Gadda in TV

Author di Giuseppe Garrera

Sono pochissime, solo quattro, le interviste televisive rilasciate da Carlo Emilio Gadda[1]:

  1. in «Arti e scienze»: Il seguito del “Pasticciaccio” di Alberto Ciattini, del 4 settembre 1962. La titolazione del servizio televisivo, Il seguito del “Pasticciaccio, è legata al fatto che Gadda annuncia che del Pasticciaccio ha già praticamente pronto per la stampa il prosieguo, una seconda parte, dal titolo, après Dumas, Venti giorni dopo. È già scritta, conferma, ma è da vedere se la “tematica imbarazzante” ne permetterà presto la pubblicazione (a quale tematica imbarazzante si riferisca, non avendosi poi alcuna altra notizia di tale prosieguo e probabilmente trattandosi di progetto tutto ancora solo in mente, non è dato sapere);
  2. in «L’Approdo», settimanale di lettere e arti: Il prix international de littérature 1963 alla Cognizione del dolore, dell’11 maggio 1963;
  3. in «L’Approdo», settimanale di lettere e arti: Via Blumentsthil 19, del 23 aprile 1969;
  4. in «Gli scrittori raccontano»: Sulla scena della vita: Carlo Emilio Gadda, di Ludovica Ripa di Meana e Giancarlo Roscioni del 1971, ma trasmessa il 5 maggio 1972.

Non solo pochissime e brevi, ma ingessate spesso nella richiesta da parte dell’intervistato di leggere risposte già stilate, dunque di inscenare una finzione visibile e improbabile: l’intervistatore fa le domande e l’intervistato legge delle risposte direttamente da fogli sotto gli occhi e tenuti in mano, senza neppure lo scrupolo di fingere della spontaneità tramite un gobbo o un suggeritore. E ciò non tanto e solo, come si penserebbe, per invincibile impaccio o timidezza, ma per controllare il fattore e il demone incontrollabile dell’oralità e i capricci dell’umore (non a caso le interviste sono piene di lapsus e correzioni o gesti traditori). Le risposte scritte nelle interviste servono ad arginare gli scherzi e i dispetti della nevrastenia nel parlare a braccio e il borbottare o lasciarsi scappare colpi di tosse o strabuzzo d’occhi (l’oralità è imprudente e spesso c’è lì il corpo fuori controllo a tradire e smentire e deridere il dettato).

Fanno eccezione la prima e l’ultima intervista, soprattutto l’ultima: intervista estrema e senza più scrupoli o timori o altro, ancora nella casa e studio di via Leonardo Blumenstihl, 19. Piano secondo. Interno 13. Dunque pochissime interviste e controllate, ma pur con questo disseminate di folgorazioni.

Intanto la passeggiata a piedi, appena accennata, come appare all’inizio del servizio televisivo del 1962, con Gadda assieme al suo intervistatore ripresi un attimo mentre camminano per via Merulana. Si indica una camminata, percorso o breve pellegrinaggio, che va dalla Basilica di Santa Maria Maggiore per tutta via Merulana e Labicana fino a Sant’Antonio da Padova, San Clemente e ai Quattro Santi Coronati: questo il punto più alto, cima architettonica, che sta a monte del romanzo come segnale paleocristiano e romanico: in questa cima avviene l’intervista e sotto l’arco d’ingresso della certosa o roccaforte della chiesa e convento si mette all’ombra, per rispondere alle domande, Gadda. Il Pasticciaccio, è detto chiaramente, nasce da un innamoramento edilizio e urbanistico per la zona e ha custodito il suo segreto in quel fortilizio romanico, nella severità e in allontanamento dal mondo (e dunque, per apparenza, niente di più lontano dal maledetto palazzo di brillocchi e pescecani di cui tratterà).

La camminata dà un’indicazione fondamentale: perché è sul posto o nella consultazione di una mappa stradale della zona che appaiono l’albero genealogico del Pasticciaccio e la sua posizione: l’araldica del libro e il perché del suo allocarsi in via Merulana; meglio, si capisce cos’è, e dove pretende di essere, il pasticciaccio brutto nella via Merulana. È sufficiente bighellonare, sbirciare le vie limitrofe, passeggiare e percorrerla sui passi indicati da Gadda per comprendere.

Il pasticciaccio brutto de via Merulana è anche e soprattutto il romanzo, il libro, in carne e ossa nella metafora toponomastica del racconto, che ha osato comporre l’ingegner Carlo Emilio Gadda: pasticcio linguistico, letteratura irrispettosa della tradizione, cedimento a modelli pieni di bruttezze e meticciati e risultanze bastarde e disdori, che si stende in mezzo a tutta la grande letteratura d’Italia; interseca le grandi scritture itale, mettendosi di traverso, entrando a gamba tesa, scorrendo con la sfacciataggine del vialone. Cioè, proprio a livello topografico via Merulana si stende tra largo Giacomo Leopardi e viale Alessandro Manzoni (via Labicana vi si getta e vi precipita in viale Manzoni), con in mezzo via Galilei e via Machiavelli (per non voler toccare via Michelangelo e le fantastiche traverse d’Ariosto e di Tasso che, con via Alfieri, addirittura immettono su Piazza Dante): praticamente tutto il sistema di riferimento e di rispetti ed emulazioni di Gadda fino alla foce e al gran mare del Manzoni, culto e venerazione di tutta una vita.

La via Merulana, così estranea e di traverso in realtà nella mappatura del Parnaso stradale delle belle lettere a Roma, fa da asta allo sbandieramento di largo Leopardi e di via Machiavelli e via Galilei e viale Manzoni, “con rispetto parlando”, come direbbe Gadda. Oppure, come un fiume in piena, si alimenta dei sopraddetti affluenti. Via Merulana e le vie adiacenti costituiscono uno straordinario stemma araldico o mappa delle ammirazioni gaddiane e della sua prestigiosa e inopinata collocazione nella storia onorevole della letteratura.

Con falsa modestia, con il “dovuto rispetto”, essendo un pasticcio di lingue, babelico, plurale, sparlato e dialettale e tutto maleodorante di realtà, non può che apparire un pasticcio di carni e verdure in mezzo al florilegio e all’antologia delle Muse. Ma pur sempre amatissime Muse, come le mai interrotte letture attestano, tanto che il libro di Gadda e la sua posizione centrale e di riferimento e raccoglimento di tutte le acque di scolo della letteratura e di affluenza e d’incontro delle migliori sorgenti gli meritano l’appellativo di “capolavoro”: di traverso alle patrie lettere come la via di Gadda, la sua via, sempre parlando con il “dovuto rispetto”.

Pensare al Pasticciaccio significa, allora, anche pensare a tutta la Letteratura e allo straordinario ingombro del libro, alla sua locazione nella città delle Lettere. Il Pasticciaccio si incunea nel nervo scoperto della letteratura, entra a gamba tesa.

Domande di rito in tutte le interviste riguardano i piaceri del lettore Gadda, le ammirazioni letterarie, con sosta obbligata nei Promessi sposi. Dunque, veniamo a sapere della preferenza per i Fratelli Karamazov; del peso che sempre più va assumendo l’Amleto di Shakespeare, libro insondabile e inesauribile viene detto nell’ultima intervista con la volontà di rileggerlo e ritradurlo come uno scolaro; dello spostamento di preferenza storiografica sempre più, andando avanti con gli anni, da Cesare e Livio a Tacito (ultimo territorio storiografico superstite, inesorabilmente, per accumulo di amarezza e disincanto). Così come, nella lettura di Dante, della sempre maggiore preferenza accordata al Purgatorio, e infine a Manzoni e ai Promessi sposi, con non più solo della simpatia e della comprensione per Don Abbondio, ma addirittura dell’identificazione: rappresentante assoluto, e giustificato, contro la morale illustre. Se Gadda aveva sempre ritenuto la fifa di Don Abbondio “ragionevolissima”, ora essa diviene addirittura segno contro le vessazioni e le pretese della morale illustre.

