Tra realismo e lirismo: il vitalismo inquieto di Scipio Slataper e il legame dei triestini col Carso

Author di Maria Panetta

Il mosto bolliva nelle botti aperte, sciamante di moscerini ubbriachi.

(S. Slataper, Il mio Carso)[1]

Come molti ricordano, Scipio Slataper nacque nel 1888 a Trieste, all’epoca in cui la città faceva parte dell’impero austro-ungarico, da padre sloveno della zona di Tolmino[2] (Tomizza lo riconduceva, invece, nel 1992 a origini boeme)[3] e madre italiana di provenienza veneta. Come molti triestini, fu sempre consapevole della propria natura ibrida di “sanguemisto”, che divenne il segno della sua “diversità”, a volte esibita e talora rivendicata. Continue reading Tra realismo e lirismo: il vitalismo inquieto di Scipio Slataper e il legame dei triestini col Carso

(fasc. 35, 25 ottobre 2020)

Il contratto matrimoniale tra Pasquale Croce e Luisa Sipari (1861)

Author di Lorenzo Arnone Sipari

Il «curriculum vitae» di Benedetto Croce, contenuto nelle Memorie utilizzate per la stesura del Contributo alla critica di me stesso dell’aprile 1915, si apriva con il seguente passo:

Nacqui il 25 febbraio 1866 a Pescasseroli, paesetto della provincia d’Aquila. Mio padre, Pasquale, era di famiglia abruzzese, trapiantatasi a Napoli nella generazione precedente. Mia nonno, Benedetto, era magistrato, e morì in Napoli nel 1852 [sic] consigliere della Corte Suprema di Giustizia. Mia madre, Luisa Sipari, era di Pescasseroli; e quivi essendosi ritirata col marito nel 1866 durante l’epidemia colerica di Napoli, nacqui io, terzogenito (essendo stato preceduto da un maschio e da una femmina, che morirono bambini). Dopo di me nacquero altri quattro figli, due morti bambini, gli altri due, Alfonso, nato nel 1867, e una sorella, Maria, nata nel 1870[1].

Continue reading Il contratto matrimoniale tra Pasquale Croce e Luisa Sipari (1861)

(fasc. 37, 25 febbraio 2021)

La libertà dello Spirito. Per una critica filosofico-politica al liberalismo di Benedetto Croce

Author di Antonio Caiazzo

Premessa

È l’unica ed eterna stella dei naviganti nel mare tempestoso della vita […] sol essa produce le cose nuove, le nuove idee, i nuovi atteggiamenti, i nuovi istituti, i nuovi modi di vita; e le vie della libertà il mondo, che non vuole e non può morire, deve sempre di necessità ripigliare, nonostante le parole diverse e avverse che taluni o molti degli uomini vociferano e che non possono cangiare la legge del mondo[1].

Queste poche battute, oltre a riassumere tutta la tensione etico-politica che caratterizza la figura di Benedetto Croce, sembrano mostrare come la questione della Libertà e del suo svolgersi con e attraverso il mondo sia centrale per comprenderne a pieno la riflessione[2]. Parole come «eterna stella», «nuovi modi di vita», «vie della libertà», «legge del mondo», infatti, testimoniano una mal celata frizione tra filosofia ed esperienza integrale, idealismo e storicismo, moralità e realismo politico che attraversa la filosofia crociana. Una tensione, un contrasto che viene da lontano a partire – almeno – dal volume Materialismo storico ed economia marxistica e dal carteggio con Vilfredo Pareto del 1900; passando per la Filosofia della pratica del 1909, palesandosi in tutta la sua forza nella distinzione metapolitica tra liberalismo e liberismo del 1928, per poi esplodere definitivamente nel 1932 con la Storia d’Europa nel secolo decimonono. In particolare, all’interno della «religione della libertà» si evidenzia chiaramente come tali istanze non siano solamente compresenti, ma si richiamino vicendevolmente. Anticipando alcune delle nostre conclusioni, si potrebbe affermare che, quanto più Croce cerca di mettere a punto il proprio liberalismo, inserendolo nel piano teoretico-categoriale dello spirito, facendone una teoria metapolitica, tanto più prepotentemente emerge in lui la difficoltà di afferrare gli accadimenti storici nella loro viva concretezza, cioè sul piano della lotta politica. All’opposto, sembrerebbe che Croce, quanto più cerca di allargare le maglie del proprio liberalismo, riconoscendo una certa autonomia categoriale al piano politico, tanto più forte emerge in lui la necessità di pacificare ogni conflittualità storica nell’alveo di quel superiore svolgimento etico-politico a cui sembra mettere capo la storia della libertà in quanto eterna autocoscienza dello spirito. Continue reading La libertà dello Spirito. Per una critica filosofico-politica al liberalismo di Benedetto Croce

(fasc. 37, 25 febbraio 2021)

Interno Croce. Sulle “Conversazioni” di Giovanni Castellano

Author di Rosalia Peluso

 

I would prefer not to.
(H. Melville, Bartleby, the Scrivener)

E bene adoperi, povero Wagner, nella tua ingenua dignità e nella tua affettuosa dedizione, ad ascoltare deferente e a non sentirti ferito!
Faust è pur sempre un filosofo e un uomo,
e la sua ferocia contro di te è tutta intellettuale.
(B. Croce, Il pedante Wagner)

Le Conversazioni col Croce e con me stesso: materia per biografi?

Nella letteratura critica su Croce si incontra molto raramente il nome di Giovanni Castellano[1]. Quando lo si incontra, di solito è accompagnato da molte riserve e da una certa ironica indulgenza, quasi come se alla sua figura fosse dovuta la stessa bonaria accoglienza con cui Croce lo aveva ammesso tra gli «altri frequentatori» della sua casa. Così lo presenta, ad esempio, Fausto Nicolini nella sua biografia del 1962, alludendo, con l’aggettivo residuale, alla funzione di assoluta minorità intellettuale di Castellano rispetto a Croce[2]. Nicolini, che ha conosciuto direttamente Castellano, dice di lui che, già trentenne, folgorato dalla lettura del filosofo, abbia lasciato l’agiata vita di possidente a Trani per trasferirsi a Napoli e frequentare assiduamente casa Croce, fino ad arrivare ben presto a sostituire Antonio Sarno nella funzione di «gratuito e premurosissimo segretario, venendo per tal modo ad addossarsi, senza che alcuno glielo chiedesse, una serie di còmpiti tutt’altro che lievi»[3]. Questi compiti consistono nella gestione e nell’ordinamento della fitta corrispondenza crociana, compresa la ricopiatura delle lettere, nella conservazione degli “scartafacci” – tra i quali la copia manoscritta del Contributo alla critica di me stesso del 1915 e della Storia d’Italia, dei quali Croce lo omaggiò –, nella costante compagnia in diversi viaggi e durante i quasi tredici mesi della permanenza di Croce al Ministero della Pubblica Istruzione al tempo dell’esperienza al governo con Giovanni Giolitti.

