L’”italiano vero”: tra identità e cultura. L’evoluzione dell’identità culturale italiana tramite l’analisi delle canzoni “Brividi”, “La Famiglia” e “La Dolce Vita”

Author di Valentina Sorbera

Nella società italiana di oggi, in quale contesto socioculturale si collocano le canzoni Brividi di Mahmood, vincitrice del festival di Sanremo 2022; La Famiglia di Rhove, successo rap dello stesso anno, e il tormentone dell’estate 2022 La Dolce Vita di Fedez? Analizzando i testi e i video di questi brani, usciti tutti nello stesso anno a pochi mesi di distanza l’uno dall’altro, ci si pone l’obiettivo di dimostrare quanto la musica pop italiana sia specchio dell’evoluzione della società italiana odierna. Continua a leggere L’”italiano vero”: tra identità e cultura. L’evoluzione dell’identità culturale italiana tramite l’analisi delle canzoni “Brividi”, “La Famiglia” e “La Dolce Vita”

(fasc. 52, vol. II, 3 giugno 2024)

Ghost stories of the 1970s: Time, Conflict and Reason in “Le venti giornate di Torino”, “Piove all’insù” and “Città sommersa”

Author di Andrea Brondino

Time is out of joint.

W. Shakespeare, Hamlet, Act I, Scene 5

There is nothing to complain about Turin: it is a magnificent and singularly benefic city[1].

F. Nietzsche, Letter to Heinrich Köselitz, 14 October 1888,

in Lettere da Torino [1988], transl. by V. Vivarelli, Milano, Adelphi, 2016, epub

The 1970s (and) Now: Water Under the Bridge?

Forty-two years divide 1968 from Anteo Zamboni’s failed attempt to kill Benito Mussolini in 1926; more than the same amount of time has passed since 1978, the end (or rather one of the possible ends) of the lungo Sessantotto, and now. Every discourse about the Italian 1970s is therefore inevitably posthumous, even though this time distance is both real and illusory. The reasons why our sense of detachment from those years is concrete are obvious: the political context is completely different now ‒ the Soviet Union is a remnant of the past, just to name one macro-change. On the other hand, the 1970s are nearer to us than what a calendar would suggest[2]. In political terms, much of the present Italian ruling class, notoriously long-lived, was formed and emerged during those years. Moreover, some of the so-called mysteries of the decade have not been fully resolved; and even when they have been, legal truths do not completely satisfy the desire for further questions and answers. However truly felt that desire may be, anni di piombo are a goldmine for anyone interested in conspiracy theories, counterstories and alternative histories. In addition, some of the rights obtained during those years, especially within labour law, are now under threat or have been removed[3]. Continua a leggere Ghost stories of the 1970s: Time, Conflict and Reason in “Le venti giornate di Torino”, “Piove all’insù” and “Città sommersa”

(fasc. 52, 31 luglio 2024)

Gli altri intellettuali: la cultura di destra e il “Primo Congresso internazionale per la difesa della cultura” di Torino del 1973

Author di Anna Taglietti

I primi anni Settanta in Italia sono teatro, oltreché dei fatti e degli impulsi più noti e discussi, di una parentesi di significativo fermento della multiforme espressione intellettuale che può essere ricondotta genericamente sotto l’etichetta di “cultura di destra”. Tale relativa fortuna, eccentrica rispetto ai sistemi dominanti, e perlopiù trascurata a posteriori, suscitò all’epoca grande interesse nonché il dispiegamento di eccellenti forze critiche impegnate nella sua indagine. «Oltre alle bombe di Piazza Fontana, un secondo “scoppio” ci fu alla fine del ’69: quello della “cultura di destra”»[1], scriveva appunto Pietro Meldini nel 1973. Continua a leggere Gli altri intellettuali: la cultura di destra e il “Primo Congresso internazionale per la difesa della cultura” di Torino del 1973

(fasc. 52, 31 luglio 2024)

