Un inedito di Marco Ricciardi

Author di Redazione

Marco Ricciardi è nato a Roma, dove si è laureato in Lettere presso l’Università “La Sapienza”. Si è successivamente specializzato in traduzione letteraria, approfondendo parallelamente tematiche scientifiche, epistemologiche e di filosofia della scienza. Ha pubblicato saggi accademici, testi poetici, articoli, interventi e scritti creativi, partecipando a diverse iniziative editoriali. Da oltre due decenni alterna l’attività di scrittura a quella di musicista.

La sua prima silloge, CybErmetica Poiesis, è risultata vincitrice della sezione inediti del Premio Nazionale Elio Pagliarani 2022 ed è stata selezionata per il Premio Viareggio 2023. Negli ultimi anni ha approfondito le implicazioni dell’Intelligenza Artificiale in ambito creativo, antropologico e politico, pubblicando interventi su riviste e rielaborando poeticamente queste riflessioni nella sua seconda raccolta in versi, Deep fake (di prossima uscita).

Una sua poesia dal titolo Filius Bonacci è apparsa anche in «Pace non trovo». Canti contro la guerra, antologia poetica a cura di Marco Belocchi e Maria Panetta, introduzione di Paolo Giovannetti (Lithos ed. 2025).

Proponiamo di seguito un suo inedito dal titolo Si vis pacem para carmina.

Si vis pacem para carmina

La guerra in fondo

è un problema di linguaggio

una cattiva retorica

a bassa definizione

Quelli che perdono il gusto

delle faticose metafore

‒ labirintiche road map

e ponti

di nuove ed epifaniche comprensioni ‒

sono già guerrafondai

senza saperlo,

anche se

declamano

e ostentano la pace.

(fasc. 56-57, 15 settembre 2025, Vol. II)

Rafael Muñoz Zayas, “Los astronautas de verdad no regresan a casa”: poesie scelte, a cura di Edoardo Franchi

Author di Edoardo Franchi

Abstract: La presente proposta di traduzione vuole far conoscere una delle voci più brillanti della poesia contemporanea in lingua spagnola, il poeta panamense, ancora inedito in Italia, Rafael Muñoz Zayas. Vengono presentati sette componimenti tratti dalla sua ultima raccolta, del 2019, Los astronautas de verdad no regresan a casa. In essi risalta uno stile estremamente ricercato e depurato, al servizio di una densità poetica ricca di immagini e in grado di accompagnare il lettore in un viaggio di riflessione nel profondo dell’animo umano.

Abstract: The following translation proposal aims to turn a spotlight on one of the most brilliant contemporary Spanish-speaking poets: the Panamanian Rafael Muñoz Zayas, whose verses are still unpublished in Italy. In the seven poems selected from his last book, Los astronautas de verdad no regresen a casa (2019), a finely studied style can be appreciated, with a poetic density rich in imagery and able to accompany the reader in a reflection journey in the depth of the human soul.

Abstract: Esta propuesta de traducción quiere dar a conocer una de las voces más destacadas de la poesía contemporánea de lengua española, el poeta panameño Rafael Muñoz Zayas, cuyos versos todavía no se han publicado en Italia. Se presentan siete poemas seleccionados de su más reciente poemario, Los astronautas de verdad no regresan a casa (2019). En ellos destaca un estilo rebuscado y acendrado, al servicio de una densidad poética llena de imágenes y capaz de acompañar al lector en un viaje de reflexión introspectiva por el alma humana.

 

I sette componimenti che proponiamo di seguito rappresentano un saggio denso ed efficace dell’ultima raccolta del poeta panamense Rafael Muñoz Zayas[1], lavoro ancora inedito in Italia, che si struttura effettivamente attraverso principi di intensità e concisione. Si tratta di Los astronautas de verdad no regresan a casa[2] (Gli astronauti, quelli veri, non ritornano a casa), che l’autore ha pubblicato nel 2019 per la casa editrice valenciana Pre-Textos, peraltro uno dei marchi più importanti sul fronte dell’editoria spagnola riservata alla poesia. È un libro snello, composto da sole ventuno poesie nelle quali ad abbondare è l’esercizio dello smussamento, dell’affinamento, che si traduce in una versificazione libera e capace di catturare l’essenzialità attraverso la predilezione per l’arte menor, ritmica contraddistinta da versi compatti e non troppo estesi, per la minimizzazione della punteggiatura e per lo sfruttamento della significatività allusiva dello spazio bianco.

La raccolta, come indicato dall’autore stesso[3], è una versione ridotta e depurata di un progetto più grande che, pur mantenendo la sua essenza originaria, ha subito un lungo processo di sublimazione. In questo senso, il procedere creativo di Muñoz Zayas, se vogliamo, sembra riprendere la lezione di Gustavo Adolfo Bécquer; prevede infatti una rievocazione di stati d’animo già vissuti con il fine di dar loro forma attraverso la parola poetica, per mezzo del rebelde, mezquino idioma (ribelle, meschino idioma), come avrebbe detto il poeta sivigliano. Ne risulta una poesia introspettiva volta a creare una nuova realtà che sorge dall’esperienza personale dell’io lirico e prende forma attraverso un tessuto poetico ricco di insistenze anaforiche e immagini evocative:

Hanno paura

mentre ti diverti

mentre intuisci il linguaggio che schiude

un oscuro cammino alle ombre

perché missione altrui fu sapere

che il tempo non trascorre

che la nostra materia è uguale

a quella del dente di un leone innanzi al fuoco

ma hanno paura perché esorcizzi

il lessico del mondo e il suo dominio

questa ouija di ombra oscura

e il lento ordire d’aghi che incatenano

le mani libere all’inchiostro bianco.

Oppure:

Mi ripeto mai più

davanti al tuo corpo aperto come un albero

davanti alle tue mani grondanti linfa

davanti al tuo corpo aperto

davanti al tocco della mano

davanti allo sguardo puro

davanti al giorno sempre più gelido

davanti alla notte che cala

e maschera di neve la strada

Da qui possiamo individuare i due cardini su cui, a nostro avviso, insiste questa silloge: il carattere introspettivo e la creazione di immagini. La poesia è parola; è linguaggio. È il «linguaggio che apre oscuro cammino alle ombre» e si fa strumento di comprensione del mondo, sia quello esterno, tangibile, sia quello interiore, profondo, infinito e sconosciuto quanto – e forse più – dell’universo. È qui che il cosmo diventa, come in uno specchio, figurazione dell’introspezione nell’io, nell’animo umano; meta ineludibile del viaggio poetico ed esistenziale dell’autore:

[…] solo so

che in qualche maniera

vuoi condurmi

nella più oscura

delle prigioni federali interstellari

nella più tremenda delle solitudini bioniche […]

Ecco spiegata la ragione per cui tutta l’opera si basa sulla figura fisica dell’astronauta, simbolo del desterrado, vale a dire del reietto, dell’esiliato, di colui che, costretto a partire per una necessaria spedizione verso l’ignoto, sa che, per l’appunto, non tornerà mai a casa. Immaginando un’impalcatura simbolica del libro, l’astronauta può rappresentare il vertice di contatto fra due coni sovrapposti: è il cuore, il punto centrale di passaggio, in questa sorta di clessidra, tra l’infinito cosmo, al di sopra, e il profondo universo interiore, al di sotto. A supporto di questa struttura, Zayas riesce a creare nei suoi versi una figuralità che pone il lettore frequentemente in una dimensione verticale, bidirezionale – questo sì – ma spesso profonda e vorticosa:

[…] perché intuiscono

che non è il loro sogno

questo ascendere

a una montagna

più alta e felice

di una madre.

[…] non sapeva del confine tra la terra e il mare

ignorava la frontiera naturale che ci separa dall’aria

la vertigine dell’abisso

il terrore della scogliera

se nessuno ti accompagna

l’immensità del nulla in una vasca

Oppure, riprendendo i versi che danno il titolo alla raccolta:

(ogni nome sarà un abisso

quando perderà coscienza)

ma mai potranno volare

in alto

come

il compagno

Komarov

[…] adesso che si estingue la sua luce

come la nostra stella e la sua polvere

nel freddo profondo

della galassia

che gli astronauti, quelli veri,

non ritornano a casa.

È il vuoto, è la vertigine di uno sradicamento non più solo geografico, ma anche esistenziale, è l’abisso infinito della riflessione, o meglio, del riflesso intimo al quale si può accedere solo attraverso una serie inesauribile di immagini. Per tale ragione, lo strumento retorico principale con cui la poesia di Zayas cerca di comprendere il mondo è la similitudine, vale a dire la ricerca costante di interconnessioni tra il mondo interiore e il reale. Si vengono, quindi, a creare una serie di simboli che sono, al tempo stesso, strumenti conoscitivi e testimoni della vera essenza della poesia in quanto atto creativo, come è lo stesso autore a riconoscere: «todo acto de escritura busca crear una nueva realidad. En mi caso, mediante la poesía, reexamino y evoco un estado de ánimo que da lugar al poema»[4].

In questo contesto ad abbondare sono le rappresentazioni distopiche, alle quali non manca l’insistenza sull’elemento umano e tecnologico, proprio perché in fondo, sembra voler sostenere il poeta, la nostra vita, destinata all’oblio, è già di per sé una distopia:

fino a che non mi lascerai

più solo

di un deserto lunare

più negletto dell’eroe

di un’epopea mai più ritrovata

come metallo pressato

come relitto meccanico

come impianto nucleare

bombardato con il cemento

[…]

e tutto sembrerà essere

ciò che l’amore è

il mondo

la vita

un pianeta morto

nel mezzo dello spazio.

Oppure:

[…] però non meritava una stella,

né dare il suo nome a un pianeta

– anche se remoto –

[…]

nessuno merita di conoscere

l’opinione di Valentina

e nessuno vuole sapere

quanti giorni piansero

Evgenij e Irina

(ogni nome sarà un abisso

quando perderà coscienza)

In questi ultimi versi è, dunque, racchiuso il senso del carattere di questa raccolta. L’universo si trasforma in simbolo dell’abisso dell’animo umano. Quest’ultimo, oscuro e sconosciuto tanto quanto il cosmo, rimane comunque la meta ineludibile della riflessione dell’autore e, più in generale, di ogni individuo, in un viaggio tanto lungo (e tanto inevitabile) da non contemplare la possibilità di un ritorno[5].

***

Rafael Muñoz Zayas

Los astronautas de verdad no regresan a casa

Poesie scelte, a cura di Edoardo Franchi

 

PUERTO DE ADÉN

No importa el amor

te arrancarán

los ojos al fugarte

no te hará daño

el tacto de una mano,

ni el roce

añil

de los recuerdos

qué importa

si está todo ya vivido

si eres castaño del bosque

o el desnudo violento de los cuervos

te arrancarán los ojos al fugarte,

muchacho horrendo,

te arrancarán los ojos al volver.