Nicolini indugia nel riproporre del «povero», «buon», «ottimo» Castellano una lunga serie di stereotipi sulla sua figura, in modo particolare l’etichetta di «Eckermann di Croce» che gli era stata affibbiata, con intenti tutt’altro che benevoli, da Giovanni Gentile e Ferdinando Russo[4]. Aprendogli archivi, corrispondenza e opera, oltre che le porte di casa, Croce ha anche accettato che Castellano provvedesse alla curatela di scritti minori, quelli che poi andranno a costituire i volumi delle prime Pagine sparse. Ha sostenuto con «suggerimenti orali e appunti scritti» la composizione di un libro di Castellano intitolato Ragazzate letterarie, pubblicato da Ricciardi nel 1919 e che si presenta come un documento di «beatificazione» di Croce, come ricordato da Raffaele Colapietra, in un momento in cui da una parte si coltiva in tutta Europa il mito della gioventù e dall’altra si guarda apprensivi nei confronti di Croce, per molti guida illuminante della gioventù primo-novecentesca e dei suoi furori[5]. Le Ragazzate sono, come molti altri scritti di Castellano, un contributo alla storia della cultura e fanno luce, in modo particolare, su una serie di «chiassate», ovvero interessanti polemiche, quasi tutte letterarie, che vedono sempre al centro Croce, bersaglio di più fuochi incrociati: si segnalano quelle con Ettore Romagnoli, Giuseppe Antonio Borgese, Giovanni Papini, la “seconda «Voce»”, gli interventisti, gli accusatori del Croce “germanofilo”. Al di là del tono apologetico già rilevato, nonché controllato e suggerito dallo stesso filosofo, andrebbero rilette, a un secolo di distanza, come un documento storico-culturale, talvolta divertente e spassoso, certamente rappresentativo di climi e umori culturali e spirituali[6].

Più impegnativa diventa la composizione dell’Introduzione – «bibliografica», aggiunge Nicolini – allo studio delle opere di Benedetto Croce e soprattutto di un altro lavoro divulgativo, in continuazione col primo, che effettivamente Castellano inizia, ma quel che il biografo di Croce omette – di certo per pudore e rispetto nei confronti della vita privata dell’autore, gravato da una profonda crisi psicologica dalla quale probabilmente non si riprenderà più – non riesce a portare a termine; tanto che il lavoro viene prima affidato a Enrico Ruta e, di seguito al secondo fallimento, al «rimedio eroico» dello stesso Croce che, «pur servendosi del nome di Castellano e, quindi parlando di sé in terza persona, [diventa] critico e storico di se stesso»[7]. Compito, del resto, già assolto da Croce nel Contributo e non solo. Questa nuova “auto-introduzione” prende, poi, il titolo definitivo di Benedetto Croce. Il filosofo. Il critico. Lo storico ed esce, sempre per Ricciardi nel 1924, poi in seconda edizione, accresciuta di una bibliografia cronologica, per Laterza nel 1936, con un destino molto singolare: pur essendo nota la paternità spuria dello scritto, nonché l’intervento diretto del filosofo nella composizione, questo «pseudo Castellano» viene considerato quasi unanimemente dalla critica un’opera superficiale. Valga segnalare la feroce recensione di Gentile sul «Giornale critico della filosofia italiana», che parla del volume come del risultato di una “scimmiottatura filosofica”[8]. Alle accuse gentiliane lo stesso Castellano risponde con una lettera aperta che viene pubblicata su «Polemica» e «Azione», rifiutata invece da «Rivoluzione liberale». In realtà, già da tempo Castellano era diventato punto nevralgico del dissidio sempre più feroce che coinvolgeva Croce e Gentile. Diversamente e più obiettivamente sembra comportarsi anni dopo Eugenio Garin, il quale, in un capitolo del primo volume delle Cronache di filosofia italiana dedicato alla Filosofia dello spirito crociana, ricorda gli scritti di Castellano e riporta diversi brani delle sue opere, dimostrando così di ritenerle implicitamente rappresentative del pensiero crociano[9].

In effetti, il tono non è più quello proprio delle “ragazzate”, ma più sobrio e moderato, segno evidente anche della revisione da parte della penna di Croce. I motivi del suo pensiero, che si dipana lungo i sentieri distinti ma comunicanti della filosofia, della critica letteraria e della storiografia, fino ai primi anni Venti sono enucleati tutti: l’unità di filosofia e storia, la dimensione anti-metafisica («l’opposizione alla filosofia teologizzante», qui vien chiamata), l’«inesauribilità della filosofia», la storicità del vero, le forme della Filosofia dello spirito, il problematico rapporto con le scienze, il confronto con la logica hegeliana, le principali tesi di teoria della storia – a partire dalla “contemporaneità” –, e le storie particolari che corredano i suoi libri (storie della filosofia, della poesia, della storiografia, della politica e della morale), fino all’attività politica in senso stretto. All’esposizione dei nuclei concettuali del pensiero è di seguito aggiunta una prima appendice contenente cenni biografici, anch’essi fermi, come la parte precedente, al 1923, con l’aggiunta di una postilla successiva che elenca nuove onorificenze di Croce (si segnala, per inciso, la laurea honoris causa del 1927 da parte dell’Università di Marburgo) nonché la segnalazione che Gentile non è più collaboratore della «Critica». Fa seguito una seconda appendice propriamente bibliografica, divisa in Opere di Croce e in Letteratura intorno alle opere di Croce, al tempo abbastanza ristretta, ma val la pena ricordare: la prima monografia di Giuseppe Prezzolini del 1909, seguita da quelle di Francesco Flora nel ’27 e di Ferruccio Pardo sulla “filosofia teoretica” di Croce del ’28; la prima in lingua inglese ad opera di Herbert Wildon Carr del ’17; la prima americana del ’22 a firma di Raffaello Piccoli; la prima tedesca di Alexander Fraenkel del ’29 sulla “filosofia della natura”, che sarà anche discussa dal filosofo con Castellano nel loro carteggio; la segnalazione infine di quella giapponese di Naoshi Kugemunea del ’22. Chiude il volume del ’36 una già lunga Cronologia degli scritti di Benedetto Croce (1882-1936).

In tempi più recenti Giancristiano Desiderio, nel secondo volume di Parerga e paralipomena della sua Vita intellettuale e affettiva di Benedetto Croce, è tornato su Castellano quasi a volerne riabilitare la figura e a sottrarlo da un feroce dileggio cui è stato condannato dagli stessi ambienti crociani, specialmente dopo che il crollo di nervi lo condusse ad abbracciare il fascismo, ad allontanarsi da Croce e da Napoli, per rinchiudersi in un volontario esilio in Svizzera dal quale non uscirà più. Esprimendo un giudizio molto positivo sulla seconda “introduzione” dello pseudo-Castellano (o pseudo-Croce), documento che secondo il biografo sarebbe ancora un utile strumento per avvicinare il pensiero crociano, Desiderio fa leva in particolare sull’epistolario di Croce a quello che dire “segretario” o “archivista” non sarebbe nemmeno corretto. Oltre ai moti d’affetto che abbondano nelle lettere, anche dopo l’allontanamento fisico e politico cui si è accennato, Croce ha affidato, infatti, ad alcune testimonianze epistolari a Castellano del settembre 1909 i motivi della sua distanza filosofica da Gentile, quel dissidio «tra filosofi amici» che qualche anno dopo si espliciterà pubblicamente sulla «Voce»[10]. Un dato estremamene rilevante per sondare il livello di confidenza raggiunto dal filosofo col suo interlocutore, conosciuto appena l’anno prima, al quale dà già istruzioni per inserirsi nelle polemiche anti-crociane, raccomandandogli «però di non polemizzare col Gentile».

