«Chillo è nu buono guaglione»: identità e alterità nei femminielli napoletani

Author di Giuliano Scala

Nel Vocabolario enciclopedico Treccani si definisce disagio un «Senso di pena e di molestia provato per l’incapacità di adattarsi a un ambiente, a una situazione, anche per motivi morali, o più genericam. senso d’imbarazzo»[1]. Secondo questa definizione, Pino Daniele potrebbe essere considerato un cantautore del disagio: il disagio di un’epoca, di generazioni intere, della sua città e di tutti i Sud del mondo. In questo particolare frangente andremo ad occuparci della sesta traccia del secondo album in studio dell’artista partenopeo, un brano che affronta il ‟disagio moralità” e quello di adattamento. Continua a leggere «Chillo è nu buono guaglione»: identità e alterità nei femminielli napoletani

(fasc. 52, vol. II, 3 giugno 2024)

«Noi c’eravamo sempre, peccato che nessuno se ne accorgesse»: lo sguardo del bambino e le memorie degli anni Settanta nel cinema del 2010

Author di Rachelle Gloudemans

Tra i personaggi più significativi della narrativa contemporanea che si è occupata della memoria degli anni Settanta, si trovano presumibilmente i bambini palermitani di Il tempo materiale (2008) di Giorgio Vasta[1].

Il romanzo di Vasta si colloca in una più ampia tendenza della letteratura e del cinema degli ultimi tre decenni dalla quale emerge la volontà di ridiscutere le linee interpretative del decennio “di piombo” e di proporre un’interpretazione alternativa, spesso da un punto di vista ritenuto marginale, come quello del narratore bambino. Il giovanissimo narratore del romanzo di Vasta ci offre infatti una rappresentazione degli anni Settanta in bilico tra realtà storica e favola oscura: nell’anno 1978 del delitto Moro, egli interiorizza il linguaggio violento delle Brigate Rosse e sogna di organizzare una piccola cellula terrorista[2]. È chiaro che il ragazzino e i suoi compagni non sono degli «ordinari undicenni»[3]: occultando il loro status infantile e adoperando un linguaggio da adulti, i ragazzi cercano di inserirsi nel discorso politico-culturale degli anni Settanta[4]. Benché lo scrittore strumentalizzi il narratore bambino al fine di offrire una prospettiva marginale sulle vicende storiche di quegli anni, il romanzo di Vasta mette in rilievo innanzitutto l’incapacità del narratore bambino di esprimersi su una memoria diventata immobile e rimasta irrisolta[5]. In tal senso, i tre piccoli protagonisti del romanzo emergono come vittime della mediazione continua del linguaggio e delle immagini di quegli anni; mediazione che ha contribuito a formare una memoria culturale degli anni Settanta in cui tendono a prevalere immagini e discorsi legati alla violenza di carattere politico-ideologico e sociale[6]. Continua a leggere «Noi c’eravamo sempre, peccato che nessuno se ne accorgesse»: lo sguardo del bambino e le memorie degli anni Settanta nel cinema del 2010

(fasc. 52, 31 luglio 2024)

Pensieri stupendi, pensieri frequenti: quello che le cantanti (non) dicevano

Author di Gaspare Trapani

I’m interested in anything about revolt, disorder, chaos,

especially activity that appears to have no meaning.

It seems to me to be the road toward freedom.

Jim Morrison

L’idea secondo cui il testo di una canzone possa essere considerato e analizzato come un testo letterario, nello specifico di tipo poetico, passibile, pertanto, di interpretazioni, trova concordi molti studiosi. Fra i tanti, è proprio uno scrittore, Pier Vittorio Tondelli, a riconoscergli questa legittimità affermando: Continua a leggere Pensieri stupendi, pensieri frequenti: quello che le cantanti (non) dicevano

(fasc. 52, vol. II, 3 giugno 2024)

La canzone italiana all’estero: ripensare l’identità nazionale

Author di Paolo Prato

Dopo decenni di letargo, durante i quali le canzoni italiane hanno sonnecchiato entro i confini nazionali senza farsi notare più di tanto sui mercati internazionali, da qualche tempo sono palpabili i segnali di una controtendenza. Ripercorrendo a ritroso la cronaca, il più recente di questi segnali proviene dal Festival di Sanremo 2024, che ha sfornato ben sette delle canzoni entrate nei Top Ten della Global Debut Chart di Spotify, la classifica dei brani più ascoltati al mondo (Stati Uniti esclusi) nelle prime 72 ore dall’uscita. Non si tratta, peraltro, di una novità perché la piattaforma online di riferimento per gli ascolti globali ha già fatto registrare numeri ragguardevoli anche nelle due/tre passate edizioni del Festival, sulla scia del successo che alcuni artisti della nuova generazione hanno ottenuto all’Eurovision Song Contest, manifestazione assai seguita anche Oltreoceano. Proprio da quella competizione – edizione 2021 ‒ hanno preso il volo i Maneskin verso una carriera internazionale che li ha portati a occupare posizioni di punta nelle classifiche americane (un fatto inedito, o quasi, per un artista italiano), oltre a fare della band romana una presenza costante in show televisivi ed eventi come una loro gig improvvisata a Times Square che ha creato scalpore (e ingorghi) nel centro di Manhattan. E sempre nel cuore del Theatre District più famoso d’America campeggiava, nel giugno del 2023, una gigantografia di Raffaella Carrà che Spotify aveva scelto come Ambassador per promuovere l’uguaglianza nell’industria musicale. Pochi mesi più tardi, al Teatro Capitol di Madrid, andava in scena la prima mondiale di Bailo bailo, il musical sulla vita e la carriera dell’icona italiana, a sua volta adattato dal film Explota explota risalente al 2020. Sono solo alcuni esempi di come la nostra canzone stia recuperando una visibilità che le è stata riconosciuta più volte nella sua storia. Continua a leggere La canzone italiana all’estero: ripensare l’identità nazionale

(fasc. 52, vol. II, 3 giugno 2024)

Il cristianesimo come difesa della libertà. Un’interpretazione di «Perché non possiamo non dirci “cristiani”» di Benedetto Croce

Author di Salvatore Gagliardi

Leggendo quello che Giuseppe Galasso ha definito come «il più complesso dei libri di storia scritti da Croce», cioè la Storia d’Europa nel secolo decimonono (1932)[1], scorrendo le diverse fedi religiose che nel corso dell’Ottocento si sono contrapposte alla religione della libertà, ovvero l’ideale liberale, notiamo subito come il cattolicesimo della Chiesa di Roma figuri come la prima tra queste forze del negativo e addirittura sia definita come «la più diretta e logica negazione dell’idea liberale»[2]. Posizione, questa, che, assieme ad altre disseminate nelle pagine dell’opera, valsero a Croce l’immediata messa all’Indice da parte del Santo Uffizio della Chiesa cattolica. Continua a leggere Il cristianesimo come difesa della libertà. Un’interpretazione di «Perché non possiamo non dirci “cristiani”» di Benedetto Croce

(fasc. 51, 25 febbraio 2024, vol. I)

Il simbolismo del vortice marino nel “Moby Dick” di Herman Melville e nell'”Inferno” di Dante

Author di Ennio Scannapieco

In due articoli da me pubblicati tempo fa sulla storia mitografica del celebre Maelström di Norvegia[1], per ragioni di spazio non mi era stato possibile soffermarmi sui pretesi legami letterari che, secondo alcune fonti, questa storia presenterebbe con uno dei grandi capolavori dell’Ottocento romantico, il Moby Dick scritto e pubblicato nel 1851 da Herman Melville. Anche su alcuni dei tantissimi siti che compongono quello sconfinato mare magnum elettronico dello scibile umano che si chiama Internet, l’utilizzo in campo letterario della leggenda del Maelström[2] viene spesso associato non solo ai nomi di Edgar Allan Poe e di Jules Verne, ma anche a quello di Melville e del suo immortale romanzo di ambiente marinaro. Si tratta però, come tutti i lettori di Moby Dick sanno benissimo, di una relationship piuttosto forzata in quanto, nel corso degli oltre cento capitoli che compongono la lunga odissea descritta da Melville, il nome del vortice delle Lofoten vi appare soltanto una volta, e precisamente nel capitolo XXXVI, durante l’enfatico e quasi allucinante discorso-comizio che il principale protagonista del romanzo, l’“empio” capitano Achab, declama davanti all’esterrefatto equipaggio della baleniera Pequod.

Dopo aver premesso che lo scopo principale di quella spedizione non consisteva soltanto nel riempire la nave di olio di balena, ma anche e soprattutto di rintracciare e di uccidere il mostruoso capodoglio bianco che i marinai chiamavano Moby Dick, lo spiritato capitano esterna davanti a tutti il proprio odio incommensurabile verso quel misterioso cetaceo, colpevole di avergli troncato la gamba sinistra alcuni anni prima, mutilandolo per sempre “nel corpo e nell’anima”. E giura, anzi grida, che inseguirà la balena bianca «oltre il capo Horn, oltre il capo di Buona Speranza, oltre il Maelström di Norvegia, fino alle fiamme della perdizione». Chi ha visto il film Moby Dick diretto da John Huston nel 1956, ricorderà che il regista fece del suo meglio per rendere allo spettatore il pathos della scena, nonostante un Gregory Peck/capitano Achab piuttosto inadatto alla parte.

Tutta qui, dunque, la presenza del Maelström nel romanzo di Melville, ma il vecchio mitema assolve perfettamente la sua funzione. In una narrazione che gronda di simbolismi dal principio alla fine, anche i tre luoghi geografici menzionati dal capitano Achab vanno intesi come gli angoli di un metaforico triangolo ai cui vertici si trovano gli ideali confini del mondo allora conosciuto e frequentato: baluardi ritenuti invalicabili e pericolosi nell’immaginario dei naviganti del tempo, due dei quali situati in fondo all’emisfero australe, e l’altro all’apice di quello boreale. Forse Achab/Melville avrebbe potuto identificare il baluardo più settentrionale con il Capo Nord della Norvegia, ma preferisce citare il Maelström, posto un poco più a sud, sfruttando evidentemente l’impatto che la sinistra fama del fenomeno delle Lofoten godeva ancora a quell’epoca tra la gente di mare.

Non è escluso che Melville avesse letto il racconto di Poe, A descent into the Maelström, pubblicato esattamente dieci anni prima del suo Moby Dick [3]. Fatto sta che proprio nelle battute finali del suo Moby Dick, il romanziere offre, quasi a sorpresa, un’immagine inquietante che sembra in parte rapportarsi allo spirito e alla fantasia del suo collega di Boston, e che nel contempo costringe a riflettere ulteriormente sulle inferenze simboliche e sulle molteplici metafore disseminate un po’ dovunque nella tessitura del romanzo: alla fine del racconto, infatti, come un magistrale coup de théatre, un enorme vortice marino si allarga davvero sul palcoscenico del dramma vissuto dai marinai della nave Pequod:

Un attimo, e l’equipaggio della lancia rimase impietrito: poi tutti si voltarono: «la nave, gran Dio, dov’è la nave?». […] Offuscati e confusi dai veli dell’acqua, ne videro ben presto il fantasma che svaniva obliquamente, come tra i vapori di una Fata Morgana, con le punte degli alberi che sporgevano dall’acqua. […] Ed ora, dei grandi cerchi concentrici afferrarono la lancia superstite e tutti gli uomini che galleggiavano, assieme ad ogni remo e ad ogni palo di rampone, e facendo girare in un solo vortice ogni cosa viva ed inanimata, trascinarono a fondo e fuori da ogni vista anche il più piccolo relitto del Pequod.. […] Poi tutto crollò verso l’interno, e il gran sudario d’acqua tornò a ridistendersi come aveva fatto cinquemila anni prima[4].

Di questo drammatico finale, che ricorda tanto la conclusione del “folle volo” dell’Ulisse dantesco, non sempre viene percepita la parallela dimensione simbolica da parte di chi legge l’opera di Melville come un semplice racconto di avventure marinare.

Siamo intanto, dal punto di vista della narrazione, alla fine del capitolo 135 del Moby Dick, al culmine della tragedia rappresentata nel romanzo. Dopo l’ultima forsennata caccia alla balena bianca e la morte dello stesso capitano Achab – strozzato dal cavo di un arpione ancor prima che dall’insostenibile potenza del suo odio disumano ‒, Moby Dick si è avventato contro il Pequod colpendo la nave «a babordo verso la prua, squassando uomini ed assi». Tra parentesi, la scena descritta da Melville è quella realmente avvenuta nel dicembre del 1820 alla baleniera Essex, colpita e affondata da un gigantesco capodoglio in pieno Oceano Pacifico. Colando a picco, il Pequod comincia evidentemente a roteare su sé stesso, scavando un vortice imbutiforme che attira nell’abisso le lance dei balenieri superstiti, assieme «ad ogni cosa viva ed inanimata». Com’è noto, si salverà soltanto colui (Ishmael) che era stato predestinato a diventare l’io narrante della tragedia, mentre il drammatico silenzio della scena finale è rotto soltanto dallo stridìo degli uccelli marini che volteggiano sul vortice ancora spalancato. Che cosa avrebbe, dunque, di simbolico o di metaforico tutto questo, al di là della sinistra emozione prodotta nell’animo del lettore?

Intanto, bisogna subito osservare che una nave, affondando, ben difficilmente produce un vortice simile a quello descritto da Melville. Questa possibilità è spesso contemplata in alcuni racconti d’avventura (ricordo, per esempio, un romanzo di Emilio Salgàri letto da ragazzo, nel quale un praho malese produceva, mentre affondava, «un grosso vortice che attrasse le scialuppe dei superstiti per diversi metri»), ma è piuttosto lontana dalla realtà documentata. Dall’inizio del Novecento esistono centinaia di filmati (girati soprattutto durante la Seconda guerra mondiale) che mostrano l’affondamento di navi e di battelli, ma in nessuno essi si mettono a girare, scavando un vortice in senso tradizionale. I superstiti del Titanic o dell’Andrea Doria, ad esempio, famose navi colate a picco nel 1912 e nel 1956, non hanno mai testimoniato qualcosa di simile, e per il semplice fatto che una nave, mentre affonda, produce solo un forte risucchio di “tipo verticale”, ovviamente altrettanto pericoloso di un vero vortice per chi si trova nelle immediate vicinanze.

Nel già citato film di John Huston tratto dal romanzo di Melville, viene suggerita persino una spiegazione “meccanica” al gorgo causato dal Pequod: la nave è colpita di prora, sul lato sinistro, dall’enorme balena bianca, ricevendo una spinta verso destra che comincia a farla ruotare. Inoltre, la stessa balena gira più volte intorno al battello, urtandolo di continuo e contribuendo a scavare ulteriormente il vortice. In tali condizioni, può apparire abbastanza verosimile che, colando a picco e imbarcando acqua al suo interno, il Pequod abbia potuto creare un gorgo circolare capace di attirare uomini e cose nei suoi “cerchi concentrici”. Tuttavia, ed è questo il punto sul quale occorre riflettere, Melville non descrive né menziona una simile meccanica di affondamento: il vortice beante si spalanca all’improvviso, e senz’altra causa apparente che il normale movimento della nave che affonda; quasi fosse l’effetto del dito roteante di un démone invisibile inviato sulla scena del dramma col compito specifico di trascinare nell’abisso tutti i personaggi – ramponieri, mozzi e semplici marinai, tranne uno – che avevano alla fine condiviso col loro capitano la disperata e forsennata lotta contro il mostro bianco, metaforica ipostatizzazione, ormai evidente agli stessi protagonisti, di qualcosa che oltrepassava le semplici forze della natura.

Da tutto ciò si comprende che solo in termini strettamente simbolici è possibile dare una lettura abbastanza corretta all’apparizione improvvisa, al termine del romanzo di Melville, di un fenomeno che è “naturale” solo in apparenza. Moby Dick rimane un capolavoro della letteratura mondiale che ha fatto versare molti fiumi di inchiostro, dunque, soprattutto grazie alle sue variegate valenze di ordine metaforico e simbolico abilmente intessute nella trama del romanzo, dominata non dalla balena bianca, bensì da una figura umana psicologicamente gigantesca, contraltare dell’essenza fisicamente titanica dell’altro simbolo del racconto. Achab è forse il personaggio più formidabile che ci ha lasciato la letteratura romantica dell’Ottocento, peraltro così ricca di figure psicologiche al di sopra delle righe, e spesso – come l’enigmatico capitano Nemo creato dalla penna di Jules Verne, ma anche il Sandokan di salgariana memoria – obnubilate da una lacerante vicenda esistenziale e da un insaziabile desiderio di vendetta.

Per come si muove e parla, il capitano del Pequod è sicuramente un protagonista di taglio scespiriano, la cui magniloquenza non si perde, però, nelle arzigogolate e contorte evoluzioni intellettuali dell’epoca barocca. Resta, infatti, un personaggio tipicamente romantico, sofferto e lacerato nello spirito persino più di Amleto o di Riccardo III, ma intellettualmente chiaro e sintetico nella sua magniloquenza dialettica. Tuttavia, nel suo pur lucido delirio intellettuale ossessionato e condizionato dal lancinante desiderio di vendetta che sappiamo e dal suo odio incontenibile, egli crede di poter scorgere la reale “essenza malefica” che si cela oltre l’apparenza delle cose; e così, sull’orizzonte della sua mente esaltata, la balena bianca che lo ha mutilato “nel corpo e nell’anima” perde la sua essenza animale di “forza bruta che agisce solo per istinto” (come cerca di fargli capire, ma inutilmente, il secondo ufficiale di bordo Starbuck) e assume i connotati reali di quel “Male assoluto” che “ossessiona e perseguita l’uomo fin dai tempi di Adamo”.

Per Achab non c’è alcun Dio benevolo davanti al quale inchinarsi, ma soltanto il Demonio – o forse, un ibrido tra Dio e il Demonio – responsabile del Male che affligge l’umanità fin dall’alba dei tempi. E contro questo Male assoluto, che egli scorge con sicurezza oltre la “maschera di cartone” beffardamente impersonata dal mostro bianco, è pronto a scagliare tutto l’odio e tutta la violenza di cui si sente capace. Ovviamente, in termini meramente psichiatrici, e secondo i parametri della moderna psicopatologia, quella di Achab può essere definita come una semplice ma grave psicosi ossessivo-maniacale a carattere paranoico, una “monomania” (come la definisce lo stesso Melville) alimentata da un lancinante conflitto interiore e da una sofferenza esistenziale che tende a trasformarsi, per sua stessa natura, in una forza distruttiva violentemente proiettata verso il mondo esterno. Questa vis distruttiva, tuttavia, nella mente particolare di Achab è fortemente condizionata dall’“orizzonte morale” del personaggio, secondo una dinamica interna che gli preclude l’esito alternativo – e in qualche modo più semplice e naturale – di esprimere la propria sofferenza (o “disagio esistenziale” come oggi si direbbe) scendendo ai livelli più bassi della criminalità antisociale. La dinamica psicologica in questione, infatti, richiede al soggetto di comprimere e di incanalare le proprie energie negative in modo che esse non vengano semplicemente inibite oppure proiettate all’esterno in maniera disordinata, bensì “moralmente sublimate” e rese pertanto illusoriamente e soggettivamente accettabili in senso etico, attraverso una loro precisa proiezione verso un “nemico” che meriti, per le sue presunte o intrinseche valenze negative sul piano morale, di subire l’impatto di una simile violenza distruttiva.

Accettando questa premessa, è anche abbastanza facile comprendere che il “male” non è esattamente nell’oggetto esteriore contro cui viene scagliata tutta questa violenza “purificatrice”, bensì all’interno del cuore stesso, o meglio, nella psiche patologicamente alterata di personaggi come quello splendidamente elaborato dal genio melvilliano; i quali, non di rado, hanno il loro corrispettivo anche nella storia reale[5]. Questi personaggi, in effetti, proiettano – e quindi vedono ‒, nell’oggetto deformato delle loro ossessioni, nient’altro che l’immagine speculare del Male che, in realtà, è solo dentro di loro.

Per quanto riguarda il capitano Achab, Melville stesso doveva essere perfettamente consapevole di questo paradossale risvolto, e infatti nel costruire il suo tragico personaggio letterario dedica diverse pagine all’origine e alla descrizione della sua peculiare “follia”, scavando impietosamente nelle piaghe più recondite di uno spirito profondamente devastato; il che gli consente di rappresentare, quasi suo malgrado e adoperando i moduli narrativi ed espressivi del periodo romantico, il capitano del Pequod come una figura emblematicamente gigantesca, indicandolo spesso, non senza una punta di segreta ammirazione, come un uomo «alto, grande, empio e sublime», «con una crocifissione sul volto», eretto sul cassero del Pequod «in tutto l’incredibile, regale e opprimente dignità di un gagliardo dolore». Anche qui, però, non bisogna lasciarsi ingannare da tanta romantica magniloquenza: a mio giudizio, infatti, la melodrammatica personalità del personaggio è abilmente costruita in funzione di uno scopo etico-letterario ben preciso e di un’emblematicità d’insieme che, trascendendo il semplice racconto d’avventure marinare, si rivela assai più tragica e sinistra di quanto non appaia nel corso dei singoli momenti della narrazione. Allo scrittore americano, in realtà, non interessava soffermarsi su problema di alta psichiatria e tanto meno giustificare il proprio personaggio sotto una luce freudiana ante litteram, ma solo strumentalizzare la sua apparente “grandezza” interiore per confezionare il tessuto narrativo del suo romanzo secondo alcuni precisi parametri di ordine religioso ed escatologico, i quali costituiscono, in ultima analisi, la quintessenza “morale” del racconto e di tutto il suo teatrale simbolismo.