***

PORTO DI ADEN

Non conta l’amore

ti caveranno

gli occhi mentre fuggi

non ti ferirà

il tocco di una mano,

né la carezza

indaco

dei ricordi

che importa

se tutto è già vissuto

se sei castagno del bosco

o l’irruento nudo dei corvi

ti caveranno gli occhi mentre fuggi,

ragazzo orribile,

ti caveranno gli occhi al tuo ritorno.

***

***

UN DIENTE DE LEÓN PARA MR. K.

Tienen miedo

mientras te diviertes

mientras intuyes el lenguaje que abre

oscuro camino a las sombras

porque misión de otros fue saber

que el tiempo no trascurre

que nuestra materia es igual

a la del diente de un león frente al fuego

pero tienen miedo porque conjuras

el léxico del mundo y su dominio

esta ouija de sombra oscura

y el lento tejer de las agujas que encadenan

las manos libres a la blanca tinta

tienen miedo

porque ahora todo

podrá volverse

esta habitación

un cuarto

la sala vagamente iluminada che recorren

ser el nombre de otro escrito en la pared

mientras caminan incómodos por este predio

porque intuyen

que no es su sueño

este ascender

hasta una sierra

más alta y feliz

que una madre.

***

UN DENTE DI LEONE PER MR. K.

Hanno paura

mentre ti diverti

mentre intuisci il linguaggio che schiude

un oscuro cammino alle ombre

perché missione altrui fu sapere

che il tempo non trascorre

che la nostra materia è uguale

a quella del dente di un leone innanzi al

[fuoco

ma hanno paura perché esorcizzi

il lessico del mondo e il suo dominio

questa ouija di ombra oscura

e il lento ordire d’aghi che incatenano

le mani libere all’inchiostro bianco

hanno paura

perché adesso tutto

potrà diventare

questa camera

una stanza

la sala vagamente illuminata che percorrono

essere il nome d’altri scritto sul muro

mentre incedono a disagio per questa

[proprietà

perché intuiscono

che non è il loro sogno

questo ascendere

a una montagna

più alta e felice

di una madre.

***

***

KOMAROV

Tenía que llamarse Vladimir Mijáilovich

Komarov

casi Kamarada

porque para enfrentarse a un destino trágico

[e inútil

Vladimir es un nombre adecuado

(aunque toda vida pese lo mismo

cuando termina la existencia)

,

pero

para recibir medallas póstumas

homenajes

para que le den tu nombre a un asteroide

y a uno de los buques de seguimiento

[espacial de la Unión Soviética

y también a la escuela de pilotos militares de

[Yeisk

o si

(¡oh sí!)

a un cráter lunar,

y también para que avispados aficionados a

[los cohetes en Liubliana, Eslovenia

decidan llamarse el “ARK Vladimir M.

[Komarov”

o para que la Organización francesa

[Fédération Aéronautique Internationale’s

hiciera un

Di-plo-ma

denominado V. M. Komarov en su honor

,

pero no merecía una estrella,

ni darle su nombre a un planeta

–aunque fuera lejano–

,

pero sí a un simple trozo de tierra

de los que vagan

inertes

por el espacio

nadie merece saber

la opinión de Valentina

ni nadie quiere saber

cuántos días lloraron

Yevgeni e Irina

(todo nombre será un abismo

cuando pierda la consciencia)

mas nunca podrán volar

tan alto

como

el camarada

Komarov

porque nos enseña

ya nunca

ahora que su luz se extingue

como el polvo solar de nuestra estrella

en el frío profundo

de la galaxia

que los astronautas de verdad

no regresan a casa.

***

KOMAROV

Doveva chiamarsi Vladimir Michajlovič

Komarov

quasi Kompagno

perché per affrontare un destino tragico e

[inutile

Vladimir è un nome adeguato

(sebbene il peso di ogni vita sia uguale

quando finisce l’esistenza)

,

però

per ricevere medaglie postume

omaggi

perché diano il tuo nome a un asteroide

e a una delle navi da tracciamento spaziale

[dell’Unione Sovietica

e anche alla scuola per piloti militari di Ejsk

o se

(oh sì!)

a un cratere lunare,

e anche perché disinvolti appassionati di razzi

[di Lubiana, Slovenia

decidano di chiamarsi “ARK Vladimir M.

[Komarov”

o perché l’Organizzazione francese

[Fédération Aéronautique Internationale’s

facesse un

Di-plo-ma

denominato V. M. Komarov in suo onore

,

però non meritava una stella,

né dare il suo nome a un pianeta

– anche se remoto –

,

però sì a un semplice pezzo di terra

di quelli che vagano

inerti

per lo spazio

nessuno merita di conoscere

l’opinione di Valentina

e nessuno vuole sapere

quanti giorni piansero

Evgenij e Irina

(ogni nome sarà un abisso

quando perderà coscienza)

ma mai potranno volare

in alto

come

il compagno

Komarov

perché ci insegna

ormai non più

adesso che si estingue la sua luce

come la nostra stella e la sua polvere

nel freddo profondo

della galassia

che gli astronauti, quelli veri,

non ritornano a casa.

***

***

NO ES BUENA IDEA QUE UN ROBOT CIEGO PILOTE LA NAVE EN MODO AUTOMÁTICO

No sé nada de física cuántica

ni de mundos paralelos

ni de entradas desde el espacio

a la atmósfera de la tierra

sólo sé

que de alguna manera

quieres llevarme

a la más oscura

de las prisiones federales interestelares

a la más terrible de las soledades biónicas

sólo sé que quieres

llevarme dentro

dejarme allí

como en vida, sepultado,

y empleas todas tus argucias

y empleas con éxito

la radiación y el habla

y yo sólo puedo oponerte

mi silencio

la ceguera

hasta que con tus sondas invadas mis sueños

y quemes

hasta el último de los átomos

de mis pensamientos psicotrónicos

hasta que me dejes

más sólo

que un desierto lunar

más olvidado que al héroe

de una epopeya jamás hallada

como metal aplastado

como ruina mecánica

como planta nuclear

bombardeada en cemento

hasta que me dejes

infinitamente seco

como cadáver enterrado

en cualquier pasado

hasta que me dejes

y los niños canten

y el planeta sonría

y todo parezca ser

lo que es el amor

el mundo

la vida

un planeta muerto

en medio del espacio.

***

NON È UNA BUONA IDEA CHE UN ROBOT CIECO PILOTI L’ASTRONAVE IN AUTOMATICO

Non so nulla di fisica quantistica

né di mondi paralleli

né di ingressi dallo spazio

nell’atmosfera della terra

so solo

che in qualche maniera

vuoi condurmi

nella più oscura

delle prigioni federali interstellari

nella più tremenda delle solitudini bioniche

so solo che vuoi

condurmi dentro

lasciarmi lì

come in vita, seppellito,

e impieghi tutta la tua astuzia

e impieghi con successo

la radiazione e la lingua

e io posso solo opporti

il mio silenzio

la cecità

finché con le tue sonde non invaderai i miei

[sogni

e brucerai

fino all’ultimo degli atomi

dei miei pensieri psicotronici

fino a che non mi lascerai

più solo

di un deserto lunare

più negletto dell’eroe

di un’epopea mai più ritrovata

come metallo pressato

come relitto meccanico

come impianto nucleare

bombardato con il cemento

fino a che non mi lascerai

infinitamente asciutto

come un cadavere inumato

in qualsiasi passato

fino a che non mi lascerai

e i bambini canteranno

e il pianeta sorriderà

e tutto sembrerà essere

ciò che l’amore è

il mondo

la vita

un pianeta morto

nel mezzo dello spazio.

***

***

CREDO

Este credo no era el verdadero

no hablaba del árbol

del tronco

de la rama

de la hoja

ni nos habló del fruto

no era el verdadero

no era un continente

no sabía del límite de la tierra con el mar

ignoraba la natural frontera que nos separa

[del aire

el vértigo de la sima

el terror del acantilado

cuando nadie te acompaña

la inmensidad de la nada en una bañera

no era el verdadero

no era el cuerpo

no hablaba de sus manos

no de su cuello

no de su espina dorsal como una carretera

negaba las piernas y negaba el erizo abierto

el abracadabra de un destello

no proclamaba el cielo del lóbulo extinto

ni la mirada que acompaña al placer

era bendita

no nos daba la creencia exacta

que hace que amar sea algo táctil

la experiencia

el saber

el olfato

todo lo que es humano y no es bello

y es visceral y crudo

insaciable

como la luz que das

aunque no queráis tomarla.

***

CREDO

Questo credo non era quello vero

non parlava dell’albero

del tronco

del ramo

della foglia

né ci parlò del frutto

non era quello vero

non era un continente

non sapeva del confine tra la terra e il mare

ignorava la frontiera naturale che ci separa

[dall’aria

la vertigine dell’abisso

il terrore della scogliera

se nessuno ti accompagna

l’immensità del nulla in una vasca

non era quello vero

non era il corpo

non parlava delle mani

non del suo collo

non della sua spina dorsale come una strada

negava le gambe e negava il riccio aperto

l’abracadabra di una scintilla

non annunciava il cielo del lobo estinto

né lo sguardo che accompagna il piacere

era benedetto

non ci dava la convinzione esatta

che fa dell’amare una cosa tattile

l’esperienza

il sapere

l’olfatto

tutto ciò che è umano e non è bello

ed è viscerale e crudo

insaziabile

come la luce che dai

malgrado non vogliate prenderla

***

***

VAMPIRO

Este cuerpo fósil quiere tocarte

volverse fluido elemental

combustible vivo

correr donde corren los niños

hacer un matriz amable

del cuerpo tuyo

sé que tú eres selva y aún vives

que mantienes alguna región inexplorada

que hay un trozo de ártico en tus ojos

capaz de helar toda el agua del planeta

hundir en nieve

matar de un golpe

pero hay quien prefiere

retornar a la vida vivir eternamente

aunque sea solo de noche

y con miedo a la luz blanca

que escapa de tu cuerpo

por eso soy un resto fósil

lo que un día fue un animal pesado

y hoy es alguien

que quiere vivir eternamente

en alguna región inexplorada.