Le lettere alle quali Desiderio fa riferimento sono state raccolte nel 1985 da Pio Fontana, al tempo docente dell’Università di San Gallo, in Svizzera[11]. Di questa selezione vanno messi in risalto due dati in modo particolare. Innanzitutto, il fatto che si tratti di uno dei volumi dell’epistolario di Croce: il titolo del libro è appunto Lettere a Giovanni Castellano e si riferisce a un arco temporale compreso tra il 1908, anno del primo contatto da parte di Castellano, con conseguente risposta di Croce, e il 1949, anno dell’ultima lettera crociana. Il secondo dato da rilevare riguarda il giudizio a monte di tale selezione: a differenza di altri interlocutori con cui Croce era in corrispondenza, la figura del segretario-archivista non è quella di un «personaggio di pari o comunque di alto livello»: egli è stato un «modesto discepolo», quantunque «amico»[12]. Eppure, aggiunge il curatore, per una serie di circostanze pratiche e affettive, le lettere a Castellano consentono di penetrare nell’«officina del filosofo» durante gli anni della loro collaborazione e addirittura di disegnare un inedito panorama spirituale di Croce, possibile soltanto a chi ha avuto libero accesso al suo “interno”: costituiscono pertanto materia di base per «una biografia intima di Croce, che sarebbe ancora da scrivere»[13]. Fontana si sente di esprimere questo giudizio perché ha avuto modo di leggere anche le risposte di Castellano conservate a Napoli presso l’attuale Fondazione Biblioteca Croce, nonché un «diario» o «inedito giornale» di cui per primo dà notizia, ovvero le diverse versioni di un complesso documento umano e intellettuale che Castellano, egli dice all’oscuro di Croce, ha redatto per tutti gli anni del loro rapporto, sia nella più intima prossimità sia nell’abissale distanza politica e fisica[14]. Si tratta di un voluminoso fascicolo che va sotto il nome di Conversazioni col Croce e con me stesso. Appunti per la storia della cultura e del costume ai principî del secolo XX. Per arrivare a parlare di questo documento è necessaria qualche ulteriore precisazione biografica.

Castellano muore in circostanze oscure nel 1951, a 73 anni, e Croce, com’è noto, l’anno seguente. Castellano muore in Svizzera, a Merano, dove vive con la seconda moglie, Clara Steinlin, dopo il divorzio dalla prima che si consuma nel 1923, periodo in cui Castellano attendeva alla composizione della seconda introduzione a Croce. Non avendo eredi diretti, Clara Steinlin, prima di morire, dispone che l’archivio del marito, comprese diverse versioni delle Conversazioni, sia destinato alla storica Kantonsbibliotek Vadiana della cittadina elvetica di San Gallo, dove nel frattempo si era trasferita e sede appunto dell’Università in cui Fontana insegnava. Diversi anni dopo, nel 2003, Roberta Bruno Pagnamenta e Renato Martinoni curano un volume descrittivo del Fondo Castellano alla Vadiana, presentando l’inventario delle lettere di e a Croce, selezionate, trascritte e conservate da Castellano in un arco temporale che va dal 1903 al 1933 e che probabilmente avrebbe dovuto costituire la base di un non specificato progetto editoriale[15]. Il catalogo contiene anche due interessanti appendici, una sul Fondo Croce di San Gallo, e l’altro sulle Conversazioni di Castellano (si deve alla stessa volontà di Castellano l’istituzione di due Fondi separati, uno dedicato a Croce e l’altro a se stesso).

Cosa sono dunque queste Conversazioni? Come recita il sottotitolo, degli «appunti di storia della cultura e del costume» dell’Italia nella prima metà del Novecento presi in un luogo di osservazione molto particolare, casa Croce, lo studio o gli studi di Croce, poiché, come si è detto, Castellano seguiva il filosofo quasi ovunque: qui, in quell’ombra letterale e metaforica in cui si è consumata la sua esistenza, il segretario-archivista conversa col filosofo, assiste a e ascolta diverse importanti conversazioni di Croce con altri interlocutori. Lo accompagna, ad esempio, al Congresso di filosofia di Bologna del 1911 e trascrive la conversazione con Bergson, che non viene chiaramente registrata negli Atti ufficiali[16]. Lo accompagna anche al Teatro San Carlo di Napoli ad ascoltare Mussolini alla vigilia della marcia su Roma e raccoglie e mette per iscritto quel che sarebbe stato il giudizio a caldo del filosofo su quel discorso. È, a detta dello stesso Croce, suo «compagno nella vita di Roma» durante l’esperienza ministeriale al dicastero della Pubblica Istruzione tra il 1920 e il ’21, durante la quale Castellano, che si trasferisce nella Capitale col filosofo, raccoglie inediti particolari che non si trovano nei Taccuini di lavoro crociani[17]. È stato già ricordato che Castellano avesse libero accesso alla corrispondenza e all’archivio crociano e che aveva assunto il compito o si era assunto il compito, in ogni caso col beneplacito di Croce, di ricopiare i testi della sua corrispondenza. Quel che nessuno sembrava sapere è che Castellano aveva l’abitudine di fare una copia anche per sé, certamente per meglio comporre le sue opere di divulgazione e difesa del crocianesimo, ma anche per inserirla nel curioso documento delle Conversazioni. Qui ci sono appunto il carteggio di Croce con Castellano e i carteggi di Castellano con Gentile, Prezzolini, e con un giovanissimo Raffaello Franchini, per fare qualche nome[18]. La pratica della trascrizione era chiaramente facilitata negli anni della più stretta collaborazione. Eppure, come testimonia il libro curato da Bruno Pagnamenta e Martinoni, Castellano, che lascia Napoli nel 1928 e dal ’36 subisce l’interruzione della corrispondenza con Croce, continua ad avere libero accesso ai suoi documenti privati almeno fino al 1933, quando, in occasione della sua ultima visita a Napoli, ordina definitivamente i carteggi crociani mentre il filosofo è lontano da Palazzo Filomarino, rifiutando dunque di aspettarlo per quello che sarebbe stato il loro ultimo incontro.

Allo stato dei fatti le Conversazioni di Castellano costituiscono senza dubbio materia per i biografi di Croce, per le ragioni esplicitate già da Fontana nella sua introduzione alle Lettere e, in secondo luogo, perché, almeno negli anni della loro prossimità fisica, con interventi e raccordi tra i documenti di sua mano, Castellano ha “registrato” incontri e giudizi del filosofo, raccolto carte inedite che potrebbero sopperire ad alcune lacune dei Taccuini. In questa prospettiva, un altro esemplare e più recente uso delle Conversazioni è stato fatto da Carlo Nitsch, come emerge dalla Nota all’edizione nazionale da lui curata di L’Italia dal 1914 al 1918. Pagine sulla guerra (seconda serie delle Pagine sparse raccolta da Castellano) e dal volume La feroce forza delle cose. Etica, politica e diritto nelle Pagine sulla guerra di Benedetto Croce: anche Nitsch, come prima di lui di Fontana, dimostra concretamente come il singolare diario possa aiutare a ricostruire e integrare, ad esempio sul piano storico-editoriale, informazioni lacunose nei Taccuini e in altri documenti[19].

Le Conversazioni di Castellano risultano utili, in conclusione, nella misura in cui è rispettata la destinazione per cui vengono ideate, vale a dire quale documento di storia della cultura, “integrativo” di alcuni «elementi» per la ricostruzione della «personalità» di Croce: così è specificato nel titolo nella prima ideazione, anteriore alla rottura col filosofo. Difficilmente le carte di Castellano potrebbero portare nuova luce sulla figura pubblica ormai acquisita di Croce. È vero altresì che, qualora fossero meglio e meno pregiudizialmente approfondite, esse potrebbero comporre la “biografia intima” cui accennava Fontana e forse anche costruire una sorta di piccola “biografia non ufficiale” del filosofo, almeno non da lui consapevolmente controllata. Soltanto però avendo ben chiara la natura del testo, le Conversazioni avrebbero la forza di descrivere una sorta di “interno Croce” che collabori a diversamente illuminare le stanze del filosofo. Chi pensasse di trovare in esse una “filosofia”, in qualche modo integrativa di quella crociana, proposito cui pure ambiva lo stesso Castellano, oltreché rimanere deluso, sarebbe imprudentemente condotto fuori strada: non esiste un pensiero di Castellano al di fuori di quello di Croce. Esistono, invece, le opinioni di questo singolare discepolo, in modo particolare quelle politiche, per valutare le quali andrebbero richieste più competenze storiografiche che filosofiche. Pertanto, più che uno studio filosofico delle carte, al quale bisogna certamente rinunciare in partenza, occorre invece procedere a uno studio filologico che solo permette l’evidenza delle integrazioni storico-culturali cui si è accennato. Per questa ragione è fondamentale segnalare lo stato di conservazione non proprio ottimale in cui versano i documenti dei due fondi italiani della Vadiana, il Fondo Castellano e il Fondo Croce.

