Il simbolismo del vortice marino nel “Moby Dick” di Herman Melville e nell'”Inferno” di Dante

Author di Ennio Scannapieco

In due articoli da me pubblicati tempo fa sulla storia mitografica del celebre Maelström di Norvegia[1], per ragioni di spazio non mi era stato possibile soffermarmi sui pretesi legami letterari che, secondo alcune fonti, questa storia presenterebbe con uno dei grandi capolavori dell’Ottocento romantico, il Moby Dick scritto e pubblicato nel 1851 da Herman Melville. Anche su alcuni dei tantissimi siti che compongono quello sconfinato mare magnum elettronico dello scibile umano che si chiama Internet, l’utilizzo in campo letterario della leggenda del Maelström[2] viene spesso associato non solo ai nomi di Edgar Allan Poe e di Jules Verne, ma anche a quello di Melville e del suo immortale romanzo di ambiente marinaro. Si tratta però, come tutti i lettori di Moby Dick sanno benissimo, di una relationship piuttosto forzata in quanto, nel corso degli oltre cento capitoli che compongono la lunga odissea descritta da Melville, il nome del vortice delle Lofoten vi appare soltanto una volta, e precisamente nel capitolo XXXVI, durante l’enfatico e quasi allucinante discorso-comizio che il principale protagonista del romanzo, l’“empio” capitano Achab, declama davanti all’esterrefatto equipaggio della baleniera Pequod.

Dopo aver premesso che lo scopo principale di quella spedizione non consisteva soltanto nel riempire la nave di olio di balena, ma anche e soprattutto di rintracciare e di uccidere il mostruoso capodoglio bianco che i marinai chiamavano Moby Dick, lo spiritato capitano esterna davanti a tutti il proprio odio incommensurabile verso quel misterioso cetaceo, colpevole di avergli troncato la gamba sinistra alcuni anni prima, mutilandolo per sempre “nel corpo e nell’anima”. E giura, anzi grida, che inseguirà la balena bianca «oltre il capo Horn, oltre il capo di Buona Speranza, oltre il Maelström di Norvegia, fino alle fiamme della perdizione». Chi ha visto il film Moby Dick diretto da John Huston nel 1956, ricorderà che il regista fece del suo meglio per rendere allo spettatore il pathos della scena, nonostante un Gregory Peck/capitano Achab piuttosto inadatto alla parte.

Tutta qui, dunque, la presenza del Maelström nel romanzo di Melville, ma il vecchio mitema assolve perfettamente la sua funzione. In una narrazione che gronda di simbolismi dal principio alla fine, anche i tre luoghi geografici menzionati dal capitano Achab vanno intesi come gli angoli di un metaforico triangolo ai cui vertici si trovano gli ideali confini del mondo allora conosciuto e frequentato: baluardi ritenuti invalicabili e pericolosi nell’immaginario dei naviganti del tempo, due dei quali situati in fondo all’emisfero australe, e l’altro all’apice di quello boreale. Forse Achab/Melville avrebbe potuto identificare il baluardo più settentrionale con il Capo Nord della Norvegia, ma preferisce citare il Maelström, posto un poco più a sud, sfruttando evidentemente l’impatto che la sinistra fama del fenomeno delle Lofoten godeva ancora a quell’epoca tra la gente di mare.

Non è escluso che Melville avesse letto il racconto di Poe, A descent into the Maelström, pubblicato esattamente dieci anni prima del suo Moby Dick [3]. Fatto sta che proprio nelle battute finali del suo Moby Dick, il romanziere offre, quasi a sorpresa, un’immagine inquietante che sembra in parte rapportarsi allo spirito e alla fantasia del suo collega di Boston, e che nel contempo costringe a riflettere ulteriormente sulle inferenze simboliche e sulle molteplici metafore disseminate un po’ dovunque nella tessitura del romanzo: alla fine del racconto, infatti, come un magistrale coup de théatre, un enorme vortice marino si allarga davvero sul palcoscenico del dramma vissuto dai marinai della nave Pequod:

Un attimo, e l’equipaggio della lancia rimase impietrito: poi tutti si voltarono: «la nave, gran Dio, dov’è la nave?». […] Offuscati e confusi dai veli dell’acqua, ne videro ben presto il fantasma che svaniva obliquamente, come tra i vapori di una Fata Morgana, con le punte degli alberi che sporgevano dall’acqua. […] Ed ora, dei grandi cerchi concentrici afferrarono la lancia superstite e tutti gli uomini che galleggiavano, assieme ad ogni remo e ad ogni palo di rampone, e facendo girare in un solo vortice ogni cosa viva ed inanimata, trascinarono a fondo e fuori da ogni vista anche il più piccolo relitto del Pequod.. […] Poi tutto crollò verso l’interno, e il gran sudario d’acqua tornò a ridistendersi come aveva fatto cinquemila anni prima[4].

Di questo drammatico finale, che ricorda tanto la conclusione del “folle volo” dell’Ulisse dantesco, non sempre viene percepita la parallela dimensione simbolica da parte di chi legge l’opera di Melville come un semplice racconto di avventure marinare.

Siamo intanto, dal punto di vista della narrazione, alla fine del capitolo 135 del Moby Dick, al culmine della tragedia rappresentata nel romanzo. Dopo l’ultima forsennata caccia alla balena bianca e la morte dello stesso capitano Achab – strozzato dal cavo di un arpione ancor prima che dall’insostenibile potenza del suo odio disumano ‒, Moby Dick si è avventato contro il Pequod colpendo la nave «a babordo verso la prua, squassando uomini ed assi». Tra parentesi, la scena descritta da Melville è quella realmente avvenuta nel dicembre del 1820 alla baleniera Essex, colpita e affondata da un gigantesco capodoglio in pieno Oceano Pacifico. Colando a picco, il Pequod comincia evidentemente a roteare su sé stesso, scavando un vortice imbutiforme che attira nell’abisso le lance dei balenieri superstiti, assieme «ad ogni cosa viva ed inanimata». Com’è noto, si salverà soltanto colui (Ishmael) che era stato predestinato a diventare l’io narrante della tragedia, mentre il drammatico silenzio della scena finale è rotto soltanto dallo stridìo degli uccelli marini che volteggiano sul vortice ancora spalancato. Che cosa avrebbe, dunque, di simbolico o di metaforico tutto questo, al di là della sinistra emozione prodotta nell’animo del lettore?

Intanto, bisogna subito osservare che una nave, affondando, ben difficilmente produce un vortice simile a quello descritto da Melville. Questa possibilità è spesso contemplata in alcuni racconti d’avventura (ricordo, per esempio, un romanzo di Emilio Salgàri letto da ragazzo, nel quale un praho malese produceva, mentre affondava, «un grosso vortice che attrasse le scialuppe dei superstiti per diversi metri»), ma è piuttosto lontana dalla realtà documentata. Dall’inizio del Novecento esistono centinaia di filmati (girati soprattutto durante la Seconda guerra mondiale) che mostrano l’affondamento di navi e di battelli, ma in nessuno essi si mettono a girare, scavando un vortice in senso tradizionale. I superstiti del Titanic o dell’Andrea Doria, ad esempio, famose navi colate a picco nel 1912 e nel 1956, non hanno mai testimoniato qualcosa di simile, e per il semplice fatto che una nave, mentre affonda, produce solo un forte risucchio di “tipo verticale”, ovviamente altrettanto pericoloso di un vero vortice per chi si trova nelle immediate vicinanze.

Nel già citato film di John Huston tratto dal romanzo di Melville, viene suggerita persino una spiegazione “meccanica” al gorgo causato dal Pequod: la nave è colpita di prora, sul lato sinistro, dall’enorme balena bianca, ricevendo una spinta verso destra che comincia a farla ruotare. Inoltre, la stessa balena gira più volte intorno al battello, urtandolo di continuo e contribuendo a scavare ulteriormente il vortice. In tali condizioni, può apparire abbastanza verosimile che, colando a picco e imbarcando acqua al suo interno, il Pequod abbia potuto creare un gorgo circolare capace di attirare uomini e cose nei suoi “cerchi concentrici”. Tuttavia, ed è questo il punto sul quale occorre riflettere, Melville non descrive né menziona una simile meccanica di affondamento: il vortice beante si spalanca all’improvviso, e senz’altra causa apparente che il normale movimento della nave che affonda; quasi fosse l’effetto del dito roteante di un démone invisibile inviato sulla scena del dramma col compito specifico di trascinare nell’abisso tutti i personaggi – ramponieri, mozzi e semplici marinai, tranne uno – che avevano alla fine condiviso col loro capitano la disperata e forsennata lotta contro il mostro bianco, metaforica ipostatizzazione, ormai evidente agli stessi protagonisti, di qualcosa che oltrepassava le semplici forze della natura.

Da tutto ciò si comprende che solo in termini strettamente simbolici è possibile dare una lettura abbastanza corretta all’apparizione improvvisa, al termine del romanzo di Melville, di un fenomeno che è “naturale” solo in apparenza. Moby Dick rimane un capolavoro della letteratura mondiale che ha fatto versare molti fiumi di inchiostro, dunque, soprattutto grazie alle sue variegate valenze di ordine metaforico e simbolico abilmente intessute nella trama del romanzo, dominata non dalla balena bianca, bensì da una figura umana psicologicamente gigantesca, contraltare dell’essenza fisicamente titanica dell’altro simbolo del racconto. Achab è forse il personaggio più formidabile che ci ha lasciato la letteratura romantica dell’Ottocento, peraltro così ricca di figure psicologiche al di sopra delle righe, e spesso – come l’enigmatico capitano Nemo creato dalla penna di Jules Verne, ma anche il Sandokan di salgariana memoria – obnubilate da una lacerante vicenda esistenziale e da un insaziabile desiderio di vendetta.

Per come si muove e parla, il capitano del Pequod è sicuramente un protagonista di taglio scespiriano, la cui magniloquenza non si perde, però, nelle arzigogolate e contorte evoluzioni intellettuali dell’epoca barocca. Resta, infatti, un personaggio tipicamente romantico, sofferto e lacerato nello spirito persino più di Amleto o di Riccardo III, ma intellettualmente chiaro e sintetico nella sua magniloquenza dialettica. Tuttavia, nel suo pur lucido delirio intellettuale ossessionato e condizionato dal lancinante desiderio di vendetta che sappiamo e dal suo odio incontenibile, egli crede di poter scorgere la reale “essenza malefica” che si cela oltre l’apparenza delle cose; e così, sull’orizzonte della sua mente esaltata, la balena bianca che lo ha mutilato “nel corpo e nell’anima” perde la sua essenza animale di “forza bruta che agisce solo per istinto” (come cerca di fargli capire, ma inutilmente, il secondo ufficiale di bordo Starbuck) e assume i connotati reali di quel “Male assoluto” che “ossessiona e perseguita l’uomo fin dai tempi di Adamo”.

Per Achab non c’è alcun Dio benevolo davanti al quale inchinarsi, ma soltanto il Demonio – o forse, un ibrido tra Dio e il Demonio – responsabile del Male che affligge l’umanità fin dall’alba dei tempi. E contro questo Male assoluto, che egli scorge con sicurezza oltre la “maschera di cartone” beffardamente impersonata dal mostro bianco, è pronto a scagliare tutto l’odio e tutta la violenza di cui si sente capace. Ovviamente, in termini meramente psichiatrici, e secondo i parametri della moderna psicopatologia, quella di Achab può essere definita come una semplice ma grave psicosi ossessivo-maniacale a carattere paranoico, una “monomania” (come la definisce lo stesso Melville) alimentata da un lancinante conflitto interiore e da una sofferenza esistenziale che tende a trasformarsi, per sua stessa natura, in una forza distruttiva violentemente proiettata verso il mondo esterno. Questa vis distruttiva, tuttavia, nella mente particolare di Achab è fortemente condizionata dall’“orizzonte morale” del personaggio, secondo una dinamica interna che gli preclude l’esito alternativo – e in qualche modo più semplice e naturale – di esprimere la propria sofferenza (o “disagio esistenziale” come oggi si direbbe) scendendo ai livelli più bassi della criminalità antisociale. La dinamica psicologica in questione, infatti, richiede al soggetto di comprimere e di incanalare le proprie energie negative in modo che esse non vengano semplicemente inibite oppure proiettate all’esterno in maniera disordinata, bensì “moralmente sublimate” e rese pertanto illusoriamente e soggettivamente accettabili in senso etico, attraverso una loro precisa proiezione verso un “nemico” che meriti, per le sue presunte o intrinseche valenze negative sul piano morale, di subire l’impatto di una simile violenza distruttiva.

Accettando questa premessa, è anche abbastanza facile comprendere che il “male” non è esattamente nell’oggetto esteriore contro cui viene scagliata tutta questa violenza “purificatrice”, bensì all’interno del cuore stesso, o meglio, nella psiche patologicamente alterata di personaggi come quello splendidamente elaborato dal genio melvilliano; i quali, non di rado, hanno il loro corrispettivo anche nella storia reale[5]. Questi personaggi, in effetti, proiettano – e quindi vedono ‒, nell’oggetto deformato delle loro ossessioni, nient’altro che l’immagine speculare del Male che, in realtà, è solo dentro di loro.

Per quanto riguarda il capitano Achab, Melville stesso doveva essere perfettamente consapevole di questo paradossale risvolto, e infatti nel costruire il suo tragico personaggio letterario dedica diverse pagine all’origine e alla descrizione della sua peculiare “follia”, scavando impietosamente nelle piaghe più recondite di uno spirito profondamente devastato; il che gli consente di rappresentare, quasi suo malgrado e adoperando i moduli narrativi ed espressivi del periodo romantico, il capitano del Pequod come una figura emblematicamente gigantesca, indicandolo spesso, non senza una punta di segreta ammirazione, come un uomo «alto, grande, empio e sublime», «con una crocifissione sul volto», eretto sul cassero del Pequod «in tutto l’incredibile, regale e opprimente dignità di un gagliardo dolore». Anche qui, però, non bisogna lasciarsi ingannare da tanta romantica magniloquenza: a mio giudizio, infatti, la melodrammatica personalità del personaggio è abilmente costruita in funzione di uno scopo etico-letterario ben preciso e di un’emblematicità d’insieme che, trascendendo il semplice racconto d’avventure marinare, si rivela assai più tragica e sinistra di quanto non appaia nel corso dei singoli momenti della narrazione. Allo scrittore americano, in realtà, non interessava soffermarsi su problema di alta psichiatria e tanto meno giustificare il proprio personaggio sotto una luce freudiana ante litteram, ma solo strumentalizzare la sua apparente “grandezza” interiore per confezionare il tessuto narrativo del suo romanzo secondo alcuni precisi parametri di ordine religioso ed escatologico, i quali costituiscono, in ultima analisi, la quintessenza “morale” del racconto e di tutto il suo teatrale simbolismo.

Per Melville, in effetti, e per quanto evidente manifestazione di una psiche irreversibilmente alterata, l’errore capitale di Achab consiste proprio nel fatto che egli non si limita, alla maniera di Giobbe, a gridare verso il Cielo la disperata e dolorosa intensità del suo dramma interiore, ma, nel tentativo di evadere dalla propria intollerabile condizione umana e di lacerare la sua prigione di impotenza e di sofferenza, in un empito di luciferica presunzione pretende di “purificare” il mondo scagliando il suo odio distruttivo contro il Male assoluto ipostatizzato, nella sua mente sconvolta, dalla grande balena bianca, maschera beffarda dietro cui si cela «l’irraggiungibile Malizia che fu fin dal principio» e a cui, egli fa notare, «anche i cristiani assegnano una parte del mondo».

Ma per le convinzioni religiose di Herman Melville, non c’è nulla di più riprovevole e di più blasfemo di un simile atteggiamento. Esponente di quel puritanesimo evangelico ossessionato più dal Vecchio che dal Nuovo Testamento, tanto comune ai suoi tempi in quella parte dell’America, Melville condanna d’istinto ogni volontà di ribellione contro le leggi del mondo quali furono stabilite dal Creatore fin dal principio. Il Male esiste certamente, forse proviene direttamente da Dio o agisce attraverso i suoi intermediari, ma non è nelle prerogative dell’uomo opporsi all’imperscrutabilità dei disegni divini né correggere l’opera del Demiurgo. Il male che ci viene dalla vita o anche dall’Alto, come Giobbe insegna, va accettato con biblica rassegnazione, va contrastato solo sulla falsariga dell’osservanza dei comandamenti divini o quando esso agisce a livello di tentazione dentro lo spirito umano; ma la “necessità” della sua presenza nel mondo non va mai messa in discussione, e proprio secondo il semplicistico preconcetto religioso che tutto ciò che Dio ha creato e che Dio permette non può essere in alcun modo sbagliato.

Anche ammesso, come poc’anzi sospettato, che lo stesso autore di Moby Dick provasse, in fondo al cuore, una certa ammirazione nei confronti del suo temerario personaggio, Melville continua a ritenere che all’uomo non è concesso organizzare crociate contro il Male metafisico voluto da Dio per i suoi fini imperscrutabili. Inoltre, come abbiamo appena visto, il romanziere si rivela assai furbo e sottile nel ridurre praticamente a zero l’apparente “nobiltà” e le valenze di ordine morale che spingono all’azione il capitano del Pequod: in fondo al suo cuore, Achab non è un generoso cavaliere senza macchia che decide di punto in bianco di combattere in maniera moralmente disinteressata il drago-balena foriero del Male dei primordi. A spingerlo verso tale lotta, suggerisce continuamente il suo creatore, è solo la sua peculiare “follia” generata e alimentata da uno spasmodico desiderio di vendetta personale, impastato a sua volta di uno smisurato quanto luciferico orgoglio («Io colpirei il sole se mi offendesse», dichiara spudoratamente Achab durante uno dei suoi burrascosi colloqui col secondo ufficiale Stabuck).

La battaglia contro il “Male” impersonato dalla balena bianca non viene dunque combattuta al di là dei propri, immediati e meschini interessi psicologici, e tantomeno, checché ne dica Achab, in favore dei discendenti di Adamo. Per l’autore di Moby Dick, questa lotta disperata si configura soltanto come un individuale atto di ribellione simbolicamente analogo a quello commesso dei nostri progenitori nel giardino dell’Eden, come un rifiuto delle sofferenze assegnate all’uomo in seguito al Peccato Originale e, quindi, come un tentativo di dissipare, attraverso l’attuazione della vendetta, le fiamme del proprio inferno personale. Alla fine, suggerisce sempre Melville, non c’è alcuna vera grandezza morale in questa lotta solitaria, ed è per questa evidente blasfemia e per il suo ridondante peccato di superbia che Achab merita di passare dalla sua dannazione terrena a quella eterna.

Nel dramma tanto abilmente intessuto da Melville, inoltre, Achab non è neppure il solo a meritare l’eterna dannazione. Nel romanzo, infatti, la bestemmiante follia del capitano si è a poco a poco insinuata nello spirito dell’equipaggio del Pequod, e persino in quello del “dissidente” Starbuck. Così, durante l’ultima caccia a Moby Dick, il blasfemo “eroismo” di Achab nonché la presenza del mostro bianco che ondeggia minaccioso e vittorioso sulle acque agitate dell’oceano, accendono all’improvviso i cuori dell’intera ciurma, e tutti sembrano venire in un attimo contagiati dallo stesso odio implacabile e distruttivo del loro ormai defunto capitano.

Il Male assoluto, posto che la balena bianca ne fosse o ne apparisse soltanto la personificazione, ha spesso di questi effetti reattivi di tipo “speculare” in chi ha scelto di fronteggiarlo. Nel film di Huston del 1956, la corale “follia” dell’equipaggio del Pequod regala forse una delle sequenze più riuscite: marinai, vogatori e fiocinieri, Starbuck compreso, rispondono tutti assieme al richiamo di Achab che penzola sul dorso della balena e, al grido compatto di «Diamole addosso!», vengono tutti invasati dallo stesso démone e fagocitati dall’empito eroico di fronteggiare e di colpire a morte il bianco mostro torreggiante. Pur comprendendo, forse oscuramente ma forse proprio per questo, che Moby Dick poteva essere l’angelo della morte inviato in mezzo a loro dallo sdegno di una potenza non terrena.

E così, alla fine del dramma collettivo, l’inferno si spalanca davvero, assumendo la simbolica forma del vortice marino. Anche se la descrizione che ne fa Melville appare un po’ troppo sintetica e persino superficiale, l’immagine che egli abbozza del fenomeno è sufficiente a suggerire il terrore archetipico che accompagna la sinistra visione di tutti gli abissi che si snodano verso il basso, verso le profondità della terra e del mare. Da sempre, l’immaginazione umana collega all’abisso discendente l’idea dell’inferno, della dannazione eterna, della discesa senza ritorno.

Anche Dante diede al proprio Inferno la forma di un immenso cono capovolto che, seppure immobile nelle viscere della terra, appare simile per certi versi al Maelström immaginato da Poe. Del resto lo stesso Maelström, a quanto risulta, nelle antiche culture nordiche veniva talvolta interpretato come una via di passaggio verso il regno dei morti. E, per quanto riguarda Poe, è risaputo che nell’animus dello scrittore americano l’immagine del gorgo primigenio è strettamente collegata alle forze negative e malefiche che tentano di trascinare lo spirito dell’uomo verso gli abissi della sofferenza e della follia, proiettandolo magari, come un “buco nero” avanti lettera, in un universo ctonio o situato in un’altra dimensione del cosmo.

In questi stessi termini, la medesima valenza è esemplificata nel famoso canto XXVI dell’Inferno di Dante, a conclusione del già ricordato «folle volo» di Ulisse e dei suoi compagni, che giungono – spinti dalla brama di conoscenza del comandante – fin sotto le pendici della montagna del Purgatorio. Dalla quale, però, un nume spietato si scaglia contro la nave:

ché dalla nuova terra un turbo nacque

e percosse la nave al primo canto.

Tre volte il fe’ girar con tutte l’acque

alla quarta voltar la poppa in suso

e la prora ire in giù, com’altrui piacque

infin che il mar fu sopra noi rinchiuso.

La descrizione di Dante appare inequivocabile. Il «turbo» che nasce dai pressi della mostruosa montagna può essere forse interpretato come un fenomeno atmosferico, una specie di tromba d’aria che colpisce la nave di Ulisse, ma esso si traduce poi, chiaramente, in un vortice marino, e l’impatto scenografico è il medesimo che troviamo al termine del Moby Dick di Melville: il turbinoso abisso circolare si chiude, infine, come un sudario di morte, e il mare ritorna calmo e normale, con gli uccelli che volano al di sopra delle onde. Con la sola differenza che nell’episodio dantesco Ulisse muore nel vortice innaturale assieme ai suoi compagni, mentre nel Moby Dick il capitano Achab è già morto prima che l’abisso si spalanchi. Ma, com’è noto, ambedue, a prescindere da qualsiasi ammirazione segreta o palese che i loro autori possono provare per i loro personaggi, sono destinati alla dannazione eterna: Ulisse a una pena terribile per l’inganno del cavallo di Troia, Achab per essersi spinto contro le leggi divine, accecato dalla sua luciferina superbia. Sorte non più benigna tocca, poi, agli equipaggi dei due vascelli, risucchiati verso l’oltretomba per essersi fatti sedurre dalla follia dei loro comandanti. In ambedue i casi, comunque, tanto nell’Inferno di Dante che nel Moby Dick di Melville, ciò che veramente trionfa è proprio il “moralismo unilaterale”[6] dei due autori, che non si elevano al di sopra delle concezioni e dei pregiudizi della loro epoca.

 

  1. E. Scannapieco, Umbilicus maris:Il Maelström tra realtà e fantasia, in «L’Universo» (organo dell’Istituto Geografico Militare di Firenze) n. 1/2014, pp. 76-109, e Id., Maelström, l’ombelico del mare, in «Voyager», n. 3/2014, pp. 74-79.

  2. Un cenno riassuntivo sulla storia mitografica del Maelström si può leggere nel mio saggio Il Maelström di Norvegia descritto nell’Jcosameron: un’ulteriore critica al romanzo-fiume di Giacomo Casanova, in «Critica Letteraria», n. 177/2017, pp. 827-33. Allo stesso tema ho recentemente dedicato un intero volume (Maelstrom! Alla ricerca di un mito letterario, Romagnano al Monte, BookSprint Edizioni, 2020).

  3. Com’è noto, alla metà dell’Ottocento tanto Edgar Allan Poe che Jules Verne (col suo celebre romanzo Ventimila leghe sotto i mari) contribuirono alla riscoperta letteraria del mito del Maelström di Norvegia, influenzando non solo la letteratura di genere romantico-avventuroso, ma anche i mass media culturali più qualificati del tempo.

  4. Tradotto dal testo originale (come le citazioni che seguono fra apici doppi nel testo).

  5. Anche se Melville appartiene a un’epoca culturale – quella romantica – piuttosto lontana dalle atmosfere disincantate del secolo XX, nel descrivere il surreale e ossessivo rapporto mentale che lega il capitano Achab all’immagine deformata della balena bianca, sembra quasi che l’autore sia stato in grado di preconizzare qualcosa di molto simile alla parabola del cruento confronto che cento anni più tardi contrapporrà l’antisemitismo hitleriano alla supposta “essenza malefica” del giudaismo internazionale. I processi mentali che sono alla base della tragedia letteraria costruita da Melville e quelli che un secolo più tardi porteranno alla Shoah mi sembrano praticamente gli stessi.

  6. Ho trattato questo tema nella seconda parte di un mio saggio del 2015 intitolato Riflessioni sull’inferno e pubblicato sul n. 301 della rivista «Sìlarus» edita a Battipaglia (Sa): a quel contributo rimando per ulteriori approfondimenti.

(fasc. 49, 31 ottobre 2023, vol. II)

Galileo, Copernico e la Rivoluzione scientifica: considerazioni a margine del quadricentenario della pubblicazione del “Saggiatore”

Author di Nunzio Allocca

Di grande rilievo per la storia delle scienze, l’anno in corso, nel quale si celebrano il 550° anniversario della nascita di Copernico (1473) e il 480° della pubblicazione del De revolutionibus orbium caelestium (1543) nonché il quadricentenario della travagliata pubblicazione del Saggiatore (1623), il libro con il quale Galileo Galilei riapparve da protagonista sulla scena culturale europea, dopo il monito del 1616 che gli vietava di professare o divulgare l’eliocentrismo[1]. Il Saggiatore interveniva nell’ampia e serrata polemica riguardante la spiegazione dei fenomeni relativi al prodigioso spettacolo offerto dalla grande cometa (la maggiore delle tre apparse a partire dall’agosto del 1618) chiaramente visibile sino a gennaio del 1619, accreditandosi come punto di riferimento di una nuova e rivoluzionaria concezione della natura, emergente dalle sensazionali e dirompenti scoperte telescopiche riportate tredici anni prima da Galileo nel Sidereus Nuncius, il «messaggero celeste» che aveva sferrato il colpo a molti apparso decisivo contro il sistema tolemaico del mondo, già vacillante sotto quelli inferti sul piano astronomico tanto da Tycho Brahe nel De mundi aetherei recentioribus phaenomenis quanto nell’Astronomia nova seu physica caelestis del suo allievo Johannes Kepler.

Il primo, pubblicato nel 1588, dedicato all’analisi della posizione e del moto dei nuovi oggetti luminosi visibili nel firmamento tra il 1572 e il 1577, aveva mostrato la loro inequivocabile collocazione al di sopra della Luna, fornendo la prova osservativa dell’inconsistenza del dogma aristotelico-scolastico dell’immutabilità dei cieli e dell’inesistenza di sfere cristalline concentriche e imponderabili ritenute responsabili del moto di rivoluzione intorno alla Terra (immobile) dei pianeti in essi immaginati incastonati. Nel secondo, corposo trattato copernicano di quasi 400 pagine in-folio stampato a Praga nel 1609, irto di tabelle, diagrammi e calcoli ad uso degli addetti ai lavori (i matematici e gli astronomi), e dunque inaccessibili al largo pubblico, per la prima volta era abbandonata la millenaria convinzione del carattere perfettamente circolare e uniforme del moto dei corpi celesti, le orbite dei pianeti (Terra inclusa) venendo ridefinite come ellissi, con il Sole in uno dei due fuochi.

Proprio dal maggio o giugno del 1609, anno senz’altro del destino per le sorti della causa eliocentrica, Galileo, da tempo convinto copernicano[2], come è noto venne a conoscenza della recentissima costruzione ad opera di artigiani olandesi dei primi cannocchiali, da agosto iniziò a ricostruirli con l’aiuto dei maestri vetrai di Venezia perfezionandone progressivamente il potere d’ingrandimento, tanto da poterli impiegare, dai primi di dicembre, per l’osservazione astronomica sistematica, a partire dall’esame ottico della superficie lunare. I risultati furono stupefacenti. Nel Sidereus nuncius, volume di sole 56 pagine, pubblicato in gran fretta nel marzo 1610 in 550 copie andate immediatamente esaurite, in un linguaggio piano e descrittivo alla portata di qualsiasi lettore colto, Galileo svelò a tutta Europa la presenza di alte montagne e di crateri sulla superficie della Luna, concepita nel sistema tolemaico come un corpo perfettamente liscio e sferico, nonché l’esistenza nella Via Lattea e in alcune Nebulose di una miriade di Stelle invisibili a occhio nudo, oltre a quella di quattro corpi celesti in orbita intorno a Giove, che battezzò Pianeti Medicei in onore del Granduca di Toscana Cosimo II.

Altre inaudite scoperte astronomiche a stretto giro di posta si susseguirono grazie all’osservazione telescopica della volta celeste. Nei mesi seguenti Galileo rilevò in Venere un ciclo completo di fasi direttamente legate alle posizioni successive assunte dal pianeta in rapporto al Sole, come previsto nel sistema eliocentrico di Copernico.

Passando all’analisi telescopica di Saturno, Galileo ne distinse due protuberanze nella sagoma oblunga, dall’apparente aspetto come «tricorporeo», non riuscendo a distinguerne gli anelli.

Nel corso dell’osservazione strumentale del Sole, infine, Galileo rilevò la presenza sulla sua superficie di scure macchie in continuo movimento, il cui studio lo condusse, con argomenti di tipo ottico-prospettico, a una conclusione forse ancora più sorprendente di quella della scoperta della superficie scabra e tellurica della Luna: le macchie solari sono formazioni materiali che dimostrano la presenza di incessanti fenomeni di generazione e corruzione nel corpo celeste tradizionalmente simbolo di purezza, fonte di luce e di vita[3]. Ne risultava frantumata l’immagine antico-medievale del mondo, fondata sulla distinzione aristotelico-tolemaica e scolastica tra fisica celeste e fisica terrestre, che derivava dalla divisione del Cosmo in due sfere ontologicamente e gerarchicamente distinte: la prima, quella della regione sopralunare, perfetta e incorruttibile; la seconda, quella sublunare, imperfetta e soggetta al divenire del moto rettilineo dei quattro elementi, governato dall’opposizione tra moti naturali e moti violenti[4].

Il contesto scientifico e dottrinario, assai complesso e aspramente polemico, che ha segnato la faticosa elaborazione e la stampa del Saggiatore nonché la portata epistemologica di quest’ultimo sono magistralmente ricostruiti da Michele Camerota e Franco Giudice nella loro edizione del volume di Galileo in occasione del quadricentenario, con un ricco e puntuale apparato di note[5], che fa seguito all’edizione critica con commento pubblicata nel 2005 a cura di Ottavio Besomi e Mario Helbing[6]. In questo mio intervento prenderò in esame un aspetto riguardante lo sfondo teorico del Saggiatore, quello della necessità dell’elaborazione di un quadro cosmologico geocinetico unificato e materialmente omogeneo, tra quelli implicati nell’accesissima polemica che vide contrapposto Galileo al gesuita Orazio Grassi, professore di matematica al Collegio Romano, oltreché astronomo, studioso di ottica e valente architetto, autore dell’anonimo opuscolo De tribus cometis anni M. D.C. XVIII disputatio astronomica, andato in tipografia nel febbraio 1619.

La comparsa della maggiore delle comete del 1618 fornì sul finire dell’anno al Collegio Romano, la più prestigiosa istituzione culturale della Compagnia di Gesù, l’occasione di organizzare un ciclo di lezioni sui problemi posti dalla nuova astronomia osservativa.

Nella Disputatio astronomica, che riporta la lezione di Grassi, si sosteneva innanzitutto che l’apparire delle comete non dovesse essere interpretato quale segno premonitore di sciagure o castighi divini, come ritenuto sin dai tempi più remoti dalla credenza popolare, e temuto dai molti che notavano la quasi coincidenza della loro apparizione con l’inizio di un nuovo sanguinoso conflitto religioso, scoppiato a seguito della defenestrazione di Praga del 23 maggio 1618, conflitto armato che avrebbe trascinato il continente europeo nella devastante Guerra dei trent’anni.

Grassi, allo stesso tempo, prendeva senza mezzi termini posizione contro l’opinione aristotelica comunemente accolta secondo cui le comete sarebbero fenomeni riferibili alla combustione per attrito di esalazioni terrestri al di sotto della sfera della Luna. Al lettore era suggerito, senza farvi diretto riferimento, che la corretta teoria delle comete fosse quella formulata da Tycho Brahe, il cui sistema del mondo si presentava geostatico al pari di quello aristotelico-tolemaico, ma con la Terra al centro unicamente delle orbite della Luna e del Sole, e quest’ultimo al centro di quelle degli altri cinque pianeti allora conosciuti (Mercurio, Venere, Giove e Saturno). L’osservazione telescopica (la prima mai sino ad allora effettuata) delle tre comete apparse nel 1618 ‒ si legge nella Disputatio astronomica ‒ confermava che esse sono corpi celesti reali, al pari dei pianeti, con traiettorie altrettanto circolari aventi luogo nella regione compresa tra la Luna e il Sole.

L’opuscolo di Grassi mostrava in maniera brillante con quanta rapidità il sistema ticonico, compatibile con la decisiva scoperta galileiana delle fasi di Venere, si stesse allora affermando tra i Gesuiti come capace di sostituirsi a quello tolemaico, ormai compromesso sul piano cosmologico dalle «novità celesti», senza entrare in conflitto con il testo delle Sacre Scritture, dal momento che lasciava la Terra immobile al centro dell’universo, ritenendo Tycho Brahe insostenibile sul piano fisico e matematico l’ipotesi geocinetica copernicana. La sezione della splendida tavola con cui si apre il volumetto illustra su un planisferio della sfera celeste, ricavato per proiezione gnomonica, il maestoso «incedere della cometa» più risplendente di esse, nel suo percorso siderale rilevato dal 29 novembre a fine 1618 in diversi collegi della Compagnia dislocati in Europa. In esso è riportato in didascalia il verso dell’Eneide «incessu patuit dea»[7]. Rimarca Grassi a questo proposito:

E invero non favoleggiarono forse una volta i poeti, che segno di riconoscimento degli Dei di fama fosse il loro incedere e il loro moto, e che chi incedesse come uno degli Dei, sarebbe considerato un Dio? Da quell’indizio, si legge in Virgilio, che Enea avesse riconosciuto chiaramente sua madre Venere. E questa luce non si manifestò, invero, anch’essa con un venerabile e augusto incedere da Dea? Non fu dunque luce accesa nell’aria prodotte dalle sozze di questa terra, ma destinata ad una sede tra i lumi celesti, dove, con comportamento palesemente non indegno, benché di fulgore breve e caduto, risplendette; e tuttavia, mentre visse, mai si mostrò prole degenere di quello stesso cielo, dal quale attinse la sua indole di essere celeste[8].

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[O. GRASSI], De tribus cometis anni M. D.C. XVIII disputatio astronomica, Roma 1619.

La Disputatio, resoconto scientifico che testimoniava il grado di eccellenza garantito in campo astronomico della Compagnia di Gesù, non mancava di salace vis polemica. La cometa costituiva la prima novità astronomica dal tempo di quelle annunciate dal «messaggero celeste»: rigettata senza indugi la tesi aristotelica delle comete come ardenti esalazioni prodotte nel mondo sublunare, perché al pari delle stelle del firmamento quella del 1618 non presentava significativi spostamenti angolari quando osservata da due luoghi diversi, Grassi tacque il nome di Galileo. Né si limitò a questo. La cometa mostrava alla lente del cannocchiale un ingrandimento nullo o molto ridotto rispetto a quando era vista a occhio nudo, effetto che doveva ritenersi ulteriore prova ‒ sentenziava Grassi in beffardo riferimento indiretto all’autore del Sidereus Nuncius (accolto sin dal 1611 nell’istituzione considerata rivale, l’Accademia dei Lincei) ‒ della sua grande distanza dalla Terra: chi si rifiutava di accettare questa spiegazione si dimostrava ignaro dei principi dell’ottica telescopica[9].

Dopo il forzato silenzio seguito al drammatico monito anticopernicano del 1616, Galileo non si lasciò sfuggire l’occasione di replicare a Grassi intervenendo nel concitato dibattito cometario che in quei mesi lasciava con il fiato sospeso l’intero continente europeo, e che segnava un’ulteriore possibile decisiva tappa a sostegno della teoria eliocentrica: lo fece dapprima attraverso il suo allievo Mario Guiducci, poi in prima persona nel Saggiatore. Galileo, occorre ricordare, non aveva potuto osservare direttamente gli straordinari fenomeni cometari, causa l’aggravarsi dei dolori reumatici che lo affliggevano da tempo, come riferirà nel Saggiatore[10]. Nel Discorso delle comete, pubblicato nel giugno del 1619 a nome di Guiducci, Galileo contestava l’inadeguatezza epistemica della concezione ticonica delle comete quali oggetti celesti effimeri di natura divina, come abbiamo visto non esplicitata ma sottostante alle analisi di Grassi nella Disputatio astronomica:

Il dire con Ticone, che come a stelle imperfette e quasi scherzi della natura e trastulli delle vere stelle, ma però, benché caduche, d’indole ad ogni modo e di costumi celesti, basta una tale quale condizion divina; ha tanto più della piacevolezza poetica che della fermezza e severità filosofica, che non merita che vi si ponga considerazione alcuna, perché la natura non si diletta di poesie[11].

Sostenendo la tesi della traiettoria rettilinea uniforme e perpendicolare alla superficie della Terra del movimento delle comete, secondo una prospettiva cosmologica prefigurante in chiave insieme antiaristotelica e anticonica l’unificazione della regione celeste e di quella sublunare in uno spazio cosmico materialmente omogeneo, Galileo ipotizzava che esse, piuttosto che oggetti «veri, reali, uni e permanenti» procedenti in circolo, come affermato da Grassi[12], fossero viceversa «apparenze, riflessioni di lumi, immagini e simulacri vaganti», derivate da esalazioni illuminate dal Sole innalzatesi perpendicolarmente nella regione celeste dalla superficie terrestre:

A me, al quale non ha nel pensiero avuto mai luogo quella vana distinzione, anzi contrarietà, tra gli elementi e i cieli, niun fastidio o difficultà arreca che la materia in cui si è formata la cometa avesse tal volta ingombrate queste nostre basse regioni, e quindi sublimatasi avesse sormontato l’aria e quello che oltre di quella si diffonde per gli immensi spazi dell’universo[13].

È questa un’affermazione controversa, ma di grande rilievo, su cui, nei sopraggiunti limiti di questo saggio, vorrei qui in breve soffermarmi. Molto giustamente Michele Camerota e Franco Giudice denunciano le ricostruzioni anacronistiche dei molti che hanno rimproverato a Galileo l’aver prospettato una teoria cometaria palesemente erronea, niente affatto all’altezza di quella elaborata dall’odiato avversario gesuita Grassi[14]. Da Kepler in poi, per la maggior parte degli astronomi copernicani del XVII secolo, inizialmente Newton incluso, le comete saranno ritenute procedere lungo traiettorie semi o interamente rettilinee[15]. Grassi stigmatizzerà nella Libra astronomica ac philosophica ‒ la risentita e virulenta replica al Discorso delle comete, pubblicata nell’ottobre 1619, il cui testo è inglobato e sottoposto, punto per punto, a critiche demolitrici nel Saggiatore ‒ lo fondo geocinetico, e perciò eretico per i cattolici, della spiegazione del moto delle comete da parte di Galileo[16], il quale in questi termini allusivi si era espresso in merito:

Io non voglio in questa parte dissimular di comprendere che quando la materia in cui si forma la cometa non avesse altro movimento che ’l retto e perpendicolare alla superficie del globo terrestre, cioè al centro verso ’l cielo, egli a noi dovrebbe parere indirizzato, precisamente verso il nostro vertice e zenit; il che non avendo ella fatto, ma declinato verso settentrione, ci costringe a dovere o mutare il sin qui detto, quantunque in tanti altri rincontri così ben s’assesti all’apparenze, o vero, ritenendole, aggiunger qualch’altra cagione di tale apparente deviazione. Io né l’uno saprei, né l’altro ardirei di fare[17].

«Aggiunger qualch’altra cagione di tale apparente deviazione», che il monito anticopernicano del 1616 aveva impedito di esplicitare: la teorica cometaria delineata da Galileo, formulata come un’ipotesi «conforme alle apparenze» ‒ in grado di spiegare nel segno della probabilità, non della certezza, i dati rilevati nelle osservazioni del 1618[18] ‒, si inseriva, mi preme qui sottolinearlo, con coerenza nell’immagine della natura fisica radicalmente trasformata dall’estensione telescopica delle frontiere del visibile, che minava la fisica sostanzialistica delle qualità alla base dell’opposizione, di matrice aristotelica, tra l’immutabile perfezione dell’etereo mondo celeste e i fenomeni di generazione e corruzione determinati entro il mondo sublunare dalle reciproche trasformazioni dei quattro elementi.

Nata in un quadro concettuale intriso d’influssi platonici, pitagorici ed ermetici, la cosmologia elaborata nel De revolutionibus da Copernico non aveva di per sé affatto rinnegato, in realtà, il postulato classico della perfezione della figura sferica e del moto circolare dei corpi celesti, aspirando a una maggiore semplicità e armonia rispetto al sistema del mondo aristotelico-tolemaico nel riferire le apparenti irregolarità osservabili a occhio nudo del moto orbitale dei pianeti al continuo mutamento di punto di vista dell’osservatore posto sulla Terra in moto. Maggiore semplicità, quella della cosmologia copernicana, che tuttavia non poggiava, a garanzia del suo paradossale statuto fisico, su una elaborata teoria del movimento alternativa a quella di Aristotele, con la quale era incompatibile. Né, sul piano fisico, il geocinetismo del De revolutionibus aveva posto in discussione la natura materiale, solida degli orbi celesti, nei quali corpi celesti erano incastonati e dai quali erano trasportati nel loro moto di rivoluzione. Copernico sosteneva l’impossibilità, da un punto di vista ottico, di stabilire se è in movimento l’osservatore o l’osservato. Ma tale relatività del punto di vista, ammessa sin dall’antichità, non era affatto conclusiva: come poter decidere in favore del moto reale della Terra? Quali spiegazioni “fisiche” a suo sostegno? Nel 1619, a distanza di decenni, Kepler, un quarto di secolo prima autore del Mysterium Cosmographicum, il cui progetto di radicale rinnovamento dell’astronomia aveva tratto origine da un terreno ugualmente platonico, pitagorico ed ermetico, chiudeva il suo De cometis libelli tres con queste trionfali parole: «quante sono le comete in cielo, tante sono le prove (oltre quelle che si deducono dai moti dei pianeti) che la Terra si muove con moto annuo intorno al Sole»[19].

Il copernicanesimo di Galileo aveva un’altra impronta[20]. Il Sidereus Nuncius e l’Istoria e dimostrazioni intorno alle macchie solari avevano mostrato i corpi celesti esser del tutto simili alla Terra, la superficie della Luna rocciosa e irregolare, quella del Sole attraversata da nuvole intermittenti, la superficie di Venere esser opaca al pari di quella lunare, Giove al centro del moto di rivoluzione di ben quattro satelliti, e Saturno dall’aspetto deforme, oltre alle migliaia di stelle invisibili a occhio nudo portate alla luce dal telescopio, disseminate nelle costellazioni. Nel contesto di questo rivoluzionario terreno osservativo e sperimentale va letto il celeberrimo brano del Saggiatore sul «grandissimo libro» della natura, «che continuamente ci sta aperto innanzi agli occhi», libro «scritto in lingua matematica», senza la cui conoscenza «è un aggirarsi vanamente per un oscuro laberinto»[21], così come la teoria della materia enunciata da Galilei nel § 48, dalle lontane origini atomistiche, che riconosceva come sue uniche proprietà oggettive quelle geometrico-meccaniche (grandezza, forma posizione moto ecc.), suscettibili di misura, ribaltando la gnoseologia aristotelico-scolastica nella spiegazione delle qualità sensibili, ricondotte a «puri nomi» esprimenti le unicamente nostre sensazioni[22].

È lungo questa via maestra, destinata nel lungo periodo a segnare la Rivoluzione scientifica, come ben mostra l’edizione del Saggiatore curata da Michele Camerota e Franco Giudice, che si spalancava un nuovo universo, ben diverso dal mondo finito, concluso e ordinato in cui si rifletteva una scala assoluta di valori secondo la gerarchia fissata dalla cosmologia e dall’immagine premoderna della natura.

