Cerimonie gastronomiche nella «Palinodia» e nei «Nuovi credenti» di Giacomo Leopardi: la società gourmet

Autore di Giuseppe Garrera - Sebastiano Triulzi

Proprio all’inizio della Palinodia al marchese Gino Capponi e dei Nuovi credenti, Leopardi si sofferma con particolare irritazione a guardare degli intellettuali progressisti del proprio tempo mentre, seduti al bar o al ristorante, consumano l’aperitivo e disquisiscono dei problemi del mondo e della società, confrontano idee e si aggiornano, soddisfatti di se stessi, compiaciuti, con lo stomaco e la considerazione di sé in giulebbe, ognuno prendendosi molto sul serio e sorseggiando assieme alla cioccolata le proprie fessissime idee, anzi pasteggiando opinioni e sapori, soluzioni e pasticcini, e ordinando un’altra tazza per accompagnare la beatitudine del sigaro e la digestione dell’ultimo articolo assaporato nel giornale. La scena è feroce. Continua a leggere Cerimonie gastronomiche nella «Palinodia» e nei «Nuovi credenti» di Giacomo Leopardi: la società gourmet

(fasc. 24, 25 dicembre 2018)

• categoria: Categorie Letture critiche

Una ferma utopia. La parabola di una generazione nella poesia di Piera Oppezzo

Autore di Sebastiano Triulzi

È possibile individuare tre tempi nella poesia, nella parabola, non necessariamente biografica, di Piera Oppezzo. All’inizio una paralisi quasi totale, cui fa seguito «una ferma utopia», che credo sia il grande momento chiamiamolo femminile, cioè di solidarietà, del pensare radicalmente una nuova società e un nuovo modo di vivere; e infine, terribile, la restaurazione, il riflusso, e dunque di nuovo la chiusura. Continua a leggere Una ferma utopia. La parabola di una generazione nella poesia di Piera Oppezzo

(fasc. 24, 25 dicembre 2018)

Il “Pasticciaccio”, un giallo «assoluto»

Autore di Ettore Bellavia

I nostri metodi criminalistici sono insufficienti, e quanto più li perfezioniamo tanto più insufficienti diventano alla radice. Ma voi scrittori di questo non vi preoccupate. Non cercate di penetrare in una realtà che torna ogni volta a sfuggirci di mano, ma costruite un universo da dominare. Questo universo può essere perfetto, possibile, ma è una menzogna. Mandate alla malora la perfezione se volete procedere verso le cose, verso la realtà, come si addice a degli uomini, altrimenti statevene tranquilli, e occupatevi di inutili esercizi di stile1.

A parlare è l’ex comandante della polizia cantonale di Zurigo in La promessa: un requiem per il romanzo giallo, di Friedrich Dürrenmatt. È il 1958. Un anno prima, in Italia, l’editore Garzanti riusciva nell’impresa di pubblicare Quer pasticciaccio brutto de via Merulana di Carlo Emilio Gadda, il giallo più «assoluto»2 di sempre, secondo Leonardo Sciascia. Continua a leggere Il “Pasticciaccio”, un giallo «assoluto»

  1. F. Dürrenmatt, La promessa: un requiem per il romanzo giallo, trad. italiana di S. Daniele, Milano, Feltrinelli, 2005, p. 17.
  2. L. Sciascia, Breve storia del romanzo poliziesco, in Id., Cruciverba, Torino, Einaudi, 1983, p. 231.

(fasc. 24, 25 dicembre 2018)

Anglo, Franco, Slavo, Italo, Svevo. Il mito e il fatto della letteratura triestina

Autore di Riccardo Cepach

Trieste è, fra le molte altre cose, un luogo mitopoietico. Come un albero di pere dà instancabilmente pere, Trieste crea continuamente miti di sé stessa, tali che per qualche tempo sembrano dare una lettura chiara ed esaustiva della sua irriducibile complessità. Ma questi miti territoriali e moderni, a differenza di quelli universali e antichi, hanno vitalità breve. Uno dei più interessanti e resistenti è quello della città “crogiolo”, di lingue, popoli, culture, quello che secondo la corrispondente espressione inglese diremmo un melting pot. Ma un crogiolo è un affare in cui metti degli oggetti eterogenei, fornisci calore, e ciò che sta dentro si fonde, appunto, dando vita ad un amalgama nuovo. Nel crogiolo triestino non si è mai fuso niente. Anzi spesso i miti contrapposti hanno contribuito ad allargare le distanze fra le diverse anime della città: una fetta a sognare l’unico porto, la perla dell’Austria Felix, naturalmente opposta all’Irredenta ardente di italianissimo fervore; così la fascistissima e, di lì a poco, la socialista federativa e jugoslava del motto titino «Trst je naš»; per qualche tempo l’isolato capoluogo del suo stesso microscopico regno sovranazionale, lo swinging TLT–Territorio Libero di Trieste, anzi, Free Territory of Trieste sottoposto al governo militare alleato; più recentemente la capitale meridionale della Mitteleuropa e, ancora, il “nessun luogo” evocato da un suggestivo libro di Jan Morris. E chissà quanti ne dimentico. Sono tutte letture sovrapposte e mitologiche, quando più e quando meno fondate. Ed è corretto parlarne in questi termini, anche quando si tratta di eventi storici, perché qui ci si rifà, appunto, alla loro natura mitica o, come si dice ora, alla narrazione che ne viene fatta, che spesso è tutta retrospettiva. Continua a leggere Anglo, Franco, Slavo, Italo, Svevo. Il mito e il fatto della letteratura triestina