Lo stato di conservazione delle Conversazioni

Per più di quarant’anni Castellano scrive e riscrive, compone e ricompone quelle che egli intitola, nella variante più corposa, Conversazioni col Croce e con me stesso. Appunti per la storia della cultura e del costume ai principî del secolo XX. Un dattiloscritto di cinquemila pagine circa, con numerose note a mano, redatto tra l’altro in più versioni, mai pubblicato finora né grandemente considerato in ambito critico. Il documento si conserva ancora, assieme ad altri inestimabili documenti crociani, alcuni dei quali in unica copia superstite, presso la Biblioteca Cantonale Vadiana di San Gallo, dove sono giunte a seguito della donazione della seconda moglie di Castellano.

L’attuale sistemazione del Fondo Castellano (Nachlass Giovanni Castellano) si deve a Pio Fontana. Wolfgang Göldi, nella veste di responsabile della Vadiana di San Gallo, ha realizzato nel 1996 un primo inventario, semplicemente descrittivo e funzionale, del Fondo Croce. La numerazione delle carte non è sempre completa. Le scatole che raccolgono i materiali non sono ancora state provviste di una segnatura. Ancora prima di procedere allo studio filologico delle carte, è indispensabile un nuovo e più completo lavoro di sistemazione archivistica.

Tra i più importanti documenti conservati nei Fondi vanno ricordati: il manoscritto autografo del Contributo alla critica di me stesso, con dedica a Giovanni Castellano, e la copia manoscritta della stessa opera preparata per la stampa, a cura di Antonio Sarno, con annotazioni interlineari e marginali di Croce; il manoscritto autografo della Storia d’Italia dal 1871 al 1915.

Una prima e più completa sistemazione inventariale è stata data alle lettere del filosofo, e si può leggere nel libro curato da Bruno Pagnamenta e Martinoni. Qui, si anticipava, si dà l’inventario delle lettere di e a Croce ricopiate da Castellano negli anni 1903-1933. In tre distinte scatole sono, invece, conservate le copie dell’epistolario completo fra Croce e Castellano negli anni 1908-1949.

Tra i documenti più rilevanti custoditi alla Vadiana ci sono certamente le diverse versioni delle Conversazioni col Croce e con me stesso.

Questo testo inedito, si diceva in precedenza, nasce all’inizio come un diario intimo di Castellano e si arricchisce via via di dialoghi, riflessioni, scambi di opinioni di e con Croce e con altri interlocutori della cultura e della politica della prima metà del Novecento. Il testo è stato varie volte rivisto e riscritto da Castellano fino all’anno della morte. Consta soprattutto di pagine dattiloscritte, ma si leggono molte integrazioni e note autografe. La materia è disposta in due parti principali: la prima, corrispondente agli anni dal 1906 al 1922, copre all’incirca 1000 pagine (cc. 1-1905); la seconda va dal 1922 al 1941 e copre circa 4000 pagine (cc. 1096-5046).

L’opera subisce, dunque, notevoli variazioni nel corso del tempo e nelle carte di Castellano si trova indicata con tre distinti titoli: 1) Conversazioni col Croce ovvero Elementi a integrazione della sua personalità; 2) Conversazioni col Croce e con me stesso. Appunti per la storia della cultura e del costume ai principî del XX secolo [questo titolo è successivo al 1936, e quindi al definitivo allontanamento di Castellano da Napoli e all’interruzione dei contatti con Croce]; 3) Memorie di un critico. Il carteggio di uno dei più grandi uomini del secolo (B. Croce) con uno dei suoi discepoli prediletti. Quest’ultima variante è del 1951, anno della morte di Castellano, ed è rimasta incompleta. Castellano avrebbe voluto far confluire qui stralci delle precedenti Conversazioni: pare che avesse abbandonato il progetto precedente e si stesse avviando all’ideazione di una nuova variante che ha, nel foglio di apertura, il titolo completo di Memorie di un critico. Il carteggio di uno dei più grandi uomini del secolo (B. Croce) con uno dei suoi discepoli prediletti [Appunti per la storia della cultura e del costume della prima metà del secolo XX – Opera iniziata nel 1951, stralciando pagine dalle “Conversazioni col Croce e con me stesso” – rimasta incompiuta].

Considerato lo stadio di incompletezza dell’ultima variante, occorrerebbe concentrarsi su quella intermedia e compararla con la prima e con la seconda. Occorre, inoltre, tener conto anche dell’indicazione che Castellano dà al futuro lettore dell’opera, vale a dire quello di operare una «debita cernita» del materiale da pubblicare.

Un eventuale futuro studio delle Conversazioni dovrebbe concentrarsi in modo particolare sull’arco temporale compreso tra il 1908, data del primo contatto tra Croce e Castellano in occasione di una polemica estetica riguardante il giudizio crociano su Pascoli, fino al 1936, passando per gli anni successivi alla pubblicazione del Manifesto degli intellettuali non fascisti da parte di Croce. Un gesto che, come specifica anche nelle Conversazioni, Castellano mostra di non condividere, indirizzandosi sempre più verso una scelta di campo opposta, pur non avendo mai firmato il Manifesto degli intellettuali fascisti (probabilmente anche a causa del non facile rapporto che intercorreva tra lui e Gentile). All’interno di questo periodo circoscritto, andrebbero messe in evidenza le principali dimensioni in cui prendono forma la collaborazione e l’amicizia: le polemiche estetiche e latamente culturali che riguardano principalmente Croce e indirettamente Castellano (in questo contesto nascono anche gli scritti già citati di Castellano dedicati al filosofo); alcuni temi particolarmente rilevanti dal punto di vista storico-filosofico che vengono fuori dalle “trascrizioni” dei colloqui con Croce e dei suoi incontri con le principali personalità del mondo culturale di quegli anni; infine, particolarmente interessante il dibattito sulla politica in anni cruciali della storia italiana.

Eckermann, Wagner o Bartleby?

«Tengo a dichiarare – scrive Castellano nei Chiarimenti del suo diario – che queste Conversazioni non sono combinate: al Croce non ho mai detto che io le andassi scrivendo e preparando, perché mi è parso che, ignorando egli questa congiuntura, i suoi sentimenti e pensieri avrebbero avuto quella spontaneità che non conosce reticenze. In ciò principalmente queste note differiscono dai Colloqui dell’Eckermann col Goethe (ed io ho cercato di differenziarle perfino nel titolo, appellandole Conversazioni); e in ciò è da cercare la novità, o se vogliamo, la piccola originalità di esse. Il che sta a dimostrare che a torto mi si è chiamato (e ne ho sempre sorriso tra me) l’Eckermann di Croce»[20].

La storia dell’appellativo di Castellano quale «Eckermann di Croce» comincia con un articolo di Ferdinando Russo apparso sulla rivista «L’Orma» il 28 giugno 1919 – Russo aveva già polemizzato col filosofo a proposito del suo giudizio su Salvatore Di Giacomo –. Lo scritto è una recensione alle Ragazzate letterarie, dove per nulla si allude alla pratica di trascrizione e “registrazione”, ma semplicemente si fa dileggio di Castellano che giocherebbe a fare l’«Eckermann di Croce», il quale a sua volta gioca a fare Goethe. In realtà, Russo era stato uno dei bersagli polemici delle Ragazzate[21]. L’epiteto viene ripreso da Gentile nella dura recensione intitolata Scimmie filosofiche per il «Giornale critico della filosofia italiana» al volume dello pseudo-Castellano del ’24[22].