  1. Il 24 febbraio del 1616 i consultori del Sant’Uffizio, dopo cinque giorni di camera di consiglio, dichiararono la teoria eliocentrica «formalmente eretica», perché contraddicente il senso del testo delle Sacre Scritture e la comune interpretazione e comprensione dei Santi Padri e dei teologi. Il 26 febbraio il cardinale Bellarmino, su ordine del papa Paolo V, convocò Galileo per «ammonirlo ad abbandonare» la tesi eliocentrica. Il 5 marzo, infine, la Congregazione dell’Indice sospendeva per decreto il De revolutionibus orbium caelestium (1543) di Copernico «fino alla sua correzione». Su ciò cfr. in part. M. Camerota, Galileo Galilei e la cultura scientifica nell’età della controriforma, Roma, Salerno Editrice, 2004, pp. 3017-21 e M.-P. Lerner, Copernic suspendu et corrigé: sur deux décrets de la Congregation romaine de l’Index (1616-1620), in «Galilaeana», I, 2004, pp. 21-89.
  2. «Già da molti anni ho aderito alla dottrina di Copernico», scriveva Galileo in una nota lettera a Kepler del 4 agosto 1597 (in G. Galilei, Opere, Edizione nazionale a cura di A. Favaro, 20 voll., Firenze, Barbera, 1890-1909, vol. X, p. 68).
  3. G. Galilei, Istoria e dimostrazioni intorno alle macchie solari e loro accidenti, Roma, G. Mascardi, 1613.
  4. Per un’appassionante e dettagliata ricostruzione delle straordinarie scoperte astronomiche galileiane e dei dibattiti suscitati dal Sidereus Nuncius cfr. M. Bucciantini, M. Camerota, F. Giudice, Il telescopio di Galileo. Una storia europea, Torino, Einaudi, 2012.
  5. G. Galilei, Il Saggiatore, Edizione commentata, a cura di M. Camerota e F. Giudice, Milano, Hoepli, 2023.
  6. G. Galilei, Il Saggiatore, Edizione critica e commento a cura di O. Besomi e M. Helbing, Roma-Padova, Editrice Antenore, 2005.
  7. Il riferimento è a Eneide I, 401-405: Dixit et avertens rosea cervicere fulsit / ambrosiaeque comae divinum vertice odorem / spiravere; pedes vestis defluxit ad imos; / et vera incessu patuit dea. Ille ubi matrem / adgnovit […]».
  8. [O. Grassi], De tribus cometis anni M. D.C. XVIII disputatio astronomica, Roma 1619, trad. it. in G. Galilei e M. Guiducci, Discorso delle comete, Edizione critica e commento a cura di O. Besomi e M. Helbing, Padova, Antenore, 2002, p. 283.
  9. «In terzo luogo, il seguente argomento conferma tale conclusione: la cometa, osservata con il telescopio, non presenta appena un ingrandimento, è stato tuttavia appurato da duratura esperienza e provato con motivi ottici, che tutti gli oggetti visti con questo strumento, appaiono maggiori di quelli osservati ad occhio nudo, in conformità tuttavia alla legge, per cui gli oggetti dicevano da esso telescopio ingrandimento vieppiù minore, quanto sono più lontani dall’occhio. Ed è in conformità a questa legge che le stelle fisse, la cui distanza da noi è superiore a quella di tutti gli altri oggetti celesti, non acquisiscono tramite telescopio ingrandimento sensibile. Poiché dunque si è osservato che la cometa mostrava solo un debole ingrandimento, dovremmo dire che ad una distanza maggiore di quella a cui si trova la luna, apparendo quest’ultima al telescopio molto più grande di [quanto appaia a occhio nudo]. So che, per taluni, questo argomento è di scarsa portata; ma costoro forse prendono pochi esami i principi dell’ottica, dai quali risulta necessariamente l’efficacia di questo argomento per confermare ciò che trattiamo»: ivi, p. 283. Rispetto a ciò Galileo, nel Saggiatore, confermerà quanto sostenuto nel Discorso delle comete, ovvero che «l’argomento preso dal minimo ingrandimento degli oggetti remotissimi non val nulla, perché falso», il telescopio ingrandendo tutti gli oggetti visibili secondo la medesima proporzione, indipendentemente dalla distanza.
  10. «Per tutto il tempo che si vide la cometa, io mi ritrovai in letto indisposto, dove, sendo frequentemente visitato da amici, cadde più volte il ragionamento sulle comete, onde m’occorse dire alcuno de’ miei pensieri, che rendevano piena di dubbi la dottrina datane sin qui»: G. Galilei, Il Saggiatore, Edizione commentata a cura di M. Camerota e F. Giudice, op. cit., § 35, p. 35 [a questa edizione farò riferimento nelle note che seguono].
  11. G. Galilei e M. Guiducci, Discorso delle comete, op. cit., § 177.
  12. La continuazione del moto cometario oltre lo zenit declinando verso settentrione costituiva infatti per Grassi la prova schiacciante del loro muoversi in circolo: cfr. [O. Grassi], De tribus cometis, op. cit.
  13. G. Galilei e M. Guiducci, Discorso delle comete, op. cit., § 195.
  14. Cfr. M. Camerota, F. Giudice, «La strada al ritrovamento del vero». Il Saggiatore come manifesto del nuovo sapere, Introduzione a G. Galileo, Il Saggiatore, op. cit., p. XXXV.
  15. Nell’autunno del 1619, dando alle stampe il De cometis libelli tres, Kepler riaffermava la realtà del movimento di rotazione e rivoluzione della Terra, ribadendo che i corpi celesti apparsi nel 1618 si muovevano in linea retta nello spazio cosmico, in accordo con la teoria cometaria per primo da lui enunciata nel 1604 nell’Appendix de motu cometarum del decimo capitolo dell’Astronomia pars optica, parte seconda del monumentale Ad Vitellionem Paralipomena (Ad Vitellionem Paralipomena, quibus Astronomiae pars optica traditur, Frankfurt, Claudium Marnium & haeredes Ioannis Aubrii,1604, in Id., Gesammelte Werke, a cura di W. Von Dick, M. Caspar, München, C. H. Beck, 1937-2017, 22 voll., vol. II).
  16. «Ma a questo punto odo un non so chi sussurrarmi all’orecchio, di nascosto e con timore: il moto della Terra. Lungi da me questa espressione, falsa e sgradita a orecchie pie. Certo, la hai bisbigliata con prudenza e a bassa voce, ma se così fosse, risulterebbe un fatto conclamato che l’opinione di Galileo non si baserebbe che su questo falso movimento. Se infatti la Terra non si muove, tale moto rettilineo non si accorda con le osservazioni della cometa; ma è certo per i cattolici che la Terra non si muove; sarà dunque altrettanto certo che questo moto rettilineo non si concilia con le osservazioni cometarie e perciò deve stimarsi non adatto al nostro caso. Non ritengo però che ciò sia mai venuto in mente a Galileo, che conobbi sempre per persona Pia e devota»: G. Galilei, Il Saggiatore, op. cit., § 29, p. 166.
  17. G. Galilei e M. Guiducci, Discorso delle comete, op. cit., §§ 209-10.
  18. «[…] noi non ci allontaniamo dal nostro costume, ch’è di non affermar per certe se non le cose che noi sappiamo indebitamente, ché così c’insegna la nostra filosofia e le nostre matematiche»: G. Galilei, Il Saggiatore, op. cit., § 20, p. 123.
  19. J. Kepler, Gesammelte Werke, op. cit., vol. VIII, p. 220.
  20. Per un confronto, anche riguardo alla componente platonica del pensiero galileiano, cfr. M. Bucciantini, Galileo e Keplero. Filosofia, cosmologia e teologia nell’Età della Controriforma, Torino, Einaudi, 2003.
  21. G. Galilei, Il Saggiatore, § 6, pp. 46-47.
  22. Ivi, pp. 246-53.

(fasc. 49, 31 ottobre 2023, vol. II)

Il narratore assente e la fotografia: tra Virginia Woolf e Luigi Ghirri

Author di Massimo Scotti

Tanto tempo fa, in gioventù, avevo scoperto un piccolo, prezioso volume di ballate inglesi[1], e trovavo che le più belle fossero le prime, firmate tutte Anon. Dopo aver cercato inutilmente in varie enciclopedie notizie su quel bardo a me ignoto, mi ero reso conto di esser stato molto ingenuo, perché non si trattava di un nome proprio, bensì dell’abbreviazione di Anonimo. E ho la presunzione di immaginare – ingenuo lo sono rimasto – che anche Virginia Woolf abbia commesso il mio identico errore. In tal caso, potrebbe essersi senz’altro divertita constatando che quel poeta non esisteva o, meglio, era esistito eccome, ma non aveva lasciato traccia della sua personalità artistica, confondendosi con le sterminate schiere di ideatori non identificabili che hanno preceduto le ere delle figure autoriali definite con precisione, e orgogliose della propria individualità letteraria; autoironica com’era, Virginia Woolf avrà deciso forse proprio per questo di dedicare a lui, Anon, il cantore anonimo, il primo capitolo di un’opera concepita per raccontare la storia delle lettere inglesi ai suoi amici artisti, primo fra tutti il cognato Clive Bell.

L’opera è purtroppo rimasta incompiuta. Non ne rimane che quel primo capitolo, semifinito, l’inizio di un secondo e vari appunti sparsi. Ma anche solo l’esordio è notevole, per intensità e luce, nonché per la sua peculiare forma di saggio romanzesco, un po’ narrazione pura e un po’ trattato fantasioso, un po’ divagazione colta e un po’ “selva” letteraria, come si diceva un tempo, quando le definizioni erano immaginose e non, come oggi, severamente tecnicistiche.

«For many centuries after Britain became an island» the historian says «the untamed forest was king» […]. On those matted boughs innumerable birds sang; but their song was only heard by a few skin clad hunters in the clearings. Did the desire to sing come to one of those huntsmen because he heard the birds sing, and so rested his axe against the tree for a moment? […] The voice that broke the silence of the forest was the voice of Anon. Some one heard the song and remembered it for was later written down, beautifully, on parchment. Thus the singer had his audience, but the audience was so little interested in his name that he never thought to give it. The audience was itself the singer […]. Every body shared in the emotion of Anon song, and supplied the story. Anon sang because spring has come; or winter is gone; because he loves; because he is hungry, or lustful; or merry: or because he adores some God. Anon is sometimes man; sometimes woman. He is the common voice singing out of doors, he has no house. He lives a roaming life crossing the fields, mounting the hills, lying under the hawthorn to listen to the nightingale. […] But shutting out a chimney or a factory we can still see what Anon saw – the bird haunted reed whispering fen, the down and the green scar not yet healed along which he came when he made his journeys. He was a simple singer, lifting a song or a story from other people lips, and letting the audience join the chorus. Sometimes ha made a few lines that exactly matched emotion[2].

Prima ancora della propria interiorità, quello che Anon sceglie di descrivere è lo spettacolo del mondo: la natura, il trascorrere delle stagioni, il profilo segreto di una coscienza collettiva che scruta l’esistenza degli uomini e delle donne, degli animali e delle piante, cogliendone le leggi di mutamento e ricorrenza, di unità e conflitto. La cultura orale di Anon (the common voice) possiede un’oggettività di sguardo che l’individualità autoriale sembra aver rinnegato in seguito, per privilegiare l’espressione del genio singolo, con la sua sensibilità unica e inimitabile, cara al Romanticismo e dal Romanticismo idolatrata fino al paradosso.

Eppure, per le contraddizioni tipiche di ogni epoca, furono proprio i romantici a osannare quella coscienza collettiva dei popoli nazionali, il canto antico degli avi senza nome, dei narratori assenti dalla Storia, incollocabili se non in un territorio dai confini linguistici definiti, ma comunque non rintracciabili biograficamente, quindi inafferrabili.

Oralità e anonimato formano un binomio pressoché inscindibile. Questo è il fascino della tradizione che Virginia Woolf ha colto nel suo ultimo scritto, non concluso e destinato forse non per caso a essere pubblicato solo postumo. La “postumità” – se così si può dire – è il terzo elemento che forma la qualità dell’opera di Anon, registrata e resa pubblica in forma scritta solo dopo la scomparsa del suo autore, con la cui morte infatti, che coincide con l’avvento della stampa, si conclude il primo capitolo dell’opera woolfiana. Si tratta di una libertà mitopoietica che l’autrice si è concessa, perché sapeva bene che la fine della civiltà orale era stata decretata, molto prima, dall’invenzione della scrittura: il passaggio dalla chirografia alla tipografia avviene quando l’oralità si è già da tempo spenta.

Quella espressa da Virginia Woolf è senza dubbio una visione romantica dell’oralità – romantica, e anche idealizzata, sì, ma non superficiale. Forse anche più vicina alla realtà di quanto non lo siano, né possano esserlo, le teorizzazioni tecniche degli esperti successivi (Havelock, Ong e molti altri). Una visione condivisa da tanti artisti, perché è la visione che tutti ne abbiamo – e Virginia Woolf, identificandosi nel common reader, non poteva fare a meno di condividerla, a un livello alto ed “ecumenicamente emotivo”.

Nelle culture orali, scriveva Walter Ong, «l’originalità narrativa, per esempio, non sta nell’inventare nuove storie, ma nel creare una particolare interazione con il lettore»[3]. In questa frase sono contenuti due elementi essenziali dell’oralità, come possiamo dedurla, o solo ipotizzarla, dalle sue tracce rimaste nella cultura scritta: il “pensare per storie”, quindi la costruzione narrativa del reale e la perpetuazione attraverso miti e archetipi delle verità raccolte durante il processo dell’esperienza umana; il ricorso all’attenzione di chi quelle storie le ascolta, le vede narrare, cioè al solo mezzo in grado di ritrovarvi o scoprirvi un significato, una sapienza originaria, il momento epifanico in cui il senso delle cose viene percepito (per un istante, e per sempre).

Ora, propongo un passaggio cruciale che equivale a un vertiginoso salto logico, benché gli ardimenti delle analisi inter artes siano già considerati leciti da tempo: che rapporto può esistere fra la cultura dell’oralità, l’assenza di un autore individuabile, e la tecnica della fotografia? Sarebbe facile stabilire tale rapporto di continuità tenendo conto del fatto che – gli storici della fotografia lo sottolineano spesso, e anche alcuni autori in veste di storiografi e teorici – l’autorialità in quest’arte è circondata da una vasta nebulosa di anonimato. Accanto a ciascuno dei maestri riconosciuti esistono almeno mille, o diecimila, artefici del tutto ignoti. E non meno abili o notevoli: è la situazione affascinante dei pittori sconosciuti a cui si dà una definizione quale “Maestro degli angeli cantori” o “Maestro delle mezze figure femminili”, “Maestro dei crocifissi blu” o “Maestro delle arciduchesse”, “Maestro delle Palazze” o “Maestro delle Vele”, basata su certi elementi dei loro dipinti, sulla presunta provenienza territoriale, sull’anno della composizione delle opere o su qualche vago dettaglio biografico (il “Parente di Giotto”, il “Pensionante dei Saraceni”)[4].

No, il discorso è differente: vorrei cercare di spiegare – anche temerariamente – come all’interno di un’opera dalle caratteristiche riconoscibili, per esempio quella di autore singolare qual è Luigi Ghirri, si possano rintracciare almeno le sfumature di un linguaggio che vuol rendersi coscientemente anonimo per somigliare il più possibile a quello della tradizione orale. E sarà necessario farlo osservando le sue opere, seguendo i suoi testi teorici e ascoltando le parole da lui scritte o registrate durante alcune lezioni di cui parleremo in seguito[5].

Quello di Ghirri è uno sguardo che si impone di rendersi in tutto simile alla voce dell’Anon woolfiano. E che cerca di addentrarsi, di identificarsi nell’antica “oralità primaria” della fotografia, momento aurorale esplorato con passione in alcune delle sue lezioni, soprattutto quelle riunite nella sezione intitolata «Storia»[6].

Oggi siamo entrati in un tempo di “oralità secondaria” della fotografia, arte in cui i primi creatori furono anonimi, quanto lo sono ora gli innumerevoli dilettanti, a vario grado di abilità, che scattano miliardi di fotografie ogni secondo sul pianeta (opere che si consumeranno nell’oblio senza lasciare traccia, e fra le quali pochissime resteranno). È come se Luigi Ghirri aspirasse, con il suo lavoro, a dissimulare la propria individualità autoriale riproducendo immagini che tutti potrebbero cogliere, tutti hanno forse colto prima o poi, senza far ricorso ad artifici o limitandoli il più possibile: «Dimenticare sé stessi» è il titolo della prima sezione delle su Lezioni di fotografia[7]:

Non mi ha mai interessato quello che comunemente si definisce come ‘stile’; stile è una lettura in codice, e la fotografia ritengo sia un linguaggio senza codice, pertanto anziché diminuzione, allargamento di ‘comunicazione’… Ho sempre affrontato la ‘scena da rappresentare’ in modo diretto, mi sono posto di fronte agli eventi in maniera frontale, evitando tagli o fughe di qualsiasi tipo. Ho sempre affidato sviluppo e stampa a laboratori standard, non mi ha mai interessato la produzione di oggetti da collezionismo, né tantomeno fare operazioni di ‘maquillage’. Il gesto estetico e formale è già compreso in quello da fotografare… Il problema della forma fotografica, con gli inevitabili rimandi alle cure esasperate in sede di stampa, viraggi, mascherature per ottenere un risultato ulteriormente ‘oltre’, non mi ha mai affascinato. Fotografo a colori, perché il mondo reale non è in bianco e nero e perché sono state inventate le pellicole e le carte per la fotografia a colori… Uso prevalentemente l’obiettivo normale, e poi in egual misura grandangolo e medio tele, non uso filtri, e lenti particolari. Non mi piace far vedere l’obiettivo usato. L’obiettivo vero è sempre stato un altro e non quello ottico. Ho cercato di non chiudermi in filoni o generi, per questo contemporaneamente ho lavorato in diverse direzioni, in un processo di attivazione del pensiero, non ho cercato di fare delle fotografie, ma delle carte, delle mappe che fossero contemporaneamente fotografie[8].

Come afferma e sottolinea più e più volte, Luigi Ghirri rifugge dall’uso dei ritocchi tecnici alle stampe o alle lastre, come dallo spostamento di oggetti nella stanza che sta ritraendo, o dal taglio di elementi casuali rientrati nel campo del suo obiettivo, perché sa bene, e lo ripete spesso, che la fotografia non è altro se non un ritaglio all’interno della realtà visibile, o invisibile. «La fotografia è sempre un escludere il resto del mondo per farne vedere un pezzettino»[9]. Lo spiega con un esempio significativo, parlando di come ha ritratto lo studio di Giorgio Morandi a Grizzana, nel 1989:

Avevo iniziato facendo immagini più dilatate, ma procedendo, andando più in fondo, entrando all’interno di questo spazio dello studio, percepii che tutto era stato lasciato com’era alla morte del pittore: sembrava che lui fosse ancora lì, che fosse appena uscito di casa. Quindi le foglie secche, i barattoli, gli oggetti ridipinti, il nastro, lo scotch, la sedia sulla quale si sedeva. Avrei potuto ripulire l’immagine togliendo, per esempio, questo pezzo di seggiola, che può apparire fastidioso. Ho scelto invece di suggerire, conservando questo elemento che può essere definito un piccolo incidente all’interno della rappresentazione, un rapporto con un contesto più vasto[10].

Questa assenza di artificio è paragonabile al rifiuto di ogni addobbo, ornamento, ritocco letterario che sembra consustanziale ai testi della letteratura orale (in questo senso, le formule ricorrenti per esempio nella poesia omerica non si devono considerare “artifici” ma tecniche mnemoniche, strumenti d’ausilio per l’improvvisazione del canto).

Ma non si tratta solo di questo: Luigi Ghirri si pone di fronte al mondo nello stesso spirito di Anon, con l’ansia di catturare un frammento dell’esistenza in un’immagine, quel che fa il bardo woolfiano senza nome con le proprie emozioni di fronte ai misteri del creato, cercando di definire i contorni di uno specifico momento che ha una sua ben poco definibile particolarità.

Anzitutto, l’attenzione di Anon è rivolta – Virginia Woolf lo dice chiaramente – al trascorrere del tempo, all’atmosfera tipica di una stagione, che si traduce, in fotografia, in un particolare tono della luce[11]. La poesia proveniente dalla cultura orale – almeno quella che è stata tramandata, di cui quindi abbiamo testimonianza – appare profondamente legata ai cicli stagionali, di cui ama riprodurre le immagini ma a cui appartiene anche nelle forme: significativo, in questo senso, è il legame dei generi letterari con i periodi dell’anno, individuato da Northrop Frye nella sua Anatomia della critica, mediante la connessione con il rito, l’andamento del tempo e la progressione dell’esistenza umana (cioè dell’eroe) dall’infanzia alla vecchiaia[12]. L’essenziale archetipo che coglie la similitudine fra l’arco del giorno e la vita individuale è del resto alla base della struttura di un vertice dell’opera woolfiana, il romanzo The waves (Le onde, 1931).

Il paragone fra oralità e fotografia è comunque doppiamente curioso, lo ammetto, anche perché essenzialmente improprio. La fotografia è di per sé scrittura (il termine deriva dal sostantivo greco phōs, photós, ‘luce’, e dal verbo grápho, ‘scrivere’, appunto, o ‘disegnare’). Quest’arte fissa immagini che la memoria dovrebbe conservare, idealmente, senza essere impresse su una lastra o una stampa, ma la mente non può trattenere tutto e quindi ferma le immagini su un supporto, dando spazio così a una composizione artistica “concreta”, riproducibile, visibile, comunicabile.

Il pensiero e la musica, la parola e il canto erano liberi, momentanei, volatili, prima dell’avvento della scrittura, così come le parvenze della vita prima della pittura e poi della fotografia, o della registrazione per il suono; si può istituire una similitudine in tal senso: «La scrittura, Platone fa dire a Socrate nel Fedro, è disumana, poiché finge di ricreare al di fuori della mente ciò che in realtà può esistere solo al suo interno»[13].

Dalle brevi analisi che seguiranno si potrà stabilire se il paragone è pretestuoso oppure no.

Un esempio invernale: la fotografia intitolata semplicemente Cittanova di Modena, con il sottotitolo, Chiesa sulla Via Emilia[14], forse spurio. Le fotografie di Ghirri hanno notoriamente titoli reticenti, formati solo dall’indicazione di luogo e nient’altro. Questa caratteristica non fa che aumentare il potere evocativo dell’immagine, senza minimamente indirizzare la fantasia dell’osservatore: un’altra analogia, direi, con le caratteristiche della cultura orale e del suo aspetto anonimo. L’analisi, l’astrazione, la teoria, i modelli speculativi, l’elucubrazione intellettuale nascono con la civiltà della scrittura (e ne fanno parte).

Sul far della sera, una pallida luna piena si fa strada nel cielo avvolto da una foschia compatta e morbida, sopra una chiesetta solitaria. Fa pensare a una di quelle piccole cappelle sperdute sulle soglie dei boschi, nominate da Ladislao Mittner nella sua Storia della letteratura tedesca e care al Romanticismo devoto, ma qui non c’è alcun bosco, solo qualche albero spoglio sulla destra dell’inquadratura: una pianura brulla e vuota. Il cielo è pallidissimo, di una tonalità appena distinguibile dalla sfumatura della lieve coltre di neve che lo riflette: un celeste incanutito, similissimo alla giada del suolo, sorta di turchese Tiffany estremamente slavato. La facciata della chiesa, sporca e rosa, fa pensare alle indimenticabili lune verlainiane:

Et leurs molles ombres bleues
tourbillonnent dans l’extase
d’une lune rose et grise,
et la mandoline jase
parmi les frissons de brise
[15].

Le luci si accendono nelle case, e sono di un arancio leggero, come i fari stellanti di un’automobile che spunta sotto una volta; c’è un annuncio funebre che si intravede appeso al muro accanto alla chiesa. La neve del campo di fronte è già torbida, confusa con la terra e la ghiaia. Natale deve essere già passato (non ci sono luminarie e il primo plenilunio, nel 1985, fu il 16 gennaio). C’è un’atmosfera insieme d’attesa e di compimento, una pace gentile e malinconica. La malinconia è uno dei tratti generali della fotografia di Ghirri. Potrebbe essere un qualunque passante a vedere questo spettacolo, che probabilmente è lì per noi ogni anno, verso quell’ora, nei pleniluni d’inverno: basta che ci sia solo un po’ di neve, fatto ahimè sempre più raro.

Il fotografo ha colto un momento del tempo, ripetibile per quanto unico: non aggiunge e non toglie niente a ciò che vede, come farebbe un poeta della civiltà orale; descrive e non interpreta, ricorda senza commenti. Eppure questa apparente esilità di intervento ha il potere di sprigionare nello spettatore un’emozione dinamica, profondamente forte e coinvolgente: tutta la solitudine invernale è compresa in questa immagine, abbacinante nella sua desolazione.

Un altro esempio, questa volta di interni: Boretto. Albergo “Il Bersagliere”, camera n. 8[16]. Un letto matrimoniale, o meglio due letti singoli appaiati, con comodini annessi, visti dal fondo. Sopra, un’immagine della Madonna attorniata da vignette che forse ne raccontano la storia; i toni sono quelli del legno, probabilmente di ciliegio; l’atmosfera sembrerebbe quella di un pomeriggio estivo, la luce è calda, appena smorzata. La fotografia non dice nient’altro, eppure racconta con discrezione vicende andate: il punctum, nucleo focale dell’immagine secondo Roland Barthes, sarebbe forse il filo elettrico che regge l’interruttore “a peretta”, avvolto intorno a due pomelli dei letti, per stringerli in un nodo che è una sorta di abbraccio: quante coppie avranno dormito in quei letti? Quante teste hanno riposato su quei guanciali candidi che si vedono appena sotto le spalliere bombate? Lo stile è rustico ma anche, a suo modo, pretenzioso; racconta di un tempo in cui l’albergo ebbe un suo prestigio, vicino com’è alla stazione ferroviaria; dunque vite di passaggio, momenti fugaci. Eppure quel letto dà la sensazione della stabilità della vita contadina, quando i viaggi erano rari e gli spostamenti obbligati solo da circostanze fortuite, magari poco liete, talvolta uniche nelle vite di individui anonimi e stanziali. «Queste immagini riprendono una tradizione iconografica, un aspetto della memoria collettiva», scrive Ghirri[17]. «È evidente un richiamo non tanto al passato quanto piuttosto a un certo modo di vivere, culturalmente molto connotato».

Senza l’indicazione offerta dal sottotitolo, si potrebbe pensare semplicemente a una camera da letto contadina fra le tante, in una regione agricola come l’Emilia Romagna, o in una qualunque zona rurale d’Italia. Il dettaglio dell’albergo impone qui una deviazione suggestiva, che conduce verso le aree attigue alle stazioni, i cui esterni sono stati così minuziosamente descritti nei dipinti di Paul Delvaux. Ma qui è la vita intima di una stanza che si dischiude agli occhi della mente, con la sua solennità e il suo enigma – e la stanza è vuota. Il letto è preparato per accogliere altri ospiti, ma apprendiamo che l’albergo è ora dismesso. Una pagina di Facebook ci invita a celebrare un minuscolo “Come eravamo”[18]. Il sito del FAI ne racconta in breve la storia[19].

Questa volta, dunque, e almeno per il momento, l’esperienza di visione non è riproducibile: anche se la vecchia locanda fosse restaurata, e perfino se la camera n. 8 venisse riallestita com’era nella fotografia di Ghirri, l’esperienza visiva non potrebbe mai più essere la stessa, perché saremmo consapevoli della sua artificialità. «A questo Ghirri risponde che è anche possibile pensare che il tempo rinnovi, che ogni scarto accidentale rinnovi la percezione, invece d’essere soltanto la pietra tombale dei momenti della vita»[20].

Come accade nella cultura orale, quindi, il documento assume perfino suo malgrado un valore storiografico; sappiamo che l’immagine appartiene inesorabilmente al passato; l’oralità sfugge alla cronologia, la fotografia no. Sappiamo quando è stata scattata: l’anno, almeno, e sappiamo che questo avveniva forse quando già l’albergo era un relitto storico; possiamo supporre che Ghirri stesso abbia osservato gli oggetti di quella stanza con il sentore di una fine – appena avvenuta oppure incombente.

Ma ogni viaggiatore avrà osservato quelle cose e quegli ambienti con lo stesso atteggiamento: niente di durevole, nessun accenno di permanenza; eppure quei letti un po’ tronfi, panciuti, massicci, sembrano raccontarci e volersi dare un’aria di stabilità tetragona e caparbia, rispettabile e immutabile, borghese e ottusa. L’immagine sacra sembra dirci che non si trattava certo di un albergo a ore; se amplessi s’intrecciarono in quei letti gemelli, erano di sicuro benedetti dalla Vergine, quindi non dovevano essere frettolosi e loschi. L’insieme fa pensare piuttosto ai versi di un magnifico poema di Attilio Bertolucci[21]. E l’intera opera fotografica di Luigi Ghirri potrebbe costituire il corredo iconografico del testo del poeta italiano, come la biografia di un uomo in viaggio, colta attraverso i suoi woolfiani “momenti di visione”.

The curtain rises upon play after play. Each time it rises upon a more detached, a more matured drama. The individual on the stage becomes more and more differentiated; and the whole group is more closely related and less at the mercy of the plot. The curtain rises upon Henry the Sixth; and King John; upon Hamlet and Antony and Cleopatra and upon Macbeth. Finally it rises upon the Tempest. But the paly has outgrown the uncovered theatre where the sun beats and the rain pours. That theatre must be replaced by the theatre of the brain. The playwright is replaced by the man who writes a book. The audience is replaced by the reader. Anon is dead[22].

La fine di Anon sarebbe adeguatamente illustrata da un’altra fotografia di Ghirri, intitolata Ravenna. Scenografia di Aldo Rossi, alla Rocca Brancaleone. L’impostazione qui è illusionistica: la scena teatrale, con torri quadrate e contrafforti, è osservata in modo da far apparire le costruzioni fittizie grandi come i palazzi della città sullo sfondo; la realtà è svelata dalle impalcature che sostengono le file di fari che illuminano il palco e, sotto, la buca dell’orchestra, ma l’impressione permane e il cielo del crepuscolo forma un controcanto celeste-violaceo al rosso pallido degli edifici medievaleggianti (benché molto stilizzati). «La tonalità teatrale è bene indicata dall’allestimento scenico di Aldo Rossi, straordinario architetto italiano», scrive Gianni Celati, «dove non si vede bene la differenza tra la messa in scena per l’opera lirica che si recita e le forme architettoniche che l’avvolgono. E una tonalità teatrale è richiamata anche da quella villa nei pressi di Bologna, presentata come un lontano fondale da melodramma, come il segno d’un illusionismo diffuso che domina questo paesaggio»[23].

Il riferimento di Celati è alla fotografia intitolata Bologna. Villa nei pressi di Gaiana. Una visione di sogno, o più semplicemente una ripresa da lontano, in movimento, magari da un’auto in corsa? Da un basso strato di foschia che sembra un velo di fata emerge in una luce d’oro la facciata di una villa signorile, isolata alle spalle di un parco: il palazzo dei Guermantes o la reggia del ballo di Cenerentola? Gli alberi scuri sotto il cielo viola della notte fanno pensare all’Isola dei morti di Arnold Böcklin.

Soprattutto visioni come questa fanno intuire quanto l’immaginario di Ghirri sia prossimo alla cultura popolare e al dominio del fiabesco (mediati da un raffinato patrimonio di letture e di riferimenti visivi), ma soprattutto a una caratteristica tipica dell’oralità: il “pensare per storie”[24].

Lo si sente anche in fotografie apparentemente semplicissime come Spezzano. Castello, Sala delle Vedute: è quasi solo un’inquadratura di un pannello dipinto, la veduta di “Manzina”, come indica il cartiglio; a destra c’è una struttura di metallo, a sinistra si intravede appena una finestra aperta, da cui entrano i riflessi biancoazzurri di una luce estiva; tutto il resto dell’immagine è costituito dalla collina su cui sorgono vecchi edifici, in una tonalità ocra, sotto il cielo terso: è la storia di un passato, di un borgo oggi radicalmente trasformato; la vita di quel luogo appare cancellata perché i suoi abitanti sono assenti. La fotografia parla di una doppia musealizzazione: l’immagine riproduce le moderne strutture in uno spazio concepito come archivio di tenute nobiliari appartenute ad aristocratici di campagna (i Pio di Savoia) e dipinte da Cesare Baglione, pittore di corte dei Farnese, probabilmente fra il 1595 e il 1596. La scelta visiva di Ghirri allude a noi che osserviamo l’immagine, osservata a sua volta (o fantasticata) dall’artista: è in qualche modo la situazione in cui lo studioso cerca di delineare la fisionomia della cultura orale, immerso però nell’odierna condizione della civiltà della scrittura – metapoiesi, quindi, e riflessione sulle modalità della visione e sulla sua storicità.

Questo, però, a un livello per così dire “intellettualistico”.

Il fotografo, anche qui, come fa sempre, “pensa per storie”. Cerca nell’oggetto raffigurato l’archetipo del tempo, la presenza di vicende andate, il lascito delle generazioni, l’ombra dei secoli che si sono accumulati come polvere sulle cose delle sue stanze disabitate. Ghirri ha – si impone di avere o lo ottiene spontaneamente – un approccio “diretto” alla visione, si impone di perseguirlo senza deviazioni, ricercando la gratiam novitatis dell’antico poeta orale, la purezza di sguardo che sa essere inevitabilmente perduto. La sua è poesia “sentimentale”, nel senso dato al termine da Schiller, in contrapposizione alla qualità “ingenua” di un cantore come Anon: capisce perfettamente che quell’ingenuità gli è preclusa, eppure cerca di riprodurla sottraendo il più possibile alla sua composizione visiva ogni addobbo superfluo, ogni inutile sofisticazione.

Le storie, poi, affiorano più agevolmente in fotografie dove la situazione è esplicita, o dove gli oggetti “parlano” a voce più alta, o in una composizione più complessa e rivelatrice: sono le immagini in cui appaiono figure umane, sicuramente, ma non solo.

Qualche esempio in tal senso, iniziando da Bologna, 1973 (qui il riferimento è a Lezioni di fotografia, p. 71). Qui l’ambientazione è ingannevole. Si direbbe un posto di mare, dal momento che un ampio affresco di onde, con vele bianche in lontananza, campeggia dietro le due figure solitarie in primo piano. Invece si tratta probabilmente di una pizzeria urbana, o di un ristorante popolare (nell’angolo in alto a destra si vede parte di una lista di cibi: “Risotto, spaghetti, insalata”). Il locale è semivuoto. L’uomo e la donna non si guardano, sono assorti nei loro pensieri, forse hanno litigato. Lo si intuisce dall’indifferenza forzata con cui fissano direzioni opposte. Forse è il compleanno di lei, che ha accanto una borsa di plastica da cui esce una confezione regalo; o non ha gradito l’omaggio, oppure è infastidita dall’attesa che si protrae: hanno due bicchieri di birra a metà e un piatto colmo di michette intonse. La signora è fresca di parrucchiere, si è fatta gonfiare le chiome come andava di moda all’epoca; il marito molto baffuto, molto rassegnato, appoggia il gomito sul bordo dello schienale della sedia che ha accanto, forse infastidito dal silenzio ostile della signora. C’è una storia che aleggia su quel silenzio, un racconto alla Maupassant o alla Benni, alla Celati o alla Carver. Le immagini, in questo caso, hanno un potere narrativo molto intenso, che si sprigiona da un momento preciso e irripetibile nel tempo per irradiarsi attraverso le vite dei personaggi rappresentati, che sono reali in quel momento e poi svaniscono in una sorta di racconto astratto, pieno di interrogativi e di sospensioni. Dalla sconfinata “cultura orale” che è l’esistenza, la fotografia coglie un istante, lo fissa in un’immagine e lo tramanda per sempre: è uno dei temi più profondi e persistenti di tutta l’opera woolfiana: cogliere l’intensità del singolo momento in rapporto al flusso inarrestabile del tempo[25].

La stessa cosa avviene in un’altra fotografia di Ghirri, famosissima, emblematica: Alpe di Siusi, Ortisei, 1979[26]. Sullo sfondo di una magnifica veduta montana, una coppia di mezza età avanza su un prato, in direzione delle vette: sono due persone viste di spalle, che si tengono per mano, chissà se speranzosi o affaticati. Viaggiano insieme verso quello che sembra un futuro, o la morte. Fanno pensare a quelle coppie di figure sulle tombe etrusche, fissate in eterno nella loro intimità condivisa, segreta e per qualche motivo struggente; l’immagine possiede quella spontaneità miracolosa da cui nascono i simboli nella cultura orale (come la possiamo dedurre dalle sue tracce nella tradizione letteraria, quindi scritta) e, insieme, quella precisione e quella nettezza individuate e definite nella teoria del “correlativo oggettivo” eliotiano.

Si può cogliere solo parzialmente l’origine della suggestione che emana da questa fotografia; c’è un insieme di linee orizzontali e di piani successivi: sembrano evocare le quinte di sabbia che si susseguono nei deserti del tempo di cui parla Thomas Mann all’inizio delle sue Storie di Giacobbe; e ci sono le due figure erette che trovano un corrispettivo nella verticalità delle vette distanti; le ombre sul prato e le nuvole appaiono come tracce e proiezioni evanescenti delle forme solide del mondo; con la semplicità diretta e comunicativa della poesia popolare, l’insieme interpreta l’esperienza ansiosa della percezione umana: il senso del tempo che passa, il tragitto terreno di ogni individuo, l’inizio e la fine della vita, il cammino verso un orizzonte sconosciuto.

Diversa eppure riconducibile a un’ispirazione analoga è Ostiglia, Centrale elettrica (1987)[27]. Così la descrive Andrea Cortellessa:

Pieno giorno, campo medio. La luce è variabile: il cielo si sta rannuvolando e in fondo alla strada le ombre sono meno definite, fra poco questa luce verrà meno. Al centro dell’immagine, di profilo, cammina una bambina in gonna rosa e calzettoni bianchi. Per strada, oltre a lei, solo un ciclista vaga in lontananza. Davanti alla bambina fa angolo una chiesuola senza pretese, schiacciata a una casa dalla verandina probabilmente abusiva. In basso si allunga l’ombra di un lampione, ma il punctum sono le tre gigantesche ciminiere, a strisce orizzontali bianche e rosse, che scandiscono la fuga prospettica sullo sfondo, come colonne che sorreggano il cielo incombente sulla scena. Il titolo, Ostiglia, centrale elettrica; la data, «1987». È un esempio perfetto del paradosso di Ghirri: il quale ha distolto da sé ogni tentazione di tecnicismo e ogni marchio di ‘autorialità’ individuale (quella che definisce «fotografia creativa» ossia, traduco, d’avanguardia) ma che oggi, con ogni probabilità, è il fotografo più riconoscibile in assoluto[28].

In un panorama provinciale e industriale, la bambina procede sola e sicura per la sua strada, di profilo, da destra verso sinistra, incurante dello spazio vuoto e desolato che la circonda: forse è domenica, la vita per lei è piena di promesse, a quel paese apparterrà per sempre oppure lo abbandonerà. Il suo mondo è destinato a trasformarsi, oppure no. Il luogo in cui vive rimarrà sonnacchioso ed eternamente uguale, oppure di colpo, per qualche motivo, si risveglierà; non è dato saperlo e a lei poco importa; la lieta indifferenza a tutto sembra l’insegna, la bandiera della sua passeggiata solitaria.

La traduzione in concetti razionali di tutto ciò che queste fotografie comunicano risulta inevitabilmente enfatica. O, peggio, come una “versione in prosa” della poesia, banale. Può farci immaginare cosa sia stato, per chi ha vissuto la civiltà della cultura orale, il trasferimento nella scrittura di una tradizione ricca e perduta. Perché quel tipo di mutamento fatale riduce inevitabilmente una complessità che rimane per noi inattingibile.

La fotografia di Luigi Ghirri possiede, in qualche modo, o riproduce, la cruda essenzialità del mito che è anche quella della fiaba, come, su un altro piano, quella del fatto di cronaca diffuso e narrato oralmente, o della “leggenda metropolitana”. Si avvicina a questa sobrietà legata unicamente alla linearità narrativa un certo tipo di “giallo classico” che non indulge a descrizioni d’ambiente o psicologismi (penso ad Agatha Christie, ma non solo). Mito, fiaba, racconto orale si limitano alla trama e cancellano ogni altro elemento; quando si trasferiscono nella forma scritta, si arricchiscono – solo allora – di forme e stilemi propri del “letterario”. Ghirri si sforza in ogni modo di rifuggire da quella “letterarietà”, pur risultando, ai nostri occhi di oggi, l’artefice di una fotografia estremamente colta, raffinata e pervasa da allusioni che però, ben lungi dal mostrarsi “erudite”, risultano “archetipiche”.

Da subito, la fotografia sviluppa contemporaneamente due filoni ben precisi. Uno rivela lo sguardo nuovo, di meraviglia nei confronti del mondo, del paesaggio, dell’architettura, della vita nella sua complessità e bellezza; l’altro tende alla creazione di uno sterminato catalogo e di un nuovo modo di vedere l’umanità. Cioè, da una parte c’è una grande attenzione per la bellezza del mondo e dall’altra un desiderio fortissimo dell’uomo di ritrarre sé stesso in maniera analogica, perfetta, di ottenere quasi una copia di sé. Esplodono, anche grazie alla fotografia, alcuni pensieri mitici che erano nell’aria già da tempo: il mito dell’esplorazione, della scoperta, l’indagine della natura, e anche la rappresentazione romantica della natura stessa, e il grande mito di rivedersi e riscrivere la propria storia personale, anche attraverso le immagini, attraverso gli album di famiglia che si diffondono subito dopo la scoperta della fotografia[29].

Queste parole di Ghirri concludono, almeno provvisoriamente, un discorso qui inaugurato e appena accennato, come la sua esperienza artistica si è conclusa prematuramente. Suggestivo e incantevole come pochi altri, uno dei maggiori tra i fotografi italiani del Novecento, nato nel ’43, moriva il 14 febbraio, trentuno anni fa.

