The 1970s beyond the years of lead: mediating generational identity in “Città sommersa”

Author di Maria Bonaria Urban

Inutilmente, magnanimo Kublai, tenterò di descriverti la città di Zaira dagli alti bastioni. Potrei dirti di quanti gradini sono le vie fatte a scale, di che sesto gli archi dei porticati, di quali lamine di zinco sono ricoperti i tetti; ma so già che sarebbe come non dirti nulla. Non di questo è fatta la città, ma di relazioni tra le misure del suo spazio e gli avvenimenti del suo passato: la distanza dal suolo d’un lampione e i piedi penzolanti d’un usurpatore impiccato; il filo teso dal lampione alla ringhiera di fronte e i festoni che impavesano il percorso del corteo nuziale della regina; l’altezza di quella ringhiera e il salto dell’adultero che la scavalca all’alba; l’inclinazione d’una grondaia e l’incedervi d’un gatto che si infila nella stessa finestra; la linea di tiro della nave cannoniera apparsa all’improvviso dietro il capo e la bomba che distrugge la grondaia; gli strappi delle reti da pesca e i tre vecchi che seduti sul molo a rammendare le reti si raccontano per la centesima volta la storia della cannoniera dell’usurpatore, che si dice fosse un figlio adulterino della regina, abbandonato in fasce lì sul molo. Di quest’onda che rifluisce dai ricordi la città s’imbeve come una spugna e si dilata. Una descrizione di Zaira quale è oggi dovrebbe contenere tutto il passato di Zaira. Ma la città non dice il suo passato, lo contiene come le linee d’una mano, scritto negli spigoli delle vie, nelle griglie delle finestre, negli scorrimano delle scale, nelle antenne dei parafulmini, nelle aste delle bandiere, ogni segmento rigato a sua volta di graffi, seghettature, intagli, svirgole[1].

Salivano dal sud, dalle estese sacche della disoccupazione meridionale – il 37% dalle Puglie, il 23% dalla Sicilia, il 13% dalla Calabria, il 10% dalla Campania – consumando, nel lungo viaggio, una lacerazione delle radici contadine maturata da tempo. Tutti in una sola direzione: dalle campagne alla città. Tutti in qualche modo impegnati in un faticoso percorso geografico, ma anche sociale e politico: dalla periferia al centro, dalla marginalità al protagonismo, dalla subalternità al potere. […] [Q]uell’esercito di pionieri senza frontiera cercava appunto, disordinatamente, questo: non solo un salario, un lavoro, una sistemazione, ma “un centro”. Un punto cardinale su cui innestare l’elaborazione di una nuova cittadinanza[2].

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(fasc. 52, 31 luglio 2024)

“Dentro il carcere”. Interviews with Mary Gibson, Patrizio Gonnella, Amir Issaa, Dacia Maraini and Maria Giustina Laurenzi on Imprisonment

Author di Elena Bellina e Matteo Brera

Introduction

Imprisonment is a contested topic and, in the Italian context, new interest in captivity has recently emerged in response to the need of questioning the impact of a variety of forms of imprisonment on the national memory and identity in the twentieth and twenty-first centuries. The Italian case is an extremely fruitful testbed to evaluate to what extent the transformations occurred to culturally relevant forms of imprisonment through the last century have shaped the public discourse and have been represented in different contexts, thus contributing to actual social and cultural changes, especially during the recent COVID-19 and migrant crises. Continua a leggere “Dentro il carcere”. Interviews with Mary Gibson, Patrizio Gonnella, Amir Issaa, Dacia Maraini and Maria Giustina Laurenzi on Imprisonment

(fasc. 52, 31 luglio 2024)

Introduzione

Author di Gaspare Trapani

Contrariamente a chi, spesso troppo frettolosamente, identifica la musica leggera o pop con brani di facile fruizione, spesso stagionali, ho sempre ritenuto, “in direzione ostinata e contraria”, che questi, invece, se ascoltati con la giusta attenzione, possano darci, spesso, brillanti sorprese e conseguenti spunti di riflessione. E non mi riferisco necessariamente ai cantautori – da De André a Guccini –, il cui pregio letterario è stato pienamente riconosciuto (un po’ come è successo a Bob Dylan, insignito nel 2016 del Premio Nobel). Mi riferisco anche a chi, lontano/a dai palchi più “impegnati”, è riuscito/a a cantare la realtà e la società a lui/lei contemporanea attraverso una tipologia di musica che può variare dal pop al rap, dal rock al punk, tutti, a mio parere, passibili di “dignità letteraria”. Continua a leggere Introduzione

(fasc. 52, vol. II, 3 giugno 2024)