Giovanni Castellano è stato senza dubbio un divulgatore e un apologeta – “illustratore”, egli si definisce – dell’opera crociana. Ne sono testimonianza i libri già ricordati, le Ragazzate letterarie. Appunti storici sulle polemiche intorno a Benedetto Croce (Napoli, Ricciardi, 1919) e le varie edizioni delle sue “introduzioni a Croce” – Introduzione allo studio delle opere di Benedetto Croce. Note bibliografiche e critiche (Bari, Laterza, 1920)[23]; Benedetto Croce. Il filosofo. Il critico. Lo storico (Napoli, Ricciardi, 1924)[24], divenuta poi Benedetto Croce. Il filosofo. Il critico. Lo storico, seconda edizione con l’aggiunta di una “bibliografia cronologica” degli scritti del Croce (Bari, Laterza, 1936).

Tra le funzioni di Castellano non va tralasciata quella di “antologizzatore” del pensiero crociano: a questo proposito, sono da segnalare innanzitutto la composizione e la curatela delle quattro serie delle crociane Pagine sparse, che Castellano raccoglie per l’editore Ricciardi di Napoli tra il 1919 e il ’27: in particolare la prima, Pagine di letteratura e di cultura, e la seconda, Pagine sulla guerra, escono nel ’19; la terza, Memorie, schizzi biografici e appunti storici, nel ’20; la quarta, Politica e letteratura. Ricordi di vita ministeriale, nel ’27. Nell’Avvertenza, datata luglio 1918, Castellano descrive con precisione il suo lavoro al fianco di Croce: mentre riordina biblioteca e carte e osserva il filosofo comporre e rivedere le sue opere, comincia a raccogliere quel che egli stesso chiama «materiale di scarto» e che ha rappresentato negli anni, e con le successive “nuove” e “terze” Pagine sparse, direttamente raccolte dal loro autore, una miniera di preziosi documenti di storia culturale[25].

Alle prime Pagine sparse va aggiunta la composizione di un’antologia scolastica Poeti e scrittori d’Italia, che Castellano cura assieme a Floriano Del Secolo per Laterza nel ’27. Si tratta di un lavoro tutt’altro che trascurabile in quanto costituisce la prima antologia approvata e seguita da Croce (solitamente ostile ad “antologizzarsi”), tanto più che riesce a comporre, se non una “storia della letteratura italiana” che il filosofo non ha mai avuto in animo di mettere insieme in un disegno unitario, una «collezione di saggi su singoli autori» più fedele al filosofo. Il progetto editoriale riesce talmente incisivo da questo punto di vista che, in tempi più recenti, Giuseppe Galasso ha voluto ispirarsi al lavoro di Castellano e Del Secolo – integrandolo con l’aggiunta di nuovi saggi successivi alla data di pubblicazione della prima raccolta –, certo di corrispondere all’intenzione di Croce e di organizzare così «un testo virtualmente crociano»[26].

Una costante che ricorre nei profili e nelle ricostruzioni del rapporto di Castellano con Croce è che il dissidio col filosofo, oltre che per le già esplicitate ragioni politiche, sia stato determinato anche dal tentativo del discepolo di emanciparsi dal filosofo e dalla volontà di vedersi riconosciuto come intellettualmente indipendente. Tra i suoi scritti “autonomi”, benché chiaramente i limiti di questa autonomia siano discutibili, al punto che qualcuno ha parlato di una vera e propria “imitazione di Croce”, sono da ricordare: per Laterza, il saggio Re Lear del ’22; il testo della conferenza pronunciata a Trani nel ’21 e qui stampata l’anno successivo, La poesia di Dante, che, come si nota, riproduce lo stesso titolo della monografia dantesca crociana del ’21; la curatela, nel ’26, per Laterza delle lettere politiche di Silvio Spaventa che continua, per gli anni 1861/93, la sistemazione già curata da Croce nel ’23 per gli anni 1848/61, e che fu aperta da una prefazione del filosofo[27]; infine, un travagliato lavoro scritto nella “solitudine” elvetica: Il doppio Faust di Wolfgang Goethe. Contributo ad un approfondimento estetico del ’49, a proposito del quale, dopo averne ricevuto copia, Croce ricorda il recente lavoro di revisione dei suoi saggi goethiani e confessa, nell’ultima lettera indirizzata all’amico, che vi ritornerebbe ancora un’altra volta poiché Goethe «è uno spirito che mi riposa»[28].

Castellano ha seguìto da vicino la composizione dei saggi crociani su Goethe, molti dei quali compongono i volumi della monografia, che ha diverse edizioni e accrescimenti tra il 1919 e il ’34[29]. Nel 1932, anno delle celebrazioni del primo centenario della morte del poeta, Castellano invia a Croce la prima versione del suo studio sul Faust, alla quale il filosofo muove una serie di rilievi, in primo luogo notando una scarsa attitudine del suo segretario per la materia trattata. Tra il ’32 e il ’33 Castellano rivede più volte titolo e lavoro, mentre Croce scrive i suoi “terzi saggi goethiani”, polemizza con Guido Manacorda a proposito della sua traduzione della tragedia e rifiuta la disponibilità ad accogliere lo scritto di Castellano sulla «Critica»: a questo punto non resta da fare altro che rinunciare a elaborare ulteriormente il saggio[30].

Lo studio goethiano di Castellano, nel dialogo in cui si pone con Croce, merita una più profonda considerazione, in modo particolare per una figura minoritaria della tragedia goethiana nella quale Castellano sembra interamente riconoscersi: quella del famulus Wagner, l’allievo non geniale ma metodico di Faust, che rimane chiuso nel suo laboratorio e qui compie esperimenti sulla vita che lo porteranno addirittura a riprodurre in provetta la vita stessa – la nascita parziale di Homunculus è sua –, mentre il suo maestro, insoddisfatto da scienza e magia, compie una scelta opposta e va verso la vita stessa. Croce aveva dedicato già nel ’19 un saggio al «pedante Wagner», manifestando subito, in apertura allo scritto, «una certa tenerezza» per questa minore figura goethiana, emblema di un’anacronistica visione del sapere, che riesce insopportabile a tutti i simpatizzanti di Faust[31]. Il capitolo crociano contiene una serie di elementi psicologici nei quali, come scopriamo dall’ultima lettera indirizzata al filosofo, lo stesso Castellano ha avuto più di un motivo per riconoscersi, tanto più che la discussione su “chi avesse ragione, Faust o Wagner?”, e che si riverbera nello stesso saggio crociano, lo ha a lungo impegnato nelle conversazioni avute con Croce. Ecco cosa, infatti, si legge nell’ultima lettera al maestro, significativa soprattutto per i risvolti autobiografici:

Merano 30.6.1949

Egregio Amico,

Mi rifaccio vivo. Rammenterete che un giorno mi diceste che, nel delineare la figura di Wagner, avevate ripensato alle nostre frequenti discussioni («chi può mai dire se era nel giusto Faust o Wagner?») del vostro saggio sul Goethe. Erano i tempi d’oro della nostra relazione intellettuale, in cui anche la reciproca concezione politica aveva molti più punti di contatto che non dopo. Allora affermavate inoltre che non vi sono “discepoli” ma solo “integratori”. E tale ho voluto essere nel libro che vi ho fatto spedire a parte dall’Editoriale Meranese, pubblicato pel centenario [i duecento anni dalla nascita di Goethe]: Il doppio “Faust” del Goethe. Una voce interna mi ha suggerito: «In hoc signo vinces». Credo di aver smentito in pieno con quest’opera chi asserì non essere io altro che un vostro prestanome e che i miei libri me li scrivevate Voi, non avendo un mio proprio pensiero. Io con essa ho ripreso con voi i colloqui interrotti da anni non certo per mio volere, ma attenendomi a quella «sincerità della natura» goethiana che mi ispirava e alla norma di distinguere la verità e l’apparenza. Se il sottosuolo della Storia e specie la critica d’arte è pensiero e cioè filosofia, spero di non aver pensato invano e cioè che il mio argomentare non sia del tutto vano. Rinviando perciò ai posteri l’interrogativo di cui sopra, credo resti il fatto che io ho da voi molto appreso e ho fatto tesoro della vostra scienza, e altro ho appreso dalla personale esperienza particolarmente del cuore. Sono cresciuto o diminuito spiritualmente? Certo non sono stato “inoperoso” nella solitudine degli ultimi anni, qualunque sia il giudizio che voi o altri vorranno o potranno dare di questo frutto delle mie illusioni e delusioni che licenzio alle stampe e abbandono alle dispute degli uomini. Certo è poi che in una cosa siam pari e possiamo abbracciarci: nel sentimento che noi non siamo altro che ombre e meteore di passaggio su questa terra, un Gleichnis – come dice Goethe – e in questo passaggio ciascun individuo fa come meglio può[32].

