La vocazione narrativa di Vinicio Capossela: letteratura, pittura e musica in “Modì”

Author di Maria Panetta

Nel 2004, nel terzo “capitolo” del “romanzo surreale” Non si muore tutte le mattine, Vinicio Capossela scriveva delle canzoni: «Quelle ci rubano pezzi di cuore, pezzi d’altrove. È ben pericoloso fermarsi ad ascoltarle. Non ce n’è abbastanza di mondo oltre le canzoni»[1].

Sebbene sia di origini italiane (irpine, per la precisione), Capossela è nato nella tedesca Hannover il 14 dicembre del 1965: è noto soprattutto come cantautore, ma la peculiarità più particolare della sua ricerca artistica è quella di concepire l’opera d’arte come uno spettacolo a tutto tondo, che coinvolga, in primo luogo, strumenti musicali e voce, ma anche radio, letteratura e cinema. Continua a leggere La vocazione narrativa di Vinicio Capossela: letteratura, pittura e musica in “Modì”

(fasc. 52, vol. II, 3 giugno 2024)

«Sono piena di amore». “La nuova violenza illustrata” di Nanni Balestrini, un revenant dagli anni Settanta

Author di Gerardo Iandoli

La nuova violenza illustrata viene pubblicato da Bollati-Boringhieri a giugno del 2019, poco dopo la scomparsa di Nanni Balestrini: il volume è curato da Andrea Cortellessa, seguendo le indicazioni lasciate dall’autore nel file del testo[1]. Si tratta di una nuova versione del precedente La violenza illustrata, pubblicato nel 1976 da Einaudi, che presenta una serie di testi, tutti riconducibili a fatti di cronaca, costruiti attraverso la tecnica del cut-up[2] (di cui si parlerà più avanti). Continua a leggere «Sono piena di amore». “La nuova violenza illustrata” di Nanni Balestrini, un revenant dagli anni Settanta

(fasc. 52, 31 luglio 2024)

“Piove all’insù”: lavoro, società e violenza negli anni Settanta

Author di Giulia Falistocco

Il decennio degli anni Settanta è stato caratterizzato da un alto tasso di violenza: il terrorismo, lo stragismo e il movimentismo sono tutti fenomeni distinti e al tempo stesso connessi che hanno concorso a determinare la denominazione poco felice di “anni di piombo”. In sede storica Indro Montanelli[1], Sergio Zavoli[2] e Guido Crainz[3] hanno interpretato il periodo come la dissoluzione dei processi democratici, segnato dalla forte instabilità politica, e seppure in maniera differente ne hanno dato una valutazione sostanzialmente negativa. Quando agli inizi del nuovo millennio la narrativa italiana riscopre il decennio di piombo (delle Brigate rosse e delle stragi), questa si pone in continuità con quanto emerso in campo storiografico, sebbene diventi ancora più lampante la volontà di leggere gli anni Settanta come momento fondativo del nostro presente. Continua a leggere “Piove all’insù”: lavoro, società e violenza negli anni Settanta

(fasc. 52, 31 luglio 2024)

(An)estetizzazione della violenza. Il topos della manifestazione di piazza attraverso le “labour narratives”

Author di Carlo Baghetti

Il termine γενεά può indicare due fenomeni differenti, ma strettamente connessi: da una parte, esso indica l’‘origine’, la ‘nascita’, cioè il punto di partenza, la radice, qualcosa che è precedente e magari nascosto agli occhi dell’osservatore poco attento o troppo concentrato su ciò che è visibile; dall’altro, esso indica la ‘stirpe’, la ‘discendenza’, ovvero ciò che è successivo, derivato, posteriore, ma che conserva un legame, sempre più labile e tuttavia presente, con la propria progenie. La specola da cui vorremmo osservare l’articolarsi di queste genealogie dei violenti anni Settanta sono le labour narratives e, in particolare, un topos molto radicato in questo genere di rappresentazioni culturali: la manifestazione di piazza, i cortei che sfilano nelle città d’Italia; essi, infatti, sono assurti a simbolo dell’intero decennio di lotte. La nostra analisi procederà confrontando brevissimi campioni testuali, alcuni estrapolati dai romanzi degli anni Settanta (Vogliamo tutto [1971] di Nanni Balestrini; Tuta blu [1978] di Tommaso Di Ciaula), altri ricavati da romanzi più recenti (soprattutto Mammut [1994] di Antonio Pennacchi), con lo scopo di mostrare come, sebbene il topos letterario della manifestazione rimanga vivo, la sua declinazione preveda una progressiva rarefazione ed estetizzazione della violenza. Continua a leggere (An)estetizzazione della violenza. Il topos della manifestazione di piazza attraverso le “labour narratives”

