e Pécuchet, «pompose, imbelli mezze tacche animate da progetti pretenziosi», e del Dizionario dei luoghi comuni – «sintesi tassonomica» delle idiozie e dell’insipienza a lui contemporanee, nel quale l’imbecillità è elevata al rango di calamità naturale, capace pericolosamente di dissimularsi sino a rendersi ingerente e violenta –, del secondo, opportunamente chiarito come Il giovane Holden non vada declassato a «vademecum lezioso e furbetto per giovani riottosi e ribelli», ma rappresenti un j’accuse dissacratore in grado di minare i dettami imposti dalla puritana America di Eisenhower, si sottolinea l’assoluto rilievo nella sua produzione della Saga dei Glass, precoci, bizzarri geni incorruttibili e di un gioiello narrativo misconosciuto, Un giorno ideale per i pescibanana.

«Più di una volta, nel corso degli anni, sono stato tentato dall’idea di scrivere qualcosa che desse conto della contiguità fra due narratori che, sin dall’adolescenza, consideravo di diverse spanne superiori a chiunque altro», ammette Piperno all’inizio della sezione “Conoscenza” dedicata a Kafka e Proust, delle cui esistenze «anodine e stanziali, segnate da ubbie nevrotiche» vengono magistralmente colte le molteplici affinità: l’uscita post mortem della maggior parte degli scritti (anche se il secondo, contrariamente a Kafka, aveva «assaggiato la mela avvelenata» di un successo comunque tardivo), la renitenza alla pubblicazione – erano egualmente lontani da una concezione professionale della scrittura –; la sensibilità, nonostante ciò e contro «il mito romantico di anime belle», verso le lusinghe della popolarità; un intrigo di pulsioni letali (colpa, vergogna, acrimonia, impasse morale) e radicato senso di incompletezza generati dalla comune discendenza ebraica nonché dal legame irrisolto con ingombranti spettri familiari (e Jeanne Weil, madre solerte di Marcel, minacciosa alla fine quanto Herman Kafka). Soprattutto, un’irriducibile vocazione alla pagina scritta, «vera vita», emanazione non della piena luce e delle chiacchiere, ma dell’oscurità, del silenzio, di una laboriosa, claustrale reclusione notturna in tane/rifugi inaccessibili alla civiltà come quelli nei quali – proiezioni antropomorfe delle loro personalità – si annidano la cieca talpa kafkiana (topi, sciacalli, non solo scarafaggi nella sua poetica) o il gufo proustiano di Sodoma e Gomorra, la cui vista prodigiosa è introiettata per sondare gli oscuri meandri della memoria.

Insieme i due indiscussi artefici/protagonisti della prosa moderna intraprendono un percorso di edipica, sfibrante scoperta, mortificata e, a un tempo, tenacemente ispirata/stimolata dall’indecifrabilità stessa del reale che l’asettico, prevedibile intelletto non dissipa e il cui emblema sono proprio l’incompiutezza sperimentale delle rispettive opere e del loro stile. Cauto, sospeso, ipotattico, parentetico, aperto e mai conchiuso. Come la conoscenza.

 

  1. Espediente retorico caro a Piperno, assoluto “piacere” per lui le ossessive sequenze anaforiche cui ricorre Dickens. ↑

(fasc. 58, 31 dicembre 2025)

«Resteremo così: imbambolati, cosparsi di crepe, / ma sempre sovrani». La “teatralizzazione dell’esistenza” nelle opere di Angelo Maria Ripellino

Author di Marianna Scamardella

Abstract: Intellettuale poliedrico, dagli interessi teatrali, poetici, figurativi, Angelo Maria Ripellino è una delle figure più difficilmente inquadrabili nel panorama letterario. Slavista, poeta, uomo di teatro, pubblicista, ha indirizzato la propria attività in una ricerca di autenticità, non mancando di esternare influssi fondamentali, (tra gli altri) la poeticità di Aleksandr Blok e la ricerca teatrale di Majakovskij. Il presente contributo vuole mettere in luce diversi lati di Ripellino, dalla sua figura di scrittore a quella di critico, con uno studio dei suoi lavori, per poter evidenziare temi e sintomi di una stessa inimitabile personalità.

Abstract: A multifaceted intellectual, with theatrical, poetic and visual interests, Angelo Maria Ripellino is one of the most difficult figures to be categorized in the literary landscape. A slavist, poet, theater man, and publicist, he focused is work on a search for a authenticity, while not failing to display fondamental influences, (among others) the poetry of Aleksandr Blok and the theatrical research of Majakovskij. This contribution aims to highlight different aspect of Ripellino, from his figure as a writer to that of a critic, through a study of his works in order to emphasize themes and traits of the same inimitable personality.

«Un tragico è sempre un buffone»[1]. Contraddizioni e bilanci di un’arlecchinata

Il nome di Angelo Maria Ripellino è legato al Novecento delle avanguardie, soprattutto in riferimento alla letteratura russa, di cui fu grande cultore, specialmente per quel che concerne la poesia e il teatro. I due ambiti si sono uniti a formare una sintetica prospettiva della scrittura ripelliniana e, a tal proposito, si può parlare di “teatralizzazione dell’esistenza” nella sua attività poetica. Egli stesso scrisse: «Occorre teatralizzare la squallida esistenza, sommuovere il pantano della vita ordinaria»[2]. E, ancora, in Congedo, prosa auto-esegetica pubblicata in La fortezza d’Alvernia, Ripellino scriveva:

Noi viviamo dentro caselle da cui gli altri non ci permettono di uscire… Come in giovinezza, ancor oggi scrivere poesie è per me soprattutto dare spettacolo, ogni lirica è un esercizio di giocoleria e di icarismo sul filo dello spasimo, un tentativo di tenere a bada la morte con tranelli verbali, bisticci e negozi di immagini. È un’estrema tensione, uno scontro, da cui si esce ogni volta malconci, intontiti, con la schiena rotta, come un toro di lidia, que se desmanda huyendo sin dirección…[3]

Il mondo contemporaneo è popolato da persone con brama di successo e guadagno, ipocrisia, spesso fattori che denotano un vuoto divenendo maschere malefiche: «Pagliacci […] corrono a stormo, per la città addormentata / in rauche carcasse di giorni di Ridolini», «Cerchiamo di ridere, Ursus, di accendere / fiamme di ilarità nel nostro arido cuore, / nel nostro esofago, il vomito della gaiezza, / inebriamoci ancora come a vent’anni / per tutto quello che sa travestirsi»[4]. Le opere di Ripellino riflettono, dunque, la «porcinaglia del mondo»[5] popolato da fantocci e manichini che si muovono in «un incessante piangi-ridi»[6]. Allo stesso modo, anche gli elementi naturali, come un fiore, appaiono tali: «Una viola si mostra come un gonfio manichino», «fantoccio pesante», «bambola» e «sprigiona dal suo ventre barocco / un vissuto concerto di Janácek»[7]. Lo scrittore nel linguaggio ripelliniano veste i panni del manichino, dell’automa, ma soprattutto quelli del clown. La figura del clown nell’immaginario di Ripellino è quella dell’artista che conosce le regole del proprio ruolo, è al corrente degli schemi della clownerie, ci gioca costruendo una propria poetica.

Tutto si risolve, dunque, in un’apparenza, laddove la realtà è spesso beffarda: «Non si tratta solo di una mia vecchia ossessione per i feticci e i fantocci e le cere: mi sgomenta l’arcana vitalità di quei simulacri in un’epoca di computers e di ragionatori elettronici»[8]. O ancora:

Io sceglievo e adoravo i fantasmi e i feticci

che avessero diavoleria di arlecchini e appariscenti

colori di spinarelli e destrezza di scriccioli,

i più esclusi, i più ballerini. Sebbene il mio tempo

ricusi come eresiarchi i giocolieri e i funamboli,

non volevo privarmi di Djàghilev, della sua festa,

non mi bastava l’angustia di un iter da piccola ronda,

perché ogni malato ha bisogno di splendide scene di cartapesta,

anche quando sa bene che presto si sfondano[9].

Per cui, «l’arlecchinata» della vita si scioglie in «vortici carnevaleschi»[10]. Già in Le nozze, alla festa per un matrimonio abbiamo a che fare con «le maschere degli invitati»: «Ma nessuno s’avvede che i fantocci [gli sposi] / […] pendono sulla bilancia del niente»[11], per cui il poeta lancia a gran voce il proprio segnale: «Bruciate le maschere usate, gli ovali neri, / perché non diventino croste del volto. / Una volta soltanto portatele. E se le incendiate, / arricchirete l’inferno di vostri sosia e gregari»[12]. Anche i suoni si antropomorfizzano, divenendo «pupazzi di suoni […] tra le nostre orecchie»[13]. Inoltre, per sottolineare il legame tra i fantocci e la contemporaneità, si può tener conto di Manichinia, tratta da Storie del bosco boemo[14], «una storia malinconica». Vi si parla di «un paese di donne nude e statiche», scheletri che abitavano assieme a “tabulari pupattole”; presero il treno per Manichina, «dove ogni donna, sebbene gelida, era di sue mercanzie copiosa» ma anche il giovane ribelle era «un burattino imbottito di trucioli»[15].

La scrittura di Ripellino si fa teatro popolato da clown, giocolieri, prestigiatori, funamboli, acrobati, attori di ogni genere, ed egli stesso diventa uno dei tanti pierrots: «Pierrot insegue sempre farfalle»[16]. Come ancora si descrive nello spegnimento della sua vecchiaia: «Un istrione bramoso di pimpinelle, / uno stinto cascame […]», mentre «il presente fa smorfie come una goffa mascherata di pretensiosi fantocci»[17].

Il teatro e la teatralità della vita sono emergenze costanti nella poesia di Ripellino. Vi è sempre l’esigenza di scoprire ciò che vi è dietro l’apparenza, ove purtroppo si rivela inconsistente anche il mondo stesso. La comicità e l’angoscia si legano intimamente al carattere del critico, così che per lui la vita «quante voci sa indossare, quante / smorfie, ma riso e lacrime cadono nella stessa melma / insalubre e bruciante»[18]. La sua poetica è sotto il segno della contraddizione, come attesta un altro passaggio: «Il vento ha spazzato il tendone della giovinezza, / e pagliacci senili si aggirano a cielo scoperto, spauriti»[19]. Questa opposizione chiastica di tipo generazionale attesta come i fantasmi di Ripellino, tra presente e passato, vaghino nella sua mente che si fa essa stessa teatro. Proprio perché lo spettacolo avviene all’interno della mente, Ripellino constata che nulla è lontano e tutto può essere afferrato con la forza del pensiero e dell’immaginazione: «Non esistono cose lontane: basta alzare una fila di sipari, / di drappi, di tende, di coltri, di veli»[20]. Per cui, è l’autore stesso a dire «Salite, amici, nel teatro della mia solitudine»[21], indirizzandosi al lettore come nel metateatro, tentando quasi di evadere dalla propria vita: «Se tu potessi sollevare il sipario. Si soffoca»[22]. E, ancora, afferma: «Una creatura terrestre tu sei, destinata a soffrire. / Non altro ti tocca / che cambiare maschera continuamente, / fingere che ogni vampata sia miele / sulla tua bocca»[23].

Presa questa consapevolezza, l’autore si fa una raccomandazione: «Dovrò sempre tenere con me in un cartone, / in una smancerata scatolina, / una maschera ardente di bellimbusto e imbroglione, / da indossare se appare una sdrusolina; / non bussola della speranza, ma stella di perdizione»[24]. La conoscenza del vuoto e dell’illusione teatrale implicano un viaggio nella profondità che, per quanto salvifico, non può che creare vertigini nell’autore: «Ho paura / di quegli abissi abitati da maschere»[25]. Eppure, non sono poche le maschere e gli eteronimi che Ripellino indossa: «Scardanelli, la cui prima occorrenza si trova in Notizie dal diluvio, 10; il signor Solferino (Notizie dal diluvio, 34, 58), il signor Gobelino (Sinfonietta, 28, 36), il signor Vanellino (Sinfonietta, 50, Lo splendido violino verde, 65), il signor Abellino (Sinfonietta, 69, 79), François Fratellini (Parapiglia, 25, in Storie del bosco boemo), in cui i cognomi sono una chiara distorsione ma servono a restituire l’effetto di un continuo cambio di ambientazione scenica. E, infatti, «il tramenio delle maschere, il caos dei colori nascondono la vertigine del precipizio»[26].

Alla fine, anche le mani che applaudiranno il poeta-clown si riveleranno teatrali e per niente sincere: «E i congedi, congegni squamosi di lacrime, / esigono sempre stantuffi di mani», mani che un giorno saranno «teatralmente ghiacce»[27]. In questo modo, immaginando il commiato dal pubblico come un “addio” rivolto all’autore, si deduce che la morte stessa è ridotta a spettacolo, a «teatro esequiale»[28]; il pallore di «Cristo che spasima» può venire imputato alla «sua maschera di biacca»[29]; la vita è un cadere del sipario-ghigliottina mentre nel triste Epilogo il poeta chiede: «Non alzate la perfida tabella “Fine”»[30]. Malgrado la sofferenza di esporsi così tanto al pubblico, il poeta si auto-invita a non smettere di recitare le proprie illusioni: «Ma tu reciterai questa illusione / senza fughe, senza infingimenti / sopra un palco da fiera che mostri / la tua squallida ebbrezza, il tuo rovello, / il grottesco dei tuoi vaneggiamenti»[31]. In queste parole viene, forse, espressa la difficoltà di incontrare profondamente e in maniera gratificante gli altri, cioè di discernere nella realtà palcoscenico e platea e insieme l’incapacità di vivere senza vedersi vivere come uno spettatore di se stesso[32], con il timore per giunta di non rispettare la parte assegnatagli dal capocomico inscenato da un fantomatico Dio, che sente addosso come un giudizio sempre imminente: «E ormai manca poco al momento in cui il sole / scioglierà tutta la cera che teneva incollate / le piume delle mie ali, le mie compatte parole». Il tempo ultimo è la scelta di un teatrante divino, di un «Trastullo dalla piuma di un papero»[33]. Mentre tra i primi versi di Sinfonietta leggiamo: «Colui che deve venire / sarà un clown dal sopracciglio ad arco […] un amico di Mozart, / un giocoliere volante, pieno di cocasserie»[34]. Per far sì che questo momento arrivi più lontano possibile, la poesia diventa un palcoscenico pullulante di creature grottesche: nani, omini di Magritte con la bombetta, primedonne fatali bistrate che chiamano all’ultimo supplizio carnale il poeta, il quale cerca con tutte le sue forze di salvarsi.

L’ambiguità tra i due poli, «la riluttanza a innalzare frontiere tra la comicità e l’angoscia»[35] bilancia spesso la medesima pagina, trasmettendo ciò che è positivo e ciò che appare negativo senza che ne derivi uno squilibrio. La scrittura diventa espressione di una metafora dell’anima vista come un’altalena: «Darling, lo so, il mio continuo lamento ti attedia, / questa eterna altalena tra ebrezza e malore. / Il mio rammarico è forse volontà di commedia. / Grande è la buffoneria del dolore»[36]. Anche la metafora è destinata a dissolversi per ricrearsi costantemente e rinnovare la vitalità artistica ed esistenziale dell’autore: «Ogni metafora, appena scritta, si dissolve / come una bolla di sapone. Ma che importa? Mentre parlo di cielo, la mia stessa pagina / diventa una cala di nuvole con mongolfiera»[37]. Rimane, dunque, costante l’antitesi luce/buio che fa esclamare al poeta «Ahimè, vita e morte, la testa mi si confonde»[38]. Pertanto, quando sembra che il passato sia svanito, la realtà riapre «la vecchia ferita» e quando «la dolce, l’ubriaca ferita di nuovo è aperta, / ti metti a ridere come una Pazza di Teatro»[39].

La scrittura poetica diventa, dunque, un «cilindro dell’anima» dove i sentimenti contrastanti di Ripellino sono «come malsani coniglietti bianchi»[40]. Gli squilibri dell’esistenza non annientano il poeta, ma gli restituiscono un’energia di attaccamento alla vita: «Le verdi parrucche degli alberi, i rossi gerani ubriaconi / risvegliano in me il buonumore, un atroce desiderio di vivere»[41]. L’ammissione del poeta è, infatti, di avere un gusto per la vita, sebbene quest’ultima ‒ come una nave fatta di stracci ‒ rischi di “impigliarsi”: «Mi piace il fragore, il bailamme, / ma la mia vita arlecchina, / veliero viluppo di stracci, / con la sua gracile chiglia / si impiglia in un groppo di ghiacci»[42].

«Scalzo, le mani in tasca, incollato al ricordo, vi porgo / il mio desolato assolo»[43]. L’autenticità di uno stile

Il corpus operistico di Angelo Maria Ripellino è uno sconfinato poema barocco che si erge come una cattedrale e che si caratterizza per lo stile ornamentale, il ricamo di parole, l’attrazione per il meraviglioso, il mostruoso, il teratologico, le idee ricorrenti, la ciclicità della storia concepita come fonte per la spiegazione dell’attualità, la visione del mondo come palcoscenico e la vita come sogno. Il barocco ironico di Ripellino afferma il ruolo della personalità nella creazione e ricerca incessantemente nuove visioni, sia intraprendendo stranianti itinerari nel meraviglioso sia approdando a un’ironica parodia delle tradizioni storiche e culturali. Il critico assurge, dunque, ad architetto di un’ineffabile cattedrale barocca, il cui lirismo intenso e debordante è alla base di un poema teatrale punto di confluenza delle diverse culture slave ed europee (avanguardie russe e boeme, Espressionismo tedesco, Surrealismo francese).

L’io di Ripellino non sembra essere il tratto decisivo per spiegare la marcata “personalizzazione” in atto nelle sue opere. Le citazioni e i commenti analitici vi mantengono la parte predominante: la postura con cui il discorso è condotto «si sforza […] di essere impersonale»[44], al di là delle ricorrenze di inserti soggettivi[45] e dell’indicazione delle proprie preferenze estetiche[46]. In questi termini, il critico rivendica la propria attenzione alla scrittura: «Io che amo limar le parole come pietre dure»[47] e in tal modo dichiara di voler «schivare l’informe»[48], attestando così un’indiscutibile personalizzazione. Lo stile unico diventa una forma di vendetta[49] dove «iridate metafore si aprono come code di pavoni», come scrive Ripellino stesso, riferendosi alla poesia di Gavril Deržavin, realizzando così una dichiarazione indiretta della propria poetica[50]. Viene in tal modo operato una sorta di contagio fra scritture in cui il critico, «mimeticamente ispirandosi ai modi dell’autore studiato», assomma poesia e critica in un gareggio di voci[51]. Ripellino «diventa regista e cerimoniere»[52] dal momento che «il teatro è la radice e la matrice del nostro vivere»[53], il «grande circo in cui [Ripellino] gioca tutti i ruoli»[54]. Ad esempio, l’interesse dell’autore per il teatro russo si giustifica col fatto che esso diventa per lui «come l’allegoria d’un mondo-teatro»[55].