***

VAMPIRO

Questo corpo fossile che vuole toccarti

mutarsi in fluido elementare

combustibile vivo

correre dove corrono i bambini

fare una matrice dolce

del corpo tuo

so che tu sei una selva e ancora vivi

che conservi una qualche regione inesplorata

che serbi un pezzo d’artico negli occhi

in grado di ghiacciare tutta l’acqua del

[pianeta

ricoprire di neve

uccidere all’istante

ma c’è chi preferisce

ritornare alla vita vivere eternamente

fosse anche solo di notte

e temendo la luce bianca

che sgorga dal tuo corpo

per questo sono un resto fossile

quello che era un animale pesante

e oggi è uno

che vuole vivere eternamente

in una qualche regione inesplorata.

***

***

NO DEFENSA

Me digo que no más

frente a tu cuerpo abierto como un árbol

frente a tus manos derramando savia

frente a tu cuerpo abierto

frente al tacto de la mano

frente a la mirada limpia

frente al día más y más helado

frente a la noche que cae

y miente de nieve la calle

no queda nada que hacer

sólo permanecer quieto

resistir asustado

relatar lo frágil

que es cada momento

y no quedar salvo

y estar dispuesto

como esas piraguas en el margen del río

a alcanzar la orilla de piedra de los rápidos

como nosotros

esperan

desmoronarse y caer

aunque nadie

hable

diga

nombre

ni obedezca al viento

que mueve las cometas.

***

NESSUNA DIFESA

Mi ripeto mai più

davanti al tuo corpo aperto come un albero

davanti alle tue mani grondanti linfa

davanti al tuo corpo aperto

davanti al tocco della mano

davanti allo sguardo puro

davanti al giorno sempre più gelido

davanti alla notte che cala

e maschera di neve la strada

non c’è più niente da fare

solo rimanere fermo

resistere atterrito

narrare ciò che è fragile

che è ogni momento

e non salvarsi

ed essere pronto

come quelle piroghe sulla sponda del fiume

a raggiungere il bordo di pietra delle rapide

come noi

attendono

di sgretolarsi e cadere

benché nessuno

parli

dica

nomini

né obbedisca al vento

che muove gli aquiloni.

***

***

EL VERDADERO MAL (DE NUEVO)

Eres el mal sobre todas las cosas

el día cuando la noche acaba

una cruz invertida en la casa del padre

eres el río que agota su condición de río

y se da al mar y lo endulza y lo deseca

eres el mal sobre todas las cosas

la que ahuyenta las gallinas

en la noche de san Lázaro

la que siembra los campos

con una muerte dulce

que enloquece a los hombres

pero así es el mal

la ironía del mundo

lo que vuelve el corazón

un kilo de nieve.

***

IL VERO MALE (DI NUOVO)

Sei il male sopra tutte le cose

il giorno sul morire della notte

una croce invertita nella casa del padre

sei il fiume che esaurisce il suo essere fiume

e si dà al mare e lo addolcisce e lo prosciuga

sei il male sopra tutte le cose

colei che scaccia le galline

nella notte di san Lázaro

colei che semina i campi

con una morte dolce

che fa impazzire gli uomini

però così è il male

l’ironia del mondo

ciò che trasforma il cuore

in un chilo di neve.

  1. Rafael Muñoz Zayas (Panamá, 1972) è poeta e narratore. Da molti anni risiede in Spagna, a Málaga, dove si è laureato in filologia ispanica e dirige manifestazioni culturali e laboratori di scrittura. Ha pubblicato le raccolte poetiche Leucemias infinitas (1996), Canto del mal soldado (2000), Sones de dicha (2001, con cui ha vinto il premio Ciudad de Ronda) e Tierra de provisión (2013). La sua poesia è stata tradotta in diverse lingue, fra cui l’inglese, il francese e l’arabo, ed è stata inserita in numerose antologie spagnole e internazionali. Del 2006 è il suo primo romanzo, Malestar, uscito per la casa editrice Kailas. Il suo ultimo libro di versi, come detto, è la raccolta di poesie da cui prendiamo i testi seguenti: Los astronautas de verdad no regresan a casa (PreTextos, 2019).
  2. R. Muñoz Zayas, Los astronautas de verdad no regresan a casa, Valencia, Editorial Pre-Textos, 2019.
  3. «Este poemario, que es una versión reducida de un todo mayor, es una versión acendrada y muy depurada de un itinerario mayor, que sin embargo no ha perdido su esencia» (‘Questa raccolta, che è una versione ridotta di un insieme più grande, è una versione affinata e ben depurata di un percorso più grande del quale, tuttavia, non si è persa l’essenza’). Cfr. l’URL: https://secretolivo.com/index.php/2019/05/20/rafael-munoz-zayas-todo-acto-de-escritura-busca-crear-una-nueva-realidad/ (ultima consultazione di tutti i link: 1/09/2024).
  4. (‘Ogni atto di scrittura cerca di creare una nuova realtà. Nel mio caso, attraverso la poesia, rievoco e riesamino uno stato d’animo che dà vita al componimento’). Cfr. l’URL: https://secretolivo.com/index.php/2019/05/20/rafael-munoz-zayas-todo-acto-de-escritura-busca-crear-una-nueva-realidad/.
  5. Nota biografica del traduttore: Edoardo Franchi (Roma, 1986) è dottore di ricerca in Studi Comparati presso l’Università di Roma “Tor Vergata”. Ha pubblicato diversi saggi e articoli su riviste letterarie e curato l’edizione italiana, per la casa editrice Ensemble, dei libri di poesia Sette cammini per Beatrice di Ernesto Pérez Zúñiga, I livellatori di Carlos Pardo e Mare di Varna di Álvaro Hernando Freile. Ha inoltre tradotto alcuni racconti di Pedro Lemebel e Giovanna Rivero, e selezioni di poesie di Alfredo Trejos e Álvaro Hernando Freile pubblicate su rivista. Ha svolto docenze di Lingua Spagnola, Letteratura Spagnola e Ispanoamericana presso l’Università della Calabria e le Università di Roma “Tor Vergata” e “Sapienza”.

(fasc. 56-57, 15 settembre 2025)

La voglia, la pazzia e la Vanoni “brasiliana”

Author di Elisabetta Maino

Abstract: Ornella Vanoni (Milano, 1934) ha prestato la sua voce, unica, come il titolo del suo ultimo album, uscito nel 2021, a 87 anni, alla musica brasiliana di grandi autori quali Vinicius de Moraes, Chico Buarque, Caetano Veloso, Roberto Carlos, solo per citarne alcuni. E lo ha fatto in italiano, aggiungendo ulteriore sensualità e calore alla lingua del samba, il portoghese del Brasile. Ma è possibile tradurre il testo di una canzone mantenendone inalterato il sentimento poetico? Le canzoni interpretate dalla Vanoni non hanno l’obiettivo di rendere comprensibile un testo all’orecchio di chi non mastica la lingua del Brasile. Bruno Lauzi e Sergio Bardotti, i traduttori dei testi della “Vanoni brasiliana”, hanno fatto un passo ulteriore, facendo della traduzione una forma letteraria propria, seguendo quanto affermato da Benjamin a proposito del compito del traduttore che «va inteso come compito a sé, nettamente distinto da quello del poeta. Compito del traduttore è di trovare quell’intenzione rispetto alla lingua di arrivo dove si ridesti l’eco dell’originale». Lingua di partenza e lingua di arrivo potranno in questo modo generare una nuova lingua, quella della fruizione del testo poetico (cantato), altrettanto ricco di qualità letteraria. L’intervento si propone di analizzare alcune canzoni, mettendo a confronto i testi originali con quelli tradotti (meno originali dei primi?), con l’intento di trovare il punto infinitamente piccolo in cui, parafrasando ancora una volta Benjamin, «la traduzione tocca l’originale di sfuggita per poi proseguire la sua strada secondo la legge della fedeltà nella libertà del movimento linguistico».

Abstract: Ornella Vanoni lent her unique voice, just like the title of her latest album, released in 2021 for her 87th birthday, to Brazilian music by great composers such as Vinicius de Moraes, Chico Buarque, Caetano Veloso, Roberto Carlos, just to name a few. And she did this in Italian, adding further sensuality and warmth to the language of samba, Brazilian Portuguese. But is it possible to translate the lyrics of a song while keeping the poetic sense unchanged? Vanoni does not aim to make the lyrics of the songs she performs comprehensible to the ears of non Portuguese-speakers. Bruno Lauzi and Sergio Bardotti, the translators of the “Brazilian Vanoni” lyrics, took an extra step by turning translation into its own literary form, following what Benjamin stated about the role of the translator: «it should be understood as a task within itself, clearly distinct from that of the poet. The translator’s task is to find that intention in the target language where the echo of the original is awakened». In this way, the source language and the target language can generate a new language, that of the poetic (sung) text, equally rich in literary quality. This paper aims to analyse some of the songs, comparing the original texts with the translated ones (less original than the first ones?), with the goal of finding the infinitely small point in which, once again paraphrasing Benjamin, ‹‹the translation touches the original fleetingly and then continues its journey according to the law of loyalty in the freedom of linguistic movement››.

Parlare oggi di Ornella Vanoni significa ripercorrere gli ultimi ottant’anni della storia d’Italia, di cui l’artista è stata, e continua a essere, parte integrante. «La Vanoni è una di quelle interpreti le cui canzoni, volenti o nolenti, vivono nella nostra testa, scorrono nelle nostre vene… Ornella è un’artista impeccabile, oltre che una donna risoluta, attenta, tagliente e molto lucida»[1].

La sua carriera comincia nel 1956, nell’ambito della compagnia del Piccolo Teatro di Milano, dove raggiunge i primi successi come attrice e interprete delle canzoni della Mala, la malavita milanese. Le canzoni sono scritte da Giorgio Strehler, compagno della Vanoni, innamorato pazzo di lei, che ha abbandonato l’insegnamento pur di stare al suo fianco, e da altri artisti quali Dario Fo. Secondo quanto dichiara la stessa Vanoni, la musica la rendeva felice[2]. Così, negli anni Sessanta e Settanta entra a far parte del gruppo di cantanti e cantautori ‒ Enzo Jannacci, Sergio Endrigo, i Gufi, solo per citarne alcuni ‒ che, nonostante lo stile personale, hanno in comune la voglia di mettere a nudo la realtà, parlando della vita e delle sue verità. Ornella sceglie la stessa strada e nel 1981 compone la canzone Vai, Valentina, il dialogo tra una giovane donna e una più matura, più esperta, più saggia, che le insegna ad affrontare la vita e l’amore: «Per il suo testo, Ornella Vanoni ha operato delle scelte linguistiche interessanti. In particolare, emerge una grande accuratezza nella selezione dei verbi. Ascoltando Vai, Valentina, ci sembra quasi di vedere materializzate le due donne, sedute a un tavolino di qualche bar nel centro di Milano. È un brano che invita all’azione»[3]. E che riporta all’esperienza dei cambiamenti dell’amore, perché gli esseri umani cambiano, perché il tempo cambia, perché tutto cambia: Todo cambia, come canta la cantante argentina Mercedes de Sosa.

