Con il saggio del 1903 pubblicato su «La Critica», Benedetto Croce collocava Salvatore Di Giacomo fra i maggiori poeti italiani ed europei. Il filosofo, nella veste del critico letterario, ripercorre l’opera digiacomiana citando singoli versi, riassumendo trame di opere teatrali, mettendo in rilievo, di volta in volta, la forza espressiva, l’autenticità dell’ispirazione: il “verismo” sempre trasfigurato in arte, un’ispirazione che si nutre di piccoli gesti, di drammi come di situazioni comiche. «Attraggono il Di Giacomo – scrive – soprattutto gli spettacoli tragici, umoristici, macabri, i miscugli di ferocia e di bontà, di comicità e di passione, di abbrutimento e di sentimentalità». E subito dopo: «Alcune di queste pagine sono note di cronaca giornalistica (il Di Giacomo è stato giornalista e cronista); e si può ripetere di lui quel che fu detto del grande Lope de Vega, che come i fanciulli di ogni oggetto che càpita loro tra mano si fanno un giocattolo, così egli di qualsiasi incidente foggia subito una poesia. Bastano al fine senso artistico del Di Giacomo pochi tocchi per trasformare la notizia di un suicidio e di un delitto, di un’operazione compiuta da una società edilizia o di un’associazione di beneficenza, una raccomandazione al sindaco o al questore, una breve necrologia, in cosa d’arte». Continua a leggere Benedetto Croce e Salvatore Di Giacomo
(fasc. 37, 25 febbraio 2021)