Natalia Ginzburg e la vera madre

Author di Andrea Rondini

Natalia Ginzburg attraversa la stagione delle lotte femministe da una peculiare posizione; provando ad incrociare il senso di disappartenenza al presente («il mio tempo non mi ispira che odio e noia»)[1], lo sguardo creaturale sulla donna («Nessuno come Bergman sa come piangono le donne»)[2] e il culto auratico dell’infanzia che corre in molte sue pagine, emerge un atteggiamento di discorde alterità rispetto a quelle proteste e forse alla protesta sociale in sé: a Ginzburg non piace nemmeno la ribellione all’istituzione famigliare del Portnoy di Philip Roth[3]. Si potrebbe dire che nessuna conoscenza preliminare sia particolarmente funzionale ad un approccio simpatetico alle rivendicazioni delle donne e infatti sono parecchie le prese di distanza della scrittrice: i suoi interventi criticano la concezione classista del femminismo, la svalutazione della dimensione casalinga, la rappresentazione dell’uomo come nemico, l’esaltazione del sesso clitorideo[4], cui si aggiunge probabilmente il fastidio per il femminismo come fenomeno comunicativo di successo. Si tratta di un plesso di problematiche riconosciute dalla critica[5]. Ginzburg del resto non si curerà mai di distinguere le diverse correnti e pronunce del pensiero femminista, in realtà piuttosto articolato al suo interno, considerandolo di fatto una sorta di blocco unitario[6]; nelle pagine della scrittrice non sono presenti nemmeno riferimenti alle lotte americane né a immagini-simbolo italiane (come la famosa copertina dell’«Espresso» del gennaio 1975 che raffigurava una donna incinta crocifissa). Le parole di Dacia Maraini (che uniscono Ginzburg a Elsa Morante) riassumono perfettamente senso e proporzioni di questa distanza: «Elsa e Natalia appartenevano a una generazione precedente al femminismo che per loro era un’ideologia estranea e fastidiosa»[7]. Continua a leggere Natalia Ginzburg e la vera madre

(fasc. 52, 31 luglio 2024)

Da “L’italiano” a “Cara Italia”: vecchie e nuove rappresentazioni del Belpaese nella canzone italiana. L’Italia in tutte le salse

Author di Laura Nieddu

Come «formosissima donna», «povera ancella», «alma terra natia» descriveva la propria patria Leopardi nel 1818[1]; «cara» la definiva Manzoni con tono solenne in Marzo 1821[2], così come «una d’arme, di lingua, d’altare, di memorie, di sangue e di cor», celebre concetto di nazione. Ancor prima, Petrarca, in Italia mia, benché ’l parlar sia indarno, denunciava l’occupazione da parte di milizie straniere e la mancanza di fraternità tra le genti italiane[3] e, secoli dopo, nel Secondo dopoguerra, Salvatore Quasimodo celebrava l’Italia con grande senso di appartenenza, chiamandola «mio paese»[4]. Il sentimento che si respira in questi poemi è quello di un’esaltazione/difesa di una terra vilipesa e calpestata, che ha bisogno della voce altisonante dei suoi poeti per contrastare i mali della storia. Tale visione perdura fino ad oggi oppure i poeti odierni, più precisamente quelli che potremmo definire “poeti pop”, i cantanti dell’universo della musica leggera, ritraggono l’Italia in altri termini, meno lusinghieri? Continua a leggere Da “L’italiano” a “Cara Italia”: vecchie e nuove rappresentazioni del Belpaese nella canzone italiana. L’Italia in tutte le salse

(fasc. 52, vol. II, 3 giugno 2024)

«Chillo è nu buono guaglione»: identità e alterità nei femminielli napoletani

Author di Giuliano Scala

Nel Vocabolario enciclopedico Treccani si definisce disagio un «Senso di pena e di molestia provato per l’incapacità di adattarsi a un ambiente, a una situazione, anche per motivi morali, o più genericam. senso d’imbarazzo»[1]. Secondo questa definizione, Pino Daniele potrebbe essere considerato un cantautore del disagio: il disagio di un’epoca, di generazioni intere, della sua città e di tutti i Sud del mondo. In questo particolare frangente andremo ad occuparci della sesta traccia del secondo album in studio dell’artista partenopeo, un brano che affronta il ‟disagio moralità” e quello di adattamento. Continua a leggere «Chillo è nu buono guaglione»: identità e alterità nei femminielli napoletani

(fasc. 52, vol. II, 3 giugno 2024)

«Noi c’eravamo sempre, peccato che nessuno se ne accorgesse»: lo sguardo del bambino e le memorie degli anni Settanta nel cinema del 2010

Author di Rachelle Gloudemans

Tra i personaggi più significativi della narrativa contemporanea che si è occupata della memoria degli anni Settanta, si trovano presumibilmente i bambini palermitani di Il tempo materiale (2008) di Giorgio Vasta[1].

Il romanzo di Vasta si colloca in una più ampia tendenza della letteratura e del cinema degli ultimi tre decenni dalla quale emerge la volontà di ridiscutere le linee interpretative del decennio “di piombo” e di proporre un’interpretazione alternativa, spesso da un punto di vista ritenuto marginale, come quello del narratore bambino. Il giovanissimo narratore del romanzo di Vasta ci offre infatti una rappresentazione degli anni Settanta in bilico tra realtà storica e favola oscura: nell’anno 1978 del delitto Moro, egli interiorizza il linguaggio violento delle Brigate Rosse e sogna di organizzare una piccola cellula terrorista[2]. È chiaro che il ragazzino e i suoi compagni non sono degli «ordinari undicenni»[3]: occultando il loro status infantile e adoperando un linguaggio da adulti, i ragazzi cercano di inserirsi nel discorso politico-culturale degli anni Settanta[4]. Benché lo scrittore strumentalizzi il narratore bambino al fine di offrire una prospettiva marginale sulle vicende storiche di quegli anni, il romanzo di Vasta mette in rilievo innanzitutto l’incapacità del narratore bambino di esprimersi su una memoria diventata immobile e rimasta irrisolta[5]. In tal senso, i tre piccoli protagonisti del romanzo emergono come vittime della mediazione continua del linguaggio e delle immagini di quegli anni; mediazione che ha contribuito a formare una memoria culturale degli anni Settanta in cui tendono a prevalere immagini e discorsi legati alla violenza di carattere politico-ideologico e sociale[6]. Continua a leggere «Noi c’eravamo sempre, peccato che nessuno se ne accorgesse»: lo sguardo del bambino e le memorie degli anni Settanta nel cinema del 2010