  1. Antiche ballate inglesi e scozzesi, a cura di Giovanna Silvani, Bologna, Cappelli, 1974.
  2. «“Per molti secoli, dopo che la Britannia fu diventata un’isola,” dice lo storico, “la foresta vergine dominò incontrastata.” […] Su quei rami intrecciati innumerevoli uccelli cantavano; ma il loro canto lo sentivano soltanto pochi cacciatori coperti di pelli d’animali, nelle radure. Forse il desiderio di cantare venne a uno di quei cacciatori sentendo gli uccelli, e allora lui conficcò la sua ascia nel tronco di un albero e si fermò per un momento? […] A infrangere il silenzio della foresta fu la voce di Anon. Qualcuno sentì il suo canto e lo ricordò, perché più tardi fu trascritto, magnificamente, su una pergamena. Quindi il cantore aveva un suo pubblico, ma quel pubblico era così poco interessato al suo nome che non pensò mai di dargliene uno. Il pubblico stesso era il cantore […]. Tutti cantavano e riempivano così le soste nella caccia, in coro. Tutti condividevano l’emozione del canto di Anon, e contribuivano alla sua storia. Anon cantava perché era giunta la primavera; o perché l’inverno era finito; perché era innamorato; perché era affamato, o lascivo; o felice; o perché adorava qualche Dio. Anon a volte era un uomo; a volte una donna. È la voce comune che canta all’aria aperta; non ha una casa. È il vagabondo che cammina fra i campi, sale sulle colline, ascolta l’usignolo disteso all’ombra del biancospino. […] Ignorando una ciminiera o una fabbrica, possiamo ancora vedere quel che vedeva Anon – l’uccello che dondola sulle canne sussurranti della palude, la collina e il sentiero nell’erba, ferita verde non ancora guarita di quando lui compiva i suoi viaggi. Anon era solo un cantore, coglieva una canzone o una storia dalle labbra di altri, e lasciava che il pubblico la intonasse con lui in coro. A volte componeva qualche verso che si adattava esattamente alla sua emozione – ma la sua canzone era anonima». Per il testo originale, si veda B. R. Silver, “Anon” and “The reader”: Virginia Woolf’s last essays, in «Twentieth century literature», vol. 25, nn. 3/4, Virginia Woolf issue, Autumn-Winter 1979, pp. 356-441; i brani citati si trovano qui alle pp. 382-83. Per la traduzione italiana, cfr. V. Woolf, Anon, a cura di M. Scotti, Parma, Nuova Editrice Berti, 215, pp. 31-33.
  3. W. Ong, Orality and literacy: the technologizing of the word, London and New York, Methuen, 1982; trad. it. di Alessandra Calanchi, Oralità e scrittura: tecnologie della parola, revisione di Rosamaria Loretelli, Bologna, il Mulino, 1986, p. 71.
  4. Il mistero che avvolge questi artisti anonimi è profondo e immobile. Finché non si riuscirà a scoprire i loro nomi, resteranno fascinosamente relegati in un limbo dalla duplice connotazione: da un lato, la riconoscibilità precisa; da un altro, la singolarità di una condizione insieme non autoriale ma nemmeno inerente solo a una “scuola” o una “bottega”; artisti originali e individuabili ma nel contempo sfuggenti, biograficamente perduti, non circoscrivibili o catalogabili.
  5. L. Ghirri, Lezioni di fotografia, a cura di G. Bizzarri e P. Barbaro, con uno scritto biografico di G. Celati, Macerata, Quodlibet, «Compagnia Extra», 2010.
  6. Ivi, pp. 103-38.
  7. Ivi, p. 19.
  8. L. Ghirri, Niente di antico sotto il sole: scritti e interviste 1973-1991, Macerata, Quodlibet, 2021, pp. 33-34 (la prima edizione del volume, che aveva un sottotitolo diverso, era Niente di antico sotto il sole: scritti e immagini per un’autobiografia, a cura di P. Costantini e G. Chiaramonte, Torino, sei, 1997).
  9. L. Ghirri, Lezioni, op. cit., p. 53.
  10. Ivi, pp. 46-47.
  11. La poetica woolfiana è intrisa di suggestioni ricorrenti che derivano dal rapporto spirituale fra l’istante e il flusso del tempo; le sue “visioni”, definite come ‘momenti di essere’, moments of being, sono sostanzialmente traduzioni verbali dell’istante epifanico che la fotografia coglie e imprime sulla lastra.
  12. Cfr. N. Frye, nonché F. Sasso, E. Raimondi, La ‘critica simbolica’ in “Anatomia della critica” di Northrop Frye, in «Retroguardia 3.0-Miscellanea. Quaderno elettronico di critica letteraria», a cura di F. Sasso e G. Panella (2008-2019), 3 febbraio 210; cfr. l’URL: https://retroguardia.net/2010/02/03/e-raimondi-la-critica-simbolica-in-anatomia-della-critica-di-northrop-frye/ (ultima consultazione: 30 settembre 2023). Il breve articolo riprende brani tratti da E. Raimondi, La critica simbolica, in I metodi attuali della critica, a cura di M. Corti e C. Segre, Torino, ERI, 1970, pp. 82 e sgg., in cui l’autore spiega: «Così, nel ciclo solare del giorno, in quello stagionale dell’anno e in quello organico della vita si dà un unico modello di significato, donde il mito costituisce un racconto centrale intorno a una figura che ora è il sole, ora la fertilità vegetale, ora un dio o un eroe. Siccome questo mito solare si distribuisce in quattro fasi, si può ricavarne subito una tavola fondamentale quadripartita. La prima fase corrisponde all’alba, alla primavera e alla nascita; accoglie i miti della nascita dell’eroe, della resurrezione e della vittoria sulle forze delle tenebre, sull’inverno e la morte; ha come personaggi secondari il padre e la madre, e costituisce l’archetipo del romance, o romanzo lirico. La seconda, che è il momento dello zenith, dell’estate e del matrimonio, coi miti dell’apoteosi, delle nozze sacre e dell’ingresso nel paradiso e coi personaggi secondari dell’amico e della sposa, definisce l’archetipo della commedia, della pastorale e dell’idillio. La terza, archetipo della tragedia e dell’elegia, si apparenta al tramonto, all’autunno e alla morte e porta i miti della caduta, della morte violenta, del sacrificio e dell’isolamento, coi personaggi subordinati del traditore e della sirena. La quarta infine suggella l’archetipo della satira come momento dell’oscurità, dell’inverno e della dissoluzione, a cui si accompagnano i miti del diluvio, del ritorno al caos e della sconfitta, sottolineati dalla presenza accessoria dell’orco e della strega. A giudizio del Frye, la tendenza del rito e dell’epifania alla soluzione enciclopedica si attua pienamente nella materia definitiva del mito che struttura tutti i testi sacri della tradizione religiosa, a cominciare, si capisce, dalla Bibbia; e pertanto il critico letterario dovrà partire da essa, appellandosi sempre a questa ‘letteratura’ esemplare, per scendere legittimamente dagli archetipi ai generi e vedere soprattutto come il dramma emerga dal lato rituale del mito e la lirica da quello epifanico, di fronte all’epica che vuole continuare invece una costruzione enciclopedica. In ultima analisi il mito primario della letteratura coincide, nei suoi aspetti narrativi, col mito della ricerca, la ‘quete’, mentre se si ragiona in termini di significato, diviene la visione dello sforzo collettivo, del mondo innocente dei desideri adempiuti, della libera società umana. Tale visione può essere a sua volta comica o tragica secondo che la ricerca s’innalza a un universo redento o segue il tracciato del proprio ciclo naturale».
  13. Ivi, p. 120.
  14. Il riferimento bibliografico è al volume L. Ghirri, Il profilo delle nuvole. Immagini di un paesaggio italiano, preziosa edizione con testi di Gianni Celati, Milano, Feltrinelli, 1989 (pagine non numerate). I sito della MaisonBibelot, Casa d’aste Firenze-Milano, offre l’utile indicazione della data (1985) e così descrive un esemplare della fotografia: «Stampa fotografica cromogenica vintage, lieve alterazione cromatica altrimenti perfetta, rara immagine in questo formato, i margini sono applicati al passepartout». Cfr. l’URL: https://www.maisonbibelot.com/it/asta-0159/cittanova-di-modena-chiesa-sulla-via-emilia-1–119036 (ultima consultazione: 30 settembre 2023).
  15. Impossibile riprodurre la musicalità dei versi; in ogni caso, questo è il loro significato: «E le loro morbide ombre azzurre / turbinano nell’estasi / di una luna rosa e grigia / mentre il mandolino mormora / fra i brividi della brezza»: P. Verlaine, Mandoline, da Id., Fêtes galantes (Feste galanti, 1869).
  16. Le indicazioni seguenti sono tratte dalle Collezioni digitali degli archivi del Comune di Reggio Emilia: «Boretto. Albergo “Il Bersagliere”: camera n. 8 , 1986 (Modena, Arrigo Ghi, 1989). Fotografia a colori, cromogenico su carta al polietilene; 190×240 mm. Esposizione: Paesaggio italiano. Numero d’archivio 50140». Cfr. l’URL: https://collezionidigitali.comune.re.it/ (ultima consultazione: 30 settembre 2023).
  17. L. Ghirri, Lezioni, op. cit., p. 45.
  18. Cfr. C’era una volta “Al Bersagliere”; URL: https://www.facebook.com › albersagliereboretto (ultima consultazione: 30 settembre 2023).
  19. «Al Bersagliere è un luogo profondamente impresso nella memoria storica dei cittadini di Boretto. Questa locanda, costruita alla fine dell’Ottocento, è stata per molto tempo un elemento di riferimento nel paesaggio borettese e ha ospitato anche personaggi del calibro dello scrittore Giovanni Celati e del fotografo Luigi Ghirri, che qui vi scattò alcune foto. La sua origine è legata a quella della ferrovia Parma-Suzzara, che cambia completamente un’area del paese considerata fino ad allora periferica: inaugurata il 27 dicembre 1883, costruita e inizialmente gestita da una “Società anonima”, nel 1885 la Parma-Suzzara viene presa in subconcessione dalla “Società Veneta per la costruzione e l’esercizio di ferrovie secondarie italiane”. Dal “Bersagliere”, durante la prima guerra mondiale, passarono i tanti soldati in ritirata dopo la disfatta di Caporetto. L’albergo, dalla caratteristica pianta rotonda e dotato di quindici stanze, fu gravemente danneggiato dai bombardamenti durante il secondo conflitto mondiale, per poi essere ricostruito nel dopoguerra. Secondo i racconti dei locali l’albergo ha ospitato anche diversi vip, come Adriano Celentano e Little Tony, oltre che generazioni di borettesi incantanti dalla cucina casalinga della storica proprietaria Maria Moretti. Chiuso alla fine degli anni Settanta Al Bersagliere ora è di proprietà di un privato. Negli ultimi anni il luogo è tornato alla ribalta grazie alla curiosità di alcuni studenti universitari, che, interessati a questo pezzo di storia locale, hanno aperto un blog per raccogliere i ricordi che gli anziani di Boretto hanno di questo luogo e raccontarli alla comunità. La comunità cittadina, insieme al proprietario, sta cercando di reperire i fondi per poter riaprire l’albergo e riportarlo alla ribalta, conservando la memoria storica del paese, motivo per cui ha fatto votare il luogo al censimento». Cfr. FAI-Fondo per l’Ambiente Italiano; URL: https://fondoambiente.it/luoghi/al-bersagliere?ldc (ultima consultazione: 30 settembre 2023).
  20. G. Celati, Commenti su un teatro naturale delle immagini, in L. Ghirri, Il profilo delle nuvole, op. cit., p. 5.
  21. Più che poema, romanzo in versi: è La camera da letto, Milano, Garzanti, 1984 (prima parte) e 1988 (seconda parte). Una lunga storia della famiglia Bertolucci, in 9400 versi e 46 capitoli, che è stata letta dall’autore nel documentario omonimo del 1991, con la regia di S. Consiglio e F. Dal Bosco, fotografia di F. Cianchetti, produzione The Film Company (Milano).
  22. «Il sipario si leva su un dramma dopo l’altro. Ogni volta si leva su un’opera più libera, più matura. Sul palcoscenico, la rappresentazione dell’individuo si differenzia sempre di più, dando vita a un mondo coerente, meno asservito alla trama. Il sipario si leva su Enrico VI e re Giovanni; su Amleto; su Antonio e Cleopatra; su Macbeth. Infine si leva su una Tempesta. Intanto il dramma è diventato troppo grande per il teatro all’aperto su cui batte il sole e infuria la pioggia. Quel teatro è sostituito da un teatro della mente; il drammaturgo è sostituito dall’uomo che scrive un libro; lo spettatore è sostituito dal lettore. Anon è morto». (V. Woolf, Anon, op. cit., testo originale, p. 398; in traduzione italiana, p. 77).
  23. G. Celati, Commenti su un teatro naturale delle immagini, in L. Ghirri, Il profilo delle nuvole, op. cit., p. 7. Si tratta della scenografia di A. Rossi per la Lucia di Lammermoor di G. Donizetti, Ravenna Festival, stagione 2003/2004; la fotografia è del 1987.
  24. «Esiste un caratteristico modo di pensare narrativo che, come hanno provato gli studi novecenteschi sull’oralità – da Parry a Lord, da Ong a Goody, da Bynum a Havelock – è peculiarmente proprio delle culture orali, e tende a tramontare quando subentra la cultura scritta, portando con sé forme di pensiero più astratte e categorizzanti, e quindi, insieme, più potenti e analitiche… Questo ‘pensare per storie’ è, propriamente, il regno del mito: è in quest’ambito che il mito nasce e si giustifica come spiegazione narrativa di ciò che è, come patrimonio culturale comune e condiviso dalla memoria etnica; in quest’ambito il mito è, saldamente, al centro del sistema delle forme narrative… Se ne può concludere, credo, che il prestigio del mito nasce dal fatto che esso collega e fonde quelli che sembrano essere i tre elementi fondamentali dell’intelletto umano – il linguaggio, la ‘narratività’, e la religione – piegandoli alla soddisfazione di una delle esigenze basilari della psiche: il bisogno di conoscere il perché delle cose»: C. Donà, Se una notte d’inverno: introduzione tendenziosa alla Letteratura comparata, Roma, WriteUp, 2022, pp. 174-75.
  25. Cfr., a questo proposito, il capitolo woolfiano in G. Melchiori, I funamboli: il manierismo nella letteratura inglese contemporanea, Torino, Einaudi, 1963, 2003.
  26. Riferimento online: https://www.artsy.net/artwork/luigi-ghirri-lalpe-di-siusi-ortisei (ultima consultazione: 30 settembre 2023).
  27. Riferimento online: https://www.artuner.com/shop/ostiglia-centrale-elettrica-1987-luigi-ghirri/ (ultima consultazione: 30 settembre 2023).
  28. A. Cortellessa, L’assoluta riconoscibilità del sottrarsi, in «Alias Il Manifesto», 1° agosto 2021, p. 6.
  29. L. Ghirri, Lezioni, op. cit., p. 124. Una splendida chiosa a queste frasi è il commento di Gino Delledonne: «Il filo che collega dialetticamente metodi e mondi intellettuali diversi si potrebbe riassumere nell’intento di stabilire i canoni per una didattica dello sguardo, alla quale Luigi Ghirri ha aggiunto un argomento tanto indispensabile quanto definitivo: lo stupore. Lo stupore che coglie il pittore di Borges quando, alla fine della sua vita, dopo aver dipinto laghi, colline, monti, boschi e uomini, mettendo insieme il compendio delle sue opere si accorse che la somma componeva l’immagine del suo volto. Allo stesso modo, anche quelle 365 fotografie di nuvole cosa sono se non un grande Infinito autoritratto di Luigi Ghirri?»: G. Delledonne, È in quelle nuvole L’infinito ‒ Autoritratto di Ghirri: Versioni doc che si fanno poesia, in «BookCiak Magazine», 19 ottobre 2022; cfr. l’URL: https://www.bookciakmagazine.it/e-in-quelle-nuvole-linfinito-autoritratto-di-ghirri-visioni-doc-che-si-fanno-poesia/ (ultima consultazione: 30 settembre 2023).

(fasc. 49, 31 ottobre 2023, vol. II)

Italo Calvino lettore dell’”Autre monde ou Les États et Empires de la Lune” di Cyrano de Bergerac

Author di Nunzio Allocca

Quando individua, in apertura delle incompiute Norton Lectures, nella leggerezza il primo dei valori letterari da salvaguardare nel Terzo millennio, Italo Calvino chiama in causa, tra i numerosi autori passati in rapida rassegna dall’antichità all’età contemporanea, una delle figure più originali nel panorama filosofico-scientifico dell’età galileiana, Savinien Cyrano de Bergerac (1619-1655)[1]. Elogiato da Calvino come «scrittore straordinario», l’autore di L’autre monde ou Les États et Empires de la Lune e di Les États et Empires du Soleil ‒ usciti postumi (ed espurgati dei passi ritenuti più sconvenienti) rispettivamente nel 1657 e nel 1662[2] ‒ è ricordato nelle Lezioni americane come «il primo scrittore del mondo moderno che fa esplicita professione d’una concezione atomistica dell’universo nella sua trasfigurazione fantastica»[3].

Entusiasta frequentatore delle conferenze parigine del canonico Pierre Gassendi (1592-1655)[4], le cui opere erano ammirate dai dotti e dagli eruditi libertini, rinnovatore in Francia del naturalismo materialistico e dell’epicureismo tornati prepotentemente alla ribalta nel secondo Cinquecento, Cyrano aprì la filosofia clandestina a esplorazioni narrative che mettevano alla prova del demone del paradosso e della ludica imprevedibilità dell’immaginazione i discorsi del senso comune e quelli dell’autorità scolastica[5].

Cyrano è personalità “comique” opposta e complementare a quella tragica di Blaise Pascal, il quale in un noto ed emblematico passaggio dei Pensées ‒ «Le silence éternels de ces espaces infinis m’effraie»[6] ‒ aveva espresso il proprio sgomento di fronte al crollo post-copernicano dell’antica immagine del Cosmo, un tutto ordinato e conchiuso in cui si rispecchiava una scala assoluta di valori (armonia, significato, finalità) secondo la gerarchia al contempo fisica e ontologica fissata dalla cosmologia aristotelico-tolemaica, che risaliva dall’oscura e pesante Terra (immobile al centro dell’universo, regno della generazione e della corruzione) all’inalterabile perfezione dei pianeti, delle stelle e delle sfere celesti[7].

La piena adesione alla tradizione filosofica e letteraria del materialismo fisico-etico epicureo divenne in Cyrano ‒ prolifico autore di mordaci Mazarinades nonché di brillanti commedie e tragedie improntate alla critica della religione, della spiritualità dell’anima e della sua immortalità ‒ fertile sfondo teorico e strumento per piegare lo spazio infinito spalancato dalla cosmologia secentesca alla sperimentazione narrativa non antropocentrica della navigazione interplanetaria. Questa nell’Autre monde ou Les États et Empires de la Lune e negli États et Empires du Soleil assumeva, con libero e giocoso reimpiego delle fonti letterarie e mitologiche classiche, forma di esplorazione romanzata dell’inesauribile variabilità materiale dell’universo e dei suoi abitanti quale prodotto dell’incessante e precaria combinatoria di particelle indivisibili inosservabili, gli atomi, celebrando la fraternità di tutti gli esseri inanimati e animati, plasmati dalla stessa materia[8].

Nel commentare un brano di particolare efficacia polemica antifinalistica contenuto nell’Autre monde ou Les États et Empires de la Lune[9], così Calvino scrive:

In pagine la cui ironia non fa velo a una vera commozione cosmica, Cyrano celebra l’unità di tutte le cose, inanimate o animate, la combinatoria di figure elementari che determina la varietà delle forme viventi, e soprattutto egli rende il senso della precarietà dei processi che le hanno create: cioè quanto poco è mancato perché l’uomo non fosse l’uomo, e la vita la vita, e il mondo un mondo[10].

Il continuo avvicendarsi degli esseri in un universo post-copernicano à part entière materiale, quello descritto nell’Autre monde ou Les États et Empires de la Lune, che non conosce più gerarchie ontologiche e rigetta ogni dualismo spirito-corpo, porta Cyrano a proclamare, osserva Calvino, la fraternità degli uomini con i cavoli in un divertente e spiazzante brano anticartesiano sull’intelligenza sensitiva dei vegetali, ritenuti capaci di avvertire dolore dagli abitanti della Luna, i quali non si nutrono di carne o verdure «se non sono morte da sole»[11]. Si legge nelle Lezioni americane:

Se pensiamo che questa perorazione per una vera fraternità universale è stata scritta quasi centocinquant’anni anni prima della Rivoluzione francese, vediamo come la lentezza della coscienza umana a uscire dal suo parochialism antropocentrico può essere annullata in un istante dall’invenzione poetica. Tutto questo nel contesto di un viaggio sulla luna, dove Cyrano de Bergerac supera per immaginazione i suoi più illustri predecessori, Luciano di Samosata e Ludovico Ariosto. Nella mia trattazione sulla leggerezza, Cyrano figura soprattutto per il modo in cui, prima di Newton, egli ha sentito il problema della gravitazione universale; o meglio è il problema di sottrarsi alla forza di gravità che stimola talmente la sua fantasia da fargli inventare tutta una serie di sistemi per salire sulla luna, uno più ingegnoso dell’altro: con fiale piene di rugiada che evaporano al sole; ungendosi di midollo di bue che viene abitualmente succhiato dalla luna; con una palla calamitata lanciata in aria verticalmente ripetute volte da una navicella[12].

In un articolo apparso il 24 dicembre 1982 su «la Repubblica», che sarebbe servito da materiale preparatorio per la lezione sulla leggerezza delle Norton Lectures, Calvino si era soffermato più in dettaglio sull’analisi del contenuto dell’Altro mondo ovvero Stati e imperi della Luna e sul suo significato per la modernità[13]. «Qualità intellettuale e qualità poetica convergono in Cyrano, e ne fanno uno scrittore straordinario, nel Seicento francese e in assoluto», scrive con entusiasmo Calvino: polemista libertino «coinvolto nella mischia che sta mandando all’aria la vecchia concezione del mondo», partigiano del sensismo di Gassendi e dell’astronomia copernicana, sebbene in primo luogo nutrito della filosofia naturale del Cinquecento italiano, da Cardano a Bruno e Campanella, Cyrano è sì uno scrittore «barocco», capace di «pezzi di bravura» nei quali stile e oggetto descritto sembrano identificarsi, ma soprattutto

scrittore fino in fondo, che non vuole tanto illustrare una teoria o difendere una tesi quanto mettere in moto una giostra di invenzioni che equivalgano sul piano dell’immaginazione e del linguaggio a quel che la nuova filosofia e la nuova scienza stanno mettendo in moto sul piano del pensiero. Nel suo Altro mondo non è la coerenza delle idee che conta, ma il divertimento e la libertà con cui egli si vale di tutti gli stimoli intellettuali che gli vanno a genio. È il conte philosophique che comincia: e questo non vuol dire racconto con una tesi da dimostrare, ma racconto in cui le idee appaiono e scompaiono e si prendono in giro a vicenda, per il gusto di chi ha abbastanza confidenza con esse per saperci giocare anche quando le prende sul serio[14].

Sono considerazioni importanti, queste, che misurano la profonda simpatia e affinità avvertita nei confronti dell’«immaginoso cosmografo»[15] Cyrano da parte dell’autore delle Cosmicomiche, racconti, ricorda Calvino in un testo retrospettivo del 1975, «nati dalla libera immaginazione d’uno scrittore d’oggi sollecitata da letture scientifiche, specialmente d’astronomia», racconti aventi per oggetto

l’origine del mondo e della vita, e la prospettiva di una loro possibile fine, […] temi così grossi, che per riuscire a pensarci dobbiamo far finta di scherzare; anzi raggiungere una tale leggerezza di spirito da riuscire a scherzarci davvero è l’unico modo per avvicinarci a pensare in scala “cosmica”. […] Gli antichi partivano dai miti per avvicinare e comprendere i fenomeni della terra e del cielo; lo scrittore contemporaneo prende spunto dalla scienza attuale per ritrovare il piacere di raccontare, e di pensare raccontando[16].

Nel viaggio sulla Luna di Cyrano, sottolinea Calvino nelle Lezioni americane, si trova uno dei nuclei generatori dell’immaginazione letteraria illuministica, influenzata dalla teoria newtoniana della gravitazione universale, concepita come «l’equilibrio delle forze che permette ai corpi celesti di librarsi nello spazio»[17]:

L’immaginazione del XVIII secolo è ricca di figura sospese per aria. Non per nulla agli inizi del secolo la traduzione francese delle Mille e una Notte di Antoine Galland aveva aperto alla fantasia occidentale gli orizzonti del meraviglioso orientale: tappeti volanti, cavalli volanti, geni che escono dalle lampade. Di questa spinta dell’immaginazione a superare ogni limite, il secolo XVIII conoscerà il culmine con il volo del Barone di Münchausen su una palla di cannone, immagine che nella nostra memoria si è identificata definitivamente con l’illustrazione che è il capolavoro di Gustave Doré. Le avventure di Münchausen, che come le Mille e una Notte non si sa se abbiano avuto un autore, molti autori o nessuno, sono una continua sfida alla legge della gravitazione: il Barone è portato in volo dalle anatre, solleva sé stesso e il cavallo tirandosi su per la coda della parrucca, scende dalla luna tenendosi a una corda più volte tagliata e riannodata durante la discesa[18].

In rapporto alle teorie della gravitazione di Newton vanno anche situati i «miracolosi» versi sulla luna di Leopardi[19], autore ancora adolescente, ricorda Calvino, di un’eruditissima storia dell’astronomia, poeta la cui ispirazione non era soltanto lirica: «quando parlava della luna Leopardi sapeva esattamente di cosa parlava»[20]. Nelle Lezioni americane, destinate a divenire il proprio testamento poetico, è ribadito con forza quanto Calvino aveva affermato in risposta ad Anna Maria Ortese sulle pagine del «Corriere della sera» il 24 dicembre 1967[21], all’indomani della pubblicazione della seconda raccolta di racconti cosmicomici Ti con zero, quando aveva con scalpore eletto Galileo a massimo scrittore della letteratura italiana:

Ma la Luna dei poeti ha qualcosa a che vedere con le immagini lattiginose e bucherellate che i razzi trasmettono? Forse non ancora; ma il fatto che siamo obbligati a ripensare la Luna in un modo nuovo ci porterà in un modo nuovo tante cose. […] Chi ama la luna davvero non si contenta di contemplarla come un’immagine convenzionale, vuole entrare in rapporto più stretto con lei, vuole vedere di più nella luna, vuole che la luna dica di più. Il più grande scrittore della letteratura italiana d’ogni secolo, Galileo, appena si mette a parlare della luna innalza la sua prosa a un grado di precisione ed evidenza ed insieme di rarefazione lirica prodigiosa. E la lingua di Galileo fu uno dei modelli della lingua di Leopardi, gran poeta lunare…[22].

Carlo Cassola, come è noto, intervenne con durezza una settimana più tardi sulle pagine del «Corriere»:

Domenica scorsa, su questo giornale, Italo Calvino ha affermato che Galilei è il più grande scrittore italiano di ogni secolo. Io credevo che Galilei fosse il più grande scienziato, ma che la palma di massimo scrittore spettasse a Dante. E che oltre Dante, in otto secoli, la letteratura italiana avesse dato alcuni altri poeti, come tali più importanti di Galilei. Ma mentirei se dicessi che l’affermazione di Calvino mi ha scandalizzato. Lo spirito di dimissioni di molti miei colleghi è giunto a un punto tale che non mi scandalizzo più di niente. L’augurio che rivolgo loro è di liberarsi del complesso di inferiorità nei confronti della cultura scientifica e della tecnologia. E se no, che cambino mestiere[23].

La replica di Calvino non si fece attendere[24]. L’umanità si apprestava a un evento epocale, la conquista del suolo lunare, che grazie all’incredibile successo tecnologico della missione Apollo 11 avrebbe avuto luogo di lì a breve, un anno e mezzo più tardi, il 21 luglio 1969. Di questo nuovo epocale contatto con il satellite terrestre per Calvino la letteratura doveva necessariamente farsi carico, così come con l’ulteriore progresso delle missioni spaziali. Dopo il lancio della sonda «Voyager 2» per esplorazione del sistema solare esterno il signor Palomar, a dispetto di Cassola, non si fece sfuggire nulla negli anni successivi di quanto venne riportato sulla struttura ad anelli di Saturno:

che sono fatti di particelle microscopiche; che sono fatti di scogli di ghiaccio separati da abissi; che le divisioni tra gli anelli sono solchi in cui ruotano i satelliti spazzando la materia e addensandola ai lati, come cani da pastore che corrono intorno al gregge per tenerlo compatto; ha seguito la scoperta ad anelli intrecciati che poi si sono risolti in cerchi semplici molto più sottili; e la scoperta di striature opache disposte come raggi della ruota, poi identificate in nubi gelide. Ma le nuove notizie non smentiscono questa figura essenziale, non diversa da quella che per primo vide Gian Domenico Cassini nel 1676, scoprendo la divisione tra gli anelli che porta il suo nome. Per l’occasione è naturale che una persona diligente come il signor Palomar si sia documentata su enciclopedie e manuali. Ora Saturno, oggetto sempre nuovo, si presenta al suo sguardo rinnovando la meraviglia della prima scoperta, e risveglia il rammarico che Galileo col suo sfocato cannocchiale non sia arrivato a farsene che un’idea confusa, di corpo triplice o di sfera con due anse, e quando già era vicino a capire com’era fatto la vista gli venne meno e tutto sprofondò nel buio[25].

24 dicembre 1967-24 dicembre 1982: non è probabilmente un caso che Calvino abbia scelto di far uscire, esattamente quindici anni dopo l’elogio di Galileo sul «Corriere della sera», e in un quadro cosmologico nel frattempo rapidamente mutato, quello di Cyrano sulle pagine della «Repubblica», che così si apriva: «Nell’epoca in cui Galileo si scontrava col Sant’uffizio, un suo sostenitore parigino proponeva un suggestivo modello di sistema eliocentrico: l’universo è fatto come una cipolla, che “conserva, protetta da cento pellicine che la volgono, il prezioso germoglio da cui 10 milioni da altre cipolle dovranno attingere alla loro essenza… L’embrione, nella cipolla, è il piccolo sole di questo piccolo mondo, che riscalda e nutre il sale vegetativo di tutta la massa”»[26].

 

  1. Rielaboro qui alcune delle considerazioni da me svolte nella comunicazione The Modern Human Nature in Context: Italo Calvino, Cyrano de Bergerac and the Post-Copernican Image of Nature al Convegno internazionale Literature and Science: 1922-2022, a cura di M. Martino, F. Mitrano, D. Crosara e Y. Chung, Sapienza Università di Roma, 30-31 marzo 2023. Rinvio per il testo completo della comunicazione alla pubblicazione degli Atti del Convegno.

  2. Cyrano de Bergerac, Les États et Empires de la Lune et du Soleil. Avec le Fragment de Physique, édition critique, textes étabilis et commentés par M. Alcover, Paris, Honoré Champion, 2000.

  3. I. Calvino, Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio, in Saggi. 1945-1985, a cura di M. Barenghi, Milano, Mondadori, 1995, 2 voll., vol. I, pp. 647-48.

  4. Giunto alla notorietà sin dalla giovinezza per le osservazioni astronomiche da lui condotte a partire dal 1618, in particolare quella del transito di Mercurio di fronte al Sole, il primo mai rilevato, oltreché dell’aurora boreale, Gassendi pubblicò nel 1924 un fortunato volume di Saggi polemici contro gli aristotelici (Exercitationes Paradoxicœ adversos Aristoteleos), dedicando negli anni seguenti la sua attività di erudito e scienziato alla restituzione della filosofia di Epicuro, esponendola nei suoi principi gnoseologici, fisici e morali (la conoscenza è fondata sul criterio primo della sensazione; ogni esistenza è ricondotta al movimento nel vuoto infinito di pulviscoli della materia, gli atomi impercettibili e indivisibili; le regole dell’azione umana sono fondate sulla ricerca del piacere e la fuga dal dolore). La grande opera in latino alla quale Gassendi attese fino alla sua morte, avvenuta nel 1655, era volta a costituire, sulla base di quella antica e pagana, una nuova filosofia atomistica adattata con “correzioni” al sapere coevo, ovvero resa compatibile con le credenze e l’ortodossia ecclesiastica. Quella che doveva inizialmente profilarsi come un’indagine sulla vita e la dottrina di Epicuro (cfr. P. Gassendi, Commentarium de vita, moribus et placitis Epicuri libri octo seu Amimadversiones in decimum librum Diogenis Laertii, 1649; Id., Syntagma philosophiae Epicuri, cum refutationibus dogmatum quae contra fidem Christianorum ab eo asserta sunt, 1649) sfocerà infatti nel progetto, parallelo alla vibrante polemica condotta da Gassendi contro il dualismo mente-corpo di Descartes (Disquisitio metaphysica seu dubitaiones et instantiae adversus Renati Cartesii metaphysicam et responsa, 1644), della redazione di un grande trattato filosofico-scientifico, i cui manoscritti erano noti ai suoi soli amici e discepoli, il Syntagma philosophicum, che fu pubblicato postumo negli Opera Omnia (1658). Su Gassendi cfr. in part. O. Bloch, La philosophie de Gassendi, Nominalisme, matérialisme et métaphysique, La Haye, Martinus Nijhoff, 1971; B. Brundell, Pierre Gassendi. From Aristotelianism to a New Natural Philosophy, Dordrecht, Reidel, 1987.

  5. Cfr. J.-Ch. Darmon, Le songe libertin. Cyrano de Bergerac d’un monde à l’autre, Paris, Klincksieck, 2004.

  6. ‘Il silenzio di questi spazi infiniti mi atterrisce’: B. Pascal, Frammenti, a cura di E. Balmas, 2 vol., Milano, Biblioteca Universale Rizzoli, 1983, vol. I, p. 275 (ed. orig. 1669).

  7. Sul contesto cosmologico, metafisico e religioso del brano di Pascal cfr. il sempre classico A. Koyré, Dal mondo chiuso all’universo infinito, Milano, Feltrinelli, 1970 (ed. orig. Baltimore, The John Hopkins, 1957).

  8. Un autorevole studioso di Cyrano così ne descrive la formazione e gli intenti: «La nourriture que Gassendi lui peut dispenser … n’est pas à la mesure de son appetit. Pour fair oeuvre d’écrivain philosophe, il faudra puisier encore dans la gibecière et dans celle de Rohault, emprunter aux hérésiarques et piller les incrédules, embruiller enfin toutes les suggestions du libertinage érudit dans le desordres du libertinage flamboyant: alors seulement il disposera d’une assez grande provision de paradoxes pour peupler ses fabuleux États de la Lune»: R. Pintard, Le libertinage érudit dans la première moité du XVIIe siècle, Paris, Boivin, 1943, 2 voll., vol. I, p. 330.

  9. «Vi meravigliate come questa materia mescolata alla rinfusa, in balia del caso, può aver costituito un uomo, visto che c’erano tante altre cose necessarie alla costruzione del suo essere, ma non sapete che cento milioni di volte questa materia, mentre era sul punto di produrre un uomo, si è fermata a formare ora una pietra, ora del piombo, ora del corallo, ora un fiore, ora una cometa, per le troppe o troppo poche figure che occorrevano o non occorrevano per progettare un uomo. Come non fa meraviglia che tra un’infinita quantità di materia che cambia e si muove incessantemente, sia capitato di fare i pochi animali, vegetali minerali che vediamo, così come non fa meraviglia che su cento colpi di dati esca una pariglia. È pertanto impossibile che da questo lieve movimento non si faccia qualcosa, e questa cosa sarà sempre fonte di stupore per uno sventato che non pensa quanto poco è mancato perché non fosse fatta»: Cyrano de Bergerac, L’altro mondo ovvero Stati e imperi della Luna, a cura di V. Bernieri, introduzione di L. Erba, traduzione di G. Marchi, Roma, Theoria, 1982, p. 109.

  10. I. Calvino, Lezioni americane, op. cit., p. 648.

  11. «Si dirà che noi, e non i cavoli, siamo fatti a immagine dell’Essere Supremo. Quando ciò fosse vero, noi abbiamo cancellato questa somiglianza macchiando l’anima per la quale gli somigliamo, non essendoci nulla che sia più contrario a Dio che il peccato. Se dunque la nostra anima non è più il suo ritratto, non gli somigliamo di più per le mani i piedi la bocca la fronte le orecchie che il cavolo per le foglie, i fiori, il gambo, il torsolo e il cappuccio. In verità, se quella povera pianta potesse parlare quando la tagliano, non credete che direbbe: “mio caro fratello uomo, che cosa ho fatto per meritare la morte? Cresco solo nei tuoi orti, e non mi si trova mai nei luoghi selvaggi, dove vivrei sicuro; disdegno di essere opera di altre mani che non siano le tue, ma ne sono appena uscito che vi ritorno. Mi sollevo da terra, mi schiudo, stendo le braccia, ti offro i miei figli in seme e, per ricompensa della mia cortesia, tu mi fai tagliare la testa!”. Ecco cosa direbbe quel cavolo se potesse parlare»: Cyrano de Bergerac, L’altro mondo ovvero Stati e imperi della Luna, op. cit., p. 97. Un estratto di questo brano è riportato in I. Calvino, Lezioni americane, op. cit., p. 649.

  12. Ivi, pp. 649-50.

  13. «Precursore della fantascienza, Cyrano nutre le sue fantasie delle cognizioni scientifiche del suo tempo e delle tradizioni magiche rinascimentali, e così facendo si imbatte in anticipazioni che solo noi più di tre secoli dopo possiamo apprezzare come tali: i movimenti da astronauta che s’è sottratto alla forza di gravità (lui ci arriva mediante ampolle di rugiada che viene attratta dal Sole), i razzi a più stadi, i “libri sonori” (si carica il meccanismo, si posa un ago sul capitolo desiderato, si ascoltano i suoni che escono da una specie di bocca). Ma la sua immaginazione poetica nasce da un vero sentimento cosmico e lo porta a mimare le commosse evocazioni dell’atomismo lucreziano; così egli celebra l’unità di tutte le cose, inanimate e viventi, e anche i quattro elementi d’Empedocle non sono che uno solo, con gli atomi ora rarefatti ora più densi»: I. Calvino, Cyrano sulla Luna, in Id., Saggi, op. cit., vol. I, p. 821.

  14. Ivi, pp. 823-24.

  15. Ivi, p. 821.

  16. I. Calvino, Postilla a Id., La memoria del mondo e altre storie cosmicomiche, Torino, Einaudi, 1975 (pagina non numerata).

  17. I. Calvino, Saggi, op. cit., vol. I, p. 650.

  18. Ivi, pp. 650-51.

  19. «[…] il miracolo di Leopardi è stato di togliere al linguaggio ogni peso fino a farlo assomigliare alla luce lunare. Le numerose apparizioni della luna nelle sue poesie occupano pochi versi ma bastano a illuminare tutto il componimento di quella luce o a proiettarvi l’ombra della sua assenza»: ivi, pp. 651-52.

  20. Ivi, p. 651.

  21. Nella rubrica Filo diretto Anna Maria Ortese aveva lamentato le conseguenze “disumanizzanti” e “spoetizzanti” dello sviluppo delle tecnologie aerospaziali: «Caro Calvino, non c’è volta che sentendo parlare di lanci spaziali, di conquiste dello spazio, ecc., io non provi tristezza e fastidio; e nella tristezza c’è del timore, nel fastidio dell’irritazione, forse sgomento e ansia. Mi domando perché. Anch’io, come gli altri esseri umani, sono spesso portata a considerare l’immensità dello spazio che si apre al di là di qualsiasi orizzonte, e a chiedermi cos’è veramente, cosa manifesta, da dove ebbe inizio e se mai avrà fine. Osservazioni, timori, incertezze del genere umano hanno accompagnato la mia vita, e devo riconoscere che per quanto nessuna risposta si presentasse mai alla mia esigua saggezza, gli stessi silenzi che scendevano di là erano consolatori e capaci di restituirmi a un interiore equilibrio. […] Ora questo spazio, non importa da chi, forse da tutti i paesi progrediti, è sottratto al desiderio di riposo di gente che mi somiglia. Diventerà fra breve, probabilmente, uno spazio edilizio. O nuovo territorio di caccia, di meccanico progresso, di corsa alla supremazia, al terrore. Non posso farci nulla, naturalmente, ma questa nuova avanzata della libertà di alcuni, non mi piace. È un lusso pagato da moltitudini che vedono diminuire ogni giorno di più il proprio passo, la propria autonomia, la stessa intelligenza, il respiro, la speranza».

  22. I. Calvino, Saggi, op. cit., vol. I, pp. 227-28.

  23. C. Cassola, Calvino e Galilei, in «Corriere della Sera», 31 dicembre 1967, p. 11.

  24. «Leopardi nello Zibaldone ammira la prosa di Galileo per la precisione e l’eleganza congiunte. E basta vedere la scelta di passi di Galileo che Leopardi fa nella sua Crestomanzia della prosa italiana per comprendere quanto la lingua leopardiana – anche del Leopardi poeta – deve a Galileo. Ma per riprendere il discorso di poco fa, Galileo usa il linguaggio non come uno strumento neutro, ma con una coscienza letteraria, con una continua partecipazione espressiva, immaginativa, addirittura lirica. Leggendo Galileo mi piace cercare i passi in cui parla della Luna: è la prima volta che la Luna diventa per gli uomini un oggetto reale, che viene descritta minutamente come cosa tangibile, eppure appena la Luna compare, nel linguaggio di Galileo si sente una specie di rarefazione, di levitazione: ci si innalza in un’incantata sospensione. Non per niente Galileo ammirò e postillò quel poeta cosmico e lunare che fu Ariosto (Galileo appunto commentò anche Tasso, e lì non fu un buon critico: appunto perché la sua passione addirittura faziosa per Ariosto lo portò a stroncare Tasso in modo quasi sempre ingiusto). L’ideale di sguardo sul mondo che guida anche il Galileo scienziato è nutrito di cultura letteraria. Tanto che possiamo segnare una linea Ariosto-Galileo-Leopardi come una delle più importanti linee di forza della nostra letteratura»: I. Calvino, Due interviste su scienza e letteratura, I (gennaio-marzo 1968), in Id., Saggi, op. cit., vol. I, pp. 231-32. Ho approfondito il tema in N. Allocca, La luna e il libro della natura. Su Italo Calvino e l’eredità di Galileo, in «Azimuth. Philosophical Coordinates in Modern and Contemporary Age», II, 2014, n. 4, pp. 67-81; Le “due culture”. Italo Calvino, Galileo e la scienza moderna, in La scienza nella letteratura italiana, a cura di S. Redaelli, Roma, Aracne, 2016, pp. 107-22; Tecnica, estetica e processi comunicativi nel dibattito sulle “due culture”, in «Versus. Quaderni di studi Semiotici», 2017, vol. 125, pp. 209-22; Le due culture e il caso Galilei, in «Filosofia Italiana», 2018, 2, pp. 35-58.

  25. I. Calvino, Palomar, Torino, Einaudi, 1983, in Id., Romanzi e racconti, a cura di M. Barenghi e B. Falcetto, Milano, Mondadori, 3 voll., 1991-1994, vol. 2, p. 906.

  26. I. Calvino, Saggi, op. cit., vol. I, p. 820.

(fasc. 49, 31 ottobre 2023, vol. II)

Pensieri stupendi, pensieri frequenti: quello che le cantanti (non) dicevano

Author di Gaspare Trapani

I’m interested in anything about revolt, disorder, chaos,

especially activity that appears to have no meaning.

It seems to me to be the road toward freedom.

Jim Morrison

L’idea secondo cui il testo di una canzone possa essere considerato e analizzato come un testo letterario, nello specifico di tipo poetico, passibile, pertanto, di interpretazioni, trova concordi molti studiosi. Fra i tanti, è proprio uno scrittore, Pier Vittorio Tondelli, a riconoscergli questa legittimità affermando:

Il bisogno di poesia, bisogno assoluto e struggente negli anni della prima giovinezza è stato soddisfatto da intere generazioni mandando a memoria parole e strofe di canzoni: ballate pop, testi psichedelici, neofuturisti, intimisti, sentimentali, onirici, politici, ironici, demenziali, mentre la poesia colta rimaneva territorio di interpretazioni, esegesi, svolgimenti noiosi sui banchi di scuola[1].

All’interno di questo contesto, nonostante sia troppo spesso snobisticamente definita “canzonetta”, un ruolo molto importante è riservato alla musica pop, per l’enorme impatto e potenzialità che questa ha nella vita quotidiana. Come, infatti, Gino Castaldo, critico musicale della «Repubblica», sottolinea: «Da chiunque venga immaginata, una canzone prende vita solo quando dalla bocca del cantante discende in mezzo alla gente, quando viene amata, usata, sgualcita, imbrattata di realtà, reinventata nei rigagnoli delle mille occasioni quotidiane e dalla potenza del sentimento collettivo»[2].Le canzoni, dunque, come sostiene Lorenzo Coveri, fungono «da “traduttori culturali”, in grado di filtrare esperienze letterarie e novità linguistiche e di trasmetterle al pubblico di massa, […] [e sono] sempre più specchio, sempre meno modello, della complessa realtà linguistica e culturale dell’Italia di oggi»[3].

Fatta questa breve premessa, vorrei spendere due parole sul corpus – per ragioni di spazio certamente limitato – delle canzoni scelte: si tratta, per lo più, di hit di successo, con il denominatore comune di essere state eseguite, talvolta scritte, da artiste. E questo non solo perché le cantanti italiane, analogamente a quanto avviene in altri ambiti artistici, sono meno studiate e meno presenti, per esempio nei volumi che riguardano la storia della canzone italiana, ma anche per i particolari spunti che offrono per l’analisi in questione. Come afferma il paroliere Gianfranco Baldazzi, «alla donna che canta è delegato il ruolo di cartina di tornasole dei mutamenti di costume. Più spesso di quanto faccia l’interprete maschile, la donna aggiunge, alla canzone che canta, un’immagine che tende a evidenziarsi come unica: è portatrice, anche a livello gestuale, di novità»[4]. Gli fa eco, ancora, Coveri che asserisce: «la canzone ha a che fare, più che con un atto di comunicazione orale, con un atto di comunicazione teatrale»[5]. La canzone, dunque, non è solo un atto linguistico, musicale o vocale ma anche gestuale.

Sempre con l’obiettivo di restringere il campo, mi riferirò essenzialmente al periodo musicale a cavallo fra gli anni ’70 e ’80, periodo in cui, in un’Italia senza governi stabili e nel pieno di un’intensa crisi economica, ci si misura con gli anni di piombo, l’assassinio di Aldo Moro, la tragedia di Ustica, lo scandalo P2 e i numerosi omicidi di mafia. C’è bisogno di svago e lo si trova nelle nuove emittenti televisive e radiofoniche private, inizialmente regionali, poi anche nazionali, nelle prime televisioni a colori, nel moltiplicarsi delle discoteche.

Anche la musica si colora e fa il suo percorso. Comincia, infatti, un rinnovamento musicale che accompagna costumi, consumi e abitudini di una consistente fetta d’Italia, nello specifico quella al femminile, stanca di madri, mogli o amanti in eterna attesa di mazzi di rose. In particolare, dal 1977 si sviluppano, sulla scia della tradizione anglo-americana e in rottura con la tradizione melodica italiana, il punk-rock e il rock demenziale, in cui, tra provocazione e ironia, prendono corpo forme musicali che alla verbosità cantautorale e al sentimentalismo diffuso oppongono ritmi incalzanti ed esibizioni provocanti, non prive di ammiccamenti erotici e sensuali.

In questo processo vengono coinvolte, soprattutto, le cantanti: del resto, se le donne appaiono fra i soggetti più interessati dalla liberazione dei costumi sessuali, ciò accade proprio perché a loro la vecchia morale aveva sempre negato un rapporto sereno con il corpo. Osserva Emiliano Longo, autore di un illuminante saggio sulla poetica di Donatella Rettore:

In particolare la donna, che subito dopo la guerra era stata relegata entro le mura domestiche, confinata in ruoli tradizionali all’interno della famiglia e sostanzialmente esclusa dalle attività professionali, accelerando bruscamente un processo già in atto da almeno due secoli, cambia “drammaticamente” il proprio modo di pensare e il proprio atteggiamento, ingaggiando una sfida al “maschio dominante”, al fine di ottenere un riposizionamento equilibrato del proprio ruolo[6].

Saltato il tappo, troppo compresso fino ad allora, è un pullulare di esibizioni musicali, veramente degne di spettacoli teatrali: avvenenza fisica, presenza scenica, abbigliamento stravagante, stile disinibito, modi anticonformisti, carica erotica si coniugano con un’inedita capacità di giocare in modo dissacratorio con le parole e con il corpo. Di qui i numerosi travestimenti, non solo come una moda del tempo, ma come un’esigenza interiore, personale, di non fissarsi, direbbe Pirandello, in forme stabili, rimettendosi continuamente in discussione, attraverso la fantasia e l’immaginazione creativa e contro l’appiattimento o i problemi della vita quotidiana. In una celebre conferenza-radio del 1966, Michel Foucault, interrogandosi sulla relazione fra corpo e spazio in vari ambiti, scorge nel travestimento un modo per entrare in comunicazione, attraverso l’“altro”, con il soprannaturale:

Mascherarsi, truccarsi, tatuarsi non significa, come ci si potrebbe immaginare, acquistare un altro corpo, un po’ più bello, più decorato, più facilmente riconoscibile; tatuarsi, truccarsi, mascherarsi è certamente un’altra cosa, è fare entrare il corpo in comunicazione con poteri segreti e forze invisibili. La maschera, il segno tatuato, il trucco, depositano sul corpo tutto un linguaggio: tutto un linguaggio enigmatico, tutto un linguaggio cifrato, segreto, sacro, che richiama su quel corpo la stessa violenza del Dio, la potenza sorda del sacro o la vivacità del desiderio. La maschera, il tatuaggio, il trucco mettono il corpo in un altro spazio, lo fanno entrare in un luogo che non ha immediatamente luogo nel mondo e fanno di quel corpo il frammento di uno spazio immaginario che comunicherà con l’universo delle divinità o con l’universo altrui. Saremo afferrati dagli dei o dalla persona che abbiamo appena sedotto. Comunque la maschera, il tatuaggio, il trucco sono operazioni con cui il corpo viene strappato al proprio spazio e proiettato in un altro[7].

Certo, già a metà degli anni ’60, Caterina Caselli non mostrava nessuna esitazione, in Nessuno mi può giudicare, a scegliere fra due l’uomo a cui “abbracciarsi”: «Se sono tornata a te / Ti basta sapere che / Ho visto la differenza fra lui e te ed ho scelto te».