La figura femminile continua a essere una costante nei testi della Vanoni. Negli anni Novanta, con l’album Sheherazade, la cantante traccia «un viaggio sentimentale nel mondo femminile»[4], essendo lei stessa l’autrice di otto dei dodici ritratti di donna che compongono l’album. La scelta del titolo dell’album è chiaramente un omaggio all’intraprendenza, alla creatività, alla bellezza, alla seduzione, al genio dell’essere donna.

Non volendo intraprendere questa lunga strada, ci concentreremo su una delle tante facce della poliedrica artista, la Vanoni “brasiliana”, l’interprete che ha prestato la sua voce a canzoni di grandissimi autori quali Vinicius de Moraes, Chico Buarque, Caetano Veloso, Roberto Carlos, per citarne alcuni. Nel suo caso non si tratta semplicemente di voce: si tratta di interpretazione, di consegnare un testo a una donna intelligente, spiritosa, gentile, disponibile, nella vita e sul palco.

L’interpretazione di Ornella Vanoni va oltre la lingua. Affidarle un testo significa farglielo “sentire”, come fece Gino Paoli la prima volta che si incontrarono, a Milano, nei corridoi della Ricordi:

È la primavera del 1960 quando conosco un’altra donna. Io ho già pubblicato La gatta e Il cielo in una stanza. Alla Ricordi sono di casa. Sono nella saletta, al pianoforte, quando Nanni entra insieme a una bellissima ragazza dai capelli rossi.

“Mi dicono che sei bravo. Mi scriveresti una canzone?”

Io non rispondo niente, la guardo.

[…]

“Non so,” dico. Poi aggiungo: “E tu, ci verresti alla Fiera con me?” Erano le settimane della grande Fiera campionaria. Era come un gigantesco centro commerciale internazionale…

Lei sorride, timidamente. Poi se ne va, entra nell’ufficio di Nanni Ricordi. Mezz’ora dopo ritorna.

“Guarda che la canzone te l’ho scritta,” le dico.

E mentre mi si mette accanto tutta seria, le faccio sentire al pianoforte il valzer di Senza fine. Re maggiore, si minore settima, sol maggiore, la maggiore. Quando arriva il passaggio al do minore di settima e la spirale di accordi malinconici che segue, vedo sul suo volto balenare un sorriso.

Gli archi e la fisarmonica sarebbero arrivati dopo. Le parole, anche, ci vollero dei mesi. Come molto altro[5].

 

Ornella è attenta, ascolta, “sente”, esegue, interpreta, rappresenta sempre. Quando esegue, traduce mentalmente, come un vero e proprio traduttore: curioso, umile e mite.

Bruno Lauzi e Sergio Bardotti sono i traduttori dei testi della Vanoni “brasiliana”. Con pazienza e umiltà, restando nell’ombra, si sono messi al servizio delle parole, ascoltandole, sentendole. Hanno dapprima “tradito” il testo, allontanandosene, per poi riavvicinarsi curiosi, e arrivare a creare un nuovo stile, che nella sua novità si è mantenuto fedele allo spirito del testo di partenza, al suo ritmo, al suo tono, al sentimento poetico in esso contenuto. Il compito del traduttore, infatti, «va inteso come compito a sé, nettamente distinto da quello del poeta. Compito del traduttore è di trovare quell’intenzione rispetto alla lingua di arrivo dove si ridesti l’eco dell’originale»[6]. Lingua di partenza e lingua di arrivo generano in questo modo una terza lingua, quella della fruizione del testo poetico (cantato), altrettanto ricco di qualità letteraria.

Analizzeremo di seguito alcune canzoni, mettendo a confronto i testi originali con quelli tradotti (meno originali dei primi?), con l’intento di trovare il punto in cui «la traduzione tocca l’originale di sfuggita per poi proseguire la sua strada secondo la legge della fedeltà nella libertà del movimento linguistico»[7].

La prima canzone, Sentado à beira do caminho (Erasmo Carlos e Roberto Carlos, 1969), è stata tradotta da Bruno Lauzi nel 1970, con il titolo L’appuntamento. I due testi parlano di un amore che non sa o non vuole rassegnarsi alla fine. Nel primo, si descrive l’immobilità e l’impotenza di chi aspetta lungo una strada (la vita) mentre il mondo prosegue, imperterrito, il proprio cammino. Il ritornello è il grido di chi, invece, vuole riemergere dal vortice in cui è stato travolto: «preciso acabar logo com isto / preciso lembrar que eu existo / que eu existo, que eu existo» (traduzione letterale: ‘devo smetterla di comportarmi così / devo ricordarmi che io esisto / che io esisto, che io esisto’).

Nel testo di Lauzi si racconta, invece, di una lunga e vana attesa da parte di una donna che ha accettato un appuntamento, l’ennesimo, dopo aver già commesso tanti errori nella sua vita sentimentale. Nel ritornello, presa da questa attesa, la donna implora «amore fai presto, io non resisto / se tu non arrivi non esisto / non esisto, non esisto». È interessante notare come il senso di assenza dell’essere amato, nei racconti delle due canzoni, conduca a due situazioni diverse: da una parte, la mancanza di coscienza di sé, al punto da dover ricordare la propria esistenza; dall’altra, l’ansia e la consapevolezza di aver sbagliato, ancora una volta, che si trasforma in mancanza di resistenza e quindi di esistenza.

Eu não posso mais ficar aqui
A esperar
Que um dia de repente você volte

Para mim

Vejo camiões e carros apressados
A passar por mim
‘Tou sentado à beira de um caminho
Que não tem mais fim

Meu olhar se perde na poeira
Dessa estrada triste
Onde a tristeza e a saudade de você
Ainda existe

Esse Sol que queima no meu rosto
Um resto de esperança
De ao menos ver de perto o seu olhar
Que eu trago na lembrança

Preciso acabar logo com isto
Preciso lembrar que eu existo
Que eu existo, que eu existo

Ho sbagliato tante volte ormai

Che lo so già

Che oggi quasi certamente
Sto sbagliando su di te

Ma una volta in più che cosa può cambiare

Nella vita mia
Accettare questo strano appuntamento
È stata una pazzia
Sono triste tra la gente che

Mi sta passando accanto
Ma la nostalgia di rivedere te
È forte più del pianto
Questo sole accende sul mio volto

Un segno di speranza
Sto aspettando quando ad un tratto
Ti vedrò spuntare in lontananza
Amore, fai presto, io non resisto
Se tu non arrivi non esisto
Non esisto, non esisto

Il secondo brano, La voglia, la pazzia, l’incoscienza, l’allegria è quello che dà il nome all’album registrato in studio, in presa diretta, nel 1976, in cui Ornella Vanoni, Vinicius de Moraes e Toquinho cantano, in italiano, una raccolta di canzoni dei più grandi maestri della bossa nova. Se ela quisesse, questo il titolo della canzone originale scritta nel 1975 da Vinicius e Toquinho, è un samba che rappresenta un inno all’amore e all’innamoramento.

La bellezza dei versi e l’allegria della musica fanno di questo testo un’autentica poesia musicale. Il piacere e l’eccitazione crescono di verso in verso e, nell’esemplare traduzione di Bardotti, pur cambiando il soggetto da Ela (‘Lei’) a Io/Noi, la sostanza rimane e le emozioni passano da una lingua all’altra: sentiamo il carnevale entrare in noi, sentiamo crescere «la voglia, la pazzia, / l’incoscienza e l’allegria / di morir d’amore insieme a te». La voce e l’interpretazione della Vanoni fanno il resto:

Se ela tivesse
A coragem de morrer de amor
Se não soubesse
Que a paixão traz sempre muita dor
Se ela me desse
Toda devoção da vida
Num só instante
Sem momento de partida

Pudesse ela me dizer
O que eu preciso ouvir
Que o tempo insiste
Porque existe um tempo que há de vir
Se ela quisesse

Se tivesse essa certeza
De repente, que beleza
Ter a vida assim ao seu dispor
Ela veria, saberia que doçura
Que delícia, que loucura
Como é lindo se morrer de amor

A questo punto
Stiamo tanto bene io e te
Che non ha senso
Tirar fuori i come ed i perché

Cerchiamo insieme
Tutto il bello della vita
In un momento
Che non scappi tra le dita

E dimmi ancora
Tutto quello che mi aspetto già
Che il tempo insiste
Perché esiste il tempo che verrà
A questo punto
Buonanotte all’incertezza
Ai problemi all’amarezza
Sento il carnevale entrare in me
E sento crescere la voglia, la pazzia
L’incoscienza e l’allegria
Di morir d’amore insieme a te

Per concludere, un pezzo di pura poesia, un componimento epico che colpisce per la sua crudezza, per la sua brutalità nonché per la sua attualità. Construção è la risposta che Chico Buarque firma, nel 1971, all’età di 27 anni, dopo l’autoesilio in Italia, dal 1969 al 1970, per manifestare il suo dissenso nei confronti del cosiddetto “miracolo brasiliano”. Construção è la cronaca dell’ultima giornata di un manovale edile che sale l’impalcatura ripetendo, giorno dopo giorno, i gesti meccanici e alienanti che lo porteranno a inciampare nel cielo come un ubriaco (o un vecchio magico), fluttuando nell’aria come un passero, per poi finire sul terreno come un pacco flaccido e spegnersi, ostacolando il traffico (“il sabato” nell’ultimo verso).

L’interpretazione dal vivo di Ornella Vanoni del 1975, nell’ambito del programma Fatti e fattacci di Antonello Falqui, la vede quasi immobile sul palcoscenico, abiti scuri, con alle spalle uno scenario che rappresenta la città di Rio de Janeiro (ma potrebbe trattarsi di una qualsiasi città, come la Città che sale di Umberto Boccioni).

 

U. Boccioni, La città che sale, 1910, Milano ‒ Pinacoteca di Brera.

 

La sua voce è monotona, scandita appena da leggeri movimenti delle gambe ‒ una sorta di marcia lenta, in cui i piedi non si staccano dal pavimento ‒ e dalla testa che leggermente ballonzola, unita al collo da un invisibile elastico, come quello che teneva insieme le vecchie bambole. Le parole della Vanoni (esemplarmente tradotte dal grande Sergio Bardotti), ripetute come una cantilena che si trasforma in denuncia, fanno rivivere il testo epico di Chico Buarque, ripetitivo ma mai uguale, che utilizza il verso alessandrino (dodici sillabe di cui la 6ª e la 12ª sono accentate) per imprimere un ritmo meccanico, come la catena di montaggio che, imperterrita, porta all’alienazione.