(fasc. 52, 31 luglio 2024)

Recensione di “I demoni della Santa Fede. Diario di un monaco giacobino del 1799” di Vincenzo Villella (Grafichéditore 2023)

Author di Carmine Chiodo

«Sono io l’ignoto calabrese offeso nel piede dritto, citato nell’elenco segreto dei cospiratori partecipanti alla storica agape di Posillipo della notte del 7 agosto 1793»: questo, l’inizio di uno splendido e affascinante romanzo storico che si snoda in modo fluido in ventotto capitoli. L’autore è Vincenzo Villella, uno dei maggiori e più attendibili storici calabresi, che ci ha dato validi e illuminanti contributi storici mettendo a fuoco aspetti e momenti vari della storia della Calabria e non solo. Al riguardo, tra le sue moltissime pubblicazioni mi limito solo a richiamare le seguenti: La Calabria della rassegnazione in ben tre volumi (1984-1986), L’albero della libertà (1987), I briganti del Reventino (2006), Joachim Murat. La vera storia della morte violenta del re di Napoli (2019). Solo uno studioso, scrittore e storico ferratissimo, ci poteva dare un’opera che, vista nel suo complesso, mostra non solo la vasta e ben organizzata conoscenza storica di Villella, ma pure la sua perizia di scrittore che con lingua sempre chiara e scorrevole rende piacevole la narrazione dei fatti storici e umani di cui si racconta. Continua a leggere Recensione di “I demoni della Santa Fede. Diario di un monaco giacobino del 1799” di Vincenzo Villella (Grafichéditore 2023)

(fasc. 51, 25 febbraio 2024, vol. I)

L’”italiano vero”: tra identità e cultura. L’evoluzione dell’identità culturale italiana tramite l’analisi delle canzoni “Brividi”, “La Famiglia” e “La Dolce Vita”

Author di Valentina Sorbera

Nella società italiana di oggi, in quale contesto socioculturale si collocano le canzoni Brividi di Mahmood, vincitrice del festival di Sanremo 2022; La Famiglia di Rhove, successo rap dello stesso anno, e il tormentone dell’estate 2022 La Dolce Vita di Fedez? Analizzando i testi e i video di questi brani, usciti tutti nello stesso anno a pochi mesi di distanza l’uno dall’altro, ci si pone l’obiettivo di dimostrare quanto la musica pop italiana sia specchio dell’evoluzione della società italiana odierna. Continua a leggere L’”italiano vero”: tra identità e cultura. L’evoluzione dell’identità culturale italiana tramite l’analisi delle canzoni “Brividi”, “La Famiglia” e “La Dolce Vita”

(fasc. 52, vol. II, 3 giugno 2024)

Ghost stories of the 1970s: Time, Conflict and Reason in “Le venti giornate di Torino”, “Piove all’insù” and “Città sommersa”

Author di Andrea Brondino

Time is out of joint.

W. Shakespeare, Hamlet, Act I, Scene 5

There is nothing to complain about Turin: it is a magnificent and singularly benefic city[1].

F. Nietzsche, Letter to Heinrich Köselitz, 14 October 1888,

in Lettere da Torino [1988], transl. by V. Vivarelli, Milano, Adelphi, 2016, epub

The 1970s (and) Now: Water Under the Bridge?

Forty-two years divide 1968 from Anteo Zamboni’s failed attempt to kill Benito Mussolini in 1926; more than the same amount of time has passed since 1978, the end (or rather one of the possible ends) of the lungo Sessantotto, and now. Every discourse about the Italian 1970s is therefore inevitably posthumous, even though this time distance is both real and illusory. The reasons why our sense of detachment from those years is concrete are obvious: the political context is completely different now ‒ the Soviet Union is a remnant of the past, just to name one macro-change. On the other hand, the 1970s are nearer to us than what a calendar would suggest[2]. In political terms, much of the present Italian ruling class, notoriously long-lived, was formed and emerged during those years. Moreover, some of the so-called mysteries of the decade have not been fully resolved; and even when they have been, legal truths do not completely satisfy the desire for further questions and answers. However truly felt that desire may be, anni di piombo are a goldmine for anyone interested in conspiracy theories, counterstories and alternative histories. In addition, some of the rights obtained during those years, especially within labour law, are now under threat or have been removed[3]. Continua a leggere Ghost stories of the 1970s: Time, Conflict and Reason in “Le venti giornate di Torino”, “Piove all’insù” and “Città sommersa”

(fasc. 52, 31 luglio 2024)