L’originalità stilistica di Ripellino si vede soprattutto in Praga magica, che ondeggia tra oggettività e astrazione, facendo sì che il paesaggio di Praga appaia «intriso di un lutto cosmico»[56]. La sua Praga è una foresta di pietra, popolata di ombre e segreti: scrittori, personaggi di romanzo, spettri ubriachi di artisti, poeti: vite morte che vorticano nella notte. Tra onirismo e derealizzazione «mi chiedo se Praga esista davvero o se piuttosto non sia una contrada immaginaria»[57]; l’autore crea una sovrapposizione tra luogo geografico e luogo dell’anima in cui la città diventa un sinonimo possibile «per dire arcano»[58].

Ripellino rifugge l’organicità dell’impianto, caratteristica che gli appartiene anche in veste di traduttore come si vedrà nel paragrafo a seguire, per creare uno spazio di illusione ottica data dal teatro di immagini («vado […] intessendo un libro a capriccio, un agglomerato di meraviglie»[59]). La voce del testo, rifratta e rinfranta, si conta dunque dentro «lo sciame di fantasmi della diaspora»[60], universalizzando la sua scrittura e includendo la sua prima persona nella collettività di un “noi”, soprattutto rifuggendo la dialettica: «Capii che la dialettica, come ogni ricerca a vuoto, per dirla con Weiner […]» è «un diavolo, il quale ci incalza in cerchio come cani che inseguano la propria coda»[61].

Il segreto che abita le parole di Ripellino, quel senso antitetico di opposti che si generano a vicenda, è, dunque, elemento necessario della scrittura dell’autore. Questo lo ha portato a essere talvolta frainteso:

Slavista! Mi gridano donne con frappe sul capo

e con fettucce e colombe e fleurettes e crauti e babau.

Slavista! Mi assalgono omini violacei

con scrofole e maschere e nasi di Ostenda.

Slavista! Mi strilla un rez-de-chaussée spelacchiato

con pesciolini semimorti sul davanzale.

Slavista! Mi insultano un groom d’ascensore

e un albume molliccio dalle mani sudate.

[…]

Chiedo perdono. È deciso. La prossima volta

farò un altro mestiere[62].

 

Nonostante queste accuse, Ripellino sente di non scostarsi dalla poesia, qualsiasi cosa scriva. Precisa che non c’è divario di stile tra i suoi saggi, i suoi racconti e le sue liriche, poiché essi «allo stesso modo diramano le loro radici nell’humus del teatro, della finzione pittorica, allo stesso modo ricorrono alle duplicazioni e ai camuffamenti»[63]. In questo gioco stilistico riprende ancora il suo più grande modello:

Nonostante la fretta e le angustie del tempo, Majakovskij tenne alto lo stile del cartellone, facendone uno stile sperimentale, che oggi parrà forse sfocato come le vecchie pellicole (anche nel movimento precipitoso dei personaggi sbilenchi), ma a noi piace ancora per la sua ingenua irruenza, per il linguaggio affilato, per le stoccate satiriche[64].

Già nel 1948, su «Mercurio» Ripellino tesseva le lodi del poeta:

Majakovskij aveva considerata la poesia uno strumento della lotta politica. E scalzando la lirica da camera degli aemeisti, aveva scritto versi da tribuna, da comizio, irruenti, tumultuosi, iperbolici: «Le battaglie della rivoluzione sono più serie di Poltava e l’amore è più grandioso di quello di Onegin»[65].

Ancora, su «La Fiera Letteraria» scriveva: «La lirica di Majakovskij ha l’importanza che riveste in geometria l’assioma di Labacevskj secondo il quale si possono condurre attraverso un punto parecchie parallele a una data retta, cioè un’importanza rivoluzionaria»[66]. Inoltre, commentando il primo lavoro drammatico di Majakovskij, Vladimir Majakovskij, sottolinea il suo palcoscenico costellato da fantocci:

L’unico vero personaggio è Majakovskij: gli altri sono fantocci meccanici, manichini foggiati per dare parvenza dialogica a un lungo, concitato monologo. […] Eppure, nonostante il loro rigido schematismo, questi pupazzi hanno un riferimento reale: si allungano come proiezioni grafiche di figure infelici dei bassifondi, quasi ombre mostruose di umiliati dostoevskiani[67].

In questo senso Ripellino è consapevole che «è chiaro, in lui il grottesco chiassoso veniva cadendo a una sommessa ironia malinconica, venata di amarezza»[68]. Il critico riprende questo stesso immaginario che solo apparentemente sembra discostato dalla realtà, mentre costruisce con la sua poeticità un intero mondo.

«Io sono Amleto». Leggere Ripellino alla luce di Aleksandr Blok

Del rapporto tra Aleksandr Blok (scomparso nell’agosto del 1921, quando era «ormai uno squallido, spento manichino»[69]) e Angelo Maria Ripellino ‒ il quale lo lesse, studiò, tradusse, recensì e mise in scena ‒ si è scritto poco[70]. Eppure, malgrado la cronologia della realtà avesse reso impossibile l’incontro, tra le opere e le vicende umane dei due scrittori sembra emergere una sorta di affascinante consonanza. Così come Blok credeva nella presenza di «altri mondi»[71], Ripellino, nel suo indagare il retro, la faccia nascosta, le ombre laterali del reale, giunse a «dubitare della consistenza di quel che si crede vero, da ultimo il mondo stesso»[72], poiché «la realtà è anch’essa fittizia»[73].

Secondo Blok, il byronismo russo coincideva con una visione tragica poiché la rivoluzione russa non era l’inveramento storico della libertà illimitata ma si rivelava una miserabile apocalisse della plebe burocratica con la conseguenza di un dispotismo illimitato. Blok appare a Ripellino «sempre là, in mezzo alla neve, nella fioca luce del sogno; così lontano che si ascolta l’eco della sua malinconia canora» e, proprio come lui, il critico risente della sua «intensa solitudine terrena [che] gli ha suggerito la via ad una solitudine eterna, gli ha dato inoltre un più acuto senso della caducità nostra che lasci solchi di sgomento nell’anima»[74].

Al centro del corpus di scritti ripelliniani relativi a Blok si colloca certamente Poesie, traduzione di una scelta di 131 liriche accompagnate da uno Studio introduttivo, pubblicata per la prima volta da Lerici nel 1960 e poi riedita nel 1975 da Guanda e nel 2016 da SE. Con il passare degli anni, i cicli poetici furono montati da Blok in un’architettura generale di tre libri, a formare la cosiddetta trilogia lirica[75]. Le traduzioni di Ripellino, inserite invece in un’antologia che non riporta alcun ciclo per intero, hanno perduto questa rete intertestuale. Inoltre, il critico interviene anche sull’ordine originariamente pensato da Blok: frammenta i cicli e inverte spesso l’ordine delle poesie, componendo una narrazione per così dire alternativa[76] rispetto al testo di partenza. A tal proposito, Giuseppe Traina ha sottolineato la predilizione di Ripellino per «la struttura leggera, addirittura cedevole»; «Ripellino non è uno scrittore dalle architetture potenti»[77].

Quello che emerge dalle traduzioni ripelliniane è, infatti, il «tono grottesco del poeta»[78] da cui scaturisce «un’intima sintonia»[79]. Esempio emblematico, il personaggio di Amleto, che attesta una consonanza tra i due autori. Blok scriveva:

Io sono Amleto. Si raggela il sangue,

quando l’astuzia intreccia le sue reti,

mentre nel cuore il primo amore è vivo,

vivo per l’unica creatura al mondo.

Il freddo della vita ti ha portato,

Ofelia mia, lontano, ed io perisco,

principe, nella contrada nativa,

trafitto da una lama avvelenata[80].

Si tratta di uno di quei componimenti in cui Blok diviene comico, grottesco, teatrale, musicale, febbrile, amletico[81]. Il personaggio letterario di Amleto, per entrambi è alter ego e protagonista di alcune poesie autobiografiche[82]. Nonostante questo, si può comunque notare una differenza di vedute. L’Amleto di Blok è ancora lontano dal teatro del mondo appartenente alla visione totalizzante di Ripellino, la cui formula è società/teatro. Slegato dalla crisi della delusione del simbolismo, tormentato, prossimo alla morte, il protagonista di Blok è tutto preso dalla passione per Ofelia. L’Amleto di Ripellino è, invece, un personaggio contemporaneo al proprio autore, immerso già in un mondo squallido e finzionale che vive insieme di gioia e tristezza: «Con grosse calze di lana rattoppata / e con la spada di cartapesta / il principe di Danimarca, / il capo dei guitti va errando / di villaggio in villaggio»[83]. Accanto al principe di Danimarca si trova il pajac (pagliaccio) blokiano e, insieme, il clown ripelliniano, «figura esposta, oggetto di derisione, di ‘ludibrio’, vittima»[84]. Quest’ultimo, il quale dà il titolo a una poesia tratta dalla raccolta Non un giorno ma adesso, in bilico tra mito riscritto e autobiografia trasfigurata, è in viaggio per la provincia in compagnia di Ofelia chiacchierona e di altre presenze spettrali, ridotto in miseria, irriso dalla gente.

Così come l’Amleto ripelliniano si presenta «col cappello da giullare e il passo incerto», nelle Danze della morte di Blok vi è al centro l’andamento spettrale di un manichino, nella sua danza macabra di ossa stridenti, che con altri scheletri indossa un elegante frac per andare a un ballo. Ripellino-Amleto nel componimento 30 di Sinfonietta, scrive: «Io così goffo nel frigido frac da pinguino, / io che ormai guardo come uno sciamano il mio scheletro / dai rami sempre più storti e più deboli, l’albero gramo della mia vita, il mio manichino»[85]. Inoltre, in Il trucco e l’anima, leggiamo «come Amleto asserisce, gli attori sono gli indici e i sunti delle cronache contemporanee»[86]. Pertanto, lo sguardo di Ripellino riflette «maschere, / cere demoniche e bianchi musi di gesso»[87]; analogamente per Blok ‒ in Bolle di terra ‒ compare «una demoniaca masnada di negromanti»[88].

Inoltre, il blokiano attacco «Sono sovrano, indipendente. / Guido le onde del destino»[89] risuona nell’esordio ripelliniano «Qui dentro io sono il sovrano / e mi appartengono tutti i colori»[90]. Allo stesso modo il lamento preveggente di Blok «Oh, se voi sapeste, amici / il freddo e la tenebra dei giorni futuri»[91] è ripreso nella chiusura di Ripellino «Perché scusatemi, posteri, che freddo, / che vitreo deserto, che uniformità, che sbaragli / soffiano da quel futuro»[92].

Ripellino afferma che la poesia di Blok è «trasposizione in emblemi e motivi barocchi del suo pessimismo», dove «resta solo Pierrot alla ribalta, a lamentarsi del proprio destino»[93]. Analogamente il critico parla di «pierrotici»[94] anni della giovinezza, finendo per paragonarsi a Pierrot che, come lui, è una sorta di doppio, dal momento che vive la sostanziale reciprocità dell’elemento triste e di quello comico, lo scherzo e la tragedia, il riso e il pianto. L’atto poetico, anche quando attraversato dai segni più angosciosi, è sempre uno slancio verso la vita, perché presuppone un progetto, la costruzione ideale e materiale di una testimonianza, che a volte è una forma di ribellione manifestata grazie a poesie cariche di incendi metaforici o saggi costellati di trappole e doppi fondi.

Ripellino critico

Nel 1968, nell’introduzione a Letteratura come itinerario nel meraviglioso, Ripellino avrebbe reso esplicito il proprio metodo critico:

Volevo leggere con occhi vigili e pronti all’analogia, senza farmi irretire da prospettive fallaci, da omissis, da reticenze […]. Apprendendo l’amore della compattezza di Puškin e il ritmo da Belyj e da Blok, che anche i saggi tramuta in cantilene e in tessuti lirici, mi convinsi che il discorso critico, trovando nel testo a cui si avviluppa sostegno come una pianta epifitica, può diventare un autonomo poemetto in prosa, con cesure e cadenze e metafore e divagazioni e sortite in campi adiacenti[95].

In questo manifesto critico il termine “analogia” ricorre spesso a sottolineare la continua ricerca di risonanze, confluenze, echi «fra il lavoro verbale e le zone contigue delle arti e della cultura: oreficeria, balli in maschera, jazz, pirotecnica, cinema, arredamento: giovandomi dell’esempio dei formalisti»[96]. In Ripellino, infatti, lo studio critico non si riduce mai alla sola analisi formale del testo, alle strutture, perché egli cerca e stabilisce un rapporto empatico con la personalità e la psicologia dell’autore, reso possibile dal suo essere a sua volta poeta, dal suo sentire del poeta tutta l’intima fragilità e la solitudine. Ripellino si rifiuta di vedere in un’opera solo una somma di congegni stilistici: «La smania delle strutture non si è in me mai disgiunta dal desiderio di indagare le magiche circostanze che le sottendono, il vincolo tra l’assurdità della vita, che i poeti interpretano a volte con un incongruo spettacolo, e le più falotiche architetture verbali»[97].

C’è un rapporto prospettico che viene a instaurarsi fra critico e autore. Particolarmente esplicito al riguardo è il prologo a Il Trucco e l’anima:

Che cosa è dunque rimasto del teatro russo dei primi trent’anni del secolo? Va ormai svaporando il ricordo di quelle invenzioni […] Cattedrali sfarzose e lucenti si mutano nella memoria in infilate di immense stanze deserte, in cui la voce dell’organo echeggia come squittio di fantasmi. Perciò, raccattando con affettuosa pazienza i materiali dispersi, ricomponendo ragguagli e testimonianze come i tasselli d’un mosaico e reinventando le fredde notizie della mia fantasia, ho deciso di risuscitare quell’epoca, di ridar vita alle ombre dei suoi personaggi[98].

In questo volume, Ripellino ricostruisce le vicende dell’avanguardia artistica russa di inizio Novecento con particolare attenzione all’arte del teatro. Nel primo capitolo l’obiettivo è puntato sul Teatro d’Arte di Mosca, il 17 dicembre 1898, e più particolarmente su «una panchina lungo la ribalta, dinanzi alla buca del suggeritore»[99]. L’attenzione del critico, prima ancora che alla messa in campo dei concetti, è dedicata all’instaurazione dell’atmosfera appropriata: «Il palcoscenico era immerso nel buio. Nelle pause […] pareva di sentire il respiro, la musica pigra d’una sera d’estate»[100] e gli stessi personaggi si caricano «di una realistica carnalità»[101]. Ecco, così, un Anton Čechov che si aggira per le strade: «quella notte la disperazione lo aveva sospinto a vagar senza meta nel freddo di Pietroburgo: esausto, con gli occhi annebbiati, come un automa»[102]. Così anche nel periodo conclusivo di Majakovskij e il teatro: «Il carosello delle metafore simili a specchi deformanti e il trasformismo irrequieto dei personaggi si placano infine nell’immensità misteriosa dell’universo»[103].

Nell’introduzione a Letteratura come itinerario nel meraviglioso, altro testo «auto-esegetico e programmatico»[104], Ripellino parla ancora in questi termini del proprio meccanismo compositivo: «Di saggio in saggio […] si va radunando una sempre più fitta famiglia di “figurine” […] tutte pedine d’un giuoco illusivo, germogli del linguaggio»[105]. All’interno di questo campo semantico dell’artificio, l’operazione rielaborativa fa sì che «il critico dissimula una parte di sé e trucca a suo modo in parte gli autori che si studiano»[106]. In questo senso va letta l’intrusione di figure del travestimento[107], che riproducono l’applicarsi della fantasia dell’autore sul volto dell’attore sottostante. Si veda a tal proposito la collezione di maschere con cui si apre il saggio Per Pasternàk: «Quanti personaggi nella poesia di quegli anni: Blok con le sue laceranti romanze zigane sullo sfondo gelido di Pietroburgo; Chlébnikov, simile a un grande uccello di palude, vagabondo bislacco e squattrinato […] e Brjusov […] e Belyj»[108]. Emblematico è l’imperativo che campeggia all’inizio di un saggio rimasto incompiuto, su Esenin, in cui il critico insiste sulla presenza delle maschere e della funzione teatrale: «Vedere i poeti nella loro maschera […] figurarsi uno di questi poeti»[109].

Anche nei saggi, pertanto, Ripellino tocca spesso il problema della commistione tra finzione e realtà, a volte riportando aneddoti interessanti, come questo:

Nei giorni angosciosi della rivoluzione del ’905, mentre infuriava l’ondata dei “pogròm”, durante la recita di Detì solnca (I figli del sole) di Gor’kij (24. X), l’urlante accozzaglia che irrompe nella dimora di Protasov fu scambiata per un reparto delle centurie nere, penetrato dal palcoscenico: e al grido delle comparse, vestite tutte di bianco (una volta tanto d’un solo colore), rispose l’ululo isterico degli spettatori che, balzando dai loro posti, si lanciarono verso l’uscita in un affannoso pigia pigia[110].

Oppure come quando en passant, mentre tratta del Balagàncik di Blok messo in scena da Mejerchòl’d, parla del «disinganno del tintinnante Arlecchino che, ansioso di evadere dal mondo reale, salta dalla finestra del teatro ma va a gambe all’aria nel vuoto, squarciando l’orizzonte di carta velina (perché la realtà è anch’essa fittizia)»[111]. Si legga, inoltre, questo suo giudizio sul regista russo: «Ed è forse questo il punto più alto del teatro: il superamento della dicotomia platea-palcoscenico, l’evasione della “boîte à illusions”, il ritorno attraverso vellosi strati di intellettualismo alla semplice comunanza col pubblico»[112].

Il gusto per le “arlecchinate del fato” emerge spesso nei saggi ripelliniani, come attesta uno dei passi più significativi: «Così, sullo sfondo d’una “quinta insopportabilmente azzurra” ‒ (come scrisse Kuzmìn in una lirica dedicata alla memoria di Sapunòv), la quinta del mare, ‒ un divertimento di maschere travalicò in una lugubre farsa, in un allibito cordoglio, svelando la macchineria tenebrosa del fato[113].

Per quanto riguarda Chlébnikov, Ripellino scrive che «non sei mai sicuro che la mùtria, il sussiego del naïf non nasconda un ammiccar buffonesco e che viceversa nella sua clownerie non si annidi un sentore di insània, una nera disperazione»[114], riprendendo l’immagine del clown che scrive.

La poesia di Majakovskij, «nell’alternanza del tragico e del burlesco, nella ricerca di effetti, nei dialoghi coi personaggi, nell’intreccio di gesti, domande, esclamazioni, palesa una forte sostanza drammatica»[115]. Molti, poi, si sono accorti dell’«assiduo trascolorare dell’angoscia in arlecchinata» nel teatro di Čechov[116]: «Un simile contrappunto di comico e di afflittivo si ritrova nell’opera dei simbolisti: d’un Belyj, d’un Blok, i quali tendono spesso a incrinare con lampi di burla le atmosfere più fosche, più desolate»[117]. E, ancora, «Secondo Taìrov, il teatro dell’età di rigoglio si fondò su una fertile antinomia di mistero e clownade. Egli era persuaso che un ritorno alla duplicità arlecchinata-tragedia avrebbe rigenerato la scena»[118]. Infine, per tornare alla sua prima raccolta poetica, una riflessione sul mondo circostante si conclude così: «E intanto da ogni piega dello spazio / ammicca, guercio e beffardo, il Burlesco, / intanto squilla sempre più vicina / la lunghissima tromba del Giudizio».