Dieci anni dopo, Loredana Bertè lanciava sul mercato Streaking, un concept album dalla copertina censurata, sulla sessualità vissuta in maniera libera e provocatoria, dato che il termine indica la pratica esibizionista di irrompere completamente nudi in manifestazioni pubbliche; e, naturalmente, Mina che, in L’importante è finire (1975) e Ancora Ancora Ancora (1978), canzoni di Cristiano Malgioglio entrambe censurate, fa riferimento esplicito a un amplesso amoroso:

Io ti chiedo ancora

La tua bocca ancora

Le tue mani ancora

Sul mio collo ancora

Di restare ancora

Consumarmi ancora

Perché ti amo ancora

Il ruolo della donna è, tuttavia, quello tradizionale dell’amante innamorata e tentata, che chiede e cede a un uomo dominatore: di certo un legame ben diverso da ciò che già nel 1973, in Pazza Idea, cantava Patty Pravo, ovvero la scabrosa situazione del far l’amore con un uomo, pensando a un altro:

Pazza idea di far l’amore con lui

pensando di stare ancora insieme a te

Folle, folle, folle idea di averti qui

mentre chiudo gli occhi e sono tua

Pazza idea, io che sorrido a lui

sognando di stare a piangere con te

Folle, folle, folle idea sentirti mio

se io chiudo gli occhi vedo te.

È tuttavia nel 1978 con Pensiero Stupendo, scritto da Ivano Fossati, brano di triangolo amoroso, scambi di amanti, ebbrezza e di amplessi “inconsueti”, che la cantante veneziana lascia una traccia indelebile: «E tu, e noi, e lei fra noi; / le mani, le sue / e poi un’altra volta noi due…». L’artista, infatti, la interpreta con sublime perversione, mostrandosi anche con una nuova immagine futurista e fetish: increstata in testa, occhi bistrati, sguardo stralunato, scollature vertiginose, un look con cui scandalizzerà le prime serate televisive italiane. Dello stesso album si potrà anche apprezzare il delirio lascivo di Johnny, in cui si canta di una donna che decide di ricorrere ai “servizi” di un gigolò:

Johnny fammi la festa

vai mio bel gigolò

e a dispetto di me stai implorando

e con il senno del poi stai desiando.

Un anno dopo, nel 1979, la senese Gianna Nannini raggiungeva il successo con America, scritta da lei stessa:

per oggi sto con me,

mi basto e nessuno mi vede

e allora accarezzo la mia solitudine

ed ognuno ha il suo corpo

a cui sa cosa chiedere chiedere chiedere chiedere.

Fammi sognare lei le mani sui fianchi come fosse l’America

Fammi volare lui che scende e che sale e si sente l’America

Fammi l’amore lei che pensa ad un altro e si inventa l’America

Fammi l’amore forte sempre più forte ed io sono l’America.

La canzone, naturalmente, non aveva nulla a che fare con l’America e, su un ritmo molto solido sottolineato da chitarre rock vagamente distorte, era un chiaro inno alla masturbazione. Non a caso, la copertina del disco mostrava la statua della libertà che, invece di tenere in mano la fiaccola, reggeva un vibratore, un chiaro attacco al perbenismo e agli americani.

Le farà eco, sullo stesso tema, Fiorella Mannoia che, nel 1981, sull’austero e tradizionalista palco di Sanremo, si esibirà con la canzone Caffè Nero Bollente, su testo di Mimmo Cavallo:

Ma io come Giuda so vendermi nuda

da sola sul letto mi abbraccio mi cucco

malinconico digiuno senza nessuno

Io non ho bisogno di te perché io non ho bisogno di te

io non ho bisogno di te perché io non ho bisogno delle tue mani

mi basto sola.

Quattro anni dopo, in L’Aiuola, la Mannoia rivolgendosi all’amato, gli chiederà perché «fai morir l’aiuola?». L’allusione sessuale sembra lecita, dal momento che, anni dopo, con lo stesso titolo, ritroveremo l’aiuola in una canzone di Gianluca Grignani come chiaro simbolo sessuale.

Tornando al repertorio al femminile, sempre nel 1978, ancora Fossati scrive per Anna Oxa Fatelo con me con un testo di sottomissione sadomaso prima sussurrato, poi sempre più aggressivo.

Normalmente è facile perché non grido

Dura a lungo è garantito perché non mi muovo

Provate con me ciò che volete fare

Provate con me smettete di sognare

Fatelo con me… su di me!

Ma la lista di canzoni “ardite”, in questo periodo, non finisce qui: da Viola Valentino, che in Comprami (1979) si propone a un uomo particolarmente sfortunato in amore, a Raffaella Carrà che, in veste di cantante, in Tanti Auguri (1978) esalta il sesso in tutte le sue forme, «in campagna ed in città», come soluzione a odio e guerre. E ancora: Ti sento dei Matia Bazar (1985); Ti Voglio di Ornella Vanoni (1977); Violentami sul metrò di Jò Squillo (1981); Cocktail d’amore di Stefania Rotolo (1979), Ho fatto l’amore con me (1980) di Amanda Lear, le ultime due scritte da Cristiano Malgioglio.

Un posto a parte merita, però, Rettore. Reduce dal successo di Splendido Splendente, in cui la cantautrice veneta fa riferimento, con straordinario anticipo sui tempi, a concetti di fluidità di genere («come sono si vedrà, uomo o donna senza età, senza sesso crescerà, per la vita una splendente vanità») nel 1980 incide Kobra, brano in cui, probabilmente, l’ironia e l’ostentazione della tematica sessuale trovano l’espressione più completa e audace, trattandosi di una canzone che, più delle altre, contiene ben più che un’allusione.

Qui, infatti, si parla dell’organo sessuale maschile identificato con il kobra e definito: «un pensiero frequente che diventa indecente» e «un nobile servo che vive in prigione». “Servo” e “Pensiero frequente” di chi? Dell’io narrante o, meglio, dell’“io cantante” e, più in generale, della donna che apertamente rivendica così il suo ruolo attivo nella sessualità. Ma la canzone, vincitrice del popolarissimo Festivalbar, va oltre, descrivendo, nel ritornello, la dinamica di un rapporto sessuale:

Il kobra si snoda

Si gira, mi inchioda

Mi chiude la bocca

Mi stringe e mi tocca…

Ma non basta. Nello stesso LP, Magnifico Delirio dello stesso anno, abbondano i richiami alla sessualità, anche in altri brani: da Gaio, in cui si fa riferimento a una transgender, a Benvenuto, dedicata al sesso orale il cui videoclip, inizialmente previsto come sigla di Domenica In, è stato censurato per eccesso di “ammiccamenti”. Non a caso il critico musicale Gianni Borgna osserva a proposito dell’artista: «La Rettore sa esibire l’osceno con tanta arguzia da apparire quasi innocente»[8].

Riprendendo le parole di Paola Tirone e Paolo Giovannetti, si potrebbe identificare nelle canzoni di queste artiste una certa «eterodizione consumistica»[9] in cui, cioè, dietro una facciata astrattamente massificata che inevitabilmente le canzoni pop presentano, si ravvisa un’innegabile potenzialità eversiva. In tal modo, normalità e protesta, conformismo e antagonismo sembrano avvicendarsi e, ad ogni istanza conformistica e omologante, si accompagna sempre un empito di trasgressione disordinata degli equilibri esistenti nell’immaginario collettivo.

E questo non vale solo per i testi: va, infatti, detto che, per quasi tutte le interpreti citate, il pubblico, oltre che dalle parole e dall’orecchiabilità dei pezzi, è attratto anche dalla personalità delle cantanti, dai costumi, dalle acconciature stravaganti, dai travestimenti e dalle trovate sceniche, dalle copertine dei dischi sempre fantasiose e innovative che hanno fatto di queste artiste delle vere icone. Nelle loro poliedriche e multiformi esibizioni, infatti, non vi era una mera esecuzione vocale di un brano, ma questa si armonizzava con mimica e gestualità, facendo in modo che cantare significasse anche recitare, muoversi sul palco, fare teatro: autentico spettacolo.

Tutto questo, però, sembra bloccarsi a metà degli anni ’80. Per alcune di queste artiste il successo, probabilmente per poca accondiscendenza alle nuove esigenze del mercato discografico, diminuisce, come avviene per Rettore[10] e Anna Oxa; altre, come Nannini, si accostano a una più rassicurante melodia all’italiana; altre, ancora, come Mannoia, addirittura rinnegheranno quelle canzoni, eliminandole dal repertorio e rivolgendosi a una produzione più cantautorale e più rassicurante. Si citi, ad esempio, quella che è forse considerata la canzone-manifesto di Fiorella Mannoia, Quello che le donne non dicono, in cui l’artista, nel testo firmato da Enrico Ruggeri, canta:

Ma potrai trovarci ancora qui

Nelle sere tempestose

Portaci delle rose

Nuove cose

E ti diremo ancora un altro “sì”[11]

Siamo solo nel 1987, a pochissimi anni dalle maliziose Caffè Nero Bollente e L’Aiuola, e ritroviamo la cantante ad aspettare ancora le rose. D’altro canto, la nascente generazione di artiste che si affermava negli anni ’90 – da Giorgia a Laura Pausini, per intenderci ‒ puntava, per lo più, su testi incentrati sui sentimenti, mirando più a virtuosismi vocali che a esibizioni spettacolari o trasgressive. Si affermava un prototipo di cantante-ragazza “acqua e sapone”, il cui repertorio, salvo rarissimi casi, era privo di empito provocatorio.

Non la stessa cosa succede, però, ai colleghi maschi. Con l’affermazione prima del rap, poi del trap, vengono incise canzoni in cui gli interpreti cadono, spesso, nella più becera e violenta volgarità. Accade. Ad esempio, in numerose canzoni di Skioffi, come Yolandi (2017). Qui, fra numerosi insulti, si canta:

Quando il sole cala, sfogo le mie voglie su una piccola Yolandi

La sbatto contro il muro, tolgo il fondotinta con la forza dei miei schiaffi

Se lo vuole forte, io glielo do forte

Forse anche più del dovuto

Le allargo le cosce e spalanco le porte

Il sesso è dunque ampiamente presente ma cessa di essere un’allusione erotica per divenire strumento di violenza e sopraffazione maschile, come i videoclip mostrano apertamente. Ma, lasciando da parte questi esempi, per così dire, estremi, gli artisti sono certamente piu liberi di esprimersi come vogliono quanto ad appetiti sessuali. È ciò che avviene in Che coss’è l’amor del 1992 di Vinicio Capossela:

Che coss’è l’amor

è la Ramona che entra in campo

e come una vaiassa a colpa grosso

te la muove e te la squassa

ha i tacchi alti e il culo basso,

la panza nuda e si dimena

scuote la testa da invasata col consesso dell’amica sua fidata

Più recentemente, in Non amo più (2007), Roberto Vecchioni, facendo riferimento al tema dell’invecchiamento del corpo, dice alla compagna ventenne:

Sarà colpa dello specchio che riflette l’altro uomo che vedevo allora

quello che mi ha fatto un mucchio di promesse e non è stato di parola

Sarà il libro che leggevo, la canzone che credevo mia

o sarà semplicemente che il mio pene non ha più nessuna fantasia

In verità gli esempi, tratti dalla discografia degli artisti che usano questa tipologia di linguaggio e immaginario, sono molteplici e non necessariamente concentrati in un’epoca specifica. A noi servono come punto di partenza per una riflessione che ci porta a evidenziare questa controversia: perché la produzione dei cantanti, contrariamente a quella delle cantanti, ha continuato in questi anni a cantare la sessualità, nei più diversi toni, come un “normale” tema fra altri? E ancora: come suonerebbe oggi – applicando l’elementare regola del Gender role reversal, dell’inversione di genere – per una donna di 60 anni cantare al proprio compagno 20enne: «la mia vagina non ha più nessuna fantasia»? È, certamente, un fatto che, nel 1983, Marcella Bella, forse non rivolgendosi a un 20enne, cantava, in Nell’Aria, scritta da Mogol: «la mia gatta è ancora lì, non parla ma dice sì». Ma sempre in quegli anni. E poi?

Peraltro, facendo riferimento al panorama femminile internazionale, come non citare Madonna, che, in quattro decadi di successo, non ha mai smesso di giocare con la propria sessualità, scardinando convenzioni e convinzioni contro il perbenismo americano e di cui qui, solo a titolo di esempio, fra numerosissimi, cito Erotica del 1992:

Let my mouth go where it wants to

Give it up, do as I say

Give it up and let me have my way

I’ll give you love, I’ll hit you like a truck

I’ll give you love, I’ll teach you how to… ah

I’d like to put you in a trance, all over

Erotic, erotic, put your hands all over my body

Erotic, erotic

***

Lascia che la mia bocca vada dove desidera

Arrenditi, fa come dico

Arrenditi e lasciami fare a modo mio

Ti darò amore, ti colpirò come un carrarmato

Ti darò amore, ti insegnerò a… ah

Mi piacerebbe farti andare in trance, del tutto

Erotico, erotico, toccami dappertutto

Erotico, erotico

E con lei altre star internazionali del calibro di Rihanna, Beyoncé, Kate Perry, Lady Gaga, Britney Spears o Miley Cyrus. Perché queste cantanti, che hanno attraversato le ultime cinque decadi del pop mondiale, non hanno mai rinuciato, sia nella poetica delle proprie canzoni che nelle proprie esibizioni, a quella maliziosa sensualità, in qualche modo tralasciata, per oltre 40 anni, dalle colleghe italiane? Perché, a un certo punto, grosso modo a metà degli anni ’80, tutte le trasgressioni sono scomparse da testi ed esibizioni canore di cantautrici e interpreti italiane?

Appare, oggi, evidente che anche nella musica – come in buona parte dell’industria culturale italiana –, piuttosto che rischiare formule nuove o audaci, si sia preferito scegliere un prodotto neutro, monocorde e non troppo marcato che, non urtando nessuna sensibilità, potesse garantire successi sicuri e immediati. Solo per fare un esempio, l’artista italiana più popolare del 2017, è risultata, secondo la classifica ufficiale della FIMI (Federazione Industria Musicale Italiana), Laura Pausini con il CD Fatti Sentire. Sul brano di punta, di cui è peraltro autrice, scrive sui social: «Non è detto è un brano che sottolinea l’esigenza di comunicare, di liberare il cuore per permettere alla vita di sorprenderci».

Questi, alcuni fra i versi della canzone:

E non è detto che non provo niente

se tengo gli occhi sul tuo sguardo assente

e se mi fido della forza di un ricordo caso mai

Prenditi l’ombrello

che sia il riparo sotto la tempesta

se quello che ti devo, è avere il cuore dalla parte giusta.

Ora, fermo restando che le canzoni d’amore sono un genere prevalente nella storia della musica pop nazionale, va detto che, sempre più in Italia, soprattutto negli anni ’90, queste spesso si sono ridotte a un assemblaggio di luoghi comuni – ritmico-stilistici e concettuali – trasferiti da una canzone all’altra, restando nella sostanza immutati ed evidenziando spesso un lessico povero, in cui i sentimenti dominano sul sesso, l’anima sul corpo, l’amore angelicato sulla passione, l’amore sognato sulla carnalità.

Nei pochi casi in cui questo non è successo si è gridato allo scandalo. Si ricordi, per esempio, l’indimenticata Milva, che nel 1993 a Sanremo – curiosamente lo stesso anno in cui Laura Pausini stravinceva con La Solitudine – cantava in Uomini addosso:

Vai che scatta lo scandalo

Tutti pronti coi flash

Cameriere una camera

Uomini sempre pronti

Sono qua!

O, ancora, nel 2009, Iva Zanicchi, sempre al festival che, in Ti voglio senza amore, diceva:

Ti voglio senza amore

Perché mi fa più effetto

Averti dentro un letto

Che pensarti con falso pudore

Però ti tengo stretto

Finché non mi farai gridare sì, sì

In entrambe le circostanze, le due voci storiche della musica italiana, rivendicando il loro diritto al piacere e al sesso, indipendentemente dall’età, furono bersaglio di feroci critiche[12] che ne decretarono addirittura l’eliminazione.

In questo senso è possibile parlare di un’asessualizzazione o, meglio, di una desessualizzazione del modo di porsi delle cantanti e dei loro testi. Dalla metà degli anni ’80 in poi, infatti, è molto difficile trovare una cantante pop italiana che giochi col proprio corpo, in scena, e con la propria sessualità nelle canzoni. Chiosa Ivano Fossati: «Ci si preclude la possibilità di mettere tutto questo al centro della canzone. E forse anche della vita. Niente corpi, niente rughe, ma neanche un po’ di sensualità»[13].

In taluni casi, addirittura, la bellezza o il corpo sono occultati, dando spesso luogo a performance asettiche con l’obiettivo di perseguire un ideale di cantante-ragazza della porta accanto, in cui eccentricità o creatività sono viste come elementi di poca credibilità. Come afferma il giornalista e critico musicale Michele Monina,

il fatto che l’estetica sia stata messa da parte potrebbe essere letta come un passo avanti. Se non fosse che siamo passati direttamente all’opposto, essere bella, esibire il proprio aspetto fisico, giocare con la sensualità, è diventato out. C’è un’intera generazione di cantanti e cantautrici che si sono ingoffite, inseguendo una sorta di anonimato che un po’ cozza con l’idea di popstar[14].

Questo paradossalmente succede molto nella musica, meno nel cinema e per nulla nella televisione, dove per una showgirl sarebbe assurdo il contrario. E non è un caso che tale opposta evoluzione (o involuzione) si sia verificata in una televisione che, proprio nello stesso periodo, a partire dagli anni Ottanta, subiva l’avvento del berlusconismo, televisivo ancor prima che politico. Si tratta di una coincidenza o di una possibile spiegazione?

Dal “velinismo” delle trasmissioni televisive, tipo Drive-In, fino alle conversazioni private – da bunga bunga – rese poi pubbliche fra il Cavaliere e le “olgettine”, se per un verso si è perfettamente compiuta l’oggettificazione, soprattutto televisiva, della donna, dall’altro, per indignazione e come presa di distanza, proprio per evitare di essere confusi con quella realtà, si è determinata, in ambienti artistico-intellettuali, una sorta di auto-censura, procedendo a un vero e proprio annullamento del corpo, all’eliminazione, anche ironica, di qualsiasi allusione che potesse includere la sessualità o la semplice sensualità della donna. Osserva ancora Monina: «Si è voluta inventare una contrapposizione tra chi usa l’intelletto e chi lavora, produce, come se l’una cosa fosse alternativa all’altra»[15].

Elettra Deiana, esponente del pensiero femminista, identifica proprio in questo fossilizzarsi in due posizioni così opposte un punto di forza per il berlusconismo e, parimenti, l’origine di una reazione fragile da parte della società davanti al problema:

il berlusconismo ha nutrito e si è nutrito – in una misura patologica che non conosce sosta – di quel grande spostamento di senso, che possiamo definire come un vero e proprio passaggio antropologico, dall’accettazione del “limite”, come misura del vivere, accettazione di ciò che mediamente è (o era) percepito come terreno “permesso”, all’affanno bulimico del “tutto e subito”; dal fare cioè i conti con il limite della norma all’insofferenza, all’indifferenza, alla messa in mora e alla derisione della norma, di cui sbarazzarsi[16].

Anche in musica, le autrici e le interpreti evidentemente non hanno identificato questo limite, questo spartiacque, e, piuttosto che osare, hanno preferito non ribellarsi a questa visione manichei sta: donne “perbene” e donne “permale”.

Ancora una volta, dunque, seppure in modo opposto rispetto a ciò che succede nel mondo televisivo, il corpo, la sessualità, la sensualità della donna ne escono sconfitti, diventando un tabù, come lo stesso Monina senza giri di parole osserva: «il berlusconismo ha privato le donne, comprese quelle dello spettacolo, della libertà di essere donne senza per questo diventare immediatamente oggetto (del desiderio, dello sfizio o della voglia di dominio), uniformandole tutte a pezzi di figa più o meno pregiati»[17].

 

  1. P. V. Tondelli, Quel bisogno di poesia, in «L’Espresso», 30 giugno 1985.

  2. G. Castaldo, in F. Liperi, Storia della Canzone Italiana, Roma, Rai Eri, 2016, pp. 8-9.

  3. L. Coveri, Parole in musica. Lingua e poesia nella canzone d’autore italiana, Novara, Interlinea, 1996, p. 8.

  4. G. Baldazzi, La canzone italiana del Novecento, Roma, Newton Compton, 1989, p. 113.

  5. L. Coveri, Parole in musica. Lingua e poesia nella canzone d’autore italiana, op. cit., p. 15.

  6. E. Longo, Rettore specialmente. I testi e le canzoni dell’ultima strega della musica italiana, Roma, Arcana, 2018, p. 11.

  7. M. Foucault, Il corpo, luogo di utopia, Conferenza Radio, 1966 (cfr. URL: Il Corpo – luogo di utopia – Michel Foucault.pdf (archive.org); ultima consultazione: 31 marzo 2024).

  8. G. Borgna, Storia della Canzone Italiana, Milano, Mondadori, 1992, p. 349.

  9. Cfr. L. Coveri, Parole in musica. Lingua e poesia nella canzone d’autore italiana, op. cit., pp. 115-42.

  10. In verità, al contrario di altre colleghe, Rettore non ha mai abbandonato i temi menzionati. Nella sua lunga e ricca attività di autrice, mai interrotta, coerentemente con la sua poetica, ha continuato a scrivere e interpretare testi audaci con espliciti riferimenti sessuali. Cito, a solo titolo esemplificativo, Konkiglia (2005), da lei stessa definita la risposta femminile a “Kobra”, in cui la “K” si impone come un elemento grafico di continuità. Qui l’artista veneta, con un’evidente allusione all’organo sessuale femminile, rivendica ancora una volta il diritto all’autodeterminazione, urlando: «questa sera mi chiudo a konkiglia e guai a chi mi sveglia!». I tempi erano, però, cambiati e con essi anche la percezione del pubblico. La canzone, dunque, non ebbe lo stesso impatto delle precedenti. Bisognerà, infatti, aspettare fino al 2022 per rivederla nel popolarissimo palco di Sanremo. Canterà, con la giovane artista Ditonellapiaga, Chimica, ancora una volta un inno all’amore fisico su quello sentimentale, a cui seguirà Faccio da me (con Tancredi) un’ironica esaltazione della masturbazione, entrambe in sintonia con le provocazioni dei suoi principali successi. L’atmosfera era evidentemente, di nuovo, cambiata: agli inizi della seconda decade degli anni 2000, infatti, in concomitanza con una una pandemia che impone forti restrizioni alla libertà, una nuova generazione di cantanti – da Achille Lauro ai Maneskin, dalla Rappresentante di Lista a Rosa Chemical – sentono viva la necessità di trasgredire e ripropongono, in esibizioni a elevato tasso di spettacolarità, seppure in stili e modalità diverse, motivi fortemente legati a tematiche di genere, sia nei testi che nell’immagine. Per questo motivo, negli ultimi anni, per molti/e di loro, Rettore è diventata un’autentica fonte di ispirazione.

  11. Solo nel novembre del 2023, nel corso di un’esibizione, la cantante romana decise di cambiare quel “sì” in “no”.

  12. Si ricordi, in particolare, che Roberto Benigni, ospite del Festival, dedicò 4 minuti e mezzo di un suo monologo alla canzone di Iva Zanicchi, allora eurodeputata di Forza Italia, ancor prima che la cantante emiliana si esibisse, ironizzando ferocemente sull’età. Successivamente, Benigni, si dovette scusare.

  13. I. Fossati, Oggi nelle canzoni si parla solo di un amore da ragazzini. Niente corpi, rughe e sensualità. Eppure invecchiare è una conquista, in «Il Fatto Quotidiano», 16 dicembre 2016.

  14. M. Monina, Venere senza pelliccia. Quando il pop italiano s’è infilato le mutande, Milano, Skira, 2017, p. 8.

  15. Ivi, p. 17.

  16. E. Deiana, Sesso e Potere. La notte della Repubblica riguarda tutti; cfr. l’URL http://www.universitadelledonne.it/altri%203.pdf (ultima consultazione: 31 gennaio 2024).

  17. M. Monina, Venere senza pelliccia. Quando il pop italiano s’è infilato le mutande, op. cit., pp. 18-19.

(fasc. 52, 25 maggio 2024, vol. II)

Gadda in TV

Author di Giuseppe Garrera

Sono pochissime, solo quattro, le interviste televisive rilasciate da Carlo Emilio Gadda[1]:

  1. in «Arti e scienze»: Il seguito del “Pasticciaccio” di Alberto Ciattini, del 4 settembre 1962. La titolazione del servizio televisivo, Il seguito del “Pasticciaccio, è legata al fatto che Gadda annuncia che del Pasticciaccio ha già praticamente pronto per la stampa il prosieguo, una seconda parte, dal titolo, après Dumas, Venti giorni dopo. È già scritta, conferma, ma è da vedere se la “tematica imbarazzante” ne permetterà presto la pubblicazione (a quale tematica imbarazzante si riferisca, non avendosi poi alcuna altra notizia di tale prosieguo e probabilmente trattandosi di progetto tutto ancora solo in mente, non è dato sapere);
  2. in «L’Approdo», settimanale di lettere e arti: Il prix international de littérature 1963 alla Cognizione del dolore, dell’11 maggio 1963;
  3. in «L’Approdo», settimanale di lettere e arti: Via Blumentsthil 19, del 23 aprile 1969;
  4. in «Gli scrittori raccontano»: Sulla scena della vita: Carlo Emilio Gadda, di Ludovica Ripa di Meana e Giancarlo Roscioni del 1971, ma trasmessa il 5 maggio 1972.

Non solo pochissime e brevi, ma ingessate spesso nella richiesta da parte dell’intervistato di leggere risposte già stilate, dunque di inscenare una finzione visibile e improbabile: l’intervistatore fa le domande e l’intervistato legge delle risposte direttamente da fogli sotto gli occhi e tenuti in mano, senza neppure lo scrupolo di fingere della spontaneità tramite un gobbo o un suggeritore. E ciò non tanto e solo, come si penserebbe, per invincibile impaccio o timidezza, ma per controllare il fattore e il demone incontrollabile dell’oralità e i capricci dell’umore (non a caso le interviste sono piene di lapsus e correzioni o gesti traditori). Le risposte scritte nelle interviste servono ad arginare gli scherzi e i dispetti della nevrastenia nel parlare a braccio e il borbottare o lasciarsi scappare colpi di tosse o strabuzzo d’occhi (l’oralità è imprudente e spesso c’è lì il corpo fuori controllo a tradire e smentire e deridere il dettato).

Fanno eccezione la prima e l’ultima intervista, soprattutto l’ultima: intervista estrema e senza più scrupoli o timori o altro, ancora nella casa e studio di via Leonardo Blumenstihl, 19. Piano secondo. Interno 13. Dunque pochissime interviste e controllate, ma pur con questo disseminate di folgorazioni.

Intanto la passeggiata a piedi, appena accennata, come appare all’inizio del servizio televisivo del 1962, con Gadda assieme al suo intervistatore ripresi un attimo mentre camminano per via Merulana. Si indica una camminata, percorso o breve pellegrinaggio, che va dalla Basilica di Santa Maria Maggiore per tutta via Merulana e Labicana fino a Sant’Antonio da Padova, San Clemente e ai Quattro Santi Coronati: questo il punto più alto, cima architettonica, che sta a monte del romanzo come segnale paleocristiano e romanico: in questa cima avviene l’intervista e sotto l’arco d’ingresso della certosa o roccaforte della chiesa e convento si mette all’ombra, per rispondere alle domande, Gadda. Il Pasticciaccio, è detto chiaramente, nasce da un innamoramento edilizio e urbanistico per la zona e ha custodito il suo segreto in quel fortilizio romanico, nella severità e in allontanamento dal mondo (e dunque, per apparenza, niente di più lontano dal maledetto palazzo di brillocchi e pescecani di cui tratterà).

La camminata dà un’indicazione fondamentale: perché è sul posto o nella consultazione di una mappa stradale della zona che appaiono l’albero genealogico del Pasticciaccio e la sua posizione: l’araldica del libro e il perché del suo allocarsi in via Merulana; meglio, si capisce cos’è, e dove pretende di essere, il pasticciaccio brutto nella via Merulana. È sufficiente bighellonare, sbirciare le vie limitrofe, passeggiare e percorrerla sui passi indicati da Gadda per comprendere.

Il pasticciaccio brutto de via Merulana è anche e soprattutto il romanzo, il libro, in carne e ossa nella metafora toponomastica del racconto, che ha osato comporre l’ingegner Carlo Emilio Gadda: pasticcio linguistico, letteratura irrispettosa della tradizione, cedimento a modelli pieni di bruttezze e meticciati e risultanze bastarde e disdori, che si stende in mezzo a tutta la grande letteratura d’Italia; interseca le grandi scritture itale, mettendosi di traverso, entrando a gamba tesa, scorrendo con la sfacciataggine del vialone. Cioè, proprio a livello topografico via Merulana si stende tra largo Giacomo Leopardi e viale Alessandro Manzoni (via Labicana vi si getta e vi precipita in viale Manzoni), con in mezzo via Galilei e via Machiavelli (per non voler toccare via Michelangelo e le fantastiche traverse d’Ariosto e di Tasso che, con via Alfieri, addirittura immettono su Piazza Dante): praticamente tutto il sistema di riferimento e di rispetti ed emulazioni di Gadda fino alla foce e al gran mare del Manzoni, culto e venerazione di tutta una vita.

La via Merulana, così estranea e di traverso in realtà nella mappatura del Parnaso stradale delle belle lettere a Roma, fa da asta allo sbandieramento di largo Leopardi e di via Machiavelli e via Galilei e viale Manzoni, “con rispetto parlando”, come direbbe Gadda. Oppure, come un fiume in piena, si alimenta dei sopraddetti affluenti. Via Merulana e le vie adiacenti costituiscono uno straordinario stemma araldico o mappa delle ammirazioni gaddiane e della sua prestigiosa e inopinata collocazione nella storia onorevole della letteratura.

Con falsa modestia, con il “dovuto rispetto”, essendo un pasticcio di lingue, babelico, plurale, sparlato e dialettale e tutto maleodorante di realtà, non può che apparire un pasticcio di carni e verdure in mezzo al florilegio e all’antologia delle Muse. Ma pur sempre amatissime Muse, come le mai interrotte letture attestano, tanto che il libro di Gadda e la sua posizione centrale e di riferimento e raccoglimento di tutte le acque di scolo della letteratura e di affluenza e d’incontro delle migliori sorgenti gli meritano l’appellativo di “capolavoro”: di traverso alle patrie lettere come la via di Gadda, la sua via, sempre parlando con il “dovuto rispetto”.

Pensare al Pasticciaccio significa, allora, anche pensare a tutta la Letteratura e allo straordinario ingombro del libro, alla sua locazione nella città delle Lettere. Il Pasticciaccio si incunea nel nervo scoperto della letteratura, entra a gamba tesa.

Domande di rito in tutte le interviste riguardano i piaceri del lettore Gadda, le ammirazioni letterarie, con sosta obbligata nei Promessi sposi. Dunque, veniamo a sapere della preferenza per i Fratelli Karamazov; del peso che sempre più va assumendo l’Amleto di Shakespeare, libro insondabile e inesauribile viene detto nell’ultima intervista con la volontà di rileggerlo e ritradurlo come uno scolaro; dello spostamento di preferenza storiografica sempre più, andando avanti con gli anni, da Cesare e Livio a Tacito (ultimo territorio storiografico superstite, inesorabilmente, per accumulo di amarezza e disincanto). Così come, nella lettura di Dante, della sempre maggiore preferenza accordata al Purgatorio, e infine a Manzoni e ai Promessi sposi, con non più solo della simpatia e della comprensione per Don Abbondio, ma addirittura dell’identificazione: rappresentante assoluto, e giustificato, contro la morale illustre. Se Gadda aveva sempre ritenuto la fifa di Don Abbondio “ragionevolissima”, ora essa diviene addirittura segno contro le vessazioni e le pretese della morale illustre.

In realtà, tutto questo elenco di letture e riletture ha proprio come legame quello di contemplare testi che attentano alla morale illustre sia come “materia” sia come “parabola”: Amleto e la sua inadeguatezza alle idiozie e ai crimini della reggenza o alle ragioni d’onore della vendetta e delle faide (la povera Ofelia è detta da Gadda una povera oca sottomessa alle coercizioni del padre); tutto il racconto di miseria e piccineria del potere e dei potenti in Tacito; la dimensione purgatoriale dell’anima e della sorte di peccatori comunque perdonati, senza l’intransigenza e l’assunto d’abisso di un giudizio come quello d’Inferno. Ma, come detto, soprattutto Don Abbondio in mezzo alle pretese e aspirazioni, più o meno esaltate, di un Federico Borromeo e agli slanci e alle caldane di un Innominato e di un Fra Cristoforo come anche alle angherie e alle impunità di tanti, tutti, i prepotenti della terra da cui tocca pur difendersi, se si vuol vivere. La morale illustre è stata uno dei nutrimenti costitutivi dell’educazione e del credo di Gadda, dei mangimi della sua anima, a iniziare anche dal mito della patria e del popolo italiano e di una propria eroica guerra da farsi, e precipitata in breve tempo nel fango, nella disorganizzazione, nella cialtroneria, nella furberia italianesca e nella micidiale incompetenza delle gerarchie militari, per passare all’entusiasmo fascista, all’abbaglio di magnifiche sorti di terra e di imperio (al ripristino dei commentari della Storia). Non ci sono antidoti alle fessissime idee, se non si familiarizza con la disonorabilità, con le ragioni della viltà e dell’incoerenza, della dolcitudine di vivere, del sospetto per ogni ideale e slancio, dell’ingenerosità di ogni vittoria.

Davanti alla richiesta dell’intervistatore sulla propria carriera scolastica, è lo stesso Gadda a ricordare una Licenza liceale che gli fa onore, per subito correggersi: “per chi crede nell’onore”. In questa direzione tra le cose più commoventi e delicate c’è, nell’intervista del 1963 per l’uscita della Cognizione del dolore, lo scusarsi con i lettori (e i lettori e l’umanità sono di Don Abbondio), che devono pur vivere, per l’aver dato alle stampe un testo con una materia così dura e inconsolabile. Dichiara dolente nell’intervista Gadda, leggendo:

Il titolo La cognizione del dolore è da interpretare alla lettera: cognizione è anche il procedimento conoscitivo, il graduale avvicinamento ad una determinata nozione. Questo procedimento può essere lento, penoso, amaro; può comportare il passaggio attraverso esperienze strazianti della realtà. La morte di un giovane fratello caduto in guerra può distruggere la nostra vita, si ricordino i versi disperati di Catullo. Moralmente il titolo è troppo lontano da ogni forma di gioia e di illusione che mi possa valere il consenso di chi deve pur vivere: di ciò chiedo perdono a coloro che vivono e che ancora vivranno.

È significativo, allora, che nella disamina delle preferenze letterarie Gadda, senza ombra di dubbio, arrivi a indicare il modello di tutto il suo scrivere, il referente principe in LouisFerdinand Céline, nessun altro.

L’ultima intervista poi è la più amara, disperata, già dentro la tenebra, piena di lapsus, correzioni, giustificazioni, martoriata da allocuzioni di scusa e richiesta di perdono per ciò che va dicendo: intervista senza gobbo e senza controlli e prudenze e ormai con la libertà, o meglio la mortale stanchezza, della vecchiaia, fino a maldicenze senza più galatei o scrupoli da educanda, se non, a ogni ingiuria o furia e inclemenza di giudizio verso amici e colleghi, l’intercalare dell’espressione “con rispetto parlando” o “con il dovuto rispetto”, che si tratti del narcisismo ridicolo di Ungaretti o dell’instancabile chiacchierare di Palazzeschi o della pochezza della scrittura di un Landolfi o della severità della madre che ha rovinato, al figlio, l’intera esistenza.

L’intervista è piena di movimenti correttivi o colpi di coda riparatori: ad esempio, l’attribuire, senza infingimenti o circonlocuzione, alla madre la dannazione della propria esistenza, la colpa di avergliela (a loro figli) avvelenata tutta fino alla radice, con la sua severità e il senso della reputazione, salvo appellarla «la poverina», e dirla salvatrice e santa mamma per sacrifici e spirito materno di dedizione. Ancora, in queste ultime dichiarazioni, ritornano decise le accuse per le vessazioni familiari subite in nome della rispettabilità, a cominciare da quello che Gadda chiama essere stato il «male murario», la maledetta villa a Longone voluta dal padre, a costo di tutti i sacrifici possibili, per la gente e i parenti, per sfida col fratello, per ostentazione, per narcisismo, trofeo borghese, e proseguita, nell’erezione, dopo la morte del padre, tra debiti e ipoteche, dalla madre, per una questione di onore e memoria e condivisione, impresa scellerata che ha mortificato tutte le vite dei figli, così come la pretesa di una carriera da ingegnere per stare alla pari con il prestigio di certi parenti.

«Mi si polverizza la memoria», esclama Gadda, di fronte al pensiero della madre, dopo aver confessato che si tratta della persona più importante della sua vita, in assoluto: anche se è stato un amore non corrisposto perché lei era innamorata dell’altro figlio più bello e più giovane e più tutto (e morto eroicamente); e anche se, è ripetuto, gli ha avvelenato la vita con l’idiozia dell’onorabilità e della carriera ingegneresca come il cugino “fortunato”, schiava di tutte le convenzioni borghesi, boicottandogli la vocazione letteraria o anche solo rinfacciandogli mancanza di gaiezza. Tutto sacrificato a ciò che potrebbe dire la gente, per gli occhi degli altri.

Non ci si libera dalla famiglia. Si scontano le colpe della famiglia, e i boicottaggi della famiglia. Non ci si salva dalla famiglia. Neppure da morti, anzi soprattutto da morti. Mai più appropriata profezia o minaccia vale per Carlo Emilio Gadda che, da morto, è riuscito finalmente a liberarsi della famiglia, non senza il dovuto, inaudito, dall’oltretomba, obolo da versare a burocrazie terrene e onorabilità familiari e rancori e battaglie legali per il decoro e l’onore familiare e milanese e lombardo offesi: infatti, solo nel 2000, il 3 novembre del 2000, la volontà di Gadda viene esaudita, quella di essere sepolto al Cimitero acattolico di Testaccio, a Roma, nell’estremo confine, fuori della città benedetta, in giardino straniero: il corpo è finalmente traslato, presso la Zona Vecchia al n° 15.08, dopo lunghissima (16 anni) battaglia burocratica e resistenze e dolori di familiari e rivendicazioni cittadine milanesi e ritardi, rinvii, sospetti, infinite verifiche delle legittimità testamentarie e di volontà e coscienza e consapevolezza del morituro e dei testimoni.

In realtà, la sepoltura attuale di Gadda nel cimitero acattolico di Roma assume il valore di un atto ingiurioso, del più ingiurioso degli atti verso le rivendicazioni e le pretese di sangue e le convenzioni e la rispettabilità della famiglia. Ennesimo figlio che giace e sceglie di giacere lontano dalla cappella sacrosanta di famiglia, voltando le spalle in sepoltura solitaria e d’esilio, o meglio ancora in compagnia promiscua di compagni eletti da lui, peggio di un traditore e assassino e ingrato e figliuolo improdigo.

Così Giacomo Leopardi, dopo convivenza con Antonio Ranieri, che muore ed è sepolto a Napoli, offesa per tutto il casato che non si fa scrupolo di accusare Ranieri di circonvenzione, di sospetta e astuta manovra di sottrazione o, peggio ancora, di sequestro, per togliere e allontanare un figlio, non disubbidiente, il migliore dei figli, dalle braccia paterne e materne e dei fratelli (in realtà, tuttora gli eredi Leopardi non fingono di ignorare l’affronto, l’oltraggio, lo sgarbo, e di Recanati hanno fatto e continuano a fare il nido naturale e agognato e accogliente per l’ultimo e definitivo riposo, la culla ripristinata per il genio di famiglia, per l’orgoglio dei genitori e del paese: Recanati smemorata gestisce la memoria di Leopardi come se lo avesse in seno, come se fosse tra le sua braccia tornato amorevole alla famiglia. Si tratta, invece, di scappato di casa).

A Longone al Segrino giacciono il papà e la mamma e la sorella e il fratello (quello così tragicamente e prematuramente strappato all’affetto dei suoi) di Carlo Emilio Gadda: l’intera famiglia tranne lui; famiglia insieme ricostituita, pascolianamente consolata direbbesi, se non fosse per il dispetto di Carlo Emilio, relegatosi a Roma, in tomba non battezzata e cimitero sconsacrato, nelle latebre e nelle luci abbacinanti di suolo meridionale, estraneo suolo, offesa per l’intera terra di Lombardia. Gadda appartiene ai figli disubbidienti e vendicativi fino all’estremo della ferocia.

«La Repubblica» così riportava, il giorno dopo, 3 novembre 2000, l’evento, non senza involontaria e gaddesca comicità: Gadda nel cimitero acattolico finita la querelle con Milano. Una lapide sobria, così com’è sobria la dedica di Mario Luzi incisa sul travertino: «Qui, nel cuore antico e sempre vivo di sogni e utopie Roma dà asilo alle spoglie di Carlo Emilio Gadda, geniale e studioso artista dalle forti passioni morali e civili, signore della prosa». «Ieri a Testaccio, nel cimitero acattolico per stranieri dove Gadda cercava ispirazione sulla tomba di Shelley, si è chiusa la querelle tra Roma e Milano sulle spoglie dell’autore di “Quer pasticciaccio brutto de via Merulana”. Palazzo Marino voleva seppellire il “gran lombardo” nel cimitero monumentale dove riposa, tra l’altro, Manzoni. Ma alla fine, forti delle ultime volontà, si è deciso per l’acattolico. Con il pieno accordo di tutti, tanto che ieri ha partecipato alla cerimonia anche un “inviato” del sindaco Albertini. “Gadda ‒ ha detto Francesco Rutelli ‒ è stato uno degli artefici funambolici e sorprendenti di una nuova stagione della lingua italiana. Personaggi come Gadda e Pasolini, ma anche come Moravia e tanti altri oggi ci mancano”».

  1. Cfr. Quattro interviste televisive a Gadda, a cura di Giulio Ungarelli, Torino, Nuova ERI/Video RAI, 1993.

(fasc. 49, 31 ottobre 2023, vol. II)

«Vengon di Lecco nuvole pesanti». Due quartine di una trilogia giovanile di Gadda poeta

Author di Pier Paolo Pavarotti

Tra le produzioni certo minori del Gadda giovane, o piuttosto adolescente, restano alcune poesie di metrica tradizionale e gusto arcaicizzante che si potrebbero considerare, anche per contiguità cronologica, un’incipitale minima trilogia del poeta esordiente. Il valore in sé modesto dei versi non ne giustifica il quasi completo oblio della critica, se non altro per il riscontro di alcune tematiche poi rilevanti nel Gadda maturo prosatore. Della prima poesia in particolare, un sonetto, ci si è occupati di recente[1], mentre della terza, un capitolo incompiuto in terza rima, si ha intenzione di occuparsi prossimamente nello specifico. Questa sezione pone l’attenzione sul secondo brano, un paio di quartine (forse spurie), fornendo alcuni elementi di analisi formale e storico-critica.

Testi

Si danno di seguito i testi definitivi della trilogia secondo l’edizione critica di Maria Antonietta Terzoli[2] per un’utile sinossi.

I (1910/1912)

Poi che sfuggendo ai tepidi tramonti

Vaní declive in nebbia la pianura

Per i boschi e i pascoli de’ monti

Senza grido né suono il dì s’oscura

Mute guardano l’erme in su le fronti

De le ville il fornir de l’aratura

E lunghi fuochi accender gli orizzonti

Donde ogni volo ai mesti dì si fura

Nel pomario che al colle il pendío tardo

Sparse già tutto di sue fronde molli

Poi che il greve suo dono ebbe diviso

Del vespro dolce ne le luci io guardo

I pomari deserti i tristi colli

Salutare il vostro ultimo sorriso

***

II (1909/1912)

Vengon di Lecco nuvole pesanti

Oscurandosi il dí roggio, affannoso

E mentre de’ villan sperdonsi i canti

Coglieli il primo soffio impetuoso

La pioggia manda il suo profumo avanti,

Che s’affretti il rozzon lento, affannoso

Per le valli ed i pascoli sonanti

Anzi la notte le mandrie avran riposo

***

III (1909/1912)

Non da le rive spiccasi il rupestro [Grigna: chiosa]

Ma lungi assai ergesi dalle rene

Oltre un sito orrido ed alpestro.

[…]

A lui si vien per duplice convalle

[…]

Prima passar con lunghissimo calle

[…]

Poi che corso buon tratto ebbimo il monte

A mezza costa per castani e forre

Un ermo bianco vidimi di fronte

Che per ispide rupi alza la torre

E battendolo il sol morendo arrossa

La roccia e il muro che sovr’essa corre.

Sotto la valle, d’alto suon commossa

Del suo torrente, ombrandosi per sera

Chiama al riposo in sua silvestre fossa

Ma le pinete nella notte nera

Crosciano lungi per forre e per gole

Ululando si addentra la bufera

Trasmissione

Della prima poesia di Gadda si hanno tre versioni con minime varianti[3]: quella a testo, che corrisponde all’unica pubblicata (su «Epoca»), una ricavata da una lettera a Contini[4] del 1946 e una dettata all’amico critico e scrittore Carlo Roscioni[5] nel 1970. Quest’ultima risale a un incontro tra i due scrittori in occasione della XXXV Biennale di Venezia, in cui il primo dettò al secondo tutte le tre poesie su un cartoncino d’invito (mm. 190×200) conservato nell’archivio Roscioni e recante sul margine sinistro l’indicazione: «Poesie di Gadda scritte sotto dettatura (1970) probab. degli anni del liceo». Della seconda[6] e terza[7] poesia non esistono altre versioni e le minime correzioni presenti sul cartoncino non sono state ritenute degne di menzione dall’editrice, a parte la chiosa topografica segnalata a testo: “Grigna” sta per Grignone (già Monte Coden). Si tratta del nome del rilievo di 2410 metri tra il lago di Como (ramo di Lecco) a ovest e la Valsassina a est, con vista del Resegone manzoniano a sud, probabile meta del Gadda camminatore provetto, già prima del servizio alpino (Non da le rive, v. 6: «Poi che corso buon tratto ebbimo il monte»).