I Nibelunghi nella Torino di fine Ottocento: ricezione di un mito fra critica, poesia e parodia

Author di Ida De Michelis

[…] metodologicamente le innovazioni dei minori

hanno un significato di virtualità rispetto alla

grande corrente della vita letteraria

(G. Contini)[1]

C’è la Bibbia in tedesco ed in latino,

Con le Mille e una Notte e il Pecorone;

c’è con l’Emilio, l’Imitazione,

ci sono l’opre di Pietro Aretino

(A. Graf, La notte di Natale)

A metà del XIX secolo l’interpretazione wagneriana del mito dei Nibelunghi segnò certamente un punto di svolta nella storia complessiva della ricezione della materia nibelungica, laddove Wagner la scelse come argomento dell’opera alla cui stesura dedicò più di un quarto di secolo, caricandola del valore di suo vero e proprio «diario spirituale»[2]. Una grande opera totale come quella wagneriana non poteva che agire da catalizzatrice delle varie istanze ricettive di questo mito medievale germanico, arrivato in Italia nel 1839 tramite la traduzione, accompagnata da alcune note, delle avventure I e XVII del Canto dei Nibelunghi a opera di Giovanni Battista Bolza[3]. Continua a leggere I Nibelunghi nella Torino di fine Ottocento: ricezione di un mito fra critica, poesia e parodia

(fasc. 52, vol. II, 3 giugno 2024)

La fortuna di Spoon River

Author di Francesco Gualini

Può esserci l’instant book che quando dura alcuni mesi, un anno, ha svolto in modo egregio la sua funzione e può essere dimenticato. Un libro di cultura dura anche più di dieci anni: può durare decenni e secoli. Ci sono libri che sono delle intuizioni, delle scoperte, passaggi segreti del pensiero, e che servono ad altri libri: generano e influenzano per un decennio altri libri[1].

È stato il tempo a dare ragione al valore e al contenuto sempreverde dell’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, a renderlo un long seller: a partire dalle innumerevoli riedizioni e ristampe di Einaudi, in collane quali i «Millenni», a partire dal 1947, e la «Nuova Universale» (dal ’62), sviluppata con la nota sovraccoperta bianca a righe rosse di Munari. E poi nei «Supercoralli» (dal ’65), negli «Struzzi» (dal ’71), e nei «Tascabili» (dal ’93), fino ad approdare ad altre case editrici, dalla Mondadori alla Rizzoli e a Feltrinelli, e fino alle rinnovate traduzioni di Letizia Ciotti Miller nel ’74, Alberto Rossatti nell’86, Antonio Porta nell’87, Luigi Ballerini nel 2016 ed Enrico Terrinoni nel 2018. Quest’ultimo, grazie all’Antologia, ha vinto il Premio Gregor Von Rezzori-Città Di Firenze 2019 per la migliore traduzione di un’opera narrativa straniera; di seguito un estratto della motivazione: Continua a leggere La fortuna di Spoon River

(fasc. 52, vol. II, 3 giugno 2024)

La vocazione narrativa di Vinicio Capossela: letteratura, pittura e musica in “Modì”

Author di Maria Panetta

Nel 2004, nel terzo “capitolo” del “romanzo surreale” Non si muore tutte le mattine, Vinicio Capossela scriveva delle canzoni: «Quelle ci rubano pezzi di cuore, pezzi d’altrove. È ben pericoloso fermarsi ad ascoltarle. Non ce n’è abbastanza di mondo oltre le canzoni»[1].

Sebbene sia di origini italiane (irpine, per la precisione), Capossela è nato nella tedesca Hannover il 14 dicembre del 1965: è noto soprattutto come cantautore, ma la peculiarità più particolare della sua ricerca artistica è quella di concepire l’opera d’arte come uno spettacolo a tutto tondo, che coinvolga, in primo luogo, strumenti musicali e voce, ma anche radio, letteratura e cinema. Continua a leggere La vocazione narrativa di Vinicio Capossela: letteratura, pittura e musica in “Modì”

(fasc. 52, vol. II, 3 giugno 2024)

«Sono piena di amore». “La nuova violenza illustrata” di Nanni Balestrini, un revenant dagli anni Settanta

Author di Gerardo Iandoli

La nuova violenza illustrata viene pubblicato da Bollati-Boringhieri a giugno del 2019, poco dopo la scomparsa di Nanni Balestrini: il volume è curato da Andrea Cortellessa, seguendo le indicazioni lasciate dall’autore nel file del testo[1]. Si tratta di una nuova versione del precedente La violenza illustrata, pubblicato nel 1976 da Einaudi, che presenta una serie di testi, tutti riconducibili a fatti di cronaca, costruiti attraverso la tecnica del cut-up[2] (di cui si parlerà più avanti). Continua a leggere «Sono piena di amore». “La nuova violenza illustrata” di Nanni Balestrini, un revenant dagli anni Settanta