In realtà, tutto questo elenco di letture e riletture ha proprio come legame quello di contemplare testi che attentano alla morale illustre sia come “materia” sia come “parabola”: Amleto e la sua inadeguatezza alle idiozie e ai crimini della reggenza o alle ragioni d’onore della vendetta e delle faide (la povera Ofelia è detta da Gadda una povera oca sottomessa alle coercizioni del padre); tutto il racconto di miseria e piccineria del potere e dei potenti in Tacito; la dimensione purgatoriale dell’anima e della sorte di peccatori comunque perdonati, senza l’intransigenza e l’assunto d’abisso di un giudizio come quello d’Inferno. Ma, come detto, soprattutto Don Abbondio in mezzo alle pretese e aspirazioni, più o meno esaltate, di un Federico Borromeo e agli slanci e alle caldane di un Innominato e di un Fra Cristoforo come anche alle angherie e alle impunità di tanti, tutti, i prepotenti della terra da cui tocca pur difendersi, se si vuol vivere. La morale illustre è stata uno dei nutrimenti costitutivi dell’educazione e del credo di Gadda, dei mangimi della sua anima, a iniziare anche dal mito della patria e del popolo italiano e di una propria eroica guerra da farsi, e precipitata in breve tempo nel fango, nella disorganizzazione, nella cialtroneria, nella furberia italianesca e nella micidiale incompetenza delle gerarchie militari, per passare all’entusiasmo fascista, all’abbaglio di magnifiche sorti di terra e di imperio (al ripristino dei commentari della Storia). Non ci sono antidoti alle fessissime idee, se non si familiarizza con la disonorabilità, con le ragioni della viltà e dell’incoerenza, della dolcitudine di vivere, del sospetto per ogni ideale e slancio, dell’ingenerosità di ogni vittoria.

Davanti alla richiesta dell’intervistatore sulla propria carriera scolastica, è lo stesso Gadda a ricordare una Licenza liceale che gli fa onore, per subito correggersi: “per chi crede nell’onore”. In questa direzione tra le cose più commoventi e delicate c’è, nell’intervista del 1963 per l’uscita della Cognizione del dolore, lo scusarsi con i lettori (e i lettori e l’umanità sono di Don Abbondio), che devono pur vivere, per l’aver dato alle stampe un testo con una materia così dura e inconsolabile. Dichiara dolente nell’intervista Gadda, leggendo:

Il titolo La cognizione del dolore è da interpretare alla lettera: cognizione è anche il procedimento conoscitivo, il graduale avvicinamento ad una determinata nozione. Questo procedimento può essere lento, penoso, amaro; può comportare il passaggio attraverso esperienze strazianti della realtà. La morte di un giovane fratello caduto in guerra può distruggere la nostra vita, si ricordino i versi disperati di Catullo. Moralmente il titolo è troppo lontano da ogni forma di gioia e di illusione che mi possa valere il consenso di chi deve pur vivere: di ciò chiedo perdono a coloro che vivono e che ancora vivranno.

È significativo, allora, che nella disamina delle preferenze letterarie Gadda, senza ombra di dubbio, arrivi a indicare il modello di tutto il suo scrivere, il referente principe in LouisFerdinand Céline, nessun altro.

L’ultima intervista poi è la più amara, disperata, già dentro la tenebra, piena di lapsus, correzioni, giustificazioni, martoriata da allocuzioni di scusa e richiesta di perdono per ciò che va dicendo: intervista senza gobbo e senza controlli e prudenze e ormai con la libertà, o meglio la mortale stanchezza, della vecchiaia, fino a maldicenze senza più galatei o scrupoli da educanda, se non, a ogni ingiuria o furia e inclemenza di giudizio verso amici e colleghi, l’intercalare dell’espressione “con rispetto parlando” o “con il dovuto rispetto”, che si tratti del narcisismo ridicolo di Ungaretti o dell’instancabile chiacchierare di Palazzeschi o della pochezza della scrittura di un Landolfi o della severità della madre che ha rovinato, al figlio, l’intera esistenza.

L’intervista è piena di movimenti correttivi o colpi di coda riparatori: ad esempio, l’attribuire, senza infingimenti o circonlocuzione, alla madre la dannazione della propria esistenza, la colpa di avergliela (a loro figli) avvelenata tutta fino alla radice, con la sua severità e il senso della reputazione, salvo appellarla «la poverina», e dirla salvatrice e santa mamma per sacrifici e spirito materno di dedizione. Ancora, in queste ultime dichiarazioni, ritornano decise le accuse per le vessazioni familiari subite in nome della rispettabilità, a cominciare da quello che Gadda chiama essere stato il «male murario», la maledetta villa a Longone voluta dal padre, a costo di tutti i sacrifici possibili, per la gente e i parenti, per sfida col fratello, per ostentazione, per narcisismo, trofeo borghese, e proseguita, nell’erezione, dopo la morte del padre, tra debiti e ipoteche, dalla madre, per una questione di onore e memoria e condivisione, impresa scellerata che ha mortificato tutte le vite dei figli, così come la pretesa di una carriera da ingegnere per stare alla pari con il prestigio di certi parenti.

«Mi si polverizza la memoria», esclama Gadda, di fronte al pensiero della madre, dopo aver confessato che si tratta della persona più importante della sua vita, in assoluto: anche se è stato un amore non corrisposto perché lei era innamorata dell’altro figlio più bello e più giovane e più tutto (e morto eroicamente); e anche se, è ripetuto, gli ha avvelenato la vita con l’idiozia dell’onorabilità e della carriera ingegneresca come il cugino “fortunato”, schiava di tutte le convenzioni borghesi, boicottandogli la vocazione letteraria o anche solo rinfacciandogli mancanza di gaiezza. Tutto sacrificato a ciò che potrebbe dire la gente, per gli occhi degli altri.

Non ci si libera dalla famiglia. Si scontano le colpe della famiglia, e i boicottaggi della famiglia. Non ci si salva dalla famiglia. Neppure da morti, anzi soprattutto da morti. Mai più appropriata profezia o minaccia vale per Carlo Emilio Gadda che, da morto, è riuscito finalmente a liberarsi della famiglia, non senza il dovuto, inaudito, dall’oltretomba, obolo da versare a burocrazie terrene e onorabilità familiari e rancori e battaglie legali per il decoro e l’onore familiare e milanese e lombardo offesi: infatti, solo nel 2000, il 3 novembre del 2000, la volontà di Gadda viene esaudita, quella di essere sepolto al Cimitero acattolico di Testaccio, a Roma, nell’estremo confine, fuori della città benedetta, in giardino straniero: il corpo è finalmente traslato, presso la Zona Vecchia al n° 15.08, dopo lunghissima (16 anni) battaglia burocratica e resistenze e dolori di familiari e rivendicazioni cittadine milanesi e ritardi, rinvii, sospetti, infinite verifiche delle legittimità testamentarie e di volontà e coscienza e consapevolezza del morituro e dei testimoni.

In realtà, la sepoltura attuale di Gadda nel cimitero acattolico di Roma assume il valore di un atto ingiurioso, del più ingiurioso degli atti verso le rivendicazioni e le pretese di sangue e le convenzioni e la rispettabilità della famiglia. Ennesimo figlio che giace e sceglie di giacere lontano dalla cappella sacrosanta di famiglia, voltando le spalle in sepoltura solitaria e d’esilio, o meglio ancora in compagnia promiscua di compagni eletti da lui, peggio di un traditore e assassino e ingrato e figliuolo improdigo.

Così Giacomo Leopardi, dopo convivenza con Antonio Ranieri, che muore ed è sepolto a Napoli, offesa per tutto il casato che non si fa scrupolo di accusare Ranieri di circonvenzione, di sospetta e astuta manovra di sottrazione o, peggio ancora, di sequestro, per togliere e allontanare un figlio, non disubbidiente, il migliore dei figli, dalle braccia paterne e materne e dei fratelli (in realtà, tuttora gli eredi Leopardi non fingono di ignorare l’affronto, l’oltraggio, lo sgarbo, e di Recanati hanno fatto e continuano a fare il nido naturale e agognato e accogliente per l’ultimo e definitivo riposo, la culla ripristinata per il genio di famiglia, per l’orgoglio dei genitori e del paese: Recanati smemorata gestisce la memoria di Leopardi come se lo avesse in seno, come se fosse tra le sua braccia tornato amorevole alla famiglia. Si tratta, invece, di scappato di casa).

A Longone al Segrino giacciono il papà e la mamma e la sorella e il fratello (quello così tragicamente e prematuramente strappato all’affetto dei suoi) di Carlo Emilio Gadda: l’intera famiglia tranne lui; famiglia insieme ricostituita, pascolianamente consolata direbbesi, se non fosse per il dispetto di Carlo Emilio, relegatosi a Roma, in tomba non battezzata e cimitero sconsacrato, nelle latebre e nelle luci abbacinanti di suolo meridionale, estraneo suolo, offesa per l’intera terra di Lombardia. Gadda appartiene ai figli disubbidienti e vendicativi fino all’estremo della ferocia.