In particolare, Ripellino si concentra sulla forza espressiva di Majakovskij («cantore delle alcove e dei “boudoirs” delle dame, […] manipolatore delle parole come ingredienti di una cucina raffinata»)[119], che, secondo il critico, si sviluppa e si dipana proprio attraverso le sue sperimentazioni, in particolare il campo allegorico. Egli, tardo byroniano russo che oscilla tra l’anelito alla resurrezione e il suicidio[120], risulta in questo senso affine a Ripellino per il dialogo vita/morte che anima costantemente la sua poetica. Su Majakovskij il Nostro scrive: «L’arte più viva di Majakovskij muove dalla pittura dei cubofuturisti e ne assimila i trucchi, i procedimenti, i colori, la scomposizione volumetrica»[121]. Anche il teatro manifesta lo stesso legame: «Il teatro del simbolismo è in sostanza un teatro pittorico. La scenografia prevaleva sul dramma e prendeva la mano dello stesso regista, facendo del palcoscenico una sala di esposizione»[122]. Ripellino ha la capacità di andare a scavare nell’immaginario majakovskiano, individuando quelle tematiche che attraversano l’intera produzione e che diventano caratteristiche proprio della figura che il poeta decide di creare di sé stesso, arrivando in Siate buffi all’intera analisi della produzione teatrale di Majakovskij.

Inoltre, a proposito dell’opera giovanile del poeta russo afferma: «L’opera è un continuo oscillare tra il ghigno clownesco e gli spasimi della crocifissione»[123]. La vita stessa diventa un’abile attrice: «Quante voci sa indossare la vita, quante / smorfie, ma riso e lacrime cadono nella stessa melma / insalubre e bruciante», in «questa autunnale demenza, / questa babele di maschere, in mezzo alle quali indovini / le bolle ectoplasmiche dei conoscenti»[124]. In Lo splendido violino verde Ripellino chiarisce che il Signore è il capocomico: «Eppure ti illudi, Signore, di averci ammaestrato […] Resteremo così: imbambolati, cosparsi di crepe, / ma sempre sovrani»[125]. Dall’altra parte, le persone sono “attori-siluette”[126] e l’autore stesso è una marionetta che si aggroviglia nei suoi stessi fili: «Sono un funambolo impigliato in un invoglio / di funi funeste, / una monotona trottola, / la cui carica sta per consumarsi»[127].

Sebbene nella doppiezza e nell’ambiguità, Ripellino non cade mai nell’annichilimento affermando: «Ricordatevi del mio sorriso, non della mia tristezza»[128]. La sua fiducia rimane nell’arte e nella vita («La creazione è sempre gioia»)[129], e sottolinea quanto notato da Majakovskij, ossia che «il teatro ha dimenticato d’essere spettacolo»[130].

L’immaginario ripelliniano è, dunque, il momento della creazione che ha riscattato il poeta, come recita un verso in cui c’è tutto l’attaccamento alla vita: «Tu sei insaziabile come la morte / nel tuo desiderio di vivere / anche così, anche così»[131]. Pertanto, il clownesco non è solo una condanna al buffo mondo ma ha anche la funzione salvifica di scacciar via i pensieri più gravi, di allentare la tensione delle «danze mascherate» e nei «tripudi frenetici», dove «gli uomini sperano coi travestimenti e col chiasso di sottrarsi alla Morte»[132].

Questa rimane una delle costanti del suo impegno letterario: il desiderio di afferrare la luce prima che il sipario cada…

…non voglio essere ancora murato, non voglio

piegarmi come un sassofono dentro una nicchia,

precipitare nel baratro come una trottola.

Fingerò di non trovare la manica del cappotto

al momento in cui l’oro del teatro diverrà scialbo

e un servo in livrea mi toccherà sulla spalla,

cortesissimamente dicendomi: Schluss[133].

La morte che si avvicina, lanciando le sue allusioni, si può tenere a bada solo con la scrittura, nella speranza che «il nome / fra tanto oblio sopravviva»[134].

 

  1. A. M. Ripellino, Lo splendido violino verde, Torino, Einaudi, 1976, p. 74. ↑
  2. A. M. Ripellino, Vestire gli indiani. Atto I, in «L’Espresso», 13 marzo 1977. ↑
  3. A. M. Ripellino, La fortezza d’Alvernia, Milano, Rizzoli, 1967, p. 133. ↑
  4. A. M. Ripellino, Notizie dal diluvio, Torino, Einaudi, 1969, p. 50. ↑
  5. Ivi, p. 47. ↑
  6. Ivi, p. 73. ↑
  7. A. M. Ripellino, Sinfonietta, Torino, Einaudi, 1952, p. 54. ↑
  8. Da un articolo comparso su «La Stampa», 11 marzo 1969. ↑
  9. A. M. Ripellino, Sinfonietta, op. cit., p. 27. ↑
  10. A. M. Ripellino, Il trucco e l’anima. I maestri della regia nel teatro russo del Novecento, Torino, Einaudi, 1965, p. 360 e sgg. ↑
  11. A. M. Ripellino, Non un giorno ma adesso, op. cit., p. 49. ↑
  12. A. M. Ripellino, Notizie dal diluvio, op. cit., p. 15. ↑
  13. A. M. Ripellino, Non un giorno ma adesso, op. cit., p. 22. ↑
  14. A. M. Ripellino, Storie del bosco boemo, Torino, Einaudi, 1975, p. 91. ↑
  15. A. M. Ripellino, Sinfonietta, op. cit., p. 46. ↑
  16. A. M. Ripellino, La fortezza d’Alvernia, op. cit., p. 11. ↑
  17. A. M. Ripellino, Majakovskij e il teatro russo d’avanguardia, Torino, Einaudi, 2002, p. 146. ↑
  18. A. M. Ripellino, Sinfonietta, op. cit., p. 53. ↑
  19. Ivi, p. 78. ↑
  20. A. M. Ripellino, Il principe Abchazi, in Id., Non un giorno ma adesso, Roma, Grafica, 1960, p. 47. ↑
  21. A. M. Ripellino, La fortezza d’Alvernia, op. cit., p. 30. ↑
  22. A. M. Ripellino, Notizie dal diluvio, op. cit., p. 5. ↑
  23. A. M. Ripellino, Sinfonietta, op. cit., p. 45. ↑
  24. A. M. Ripellino, Lo splendido violino verde, op. cit., p. 44. ↑
  25. A. M. Ripellino, Autunnale barocco, Parma, Guanda, 1977, p. 58. ↑
  26. A. M. Ripellino, Il trucco e l’anima, op. cit., p. 189. ↑
  27. Ibidem. ↑
  28. Ibidem. ↑
  29. A. M. Ripellino, Sinfonietta, op. cit., p. 77 ↑
  30. «Ripellino la chiamava “pornografia della morte”. Con questa espressione designava i volgari rituali che seguono il trapasso, la morbosa curiosità degli estranei, gli insinceri necrologi, l’obbligata mestizia dei funerali, insomma la dimensione pubblica della morte. Ripellino, come Rozanov, ne aveva orrore»: questo è l’inizio di Una filiazione spirituale di Rita Giuliani, all’interno di Omaggio a Ripellino, in «Nuova Rivista Europea», marzo-giugno 1979, pp. 72-132. ↑
  31. A. M. Ripellino, Sinfonietta, op. cit., p. 5. Nella stessa pagina il poeta afferma: «Occorre stare al giuoco fino in fondo». ↑
  32. Ivi, p. 30. ↑
  33. A. M. Ripellino, Autunnale barocco, op. cit., p. 46. ↑
  34. A. M. Ripellino, Sinfonietta, op. cit., p. 114. ↑
  35. A. M. Ripellino, Letteratura come itinerario nel meraviglioso, Torino, Einaudi, 1968, p. 119. ↑
  36. A. M. Ripellino, Lo splendido violino verde, op. cit., p. 72. ↑
  37. A. M. Ripellino, Sinfonietta, op. cit., p. 61. ↑
  38. Ivi, p. 47. ↑
  39. A. M. Ripellino, Notizie dal diluvio, op. cit., p. 41. ↑
  40. A. M. Ripellino, Autunnale barocco, op. cit., pp. 52-68. ↑
  41. A. M. Ripellino, Sinfonietta, op. cit., p. 58. ↑
  42. A. M. Ripellino, Lo splendido violino verde, op. cit., p. 86. ↑
  43. Ivi, p. 59. ↑
  44. G. Traina, Materiali per uno studio sul Ripellino saggista, op. cit., p. 63. ↑
  45. Ivi, p. 64. ↑
  46. A. Nicastri, «I sogni dell’orologiaio»: Ripellino e le arti visive, in Id., Ars una. Angelo Maria Ripellino e gli artisti di forma 1, Salerno, Ripostes, 2005, p. 23. ↑
  47. A. M. Ripellino, Praga magica, Torino, Einaudi, 1991, p. 7. ↑
  48. A. M. Ripellino, Di me, delle mie sinfoniette, in Id., Scontraffatte chimere. Poesie, Roma, Pellicano, 1987, pp. 17-18. ↑
  49. Cfr. A. Castronuovo, Lo stile come vendetta, in Pareti di carta. Scritti su Guido Ceronetti, a cura di P. Masetti, A. Scarsella, M. Vercesi, Mantova, Tre Lune, 2015, p. 71. ↑
  50. A. M. Ripellino, Variazioni sulla poesia di Deržavin, in Id., Letteratura come itinerario del meraviglioso, op. cit., p. 17. ↑
  51. A. Cortellessa, Rivestire di nomi l’abisso. Note per un itinerario in Ripellinia, in «Ermeneutica Letteraria», V, 2009, p. 119. ↑
  52. A. M. Ripellino, Introduzione a Id., Letteratura come itinerario del meraviglioso, op. cit., p. 9. ↑
  53. Ripellino intervistato da R. De Vito: Un forziere, in «Il Veltro», XIX, 3-4, 1975, p. 361. ↑
  54. G. Traina, Materiali per uno studio sul Ripellino saggista, op. cit., p. 69. ↑
  55. A. M. Ripellino, Il trucco e l’anima, op. cit., p. 11. ↑
  56. A. M. Ripellino, Praga magica, op. cit., p. 11. ↑
  57. Ivi, p. 13. ↑
  58. Ivi, p. 10. ↑
  59. Ivi, p. 23. ↑
  60. Ivi, p. 14. ↑
  61. Ivi, p. 16. ↑
  62. A. M. Ripellino, Notizie dal diluvio, op. cit., p. 45. ↑
  63. A. M. Ripellino, Di me, delle mie sinfoniette, op. cit., p. 19. ↑
  64. A. M. Ripellino, Majakovskij e il teatro d’avanguardia, op. cit., p. 93. ↑
  65. A. M. Ripellino, La poesia sovietica d’oggi, in «Mercurio», V, n. 35, febbraio 1948. ↑
  66. A. M. Ripellino, Majakovskij e la versificazione sovietica. Lo stile di Lenin influì sul verso del poeta. Oggi però si torna all’antico, in «La Fiera Letteraria», II, n. 16-17, aprile 1947. ↑
  67. Ivi, p. 49. ↑
  68. Ivi, p. 67. ↑
  69. A. M. Ripellino, Studio introduttivo, in A. Blok, Poesie, Milano, Lerici editore, 1960, p. 69. ↑
  70. Si ricordino alcune riflessioni di Valerio Magrelli, nella sua prefazione Ripellino docet (in A. Blok, Poesie, Parma, Guanda, 2000) e il contributo di D. Cavaion, Note sulla tradizione di Blok ad opera di A. M. Ripellino, in «Europa Orientalis», XL, 2021, pp. 465-80. ↑
  71. A. Blok, Zapisnye knižki (Leningrad, Priboĭ, 1930), p. 49; trad. it., p. 18. ↑
  72. F. Roana, Teatralizzazione dell’esistenza nella poesia di Angelo Maria Ripellino, in «OTTO/NOVECENTO», XXVI, 1, gennaio/aprile 2002, p. 113. ↑
  73. A. M. Ripellino, Il trucco e l’anima, op. cit., p. 123. ↑
  74. A. M. Ripellino, Aleksandr Blok, in Id., Iridescenze. Note e recensioni letterarie (1941-1976), a cura di U. Brunetti e A. Pane, Torino, Aragno, 2020, vol. I, p. 23. ↑
  75. Blok stesso ha parlato della sua trilogia, utilizzando metafore architettoniche, come scrive nel ciclo conclusivo dell’opera, O Čem poet veter. ↑
  76. Tra i cicli contenuti nel primo libro spicca per quantità di liriche scelte Stichi o prekrasnoj dame (Verso sulla bellissima dama), mentre è quasi del tutto assente la prima raccolta, Ante Lucem. Nel secondo libro, più corposo, è assente il poemetto Nočnaja Fialka (La violetta notturna), che è ampiamente trattato nell’introduzione. Manca un’intera raccolta. Vol’nye mysli (Liberi pensieri), non ricordata neppure nell’introduzione, e che tuttavia segna un momento particolarmente importante nella produzione blokiana, poiché Blok si pone il tentativo di superare il precedente simbolismo esoterico per muovere in direzione più realistica. Appaiono invece centrali, nel Blok di Ripellino, le poesie di Puzyri zemli (Bolle di terra) che, con il loro contenuto stregonesco di «diavoletti, pretini palustri, monachine taciturne ed altri fantocci di muffa, minuzzoli primaverili, che incarnano le forze elementari della natura» (Id., Studio introduttivo, op. cit., p. 28), sono vicine al Ripellino poeta. Per quanto riguarda le liriche tratte dal terzo volume, fra le traduzioni sono assenti del tutto i cicli Karmen, gioioso e armonico, la sua conclusione Solov’inyj sad (Il giardino degli usignoli), e O Čem poet veter (Di cosa canta il vento), crepuscolare e senile. Grande attenzione è invece data da Ripellino a Ital’janskie stichi (Versi italiani, che viene tradotto per buona metà), Rodina (Patria), Arfi i Skripki (Arpe e violini) e, soprattutto, Strasnyj mir (Mondo terribile). ↑
  77. G. Traina, Osservazioni su Praga magica, in Maestra ironia. Saggi per Luca Curti, a cura di F. Nassi e A. Zollino, Lugano, Agorà & Co., 2018, p. 193. ↑
  78. A. M. Ripellino, Lettere e schede editoriali (1954-1977), a cura di A. Pane, Torino, Einaudi, 2018, p. 73. ↑
  79. V. Magrelli, Ripellino docet, in A. Blok, Poesie, op. cit., p. VI. ↑
  80. A. Blok, Poesie, op. cit., p. 317. ↑
  81. Si veda la prefazione Il teatro del giovane Blok alla traduzione di Leoni e Pescatori dei Drammi lirici di Blok (1977). ↑
  82. Un giovane Blok recita, assieme alla fidanzata Ljubov, brani dall’Amleto: egli è il principe, lei Ofelia (e Ripellino inserisce nel proprio Studio introduttivo la fotografia che la coppia si fa scattare). Scrive Rita Giuliani che la vita e il teatro sono fortemente intrecciati anche in Ripellino: «La radice della passione di Ripellino per il teatro affonda nella sua concezione del mondo: il teatro rappresentava per lui molto di più che una forma artistica e un campo di ricerca, ai suoi occhi si configurava addirittura come allegoria del mondo, come metafora della vita»: R. Giuliani, La lezione slavistica di Angelo Maria Ripellino, in Angelo Maria Ripellino e altri ulissidi, op. cit., p. 19. ↑
  83. A. M. Ripellino, Amleto, in Id., Non un giorno ma adesso, ora in Id., Poesie prime e ultime, p. 107. Poesia apparsa per la prima volta su «La Fiera Letteraria», Poesie: Teatro; Sogni d’un lustrascarpe; Amleto; Inutilmente, IX/ n. 37, settembre 1954. ↑
  84. Alessandro Fo, La poesia-spettacolo di Ripellino come lotta e ricerca, in A. M. Ripellino, Poesie prime e ultime, op. cit., p. 14. ↑
  85. A. M. Ripellino, Sinfonietta, op. cit., p. 134. ↑
  86. A. M. Ripellino, Il trucco e l’anima, op. cit., p. 238. ↑
  87. A. M. Ripellino, Notizie dal diluvio, op. cit., p. 40. ↑
  88. A. M. Ripellino in A. Blok, Poesie, op. cit., p. 93. ↑
  89. A. Blok, Na straze, in Id., Polnoe sobranie socinenij i pisem v 20 tt., Moskova, Nauka, 1997, p. 145. ↑
  90. A. M. Ripellino, Poesia 59, in Id., Notizie dal diluvio, ora in Id., Notizie dal diluvio. Sinfonietta. Lo splendido violino vede, op. cit., p. 77. ↑
  91. A. Blok, Na straze, op. cit., p. 146. ↑
  92. A. M. Ripellino, Poesia 60, in Id., Notizie dal diluvio, op. cit., p. 78. ↑
  93. A. M. Ripellino, Studio introduttivo, op. cit., p. 32. ↑
  94. A. M. Ripellino, Sinfonietta, op. cit., p. 154. ↑
  95. A. M. Ripellino, Introduzione a Id., Letteratura come itinerario nel meraviglioso, op. cit., pp. 6-7. ↑
  96. Ivi, p. 8. ↑
  97. Ivi, p. 9. ↑
  98. A. M. Ripellino, Il trucco e l’anima. I maestri della regia nel teatro russo del Novecento, Torino, Einaudi, 1965, p. 11. ↑
  99. Ivi, p. 15. ↑
  100. Ivi, p. 16. ↑
  101. C. Lombardi, Introduzione a Il personaggio. Figure della dissolvenza e della permanenza, Alessandria, Edizioni dell’Orso, 2008, p. XVII. ↑
  102. A. M. Ripellino, Il trucco e l’anima, op. cit., p. 19. ↑
  103. A. M. Ripellino, Majakovskij e il teatro russo d’avanguardia, op. cit., p. 270. ↑
  104. G. Traina, Materiali per uno studio sul Ripellino saggista, in Angelo Maria Ripellino e altri ulissidi, a cura di N. Zago, G. Traina, A. Schinià, Leonforte, Euno, 2017, pp. 59-75: 65. ↑
  105. A. M. Ripellino, Introduzione a Id., Letteratura come itinerario del meraviglioso, op. cit., p. 9. ↑
  106. A. M. Ripellino, Esenin, in Id., L’arte della fuga, Napoli, Guida, 1987, op. cit., p. 158. ↑
  107. Afferma Ripellino: «La critica è un travestì», in Id., Esenin, op. cit., p. 158. ↑
  108. A. M. Ripellino, Primo tentativo di interpretazione della poesia di Pasternak, in Id., Letteratura come itinerario nel meraviglioso, op. cit., p. 217. ↑
  109. Ivi, p. 155. ↑
  110. A. M. Ripellino, Il trucco e l’anima, op. cit., p. 59. ↑
  111. Ivi, p. 123. ↑
  112. Ivi, p. 149. ↑
  113. A. M. Ripellino, Il trucco e l’anima, op. cit., p. 162. ↑
  114. A. M. Ripellino, Tentativo di esplorazione del continente Chlébnikov, in V. Chlébnikov, Poesie. Saggio, antologia e commento a cura di A. M. Ripellino, Torino, Einaudi, 1968, p. XIV. ↑
  115. A. M. Ripellino, Majakovskij e il teatro d’avanguardia, op. cit., p. 33. ↑
  116. A. M. Ripellino, Il trucco e l’anima, op. cit., p. 263. ↑
  117. A. M. Ripellino, Letteratura come itinerario nel meraviglioso, op. cit., p. 122. ↑
  118. A. M. Ripellino, La tragedia e il suo rovescio, l’arlecchinata, in Id., Il trucco e l’anima, op. cit., p. 354. ↑
  119. A. M. Ripellino, Majakovskij e il teatro russo d’avanguardia, op. cit., p. 15. ↑
  120. A. M. Ripellino, Play Majakovskij (Divagazioni su La cimice), in «Russia», n. 3, 1977. ↑
  121. A. M. Ripellino, Letteratura come itinerario nel meraviglioso, op. cit., p. 269. ↑
  122. A. M. Ripellino, Il trucco e l’anima, op. cit., p. 131. ↑
  123. A. M. Ripellino, Iridescenze, II, in V. Majakovskij, Poesie, op. cit., pp. 699-700. ↑
  124. Dalla poesia 53 di A. M. Ripellino, Sinfonietta, op. cit., p. 68. ↑
  125. A. M. Ripellino, Lo splendido violino verde, op. cit., p. 42. ↑
  126. A. M. Ripellino, Il trucco e l’anima, op. cit., p. 116. ↑
  127. A. M. Ripellino, Sinfonietta, op. cit., p. 62. ↑
  128. Ivi, p. 29. ↑
  129. A. M. Ripellino, Il trucco e l’anima, op. cit., p. 355. ↑
  130. A. M. Ripellino, Majakovskij e il teatro d’avanguardia, op. cit., p. 209. ↑
  131. A. M. Ripellino, Sinfonietta, op. cit., p. 10. ↑
  132. A. M. Ripellino, Letteratura come itinerario nel meraviglioso, op. cit., p. 121. ↑
  133. A. M. Ripellino, Sinfonietta, op. cit., p. 45. ↑
  134. A. M. Ripellino, Lo splendido violino verde, op. cit., p. 71. ↑