(fasc. 52, 31 luglio 2024)

“Piove all’insù”: lavoro, società e violenza negli anni Settanta

Author di Giulia Falistocco

Il decennio degli anni Settanta è stato caratterizzato da un alto tasso di violenza: il terrorismo, lo stragismo e il movimentismo sono tutti fenomeni distinti e al tempo stesso connessi che hanno concorso a determinare la denominazione poco felice di “anni di piombo”. In sede storica Indro Montanelli[1], Sergio Zavoli[2] e Guido Crainz[3] hanno interpretato il periodo come la dissoluzione dei processi democratici, segnato dalla forte instabilità politica, e seppure in maniera differente ne hanno dato una valutazione sostanzialmente negativa. Quando agli inizi del nuovo millennio la narrativa italiana riscopre il decennio di piombo (delle Brigate rosse e delle stragi), questa si pone in continuità con quanto emerso in campo storiografico, sebbene diventi ancora più lampante la volontà di leggere gli anni Settanta come momento fondativo del nostro presente. Continua a leggere “Piove all’insù”: lavoro, società e violenza negli anni Settanta

(fasc. 52, 31 luglio 2024)

(An)estetizzazione della violenza. Il topos della manifestazione di piazza attraverso le “labour narratives”

Author di Carlo Baghetti

Il termine γενεά può indicare due fenomeni differenti, ma strettamente connessi: da una parte, esso indica l’‘origine’, la ‘nascita’, cioè il punto di partenza, la radice, qualcosa che è precedente e magari nascosto agli occhi dell’osservatore poco attento o troppo concentrato su ciò che è visibile; dall’altro, esso indica la ‘stirpe’, la ‘discendenza’, ovvero ciò che è successivo, derivato, posteriore, ma che conserva un legame, sempre più labile e tuttavia presente, con la propria progenie. La specola da cui vorremmo osservare l’articolarsi di queste genealogie dei violenti anni Settanta sono le labour narratives e, in particolare, un topos molto radicato in questo genere di rappresentazioni culturali: la manifestazione di piazza, i cortei che sfilano nelle città d’Italia; essi, infatti, sono assurti a simbolo dell’intero decennio di lotte. La nostra analisi procederà confrontando brevissimi campioni testuali, alcuni estrapolati dai romanzi degli anni Settanta (Vogliamo tutto [1971] di Nanni Balestrini; Tuta blu [1978] di Tommaso Di Ciaula), altri ricavati da romanzi più recenti (soprattutto Mammut [1994] di Antonio Pennacchi), con lo scopo di mostrare come, sebbene il topos letterario della manifestazione rimanga vivo, la sua declinazione preveda una progressiva rarefazione ed estetizzazione della violenza. Continua a leggere (An)estetizzazione della violenza. Il topos della manifestazione di piazza attraverso le “labour narratives”

(fasc. 52, 31 luglio 2024)

Recensione di “I demoni della Santa Fede. Diario di un monaco giacobino del 1799” di Vincenzo Villella (Grafichéditore 2023)

Author di Carmine Chiodo

«Sono io l’ignoto calabrese offeso nel piede dritto, citato nell’elenco segreto dei cospiratori partecipanti alla storica agape di Posillipo della notte del 7 agosto 1793»: questo, l’inizio di uno splendido e affascinante romanzo storico che si snoda in modo fluido in ventotto capitoli. L’autore è Vincenzo Villella, uno dei maggiori e più attendibili storici calabresi, che ci ha dato validi e illuminanti contributi storici mettendo a fuoco aspetti e momenti vari della storia della Calabria e non solo. Al riguardo, tra le sue moltissime pubblicazioni mi limito solo a richiamare le seguenti: La Calabria della rassegnazione in ben tre volumi (1984-1986), L’albero della libertà (1987), I briganti del Reventino (2006), Joachim Murat. La vera storia della morte violenta del re di Napoli (2019). Solo uno studioso, scrittore e storico ferratissimo, ci poteva dare un’opera che, vista nel suo complesso, mostra non solo la vasta e ben organizzata conoscenza storica di Villella, ma pure la sua perizia di scrittore che con lingua sempre chiara e scorrevole rende piacevole la narrazione dei fatti storici e umani di cui si racconta. Continua a leggere Recensione di “I demoni della Santa Fede. Diario di un monaco giacobino del 1799” di Vincenzo Villella (Grafichéditore 2023)

(fasc. 51, 25 febbraio 2024, vol. I)