«La Repubblica» così riportava, il giorno dopo, 3 novembre 2000, l’evento, non senza involontaria e gaddesca comicità: Gadda nel cimitero acattolico finita la querelle con Milano. Una lapide sobria, così com’è sobria la dedica di Mario Luzi incisa sul travertino: «Qui, nel cuore antico e sempre vivo di sogni e utopie Roma dà asilo alle spoglie di Carlo Emilio Gadda, geniale e studioso artista dalle forti passioni morali e civili, signore della prosa». «Ieri a Testaccio, nel cimitero acattolico per stranieri dove Gadda cercava ispirazione sulla tomba di Shelley, si è chiusa la querelle tra Roma e Milano sulle spoglie dell’autore di “Quer pasticciaccio brutto de via Merulana”. Palazzo Marino voleva seppellire il “gran lombardo” nel cimitero monumentale dove riposa, tra l’altro, Manzoni. Ma alla fine, forti delle ultime volontà, si è deciso per l’acattolico. Con il pieno accordo di tutti, tanto che ieri ha partecipato alla cerimonia anche un “inviato” del sindaco Albertini. “Gadda ‒ ha detto Francesco Rutelli ‒ è stato uno degli artefici funambolici e sorprendenti di una nuova stagione della lingua italiana. Personaggi come Gadda e Pasolini, ma anche come Moravia e tanti altri oggi ci mancano”».

  1. Cfr. Quattro interviste televisive a Gadda, a cura di Giulio Ungarelli, Torino, Nuova ERI/Video RAI, 1993.

(fasc. 49, 31 ottobre 2023, vol. II)

«Vengon di Lecco nuvole pesanti». Due quartine di una trilogia giovanile di Gadda poeta

Author di Pier Paolo Pavarotti

Tra le produzioni certo minori del Gadda giovane, o piuttosto adolescente, restano alcune poesie di metrica tradizionale e gusto arcaicizzante che si potrebbero considerare, anche per contiguità cronologica, un’incipitale minima trilogia del poeta esordiente. Il valore in sé modesto dei versi non ne giustifica il quasi completo oblio della critica, se non altro per il riscontro di alcune tematiche poi rilevanti nel Gadda maturo prosatore. Della prima poesia in particolare, un sonetto, ci si è occupati di recente[1], mentre della terza, un capitolo incompiuto in terza rima, si ha intenzione di occuparsi prossimamente nello specifico. Questa sezione pone l’attenzione sul secondo brano, un paio di quartine (forse spurie), fornendo alcuni elementi di analisi formale e storico-critica.

Testi

Si danno di seguito i testi definitivi della trilogia secondo l’edizione critica di Maria Antonietta Terzoli[2] per un’utile sinossi.

I (1910/1912)

Poi che sfuggendo ai tepidi tramonti

Vaní declive in nebbia la pianura

Per i boschi e i pascoli de’ monti

Senza grido né suono il dì s’oscura

Mute guardano l’erme in su le fronti

De le ville il fornir de l’aratura

E lunghi fuochi accender gli orizzonti

Donde ogni volo ai mesti dì si fura

Nel pomario che al colle il pendío tardo

Sparse già tutto di sue fronde molli

Poi che il greve suo dono ebbe diviso

Del vespro dolce ne le luci io guardo

I pomari deserti i tristi colli

Salutare il vostro ultimo sorriso

***

II (1909/1912)

Vengon di Lecco nuvole pesanti

Oscurandosi il dí roggio, affannoso

E mentre de’ villan sperdonsi i canti

Coglieli il primo soffio impetuoso

La pioggia manda il suo profumo avanti,

Che s’affretti il rozzon lento, affannoso

Per le valli ed i pascoli sonanti

Anzi la notte le mandrie avran riposo

***

III (1909/1912)

Non da le rive spiccasi il rupestro [Grigna: chiosa]

Ma lungi assai ergesi dalle rene

Oltre un sito orrido ed alpestro.

[…]

A lui si vien per duplice convalle

[…]

Prima passar con lunghissimo calle

[…]

Poi che corso buon tratto ebbimo il monte

A mezza costa per castani e forre

Un ermo bianco vidimi di fronte

Che per ispide rupi alza la torre

E battendolo il sol morendo arrossa

La roccia e il muro che sovr’essa corre.

Sotto la valle, d’alto suon commossa

Del suo torrente, ombrandosi per sera

Chiama al riposo in sua silvestre fossa

Ma le pinete nella notte nera

Crosciano lungi per forre e per gole

Ululando si addentra la bufera

Trasmissione

Della prima poesia di Gadda si hanno tre versioni con minime varianti[3]: quella a testo, che corrisponde all’unica pubblicata (su «Epoca»), una ricavata da una lettera a Contini[4] del 1946 e una dettata all’amico critico e scrittore Carlo Roscioni[5] nel 1970. Quest’ultima risale a un incontro tra i due scrittori in occasione della XXXV Biennale di Venezia, in cui il primo dettò al secondo tutte le tre poesie su un cartoncino d’invito (mm. 190×200) conservato nell’archivio Roscioni e recante sul margine sinistro l’indicazione: «Poesie di Gadda scritte sotto dettatura (1970) probab. degli anni del liceo». Della seconda[6] e terza[7] poesia non esistono altre versioni e le minime correzioni presenti sul cartoncino non sono state ritenute degne di menzione dall’editrice, a parte la chiosa topografica segnalata a testo: “Grigna” sta per Grignone (già Monte Coden). Si tratta del nome del rilievo di 2410 metri tra il lago di Como (ramo di Lecco) a ovest e la Valsassina a est, con vista del Resegone manzoniano a sud, probabile meta del Gadda camminatore provetto, già prima del servizio alpino (Non da le rive, v. 6: «Poi che corso buon tratto ebbimo il monte»).

Fonti

Alcune tessere lessicali sono già state individuate perspicuamente e ricalcano quelle segnalate per il primo sonetto (Poesie, pp. 60 e sgg.). Il qualificativo «affannoso» (v. 2) riferito al giorno al tramonto risale probabilmente al Carducci di Rime Nuove (libro III) «e impreca al giorno, che affannoso cala» (Rosa e fanciulla, v. 11). Anche «roggio» come rosso di sera o come cromatismo agreste ricorre nel resto della triade poetica d’inizio secolo. Pascoli in Myricae scrive (sezione Ultima passeggiata): «Al campo, dove roggio nel filare» (Arano, v. 1). In d’Annunzio ricorre undici volte tra prosa e poesia, tra cui (Elettra): «calmo guardò pei fiumi il campo roggio» (La notte di Caprera, XII, v. 358). Nella seconda quartina (v. 6) due elementi rimandano ai trascorsi liceali di Gadda[8]: «rozzon» e la dittologia «lento, affannoso». Il primo si legge in Ariosto: «o ch’io son di natura un rozzon lento» (Satira III, v. 6); poi «rozzon normanno» nella stessa sezione di Myricae (Il cane, v. 5). La seconda si ritrova nell’altro cinquecentesco Annibal Caro: «[traeva sospiri talora impetuosi e rotti] talora lenti e affannosi» (Gli amori pastorali di Dafni e di Cloe. Ragionamento primo). Infine l’espressione «per le valli e pascoli sonanti» (v. 7), ripresa del primo sonetto («per i boschi e pascoli de’ monti»), pare rimontare a Virgilio in tre passi: silvas saltusque (Georgiche III, 40), che si ritrova simile in saltus […] atque in pascua (Georgiche III, 323) e invertito in saltus silvasque (Georgiche IV, 53)[9].

Struttura

Lo schema rimario delle due quartine è ABAB ABAB con rima identica B1-B2 (affannoso), poi frequente in Gadda (Poesie, XIV). I rimanti sono tra loro in relazione eterogenea: antinomica («pesanti-avanti / impetuoso-riposo»), omologa («canti-sonanti»). Quanto agli accenti ritmici dei piedi d’attacco, vige una varietà forse inattesa: il v. 1 è trocheo («vengon»: ‒˄), i vv. 2 e 8 solo peoni terzi («oscurandosi»: ˄˄‒˄), i vv. 3 e 5 anfibrachi («e mentre / la pioggia»: ˄‒˄), il v. 4 dattilo («coglieli» ‒˄˄), i vv. 6 e sgg. sono anapesti («che s’affretti / per le valli»: ˄˄‒[˄]). Ne derivano endecasillabi piani di quattro accenti ritmici principali tranne il v. 7 (di tre), con possibilità di una lettura a tre accenti del v. 4, il più tribolato, e (più difficilmente) del v. 6.