(fasc. 58, 31 dicembre 2025)

Dante in chiaroscuro: il “Trattatello” di Boccaccio e la costruzione del mito

Author di Letizia Tosi

Abstract: Il saggio analizza il Trattatello in laude di Dante di Giovanni Boccaccio come testo fondativo nella costruzione del mito dantesco. La metafora pittorica del chiaroscuro diventa la chiave interpretativa della scrittura boccacciana: come nelle arti figurative l’ombra conferisce profondità e verosimiglianza alla figura, così nel ritratto di Dante gli aneddoti e gli episodi terreni ne accrescono la risonanza e la veridicità. Questa tensione fra luce e tenebra offre la matrice su cui si innestano le riscritture successive, da Villani a Benvenuto da Imola, da Bruni a Landino, rivelando il nucleo più fecondo dell’eredità boccacciana: la capacità di generare un ritratto del poeta in perenne movimento nella tradizione letteraria.

Abstract: The present essay analyses Giovanni Boccaccio’s Trattatello in laude di Dante as a foundational text in the construction of the Dante myth. The pictorial metaphor of chiaroscuro becomes the key to interpreting Boccaccio’s writing: just as in the figurative arts, shadows give depth and realism to figures, so in the portrait of Dante, anecdotes and earthly events increase his resonance and credibility. The tension between light and darkness provides the matrix on which subsequent rewritings are grafted, from Villani to Benvenuto da Imola, from Bruni to Landino, revealing the most fruitful core of Boccaccio’s legacy: the ability to generate a portrait of the poet in perpetual motion within the literary tradition.

L’importanza che, con la sua attività di copista, biografo, ed esegeta, Boccaccio ebbe nel promuovere quello che diventerà il culto di Dante a Firenze è stata largamente studiata[1]. L’interesse per l’Alighieri è esibito nelle opere volgari: nell’Amorosa visione «il maestro dal qual io / tengo ogni ben»[2], nelle Rime «se Dante piange, dove eh’ el si sia, / che li concetti del suo alto ingegno / aperti sieno stati al vulgo indegno»[3]; ma Dante appare anche nelle opere latine: nel De casibus virorum illustrium figura tra gli uomini a cui nessuno ha ancora garantito l’immortalità («clarissimum virum et amplissimis laudibus extollendum Dantem Aligherii»)[4], nelle Genealogie deorum gentilium, il Poeta viene menzionato come un’autorità sui fiumi infernali e come poeta-teologo: «catholicum atque divinum potius ostendit esse theologum»[5]. Nell’epistola del 1371 a Iacopo Pizzinga Dante, inoltrandosi per sentieri nuovi, risveglia «semisopitas sorores» e Febo, costringendoli a cantare maternum cantum[6].

Fu, poi, durante il secondo incontro fra Boccaccio e Petrarca che la questione del valore dell’Alighieri assunse un precipuo rilievo, dando inizio a un dialogo letterario sub specie Dantis. La prima mossa fu del Certaldese che, notando l’assenza della Commedia nella biblioteca petrarchesca, gli inviò un esemplare – il Vaticano latino 3199 – unitamente al carme Ytalie iam certus honos[7] e, probabilmente, una copia del Trattatello[8]. Qui definisce il poema dantesco «opus doctis, vulgo mirabile, nullis / ante, reor, simili compactum carmine seclis» e il suo autore vate-teologo[9] ingiustamente privato dell’alloro poetico.

Questo interesse crescente per Dante trova una sintesi compiuta nel Trattatello in laude di Dante: un vero e proprio spartiacque nella tradizione trecentesca e pietra di paragone per le biografie successive. Lo stesso certaldese ne rivendica il primato «infino a qui niuno truovo averlo fatto». Il presente contributo intende proprio indagare la costruzione del ritratto di Dante di Giovanni Boccaccio, analizzandone il ruolo fondativo nella mitopoiesi dantesca. Attraverso una scrittura che alterna luce e ombra, Boccaccio dipinge un ritratto chiaroscurale che diventa matrice per la fortuna dantesca successiva.

Dopo il racconto biografico che si chiude con la morte del poeta, troviamo un’invettiva contro Firenze, rea di aver esiliato «il tuo carissimo cittadino, il tuo benefattore precipuo»[10]. Questo rapporto inscindibile fra Dante e il «bello ovile»[11] – ma anche la colpevolezza della città nei confronti del poeta – verrà riproposto da molti degli scrittori successivi. Segue, poi, una sezione in cui l’elemento biografico scivola verso l’aneddoto, mescolando osservazione fisica e interpretazione simbolica:

i capelli e la barba spessi, neri e crespi, e sempre nella faccia malinconico e pensoso. Per la qual cosa avvenne un giorno in Verona, essendo già divulgata pertutto la fama delle sue opere, e massimamente quella parte della sua Comedia, la quale egli intitola Inferno, e esso conosciuto da molti e uomini e donne, che, passando egli davanti a una porta dove più donne sedevano, una di quelle pianamente, non però tanto che bene da lui e da chi con lui era non fosse udita, disse all’altre: «Donne, vedete colui che va nell’inferno, e torna quando gli piace, e qua su reca novelle di coloro che là giù sono?» Alla quale una dell’altre rispose semplicemente: «In verità tu dèi dir vero: non vedi tu com’egli ha la barba crespa e il color bruno per lo caldo e per lo fummo che è là giù?»[12].

Sebbene l’episodio sia innocuo, secondo Luca Carlo Rossi contribuisce a corroborare il “mito nero di Dante” come frontaliere tra aldilà e mondo dei vivi, alimentando una «nomea sulfurea»[13] peraltro già circolante.

Anche l’isolamento del Poeta dal mondo esterno è descritto da Boccaccio in un aneddoto: a Siena, presso la bottega di uno speziale, a Dante viene offerto un libro famoso che non aveva ancora avuto occasione di vedere. Non potendo portarlo altrove, si sdraia su una panca e si immerge nella lettura, memorizzando le parti salienti e rimanendo concentrato per molte ore, senza rendersi conto dei balli e dei rumori della festa cittadina. Questo episodio mette in luce non solo la sua straordinaria capacità di concentrazione e la perdita di contatto con il mondo esterno durante il lavoro, ma anche, presupponendo quindi una critica, «il carattere disorganico e occasionale della formazione intellettuale di Dante, che si getta famelico su un testo celebrato dai dotti, ma a lui ignoto, casualmente reperito fuori da qualsivoglia biblioteca»[14].

Dopo una digressione sulla poesia e il suo rapporto con la teologia, il racconto torna a descrivere i costumi, i vizi e le virtù del poeta: per ponderare gli elogi che aveva riservato a Dante, mostra anche le sue debolezze. Infatti, il Certaldese focalizza la propria attenzione sul peccato di lussuria:

Certo, io mi vergogno dovere con alcuno difetto maculare la fama di cotanto uomo; ma il cominciato ordine delle cose in alcuna parte il richiede; perciò che, se nelle cose meno che laudevoli in lui mi tacerò, io torrò molta fede alle laudevoli già mostrate. A lui medesimo adunque mi scuso, il quale per avventura me scrivente con isdegnoso occhio d’alta parte del cielo ragguarda. Tra cotanta virtù, tra cotanta scienzia, quanta dimostrato è di sopra essere stata in questo mirifico poeta, trovò ampissimo luogo la lussuria, e non solamente ne’ giovani anni, ma ancora ne’ maturi[15].

In tale contesto, la rappresentazione delle pecche del poeta non intacca la sua immagine quasi sacra, ma piuttosto ne consolida la grandezza. L’aneddotica del Trattatello, più che un insieme di testimonianze, costituisce un sistema di segni: non è rilevante stabilire se gli episodi tramandati siano veri o falsi, ma ciò che conta è la loro capacità di modellare un’immagine del poeta destinata a propagarsi nel tempo e nello spazio.

Il Certaldese, nei capitoli XII-XVI, presenta un canone delle opere dantesche, «acciò che né alcuno delle sue s’intitolasse, né a lui fossero per avventura intitolate l’altrui». L’aggettivo «divina», attribuito alla Commedia, segnala come per Boccaccio il poema stesso assumesse le sembianze di un testo sacro. Nella prima redazione del Trattatello, infatti, egli ricorda come, dopo la morte del poeta, una «mirabile visione» si rivelò al figlio e primo commentatore Jacopo, indicandogli dove fossero gli ultimi tredici canti del Paradiso: elemento che accentua la connotazione mitico-sacrale del poema e, ipso facto, del suo autore[16]. Non è un caso che il Trattatello si chiuda con il sogno premonitore della madre di Dante, plasmato sul sogno della madre di Virgilio narrato da Svetonio.

Sulla scia di Purgatorio I, 7-8 – o forse riprendendo il commento di Guido da Pisa[17] – Boccaccio individua in Dante il punto di partenza di una renovatio letteraria: «questi fu quel Dante, il qual primo doveva al ritorno delle Muse, sbandite d’Italia, aprir la via. Per costui la chiarezza del fiorentino idioma è dimostrata; […] per costui la morta poesì meritamente si può dir suscitata»[18].

La stretta connessione che lega Dante all’eredità classica è ribadita lungo tutto il Trattatello: le origini di Firenze ricollegate ai Romani e, soprattutto, l’ampio spazio riservato agli studi di Dante, tutti profondamente influenzati dall’imitazione della letteratura antica («familiarissimo divenne di Virgilio, d’Orazio, d’Ovidio, di Stazio»).

Come suggerisce l’excursus fin qui delineato, il Trattatello di Boccaccio non è soltanto un’opera di carattere documentaristico: si tratta di un testo che cerca di trasmettere un alone leggendario alla figura di Dante, inserendosi per di più nelle tensioni del nascente Umanesimo. La difesa del volgare come strumento degno di trattare materia alta anticipa questioni che, pochi decenni dopo, saranno al centro della riflessione di autori come Petrarca o Bruni[19]. Il confronto con quest’ultimo, in tal senso, mostra come il Trattatello si collochi su una soglia: ancora immerso nel gusto medievale dell’aneddoto e della biografia leggendaria, ma già proteso verso le inquietudini linguistiche e culturali del primo Quattrocento.

La fortuna del Trattatello, infatti, non consiste soltanto nella trasmissione di dati biografici, ma nella propagazione delle immagini che Boccaccio ha impresso nel ritratto dantesco. Le generazioni successive di biografi si muovono, infatti, dentro la sua stessa cornice interpretativa, scegliendo di volta in volta quali luci e quali ombre conservare[20].

Uno dei nuclei più fecondi del Trattatello è l’idea di Dante come iniziatore di una nuova stagione poetica, colui che ha risvegliato la “morta poesì”.

Nel De origine civitatis Florentie et de eiusdem famosis civibus di Filippo Villani, l’eco boccacciana è immediata: si legge come Dante abbia riportato alla luce il culto della poesia che era caduto in «abisso tenebrarum». A corroborare ciò, egli descrive le origini romane di Dante e, in seguito, la sua imitazione di Virgilio «proinde Maroni familiarissimus conatus est eum pro viribus imitari»[21], in una vera e propria traduzione del testo di Boccaccio[22]. Ma il ruolo pioneristico di Dante nella renovatio poetica deflagrerà nel commento di Cristoforo Landino: all’Alighieri è attribuita la «resurrexione della facultà poetica»[23] e il ruolo fondativo nel promuovere il toscano a lingua pienamente letteraria.

Il secondo grande filone della fortuna del Trattatello è quello teologico e sacrale. La definizione boccacciana di Dante come “poeta-teologo” diventa un topos che attraversa il Quattrocento, oscillando tra riprese e lontananze. Seguendo il suo venerabilis praeceptor Boccaccio, Benvenuto Rambaldi da Imola prosegue la linea sacrale del Trattatello, definendo Dante «divinus poeta»[24], ma la volge in una direzione esegetica: la divinità poetica diventa fondamento per la lettura teologica della Commedia. In questo modo, Benvenuto non fa che portare a maturazione l’intuizione boccacciana del “poeta-teologo”, traslandola in chiave dottrinale.

Di tutt’altro avviso, come è noto, è la Vita Dantis di Leonardo Bruni: nel proemio, l’autore riferisce che aveva bisogno di riposo e si era imbattuto, cercando un testo in volgare, nel Trattatello. Bruni antepone al metodo utilizzato da Boccaccio uno più storicistico, basato su documenti d’archivio e su un autografo di Dante, da lui visto personalmente[25]. Proprio per rimarcare la sua distanza dal modello agiografico del Certaldese, non troviamo alcun cenno alla divinità poetica dantesca: per Bruni, quindi, l’Alighieri non è più poeta-theologus, ma poeta-civile, politicamente attivo nella vita pubblica di Firenze[26]. Il suo scarto, insomma, è una forma di fedeltà rovesciata: per opporsi a Boccaccio, Bruni deve misurarsi con lui.

Giannozzo Manetti, al contrario, nella prefazione alla Trium illustrium poetarum florentinorum vita recupera pienamente la dimensione miracolosa che Bruni aveva espunto. Non a caso, è il Trattatello la fonte principale, seguita pedissequamente nella struttura e nel tono: egli descrive la Commedia come un poema «divinum potius quam humanum» e, quasi inevitabilmente, il suo autore torna ad essere «divinus poeta»[27]. Questo ritorno a una dimensione sacra mostra come l’impronta del Trattatello rimanga viva anche dopo la svolta umanistica.

Ancor più icastico, il Comento landiniano recupera la divinità della poesia. Tuttavia, Landino traduce quella sacralità in un linguaggio platonico e ficiniano: il «divinissimo poeta» diventa figura del furor poeticus. In questo passaggio la matrice boccacciana non è abbandonata ma trasposta – piegata alle esigenze filosofiche e culturali della Firenze di Lorenzo il Magnifico –, mantenendo intatta la luce sacrale che il certaldese aveva proiettato sulla figura di Dante.

Ultimo tema cardine del Trattatello che qui analizziamo è il rapporto tra Dante e Firenze. Questo dualismo – tra la grandezza del poeta e la colpa della città ingrata – diventa un paradigma interpretativo per i biografi successivi[28]: è presente, come abbiamo visto, in Bruni ma anche nello scritto Scriptorum illustrium latinae linguae libri di Sicco Polenton. Non a caso, il testo si apre con un parallelismo con Albertino Mussato, anch’egli poeta illustre, allontanato dalla sua Padova e morto in esilio:

Eadem ferme tempora[29] Dantem Alegerium, Florentinum civem atque poetam egregium, habuerunt. Iam quidem iam paulatim quasi longissimo e somno excitabantur Musae[30]. Annos quippe post quem nominavi Iuvenalem mortuum ad mille dormierant; hoc vero tempore, ut somnulenti solent, membra movere, oculos tergere, brachia extendere coeperant. Sed in poeta Dante neque minus scientiae nec plus felicitatis quam in Musato fuit: quippe uterque poeta, uterque pulsus patria, uterque in exilio vita defunctus est[31].

Questo parallelismo fra i due poeti, oltre a ribadire il topos dell’ingratitudine cittadina, traduce in termini latini il giudizio già espresso da Boccaccio: la città, luogo del progresso civile, si rivela incapace di riconoscere i suoi spiriti più alti. Polenton dipinge un intellettuale moderno che, come già aveva affermato il Certaldese, reputa che sia «dovere del consesso civile, della città dunque, riconoscere il merito dei poeti»[32].

Senza dubbio, però, è con il Comento di Christophoro Fiorentino sopra la Comedia di Danthe Alighieri poeta fiorentino che l’elemento predominante, evidente sin da titolo, diventa proprio quello della fiorentinità: il cerchio si chiude, Dante torna alla sua Firenze, l’esilio può dirsi concluso e la colpa di Firenze espiata. Questo concetto è ribadito nelle rubriche di ogni cantica che riportano «divino poeta fiorentino»[33]. È ancora Boccaccio, in filigrana, a muovere questa immagine: la città che lo ha respinto è ora la stessa che lo canonizza.

Infine, meritano un accenno anche gli aneddoti. Proprio come il maestro, anche Benvenuto riprende e amplifica gli episodi del Trattatello, come ad esempio il problema della lussuria di Dante: «Dantes diu navigava inter vana mundi transiens per voluptuosam terram, et aliquando fallens mulieres, sicut ipse notavit quodam capitulo inferni».