C’è, infine, un’ultima figura letteraria, stavolta non tratta dal repertorio goethiano, cui è possibile riportare l’esperienza di Castellano al fianco di Croce: è quella melvilliana di Bartleby lo scrivano, colui che rifiutando di eseguire ordini da lui percepiti come ingiusti è divenuto simbolo di disobbedienza civile. Le ragioni che spingono a quest’ultimo accostamento non sono così nobili; eppure, aiutano a comprendere i motivi del rifiuto di Castellano a seguire Croce nella sua opposizione al fascismo, fino a ritenere inopportuno il Manifesto degli intellettuali non fascisti del ’25 e a suggerire al filosofo, nel ’36, un sostegno al colonialismo del regime accompagnato da una «pubblica ammenda»[33]: è a partire da questo invito che Croce decide di interrompere la corrispondenza, che riprende stancamente soltanto nel ’45 per concludersi nel ’49.

Prima dell’adesione intima di Castellano al fascismo, vissuta tra l’altro volontariamente lontano dall’Italia, va tuttavia ricordato un episodio accaduto in occasione delle elezioni del 1921, durante le quali un cognato di Castellano si candidò con la lista di Nitti, non avendo ottenuto una candidatura con Giolitti, e fu vittima di violenze squadriste e costretto a ritirarsi dalla competizione. Castellano scrisse ripetutamente a Croce perché intercedesse presso Giolitti per una condanna di una serie di deprecabili avvenimenti che coinvolsero anche suo fratello all’alba dell’affermazione del fascismo: Croce non lo fece e rispose piccato in una lettera all’insistenza del suo segretario, più volte definito “accecato” dall’«ebbrezza elettorale»[34]. Non conosciamo ancora le ragioni che inducono Castellano all’opposta e mai più ritrattata scelta di campo, le motivazioni del suo rifiuto bartlebiano a seguire Croce nel fronte antifascista. Sappiamo che, pur non approvando la scelta del filosofo, egli raccoglie e conserva una serie di testimonianze a favore del Manifesto crociano, da lui non firmato. Contestualmente, però, è seriamente infastidito dall’essere stato goliardicamente inserito in un elenco di persone disposte a collaborare a una rivista antifascista che gli costa una perquisizione della sua casa di Merano e se ne lamenta con Croce. Come scrivono molto opportunamente Bruno Pagnamenta e Martinoni, «la condivisione di un medesimo orizzonte ideologico appare per il Castellano una sorta di presupposto irrinunciabile nel rapporto con il Croce, tanto che i tentativi di quest’ultimo di riportare su un piano affettivo l’antico legame risulta oramai vano»[35].

Agli inizi del 1928 il distacco dal filosofo sembra divenire insanabile: alla data 17 gennaio, Castellano appunta nelle sue Conversazioni di non poter più «esplicare nessun ufficio, vicino a lui» e, nel marzo, comunica al filosofo di non voler far più ritorno a Napoli[36]. A nulla valgono i richiami di Croce a tornare, la tolleranza e il rispetto per uno stato di prostrazione mentale che traspare nelle dichiarazioni di Castellano di volersi ritirare in Svizzera a vita privata per sottrarsi alla «ipercritica» degli ambienti crociani e il contestuale studio e avvicinamento alla religione: a nulla conduce nemmeno il tentativo da parte del filosofo di andare a recuperarlo in territorio elvetico.

Chi è stato, dunque, Giovanni Castellano? L’Eckermann, il Wagner o il Bartleby di Croce? Probabilmente tutti e tre. Archivista-segretario, famulus e scrivano disobbediente di Croce, quando la sua figura ingombrante non gli concede spazio di autonomia intellettuale e la relativa consapevolezza di questa condizione di perenne minorità lo induce alla deriva politica e psicologica. Dal legame col filosofo, da lui morbosamente vissuto, non riuscirà mai liberarsi, continuando nell’ombra e nella lontananza un silenzioso dialogo con «uno dei più grandi uomini del secolo» che un tempo gli aveva cambiato la vita, fino al punto di scinderla in una preistoria e in una storia, precedente e successiva al loro incontro, e la cui grandezza, dopo alcuni decenni, gliela aveva resa insopportabile. Ancora nel 1951, anno della morte e dell’ultimo abbozzo di sistemazione delle Conversazioni, continua tuttavia a definirsi «uno dei suoi discepoli prediletti». Certamente tra coloro che hanno avuto accesso all’Interno Croce.