Per Melville, in effetti, e per quanto evidente manifestazione di una psiche irreversibilmente alterata, l’errore capitale di Achab consiste proprio nel fatto che egli non si limita, alla maniera di Giobbe, a gridare verso il Cielo la disperata e dolorosa intensità del suo dramma interiore, ma, nel tentativo di evadere dalla propria intollerabile condizione umana e di lacerare la sua prigione di impotenza e di sofferenza, in un empito di luciferica presunzione pretende di “purificare” il mondo scagliando il suo odio distruttivo contro il Male assoluto ipostatizzato, nella sua mente sconvolta, dalla grande balena bianca, maschera beffarda dietro cui si cela «l’irraggiungibile Malizia che fu fin dal principio» e a cui, egli fa notare, «anche i cristiani assegnano una parte del mondo».

Ma per le convinzioni religiose di Herman Melville, non c’è nulla di più riprovevole e di più blasfemo di un simile atteggiamento. Esponente di quel puritanesimo evangelico ossessionato più dal Vecchio che dal Nuovo Testamento, tanto comune ai suoi tempi in quella parte dell’America, Melville condanna d’istinto ogni volontà di ribellione contro le leggi del mondo quali furono stabilite dal Creatore fin dal principio. Il Male esiste certamente, forse proviene direttamente da Dio o agisce attraverso i suoi intermediari, ma non è nelle prerogative dell’uomo opporsi all’imperscrutabilità dei disegni divini né correggere l’opera del Demiurgo. Il male che ci viene dalla vita o anche dall’Alto, come Giobbe insegna, va accettato con biblica rassegnazione, va contrastato solo sulla falsariga dell’osservanza dei comandamenti divini o quando esso agisce a livello di tentazione dentro lo spirito umano; ma la “necessità” della sua presenza nel mondo non va mai messa in discussione, e proprio secondo il semplicistico preconcetto religioso che tutto ciò che Dio ha creato e che Dio permette non può essere in alcun modo sbagliato.

Anche ammesso, come poc’anzi sospettato, che lo stesso autore di Moby Dick provasse, in fondo al cuore, una certa ammirazione nei confronti del suo temerario personaggio, Melville continua a ritenere che all’uomo non è concesso organizzare crociate contro il Male metafisico voluto da Dio per i suoi fini imperscrutabili. Inoltre, come abbiamo appena visto, il romanziere si rivela assai furbo e sottile nel ridurre praticamente a zero l’apparente “nobiltà” e le valenze di ordine morale che spingono all’azione il capitano del Pequod: in fondo al suo cuore, Achab non è un generoso cavaliere senza macchia che decide di punto in bianco di combattere in maniera moralmente disinteressata il drago-balena foriero del Male dei primordi. A spingerlo verso tale lotta, suggerisce continuamente il suo creatore, è solo la sua peculiare “follia” generata e alimentata da uno spasmodico desiderio di vendetta personale, impastato a sua volta di uno smisurato quanto luciferico orgoglio («Io colpirei il sole se mi offendesse», dichiara spudoratamente Achab durante uno dei suoi burrascosi colloqui col secondo ufficiale Stabuck).

La battaglia contro il “Male” impersonato dalla balena bianca non viene dunque combattuta al di là dei propri, immediati e meschini interessi psicologici, e tantomeno, checché ne dica Achab, in favore dei discendenti di Adamo. Per l’autore di Moby Dick, questa lotta disperata si configura soltanto come un individuale atto di ribellione simbolicamente analogo a quello commesso dei nostri progenitori nel giardino dell’Eden, come un rifiuto delle sofferenze assegnate all’uomo in seguito al Peccato Originale e, quindi, come un tentativo di dissipare, attraverso l’attuazione della vendetta, le fiamme del proprio inferno personale. Alla fine, suggerisce sempre Melville, non c’è alcuna vera grandezza morale in questa lotta solitaria, ed è per questa evidente blasfemia e per il suo ridondante peccato di superbia che Achab merita di passare dalla sua dannazione terrena a quella eterna.

Nel dramma tanto abilmente intessuto da Melville, inoltre, Achab non è neppure il solo a meritare l’eterna dannazione. Nel romanzo, infatti, la bestemmiante follia del capitano si è a poco a poco insinuata nello spirito dell’equipaggio del Pequod, e persino in quello del “dissidente” Starbuck. Così, durante l’ultima caccia a Moby Dick, il blasfemo “eroismo” di Achab nonché la presenza del mostro bianco che ondeggia minaccioso e vittorioso sulle acque agitate dell’oceano, accendono all’improvviso i cuori dell’intera ciurma, e tutti sembrano venire in un attimo contagiati dallo stesso odio implacabile e distruttivo del loro ormai defunto capitano.

Il Male assoluto, posto che la balena bianca ne fosse o ne apparisse soltanto la personificazione, ha spesso di questi effetti reattivi di tipo “speculare” in chi ha scelto di fronteggiarlo. Nel film di Huston del 1956, la corale “follia” dell’equipaggio del Pequod regala forse una delle sequenze più riuscite: marinai, vogatori e fiocinieri, Starbuck compreso, rispondono tutti assieme al richiamo di Achab che penzola sul dorso della balena e, al grido compatto di «Diamole addosso!», vengono tutti invasati dallo stesso démone e fagocitati dall’empito eroico di fronteggiare e di colpire a morte il bianco mostro torreggiante. Pur comprendendo, forse oscuramente ma forse proprio per questo, che Moby Dick poteva essere l’angelo della morte inviato in mezzo a loro dallo sdegno di una potenza non terrena.

E così, alla fine del dramma collettivo, l’inferno si spalanca davvero, assumendo la simbolica forma del vortice marino. Anche se la descrizione che ne fa Melville appare un po’ troppo sintetica e persino superficiale, l’immagine che egli abbozza del fenomeno è sufficiente a suggerire il terrore archetipico che accompagna la sinistra visione di tutti gli abissi che si snodano verso il basso, verso le profondità della terra e del mare. Da sempre, l’immaginazione umana collega all’abisso discendente l’idea dell’inferno, della dannazione eterna, della discesa senza ritorno.

Anche Dante diede al proprio Inferno la forma di un immenso cono capovolto che, seppure immobile nelle viscere della terra, appare simile per certi versi al Maelström immaginato da Poe. Del resto lo stesso Maelström, a quanto risulta, nelle antiche culture nordiche veniva talvolta interpretato come una via di passaggio verso il regno dei morti. E, per quanto riguarda Poe, è risaputo che nell’animus dello scrittore americano l’immagine del gorgo primigenio è strettamente collegata alle forze negative e malefiche che tentano di trascinare lo spirito dell’uomo verso gli abissi della sofferenza e della follia, proiettandolo magari, come un “buco nero” avanti lettera, in un universo ctonio o situato in un’altra dimensione del cosmo.

In questi stessi termini, la medesima valenza è esemplificata nel famoso canto XXVI dell’Inferno di Dante, a conclusione del già ricordato «folle volo» di Ulisse e dei suoi compagni, che giungono – spinti dalla brama di conoscenza del comandante – fin sotto le pendici della montagna del Purgatorio. Dalla quale, però, un nume spietato si scaglia contro la nave:

ché dalla nuova terra un turbo nacque

e percosse la nave al primo canto.

Tre volte il fe’ girar con tutte l’acque

alla quarta voltar la poppa in suso

e la prora ire in giù, com’altrui piacque

infin che il mar fu sopra noi rinchiuso.

La descrizione di Dante appare inequivocabile. Il «turbo» che nasce dai pressi della mostruosa montagna può essere forse interpretato come un fenomeno atmosferico, una specie di tromba d’aria che colpisce la nave di Ulisse, ma esso si traduce poi, chiaramente, in un vortice marino, e l’impatto scenografico è il medesimo che troviamo al termine del Moby Dick di Melville: il turbinoso abisso circolare si chiude, infine, come un sudario di morte, e il mare ritorna calmo e normale, con gli uccelli che volano al di sopra delle onde. Con la sola differenza che nell’episodio dantesco Ulisse muore nel vortice innaturale assieme ai suoi compagni, mentre nel Moby Dick il capitano Achab è già morto prima che l’abisso si spalanchi. Ma, com’è noto, ambedue, a prescindere da qualsiasi ammirazione segreta o palese che i loro autori possono provare per i loro personaggi, sono destinati alla dannazione eterna: Ulisse a una pena terribile per l’inganno del cavallo di Troia, Achab per essersi spinto contro le leggi divine, accecato dalla sua luciferina superbia. Sorte non più benigna tocca, poi, agli equipaggi dei due vascelli, risucchiati verso l’oltretomba per essersi fatti sedurre dalla follia dei loro comandanti. In ambedue i casi, comunque, tanto nell’Inferno di Dante che nel Moby Dick di Melville, ciò che veramente trionfa è proprio il “moralismo unilaterale”[6] dei due autori, che non si elevano al di sopra delle concezioni e dei pregiudizi della loro epoca.

 

  1. E. Scannapieco, Umbilicus maris:Il Maelström tra realtà e fantasia, in «L’Universo» (organo dell’Istituto Geografico Militare di Firenze) n. 1/2014, pp. 76-109, e Id., Maelström, l’ombelico del mare, in «Voyager», n. 3/2014, pp. 74-79.

  2. Un cenno riassuntivo sulla storia mitografica del Maelström si può leggere nel mio saggio Il Maelström di Norvegia descritto nell’Jcosameron: un’ulteriore critica al romanzo-fiume di Giacomo Casanova, in «Critica Letteraria», n. 177/2017, pp. 827-33. Allo stesso tema ho recentemente dedicato un intero volume (Maelstrom! Alla ricerca di un mito letterario, Romagnano al Monte, BookSprint Edizioni, 2020).

  3. Com’è noto, alla metà dell’Ottocento tanto Edgar Allan Poe che Jules Verne (col suo celebre romanzo Ventimila leghe sotto i mari) contribuirono alla riscoperta letteraria del mito del Maelström di Norvegia, influenzando non solo la letteratura di genere romantico-avventuroso, ma anche i mass media culturali più qualificati del tempo.

  4. Tradotto dal testo originale (come le citazioni che seguono fra apici doppi nel testo).

  5. Anche se Melville appartiene a un’epoca culturale – quella romantica – piuttosto lontana dalle atmosfere disincantate del secolo XX, nel descrivere il surreale e ossessivo rapporto mentale che lega il capitano Achab all’immagine deformata della balena bianca, sembra quasi che l’autore sia stato in grado di preconizzare qualcosa di molto simile alla parabola del cruento confronto che cento anni più tardi contrapporrà l’antisemitismo hitleriano alla supposta “essenza malefica” del giudaismo internazionale. I processi mentali che sono alla base della tragedia letteraria costruita da Melville e quelli che un secolo più tardi porteranno alla Shoah mi sembrano praticamente gli stessi.

  6. Ho trattato questo tema nella seconda parte di un mio saggio del 2015 intitolato Riflessioni sull’inferno e pubblicato sul n. 301 della rivista «Sìlarus» edita a Battipaglia (Sa): a quel contributo rimando per ulteriori approfondimenti.

(fasc. 49, 31 ottobre 2023, vol. II)

Galileo, Copernico e la Rivoluzione scientifica: considerazioni a margine del quadricentenario della pubblicazione del “Saggiatore”

Author di Nunzio Allocca

Di grande rilievo per la storia delle scienze, l’anno in corso, nel quale si celebrano il 550° anniversario della nascita di Copernico (1473) e il 480° della pubblicazione del De revolutionibus orbium caelestium (1543) nonché il quadricentenario della travagliata pubblicazione del Saggiatore (1623), il libro con il quale Galileo Galilei riapparve da protagonista sulla scena culturale europea, dopo il monito del 1616 che gli vietava di professare o divulgare l’eliocentrismo[1]. Il Saggiatore interveniva nell’ampia e serrata polemica riguardante la spiegazione dei fenomeni relativi al prodigioso spettacolo offerto dalla grande cometa (la maggiore delle tre apparse a partire dall’agosto del 1618) chiaramente visibile sino a gennaio del 1619, accreditandosi come punto di riferimento di una nuova e rivoluzionaria concezione della natura, emergente dalle sensazionali e dirompenti scoperte telescopiche riportate tredici anni prima da Galileo nel Sidereus Nuncius, il «messaggero celeste» che aveva sferrato il colpo a molti apparso decisivo contro il sistema tolemaico del mondo, già vacillante sotto quelli inferti sul piano astronomico tanto da Tycho Brahe nel De mundi aetherei recentioribus phaenomenis quanto nell’Astronomia nova seu physica caelestis del suo allievo Johannes Kepler.

Il primo, pubblicato nel 1588, dedicato all’analisi della posizione e del moto dei nuovi oggetti luminosi visibili nel firmamento tra il 1572 e il 1577, aveva mostrato la loro inequivocabile collocazione al di sopra della Luna, fornendo la prova osservativa dell’inconsistenza del dogma aristotelico-scolastico dell’immutabilità dei cieli e dell’inesistenza di sfere cristalline concentriche e imponderabili ritenute responsabili del moto di rivoluzione intorno alla Terra (immobile) dei pianeti in essi immaginati incastonati. Nel secondo, corposo trattato copernicano di quasi 400 pagine in-folio stampato a Praga nel 1609, irto di tabelle, diagrammi e calcoli ad uso degli addetti ai lavori (i matematici e gli astronomi), e dunque inaccessibili al largo pubblico, per la prima volta era abbandonata la millenaria convinzione del carattere perfettamente circolare e uniforme del moto dei corpi celesti, le orbite dei pianeti (Terra inclusa) venendo ridefinite come ellissi, con il Sole in uno dei due fuochi.

Proprio dal maggio o giugno del 1609, anno senz’altro del destino per le sorti della causa eliocentrica, Galileo, da tempo convinto copernicano[2], come è noto venne a conoscenza della recentissima costruzione ad opera di artigiani olandesi dei primi cannocchiali, da agosto iniziò a ricostruirli con l’aiuto dei maestri vetrai di Venezia perfezionandone progressivamente il potere d’ingrandimento, tanto da poterli impiegare, dai primi di dicembre, per l’osservazione astronomica sistematica, a partire dall’esame ottico della superficie lunare. I risultati furono stupefacenti. Nel Sidereus nuncius, volume di sole 56 pagine, pubblicato in gran fretta nel marzo 1610 in 550 copie andate immediatamente esaurite, in un linguaggio piano e descrittivo alla portata di qualsiasi lettore colto, Galileo svelò a tutta Europa la presenza di alte montagne e di crateri sulla superficie della Luna, concepita nel sistema tolemaico come un corpo perfettamente liscio e sferico, nonché l’esistenza nella Via Lattea e in alcune Nebulose di una miriade di Stelle invisibili a occhio nudo, oltre a quella di quattro corpi celesti in orbita intorno a Giove, che battezzò Pianeti Medicei in onore del Granduca di Toscana Cosimo II.

Altre inaudite scoperte astronomiche a stretto giro di posta si susseguirono grazie all’osservazione telescopica della volta celeste. Nei mesi seguenti Galileo rilevò in Venere un ciclo completo di fasi direttamente legate alle posizioni successive assunte dal pianeta in rapporto al Sole, come previsto nel sistema eliocentrico di Copernico.

Passando all’analisi telescopica di Saturno, Galileo ne distinse due protuberanze nella sagoma oblunga, dall’apparente aspetto come «tricorporeo», non riuscendo a distinguerne gli anelli.

Nel corso dell’osservazione strumentale del Sole, infine, Galileo rilevò la presenza sulla sua superficie di scure macchie in continuo movimento, il cui studio lo condusse, con argomenti di tipo ottico-prospettico, a una conclusione forse ancora più sorprendente di quella della scoperta della superficie scabra e tellurica della Luna: le macchie solari sono formazioni materiali che dimostrano la presenza di incessanti fenomeni di generazione e corruzione nel corpo celeste tradizionalmente simbolo di purezza, fonte di luce e di vita[3]. Ne risultava frantumata l’immagine antico-medievale del mondo, fondata sulla distinzione aristotelico-tolemaica e scolastica tra fisica celeste e fisica terrestre, che derivava dalla divisione del Cosmo in due sfere ontologicamente e gerarchicamente distinte: la prima, quella della regione sopralunare, perfetta e incorruttibile; la seconda, quella sublunare, imperfetta e soggetta al divenire del moto rettilineo dei quattro elementi, governato dall’opposizione tra moti naturali e moti violenti[4].

Il contesto scientifico e dottrinario, assai complesso e aspramente polemico, che ha segnato la faticosa elaborazione e la stampa del Saggiatore nonché la portata epistemologica di quest’ultimo sono magistralmente ricostruiti da Michele Camerota e Franco Giudice nella loro edizione del volume di Galileo in occasione del quadricentenario, con un ricco e puntuale apparato di note[5], che fa seguito all’edizione critica con commento pubblicata nel 2005 a cura di Ottavio Besomi e Mario Helbing[6]. In questo mio intervento prenderò in esame un aspetto riguardante lo sfondo teorico del Saggiatore, quello della necessità dell’elaborazione di un quadro cosmologico geocinetico unificato e materialmente omogeneo, tra quelli implicati nell’accesissima polemica che vide contrapposto Galileo al gesuita Orazio Grassi, professore di matematica al Collegio Romano, oltreché astronomo, studioso di ottica e valente architetto, autore dell’anonimo opuscolo De tribus cometis anni M. D.C. XVIII disputatio astronomica, andato in tipografia nel febbraio 1619.

La comparsa della maggiore delle comete del 1618 fornì sul finire dell’anno al Collegio Romano, la più prestigiosa istituzione culturale della Compagnia di Gesù, l’occasione di organizzare un ciclo di lezioni sui problemi posti dalla nuova astronomia osservativa.

Nella Disputatio astronomica, che riporta la lezione di Grassi, si sosteneva innanzitutto che l’apparire delle comete non dovesse essere interpretato quale segno premonitore di sciagure o castighi divini, come ritenuto sin dai tempi più remoti dalla credenza popolare, e temuto dai molti che notavano la quasi coincidenza della loro apparizione con l’inizio di un nuovo sanguinoso conflitto religioso, scoppiato a seguito della defenestrazione di Praga del 23 maggio 1618, conflitto armato che avrebbe trascinato il continente europeo nella devastante Guerra dei trent’anni.

Grassi, allo stesso tempo, prendeva senza mezzi termini posizione contro l’opinione aristotelica comunemente accolta secondo cui le comete sarebbero fenomeni riferibili alla combustione per attrito di esalazioni terrestri al di sotto della sfera della Luna. Al lettore era suggerito, senza farvi diretto riferimento, che la corretta teoria delle comete fosse quella formulata da Tycho Brahe, il cui sistema del mondo si presentava geostatico al pari di quello aristotelico-tolemaico, ma con la Terra al centro unicamente delle orbite della Luna e del Sole, e quest’ultimo al centro di quelle degli altri cinque pianeti allora conosciuti (Mercurio, Venere, Giove e Saturno). L’osservazione telescopica (la prima mai sino ad allora effettuata) delle tre comete apparse nel 1618 ‒ si legge nella Disputatio astronomica ‒ confermava che esse sono corpi celesti reali, al pari dei pianeti, con traiettorie altrettanto circolari aventi luogo nella regione compresa tra la Luna e il Sole.

L’opuscolo di Grassi mostrava in maniera brillante con quanta rapidità il sistema ticonico, compatibile con la decisiva scoperta galileiana delle fasi di Venere, si stesse allora affermando tra i Gesuiti come capace di sostituirsi a quello tolemaico, ormai compromesso sul piano cosmologico dalle «novità celesti», senza entrare in conflitto con il testo delle Sacre Scritture, dal momento che lasciava la Terra immobile al centro dell’universo, ritenendo Tycho Brahe insostenibile sul piano fisico e matematico l’ipotesi geocinetica copernicana. La sezione della splendida tavola con cui si apre il volumetto illustra su un planisferio della sfera celeste, ricavato per proiezione gnomonica, il maestoso «incedere della cometa» più risplendente di esse, nel suo percorso siderale rilevato dal 29 novembre a fine 1618 in diversi collegi della Compagnia dislocati in Europa. In esso è riportato in didascalia il verso dell’Eneide «incessu patuit dea»[7]. Rimarca Grassi a questo proposito:

E invero non favoleggiarono forse una volta i poeti, che segno di riconoscimento degli Dei di fama fosse il loro incedere e il loro moto, e che chi incedesse come uno degli Dei, sarebbe considerato un Dio? Da quell’indizio, si legge in Virgilio, che Enea avesse riconosciuto chiaramente sua madre Venere. E questa luce non si manifestò, invero, anch’essa con un venerabile e augusto incedere da Dea? Non fu dunque luce accesa nell’aria prodotte dalle sozze di questa terra, ma destinata ad una sede tra i lumi celesti, dove, con comportamento palesemente non indegno, benché di fulgore breve e caduto, risplendette; e tuttavia, mentre visse, mai si mostrò prole degenere di quello stesso cielo, dal quale attinse la sua indole di essere celeste[8].