Numerose e diffuse le allitterazioni nasali, meno insistenti le sibilanti, rare quelle liquide (ma significative: «coglieli il primo / per le valli»). In entrambe le quartine compaiono simmetricamente (vv. 1 e 3 / vv. 5 e 8) due forme apocopate e allitteranti in coppie alternate di predicato-sostantivo con gusto arcaicizzante: «vengon-villan / rozzon-avran». Allitterano in particolare i due termini più desueti nel rispettivo secondo verso di ogni quartina: «roggio-rozzon».

Allargando lo sguardo, si rileva come pregevolmente si possa leggere con immediata coerenza ogni verso della seconda quartina di seguito al corrispondente nella prima:

1 e 5) «vengon di Lecco nuvole pesanti / la pioggia manda il suo profumo»

2 e 6) «oscurandosi il dí roggio, affannoso / che s’affretti il rozzon lento, affannoso»

3 e 7) «e mentre de’ villan sperdonsi i canti / per le valli ed i pascoli sonanti»

4 e 8) «coglieli il primo soffio impetuoso / anzi la notte avran riposo»

La combinazione di tutti questi elementi fonici e sintattici genera due quartine di ritmo diverso. La prima ha un andamento alternato, scorrevole (vv. 1 e 3) e claudicante (vv. 2 e 4 con dialefe); la seconda alterna i primi due ritmi (vv. 5 e sgg.), ma termina di slancio con gli ultimi due versi[10].

Tropi

Tra le figure retoriche più rilevanti si contano due ipallagi («dí-affannoso» per la fatica del villano / valli e pascoli – sonanti» per il riverbero del vento), un iperbato («de’ villan […] canti»), un allotropo («sperdonsi» per disperdonsi), un’apostrofe («che s’affretti), una prosopopea («la pioggia manda»), una dittologia («lento, affannoso»), un aulicismo latineggiante («anzi notte»; cfr. ‘commossa’↓)[11]. Un dispositivo figurale di parola e di pensiero non eccessivamente elaborato eppure non disprezzabile. Del resto, fatta salva la maggior lunghezza e la comune tendenza a personificare il paesaggio (Vengon di Lecco, v. 5: «mute guardano l’erme» / Non da le rive spiccasi il rupestro, v. 18: «ululando s’addentra la bufera»), anche le altre due poesie presentano un apparato retorico cospicuo ma non abbandonano un registro narrativo piuttosto piano, colorito da usi lessicali arcaicizzanti (Poi che fuggendo, v. 5: «erme»; v. 6: «fornir»; v. 8: «fura»; v. 9: «pomario» / Non da le rive, v. 2: «rene»; ivi, v. 13: «commossa») o negli allotropi (Poi che fuggendo, vv. 1 e sgg.: «tepidi / vaní declive»; Non da le rive, v. 1: «rupestro»; ivi, v. 3: «alpestro»).

Commento

Si offrono in questa seconda sezione alcuni spunti di lettura stilistica e tematica, per poi spingersi a rilevare la ricezione di questi materiali nel prosieguo dell’opera gaddiana.

Paesaggi

Il punto di vista del poeta è simile al sonetto per come espresso da Gadda:

L’enunciato comporta una visualizzazione: il poeta è, idealmente, sopra un’altura o un poggio o una costa donde veda la pianura discendente verso Milano: per esempio Invernigo. Così può accadere che la pianura discenda verso le nebbie mentre il cielo, sopra la Ca’ Merlata poniamo, si accende nei fuochi della sera[12].

Il periodo adolescente è ricordato sempre con qualche nostalgia. Nel mio caso, tale nostalgia si colora di tonalità romantico-paesistiche profonde, e determinanti il carattere. Il paesaggio e le sue alberature mi hanno affascinato[13].

A queste parole di autocommento basta cambiare alcune località, che qui diventano esplicite almeno nella dizione del capoluogo, ma la geografia e le atmosfere brianzole non mutano: Invernigo sta a Milano come le valli e la Grigna stanno a Lecco. A mutare è lo sviluppo dell’aspetto climatico nelle due poesie. Nel sonetto, dall’inizio coi «tiepidi tramonti» alla fine con «ultimo sorriso» (e il prolettico «dolce»)[14], si alternano scene «mute, nebbia […] senza grido né suono», per concludersi tra «pomari deserti e tristi colli». Nella prima poesia «il dí si oscura» e nella seconda «nuvole pesanti» minacciano pioggia copiosa, annunciata da «soffio impetuoso». Eppure non vi mancano particolari espressivi a ingentilire l’iniziale lontanante sequenza («di Lecco»), giocando su elementi sonori e spaziali («sperdonsi i canti, il suo profumo, pascoli sonanti»), per chiudere sull’immagine quieta della sera. Se nel sonetto la dolcezza della sera a malapena compensa la desolante scena dei saluti finali, qui la pioggia incombente non pregiudica il riposo notturno delle mandrie[15].

Il terzo brano si distingue dai primi due per la caratteristica verticalità dantesca, o meglio piramidalità, pur restando ben identificabile la predilezione montana e agreste dell’autore, e non discostandosi il passo dall’alta Brianza prealpina. L’iniziale riferimento al lago (vv. 1-2: «rive, rene») si eleva subito alle vette (vv. 1 e 3: «rupestro, alpestro») e poi riposa nel «prima passar con lunghissima calle» (v. 6). Ridiscende a tappe, prima nell’inatteso ermo bianco poi «la valle» (v. 13), colpita dal suono della corrente (v. 14). Quindi il torrente stesso, esito al declivio della valle che va «ombrandosi» (v. 14 → Vengon di Lecco, v. 2: «oscurandosi»; Poi che fuggendo, v. 4: «s’oscura»). Infine un’impennata sonora, minerale e vegetale, precipita la scena (vv. 17-18): «crosciano lungi per forre e gole / ululando si addentra la bufera» (lupi ≠ buoi).

Soltanto nella primavera del 2023 è stata pubblicata la nuova edizione critica del Giornale di Guerra e di Prigionia completo di sei taccuini ignoti fino al 2019 e finora inediti, di proprietà degli eredi Bonsanti e acquisiti dalla Biblioteca Centrale di Roma a un’asta bandita da Finarte. In uno di questi si legge un capoverso dedicato alla poesia in esame.

Contro le ragioni dell’egoismo, sopra accennate, c’è anche in me il solito sentimento che chiamerò «brivido piacevole ante tempestatem». L’aspettazione della burrasca non mi turba di sgomento, il vento freddo che scende dal monte mi piace, mi fa gradevolmente accapponare la pelle. Vecchio elemento della mia struttura morale: ricordare la mia adolescenza, il pre-guerra, il mio vecchio sonetto: «Vengon di Lecco núvole pesanti», scritto in un momento di grande sincerità (Cellelager, 15 dicembre 1918)[16].

Come si chiosava nelle pagine precedenti relativamente alle Prealpi lombarde, ancora durante l’ultima fase della prigionia tedesca di Gadda il ricordo del paesaggio alpestre è riconosciuto motore dell’attività poematica dallo stesso autore soldato. Queste annotazioni non contraddicono il commento, ma lo approfondiscono e arricchiscono di una tonalità, evidentemente retrospettiva, morale e temperamentale. Richiamando con l’usato latinorum ginnasiale quel brivido dell’azione, così attesa come salvifica per il tenente Gadda e nei fatti per gran parte sfumata[17].

Pascoli

Un riscontro, di tale ampiezza insperato, con due episodi di Myricae sulle concordanze pascoliane (Il cane, La vite e il cavolo) induce all’approfondimento delle corrispondenze rielaborate qui sotto in forma di sinossi attorno alle quartine gaddiane. Si tratta rispettivamente di due terzine + una quartina dalla sezione Ultima passeggiata e un sonetto dalla sezione Le gioie del poeta.

Da G. Pascoli, Il cane, vv. 1-6

Noi, mentre il mondo va per la sua strada,
noi ci rodiamo, e in cuor doppio è l’affanno,
e perché vada, e perché lento vada

Tal quando passa il grave carro avanti

del casolare, che il rozzon normanno

stampa il suolo con zoccoli sonanti

***

Da C. E. Gadda, II (1909/1912)

Vengon di Lecco nuvole pesanti

Oscurandosi il dí roggio, affannoso

E mentre de’ villan sperdonsi i canti

Coglieli il primo soffio impetuoso

La pioggia manda il suo profumo avanti,

Che s’affretti il rozzon lento, affannoso

Per le valli ed i pascoli sonanti

Anzi la notte le mandrie avran riposo

***

Da G. Pascoli, La vite e il cavolo, vv. 12 e sgg.