Appendice iconografica

Figura 1. Frontespizio delle Conversazioni col Croce e con me stesso di Giovanni Castellano
Figura 2: Autografo del Contributo alla critica di me stesso di Croce: frontespizio con dedica a Giovanni Castellano
Immagine che contiene testo Descrizione generata automaticamente
Figura 3: prima pagina del Contributo alla critica di me stesso di Croce
Immagine che contiene testo, busta Descrizione generata automaticamente
Figura 4: Rudolf Grossmann, Ritratto di Benedetto Croce, 1925. L’aneddoto di questo ritratto, eseguito in tre copie, e pubblicato dal «Berliner Tagblatt» il 1° febbraio 1925, è narrato da Castellano nelle Conversazioni.
  1. Le foto dei manoscritti riprodotte in Appendice sono state da me scattate durate una visita agli Archivi Croce e Castellano della Biblioteca Cantonale Vadiana di San Gallo (CH) nel maggio 2018. Il Ritratto di Croce di Rudolf Grossmann, anch’esso qui riprodotto, è di mia proprietà. Per la conoscenza delle carte sangallesi di Castellano sono riconoscente a Renato Martinoni.
  2. F. Nicolini, Di altri frequentatori della casa del Croce, in Id., Benedetto Croce, Torino, UTET, 1962, pp. 197-207, in part. le pp. 202-205.
  3. Ivi, p. 202.
  4. Ivi, pp. 202-203.
  5. Ivi, p. 204. Cfr. R. Colapietra, Il rapporto politico e culturale Croce-de Ruggiero, in Benedetto Croce e la cultura del Novecento, a cura di M. G. Giordano e T. Iermano, Avellino, Sabatia Editrice, 1988, pp. 145-67, cit. a p. 150. Di Colapietra si veda pure Benedetto Croce e la politica italiana, Santo Spirito-Bari, Edizioni del Centro Librario, 1970. Rinvio anche alla recensione al libro di Piero Gobetti sul numero del 31 luglio 1919 di «Energie nove»: il libro di Castellano è definito una «ragazzata letteraria», niente a che vedere con l’«opera educativa svolta dal Croce». Sul rapporto tra Croce e i giovani rimando alla nota polemica I giovani in B. Croce, Pagine sparse, vol. I. Pagine di letteratura e cultura, Seconda edizione interamente riveduta dall’autore, Bari, Laterza, 1960, II ed., pp. 484-86.
  6. Su questi temi si veda, ad esempio, l’Avvertenza dell’autore a G. Castellano, Ragazzate letterarie. Appunti storici sulle polemiche intorno a Croce, Napoli, Ricciardi, 1919.
  7. F. Nicolini, Benedetto Croce, op. cit., p. 204.
  8. G. Gentile, Scimmie filosofiche, in «Giornale critico della filosofia italiana», I, 1924, pp. 93-96. Si segnala invece la positiva accoglienza della «Neue Zürcher Zeitung» (15 giugno 1924) e di Umberto Cosmo su «La Stampa» del 16 agosto 1924, nonché la traduzione in tedesco di Julius von Schlosser (Wien, Amalthea, 1925).
  9. Si veda diffusamente il capitolo La filosofia come scienza dello spirito, in E. Garin, Cronache di filosofia italiana. 1900-1960, vol. I, Roma-Bari, Laterza, 1997, pp. 222-73.
  10. G. Desiderio, Giovanni Castellano e Dora Beth Marra. L’archivista e la bibliotecaria, in Id., Vita intellettuale e affettiva di Benedetto Croce, II. Parerga e paralipomena, Fano, Aras edizioni, 2020, pp. 87-115, in part. le pp. 87-101.
  11. B. Croce, Lettere a Giovanni Castellano (1908-1949), a cura di P. Fontana, Napoli, Istituto Italiano per gli Studi Storici, 1985. La precedente citazione della lettera di Croce a Castellano del 17 ottobre 1909 è tratta dalla p. 31.
  12. P. Fontana, Introduzione a B. Croce, Lettere a Giovanni Castellano (1908-1949), a cura di P. Fontana, op. cit., pp. 1, 17, 21-22.
  13. Ivi, p. 1.
  14. Ivi, p. 10.
  15. All’ombra del maestro. Lettere di e a Benedetto Croce (1903-1933) scelte, trascritte e raccolte da Giovanni Castellano, a cura di R. Bruno Pagnamenta e R. Martinoni, Alessandria, Edizioni dell’Orso, 2003. La selezione è inaugurata da uno scambio epistolare con Gabriele d’Annunzio e chiusa da una lettera a Francesco Ercole, nel 1933 Ministro dell’Istruzione.
  16. Gli Atti del Congresso si possono leggere in B. Croce, Pagine sparse, vol. I. Letteratura e cultura, op. cit., pp. 331-49.
  17. Cfr. B. Croce, Lettere a Giovanni Castellano, op. cit., pp. 108-11 e note del curatore. Si veda anche E. Cutinelli Rendina, Croce ministro in una pagina dell’inedito diario di Giovanni Castellano, in «Belfagor», vol. 66, n. 6 (30 novembre 2011), pp. 728-32.
  18. Il problematico carteggio del 1940 sul fascismo, successivo alla pubblicazione del libro di Castellano Dal Risorgimento all’Impero. Significato storico del fascismo del ’37, tra il giovane recensore e il vecchio e consumato autore, di cui Franchini parla nella sua Autobiografia minima (Roma, Bulzoni, 1973, p. 37), dando per perdute le sue lettere, è conservato nell’Archivio Castellano ed è stato dall’autore inserito nelle Conversazioni.
  19. Cfr. diffusamente C. Nitsch, Nota a B. Croce, L’Italia dal 1914 al 1918. Pagine sulla guerra, Napoli, Bibliopolis, 2018, pp. 353-417; per un inquadramento dell’opera consultata si vedano in modo particolare le pp. 357-60. Dalle Conversazioni di Castellano Nitsch ha anche estratto due documenti di Croce relativi alla composizione delle Pagine sulla guerra: gli inediti Esiste ancora la scienza? e Pensieri sulla guerra. Propositi sono pubblicati in Appendice a C. Nitsch, La feroce forza delle cose. Etica, politica e diritto nelle Pagine sulla guerra di Benedetto Croce, Napoli, Bibliopolis, 2020, pp. 143-48; si vedano anche le pp. 27-32 per un commento ai testi.
  20. Citato in R. Bruno Pagnamenta, R. Martinoni, Le “Conversazioni” di Giovanni Castellano, Appendice ad All’ombra del maestro, op. cit., pp. 183-87, cit. a p. 184.
  21. Cfr. G. Castellano, Ragazzate letterarie, op. cit., p. 34.
  22. Cfr. B. Croce, Lettere a Giovanni Castellano, op. cit., pp. 100 e 131-32.
  23. Questo lavoro, nelle Conversazioni di Castellano, è indicato coi titoli Risonanze del pensiero di Benedetto Croce o La fortuna del pensiero di Croce: cfr. la nota del curatore in B. Croce, Lettere a Giovanni Castellano, op. cit., p. 79.
  24. Sulla genesi di questo testo cfr. B. Croce, Lettere a Giovanni Castellano, op. cit., p. 126: alla fine del 1922 Castellano riceve da Valentino Piccoli l’invito a scrivere una monografia su Croce per la collezione «Athena» dell’editore Aroldi di Milano. Castellano accetta con il beneplacito di Croce, che gli suggerisce anche la risposta da scrivere e i tempi in cui sbrigare il lavoro. Esso, tuttavia, non viene ultimato a causa delle sopraggiunte difficoltà familiari di Castellano (esplicitate al filosofo in una lettera del marzo 1923), costringendo Croce prima a chiedere l’intervento di Enrico Ruta per poi, infine, provvedere egli stesso alla revisione del libro che, intanto, per indisponibilità finanziarie, Piccoli e Aroldi non possono più pubblicare. È così che esce per Ricciardi nel 1924.
  25. G. Castellano, Avvertenza a B. Croce, Pagine sparse, vol. I. Pagine di letteratura e cultura, op. cit., pp. 3-4. Sul successivo destino editoriale delle prime Pagine sparse si rinvia a L’opera di Benedetto Croce, bibliografia a cura di S. Borsari, Napoli, Istituto Italiano per gli Studi Storici, 1964, pp. 165-66, 175-76 e 240-41.
  26. B. Croce, Poeti e scrittori d’Italia, I. Dallo stil novo al barocco, a cura di G. Galasso, Milano, Adelphi, 2015. Si vedano in modo particolare l’Introduzione del curatore alle pp. IX-LVI, i cenni all’antologia di Castellano e Del Secolo (pp. XXX-XXXIII, XXXV, XXXIX, XLIV-XLV, LIII e LVI), infine il raffronto prospettico tra i due lavori (XL-XLIII). Le citazioni nel testo sono tratte dalle pp. XLVII e XLIX.
  27. Questo testo si legge anche in B. Croce, Pagine sparse, vol. I., op. cit., pp. 467-71.
  28. B. Croce, Lettere a Giovanni Castellano, op. cit., p. 216.
  29. Sulla genesi della monografia goethiana cfr. le lettere dal gennaio al settembre 1918 in B. Croce, Lettere a Giovanni Castellano, op. cit., pp. 72 e sgg.
  30. Per tutti i particolari cfr. B. Croce, Lettere a Giovanni Castellano, op. cit., pp. 185-94.
  31. Cfr. B. Croce, Goethe, con una scelta delle liriche nuovamente tradotte, quarta edizione ampliata, 2 voll., Bari, Laterza, 1946, I vol., pp. 24-32.
  32. La lettera si legge in B. Croce, Lettere a Giovanni Castellano, op. cit., p. 215.
  33. Cfr. B. Croce, Lettere a Giovanni Castellano, op. cit., p. 211.
  34. Cfr. B. Croce, Lettere a Giovanni Castellano, op. cit., pp. 113-19.
  35. R. Bruno Pagnamenta, R. Martinoni, Introduzione ad All’ombra del maestro, op. cit., pp. VII-XII, cit. a p. XI.
  36. Cfr. B. Croce, Lettere a Giovanni Castellano, op. cit., p. 153.

