La lingua “edipica” di Federigo Tozzi: il senese fra appartenenza, identità e incomunicabilità

Autore di Simonetta Losi

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Tutte le immagini a corredo del presente contributo provengono dalla Collezione Pier Guido Landi.

La dimensione senese di Federigo Tozzi

L’identificazione di Federigo Tozzi con una componente marcatamente locale costituisce la radice della sua grandezza di scrittore e, insieme, la sua sfortuna, la caratteristica in virtù della quale è stato a lungo snobbato dalla critica letteraria. Le parole di Mario Luzi sintetizzano efficacemente l’identità di Federigo Tozzi, che travalica la cinta muraria di Siena e arriva ben oltre i confini del suo territorio: fino alla capitale ma, più in generale, fino al più vasto territorio della grande letteratura nazionale. Continua a leggere La lingua “edipica” di Federigo Tozzi: il senese fra appartenenza, identità e incomunicabilità

(fasc. 36, 25 dicembre 2020)

Marta lotta contro la morte. Lettura di “Pigionali” di Federigo Tozzi

Autore di Massimiliano Tortora

Pigionali: non solo il testo di apertura di Giovani

Com’è noto Pigionali è inserita da Tozzi in apertura di Giovani. È stato più volte sottolineato come questa collocazione, al pari dell’explicit che si ha con Una sbornia, abbia un preciso valore nell’economia della raccolta: quello di mostrare da subito come la giovinezza non sia uno stato biografico, ma una “malattia dell’anima”, che travalica gli stretti confini anagrafici. Questo mostra Pigionali, con le sue due anziane protagoniste, Gertrude e Marta, e questo conferma ancor di più il protagonista di Una sbornia: i suoi quarant’anni non gli vietano di immaginare un amore impossibile – quello con la sua antica padrona di casa –, come se il tempo non fosse passato. Continua a leggere Marta lotta contro la morte. Lettura di “Pigionali” di Federigo Tozzi

(fasc. 36, 25 dicembre 2020)

Aspetti della ricezione di Tozzi durante il fascismo: un documento inedito e tre articoli del «Corriere padano»

Autore di Riccardo Castellana

Premessa

La storia della ricezione di uno scrittore nasconde spesso risvolti interessanti e a volte persino curiosi e insospettati. Quella di Federigo Tozzi non fa certo eccezione. Un capitolo centrale di questa storia è senza dubbio quello ambientato nel Ventennio fascista, perché in questi anni l’interpretazione dell’opera tozziana subisce una polarizzazione radicale: da una parte troviamo infatti quei critici che, prolungando una linea interpretativa affacciatasi, per la verità, già vivente l’autore, ne danno una lettura in chiave di fiero nazionalismo culturale; dall’altra, invece, militano i sostenitori del carattere europeo e moderno della sua narrativa. È una storia nota, più volte ripercorsa dalla critica, ma che qui proverò a traguardare da un punto di vista diverso, servendomi di documenti sostanzialmente ignoti, segnalatimi da un instancabile frequentatore di archivi come Paolo Leoncini, che tengo qui a ringraziare per la preziosa e amichevole collaborazione. Continua a leggere Aspetti della ricezione di Tozzi durante il fascismo: un documento inedito e tre articoli del «Corriere padano»

(fasc. 36, 25 dicembre 2020)