E il core allegra al pio villan, che d’esso

Trova odorato il tiepido abituro

mentre a’ fumanti buoi libera il collo

Si guardino le terzine riprese quasi a calco da Gadda nella seconda quartina ‒ affanno, lento, avanti, rozzon, sonanti → affannoso, avanti, rozzon, lento, sonanti ‒ che pare completarsi nella terzina che chiude il sonetto a fianco: villan, odorato, buoi, libera → villan, profumo, mandrie, riposo.

Pur muovendo da un tema piuttosto diverso come il cane e la sua esistenza a fianco degli uomini (libertà e compagnia)[18], e da un altro invece non lontano come le modeste gioie del contadino (cavolo bollito e tepore domestico), Gadda trae incontestabilmente dal poeta di Castelvecchio alcune delle tessere utili a informare lessico e immagini delle sue quartine. Anche il punto di mira dinamico e sonoro non è molto dissimile perché, mentre Pascoli guarda con simpatia cane, cavallo e contadino (per riduzione metonimica del carro) con lo scalpiccio delle «ruote per la sua strada», Gadda guarda allo stesso modo contadini («villan» plurale < «coglie-li»), cavallo e buoi col sibilo umido[19] «per le valli ed i pascoli». Vi sono certo tensioni fra gli omologhi, come «odorato e profumo», laddove il primo (apax in Gadda) è unicamente positivo mentre il secondo è minaccioso; come «carro dilungato lento lento e rozzon lento, affannoso», laddove il primo non cambia marcia mentre il secondo è invitato ad affrettarsi. Sono proprio tali tensioni che il più reattivo atteggiamento gaddiano produce, benché originate in parte dal medesimo lutto, quello di un padre e poi di fratelli morti troppo presto (il calesse fatale a Ruggero Pascoli, l’odiata villa in Brianza di Francesco Gadda), con la perdita di status e il notorio imprinting di figure femminili castranti (le sorelle Ida e Maria Pascoli, la sorella Clara Gadda e la madre Adele Lehr).

Questa denominazione d’origine entra in modo discreto e geniale nel discorrere gaddiano, insinuandosi nel penultimo verso della poesia come la Purloined letter di Poe, col suo tipico gusto per l’invenzione e il calembour, ovvero semplicemente come (P)ascoli. Da ciò si comprende come i vertici della sperimentazione linguistica si raggiungeranno nei molteplici generi e registri della sua produzione, dalla poesia adolescenziale e matura (Autunno) alla prosa d’arte (Rosai, De Pisis), dalla divulgazione storica e scientifica (I Luigi di Francia, Pagine di divulgazione tecnica) al romanzo multivernacolare (Il Pasticciaccio), dalla critica (Foscolo) al cinema (Il palazzo degli ori), dal drammatico (La cognizione) al comico (A tavola, In ufficio), dalla narrazione autobiografica (Diario di guerra) all’invettiva (Eros e Priapo), fino alla corrispondenza professionale (Ammonia Casale).

Cahiers

Nei materiali preparatori del sempre fecondo Racconto italiano di ignoto del Novecento (incompiuto del 1925)[20], in particolare nel secondo dei Cahiers d’Études, si leggono due passi contigui e una dichiarazione autocritica che rimandano ai paesaggi analizzati poc’anzi.

Le ville in Brianza, i poderi meridiani, i vecchi castelli! Non c’è più nulla! Meglio così. Passavo ragazzo… di prima mattina… sul ponte della Malastrada… con il mio cavallino… con un calesse… con il Giacomo che guidava… Povero vecchio!…» Il ragazzo si arrestò. Passava fanciullo sul ponte della Malastrada: la luna dell’alba vaniva nell’opale meraviglioso, presago di un gaudio fervido, di una chiara esultanza. Ville, case, uomini, buoi: e le foglie gemmanti dalla [per quella] freschezza[21].

Difficile tradurre in prosa i miei vecchi versi[22].

Il panorama socio-economico è desolante[23] e passa in rassegna – «elenca» avrebbe poi scritto Gadda nella Cognizione – ciò che Grifonetto, alter ego dell’autore, ha perduto e rimanda alla scena delle quartine adolescenziali, compreso il preziosismo dell’allotropo verbale («vaniva» → Poi che fuggendo, v. 2: «vaní»). La famigerata villa, i campi a solatio, vestigia medievali[24], poi un diminutivo animale e un cimelio che paiono ricopiati dal poeta di Castelvecchio: tutto riprende il lucido delirio reazionario della pagina precedente. Eppure la natura riserva ancora qualcosa per cui lottare, uno spettacolo astronomico che ridisegna i confini psicologici dello spettacolo agreste[25]. Contadini e buoi, come la vegetazione, sono per un attimo trasfigurati da tanta bellezza, prima della tragica risoluzione finale.

Pasticciaccio e Cognizione

In questa sede si vogliono rilevare i recuperi dei lessemi più caratteristici delle quartine in esame nelle due opere narrative più importanti della piena maturità (1957, 1963). I termini trascelti (participio gaddiano, if any) sono – consci di una scelta con inevitabili margini arbitrari ‒ espressi in ordine alfabetico. Mentre per gli antichismi allitteranti «roggio» e «rozzon» non vi sono occorrenze, ve ne sono per il participio allotropo «sperso/e».

In Quer Pasticciaccio brutto di via Merulana (redazione definitiva, fine capitolo IX) si legge: «nereggiò l’ala d’un tùffolo, o d’una spersa ghiandaia»[26]; anche qui in ambito campestre, lungo il tragitto Roma-Velletri («[un calesse…] verso Tor di Gheppio e poi verso Casale Abbrusciato»). Il volo d’uccello richiama quello del primo sonetto (Poi che fuggendo, v. 8) nella crescente desolazione («le case dei viventi, mute nella lontananza dei coltivi»).

Nella Cognizione del dolore (redazione 1970, parte I, cap. IV) si trova: «non credo nel vigile… che trasvola… come un’ombra… a infilare il bigliettino dentro la serratura… del cancello; che ha duecentocinquanta ville, e relativi boschi, da biciclettargli accanto, nel buio…. sperse in tre o quattro comuni»[27]. Il contesto si ricava dal dialogo tra il medico Felipe Higueróa e il paziente-protagonista Gonzalo, una lunga tirata contro il sistema sociale, tributario e di sicurezza del Maradagál.

Sempre nella Cognizione del dolore (parte II, capitolo VI) leggiamo: «carri discoperti con passerella centrale che il gaucho dai malinconici occhi, sovrintendendo percorre. Tale gli appariva fortuna nel Sud America. Tempestoso mare addosso le zattere sbatacchiate delle genti sperse, slavate»[28]. Al principio dell’ennesima tirata contro il mondo circostante, dell’ennesimo mala tempora di liceale memoria (liceo Uguirre, Lukones < liceo Parini, Milano), Gadda, memore dell’esperienza professionale in Argentina, getta uno sguardo al caotico aggregato antropologico sudamericano, tenendo un occhio alla tradizione della pampa.

Il lemma “villan”, nell’accezione intesa nella poesia, ricorre un paio di volte nel Pasticciaccio. La prima al plurale, come nella seconda quartina ma nella forma piana; la seconda come riproduzione del noto proverbio nell’identica forma apocopata ma di numero singolare.

In Quer pasticciaccio brutto di Via Merulana (capitolo VI) si legge: «a vincere, ne’ cuori dubbiosi, ne’ villani incaponiti, il timor contraria, il timor della privata vendetta»[29]. L’ambiente è quello del commissariato romano in cui alcuni agenti puntano a scardinare la reticenza di possibili testimoni non proprio signorili e ben disposti nei confronti della pubblica sicurezza, impauriti dalle possibili rappresaglie.

Nel capitolo VIII si trova: «abilita il destinatario entrato in coma, carta canta villan dorme, vien fulgurato a esercitare quell’arte assonnata, quel mestieruccio zoppo che aveva tocche tocche esercitato fin là, fino all’Olio»[30]. Disceso dal commissariato di Marino, accompagnato da una lirica veduta della capitale sullo sfondo di Tivoli, del Soratte, degli Equi, del Velino, sintetizzata «in un mattutino di Scialoia», il brigadiere Pestalozzi si dirige in città e riflette sulle lungaggini delle pratiche burocratiche, spesso sbrogliabili postume. Il proverbio emerge, dunque, da una lunga virtuosistica descrizione giocata fra cromatismi e gergo locale. Nella Cognizione il termine ricorre in accezioni spregiative e soltanto col vezzeggiativo “villanello” in quella intesa nella poesia: a questa, dunque, ci si limita nella rassegna degli usi.