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[O. GRASSI], De tribus cometis anni M. D.C. XVIII disputatio astronomica, Roma 1619.

La Disputatio, resoconto scientifico che testimoniava il grado di eccellenza garantito in campo astronomico della Compagnia di Gesù, non mancava di salace vis polemica. La cometa costituiva la prima novità astronomica dal tempo di quelle annunciate dal «messaggero celeste»: rigettata senza indugi la tesi aristotelica delle comete come ardenti esalazioni prodotte nel mondo sublunare, perché al pari delle stelle del firmamento quella del 1618 non presentava significativi spostamenti angolari quando osservata da due luoghi diversi, Grassi tacque il nome di Galileo. Né si limitò a questo. La cometa mostrava alla lente del cannocchiale un ingrandimento nullo o molto ridotto rispetto a quando era vista a occhio nudo, effetto che doveva ritenersi ulteriore prova ‒ sentenziava Grassi in beffardo riferimento indiretto all’autore del Sidereus Nuncius (accolto sin dal 1611 nell’istituzione considerata rivale, l’Accademia dei Lincei) ‒ della sua grande distanza dalla Terra: chi si rifiutava di accettare questa spiegazione si dimostrava ignaro dei principi dell’ottica telescopica[9].

Dopo il forzato silenzio seguito al drammatico monito anticopernicano del 1616, Galileo non si lasciò sfuggire l’occasione di replicare a Grassi intervenendo nel concitato dibattito cometario che in quei mesi lasciava con il fiato sospeso l’intero continente europeo, e che segnava un’ulteriore possibile decisiva tappa a sostegno della teoria eliocentrica: lo fece dapprima attraverso il suo allievo Mario Guiducci, poi in prima persona nel Saggiatore. Galileo, occorre ricordare, non aveva potuto osservare direttamente gli straordinari fenomeni cometari, causa l’aggravarsi dei dolori reumatici che lo affliggevano da tempo, come riferirà nel Saggiatore[10]. Nel Discorso delle comete, pubblicato nel giugno del 1619 a nome di Guiducci, Galileo contestava l’inadeguatezza epistemica della concezione ticonica delle comete quali oggetti celesti effimeri di natura divina, come abbiamo visto non esplicitata ma sottostante alle analisi di Grassi nella Disputatio astronomica:

Il dire con Ticone, che come a stelle imperfette e quasi scherzi della natura e trastulli delle vere stelle, ma però, benché caduche, d’indole ad ogni modo e di costumi celesti, basta una tale quale condizion divina; ha tanto più della piacevolezza poetica che della fermezza e severità filosofica, che non merita che vi si ponga considerazione alcuna, perché la natura non si diletta di poesie[11].

Sostenendo la tesi della traiettoria rettilinea uniforme e perpendicolare alla superficie della Terra del movimento delle comete, secondo una prospettiva cosmologica prefigurante in chiave insieme antiaristotelica e anticonica l’unificazione della regione celeste e di quella sublunare in uno spazio cosmico materialmente omogeneo, Galileo ipotizzava che esse, piuttosto che oggetti «veri, reali, uni e permanenti» procedenti in circolo, come affermato da Grassi[12], fossero viceversa «apparenze, riflessioni di lumi, immagini e simulacri vaganti», derivate da esalazioni illuminate dal Sole innalzatesi perpendicolarmente nella regione celeste dalla superficie terrestre:

A me, al quale non ha nel pensiero avuto mai luogo quella vana distinzione, anzi contrarietà, tra gli elementi e i cieli, niun fastidio o difficultà arreca che la materia in cui si è formata la cometa avesse tal volta ingombrate queste nostre basse regioni, e quindi sublimatasi avesse sormontato l’aria e quello che oltre di quella si diffonde per gli immensi spazi dell’universo[13].

È questa un’affermazione controversa, ma di grande rilievo, su cui, nei sopraggiunti limiti di questo saggio, vorrei qui in breve soffermarmi. Molto giustamente Michele Camerota e Franco Giudice denunciano le ricostruzioni anacronistiche dei molti che hanno rimproverato a Galileo l’aver prospettato una teoria cometaria palesemente erronea, niente affatto all’altezza di quella elaborata dall’odiato avversario gesuita Grassi[14]. Da Kepler in poi, per la maggior parte degli astronomi copernicani del XVII secolo, inizialmente Newton incluso, le comete saranno ritenute procedere lungo traiettorie semi o interamente rettilinee[15]. Grassi stigmatizzerà nella Libra astronomica ac philosophica ‒ la risentita e virulenta replica al Discorso delle comete, pubblicata nell’ottobre 1619, il cui testo è inglobato e sottoposto, punto per punto, a critiche demolitrici nel Saggiatore ‒ lo fondo geocinetico, e perciò eretico per i cattolici, della spiegazione del moto delle comete da parte di Galileo[16], il quale in questi termini allusivi si era espresso in merito:

Io non voglio in questa parte dissimular di comprendere che quando la materia in cui si forma la cometa non avesse altro movimento che ’l retto e perpendicolare alla superficie del globo terrestre, cioè al centro verso ’l cielo, egli a noi dovrebbe parere indirizzato, precisamente verso il nostro vertice e zenit; il che non avendo ella fatto, ma declinato verso settentrione, ci costringe a dovere o mutare il sin qui detto, quantunque in tanti altri rincontri così ben s’assesti all’apparenze, o vero, ritenendole, aggiunger qualch’altra cagione di tale apparente deviazione. Io né l’uno saprei, né l’altro ardirei di fare[17].

«Aggiunger qualch’altra cagione di tale apparente deviazione», che il monito anticopernicano del 1616 aveva impedito di esplicitare: la teorica cometaria delineata da Galileo, formulata come un’ipotesi «conforme alle apparenze» ‒ in grado di spiegare nel segno della probabilità, non della certezza, i dati rilevati nelle osservazioni del 1618[18] ‒, si inseriva, mi preme qui sottolinearlo, con coerenza nell’immagine della natura fisica radicalmente trasformata dall’estensione telescopica delle frontiere del visibile, che minava la fisica sostanzialistica delle qualità alla base dell’opposizione, di matrice aristotelica, tra l’immutabile perfezione dell’etereo mondo celeste e i fenomeni di generazione e corruzione determinati entro il mondo sublunare dalle reciproche trasformazioni dei quattro elementi.

Nata in un quadro concettuale intriso d’influssi platonici, pitagorici ed ermetici, la cosmologia elaborata nel De revolutionibus da Copernico non aveva di per sé affatto rinnegato, in realtà, il postulato classico della perfezione della figura sferica e del moto circolare dei corpi celesti, aspirando a una maggiore semplicità e armonia rispetto al sistema del mondo aristotelico-tolemaico nel riferire le apparenti irregolarità osservabili a occhio nudo del moto orbitale dei pianeti al continuo mutamento di punto di vista dell’osservatore posto sulla Terra in moto. Maggiore semplicità, quella della cosmologia copernicana, che tuttavia non poggiava, a garanzia del suo paradossale statuto fisico, su una elaborata teoria del movimento alternativa a quella di Aristotele, con la quale era incompatibile. Né, sul piano fisico, il geocinetismo del De revolutionibus aveva posto in discussione la natura materiale, solida degli orbi celesti, nei quali corpi celesti erano incastonati e dai quali erano trasportati nel loro moto di rivoluzione. Copernico sosteneva l’impossibilità, da un punto di vista ottico, di stabilire se è in movimento l’osservatore o l’osservato. Ma tale relatività del punto di vista, ammessa sin dall’antichità, non era affatto conclusiva: come poter decidere in favore del moto reale della Terra? Quali spiegazioni “fisiche” a suo sostegno? Nel 1619, a distanza di decenni, Kepler, un quarto di secolo prima autore del Mysterium Cosmographicum, il cui progetto di radicale rinnovamento dell’astronomia aveva tratto origine da un terreno ugualmente platonico, pitagorico ed ermetico, chiudeva il suo De cometis libelli tres con queste trionfali parole: «quante sono le comete in cielo, tante sono le prove (oltre quelle che si deducono dai moti dei pianeti) che la Terra si muove con moto annuo intorno al Sole»[19].

Il copernicanesimo di Galileo aveva un’altra impronta[20]. Il Sidereus Nuncius e l’Istoria e dimostrazioni intorno alle macchie solari avevano mostrato i corpi celesti esser del tutto simili alla Terra, la superficie della Luna rocciosa e irregolare, quella del Sole attraversata da nuvole intermittenti, la superficie di Venere esser opaca al pari di quella lunare, Giove al centro del moto di rivoluzione di ben quattro satelliti, e Saturno dall’aspetto deforme, oltre alle migliaia di stelle invisibili a occhio nudo portate alla luce dal telescopio, disseminate nelle costellazioni. Nel contesto di questo rivoluzionario terreno osservativo e sperimentale va letto il celeberrimo brano del Saggiatore sul «grandissimo libro» della natura, «che continuamente ci sta aperto innanzi agli occhi», libro «scritto in lingua matematica», senza la cui conoscenza «è un aggirarsi vanamente per un oscuro laberinto»[21], così come la teoria della materia enunciata da Galilei nel § 48, dalle lontane origini atomistiche, che riconosceva come sue uniche proprietà oggettive quelle geometrico-meccaniche (grandezza, forma posizione moto ecc.), suscettibili di misura, ribaltando la gnoseologia aristotelico-scolastica nella spiegazione delle qualità sensibili, ricondotte a «puri nomi» esprimenti le unicamente nostre sensazioni[22].

È lungo questa via maestra, destinata nel lungo periodo a segnare la Rivoluzione scientifica, come ben mostra l’edizione del Saggiatore curata da Michele Camerota e Franco Giudice, che si spalancava un nuovo universo, ben diverso dal mondo finito, concluso e ordinato in cui si rifletteva una scala assoluta di valori secondo la gerarchia fissata dalla cosmologia e dall’immagine premoderna della natura.

  1. Il 24 febbraio del 1616 i consultori del Sant’Uffizio, dopo cinque giorni di camera di consiglio, dichiararono la teoria eliocentrica «formalmente eretica», perché contraddicente il senso del testo delle Sacre Scritture e la comune interpretazione e comprensione dei Santi Padri e dei teologi. Il 26 febbraio il cardinale Bellarmino, su ordine del papa Paolo V, convocò Galileo per «ammonirlo ad abbandonare» la tesi eliocentrica. Il 5 marzo, infine, la Congregazione dell’Indice sospendeva per decreto il De revolutionibus orbium caelestium (1543) di Copernico «fino alla sua correzione». Su ciò cfr. in part. M. Camerota, Galileo Galilei e la cultura scientifica nell’età della controriforma, Roma, Salerno Editrice, 2004, pp. 3017-21 e M.-P. Lerner, Copernic suspendu et corrigé: sur deux décrets de la Congregation romaine de l’Index (1616-1620), in «Galilaeana», I, 2004, pp. 21-89.
  2. «Già da molti anni ho aderito alla dottrina di Copernico», scriveva Galileo in una nota lettera a Kepler del 4 agosto 1597 (in G. Galilei, Opere, Edizione nazionale a cura di A. Favaro, 20 voll., Firenze, Barbera, 1890-1909, vol. X, p. 68).
  3. G. Galilei, Istoria e dimostrazioni intorno alle macchie solari e loro accidenti, Roma, G. Mascardi, 1613.
  4. Per un’appassionante e dettagliata ricostruzione delle straordinarie scoperte astronomiche galileiane e dei dibattiti suscitati dal Sidereus Nuncius cfr. M. Bucciantini, M. Camerota, F. Giudice, Il telescopio di Galileo. Una storia europea, Torino, Einaudi, 2012.
  5. G. Galilei, Il Saggiatore, Edizione commentata, a cura di M. Camerota e F. Giudice, Milano, Hoepli, 2023.
  6. G. Galilei, Il Saggiatore, Edizione critica e commento a cura di O. Besomi e M. Helbing, Roma-Padova, Editrice Antenore, 2005.
  7. Il riferimento è a Eneide I, 401-405: Dixit et avertens rosea cervicere fulsit / ambrosiaeque comae divinum vertice odorem / spiravere; pedes vestis defluxit ad imos; / et vera incessu patuit dea. Ille ubi matrem / adgnovit […]».
  8. [O. Grassi], De tribus cometis anni M. D.C. XVIII disputatio astronomica, Roma 1619, trad. it. in G. Galilei e M. Guiducci, Discorso delle comete, Edizione critica e commento a cura di O. Besomi e M. Helbing, Padova, Antenore, 2002, p. 283.
  9. «In terzo luogo, il seguente argomento conferma tale conclusione: la cometa, osservata con il telescopio, non presenta appena un ingrandimento, è stato tuttavia appurato da duratura esperienza e provato con motivi ottici, che tutti gli oggetti visti con questo strumento, appaiono maggiori di quelli osservati ad occhio nudo, in conformità tuttavia alla legge, per cui gli oggetti dicevano da esso telescopio ingrandimento vieppiù minore, quanto sono più lontani dall’occhio. Ed è in conformità a questa legge che le stelle fisse, la cui distanza da noi è superiore a quella di tutti gli altri oggetti celesti, non acquisiscono tramite telescopio ingrandimento sensibile. Poiché dunque si è osservato che la cometa mostrava solo un debole ingrandimento, dovremmo dire che ad una distanza maggiore di quella a cui si trova la luna, apparendo quest’ultima al telescopio molto più grande di [quanto appaia a occhio nudo]. So che, per taluni, questo argomento è di scarsa portata; ma costoro forse prendono pochi esami i principi dell’ottica, dai quali risulta necessariamente l’efficacia di questo argomento per confermare ciò che trattiamo»: ivi, p. 283. Rispetto a ciò Galileo, nel Saggiatore, confermerà quanto sostenuto nel Discorso delle comete, ovvero che «l’argomento preso dal minimo ingrandimento degli oggetti remotissimi non val nulla, perché falso», il telescopio ingrandendo tutti gli oggetti visibili secondo la medesima proporzione, indipendentemente dalla distanza.
  10. «Per tutto il tempo che si vide la cometa, io mi ritrovai in letto indisposto, dove, sendo frequentemente visitato da amici, cadde più volte il ragionamento sulle comete, onde m’occorse dire alcuno de’ miei pensieri, che rendevano piena di dubbi la dottrina datane sin qui»: G. Galilei, Il Saggiatore, Edizione commentata a cura di M. Camerota e F. Giudice, op. cit., § 35, p. 35 [a questa edizione farò riferimento nelle note che seguono].
  11. G. Galilei e M. Guiducci, Discorso delle comete, op. cit., § 177.
  12. La continuazione del moto cometario oltre lo zenit declinando verso settentrione costituiva infatti per Grassi la prova schiacciante del loro muoversi in circolo: cfr. [O. Grassi], De tribus cometis, op. cit.
  13. G. Galilei e M. Guiducci, Discorso delle comete, op. cit., § 195.
  14. Cfr. M. Camerota, F. Giudice, «La strada al ritrovamento del vero». Il Saggiatore come manifesto del nuovo sapere, Introduzione a G. Galileo, Il Saggiatore, op. cit., p. XXXV.
  15. Nell’autunno del 1619, dando alle stampe il De cometis libelli tres, Kepler riaffermava la realtà del movimento di rotazione e rivoluzione della Terra, ribadendo che i corpi celesti apparsi nel 1618 si muovevano in linea retta nello spazio cosmico, in accordo con la teoria cometaria per primo da lui enunciata nel 1604 nell’Appendix de motu cometarum del decimo capitolo dell’Astronomia pars optica, parte seconda del monumentale Ad Vitellionem Paralipomena (Ad Vitellionem Paralipomena, quibus Astronomiae pars optica traditur, Frankfurt, Claudium Marnium & haeredes Ioannis Aubrii,1604, in Id., Gesammelte Werke, a cura di W. Von Dick, M. Caspar, München, C. H. Beck, 1937-2017, 22 voll., vol. II).
  16. «Ma a questo punto odo un non so chi sussurrarmi all’orecchio, di nascosto e con timore: il moto della Terra. Lungi da me questa espressione, falsa e sgradita a orecchie pie. Certo, la hai bisbigliata con prudenza e a bassa voce, ma se così fosse, risulterebbe un fatto conclamato che l’opinione di Galileo non si baserebbe che su questo falso movimento. Se infatti la Terra non si muove, tale moto rettilineo non si accorda con le osservazioni della cometa; ma è certo per i cattolici che la Terra non si muove; sarà dunque altrettanto certo che questo moto rettilineo non si concilia con le osservazioni cometarie e perciò deve stimarsi non adatto al nostro caso. Non ritengo però che ciò sia mai venuto in mente a Galileo, che conobbi sempre per persona Pia e devota»: G. Galilei, Il Saggiatore, op. cit., § 29, p. 166.
  17. G. Galilei e M. Guiducci, Discorso delle comete, op. cit., §§ 209-10.
  18. «[…] noi non ci allontaniamo dal nostro costume, ch’è di non affermar per certe se non le cose che noi sappiamo indebitamente, ché così c’insegna la nostra filosofia e le nostre matematiche»: G. Galilei, Il Saggiatore, op. cit., § 20, p. 123.
  19. J. Kepler, Gesammelte Werke, op. cit., vol. VIII, p. 220.
  20. Per un confronto, anche riguardo alla componente platonica del pensiero galileiano, cfr. M. Bucciantini, Galileo e Keplero. Filosofia, cosmologia e teologia nell’Età della Controriforma, Torino, Einaudi, 2003.
  21. G. Galilei, Il Saggiatore, § 6, pp. 46-47.
  22. Ivi, pp. 246-53.

(fasc. 49, 31 ottobre 2023, vol. II)

Il narratore assente e la fotografia: tra Virginia Woolf e Luigi Ghirri

Author di Massimo Scotti

Tanto tempo fa, in gioventù, avevo scoperto un piccolo, prezioso volume di ballate inglesi[1], e trovavo che le più belle fossero le prime, firmate tutte Anon. Dopo aver cercato inutilmente in varie enciclopedie notizie su quel bardo a me ignoto, mi ero reso conto di esser stato molto ingenuo, perché non si trattava di un nome proprio, bensì dell’abbreviazione di Anonimo. E ho la presunzione di immaginare – ingenuo lo sono rimasto – che anche Virginia Woolf abbia commesso il mio identico errore. In tal caso, potrebbe essersi senz’altro divertita constatando che quel poeta non esisteva o, meglio, era esistito eccome, ma non aveva lasciato traccia della sua personalità artistica, confondendosi con le sterminate schiere di ideatori non identificabili che hanno preceduto le ere delle figure autoriali definite con precisione, e orgogliose della propria individualità letteraria; autoironica com’era, Virginia Woolf avrà deciso forse proprio per questo di dedicare a lui, Anon, il cantore anonimo, il primo capitolo di un’opera concepita per raccontare la storia delle lettere inglesi ai suoi amici artisti, primo fra tutti il cognato Clive Bell.

L’opera è purtroppo rimasta incompiuta. Non ne rimane che quel primo capitolo, semifinito, l’inizio di un secondo e vari appunti sparsi. Ma anche solo l’esordio è notevole, per intensità e luce, nonché per la sua peculiare forma di saggio romanzesco, un po’ narrazione pura e un po’ trattato fantasioso, un po’ divagazione colta e un po’ “selva” letteraria, come si diceva un tempo, quando le definizioni erano immaginose e non, come oggi, severamente tecnicistiche.

«For many centuries after Britain became an island» the historian says «the untamed forest was king» […]. On those matted boughs innumerable birds sang; but their song was only heard by a few skin clad hunters in the clearings. Did the desire to sing come to one of those huntsmen because he heard the birds sing, and so rested his axe against the tree for a moment? […] The voice that broke the silence of the forest was the voice of Anon. Some one heard the song and remembered it for was later written down, beautifully, on parchment. Thus the singer had his audience, but the audience was so little interested in his name that he never thought to give it. The audience was itself the singer […]. Every body shared in the emotion of Anon song, and supplied the story. Anon sang because spring has come; or winter is gone; because he loves; because he is hungry, or lustful; or merry: or because he adores some God. Anon is sometimes man; sometimes woman. He is the common voice singing out of doors, he has no house. He lives a roaming life crossing the fields, mounting the hills, lying under the hawthorn to listen to the nightingale. […] But shutting out a chimney or a factory we can still see what Anon saw – the bird haunted reed whispering fen, the down and the green scar not yet healed along which he came when he made his journeys. He was a simple singer, lifting a song or a story from other people lips, and letting the audience join the chorus. Sometimes ha made a few lines that exactly matched emotion[2].

Prima ancora della propria interiorità, quello che Anon sceglie di descrivere è lo spettacolo del mondo: la natura, il trascorrere delle stagioni, il profilo segreto di una coscienza collettiva che scruta l’esistenza degli uomini e delle donne, degli animali e delle piante, cogliendone le leggi di mutamento e ricorrenza, di unità e conflitto. La cultura orale di Anon (the common voice) possiede un’oggettività di sguardo che l’individualità autoriale sembra aver rinnegato in seguito, per privilegiare l’espressione del genio singolo, con la sua sensibilità unica e inimitabile, cara al Romanticismo e dal Romanticismo idolatrata fino al paradosso.

Eppure, per le contraddizioni tipiche di ogni epoca, furono proprio i romantici a osannare quella coscienza collettiva dei popoli nazionali, il canto antico degli avi senza nome, dei narratori assenti dalla Storia, incollocabili se non in un territorio dai confini linguistici definiti, ma comunque non rintracciabili biograficamente, quindi inafferrabili.