Inoltre, è degno di menzione, fra i tanti racconti, quello che troviamo nella chiosa a Inferno XX:

volo notes, quad autor prudenter et caute inuit quad saepe viri excellentissimi simi sic delirant in arte divinationis, et praesens negotium tangebat autorem ipsum, qui aliuantulum delectatus est in astrologia, et voluit praedicere aliqua futura, sicut patet in libro isto. Ideo bene fingit se nunc ita plorare. Compatiens aliis et sibi de errore suo[34].

Benvenuto presenta un Dante rammaricato per il suo passato da indovino e cultore delle arti esoteriche, andandosi a inserire nel filone del “mito nero” di Dante. Gli aneddoti che riprende dal Trattatello – la lussuria, il rimorso per l’astrologia e molti altri – diventano segni di una trazione tra umano e divino che Boccaccio aveva per primo saputo tratteggiare nel ritratto del poeta.

È poi nella Vita Dantis di Gian Mario Filelfo che questo materiale si ricompone in un disegno più consapevole. Nonostante la critica iniziale ai due modelli[35], Bruni e Boccaccio, sono inconfutabili i prelievi e, talora, delle vere e proprie traduzioni in latino pressoché alla lettera[36]. Filelfo cita en passant alcuni elementi peculiari dei mores danteschi, fra cui lo spirito di sopportazione e l’abnegazione dei bisogni fisici a vantaggio dello studio:

Erat vigilantissimus; algoris, aestus, famis sitis somnique, ac omnis laborum generis patientissimus, nec inediae parcens, nec ulli difficultati, ut assidue aliquid audiret aut legeret. Percunctanti principi Veronensi qua re delectari soleret plurimum, societate, dixit, atque confabulatione veterum cupereque se vehementer esse cum mortuis[37].

Questo passo unisce in maniera sincretica più punti del Trattatello come l’aneddoto della concentrazione di Dante a Siena, precedentemente citato, e la sua familiarità con gli auctores classici. È interessante rilevare come questo nuovo episodio che ne deriva disegni un’immagine di Dante come vicino al modello petrarchesco che addirittura dialoga con gli antichi[38]. Filelfo dimostra quanto sia profonda la sedimentazione dell’immaginario boccacciano: i suoi aneddoti non sono semplici riprese, ma ricombinazioni di episodi del Trattatello, come se Boccaccio fornisse una tavolozza di motivi da cui attingere per ridisegnare il volto di Dante.

In definitiva, è sempre il ritratto boccacciano, con le sue ombre e le sue luci, a fornire la matrice da cui i biografi successivi traggono ispirazione: anche quando sembrano correggerlo o prenderne le distanze, restano inevitabilmente all’interno del suo orizzonte figurativo.

Come abbiamo mostrato, la fortuna del Trattatello non si spiega solo per la sua ricchezza documentaria, ma per la forza delle immagini che propone. Se volessimo cercare un corrispettivo figurativo della scrittura boccacciana, potremmo trovarlo nella tecnica del chiaroscuro: come avrebbe scritto pochi decenni dopo Leon Battista Alberti nel De Pictura (1435), l’ombra è condizione necessaria alla verosimiglianza e alla vita della figura. Allo stesso modo, nel ritratto di Dante tracciato da Boccaccio, la presenza delle ombre – gli episodi terreni, le debolezze – non compromette l’immagine sacrale del poeta, ma la rende reale, credibile, tridimensionale.

In questa convergenza di luce e tenebra risiede, forse, la più duratura eredità del Trattatello, la più alta forma di mitopoiesi: la capacità di far vivere Dante non come icona statica e immobile, ma come figura in movimento, in continua rinascita nella tradizione letteraria.

 

 

  1. Si cita, a titolo esemplificativo, G. Padoan, sub voce Boccaccio, Giovanni, in Enciclopedia dantesca, vol. I, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 1970, pp. 645-50; Id., Il Boccaccio, le Muse, il Parnaso e l’Arno, Firenze, Olschki, 1978. ↑
  2. Le opere di Boccaccio, fatta eccezione per il Trattatello, si citano da Tutte le opere di Giovanni Boccaccio, a cura di V. Branca, 10 voll., Milano, Mondadori, 1967-1994. Per l’amorosa visione, G. Boccaccio, Amorosa visione, a cura di V. Branca, in Tutte le opere, op. cit., III, cit. a p. 163. ↑
  3. G. Boccaccio, Rime, a cura di V. Branca, in Id., Tutte le opere, op. cit., V/1, cit. a pp. 95-96. ↑
  4. G. Boccaccio, De casibus virorum illustrium, a cura di P. G. Ricci-V. Zaccaria, in Id., Tutte le opere, op. cit., IX, cit. alle pp. 834-36. ↑
  5. G. Boccaccio, Genealogia deorum gentilium, a cura di V. Zaccaria, in Id., Tutte le opere, op. cit., VII-VIII, cit. a p. 1420. ↑
  6. G. Boccaccio, Epistole, a cura di G. Auzzas, in Id., Tutte le opere, op. cit., V/1, cit. alle pp. 658-73. ↑
  7. Sul carme boccacciano, si vedano almeno M. Pastore Stocchi, Boccaccio e Dante (e Petrarca), in Boccaccio editore e interprete di Dante. Atti del Convegno internazionale, Roma 28-30 ottobre 2013, a cura di L. Azzetta e A. Mazzucchi, Roma, Salerno Editrice, 2014, pp. 23-40; A. Piacentini, Il carme “Ytalie iam certus honos” di Giovanni Boccaccio, ivi, pp. 185-221; P. Trovato, E. Tonello, S. Bertelli, L. Fiorentini, La tradizione e il testo del carme “Ytalie iam certus honos” di Giovanni Boccaccio, in «Studi sul Boccaccio», XLI, 2013, pp. 1-111. ↑
  8. Sugli echi del Trattatello nella responsiva petrarchesca si veda almeno C. Paolazzi, Dante e la “Commedia” nel Trecento. Dall’Epistola a Cangrande all’età di Petrarca, pref. di F. Mazzoni, Milano, Vita e Pensiero, 1989, pp. 131-221. ↑
  9. «Hinc illi egregium sacro moderamine virtus / theologi vatisque dedit»: cfr. G. Boccaccio, Carmina, a cura di G. Velli, in Id., Tutte le opere, op. cit., V/1, cit. alle pp. 430-33. ↑
  10. Dove peraltro è presente un paragone con l’antichità classica: a differenza di Firenze, Atene e altre città greche hanno, invece, trattato con deferenza i loro uomini illustri. ↑
  11. Seguendo Paradiso XXV, 5: «del bello ovile ov’io dormi’ agnello,». ↑
  12. Il testo del Trattatello si cita da: Le vite di Dante dal XIV al XVI secolo. Iconografia dantesca, a cura di M. Berté, M. Fiorilla, S. Chiodo, I. Valente, Roma, Salerno Editrice, 2017 (“NECOD”, VII/4), pp. 28-120. Sull’opera si vedano anche: L. Bartoli, “La lingua pur va dove il dente duole”: le vite di Dante e del Petrarca e l’antiboccaccismo di Leonardo Bruni, in «Esperienze letterarie», n. 2, 2004, pp. 51-71; Luci e ombre nel Boccaccio biografo di Dante, in Boccaccio e i suoi lettori. Una lunga ricezione, a cura di G. M. Anselmi, G. Baffetti, C. Del Corno, S. Nobili, Bologna, Il Mulino, 2013; N. Tonelli, Com’era il volto di Dante? Fisiognomica e psicologia nel “Trattatello in laude di Dante” di Boccaccio: nota per una possibile fonte, in «Studi e problemi di critica testuale», n. 103, 2021, pp. 371-80. ↑
  13. L. C. Rossi, L’uovo di Dante. Aneddoti per la costruzione di un mito, Roma, Carocci, 2021, p. 61. Questo ha una radice storica, ossia la notizia attestata in un verbale giudiziario steso l’11 settembre 1320 presso la curia di Avignone, mentre Dante, quindi, era ancora in vita; cfr. le pp. 72-73 del volume e fonti ivi citate. ↑
  14. Le vite di Dante, op. cit., p. 11; cfr. anche le fonti ivi citate. Boccaccio chiude l’aneddoto senese con la «meravigliosa capacità» della memoria dantesca. Questa caratteristica sarà centrale nello sviluppo del leggendario aneddoto dell’“uovo di Dante”; cfr. L. C. Rossi, L’uovo di Dante, op. cit., pp. 116-25. ↑
  15. Le vite di Dante, op. cit., cit. tratta dalle pp. 113-20. ↑
  16. Sull’attendibilità del ritrovamento, si veda S. Bellomo, “Una finestretta, da niuno mai più veduta” e la data dell’epistola di Dante a Cangrande, in «Studi e problemi di critica testuale», 90, 2015, p. 350. ↑
  17. Guido da Pisa, Prologus: «Ipse enim mortuam poesiam de tenebris reduxit ad lucem»; i testi delle opere dei commentatori danteschi si citano dalle edizioni presenti sul corpus online Dartmouth Dante Project utilizzato per le ricerche ipertestuali. ↑
  18. Le vite di Dante, op. cit., cit. tratta dalle pp. 28-120. ↑
  19. Boccaccio difende la scelta del volgare nella Commedia con due diverse argomentazioni: «Delle quali la prima è per fare utilità più comune a’ suoi cittadini e agli altri italiani: conoscendo che, se metricamente in latino, come gli altri poeti passati, avesse scritto, solamente a’ letterati avrebbe fatto utile; […] [192] La seconda ragione, fu questa. Vedendo egli li liberali studii del tutto abbandonati, […] e le divine opere di Virgilio e degli altri solenni poeti non solamente essere in poco pregio divenute, ma quasi da’ più disprezzate»: Le vite di Dante, op. cit., cit. tratta dalle pp. 114-20. ↑
  20. Gli esempi di autori successivi che riprendono il Trattatello boccacciano sarebbero troppo numerosi da elencare esaustivamente in questa sede; si è preferito selezionare casi emblematici. Si rimanda a un futuro lavoro più esteso, dedicato alla ricezione e alla fortuna della figura di Dante. ↑
  21. A. Solerti, Le Vite di Dante, Petrarca e Boccaccio scritte fino al secolo decimosesto, Milano, Vallardi, 1904, p. 275. ↑
  22. Il modello di Boccaccio emerge esplicitamente nell’explicit: «[107] Sileo fabulosum matris sompnium cuius mentionem lohannes Boccaccius fecit in eo opere quod ipse composuit de vita moribusque poetae […]»; il rinvio al Trattatello boccaccesco non è una presa di distanza dalla fonte ma una sorta di rimando per ulteriori approfondimenti; cfr. Le vite di Dante, op. cit., pp. 186-87. Villani elimina, però, i riferimenti ad eventi “miracolosi”: l’interpretatio nominis e i perduti canti del Paradiso, che per lui non contengono nessun riferimento soprannaturale ma sono sintomo della decadenza della città di Firenze. Cfr. J. Bartuschat, Les ‘Vies’ de Dante, Pétrarque et Boccace en Italie (XIV-XV siècles). Contribution à l’histoire du genre biographique, Ravenna, Longo, 2007, p. 113. ↑
  23. R. Cardini, La critica del Landino, Firenze, Sansoni, 1973, cit. tratta dalle pp. 375-82. ↑
  24. Un appellativo utilizzato da Dante unicamente per Virgilio (cfr. Mon., ii, iii, 6). La cit. si trova in Benvenuto da Imola, Comentum ad Par. I 142, com. ad loc; cfr. supra n. 17. ↑
  25. Cfr. J. Bartuschat, Les ‘Vies’ de Dante, Pétrarque et Boccace, op. cit., p. 125: «Bruni y oppose une démarche d’historien: il dit avoir consulté des documents d’archives et avoir vu un autographe de Dante. C’est dans le même esprit qu’il excuse Boccace de ne pas avoir rendu suffisamment compte de l’activité politique de Dante qu’il ne devait connaître qu’imparfaitement», ovvero ‘Bruni oppone un approccio da storico: afferma di aver consultato documenti d’archivio e di aver visto un autografo di Dante. È con lo stesso spirito che scusa Boccaccio per non aver reso sufficientemente conto dell’attività politica di Dante, che doveva conoscere solo in modo imperfetto’. ↑
  26. Cfr. J. Bartuschat, Les ‘Vies’ de Dante, Pétrarque et Boccace, op. cit., p. 128. ↑
  27. Le vite di Dante, op. cit., cit. tratta dalle pp. 258-97. ↑
  28. Il tema di Firenze e il suo rapporto con Dante era già presente in alcune poesie toscane; si veda: R. Cella, Il “Centiloquio” di Antonio Pucci e la “Nuova Cronica” di Giovanni Villani, in Firenze alla vigilia del Rinascimento. Antonio Pucci e i suoi contemporanei, a cura di M. Bendinelli Predelli, Atti del Convegno (Montreal, McGill University, 23-24 ottobre 2004), Firenze, Cadmo, 2006, pp. 75-101. ↑
  29. «Eadem ferme tempora» si riferisce al tempo dell’autore trattato precedentemente, Albertino Mussato. ↑
  30. Anche qui presente l’immagine del sonno millenario delle muse. ↑
  31. S. Polenton, Vite dei moderni. Mussato, Dante, Petrarca, Boccaccio, a cura di L. Banella e R. Modonutti, Padova, CLEUP, 2020, pp. 94-96. ↑
  32. Ivi, p. 99. ↑
  33. R. Cardini, La critica, op. cit., pp. 375-82. ↑
  34. Cfr. supra n. 17. ↑
  35. «Ai due autori egli contesta l’esito insoddisfacente del lavoro intrapreso, sia perché entrambi avevano scelto il volgare per compiacere alla massa, sia perché non erano versati nella materia, essendo l’uno più adatto a raccontare vicende d’amore, l’altro a scrivere di storia in latino»: cfr. S. Fiaschi, L’oracolo della voce: digressioni boccacciane nella biografia dantesca di Gian Mario Filelfo, esemplata da Felice Feliciano, in «Studi sul Boccaccio», 49, 2021, p. 396. ↑
  36. Come nel caso del racconto della battaglia di Campaldino e dell’origine degli scontri fra Bianchi e Neri. ↑
  37. A. Solerti, Vite, op. cit., pp. 158-59. ↑
  38. «Del resto, che attraverso la Vita Dantis Gian Mario intenda veicolare temi petrarcheschi – in un momento della sua attività letteraria spiccatamente connotato in senso petrarchesco – mi pare comprovato»: cfr. S. Fiaschi, L’oracolo della voce, op. cit., p. 402. ↑

(fasc. 58, 31 dicembre 2025)

Tancredi e Ghismonda tra suggestioni carolingie e paoline

Author di Damiano D'Ascenzi

Abstract: Il contributo prende in esame le condotte e le posizioni discorsive di Tancredi e Ghismonda in rapporto allo status sociale e “anagrafico” conferito loro da Boccaccio (paternità regale, per il primo, e giovanile vedovanza per la seconda). Un’analisi di questo tipo permette di calibrare alcune letture interpretative ancora oggi blindate a causa della lunga fedeltà degli esegeti. Per esempio, alla luce dell’argomentazione proposta, la maggioritaria tesi psicanalitica, che concepisce Tancredi come una sorta di corrispettivo maschile della Mirra ovidiana animato da un latente amore incestuoso, rivela delle criticità che portano a rivalutare la tesi desanctisiana “dell’onore”. Dai suoi atti linguistici, infatti, il principe di Salerno – che ha in comune con il Carlo Magno di Eginardo il disinteresse nei confronti di una politica matrimoniale che si serva della prole femminile – mostra di parlare e agire coerentemente con il profilo di un tiranno che avverte minata la stabilità del proprio potere.

Abstract: This paper examines the behavior of Tancredi and Ghismonda in relation to their social and “anagraphic” status (royal paternity for the former and youthful widowhood for the latter). Such an analysis allows us to refine some classic interpretative readings: for example, the prevailing psychoanalytic thesis, which describes Tancredi as a father animated by a latent incestuous love (a sort of male counterpart of Ovidʼs Myrrha), reveals critical issues that lead to a reevaluation of De Sanctisʼs thesis about “honor”. Indeed, the Prince of Salerno – who is similar to Einhard’s Charlemagne for the disinterest in a marriage policy that exploits female offspring – shows that he speaks and acts like a tyrant who feels the stability of his power is being undermined.

La prima novella della quarta giornata del Decameron – sezione dedicata, superfluo ricordarlo, agli amori infausti – è, fra i testi narrativi boccacciani maggiormente conosciuti e fortunati, quella più segnata da audaci sbalzi tonali e chiaroscuri violenti. La protagonista femminile ne è il centro carismatico e magnetico: Ghismonda percorre una parabola che la vede inizialmente scaltra predatrice sessuale, poi savia virago e infine sublime suicida. Ma, appunto, prima di ogni altra cosa ella è una castellana, una domina, che concede il “guiderdone” a un subalterno, il che ci riporta alle matrici culturali cortesi e al relativo immaginario, il quale, come ben sappiamo, camuffava nell’afflato erotico frustrazioni da diseredati e aspirazioni di riabilitazione sociale.

In risposta alla reprimenda del padre, che le chiede conto della scelta di «un giovane di vilissima condizione», Ghismonda, dopo l’accento posto sugli insopprimibili impulsi della gioventù («Esser ti dové, Tancredi, manifesto, essendo tu di carne, aver generata figliuola di carne e non di pietra o di ferro; e ricordar[1] ti dovevi e dei, quantunque tu ora sie vecchio, chenti e quali e con che forza vengano le leggi della giovanezza»), si slancia in una vibrante demistificazione della eugeneia:

La vertú primieramente noi, che tutti nascemmo e nasciamo iguali, ne distinse; e quegli che di lei maggior parte avevano e adoperavano nobili furon detti, e il rimanente rimase non nobile. E benché contraria usanza poi abbia questa legge nascosa, ella non è ancor tolta via né guasta dalla natura né da’ buon costumi; e per ciò colui che virtuosamente adopera, apertamente sé mostra gentile, e chi altramenti il chiama, non colui che è chiamato ma colui che chiama commette difetto. Raguarda tra tutti i tuoi nobili uomini e essamina la lor vita, i lor costumi e le loro maniere, e d’altra parte quelle di Guiscardo raguarda: se tu vorrai senza animosità giudicare, tu dirai lui nobilissimo e questi tuoi nobili tutti esser villani[2].

Essa converge con quei versi della guinizelliana canzone-manifesto più scettici sull’aristocrazia dei blasoni, soppiantata dall’innatismo della vera “onestà” (Al cor gentil, vv. 31-34):

Fere lo sol lo fango tutto il giorno:

vile reman, né ’l sol perde calore;

dis’omo alter: “Gentil per sclatta torno”;

lui semblo al fango, al sol gentil valore[3].