Si legga ancora La cognizione del dolore (parte II, capitolo VII):

lo villanello, a cui la robba manca Tale è infatti, pensò, è la funzione sociale dello hildago, e tanto più del marchese, al cui nome venga intitolata, nei registri del catasta maragadalese, la proprietà di una villa serruchonese: insaccare le pudenda del villico nei propri ex-pantaloni, pagando a di lui conto le tasse, dopo averlo intensamente amato[31].

Gonzalo inveisce sarcasticamente contro il fattore importuno che si aggira per la villa sporcando dovunque, mentre riceve dalla generosa madre i vestiti buoni dismessi dai figli. Continua la sua speciale “filosofia della villa” (platonica IdeaVilla) come ricettacolo delle sventure economiche e tributarie causate dall’incauto padre. Non si può, infine, eludere che le citazioni già ritenute pertinenti come echi narrativi del primo sonetto “contornano” quest’ultima, vicina alla seconda poesia gaddiana[32].

Conclusioni

L’attenzione critica verso la poesia di Carlo Emilio Gadda «signore della prosa», come recita l’epigrafe al cimitero acattolico del Verano, è stata decisamente modesta, se si eccettuano la magistrale lettura di Autunno da parte di Guglielmo Gorni (1973)[33] e naturalmente il lavoro della curatrice dell’edizione critica utilizzata, Maria Antonietta Terzoli. Manca una monografia di riferimento e mancano strumenti specifici di cui godono altri poeti come le concordanze e i rimari.

Se la qualità intrinseca della sua produzione lirica risulta in gran parte non eccelsa, non sono esclusi versi degni di memoria e di analisi e, nel complesso, la silloge mostra consapevolezza linguistica e retorica e un’ampia gamma di riferimenti culturali. Soprattutto lo studio della sua poesia è fecondo di rimandi alla produzione narrativa posteriore, cosa che dovrebbe interessare ogni specialista gaddiano, tanto più che esistono utili strumenti informatici online (senza distinzione di genere letterario) elaborati dall’Istituto di Linguistica Computazionale Antonio Zampolli di Pisa.

In questo contributo ci si è concentrati soprattutto sull’analisi della seconda poesia, offrendo alcuni spunti di lettura, senza trascurare il contesto rappresentato dalle altre due poesie citate: come si è tentato di dimostrare, i rimandi interni, infatti, autorizzano a considerare le tre composizioni come parti di una primitiva trilogia liceale.

Si è rilevato come in questi campi le due quartine adolescenziali non siano del tutto scevre da qualità artistiche e dall’uso consapevole degli strumenti linguistici tipici della poesia in rima. Registrati i debiti maggiori verso le figure letterarie più significative del periodo e della formazione liceale dell’autore, si è ulteriormente verificato quello con Pascoli, fino a trovarne un probabile Urtext formato dalla combinazione di due testi di simile metrica nella prediletta raccolta Myricae: il cantore di Barga emerge, dunque, sempre più come un modello compositivo determinante per Gadda.

La seconda parte del contributo è dedicata al rilevamento della fortuna di alcuni lessemi rari all’interno della produzione narrativa successiva. In particolare, sono stati verificati come apax l’aggettivo “roggio”, facilmente dannunziano, e il sostantivo “rozzon”, dapprima ariostesco ma non meno pascoliano quanto al recupero, riguardo al qualificativo allotropo “sperso” e al sostantivo “villano”, in alcuni loci di opere maggiori quali Pasticciaccio e Cognizione o di rilevante interesse filologico quale il Racconto italiano di ignoto del Novecento.

Non si è rinunciato a fornire in nota ulteriori riscontri relativi alla produzione novellistica (Madonna dei Filosofi, Il castello di Udine, LAdalgisa, La Meccanica) e non solo (Meditazione Milanese), anche rispetto ad altri termini caratteristici della poesia in esame (come “sonanti”), o più in generale all’atmosfera paesaggistica tipica della trilogia. Quest’ultima, eredità biografica precocemente fissatasi, si conferma infatti come l’immaginario dominante nella figurazione letteraria di Gadda poeta, studente e soldato.

Il cinquantesimo anniversario della sua morte potrebbe rivelarsi l’occasione propizia per un risveglio degli studi sulla poesia, il cui corpus complessivo ammonta a venticinque composizioni secondo il “canone Terzoli”, cui va la gratitudine per molti recuperi “archeologici” negli archivi gaddiani.

Bibliografia essenziale di riferimento

Di C. E. Gadda:

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Id, Opere di Carlo Emilio Gadda. Saggi Giornali Favole e altri scritti II [1992], a cura di D. Isella, M. A. Terzoli, vol. IV, Milano, Garzanti, 2008;

Id. Racconto italiano di ignoto del Novecento, in Opere di Carlo Emilio Gadda. Scritti vari e postumi, a cura di D. Isella, vol. V, Milano, Garzanti, 2008;

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G. Contini-C. E. Gadda, Carteggio 19341963. Con 63 lettere inedite, a cura di D. Isella, G. Contini, G. Ungarelli, Milano, Garzanti, 2009.

Su C. E. Gadda:

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G. Gorni, Lettura di ‘Autunno’ (Dalla ‘Cognizione’ di Carlo Emilio Gadda), in «Strumenti critici», XXI-XXII, 1973, pp. 291-325;

A. Caro, Gli amori pastorali di Dafni e di Cloe. Ragionamento primo, in Id., Opere, a cura di Stefano Jacomuzzi, Torino, UTET, 1974;

G. Pascoli, Myricae, edizione critica a cura di G. Nava, voll. 2, Firenze, Sansoni, 1974;

L. Ariosto, Satire, edizione critica e commentata a cura di Carlo Segre, Torino, Einaudi, 1987;

G. C. Roscioni, Il duca di SantAquila. Infanzia e giovinezza di Gadda, Milano, Mondadori, 1997;

C. Fagioli, Una «chiave antilirica» di interpretazione. La poesia «Autunno» nella «Cognizione del dolore», in «Allegoria» XIV, 40-41, 2002, pp. 21-52;

J. L. Borges, Juan 1, 14, in Id., Tutte le opere, a cura di D. Porzio, vol. II, Milano, Mondadori, 2005;

D. Alighieri, La Divina Commedia, testo di Giorgio Petrocchi, commento di Giuseppe Villaroel (1964), a cura di Guido Davico Bonino, Carla Poma, Milano, Mondadori, 2008;

M. A. Terzoli, Alle sponde del tempo consunto, Pavia, Effigie, 2009;

G. d’Annunzio, Elettra, edizione critica a cura di Sara Compardo, Venezia, Cà Foscari, 2013;

A. R. Dicuonzo, Lacheronte della mala suerte. Sociostoria del dolore nella «Cognizione» gaddiana, in «Intersezioni», XXXIII, I-2013, pp. 81-112;

Virgilio, Tutte le opere, a cura di Guido Paduano, Milano, Bompiani, 2016;

G. Patrizi, Gadda, Roma, Salerno Editrice, 2017;

P. P. Pavarotti, Dei pomari e delle ville: annotazioni su Gadda poeta e il suo primo sonetto, in «Kepos», IV, 1-2021, pp. 104-29.

  1. Cfr. P. P. Pavarotti, Dei pomari e delle ville: annotazioni su Gadda poeta e il suo primo sonetto, in «Kepos», IV, 1-2021, pp. 104-29.

  2. Questo contributo si basa sulla preziosa e insostituibile edizione critica di Maria Antonietta Terzoli, verso cui il debito è destinato a restare sottostimato (C. Gadda, Poesie, Torino, Einaudi, 1993).

  3. C. E. Gadda, Poesie, op. cit., p. 3 (testo), pp. 59-60 (commento), pp. 103-104 (note filologiche). Si rinvia all’Introduzione di questa edizione e al saggio M. A. Terzoli, Alle sponde del tempo consunto, Pavia, Effigie, 2009, pp. 56-80, per i raffronti e i cospicui debiti con la raccolta poetica di Ugo Betti (1892-1953; scrittore e giudice di cui Gadda fu amico al fronte e recensore in congedo), Il re pensieroso, Milano, Treves, 1922.