Oralità e anonimato formano un binomio pressoché inscindibile. Questo è il fascino della tradizione che Virginia Woolf ha colto nel suo ultimo scritto, non concluso e destinato forse non per caso a essere pubblicato solo postumo. La “postumità” – se così si può dire – è il terzo elemento che forma la qualità dell’opera di Anon, registrata e resa pubblica in forma scritta solo dopo la scomparsa del suo autore, con la cui morte infatti, che coincide con l’avvento della stampa, si conclude il primo capitolo dell’opera woolfiana. Si tratta di una libertà mitopoietica che l’autrice si è concessa, perché sapeva bene che la fine della civiltà orale era stata decretata, molto prima, dall’invenzione della scrittura: il passaggio dalla chirografia alla tipografia avviene quando l’oralità si è già da tempo spenta.

Quella espressa da Virginia Woolf è senza dubbio una visione romantica dell’oralità – romantica, e anche idealizzata, sì, ma non superficiale. Forse anche più vicina alla realtà di quanto non lo siano, né possano esserlo, le teorizzazioni tecniche degli esperti successivi (Havelock, Ong e molti altri). Una visione condivisa da tanti artisti, perché è la visione che tutti ne abbiamo – e Virginia Woolf, identificandosi nel common reader, non poteva fare a meno di condividerla, a un livello alto ed “ecumenicamente emotivo”.

Nelle culture orali, scriveva Walter Ong, «l’originalità narrativa, per esempio, non sta nell’inventare nuove storie, ma nel creare una particolare interazione con il lettore»[3]. In questa frase sono contenuti due elementi essenziali dell’oralità, come possiamo dedurla, o solo ipotizzarla, dalle sue tracce rimaste nella cultura scritta: il “pensare per storie”, quindi la costruzione narrativa del reale e la perpetuazione attraverso miti e archetipi delle verità raccolte durante il processo dell’esperienza umana; il ricorso all’attenzione di chi quelle storie le ascolta, le vede narrare, cioè al solo mezzo in grado di ritrovarvi o scoprirvi un significato, una sapienza originaria, il momento epifanico in cui il senso delle cose viene percepito (per un istante, e per sempre).

Ora, propongo un passaggio cruciale che equivale a un vertiginoso salto logico, benché gli ardimenti delle analisi inter artes siano già considerati leciti da tempo: che rapporto può esistere fra la cultura dell’oralità, l’assenza di un autore individuabile, e la tecnica della fotografia? Sarebbe facile stabilire tale rapporto di continuità tenendo conto del fatto che – gli storici della fotografia lo sottolineano spesso, e anche alcuni autori in veste di storiografi e teorici – l’autorialità in quest’arte è circondata da una vasta nebulosa di anonimato. Accanto a ciascuno dei maestri riconosciuti esistono almeno mille, o diecimila, artefici del tutto ignoti. E non meno abili o notevoli: è la situazione affascinante dei pittori sconosciuti a cui si dà una definizione quale “Maestro degli angeli cantori” o “Maestro delle mezze figure femminili”, “Maestro dei crocifissi blu” o “Maestro delle arciduchesse”, “Maestro delle Palazze” o “Maestro delle Vele”, basata su certi elementi dei loro dipinti, sulla presunta provenienza territoriale, sull’anno della composizione delle opere o su qualche vago dettaglio biografico (il “Parente di Giotto”, il “Pensionante dei Saraceni”)[4].

No, il discorso è differente: vorrei cercare di spiegare – anche temerariamente – come all’interno di un’opera dalle caratteristiche riconoscibili, per esempio quella di autore singolare qual è Luigi Ghirri, si possano rintracciare almeno le sfumature di un linguaggio che vuol rendersi coscientemente anonimo per somigliare il più possibile a quello della tradizione orale. E sarà necessario farlo osservando le sue opere, seguendo i suoi testi teorici e ascoltando le parole da lui scritte o registrate durante alcune lezioni di cui parleremo in seguito[5].

Quello di Ghirri è uno sguardo che si impone di rendersi in tutto simile alla voce dell’Anon woolfiano. E che cerca di addentrarsi, di identificarsi nell’antica “oralità primaria” della fotografia, momento aurorale esplorato con passione in alcune delle sue lezioni, soprattutto quelle riunite nella sezione intitolata «Storia»[6].

Oggi siamo entrati in un tempo di “oralità secondaria” della fotografia, arte in cui i primi creatori furono anonimi, quanto lo sono ora gli innumerevoli dilettanti, a vario grado di abilità, che scattano miliardi di fotografie ogni secondo sul pianeta (opere che si consumeranno nell’oblio senza lasciare traccia, e fra le quali pochissime resteranno). È come se Luigi Ghirri aspirasse, con il suo lavoro, a dissimulare la propria individualità autoriale riproducendo immagini che tutti potrebbero cogliere, tutti hanno forse colto prima o poi, senza far ricorso ad artifici o limitandoli il più possibile: «Dimenticare sé stessi» è il titolo della prima sezione delle su Lezioni di fotografia[7]:

Non mi ha mai interessato quello che comunemente si definisce come ‘stile’; stile è una lettura in codice, e la fotografia ritengo sia un linguaggio senza codice, pertanto anziché diminuzione, allargamento di ‘comunicazione’… Ho sempre affrontato la ‘scena da rappresentare’ in modo diretto, mi sono posto di fronte agli eventi in maniera frontale, evitando tagli o fughe di qualsiasi tipo. Ho sempre affidato sviluppo e stampa a laboratori standard, non mi ha mai interessato la produzione di oggetti da collezionismo, né tantomeno fare operazioni di ‘maquillage’. Il gesto estetico e formale è già compreso in quello da fotografare… Il problema della forma fotografica, con gli inevitabili rimandi alle cure esasperate in sede di stampa, viraggi, mascherature per ottenere un risultato ulteriormente ‘oltre’, non mi ha mai affascinato. Fotografo a colori, perché il mondo reale non è in bianco e nero e perché sono state inventate le pellicole e le carte per la fotografia a colori… Uso prevalentemente l’obiettivo normale, e poi in egual misura grandangolo e medio tele, non uso filtri, e lenti particolari. Non mi piace far vedere l’obiettivo usato. L’obiettivo vero è sempre stato un altro e non quello ottico. Ho cercato di non chiudermi in filoni o generi, per questo contemporaneamente ho lavorato in diverse direzioni, in un processo di attivazione del pensiero, non ho cercato di fare delle fotografie, ma delle carte, delle mappe che fossero contemporaneamente fotografie[8].

Come afferma e sottolinea più e più volte, Luigi Ghirri rifugge dall’uso dei ritocchi tecnici alle stampe o alle lastre, come dallo spostamento di oggetti nella stanza che sta ritraendo, o dal taglio di elementi casuali rientrati nel campo del suo obiettivo, perché sa bene, e lo ripete spesso, che la fotografia non è altro se non un ritaglio all’interno della realtà visibile, o invisibile. «La fotografia è sempre un escludere il resto del mondo per farne vedere un pezzettino»[9]. Lo spiega con un esempio significativo, parlando di come ha ritratto lo studio di Giorgio Morandi a Grizzana, nel 1989:

Avevo iniziato facendo immagini più dilatate, ma procedendo, andando più in fondo, entrando all’interno di questo spazio dello studio, percepii che tutto era stato lasciato com’era alla morte del pittore: sembrava che lui fosse ancora lì, che fosse appena uscito di casa. Quindi le foglie secche, i barattoli, gli oggetti ridipinti, il nastro, lo scotch, la sedia sulla quale si sedeva. Avrei potuto ripulire l’immagine togliendo, per esempio, questo pezzo di seggiola, che può apparire fastidioso. Ho scelto invece di suggerire, conservando questo elemento che può essere definito un piccolo incidente all’interno della rappresentazione, un rapporto con un contesto più vasto[10].

Questa assenza di artificio è paragonabile al rifiuto di ogni addobbo, ornamento, ritocco letterario che sembra consustanziale ai testi della letteratura orale (in questo senso, le formule ricorrenti per esempio nella poesia omerica non si devono considerare “artifici” ma tecniche mnemoniche, strumenti d’ausilio per l’improvvisazione del canto).

Ma non si tratta solo di questo: Luigi Ghirri si pone di fronte al mondo nello stesso spirito di Anon, con l’ansia di catturare un frammento dell’esistenza in un’immagine, quel che fa il bardo woolfiano senza nome con le proprie emozioni di fronte ai misteri del creato, cercando di definire i contorni di uno specifico momento che ha una sua ben poco definibile particolarità.

Anzitutto, l’attenzione di Anon è rivolta – Virginia Woolf lo dice chiaramente – al trascorrere del tempo, all’atmosfera tipica di una stagione, che si traduce, in fotografia, in un particolare tono della luce[11]. La poesia proveniente dalla cultura orale – almeno quella che è stata tramandata, di cui quindi abbiamo testimonianza – appare profondamente legata ai cicli stagionali, di cui ama riprodurre le immagini ma a cui appartiene anche nelle forme: significativo, in questo senso, è il legame dei generi letterari con i periodi dell’anno, individuato da Northrop Frye nella sua Anatomia della critica, mediante la connessione con il rito, l’andamento del tempo e la progressione dell’esistenza umana (cioè dell’eroe) dall’infanzia alla vecchiaia[12]. L’essenziale archetipo che coglie la similitudine fra l’arco del giorno e la vita individuale è del resto alla base della struttura di un vertice dell’opera woolfiana, il romanzo The waves (Le onde, 1931).

Il paragone fra oralità e fotografia è comunque doppiamente curioso, lo ammetto, anche perché essenzialmente improprio. La fotografia è di per sé scrittura (il termine deriva dal sostantivo greco phōs, photós, ‘luce’, e dal verbo grápho, ‘scrivere’, appunto, o ‘disegnare’). Quest’arte fissa immagini che la memoria dovrebbe conservare, idealmente, senza essere impresse su una lastra o una stampa, ma la mente non può trattenere tutto e quindi ferma le immagini su un supporto, dando spazio così a una composizione artistica “concreta”, riproducibile, visibile, comunicabile.

Il pensiero e la musica, la parola e il canto erano liberi, momentanei, volatili, prima dell’avvento della scrittura, così come le parvenze della vita prima della pittura e poi della fotografia, o della registrazione per il suono; si può istituire una similitudine in tal senso: «La scrittura, Platone fa dire a Socrate nel Fedro, è disumana, poiché finge di ricreare al di fuori della mente ciò che in realtà può esistere solo al suo interno»[13].

Dalle brevi analisi che seguiranno si potrà stabilire se il paragone è pretestuoso oppure no.

Un esempio invernale: la fotografia intitolata semplicemente Cittanova di Modena, con il sottotitolo, Chiesa sulla Via Emilia[14], forse spurio. Le fotografie di Ghirri hanno notoriamente titoli reticenti, formati solo dall’indicazione di luogo e nient’altro. Questa caratteristica non fa che aumentare il potere evocativo dell’immagine, senza minimamente indirizzare la fantasia dell’osservatore: un’altra analogia, direi, con le caratteristiche della cultura orale e del suo aspetto anonimo. L’analisi, l’astrazione, la teoria, i modelli speculativi, l’elucubrazione intellettuale nascono con la civiltà della scrittura (e ne fanno parte).

Sul far della sera, una pallida luna piena si fa strada nel cielo avvolto da una foschia compatta e morbida, sopra una chiesetta solitaria. Fa pensare a una di quelle piccole cappelle sperdute sulle soglie dei boschi, nominate da Ladislao Mittner nella sua Storia della letteratura tedesca e care al Romanticismo devoto, ma qui non c’è alcun bosco, solo qualche albero spoglio sulla destra dell’inquadratura: una pianura brulla e vuota. Il cielo è pallidissimo, di una tonalità appena distinguibile dalla sfumatura della lieve coltre di neve che lo riflette: un celeste incanutito, similissimo alla giada del suolo, sorta di turchese Tiffany estremamente slavato. La facciata della chiesa, sporca e rosa, fa pensare alle indimenticabili lune verlainiane:

Et leurs molles ombres bleues
tourbillonnent dans l’extase
d’une lune rose et grise,
et la mandoline jase
parmi les frissons de brise
[15].

Le luci si accendono nelle case, e sono di un arancio leggero, come i fari stellanti di un’automobile che spunta sotto una volta; c’è un annuncio funebre che si intravede appeso al muro accanto alla chiesa. La neve del campo di fronte è già torbida, confusa con la terra e la ghiaia. Natale deve essere già passato (non ci sono luminarie e il primo plenilunio, nel 1985, fu il 16 gennaio). C’è un’atmosfera insieme d’attesa e di compimento, una pace gentile e malinconica. La malinconia è uno dei tratti generali della fotografia di Ghirri. Potrebbe essere un qualunque passante a vedere questo spettacolo, che probabilmente è lì per noi ogni anno, verso quell’ora, nei pleniluni d’inverno: basta che ci sia solo un po’ di neve, fatto ahimè sempre più raro.

Il fotografo ha colto un momento del tempo, ripetibile per quanto unico: non aggiunge e non toglie niente a ciò che vede, come farebbe un poeta della civiltà orale; descrive e non interpreta, ricorda senza commenti. Eppure questa apparente esilità di intervento ha il potere di sprigionare nello spettatore un’emozione dinamica, profondamente forte e coinvolgente: tutta la solitudine invernale è compresa in questa immagine, abbacinante nella sua desolazione.

Un altro esempio, questa volta di interni: Boretto. Albergo “Il Bersagliere”, camera n. 8[16]. Un letto matrimoniale, o meglio due letti singoli appaiati, con comodini annessi, visti dal fondo. Sopra, un’immagine della Madonna attorniata da vignette che forse ne raccontano la storia; i toni sono quelli del legno, probabilmente di ciliegio; l’atmosfera sembrerebbe quella di un pomeriggio estivo, la luce è calda, appena smorzata. La fotografia non dice nient’altro, eppure racconta con discrezione vicende andate: il punctum, nucleo focale dell’immagine secondo Roland Barthes, sarebbe forse il filo elettrico che regge l’interruttore “a peretta”, avvolto intorno a due pomelli dei letti, per stringerli in un nodo che è una sorta di abbraccio: quante coppie avranno dormito in quei letti? Quante teste hanno riposato su quei guanciali candidi che si vedono appena sotto le spalliere bombate? Lo stile è rustico ma anche, a suo modo, pretenzioso; racconta di un tempo in cui l’albergo ebbe un suo prestigio, vicino com’è alla stazione ferroviaria; dunque vite di passaggio, momenti fugaci. Eppure quel letto dà la sensazione della stabilità della vita contadina, quando i viaggi erano rari e gli spostamenti obbligati solo da circostanze fortuite, magari poco liete, talvolta uniche nelle vite di individui anonimi e stanziali. «Queste immagini riprendono una tradizione iconografica, un aspetto della memoria collettiva», scrive Ghirri[17]. «È evidente un richiamo non tanto al passato quanto piuttosto a un certo modo di vivere, culturalmente molto connotato».

Senza l’indicazione offerta dal sottotitolo, si potrebbe pensare semplicemente a una camera da letto contadina fra le tante, in una regione agricola come l’Emilia Romagna, o in una qualunque zona rurale d’Italia. Il dettaglio dell’albergo impone qui una deviazione suggestiva, che conduce verso le aree attigue alle stazioni, i cui esterni sono stati così minuziosamente descritti nei dipinti di Paul Delvaux. Ma qui è la vita intima di una stanza che si dischiude agli occhi della mente, con la sua solennità e il suo enigma – e la stanza è vuota. Il letto è preparato per accogliere altri ospiti, ma apprendiamo che l’albergo è ora dismesso. Una pagina di Facebook ci invita a celebrare un minuscolo “Come eravamo”[18]. Il sito del FAI ne racconta in breve la storia[19].

Questa volta, dunque, e almeno per il momento, l’esperienza di visione non è riproducibile: anche se la vecchia locanda fosse restaurata, e perfino se la camera n. 8 venisse riallestita com’era nella fotografia di Ghirri, l’esperienza visiva non potrebbe mai più essere la stessa, perché saremmo consapevoli della sua artificialità. «A questo Ghirri risponde che è anche possibile pensare che il tempo rinnovi, che ogni scarto accidentale rinnovi la percezione, invece d’essere soltanto la pietra tombale dei momenti della vita»[20].

Come accade nella cultura orale, quindi, il documento assume perfino suo malgrado un valore storiografico; sappiamo che l’immagine appartiene inesorabilmente al passato; l’oralità sfugge alla cronologia, la fotografia no. Sappiamo quando è stata scattata: l’anno, almeno, e sappiamo che questo avveniva forse quando già l’albergo era un relitto storico; possiamo supporre che Ghirri stesso abbia osservato gli oggetti di quella stanza con il sentore di una fine – appena avvenuta oppure incombente.

Ma ogni viaggiatore avrà osservato quelle cose e quegli ambienti con lo stesso atteggiamento: niente di durevole, nessun accenno di permanenza; eppure quei letti un po’ tronfi, panciuti, massicci, sembrano raccontarci e volersi dare un’aria di stabilità tetragona e caparbia, rispettabile e immutabile, borghese e ottusa. L’immagine sacra sembra dirci che non si trattava certo di un albergo a ore; se amplessi s’intrecciarono in quei letti gemelli, erano di sicuro benedetti dalla Vergine, quindi non dovevano essere frettolosi e loschi. L’insieme fa pensare piuttosto ai versi di un magnifico poema di Attilio Bertolucci[21]. E l’intera opera fotografica di Luigi Ghirri potrebbe costituire il corredo iconografico del testo del poeta italiano, come la biografia di un uomo in viaggio, colta attraverso i suoi woolfiani “momenti di visione”.

The curtain rises upon play after play. Each time it rises upon a more detached, a more matured drama. The individual on the stage becomes more and more differentiated; and the whole group is more closely related and less at the mercy of the plot. The curtain rises upon Henry the Sixth; and King John; upon Hamlet and Antony and Cleopatra and upon Macbeth. Finally it rises upon the Tempest. But the paly has outgrown the uncovered theatre where the sun beats and the rain pours. That theatre must be replaced by the theatre of the brain. The playwright is replaced by the man who writes a book. The audience is replaced by the reader. Anon is dead[22].

La fine di Anon sarebbe adeguatamente illustrata da un’altra fotografia di Ghirri, intitolata Ravenna. Scenografia di Aldo Rossi, alla Rocca Brancaleone. L’impostazione qui è illusionistica: la scena teatrale, con torri quadrate e contrafforti, è osservata in modo da far apparire le costruzioni fittizie grandi come i palazzi della città sullo sfondo; la realtà è svelata dalle impalcature che sostengono le file di fari che illuminano il palco e, sotto, la buca dell’orchestra, ma l’impressione permane e il cielo del crepuscolo forma un controcanto celeste-violaceo al rosso pallido degli edifici medievaleggianti (benché molto stilizzati). «La tonalità teatrale è bene indicata dall’allestimento scenico di Aldo Rossi, straordinario architetto italiano», scrive Gianni Celati, «dove non si vede bene la differenza tra la messa in scena per l’opera lirica che si recita e le forme architettoniche che l’avvolgono. E una tonalità teatrale è richiamata anche da quella villa nei pressi di Bologna, presentata come un lontano fondale da melodramma, come il segno d’un illusionismo diffuso che domina questo paesaggio»[23].

Il riferimento di Celati è alla fotografia intitolata Bologna. Villa nei pressi di Gaiana. Una visione di sogno, o più semplicemente una ripresa da lontano, in movimento, magari da un’auto in corsa? Da un basso strato di foschia che sembra un velo di fata emerge in una luce d’oro la facciata di una villa signorile, isolata alle spalle di un parco: il palazzo dei Guermantes o la reggia del ballo di Cenerentola? Gli alberi scuri sotto il cielo viola della notte fanno pensare all’Isola dei morti di Arnold Böcklin.

Soprattutto visioni come questa fanno intuire quanto l’immaginario di Ghirri sia prossimo alla cultura popolare e al dominio del fiabesco (mediati da un raffinato patrimonio di letture e di riferimenti visivi), ma soprattutto a una caratteristica tipica dell’oralità: il “pensare per storie”[24].

Lo si sente anche in fotografie apparentemente semplicissime come Spezzano. Castello, Sala delle Vedute: è quasi solo un’inquadratura di un pannello dipinto, la veduta di “Manzina”, come indica il cartiglio; a destra c’è una struttura di metallo, a sinistra si intravede appena una finestra aperta, da cui entrano i riflessi biancoazzurri di una luce estiva; tutto il resto dell’immagine è costituito dalla collina su cui sorgono vecchi edifici, in una tonalità ocra, sotto il cielo terso: è la storia di un passato, di un borgo oggi radicalmente trasformato; la vita di quel luogo appare cancellata perché i suoi abitanti sono assenti. La fotografia parla di una doppia musealizzazione: l’immagine riproduce le moderne strutture in uno spazio concepito come archivio di tenute nobiliari appartenute ad aristocratici di campagna (i Pio di Savoia) e dipinte da Cesare Baglione, pittore di corte dei Farnese, probabilmente fra il 1595 e il 1596. La scelta visiva di Ghirri allude a noi che osserviamo l’immagine, osservata a sua volta (o fantasticata) dall’artista: è in qualche modo la situazione in cui lo studioso cerca di delineare la fisionomia della cultura orale, immerso però nell’odierna condizione della civiltà della scrittura – metapoiesi, quindi, e riflessione sulle modalità della visione e sulla sua storicità.