Ghismonda si muove al contempo in virtù del proprio rango e contro di esso: come figlia di un principe, dispone di spazi e di libertà di movimento tali da garantirle di portare avanti la tresca con Guiscardo, ma è proprio la sua prossimità di sangue al vertice politico della corte a caricarla di altissime aspettative di integrazione al sistema, che, nel momento in cui vengono tradite, reclamano una nemesi implacabile[4].

Anche alla luce di queste senz’altro ovvie considerazioni, non riesce a soddisfarci completamente la compatta iniziativa degli esegeti novecenteschi di archiviare la questione «del punto d’onore»[5] e di qualificare Tancredi come padre degenerato erede del «ruolo […] che, nel passato, era di spettanza del “gilos”, il marito tradito»[6]. Non si dovrà mancare di dare il giusto risalto, infatti, a fasi precedenti nelle quali Boccaccio, in aggiunta alla constatazione di una concorrenza tra servitium amoris e diritti legali dello sposo, aveva adombrato l’eventualità che tra gli amanti potessero inserirsi antagonisticamente – e con possibile deragliamento tragico degli eventi – anche i congiunti della donna (Filocolo 4, 49-50):

Disse allora la piacevole Pola: – Reina, altro giudicio sarebbe per me di tal quistione donato come udirete. […]. Noi veggiamo ad una gran donna avere molti parenti, molta famiglia, e tutti riguardare ad essa sì come solleciti guardatori del suo onore, de’ quali se alcuno di questo amore s’avvedesse, com’io già dissi, all’amante grave pericolo ne può seguire: quello che della meno nobile non potrebbe così di leggiere avvenire. […] disse la reina alla bella donna – […] se volete dire che il dubbio de’ parenti ci sia, noi nol neghiamo, e questa è una delle cagioni perch’elli è affanno ad avere l’amore d’una gran donna: ma i discreti con occulta via procedono in tali bisogne, ché non è dubbio che delle grandi e delle piccole donne, ciascuna secondo il suo potere, è amato e guardato l’onore da’ parenti, e così poria il folle nella mala ventura incappare amando basso come in alto luogo[7].

Soprattutto la chiosa della regina di Napoli Fiammetta sembra compendiare e quasi prefigurare la vicenda di Dec. 4, 1, perlomeno dal punto di vista di Guiscardo, l’infimo cortigiano che soccombe all’intollerante consanguineo della “gran donna” espiando la propria intrepidezza erotica. Nel pensiero boccacciano la custodia famigliare dell’onore delle figlie è preventivata a tutti gli effetti quale forza di opposizione alla fin’amor e il Certaldese può aver inteso saggiarne il potenziale narrativo tanto nella novella di Lisabetta da Messina quanto in quella di ambientazione salernitana. I commentatori contemporanei hanno sempre, chi più e chi meno cautamente, invocato l’inconscio di Tancredi[8] e di Boccaccio[9], diagnosticando a carico del protagonista maschile un meccanismo di rimozione e speculando su quanto intenzionalmente l’autore abbia voluto inviare segnali suggestivi di pulsioni devianti. Non servirà eccepire che l’inconscio è nozione che esorbita dai confini del testo e che rimonta a pratiche extrafilologiche, per giunta ignote al mondo medievale: un correttivo a determinati approdi ermeneutici s’impone, perciò, come altamente raccomandabile[10]. Le tre riprese frastiche dell’ovidiano racconto della sciagurata passione di Mirra per il padre – finora le uniche evidenze a sostegno di un substrato patologico nella vicenda boccacciana[11] – non è da escludere siano state fruite dal Certaldese, al pari di altri prestigiosi segmenti citazionali, semplicemente per redimere la forma-novella, genere svalutato e negletto dal sistema letterario ufficiale, in linea con il disegno complessivo di nobilitazione che governa l’intero Decameron.

La revisione di cui parlo dovrebbe cercare di coprire il disavanzo creatosi tra lo psicologico e l’ideologico, andando a ricongiungere più strettamente le condotte dei personaggi alla posizione sociale e gerarchica conferita loro dal narratore. In questo senso si proverà a rilanciare l’idea che la figura del padre accentratore si collochi al di fuori di un quadro di storture psicogene (paragrafo 1) e ci s’interrogherà se la vedovanza di Ghismonda si esaurisca nella funzione di mero orpello prosopografico[12] o valga, invece, come condizione preparatoria dell’esito narrativo (paragrafo 3). Sottoporremo, inoltre, a un’analisi di approccio pragmalinguistico il duello verbale tra padre e figlia (paragrafo 2): qui, come si vedrà, il parziale sussidio di certa riflessione psicanalitica, lungi dal collidere con le premesse di questa indagine, interviene nella misura in cui lo studioso di letteratura «può e deve ricorrere a Freud per ricavare non tanto una corretta psicologia dell’autore […] o del personaggio, quanto piuttosto modelli attinenti alla coerenza interna del linguaggio, che, per ipotesi, ha qualcosa da spartire con l’inconscio»[13].

 

Tancredi: paternità regale e modelli storiografici

Sebbene il “quando” della novella non poggi su garanzie documentarie, esso non è, tuttavia, del tutto indeterminato o atemporale. L’incipit «Tancredi, prencipe di Salerno» evoca uno sfondo storico, che con buona approssimazione è da identificare in quello dei potentati guerreschi altomedievali e dei clan feudali: ciò avrà pur inciso nell’orchestrazione dello sviluppo drammatico da parte di Boccaccio e ai fini di un’interpretazione rigorosa tale elemento dovrà interagire in maniera coerente con tutti gli altri. La medievalista Maria Cristina La Rocca ci ricorda che, nei secoli a ridosso dell’anno Mille,

le figlie sono uno degli strumenti e delle manifestazioni visibili del potere dei padri e sono spesso rappresentate come coloro attraverso le quali è possibile ad altri uomini entrare in sintonia e in relazione con i padri. Il successo del padre, dunque, viene in qualche modo a essere misurato attraverso l’efficacia del potere attrattivo che le sue figlie esercitano all’esterno e nella sua capacità discrezionale di concederle oppure di negarle […]. Le figlie altomedievali sono interpretate e descritte come uno dei beni più preziosi che il padre possiede, esse costituiscono […] la parte più importante del tesoro regio e aristocratico: strumento di alleanza e di pattuizione, le figlie possono però, allo stesso tempo, costituire il mezzo attraverso il quale il patrimonio e l’onore del padre possono essere lesi[14].

Il disinteresse di Tancredi a maritare Ghismonda (che in passato, non senza esitazioni, ha già concesso in sposa «a un figliuolo del duca di Capova») è assimilabile alla prassi sopra descritta e, ammettendo che lo scenario nel quale stiamo sconfinando per parlare di Dec. 4, 1 sia quello giusto, potremmo spingerci fino a individuare un precedente illustre del monopolio affettivo di Tancredi sulla figlia nella tendenza “anti-pronuba” di Carlo Magno nei confronti della progenie muliebre.

Sappiamo che, a differenza dell’ostrogoto Teoderico o del longobardo Desiderio, il sovrano franco esentò le proprie discendenti dal destino matrimoniale, giacché sempre egli «le vide come propri tesori da custodire gelosamente, rimarcando così, in modo ancor più evidente, il potere del padre sul futuro delle figlie»[15]. Boccaccio conosceva questa figura scettrata, avendone menzionato il nome e la discesa in Italia nelle ottave finali del Ninfale fiesolano[16]. Per il ritratto privato di Carlo Magno fa fede la Vita Karoli del segretario di Ludovico il Pio, Eginardo (770-840), il quale a proposito dell’imperatore scrive:

Liberos suos ita censuit instituendos, ut tam filii quam filiae primo liberalibus studiis, quibus et ipse operam dabat, erudirentur […] filias vero lanificio adsuescere coloque ac fuso, ne per otium torperent […]. Quae cum pulcherrimae essent et ab eo plurimum diligerentur, mirum dictu, quod nullam earum cuiquam aut suorum aut exterorum nuptum dare voluit, sed omnes secum usque ad obitum suum in domo sua retinuit, dicens se earum contubernio carere non posse[17].

Su Carlo Magno pater familias è disponibile una seconda fonte, risalente al XII secolo e di autore anonimo, ma dal sapore più spiccatamente aneddotico: nel

Chronicon del monastero di Lorsch si narra infatti che la figlia preferita di Carlo, Berta, si era appartata di nascosto nel palatium con il nobile Angilberto, che molto l’amava. Al momento di ritornare nel suo letto, Angilberto si accorge con terrore che è nel frattempo nevicato e che le grandi impronte che egli avrebbe lasciato nel cortile che egli doveva attraversare avrebbero smascherato la sua presenza notturna e illecita accanto a Berta. Allora Berta “elegantissima iuvencula” propone ad Angilberto di portarlo lei stessa sulle sue spalle, affinché nella neve restino solo tracce di impronte femminili. Carlo svegliatosi all’improvviso, osserva dalla finestra la scena della figlia che trasporta il suo amante e “partim admiratione, partim dolore permotus” e credendo che ciò avvenisse anche per disposizione divina, non parlò mai ad alcuno di ciò che aveva visto[18].

Sostenere in via congetturale la sussistenza di una gemellarità di costume che unisce Tancredi a Carlo Magno non sembra manovra speculativa tanto più onerosa o arrischiata dell’inferire un contorto spostamento psichico da Mirra a Tancredi[19]. Nulla vieta che Boccaccio possa essere stato raggiunto – non necessariamente per il tramite di letture dirette – da una memoria collettiva che rappresentava l’imperatore come depositario di un amore paterno ipertrofico («ab eo plurimum diligerentur») e di un’incapacità di fare a meno della vicinanza fisica delle figlie («nullam […] nuptum dare voluit […] dicens se earum contubernio carere non posse») nonché soggetto a un profondo turbamento alla vista dei sotterfugi post coitum di una di loro («dolore permotus»). Identikit, questo, perfettamente sovrapponibile a quello del malfamato genitore di Ghismonda: «fu dal padre tanto teneramente amata, quanto alcuna altra figliuola da padre fosse giammai […] non sappiendola da sé partire, non la maritava»; e ancora: «Tancredi si svegliò e sentì e vide ciò che Guiscardo e la figliuola facevano. E dolente di ciò oltremodo […]».

Tancredi e Ghismonda: la “logomachia”

La narratrice di secondo grado Fiammetta precisa che padre e figlia hanno l’abitudine di conversare lungamente negli alloggi di lei («Era usato Tancredi di venirsene alcuna volta tutto solo nella camera della figliuola e quivi con lei dimorarsi e ragionare alquanto»): prima che la situazione precipiti a causa di Guiscardo, pertanto, dobbiamo credere che i due siano ottimi confidenti l’uno dell’altra. Ci è dato sapere, tuttavia, solo che si parlano, non quello che si dicono.

Un po’ meno laconica è la voce narrante nel riferire ciò che i personaggi scelgono di non comunicarsi: «il padre […] poca cura si dava di più maritarla, né a lei onesta cosa pareva il richiedernelo […] Tancredi […] prima gli volle sgridare, poi prese partito di tacersi». È individuabile, anzi, una quasi calcolata contiguità temporale delle principali svolte del racconto (le profferte di Ghismonda e la traumatica scoperta di Tancredi) al formarsi di queste sacche di silenzio e reticenza, che stridono con un asserito affiatamento padre-figlia improntato a un dialogo cameratesco.

Il bennato Guiscardo, seppur privo di casato, deve essere riconosciuto «gentile, e chi altramenti il chiama […] commette difetto»: così ammonisce Ghismonda al cospetto di Tancredi e seguitando nella sua perorazione ella arriva persino a porgere al padre un’ingiunzione in piena regola («Raguarda tra tutti i tuoi nobili uomini e essamina la lor vita, i lor costumi e le loro maniere, e d’altra parte quelle di Guiscardo raguarda […] tu dirai lui nobilissimo e questi tuoi nobili tutti esser villani»), scandita da vigorosi e incalzanti imperativi, che sono alcuni tra gli «indicatori di forza illocutoria» peculiari del cosiddetto “atto esercitivo”, quello mirante a controllare l’agire del ricevente[20]. Nel caso di Ghismonda, l’obiettivo è una rieducazione linguistica consistente nel riassegnare i nomi alle cose: un paradosso scandaloso, un sovvertimento logico inaccettabile per la mentalità di suo padre, che presumiamo essere quella tipica “medievale”, per cui la «comprensione del mondo non si concepisce come funzione creatrice, bensì come accoglimento e ripresentazione di fatti preesistenti»[21].

Che nel conflitto fra Tancredi e sua figlia non vi siano in gioco solo rivendicazioni sentimentali, ma anche tensioni legate all’esercizio del potere, è questione non ancora del tutto scandagliata. Ghismonda, come si diceva, procede con un discorso declinato in senso “esercitivo”[22] anziché con una semplice ammissione di colpevolezza e una conquestio[23], avocando a sé una competenza intellettuale maggiore di quella del padre ed esortandolo a un cambio di paradigma; presentare, come ella fa, «il proprio discorso come appartenente a un certo tipo illocutorio, può equivalere a un tentativo d’aumentare il proprio livello di potere. La riuscita di un tale tentativo dipenderà dall’accettazione […] da parte dell’interlocutore»[24]. Tancredi non può accettare una simile rinegoziazione e, per tutta risposta, dà inizio ai suoi efferati provvedimenti. Tuttavia, il “prenze”, che pure si era «ne’ migliori anni nell’armi essercitato» e che dopo aver visto sua figlia in intimità con un sottoposto ha avuto uno scatto di insospettabile vigoria fisica («Tancredi, ancora che vecchio fosse, da una finestra di quella si calò nel giardino»)[25], non si occupa di persona dell’omicidio del suo nemico, bensì incarica altri di farlo. Ciò è un modo di ribadire la piena efficienza del proprio potere – che è, in sostanza, diritto di impartire ordini –, quello stesso potere che Ghismonda, con le sue parole, ha avuto l’ardire di arrogarsi. Assai carica di valore è la frase che Tancredi comanda sia ripetuta dal suo «segretissimo famigliare» latore del cuore di Guiscardo[26]: «Il tuo padre ti manda questo per consolarti di quella cosa che tu più ami, come tu hai lui consolato di ciò che egli più amava». Si tratta sempre di un atto esercitivo, poiché presuppone primazia e prescrive un dovere a Ghismonda, quello di accontentarsi di un singolo pezzo di Guiscardo. Il padre tirannico, inoltre, è come se replicasse alla sfida semiotica lanciata dalla figlia dissidente: costei aveva preteso di ridiscutere la tradizionale dicotomia “nobile-villano”, caldeggiando una nuova polarizzazione di tali termini; l’uomo, invece, risale materialmente dall’astratta accezione di “cuore” fino al suo referente reale.

Gioverà mettere in luce, della frase di accompagnamento del macabro omaggio paterno, una certa coloritura da motto di spirito, categoria al centro di un capitale studio di Freud, che istruisce su come il motto abbia sempre bisogno di ascoltatori («Indispensabile è […] comunicare il motto a qualcun altro»)[27] e susciti diletto in primis in chi lo proferisce («dischiude nuove fonti di piacere abolendo inibizioni» e «genera […] risparmio di dispendio psichico»)[28]. La battuta di Tancredi – recepita da almeno due destinatari e presumibilmente volta a una gratificazione accessoria oltre a quella di aver neutralizzato una minacciosa presenza – è ambiguamente in bilico tra motto ostile e motto osceno[29]: del primo sfrutta la possibilità di aggirare un’inibizione (Tancredi schernisce Ghismonda, la umilia, per compensare il freno nell’ucciderla dovuto alle primordiali leggi del sangue)[30], mentre del secondo espleta la funzione di “denudazione” della sfera sessuale (Ghismonda ha “consolato” Guiscardo vivo con le proprie grazie femminili e un simile ammiccare appartiene di sicuro all’ambito della scurrilità spiritosa)[31].

Dal canto suo, la donna, prima di abbandonarsi al cordoglio[32], risponde in apparenza domata, desistendo da uno scontro frontale: «ho verso me trovato tenerissimo del mio padre l’amore, ma ora più che già mai». Ci troviamo dinanzi a un ringraziamento, dunque a un “atto comportativo”[33] che, senza più ridestare sdrucciolevoli dispute sulla titolarità dell’esigere e sulla legittimità dei giudizi, può avallare l’impressione di un’avvenuta perdita di «afflato di correzione del presente»[34]. Il rientro dell’eroina nei ranghi, tuttavia, non tralascia, mediante l’antifrasi «tenerissimo» e soprattutto la forma ironica «amore» (che fa eco all’espressione paterna «l’amore, il quale io t’ho sempre più portato che alcun padre portasse a figliuola»), di dare un secondo e definitivo suggello alla condanna delle convenzioni linguistiche, rivelatesi ingannevoli garanti di irrigidimenti e preclusioni sociali prima, e viatico di ritorsioni endofamiliari poi.

Ghismonda: la vedovanza, Didone e san Paolo

Il Certaldese mostra di non perdere mai di vista, nella costruzione del personaggio di Ghismonda, i presupposti con cui l’ha introdotta sulla scena («poco dimorata con lui [il duca di Capova], rimase vedova e al padre tornossi»), cucendole addosso modi di pensare e tratti comportamentali che poco hanno a che vedere con l’immaturità virginale. Si pensi alla «nuova malizia» escogitata dalla donna, quella canna contenente un biglietto consegnata nelle mani di Guiscardo con l’ordine che la dia a una «servente» affinché, soffiandoci dentro, «raccenda il fuoco». Picone, concentrandosi sul mezzo, l’ha interpretata come simbolo fallico[35], ma puntando l’attenzione sullo scopo e incrociando tale immagine con Filocolo 4, 48, ecco che essa acquista il valore di metafora dell’amore sensuale già provato in prime nozze, spentosi per desuetudine e in cerca di nuovo alimento:

la reina rispose così: – Delle tre l’una, cioè la maritata, in niun modo è da disiderare, però ch’ella non è sua, né sta in sua libertà il potersi donare o concedersi ad alcuno: e il volerla o prenderla è commettere contra le divine leggi, e eziandio contra le naturali e positive. […]. Manifesto è che quanto più nel fuoco si soffia più s’accende, e sanza soffiarvi s’amorta; e quasi tutte l’altre cose usandole mancano: la libidine quanto più s’usa più cresce. La vedova per essere lungamente stata sanza tale effetto, quasi come se non fosse il sente, e più con la memoria che con la concupiscenza si riscalda. […]. Appresso, se le pulcelle amano, esse non sanno che si disiderare, e però con intero animo non seguono i vestigii dell’amante come le vedove, in cui già l’antico fuoco riprende forze, e falle disiderare quello che per lungo abuso aveano obliato, e è loro tardi di venire a tale effetto, piangendo il perduto tempo, e le solinghe e lunghe notti che hanno trapassate ne’ vedovi letti: però queste siano amate più tosto, secondo il nostro parere [36].