Gli altri intellettuali: la cultura di destra e il “Primo Congresso internazionale per la difesa della cultura” di Torino del 1973

Author di Anna Taglietti

I primi anni Settanta in Italia sono teatro, oltreché dei fatti e degli impulsi più noti e discussi, di una parentesi di significativo fermento della multiforme espressione intellettuale che può essere ricondotta genericamente sotto l’etichetta di “cultura di destra”. Tale relativa fortuna, eccentrica rispetto ai sistemi dominanti, e perlopiù trascurata a posteriori, suscitò all’epoca grande interesse nonché il dispiegamento di eccellenti forze critiche impegnate nella sua indagine. «Oltre alle bombe di Piazza Fontana, un secondo “scoppio” ci fu alla fine del ’69: quello della “cultura di destra”»[1], scriveva appunto Pietro Meldini nel 1973. Continua a leggere Gli altri intellettuali: la cultura di destra e il “Primo Congresso internazionale per la difesa della cultura” di Torino del 1973

(fasc. 52, 31 luglio 2024)

Natalia Ginzburg e la vera madre

Author di Andrea Rondini

Natalia Ginzburg attraversa la stagione delle lotte femministe da una peculiare posizione; provando ad incrociare il senso di disappartenenza al presente («il mio tempo non mi ispira che odio e noia»)[1], lo sguardo creaturale sulla donna («Nessuno come Bergman sa come piangono le donne»)[2] e il culto auratico dell’infanzia che corre in molte sue pagine, emerge un atteggiamento di discorde alterità rispetto a quelle proteste e forse alla protesta sociale in sé: a Ginzburg non piace nemmeno la ribellione all’istituzione famigliare del Portnoy di Philip Roth[3]. Si potrebbe dire che nessuna conoscenza preliminare sia particolarmente funzionale ad un approccio simpatetico alle rivendicazioni delle donne e infatti sono parecchie le prese di distanza della scrittrice: i suoi interventi criticano la concezione classista del femminismo, la svalutazione della dimensione casalinga, la rappresentazione dell’uomo come nemico, l’esaltazione del sesso clitorideo[4], cui si aggiunge probabilmente il fastidio per il femminismo come fenomeno comunicativo di successo. Si tratta di un plesso di problematiche riconosciute dalla critica[5]. Ginzburg del resto non si curerà mai di distinguere le diverse correnti e pronunce del pensiero femminista, in realtà piuttosto articolato al suo interno, considerandolo di fatto una sorta di blocco unitario[6]; nelle pagine della scrittrice non sono presenti nemmeno riferimenti alle lotte americane né a immagini-simbolo italiane (come la famosa copertina dell’«Espresso» del gennaio 1975 che raffigurava una donna incinta crocifissa). Le parole di Dacia Maraini (che uniscono Ginzburg a Elsa Morante) riassumono perfettamente senso e proporzioni di questa distanza: «Elsa e Natalia appartenevano a una generazione precedente al femminismo che per loro era un’ideologia estranea e fastidiosa»[7]. Continua a leggere Natalia Ginzburg e la vera madre

(fasc. 52, 31 luglio 2024)

Da “L’italiano” a “Cara Italia”: vecchie e nuove rappresentazioni del Belpaese nella canzone italiana. L’Italia in tutte le salse

Author di Laura Nieddu

Come «formosissima donna», «povera ancella», «alma terra natia» descriveva la propria patria Leopardi nel 1818[1]; «cara» la definiva Manzoni con tono solenne in Marzo 1821[2], così come «una d’arme, di lingua, d’altare, di memorie, di sangue e di cor», celebre concetto di nazione. Ancor prima, Petrarca, in Italia mia, benché ’l parlar sia indarno, denunciava l’occupazione da parte di milizie straniere e la mancanza di fraternità tra le genti italiane[3] e, secoli dopo, nel Secondo dopoguerra, Salvatore Quasimodo celebrava l’Italia con grande senso di appartenenza, chiamandola «mio paese»[4]. Il sentimento che si respira in questi poemi è quello di un’esaltazione/difesa di una terra vilipesa e calpestata, che ha bisogno della voce altisonante dei suoi poeti per contrastare i mali della storia. Tale visione perdura fino ad oggi oppure i poeti odierni, più precisamente quelli che potremmo definire “poeti pop”, i cantanti dell’universo della musica leggera, ritraggono l’Italia in altri termini, meno lusinghieri? Continua a leggere Da “L’italiano” a “Cara Italia”: vecchie e nuove rappresentazioni del Belpaese nella canzone italiana. L’Italia in tutte le salse

(fasc. 52, vol. II, 3 giugno 2024)