Questo, però, a un livello per così dire “intellettualistico”.

Il fotografo, anche qui, come fa sempre, “pensa per storie”. Cerca nell’oggetto raffigurato l’archetipo del tempo, la presenza di vicende andate, il lascito delle generazioni, l’ombra dei secoli che si sono accumulati come polvere sulle cose delle sue stanze disabitate. Ghirri ha – si impone di avere o lo ottiene spontaneamente – un approccio “diretto” alla visione, si impone di perseguirlo senza deviazioni, ricercando la gratiam novitatis dell’antico poeta orale, la purezza di sguardo che sa essere inevitabilmente perduto. La sua è poesia “sentimentale”, nel senso dato al termine da Schiller, in contrapposizione alla qualità “ingenua” di un cantore come Anon: capisce perfettamente che quell’ingenuità gli è preclusa, eppure cerca di riprodurla sottraendo il più possibile alla sua composizione visiva ogni addobbo superfluo, ogni inutile sofisticazione.

Le storie, poi, affiorano più agevolmente in fotografie dove la situazione è esplicita, o dove gli oggetti “parlano” a voce più alta, o in una composizione più complessa e rivelatrice: sono le immagini in cui appaiono figure umane, sicuramente, ma non solo.

Qualche esempio in tal senso, iniziando da Bologna, 1973 (qui il riferimento è a Lezioni di fotografia, p. 71). Qui l’ambientazione è ingannevole. Si direbbe un posto di mare, dal momento che un ampio affresco di onde, con vele bianche in lontananza, campeggia dietro le due figure solitarie in primo piano. Invece si tratta probabilmente di una pizzeria urbana, o di un ristorante popolare (nell’angolo in alto a destra si vede parte di una lista di cibi: “Risotto, spaghetti, insalata”). Il locale è semivuoto. L’uomo e la donna non si guardano, sono assorti nei loro pensieri, forse hanno litigato. Lo si intuisce dall’indifferenza forzata con cui fissano direzioni opposte. Forse è il compleanno di lei, che ha accanto una borsa di plastica da cui esce una confezione regalo; o non ha gradito l’omaggio, oppure è infastidita dall’attesa che si protrae: hanno due bicchieri di birra a metà e un piatto colmo di michette intonse. La signora è fresca di parrucchiere, si è fatta gonfiare le chiome come andava di moda all’epoca; il marito molto baffuto, molto rassegnato, appoggia il gomito sul bordo dello schienale della sedia che ha accanto, forse infastidito dal silenzio ostile della signora. C’è una storia che aleggia su quel silenzio, un racconto alla Maupassant o alla Benni, alla Celati o alla Carver. Le immagini, in questo caso, hanno un potere narrativo molto intenso, che si sprigiona da un momento preciso e irripetibile nel tempo per irradiarsi attraverso le vite dei personaggi rappresentati, che sono reali in quel momento e poi svaniscono in una sorta di racconto astratto, pieno di interrogativi e di sospensioni. Dalla sconfinata “cultura orale” che è l’esistenza, la fotografia coglie un istante, lo fissa in un’immagine e lo tramanda per sempre: è uno dei temi più profondi e persistenti di tutta l’opera woolfiana: cogliere l’intensità del singolo momento in rapporto al flusso inarrestabile del tempo[25].

La stessa cosa avviene in un’altra fotografia di Ghirri, famosissima, emblematica: Alpe di Siusi, Ortisei, 1979[26]. Sullo sfondo di una magnifica veduta montana, una coppia di mezza età avanza su un prato, in direzione delle vette: sono due persone viste di spalle, che si tengono per mano, chissà se speranzosi o affaticati. Viaggiano insieme verso quello che sembra un futuro, o la morte. Fanno pensare a quelle coppie di figure sulle tombe etrusche, fissate in eterno nella loro intimità condivisa, segreta e per qualche motivo struggente; l’immagine possiede quella spontaneità miracolosa da cui nascono i simboli nella cultura orale (come la possiamo dedurre dalle sue tracce nella tradizione letteraria, quindi scritta) e, insieme, quella precisione e quella nettezza individuate e definite nella teoria del “correlativo oggettivo” eliotiano.

Si può cogliere solo parzialmente l’origine della suggestione che emana da questa fotografia; c’è un insieme di linee orizzontali e di piani successivi: sembrano evocare le quinte di sabbia che si susseguono nei deserti del tempo di cui parla Thomas Mann all’inizio delle sue Storie di Giacobbe; e ci sono le due figure erette che trovano un corrispettivo nella verticalità delle vette distanti; le ombre sul prato e le nuvole appaiono come tracce e proiezioni evanescenti delle forme solide del mondo; con la semplicità diretta e comunicativa della poesia popolare, l’insieme interpreta l’esperienza ansiosa della percezione umana: il senso del tempo che passa, il tragitto terreno di ogni individuo, l’inizio e la fine della vita, il cammino verso un orizzonte sconosciuto.

Diversa eppure riconducibile a un’ispirazione analoga è Ostiglia, Centrale elettrica (1987)[27]. Così la descrive Andrea Cortellessa:

Pieno giorno, campo medio. La luce è variabile: il cielo si sta rannuvolando e in fondo alla strada le ombre sono meno definite, fra poco questa luce verrà meno. Al centro dell’immagine, di profilo, cammina una bambina in gonna rosa e calzettoni bianchi. Per strada, oltre a lei, solo un ciclista vaga in lontananza. Davanti alla bambina fa angolo una chiesuola senza pretese, schiacciata a una casa dalla verandina probabilmente abusiva. In basso si allunga l’ombra di un lampione, ma il punctum sono le tre gigantesche ciminiere, a strisce orizzontali bianche e rosse, che scandiscono la fuga prospettica sullo sfondo, come colonne che sorreggano il cielo incombente sulla scena. Il titolo, Ostiglia, centrale elettrica; la data, «1987». È un esempio perfetto del paradosso di Ghirri: il quale ha distolto da sé ogni tentazione di tecnicismo e ogni marchio di ‘autorialità’ individuale (quella che definisce «fotografia creativa» ossia, traduco, d’avanguardia) ma che oggi, con ogni probabilità, è il fotografo più riconoscibile in assoluto[28].

In un panorama provinciale e industriale, la bambina procede sola e sicura per la sua strada, di profilo, da destra verso sinistra, incurante dello spazio vuoto e desolato che la circonda: forse è domenica, la vita per lei è piena di promesse, a quel paese apparterrà per sempre oppure lo abbandonerà. Il suo mondo è destinato a trasformarsi, oppure no. Il luogo in cui vive rimarrà sonnacchioso ed eternamente uguale, oppure di colpo, per qualche motivo, si risveglierà; non è dato saperlo e a lei poco importa; la lieta indifferenza a tutto sembra l’insegna, la bandiera della sua passeggiata solitaria.

La traduzione in concetti razionali di tutto ciò che queste fotografie comunicano risulta inevitabilmente enfatica. O, peggio, come una “versione in prosa” della poesia, banale. Può farci immaginare cosa sia stato, per chi ha vissuto la civiltà della cultura orale, il trasferimento nella scrittura di una tradizione ricca e perduta. Perché quel tipo di mutamento fatale riduce inevitabilmente una complessità che rimane per noi inattingibile.

La fotografia di Luigi Ghirri possiede, in qualche modo, o riproduce, la cruda essenzialità del mito che è anche quella della fiaba, come, su un altro piano, quella del fatto di cronaca diffuso e narrato oralmente, o della “leggenda metropolitana”. Si avvicina a questa sobrietà legata unicamente alla linearità narrativa un certo tipo di “giallo classico” che non indulge a descrizioni d’ambiente o psicologismi (penso ad Agatha Christie, ma non solo). Mito, fiaba, racconto orale si limitano alla trama e cancellano ogni altro elemento; quando si trasferiscono nella forma scritta, si arricchiscono – solo allora – di forme e stilemi propri del “letterario”. Ghirri si sforza in ogni modo di rifuggire da quella “letterarietà”, pur risultando, ai nostri occhi di oggi, l’artefice di una fotografia estremamente colta, raffinata e pervasa da allusioni che però, ben lungi dal mostrarsi “erudite”, risultano “archetipiche”.

Da subito, la fotografia sviluppa contemporaneamente due filoni ben precisi. Uno rivela lo sguardo nuovo, di meraviglia nei confronti del mondo, del paesaggio, dell’architettura, della vita nella sua complessità e bellezza; l’altro tende alla creazione di uno sterminato catalogo e di un nuovo modo di vedere l’umanità. Cioè, da una parte c’è una grande attenzione per la bellezza del mondo e dall’altra un desiderio fortissimo dell’uomo di ritrarre sé stesso in maniera analogica, perfetta, di ottenere quasi una copia di sé. Esplodono, anche grazie alla fotografia, alcuni pensieri mitici che erano nell’aria già da tempo: il mito dell’esplorazione, della scoperta, l’indagine della natura, e anche la rappresentazione romantica della natura stessa, e il grande mito di rivedersi e riscrivere la propria storia personale, anche attraverso le immagini, attraverso gli album di famiglia che si diffondono subito dopo la scoperta della fotografia[29].

Queste parole di Ghirri concludono, almeno provvisoriamente, un discorso qui inaugurato e appena accennato, come la sua esperienza artistica si è conclusa prematuramente. Suggestivo e incantevole come pochi altri, uno dei maggiori tra i fotografi italiani del Novecento, nato nel ’43, moriva il 14 febbraio, trentuno anni fa.

  1. Antiche ballate inglesi e scozzesi, a cura di Giovanna Silvani, Bologna, Cappelli, 1974.
  2. «“Per molti secoli, dopo che la Britannia fu diventata un’isola,” dice lo storico, “la foresta vergine dominò incontrastata.” […] Su quei rami intrecciati innumerevoli uccelli cantavano; ma il loro canto lo sentivano soltanto pochi cacciatori coperti di pelli d’animali, nelle radure. Forse il desiderio di cantare venne a uno di quei cacciatori sentendo gli uccelli, e allora lui conficcò la sua ascia nel tronco di un albero e si fermò per un momento? […] A infrangere il silenzio della foresta fu la voce di Anon. Qualcuno sentì il suo canto e lo ricordò, perché più tardi fu trascritto, magnificamente, su una pergamena. Quindi il cantore aveva un suo pubblico, ma quel pubblico era così poco interessato al suo nome che non pensò mai di dargliene uno. Il pubblico stesso era il cantore […]. Tutti cantavano e riempivano così le soste nella caccia, in coro. Tutti condividevano l’emozione del canto di Anon, e contribuivano alla sua storia. Anon cantava perché era giunta la primavera; o perché l’inverno era finito; perché era innamorato; perché era affamato, o lascivo; o felice; o perché adorava qualche Dio. Anon a volte era un uomo; a volte una donna. È la voce comune che canta all’aria aperta; non ha una casa. È il vagabondo che cammina fra i campi, sale sulle colline, ascolta l’usignolo disteso all’ombra del biancospino. […] Ignorando una ciminiera o una fabbrica, possiamo ancora vedere quel che vedeva Anon – l’uccello che dondola sulle canne sussurranti della palude, la collina e il sentiero nell’erba, ferita verde non ancora guarita di quando lui compiva i suoi viaggi. Anon era solo un cantore, coglieva una canzone o una storia dalle labbra di altri, e lasciava che il pubblico la intonasse con lui in coro. A volte componeva qualche verso che si adattava esattamente alla sua emozione – ma la sua canzone era anonima». Per il testo originale, si veda B. R. Silver, “Anon” and “The reader”: Virginia Woolf’s last essays, in «Twentieth century literature», vol. 25, nn. 3/4, Virginia Woolf issue, Autumn-Winter 1979, pp. 356-441; i brani citati si trovano qui alle pp. 382-83. Per la traduzione italiana, cfr. V. Woolf, Anon, a cura di M. Scotti, Parma, Nuova Editrice Berti, 215, pp. 31-33.
  3. W. Ong, Orality and literacy: the technologizing of the word, London and New York, Methuen, 1982; trad. it. di Alessandra Calanchi, Oralità e scrittura: tecnologie della parola, revisione di Rosamaria Loretelli, Bologna, il Mulino, 1986, p. 71.
  4. Il mistero che avvolge questi artisti anonimi è profondo e immobile. Finché non si riuscirà a scoprire i loro nomi, resteranno fascinosamente relegati in un limbo dalla duplice connotazione: da un lato, la riconoscibilità precisa; da un altro, la singolarità di una condizione insieme non autoriale ma nemmeno inerente solo a una “scuola” o una “bottega”; artisti originali e individuabili ma nel contempo sfuggenti, biograficamente perduti, non circoscrivibili o catalogabili.
  5. L. Ghirri, Lezioni di fotografia, a cura di G. Bizzarri e P. Barbaro, con uno scritto biografico di G. Celati, Macerata, Quodlibet, «Compagnia Extra», 2010.
  6. Ivi, pp. 103-38.
  7. Ivi, p. 19.
  8. L. Ghirri, Niente di antico sotto il sole: scritti e interviste 1973-1991, Macerata, Quodlibet, 2021, pp. 33-34 (la prima edizione del volume, che aveva un sottotitolo diverso, era Niente di antico sotto il sole: scritti e immagini per un’autobiografia, a cura di P. Costantini e G. Chiaramonte, Torino, sei, 1997).
  9. L. Ghirri, Lezioni, op. cit., p. 53.
  10. Ivi, pp. 46-47.
  11. La poetica woolfiana è intrisa di suggestioni ricorrenti che derivano dal rapporto spirituale fra l’istante e il flusso del tempo; le sue “visioni”, definite come ‘momenti di essere’, moments of being, sono sostanzialmente traduzioni verbali dell’istante epifanico che la fotografia coglie e imprime sulla lastra.
  12. Cfr. N. Frye, nonché F. Sasso, E. Raimondi, La ‘critica simbolica’ in “Anatomia della critica” di Northrop Frye, in «Retroguardia 3.0-Miscellanea. Quaderno elettronico di critica letteraria», a cura di F. Sasso e G. Panella (2008-2019), 3 febbraio 210; cfr. l’URL: https://retroguardia.net/2010/02/03/e-raimondi-la-critica-simbolica-in-anatomia-della-critica-di-northrop-frye/ (ultima consultazione: 30 settembre 2023). Il breve articolo riprende brani tratti da E. Raimondi, La critica simbolica, in I metodi attuali della critica, a cura di M. Corti e C. Segre, Torino, ERI, 1970, pp. 82 e sgg., in cui l’autore spiega: «Così, nel ciclo solare del giorno, in quello stagionale dell’anno e in quello organico della vita si dà un unico modello di significato, donde il mito costituisce un racconto centrale intorno a una figura che ora è il sole, ora la fertilità vegetale, ora un dio o un eroe. Siccome questo mito solare si distribuisce in quattro fasi, si può ricavarne subito una tavola fondamentale quadripartita. La prima fase corrisponde all’alba, alla primavera e alla nascita; accoglie i miti della nascita dell’eroe, della resurrezione e della vittoria sulle forze delle tenebre, sull’inverno e la morte; ha come personaggi secondari il padre e la madre, e costituisce l’archetipo del romance, o romanzo lirico. La seconda, che è il momento dello zenith, dell’estate e del matrimonio, coi miti dell’apoteosi, delle nozze sacre e dell’ingresso nel paradiso e coi personaggi secondari dell’amico e della sposa, definisce l’archetipo della commedia, della pastorale e dell’idillio. La terza, archetipo della tragedia e dell’elegia, si apparenta al tramonto, all’autunno e alla morte e porta i miti della caduta, della morte violenta, del sacrificio e dell’isolamento, coi personaggi subordinati del traditore e della sirena. La quarta infine suggella l’archetipo della satira come momento dell’oscurità, dell’inverno e della dissoluzione, a cui si accompagnano i miti del diluvio, del ritorno al caos e della sconfitta, sottolineati dalla presenza accessoria dell’orco e della strega. A giudizio del Frye, la tendenza del rito e dell’epifania alla soluzione enciclopedica si attua pienamente nella materia definitiva del mito che struttura tutti i testi sacri della tradizione religiosa, a cominciare, si capisce, dalla Bibbia; e pertanto il critico letterario dovrà partire da essa, appellandosi sempre a questa ‘letteratura’ esemplare, per scendere legittimamente dagli archetipi ai generi e vedere soprattutto come il dramma emerga dal lato rituale del mito e la lirica da quello epifanico, di fronte all’epica che vuole continuare invece una costruzione enciclopedica. In ultima analisi il mito primario della letteratura coincide, nei suoi aspetti narrativi, col mito della ricerca, la ‘quete’, mentre se si ragiona in termini di significato, diviene la visione dello sforzo collettivo, del mondo innocente dei desideri adempiuti, della libera società umana. Tale visione può essere a sua volta comica o tragica secondo che la ricerca s’innalza a un universo redento o segue il tracciato del proprio ciclo naturale».
  13. Ivi, p. 120.
  14. Il riferimento bibliografico è al volume L. Ghirri, Il profilo delle nuvole. Immagini di un paesaggio italiano, preziosa edizione con testi di Gianni Celati, Milano, Feltrinelli, 1989 (pagine non numerate). I sito della MaisonBibelot, Casa d’aste Firenze-Milano, offre l’utile indicazione della data (1985) e così descrive un esemplare della fotografia: «Stampa fotografica cromogenica vintage, lieve alterazione cromatica altrimenti perfetta, rara immagine in questo formato, i margini sono applicati al passepartout». Cfr. l’URL: https://www.maisonbibelot.com/it/asta-0159/cittanova-di-modena-chiesa-sulla-via-emilia-1–119036 (ultima consultazione: 30 settembre 2023).
  15. Impossibile riprodurre la musicalità dei versi; in ogni caso, questo è il loro significato: «E le loro morbide ombre azzurre / turbinano nell’estasi / di una luna rosa e grigia / mentre il mandolino mormora / fra i brividi della brezza»: P. Verlaine, Mandoline, da Id., Fêtes galantes (Feste galanti, 1869).
  16. Le indicazioni seguenti sono tratte dalle Collezioni digitali degli archivi del Comune di Reggio Emilia: «Boretto. Albergo “Il Bersagliere”: camera n. 8 , 1986 (Modena, Arrigo Ghi, 1989). Fotografia a colori, cromogenico su carta al polietilene; 190×240 mm. Esposizione: Paesaggio italiano. Numero d’archivio 50140». Cfr. l’URL: https://collezionidigitali.comune.re.it/ (ultima consultazione: 30 settembre 2023).
  17. L. Ghirri, Lezioni, op. cit., p. 45.
  18. Cfr. C’era una volta “Al Bersagliere”; URL: https://www.facebook.com › albersagliereboretto (ultima consultazione: 30 settembre 2023).
  19. «Al Bersagliere è un luogo profondamente impresso nella memoria storica dei cittadini di Boretto. Questa locanda, costruita alla fine dell’Ottocento, è stata per molto tempo un elemento di riferimento nel paesaggio borettese e ha ospitato anche personaggi del calibro dello scrittore Giovanni Celati e del fotografo Luigi Ghirri, che qui vi scattò alcune foto. La sua origine è legata a quella della ferrovia Parma-Suzzara, che cambia completamente un’area del paese considerata fino ad allora periferica: inaugurata il 27 dicembre 1883, costruita e inizialmente gestita da una “Società anonima”, nel 1885 la Parma-Suzzara viene presa in subconcessione dalla “Società Veneta per la costruzione e l’esercizio di ferrovie secondarie italiane”. Dal “Bersagliere”, durante la prima guerra mondiale, passarono i tanti soldati in ritirata dopo la disfatta di Caporetto. L’albergo, dalla caratteristica pianta rotonda e dotato di quindici stanze, fu gravemente danneggiato dai bombardamenti durante il secondo conflitto mondiale, per poi essere ricostruito nel dopoguerra. Secondo i racconti dei locali l’albergo ha ospitato anche diversi vip, come Adriano Celentano e Little Tony, oltre che generazioni di borettesi incantanti dalla cucina casalinga della storica proprietaria Maria Moretti. Chiuso alla fine degli anni Settanta Al Bersagliere ora è di proprietà di un privato. Negli ultimi anni il luogo è tornato alla ribalta grazie alla curiosità di alcuni studenti universitari, che, interessati a questo pezzo di storia locale, hanno aperto un blog per raccogliere i ricordi che gli anziani di Boretto hanno di questo luogo e raccontarli alla comunità. La comunità cittadina, insieme al proprietario, sta cercando di reperire i fondi per poter riaprire l’albergo e riportarlo alla ribalta, conservando la memoria storica del paese, motivo per cui ha fatto votare il luogo al censimento». Cfr. FAI-Fondo per l’Ambiente Italiano; URL: https://fondoambiente.it/luoghi/al-bersagliere?ldc (ultima consultazione: 30 settembre 2023).
  20. G. Celati, Commenti su un teatro naturale delle immagini, in L. Ghirri, Il profilo delle nuvole, op. cit., p. 5.
  21. Più che poema, romanzo in versi: è La camera da letto, Milano, Garzanti, 1984 (prima parte) e 1988 (seconda parte). Una lunga storia della famiglia Bertolucci, in 9400 versi e 46 capitoli, che è stata letta dall’autore nel documentario omonimo del 1991, con la regia di S. Consiglio e F. Dal Bosco, fotografia di F. Cianchetti, produzione The Film Company (Milano).
  22. «Il sipario si leva su un dramma dopo l’altro. Ogni volta si leva su un’opera più libera, più matura. Sul palcoscenico, la rappresentazione dell’individuo si differenzia sempre di più, dando vita a un mondo coerente, meno asservito alla trama. Il sipario si leva su Enrico VI e re Giovanni; su Amleto; su Antonio e Cleopatra; su Macbeth. Infine si leva su una Tempesta. Intanto il dramma è diventato troppo grande per il teatro all’aperto su cui batte il sole e infuria la pioggia. Quel teatro è sostituito da un teatro della mente; il drammaturgo è sostituito dall’uomo che scrive un libro; lo spettatore è sostituito dal lettore. Anon è morto». (V. Woolf, Anon, op. cit., testo originale, p. 398; in traduzione italiana, p. 77).
  23. G. Celati, Commenti su un teatro naturale delle immagini, in L. Ghirri, Il profilo delle nuvole, op. cit., p. 7. Si tratta della scenografia di A. Rossi per la Lucia di Lammermoor di G. Donizetti, Ravenna Festival, stagione 2003/2004; la fotografia è del 1987.
  24. «Esiste un caratteristico modo di pensare narrativo che, come hanno provato gli studi novecenteschi sull’oralità – da Parry a Lord, da Ong a Goody, da Bynum a Havelock – è peculiarmente proprio delle culture orali, e tende a tramontare quando subentra la cultura scritta, portando con sé forme di pensiero più astratte e categorizzanti, e quindi, insieme, più potenti e analitiche… Questo ‘pensare per storie’ è, propriamente, il regno del mito: è in quest’ambito che il mito nasce e si giustifica come spiegazione narrativa di ciò che è, come patrimonio culturale comune e condiviso dalla memoria etnica; in quest’ambito il mito è, saldamente, al centro del sistema delle forme narrative… Se ne può concludere, credo, che il prestigio del mito nasce dal fatto che esso collega e fonde quelli che sembrano essere i tre elementi fondamentali dell’intelletto umano – il linguaggio, la ‘narratività’, e la religione – piegandoli alla soddisfazione di una delle esigenze basilari della psiche: il bisogno di conoscere il perché delle cose»: C. Donà, Se una notte d’inverno: introduzione tendenziosa alla Letteratura comparata, Roma, WriteUp, 2022, pp. 174-75.
  25. Cfr., a questo proposito, il capitolo woolfiano in G. Melchiori, I funamboli: il manierismo nella letteratura inglese contemporanea, Torino, Einaudi, 1963, 2003.
  26. Riferimento online: https://www.artsy.net/artwork/luigi-ghirri-lalpe-di-siusi-ortisei (ultima consultazione: 30 settembre 2023).
  27. Riferimento online: https://www.artuner.com/shop/ostiglia-centrale-elettrica-1987-luigi-ghirri/ (ultima consultazione: 30 settembre 2023).
  28. A. Cortellessa, L’assoluta riconoscibilità del sottrarsi, in «Alias Il Manifesto», 1° agosto 2021, p. 6.
  29. L. Ghirri, Lezioni, op. cit., p. 124. Una splendida chiosa a queste frasi è il commento di Gino Delledonne: «Il filo che collega dialetticamente metodi e mondi intellettuali diversi si potrebbe riassumere nell’intento di stabilire i canoni per una didattica dello sguardo, alla quale Luigi Ghirri ha aggiunto un argomento tanto indispensabile quanto definitivo: lo stupore. Lo stupore che coglie il pittore di Borges quando, alla fine della sua vita, dopo aver dipinto laghi, colline, monti, boschi e uomini, mettendo insieme il compendio delle sue opere si accorse che la somma componeva l’immagine del suo volto. Allo stesso modo, anche quelle 365 fotografie di nuvole cosa sono se non un grande Infinito autoritratto di Luigi Ghirri?»: G. Delledonne, È in quelle nuvole L’infinito ‒ Autoritratto di Ghirri: Versioni doc che si fanno poesia, in «BookCiak Magazine», 19 ottobre 2022; cfr. l’URL: https://www.bookciakmagazine.it/e-in-quelle-nuvole-linfinito-autoritratto-di-ghirri-visioni-doc-che-si-fanno-poesia/ (ultima consultazione: 30 settembre 2023).