Fonti

Alcune tessere lessicali sono già state individuate perspicuamente e ricalcano quelle segnalate per il primo sonetto (Poesie, pp. 60 e sgg.). Il qualificativo «affannoso» (v. 2) riferito al giorno al tramonto risale probabilmente al Carducci di Rime Nuove (libro III) «e impreca al giorno, che affannoso cala» (Rosa e fanciulla, v. 11). Anche «roggio» come rosso di sera o come cromatismo agreste ricorre nel resto della triade poetica d’inizio secolo. Pascoli in Myricae scrive (sezione Ultima passeggiata): «Al campo, dove roggio nel filare» (Arano, v. 1). In d’Annunzio ricorre undici volte tra prosa e poesia, tra cui (Elettra): «calmo guardò pei fiumi il campo roggio» (La notte di Caprera, XII, v. 358). Nella seconda quartina (v. 6) due elementi rimandano ai trascorsi liceali di Gadda[8]: «rozzon» e la dittologia «lento, affannoso». Il primo si legge in Ariosto: «o ch’io son di natura un rozzon lento» (Satira III, v. 6); poi «rozzon normanno» nella stessa sezione di Myricae (Il cane, v. 5). La seconda si ritrova nell’altro cinquecentesco Annibal Caro: «[traeva sospiri talora impetuosi e rotti] talora lenti e affannosi» (Gli amori pastorali di Dafni e di Cloe. Ragionamento primo). Infine l’espressione «per le valli e pascoli sonanti» (v. 7), ripresa del primo sonetto («per i boschi e pascoli de’ monti»), pare rimontare a Virgilio in tre passi: silvas saltusque (Georgiche III, 40), che si ritrova simile in saltus […] atque in pascua (Georgiche III, 323) e invertito in saltus silvasque (Georgiche IV, 53)[9].

Struttura

Lo schema rimario delle due quartine è ABAB ABAB con rima identica B1-B2 (affannoso), poi frequente in Gadda (Poesie, XIV). I rimanti sono tra loro in relazione eterogenea: antinomica («pesanti-avanti / impetuoso-riposo»), omologa («canti-sonanti»). Quanto agli accenti ritmici dei piedi d’attacco, vige una varietà forse inattesa: il v. 1 è trocheo («vengon»: ‒˄), i vv. 2 e 8 solo peoni terzi («oscurandosi»: ˄˄‒˄), i vv. 3 e 5 anfibrachi («e mentre / la pioggia»: ˄‒˄), il v. 4 dattilo («coglieli» ‒˄˄), i vv. 6 e sgg. sono anapesti («che s’affretti / per le valli»: ˄˄‒[˄]). Ne derivano endecasillabi piani di quattro accenti ritmici principali tranne il v. 7 (di tre), con possibilità di una lettura a tre accenti del v. 4, il più tribolato, e (più difficilmente) del v. 6.

Numerose e diffuse le allitterazioni nasali, meno insistenti le sibilanti, rare quelle liquide (ma significative: «coglieli il primo / per le valli»). In entrambe le quartine compaiono simmetricamente (vv. 1 e 3 / vv. 5 e 8) due forme apocopate e allitteranti in coppie alternate di predicato-sostantivo con gusto arcaicizzante: «vengon-villan / rozzon-avran». Allitterano in particolare i due termini più desueti nel rispettivo secondo verso di ogni quartina: «roggio-rozzon».

Allargando lo sguardo, si rileva come pregevolmente si possa leggere con immediata coerenza ogni verso della seconda quartina di seguito al corrispondente nella prima:

1 e 5) «vengon di Lecco nuvole pesanti / la pioggia manda il suo profumo»

2 e 6) «oscurandosi il dí roggio, affannoso / che s’affretti il rozzon lento, affannoso»

3 e 7) «e mentre de’ villan sperdonsi i canti / per le valli ed i pascoli sonanti»

4 e 8) «coglieli il primo soffio impetuoso / anzi la notte avran riposo»

La combinazione di tutti questi elementi fonici e sintattici genera due quartine di ritmo diverso. La prima ha un andamento alternato, scorrevole (vv. 1 e 3) e claudicante (vv. 2 e 4 con dialefe); la seconda alterna i primi due ritmi (vv. 5 e sgg.), ma termina di slancio con gli ultimi due versi[10].

Tropi

Tra le figure retoriche più rilevanti si contano due ipallagi («dí-affannoso» per la fatica del villano / valli e pascoli – sonanti» per il riverbero del vento), un iperbato («de’ villan […] canti»), un allotropo («sperdonsi» per disperdonsi), un’apostrofe («che s’affretti), una prosopopea («la pioggia manda»), una dittologia («lento, affannoso»), un aulicismo latineggiante («anzi notte»; cfr. ‘commossa’↓)[11]. Un dispositivo figurale di parola e di pensiero non eccessivamente elaborato eppure non disprezzabile. Del resto, fatta salva la maggior lunghezza e la comune tendenza a personificare il paesaggio (Vengon di Lecco, v. 5: «mute guardano l’erme» / Non da le rive spiccasi il rupestro, v. 18: «ululando s’addentra la bufera»), anche le altre due poesie presentano un apparato retorico cospicuo ma non abbandonano un registro narrativo piuttosto piano, colorito da usi lessicali arcaicizzanti (Poi che fuggendo, v. 5: «erme»; v. 6: «fornir»; v. 8: «fura»; v. 9: «pomario» / Non da le rive, v. 2: «rene»; ivi, v. 13: «commossa») o negli allotropi (Poi che fuggendo, vv. 1 e sgg.: «tepidi / vaní declive»; Non da le rive, v. 1: «rupestro»; ivi, v. 3: «alpestro»).

Commento

Si offrono in questa seconda sezione alcuni spunti di lettura stilistica e tematica, per poi spingersi a rilevare la ricezione di questi materiali nel prosieguo dell’opera gaddiana.

Paesaggi

Il punto di vista del poeta è simile al sonetto per come espresso da Gadda:

L’enunciato comporta una visualizzazione: il poeta è, idealmente, sopra un’altura o un poggio o una costa donde veda la pianura discendente verso Milano: per esempio Invernigo. Così può accadere che la pianura discenda verso le nebbie mentre il cielo, sopra la Ca’ Merlata poniamo, si accende nei fuochi della sera[12].

Il periodo adolescente è ricordato sempre con qualche nostalgia. Nel mio caso, tale nostalgia si colora di tonalità romantico-paesistiche profonde, e determinanti il carattere. Il paesaggio e le sue alberature mi hanno affascinato[13].

A queste parole di autocommento basta cambiare alcune località, che qui diventano esplicite almeno nella dizione del capoluogo, ma la geografia e le atmosfere brianzole non mutano: Invernigo sta a Milano come le valli e la Grigna stanno a Lecco. A mutare è lo sviluppo dell’aspetto climatico nelle due poesie. Nel sonetto, dall’inizio coi «tiepidi tramonti» alla fine con «ultimo sorriso» (e il prolettico «dolce»)[14], si alternano scene «mute, nebbia […] senza grido né suono», per concludersi tra «pomari deserti e tristi colli». Nella prima poesia «il dí si oscura» e nella seconda «nuvole pesanti» minacciano pioggia copiosa, annunciata da «soffio impetuoso». Eppure non vi mancano particolari espressivi a ingentilire l’iniziale lontanante sequenza («di Lecco»), giocando su elementi sonori e spaziali («sperdonsi i canti, il suo profumo, pascoli sonanti»), per chiudere sull’immagine quieta della sera. Se nel sonetto la dolcezza della sera a malapena compensa la desolante scena dei saluti finali, qui la pioggia incombente non pregiudica il riposo notturno delle mandrie[15].

Il terzo brano si distingue dai primi due per la caratteristica verticalità dantesca, o meglio piramidalità, pur restando ben identificabile la predilezione montana e agreste dell’autore, e non discostandosi il passo dall’alta Brianza prealpina. L’iniziale riferimento al lago (vv. 1-2: «rive, rene») si eleva subito alle vette (vv. 1 e 3: «rupestro, alpestro») e poi riposa nel «prima passar con lunghissima calle» (v. 6). Ridiscende a tappe, prima nell’inatteso ermo bianco poi «la valle» (v. 13), colpita dal suono della corrente (v. 14). Quindi il torrente stesso, esito al declivio della valle che va «ombrandosi» (v. 14 → Vengon di Lecco, v. 2: «oscurandosi»; Poi che fuggendo, v. 4: «s’oscura»). Infine un’impennata sonora, minerale e vegetale, precipita la scena (vv. 17-18): «crosciano lungi per forre e gole / ululando si addentra la bufera» (lupi ≠ buoi).

Soltanto nella primavera del 2023 è stata pubblicata la nuova edizione critica del Giornale di Guerra e di Prigionia completo di sei taccuini ignoti fino al 2019 e finora inediti, di proprietà degli eredi Bonsanti e acquisiti dalla Biblioteca Centrale di Roma a un’asta bandita da Finarte. In uno di questi si legge un capoverso dedicato alla poesia in esame.

Contro le ragioni dell’egoismo, sopra accennate, c’è anche in me il solito sentimento che chiamerò «brivido piacevole ante tempestatem». L’aspettazione della burrasca non mi turba di sgomento, il vento freddo che scende dal monte mi piace, mi fa gradevolmente accapponare la pelle. Vecchio elemento della mia struttura morale: ricordare la mia adolescenza, il pre-guerra, il mio vecchio sonetto: «Vengon di Lecco núvole pesanti», scritto in un momento di grande sincerità (Cellelager, 15 dicembre 1918)[16].

Come si chiosava nelle pagine precedenti relativamente alle Prealpi lombarde, ancora durante l’ultima fase della prigionia tedesca di Gadda il ricordo del paesaggio alpestre è riconosciuto motore dell’attività poematica dallo stesso autore soldato. Queste annotazioni non contraddicono il commento, ma lo approfondiscono e arricchiscono di una tonalità, evidentemente retrospettiva, morale e temperamentale. Richiamando con l’usato latinorum ginnasiale quel brivido dell’azione, così attesa come salvifica per il tenente Gadda e nei fatti per gran parte sfumata[17].

Pascoli

Un riscontro, di tale ampiezza insperato, con due episodi di Myricae sulle concordanze pascoliane (Il cane, La vite e il cavolo) induce all’approfondimento delle corrispondenze rielaborate qui sotto in forma di sinossi attorno alle quartine gaddiane. Si tratta rispettivamente di due terzine + una quartina dalla sezione Ultima passeggiata e un sonetto dalla sezione Le gioie del poeta.

Da G. Pascoli, Il cane, vv. 1-6

Noi, mentre il mondo va per la sua strada,
noi ci rodiamo, e in cuor doppio è l’affanno,
e perché vada, e perché lento vada

Tal quando passa il grave carro avanti

del casolare, che il rozzon normanno

stampa il suolo con zoccoli sonanti

***

Da C. E. Gadda, II (1909/1912)

Vengon di Lecco nuvole pesanti

Oscurandosi il dí roggio, affannoso

E mentre de’ villan sperdonsi i canti

Coglieli il primo soffio impetuoso

La pioggia manda il suo profumo avanti,

Che s’affretti il rozzon lento, affannoso

Per le valli ed i pascoli sonanti

Anzi la notte le mandrie avran riposo

***

Da G. Pascoli, La vite e il cavolo, vv. 12 e sgg.

E il core allegra al pio villan, che d’esso

Trova odorato il tiepido abituro

mentre a’ fumanti buoi libera il collo

Si guardino le terzine riprese quasi a calco da Gadda nella seconda quartina ‒ affanno, lento, avanti, rozzon, sonanti → affannoso, avanti, rozzon, lento, sonanti ‒ che pare completarsi nella terzina che chiude il sonetto a fianco: villan, odorato, buoi, libera → villan, profumo, mandrie, riposo.

Pur muovendo da un tema piuttosto diverso come il cane e la sua esistenza a fianco degli uomini (libertà e compagnia)[18], e da un altro invece non lontano come le modeste gioie del contadino (cavolo bollito e tepore domestico), Gadda trae incontestabilmente dal poeta di Castelvecchio alcune delle tessere utili a informare lessico e immagini delle sue quartine. Anche il punto di mira dinamico e sonoro non è molto dissimile perché, mentre Pascoli guarda con simpatia cane, cavallo e contadino (per riduzione metonimica del carro) con lo scalpiccio delle «ruote per la sua strada», Gadda guarda allo stesso modo contadini («villan» plurale < «coglie-li»), cavallo e buoi col sibilo umido[19] «per le valli ed i pascoli». Vi sono certo tensioni fra gli omologhi, come «odorato e profumo», laddove il primo (apax in Gadda) è unicamente positivo mentre il secondo è minaccioso; come «carro dilungato lento lento e rozzon lento, affannoso», laddove il primo non cambia marcia mentre il secondo è invitato ad affrettarsi. Sono proprio tali tensioni che il più reattivo atteggiamento gaddiano produce, benché originate in parte dal medesimo lutto, quello di un padre e poi di fratelli morti troppo presto (il calesse fatale a Ruggero Pascoli, l’odiata villa in Brianza di Francesco Gadda), con la perdita di status e il notorio imprinting di figure femminili castranti (le sorelle Ida e Maria Pascoli, la sorella Clara Gadda e la madre Adele Lehr).

Questa denominazione d’origine entra in modo discreto e geniale nel discorrere gaddiano, insinuandosi nel penultimo verso della poesia come la Purloined letter di Poe, col suo tipico gusto per l’invenzione e il calembour, ovvero semplicemente come (P)ascoli. Da ciò si comprende come i vertici della sperimentazione linguistica si raggiungeranno nei molteplici generi e registri della sua produzione, dalla poesia adolescenziale e matura (Autunno) alla prosa d’arte (Rosai, De Pisis), dalla divulgazione storica e scientifica (I Luigi di Francia, Pagine di divulgazione tecnica) al romanzo multivernacolare (Il Pasticciaccio), dalla critica (Foscolo) al cinema (Il palazzo degli ori), dal drammatico (La cognizione) al comico (A tavola, In ufficio), dalla narrazione autobiografica (Diario di guerra) all’invettiva (Eros e Priapo), fino alla corrispondenza professionale (Ammonia Casale).

Cahiers

Nei materiali preparatori del sempre fecondo Racconto italiano di ignoto del Novecento (incompiuto del 1925)[20], in particolare nel secondo dei Cahiers d’Études, si leggono due passi contigui e una dichiarazione autocritica che rimandano ai paesaggi analizzati poc’anzi.

Le ville in Brianza, i poderi meridiani, i vecchi castelli! Non c’è più nulla! Meglio così. Passavo ragazzo… di prima mattina… sul ponte della Malastrada… con il mio cavallino… con un calesse… con il Giacomo che guidava… Povero vecchio!…» Il ragazzo si arrestò. Passava fanciullo sul ponte della Malastrada: la luna dell’alba vaniva nell’opale meraviglioso, presago di un gaudio fervido, di una chiara esultanza. Ville, case, uomini, buoi: e le foglie gemmanti dalla [per quella] freschezza[21].

Difficile tradurre in prosa i miei vecchi versi[22].

Il panorama socio-economico è desolante[23] e passa in rassegna – «elenca» avrebbe poi scritto Gadda nella Cognizione – ciò che Grifonetto, alter ego dell’autore, ha perduto e rimanda alla scena delle quartine adolescenziali, compreso il preziosismo dell’allotropo verbale («vaniva» → Poi che fuggendo, v. 2: «vaní»). La famigerata villa, i campi a solatio, vestigia medievali[24], poi un diminutivo animale e un cimelio che paiono ricopiati dal poeta di Castelvecchio: tutto riprende il lucido delirio reazionario della pagina precedente. Eppure la natura riserva ancora qualcosa per cui lottare, uno spettacolo astronomico che ridisegna i confini psicologici dello spettacolo agreste[25]. Contadini e buoi, come la vegetazione, sono per un attimo trasfigurati da tanta bellezza, prima della tragica risoluzione finale.

Pasticciaccio e Cognizione

In questa sede si vogliono rilevare i recuperi dei lessemi più caratteristici delle quartine in esame nelle due opere narrative più importanti della piena maturità (1957, 1963). I termini trascelti (participio gaddiano, if any) sono – consci di una scelta con inevitabili margini arbitrari ‒ espressi in ordine alfabetico. Mentre per gli antichismi allitteranti «roggio» e «rozzon» non vi sono occorrenze, ve ne sono per il participio allotropo «sperso/e».

In Quer Pasticciaccio brutto di via Merulana (redazione definitiva, fine capitolo IX) si legge: «nereggiò l’ala d’un tùffolo, o d’una spersa ghiandaia»[26]; anche qui in ambito campestre, lungo il tragitto Roma-Velletri («[un calesse…] verso Tor di Gheppio e poi verso Casale Abbrusciato»). Il volo d’uccello richiama quello del primo sonetto (Poi che fuggendo, v. 8) nella crescente desolazione («le case dei viventi, mute nella lontananza dei coltivi»).

Nella Cognizione del dolore (redazione 1970, parte I, cap. IV) si trova: «non credo nel vigile… che trasvola… come un’ombra… a infilare il bigliettino dentro la serratura… del cancello; che ha duecentocinquanta ville, e relativi boschi, da biciclettargli accanto, nel buio…. sperse in tre o quattro comuni»[27]. Il contesto si ricava dal dialogo tra il medico Felipe Higueróa e il paziente-protagonista Gonzalo, una lunga tirata contro il sistema sociale, tributario e di sicurezza del Maradagál.

Sempre nella Cognizione del dolore (parte II, capitolo VI) leggiamo: «carri discoperti con passerella centrale che il gaucho dai malinconici occhi, sovrintendendo percorre. Tale gli appariva fortuna nel Sud America. Tempestoso mare addosso le zattere sbatacchiate delle genti sperse, slavate»[28]. Al principio dell’ennesima tirata contro il mondo circostante, dell’ennesimo mala tempora di liceale memoria (liceo Uguirre, Lukones < liceo Parini, Milano), Gadda, memore dell’esperienza professionale in Argentina, getta uno sguardo al caotico aggregato antropologico sudamericano, tenendo un occhio alla tradizione della pampa.

Il lemma “villan”, nell’accezione intesa nella poesia, ricorre un paio di volte nel Pasticciaccio. La prima al plurale, come nella seconda quartina ma nella forma piana; la seconda come riproduzione del noto proverbio nell’identica forma apocopata ma di numero singolare.

In Quer pasticciaccio brutto di Via Merulana (capitolo VI) si legge: «a vincere, ne’ cuori dubbiosi, ne’ villani incaponiti, il timor contraria, il timor della privata vendetta»[29]. L’ambiente è quello del commissariato romano in cui alcuni agenti puntano a scardinare la reticenza di possibili testimoni non proprio signorili e ben disposti nei confronti della pubblica sicurezza, impauriti dalle possibili rappresaglie.

Nel capitolo VIII si trova: «abilita il destinatario entrato in coma, carta canta villan dorme, vien fulgurato a esercitare quell’arte assonnata, quel mestieruccio zoppo che aveva tocche tocche esercitato fin là, fino all’Olio»[30]. Disceso dal commissariato di Marino, accompagnato da una lirica veduta della capitale sullo sfondo di Tivoli, del Soratte, degli Equi, del Velino, sintetizzata «in un mattutino di Scialoia», il brigadiere Pestalozzi si dirige in città e riflette sulle lungaggini delle pratiche burocratiche, spesso sbrogliabili postume. Il proverbio emerge, dunque, da una lunga virtuosistica descrizione giocata fra cromatismi e gergo locale. Nella Cognizione il termine ricorre in accezioni spregiative e soltanto col vezzeggiativo “villanello” in quella intesa nella poesia: a questa, dunque, ci si limita nella rassegna degli usi.

Si legga ancora La cognizione del dolore (parte II, capitolo VII):

lo villanello, a cui la robba manca Tale è infatti, pensò, è la funzione sociale dello hildago, e tanto più del marchese, al cui nome venga intitolata, nei registri del catasta maragadalese, la proprietà di una villa serruchonese: insaccare le pudenda del villico nei propri ex-pantaloni, pagando a di lui conto le tasse, dopo averlo intensamente amato[31].

Gonzalo inveisce sarcasticamente contro il fattore importuno che si aggira per la villa sporcando dovunque, mentre riceve dalla generosa madre i vestiti buoni dismessi dai figli. Continua la sua speciale “filosofia della villa” (platonica IdeaVilla) come ricettacolo delle sventure economiche e tributarie causate dall’incauto padre. Non si può, infine, eludere che le citazioni già ritenute pertinenti come echi narrativi del primo sonetto “contornano” quest’ultima, vicina alla seconda poesia gaddiana[32].

Conclusioni

L’attenzione critica verso la poesia di Carlo Emilio Gadda «signore della prosa», come recita l’epigrafe al cimitero acattolico del Verano, è stata decisamente modesta, se si eccettuano la magistrale lettura di Autunno da parte di Guglielmo Gorni (1973)[33] e naturalmente il lavoro della curatrice dell’edizione critica utilizzata, Maria Antonietta Terzoli. Manca una monografia di riferimento e mancano strumenti specifici di cui godono altri poeti come le concordanze e i rimari.

Se la qualità intrinseca della sua produzione lirica risulta in gran parte non eccelsa, non sono esclusi versi degni di memoria e di analisi e, nel complesso, la silloge mostra consapevolezza linguistica e retorica e un’ampia gamma di riferimenti culturali. Soprattutto lo studio della sua poesia è fecondo di rimandi alla produzione narrativa posteriore, cosa che dovrebbe interessare ogni specialista gaddiano, tanto più che esistono utili strumenti informatici online (senza distinzione di genere letterario) elaborati dall’Istituto di Linguistica Computazionale Antonio Zampolli di Pisa.

In questo contributo ci si è concentrati soprattutto sull’analisi della seconda poesia, offrendo alcuni spunti di lettura, senza trascurare il contesto rappresentato dalle altre due poesie citate: come si è tentato di dimostrare, i rimandi interni, infatti, autorizzano a considerare le tre composizioni come parti di una primitiva trilogia liceale.

Si è rilevato come in questi campi le due quartine adolescenziali non siano del tutto scevre da qualità artistiche e dall’uso consapevole degli strumenti linguistici tipici della poesia in rima. Registrati i debiti maggiori verso le figure letterarie più significative del periodo e della formazione liceale dell’autore, si è ulteriormente verificato quello con Pascoli, fino a trovarne un probabile Urtext formato dalla combinazione di due testi di simile metrica nella prediletta raccolta Myricae: il cantore di Barga emerge, dunque, sempre più come un modello compositivo determinante per Gadda.

La seconda parte del contributo è dedicata al rilevamento della fortuna di alcuni lessemi rari all’interno della produzione narrativa successiva. In particolare, sono stati verificati come apax l’aggettivo “roggio”, facilmente dannunziano, e il sostantivo “rozzon”, dapprima ariostesco ma non meno pascoliano quanto al recupero, riguardo al qualificativo allotropo “sperso” e al sostantivo “villano”, in alcuni loci di opere maggiori quali Pasticciaccio e Cognizione o di rilevante interesse filologico quale il Racconto italiano di ignoto del Novecento.

Non si è rinunciato a fornire in nota ulteriori riscontri relativi alla produzione novellistica (Madonna dei Filosofi, Il castello di Udine, LAdalgisa, La Meccanica) e non solo (Meditazione Milanese), anche rispetto ad altri termini caratteristici della poesia in esame (come “sonanti”), o più in generale all’atmosfera paesaggistica tipica della trilogia. Quest’ultima, eredità biografica precocemente fissatasi, si conferma infatti come l’immaginario dominante nella figurazione letteraria di Gadda poeta, studente e soldato.

Il cinquantesimo anniversario della sua morte potrebbe rivelarsi l’occasione propizia per un risveglio degli studi sulla poesia, il cui corpus complessivo ammonta a venticinque composizioni secondo il “canone Terzoli”, cui va la gratitudine per molti recuperi “archeologici” negli archivi gaddiani.

Bibliografia essenziale di riferimento

Di C. E. Gadda:

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Id., Poesie, edizione critica di M. A. Terzoli, Torino, Einaudi, 1993;

Id., Opere di Carlo Emilio Gadda. Romanzi e Racconti I [1989], a cura di D. Isella ed E. Manzotti, Milano, Garzanti, 2007;

Id., Opere di Carlo Emilio Gadda. Saggi Giornali Favole e altri scritti I [1991], a cura di Dante Isella, vol. III, Milano, Garzanti, 2008;

Id, Opere di Carlo Emilio Gadda. Saggi Giornali Favole e altri scritti II [1992], a cura di D. Isella, M. A. Terzoli, vol. IV, Milano, Garzanti, 2008;

Id. Racconto italiano di ignoto del Novecento, in Opere di Carlo Emilio Gadda. Scritti vari e postumi, a cura di D. Isella, vol. V, Milano, Garzanti, 2008;

Id., Opere di Carlo Emilio Gadda. Romanzi e Racconti II [1989], a cura di D. Isella, Milano, Garzanti, 2011;

Id., Giornale di guerra e di prigionia, nuova edizione, a cura di P. Italia, Milano, Adelphi, 2023;

G. Contini-C. E. Gadda, Carteggio 19341963. Con 63 lettere inedite, a cura di D. Isella, G. Contini, G. Ungarelli, Milano, Garzanti, 2009.

Su C. E. Gadda:

G. Carducci, Poesie, Bologna, Zanichelli, 1906;

U. Betti, Il re pensieroso, Milano, Treves, 1922;

G. Gorni, Lettura di ‘Autunno’ (Dalla ‘Cognizione’ di Carlo Emilio Gadda), in «Strumenti critici», XXI-XXII, 1973, pp. 291-325;

A. Caro, Gli amori pastorali di Dafni e di Cloe. Ragionamento primo, in Id., Opere, a cura di Stefano Jacomuzzi, Torino, UTET, 1974;

G. Pascoli, Myricae, edizione critica a cura di G. Nava, voll. 2, Firenze, Sansoni, 1974;

L. Ariosto, Satire, edizione critica e commentata a cura di Carlo Segre, Torino, Einaudi, 1987;

G. C. Roscioni, Il duca di SantAquila. Infanzia e giovinezza di Gadda, Milano, Mondadori, 1997;

C. Fagioli, Una «chiave antilirica» di interpretazione. La poesia «Autunno» nella «Cognizione del dolore», in «Allegoria» XIV, 40-41, 2002, pp. 21-52;

J. L. Borges, Juan 1, 14, in Id., Tutte le opere, a cura di D. Porzio, vol. II, Milano, Mondadori, 2005;

D. Alighieri, La Divina Commedia, testo di Giorgio Petrocchi, commento di Giuseppe Villaroel (1964), a cura di Guido Davico Bonino, Carla Poma, Milano, Mondadori, 2008;

M. A. Terzoli, Alle sponde del tempo consunto, Pavia, Effigie, 2009;

G. d’Annunzio, Elettra, edizione critica a cura di Sara Compardo, Venezia, Cà Foscari, 2013;

A. R. Dicuonzo, Lacheronte della mala suerte. Sociostoria del dolore nella «Cognizione» gaddiana, in «Intersezioni», XXXIII, I-2013, pp. 81-112;

Virgilio, Tutte le opere, a cura di Guido Paduano, Milano, Bompiani, 2016;

G. Patrizi, Gadda, Roma, Salerno Editrice, 2017;

P. P. Pavarotti, Dei pomari e delle ville: annotazioni su Gadda poeta e il suo primo sonetto, in «Kepos», IV, 1-2021, pp. 104-29.

  1. Cfr. P. P. Pavarotti, Dei pomari e delle ville: annotazioni su Gadda poeta e il suo primo sonetto, in «Kepos», IV, 1-2021, pp. 104-29.

  2. Questo contributo si basa sulla preziosa e insostituibile edizione critica di Maria Antonietta Terzoli, verso cui il debito è destinato a restare sottostimato (C. Gadda, Poesie, Torino, Einaudi, 1993).

  3. C. E. Gadda, Poesie, op. cit., p. 3 (testo), pp. 59-60 (commento), pp. 103-104 (note filologiche). Si rinvia all’Introduzione di questa edizione e al saggio M. A. Terzoli, Alle sponde del tempo consunto, Pavia, Effigie, 2009, pp. 56-80, per i raffronti e i cospicui debiti con la raccolta poetica di Ugo Betti (1892-1953; scrittore e giudice di cui Gadda fu amico al fronte e recensore in congedo), Il re pensieroso, Milano, Treves, 1922.

  4. G. Contini & C. E. Gadda, Carteggio 19341963. Con 63 lettere inedite, a cura di D. Isella, G. Contini, G. Ungarelli, Milano, Garzanti, 2009, pp. 229-31: «A tergo ti scrivo un mio sonetto (ridicolo) del 1912, alla fine del liceo: ottobre. Scritto a Longone al Segrino, per gentilissima […] A Mina» (Firenze, 27/1/1946).

  5. C. E. Gadda, Poesie, op. cit., p. 104. In calce al sonetto: «prima della I guerra mondiale».

  6. Ivi, pp. 4 (testo), 60 e sgg. (commento), 104 (note filologiche).

  7. Ivi, pp. 5 (testo), 61 e sgg. (commento), 104 e sgg. (note filologiche).

  8. Commentando il primo sonetto, Gadda racconta: «Dante e l’Ariosto i miei amori […] Arieggia vagamente un ipotetico impasto Carducci-Petrarca. «Pomario» fu parola, allora, dannunziana: (Carducci e molto D’Annunzio a memoria)» (in «Epoca», 12 settembre 1954, citato in C. E. Gadda, Poesie, op. cit., p. 103). Così Dante: «lo sol, che dietro fiammeggiava roggio» (Pg III, 16; cfr. Par XIV, 87).

  9. «Più tardi Orazio e Virgilio. Di Orazio ho molte liriche a memoria, come del resto di tanti lirici» (in «Epoca», art. cit. in C. E. Gadda, Poesie, op. cit., p. 103). Sulle prime prove poetiche si veda anche G. Patrizi, Gadda, Roma, Salerno Editrice, 2017, pp. 191 e sgg.

  10. La metrica del primo sonetto è stata analizzata in P. P. Pavarotti, Dei pomari e delle ville…, art. cit., pp. 5-6, e non si discosta in fondo dalle conclusioni della Terzoli: «non segnala particolari tensioni in sede di rima» (C. E. Gadda, Poesie, op. cit., p. XIV). Per le sue caratteristiche (capitolo incompiuto in terza rima) non si ritiene opportuno trattare qui la terza poesia.

  11. Risuona un passo del Diario: «1 volta sola, a sera: il caffè ante lucem, per ragioni di fuoco» (C. E. Gadda, Racconto italiano di un ignoto del Novecento, in Opere di Carlo Emilio Gadda. Scritti vari e postumi, a cura di D. Isella, Milano, Garzanti, 2008, vol. V, p. 566). Quindi nei Miti del somaro: «il prurito […] di dover vivere a tutti i costi una vita commossa» (La consapevole scienza, in C. E. Gadda, Racconto italiano di un ignoto del Novecento, vol. V, op. cit., p. 914). Potrebbe valere anche per queste quartine l’autocommento di Gadda al sonetto: «non è scemo del tutto» (in «Epoca», citato in C. E. Gadda, Poesie, op. cit., p. 103).

  12. Da «Epoca» (in C. E. Gadda, Poesie, op. cit., pp. 59 e 103). Sempre con riferimento al primo sonetto Poi che fuggendo: «La breve lirica fu erogata di getto e messa su carta senza ripentimenti, senza, ahimè!, varianti: a Longone, in Brianza, nella nostra casa di campagna».

  13. Intervista Rai in via Merulana, non datata ma posteriore al Pasticciaccio (cfr. l’URL https://youtu.be/L3IGFpdo0t4: ultima consultazione: 15 agosto 2023).

  14. Così intende Gadda nell’autocommento (C. E. Gadda, Poesie, op. cit., p. 103). Sul finir del giorno del contadino si legga Certezza (in C. E. Gadda, Romanzi e Racconti I [1989], a cura di Dante Isella, Emilio Manzotti, Milano, Garzanti, 2007, vol. I, p. 39).

  15. «Il motivo conduttore delle prime poesie (e in realtà un po’ di tutta la raccolta) è lo spazio della natura osservato come teatro di eventi che disegnano un universo ora di pacata ora di drammatica mestizia» (G. Patrizi, Gadda, op. cit., p. 191).

  16. Taccuino DP3, Vita notata. Storia, Roma, Biblioteca Nazionale Centrale, Raccolta ’900, catalogo: A.R.C.59.Gadda.I.1/7; inventario: A2963023, c. 45v, ora in C. E. Gadda, Giornale di guerra e di prigionia, nuova edizione, a cura di P. Italia, Milano, Adelphi, 2023, p. 467.

  17. P. Italia, Note al testo, in C. E. Gadda, Giornale di guerra e di prigionia, nuova edizione, op. cit., p. 557.

  18. Sovviene per la scena pascoliana del cane di campagna il Borges della maturità (1969): «la misteriosa devoción de los perros» (J. L. Borges, Juan 1, 14, in Id., Tutte le opere, a cura di D. Porzio, vol. II, Milano, Mondadori, 2005, p. 261).

  19. «Le riviere sonanti grondavano giù dai muraglioni […] dove ci sono le stalle con i buoi» (C. E. Gadda, Cahiers II, in Id., Racconto italiano di ignoto del Novecento, op. cit., p. 403). Nel Castello di Udine (1934) si legge: «nel croscio solitario della pioggia» (Sibili dentro la valle in C. E. Gadda, Romanzi e Racconti I, op. cit., p. 265) → C. E. Gadda, Giornale di guerra e di prigionia, in Opere di Carlo Emilio Gadda. Saggi Giornali Favole e altri scritti II, a cura di D. Isella e M. A. Terzoli, vol. IV, Milano, Garzanti, 2008, pp. 784 e sgg.).

  20. Per la tormentata vicenda testuale si rimanda alle preziose note di Dante Isella (C. E. Gadda, Scritti vari e postumi, op. cit., pp. 1267-78).

  21. C. E. Gadda, Racconto italiano di ignoto del Novecento, op. cit., p. 568.

  22. Ivi, p. 577.

  23. Il nesso tra rovescio delle sorti, aggressività e status in Gadda è stato indagato con riferimento al contesto geografico e politico (A. R. Dicuonzo, Lacheronte della mala suerte. Sociostoria del dolore nella «Cognizione» gaddiana, in «Intersezioni», XXXIII, I-2013, pp. 81-112). Nell’opera ricorre pure «sonanti» (C. E. Gadda, Racconto italiano di ignoto del Novecento, op. cit., p. 403), come i «sonanti pini» della Meccanica (C. E. Gadda, Opere di Carlo Emilio Gadda. Romanzi e Racconti II, a cura di D. Isella, vol. II, Milano, Garzanti, 2011, p. 529).

  24. «Avevano avuto ville in Brianza, campi e terre hanno avuto. Hanno avuto una fede, una certezza, una prepotenza addosso […] lo stemma che sui (sull’arco dei) vecchi castelli soleva dire: “State attenti, carogne” e fino il vento e fin la tempesta solevano (parevano) fermarsi davanti mogi» (C. E. Gadda, Scritti vari e postumi, op. cit., p. 567). Con rimando alle infantili fantasie nobiliari di un gioco inventato col fratello Enrico e il nipote Carlo Fornasini a Longone negli anni 1906-1907. Il Ducato di Sant’Aquila (Carolus Emilius III) aveva stemma araldico e motto: «Justitiam sequamur, nos sequetur victoria» (G. C. Roscioni, Il duca di SantAquila. Infanzia e giovinezza di Gadda, Milano, Mondadori, 1997, pp. 72-78).

  25. Nel contesto letterario assai diverso della Meditazione Milanese (I, XVII), con analogo riferimento astronomico: «Quando un sistema si ‘rilassa’ ciò significa che dei miliardi di miliardi di relazioni in esso convergenti, in lui nucleatasi, alcune si scindono, si sperdono, più non intervengono in esso […] Le infinite relazioni si scindono, come vecchie stelle si frantumano e i loro residui si sperdono nello spazio infinito e vengono assorbiti da altri nuclei stellari» (Il cosiddetto bene in C. E. Gadda, Scritti vari e postumi, op. cit., p. 758). Notare l’ulteriore allotropo «nucleatosi». Anche qui ricorre «sonanti» (ivi, 893).

  26. C. E. Gadda, Romanzi e racconti, II, op. cit., p. 268.

  27. C. E. Gadda, Romanzi e racconti, I, op. cit., p. 653.

  28. Ivi, p. 692. Un identico Urtext di questo passo si trova nel secondo racconto dell’Adalgisa (edizione col titolo I sogni e la folgore) Navi approdano al Parapagàl (C. E. Gadda, Romanzi e Racconti, II, op. cit., p. 429). Ancora in Adalgisa si legge: «come di vaccina che si sia spersa nei laberinti e nei romitaggi del monte: strappata da un rotolare di tuoni alle consuetudini del pascolo, alla sodalità della mandra. E c’era, cosa incredibile, del rossore» (Quando il Girolamo ha smesso, in C. E. Gadda, Romanzi e Racconti, I, op. cit., p. 322). Tanto per restare in continuità vespertina con la trilogia poetica giovanile: «fuochi accender, roggio, arrossa». L’atmosfera cupa torna nel Castello di Udine: «la mala tromba, quando muggirà di sopra dai nùvoli neri […] con sibili dentro le buie valli» (Sibili dentro le valli: ivi, pp. 267 e 274).

  29. C. E. Gadda, Romanzi e racconti, II, op. cit., p. 143.

  30. Ivi, p. 191.

  31. Ivi, vol. I. p. 707.

  32. Cfr. P. P. Pavarotti, Dei pomari e delle ville…, art. cit., pp. 117-122. Si aggiunga a proposito la Casa Merlata della Madonna dei Filosofi (C. E. Gadda, Romanzi e Racconti I, op. cit., p. 101).

  33. G. Gorni, Lettura di ‘Autunno’ (Dalla ‘Cognizione’ di Carlo Emilio Gadda), in «Strumenti critici», XXI-XXII, 1973, pp. 291-325.

(fasc. 49, 31 ottobre 2023, vol. II)

Freud e Croce: differenze e inaspettate sintonie

Author di Stefano Brugnolo

Voglio provare a stabilire un confronto tra Freud e Croce a partire da uno degli assiomi della filosofia estetica di Croce e cioè quello che prevede una perfetta coincidenza tra forma e contenuto o più precisamente tra intuizione ed espressione.

Ecco una citazione tra le tante che lo attesta:

Ogni vera intuizione o rappresentazione è, insieme, espressione. Ciò che non si oggettiva in una espressione non è intuizione o rappresentazione, ma sensazione e naturalità. Lo spirito non intuisce se non facendo, formando, esprimendo. Chi separa intuizione da espressione, non riesce mai più a congiungerle. L’attività intuitiva tanto intuisce quanto esprime. Se questa proposizione suona paradossale, una delle cause di ciò è senza dubbio nell’abito di dare alla parola «espressione» un significato troppo ristretto, assegnandola alle sole espressioni che si dicono verbali; laddove esistono anche espressioni non verbali, come quelle di linee, colori, toni: tutte quante da includere nel concetto di espressione, che abbraccia perciò ogni sorta di manifestazioni dell’uomo, oratore, musico, pittore o altro che sia. E, pittorica o verbale o musicale o come altro si descriva o denomini, l’espressione, in una di queste manifestazioni, non può mancare all’intuizione, dalla quale è propriamente inscindibile[1].

Croce nel fare queste affermazioni è consapevole che sono «paradossali» perché in effetti esse cozzano con il senso comune che ha sempre separato il contenuto dalla forma. Secondo il filosofo invece è impossibile. L’uno viene fuori con l’altra, nell’attimo stesso dell’altra, perché non sono due “fatti” ma uno.

Autorizzato o no che fosse dalla filosofia, il senso comune non si è comunque mai privato dal porre due domande distinte di fronte a un discorso umano: “di che esso parla” e “come ne parla”[2].

Benedetto Croce passa per essere stato un filosofo antimodernista e a suo modo dunque come un conservatore, ma in effetti in molti casi si è dimostrato, almeno sul piano della teoria letteraria, affetto da quel «giovanile radicalismo» di cui lui stesso parla e che mai lo abbandonò[3]. D’altra parte, in questo suo unificare quanto il senso comune distingueva Croce non faceva che continuare De Sanctis, il quale aveva scritto: «La forma non è “a priori”, non è qualcosa che stia da sé e diversa dal contenuto, quasi ornamento o veste, o apparenza, o aggiunto di esso; anzi è essa generata dal contenuto, attivo nella mente dell’artista: tal contenuto, tal forma»[4].

È proprio riprendendo questa formulazione di De Sanctis che Croce ha potuto scrivere che la forma «non è cosa che abbia valore estetico per sé, e sia applicabile a certi contenuti sì e a certi altri no, come una veste variopinta o un diadema di gemme scintillanti», ma è per così dire «proiezione del contenuto stesso»[5].

Secondo Croce non è dunque possibile estrapolare delle forme da dei contenuti; come si può arguire anche da questa citazione: «Ma che cosa è la lingua se non una serie di espressioni di cui ciascuna appare, in quel modo proprio che appare, una volta sola? Che cosa è la parola se non continua, perpetua trasformazione?»[6].

Croce qui anticipa una delle convinzioni più diffuse del pensiero post-moderno e post-strutturalista: l’avversione verso le costanti, la preferenza per le varianti, le differenze. Che è poi l’attitudine che lo indusse a vietare di servirsi di categorie retoriche, stilistiche, di genere letterario ecc. sovraordinate rispetto al singolo testo preso in esame. E l’estremismo di Croce è tanto più impressionante perché, anche se ritiene che una tale inscindibilità caratterizzi soprattutto la poesia, pensa che essa sia riscontrabile anche nel linguaggio comune.

Ora, se davvero Croce avesse ragione, essendoci sempre nei nostri scambi linguistici un’unità d’intuizione ed espressione (di contenuto e di forma), non avrebbe senso pretendere che due frasi, diverse nella loro formulazione in parole, possano non di meno dire la stessa cosa, quando invece queste operazioni di verifica del senso di una espressione sono quanto di più comune ci sia.

D’altra parte, è proprio sulla base di questi assunti “estremistici” che Croce arrivò ad affermare che il testo poetico era sostanzialmente intraducibile. Tutt’al più il traduttore ri-crea l’opera e cioè letteralmente ne crea una diversa dalla prima:

Ogni traduzione […] o sminuisce e guasta, ovvero crea una nuova espressione, rimettendo la prima nel crogiuolo e mescolandola con le impressioni personali di colui che si chiama traduttore. Nel primo caso l’espressione resta sempre una, quella dell’originale, essendo l’altra più o meno deficiente, cioè non propriamente espressione: nell’altro saranno sì due, ma di due contenuti diversi. ‘Brutte fedeli o belle infedeli’[7].

Qualunque traduzione, ma si direbbe qualunque riformulazione, dunque, essendo per Croce diversa dall’espressione originale, veicola un «contenuto diverso» di pensiero. Non posso certo addentrarmi in questioni traduttologiche, ma direi che soltanto se si pensa che l’unità assoluta di forma e contenuto non è un dogma si può credere che leggere Delitto e castigo in una buona traduzione sia ancora e pur sempre leggere quella tal opera scritta in russo da Dostoevskij. Ci sono d’altra parte molte possibili obiezioni da muovere al “dogma” crociano. Si pensi solo che l’unico modo che hanno A e B per verificare, nei casi incerti, se si sono capiti, è che, dopo che A ha detto qualcosa, B la riformuli con parole proprie, ma diverse da quelle di A. In fondo si tratta anche in questo caso di “traduzioni”. Se A riconosce il proprio pensiero nella riformulazione di B, vuol dire che A e B si sono compresi. Se A non si riconosce nella riformulazione di B, allora non si sono capiti e bisognerà ritentare. In questi scambi possono esserci certo dei piccoli fraintendimenti, ma di fatto su queste transazioni o negoziazioni del senso si basa il “lavoro della civiltà”, la sua perpetuazione (o traduzione nel senso etimologico del termine).

L’idea quindi che la stessa cosa, lo stesso pensiero, la stessa opinione possa essere formulata con parole diverse è il pilastro su cui poggia tutta la comunicazione umana. Se fosse vero che ogni cosa può essere detta in un solo modo («una volta sola»), resterebbe da spiegare come mai gli esseri umani si capiscono. Il postulato crociano, quindi, non è solo falso, ma anche pericoloso.

Eppure, come sempre, il bello di Croce è proprio questo: ha il coraggio di portare certi pensieri fino alle loro estreme conseguenze e, facendo questo, ti sfida, ma nello stesso tempo ti aiuta ad articolare meglio le tue idee anche solo per contrasto rispetto alle sue. E d’altra parte, se Croce ha torto nel voler estendere queste sue conclusioni a tutti gli scambi linguistici, gli si può e deve concedere che a essere, almeno in linea di principio, immodificabile nella sua letteralità è l’espressione artistica: se abbiamo un testo di una poesia è quello e basta, non ci si può cambiare una parola e spesso nemmeno una virgola, ma guai se qualcosa di simile valesse per la comunicazione ordinaria.

Tuttavia, anche se è indubbiamente vero che un testo poetico va considerato nella sua letteralità e materialità, non perciò si deve ritenere che non sia possibile parlare di esso distinguendo il piano del significante e quello del significato, il piano della forma e quello del contenuto. Il senso comune lo ha sempre fatto e forse in questo non s’è sbagliato. Si tratta certo di compiere un’astrazione mentale, perché nella realtà l’una e l’altra dimensione si danno a noi come un fatto unitario, ma ciò non toglie che si tratta di un’astrazione necessaria se vogliamo comprendere come funziona la letteratura. Ma anche come funzionano altri linguaggi, come per esempio quello scoperto da Freud: il linguaggio dell’inconscio.

Prendiamo, per esempio, il suo grande libro sul sogno[8]. Va da sé che un simile studio non potrebbe esistere senza operare una distinzione tra contenuto e forma, e cioè tra contenuto manifesto e contenuto latente dei sogni. Più in generale si dirà che Freud va scoprendo contenuti tipici dei sogni da una parte, ma dall’altra va anche scoprendo alcune forme tipiche dei sogni. E tali forme possono benissimo essere estrapolate e come isolate. Per esempio, Freud scopre un procedimento che chiama “condensazione”. Si tratta di un fenomeno per cui un elemento del sogno rinvia a tanti elementi diversi. Essa è forse un contenuto? No, è una forma che può caratterizzare innumerevoli altri contenuti, diversissimi l’uno dall’altro.