Le tre strofe si ripetono con un magistrale gioco di parole-chiave che, transitando da un verso all’altro, ne modificano il senso in forma apparentemente aleatoria, rendendo al primo ascolto ambigua la comprensione del testo. La prima strofa narra un fatto di cronaca, la storia di un operaio che esce di casa la mattina per recarsi al lavoro dopo aver salutato la moglie e i figli, ma il cui stato psicologico viene introdotto e sottolineato nella seconda strofa: una sorta di Charlie Chaplin, operaio di Tempi moderni, le cui braccia si muovono in maniera autonoma, che procede con uno sguardo allucinato, fino a lasciarsi inghiottire dagli ingranaggi della macchina (terza strofa), fluttuando nell’aria come se fosse un principe, afflosciandosi a terra come un «pacchetto comico» (“pacchetto flaccido”, nell’originale) e «spegnendosi contromano», «ostacolando il sabato».

È importante evidenziare come, dalla prima alla seconda strofa, sia nella versione originale che in quella tradotta il pacchetto che si affloscia a terra cambi forma, passando da «flaccido» a «timido». Nella terza strofa, incompleta, la scelta di Chico Buarque ricade su un pacchetto «ubriaco», trasformato in pacchetto «comico» nella versione di Bardotti:

E tropeçou no céu como se fosse um bêbado

E flutuou no ar como se fosse um pássaro
E se acabou no chão feito um pacote flácido
Agonizou no meio do passeio público
Morreu na contramão, atrapalhando o tráfego

[]

E tropeçou no céu como se ouvisse música
E flutuou no ar como se fosse um sábado
E se acabou no chão feito um pacote tímido
Agonizou no meio do passeio náufrago
Morreu na contramão, atrapalhando o público

Amou daquela vez como se fosse máquina
Beijou sua mulher como se fosse lógico
Ergueu no patamar quatro paredes flácidas
Sentou pra descansar como se fosse um pássaro
E flutuou no ar como se fosse um príncipe
E se acabou no chão feito um pacote bêbado
Morreu na contramão atrapalhando o sábado

Ed inciampò nel cielo come un vecchio comico

E fluttuò nell’aria come fosse un passero
A terra si afflosciò come un pacchetto flaccido

Agonizzò nel mezzo del passeggio pubblico

Si spense contromano, ostacolando il traffico

[…]

Ed inciampò nel cielo come ascoltasse musica

E fluttuò nell’aria come fosse sabato

A terra si afflosciò come un pacchetto timido

Agonizzò nel mezzo del passaggio un naufrago

Si spense contromano, ostacolando il pubblico

Amò tutta la notte come fosse macchina

Baciò la Donna sua come se fosse logico

Alzò sul ballatoio due pareti flaccide

Sedette a riposare come fosse un passero

E fluttuò nell’aria come fosse principe

A terra si afflosciò come un pacchetto comico

Si spense contromano, ostacolando il sabato

Construção non si ferma alla versione di Bardotti, ma produce nuove varianti. La canzone è stata cantata anche da Enzo Jannacci, che nel 1977 ha poeticamente trasformato il «pacco ubriaco» (pacote bêbado) del penultimo verso in «ubriaco fradicio». La sua interpretazione è un’autentica denuncia, che comincia a ritmo di marcia per poi innalzarsi a grido di protesta:

Amou daquela vez como se fosse máquina
Beijou sua mulher como se fosse lógico
Ergueu no patamar quatro paredes flácidas
Sentou pra descansar como se fosse um pássaro
E flutuou no ar como se fosse um príncipe
E se acabou no chão feito um pacote bêbado
Morreu na contramão atrapalhando o sábado

E quella volta amò come fosse macchina

E poi baciò sua moglie come se fosse logico

Lì sull’impalcatura quattro muri flaccidi

Seduto a riposare come fosse un passero

E fluttuò nell’aria come fosse principe

E cadde giù per terra come ubriaco fradicio

È morto contromano disturbando il sabato

Esattamente trent’anni dopo Jannacci, nel 2007, i Têtes de Bois riprendono l’aggettivo «comico» di Bardotti, premettendolo alla figura di un vecchio, a guisa del vecchio pagliaccio di Ruggero Leoncavallo che, nonostante tutto, deve vestire la giubba e truccarsi per continuare a far ridere gli altri:

Amou daquela vez como se fosse máquina
Beijou sua mulher como se fosse lógico
Ergueu no patamar quatro paredes flácidas
Sentou pra descansar como se fosse um pássaro
E flutuou no ar como se fosse um príncipe
E se acabou no chão feito um pacote bêbado
Morreu na contramão atrapalhando o sábado

E quella volta amò come se fosse macchina

E poi baciò sua moglie come fosse logico

Lì sull’impalcatura quattro muri flaccidi

Seduto a riposare come fosse un passero

E fluttuò nell’aria come fosse principe

E cadde giù per terra come un vecchio comico

È morto contromano disturbando il sabato

Per chiudere il percorso e sottolineare l’attualità della Costruzione ricordiamo un episodio recente. Il 1º maggio 2022 Ornella Vanoni ha partecipato per la prima volta al concerto che tutti gli anni si organizza a Roma in Piazza San Giovanni in occasione della Festa del Lavoro. La cantante ha scelto di portare sul palco la canzone di Chico Buarque, una scelta che non ha nulla di casuale. Ornella è una donna sensibile, è un’attivista e, all’età di 87 anni, sul grande palco dei sindacati, tutti presenti, fondendo suoni, parole e immagini, ha infilato accuratamente il dito nella piaga che non smette di sanguinare, quella delle morti bianche, prestando la sua magnifica voce a chi all’improvviso è sprofondato nell’eterno silenzio.

Ricordiamo, infine, che solo una settimana prima, il 24 aprile 2022, il Club Tenco, nell’ambito dell’evento Per te, Ornella ‒ Serata di parole e musica, organizzato al Casinò Municipale di Sanremo, le aveva conferito il Premio Tenco Speciale con la seguente motivazione:

Straordinario esempio di interprete e autrice di una canzone sempre intelligente e ai vertici della qualità artistica; fin dagli esordi ha fornito suggestioni musicali spesso inedite e ha continuato a farlo in tutta la carriera. Con un inconfondibile stile che privilegia l’emozione, ci ha presentato le canzoni della mala, le composizioni dei cantautori genovesi e milanesi, la grande canzone poetica brasiliana andando anche a scoprire nuovi talenti competitivi nelle giovani leve italiane[8].

 

  1. G. Baglio, Ornella Vanoni: «In Italia il rock non esiste», in RollingStone.it, 29/09/2018; cfr. L’URL: https://www.rollingstone.it/musica/interviste-musica/ornella-vanoni-in-italia-il-rock-non-esiste/430367/ (ultima consultazione di tutti i link: 15/03/2025).
  2. Cfr. S. Chiappori, Strehler e Ornella Vanoni: “Io, il genio e l’amore ma sognavo l’allegria. Le canzoni della mala? Una sua invenzione”, in «la Repubblica», 03/06/2021; cfr. L’URL: https://milano.repubblica.it/cronaca/2021/06/02/news/strehler_e_la_vanoni-303933632/ .
  3. U. Pericoli, Ornella Vanoni e “Vai, Valentina”: di corsa, verso la modernità, in «Onda Musicale», 22/09/2023.
  4. L. Colombati, Ornella Vanoni, in La canzone italiana 1861-2011, a cura di L. Colombati, vol. 1, Milano, Mondadori, 2011, pp. 865-77.
  5. G. Paoli, D. Bresciani, Cosa farò da grande. I miei primi 90 anni, Milano, Bompiani, 2023.
  6. W. Benjamin, Il compito del traduttore (1920), in «aut aut» 334, 2007, pp. 7-20.
  7. Ibidem.
  8. U. Pericoli, Ornella Vanoni e “Vai, Valentina”: di corsa, verso la modernità, op. cit.

(fasc. 56-57, 15 settembre 2025)

“M’illumino d’immenso”, Premio Internazionale di Traduzione di Poesia – Comunicato stampa 2024

Author di Redazione

Sono Fatmaelzahraa Abdalla (Egitto), Helena Aguilá Ruzola (Spagna), Valerio Nardoni (Italia) e Mariangela Ragassi (Brasile), in rigoroso ordine alfabetico, i vincitori dell’edizione 2024 dei quattro premi internazionali di traduzione di poesia “M’illumino d’immenso”.

Ad eleggere le quattro migliori traduzioni sono state quattro giurie composte da 15 traduttori e poeti di grande prestigio di 11 nazionalità: Maram Al-Masri (Siria), Prisca Agustoni (Svizzera), Barbara Bertoni (Italia), Vanni Bianconi (Svizzera), Reddad Cherrati (Marocco), Miguel Ángel Cuevas (Spagna), Pedro Eiras (Portogallo), Islam Fawzi (Egitto), Emanuel França de Brito (Brasile), Inés Garland (Argentina), Matteo Lefèvre (Italia), Fabio Morábito (Messico), Aldo Nicosia (Italia), Christian Sinicco (Italia) e Jorge Yglesias (Cuba).

Le cerimonie di premiazione si sono svolte nell’ambito della XXIV Settimana della Lingua Italiana nel Mondo negli Istituti italiani di cultura di Città del Messico, Il Cairo e Rio de Janeiro.

A differenza di altri premi, l’iniziativa non premia opere già tradotte e pubblicate, bensì invoglia i partecipanti a cimentarsi nella traduzione di due testi poetici proposti dagli organizzatori. In questa edizione, due poesie in lingua italiana, Gli abiti e i corpi di Giovanni Giudici e Cnidaria (Frammento) di Laura Accerboni, sono state tradotte da 199 concorrenti, dai 19 agli 81 anni, di 22 Paesi (Argentina, Bolivia, Brasile, Camerun, Colombia, Cuba, Ecuador, Egitto, Francia, Germania, Guatemala, Italia, Libano, Messico, Perù, Portogallo, Regno Unito, Spagna, Uruguay, USA, Venezuela). Le traduzioni premiate (in spagnolo, portoghese e arabo) saranno pubblicate da 19 prestigiosi media di 12 paesi: Addiwan Algiadid (Egitto), Albayt (Marocco), Altazor (Cile), Almutargem Aliraqi (Iraq), Biblit – Idee e risorse per traduttori letterari (Italia), Boring books (Egitto), Cadernos de Tradução (UFSC/Brasile), el malpensante (Colombia), Ipotesi (UFJF/Brasile), La otra (Messico), Luvina (Messico), (n.t.) Nota do Tradutor (Brasile), Op. cit. (Argentina), Periódico de Poesía (Messico), Revista Internacional de Culturas y Literaturas (Spagna), Ruído Manifesto (Brasile), Skhema (Portogallo), Specimen. The Babel Review of Translations (Svizzera) e Vasos Comunicantes (Spagna).