(fasc. 49, 31 ottobre 2023, vol. II)

Italo Calvino lettore dell’”Autre monde ou Les États et Empires de la Lune” di Cyrano de Bergerac

Author di Nunzio Allocca

Quando individua, in apertura delle incompiute Norton Lectures, nella leggerezza il primo dei valori letterari da salvaguardare nel Terzo millennio, Italo Calvino chiama in causa, tra i numerosi autori passati in rapida rassegna dall’antichità all’età contemporanea, una delle figure più originali nel panorama filosofico-scientifico dell’età galileiana, Savinien Cyrano de Bergerac (1619-1655)[1]. Elogiato da Calvino come «scrittore straordinario», l’autore di L’autre monde ou Les États et Empires de la Lune e di Les États et Empires du Soleil ‒ usciti postumi (ed espurgati dei passi ritenuti più sconvenienti) rispettivamente nel 1657 e nel 1662[2] ‒ è ricordato nelle Lezioni americane come «il primo scrittore del mondo moderno che fa esplicita professione d’una concezione atomistica dell’universo nella sua trasfigurazione fantastica»[3].

Entusiasta frequentatore delle conferenze parigine del canonico Pierre Gassendi (1592-1655)[4], le cui opere erano ammirate dai dotti e dagli eruditi libertini, rinnovatore in Francia del naturalismo materialistico e dell’epicureismo tornati prepotentemente alla ribalta nel secondo Cinquecento, Cyrano aprì la filosofia clandestina a esplorazioni narrative che mettevano alla prova del demone del paradosso e della ludica imprevedibilità dell’immaginazione i discorsi del senso comune e quelli dell’autorità scolastica[5].

Cyrano è personalità “comique” opposta e complementare a quella tragica di Blaise Pascal, il quale in un noto ed emblematico passaggio dei Pensées ‒ «Le silence éternels de ces espaces infinis m’effraie»[6] ‒ aveva espresso il proprio sgomento di fronte al crollo post-copernicano dell’antica immagine del Cosmo, un tutto ordinato e conchiuso in cui si rispecchiava una scala assoluta di valori (armonia, significato, finalità) secondo la gerarchia al contempo fisica e ontologica fissata dalla cosmologia aristotelico-tolemaica, che risaliva dall’oscura e pesante Terra (immobile al centro dell’universo, regno della generazione e della corruzione) all’inalterabile perfezione dei pianeti, delle stelle e delle sfere celesti[7].

La piena adesione alla tradizione filosofica e letteraria del materialismo fisico-etico epicureo divenne in Cyrano ‒ prolifico autore di mordaci Mazarinades nonché di brillanti commedie e tragedie improntate alla critica della religione, della spiritualità dell’anima e della sua immortalità ‒ fertile sfondo teorico e strumento per piegare lo spazio infinito spalancato dalla cosmologia secentesca alla sperimentazione narrativa non antropocentrica della navigazione interplanetaria. Questa nell’Autre monde ou Les États et Empires de la Lune e negli États et Empires du Soleil assumeva, con libero e giocoso reimpiego delle fonti letterarie e mitologiche classiche, forma di esplorazione romanzata dell’inesauribile variabilità materiale dell’universo e dei suoi abitanti quale prodotto dell’incessante e precaria combinatoria di particelle indivisibili inosservabili, gli atomi, celebrando la fraternità di tutti gli esseri inanimati e animati, plasmati dalla stessa materia[8].

Nel commentare un brano di particolare efficacia polemica antifinalistica contenuto nell’Autre monde ou Les États et Empires de la Lune[9], così Calvino scrive:

In pagine la cui ironia non fa velo a una vera commozione cosmica, Cyrano celebra l’unità di tutte le cose, inanimate o animate, la combinatoria di figure elementari che determina la varietà delle forme viventi, e soprattutto egli rende il senso della precarietà dei processi che le hanno create: cioè quanto poco è mancato perché l’uomo non fosse l’uomo, e la vita la vita, e il mondo un mondo[10].

Il continuo avvicendarsi degli esseri in un universo post-copernicano à part entière materiale, quello descritto nell’Autre monde ou Les États et Empires de la Lune, che non conosce più gerarchie ontologiche e rigetta ogni dualismo spirito-corpo, porta Cyrano a proclamare, osserva Calvino, la fraternità degli uomini con i cavoli in un divertente e spiazzante brano anticartesiano sull’intelligenza sensitiva dei vegetali, ritenuti capaci di avvertire dolore dagli abitanti della Luna, i quali non si nutrono di carne o verdure «se non sono morte da sole»[11]. Si legge nelle Lezioni americane:

Se pensiamo che questa perorazione per una vera fraternità universale è stata scritta quasi centocinquant’anni anni prima della Rivoluzione francese, vediamo come la lentezza della coscienza umana a uscire dal suo parochialism antropocentrico può essere annullata in un istante dall’invenzione poetica. Tutto questo nel contesto di un viaggio sulla luna, dove Cyrano de Bergerac supera per immaginazione i suoi più illustri predecessori, Luciano di Samosata e Ludovico Ariosto. Nella mia trattazione sulla leggerezza, Cyrano figura soprattutto per il modo in cui, prima di Newton, egli ha sentito il problema della gravitazione universale; o meglio è il problema di sottrarsi alla forza di gravità che stimola talmente la sua fantasia da fargli inventare tutta una serie di sistemi per salire sulla luna, uno più ingegnoso dell’altro: con fiale piene di rugiada che evaporano al sole; ungendosi di midollo di bue che viene abitualmente succhiato dalla luna; con una palla calamitata lanciata in aria verticalmente ripetute volte da una navicella[12].

In un articolo apparso il 24 dicembre 1982 su «la Repubblica», che sarebbe servito da materiale preparatorio per la lezione sulla leggerezza delle Norton Lectures, Calvino si era soffermato più in dettaglio sull’analisi del contenuto dell’Altro mondo ovvero Stati e imperi della Luna e sul suo significato per la modernità[13]. «Qualità intellettuale e qualità poetica convergono in Cyrano, e ne fanno uno scrittore straordinario, nel Seicento francese e in assoluto», scrive con entusiasmo Calvino: polemista libertino «coinvolto nella mischia che sta mandando all’aria la vecchia concezione del mondo», partigiano del sensismo di Gassendi e dell’astronomia copernicana, sebbene in primo luogo nutrito della filosofia naturale del Cinquecento italiano, da Cardano a Bruno e Campanella, Cyrano è sì uno scrittore «barocco», capace di «pezzi di bravura» nei quali stile e oggetto descritto sembrano identificarsi, ma soprattutto

scrittore fino in fondo, che non vuole tanto illustrare una teoria o difendere una tesi quanto mettere in moto una giostra di invenzioni che equivalgano sul piano dell’immaginazione e del linguaggio a quel che la nuova filosofia e la nuova scienza stanno mettendo in moto sul piano del pensiero. Nel suo Altro mondo non è la coerenza delle idee che conta, ma il divertimento e la libertà con cui egli si vale di tutti gli stimoli intellettuali che gli vanno a genio. È il conte philosophique che comincia: e questo non vuol dire racconto con una tesi da dimostrare, ma racconto in cui le idee appaiono e scompaiono e si prendono in giro a vicenda, per il gusto di chi ha abbastanza confidenza con esse per saperci giocare anche quando le prende sul serio[14].

Sono considerazioni importanti, queste, che misurano la profonda simpatia e affinità avvertita nei confronti dell’«immaginoso cosmografo»[15] Cyrano da parte dell’autore delle Cosmicomiche, racconti, ricorda Calvino in un testo retrospettivo del 1975, «nati dalla libera immaginazione d’uno scrittore d’oggi sollecitata da letture scientifiche, specialmente d’astronomia», racconti aventi per oggetto

l’origine del mondo e della vita, e la prospettiva di una loro possibile fine, […] temi così grossi, che per riuscire a pensarci dobbiamo far finta di scherzare; anzi raggiungere una tale leggerezza di spirito da riuscire a scherzarci davvero è l’unico modo per avvicinarci a pensare in scala “cosmica”. […] Gli antichi partivano dai miti per avvicinare e comprendere i fenomeni della terra e del cielo; lo scrittore contemporaneo prende spunto dalla scienza attuale per ritrovare il piacere di raccontare, e di pensare raccontando[16].

Nel viaggio sulla Luna di Cyrano, sottolinea Calvino nelle Lezioni americane, si trova uno dei nuclei generatori dell’immaginazione letteraria illuministica, influenzata dalla teoria newtoniana della gravitazione universale, concepita come «l’equilibrio delle forze che permette ai corpi celesti di librarsi nello spazio»[17]:

L’immaginazione del XVIII secolo è ricca di figura sospese per aria. Non per nulla agli inizi del secolo la traduzione francese delle Mille e una Notte di Antoine Galland aveva aperto alla fantasia occidentale gli orizzonti del meraviglioso orientale: tappeti volanti, cavalli volanti, geni che escono dalle lampade. Di questa spinta dell’immaginazione a superare ogni limite, il secolo XVIII conoscerà il culmine con il volo del Barone di Münchausen su una palla di cannone, immagine che nella nostra memoria si è identificata definitivamente con l’illustrazione che è il capolavoro di Gustave Doré. Le avventure di Münchausen, che come le Mille e una Notte non si sa se abbiano avuto un autore, molti autori o nessuno, sono una continua sfida alla legge della gravitazione: il Barone è portato in volo dalle anatre, solleva sé stesso e il cavallo tirandosi su per la coda della parrucca, scende dalla luna tenendosi a una corda più volte tagliata e riannodata durante la discesa[18].

In rapporto alle teorie della gravitazione di Newton vanno anche situati i «miracolosi» versi sulla luna di Leopardi[19], autore ancora adolescente, ricorda Calvino, di un’eruditissima storia dell’astronomia, poeta la cui ispirazione non era soltanto lirica: «quando parlava della luna Leopardi sapeva esattamente di cosa parlava»[20]. Nelle Lezioni americane, destinate a divenire il proprio testamento poetico, è ribadito con forza quanto Calvino aveva affermato in risposta ad Anna Maria Ortese sulle pagine del «Corriere della sera» il 24 dicembre 1967[21], all’indomani della pubblicazione della seconda raccolta di racconti cosmicomici Ti con zero, quando aveva con scalpore eletto Galileo a massimo scrittore della letteratura italiana:

Ma la Luna dei poeti ha qualcosa a che vedere con le immagini lattiginose e bucherellate che i razzi trasmettono? Forse non ancora; ma il fatto che siamo obbligati a ripensare la Luna in un modo nuovo ci porterà in un modo nuovo tante cose. […] Chi ama la luna davvero non si contenta di contemplarla come un’immagine convenzionale, vuole entrare in rapporto più stretto con lei, vuole vedere di più nella luna, vuole che la luna dica di più. Il più grande scrittore della letteratura italiana d’ogni secolo, Galileo, appena si mette a parlare della luna innalza la sua prosa a un grado di precisione ed evidenza ed insieme di rarefazione lirica prodigiosa. E la lingua di Galileo fu uno dei modelli della lingua di Leopardi, gran poeta lunare…[22].

Carlo Cassola, come è noto, intervenne con durezza una settimana più tardi sulle pagine del «Corriere»:

Domenica scorsa, su questo giornale, Italo Calvino ha affermato che Galilei è il più grande scrittore italiano di ogni secolo. Io credevo che Galilei fosse il più grande scienziato, ma che la palma di massimo scrittore spettasse a Dante. E che oltre Dante, in otto secoli, la letteratura italiana avesse dato alcuni altri poeti, come tali più importanti di Galilei. Ma mentirei se dicessi che l’affermazione di Calvino mi ha scandalizzato. Lo spirito di dimissioni di molti miei colleghi è giunto a un punto tale che non mi scandalizzo più di niente. L’augurio che rivolgo loro è di liberarsi del complesso di inferiorità nei confronti della cultura scientifica e della tecnologia. E se no, che cambino mestiere[23].

La replica di Calvino non si fece attendere[24]. L’umanità si apprestava a un evento epocale, la conquista del suolo lunare, che grazie all’incredibile successo tecnologico della missione Apollo 11 avrebbe avuto luogo di lì a breve, un anno e mezzo più tardi, il 21 luglio 1969. Di questo nuovo epocale contatto con il satellite terrestre per Calvino la letteratura doveva necessariamente farsi carico, così come con l’ulteriore progresso delle missioni spaziali. Dopo il lancio della sonda «Voyager 2» per esplorazione del sistema solare esterno il signor Palomar, a dispetto di Cassola, non si fece sfuggire nulla negli anni successivi di quanto venne riportato sulla struttura ad anelli di Saturno:

che sono fatti di particelle microscopiche; che sono fatti di scogli di ghiaccio separati da abissi; che le divisioni tra gli anelli sono solchi in cui ruotano i satelliti spazzando la materia e addensandola ai lati, come cani da pastore che corrono intorno al gregge per tenerlo compatto; ha seguito la scoperta ad anelli intrecciati che poi si sono risolti in cerchi semplici molto più sottili; e la scoperta di striature opache disposte come raggi della ruota, poi identificate in nubi gelide. Ma le nuove notizie non smentiscono questa figura essenziale, non diversa da quella che per primo vide Gian Domenico Cassini nel 1676, scoprendo la divisione tra gli anelli che porta il suo nome. Per l’occasione è naturale che una persona diligente come il signor Palomar si sia documentata su enciclopedie e manuali. Ora Saturno, oggetto sempre nuovo, si presenta al suo sguardo rinnovando la meraviglia della prima scoperta, e risveglia il rammarico che Galileo col suo sfocato cannocchiale non sia arrivato a farsene che un’idea confusa, di corpo triplice o di sfera con due anse, e quando già era vicino a capire com’era fatto la vista gli venne meno e tutto sprofondò nel buio[25].

24 dicembre 1967-24 dicembre 1982: non è probabilmente un caso che Calvino abbia scelto di far uscire, esattamente quindici anni dopo l’elogio di Galileo sul «Corriere della sera», e in un quadro cosmologico nel frattempo rapidamente mutato, quello di Cyrano sulle pagine della «Repubblica», che così si apriva: «Nell’epoca in cui Galileo si scontrava col Sant’uffizio, un suo sostenitore parigino proponeva un suggestivo modello di sistema eliocentrico: l’universo è fatto come una cipolla, che “conserva, protetta da cento pellicine che la volgono, il prezioso germoglio da cui 10 milioni da altre cipolle dovranno attingere alla loro essenza… L’embrione, nella cipolla, è il piccolo sole di questo piccolo mondo, che riscalda e nutre il sale vegetativo di tutta la massa”»[26].

 

  1. Rielaboro qui alcune delle considerazioni da me svolte nella comunicazione The Modern Human Nature in Context: Italo Calvino, Cyrano de Bergerac and the Post-Copernican Image of Nature al Convegno internazionale Literature and Science: 1922-2022, a cura di M. Martino, F. Mitrano, D. Crosara e Y. Chung, Sapienza Università di Roma, 30-31 marzo 2023. Rinvio per il testo completo della comunicazione alla pubblicazione degli Atti del Convegno.

  2. Cyrano de Bergerac, Les États et Empires de la Lune et du Soleil. Avec le Fragment de Physique, édition critique, textes étabilis et commentés par M. Alcover, Paris, Honoré Champion, 2000.

  3. I. Calvino, Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio, in Saggi. 1945-1985, a cura di M. Barenghi, Milano, Mondadori, 1995, 2 voll., vol. I, pp. 647-48.

  4. Giunto alla notorietà sin dalla giovinezza per le osservazioni astronomiche da lui condotte a partire dal 1618, in particolare quella del transito di Mercurio di fronte al Sole, il primo mai rilevato, oltreché dell’aurora boreale, Gassendi pubblicò nel 1924 un fortunato volume di Saggi polemici contro gli aristotelici (Exercitationes Paradoxicœ adversos Aristoteleos), dedicando negli anni seguenti la sua attività di erudito e scienziato alla restituzione della filosofia di Epicuro, esponendola nei suoi principi gnoseologici, fisici e morali (la conoscenza è fondata sul criterio primo della sensazione; ogni esistenza è ricondotta al movimento nel vuoto infinito di pulviscoli della materia, gli atomi impercettibili e indivisibili; le regole dell’azione umana sono fondate sulla ricerca del piacere e la fuga dal dolore). La grande opera in latino alla quale Gassendi attese fino alla sua morte, avvenuta nel 1655, era volta a costituire, sulla base di quella antica e pagana, una nuova filosofia atomistica adattata con “correzioni” al sapere coevo, ovvero resa compatibile con le credenze e l’ortodossia ecclesiastica. Quella che doveva inizialmente profilarsi come un’indagine sulla vita e la dottrina di Epicuro (cfr. P. Gassendi, Commentarium de vita, moribus et placitis Epicuri libri octo seu Amimadversiones in decimum librum Diogenis Laertii, 1649; Id., Syntagma philosophiae Epicuri, cum refutationibus dogmatum quae contra fidem Christianorum ab eo asserta sunt, 1649) sfocerà infatti nel progetto, parallelo alla vibrante polemica condotta da Gassendi contro il dualismo mente-corpo di Descartes (Disquisitio metaphysica seu dubitaiones et instantiae adversus Renati Cartesii metaphysicam et responsa, 1644), della redazione di un grande trattato filosofico-scientifico, i cui manoscritti erano noti ai suoi soli amici e discepoli, il Syntagma philosophicum, che fu pubblicato postumo negli Opera Omnia (1658). Su Gassendi cfr. in part. O. Bloch, La philosophie de Gassendi, Nominalisme, matérialisme et métaphysique, La Haye, Martinus Nijhoff, 1971; B. Brundell, Pierre Gassendi. From Aristotelianism to a New Natural Philosophy, Dordrecht, Reidel, 1987.