Verrebbe da supporre che nel plasmare la protagonista si siano riaffacciate nella mente dell’autore proprio le discettazioni di Filocolo 4, 53-54 intorno ai pro e ai contro che si possono avere a seconda che ad amare e a essere amate siano le coniugate, le nubili oppure le vedove:

Rispose allora Ferramonte: – Reina, ciò che della maritata diceste, aveva io nell’animo diliberato che così dovesse essere, e più ora da voi udendolo ne sono certo; ma delle pulcelle e delle vedove tengo contraria oppinione […] però che mi pare che più tosto le pulcelle che le vedove si dovriano seguire, con ciò sia cosa che l’amore della pulcella più che quello della vedova paia fermo. La vedova sanza dubbio ha già altra volta amato, e ha vedute e sentite molte cose d’amore, e i suoi dubbii, e quanta vergogna e onore seguiti di quello; e però, queste cose meglio che la pulcella conoscendo, o ama lentamente e dubitando, o, non amando fermo, disidera ora questo ora quello, e non sappiendo a quale per più diletto e onore di lei s’aggiunga, talora né l’uno né l’altro vuole, e così per la mente di lei la deliberazione vacilla, né vi può amorosa passione prendere fermezza. Ma queste cose alla pulcella sono ignote, e però, come a lei è avviso che ella molto piaccia a uno de’ molti giovani, così sanza più essaminazione quello per amante elegge […]. – Voi – disse la reina – argomentate bene al vostro parere difendere; ma noi vi mostreremo con aperta ragione come voi dovete quello che noi di questa quistione tegnamo similemente tenere […] le pulcelle al generale sono timide, né sono astute a trovare le vie e’ modi per le quali i furtivi diletti si possono prendere: di queste cose la vedova non dubita, però che ella già donò onorevolemente quello che costei aspetta di donare, e è sanza, e però non dubita che, se se medesima dona ad altrui, quel segnale l’accusi. Poi ella, come più arrischiante, perché, come è detto, la maggiore cagione che porge dubbio non è con lei, conosce meglio le occulte vie, e così le mette in effetto[37].

La regina e Ferramonte convengono sull’illiceità della sposa fedifraga, ma dissonanti sono le loro valutazioni degli altri due tipi muliebri (l’illibata è più inesperta nel compiacere gli uomini, per cui è preferibile la vedova, dice la regina; si dovrà invece anteporre la zitella, perché ella attende con più intensità l’iniziazione amorosa, sostiene Ferramonte). Quando Boccaccio informa all’inizio che la figlia di Tancredi «si pensò di volere avere […] occultamente un valoroso amante», e fa poi dire alla stessa «Guiscardo non per accidente tolsi […] ma con diliberato consiglio elessi innanzi a ogni altro e con avveduto pensiero a me lo ’ntrodussi e con savia perseveranza di me e di lui lungamente goduta sono del mio disio»[38], sta, come sembrano suggerire le riprese lessicali evidenziate, con molta probabilità riprendendo il filo dei ragionamenti del periodo napoletano e nel farlo giunge a integrare la vecchia casistica con una terza opzione, consistente in un ibrido femminile che fonde la “pulcella” capace di amore “fermo” (cioè esclusivo e monodiretto) e la vedova conoscitrice delle voluttà del talamo e impaziente di riviverle in modo anche clandestino, ma senza essere volubile o indecisa tra più pretendenti.

Boccaccio si confronterà ancora con il tema della vedovanza femminile, più precisamente nel De mulieribus claris, tracciando il profilo di Didone. Sulla scia patristica e petrarchesca, il Certaldese accredita l’immagine dell’inclita fenicia quale univira[39]:

O pudicitie inviolatum decus! […] Dido! In te velim ingerant oculos vidue mulieres […]. Dicet arbitror aliqua, cum perspicacissime ad excusationes nostre sint femine: “Sic faciendum fuit; destituta eram, in mortem parentes et fratres abierant, instabant blanditiis procatores, nequibam obsistere, carnea, non ferrea sum”[40].

Nella sermocinatio delle donne contemporanee intente a schermirsi dall’accusa di essere più deboli di Didone, si recupera l’autodifesa di Ghismonda, quella precisazione «di carne e non […] di ferro», che nel testo in volgare serviva a denunciare l’egoistica pretesa di Tancredi di ibernare la concupiscenza della figlia e che qui, invece, acquista addirittura una sfumatura di sarcastica misoginia.

Le due figure femminili, quella epica e quella novellistica, si erano trasparentemente accavallate già all’altezza del Decameron: «“tu hai il tuo corso fornito, e di tale chente la fortuna tel concedette ti se’ spacciato”», dice Ghismonda, rivolgendosi a Guiscardo morto con le parole esatte della regina cartaginese in Aen. 4, 653: “vixi et quem dederat cursus Fortuna peregi”»[41]. Non solo, l’abbrivio stesso del monologo di Ghismonda, «Ahi! dolcissimo albergo di tutti i miei piaceri», echeggia l’incipit dell’epitaffio di Didone, «Dulces exuviae» (Aen. 4, 651)[42]. Non è insensato ipotizzare che in un primo momento Boccaccio abbia dato in prestito a Ghismonda gli accenti oratorii e la propensione suicida di Didone per poi, nella rilettura della storia coniugale di quest’ultima, ripensare polemicamente all’incontinenza sessuale della figlia di Tancredi, poiché, per l’appunto, le due, oltre a essere donne con intelletto d’amore e violente contro sé stesse, sono giovani vedove.

In merito alla condizione vedovile, è poco credibile che Boccaccio fosse dimentico dei dettami della dottrina cristiana – la vedova timorata di Dio deve astenersi dalla fornicazione e, se giovane, deve risposarsi per evitare le tentazioni della carne, in quanto cedere a esse la renderebbe morta, nonostante la vita corporale – cristallizzati nelle lettere pastorali attribuite a san Paolo[43]: «quae autem vere vidua est et desolata speravit in Deum et instat obsecrationibus et orationibus nocte ac die, nam quae in deliciis est vivens mortua est»; e ancora: «volo ergo iuveniores nubere filios procreare matres familias esse nullam occasionem dare adversario maledicti gratia» (1 Tim. 5, 5-6, 14)[44]. Particelle di questo biblico frasario paiono essersi infiltrate nell’allocuzione al cuore espiantato («dal tuo nemico medesimo quella sepoltura hai […] la mia anima si congiugnerà con quella […] che tu già tanto cara guardasti […] ella è ancora quincentro e riguarda i luoghi de’ suoi diletti e de’ miei»), illuminando il dramma narrativo di Dec. 4, 1 in senso non più prettamente classicheggiante: l’atto anticonservativo di Ghismonda è il supremo télos di una processualità necessaria innescata dal primo adescamento del valletto e l’ultimo parlare della donna, intriso di un ossessivo cupio dissolvi[45], è, in fondo, ricettività nei confronti di un’estinzione che fin dall’inizio aveva – paolinamente – aleggiato come un’ombra sui furtivi e non consacrati amplessi.

 