Due poesie in lingua spagnola, Cuatro vilanelas, I di Luis Miguel Aguilar (Messico) e La Salinas di Antonio Cisneros (Perù), sono state tradotte da 292 concorrenti, dai 15 agli 85 anni, residenti in 25 paesi diversi (Argentina, Bolivia, Brasile, Camerun, Canada, Cile, Colombia, Costa Rica, Cuba, Finlandia, Francia, Germania, Guatemala, Honduras, Italia, Messico, Paraguay, Perù, Portogallo, Regno Unito, Spagna, Svizzera, USA, Uruguay, Venezuela).

Le traduzioni premiate verranno pubblicate da 8 prestigiosi media di tre paesi: Biblit – Idee e risorse per traduttori letterari (Italia), «Diacritica» (Italia), Fili d’aquilone (Italia), Le parole e le cose (Italia), L’Ulisse (Italia), Poesia del Nostro Tempo (Italia), Revista Internacional de Culturas y Literaturas (Spagna) e Specimen. The Babel Review of Translations (Svizzera).

L’obiettivo di questo concorso, creato nel 2018 da Barbara Bertoni (Italia), Vanni Bianconi (Svizzera) e Fabio Morábito (Messico), che è promuovere la traduzione e la diffusione della poesia contemporanea in lingua italiana e in lingua spagnola, è stato ampliamente superato. Quest’anno il Premio “M’illumino d’immenso” ha invogliato a cimentarsi nella traduzione delle poesie proposte dagli organizzatori ben 491 traduttori residenti in 28 Paesi di 4 continenti. Le traduzioni premiate verranno pubblicate su 24 riviste di 12 paesi: Argentina, Brasile, Cile, Colombia, Egitto, Italia, Iraq, Marocco, Messico, Portogallo, Spagna e Svizzera.

Il premio è organizzato da Laboratorio Trādūxit, grazie al sostegno degli Istituti italiani di cultura di Città del Messico, Barcellona, Buenos Aires, Caracas, Il Cairo, Lima, Madrid, Montevideo, Rio De Janeiro e dell’Organizzazione internazionale italo-latino americana (IILA), con il patrocinio dell’Ambasciata di Svizzera in Egitto, di Ametli (Asociación Mexicana de Traductores Literarios A.C.), di Biblioteche di Roma, del Fondo de Cultura Económica (Messico) ed Edizioni Casagrande (Svizzera).

I vincitori del premio “M’illumino d’immenso” dall’italiano allo spagnolo e vicerversa (Helena Aguilà Rozula e Valerio Nardoni) si aggiudicano 1000 euro. La vincitrice del Premio dall’italiano al portoghese (Mariangela Ragassi) si aggiudica 500 euro e una settimana di alloggio presso la Casa delle Traduzioni di Roma. La vincitrice del Premio dall’italiano all’arabo (Fatmaelzahraa Abdalla) avrà diritto a una settimana di alloggio presso la Casa delle Traduzioni di Roma, a un contributo per spese di viaggio di 200 euro e a una selezione di libri offerta da Edizioni Casagrande (Svizzera).

La giuria della II edizione di “M’illumino d’immenso” dallo spagnolo all’italiano:

Barbara Bertoni (Genova, Italia)

Traduce soprattutto dallo spagnolo, ma anche dal francese, dal catalano, dal portoghese e dall’inglese. Tra gli autori tradotti: Roberto Bolaño, Augusto Monterroso, Carmen Laforet, Alejo Carpentier, Georges Simenon, Valter Hugo Mãe ecc. Nel 2015 ha creato Laboratorio Trādūxit, un laboratorio di traduzione letteraria collettiva che ha come obiettivo quello di formare traduttori letterari dall’italiano in spagnolo e diffondere la letteratura in lingua italiana nei paesi ispanofoni.

Vanni Bianconi (Locarno, Svizzera)

È poeta e traduttore. Ha pubblicato tre libri di poesia, Ora primaIl passo dell’uomo Sono due le parole che rimano in ore, e due raccolte di racconti, London as a Second Language e Tarmacadam. È il creatore di Babel, festival di letteratura e traduzione, e della rivista multilingue www.specimen.press. Dal 2022 è il responsabile dei programmi culturali della RSI, radiotelevisione svizzera di lingua italiana.

Matteo Lefèvre (Roma, Italia)

Insegna Lingua e traduzione spagnola all’Università di Roma “Tor Vergata”. Critico, editore e poeta, ha tradotto numerosi autori ispanici, tra cui Antonio Machado, Gabriela Mistral, José Agustín Goytisolo, Nicanor Parra, Jacobo Cortines, Olvido García Valdés e Andrés Neuman. Ha collaborato a programmi RAI e partecipa attivamente alle iniziative dell’Instituto Cervantes, dell’IILA e dei vari enti legati alla promozione della cultura spagnola e ispanoamericana in Italia.

Fabio Morábito (Alessandria, Egitto)

Nato ad Alessandria d’Egitto, ha trascorso l’infanzia a Milano per poi trasferirsi in Messico a quindici anni. Nonostante la sua lingua materna sia l’italiano, scrive in spagnolo. È autore di diversi libri di poesia, racconti, saggistica e di due romanzi. Ha tradotto l’opera completa di Eugenio Montale e Aminta di Torquato Tasso. I suoi libri sono stati tradotti in tedesco, inglese, francese, portoghese e italiano.

Christian Sinicco (Trieste, Italia)

È poeta. Ha pubblicato libri di poesia, tra cui: Ballate di Lagosta (Donzelli editore 2022), Alter (Vydia editore 2019) e Passando per New York (LietoColle 2005). Ha curato l’indagine sulla nuova poesia dialettale confluita in L’Italia a pezzi. Antologia dei poeti in dialetto e in altre lingue minoritarie (1950-2013) (Gwynplaine 2014) ed è vicedirettore di poetipost68.it. Suoi versi sono tradotti in albanese, bielorusso, catalano, croato, inglese, lettone, olandese, slovacco, sloveno, spagnolo, tedesco e turco.

La giuria della VII Edizione di “M’illumino d’immenso” dall’italiano allo spagnolo:

Barbara Bertoni (Genova, Italia): cfr. supra.

Miguel Ángel Cuevas (Alicante, Spagna)

Poeta e traduttore. Professore di italianistica all’Università di Siviglia. Studioso e traduttore di Pirandello, Tozzi, Luzi, Buzzati, Pasolini, Consolo, Scandurra, Maria Attanasio. Ha tradotto in italiano la poesia di José Ángel Valente, oltre alla propria opera poetica, di cui è appena uscita un’antologia autotradotta, Traccia / Traza (Edizioni Ensemble, Collezione Erranze, Roma 2024). Attualmente sta lavorando alla traduzione in spagnolo di Petrolio di Pier Paolo Pasolini.

Inés Garland (Buenos Aires, Argentina)

È scrittrice, traduttrice e coordinatrice di laboratori di scrittura. I suoi libri per adulti, giovani adulti e bambini sono stati tradotti in diverse lingue, hanno ricevuto prestigiosi premi, tra cui lo “Strega Ragazzi e ragazze”, e sono presenti nelle liste Andersen e Cuatrogatos. Nel 2018 ha vinto la borsa di studio Looren per traduttori. Ha tradotto, tra gli altri, Tiffany Atkinson, Sharon Olds, Lydia Davis, Lorrie Moore, Mavis Gallant, Jamaica Kincaid, Julie Hayden e Bette Howland.

Fabio Morábito (Alessandria, Egitto): cfr. supra.

Jorge Yglesias (L’Avana, Cuba)

Traduttore di Emily Dickinson, Adrienne Rich, Paul Claudel, Georg Trakl, Julian Schutting, H. C. Artmann e numerosi poeti contemporanei francesi, austriaci e italiani. Premio UNESCO alla Migliore Traduzione di Pushkin (1999). Premio di Traduzione Letteraria della Repubblica d’Austria (2000). Premio del Collège International des Traducteurs Littéraires d’Arles (2002). Autore dei volumi di poesia Campos de elogio, Sombras para Artaud e Pequeña Siberia. Professore di Storia del Cinema ed Estetica del Documentario presso la Escuela Internacional de Cine y TV di San Antonio de los Baños (Cuba).

La giuria della IV Edizione di “M’illumino d’immenso” dall’italiano all’arabo:

Maram al-Masri (Lattakia, Siria)

Poetessa di fama internazionale nota per la sua scrittura sensibile e incisiva sull’amore, la condizione femminile e la guerra. Autrice di diversi libri tradotti in venti lingue, tra cui Ciliegia rossa su piastrelle bianche e Ti guardo. Vincitrice di numerosi premi letterari, è diventata un simbolo dell’emancipazione femminile nel mondo arabo, dell’impegno a favore delle donne e contro la violenza di genere.

Reddad Cherrati (Casablanca, Marocco)

Traduttore e insegnante d’italiano e membro della Casa della poesia in Marocco. Ha ottenuto la laurea in Lingua e Letteratura spagnola e ha realizzato parte dei suoi studi presso l’Università di Siena e di Perugia. Ha tradotto dall’italiano e dallo spagnolo all’arabo vari autori, tra cui: Alda Merini, Giuseppe Conte, José Angel Valente, Izet Sarajlic, Mario Luzi, Donatella Bisutti, Giacomo Trinci, Giuseppe Ungaretti, Andrea Zanzotto.

Islam Fawzi (Il Cairo, Egitto)

Italianista, traduttore ricercatore universitario specializzato in letterature comparate. Ha tradotto o partecipato alla traduzione di vari libri dall’italiano all’arabo, tra cui: L’amore non conviene di Mila Venturini; Guardati dalla mia fame di Milena Agus e Luciana Castellina; Il pensiero islamico contemporaneo di Massimo Campanini; Quando la montagna era nostra di Fioly Bocca; La malalegna di Rosa Ventrella; L’inganno del successo di Paola Versari; inoltre ha tradotto altri testi scelti di autore come Dino Buzzati, Giovannino Guareschi, Fabrizio De André. È membro della redazione della Rivista di Al-Alsun per la Traduzione.