  5. Cfr. J.-Ch. Darmon, Le songe libertin. Cyrano de Bergerac d’un monde à l’autre, Paris, Klincksieck, 2004.

  6. ‘Il silenzio di questi spazi infiniti mi atterrisce’: B. Pascal, Frammenti, a cura di E. Balmas, 2 vol., Milano, Biblioteca Universale Rizzoli, 1983, vol. I, p. 275 (ed. orig. 1669).

  7. Sul contesto cosmologico, metafisico e religioso del brano di Pascal cfr. il sempre classico A. Koyré, Dal mondo chiuso all’universo infinito, Milano, Feltrinelli, 1970 (ed. orig. Baltimore, The John Hopkins, 1957).

  8. Un autorevole studioso di Cyrano così ne descrive la formazione e gli intenti: «La nourriture que Gassendi lui peut dispenser … n’est pas à la mesure de son appetit. Pour fair oeuvre d’écrivain philosophe, il faudra puisier encore dans la gibecière et dans celle de Rohault, emprunter aux hérésiarques et piller les incrédules, embruiller enfin toutes les suggestions du libertinage érudit dans le desordres du libertinage flamboyant: alors seulement il disposera d’une assez grande provision de paradoxes pour peupler ses fabuleux États de la Lune»: R. Pintard, Le libertinage érudit dans la première moité du XVIIe siècle, Paris, Boivin, 1943, 2 voll., vol. I, p. 330.

  9. «Vi meravigliate come questa materia mescolata alla rinfusa, in balia del caso, può aver costituito un uomo, visto che c’erano tante altre cose necessarie alla costruzione del suo essere, ma non sapete che cento milioni di volte questa materia, mentre era sul punto di produrre un uomo, si è fermata a formare ora una pietra, ora del piombo, ora del corallo, ora un fiore, ora una cometa, per le troppe o troppo poche figure che occorrevano o non occorrevano per progettare un uomo. Come non fa meraviglia che tra un’infinita quantità di materia che cambia e si muove incessantemente, sia capitato di fare i pochi animali, vegetali minerali che vediamo, così come non fa meraviglia che su cento colpi di dati esca una pariglia. È pertanto impossibile che da questo lieve movimento non si faccia qualcosa, e questa cosa sarà sempre fonte di stupore per uno sventato che non pensa quanto poco è mancato perché non fosse fatta»: Cyrano de Bergerac, L’altro mondo ovvero Stati e imperi della Luna, a cura di V. Bernieri, introduzione di L. Erba, traduzione di G. Marchi, Roma, Theoria, 1982, p. 109.

  10. I. Calvino, Lezioni americane, op. cit., p. 648.

  11. «Si dirà che noi, e non i cavoli, siamo fatti a immagine dell’Essere Supremo. Quando ciò fosse vero, noi abbiamo cancellato questa somiglianza macchiando l’anima per la quale gli somigliamo, non essendoci nulla che sia più contrario a Dio che il peccato. Se dunque la nostra anima non è più il suo ritratto, non gli somigliamo di più per le mani i piedi la bocca la fronte le orecchie che il cavolo per le foglie, i fiori, il gambo, il torsolo e il cappuccio. In verità, se quella povera pianta potesse parlare quando la tagliano, non credete che direbbe: “mio caro fratello uomo, che cosa ho fatto per meritare la morte? Cresco solo nei tuoi orti, e non mi si trova mai nei luoghi selvaggi, dove vivrei sicuro; disdegno di essere opera di altre mani che non siano le tue, ma ne sono appena uscito che vi ritorno. Mi sollevo da terra, mi schiudo, stendo le braccia, ti offro i miei figli in seme e, per ricompensa della mia cortesia, tu mi fai tagliare la testa!”. Ecco cosa direbbe quel cavolo se potesse parlare»: Cyrano de Bergerac, L’altro mondo ovvero Stati e imperi della Luna, op. cit., p. 97. Un estratto di questo brano è riportato in I. Calvino, Lezioni americane, op. cit., p. 649.

  12. Ivi, pp. 649-50.

  13. «Precursore della fantascienza, Cyrano nutre le sue fantasie delle cognizioni scientifiche del suo tempo e delle tradizioni magiche rinascimentali, e così facendo si imbatte in anticipazioni che solo noi più di tre secoli dopo possiamo apprezzare come tali: i movimenti da astronauta che s’è sottratto alla forza di gravità (lui ci arriva mediante ampolle di rugiada che viene attratta dal Sole), i razzi a più stadi, i “libri sonori” (si carica il meccanismo, si posa un ago sul capitolo desiderato, si ascoltano i suoni che escono da una specie di bocca). Ma la sua immaginazione poetica nasce da un vero sentimento cosmico e lo porta a mimare le commosse evocazioni dell’atomismo lucreziano; così egli celebra l’unità di tutte le cose, inanimate e viventi, e anche i quattro elementi d’Empedocle non sono che uno solo, con gli atomi ora rarefatti ora più densi»: I. Calvino, Cyrano sulla Luna, in Id., Saggi, op. cit., vol. I, p. 821.

  14. Ivi, pp. 823-24.

  15. Ivi, p. 821.

  16. I. Calvino, Postilla a Id., La memoria del mondo e altre storie cosmicomiche, Torino, Einaudi, 1975 (pagina non numerata).

  17. I. Calvino, Saggi, op. cit., vol. I, p. 650.

  18. Ivi, pp. 650-51.

  19. «[…] il miracolo di Leopardi è stato di togliere al linguaggio ogni peso fino a farlo assomigliare alla luce lunare. Le numerose apparizioni della luna nelle sue poesie occupano pochi versi ma bastano a illuminare tutto il componimento di quella luce o a proiettarvi l’ombra della sua assenza»: ivi, pp. 651-52.

  20. Ivi, p. 651.

  21. Nella rubrica Filo diretto Anna Maria Ortese aveva lamentato le conseguenze “disumanizzanti” e “spoetizzanti” dello sviluppo delle tecnologie aerospaziali: «Caro Calvino, non c’è volta che sentendo parlare di lanci spaziali, di conquiste dello spazio, ecc., io non provi tristezza e fastidio; e nella tristezza c’è del timore, nel fastidio dell’irritazione, forse sgomento e ansia. Mi domando perché. Anch’io, come gli altri esseri umani, sono spesso portata a considerare l’immensità dello spazio che si apre al di là di qualsiasi orizzonte, e a chiedermi cos’è veramente, cosa manifesta, da dove ebbe inizio e se mai avrà fine. Osservazioni, timori, incertezze del genere umano hanno accompagnato la mia vita, e devo riconoscere che per quanto nessuna risposta si presentasse mai alla mia esigua saggezza, gli stessi silenzi che scendevano di là erano consolatori e capaci di restituirmi a un interiore equilibrio. […] Ora questo spazio, non importa da chi, forse da tutti i paesi progrediti, è sottratto al desiderio di riposo di gente che mi somiglia. Diventerà fra breve, probabilmente, uno spazio edilizio. O nuovo territorio di caccia, di meccanico progresso, di corsa alla supremazia, al terrore. Non posso farci nulla, naturalmente, ma questa nuova avanzata della libertà di alcuni, non mi piace. È un lusso pagato da moltitudini che vedono diminuire ogni giorno di più il proprio passo, la propria autonomia, la stessa intelligenza, il respiro, la speranza».

  22. I. Calvino, Saggi, op. cit., vol. I, pp. 227-28.

  23. C. Cassola, Calvino e Galilei, in «Corriere della Sera», 31 dicembre 1967, p. 11.

  24. «Leopardi nello Zibaldone ammira la prosa di Galileo per la precisione e l’eleganza congiunte. E basta vedere la scelta di passi di Galileo che Leopardi fa nella sua Crestomanzia della prosa italiana per comprendere quanto la lingua leopardiana – anche del Leopardi poeta – deve a Galileo. Ma per riprendere il discorso di poco fa, Galileo usa il linguaggio non come uno strumento neutro, ma con una coscienza letteraria, con una continua partecipazione espressiva, immaginativa, addirittura lirica. Leggendo Galileo mi piace cercare i passi in cui parla della Luna: è la prima volta che la Luna diventa per gli uomini un oggetto reale, che viene descritta minutamente come cosa tangibile, eppure appena la Luna compare, nel linguaggio di Galileo si sente una specie di rarefazione, di levitazione: ci si innalza in un’incantata sospensione. Non per niente Galileo ammirò e postillò quel poeta cosmico e lunare che fu Ariosto (Galileo appunto commentò anche Tasso, e lì non fu un buon critico: appunto perché la sua passione addirittura faziosa per Ariosto lo portò a stroncare Tasso in modo quasi sempre ingiusto). L’ideale di sguardo sul mondo che guida anche il Galileo scienziato è nutrito di cultura letteraria. Tanto che possiamo segnare una linea Ariosto-Galileo-Leopardi come una delle più importanti linee di forza della nostra letteratura»: I. Calvino, Due interviste su scienza e letteratura, I (gennaio-marzo 1968), in Id., Saggi, op. cit., vol. I, pp. 231-32. Ho approfondito il tema in N. Allocca, La luna e il libro della natura. Su Italo Calvino e l’eredità di Galileo, in «Azimuth. Philosophical Coordinates in Modern and Contemporary Age», II, 2014, n. 4, pp. 67-81; Le “due culture”. Italo Calvino, Galileo e la scienza moderna, in La scienza nella letteratura italiana, a cura di S. Redaelli, Roma, Aracne, 2016, pp. 107-22; Tecnica, estetica e processi comunicativi nel dibattito sulle “due culture”, in «Versus. Quaderni di studi Semiotici», 2017, vol. 125, pp. 209-22; Le due culture e il caso Galilei, in «Filosofia Italiana», 2018, 2, pp. 35-58.

  25. I. Calvino, Palomar, Torino, Einaudi, 1983, in Id., Romanzi e racconti, a cura di M. Barenghi e B. Falcetto, Milano, Mondadori, 3 voll., 1991-1994, vol. 2, p. 906.

  26. I. Calvino, Saggi, op. cit., vol. I, p. 820.

(fasc. 49, 31 ottobre 2023, vol. II)

Pensieri stupendi, pensieri frequenti: quello che le cantanti (non) dicevano

Author di Gaspare Trapani

I’m interested in anything about revolt, disorder, chaos,

especially activity that appears to have no meaning.

It seems to me to be the road toward freedom.

Jim Morrison

L’idea secondo cui il testo di una canzone possa essere considerato e analizzato come un testo letterario, nello specifico di tipo poetico, passibile, pertanto, di interpretazioni, trova concordi molti studiosi. Fra i tanti, è proprio uno scrittore, Pier Vittorio Tondelli, a riconoscergli questa legittimità affermando:

Il bisogno di poesia, bisogno assoluto e struggente negli anni della prima giovinezza è stato soddisfatto da intere generazioni mandando a memoria parole e strofe di canzoni: ballate pop, testi psichedelici, neofuturisti, intimisti, sentimentali, onirici, politici, ironici, demenziali, mentre la poesia colta rimaneva territorio di interpretazioni, esegesi, svolgimenti noiosi sui banchi di scuola[1].

All’interno di questo contesto, nonostante sia troppo spesso snobisticamente definita “canzonetta”, un ruolo molto importante è riservato alla musica pop, per l’enorme impatto e potenzialità che questa ha nella vita quotidiana. Come, infatti, Gino Castaldo, critico musicale della «Repubblica», sottolinea: «Da chiunque venga immaginata, una canzone prende vita solo quando dalla bocca del cantante discende in mezzo alla gente, quando viene amata, usata, sgualcita, imbrattata di realtà, reinventata nei rigagnoli delle mille occasioni quotidiane e dalla potenza del sentimento collettivo»[2].Le canzoni, dunque, come sostiene Lorenzo Coveri, fungono «da “traduttori culturali”, in grado di filtrare esperienze letterarie e novità linguistiche e di trasmetterle al pubblico di massa, […] [e sono] sempre più specchio, sempre meno modello, della complessa realtà linguistica e culturale dell’Italia di oggi»[3].

Fatta questa breve premessa, vorrei spendere due parole sul corpus – per ragioni di spazio certamente limitato – delle canzoni scelte: si tratta, per lo più, di hit di successo, con il denominatore comune di essere state eseguite, talvolta scritte, da artiste. E questo non solo perché le cantanti italiane, analogamente a quanto avviene in altri ambiti artistici, sono meno studiate e meno presenti, per esempio nei volumi che riguardano la storia della canzone italiana, ma anche per i particolari spunti che offrono per l’analisi in questione. Come afferma il paroliere Gianfranco Baldazzi, «alla donna che canta è delegato il ruolo di cartina di tornasole dei mutamenti di costume. Più spesso di quanto faccia l’interprete maschile, la donna aggiunge, alla canzone che canta, un’immagine che tende a evidenziarsi come unica: è portatrice, anche a livello gestuale, di novità»[4]. Gli fa eco, ancora, Coveri che asserisce: «la canzone ha a che fare, più che con un atto di comunicazione orale, con un atto di comunicazione teatrale»[5]. La canzone, dunque, non è solo un atto linguistico, musicale o vocale ma anche gestuale.

Sempre con l’obiettivo di restringere il campo, mi riferirò essenzialmente al periodo musicale a cavallo fra gli anni ’70 e ’80, periodo in cui, in un’Italia senza governi stabili e nel pieno di un’intensa crisi economica, ci si misura con gli anni di piombo, l’assassinio di Aldo Moro, la tragedia di Ustica, lo scandalo P2 e i numerosi omicidi di mafia. C’è bisogno di svago e lo si trova nelle nuove emittenti televisive e radiofoniche private, inizialmente regionali, poi anche nazionali, nelle prime televisioni a colori, nel moltiplicarsi delle discoteche.

Anche la musica si colora e fa il suo percorso. Comincia, infatti, un rinnovamento musicale che accompagna costumi, consumi e abitudini di una consistente fetta d’Italia, nello specifico quella al femminile, stanca di madri, mogli o amanti in eterna attesa di mazzi di rose. In particolare, dal 1977 si sviluppano, sulla scia della tradizione anglo-americana e in rottura con la tradizione melodica italiana, il punk-rock e il rock demenziale, in cui, tra provocazione e ironia, prendono corpo forme musicali che alla verbosità cantautorale e al sentimentalismo diffuso oppongono ritmi incalzanti ed esibizioni provocanti, non prive di ammiccamenti erotici e sensuali.

In questo processo vengono coinvolte, soprattutto, le cantanti: del resto, se le donne appaiono fra i soggetti più interessati dalla liberazione dei costumi sessuali, ciò accade proprio perché a loro la vecchia morale aveva sempre negato un rapporto sereno con il corpo. Osserva Emiliano Longo, autore di un illuminante saggio sulla poetica di Donatella Rettore:

In particolare la donna, che subito dopo la guerra era stata relegata entro le mura domestiche, confinata in ruoli tradizionali all’interno della famiglia e sostanzialmente esclusa dalle attività professionali, accelerando bruscamente un processo già in atto da almeno due secoli, cambia “drammaticamente” il proprio modo di pensare e il proprio atteggiamento, ingaggiando una sfida al “maschio dominante”, al fine di ottenere un riposizionamento equilibrato del proprio ruolo[6].

Saltato il tappo, troppo compresso fino ad allora, è un pullulare di esibizioni musicali, veramente degne di spettacoli teatrali: avvenenza fisica, presenza scenica, abbigliamento stravagante, stile disinibito, modi anticonformisti, carica erotica si coniugano con un’inedita capacità di giocare in modo dissacratorio con le parole e con il corpo. Di qui i numerosi travestimenti, non solo come una moda del tempo, ma come un’esigenza interiore, personale, di non fissarsi, direbbe Pirandello, in forme stabili, rimettendosi continuamente in discussione, attraverso la fantasia e l’immaginazione creativa e contro l’appiattimento o i problemi della vita quotidiana. In una celebre conferenza-radio del 1966, Michel Foucault, interrogandosi sulla relazione fra corpo e spazio in vari ambiti, scorge nel travestimento un modo per entrare in comunicazione, attraverso l’“altro”, con il soprannaturale:

Mascherarsi, truccarsi, tatuarsi non significa, come ci si potrebbe immaginare, acquistare un altro corpo, un po’ più bello, più decorato, più facilmente riconoscibile; tatuarsi, truccarsi, mascherarsi è certamente un’altra cosa, è fare entrare il corpo in comunicazione con poteri segreti e forze invisibili. La maschera, il segno tatuato, il trucco, depositano sul corpo tutto un linguaggio: tutto un linguaggio enigmatico, tutto un linguaggio cifrato, segreto, sacro, che richiama su quel corpo la stessa violenza del Dio, la potenza sorda del sacro o la vivacità del desiderio. La maschera, il tatuaggio, il trucco mettono il corpo in un altro spazio, lo fanno entrare in un luogo che non ha immediatamente luogo nel mondo e fanno di quel corpo il frammento di uno spazio immaginario che comunicherà con l’universo delle divinità o con l’universo altrui. Saremo afferrati dagli dei o dalla persona che abbiamo appena sedotto. Comunque la maschera, il tatuaggio, il trucco sono operazioni con cui il corpo viene strappato al proprio spazio e proiettato in un altro[7].

Certo, già a metà degli anni ’60, Caterina Caselli non mostrava nessuna esitazione, in Nessuno mi può giudicare, a scegliere fra due l’uomo a cui “abbracciarsi”: «Se sono tornata a te / Ti basta sapere che / Ho visto la differenza fra lui e te ed ho scelto te».

Dieci anni dopo, Loredana Bertè lanciava sul mercato Streaking, un concept album dalla copertina censurata, sulla sessualità vissuta in maniera libera e provocatoria, dato che il termine indica la pratica esibizionista di irrompere completamente nudi in manifestazioni pubbliche; e, naturalmente, Mina che, in L’importante è finire (1975) e Ancora Ancora Ancora (1978), canzoni di Cristiano Malgioglio entrambe censurate, fa riferimento esplicito a un amplesso amoroso:

Io ti chiedo ancora

La tua bocca ancora

Le tue mani ancora

Sul mio collo ancora

Di restare ancora

Consumarmi ancora

Perché ti amo ancora

Il ruolo della donna è, tuttavia, quello tradizionale dell’amante innamorata e tentata, che chiede e cede a un uomo dominatore: di certo un legame ben diverso da ciò che già nel 1973, in Pazza Idea, cantava Patty Pravo, ovvero la scabrosa situazione del far l’amore con un uomo, pensando a un altro:

Pazza idea di far l’amore con lui

pensando di stare ancora insieme a te

Folle, folle, folle idea di averti qui

mentre chiudo gli occhi e sono tua

Pazza idea, io che sorrido a lui

sognando di stare a piangere con te

Folle, folle, folle idea sentirti mio

se io chiudo gli occhi vedo te.

È tuttavia nel 1978 con Pensiero Stupendo, scritto da Ivano Fossati, brano di triangolo amoroso, scambi di amanti, ebbrezza e di amplessi “inconsueti”, che la cantante veneziana lascia una traccia indelebile: «E tu, e noi, e lei fra noi; / le mani, le sue / e poi un’altra volta noi due…». L’artista, infatti, la interpreta con sublime perversione, mostrandosi anche con una nuova immagine futurista e fetish: increstata in testa, occhi bistrati, sguardo stralunato, scollature vertiginose, un look con cui scandalizzerà le prime serate televisive italiane. Dello stesso album si potrà anche apprezzare il delirio lascivo di Johnny, in cui si canta di una donna che decide di ricorrere ai “servizi” di un gigolò:

Johnny fammi la festa

vai mio bel gigolò

e a dispetto di me stai implorando

e con il senno del poi stai desiando.

Un anno dopo, nel 1979, la senese Gianna Nannini raggiungeva il successo con America, scritta da lei stessa:

per oggi sto con me,

mi basto e nessuno mi vede

e allora accarezzo la mia solitudine

ed ognuno ha il suo corpo

a cui sa cosa chiedere chiedere chiedere chiedere.

Fammi sognare lei le mani sui fianchi come fosse l’America

Fammi volare lui che scende e che sale e si sente l’America

Fammi l’amore lei che pensa ad un altro e si inventa l’America

Fammi l’amore forte sempre più forte ed io sono l’America.

La canzone, naturalmente, non aveva nulla a che fare con l’America e, su un ritmo molto solido sottolineato da chitarre rock vagamente distorte, era un chiaro inno alla masturbazione. Non a caso, la copertina del disco mostrava la statua della libertà che, invece di tenere in mano la fiaccola, reggeva un vibratore, un chiaro attacco al perbenismo e agli americani.