Un altro procedimento scoperto da Freud è quello dello “spostamento”, per cui un certo desiderio aggressivo o libidico, invece che rivolgersi direttamente a una certa persona, viene deviato verso un’altra persona meno importante della prima e che però presenta alcune caratteristiche esteriori simili alla prima. Una situazione simile può accadere anche nella vita reale, allorché per esempio un geloso, invece che accusare direttamente la partner di infedeltà, la accusa di colpe diversissime. La collera del geloso non prende per oggetto il problema vero, ma un problema diverso e meno importante di quello vero. Infatti, per Freud, lo spostamento è solo dal più al meno, e non può mai essere né dall’uguale all’uguale né dal meno al più.

Ripetiamolo: condensazione e spostamento non sono contenuti ma sono forme. È vero, sì, che esse non si possono mai dare se non in concomitanza con certi specifici contenuti, ma resta pur sempre altrettanto vero che Freud ha potuto estrapolarle da quei tanti significati che volta per volta veicolano. E questo è tanto più interessante se si pensa che esse possono essere considerate delle vere e proprie figure retoriche al pari delle metafore, degli ossimori ecc. Non a caso tali figure le troviamo nei sogni, nella vita e anche in letteratura.

Questo è importante affermarlo perché per molto tempo sembrò che certe istanze o pulsioni dell’inconscio – il “di che cosa si parla” – e certe forme tipiche del linguaggio dell’inconscio – il “come se ne parla” – fossero indissolubili. E invece, grazie a delle operazioni di astrazione, possiamo considerare certe forme come dei contenitori vuoti, riempibili da tanti possibili contenuti. A sua volta attraverso un’altra operazione di astrazione noi possiamo individuare alcuni contenuti psichici specifici come, per esempio, quello che chiameremo “complesso di Edipo”. In questo caso potremo dire che il contenuto è una costante semantica ben identificata, anche se poi esso si realizzerà in forme sempre diverse.

Ripeto, per molto tempo negli studi psicoanalitici sembrò che quelle forme e quei contenuti fossero legati a doppio filo, che non ci potesse essere condensazione o spostamento oppure, per citare altre figure freudiane, “rappresentazione mediante il contrario” o “denegazione” (ossia quel fenomeno per cui là dove si dovrebbe negare si afferma e invece là dove si dovrebbe affermare si nega); sembrava che, dove ci fosse qualcuna di queste quattro forme, dovessero esserci obbligatoriamente certi contenuti cosiddetti primari (nascita, morte, stato prenatale, falli, vagine).

Chiediamoci: è così o no? C’è questo vincolo obbligato tra i contenuti tipici e le forme tipiche dell’inconscio? Ebbene, molto probabilmente vale proprio l’opposto. Quelle certe forme che in effetti Freud riconobbe come tipiche esclusivamente del linguaggio inconscio possono essere ritrovate anche nei discorsi consci e per esempio letterari.

Montesquieu, per esempio, nel 1721 ha inaugurato la grande fioritura dei capolavori illuministici maturi con un romanzo epistolare intitolato Lettere persiane, perché fece immaginariamente “venire” due persiani dalla Persia a criticare Parigi, il cattolicesimo, la monarchia, i costumi di Parigi, e più in generale la civiltà europea. E d’altra parte, dando la parola a questi due persiani, Montesquieu poteva continuamente tirare in ballo il Corano piuttosto che la Bibbia. Si tratta di uno spostamento bello e buono. Scegliere come soggetti di critica rispetto alle istituzioni di Parigi, dell’Occidente, dell’Europa cattolica, due persiani; oppure fare oggetto di critica la loro religione, che è quella musulmana e non quella cristiana, significa esattamente mettere ciò che è meno importante (non in assoluto ma per Montesquieu e i suoi lettori) al posto di ciò che lo è di più, corrisponde alla definizione di “spostamento” che abbiamo appena dato. Comunque sia, con questo suo spostamento i contenuti psichici primari non c’entrano assolutamente niente. Tutto, infatti, è chiaro e se noi, leggendo Le lettere persiane, non operassimo istantaneamente, mentre leggiamo, delle riduzioni mentali del tipo Islam = Cristianesimo, letteralmente non capiremmo il testo[9].

Con questo non si vuol dire che quei contenuti primari non siano di vitale importanza per tutti e non si vuole negare che essi siano molto diffusi nel discorso umano, si vuole però dire che lo sono comunque meno di quelle forme discorsive (condensazione ecc.) che Freud ha scoperto e a cui ha dato il nome per primo.

Se, dunque, ci poniamo ancora le due domande (che si possono sempre porre di fronte a un discorso), e cioè “di che si parla” e “come se ne parla”, risponderemo dicendo che la portata del “come se ne parla” (delle forme individuate da Freud) è maggiore della portata del “di che si parla” (dei contenuti da lui scoperti). Sono molto più importanti le forme di pensiero che Freud ha scoperto dei contenuti. In altre parole, il discorso umano in generale si modella molto più spesso su quello del cosiddetto inconscio dal punto di vista formale, che non dal punto di vista dei contenuti.

Ma il testo freudiano più significativo per verificare l’ipotesi che Freud sia più importante come scopritore di forme piuttosto che di contenuti è Der Witz und seine Beziehung zum Unbewussten del 1905.

L’originalità o unicità di questo saggio freudiano è che il motto diversamente dal sogno, lapsus, sintomo, è comunicante oltre che significante. Non solo, si può dire che questo saggio, pur parlando del motto, in realtà parla di letteratura e ne parla “in quanto tale”. Infatti, Freud ha sì parlato altrove di letteratura, ma quando lo ha fatto ha deviato l’attenzione dal testo in sé per concentrarsi sulla persona dell’autore e fare della biografia o psicologia (dell’autore o del personaggio). Ora anche nel libro sul motto ci sono degli esempi letterari illustri (motti firmati da Heine o Lichtenberg), ma, siccome la maggior parte degli esempi che costituiscono il corpus del libro sono anonimi, questo preserva a priori e globalmente Freud da qualsiasi tentazione di deviare il suo interesse dal testo alla psicologia e la persona dell’autore. Ne consegue che questo suo libro è il solo esempio, in tutta l’opera freudiana, di un’analisi di quella che non si può non chiamare letteratura, perché il motto di spirito non può che essere letteratura. E nell’analizzare i motti Freud si disinteressa di biografismi o psicologismi, dimostrandosi attento unicamente a un’analisi testuale, retorica, logica (o più genericamente semiotica).

Ora, in questa idea di una letteratura intesa in senso molto più ampio di quello istituzionale, c’è una sorprendente sintonia di fondo con Croce che per esempio poteva scrivere:

L’intuizione di un semplicissimo canto popolare d’amore, che dica lo stesso, o poco più, di una dichiarazione di amore quale esce a ogni momento dalle labbra di migliaia di uomini ordinarî, può essere intensivamente perfetta nella sua povera semplicità, benché, estensivamente, tanto più ristretta della complessa intuizione di un canto amoroso di Giacomo Leopardi[10].

E altrove dirà che il discorso letterario è da intendere come un continuum che va dalla «parola d’amore che un caporale bisbiglia all’orecchio di una serva» a «un sonetto o una sinfonia»[11].

Ebbene, il motto è una di quelle forme popolari e “povere” che per Croce sono comunque “letteratura” alle pari delle forme più elevate e canoniche. Se si adotta questa prospettiva, ne consegue che è del tutto possibile estrapolare alcune considerazioni che Freud fa per i motti e farle valere per tutta la letteratura.

Le possibilità possono essere due: quando il motto si presenta allo stato isolato, come barzelletta o aneddoto, si può parlare di un piccolo genere letterario a sé stante; quando invece è semplicemente il frammento di un’opera letteraria più vasta, il rapporto tra parte e tutto è assolutamente evidente, e allora il motto di spirito può essere considerato letteratura in quanto è tratto da un’opera che, nella sua totalità, è letteratura.

Parlando di motti, Freud credeva, in perfetta buona fede e con tutta la modestia dovuta a quel complesso d’inferiorità che aveva per la maestà della sfera estetica e letteraria, di parlare di un fenomeno discorsivo molto più piccolo e limitato, ma in realtà ha fatto affermazioni che sono di estrema importanza chiarificatrice per l’intera letteratura.

Vediamo nel concreto. Freud parte da un motto inventato da Heine ma attribuito al ricevitore del lotto Hirsh-Hyacinth. Scrive:

In quella parte delle sue Impressioni di viaggio che porta il titolo I bagni di Lucca, Heine introduce la deliziosa figura del ricevitore del lotto e callista Hirsch-Hiyacinth di Amburgo il quale, vantandosi col poeta delle sue relazioni con il ricco barone Rothschild, conclude infine: «Come è vero Dio, signor dottore, stavo seduto accanto a Salomon Rothschild e lui mi ha trattato proprio come un suo pari, con modi del tutto familionari»[12].

La parola “familionari” non esiste. In questo caso abbiamo fortuna, perché il gioco di parola in tedesco funziona altrettanto bene in italiano. Croce aveva scritto che, quando si traduce, ci troviamo davanti a due espressioni e dunque a due contenuti diversi. E davvero questo può accadere allorché si traducono certi jeux de mots ma qui apparentemente no: il contenuto di pensiero a me pare lo stesso. Sia in tedesco che in italiano il neologismo deriva dalla condensazione degli aggettivi “familiare” e “milionario”. Ora, quel che qui ci interessa è che Freud afferma di portare questo esempio come dimostrazione del fatto che il fenomeno del motto di spirito è indissolubilmente legato a una forma. Che cosa vuol dire? Proprio per dimostrare che il motto di spirito scomparirebbe non appena la sua forma venisse alterata, Freud introduce il concetto di “riduzione”, che sarebbe la formulazione del pensiero del motto ma “con altre parole”.

Quello che Freud dimostra è che la riduzione spiega, sì, il motto attraverso un’estrapolazione del significato dal significante, ma anche lo uccide, lo fa scomparire, o meglio fa scomparire il suo effetto: il divertimento, il riso. In questo è, sia pure inconsapevolmente, in sintonia con Croce: entrambi credono nell’indissolubilità di forma e contenuto. E tuttavia non perciò Freud crede che tali riduzioni siano inutili. Anzi!

Continuando nella sua analisi Freud cita uno studioso del motto di spirito, Theodor Lipps, che commenta così il motto di Heine: «Noi comprendiamo che Heine vuol dire che l’accoglienza era stata familiare, e precisamente di quel noto tipo di familiarità che, odorando un po’ troppo di milioni, non acquista certo in gradevolezza»[13].

Poi Freud riprende la parola: «Non si altera affatto il senso della spiegazione ponendola in un altro modo. “Rothschild mi ha trattato come un suo pari, con modi del tutto familiari; cioè: per quanto è possibile ai milionari”»[14]. Già a questo punto ci rendiamo conto che le riduzioni freudiane prevedono sempre un ampliamento e approfondimento del senso letterale del testo; un tale ampliamento vale come un’espansione di un senso che si presume essere ricostruibile anche avvalendosi di riformulazioni diverse. In altre parole, quel senso può essere detto in altri modi, pur rimanendo sostanzialmente “quel senso”. Per convincersene occorrerebbe, però, accettare che esiste uno scarto tra quanto l’inventore del motto dice letteralmente e quanto sottintende, il che già rompe la perfetta congruenza tra il piano della forma e quello del contenuto. Se avesse ragione Croce, non avrebbero proprio senso quelle operazioni di riduzione, perché esse presuppongono che sia possibile distinguere i piani. Per Freud, invece, il significato non corrisponde alle parole effettivamente pronunciate così come il recto e il verso di un foglio; quelle parole, a quanto pare, non esprimono, ma semmai suggeriscono un certo contenuto di pensiero.

Si deve, anzi, supporre che l’effetto del motto dipenda anche e proprio da questo scarto tra significante e significato; da questo dire una cosa e intenderne un’altra. Se l’ascoltatore prendesse il motto alla lettera, non lo capirebbe ma, se trascurasse la forma per badare al contenuto, non riderebbe, e cioè non apprezzerebbe il motto in quanto motto. Se cento o mille persone ridono all’unisono a una battuta teatrale di Oscar Wilde, è perché l’hanno tutti compresa all’istante e si deve supporre allo stesso modo, anche se poi non è affatto detto che tutti saprebbero riformulare quel significato; e anche chi lo facesse lo farebbe con parole sue proprie e diverse da quelle degli altri. A testimonianza che la comprensione del motto avviene a un livello preverbale quasi alla maniera di un calcolo mentale uguale per tutti e che le tante formulazioni (espressioni) con cui poi i singoli individui verbalizzeranno quella loro istantanea comprensione (intuizione) non significa che essa diverga sostanzialmente dall’uno all’altro.

Le riduzioni provano, dunque, a esplicitare a posteriori quanto l’ascoltatore coglie come implicito; quanto addirittura potrebbe non essere capace di esplicitare (la funzione della critica non è, in definitiva, proprio questa: trovare delle parole che rendano possibile al buon comune lettore di portare a coscienza quanto ha spontaneamente intuito?). Esse non corrispondono mai a esatte trasposizioni linguistiche del significato colto al volo al momento dell’ascolto, ma ad approssimazioni di quel significato che non dobbiamo, dunque, concepire come un “significato dato” e fissabile una volta per tutte. Pur riferendosi a un unico motto, quelle riduzioni possono essere diverse e ognuna può essere sempre modificata, approfondita, migliorata e dunque riformulata tante volte. Il che non significa, però, che quelle riformulazioni corrispondono a intuizioni sempre diverse del contenuto di pensiero del motto, semmai a una migliore messa a punto di esso.

E che il senso del motto (e per estensione di qualunque testo letterario) non coincida e si esaurisca con la sua espressione lo dimostra prima di tutto il fatto che la sua traduzione dal tedesco in italiano pare non comportare alcuna perdita significativa di comprensione e di effetto. È, infatti, dalla coincidenza delle due sillabe “mili”, casuale sia in italiano che in tedesco e che però potrebbe non avvenire in un’altra lingua, che nasce il motto di spirito: dalla loro fusione.

Le riduzioni che, dunque, Freud propone per il motto in tedesco si attagliano perfettamente per la traduzione in italiano. D’altra parte, va detto che in questi suoi primi tentativi Freud in effetti fa sì delle riduzioni, ma rimanendo dapprima molto vicino alla lettera del motto e cioè riferendosi alle parole “familionari”/“milionari”. Freud, però, propone un’altra riduzione, che è la terza, dove lo scarto con la formulazione originaria è maggiore. Scrive: «“La condiscendenza di un ricco”, potremmo aggiungere noi, “ha sempre qualcosa di spiacevole per chi ne fa diretta esperienza”»[15]. In quest’ultima riduzione si è andati oltre il caso specifico riguardante Hirsh-Hiyacinth e Rotschild e s’è prodotta una sorta di espansione del senso quasi sotto forma di massima universale, estrapolabile sì dal motto ma senza più riferirsi alle parole “familiari” e “milionari”.

Va da sé che si potrebbero portare ancora altre riduzioni di questo motto. Si potrebbe, per esempio, rilevare che qui siamo davanti a una combinazione di due forme discorsive: a livello extradiegetico si tratta oggettivamente di un motto di spirito coniato da Heine, ma a livello intradiegetico ci è presentato come un lapsus, dato che esso viene pronunciato da un personaggio dentro il piano immaginario del racconto. Hirsch-Hiyacinth, infatti, apparentemente non intende criticare Rothschild. Mentre Heine è consapevole che si tratta di un motto, il personaggio non è consapevole, ma anzi si sta vantando di conoscerlo e di essere trattato da lui con grande benevolenza e confidenza. Un’ulteriore riduzione dovrebbe dare, dunque, conto anche di questa sfumatura di senso secondo la quale la critica emerge anche contro la volontà del soggetto. Noi possiamo, dunque, intenderlo come un lapsus o come un motto.

La catena delle riduzioni e quindi quella delle interpretazioni possono essere infinite, anche se alcune costanti dovrebbero ritrovarsi sempre. Alcune riduzioni saranno migliori di altre ma potrebbero essere tutte pertinenti, anche se non ne esiste una perfetta che costituisca un equivalente esatto del motto originale.

Ne deriva che contra Croce a un’unica “espressione” originaria (il motto considerato nella sua letteralità) corrisponderebbero una molteplicità di “intuizioni” più o meno calzanti ma comunque pertinenti, proprio come accade con le traduzioni e proprio come accade con i sinonimi.

Solo il motto nella sua forma originale non è modificabile e deve essere rispettato alla lettera; le riduzioni/interpretazioni possono invece essere riviste, corrette, prolungate, confrontate e nel loro insieme contribuiranno a chiarire l’effetto che ci ha fatto il motto la prima volta che l’abbiamo udito. Il che costituisce anche un insegnamento teorico secondo cui non esiste un “calcolo” per cui da un certo testo poetico discende necessariamente un significato corrispondente sul modello delle deduzioni logico-matematiche.

Sembra quasi che, non potendo esserci una tale perfetta equivalenza, siano però possibili tra le tante riduzioni possibili di un motto o di un qualsiasi testo letterario delle equivalenze parziali, confrontabili, delle “somiglianze di famiglia”, per dirla con Wittgenstein. Ha scritto a questo proposito Meyer H. Abrams, parlando di interpretazioni letterarie:

In many observations like these, Wittgenstein indicates the lowers rather than the limits of language; he also suggests the indispensability, in many areas of human concern, of fluidity and variability in our ways of speaking. The view that the justification for a linguistic procedure is not what forms of expression it uses, but whether it is really “doing work”, is neither inhibitive nor prohibitive, but liberative. And such a view may be taken to confirm ‒ not in details, but overall ‒ the very diverse ways that our best literary critics have in fact used language in order to achieve their profitable discoveries and conclusions, as against what some recent analysts claim that the critics have done or should instead have done[16].

Il che significa che, se il testo non può essere “toccato”, il suo senso può essere reso in tanti modi diversi spesso omologhi e comunque confrontabili. Insomma, accade con le traduzioni un po’ quel che accade con le riduzioni: ce ne possono essere tante, alcune delle quali sono preferibili ad altre, nessuna naturalmente essendo l’esatto equivalente dell’originale. Ma, se possiamo esprimere una preferenza, è perché riconosciamo che tutte le formulazioni si riferiscono e tendono, sia pure asintoticamente, alla ricostruzione di un significato certamente «dai contorni sfumati» (sempre per dirla con il Wittgenstein che parla di concetti)[17], ma pur sempre circoscrivibile, determinabile.

Non è insomma che, siccome ogni riduzione del testo si presenta con una veste linguistica diversa, essa corrisponde a un’intuizione diversa. Molte di quelle riduzioni, come dimostrano le citazioni freudiane sopra riportate, sono omologhe e, se non coincidenti, sovrapponibili. Anche solo la possibilità di confrontare queste riduzioni testimonia che delle operazioni di estrapolazione dal testo del senso di esso sono possibili e che, dunque, il senso di quel motto non coincide con la sua formulazione letterale. Se davvero questa possibilità non esistesse, il soggetto potrebbe solo ripetere il motto dentro di sé per risentirne l’effetto ma senza provare a darsene una ragione.

Ora queste considerazioni ci riportano a Croce. Perché? Croce, lo ricordiamo, affermava un’identità di espressione e intuizione: se si ha un’intuizione, un pensiero, un concetto nella mente, è identico alle parole che servono a esprimerlo, nel senso che, se cambio una sola parola, l’intuizione (il contenuto di pensiero) non è più quella. Allora, per essere perfettamente coerenti con la posizione crociana, occorrerebbe che il motto di spirito non dovesse essere commentato (parafrasato, ridotto, interpretato) in alcun modo. Nell’idealismo rigoroso della formulazione di Croce c’è, infatti, racchiuso un pericolo: nelle sue posizioni prese alla lettera sarebbe implicita la morte della critica o almeno di quella parte della critica che chiamiamo interpretazione. Croce ha provato in vario modo a risolvere questa aporia, non potendo certo astenersi dal dire qualcosa sulle opere da lui considerate. E anzi, come è stato notato, nella sua prassi di critico Croce spesso si è sbilanciato dal lato dei contenuti. Ha scritto Davide Colussi:

Se dunque la «forma» crociana salda insieme le accezioni tradizionali di contenuto e forma, è vero però che la prassi critica di Croce si fonda sempre su elementi di contenuto, con l’effetto di uno sbilanciamento fra i componenti del nesso[18].

E cioè di quel nesso che lui avrebbe voluto inscindibile. D’altra parte, se si accettano quelle tali premesse del sistema crociano, non si può interpretare (e tradurre), in quanto per interpretare (e tradurre) bisogna sostituire alle parole originali del testo altre parole con le quali si cambierebbe il senso originale che (secondo Croce) fa tutt’uno con la sua letterale espressione linguistica. Ne consegue che, a voler essere coerenti, non si può e non si deve interpretare.

Infatti, in larga misura almeno, Croce è stato coerente nel condannare ogni tendenza all’interpretazione. Quel che ha raccomandato sono, semmai, degli atti di riproduzione interiore di quanto l’artista aveva genialmente prodotto, astenendosi il più possibile da approfondimenti ermeneutici:

l’equivalenza di genio e gusto, in base alla quale il giudizio estetico coincide in buona sostanza con la riproduzione dell’opera sopra cui viene esercitato, spiega bene, ad esempio, la frequenza con cui Croce indulge a un tono pianamente descrittivo o riassuntivo e, a maggior ragione, a larghe citazioni desunte dall’opera esaminata[19].

Anche in questo si può dire che ha anticipato alcune tendenze post-strutturaliste avverse all’interpretazione metodica dei testi e per esempio quelle rappresentate dalla decostruzione[20].

La poesia secondo Croce si intuisce direttamente, non si può spiegare con altre parole, non si possono fare riduzioni. In un certo senso si può solo dire che la poesia c’è o non c’è. Ora, questa posizione di Croce non è solo sua, ma è la versione italiana di un tipo di scelta di fronte al testo caratteristica della poetica di difesa dell’autonomia del bello. Secondo questo approccio interpretare la poesia significava misconoscerne la sua natura “intraducibile” e in definitiva ineffabile.

Si prenda come esempio dell’insofferenza nei confronti dell’impostazione ermeneutica la reazione di André Breton contro un critico che aveva provato a ridurre al grado zero le folgoranti metafore di Saint Pol Roux:

vi si leggeva: L’indomani di un bruco in tenuta da ballo vuol dire “farfalla”. Mammelle di cristallo vuol dire: “una caraffa” ecc. No, signore, non vuol dire. Rimettete la vostra farfalla nella vostra caraffa. Quel che Saint-Pol-Roux ha voluto dire, siate certo che l’ha detto[21].

Qui Breton, sia pure senza saperlo e volerlo, è molto vicino a Croce. Ora, possiamo sì contro-obiettare a Breton (e a Croce) che, se qualcuno dovesse davvero prendere alla lettera le due metafore, mancherebbe il senso del testo, ma dobbiamo dargli atto che le parafrasi da lui evocate sono del tutto insoddisfacenti e non rendono conto dello straordinario effetto che producono in noi le immagini originali di Saint-Pol-Roux. C’è qualcosa di più nelle immagini proposte dal poeta, un “surplus di senso” che viene perduto se ci si affida a una parafrasi letterale.

Anche secondo Benedetto Croce, infatti, «chi separa intuizione da espressione, non riesce mai più a congiungerle»[22]. E in questo lui è in consonanza con tutti coloro che si sono proclamati avversi a ogni operazione di analisi e interpretazione razionale del testo letterario, in quanto lesiva della peculiare natura di quest’ultimo.

Ora come abbiamo visto in qualche modo anche Freud condivide spontaneamente le posizioni dei teorici dell’autonomia del bello, ma egli apporta utili correzioni e integrazioni a quelle posizioni, riuscendo a disegnare un approccio ai testi letterari più equilibrato e più fecondo. Un equilibrio che riesce a tenere conto di due esigenze differenti. Prima di tutto, infatti, Freud ha riconosciuto, sia pure senza esserne consapevole, quel tanto di vero che c’è nell’affermazione crociana circa l’identità di intuizione e di espressione:

possiamo ricorrere a un criterio sicuro per dimostrare che il carattere arguto è andato perduto nella trasposizione. Il discorso di Hirsch-Hyacinth ha suscitato la nostra viva ilarità, mentre la trasposizione accurata di Lipps o la nostra versione può piacere, può indurci a riflettere, ma non può certo indurci al riso[23].

In effetti, nel caso specifico del motto di spirito, l’effetto letterario consiste precisamente nel farci ridere o almeno sorridere, ma, non appena l’espressione letterale viene sostituita con la riduzione, non ridiamo più. In un certo senso Freud è dunque d’accordo con Croce e i teorici dell’autonomia del bello: il testo è insostituibile, non appena lo si sostituisce non è più “quel” testo, è un’altra cosa.

In che cosa, però, Freud si differenzia? In questo: che l’acuta coscienza da lui espressa che, appena si altera qualcosa nella lettera del testo, il motto di spirito (e, se si estrapola, qualunque testo letterario) non c’è più, non chiude però il discorso. Mentre in Croce questa difesa dell’inalterabilità del testo fa sì che un approccio critico di tipo interpretativo non possa esserci, ma solo un giudizio di valore (poesia/non poesia), per Freud, invece, la constatazione che, riformulando con altre parole il testo, si distrugge il carattere e l’effetto del motto non implica affatto che la riformulazione sia inutile, anzi. Infatti, anche se l’interprete è consapevole che le nuove parole non sono più un motto di spirito (e cioè letteratura), le osservazioni di vario genere, rese possibili con una buona riduzione in altre parole, possono comunque essere interessanti.

È come se Freud, quasi alla stessa data dell’Estetica di Croce, si mostrasse perfettamente avvertito del fondo principale di giustezza delle posizioni crociane e, nello stesso tempo, anche capace di difendere i diritti dell’interpretazione. Questo punto ci conferma che Freud, pur credendo di parlare solo del motto di spirito, sta dicendo qualcosa che ha un grande valore generale per tutta quanta la letteratura e non solo per il motto di spirito.

Prendiamo un altro caso in cui l’assoluta insostituibilità non sia minore. Prendiamo questo motto di Lichtenberg riportato da Freud: «Non solo non credeva agli spiriti, ma non ne aveva nemmeno paura»[24]. È un motto perché, secondo la logica ordinaria, per spaventarsi degli spiriti bisogna crederci quindi se uno non ci crede non può certo spaventarsi. A farci ridere di primo acchito è, dunque, il controsenso che caratterizza il motto. Ma, a ben guardare oltre questa facciata comica, ci accorgiamo che dietro di essa fa capolino un’osservazione psicologica di estremo acume che si potrebbe facilmente esprimere con altre parole. Per esempio, quelle proposte da Freud: «è molto più facile superare con l’intelletto la paura dei fantasmi che non difendersene quando si presenta l’occasione»[25]. Il sottinteso è che spaventarsi è un processo affettivo, crederci o no è un processo intellettuale, e non è affatto detto che i due processi coincidano. Va da sé, scrive Freud, che «rinunciando a questa veste spiritosa […] questa affermazione non ha più nulla di spiritoso ma è una osservazione psicologica esatta»[26]. Un altro modo per dire la stessa cosa sarebbe per esempio: “i processi affettivi ed emotivi sono indipendenti da quelli intellettuali”. Qui si vede il vantaggio, la legittimità, l’indispensabilità della riduzione: posso esprimere il contenuto di pensiero valido con parole astratte e lontanissime dalla formulazione originaria del motto. Se lo faccio, il motto non c’è più. Vero. Ma forse che comunque questi commenti non contribuiscono a una migliore comprensione del motto e dunque a una sua valorizzazione? Certo, questi commenti, diversamente dal motto vero e proprio, non sono letteratura, ma non per questo li considereremo chiose inutili e pedanti: essi infatti «intensificano la nostra percezione e il nostro piacere estetico»[27].

Dunque, una volta posto il problema se la riduzione sia possibile o no allorché si fa critica letteraria, la risposta di Croce è no, quella di Freud è un sì e un no. Riducendo il motto, se ne distrugge l’effetto immediato (il riso), ma contemporaneamente se ne approfondisce il senso. Tali risposte sono immediatamente trasferibili dal motto di spirito (parte) alla letteratura (tutto).

Se per esempio, quando leggiamo nel Cimetière marin di Paul Valéry «Ce toit tranquille, où marchent des colombes», noi non intendessimo ‘mare su cui passano delle vele bianche’, ma letteralmente ‘tetto di una casa su cui posano delle colombe’, mancheremmo il senso del verso e va da sé che non ne coglieremmo nemmeno la bellezza. E, tuttavia, resta vero che c’è un “di più” di senso in quella formulazione del poeta di cui la riduzione non rende ragione. A noi piace proprio la formulazione originaria del verso, è quella che ci ripetiamo e amiamo. Come, dunque, dare conto di questo sovrappiù di senso rispetto alla pura parafrasi? Dobbiamo davvero scegliere tra l’una e l’altra operazione? Come dare ragione a Croce e contemporaneamente a Freud?

È stato Gerard Genette a proporre una definizione che a questo fine può esserci molto utile; secondo quel teorico, infatti, la distinzione tra discorso letterario (e cioè figurale) e discorso trasparente (puramente referenziale o denotativo) equivarrebbe a quella tra discorsi “aventi o non aventi un’alternativa virtualmente percepita”. Scrive infatti:

Il fatto retorico comincia là dove posso paragonare la forma di questa parola o di questa frase a quella di un’altra parola o di un’altra frase che avrebbero potuto essere usate al loro posto e che esse, in un certo senso, sostituiscono[28].

Altrimenti detto, e semplificando al massimo, se diciamo “nave” o “ti amo”, non abbiamo un’alternativa virtualmente percepita; se invece diciamo “vela” o “non ti odio”, si capisce “vela” ma anche “nave”; si capisce “non ti odio” ma anche “ti amo”. E questo vale anche per il tetto di Valéry; si legge “tetto” ma si capisce “mare”. E questo meccanismo dell’alternativa virtualmente percepita si dà in infiniti altri casi, anche se certo non in tutti, essendo molti i casi in cui io dico “tetto” e voglio che si intenda (proprio e solo) “tetto”.

Occorre insistere: non è che si prende un’espressione figurale alla lettera (il che vorrebbe dire mancarne totalmente il senso), ma non è neanche che si mette un’espressione “al posto” di un’altra (il che sarebbe riduzionista). C’è come l’idea di “qualcosa e qualcosa d’altro, di due significati che in qualche modo arrivano insieme, vengono recepiti necessariamente insieme”. E si direbbe anzi simultaneamente.

Credo che questo sia assolutamente compatibile con un normale funzionamento mentale. Parlerei a questo proposito con lo psicoanalista Wilfred Bion di “visione binoculare”[29] e cioè di un «pensare che implica necessariamente vedere la realtà da molteplici punti vista (o vertici) contemporaneamente»[30]. Credo, in altre parole, che possiamo immaginare che la mente umana sia capace di pensare un unico fenomeno (in questo caso un testo letterario) secondo una prospettiva multipla (binoculare) che non prevede ciò che temeva Croce e cioè una separazione irreparabile dei due piani.

E questo pensiero binoculare non si dà solo per singole figure costituite da poche parole (si pensi soprattutto alla metafora), ma per testi interi, come romanzi e racconti. Narrandoci una certa specifica vicenda, essi suggeriscono pur sempre una sorta di significato secondo o, per meglio dire, una pluralità coerente di significati secondi (ma dire significati primi e secondi è già spezzare qualcosa che non può essere diviso). Ne consegue che, se Gregor Samsa, protagonista della Metamorfosi di Kafka, ci rappresenta l’uomo emarginato, solo, umiliato, vergognoso, contemporaneamente è “proprio” un uomo-insetto, una persona-scarafaggio. Se adottiamo l’idea bioniana della prospettiva binoculare, diremo che si tratta di due punti di vista (o vertici) che interagiscono e continuamente si influenzano e modificano, componendo infine un significato unico. Gregor Samsa è davvero diventato un insetto repellente e contemporaneamente esemplifica il moderno individuo emarginato ecc. Il che dà ancora ragione e torto a Croce, allorché sosteneva l’unità inscindibile di espressione e intuizione.

Secondo il semiologo russo Jury Lotman, il critico deve sempre tener conto di questo intreccio ed evitare «la metodologia dell’esame del ‘contenuto ideologico’ separato, e delle ‘particolarità artistiche pure separate’», essendo che «il volume d’informazione contenuto nel linguaggio poetico […] non può esistere, né essere trasmesso fuori della struttura data»[31]. Ed è sempre secondo questa logica che il critico e teorico marxista Pierre Macherey, opponendosi all’idea che il significato di un testo risiederebbe (come un tesoro nascosto) in una qualche recondita profondità, ha scritto: «il significato [di un’opera] sta nella relazione tra l’implicito e l’esplicito, non in una o l’altra parte di questo steccato»[32].

Credo che il punto sia proprio questo: servendoci anche e proprio degli spunti che ci hanno dato Croce e Freud, dobbiamo provare ad articolare meglio proprio questa relazione, perché essa sta alla base di ciò che continuiamo a chiamare letteratura.

  1. B. Croce, Estetica come scienza dell’espressione e linguistica generale. Teoria e storia, a cura di G. Galasso, Milano, Adelphi, 1990, p. 12.
  2. È interessante notare che il sottotitolo del libro di Antoine Compagnon intitolato Il demone della teoria (Torino, Einaudi, 2000) sia Letteratura e senso comune.
  3. B. Croce, La Poesia. Introduzione alla critica e storia della poesia e della letteratura, Bari, Laterza, 1946, p. 35.
  4. F. De Sanctis, Settembrini e i suoi critici [1869], in Id., Saggi critici, a cura di L. Russo, Bari, Laterza, 1979, III ed., vol. II, p. 306.
  5. B. Croce, La storia ridotta sotto il concetto generale dell’arte [1893], in Id., Primi saggi, Bari, Laterza, 1951, p. 9.
  6. B. Croce, Problemi di estetica e contributi alla storia dell’estetica italiana, vol. I, Bari, Laterza, 1910, p. 154.
  7. B. Croce, Estetica come scienza dell’espressione e linguistica generale, op. cit., p. 87.
  8. S. Freud, L’interpretazione dei sogni, in Id., Opere, vol. 3, traduzione di El. Fachinelli e H. Trettl, Torino, Boringhieri, 1971. 
  9. Sull’interpretazione di questo testo in chiave di retorica freudiana si veda il saggio di Francesco Orlando, Illuminismo, barocco e retorica freudiana [1982], Torino, Einaudi, 1997.
  10. B. Croce, Estetica come scienza dell’espressione e linguistica generale, op. cit., p. 46.
  11. B. Croce, Logica come scienza del concetto puro [1909], edizione critica a cura di C. Farnetti, con una nota al testo di G. Sasso, 2 voll., Napoli, Bibliopolis, 1996, p. 187.
  12. S. Freud, Il motto di spirito [1905], Torino, Bollati Boringhieri, 1975, p. 42.
  13. Ibidem.
  14. Ibidem.
  15. Ibidem.
  16. M. H. Abrams, A Note on Wittgenstein and Literary Criticism, in «ELH», Vol. 41, No. 4 (Winter, 1974), pp. 541-54: 544.
  17. L. Wittgenstein, Ricerche filosofiche [1953], Torino, Einaudi, 2014, pp. 42-43.
  18. D. Colussi, Questioni di forma: Croce, i formalisti russi, in S. Brugnolo, D. Colussi, S. Zatti, E. Zinato, La scrittura e il mondo. Teorie della letteratura, Roma, Carocci, 1916, p. 93.
  19. Ivi, p. 88.
  20. Si veda a questo proposito Richard Shusterrman, Croce e l’interpretazione: decostruttivismo e pragmatismo, in «Prospettive settanta», 2-3-4/1987, pp. 549-62.
  21. A. Breton, Introduzione al discorso sulla poca realtà, in Breton e il surrealismo, a cura di I. Margoni, Milano, Mondadori, 1976, pp. 238-51: 248.
  22. Cfr. la nota 1.
  23. S. Freud, Il motto di spirito [1905], Torino, Bollati Boringhieri, 1975, p. 42.
  24. Citato in S. Freud, Il motto di spirito, op. cit., p. 116.
  25. Ibidem.
  26. Ibidem.
  27. E. Wind, Arte e anarchia [1963], Milano, Adelphi, 1997, p. 90.
  28. G. Genette, Figure. Retorica e strutturalismo [1966], Torino, Einaudi, 1969, p. 191.
  29. W. Bion ne parla in Second Thoughts, New York, Aronson, 1967, pp. 110-19.
  30. Th. Ogden, Bion’s Four Principles of Mental Functioning, «fort da», 14 (2), 2008, pp. 11-35.
  31. J. Lotman, La struttura del testo poetico [1970], Milano, Mursia, 1972, p. 25.
  32. P. Macherey, Per una teoria della produzione letteraria [1967], Bari, Laterza, 1969, p. 87 (il corsivo è mio).

(fasc. 51, 25 febbraio 2024)

Il romanzo come sistema complesso: “Pastorale americana” e “Rayuela”

Author di Chiara Muzio

Introduzione

Piangono a dirotto, il fido padre che è fonte di ogni ordine, che non potrebbe lasciarsi sfuggire o sanzionare il minimo segno del caos – per il quale tenere a bada il caos era stata la via scelta dall’intuizione per raggiungere la certezza, il rigoroso dato quotidiano della vita – e la figlia, che è il caos stesso[1].

Così Philip Roth condensa in un unico periodo le due principali funzioni attanziali che animano Pastorale americana, delineando una dialettica tra “ordine” e “caos” quale riduzione ai minimi termini della dinamica che governa il romanzo del ’98. Sin da subito si percepisce come il testo sia mosso da forze dicotomiche, tra le quali sussiste una sproporzione da cui emerge una sorta di faglia critica. Questa “faglia” di indeterminatezza si pone quale elemento portatore di “complessità” all’interno del roman­zo. Sarà dunque opportuno indagarne la natura, per comprendere ancora meglio i meccanismi che regolano Pastorale americana.

Una simile dialettica necessiterà di strumenti di analisi diversi dal consueto: nel nostro caso, abbiamo voluto condurre un’analisi del testo di Roth – a cui segue un debito confronto con un altro romanzo pubblicato all’aurora del postmoderno – in termini di scienze della complessità.

Per affrontare una materia così impegnativa si è rivelato utile adottare i concetti di “forma” e “funzione” (Sternberg), i quali trovano esplicazione nelle nozioni di “funzione caos” e “funzione cosmos” (Ercolino). Sarà così possibile eseguire un’adeguata analisi di quanto accade – ma soprattutto emerge – da un punto di vista strutturale e attanziale nei testi oggetto d’indagine.

Sono stati molti gli autori che hanno affrontato in maniera più o meno dichiarata il vasto tema della complessità. Si pensi a Italo Calvino, che nella Giornata d’uno scrutatore ne fornisce, quasi maldestramente, una definizione molto vicina al significato etimologico di questo termine – riconducibile a un’originaria forma complector, la quale suggerisce un insieme indistricabile di elementi, uniti da un rapporto di reciproca dipendenza: «Ad Amerigo la complessità delle cose alle volte pareva un sovrapporsi di strati nettamente separabili, come le foglie di un carciofo, alle volte invece, un agglutinamento di significati, una pasta collosa»[2]. Una pasta collosa dalla quale non è possibile scindere l’unità, ma che impone un’osservazione volta a cogliere quanto emerge dall’aggregazione delle singole parti interdipendenti.

L’obiettivo del presente studio è proporre un approccio metodologico in grado di coniugare gli studi di critica letteraria alle teorie sulla complessità, materia verso la quale la maggior parte dell’interesse è sorto a partire all’incirca dall’ultimo decennio del secolo scorso. In effetti, la critica ha riscontrato molteplici affinità tra sistemi complessi e forma romanzo. Pertanto, per uno studio del romanzo con simili aspirazioni adotteremo una prospettiva che metta in relazione i singoli elementi testuali, valutandone gli effetti sul piano microscopico e macroscopico.

Studiare la “complessità” di un testo significa accettare una sfida, aprendosi alla prospettiva che una verità assoluta è inattingibile e che quanto leggiamo non è figura chiusa ma “rizoma”, costituito da piani, funzioni, forme che si intersecano tra loro; in più, ogni testo e ogni sua parte è inevitabilmente soggetto alle interpretazioni di chi legge, spesso contraddittorie e mutevoli. La sfida principale consiste, allora, nell’abbracciare questa “contraddizione”.

Il testo è campo dell’indagine e dello sforzo ermeneutico, in quanto semplificazione di un contenuto complesso presente nella realtà esterna (o nell’interiorità di chi scrive) riposto entro una forma chiusa: scrivere implica necessariamente un adattamento rispetto una materia di per sé problematica e dunque irriducibile a modello teorico. Il romanzo, poi, si pone come forma elettiva dell’espansione del pensiero, fatto a sua immagine e somiglianza: in esso cerchiamo di spiegare quanto non riusciamo a spiegarci altrimenti, dando una consistenza materiale all’incertezza che ci attanaglia, entro una struttura che, seppur chiusa e conclusa, spesso è – anche al limite dell’asfissiante – immensamente complessa.

Di cosa parliamo quando parliamo di complessità?

Stando alla definizione che fornisce Alberto Gandolfi in Formicai, imperi, cervelli[3], si intende per “sistema complesso” un particolare tipo di sistema all’interno del quale ogni elemento è posto in relazione di interdipendenza non solo con la restante parte degli elementi presenti al suo interno, ma anche con l’ambiente circostante in cui è inserito, adattandosi alle spinte e ai cambiamenti provenienti dall’esterno.

Una simile definizione si rivela particolarmente appropriata se si guarda al caso del genere romanzo. A buon diritto, infatti, il testo letterario può essere considerato un sistema aperto immerso in un determinato ambiente socio-culturale dal quale è influenzato (e di cui è frutto) e posto in relazione con la mente del lettore – figura imprescindibile, senza la quale non potrebbe esplicare tutto il suo potenziale illimitato.

Alberto Gandolfi definisce un sistema complesso «un’entità organica, globale e organizzata: togliendone una parte ne modifichiamo la natura e le funzionalità»[4] e aggiunge «i sistemi […] sono formati da numerose parti differenziate»[5] per puntualizzare la dipendenza tra il comportamento del sistema, inteso nella sua globalità, e quello delle parti da cui è costituito; queste, a loro volta, possono essere considerate micro-insiemi, organizzati secondo una struttura gerarchica.

L’interazione tra le singole parti dà vita a processi ciclici, definiti feedback. Da questi cicli si ha ciò che è definito “comportamento emergente” del sistema, vale a dire che «in un sistema complesso le relazioni tra gli elementi diventano più importanti della natura degli elementi stessi»[6]. Oggetto d’indagine dovrà essere la “dinamica globale” che è subalterna a un’organizzazione ge­rar­chica e strutturata al fine di conferire un andamento armonico e coordinato tra le parti.

Alla base del comportamento complesso vi è infatti il fenomeno dell’autorganizzazione, il quale si verifica ogni qual volta si raggiunge un determinato livello gerarchico. Man mano che le relazioni tra gli elementi del sistema diventano più articolate, questo aumenta il proprio livello di complessità. Con l’incremento del disordine interno, anche le più piccole perturbazioni provenienti dall’esterno si diffondono a macchia d’olio fra tutti gli elementi e dunque viene meno ogni possibilità di previsione circa il loro comportamento: regna il caos[7]. La complessità è quanto si trova nella zona intermedia tra comportamento lineare e ordinato e, sul fronte opposto, comportamento caotico; in una zona intermedia, che è sostanzialmente di transizione, la quale rappresenta il «comportamento più intelligente e creativo»[8] poiché consente al sistema di evolvere e adattarsi. È grazie alla capacità di evoluzione che i sistemi complessi si spingono verso una zona definita at the edge of caos, caratterizzata da un alto tasso di criticità, fortemente sensibile alle perturbazioni esterne.

In quest’ottica, il ruolo del caos andrà considerato in termini di pura “potenzialità”, dal momento che: «Il caos rompe le catene dell’universo deterministico e garantisce all’umanità un infinito grado di libertà nel forgiare il proprio mondo. Una miscela di ordine e caos è lo stato naturale di ogni forma di vita»[9].

L’elemento caotico funge da grimaldello per il funzionamento stesso del sistema poiché, con l’incremento dei livelli di complessità, quest’ultimo viene spinto verso un punto in cui aumenta la probabilità che si possa assistere alle cosiddette “biforcazioni catastrofiche”, oltre le quali il sistema evolve o soccombe al caos dilagante al suo interno.

Una volta stabilito, in termini tecnici, a cosa ci riferiamo quando parliamo di sistema complesso, sarà ulteriormente utile definire anche sul piano del dibattito filosofico cos’è la “complessità”: questa si presenta laddove si verificano la crisi dei fondamenti scientifici e la crisi dei fondamenti filosofici (con Nietzsche). A ciò consegue l’invalidazione del polo empirico (Popper) e del polo della logica (Gödel): la zona al limite tra questi due poli è costituita dalle incertezze causate dalla trasformazione dei principi d’ordine su cui si basava l’epistemologia positivista.

Riconoscere la complessità in tutto ciò che ci circonda vuol dire riconoscere il mistero del mondo; non a caso Morin parla di «insostenibile complessità dell’essere»[10] relativamente alla constatazione che la complessità è posta nella zona d’ombra, negli interstizi che rendono nullo ogni tipo di semplificazione, dove le antitesi si fondono e oggetto osservato e soggetto osservante si scorgono l’uno nell’altro. Il territorio della complessità è il non riducibile.

Il filosofo francese, partendo da queste riflessioni, parla della complessità nei termini di “sfida” e non, semplicisticamente, come soluzione da adottare. Un simile approccio rappresenta un vantaggio non da poco anche dal punto di vista interdisciplinare, poiché esso abbatte le barriere che normalmente vengono alzate tra i diversi campi del sapere. Si tratta quindi di accogliere il pensiero complesso in una prospettiva dialogica tra i più disparati ambiti, sfruttando la nozione di sistema in quanto griglia teorica. Per cui questo nuovo tipo di logica dovrà inglobare e riorganizzare i capisaldi del pensiero, scontrandosi inevitabilmente con la concezione binaria su cui per secoli si è fondato il nostro sapere. Andrà quindi ricercato un metodo per trattare al meglio le aporie della logica e inglobare le incertezze nell’intellegibilità dell’universo per poter così parlare finalmente di “pensiero complesso”.