  4. G. Contini & C. E. Gadda, Carteggio 19341963. Con 63 lettere inedite, a cura di D. Isella, G. Contini, G. Ungarelli, Milano, Garzanti, 2009, pp. 229-31: «A tergo ti scrivo un mio sonetto (ridicolo) del 1912, alla fine del liceo: ottobre. Scritto a Longone al Segrino, per gentilissima […] A Mina» (Firenze, 27/1/1946).

  5. C. E. Gadda, Poesie, op. cit., p. 104. In calce al sonetto: «prima della I guerra mondiale».

  6. Ivi, pp. 4 (testo), 60 e sgg. (commento), 104 (note filologiche).

  7. Ivi, pp. 5 (testo), 61 e sgg. (commento), 104 e sgg. (note filologiche).

  8. Commentando il primo sonetto, Gadda racconta: «Dante e l’Ariosto i miei amori […] Arieggia vagamente un ipotetico impasto Carducci-Petrarca. «Pomario» fu parola, allora, dannunziana: (Carducci e molto D’Annunzio a memoria)» (in «Epoca», 12 settembre 1954, citato in C. E. Gadda, Poesie, op. cit., p. 103). Così Dante: «lo sol, che dietro fiammeggiava roggio» (Pg III, 16; cfr. Par XIV, 87).

  9. «Più tardi Orazio e Virgilio. Di Orazio ho molte liriche a memoria, come del resto di tanti lirici» (in «Epoca», art. cit. in C. E. Gadda, Poesie, op. cit., p. 103). Sulle prime prove poetiche si veda anche G. Patrizi, Gadda, Roma, Salerno Editrice, 2017, pp. 191 e sgg.

  10. La metrica del primo sonetto è stata analizzata in P. P. Pavarotti, Dei pomari e delle ville…, art. cit., pp. 5-6, e non si discosta in fondo dalle conclusioni della Terzoli: «non segnala particolari tensioni in sede di rima» (C. E. Gadda, Poesie, op. cit., p. XIV). Per le sue caratteristiche (capitolo incompiuto in terza rima) non si ritiene opportuno trattare qui la terza poesia.

  11. Risuona un passo del Diario: «1 volta sola, a sera: il caffè ante lucem, per ragioni di fuoco» (C. E. Gadda, Racconto italiano di un ignoto del Novecento, in Opere di Carlo Emilio Gadda. Scritti vari e postumi, a cura di D. Isella, Milano, Garzanti, 2008, vol. V, p. 566). Quindi nei Miti del somaro: «il prurito […] di dover vivere a tutti i costi una vita commossa» (La consapevole scienza, in C. E. Gadda, Racconto italiano di un ignoto del Novecento, vol. V, op. cit., p. 914). Potrebbe valere anche per queste quartine l’autocommento di Gadda al sonetto: «non è scemo del tutto» (in «Epoca», citato in C. E. Gadda, Poesie, op. cit., p. 103).

  12. Da «Epoca» (in C. E. Gadda, Poesie, op. cit., pp. 59 e 103). Sempre con riferimento al primo sonetto Poi che fuggendo: «La breve lirica fu erogata di getto e messa su carta senza ripentimenti, senza, ahimè!, varianti: a Longone, in Brianza, nella nostra casa di campagna».

  13. Intervista Rai in via Merulana, non datata ma posteriore al Pasticciaccio (cfr. l’URL https://youtu.be/L3IGFpdo0t4: ultima consultazione: 15 agosto 2023).

  14. Così intende Gadda nell’autocommento (C. E. Gadda, Poesie, op. cit., p. 103). Sul finir del giorno del contadino si legga Certezza (in C. E. Gadda, Romanzi e Racconti I [1989], a cura di Dante Isella, Emilio Manzotti, Milano, Garzanti, 2007, vol. I, p. 39).

  15. «Il motivo conduttore delle prime poesie (e in realtà un po’ di tutta la raccolta) è lo spazio della natura osservato come teatro di eventi che disegnano un universo ora di pacata ora di drammatica mestizia» (G. Patrizi, Gadda, op. cit., p. 191).

  16. Taccuino DP3, Vita notata. Storia, Roma, Biblioteca Nazionale Centrale, Raccolta ’900, catalogo: A.R.C.59.Gadda.I.1/7; inventario: A2963023, c. 45v, ora in C. E. Gadda, Giornale di guerra e di prigionia, nuova edizione, a cura di P. Italia, Milano, Adelphi, 2023, p. 467.

  17. P. Italia, Note al testo, in C. E. Gadda, Giornale di guerra e di prigionia, nuova edizione, op. cit., p. 557.

  18. Sovviene per la scena pascoliana del cane di campagna il Borges della maturità (1969): «la misteriosa devoción de los perros» (J. L. Borges, Juan 1, 14, in Id., Tutte le opere, a cura di D. Porzio, vol. II, Milano, Mondadori, 2005, p. 261).

  19. «Le riviere sonanti grondavano giù dai muraglioni […] dove ci sono le stalle con i buoi» (C. E. Gadda, Cahiers II, in Id., Racconto italiano di ignoto del Novecento, op. cit., p. 403). Nel Castello di Udine (1934) si legge: «nel croscio solitario della pioggia» (Sibili dentro la valle in C. E. Gadda, Romanzi e Racconti I, op. cit., p. 265) → C. E. Gadda, Giornale di guerra e di prigionia, in Opere di Carlo Emilio Gadda. Saggi Giornali Favole e altri scritti II, a cura di D. Isella e M. A. Terzoli, vol. IV, Milano, Garzanti, 2008, pp. 784 e sgg.).

  20. Per la tormentata vicenda testuale si rimanda alle preziose note di Dante Isella (C. E. Gadda, Scritti vari e postumi, op. cit., pp. 1267-78).

  21. C. E. Gadda, Racconto italiano di ignoto del Novecento, op. cit., p. 568.

  22. Ivi, p. 577.

  23. Il nesso tra rovescio delle sorti, aggressività e status in Gadda è stato indagato con riferimento al contesto geografico e politico (A. R. Dicuonzo, Lacheronte della mala suerte. Sociostoria del dolore nella «Cognizione» gaddiana, in «Intersezioni», XXXIII, I-2013, pp. 81-112). Nell’opera ricorre pure «sonanti» (C. E. Gadda, Racconto italiano di ignoto del Novecento, op. cit., p. 403), come i «sonanti pini» della Meccanica (C. E. Gadda, Opere di Carlo Emilio Gadda. Romanzi e Racconti II, a cura di D. Isella, vol. II, Milano, Garzanti, 2011, p. 529).

  24. «Avevano avuto ville in Brianza, campi e terre hanno avuto. Hanno avuto una fede, una certezza, una prepotenza addosso […] lo stemma che sui (sull’arco dei) vecchi castelli soleva dire: “State attenti, carogne” e fino il vento e fin la tempesta solevano (parevano) fermarsi davanti mogi» (C. E. Gadda, Scritti vari e postumi, op. cit., p. 567). Con rimando alle infantili fantasie nobiliari di un gioco inventato col fratello Enrico e il nipote Carlo Fornasini a Longone negli anni 1906-1907. Il Ducato di Sant’Aquila (Carolus Emilius III) aveva stemma araldico e motto: «Justitiam sequamur, nos sequetur victoria» (G. C. Roscioni, Il duca di SantAquila. Infanzia e giovinezza di Gadda, Milano, Mondadori, 1997, pp. 72-78).

  25. Nel contesto letterario assai diverso della Meditazione Milanese (I, XVII), con analogo riferimento astronomico: «Quando un sistema si ‘rilassa’ ciò significa che dei miliardi di miliardi di relazioni in esso convergenti, in lui nucleatasi, alcune si scindono, si sperdono, più non intervengono in esso […] Le infinite relazioni si scindono, come vecchie stelle si frantumano e i loro residui si sperdono nello spazio infinito e vengono assorbiti da altri nuclei stellari» (Il cosiddetto bene in C. E. Gadda, Scritti vari e postumi, op. cit., p. 758). Notare l’ulteriore allotropo «nucleatosi». Anche qui ricorre «sonanti» (ivi, 893).