Tutto il cibo di traverso: il pasto inquieto nella narrativa di Federigo Tozzi

Autore di Luca Chiurchiù

Introduzione

Federigo Tozzi, il crudele[1] e l’ingiusto[2]. Federigo Tozzi, il moderno[3] e l’insurrezionale[4]. A partire dagli anni Sessanta, da quando cioè Giacomo Debenedetti ha dissotterrato la mina solo in parte esplosa delle sue opere, non sono mancate le formule icastiche con cui la critica ha cercato di designare l’autore senese e la sua scrittura. Una scrittura di cose, senza dubbio, avrebbe detto il suo amico Pirandello, ma di cose ben differenti da quelle raccontate da Verga, pur amato da Tozzi[5]. Cose opache, che non si lasciano più afferrare, che sfuggono alla briglia delle parole; cose che restano al di qua del dicibile e del completamente rappresentabile. Da qui la celebre e fulminante formula debenedettiana, divenuta ormai proverbiale: «il naturalismo narra in quanto spiega, Tozzi narra in quanto non può spiegare»[6]. Ma da qui anche la volontà di Tozzi di concentrare la sua attenzione su quelli che solo all’apparenza, solo non andando a fondo, possono considerarsi i nostri gesti più innocui. Continua a leggere Tutto il cibo di traverso: il pasto inquieto nella narrativa di Federigo Tozzi

(fasc. 36, 25 dicembre 2020)

L’uno “intellettualmente poligamo” e l’altro “dedito tutto a una cosa”. Borgese e Tozzi nei carteggi inediti

Autore di Ilaria de Seta

E ti voglio bene come prima e più di prima,
e desidero di passare un paio d’ore con te.

G. A. Borgese (Parigi, 30-11-1916)

Il sodalizio

Borgese, nato nel 1882, e Tozzi, nato nel 1883, sono praticamente coetanei. Si incontrano a stento trentenni. Ma, mentre Tozzi vivrà solo trentasette anni, Borgese ne vivrà settanta. Dopo alcuni scambi epistolari, il primo incontro avviene a Cornigliano Ligure nel 1913. Borgese fa una lettera di presentazione a Tozzi per l’editore Quattrini. Cosa hanno in comune? Innanzitutto la città di residenza elettiva più o meno temporanea, Roma. Borgese vi si trasferisce nel 1910 da Torino con la cattedra di Letteratura tedesca e ci resta fino al 1917 (quando partirà per Milano); Tozzi ci arriva nel 1914, prendendo servizio alla Croce Rossa con il grado di caporale per l’entrata in guerra, e ci rimane fino alla morte. Il loro sodalizio si rafforza, con l’aggiunta di Pirandello, nel 1917. Continua a leggere L’uno “intellettualmente poligamo” e l’altro “dedito tutto a una cosa”. Borgese e Tozzi nei carteggi inediti

(fasc. 36, 25 dicembre 2020)

Distonie ambientali per ricuciture familiari in “Ricordi di un impiegato” di Federigo Tozzi

Autore di Antonio R. Daniele

La consapevolezza e quasi la soddisfazione a essere inetti non può essere il segno di una vera e propria inettitudine. E questo è un dato che deve collocare Tozzi definitivamente al di là di certi presunti modelli di riferimento[1].

Le questioni biografiche che fanno da sfondo a Ricordi di un impiegato non hanno più peso di quanto ne abbiano sul resto dell’opera tozziana. Per cui, è il caso di dedicarsi prima di tutto alla scrittura, a come essa si presenta ed è offerta – quasi imposta – al lettore. Dopotutto, chi è Leopoldo Gradi? Un giovane che per la prima volta va a lavorare; che per questa ragione ha tutto da dimostrare alla famiglia, a un padre e a una madre che sono uomo e donna fatti. Ama una ragazza che in realtà ha frequentato pochissimo e con la quale intrattiene soprattutto una corrispondenza; lascia la città e va in un paesino di provincia (il che è la dinamica inversa rispetto a una discreta parte della nostra narrativa tardo-ottocentesca, dove – soprattutto dal meridione – abbandonare il paese natio per impiegarsi in città voleva dire ottenere il marchio dalla raggiunta redenzione civile e sociale). Continua a leggere Distonie ambientali per ricuciture familiari in “Ricordi di un impiegato” di Federigo Tozzi

(fasc. 36, 25 dicembre 2020)

Parallelismi e corrispondenze nella raccolta “Giovani”: brevi note su due novelle a confronto