Proposte per una teoria “complessa” della letteratura

Nell’area delle humanities, la branca di studi che di recente ha adottato un approccio sempre più vicino all’analisi del testo in termini di teorie della complessità è quella che va sotto il nome di “narratologia cognitivista”, derivata dalle cosiddette “scienze cognitive di seconda generazione” che per prime hanno aperto la strada alle teorie della complessità[11].

Tra gli studiosi, Marco Caracciolo ha avanzato la proposta di un “modello enattivista” della narrazione (cioè una teoria tesa a studiare il rapporto tra “organismo” e ambiente); un modello cioè reader oriented che si basa su una teoria embodied della letteratura – mossa dal concetto di “esperienzialità”[12]. Su un piano prettamente narratologico, si fa ricorso ai concetti di “probabilità inferenziale” e di “sequenzialità inferenziale” per spiegare le dinamiche inferenziali e probabilistiche coinvolte nella fruizione del prodotto estetico-narrativo, partendo dal concetto di “attrattore”, il quale rappresenta l’elemento che conduce il lettore al riconoscimento di un senso più o meno esplicito nel testo[13].

Tra i primi lavori in cui si è cercato di carpire i rapporti tra teorie della complessità e categorie narratologiche, troviamo un articolo di John Pier[14]. Lo studioso individua alla base di alcune categorie narratologiche i modelli di “sequenza” e “sequenzialità”, orientando la ricerca su una valutazione della trama in termini probabilistici. In opposizione al modello del récit idéal[15], Pier analizza gli snodi cruciali con riferimento a situazioni near e far from equilibrium riguardo a punti nel testo dall’elevata criticità. Ciò risulta particolarmente evidente in tutta una serie di romanzi sorti nel XX secolo, nei quali si verifica un distacco, talvolta nettissimo, dalla struttura basilare del plot, enfatizzando invece aspetti del testo che esigono una partecipazione sempre più attiva del lettore.

Lo studioso si avvale delle recenti teorie del New Criticism (nate a partire dagli anni Sessanta del Novecento) che guardano al testo letterario come entità irriducibile a una visione deterministica e prevedibile. Tali teorie hanno apportato importanti cambiamenti nelle indagini narratologiche, dotando gli studiosi di una maggiore sensibilità verso campi di studio apparentemente distanti dall’ambito umanistico. Pur non proclamando la totale sovrapposizione tra sistemi complessi e narrativa, l’intento di Pier è confrontare le due categorie per comprendere in che modo la narrativa, specialmente nel genere romanzo, possa essere intesa e analizzata a partire dallo studio di comportamenti per l’appunto “complessi”; non meno importante sarà poi interrogarsi su quale ruolo possano ricoprire le teorie della complessità se applicate alla narrativa, basando l’indagine su aspetti in comune. Adottare un simile approccio nello studio del romanzo vorrà dire analizzare il “comportamento emergente” dato dall’interazione tra le singole componenti.

Per una teoria sistemica della letteratura, sorge la necessità di avvalersi di un metodo che possa accordare teorie nate in aree di ricerca parecchio distanti tra loro, ma che allo stesso tempo si basi su caratteristiche proprie del metodo narratologico. La soluzione che Federico Pianzola presenta a tutto ciò è il Proteus Principle (PP), già proposto da Meir Sternberg nei suoi lavori sugli universali narrativi del 1992 e del 2010; tale modello si fonda sul rapporto tra “forma” e “funzione”, in riferimento al ruolo che precisi elementi appartenenti a categorie logiche differenti assumono a seconda dell’approccio teorico utilizzato[16]. Sternberg dimostra che la base dell’organizzazione narrativa è costituita da un certo pattern di relazioni – e non da elementi a sé stanti –, enfatizzando la presenza di un comportamento complesso alla base di queste. Sarà giusto chiedersi, per ricavare una teoria letteraria, fino a che punto un dato elemento è funzionale alla complessiva organizzazione narrativa e cosa emerge dall’interazione tra le singole componenti.

L’adozione del PP consentirebbe una valutazione congrua dell’interazione tra “forme” e “funzioni” testuali, con conseguente analisi del “comportamento emergente” che si manifesta a partire dal contatto tra processi cognitivi ed estetici nella relazione testo-fruitore.

Questo metodo consente un ampio grado di adattabilità fra teorie afferenti a campi del sapere molto distanti (al confine tra sapere scientifico e sapere umanistico), dando vita a un approccio aperto che tiene conto di fenomeni di feedback in sostanza molto simili. Sono le stesse dinamiche interne ai romanzi a basarsi su reti e connessioni intricatissime il cui grado di complessità può raggiungere un livello così elevato da sfiorare asintoticamente i limiti del caos[17].

Il testo può (e deve) essere considerato un sistema complesso e, di conseguenza, essere analizzato in quanto tale. Esso si trova costantemente in uno stato di instabilità tra una soglia inferiore, che suole coincidere con la causalità lineare – entro cui è consentita la restituzione lineare degli avvenimenti –, e una superiore, che invece è da individuare nel comportamento complesso, spesso tendente al caotico; limite questo oltre il quale le connessioni tra i singoli elementi si intersecano a dismisura, tanto da rendere impossibile soggiogarle a un processo narrativo che rischierebbe di limitarle o degradarle a strutture precostituite e svilenti[18]. Lo strumento proposto da Pianzola, in fin dei conti, si rivela essere il più efficace per cogliere tutte le sfumature di significato che si creano dalle interazioni fra le singole componenti – fermo restando che il PP deve essere adottato in quanto proposta metodologica e non essere eletto a verità assoluta.

Quanto appena descritto serve a far luce su come all’interno della mente umana vi sia un’inderogabile tendenza a ridurre fenomeni complessi a un piano di causalità lineare. Perciò scrivere storie, o romanzi, consentirebbe di condensare la complessità del reale per comprenderla meglio.

Va però tenuto conto della palese difficoltà che si incontra nel momento in cui si tenta di far calzare un comportamento complesso – che per propria natura sfugge all’inserimento in rigide griglie teoriche – entro un “modello”; di conseguenza sarà inevitabile attuare semplificazioni a causa del discrimine intrinseco tra il comportamento e la mera descrizione del sistema.

Ai fini della nostra indagine, è necessario tenere in considerazione anche quanto Stefano Ercolino, attingendo da uno studio di LeClair sui system novels[19], in un proprio studio pone sotto l’etichetta di “romanzo massimalista”; vale a dire un particolare tipo di testo in cui affiora la “componente massimalista”, caratterizzato dalle seguenti prerogative:

Totalità, interconnessione, organizzazione, scambio di informazioni, apertura divengono le linee guida di una complessa e trasversale riorganizzazione epistemologica avvenuta intorno alla metà del XX secolo che ha definito non solo il campo e i metodi delle scienze matematiche, fisiche e naturali, ma anche il nostro modo di vivere, oltre che la sua rappresentazione letteraria[20].

La caratteristica che prima tra tutte balza all’occhio è la lunghezza di tali romanzi, dovuta all’accumulazione apparentemente caotica di dettagli che sembrerebbero a prima vista poco significativi. Questi però, nell’ordito complessivo, si rivelano essenziali dal momento che danno vita a ulteriori spunti che sviluppano una propria autonomia, pur avendo origine in zone marginali del testo. Il romanzo “massimalista”, come molti altri prodotti della stagione postmoderna, parcellizza il testo in unità discrete, in modo che ogni frammento cooperi alla restituzione dell’insieme e costituisca di per sé un microsistema, a sua volta capace di espandersi. L’autonomia delle parti di un testo diverrebbe estremamente funzionale alla sintesi estetica del mondo, poiché il testo, avanzando per frammenti giustapposti, consentirebbe di muoversi attraverso la materia magmatica che è la realtà stessa – oltremodo, ciò eviterebbe l’impatto contro il muro dell’ineffabilità che si cela oltre la pagina scritta.

A tenere testa a tale difficoltà subentra il ruolo che assume la “trama”, dispositivo attorno al quale si dipana il racconto, che consente la piena comprensione al lettore, fornendogli la sicurezza del confronto con qualcosa di «finito in se stesso»[21]. C’è però chi nutre una scarsissima fiducia nei confronti della «sicurezza della trama»[22]; materia, quest’ultima, su cui si è esposto Carlo Emilio Gadda, il quale è consapevole della necessità di ricondurre il caos dell’esterno a una “struttura geometrica” essenziale e ordinata. Al tempo stesso, l’autore è conscio che l’eccessiva ricerca di un principio d’ordine costituisce un problema per quanto riguarda il rapporto tra narrazione e vita, a causa di quella «inalienabile refrattarietà del reale a ogni tentativo di organica, integrale sistemazione»[23]. L’autore del Pasticciaccio sa bene quanto la trama, tendendo a ricreare le relazioni umane, cerchi di restituire una struttura (quasi) parimenti complessa. “Narrare” è indagare su cumuli di grovigli, cercare di ritrovare un principio di causalità che però non sempre è dato, nella vita come nel testo, perché quest’ultimo è costantemente sottoposto a «spinte centrifughe» (Carati) che lo allontanano sempre più da un una rassicurante unità: il testo presenta così una situazione dispersiva e potenzialmente inesauribile.

Indagare il caos che attanaglia la nostra esperienza, insito nel reale, è prerogativa che contraddistingue il romanzo – e la letteratura – da sempre. È però in particolar modo nella stagione dei grandi modernisti e successivamente, con autori quali Calvino, Cortázar, Perec, Borges e molti altri ancora, che si sviluppano nuove forme e nuove strutture atte a ricercare e ricreare la dialettica tra il caos esperienziale e le modalità attraverso cui esso si esplica sul piano strutturale e contenutistico.

La realtà fenomenica è, sì, presente in ogni testo, pur restando sul binario opposto a quello dello scrittore. Se la scrittura è ciò che Mario Lavagetto definisce «provincia dell’immaginario»[24], inoltrarsi in questo territorio – nella persona dell’autore o del lettore – implica la rinuncia alla sicurezza dei teoremi e delle grandezze misurabili per entrare totalmente «nel regno dello scarto, per ritrovarsi a vagare nell’immenso, sconfinato, labirintico territorio dell’ambiguità e dell’eccezione»[25].

Si assiste così allo sviluppo di forme narrative che evitano in tutti i modi la riduzione pedissequa dell’esperienza entro un perimetro chiuso e svilente; tuttavia, si tratta di forme che riescono a coglierne la complessità, tenendo sempre presente che la sovrapposizione “testo-vita” (che di per sé è “altro”, in quanto realtà stratificata) non sarà mai totale. Proprio una simile frattura – spiegano le pagine di Gadda – «trasforma il sistema da finito a infinito»[26].

Qualsiasi romanzo si ritrova irrimediabilmente sconfitto in partenza nello scontro agonistico che instaura con il reale. Tra i due elementi non può che sussistere una relazione in cui il primo risulta “sineddoche”[27] del secondo, di cui restituisce solo una rappresentazione parziale e mai completa, per quanto, in certi casi, considerevolmente complessa e ponderosa.

Ordine, caos, trasgressione: Pastorale americana

Pastorale americana si pone in linea con la ricerca identitaria del “sogno americano”, ragion per cui l’afflato epico presente al suo interno si consuma nella volontà di rappresentare i destini generali di un’intera Nazione (e generazione), su cui innesta la rappresentazione dei destini individuali dei singoli personaggi.

Roth usufruisce di una struttura accuratamente disposta, retta da numerosi parallelismi ed eco intertestuali, per far fronte a un plot debordante e narrare una vicenda che non sfocia verso alcun esito – poiché frutto di congetture della mente di Zuckerman.

Alter-ego dello stesso autore, Nathan Zuckerman assume il ruolo di “funzione”, così come introdotta riguardo al Proteus Principle. Questo (non) personaggio stimola una riflessione sul concetto di finzione narrativa e su come questa si ponga a sua volta in relazione ai concetti di verità e verità narrativa. Figura onnipresente nell’opera di Roth, Zuckerman dichiara da subito il proprio antecedente letterario, Marcel della Recherche, che nella creazione di Proust incarna «un distacco del protagonista-narratore del desiderio metafisico, per avvicinarsi con l’impegno artistico a un desiderio rivolto verso di sé e non verso l’esterno»[28]; Nathan si trova davanti a un mondo in cui non c’è scarto tra verità e finzione, in cui il soggetto, da frammentato e indeterminato, grazie alla chiave di lettura del “ricordo”, può acquisire strumenti per scoprire in esso più verità che nella realtà stessa. La strategia proustiana è però cambiata di segno:

Divorando un boccone dopo l’altro di quei pasticcini il cui sapore farinoso avevo amato fin dall’infanzia […] forse avrei fatto sparire da Nathan ciò che, secondo Proust, sparì da Marcel nell’attimo in cui riconobbe “il sapore della piccola madeleine” […]. Mangiai dunque, avidamente, ingordamente, non volendo limitarmi, nemmeno per un attimo, nel vorace accumulo di grassi saturi; ma senza avere, infine, la fortuna di Marcel[29].

Se in Proust è possibile ricostruire la compattezza della vita grazie alla narrazione, non gode dello stesso potere la voce di Zuckerman; la storia qui non riesce a ricomporsi e finisce per approdare alla dissoluzione di quell’unità originaria, contrariamente al momento proustiano dove una condizione non lineare e ingarbugliata confluiva in un senso ricomposto. Il dolcetto fragrante e profumato rigurgita la propria essenza: è un mero «accumulo di grassi saturi». Le fughe dell’intimità, di ciò che non è dato vedere dall’esterno, non possono rivelarsi se non nella constatazione dell’intrinseca perniciosità di cui si anela allo svelamento.

È così che in Roth il tema di base viene a coincidere con l’incertezza della memoria e con la sua fragilità; ciò costituisce un’arma a doppio taglio, dal momento che la memoria priva il soggetto della propria interezza e della propria stabilità, costringendolo a ricostruirsi unicamente attraverso l’attrito con l’esterno. Il testo quindi sembra essere in balìa di una forza centrifuga che lo rende sfuggente a qualsiasi ricognizione, poiché il frammento testuale corre all’impazzata, rendendone impossibile l’aggregazione entro un discorso coerente affidato alla narrazione.

Ancora, dunque, sussiste un rapporto dicotomico tra narrazione e realtà, poiché questa è soggetta a un giogo che la costringe a «reificarsi» e a inserirsi entro i limiti della pagina scritta. Il senso ultimo è che la realtà, quando tenta di essere romanzata, finisce sempre per restituire il disegno di una verità parziale poiché non è mai totalmente «testualizzabile»[30].

Roth esige un nuovo modo per narrare la realtà, che non solo scriva e descriva il reale, ma costruisca su di esso un “discorso”; così, dopo numerosi tentativi letterari, è solo in Pastorale americana che mette a punto, nella maniera più soddisfacente, una strategia narrativa che gli consente di «motivare il falso» e ridurre a zero l’effetto di antirealismo che nei suoi precedenti romanzi viziava l’effetto di mimesi del reale.

Dando vita a questo nuovo tipo di narratore, Roth riesce a realizzare un punto di vista parziale e privilegiato, portando al centro del romanzo del ’97 questioni già proustiane sulla coesistenza di “vero” e “falso” all’interno della finzione narrativa.

Zuckerman racconta una storia di cui non è protagonista, a cui assiste da lontano, da una posizione marginale – sia nel testo che nella finzione; è un narratore che si immola per incarnarsi strumento della stessa riflessione metanarrativa e sopperire all’indeterminatezza del soggetto “altro”, il quale non si coglie né si conosce mai totalmente:

Zuckerman assume la funzione di messa a nudo del procedimento, ma al contempo resta espressione del romanzesco. È autonomo, ma in qualche modo legato a Roth; ha un piede nella finzione e l’altro nella realtà. Questa proprietà spugnosa, questi confini incerti definiscono Zuckerman non tanto come personaggio, ma come funzione narrativa dal valore strutturante, in grado di orientare il materiale e caricarlo di senso[31].

Zuckerman si fa “funzione” della “finzione narrativa”. Così Roth carica il suo alter ego dell’onere e dell’onore di essere scrittore e dà vita a questa sorta di correlativo oggettivo dell’ars narrandi; ciò ha come diretta conseguenza l’iperattenzione ai meccanismi di cui la stessa narrazione è costituita, grazie ai quali l’autore può riservarsi un privilegiato trampolino di lancio all’interno del testo[32].

Lo Svedese è ingabbiato nella Storia e nella propria personalissima storia, nella perfetta Pastorale americana che egli incarna, alimentata dai sogni e dalle speranze che i cittadini della comunità di Newark proiettano su di lui. La prefazione, in questo senso assume uno statuto particolare perché, a differenza delle altre opere della modernità in cui costituisce una sezione nettamente separata dal corpo principale del testo, qui invece torna in un momento successivo – dimostrando che andrebbe utilizzata l’espressione genettiana «istanza prefativa testualizzata e narrativizzata»[33], dal momento che essa si pone nella zona liminare tra il «già-testo» e il «non-ancora storia»[34].

La descrizione della “pastorale” facilita l’accettazione veridica del racconto, in quanto suggerisce un effetto di realtà, restando comunque relegata sullo sfondo, indipendente dall’azione principale. Il tutto funge da sfondo a ciò che è il vero motore del meccanismo testuale, l’evento che passa in sordina sul piano della narrazione, il “dettaglio” situato sulla faglia tra l’evento storico e la tragedia privata: la bomba nell’ufficio postale di Old Rimrock, le cui conseguenze hanno portata atroce. Si tratta dell’evento che non si lascia domare dal giogo della narrazione; eppure esplode e la storia insieme ad esso, con il pensiero ossessivo di Zuckerman che precipita in un gorgo di interrogativi senza risposta.

Si rincorrono con il progredire del testo interpretazioni contrastanti, supposizioni che – soprattutto per la prima parte – potrebbero tanto essere vere tanto non esserlo affatto (secondo quel principio di natura schrödingeriana di cui Gabriele Frasca illustra abilmente i meccanismi)[35], premendo sulle capacità ermeneutiche tanto del soggetto narrante quanto del lettore. Al tutto si aggiunge l’utilizzo dell’indiretto libero, il quale garantisce spazio alla finzione, dal momento che il romanzo risulta tanto radicato sugli inganni che Nathan propina a sé stesso, così che anche lo Svedese in persona appaia un’entità astratta – «Giovannino Seme di Mela»[36] – in quanto mera proiezione altrui.

L’occhio – o meglio la parola – del narratore può modificare la scena e i sogni. I ricordi nominati nella citazione in esergo al testo possono diventare realtà, non per capacità intrinseca, ma perché soggetti a un meccanismo di distorsione attraverso il racconto[37]:

[…] la storia degli altri, che si rivela priva del significato che secondo noi dovrebbe avere e che assume invece un significato grottesco, tanto siamo male attrezzati per discernere l’intimo lavorio e gli scopi invisibili degli altri? […] Rimane il fatto che, in ogni modo, capire bene la gente non è vivere. Vivere è capirla male, capirla male e male e poi male e, dopo un attento riesame, ancora male. Ecco come sappiamo di essere vivi: sbagliando. Forse la cosa migliore sarebbe dimenticare di aver ragione o torto sulla gente e godersi semplicemente la gita. Ma se ci riuscite … Beh, siete fortunati[38].

Zuckerman è preso così da una forza irrefrenabile che lo costringe a interrogarsi riguardo alla “soggettività” dello Svedese; fatto sta che la lente attraverso cui guarda non è mai cristallina, a causa dell’avaria insita nel suo meccanismo, che vizia inevitabilmente l’esito delle domande che egli si pone. Credere che sia possibile imprimere una forma alla complessità, come cerca di fare il narratore – nonostante sembri continuamente urlare a noi lettori di non fidarsi delle sue parole – è un mero inganno. L’alter ego di Roth sa bene quanto sia imperscrutabile il coacervo di sentimenti che l’interiorità esperisce, come sa bene anche che l’intrico di situazioni e azioni della “storia” non può essere sottoposto ad alcuna reductio ad unum attraverso la macchina narrativa. Roth affida la storia che ha stimolato la sua ossessione a ciò che è considerato il più potente dei mezzi, per poi rivelarne in corso d’opera la fallacia.

L’unico modo per sanare questo paradosso è eclissare la figura di Zuckerman, lasciando proseguire solo la sua voce, per aprire un varco nell’interiorità altrui, arginando l’ostacolo del punto di vista parziale. Roth, attraverso Zuckerman, dà voce al problema della «regolazione narrativa» (Genette), dimostrando che il compito più arduo che deve affrontare lo scrittore è la trattazione del “problema conoscitivo”. Per conoscere è necessario modificare il proprio sguardo e far sì che l’istanza narrativa tenda a zero, pur avendo presente che questa non può mai essere annullata del tutto, dal momento che «nessun racconto […] può “mostrare” o “imitare” la storia che narra. Può solo raccontarla in modo particolareggiato, preciso, “vivo”, e dare così una maggiore o minore impressione di mimesi»[39].

Zuckerman esiste in quanto mera funzione, la cui presenza manda in cortocircuito sul piano ermeneutico il “sistema complesso” che è Pastorale americana, agendo su elementi che introducono un “segno meno” in apertura all’“equazione” che è questo romanzo. Gli effetti sono riscontrabili sia nell’inesistenza di Zuckerman (in quanto persona ma non in quanto funzione) sia nell’introduzione, in un quadro storicamente vero, di un minimo evento falso. Quest’ultimo – quasi volesse essere una mise en abyme del plotagisce esattamente come la bomba che Merry Levov, figlia dello Svedese, fa scoppiare a Newark, rappresentando il punto di congiunzione tra finzione narrativa e storia (intesa come plot e come storia americana, soprattutto).

La “funzione Zuckerman” è un espediente per dar forma – e senso – al caos dell’interiorità altrui, di una storia ricostruita a posteriori solo dagli impulsi irrefrenabili di un pensiero che vaga senza meta. La presenza di Zuckerman è inoltre utile al tentativo di applicare quel principio secondo il quale la trama, in quanto “struttura” che tenta di porre gli eventi in sequenza, aspira a conferire loro un senso, inserendoli in una narrazione più o meno lineare[40]; ma, nel caso di Pastorale americana, tale possibilità si sgretola nel momento esatto in cui viene a scontrarsi con quel coacervo complesso di concause che ne sovverte la stabilità.

Il titolo stesso motiva la bipartizione strutturale: Pastorale americana, due lemmi polarizzati su immagini e valori opposti. La Pastorale, coincidente con la prima parte, richiama il genere omonimo garante di una struttura e di una tematica fissa e idilliaca, come dimostrato anche dall’utilizzo dei tempi verbali, per la maggior parte all’imperfetto indicativo, a sottolineare l’immobilità nella comunità di Newark («Lo Svedese […] questo era un nome magico»; «lo Svedese brillava come estremo nel football»)[41]. Anche la prefazione costituisce una sorta di cornice anteposta all’intero romanzo, che impone ordine almeno su un piano strutturale, a cui è contrapposta la componente caotica, costituita dal plot. L’istanza caotica è condensata nell’altro termine del titolo – nel lemma che rompe le geometrie testuali, le relazioni di causa ed effetto abilmente disposte dall’autore – ed emerge nella seconda parte del testo, portando alla luce la sostanziale differenza tra plot e story. Appare dunque ciò che si potrebbe definire un duplice “comportamento emergente” all’interno del romanzo, a partire dalle due istanze fondanti, che instaurano un rapporto dicotomico: l’“ordine” e il “caos”.

Investito da queste due forze antitetiche, il romanzo si configura come tentativo di organizzare l’esperienza umana sul piano narrativo, scontrandosi però con l’impossibilità di restituire il caos dell’esperienza umana in maniera oggettiva.

La dialettica alla base di Pastorale americana sembra essere la stessa già ravvisata in Cibernetica e fantasmi da Italo Calvino, il quale descrive la tensione tra «ingegneria combinatoria del plot», quale appunto istanza d’ordine, e «il mare del non dicibile» del caos[42]. La forza ordinatrice che dispone sul testo rimandi, connessioni intertestuali deve tener testa all’esuberanza del plot, che spinge verso le più ignote direzioni, opponendo dunque una forza di segno contrario alla coesione interna. La coesistenza di queste due forze uguali e opposte riconduce a ciò che Stefano Ercolino definisce “funzione cosmos”, contrapposta alla tensione destabilizzante della “funzione caos”[43].

Se si guarda a questo fenomeno adottando gli stessi termini e gli stessi strumenti coinvolti nello studio dei sistemi complessi, si nota come l’istanza caotica vada a rompere il “feedback circolare”. Il funzionamento globale del sistema viene compromesso da elementi ingovernabili, sia sul piano strutturale con la “funzione Zuckerman” sia su quello del plot con la bomba che Merry fa esplodere nell’ufficio postale, dando il via alla deflagrazione caotica nell’universo idilliaco quale appariva la vita dello Svedese. Noi lettori siamo costretti ad arrovellarci dietro quella montagna di ucronie e di “e se” pronunciati da Zuckerman, che ci fanno chiedere da quale minuscolo e insignificante punto, da quale colpa, sia scaturita tutta quell’energia distruttrice e, soprattutto, se questa possa essere ricondotta a una causa o se siamo noi che immaginiamo con troppa fiducia correlazioni causali tra gli eventi, per aggrapparci a una parvenza di sicurezza.

Le due successive sezioni del romanzo coincidono con la tragedia privata del protagonista, avvenuta dopo la caduta dalla condizione edenica in cui aveva vissuto: dopo l’errore fatale.

Per comprendere meglio questa evoluzione, è d’obbligo fare riferimento all’eco dichiarato che Roth fa a Milton, suddividendo il romanzo in tre sezioni («Paradiso ricordato», «La caduta» e «Paradiso perduto») corrispondenti sul piano tematico alla vera e propria pastorale a cui segue la “caduta” che però è cambiata di segno, dal momento che a cadere non è più il Satana ribelle (coincidente con la figura di Merry), ma il Dio stesso del suo universo.

Seymour Levov è, in senso classico, una figura tragica, un uomo ammirabile, bellissimo e forte che decade dal suo state of grace, in parte per volere del Fato e in parte perché pecca di hybris – col bacio che stampa sulle labbra della figlia undicenne, dopo la richiesta di lei, portando al collasso il sistema perfetto e ordinato sul quale aveva costruito la propria esistenza. Ma il primo grande peccato è aver sposato Dawn – lei americana, lui ebreo; motivo per cui merita la vendetta della furia distruttrice di Merry, che fa saltare in aria l’ufficio postale per protestare contro le azioni militari americane durante la guerra in Vietnam. La distruzione è la moneta con cui Levov paga la propria superbia: la tracotanza di chi ha cercato di fuggire l’identità culturale d’origine. Un microsistema – la vita privata – e un macrosistema – la storia di una Nazione – che si influenzano vicendevolmente.

La forte tensione epistemologica sorge dalla necessità di dipanare il groviglio di concause e comprendere come in un solo punto convergano molteplici linee causali:

Nulla di tutto questo è vero. Cause, risposte chiare, a chi dare la colpa. Ragioni. Ma non ci sono ragioni. Merry è costretta a essere ciò che è. Come tutti noi. Le ragioni si trovano nei libri. Era mai possibile che il modo di vivere della nostra famiglia sfociasse in questa bizzarria e in quest’orrore? Non era possibile. […] si sforza di razionalizzare, ma non si può. Questa è tutta un’altra cosa, una cosa di cui lui non sa assolutamente nulla. Nessuno ne sa niente. Non è razionale. È il caos, dall’inizio alla fine[44].

La figura di Zuckerman accoglie l’istanza del “pathos disperato del capire”[45], in cui si condensa il senso più profondo della forma tragica, dando voce a questa nevrosi conoscitiva, spostando quella che era la massima complessità sul piano linguistico nella tragedia antica verso la massima complessità sul piano diegetico nel romanzo contemporaneo:

Eppure, come dobbiamo regolarci con questa storia, questa storia così importante, la storia degli altri, che si rivela priva del significato che secondo noi dovrebbe avere e che assume invece un significato grottesco, tanto siamo male attrezzati per discernere l’intimo lavorio e gli scopi invisibili degli altri? […] Rimane il fatto che, in ogni modo, capire bene la gente non è vivere. Vivere è capirla male, capirla male e male e poi male e, dopo un attento riesame, ancora male. Ecco come sappiamo di essere vivi; sbagliando. Forse la cosa migliore sarebbe dimenticare di aver ragione o torto sulla gente e godersi semplicemente la gita. Ma se ci riuscite… Beh, siete fortunati[46].

All’interno di Pastorale americana la dialettica “ordine-caos” si configura quale emergent behaviour del sistema; in particolare, sul piano diegetico vi è la tendenza alla forma più alta e violenta di caos, «la brutalità della distruzione di quest’uomo indistruttibile»[47], a partire da un difetto fatale: la balbuzie dell’amata figlia, una deroga alla stabilità di quel sistema ordinato di cui godeva l’esistenza dello Svedese.

Le trasgressioni di Levov apportano al sistema dei cambiamenti che implicano il susseguirsi di reazioni a catena. Merry e il padre incarnano due istanze antitetiche, non possono coesistere; la figura di Merry porta all’interno del romanzo un aumento dell’«entropia narrativa» (Ercolino), incarnando ciò che precedentemente abbiamo definito “funzione caos”; questa presenza lavora in direzione contraria a quella dello Svedese, il quale – personificando l’istanza d’ordine – coincide con ciò che è invece indicato come “funzione cosmos”[48], cui spetta il compito di contenere l’energia della prima funzione.

Sul piano strutturale, la “funzione cosmos” corrisponde alla disposizione ordinata del materiale narrativo entro strutture rigide (cioè la tripartizione in Pastorale, Caduta, Contropastorale e l’introduzione della “funzione Zuckerman”, esterna alla vicenda narrata); tale funzione cerca di fare da contrappeso al materiale narrativo inserito in una situazione costantemente at the edge of caos; è così fornita un’organizzazione gerarchica in grado di restituire la corretta tenuta sul piano morfologico, affinché emerga il contenuto simbolico che il testo vuole veicolare attraverso la rappresentazione di istanze antitetiche: anarchia vs ordine, forze centrifughe vs forze centripete, caos vs cosmos.

All’interno del romanzo massimalista – si ricordi – le forze sono bilanciate, cosa che invece non avviene in Pastorale americana: qui domina il caos, asservendo a esso tutte le restanti funzioni. Un così alto grado di complessità – diegetica e tematica – non consente una conclusione completa e soddisfacente da un punto di vista ermeneutico. Il sistema giunge al collasso a causa di questa sproporzione.

In Pastorale americana, dunque, avviene una rottura nel funzionamento ciclico del feedback che pone l’intero sistema di fronte a una situazione perfettamente paragonabile alle “biforcazioni catastrofiche” dei sistemi complessi, dato che ci si allontana dall’equilibrio originale poiché il grado di complessità cresce a dismisura. Il romanzo di Roth tende al collasso, a causa dell’egemonia esercitata dalla funzione caos – incarnata da Merry. Il disperato tentativo di controllo dello Svedese sulla propria vita non ha saputo adattarsi allorquando questa è stata colpita dalla violenza che ne ha compromesso la tenuta, generando così una sclerosi che ha permeato l’intero romanzo.

La potenza caotica che il personaggio di Merry introduce sulla scena è la potenza della “volontà”. Con l’esplosione della bomba nell’ufficio postale, esplode anche la libido vitale della figlia dello Svedese, fino ad allora sopita – esistente solo in forma di sintomo, nella sua balbuzie: scoppia l’ordigno, Merry afferma la propria “volontà” e cessa di tartagliare. Dal caos Merry trae la propria forza, che le consente di vivere persino nelle più infime condizioni, come il Satana di Milton che, pur cadendo, afferma «The mind is its own place, and in itself can make a heav’n of hell, a hell of heav’n. […] Better to reign in hell than serve in heav’n»[49].

Il caos consente l’attuazione delle infinite possibilità d’essere, che l’ordine sclerotizzava. «Senza trasgressione non esiste conoscenza»[50] scrive Roth, lasciando lo Svedese da solo; a lui resta l’onta del difetto fatale, della disobbedienza che imprime alla sua stessa vita la forma del «pensiero di un balbuziente: sfuggita ad ogni controllo»[51]. Il sistema tende alla sclerosi perché non sa evolvere, una volta che la crisi delle certezze si para sul suo cammino.

Evoluzioni di sistemi: Rayuela

È possibile riconoscere un modello testuale che lavora in senso contrario rispetto a Pastorale americana. Esiste, infatti, un particolare tipo di romanzo caratterizzato dalla presenza di molteplici elementi la cui tenuta d’insieme interna risulta paradossale, ponendosi così in un luogo altro rispetto alle forme narrative tradizionali; un tipo di romanzo in cui si riscontra, inoltre, l’assenza di una chiusura o, meglio ancora, di un senso generale di completezza, a cui tuttavia si aggiunge un «ordine perentorio»[52].

Da una «sensazione travolgente di trovarsi davanti a una frontiera della conoscenza»[53], negli anni ’60 del Novecento, si sviluppa in America il Mega Novel, il cui nucleo è retto da un principio d’ordine complessivo, nonostante contenga molteplici istanze apparentemente caotiche.

All’interno di questi romanzi la componente caotica determina un effetto di “decentramento” e di “decostruzione” (Ercolino); infatti, in questi casi l’autore impiega dispositivi e costruzioni metanarrative o strutturali al fine di orientare il lettore attraverso la rappresentazione del «tutto-dentro-tutto dei sistemi» entro «forme imitative»[54], le quali organizzano il materiale complesso all’interno del romanzo. Vi sono dunque elementi interni che anelano al caos più elevato, inseriti però entro una struttura atta a contenerne le sollecitazioni, che assume il compito di imprimere una certa forma al contenuto complesso e straripante, per salvaguardarne la tenuta complessiva. La struttura “controlla” la narrazione.

Quanto appena descritto trova compimento in Rayuela, romanzo sperimentale di Julio Cortázar che presenta una struttura ben serrata, la quale però non implica garanzia d’ordine. Per dichiarazione dello stesso autore, il testo nasce sotto il segno dell’impulsività, madre di numerosi frammenti che solo in un momento successivo sono stati disposti entro la struttura che è stata consegnata alla stampa. Dalla rinuncia a un progetto predefinito ab origine da parte dell’autore consegue un «punto centrale sul quale poi si sono incollati […] strati di cose eterogenee che rispondevano alla mia esperienza di quell’epoca a Parigi»[55]. La struttura stessa, in un certo senso, riflette la genesi di questo testo. Il romanzo si affida alla propria capacità di “autorganizzarsi”; in un continuo passaggio da passato a futuro a presente, quasi coesistessero, rivelando l’altissimo livello di plasticità di Rayuela.

Cortázar fornisce una “tavola di introduzione” preliminare che lascia piena libertà al lettore su come procedere nella lettura. Dunque, Rayuela incarna un potere parimenti demolitore e creatore rispetto alla tradizione, sovvertendo le canoniche nozioni di tempo e spazio; i lettori istintivamente comprendono che esistono modi di lettura tendenti all’infinito, che non seguono un ordine statico e lineare, ma determinati dal libero arbitrio, spaziando in tutto il campo del “possibile”.

Bisognerà ripartire allora da una cosa sacra, dal gioco, e regredire a uno stato di istintività primaria. Proprio nel ruolo che assume la componente ludica si rivela la complessità del romanzo, poiché il gioco stesso della Rayuela – il “gioco del mondo” – fornisce la chiave interpretativa esatta: il sassolino lanciato, così come noi che ci muoviamo nelle nostre vite, non soggiace alla rigida divisione delle caselle disegnate, ma è mosso da forze anarchiche di altra natura.

Una frattura tra aspettativa e realtà riproduce intenzionalmente la sproporzione tra game, gioco costituito da regole precise, volto a orientare il movimento dei giocatori, e play, l’azione vera, gli eventi che travolgono il giocatore.

Ancora una volta è presente la dicotomia “ordine-caos”, cesellata, in questo caso, non solo nella struttura stessa del testo, in un libro che «è molti libri, ma soprattutto è due libri»[56] come esplicita l’introduzione, ma soprattutto – sul piano attanziale – nel personaggio della Maga, ai cui antipodi si pone l’istanza ordinatrice di Oliveira.

La Maga, abitatrice delle eccezioni, che ama «tutti gli inverosimili guai in cui si trovava per via del fallimento d’ogni legge nella sua vita»[57], è guidata dalla propria naturale istintività, a cui si oppone l’anelito costante verso un “centro” di Oliveira; personaggio, quest’ultimo, che è consapevole di quanto la propria volontà di incanalare la complessità entro entità geometriche sia solo il residuo di un’intima illusione a cui egli si aggrappa per pretendere di avere una parvenza d’ordine e, dunque, di sicurezza. L’incontro tra i due apre al personaggio maschile una nuova prospettiva circa la potenzialità del caos – laddove, al contrario, questo era pura distruzione in Pastorale americana.

Uno degli espedienti dell’autore per bilanciare la compresenza di ordine e caos è attuare un’operazione di destrutturazione del linguaggio, scindendo il significato del verbum dal suo significante – azione utile anche ad affrontare il problema della relazionalità e della comunicabilità tra gli individui; spogliato il nome, a farsi carico dell’espressione del significato che il testo vuole veicolare saranno altri elementi, quali il ritmo e la sonorità.

Tra significato e significante della parola sussiste un rapporto di sottomissione del secondo termine rispetto al primo; rapporto che riflette la subordinazione della figura della Maga rispetto allo sguardo deformante di Oliveira[58]. Solo attraverso una simile decostruzione Cortázar può superare la barriera della soggettività del singolo, tanto che anche la descrizione dell’unione corporale necessita dell’utilizzo di un simile artificio per ambire alla descrizione più completa ed efficace dello sfiorarsi, fisico e dell’anima, di due intimità distinte che entrano in contatto. Questo, l’unico modo per restituirne così la totale unione:

Tocco la tua bocca, con un dito tocco l’orlo della tua bocca, la sto disegnando come se uscisse dalla mia mano, come se per la prima volta la tua bocca si schiudesse, e mi basta chiudere gli occhi per disfare tutto e ricominciare […] E c’è una sola saliva e un solo sapore di frutta matura, e io ti sento tremare stretta a me come una luna sull’acqua[59].

L’istanza profondamente trasgressiva sul piano linguistico è presente anche su quello strutturale; in questo romanzo concepito quasi fosse un “gioco”, la playfulness che dà corpo al testo fa sì che la frammentazione della struttura narrativa venga percepita ontologicamente.

Rayuela, grazie al potere conferito al lettore, riconduce ancora al “rizoma”, emblema del concetto stesso di “complessità”. Il testo, infatti, si fonda sulla ricerca asfissiante di qualcosa che in sostanza non è mai definito, identificato da Oliveira con una generica nozione di “centro”; si tratta però di una definizione che è data solo in negativo: «dopo aver liquidato tutto ciò che lui voleva liquidare, c’è la speranza di reinventare la realtà»[60].

La rinuncia a una trama lineare fa sì che a tenere insieme il testo subentri la struttura del “gioco”, una sorta di «rete onirica»[61] da cui risulta l’impossibilità di stabilizzarsi in nessun luogo e di ancorarsi a un preciso momento (causa i continui flashes temporali), escludendo la possibilità di una fine. Tuttavia, il lettore è spinto a proseguire da una quanto mai forte «coazione a leggere»[62].

Rayuela sotto questo punto di vista agirebbe esattamente in linea con la tradizione postmoderna, mettendo in crisi l’intreccio classico, ormai inadeguato a racchiudere una complessità sempre più incontrollabile. È perciò presente non più una scansione di senso lineare («chronos»), ma qualcos’altro che mira a far emergere un significato più profondo («kairos»)[63]. Porre una conclusione definitiva – o dar vita a una trama finita e lineare – equivarrebbe a svilire il senso del testo, dal momento che inevitabilmente ne risulterebbe una semplificazione forzata.

Cortázar crea un nuovo tipo di romanzo, destrutturando ciò che era rimasto dalla vecchia tradizione, dei vecchi modelli, in linea con quel “senso della fine” che si percepiva durante gli anni in cui Rayuela prendeva corpo. Tale è il motivo che spinge l’autore a definire la propria opera “bomba atomica”, poiché si nutre del terrore di una fine imminente, di una “crisi” che avrebbe potuto scatenarsi in qualsiasi momento. Il grande merito di Cortázar è aver trasformato la sensazione che aleggiava all’epoca in prodotto artistico.

Se il concetto di fine è posto in stretta concomitanza con quello di crisi, ciò si riversa pienamente in Rayuela, dato che la “crisi” è ulteriormente assorbita nel “conflitto” in termini di funzioni antinomiche. Viene così sollecitato un desiderio di armonia che deve però fronteggiare l’impossibilità di ricrearla o di risolversi in una pacificazione del conflitto. Questo romanzo cerca di adattarsi a un nuovo tipo di complessità che richiede spiegazioni sempre più sofisticate a fronte di una realtà quanto mai sfuggente, la quale nega qualsiasi prospettiva escatologica a causa dell’essenza peritura e labile dei modelli temporali[64].

Rayuela va considerato come un sistema complesso che, giunto at the edge of caos, dimostra la propria capacità di autoregolarsi, la quale gli consente di superare quella soglia critica per sfruttare il caos magmatico da cui è turbato, evolvendo in una nuova forma. Il “caos” diventa funzionale all’evoluzione del sistema.

Non è altro che un tentativo di superare lo iato tra vita e testo anche il dispositivo ludico, la scissione tra significato e significante, a cui abbiamo accennato. In questo quadro generale, va ricordata anche l’importanza dell’introduzione di determinati personaggi che assumono il ruolo di figura di altri personaggi. Questi si caricano di significati simbolici differenti per ognuno, a sottolineare la complessità dei rapporti umani nonché l’impossibilità di una comprensione – e compenetrazione – totale tra gli individui.

Rayuela è pura complessità. In un romanzo che – come già visto – è più romanzi, più libri, che dà vita a “n” possibilità di lettura, «le suggestioni ermeneutiche si moltiplicano in modo entropico»[65]. Ordine versus caos, ancora una volta in un romanzo complesso in quanto risultato di molteplici livelli ed elementi paratestuali che coesistono senza fondersi mai, costantemente in comunicazione tra loro:

[…] i personaggi di Oliveira e della Maga si spostano secondo itinerari casuali, si incontrano senza appuntamento, percorrono strade in cui scoprono ciò che lo sguardo normale non coglie. Quest’attrazione misteriosa, che i surrealisti chiamano “casualità oggettiva”, conduce alla deriva entrambi i personaggi, mossi da forze che, nella Maga, sono completamente naturali, profonde, incoscienti, e che, in Oliveira, lottano invece con la ragione che cerca di interpretarle[66].

La contrapposizione “funzione caos-funzione cosmos” è riportata nell’antinomia che separa – ma allo stesso tempo lega – anche sul piano attanziale i due attori principali. Ignacio Oliveira personifica la tendenza a ridurre il materiale organico del reale entro strutture fisse e schemi chiusi fondati su un sapere prettamente accademico, i quali (per propria natura) non comprendono la molteplicità insita nel reale, irriducibile a legge, che resta incomprensibile a chi tenta di decifrare la realtà secondo paradigmi precostituiti. È figura antitetica la Maga, con la propria capacità di “oltrepassare il varco” e squarciare il confine tra realtà apparente, convenzionale, e ciò che sta “oltre”, così da poter cogliere la totalità di quanto le è attorno, con «occhi che guardano senza vedere»[67], andando oltre quella «comprensione parcellizzata»[68] appartenente a un’impostazione di ragionamento lineare e razionale.

La Maga è pura trasgressione rispetto ai princìpi logici di Oliveira; è inoltre perfettamente in linea con i molteplici spunti trasgressivi che l’autore volontariamente libera nel testo, cosicché il concetto stesso di trasgressione, scevro da qualsiasi declinazione estetica, quasi apre alla riflessione sulla complessità che permea il romanzo in questione. Se in Pastorale americana non era possibile trarre una conclusione e sanare la vicenda, tanto essa era ingarbugliata, in Rayuela è dato avanzare molteplici letture e interpretazioni ugualmente valide, poiché è come se il lettore sentisse di poter sanare le aporie testuali, in quanto ne percepisce la costruzione anomala, non mettendola però mai in discussione.

Contrariamente a ciò a cui va incontro lo Svedese, crollando nella tragedia più atroce, in Cortázar l’istanza caotica è potenzialità pura, che dà vita a un romanzo nuovo, rivoluzionario, a un sistema più sofisticato, superando la soglia di criticità caotica; ciò è reso possibile grazie a una più efficace autorganizzazione, a partire dalla configurazione del linguaggio nella sua componente minima, l’etimo (che di per sé è “atomo”)[69], fino a coinvolgere il comportamento dell’intero sistema e l’ambiente attraverso la nuova modalità di fruizione richiesta al lettore.

Due romanzi, insomma, che presentano strategie differenti per fronteggiare la materia vasta e complessa della “realtà”. L’uno, inserito in un infinito circolo vizioso, tende al collasso, inghiottito dal caos che dilaga e stravolge il sistema impeccabile della vita di Seymour Levov; l’altro, aperto alla possibilità, sfrutta la “funzione caos” come principio compositivo, quale evoluzione del romanzo contemporaneo in una nuova forma capace di trarre potenzialità creativa dagli aspetti più complessi della mente e del reale, con cui la letteratura gioca la propria partita da sempre.

 

  1. P. Roth, Pastorale americana, trad. it. di Vincenzo Mantovani, Torino, Einaudi, 2013, p. 250.

  2. I. Calvino, La giornata d’uno scrutatore, Torino, Einaudi, 2011, p. 7.

  3. A. Gandolfi, Formicai, imperi, cervelli. Introduzione alla scienza della complessità, Torino, Bollati Boringhieri, 1999.

  4. Ivi, p. 17.

  5. Ibidem.

  6. Ivi, p. 41.

  7. Ivi, pp. 42-57.

  8. Ivi, p. 59.

  9. Ivi, p. 71.

  10. E. Morin, La sfida della complessità, Firenze, Le Lettere, 2017, p. 71.

  11. M. Cometa, Perché le storie ci aiutano a vivere. La letteratura necessaria, Milano, Raffaello Cortina, 2017.

  12. Tale modello di lettura si propone di studiare la relazione dinamica che nasce dall’interazione fra testo e vissuto di chi legge, basandosi su processi cognitivi, come l’identificazione, che implicano la presenza di empatia (ivi, p. 238).