(fasc. 23, 25 ottobre 2018)

L’arte dell’isolamento. Note e spunti da un reportage triestino di Carlo Cassola

Autore di Sandro de Nobile

Ad onta di quanto dichiarato nel 1975 al settimanale «Epoca»1, al quale confessa di sentirsi esclusivamente uno scrittore, e non un giornalista, Carlo Cassola, nella sua lunga e feconda attività scrittoria, accosta a più riprese all’impegno letterario il lavoro giornalistico, cui si presta principalmente negli anni ’40-50, salvo poi riprenderlo, in maniera sostanziale, attraverso la singolare saggistica ambientalista e pacifista datata anni ’70. Continua a leggere L’arte dell’isolamento. Note e spunti da un reportage triestino di Carlo Cassola

  1. Il divino mestiere (intervista di Piero Fortuna a Bellonci, Bevilacqua, Cassola, Fusco, Gatto, Pasolini, Tomizza, Zavattini), in «Epoca», 25 gennaio 1975, p. 67.

(fasc. 23, 25 ottobre 2018)

Mille sfumature di “triestinità”: itinerari autobiografici di Mauro Covacich

Autore di Maria Panetta

Mauro Covacich: classe 1965, triestino.

È autore, com’è noto, di romanzi, racconti e scritti vari1: nel maggio 2006, è uscito un suo volumetto per i tipi dell’editore Laterza, dal titolo evocativo Trieste sottosopra. Quindici passeggiate nella città del vento, che rimanda ovviamente all’incontro/scontro, nello snodo nevralgico di Trieste, di vari venti, rappresentati su una bitta, alla fine del centrale e imponente Molo Audace, in una rosa dei venti che ricorda il maestrale, lo scirocco, il libeccio e il grecale, sui quali campeggia, incontrastata, la bora; ma che allude anche alla volontà dell’autore di – per così dire – “spettinare” Trieste e le sue immagini tradizionali di città severa e composta, nella propria austroungarica eleganza, e di città “letteraria” per eccellenza. Continua a leggere Mille sfumature di “triestinità”: itinerari autobiografici di Mauro Covacich

  1. Per Neri Pozza è uscito Colpo di lama nel 1995; due anni dopo Mal d’autobus (Marco Tropea editore); nel 1998 Anomalie (Mondadori, come L’amore contro, edito nel 2001); per Einaudi ha pubblicato A perdifiato (2005; già Mondadori 2003), Fiona (2005), la storia autobiografica Prima di sparire (2008), A nome tuo (2011), L’esperimento (2013); per Laterza Storia di pazzi e di normali. La follia in una città di provincia (2007) e L’arte contemporanea spiegata a tuo marito (2011); per Bompiani la raccolta di diciassette racconti La sposa (2014); infine, per La nave di Teseo La città interiore (2017).

(fasc. 23, 25 ottobre 2018)

Sullo spartiacque: l’abalietà di Roberto Bazlen

Autore di Salvatore Presti

Silenzioso, silenzioso, eternamente irraggiungibile, il gatto dal pelo di seta passava davanti (…)1.

Di Roberto (Bobi) Bazlen si è detto molto, tanto che la sua figura di letterato è stata oggetto di ben quattro romanzi2 e di biografie che, in taluni casi, sfiorano l’agiografia3. Continua a leggere Sullo spartiacque: l’abalietà di Roberto Bazlen

  1. R. Bazlen, Scritti, a cura di Roberto Calasso, Milano, Adelphi, 1984, p. 144. Le carte sono state pubblicate e tradotte dal tedesco, lingua preferita dal triestino, dallo stesso Calasso. Il libro comprende Il Capitano di lungo corso, pubblicato per la prima volta nel 1973, Note senza testo, nel 1970, Lettere editoriali, uscite nel 1968 con una nota di Sergio Solmi, Lettere a Montale, apparse nel 1984.
  2. Si tratta di Manoscritto di Fabrizio Onofri che è del 1948, di L’orologio di Carlo Levi che è del 1950, di Lo stadio di Wimbledon di Daniele Del Giudice del 1983 e Giacomino di Antonio Debenedetti del 1994.
  3. Mi pare che il recente libro della Battocletti su Bazlen pecchi qua e là di questa tentazione agiografica, che esalta e giustifica spesso, laddove dovrebbe limitarsi meno prosaicamente a raccontare. La Battocletti ha il proprio eroe e lo tutela contro ogni intromissione: cfr. C. Battocletti, Bobi Bazlen. L’ombra di Trieste, Milano, La Nave di Teseo, 2017.