(fasc. 52, 31 luglio 2024)

Pensieri stupendi, pensieri frequenti: quello che le cantanti (non) dicevano

Author di Gaspare Trapani

I’m interested in anything about revolt, disorder, chaos,

especially activity that appears to have no meaning.

It seems to me to be the road toward freedom.

Jim Morrison

L’idea secondo cui il testo di una canzone possa essere considerato e analizzato come un testo letterario, nello specifico di tipo poetico, passibile, pertanto, di interpretazioni, trova concordi molti studiosi. Fra i tanti, è proprio uno scrittore, Pier Vittorio Tondelli, a riconoscergli questa legittimità affermando: Continua a leggere Pensieri stupendi, pensieri frequenti: quello che le cantanti (non) dicevano

(fasc. 52, vol. II, 3 giugno 2024)

La canzone italiana all’estero: ripensare l’identità nazionale

Author di Paolo Prato

Dopo decenni di letargo, durante i quali le canzoni italiane hanno sonnecchiato entro i confini nazionali senza farsi notare più di tanto sui mercati internazionali, da qualche tempo sono palpabili i segnali di una controtendenza. Ripercorrendo a ritroso la cronaca, il più recente di questi segnali proviene dal Festival di Sanremo 2024, che ha sfornato ben sette delle canzoni entrate nei Top Ten della Global Debut Chart di Spotify, la classifica dei brani più ascoltati al mondo (Stati Uniti esclusi) nelle prime 72 ore dall’uscita. Non si tratta, peraltro, di una novità perché la piattaforma online di riferimento per gli ascolti globali ha già fatto registrare numeri ragguardevoli anche nelle due/tre passate edizioni del Festival, sulla scia del successo che alcuni artisti della nuova generazione hanno ottenuto all’Eurovision Song Contest, manifestazione assai seguita anche Oltreoceano. Proprio da quella competizione – edizione 2021 ‒ hanno preso il volo i Maneskin verso una carriera internazionale che li ha portati a occupare posizioni di punta nelle classifiche americane (un fatto inedito, o quasi, per un artista italiano), oltre a fare della band romana una presenza costante in show televisivi ed eventi come una loro gig improvvisata a Times Square che ha creato scalpore (e ingorghi) nel centro di Manhattan. E sempre nel cuore del Theatre District più famoso d’America campeggiava, nel giugno del 2023, una gigantografia di Raffaella Carrà che Spotify aveva scelto come Ambassador per promuovere l’uguaglianza nell’industria musicale. Pochi mesi più tardi, al Teatro Capitol di Madrid, andava in scena la prima mondiale di Bailo bailo, il musical sulla vita e la carriera dell’icona italiana, a sua volta adattato dal film Explota explota risalente al 2020. Sono solo alcuni esempi di come la nostra canzone stia recuperando una visibilità che le è stata riconosciuta più volte nella sua storia. Continua a leggere La canzone italiana all’estero: ripensare l’identità nazionale

(fasc. 52, vol. II, 3 giugno 2024)

Il cristianesimo come difesa della libertà. Un’interpretazione di «Perché non possiamo non dirci “cristiani”» di Benedetto Croce

Author di Salvatore Gagliardi

Leggendo quello che Giuseppe Galasso ha definito come «il più complesso dei libri di storia scritti da Croce», cioè la Storia d’Europa nel secolo decimonono (1932)[1], scorrendo le diverse fedi religiose che nel corso dell’Ottocento si sono contrapposte alla religione della libertà, ovvero l’ideale liberale, notiamo subito come il cattolicesimo della Chiesa di Roma figuri come la prima tra queste forze del negativo e addirittura sia definita come «la più diretta e logica negazione dell’idea liberale»[2]. Posizione, questa, che, assieme ad altre disseminate nelle pagine dell’opera, valsero a Croce l’immediata messa all’Indice da parte del Santo Uffizio della Chiesa cattolica. Continua a leggere Il cristianesimo come difesa della libertà. Un’interpretazione di «Perché non possiamo non dirci “cristiani”» di Benedetto Croce

(fasc. 51, 25 febbraio 2024, vol. I)