(fasc. 37, 25 febbraio 2021)

Due “letterati editori” nel primo quindicennio del Novecento: Croce e Papini fra polemiche, riviste e collaborazioni editoriali

Author di Maria Panetta

Premessa

Dopo nove anni dall’uscita della mia edizione critica del Carteggio 1902-1914 fra Benedetto Croce e Giovanni Papini[1] – che mi ha impegnata, con alterne vicende, dal 2007 al 2012 –, mi sono decisa a pubblicare queste pagine, che erano perlopiù state concepite come introduzione a quel volume; ma, poiché a lavoro concluso, su mia stessa proposta, Gennaro Sasso accettò, con grande gioia e soddisfazione della sottoscritta, di concedermi l’onore di firmare la premessa al Carteggio, questo lungo testo è stato, allora, per una gran parte riposto in un cassetto, in attesa del momento opportuno per essere divulgato[2]. Continue reading Due “letterati editori” nel primo quindicennio del Novecento: Croce e Papini fra polemiche, riviste e collaborazioni editoriali

(fasc. 37, 25 febbraio 2021)

Borgese, Croce e Vico

Author di Paolo D'Angelo

Il filosofo di Croce

Non vi è dubbio che Giambattista Vico sia stato il filosofo di Benedetto Croce, più di quanto lo siano stati – e questo è abbastanza ovvio – Herbart o Kant o Marx, pur importanti negli anni di formazione, ma anche – e questo può essere meno ovvio – di quanto lo sia stato Hegel. Anche di Hegel si può dire che Croce si sia occupato quasi tutta la vita. La monografia Ciò che è vivo e ciò che è morto nella filosofia di Hegel è del 1906, le Indagini su Hegel apparvero in volume nell’anno stesso della morte di Croce, il 1952. Ma, lasciando da parte, visto che si tratterebbe di una circostanza ancora relativamente estrinseca, che i lavori di Croce su Vico, la raccolta di materiali su di lui, la pubblicazione di edizioni critiche e di testi inediti si estendono su di un arco di tempo ancora più lungo (i primi scritti crociani di argomento vichiano risalgono al 1887, e la lettura della Scienza Nuova è di pochi anni successiva) e sono incomparabilmente più continui, numerosi e vari[1], due aspetti fondamentali concorrono nel rendere impossibile il mettere sullo stesso piano il rapporto di Croce con Hegel e quello con Vico. Due aspetti, uno per così dire relativo a Vico, l’altro a Croce. Il primo è rappresentato dal fatto che, mentre Hegel, quando Croce prese a occuparsene approfonditamente, era un filosofo che, pur non attraversando allora uno dei periodi di sua massima fortuna, pure era molto noto, molto studiato e spesso celebrato quale l’ultimo grande filosofo della modernità, Vico invece, agli inizi del Novecento era, sì, già stato scoperto e letto all’estero, ma rimaneva un autore poco noto e poco tradotto, e soprattutto un autore il cui significato per la filosofia era ancora largamente indeterminato. Sicché, mentre il lavoro di Croce su Hegel può esser considerato come un’interpretazione tra molte, quello su Vico apparve per molti decenni come il lavoro che aveva definitivamente immesso Vico nel circolo della storia della filosofia, e la monografia di Croce su Vico esercitò un effetto profondo sulla diffusione delle letture filosofiche di Vico nel mondo[2]. Continue reading Borgese, Croce e Vico

(fasc. 37, 25 febbraio 2021)

Croce, le scienze, la complessità

Author di Giuseppe Giordano

La questione del rapporto della filosofia di Benedetto Croce con le conoscenze scientifiche resta sempre di grande attualità, visto il continuo riferimento al pensatore napoletano ogni volta che si vuole recriminare per le difficoltà – vere o presunte – delle scienze in Italia. Anche se bisognerebbe comprendere in che cosa consistano effettivamente queste difficoltà, appare evidente, allora, che ancora – come rilevava qualche anno fa Paolo D’Angelo – il “problema Croce”[1] abbia nel giudizio sulle scienze un punto dolente da scandagliare. Continue reading Croce, le scienze, la complessità

(fasc. 37, 25 febbraio 2021)

Il Kant di Croce

Author di Giuseppe Cacciatore

1

Si può parlare di Kant[1] come di un autore di Croce, alla stessa stregua in cui lo furono Vico e Labriola, Hegel e De Sanctis? Proverò a fare non certo la caratura delle influenze più o meno esplicite, né una graduatoria dei riferimenti e delle citazioni kantiane, ma più semplicemente vorrei seguire una traccia che si annuncia nei primi scritti filosofici e che permarrà, più o meno evidente, sino alla fine[2]. Ciò presuppone che si debba dare, a mio avviso, una maggiore importanza, filosofica e concettuale, alla cosiddetta fase dei “primi saggi”, aperta com’è noto dalla famosa memoria del 1893 che, pur non menzionando mai Kant, elabora una concezione del rapporto tra universale e particolare più vicina all’aperta dialettica dualistica kantiana che non alla riduzione hegeliana delle differenze all’unicità dell’assoluto. Ciò è avvalorato, come si vedrà in seguito, dalla permanente esigenza concettuale e storica, a un tempo, di ritrovare le forme e i contenuti del reale nelle distinzioni e non nelle opposizioni ricondotte all’unità di metafisiche deduzioni. Insomma, si trattava più di una filosofia dell’esperienza reale di derivazione desanctisiana che di una filosofia della sostanza idealistica di ispirazione hegeliana. Continue reading Il Kant di Croce

(fasc. 37, 25 febbraio 2021)

Benedetto Croce e Salvatore Di Giacomo

Author di Ernesto Paolozzi

Con il saggio del 1903 pubblicato su «La Critica», Benedetto Croce collocava Salvatore Di Giacomo fra i maggiori poeti italiani ed europei. Il filosofo, nella veste del critico letterario, ripercorre l’opera digiacomiana citando singoli versi, riassumendo trame di opere teatrali, mettendo in rilievo, di volta in volta, la forza espressiva, l’autenticità dell’ispirazione: il “verismo” sempre trasfigurato in arte, un’ispirazione che si nutre di piccoli gesti, di drammi come di situazioni comiche. «Attraggono il Di Giacomo – scrive – soprattutto gli spettacoli tragici, umoristici, macabri, i miscugli di ferocia e di bontà, di comicità e di passione, di abbrutimento e di sentimentalità»[1]. E subito dopo: «Alcune di queste pagine sono note di cronaca giornalistica (il Di Giacomo è stato giornalista e cronista); e si può ripetere di lui quel che fu detto del grande Lope de Vega, che come i fanciulli di ogni oggetto che càpita loro tra mano si fanno un giocattolo, così egli di qualsiasi incidente foggia subito una poesia. Bastano al fine senso artistico del Di Giacomo pochi tocchi per trasformare la notizia di un suicidio e di un delitto, di un’operazione compiuta da una società edilizia o di un’associazione di beneficenza, una raccomandazione al sindaco o al questore, una breve necrologia, in cosa d’arte»[2]. Continue reading Benedetto Croce e Salvatore Di Giacomo

(fasc. 37, 25 febbraio 2021)

Il ministro frugale e «il culto interno di Dante». Croce e il sesto centenario dantesco

Author di Rosalia Peluso

Ci apprestiamo a celebrare il settimo anniversario della morte di Dante. Nel frattempo, già nello scorso anno, in modi che la pandemia ha ridefinito e che probabilmente inciderà anche sull’organizzazione di questo anno tutto dantesco, è stato istituito un “Dantedì”, una giornata in onore del poeta, che viene a cadere il 25 marzo, convenzionalmente considerata data di inizio del viaggio ultraterreno della Commedia. Continue reading Il ministro frugale e «il culto interno di Dante». Croce e il sesto centenario dantesco

(fasc. 37, 25 febbraio 2021)