Aldo Nicosia (Gela, Italia)

Ricercatore all’Università di Bari, è autore del Cinema arabo (2007) e del Romanzo arabo al cinema (2014). Ha pubblicato svariati articoli anche su letteratura contemporanea, sociolinguistica e dialettologia. Si è occupato dell’analisi delle traduzioni in arabo magrebino del Petit prince e nella variante standard di opere di Andrea Camilleri. Di recente ha tradotto il romanzo egiziano Il concorso di Salwa Bakr, e parte della raccolta Kòshari. Racconti arabi e maltesi, di cui è stato anche curatore.

La giuria della I Edizione di “M’illumino d’immenso” dall’italiano al portoghese:

Prisca Agustoni (Lugano, Svizzera)

Poeta, docente universitaria in Brasile, nel Minas Gerais, ha tradotto in portoghese poeti di lingua italiana quali Fabio Pusterla, Franca Mancinelli, Paola Loreto, nonché nomi della narrativa svizzera quali Fleur Jaeggy, Agota Kristof e Bruno Pellegrino. Traduce poesia di lingua portoghese per la «Rivista Italiana Internazionale». Nel 2023 ha vinto il Premio svizzero di letteratura con il libro Verso la ruggine (interlinea, 2022), anche finalista al “Premio Franco Fortini” e sempre nel 2023, con lo stesso libro, autotradotto in portoghese, O gosto amargo dos metais (7Letras 2022) ha vinto il “Premio Oceanos”.

Barbara Bertoni (Genova, Italia): cfr. supra.

Pedro Eiras (Porto, Portogallo)

Ha pubblicato opere di teatro, narrativa, poesia, saggi e altri generi più difficili da definire. Le sue poesie sono state tradotte in sette lingue e i suoi spettacoli teatrali sono stati messi in scena o letti in dieci paesi. Inferno ha vinto il “Premio letterario António Cabral” ed Esquecer Fausto il Premio del Pen Clube Português di Saggistica. Ha tradotto libri di Antonin Artaud, Edmond Jabès, Germaine Dulac, Paul Claudel e Victor Hugo. È professore di Letteratura portoghese presso la Facoltà di Lettere dell’Università di Porto.

Emanuel França de Brito (Rio de Janeiro, Brasile)

È dal 2017 professore di Letteratura italiana presso l’Universidade Federal Fluminense, a Niterói, Brasile. Si occupa di traduzione e di critica letteraria e ha curato in portoghese brasiliano il Convivio (2019) e l’Inferno di Dante (2021) nonché la Rettorica di Brunetto Latini (2023). Ha tradotto inoltre l’antologia Umanisti italiani (curata da Raphael Ebgi), in corso di stampa. Attualmente si dedica alla traduzione del Purgatorio, sempre di Dante.

CV dei traduttori premiati

II Edizione di “M’illumino d’immenso” dallo spagnolo all’italiano:

Vincitore: Valerio Nardoni (Livorno, Italia)

Ispanista e traduttore letterario, è Professore Associato di Letteratura spagnola presso l’Università di Modena e Reggio Emilia. Per la sua attività di traduttore ha ricevuto numerosi premi, fra cui, nel 2018, un Premio Nazionale speciale per la Traduzione assegnato dal MIBACT, per le sue versioni di Miguel de Cervantes e Pedro Salinas, i due poli – Secoli d’oro e Novecento – a cui si è maggiormente dedicato, assieme a numerosi lavori dedicati alla poesia spagnola contemporanea, come la pagina web www.perterredispagna.it che raccoglie molte videointerviste. È direttore editoriale della casa editrice Valigie Rosse, specializzata in poesia nazionale e internazionale.

Menzioni d’onore:

Francesca Cosi (Firenze, Italia)

Traduttrice letteraria, annovera tra le sue traduzioni poetiche 33 sonetti di Shakespeare raccolti nel volume Come allodola in volo (2024), una selezione di poesie inedite di Lewis Carroll (Ho una fata accanto, 2014) che ha ottenuto una menzione speciale al “Premio Morlupo per la traduzione” del 2015, i limerick di Edward Lear (Questo libro non ha senso, 2013, prima traduzione italiana) e altre poesie pubblicate su riviste (tra cui «Internazionale» nel 2023 e 2024). Assieme ad Alessandra Repossi ha tradotto circa 200 tra romanzi, racconti e saggi da inglese, francese e spagnolo: da Virginia Woolf a George Orwell, da Katherine Mansfield a Elie Wiesel, da Jack London a Mark Twain.

Ilaria Sofia Perrino (Roma, Italia)

È traduttrice letteraria dallo spagnolo, dal catalano e dal francese. Ha studiato e lavorato sia a Roma sia a Barcellona, città tra le quali si sposta impegnandosi a costruire ponti culturali. Ha tradotto Maria Callís Cabrera (La città stanca, Ensemble 2022), Mireia Calafell (Noi, chi, Ensemble 2024) e sta lavorando a una nuova traduzione poetica. Da ottobre 2024 sarà per la seconda volta ospite della residenza per traduttori dell’Institut Ramon Llull.

VII Edizione di “M’illumino d’immenso” dall’italiano allo spagnolo:

Vincitrice: Helena Aguilà Ruzola (Barcellona, Spagna)

Traduttrice letteraria ed editoriale dall’italiano allo spagnolo e al catalano con più di 300 titoli pubblicati. È membro della Giunta direttiva e responsabile della Comunicazione dell’Asociación Española de Lengua Italiana y Traducción ed è stata vicepresidente della Sección Autónoma de Traductores de Libros de la Asociación Colegial de Escritores spagnola. È professoressa e ricercatrice di Italianistica presso l’Universitat Autònoma de Barcelona e membro del Nuevo Proyecto Boscán-Catálogo histórico y crítico de traducciones españolas de obras italianas (MICIU), del Progetto WINK-Women Invisible Ink (European Research Council) e dei gruppi Cuerpo y textualidad (UAB) y Translatio: La traducción de los clásicos y las letras españolas en la Edad moderna (École des hautes études hispaniques et ibériques). È co-direttrice delle Giornate internazionali sulla Traduzione letteraria.

Menzione d’onore: Marco Perilli (Trento, Italia)

È scrittore ed editore. I suoi libri più recenti sono Dante (2019, “Premio

Amado Alonso”), Vesuvio (2021) e Blanca (2022). Tiene corsi presso la Fundación para las Letras Mexicanas. È membro del Sistema Nacional de Creadores.

IV Edizione di “M’illumino d’immenso” dall’italiano all’arabo:

Vincitrice: Fatmaelzahraa Abdalla (Il Cairo, Egitto)

Assistant Lecturer presso il Dipartimento d’Italianistica dell’Università del Cairo. Ha conseguito la Laurea magistrale in Filologia moderna presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”. Vincitrice del Premio Kashaf al-Mutarjmeen (III edizione) per la traduzione dall’arabo all’italiano 2023 ‒ National Center for Translation (Egitto). Vincitrice del “Premio letterario Energheia Egitto 2022”. Vincitrice del “Premio speciale giovane traduttore ‒ M’illumino / d’immenso dall’italiano all’arabo 2020.

I Edizione di “M’illumino d’immenso” dall’italiano al portoghese:

Vincitrice: Mariangela Ragassi (Ourinhos, Brasile)

Si è laureata in Belle Arti presso l’UNICAMP (1998) e ha lavorato come designer e insegnante. Nel 1997, ha ricevuto il premio Uma Professora Muito Maluquinha dalla casa editrice Melhoramentos. Dal 2006 vive in Italia, dove lavora come traduttrice ed è laureanda in Lingue e Culture Straniere presso l’UNIPG. Come scrittrice ha partecipato a pubblicazioni collettive di racconti e poesie, l’ultima delle quali è l’antologia di racconti Antropocenas (2024). Ha ricevuto il “Premio Mapa Cultural Paulista” per il racconto Lucicleide na Janela (2004) e ha pubblicato il romanzo Memorial das Flores (2015).

Menzioni d’onore:

Valentina Cantori (Trieste, Italia)

È traduttrice e docente di Letteratura Italiana presso l’Università di San Paolo (USP). Traduce letteratura italiana in portoghese e poeti dell’America Latina in italiano; ha pubblicato la traduzione di Ancestrale, di Goliarda Sapienza (Âyiné, 2020).

Adriana Marcolini (Rio de Janeiro, Brasile)

È traduttrice, giornalista e ricercatrice sulle migrazioni. Tiene corsi su temi legati all’immigrazione italiana. Grazie al finanziamento alla traduzione, conquistato in un bando dell’Assessorato alla Cultura dello Stato di San Paolo, nel 2017 ha pubblicato Em Alto-Mar, dall’originale Sull’Oceano (1889), di Edmondo De Amicis (Nova Alexandria/Istituto Italiano di Cultura di San Paulo). Tra gli autori italiani che ha tradotto si segnalano Alberto Moravia e Maria Messina. Ha conseguito un post-dottorato in Letteratura italiana presso l’Università di San Paolo. È autrice della guida 50 Librerie di Buenos Aires (Cotia, Ateliê Editorial, 2011).

Poesie originali

Cuatro vilanelas

I

Es todo lo que sé. (Que es casi nada.)

Ella tenía una estrella entre los senos.

O así lo veía él, porque la amaba.

No se exigieron boletos en la entrada

Pues cada uno andaba en su terreno.

Es todo lo que sé. (Que es casi nada.)

En una cama angosta ambos quemaban

Su historia y el temor; o cuando menos

Así lo creía él, porque la amaba.

Los dos sabían muy bien la pendejada

Que es insistir en un amor del bueno;

Es todo lo que sé. (Que es casi nada.)

Marzo moría otra vez; y ya se daban

Café con leche mezclado con veneno.

O así lo sentía él, porque la amaba.

Supongamos que un día ella se enfada

Y se borra la estrella de los senos.

¿Qué más saben los dos? ¿No queda nada?

Así se dolía él, porque la amaba.

(Luis Miguel Aguilar, Medio de construcción, Città del Messico, Premià Editora, 1979).

***

***

Las Salinas

Yo nunca vi la nieve y sin embargo he vivido entre la nieve

      toda mi juventud.

En las Salinas, adonde el mar no terminaba nunca y las olas 

      eran dunas de sal.

En las Salinas, adonde el mar no moja pero pinta.

Nieve de mi juventud prometedora como un árbol de mango.

Veinte varas de sal para cada familia de cristianos. Y aún más.

Sal que los arrieros nos cambiaban por el agua de lluvia. Y aún

      más. 

Ni sólidos ni líquidos los blanquísimos bordes de ese mar.

Bajo el sol de febrero destellaban más que el flanco de plata del

      lenguado.

(Y quemaban las niñas de los ojos.)

A veces las mareas -hora del sol, hora de la luna- se alzaban

      como lomos de caballo.

Mas siempre se volvían.