  13. Cfr. A. Casadei, Biologia della Letteratura. Corpo, stile, storia, Milano, il Saggiatore, 2018.

  14. J. Pier, Complexity: A Paradigm for Narrative?, in The Emerging Vectors of Narratology, a cura di P. K. Hansen, J. Pier, P. Roussin e W. Schmid, Berlin-Boston, de Gruyter, 2017, pp. 533-65.

  15. Cfr. T. Todorov, La poetica, in Che cos’è lo strutturalismo, trad. it. di M. Antonella, Milano, Isedi, 1971.

  16. M. Sternberg, Telling in Time (II): Chronology, Teleology, Narrativity, in «Poetics Today», XIII, 3, 1992, pp. 463-541.

  17. Ibidem.

  18. F. Pianzola, Looking at Narrative as a Complex System: The Proteus Principle, in Narrating Complexity, a cura di R. Walsh e S. Stepney, Cham, Springer, 2018, p. 111.

  19. Ulteriore spunto per utilizzare studi afferenti ai sistemi complessi nell’ambito dello studio del romanzo, il testo di LeClair mette in evidenza il fatto che sarebbe il cambiamento avvenuto nel campo delle scienze naturali ad aver coinvolto anche la produzione romanzesca, determinando la scelta di nuovi temi e forme (T. LeClair, The Art of Excess: Mastery in Contemporary American Fiction, Urbana, University of Illinois Press, 1989).

  20. S. Ercolino, Il romanzo massimalista, Milano, Bompiani, 2015, pp. 18-19.

  21. P. Brooks, Trame. Intenzionalità e progetto nel discorso narrativo, trad. it. di D. Fink, Torino, Einaudi, 2004, p. 4.

  22. S. Carati, Il mondo là fuori. Narrazione, esperienza scrittura, Milano, Ledizioni, 2023.

  23. G. C. Roscioni, La disarmonia prestabilita. Studio su Gadda, Torino, Einaudi, 1995.

  24. Cfr. M. Lavagetto, Lavorare con piccoli indizi, Torino, Bollati Boringhieri, 2003, p. 66.

  25. F. Bertoni, La verità sospetta. Gadda e l’invenzione della realtà, Torino, Einaudi, 2001, p. 54.

  26. S. Carati, Il mondo là fuori, op. cit., pp. 54-55.

  27. S. Ercolino, Il romanzo massimalista, op. cit., p. 21.

  28. C. Tirinanzi de Medici, Il vero e il convenzionale, Torino, UTET, 2012, p. 26.

  29. P. Roth, Pastorale americana, op. cit., p. 51.

  30. C. Tirinanzi De Medici, Il vero e il convenzionale, op. cit., p. 32.

  31. Ivi, p. 40.

  32. Cfr. P. Masiero, Philip Roth and the Zuckeman Books: The Making of a Storyworld, Amherst-New York, Cambria Press, 2011, p. 11.

  33. Cfr. G. Genette, Soglie. I dintorni del testo, trad. it. di C. M. Cederna, Torino, Einaudi, 1989.

  34. C. Tirinanzi de Medici, Il vero e il convenzionale, op. cit., p. 45.

  35. G. Frasca, Un quanto di erotia. Gadda con Freud e Schrödinger, Napoli, d’if, 2011.

  36. P. Roth, Pastorale americana, op. cit., p. 340.

  37. C. Tirinanzi de Medici, Il vero e il convenzionale, op. cit., p. 52.

  38. P. Roth, Pastorale americana, op. cit., p. 443.

  39. G. Genette, Figure III. Discorso del racconto, trad. it. di L. Zecchi, Torino, Einaudi, 2006.

  40. Sono infatti le «strutture, funzioni, sequenze e trame» che consentono «la possibilità di seguire una narrazione e di ricavarne un senso» (P. Brooks, Trame, op. cit., p. 20).

  41. P. Roth, Pastorale americana, op. cit., pp. 1-2. Corsivi nostri.

  42. I. Calvino, Cibernetica e fantasmi (Appunti sulla narrativa come processo combinatorio), in Id., Una pietra sopra. Discorsi di letteratura e società [1980], a cura di M. Barenghi, Milano, Mondadori, 1995, pp. 205-25.

  43. S. Ercolino, Il romanzo massimalista, op. cit., pp. 189-95.

  44. P. Roth, Pastorale americana, op. cit., p. 304.

  45. La formula è tratta da un intervento di F. Moretti, La guerra entro la famiglia (Eschilo, Orestea), presentato in Quattro lezioni sulla tragedia, a cura di F. de Cristofaro, L. Distaso ed E. Abignente, Teatro Mercadante, Napoli 22 marzo 2023.

  46. P. Roth, Pastorale americana, op. cit., pp. 40-41.

  47. Ivi, p. 90.

  48. Ivi, p. 190.

  49. J. Milton, Paradise Lost, trad. it. di Lazzaro Papi, Milano, C.D.C., 1985, libro 1, vv. 254-63.

  50. P. Roth, Pastorale americana, op. cit., p. 390.

  51. Ivi, p. 102.

  52. F. R. Karl, American Fictions, 1980-2000: Whose American Is It Anyway?, Bloomington, Xlibris, 2001, p. 162.

  53. Ibidem.

  54. T. LeClair, The Art of Excess: Mastery in Contemporary American Fiction, op. cit., pp. 23-24.

  55. Intervista a J. Cortázar tratta da O. Perego, La fascinación de las palabras. Conversaciones con Cortázar, trad. it di I. Buonafalce, Barcelona, Muchnik, 1985, in J. Cortázar, Rayuela. Il gioco del mondo, Torino, Einaudi, 2004, pp. 589-603.

  56. J. Cortázar, Rayuela. Il gioco del mondo, trad. it di F. Nicoletti Rossini, Torino, Einaudi, 2015, p. 1.

  57. Ivi, p. 16.

  58. E. Barros Grela, Performatividad lúdica y espacios de gènero en «Rayuela» y «El túnel», in «Revista chilena de literatura», LXXXI, 2012, p. 128.

  59. J. Cortázar, Rayuela. Il gioco del mondo, op. cit., p. 41.

  60. Ivi, p. 602.

  61. B. Sarlo, Il gioco del mondo. Julio Cortázar, 1963, in Il romanzo. III. Storia e geografia, a cura di F. Moretti, Torino, Einaudi, 2002, p. 735.

  62. Cfr. P. Brooks, Trame, op. cit., p. 227.

  63. Cfr. F. Bertoni, Impossibile chiusura: il romanzo moltiplicato, in «SigMa», I, 2018, p. 18.

  64. F. Kermode, Il senso della fine. Studi sulla teoria del romanzo, trad. it. di G. Montefoschi, Milano, Rizzoli, 1972, pp. 43-45.

  65. Ivi, p. 188.

  66. B. Sarlo, Il gioco del mondo. Julio Cortázar, 1963, op. cit., p. 737.

  67. J. Cortázar, Rayuela. Il gioco del mondo, op. cit., p. 105.

  68. B. Sarlo, Il gioco del mondo. Julio Cortázar, 1963, op. cit., p. 738.

  69. M. Tortora, A. Volpone, Il romanzo modernista europeo. Autori, forme, questioni, Roma, Carocci, 2019, p. 226.

(fasc. 51, 15 marzo 2024, vol. II)

Lo storicismo di Croce negli anni Trenta del Novecento

Author di Renata Viti Cavaliere

Croce assegnò al suo pensiero il titolo di storicismo, seguito dall’aggettivo “assoluto”, non prima degli anni Trenta del Novecento. Con il nuovo nome non esprimeva una denominazione di scuola né intese annunciare l’adesione a un movimento di idee preesistente. Nei riguardi dello storicismo il giovane Croce aveva avuto semmai accenti molto critici, mentre, nella maturità, il filosofo terrà in particolar modo a distinguersi dallo Historismus tedesco, pur apprezzando da sempre i grandi metodologi del pensiero storico in Germania.

Lo storicismo crociano è stato perciò uno storicismo sui generis, peculiarissimo, dal carattere fortemente etico-politico, laicamente “religioso”, in continuità con la filosofia dello spirito che aveva avuto nella dottrina delle categorie conoscitive e pratiche il suo fulcro essenziale; storicismo, con il quale Croce intese fornire infine una legittimazione ulteriore al problema del conoscere storico nella forma già teorizzata nella Logica del 1909. Non si stabilì pertanto uno iato tra le categorie eterne, i cosiddetti “distinti” della prima sistemazione della filosofia di Croce, e lo storicismo della maturità che parrebbe, secondo alcuni interpreti, tradire l’immobilità delle forme caratterizzante la forza di uno spirito perenne. Si può sostenere, invece, che nei successivi sviluppi della riflessione sul pensiero vivente rimane inalterato lo strumento di lavoro che Croce aveva individuato nel giudizio storico, per quel suo perpetuo legame con i problemi particolari che mutano al cambiare dei tempi. Prova ne fu il “quarto” volume della filosofia dello spirito che, come si è detto, chiudeva il sistema mentre apriva il pensiero filosofico alla singolarità di sempre nuove esperienze storiche. Il riferimento è alle pagine di Teoria e storia della storiografia, uscito prima in tedesco nel 1915 e poi nell’edizione italiana del ’17. Lo storicismo degli anni Trenta portava in sé il riferimento alla storicità delle umane cose e alla contemporaneità di ogni vera storiografia, culminando infine nel motto “nient’altro che storia”, per il quale, se tutto è storia, niente che la riguardi può dirsi in alcun modo veramente assoluto[1].

In una nota autobiografica, aggiunta all’edizione 1950 del Contributo, Croce ricorda di aver scritto quelle pagine, nel 1915, «quando cominciò a farsi chiaro che con la guerra europea si era entrati in una nuova epoca storica»[2]. La critica di sé stesso, che dello storico di professione rimarca il compito di un’analisi il più possibile spassionata, aveva avuto allora origine in stretto rapporto con la percezione di un profondo mutamento culturale e politico. Nella Nota autobiografica aggiunta nel ’34, riprendendo il racconto interrotto venti anni prima, Croce ricordava che la tempesta, annunciata in chiusura del Contributo, mentre intorno ruggiva la guerra, si era poi scatenata nel mondo senza che si intravedesse oramai barlume di speranza o via d’uscita[3].

Merita particolare attenzione la Nota del ’34, per più di un motivo. Croce si avvicinava ai settant’anni, e per questo traguardo esistenziale aveva vagheggiato di dedicare minor fatica agli studi per rivolgersi a trasmettere ai più giovani i “piccoli segreti del mestiere” – così li definiva ‒ tra i quali il legame che la filosofia, la storia e la letteratura debbono avere con la «disposizione morale e religiosa» dello spirito[4]. Del tutto alieno da una produzione di pura filosofia che non fu mai nelle sue corde, Croce aveva atteso in quegli anni a scritti di storia il cui concetto, nel volume Etica e politica del ’31, ebbe un significativo approfondimento nella formula da lui adottata di “storiografia etico-politica”, nata allo scopo di armonizzare le pretese di unilateralità della storia dello Stato con la storia della Cultura o della civiltà. Croce riferiva inoltre di aver fatto importanti avanzamenti teorici, sia nei Nuovi saggi di estetica sia in una raccolta di scritti alla quale avrebbe a breve dato il titolo Ultimi saggi (1935), quasi a segnare l’avvenuto approdo finale[5]. Le cose andarono assai diversamente anche perché, nei secondi anni Trenta, avrebbe visto tra l’altro la luce La storia come pensiero e come azione che è l’opera più significativa ai fini della riflessione sullo storicismo. Sul piano della teoria, scriveva Croce, la concezione della filosofia sub serviente alla storia, e dello spiritualismo assoluto che chiude il varco a ogni trascendenza, può deludere le anime belle che nella vita investono tutti i loro patemi e i loro sterili entusiasmi. Sennonché l’unica realtà dello spirito, mai negatrice del suo presunto contrario, lungi dal produrre una perdita si converte nella ricchezza della vita, proprio nell’atto di viverla come il finito-infinito che non ha alcuna misura fuori di sé[6]. Più d’una volta, nel Contributo, Croce fa riferimento al suo posizionamento nei riguardi delle vicende storiche in corso, diviso come venne spesso a trovarsi tra la necessità di “liquidare il passato” e il bisogno di rispondere alla novità sconfortante di tempi burrascosi.

Nella Nota aggiunta nel ’50 egli rievocava in maniera sofferta l’avvento del fascismo, una volta caduto il governo Giolitti nel quale aveva ricoperto il ruolo di Ministro della pubblica istruzione dal 1920 al ’21, quel fascismo che poco accortamente aveva considerato in un primo tempo un episodio “patriottico” del dopoguerra, e che invece si apprestava a togliere dalle mani dell’Italia quella libertà tanto faticosamente guadagnata[7]. Dopo la caduta del fascismo nel luglio del ’43 accettò di presiedere il ricostituito Partito Liberale Italiano, presidenza dalla quale si dimise nel ’47. Sempre ben ferma nel frattempo era stata da lui tenuta la convinzione filosofica per la quale il pensiero va esercitato in contatto con la realtà che muta. Le conclusioni a cui era giunto intorno alla storia e ai suoi rapporti con la filosofia, scrive a conclusione della nota del ’50: «mi suggerirono, e quasi mi imposero, il titolo di “storicismo”, al quale apposi, per indicarne il carattere, l’aggettivo di “assoluto”»[8].

Ci si chiede come di fatto maturò negli anni Trenta la nuova determinazione della filosofia dello spirito. Il nome diverso mandava definitivamente in soffitta qualificazioni da Croce sempre rifiutate, se riferite a lui ovviamente, come quelle di hegelismo, neohegelismo o teoria dei valori. L’idealismo che Croce aveva professato in ossequio alla tesi ch’esso attiene a ogni filosofia che voglia dirsi tale, com’ebbe a sostenere lo stesso Hegel, fu per lui innegabilmente la voce filosofica consona alla negazione del Positivismo e di ogni forma di trascendenza. Eppure, in una noterella del ’41, Croce finì per dichiarare l’idealismo, non più corrispondente al suo modo di sentire i problemi del pensiero storico, una denominazione filosofica da abbandonare, anche per il fatto che tante volte gli studiosi erano incorsi in palesi fraintendimenti[9]. La questione non è secondaria, se anche gli interpreti del pensiero di Croce hanno finito per imputargli talvolta un idealismo manchevole in virtù dello sbocco storicistico degli anni Trenta, e, altra volta, uno storicismo imperfetto a causa dell’idealismo assoluto da Hegel interamente recepito e mai davvero superato. Non fu comunque una finalità puramente nominale quella che indusse Croce a dirsi “storicista”, perché si trattò per molti versi di una presa d’atto della necessità di tornare sui propri passi, non però sul piano teorico, ma riguardo alla lettura non sempre accorta che egli stesso, come molti dei contemporanei pur così avveduti, aveva dato delle vicende italiane ed europee d’inizio secolo ventesimo. Al pensatore tocca allora, per la natura stessa del suo lavoro intellettuale, un supplemento di riflessione al mutare delle circostanze, come fa il nuotatore che adegua le bracciate al salire dell’onda.

La conferenza Antistoricismo, tenuta da Croce a Oxford in occasione del Congresso internazionale di filosofia nel settembre del 1930, conteneva per via negativa l’annuncio del nuovo storicismo[10]. Non stupisce che la stesura del testo gli sia risultata faticosa, come si legge nei Taccuini, per la difficoltà dichiarata dal filosofo a stilare discorsi destinati a convegni. E, tuttavia, quella “piccola relazione”, come la definisce Croce, tenuta da lui in francese, toccava in modo magistrale il punto dolente delle condizioni spirituali dell’Europa, suscitando reazioni diverse in Italia e fuori dell’Italia. La tonalità con la quale egli affrontò il tema dell’antistoricismo risuonava in tutta evidenza con la forza di una non sottintesa caratura etico-politica e fondamentalmente “religiosa”. Croce muoveva una forte invettiva contro i nemici del sentimento storico i quali sono nel mondo moderno i veri atei, coloro che sconfessano l’ultima religione che resti all’umanità, cioè la fiducia nella storia come storia della libertà. Il valore da difendere era appunto la storicità che per i filosofi consiste nel «nodo del passato con l’avvenire, garanzia di serietà del nuovo che sorge»[11]. Croce parlava a nome dei filosofi rivolgendosi parimenti agli storici, depositari anch’essi di civiltà e cultura nell’unità di un compito comune, in piena osservanza del costrutto logico tempo addietro teorizzato.

Mosso dallo sconforto per l’avversione mostrata proprio dagli intellettuali, “procreati dalla libertà”, nei riguardi del sentimento storico che è sentimento intrinsecamente liberale, il discorso ebbe il significato di una denuncia della situazione politica dell’Occidente europeo. La decadenza negli studi, divisi tra passatisti e futuristi, andava di pari passo con l’affermarsi, non solo in Italia, dell’autoritarismo, del disciplinarismo, contigui a violenza e a imbarbarimento dei costumi, a durezza del comando, quasi riti orgiastici di tipo finanche satanico. I presupposti di un tale clima di dominio autoritario risiedevano nella negazione della storia come il regno del relativo, del mobile e del diverso, dell’individuale e del vario, e dunque nella preferenza per le regole fisse, per i modelli astratti, per l’assoluto che sta fermo in una sfera superiore di inattività. Gli antistoricisti si erano schierati a favore di un vieto tradizionalismo, ossia di un rapporto acritico con la tradizione, la quale certo non va negata se prelude a nuove creazioni, come accade nell’arte, o nella poesia, che mai si appaga del generico o di una vuota ripetizione. D’altronde, proprio i cosiddetti futuristi, fautori della rinuncia al passato in nome di un vitalismo fine a sé stesso, negano la storia con la pretesa di imporre dall’alto la regola di un irrazionalismo astratto, zelatori della vita per la vita e parimenti negatori della sua genesi costante. Sotto le formule filosofiche, incalzava Croce, stanno comunque le dramatis personae dell’odierna lotta politica: imperialismo, nazionalismo, statalismo, ripresa cattolica e clericale. Sicché con la disciplina soldatesca è venuto meno l’abito critico, producendo impoverimento mentale, disperazione e nevrosi, sino al culmine dell’opzione per l’Anti-Europa, che vuol dire sradicarsi dalla storia del secolo decimonono e dai precedenti eventi rivoluzionari della Francia di fine Settecento[12].

Al senso storico «come civiltà e cultura» plaudì Thomas Mann, il quale, ricevuto in omaggio il saggio crociano, si disse molto onorato del dono, e partecipe di uno stato d’animo di forte ambascia per la situazione storico-spirituale della Germania[13]. Karl Vossler scriveva a Croce nell’ottobre del ’30 che Friedrich Meinecke avrebbe pubblicato nel prossimo numero della «Historiches Zeitschrift» il suo discorso, che aveva molto apprezzato[14]. In Italia, invece, Croce dovette registrare reazioni negative e accuse forse non del tutto impreviste, che lo colpirono comunque profondamente: Giovanni Gentile, in un pubblico discorso e interventi sulla stampa, lo accusò di aver messo in cattiva luce l’Italia contemporanea parlando per di più da una cattedra internazionale, finendo così per additare Croce a una possibile vendetta del regime[15]. Va ricordato che nel 1926, l’anno successivo alla pubblicazione del Manifesto degli intellettuali antifascisti, Croce aveva avuto la casa invasa durante la notte da squadristi che misero in serio allarme lui e la famiglia, motivo per il quale egli visse con comprensibile sdegno e rinnovato timore l’invettiva dell’antico amico Gentile.

Nel tempo della dittatura fascista Croce scrisse, tra l’altro, la Storia d’Italia dal 1871 al 1915 (1928) e la Storia d’Europa nel secolo decimonono (1932)[16]. Testi di storiografia, che gli storici di mestiere hanno per lo più giudicato, dal punto di vista della raccolta dei fatti empirici, parzialmente insoddisfacenti, nei quali scorreva tuttavia il succo filosofico di uno storicismo in embrione, diverso dalla tradizione, fatta eccezione per Vico, basato sulla natura dello spirito vivente che ha in sé l’energeia della libertà come forza propulsiva degli eventi, un primum incondizionato non collocabile altrove rispetto al tempo storico. Più vicino a Goethe nel ritenere la presenza dell’eterno nel transeunte, Croce non concepiva visioni sovratemporali del cammino umano, nemico come fu sin da giovane delle filosofie della storia che si fondano per lo più su rivelazioni e fedi dogmatiche[17].

L’espressione “religione della libertà”, adottata nel Prologo della Storia d’Europa, indicava con particolare enfasi l’ideale liberale come la categoria di tutte le categorie dello spirito e non riguardò certo il culto per una particolare confessione mitico-rituale. Neppure è corretto ritenere ch’egli volesse semplicemente restaurare il passato[18]. Croce confidava piuttosto nella nascita di una possibile nuova coscienza del futuro, senza falsi profetismi o annunci catastrofici[19]. Potrà accadere, diceva, che dal passato, riletto e interpretato alla luce di nuove esperienze, nascano altri concetti sociali, politici, storici; può accadere che, per esempio, dall’assurdo di nazionalismi estremi possa germinare l’idea di una nazionalità senza basi etniche e naturalistiche.

Croce aveva costruito il suo racconto a partire dalla fine dell’era napoleonica, quando in molte parti dell’Europa si erano accese le richieste di indipendenza e di libertà, che tuttavia parvero dare segni di cedimento man mano che ci si accostava ai tempi che precedettero la grande guerra. Nella gran mole dei fatti rievocati Croce mirò a cogliere qualcosa di essenziale, estraendo da essi, scrive Galasso, «una sorta di teorema della libertà». Descrisse un mondo che non c’era più per figurarsi in avvenire molto più di una speranza nel meglio. Immaginava un’Europa dei popoli, diversi per lingua e cultura, uniti nella comune lotta per la civiltà contro ogni barbarie in nome di un linguaggio antico, originario, che è la filosofia stessa, ovvero la capacità di discernimento che scevera i fatti nella funzione conoscitiva del giudizio storico. Non c’è un ordine liberale da sostituire con la forza in qualità di dominio rispetto ad altre convinzioni politiche o istituti giuridici[20]. La regola del gioco liberale e democratico è quella di non consentire che se ne capovolga il principio, ferma restando la libertà di professare ogni idea e opinione che non si traduca nel torbido culto della nazione, della razza, del dominio materiale, dell’idolatria del passato. Questo il senso delle fedi religiose opposte.

Là dove era stato possibile attingere alla fonte di energie spirituali e filosofiche di stampo liberale, la cultura europea aveva respirato e agito con buona lena fuori dell’oppressione chiesiastica e assolutistica. Quando invece intellettualismi, irrazionalismi, uniti a un puro naturalismo e a un certo darwinismo si insinuarono nelle pieghe della vita culturale europea del primo dopoguerra, là ripresero dimora assolutismi e dispotismi di ogni sorta. Come accadde nell’arte e nella letteratura, quando la decadenza da concetto negativo si fece ideale da perseguire con compiacimento e in politica ripresero centralità i temi della forza e del potere per il potere da parte di Stati e di sedicenti condottieri. Lo storicismo si andava affermando nella mente del Croce assieme alla concezione della storia che, se malauguratamente è guidata da forze cieche, esterne all’umana capacità d’iniziativa, si caratterizza per la negatività di tirannie e tendenze reazionarie. L’attraversava in ogni modo un filo conduttore etico-religioso, immanente agli eventi, drammatico, attivo e creativo, che in tempi bui opera senza esaurirsi così come nella vita morale mai si esce dalla dialettica di bene e male.

Nel 1933 Croce tenne ancora a Oxford, al Lady Margaret Hall, un discorso di carattere estetico-politico, dal titolo Difesa della poesia, nel quale, ispirandosi a una prosa del poeta inglese Shelley, spirito romantico del primo Ottocento dall’animo fieramente libero rispetto ai conformismi dell’epoca, si rivolgeva al mondo creativo per un’educazione del genere umano. Non mancò di ricordare parimenti l’opera di Friedrich Schiller, filosofo e drammaturgo tedesco del Settecento, che fu eccentrico teorico dell’arte come un «nobile gioco»[21].

La religione della libertà, invocata nella Storia d’Europa, che non fu però espressione di novella fede nell’opera di una provvidenza che sappia agire sopra le volontà umane, si incarnava ora nel compito salvifico affidato ai creatori del linguaggio, della musica, della pittura, i quali, proprio quando la tradizione pare essersi malauguratamente perduta, aiutano a colmare il dissidio tra Stato di forza e Stato di ragione[22]. La poesia, come Croce la intese, è lontana dalla naturalistica effusione di passioni sfrenate, perché essa è fonte di civiltà, istitutrice di leggi e di solidarietà sociale, nell’unità della “cultura” in generale, capace di affinare le menti e i cuori nell’armonia di intelletto e sensibilità.

***

Altrettanto interessante è la terza nota autobiografica aggiunta al Contributo nel 1941. Essa contiene brevi ed essenziali osservazioni sui sette anni intercorsi dagli appunti redatti nel ’34. Nel frattempo era accaduto il peggio: la guerra aperta e violentissima aveva preso forma politica, pur mantenendo agli occhi di Croce echi significativamente “religiosi” per aver messo del tutto in ombra l’idea di libertà, alla difesa della quale egli si era così tanto impegnato in quegli anni. Scriveva:

Ora, nella difesa che si è dovuta ripigliare della non più riverita e indiscussa libertà, era necessario agli sforzi pratici e alle asserzioni passionali unire per sostegno e fondamento la vigorosa affermazione e dimostrazione logica, la teoria speculativa della libertà[23].

Si apprestò a darne corso nel volume La storia come pensiero e come azione e nella raccolta di saggi dal titolo Il carattere della filosofia moderna, rispettivamente del 1938 e del 1941. Un ritorno dunque alla teoria, alla teoria speculativa della libertà, senza che però dovesse venir sovvertito l’impianto logico del 1909, che era stato significativamente già rimodulato in Teoria e storia della storiografia edito negli anni 1915-1917.

Croce riassumeva così il suo pensiero nel contenuto del saggio del ’39 intitolato La filosofia come storicismo assoluto, nel quale formulava la nuova denominazione ritenuta ora più calzante alla filosofia dello spirito. L’idealismo era andato via via declinando nel passare dalla classica metafisica “degli oggetti” a una metafisica “della mente”, intestata quest’ultima a Hegel, esponente sommo dell’Ottocento tedesco in epoca romantica. Lo storicismo assoluto è comunque ora il nome stesso della filosofia nel suo principio logico che è l’unità del pensiero con i fatti, vale a dire del pensiero alla prova del nesso con le situazioni particolari. Croce chiariva infatti che le definizioni filosofiche, e certo anche la denominazione del proprio filosofare, affondano le radici nel terreno storico, hanno cioè sempre un esplicito riferimento al mondo concreto in cui il pensatore si trova a vivere. Veniva da lui così congedato definitivamente il dualismo metafisico, che nasce quando si rompe l’unità di categoria e fatto nell’entificazione di tipo naturalistico, perciò adialettico, di bene e male, di anima e corpo, di immanenza e trascendenza. La filosofia storicistica così intesa non avrebbe preso il dominio sulla storiografia come un sovrano fa con i sudditi, come fa una “guida” volta a indirizzare le cose umane a forza di apriori, di miti e di quelle pure astrazioni o perversioni logiche che sono la razza, la classe, il diritto naturale, la società senza stato[24]. Le categorie dello spirito non mutano, pena la fine del mondo umano, ma mutano i concetti che di esse ci facciamo in un continuo processo di arricchimento storico, che dissolve la costruzione metaforica di entità sovratemporali[25].

Nello stesso anno usciva sulla «Critica» un articolo su La fine dello Stato etico, rivolto icasticamente a Gentile che però non è mai nominato nel testo, nel quale Croce decretava la morte per sfinimento di un concetto che si era fatto malamente risalire a Hegel e che dopo quindici anni di teoria fascista dello Stato si sperava liberasse l’Italia dalla sua «goffa presenza», visto che la politica spregiudicata di quei tempi evocava tutt’altro che qualcosa di riconducibile alla vita morale[26].

Nel dicembre del ’39 Croce scriveva su richiesta della direzione della rivista «Science of Culture», edita presso Harcourt and Brace di New York, un trattatello di filosofia della libertà che pubblicò in italiano con il titolo: Principio, ideale, teoria. A proposito della teoria filosofica della libertà. Si ispirò al criterio verificabile per il quale, al crollo dell’ideale liberale dopo la prima grande guerra, avrebbe dovuto far seguito, come sempre accade dopo le “crisi”, un ideale nuovo, un ideale morale di umanità e di civiltà. Nonostante il pessimismo indotto dal «fragore di gridi e di armi», e al cospetto dei poteri totalitari in Europa, non restava altro al filosofo che ribadire i concetti fondamentali relativi alla storia come storia della libertà, che è forza creatrice di bellezza, di verità e di azioni utili e morali. Deve essere chiaro, però, che «tutto il peggio del peggior passato può sempre tornare, sebbene torni in condizioni sempre nuove e perciò, vinto e superato che sia, porti a un nuovo maggiore elevamento: l’epopea della storia è più vicina alla tragedia che non all’idillio»[27].

Nel libro del ’38 La storia come pensiero e come azione Croce fa del suo storicismo un vero e proprio posto di combattimento in chiave etico-politica. Avverso all’antiquata metafisica, lo storicismo mostrava il suo carattere distintivo nel confronto con il razionalismo astratto che nel diciottesimo secolo ebbe il nome di Illuminismo[28]. Il nerbo della polemica, scriveva Croce, sta nella dimostrazione che le idee o valori, assunti a modelli della storia, non sono immobili entità fuori del concreto movimento dei fatti, ma sono fatti storici essi stessi. Ribadiva una tesi altre volte confermata, ma ora riferita in aperto conflitto con quella forma di storicismo «perfetto e definitivo» che si era già affermato nella Germania bismarckiana e che preluse alla catastrofe totalitaria dell’hitlerismo. Gli parve anzitutto un potenziale errore logico il convincimento che si possa parlare di uno storicismo «definito» in ogni modo, che sarebbe di fatto la via migliore da imboccare nella direzione di un antistoricismo per definizione[29]. Non per la prima volta Croce interveniva sull’opera di Friedrich Meinecke, avendone stimato in passato le teorie storiografiche. Nei primi anni Cinquanta Croce tornerà su di esse, esprimendo per lo studioso tedesco antica stima assieme ai contrasti insanabili: «Che il Meinecke potesse rappresentare in Germania una unificazione della storia con la filosofia quale io procuravo di avviare in Italia, credetti alla prima quando egli pubblicò il suo libro sul cosmopolitismo e lo stato nazionale»[30].

Nei Marginalia, aggiunti nel ’27 alla terza edizione di Teoria e storia della storiografia, aveva riportato con soddisfazione le parole dello storico tedesco: «Il mio libro [Weltbürgertum und Nationalstaat] – scriveva Meinecke ‒ si fonda sul convincimento che l’indagine storiografica tedesca […] si deve innalzare a più libero moto e contatto con le grandi forze della vita politica e della cultura, […] deve tuffarsi nella filosofia e nella politica, e così solo potrà svolgere la sua intima essenza insieme universale e cosmopolitica»[31]. Dalle opere posteriori di Meinecke sarebbero emerse tuttavia differenze tali che spinsero Croce a contraddirne le tesi punto per punto, pur restando immutato il rispetto per la probità scientifica dell’amico di antica data. Si spiega così il frequente confronto di Croce con storici di valore (come il Ranke, del quale Meinecke era stato fedele allievo), i quali avevano contribuito a uno storicismo (Historismus) su fondamenti teorici profondamente diversi dal suo, specie in momenti storici cruciali che imponevano un forte posizionamento di carattere etico-politico.

Nel volume del ’36 Le origini dello storicismo, Meinecke aveva indicato nella nozione dell’individuale, già presente in età illuministica, il segno della nascita di un’idea di storicismo anticipatrice del Novecento. Croce non ritenne questo riferimento, pur non contestabile nei fatti, un motivo sufficiente per rivedere l’interpretazione del secolo dei Lumi, dal momento che, fatta salva la necessaria prossimità al particolare propria della storiografia in ogni tempo e dunque anche di quella settecentesca, non si dovrebbe parlare di storicismo vero se si prescinde dall’esperienza del pensiero con l’ausilio di concetti puri che sono le forze generatrici e giudicatrici dello svolgimento del reale[32]. Il puro e semplice individuale sarebbe altrimenti esposto all’irrazionale, al mistero, al bisogno di trascendenza colmo di devozione per l’Inesplicabile. L’irrazionale, lungi dal venir abolito, andava, secondo Croce, riveduto nel suo proprio ufficio, non meno importante del compito della ragione che indaga il significato.

Al rapporto dello storicismo con la vita politica è dedicato il secondo capitolo della prima sezione del libro del ’38. Si fa qui più chiaro l’obiettivo militante dello storicismo crociano; occorreva professarlo e mantenerlo vivo in primo luogo ai fini del risanamento della vita morale dell’Europa. Il nemico da combattere, non solo avversario di una disputa filosofica, era a quel tempo l’amoralismo, che veniva allargandosi sotto mentite forme storicistiche nelle parti corrotte della nazione tedesca. I segni erano questi: accettazione della necessità storica, fatalismo, inerzia, negazione della storiografia come fonte di attività e preparazione all’azione[33]. Gli storici “puri”, senza problema storico, alla maniera di Leopold von Ranke, che ne fu il caposcuola, escludevano con buona ragione l’ingerenza di pregiudizi di ogni sorta, ma negavano la narrazione pensata dei fatti che è il presupposto di ogni lotta politica, morale e di civiltà.

Lo Historismus tedesco, con le dovute eccezioni, sembrò al Croce intellettualistico, astratto, intriso di prussianesimo e del connesso culto dello Stato forte, accentratore del potere. Croce imputava a Ranke un certo naturalizzamento delle determinazioni ideali e delle nazioni, che sono, come le diverse epoche storiche, tutte ugualmente vicine a Dio[34]. Ne derivava scarso interessamento per il senso del politico, unito alla tendenza al quietismo e al conservatorismo tradizionalista. Era nata così e andò diffondendosi una forma mentis che in Germania fece scuola per servilità verso i governi di stampo bismarckiano fino al regime nazista. A questa mentalità Croce aveva rivolto una critica negativa e senza appello due anni addietro nell’articolo inviato al giornale di Berna «Die Nation» (1936) dal titolo accorato La Germania che abbiamo amato[35].

Com’è stato possibile, si chiedeva, che la cultura venisse istituzionalizzata al punto di ricondurla a un dato popolo e a un regime basato su principi autoritari e razzistici? Se la grande stagione della creatività tedesca, tra Sette e Ottocento in particolare, fosse stata la “quintessenza della germanicità”, sarebbe rimasta del tutto estranea all’Europa. Croce amava la cultura tedesca, rimpiangendo quel sentimento cosmopolitico che un tempo l’aveva ispirata, quand’era stata priva dell’impronta di un nazionalismo estremo[36]. Degenerata è dunque la cultura di quei popoli per i quali l’unità della loro storia è risposta nella “razza”. Miti che, sobbollendo «dei peggiori istinti della disumanità», della prepotenza e della violenza tipiche dell’anti-Storia, finiscono per indicare l’elemento unificatore non in un fatto politico mitizzato ma nel dato naturale, con l’esito di ottenere l’assurda identificazione di storiografia e zoologia[37].

In conclusione, lo storicismo crociano degli anni Trenta, riprendendo i fondamenti logici dell’inizio del secolo ventesimo, ne aggiornava i contorni e la fisionomia non per smentirli ma per indirizzarli al compito di esercizio critico della ragione in occasione dei nuovi problemi all’ordine del giorno della storia. Ebbe dunque un significato intimamente liberale, una valenza umanistica e un evidente sfondo estetico, ferma restando la natura dialettica della storia che, come la vita morale, è lotta inesausta di elementi opposti. In quegli anni al Croce, come a molti contemporanei, si erano palesate nel loro potere terribile e travolgente la potenza del negativo e l’intrusione non del tutto aggirabile dell’irrazionale, che è una forza distruttiva all’origine di profondi disastri non solo nel campo delle idee. Eppure in esso dimora qualcosa di propulsivo e sorgivo al tempo stesso, una spinta Vitale di foggia comunque “spirituale” allo stato nascente, foriera di imprevedibili esiti nel cammino umano. L’allerta etico-politica, dal tono laicamente religioso in lotta contro la miscredenza nel valore sommo della civiltà, si era fatta perciò cosa urgente e necessaria. Croce scriveva nelle pagine finali del libro del ’38:

Al sorgere dell’umanismo, che parve soltanto un moto di fastidio contro la scolastica e un inno alla bellezza antica e che operò principalmente nel campo dell’arte, tennero dietro presto gl’incalzanti progressi della cultura e del pensiero, che rinnovarono la filosofia e tutte le discipline morali, l’etica e la politica e la teoria dell’arte, e la metodologia delle scienze; e di questo gran lavoro spirituale erede è lo storicismo[38].

Lo storicismo, erede dunque dell’umanesimo classico, rappresentava al meglio il nocciolo di verità in esso contenute, cioè il senso sempre vivo di un’inquietudine morale che allora Croce intravedeva, ahimè, riflessa di luce oscura nelle acque agitate dell’imminente tempesta bellica.

  1. Il riferimento è tratto dal capitolo Lo storicismo e la sua storia, in B. Croce, La storia come pensiero e come azione [1938], Edizione Nazionale a cura di M. Conforti, con una Nota di G. Sasso, Napoli, Bibliopolis, 2002.
  2. Cfr. B. Croce, Contributo alla critica di me stesso, a cura di G. Galasso, Milano, Adelphi, 1989, Aggiunta all’edizione 1950 del Contributo, p. 99.
  3. Ivi, Note autobiografiche (1934), p. 73.
  4. Un florilegio di pagine autobiografiche è ora proposto nel volumetto B. Croce, Soliloquio, a cura di G. Galasso, con prefazione di P. Craveri, Milano, Adelphi, 2022.
  5. Ivi, p. 78.
  6. Ivi, p. 80
  7. Aggiunta all’edizione 1950 del Contributo cit., pp. 99-101.
  8. Ivi, p. 102.
  9. B. Croce, Una denominazione filosofica da abbandonare: l’«idealismo», in Id., Discorsi di varia filosofia, Edizione nazionale a cura di A. Penna e G. Giannini, con una nota di G. Sasso, Napoli, Bibliopolis, 2011, vol. II, pp. 314-16.
  10. B. Croce, Antistoricismo, in Id., Ultimi saggi [1935], Edizione nazionale a cura di M. Pontesilli, Napoli, Bibliopolis, 2012, pp. 233-44. Si veda il recente B. Croce, Discorsi di Oxford. Antistoricismo e «Difesa della poesia», con un saggio di G. Sasso, a cura di E. Giammattei, Roma, Treccani, 2023.
  11. Ivi, p. 243.
  12. Ivi, p. 240.
  13. Si veda la lettera di Thomas Mann indirizzata a Croce da Monaco il 28-XI-1930 nel volume B. Croce-T- Mann, Lettere 1930-1936, a cura di E. Cutinelli Rèndina, prefazione di E. Paolozzi, Napoli, Pagano, 1991, p. 3.
  14. Cfr. Carteggio Croce-Vossler (1991-1949), a cura di E. Cutinelli Rèndina, Napoli, Bibliopolis, 1991, p. 338.
  15. Per la notizia del fatto criminoso rinvio a G. Sasso, Per invigilare me stesso. I Taccuini di lavoro di Benedetto Croce, Bologna, il Mulino, 1989, p. 113, nota 83.
  16. B. Croce, Storia d’Italia dal 1871 al 1915, a cura di G. Galasso, Milano, Adelphi, 1991 e Id., Storia d’Europa nel secolo decimonono, a cura di G. Galasso, Milano, Adelphi, 1993. Di quest’ultimo testo rinvio alla recente edizione a cura di Massimo L. Salvadori, Roma, Donzelli, 2022. Si veda inoltre G. Sasso, Storia d’Italia e Storia d’Europa, Napoli, Bibliopolis, 2017.
  17. Le filosofie della storia, secolarizzate in età moderna, sono tutte, da Agostino a Bossuet, di natura teologica e indirizzate a un fine predestinato di salvezza. Rinvio al volume di K. Lȏwith, Significato e fine della storia, Milano, Il Saggiatore, 2010.
  18. Nella Storia d’Europa è stata colta una fede agostiniana nella “Città di Dio”, per essere nata anch’essa in tempi di instabilità politica e di “invasioni barbariche”. In particolare F. Chabod, nel saggio Croce storico (in «Rivista storica italiana», 1952), intese rilevare in quell’opera, in dissonanza con le affermazioni di Croce, una determinata filosofia della storia, carente di cose concrete e dunque ricca di afflato religioso.
  19. Nell’Epilogo della Storia d’Europa, in tempi di semplicismo e credulità, Croce formulava l’idea di unità europea opposta alle competizioni dei nazionalismi. Rimando al mio saggio Croce e la storia del futuro, in Saggi sul futuro. La storia come possibilità, Firenze, Le Lettere, 2015, pp. 115-34.
  20. Lo storicismo annunciato da Croce in quegli anni parve a Gramsci del tutto privo di “scientificità”, neppure imparziale e disinteressato come si addice alla contemplazione dell’eterno divenire umano. Il fatto è che Croce non pensava affatto in termini di filosofia della storia. D’altronde, non intese certo formulare un programma politico a scadenza immediata in senso ideologico. Gramsci leggeva, invece, nello storicismo crociano dei primi anni Trenta un progetto di trasformazione della realtà, certo teoricamente in linea con la filosofia della prassi, ma priva del momento “etico” che nella forma della storiografia etico-politica escludeva la propaganda di chi vuol cambiare a breve e in una certa direzione il corso del mondo. Cfr. A. Gramsci, Quaderno X (1932-1935).
  21. B. Croce, Difesa della poesia, in Id., Ultimi saggi, op. cit., pp. 63-80.
  22. Ivi, p. 68.
  23. B. Croce, Note autobiografiche II, in Id., Contributo cit., p. 95.
  24. B. Croce, Il concetto della filosofia come storicismo assoluto [1939], in Id., Il carattere della filosofia moderna, Edizione nazionale a cura di M. Mastrogregori, Napoli, Bibliopolis, 1991, pp. 9-28.
  25. Rinvio alle Osservazioni intorno alla dottrine delle categorie in B. Croce, Indagini su Hegel e schiarimenti filosofici [1951], Edizione nazionale a cura di A. Savorelli, Napoli, Bibliopolis, 1997, p. 135.
  26. Negli anni Trenta i professori del terzo Reich venivano a tenere conferenze in Italia (Heidegger, Carl Schmitt, il sociologo Hans Freyer e altri), come narra Karl Löwith nelle sue memorie La mia vita in Germania prima e dopo il 1933, Milano, Il Saggiatore, 1988. Racconta l’incontro a Napoli con Benedetto Croce, con il quale ebbe anche modo di passeggiare per i vicoli della città.
  27. B. Croce, Il carattere della filosofia moderna [1941], op. cit., pp. 103-21.
  28. Sempre utile il volume di G. Cotroneo, Croce e l’Illuminismo, Napoli, Giannini, 1970.
  29. Segnalo la voce “storicismo” redatta da F. Tessitore nel Lessico crociano, a cura di R. Peluso, Napoli, La scuola di Pitagora, 2016, pp. 681-716, per un confronto serrato tra i diversi storicismi, a partire dalla storia della formazione di un concetto che ha attraversato la tradizione del pensiero europeo tra Italia e Germania. Di F. Tessitore si veda comunque l’ampio volume La ricerca dello storicismo. Studi su Benedetto Croce, Bologna, il Mulino, 2012.
  30. B. Croce, Le teorie storiografiche di Federico Meinecke, in Id., Indagini su Hegel e schiarimenti filosofici, op. cit., p. 211. Esce nel ’46 il volume di Meinecke Die deutsche Katastrophe. Betrachtungen und Erinnerungen, tr. it. La catastrofe della Germania, Firenze, La Nuova Italia, 1948.
  31. B. Croce, Teoria e storia della storiografia [1917], a cura di G. Galasso, Milano, Adelphi, 1989, p. 341 (Ed. naz.: a cura di E. Massimilla e T. Tagliaferri, con una nota di F. Tessitore, Napoli, Bibliopolis, 2007).
  32. B. Croce, La storia come pensiero e come azione, op. cit.: Il suo carattere proprio e l’inizio dell’età che fu sua, capitolo dedicato al testo di F. Meinecke, Die Entstehung des Historismus, München, R. Oldenbourg, 1936. Si veda R. Franchini, L’Illuminismo e la polemica Croce-Meinecke, in Id., La logica della filosofia, Napoli, Giannini, 1971, pp. 57-66.
  33. B. Croce, La storia come pensiero e come azione, op. cit.
  34. Ibidem.
  35. B. Croce-T. Mann, Lettere (1930-36), op. cit.: La Germania che abbiamo amato, pp. 33-42. Già nella Storia d’Europa Croce palesava la delusione per quell’Europa che aveva amato. Rinvio al saggio di R. Peluso, La malattia europea e il crepuscolo dell’idealismo, in Ead., La cura Goethe. Poesia e storia in Benedetto Croce, Napoli, Bibliopolis, 2022, pp. 167-83.
  36. B. Croce-T. Mann, La Germania che abbiamo amato, ed. cit., p. 40. Si veda in particolare D. Conte, Dalla “germanofilia” alla “inumanità”. Benedetto Croce e la Germania, in «Archivio di storia della cultura», XXVI (2013), pp. 201-20; e più in generale, Benedetto Croce e la cultura tedesca, a cura di G. Furnari Luvarà e S. Di Bella, Firenze, Le Lettere, 2013.
  37. B. Croce, La storia come pensiero e come azione, op. cit., Appendice: Recenti controversie intorno all’unità della storia d’Italia. Nel ’40 Croce recensiva sulla «Critica» (n. 38, pp. 302-03) il libro di Carlo Antoni Dallo storicismo alla sociologia (Sansoni editore): vari saggi, legati dalla constatazione del passaggio dalla concezione storica alla sociologia e dalla filosofia all’empirismo. Cosa grave, scriveva, per un paese di cultura come la Germania, che aveva portato alto il senso dello speculativo.
  38. Ivi, cap. XI: Storicismo e umanismo.

(fasc. 51, 25 febbraio 2024)