Una delle chiavi del successo dello scrittore svedese Stig Larsson si chiama Lisbeth Salander. È lei il personaggio trainante della Millennium trilogy, il codice che attiva e decifra il messaggio dell’autore. Ci viene descritta come pallida e magra, minuta ma ferocemente determinata, con piercing e tatuaggi ad esemplificare il suo essere «un gatto randagio», un’orfana che ha subito il male da qualcuno molto vicino a lei. Secondo il tribunale minorile è una malata di mente, per i suoi insegnanti una disadattata sociale, agli occhi dei lettori, invece, un hacker geniale e una giovane donna vulnerabile quanto occasionalmente viziosa. Insomma, una vera eroina da letteratura popolare per la quale viene naturale fare il tifo. «È intelligente, sexy, e può innamorarsi profondamente. Come fa a non piacere?», riconosce Sharon Bolton, autrice di thriller esoterici (Sacrificio, Mondadori) nata e cresciuta nel Lancashire (1960). «C’è dentro tutto. Vendette, combattimenti spettacolari, l’eroe invincibile – a un certo punto, è ferita, pensano che sia morta, la sotterrano e lei esce dalla tomba! E in più ha questa sua genialità informatica di cui non capiamo niente ma che ci affascina. L’elemento di novità è che questo personaggio così flamboyant sia una donna», constata Dominique Manotti (Parigi, 1942), giallista francese che in patria definiscono l’anti-Vargas per lo spessore sociale delle sue trame (Il sentiero della speranza, Il corpo nero ecc., editi da Marco Tropea). Continua a leggere Lisbeth Salander e le sue sorelle. La trasformazione dei personaggi femminili nella letteratura poliziesca scritta da donne
(fasc. 4, 25 agosto 2015)