Hasta que un mal verano y un invierno las aguas afincaron para 

      tiempos 

y ni rezos ni llantos pudieron apartarlas de los campos de sal.

            Y el mar levantó techo.

Ahora que ya enterré a mi padre y a mi hermano mayor y mis

      hijos están prontos a enterrarme,

han vuelto las Salinas altas y deslumbrantes bajo el sol.

Hay también unas grúas y unas torres que separan los ácidos

      del cloro.

(Ya nada es del común.)

Y yo salgo muy poco pero Luis -el hijo de Julián- me cuenta

      que los perros no dejan acercarse.

Si parece mentira.

Mala leche tuvieron los hijos de los hijos de la sal.

Puta madre.

Qué de perros habrá para cuidar los blanquísimos campos

      donde el mar no termina y la tierra tampoco.

Qué de perros, Señor, qué oscuridad.

(Antonio Cisneros, Comentarios reales, Valencia, Pre-Textos, 2003).

Poesie vincitrici ‒ traduzione di Valerio Nardoni

Quattro villanelle

I

È tutto quel che so. (Che se ne cava?)

Lei aveva una stella in mezzo al seno.

O a vederla era lui, perché l’amava.

Non si chiesero biglietti all’entrata,

ognuno stava nel proprio terreno.

È tutto quel che so. (Che se ne cava?)

Stesi in un letto angusto i due bruciavano

la propria storia e la paura; o almeno

così credeva lui, perché l’amava.

Sapevano che razza di scemata

è incaponirsi in un amore vero;

è tutto quel che so. (Che se ne cava?)

Marzo moriva ancora; e già si davano

caffellatte mischiato col veleno.

O a sentirlo era lui, perché l’amava.

Supponiamo che un giorno lei arrabbiata

si cancelli la stella dal suo seno.

Che altro sanno quei due? Nulla restava?

Così soffriva lui, perché l’amava.

***

***

Le Saline

Io non ho mai visto la neve eppure tra la neve ho vissuto tutta la mia giovinezza.

Nelle Saline, dove il mare non finiva mai e le onde erano dune di sale.

Nelle Saline, dove il mare non bagna ma tinge.

Neve della mia giovinezza promettente come un albero di mango.

Venti braccia di sale per ogni famiglia di cristiani. E non solo.

Sale che i mulattieri ci scambiavano con l’acqua piovana. E non solo.

Né solide né liquide le bianchissime sponde di quel mare.

Scintillavano sotto il sole di febbraio più del fianco d’argento della sogliola.

(E bruciavano le pupille degli occhi).

A volte le maree – ora del sole, ora della luna – si alzavano come groppe di cavalli.

Ma sempre defluivano.

Finché una brutta estate e un inverno le acque ristagnarono ancora e ancora

e né preghiera né lamento poté scacciarle dai campi di sale.

E il mare vi prese dimora.

Ora che ho già seppellito mio padre e mio fratello maggiore e i miei figli sono pronti a

seppellirmi,

le Saline sono tornate alte e luccicanti sotto il sole.

Ci sono anche delle gru e delle torri che separano gli acidi del cloro.

(Ormai nulla è più in comune).

E io esco di rado ma Luis – il figlio di Julián – mi racconta che i cani non ti fanno

avvicinare.

Pare incredibile.

Che bastardi i figli dei figli del sale.

Fanculo.

Quanti cani ci saranno a guardia dei bianchissimi campi dove il mare non finisce e la terra

neppure.

Quanti cani, Signore, quanto buio.

(fasc. 53, 13 ottobre 2024, vol. II)

Angelo Maria Ripellino poeta e traduttore

Author di Evgenij M. Solonovič

Desidero iniziare questo mio breve intervento ricordando uno scrittore che purtroppo non è più con noi, Andrea Camilleri, che oggi avrebbe potuto raccontare della sua amicizia con Angelo Maria Ripellino, quando entrambi collaboravano alla redazione dell’Enciclopedia dello spettacolo. Anni importanti, perché per Angelo il teatro era la vita, baroccamente intesa come “gran teatro del mondo”.

Ero un giovane traduttore ai primi passi quando conobbi nel 1957 Angelo Maria Ripellino, venuto a Mosca su invito dell’Unione degli scrittori per preparare due incontri fra poeti sovietici e italiani, il primo dei quali, sul tema “La poesia e la contemporaneità”, si svolse in Italia nel 1957 e il secondo a Mosca nel 1958. Continua a leggere Angelo Maria Ripellino poeta e traduttore

(fasc. 50, 31 dicembre 2023)

Per un ritratto di Max Jacob degli anni Venti secondo Emilio Cecchi: saggi dimenticati e lettere inedite

Author di Laura Giurdanella

L’“incontro” Jacob-Cecchi

Dopo poco più di dieci anni dall’ultima ricognizione sulla ricezione dell’opera di Max Jacob in Italia[1], un saggio sembra essere sfuggito all’analisi tanto dei critici jacobiani quanto degli studiosi italiani. Si tratta di un articolo apparso il 10 agosto 1923 sul quotidiano romano «La Tribuna», nella rubrica di critica letteraria Libri nuovi e usati a cura di Emilio Cecchi, e firmato con lo pseudonimo «Il tarlo»[2]. Continua a leggere Per un ritratto di Max Jacob degli anni Venti secondo Emilio Cecchi: saggi dimenticati e lettere inedite

(fasc. 44, 25 maggio 2022, vol. II)

Casamicciola

Author di Paolo D'Angelo

Alla fine di luglio 1883 la famiglia di Benedetto Croce si trovava in villeggiatura a Casamicciola, sull’isola di Ischia[1]. La madre, Luisa Sipari, soffriva di dolori alle articolazioni e già in precedenza aveva tratto giovamento dai fanghi e dalle acque dell’isola. Così i familiari avevano deciso di accompagnarla per un nuovo soggiorno, e con lei c’erano il marito Pasquale Croce, all’epoca quarantaseienne, e la figlia Maria, di tredici anni, oltre appunto a Benedetto, all’epoca diciassettenne. L’altro figlio, Alfonso, di un anno più giovane, era invece rimasto in collegio. Avevano preso alloggio in un albergo nella parte alta del paese, la Villa Verde. Continua a leggere Casamicciola

(fasc. 43, 25 febbraio 2022)

Critica della critica degli scartafacci

Author di Giancristiano Desiderio

La scuola è per la letteratura e non per la poesia.

(B. Croce, La Poesia)

In una breve nota pubblicata sui «Quaderni della Critica» del novembre 1947, Benedetto Croce anticipava di fatto il destino della critica letteraria dei decenni a venire[1]. Il titolo del famoso scritto è: Illusione sulla genesi delle opere d’arte, documentata dagli scartafacci degli scrittori. Una critica che colpiva così bene nel segno che non casualmente Gianfranco Contini, che sarà il maestro riconosciuto della “critica delle varianti” ossia “critica degli errori”, vorrà intitolare il suo, a sua volta celebre testo, Critica degli scartafacci. Seguiamo Croce perché il suo giudizio è davvero esemplare e particolarmente istruttivo per noi oggi – oggi e proprio per noi –, visto che la “critica delle varianti”, soprattutto nella sua versione più forte o hard dello strutturalismo e della semiotica, ha di fatto dichiarato fallimento. Continua a leggere Critica della critica degli scartafacci

(fasc. 43, 25 febbraio 2022)

«Vissimo tanto vicini». Lettere inedite di Italo Svevo ad Ario Tribel e Marino Szombathely

Author di Riccardo Cepach e Simone Ticciati

È raro che due persone che vivono nella medesima città si scrivano delle lettere, anche se si occupano di una medesima materia che necessita di comunicazioni ponderate e precise. Persino fra scrittori le lettere viaggiano – meglio: viaggiavano – soprattutto assieme ai libri che accompagnavano, per introdurli al destinatario con un breve messaggio di indirizzo e orientarne benevolmente la lettura. Andata e ritorno, naturalmente, perché poi c’erano i bigliettini di ringraziamento. Non fanno eccezione i documenti che qui pubblichiamo, comunicazioni inedite di Italo Svevo a due – come definirli? – compagni di strada, triestini appassionati di lettere e arti, dilettanti professionali della scrittura e di fede politica irredentista. Come nel caso di altri corrispondenti locali di Svevo (lettere inedite ai quali sono emerse recentemente)[1], anche Ario Tribel e Marino Szombathely sono, infatti, membri dell’élite liberal-nazionale di Trieste di sentimenti filo-italiani, pieno e celebrato il secondo, professore di lingua e letteratura latina all’Università locale, più modesto e forse moderato il primo, a lungo impiegato del colorificio Veneziani a fianco dello stesso Svevo[2]. Continua a leggere «Vissimo tanto vicini». Lettere inedite di Italo Svevo ad Ario Tribel e Marino Szombathely

(fasc. 39, 31 luglio 2021)

Vittorio Bodini e la traduzione “poetica” di un romanzo: il caso di “Fiestas” di Juan Goytisolo (Einaudi, 1959)

Author di Valentina Tomassini

Introduzione

Il presente contributo si propone di indagare un particolare aspetto della traduzione del romanzo Fiestas di Juan Goytisolo[1] realizzata da Vittorio Bodini al termine degli anni Cinquanta, un decennio di forte rinnovamento della pratica traduttiva e letteraria in Italia. Pur mantenendo l’assetto di un romanzo, di fatto, la versione bodiniana presenta degli elementi tipici del genere poetico: non si tratta soltanto della creatività “lirica” che emerge da alcune scelte traduttive, ma anche dell’inserzione, nell’italiano, di veri e propri stilemi della traduzione appartenenti alla lingua della poesia novecentesca, a cui, naturalmente, è possibile aggiungere anche, come ulteriore istanza, la produzione del poeta salentino. In effetti, alcune soluzioni sembrano riecheggiare i tratti distintivi di movimenti specifici, come il crepuscolarismo, assecondando quindi il meccanismo della memoria poetica; altre, invece, coincidono con la riproduzione di interi sintagmi estrapolati dai versi del Bodini poeta e collocati tra le righe del testo goytisoliano. In entrambi i casi, il traduttore è animato dallo stesso intento: soddisfare una serie di priorità estetiche, che vanno dalla questione stilistica al puro “capriccio”. È proprio quest’urgenza di connotare la forma, di plasmare il linguaggio attorno a sé, innalzando lievemente il registro, a rendere la voce del poeta immediatamente riconoscibile al suo lettore e a confermare il suo statuto di «transautore»[2] del testo. Continua a leggere Vittorio Bodini e la traduzione “poetica” di un romanzo: il caso di “Fiestas” di Juan Goytisolo (Einaudi, 1959)

(fasc. 32, 25 aprile 2020)