Autore di Maria Panetta

Oltre che «notevole romanziere»[1], per Romano Luperini, Presidente del Comitato per l’Edizione Nazionale dell’opera omnia di Federigo Tozzi[2], lo scrittore senese è stato «soprattutto un grande novelliere»[3]. Ed è, infatti, proprio dalle ventuno novelle di Giovani (concepite fra il 1914[4] e il 1919[5], ed edite tutte in rivista e per la prima volta in volume da Treves nel 1920) che, com’è noto, nel 2018 ha preso avvio la meritoria intrapresa dell’Edizione Nazionale dei suoi scritti, per la capacità che in esse l’autore dimostra di saper coniugare in maniera equilibrata «rappresentazione visionaria e “descrizione realistica”»[6], rientrando di diritto, assieme a Verga e Pirandello, fra i migliori novellieri italiani nel periodo che va dall’Unità d’Italia al secondo conflitto mondiale. Continua a leggere Parallelismi e corrispondenze nella raccolta “Giovani”: brevi note su due novelle a confronto

(fasc. 36, 25 dicembre 2020)

Dall’introduzione alla “Principessa guerriera” di Marina Cvetaeva: “Fiabe, filigrane e un finale tragico”

Autore di Marilena Rea

Nell’universo Cvetaeva[1] il poema Zar-fanciulla (Car’-devica), una fiaba in versi (poėma-skazka, recita il sottotitolo), occupa un posto cardinale. Perché venne composto nel 1920, anno di enormi privazioni, di miseria, freddo e lutto: tra memorie tracciate febbrilmente nei diari e nelle lettere, guerra civile, mercato nero, un marito al fronte e la morte della piccola figlia Irina. Perché è l’espressione più complessa di quello che Cvetaeva chiama la sua «linea russa»[2], cioè l’immaginario folclorico, epico e fiabesco («Voi sapete quanto io ami l’arte popolare (NB! Io stessa sono il popolo!)»)[3]. E soprattutto perché è sempre stato considerato da Cvetaeva la sua «cosa migliore»[4]. […] Continua a leggere Dall’introduzione alla “Principessa guerriera” di Marina Cvetaeva: “Fiabe, filigrane e un finale tragico”

(fasc. 35, 11 novembre 2020)

Tre viaggiatori italiani in Turchia: una breve rassegna di letteratura odeporica

Autore di Ebru Sarikaya

Ogni viaggio comincia con un vagheggiamento

e si conclude con un invece.

(Giorgio Manganelli)

 

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Figura 1: Montagu B. Dunn, Panorama di Istanbul, 1855[1]

Premessa

Le opere prodotte nell’ambito della letteratura di viaggio offrono un ampio ventaglio di spunti e riflessioni che consentono al lettore di penetrare quel mondo affascinante fatto di sguardi, profumi, voci, panorami ed emozioni, ognuno dei quali è portatore di una storia a sé: quella del singolo viaggiatore-scrittore. Ma qual è l’impulso principale che spinge l’uomo a viaggiare e anche a scrivere? Continua a leggere Tre viaggiatori italiani in Turchia: una breve rassegna di letteratura odeporica

(fasc. 35, 11 novembre 2020)

Il punto fuori dalla pagina. Agiografia scientifica di Annetta, prima musa di Montale

Autore di Giovanni Palmieri

O tu che sei tra i vivi
solo perché ti penso;
come se odor d’incenso
fosse il pino che fu;

ma con me vivi, vivi
tu pure un po’: tremando
l’attimo io vedo, quando
non ti penserò più

(Pascoli, A una morta)

Se davvero “Occorrono troppe vite per farne una”, allora si può dire che Montale abbia elaborato nel corso della propria opera una biografia multipla, selettiva e talvolta segreta. Anche Contini, del resto, ha sottolineato con precisione «au préalable l’aspect biographique» della «personnalité poétique» del poeta[1]. Continua a leggere Il punto fuori dalla pagina. Agiografia scientifica di Annetta, prima musa di Montale

(fasc. 35, 11 novembre 2020)