  1. Per un’interpretazione delle varie occorrenze del verbo “ricordare” in Dec. 4, 1 si rinvia a E. Buonocore, The Thread of Memory in the Decameron: from the Pleasures and Dangers of Narration to Lessons for the Future, in «Giornale di Filosofia», 1, 2025, pp. 150-51; cfr. l’URL: https://mimesisjournals.com/ojs/index.php/giornale-filosofia/article/view/5107/3963 (ultima consultazione: 15/11/2025). ↑
  2. Per il testo della novella il presente articolo si rifà alla trascrizione prodotta in T. Nocita, Decameron IV 1. Una lettura di Tancredi e Ghismonda secondo l’autografo hamiltoniano, in «Carte Romanze», 7/1, 2019, pp. 180-89. In merito all’«apostrofe sulla vera nobiltà da parte di Ghismonda, il commento di Branca rimanda a una vasta area di intertesti, dallo stesso Boccaccio alle rime stilnovistiche, al Dante del quarto trattato del Convivio, ad Andrea Cappellano, al Seneca delle Epistulae ad Lucilium (“omnes, si ad originem primam revocantur, a dis sunt”: XLIV 1) […]. È possibile che […] ci si trovi di fronte a un affioramento […] del De beneficiis […] III 28 1-3 […]. Nelle parole di Ghismonda si avvertono echi precisi del passo: dall’accusa contro il “peccato della fortuna”; alla constatazione di un’origine a tutti comune […] alla proclamazione della vera nobiltà, attingibile solo con le operazioni virtuose» (R. Bragantini, Ancora su fonti e intertesti del Decameron, in Boccaccio: gli antichi e i moderni, a cura di A. M. Cabrini e A. D’Agostino, Milano, Ledizioni, 2018, pp. 132-33). ↑
  3. «La cosiddetta soluzione borghese del problema della nobiltà, soluzione sottesa dall’equazione amore-cor gentile, è stata storicamente una istanza di apertura, un grimaldello per aprire porte o un ariete per rompere steccati sociali» (M. Santagata, I due cominciamenti della lirica italiana, Pisa, Edizioni ETS, 2006, p. 63). ↑
  4. La sua stessa facondia è resa possibile dalla nascita altolocata: «L’eloquenza adorna e maestosa con cui si esprime Ghismonda costituisce l’abito naturale che conviene al suo alto sentire […] il solo adatto all’aristocratico ambiente in cui si muove» (G. Getto, Vita di forme e forme di vita nel Decameron, Torino, Petrini, 1966, p. 117). ↑
  5. «Il motivo della tragedia è il punto d’onore, perché ciò che move Tancredi è l’onta ricevuta, non solo per l’amore della figliuola, ma ancora più per l’amore collocato in uomo di umile nazione» (F. De Sanctis, Il Decamerone, in Id., Storia della letteratura italiana, a cura di G. Contini, Torino, UTET, 1973, p. 354). Già negli anni Venti del secolo scorso Attilio Momigliano inverte il desanctisiano ordine di priorità delle ragioni della collera del “prenze” di Salerno: «Il Boccaccio non sa ritrarre la passione di quel padre il quale, per troppo amore, per gelosia e un po’ anche per sentimento d’onore, si fa tiranno, omicida e quasi carnefice della figlia» (G. Boccaccio, Il Decameron. Quarantanove novelle commentate, a cura di A. Momigliano, Milano, Vallardi, 19362, p. 164). Pier Massimo Forni, riferendosi a De Sanctis, scrive che la sua è «un’interpretazione della vicenda di Decameron IV 1 che non possiamo non sentire remota […] che ci sembra una sopravvalutazione di una realtà accessoria, cioè la maggior offesa identificata nella scelta, da parte della figlia, di un amante non nobile» (P. M. Forni, Forme complesse nel Decameron, Firenze, Olschki, 1992, p. 122). ↑
  6. G. Natali, Lisabetta da Messina o dell’elegia, in Studi di letteratura italiana. In memoria di Achille Tartaro, a cura di G. Natali e P. Stoppelli, Roma, Bulzoni, 2009, p. 139. ↑
  7. G. Boccaccio, Filocolo, in Tutte le opere di Giovanni Boccaccio, vol. I, a cura di V. Branca, Milano, Mondadori, 1967, pp. 430-32. Come bibliografia degli studi si vedano, almeno, P. Rajna, L’episodio delle Questioni d’Amore nel Filocolo del Boccaccio, in «Romania», XXX, 1902, pp. 28-81; L. Surdich, Il Filocolo: le questioni d’amore e la quête di Florio, in La cornice d’amore. Studi sul Boccaccio, Pisa, ETS, 1987, pp. 13-75 e R. Morosini, “Per difetto rintegrare”. Una lettura del Filocolo di Boccaccio, Ravenna, Longo, 2004, pp. 66-81. ↑
  8. A cominciare da Carlo Muscetta: «Non si tratta solo del “punto d’onore” (come parve al De Sanctis) […]. La tragedia di Tancredi è nella sua stessa tenerezza […]. Avendo concentrato in Ghismonda tutti i suoi affetti, egli reprime una carica di morbosa passione nel profondo del suo essere e non ne è consapevole» (C. Muscetta, Giovanni Boccaccio e i novellieri, in Storia della letteratura italiana. Il Trecento, a cura di E. Cecchi e N. Sapegno, Milano, Garzanti, 1965, p. 412). Si veda anche, più di recente, Maria Serena Sapegno, che osserva la novella attraverso il filtro degli ormai consolidati gender studies: «Tancredi non comprende affatto la figlia con le sue esigenze e i suoi desideri fino al momento in cui la propria morbosa invadenza non lo porta a vedere con i propri occhi un rapporto sessuale tra lei e Guiscardo. L’insistenza della narratrice sulle lacrime del padre sembra alludere a una debolezza e a un dolore dovuti al proprio sentimento indicibile ed eccessivo, che egli stesso non capisce» (M. S. Sapegno, Il fantasma dell’incesto da Ovidio a Boccaccio, in Id., Figlie del padre. Passione e autorità nella letteratura occidentale, Milano, Feltrinelli, 2018). ↑
  9. «Come il suo personaggio, lo stesso autore non varca la soglia di questo incestuoso sentimento inconscio» (C. Muscetta, Giovanni Boccaccio e i novellieri, op. cit., p. 413). Di parere contrario Forni, che però sempre elucubra intorno agli impalpabili atteggiamenti psicologici: «La novella di Tancredi e Ghismonda presenta il tema dell’amore incestuoso. Questo tema non è esplicitato ma si costituisce in una trama di allusioni. È possibile ipotizzare, anzi, sembra ragionevole credere che questo sistema allusivo sia prodotto cosciente dell’autore; è meno probabile che il Boccaccio abbia invece evocato il tema inconsapevolmente. […]. Possiamo pensare che egli disegni consapevolmente l’azione come colorata da motivazioni incestuose, ma che la scelta di non esplicitare significhi una sua mancanza di disponibilità a ratificare l’esistenza dell’incesto» (P. M. Forni, Forme complesse nel Decameron, op. cit., pp. 136-37). ↑
  10. Riserve sulle «tecniche di analisi del profondo» esercitate sul racconto boccacciano sono espresse di sfuggita in M. Picone, Dal “lai” alla novella tragica: Ghismonda, in Id., Boccaccio e la codificazione della novella. Letture del Decameron, Ravenna, Longo, 2008, p. 188. ↑
  11. Forni riconnette il periodo ipotetico controfattuale riferito a Tancredi «non ebbe che una figliuola, e più felice sarebbe stato se quella avuta non avesse» a Met. 10, vv. 298-299 («si sine prole fuisset, | inter felices Cinyras potuisset haberi») e la frase pronunciata da Ghismonda «se peccato è» al successivo v. 323, «si tamen hoc scelus est» (P. M. Forni, Forme complesse nel Decameron, op. cit., pp. 111-13). In una posteriore monografia in lingua inglese, lo studioso aggiunge una terza tessera: la coppia verbo + complemento partitivo presente nella “deposizione” di Ghismonda («Guiscardo […] elessi innanzi a ogni altro») sarebbe riscrittura di Metamorfosi X 317-318, «ex omnibus unum | elige, Myrrha, virum» (P. M. Forni, Adventures in Speech. Rhetoric and Narration in Boccaccio’s Decameron, Philadelphia, University of Pennsylvania Press, 1996, p. 124). Nel monumentale The Golden Bough (1922) si ipotizza che il mito letterario dell’amore incestuoso di Mirra per Cinira muova da una base antropologica: nella Cipro pre-ellenica l’endogamia regale era praticata per non far cadere il trono in mani straniere e il re deteneva anche un ruolo sacerdotale strettamente legato al culto di Venere (cfr. J. G. Frazer, Il ramo d’oro. Studio sulla magia e la religione, trad. it. di L. De Bosis, Torino, Bollati Boringhieri, 2016, libro I, cap. 31). ↑
  12. Picone, a quanto ci consta, è l’unico ad aver sfiorato il problema; senonché, secondo l’insigne studioso, la circostanza di aver perduto il marito si limita a rispondere «alla sola esigenza narrativa di far sì che Ghismonda possa conoscere le “meravigliosissime forze” del “concupiscibile disidero”» (M. Picone, Dal “lai” alla novella tragica: Ghismonda, op. cit., p. 195 nota 13). ↑
  13. F. Orlando, Per una teoria freudiana della letteratura, Torino, Einaudi, 1973, p. 8. ↑
  14. M. C. La Rocca, Il conflitto tra padre e figlia nell’Alto Medioevo, in Padri nostri. Archetipi e modelli delle relazioni tra padri e figlie, a cura di S. Chemotti, Padova, Il Poligrafo, 2010, pp. 112-14. ↑
  15. Ivi, p. 118. ↑
  16. «…fu da Totile insin da’ fondamenti | arsa e disfatta, e cacciate le genti. || […]. Così gran tempo quivi dimoraro, | infin che ’l buon re Carlo Magno venne | […] ma poi che Carlo Magno ebbe vittoria, | passò di qua nelle nostre contrade, | e rifece la città di Fiorenza, | la qual poi crebbe, ogni dí, sua potenza» (G. Boccaccio, Il Ninfale Fiesolano, a cura di V. Pernicone, Bari, Laterza, 1937, pp. 345-46). Il Certaldese tornò a parlare della leggendaria ricostruzione di Firenze ad opera del re franco nel commento ai canti XII e XV dell’Inferno: «è da sapere che, essendo Attila, re de’ Goti, passato in Italia, in esterminio e ultima distruzione del nome romano, e avendo molte città in Lombardia e in Romagna già guaste e disfatte, secondo che piace a Giovanni Villani, esso passò in Toscana, dove similmente più ne disfece, e tra l’altre Firenze […]. Poi più volte tentarono i discendenti de’ cittadini fuggiti di doverla reedificare; ed essendo le lor forze piccole, sempre furono impediti da’ Fiesolani […]. Ma pure, perseverando essi antichi cittadini in questo volere, essendo imperador Carlo Magno, mandarono chi supplicasse in lor nome e allo ’mperadore e al popolo di Roma che con la lor forza la città antica si potesse rifare» (Esposizioni sopra la Comedia di Dante, in Tutte le opere di Giovanni Boccaccio, vol. VI, a cura di G. Padoan, Milano, Mondadori, 1965, pp. 628-29). ↑
  17. Traduzione nostra: ‘Decise di far istruire la prole, in modo tale che maschi e femmine fossero educati negli studi liberali e in questo si spendeva personalmente […] le figlie, tuttavia, erano abituate al fuso e alla lana così che non impigrissero nell’inerzia […]. Esse erano tanto amate dal padre e assai belle, ma incredibilmente questi non volle che prendessero marito, né della corte né straniero, e le tenne in casa fino al giorno della sua morte, dicendo di non poter vivere senza la loro vicinanza’ (Einhardi Vita Karoli Magni, in MGH SS rer. Germ., 25, cap. 19, pp. 23-25). Tra i più di cento testimoni che hanno trasmesso l’opera di Eginardo, vi è un codice in particolare che avrebbe potuto essere nella disponibilità di consultazione del Certaldese, ovvero il Pluteo 65.35 (Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, secc. XI-XII), entrato in possesso di Coluccio Salutati (cfr. «MIRABILE. Archivio digitale della cultura medievale»: https://www.mirabileweb.it/manuscript/firenze-biblioteca-medicea-laurenziana-plut-65-35-manuscript/24113; ultima consultazione: 15/11/2025); la Vita occupa l’intervallo 125v-130r (la parte sulle figlie di Carlo si trova in 128r, seconda colonna). ↑
  18. M. C. La Rocca, Il conflitto tra padre e figlia nell’Alto Medioevo, op. cit., p. 119. ↑
  19. «Ghismonda […] is a new Myrrha whose sexual transgression is not with her father […] who inherits the incestuous drive of the old Myrrha»; traduzione nostra: ‘Ghismonda […] è una nuova Mirra, la cui trasgressione sessuale non è rivolta al padre […] che eredita invece da Mirra la spinta incestuosa’ (P. M. Forni, Adventures in Speech. Rhetoric and Narration in Boccaccio’s Decameron, op. cit., p. 125). Cfr. anche G. Almansi, Tancredi e Ghismonda, in Id., L’estetica dell’osceno [1974], Torino, Einaudi, 1993, pp. 100-30. ↑
  20. Cfr. J. L. Austin, Come fare cose con le parole, a cura di M. Sbisà, Genova, Marietti, 1987, pp. 110-13. Marina Sbisà, principale interprete italiana della teoria pragmalinguistica austiniana, fa notare che «manipolazione e direttività sono collegate al fenomeno dell’autorità che tenta di affermarsi: riuscire a realizzare uno scopo direttivo equivale a invadere il terreno dell’altro, farsi cedere terreno, quindi farsi concedere dall’altro del potere in più» (M. Sbisà, Linguaggio, ragione, interazione. Per una pragmatica degli atti linguistici, Trieste, Edizioni Università di Trieste, 2009, p. 166). ↑
  21. E. R. Curtius, Letteratura europea e Medio Evo latino, a cura di R. Antonelli, Macerata, Quodlibet, 2022, p. 457. ↑
  22. Non è infrequente che nelle comuni dinamiche conversazionali un atto illocutorio possa subire una “riqualificazione” in corso d’opera da parte del parlante e passare da un tipo all’altro (cfr. M. Sbisà, Linguaggio, ragione, interazione. Per una pragmatica degli atti linguistici, op. cit., p. 123). ↑
  23. Genere oratorio mirante a suscitare misericordia in chi ascolta; per una riflessione in merito alla rinuncia di Ghismonda a porre in essere tale strategia discorsiva, cfr. G. Zak, Between Ghismonda and Massinissa: Boccaccio, Petrarch and the Uses of Tragedy, in «Heliotropia», 15, 2018, p. 246; cfr. l’URL: https://heliotropia.org/15/zak.pdf; ultima consultazione: 15/11/2025. ↑
  24. Ivi, p. 111. ↑
  25. Il calarsi dalla finestra da parte di un Tancredi per niente imbolsito dall’età, in quanto intuitivo parallelo figurativo con il Guiscardo che si arrampica lungo la parete rupestre, è stato proposto come indizio dell’insana competitività vissuta dal padre nei confronti del mancato genero usurpatore (cfr. P. M. Forni, Forme complesse nel Decameron, op. cit., p. 143). ↑
  26. Assai nutrita è la bibliografia sul motivo provenzale del “cuore mangiato”: L. Rossi, Il cuore, mistico pasto dʼamore: dal Lai Guirun al Decameron, in Studi provenzali e francesi 82, a cura di G. Chiarini, L’Aquila, Japadre, 1983, pp. 28-128; l’antologia Le coeur mangé: récits erotiques et courtois des 12 et 13 siècles, Paris, Stock, 1994; M. Di Maio, Il cuore mangiato. Storia di un tema letterario dal Medioevo all’Ottocento, Milano, Guerini, 1996; L. Rossi, «Bere l’amore»: per amore con Enea e Tristano, in Vettori e percorsi tematici nel Mediterraneo romanzo. Atti del Colloquio Internazionale (Roma 11-14 ottobre 2000), a cura di F. Beggiato e S. Marinetti, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2002, pp. 11-32; P. Caraffi, Cuori mangiati, corpi smembrati. Da Isotta a Filomena, in Corpo e cuore, a cura di P. Caraffi, Bologna, Emil, 2012, pp. 9-39; F. Della Bona, Il molto amato cuore di Ghismonda: riflessioni sull’eucaristia e sul santo Graal, in «Revista de Italianística ‒ Universidade de São Paulo», 25, 2013, pp. 13-26; F. Petricca, Ghismonda e Beatrice. Il cuore mangiato e l’idea dell’amore tra Boccaccio e la Vita nuova, in «Critica del testo», XVI/3, 2013, pp. 131-61; L. Granato, La “bone volontez” di Ghismonda. Percorsi romanzi dell’amore in Decameron IV 1, in «Studi sul Boccaccio», XLV, 2017, pp. 55-72. ↑
  27. S. Freud, Opere (1905-1908). Il motto di spirito e altri scritti, a cura di C. L. Musatti, Torino, Boringhieri, 1972, p. 128. ↑
  28. Ivi, p. 124. ↑
  29. Ivi, p. 86. ↑
  30. «…tutte le prescrizioni morali volte a frenare lʼodio attivo […] originariamente dovevano valere per una ristretta comunità di persone appartenenti allo stesso ceppo» (ivi, p. 91). ↑
  31. «…in una cerchia di educazione più raffinata […] la scurrilità diventa spiritosa […]. Lo strumento tecnico, di cui si serve di regola, è lʼallusione, ossia la sostituzione mediante […] qualche cosa [di] connesso» (ivi, p. 90). ↑
  32. Ghismonda cede al fletus ma non al planctus, quest’ultimo antropologicamente connotato da gesti rituali come il graffiarsi, il percuotersi o il decalvarsi (cfr. E. De Martino, Morte e pianto rituale. Dal lamento funebre antico al pianto di Maria, a cura di M. Massenzio, Torino, Einaudi, 2021, p. 670). Ai resti di Guiscardo su cui le è permesso piangere ella rivolge parole («senza alcuno indugio farò che la mia anima si congiugnerà con quella, adoperandol tu, che tu già tanto cara guardasti. E con qual compagnia ne potre’ io andar più contenta o meglio sicura a’ luoghi non conosciuti che con lei?») che mostrano consonanze con un verso latino, di sapore epigrafico e obituario, contenuto nell’Elegia di Costanza: «Te sequar ut comes (et) tecum ibo s(u)b u(m)bra(s)» (Zibaldone Laurenziano – Pluteo XXIX, 8 – autografo di Giovanni Boccaccio, carta 60v–r11, v. 118). ↑
  33. Cfr. J. L. Austin, Come fare cose con le parole, op. cit., pp. 117. Il tipo illocutorio comportativo, inerente a «manifestazioni dello stato d’animo o atteggiamento del parlante», è contraddistinto da «un orientamento verso il già fatto, il già avvenuto, qualcosa che non ci si propone più di modificare» (M. Sbisà, Linguaggio, ragione, interazione. Per una pragmatica degli atti linguistici, op. cit., pp. 115-16). ↑
  34. P. M. Forni, Forme complesse nel Decameron, op. cit., p. 143. ↑
  35. «…è stato osservato […] come il “bucciolo di canna” al quale Ghismonda affida il suo messaggio amoroso sia […] un’eco precisa del “bastun” che Tristano lascia nel bosco come segno a Isotta della sua presenza nel luogo, oltre che del suo desiderio di incontrarla […]. La canna passa […] ad essere uno scherzoso sostituto metonimico dell’oggetto del desiderio sessuale di Ghismonda. L’identificazione del “bastun” col sesso maschile, se era remotissima» nel Lai di Maria di Francia «diventa ora nella novella italiana beffardamente manifesta […] maliziosa allusività all’imminente congiungimento sessuale» (M. Picone, Dal “lai” alla novella tragica: Ghismonda, op. cit., pp. 196-98). ↑
  36. G. Boccaccio, Filocolo, op. cit., pp. 426-28. ↑
  37. Ivi, pp. 435-37. ↑
  38. Alcuni termini di cui è intessuta la doglianza responsiva di Ghismonda (eleggere, perseveranza, disio) ricorrono anche nelle riflessioni aristotelico-tomistiche sull’appetito naturale e razionale (cfr. M. P. Ellero, Libertà e necessità nel Decameron. Lisa, Ghismonda e le papere di Filippo Balducci, in «GSLI», vol. CXCII, fasc. 639, 2018, pp. 399-404); sono spia, in particolare, di una derivazione dall’Etica a Nicomaco le tessere non per accidente e lungamente, con cui l’eroina boccacciana pare voler ammantare la sua relazione dell’onestà delle “amicizie per diletto” (cfr. G. Fiorinelli, «Amore è di tre maniere»: echi dellʼVIII libro dellʼEthica Nicomachea nella novella di Ghismonda e nel Boccaccio, in «Carte Romanze», 8/1, 2020, pp. 199-240: 215-19; cfr. l’URL: https://riviste.unimi.it/index.php/carteromanze/article/view/13469/12986; ultima consultazione: 15/11/2025). ↑
  39. Cfr. E. Filosa, Tre studi sul De mulieribus claris, Milano, LED, 2012, pp. 99-102; M. Marietti, La Didone di Boccaccio tra Dante e Petrarca, in «LIA», 15, 2014, pp. 377-84 e C. Zudini, “Carnea non ferrea sumˮ: il corpo femminile nel De mulieribus claris, in «Arzanà», 18, 2016 (cfr. l’URL: https://doi.org/10.4000/arzana.975; ultima consultazione: 15/11/2025). ↑
  40. G. Boccaccio, De mulieribus claris, 42, 117-130; traduzione nostra: ‘O inviolato decoro della pudicizia! […] Didone! Su di te vorrei che puntassero gli occhi le vedove […]. Qualcuna, credo, essendo le nostre donne assai sottili nel giustificarsi, dirà: “Così era necessario fare; ero rimasta sola, i genitori e i fratelli erano morti, i pretendenti incalzavano con lusinghe, non potei resistere, sono fatta di carne, non di ferro”’. ↑
  41. F. Bausi, Sull’utilità e il danno della ricerca delle fonti. Il caso del Decameron, in «Carte Romanze», 7/1, 2019, p. 128. Nocita riconduce a Eneide IV anche la presenza della grotta come parziale teatro dei commerci amorosi (cfr. T. Nocita, Una lettura di Tancredi e Ghismonda, op. cit., p. 165); grotta che, al contrario, per Picone rinvierebbe al dantesco antro del Veglio di Creta (cfr. M. Picone, Dal “lai” alla novella tragica: Ghismonda, op. cit., p. 192). ↑
  42. L’apostrofe a oggetti inanimati è, nella retorica classica, espediente eminentemente patetico: «Est et ille locus ad permovendum pathos, in quo sermo dirigitur vel ad inanimalia vel ad muta, quo loco oratores frequenter utuntur. Utrumque Vergilius bene pathetice tractavit, vel cum ait Dido: “Dulces exuviae…”» (Macr. Sat. 4, 10, in I saturnali, a cura di N. Marinone, Torino, UTET, 1967); traduzione nostra: ‘È quello il luogo atto a suscitare il sentimento, nel quale chi parla si rivolge a oggetti inanimati o a creature mute, come usano fare spesso gli oratori. Virgilio con grande effetto patetico lo adoperò, quando fa dire a Didone: “O dolci spoglie…”’. ↑
  43. Vale qui, ovviamente, lʼavvertimento che «nello studio della presenza della Bibbia nelle opere del Certaldese» si deve sempre tenere a mente la «diffusa interdiscorsività attivata dall’intreccio di tante tradizioni: esegesi biblica, trattatistica, omiletica, pratica liturgica e confessionale, agiografia» (L. Battaglia Ricci, La Bibbia nelle opere di Giovanni Boccaccio: un contributo agli studi, in Gli antichi e i moderni: studi in onore di Roberto Cardini, to. I, a cura di L. Bertolini e D. Coppini, Firenze, Polistampa, 2010, p. 60). ↑
  44. Cito dalla Vulgata, in J. P. Migne, Patrologia latina, vol. 29 col. 801. ↑
  45. La costellazione lessicale tanatologica nel monologo di Ghismonda è fin troppo scoperta (fine, sepoltura, essequie, morire). ↑

(fasc. 58, 31 dicembre 2025)

Due sorelle che si tengono per mano: musica e letteratura tra memoria, voce e identità

Author di Gaspare Trapani

«La musica e la poesia sono due sorelle che si tengono per mano, e quando una piange, l’altra la consola». In queste parole di Alda Merini si ritrova il senso di un legame antico tra parola e suono, tra scrittura e musica. Un rapporto che, per il terzo anno consecutivo, «Diacritica» sceglie di esplorare, seguendo le molte forme dell’incontro tra linguaggi e modalità espressive diverse.

Musica e letteratura non appartengono a mondi separati: entrambe nascono dal desiderio di raccontare l’esperienza umana, dare forma alle emozioni e trovare parole per ciò che spesso è difficile esprimere. La canzone può essere letta come una forma di letteratura in musica; allo stesso modo, quando la letteratura incontra la dimensione musicale, il testo si apre a nuove possibilità: la narrazione acquista ritmo, la parola diventa voce e il suono contribuisce a raccontare e interpretare la realtà.

È in questo continuo dialogo tra scrittura e musica che esperienze individuali e memorie collettive si incontrano. Una canzone o un testo letterario possono raccontare una storia personale, ma anche parlare a una comunità, diventare testimonianza di un’epoca, dare voce a un disagio sociale o custodire il ricordo di un’esperienza. Proprio per questa capacità di unire dimensione privata e collettiva, musica e letteratura continuano ancora oggi a essere strumenti privilegiati per comprendere il mondo e raccontarlo.

Per il terzo anno consecutivo, grazie a un fecondo incontro siciliano – terra da sempre attraversata da straordinarie esperienze letterarie e musicali – e grazie all’impegno e all’entusiasmo di Maria Panetta, queste due “sorelle”, per usare ancora la suggestiva immagine della “poetessa dei Navigli”, tornano a tenersi per mano sulle pagine di «Diacritica».

Attraverso i contributi di un gruppo di studiosi, questo numero esplora alcune delle molte forme dell’incontro tra musica e letteratura: la canzone come spazio di impegno civile, il ritmo come forma autobiografica, il dialetto come luogo della memoria e la tradizione napoletana come chiave narrativa di un’indagine dalle atmosfere noir.

Un viaggio tra generi, epoche e linguaggi diversi, in cui parola e musica si intrecciano e si arricchiscono reciprocamente. Perché ogni grande storia possiede, in fondo, uno spartito segreto: una trama di voci, silenzi e armonie che attende soltanto di essere ascoltata.

Proprio di traiettorie, anche geografiche, parlano nel loro saggio Mario Chichi e Ivana Vermiglio, che in L’isola come utopia: spazi e immaginari nel cantautorato italiano esplorano il fascino dell’isola nella canzone d’autore degli anni Settanta. Da Guccini a Bennato, da Dalla a De Gregori, l’isola diventa uno spazio reale e immaginario, luogo di fuga e riflessione, capace di raccontare desideri, inquietudini e visioni della società.

Alla costruzione dell’io attraverso la musica sono dedicati diversi contributi. Sacha Piersanti, con «Una traccia, un disegno»: autobiografia e rappresentazione dell’io nella discografia di Renato Zero, legge oltre cinquant’anni di carriera come un unico grande racconto autobiografico: un teatro dell’anima nel quale l’artista mette in scena fragilità, trasformazioni e aspirazioni, intrecciando continuamente la propria voce con quella del suo pubblico.

Su un altro versante, Veronica Ricotta accompagna il lettore nell’universo linguistico e musicale di Carmen Consoli con «Volevo fare la rockstar». Autobiografia e lingua nelle canzoni di Carmen Consoli. Attraverso il dialogo tra autobiografia, lingua e dialetto siciliano, il saggio mostra come la cantautrice abbia trasformato la memoria individuale in una narrazione capace di parlare a esperienze condivise.

La musica come spazio di dissidenza e affermazione identitaria è al centro del contributo di Marzia D’Amico, “Amici non ne ho”: solo figlie per Loredana Bertè, generatrice di dissidenza. La parabola artistica di Bertè viene riletta come una lunga sfida ai modelli tradizionali di femminilità e decoro: una voce fuori dagli schemi che ha saputo trasformare vulnerabilità e ribellione in linguaggio collettivo.

Il rapporto tra musica, parola e impegno civile attraversa, invece, il saggio di Annibale Gagliani, Il teatro canzone di Giorgio Gaber e Sandro Luporini. Qui la canzone si fa scena e pensiero critico: il teatro-canzone diventa lo spazio privilegiato per interrogare il conformismo, le trasformazioni sociali e le inquietudini dell’uomo contemporaneo.

Dal territorio e dalla memoria popolare nasce il contributo di Giuliano Scala, «Io me chiammo Sanacore, e che vulite?». Dagli stornelli alla dub: la voce di Giulietta Sacco, dedicato a una delle interpreti più originali della canzone napoletana del secondo Novecento. La voce di Giulietta Sacco emerge come un ponte fra tradizione e innovazione, tra canto popolare e nuove sperimentazioni della musica napoletana.

Sempre Napoli, ma questa volta immersa nelle atmosfere del romanzo noir, è protagonista del saggio di Nunzia De Falco, Indagini sonore per il commissario Ricciardi. La canzone napoletana nei romanzi di De Giovanni. Nelle pagine di Maurizio De Giovanni, le melodie del passato non sono semplice sfondo narrativo, ma una vera partitura investigativa che accompagna il commissario Ricciardi e restituisce voce alla città.

Il dialogo tra poesia e musica, nella sua dimensione più sperimentale, è al centro del contributo di Beatrice Magoga, Poesia in musica di fine secolo (e millennio). Due esempi di rimediazione del tardo Novecento italiano. Attraverso le esperienze di Tommaso Ottonieri e Lello Voce, il saggio mostra come la performance musicale possa trasformare il testo poetico, amplificandone ritmo, significato e intensità emotiva.

A chiudere il percorso è il contributo di chi scrive, Autobiografia e periferia nel “Bildungsroman” musicale di Mahmood, dedicato alla produzione dell’artista milanese come forma contemporanea di romanzo di formazione in musica. Attraverso brani come Soldi, Nilo nel Naviglio, Mai figlio unico, Tuta Gold e Barrio, il saggio mette in luce il ruolo della memoria familiare, della periferia e dell’identità multiculturale nella costruzione di un racconto generazionale in cui la canzone pop diventa spazio di autorappresentazione e crescita.

Nel loro insieme, questi contributi restituiscono la ricchezza di un incontro mai concluso: quello tra parola e musica, tra memoria e presente, tra individuo e comunità. Le due sorelle evocate da Alda Merini continuano, così, a tenersi per mano, dimostrando che ogni canzone custodisce una storia e che ogni storia, quando trova la propria voce, può diventare musica.

 

(fasc. 60, 25 maggio 2026)