(fasc. 23, 25 ottobre 2018)

Di terra e d’amore: annotazioni sulla poesia di Mara Sabia

Autore di Alice Figini

La poetessa lucana Mara Sabia racconta storie della propria terra, d’amore e di donne mitologiche che si confondono con il paesaggio, fino a immedesimarsi con esso e a renderlo partecipe del proprio dolore, dello struggimento, della condanna di una pena d’amore. Nella forza della sua scrittura si avverte una sorta di realizzazione, di compimento, come se solo attraverso la messa per iscritto la voce trovasse finalmente la quiete: la parole vengono distillate, scelte con cura; ciascuna sembra contenere una lacrima, un grido o, forse, un richiamo. Continua a leggere Di terra e d’amore: annotazioni sulla poesia di Mara Sabia

(fasc. 22, 25 agosto 2018)

Quel ramo… quella Roma: «come Catilina». Nota sui “Promessi Sposi”

Autore di Michele Armenia

L’occhio non vede cose ma figure di cose che significano altre cose1.

Ecco che questa pagina, sintatticamente così irta, non ci appare più misteriosa, è una grande panoramica con carrellata, è una discesa a volo d’uccello (…)2.

Si nunc se nobis ille aureus arbore ramus
ostendat nemore in tanto (…)

(Eneide, VI, vv. 187-188)

Si mihi, mater, placidae palumbes
arborem monstrent ubi mirus ille
clam latet ramus (…)

(F. Bandini, Ramus aureus, III, vv. 109-110)3

Il lettore del capolavoro manzoniano, giunto per gradi alla conversione dell’Innominato, non può non gioire, alfine, per Lucia liberata (cap. XXIV): supposto che egli sia bonus lector/bonus civis. Di contro, il vanaglorioso don Rodrigo, «fulminato da quella notizia così impensata, così diversa dall’avviso che aspettava», decide di venirsene a Milano: «partì come un fuggitivo, come (ci sia un po’ lecito sollevare i nostri personaggi con qualche illustre paragone), come Catilina da Roma, sbuffando, e giurando di tornar ben presto, in altra comparsa, a far le sue vendette» (cap. XXV). Continua a leggere Quel ramo… quella Roma: «come Catilina». Nota sui “Promessi Sposi”

  1. I. Calvino, Le città invisibili, Torino, Einaudi, 1991, p. 21.
  2. U. Eco, Panoramica con carrellata, in «L’Espresso», 24 febbraio 1985.
  3. Cfr. la URL: http://www.vatican.va/roman_curia/institutions_connected/latinitas/documents/rc_latinitas_20050208_ramus-aureus_lt.html (ultima consultazione: 31 luglio 2018).

(fasc. 22, 25 agosto 2018)

La protesta di Giobbe: una nota su Levi e Morselli

Autore di Maria Panetta

Nel 1977 apparve a Milano la prima edizione di Fede e critica, libro elaborato da Morselli nel biennio 1955-1956, ma meditato a partire dal 19521. Nella sua Nota introduttiva, indirizzata ai lettori, l’autore precisa di non essere un «religioso»2, né un «mistico», ma ammette che quelle sue pagine sono state elaborate sotto «l’urgenza di una ricerca» e dettate da un evidente «interesse» dell’autore per le questioni trattate3. Continua a leggere La protesta di Giobbe: una nota su Levi e Morselli

  1. Cfr. M. Fiorentino, Fede e critica, in Ead., Guido Morselli tra critica e narrativa, pref. di F. D’Episcopo, Napoli, Eurocomp 2000, 2002, pp. 141-81 (in particolare, p. 143).
  2. Tutte le citazioni saranno tratte dall’edizione milanese Adelphi del 1977; per le seguenti, cfr. p. 11.
  3. Si veda anche il cap. VIII: «Non sono soltanto parole, queste che sto scrivendo, o sono parole compendianti un’esperienza, che non è quella di un santo o di un apostolo ma di un uomo come innumerevoli altri, non più illuminato, non meglio sottratto ai comuni limiti e vincoli» (p. 193).

(fasc. 22, 25 agosto 2018)