Le farà eco, sullo stesso tema, Fiorella Mannoia che, nel 1981, sull’austero e tradizionalista palco di Sanremo, si esibirà con la canzone Caffè Nero Bollente, su testo di Mimmo Cavallo:

Ma io come Giuda so vendermi nuda

da sola sul letto mi abbraccio mi cucco

malinconico digiuno senza nessuno

Io non ho bisogno di te perché io non ho bisogno di te

io non ho bisogno di te perché io non ho bisogno delle tue mani

mi basto sola.

Quattro anni dopo, in L’Aiuola, la Mannoia rivolgendosi all’amato, gli chiederà perché «fai morir l’aiuola?». L’allusione sessuale sembra lecita, dal momento che, anni dopo, con lo stesso titolo, ritroveremo l’aiuola in una canzone di Gianluca Grignani come chiaro simbolo sessuale.

Tornando al repertorio al femminile, sempre nel 1978, ancora Fossati scrive per Anna Oxa Fatelo con me con un testo di sottomissione sadomaso prima sussurrato, poi sempre più aggressivo.

Normalmente è facile perché non grido

Dura a lungo è garantito perché non mi muovo

Provate con me ciò che volete fare

Provate con me smettete di sognare

Fatelo con me… su di me!

Ma la lista di canzoni “ardite”, in questo periodo, non finisce qui: da Viola Valentino, che in Comprami (1979) si propone a un uomo particolarmente sfortunato in amore, a Raffaella Carrà che, in veste di cantante, in Tanti Auguri (1978) esalta il sesso in tutte le sue forme, «in campagna ed in città», come soluzione a odio e guerre. E ancora: Ti sento dei Matia Bazar (1985); Ti Voglio di Ornella Vanoni (1977); Violentami sul metrò di Jò Squillo (1981); Cocktail d’amore di Stefania Rotolo (1979), Ho fatto l’amore con me (1980) di Amanda Lear, le ultime due scritte da Cristiano Malgioglio.

Un posto a parte merita, però, Rettore. Reduce dal successo di Splendido Splendente, in cui la cantautrice veneta fa riferimento, con straordinario anticipo sui tempi, a concetti di fluidità di genere («come sono si vedrà, uomo o donna senza età, senza sesso crescerà, per la vita una splendente vanità») nel 1980 incide Kobra, brano in cui, probabilmente, l’ironia e l’ostentazione della tematica sessuale trovano l’espressione più completa e audace, trattandosi di una canzone che, più delle altre, contiene ben più che un’allusione.

Qui, infatti, si parla dell’organo sessuale maschile identificato con il kobra e definito: «un pensiero frequente che diventa indecente» e «un nobile servo che vive in prigione». “Servo” e “Pensiero frequente” di chi? Dell’io narrante o, meglio, dell’“io cantante” e, più in generale, della donna che apertamente rivendica così il suo ruolo attivo nella sessualità. Ma la canzone, vincitrice del popolarissimo Festivalbar, va oltre, descrivendo, nel ritornello, la dinamica di un rapporto sessuale:

Il kobra si snoda

Si gira, mi inchioda

Mi chiude la bocca

Mi stringe e mi tocca…

Ma non basta. Nello stesso LP, Magnifico Delirio dello stesso anno, abbondano i richiami alla sessualità, anche in altri brani: da Gaio, in cui si fa riferimento a una transgender, a Benvenuto, dedicata al sesso orale il cui videoclip, inizialmente previsto come sigla di Domenica In, è stato censurato per eccesso di “ammiccamenti”. Non a caso il critico musicale Gianni Borgna osserva a proposito dell’artista: «La Rettore sa esibire l’osceno con tanta arguzia da apparire quasi innocente»[8].

Riprendendo le parole di Paola Tirone e Paolo Giovannetti, si potrebbe identificare nelle canzoni di queste artiste una certa «eterodizione consumistica»[9] in cui, cioè, dietro una facciata astrattamente massificata che inevitabilmente le canzoni pop presentano, si ravvisa un’innegabile potenzialità eversiva. In tal modo, normalità e protesta, conformismo e antagonismo sembrano avvicendarsi e, ad ogni istanza conformistica e omologante, si accompagna sempre un empito di trasgressione disordinata degli equilibri esistenti nell’immaginario collettivo.

E questo non vale solo per i testi: va, infatti, detto che, per quasi tutte le interpreti citate, il pubblico, oltre che dalle parole e dall’orecchiabilità dei pezzi, è attratto anche dalla personalità delle cantanti, dai costumi, dalle acconciature stravaganti, dai travestimenti e dalle trovate sceniche, dalle copertine dei dischi sempre fantasiose e innovative che hanno fatto di queste artiste delle vere icone. Nelle loro poliedriche e multiformi esibizioni, infatti, non vi era una mera esecuzione vocale di un brano, ma questa si armonizzava con mimica e gestualità, facendo in modo che cantare significasse anche recitare, muoversi sul palco, fare teatro: autentico spettacolo.

Tutto questo, però, sembra bloccarsi a metà degli anni ’80. Per alcune di queste artiste il successo, probabilmente per poca accondiscendenza alle nuove esigenze del mercato discografico, diminuisce, come avviene per Rettore[10] e Anna Oxa; altre, come Nannini, si accostano a una più rassicurante melodia all’italiana; altre, ancora, come Mannoia, addirittura rinnegheranno quelle canzoni, eliminandole dal repertorio e rivolgendosi a una produzione più cantautorale e più rassicurante. Si citi, ad esempio, quella che è forse considerata la canzone-manifesto di Fiorella Mannoia, Quello che le donne non dicono, in cui l’artista, nel testo firmato da Enrico Ruggeri, canta:

Ma potrai trovarci ancora qui

Nelle sere tempestose

Portaci delle rose

Nuove cose

E ti diremo ancora un altro “sì”[11]

Siamo solo nel 1987, a pochissimi anni dalle maliziose Caffè Nero Bollente e L’Aiuola, e ritroviamo la cantante ad aspettare ancora le rose. D’altro canto, la nascente generazione di artiste che si affermava negli anni ’90 – da Giorgia a Laura Pausini, per intenderci ‒ puntava, per lo più, su testi incentrati sui sentimenti, mirando più a virtuosismi vocali che a esibizioni spettacolari o trasgressive. Si affermava un prototipo di cantante-ragazza “acqua e sapone”, il cui repertorio, salvo rarissimi casi, era privo di empito provocatorio.

Non la stessa cosa succede, però, ai colleghi maschi. Con l’affermazione prima del rap, poi del trap, vengono incise canzoni in cui gli interpreti cadono, spesso, nella più becera e violenta volgarità. Accade. Ad esempio, in numerose canzoni di Skioffi, come Yolandi (2017). Qui, fra numerosi insulti, si canta:

Quando il sole cala, sfogo le mie voglie su una piccola Yolandi

La sbatto contro il muro, tolgo il fondotinta con la forza dei miei schiaffi

Se lo vuole forte, io glielo do forte

Forse anche più del dovuto

Le allargo le cosce e spalanco le porte

Il sesso è dunque ampiamente presente ma cessa di essere un’allusione erotica per divenire strumento di violenza e sopraffazione maschile, come i videoclip mostrano apertamente. Ma, lasciando da parte questi esempi, per così dire, estremi, gli artisti sono certamente piu liberi di esprimersi come vogliono quanto ad appetiti sessuali. È ciò che avviene in Che coss’è l’amor del 1992 di Vinicio Capossela:

Che coss’è l’amor

è la Ramona che entra in campo

e come una vaiassa a colpa grosso

te la muove e te la squassa

ha i tacchi alti e il culo basso,

la panza nuda e si dimena

scuote la testa da invasata col consesso dell’amica sua fidata

Più recentemente, in Non amo più (2007), Roberto Vecchioni, facendo riferimento al tema dell’invecchiamento del corpo, dice alla compagna ventenne:

Sarà colpa dello specchio che riflette l’altro uomo che vedevo allora

quello che mi ha fatto un mucchio di promesse e non è stato di parola

Sarà il libro che leggevo, la canzone che credevo mia

o sarà semplicemente che il mio pene non ha più nessuna fantasia

In verità gli esempi, tratti dalla discografia degli artisti che usano questa tipologia di linguaggio e immaginario, sono molteplici e non necessariamente concentrati in un’epoca specifica. A noi servono come punto di partenza per una riflessione che ci porta a evidenziare questa controversia: perché la produzione dei cantanti, contrariamente a quella delle cantanti, ha continuato in questi anni a cantare la sessualità, nei più diversi toni, come un “normale” tema fra altri? E ancora: come suonerebbe oggi – applicando l’elementare regola del Gender role reversal, dell’inversione di genere – per una donna di 60 anni cantare al proprio compagno 20enne: «la mia vagina non ha più nessuna fantasia»? È, certamente, un fatto che, nel 1983, Marcella Bella, forse non rivolgendosi a un 20enne, cantava, in Nell’Aria, scritta da Mogol: «la mia gatta è ancora lì, non parla ma dice sì». Ma sempre in quegli anni. E poi?

Peraltro, facendo riferimento al panorama femminile internazionale, come non citare Madonna, che, in quattro decadi di successo, non ha mai smesso di giocare con la propria sessualità, scardinando convenzioni e convinzioni contro il perbenismo americano e di cui qui, solo a titolo di esempio, fra numerosissimi, cito Erotica del 1992:

Let my mouth go where it wants to

Give it up, do as I say

Give it up and let me have my way

I’ll give you love, I’ll hit you like a truck

I’ll give you love, I’ll teach you how to… ah

I’d like to put you in a trance, all over

Erotic, erotic, put your hands all over my body

Erotic, erotic

***

Lascia che la mia bocca vada dove desidera

Arrenditi, fa come dico

Arrenditi e lasciami fare a modo mio

Ti darò amore, ti colpirò come un carrarmato

Ti darò amore, ti insegnerò a… ah

Mi piacerebbe farti andare in trance, del tutto

Erotico, erotico, toccami dappertutto

Erotico, erotico

E con lei altre star internazionali del calibro di Rihanna, Beyoncé, Kate Perry, Lady Gaga, Britney Spears o Miley Cyrus. Perché queste cantanti, che hanno attraversato le ultime cinque decadi del pop mondiale, non hanno mai rinuciato, sia nella poetica delle proprie canzoni che nelle proprie esibizioni, a quella maliziosa sensualità, in qualche modo tralasciata, per oltre 40 anni, dalle colleghe italiane? Perché, a un certo punto, grosso modo a metà degli anni ’80, tutte le trasgressioni sono scomparse da testi ed esibizioni canore di cantautrici e interpreti italiane?

Appare, oggi, evidente che anche nella musica – come in buona parte dell’industria culturale italiana –, piuttosto che rischiare formule nuove o audaci, si sia preferito scegliere un prodotto neutro, monocorde e non troppo marcato che, non urtando nessuna sensibilità, potesse garantire successi sicuri e immediati. Solo per fare un esempio, l’artista italiana più popolare del 2017, è risultata, secondo la classifica ufficiale della FIMI (Federazione Industria Musicale Italiana), Laura Pausini con il CD Fatti Sentire. Sul brano di punta, di cui è peraltro autrice, scrive sui social: «Non è detto è un brano che sottolinea l’esigenza di comunicare, di liberare il cuore per permettere alla vita di sorprenderci».

Questi, alcuni fra i versi della canzone:

E non è detto che non provo niente

se tengo gli occhi sul tuo sguardo assente

e se mi fido della forza di un ricordo caso mai

Prenditi l’ombrello

che sia il riparo sotto la tempesta

se quello che ti devo, è avere il cuore dalla parte giusta.

Ora, fermo restando che le canzoni d’amore sono un genere prevalente nella storia della musica pop nazionale, va detto che, sempre più in Italia, soprattutto negli anni ’90, queste spesso si sono ridotte a un assemblaggio di luoghi comuni – ritmico-stilistici e concettuali – trasferiti da una canzone all’altra, restando nella sostanza immutati ed evidenziando spesso un lessico povero, in cui i sentimenti dominano sul sesso, l’anima sul corpo, l’amore angelicato sulla passione, l’amore sognato sulla carnalità.

Nei pochi casi in cui questo non è successo si è gridato allo scandalo. Si ricordi, per esempio, l’indimenticata Milva, che nel 1993 a Sanremo – curiosamente lo stesso anno in cui Laura Pausini stravinceva con La Solitudine – cantava in Uomini addosso:

Vai che scatta lo scandalo

Tutti pronti coi flash

Cameriere una camera

Uomini sempre pronti

Sono qua!

O, ancora, nel 2009, Iva Zanicchi, sempre al festival che, in Ti voglio senza amore, diceva:

Ti voglio senza amore

Perché mi fa più effetto

Averti dentro un letto

Che pensarti con falso pudore

Però ti tengo stretto

Finché non mi farai gridare sì, sì

In entrambe le circostanze, le due voci storiche della musica italiana, rivendicando il loro diritto al piacere e al sesso, indipendentemente dall’età, furono bersaglio di feroci critiche[12] che ne decretarono addirittura l’eliminazione.

In questo senso è possibile parlare di un’asessualizzazione o, meglio, di una desessualizzazione del modo di porsi delle cantanti e dei loro testi. Dalla metà degli anni ’80 in poi, infatti, è molto difficile trovare una cantante pop italiana che giochi col proprio corpo, in scena, e con la propria sessualità nelle canzoni. Chiosa Ivano Fossati: «Ci si preclude la possibilità di mettere tutto questo al centro della canzone. E forse anche della vita. Niente corpi, niente rughe, ma neanche un po’ di sensualità»[13].

In taluni casi, addirittura, la bellezza o il corpo sono occultati, dando spesso luogo a performance asettiche con l’obiettivo di perseguire un ideale di cantante-ragazza della porta accanto, in cui eccentricità o creatività sono viste come elementi di poca credibilità. Come afferma il giornalista e critico musicale Michele Monina,

il fatto che l’estetica sia stata messa da parte potrebbe essere letta come un passo avanti. Se non fosse che siamo passati direttamente all’opposto, essere bella, esibire il proprio aspetto fisico, giocare con la sensualità, è diventato out. C’è un’intera generazione di cantanti e cantautrici che si sono ingoffite, inseguendo una sorta di anonimato che un po’ cozza con l’idea di popstar[14].

Questo paradossalmente succede molto nella musica, meno nel cinema e per nulla nella televisione, dove per una showgirl sarebbe assurdo il contrario. E non è un caso che tale opposta evoluzione (o involuzione) si sia verificata in una televisione che, proprio nello stesso periodo, a partire dagli anni Ottanta, subiva l’avvento del berlusconismo, televisivo ancor prima che politico. Si tratta di una coincidenza o di una possibile spiegazione?

Dal “velinismo” delle trasmissioni televisive, tipo Drive-In, fino alle conversazioni private – da bunga bunga – rese poi pubbliche fra il Cavaliere e le “olgettine”, se per un verso si è perfettamente compiuta l’oggettificazione, soprattutto televisiva, della donna, dall’altro, per indignazione e come presa di distanza, proprio per evitare di essere confusi con quella realtà, si è determinata, in ambienti artistico-intellettuali, una sorta di auto-censura, procedendo a un vero e proprio annullamento del corpo, all’eliminazione, anche ironica, di qualsiasi allusione che potesse includere la sessualità o la semplice sensualità della donna. Osserva ancora Monina: «Si è voluta inventare una contrapposizione tra chi usa l’intelletto e chi lavora, produce, come se l’una cosa fosse alternativa all’altra»[15].

Elettra Deiana, esponente del pensiero femminista, identifica proprio in questo fossilizzarsi in due posizioni così opposte un punto di forza per il berlusconismo e, parimenti, l’origine di una reazione fragile da parte della società davanti al problema:

il berlusconismo ha nutrito e si è nutrito – in una misura patologica che non conosce sosta – di quel grande spostamento di senso, che possiamo definire come un vero e proprio passaggio antropologico, dall’accettazione del “limite”, come misura del vivere, accettazione di ciò che mediamente è (o era) percepito come terreno “permesso”, all’affanno bulimico del “tutto e subito”; dal fare cioè i conti con il limite della norma all’insofferenza, all’indifferenza, alla messa in mora e alla derisione della norma, di cui sbarazzarsi[16].

Anche in musica, le autrici e le interpreti evidentemente non hanno identificato questo limite, questo spartiacque, e, piuttosto che osare, hanno preferito non ribellarsi a questa visione manichei sta: donne “perbene” e donne “permale”.

Ancora una volta, dunque, seppure in modo opposto rispetto a ciò che succede nel mondo televisivo, il corpo, la sessualità, la sensualità della donna ne escono sconfitti, diventando un tabù, come lo stesso Monina senza giri di parole osserva: «il berlusconismo ha privato le donne, comprese quelle dello spettacolo, della libertà di essere donne senza per questo diventare immediatamente oggetto (del desiderio, dello sfizio o della voglia di dominio), uniformandole tutte a pezzi di figa più o meno pregiati»[17].

 

  1. P. V. Tondelli, Quel bisogno di poesia, in «L’Espresso», 30 giugno 1985.

  2. G. Castaldo, in F. Liperi, Storia della Canzone Italiana, Roma, Rai Eri, 2016, pp. 8-9.

  3. L. Coveri, Parole in musica. Lingua e poesia nella canzone d’autore italiana, Novara, Interlinea, 1996, p. 8.

  4. G. Baldazzi, La canzone italiana del Novecento, Roma, Newton Compton, 1989, p. 113.

  5. L. Coveri, Parole in musica. Lingua e poesia nella canzone d’autore italiana, op. cit., p. 15.

  6. E. Longo, Rettore specialmente. I testi e le canzoni dell’ultima strega della musica italiana, Roma, Arcana, 2018, p. 11.

  7. M. Foucault, Il corpo, luogo di utopia, Conferenza Radio, 1966 (cfr. URL: Il Corpo – luogo di utopia – Michel Foucault.pdf (archive.org); ultima consultazione: 31 marzo 2024).

  8. G. Borgna, Storia della Canzone Italiana, Milano, Mondadori, 1992, p. 349.

  9. Cfr. L. Coveri, Parole in musica. Lingua e poesia nella canzone d’autore italiana, op. cit., pp. 115-42.

  10. In verità, al contrario di altre colleghe, Rettore non ha mai abbandonato i temi menzionati. Nella sua lunga e ricca attività di autrice, mai interrotta, coerentemente con la sua poetica, ha continuato a scrivere e interpretare testi audaci con espliciti riferimenti sessuali. Cito, a solo titolo esemplificativo, Konkiglia (2005), da lei stessa definita la risposta femminile a “Kobra”, in cui la “K” si impone come un elemento grafico di continuità. Qui l’artista veneta, con un’evidente allusione all’organo sessuale femminile, rivendica ancora una volta il diritto all’autodeterminazione, urlando: «questa sera mi chiudo a konkiglia e guai a chi mi sveglia!». I tempi erano, però, cambiati e con essi anche la percezione del pubblico. La canzone, dunque, non ebbe lo stesso impatto delle precedenti. Bisognerà, infatti, aspettare fino al 2022 per rivederla nel popolarissimo palco di Sanremo. Canterà, con la giovane artista Ditonellapiaga, Chimica, ancora una volta un inno all’amore fisico su quello sentimentale, a cui seguirà Faccio da me (con Tancredi) un’ironica esaltazione della masturbazione, entrambe in sintonia con le provocazioni dei suoi principali successi. L’atmosfera era evidentemente, di nuovo, cambiata: agli inizi della seconda decade degli anni 2000, infatti, in concomitanza con una una pandemia che impone forti restrizioni alla libertà, una nuova generazione di cantanti – da Achille Lauro ai Maneskin, dalla Rappresentante di Lista a Rosa Chemical – sentono viva la necessità di trasgredire e ripropongono, in esibizioni a elevato tasso di spettacolarità, seppure in stili e modalità diverse, motivi fortemente legati a tematiche di genere, sia nei testi che nell’immagine. Per questo motivo, negli ultimi anni, per molti/e di loro, Rettore è diventata un’autentica fonte di ispirazione.

  11. Solo nel novembre del 2023, nel corso di un’esibizione, la cantante romana decise di cambiare quel “sì” in “no”.

  12. Si ricordi, in particolare, che Roberto Benigni, ospite del Festival, dedicò 4 minuti e mezzo di un suo monologo alla canzone di Iva Zanicchi, allora eurodeputata di Forza Italia, ancor prima che la cantante emiliana si esibisse, ironizzando ferocemente sull’età. Successivamente, Benigni, si dovette scusare.

  13. I. Fossati, Oggi nelle canzoni si parla solo di un amore da ragazzini. Niente corpi, rughe e sensualità. Eppure invecchiare è una conquista, in «Il Fatto Quotidiano», 16 dicembre 2016.

  14. M. Monina, Venere senza pelliccia. Quando il pop italiano s’è infilato le mutande, Milano, Skira, 2017, p. 8.

  15. Ivi, p. 17.

  16. E. Deiana, Sesso e Potere. La notte della Repubblica riguarda tutti; cfr. l’URL http://www.universitadelledonne.it/altri%203.pdf (ultima consultazione: 31 gennaio 2024).

  17. M. Monina, Venere senza pelliccia. Quando il pop italiano s’è infilato le mutande, op. cit., pp. 18-19.

(fasc. 52, 25 maggio 2024, vol. II)