  26. C. E. Gadda, Romanzi e racconti, II, op. cit., p. 268.

  27. C. E. Gadda, Romanzi e racconti, I, op. cit., p. 653.

  28. Ivi, p. 692. Un identico Urtext di questo passo si trova nel secondo racconto dell’Adalgisa (edizione col titolo I sogni e la folgore) Navi approdano al Parapagàl (C. E. Gadda, Romanzi e Racconti, II, op. cit., p. 429). Ancora in Adalgisa si legge: «come di vaccina che si sia spersa nei laberinti e nei romitaggi del monte: strappata da un rotolare di tuoni alle consuetudini del pascolo, alla sodalità della mandra. E c’era, cosa incredibile, del rossore» (Quando il Girolamo ha smesso, in C. E. Gadda, Romanzi e Racconti, I, op. cit., p. 322). Tanto per restare in continuità vespertina con la trilogia poetica giovanile: «fuochi accender, roggio, arrossa». L’atmosfera cupa torna nel Castello di Udine: «la mala tromba, quando muggirà di sopra dai nùvoli neri […] con sibili dentro le buie valli» (Sibili dentro le valli: ivi, pp. 267 e 274).

  29. C. E. Gadda, Romanzi e racconti, II, op. cit., p. 143.

  30. Ivi, p. 191.

  31. Ivi, vol. I. p. 707.

  32. Cfr. P. P. Pavarotti, Dei pomari e delle ville…, art. cit., pp. 117-122. Si aggiunga a proposito la Casa Merlata della Madonna dei Filosofi (C. E. Gadda, Romanzi e Racconti I, op. cit., p. 101).

  33. G. Gorni, Lettura di ‘Autunno’ (Dalla ‘Cognizione’ di Carlo Emilio Gadda), in «Strumenti critici», XXI-XXII, 1973, pp. 291-325.

(fasc. 49, 31 ottobre 2023, vol. II)

Freud e Croce: differenze e inaspettate sintonie

Author di Stefano Brugnolo

Voglio provare a stabilire un confronto tra Freud e Croce a partire da uno degli assiomi della filosofia estetica di Croce e cioè quello che prevede una perfetta coincidenza tra forma e contenuto o più precisamente tra intuizione ed espressione.

Ecco una citazione tra le tante che lo attesta:

Ogni vera intuizione o rappresentazione è, insieme, espressione. Ciò che non si oggettiva in una espressione non è intuizione o rappresentazione, ma sensazione e naturalità. Lo spirito non intuisce se non facendo, formando, esprimendo. Chi separa intuizione da espressione, non riesce mai più a congiungerle. L’attività intuitiva tanto intuisce quanto esprime. Se questa proposizione suona paradossale, una delle cause di ciò è senza dubbio nell’abito di dare alla parola «espressione» un significato troppo ristretto, assegnandola alle sole espressioni che si dicono verbali; laddove esistono anche espressioni non verbali, come quelle di linee, colori, toni: tutte quante da includere nel concetto di espressione, che abbraccia perciò ogni sorta di manifestazioni dell’uomo, oratore, musico, pittore o altro che sia. E, pittorica o verbale o musicale o come altro si descriva o denomini, l’espressione, in una di queste manifestazioni, non può mancare all’intuizione, dalla quale è propriamente inscindibile[1].

Croce nel fare queste affermazioni è consapevole che sono «paradossali» perché in effetti esse cozzano con il senso comune che ha sempre separato il contenuto dalla forma. Secondo il filosofo invece è impossibile. L’uno viene fuori con l’altra, nell’attimo stesso dell’altra, perché non sono due “fatti” ma uno.

Autorizzato o no che fosse dalla filosofia, il senso comune non si è comunque mai privato dal porre due domande distinte di fronte a un discorso umano: “di che esso parla” e “come ne parla”[2].

Benedetto Croce passa per essere stato un filosofo antimodernista e a suo modo dunque come un conservatore, ma in effetti in molti casi si è dimostrato, almeno sul piano della teoria letteraria, affetto da quel «giovanile radicalismo» di cui lui stesso parla e che mai lo abbandonò[3]. D’altra parte, in questo suo unificare quanto il senso comune distingueva Croce non faceva che continuare De Sanctis, il quale aveva scritto: «La forma non è “a priori”, non è qualcosa che stia da sé e diversa dal contenuto, quasi ornamento o veste, o apparenza, o aggiunto di esso; anzi è essa generata dal contenuto, attivo nella mente dell’artista: tal contenuto, tal forma»[4].

È proprio riprendendo questa formulazione di De Sanctis che Croce ha potuto scrivere che la forma «non è cosa che abbia valore estetico per sé, e sia applicabile a certi contenuti sì e a certi altri no, come una veste variopinta o un diadema di gemme scintillanti», ma è per così dire «proiezione del contenuto stesso»[5].

Secondo Croce non è dunque possibile estrapolare delle forme da dei contenuti; come si può arguire anche da questa citazione: «Ma che cosa è la lingua se non una serie di espressioni di cui ciascuna appare, in quel modo proprio che appare, una volta sola? Che cosa è la parola se non continua, perpetua trasformazione?»[6].

Croce qui anticipa una delle convinzioni più diffuse del pensiero post-moderno e post-strutturalista: l’avversione verso le costanti, la preferenza per le varianti, le differenze. Che è poi l’attitudine che lo indusse a vietare di servirsi di categorie retoriche, stilistiche, di genere letterario ecc. sovraordinate rispetto al singolo testo preso in esame. E l’estremismo di Croce è tanto più impressionante perché, anche se ritiene che una tale inscindibilità caratterizzi soprattutto la poesia, pensa che essa sia riscontrabile anche nel linguaggio comune.

Ora, se davvero Croce avesse ragione, essendoci sempre nei nostri scambi linguistici un’unità d’intuizione ed espressione (di contenuto e di forma), non avrebbe senso pretendere che due frasi, diverse nella loro formulazione in parole, possano non di meno dire la stessa cosa, quando invece queste operazioni di verifica del senso di una espressione sono quanto di più comune ci sia.

D’altra parte, è proprio sulla base di questi assunti “estremistici” che Croce arrivò ad affermare che il testo poetico era sostanzialmente intraducibile. Tutt’al più il traduttore ri-crea l’opera e cioè letteralmente ne crea una diversa dalla prima:

Ogni traduzione […] o sminuisce e guasta, ovvero crea una nuova espressione, rimettendo la prima nel crogiuolo e mescolandola con le impressioni personali di colui che si chiama traduttore. Nel primo caso l’espressione resta sempre una, quella dell’originale, essendo l’altra più o meno deficiente, cioè non propriamente espressione: nell’altro saranno sì due, ma di due contenuti diversi. ‘Brutte fedeli o belle infedeli’[7].

Qualunque traduzione, ma si direbbe qualunque riformulazione, dunque, essendo per Croce diversa dall’espressione originale, veicola un «contenuto diverso» di pensiero. Non posso certo addentrarmi in questioni traduttologiche, ma direi che soltanto se si pensa che l’unità assoluta di forma e contenuto non è un dogma si può credere che leggere Delitto e castigo in una buona traduzione sia ancora e pur sempre leggere quella tal opera scritta in russo da Dostoevskij. Ci sono d’altra parte molte possibili obiezioni da muovere al “dogma” crociano. Si pensi solo che l’unico modo che hanno A e B per verificare, nei casi incerti, se si sono capiti, è che, dopo che A ha detto qualcosa, B la riformuli con parole proprie, ma diverse da quelle di A. In fondo si tratta anche in questo caso di “traduzioni”. Se A riconosce il proprio pensiero nella riformulazione di B, vuol dire che A e B si sono compresi. Se A non si riconosce nella riformulazione di B, allora non si sono capiti e bisognerà ritentare. In questi scambi possono esserci certo dei piccoli fraintendimenti, ma di fatto su queste transazioni o negoziazioni del senso si basa il “lavoro della civiltà”, la sua perpetuazione (o traduzione nel senso etimologico del termine).

L’idea quindi che la stessa cosa, lo stesso pensiero, la stessa opinione possa essere formulata con parole diverse è il pilastro su cui poggia tutta la comunicazione umana. Se fosse vero che ogni cosa può essere detta in un solo modo («una volta sola»), resterebbe da spiegare come mai gli esseri umani si capiscono. Il postulato crociano, quindi, non è solo falso, ma anche pericoloso.

Eppure, come sempre, il bello di Croce è proprio questo: ha il coraggio di portare certi pensieri fino alle loro estreme conseguenze e, facendo questo, ti sfida, ma nello stesso tempo ti aiuta ad articolare meglio le tue idee anche solo per contrasto rispetto alle sue. E d’altra parte, se Croce ha torto nel voler estendere queste sue conclusioni a tutti gli scambi linguistici, gli si può e deve concedere che a essere, almeno in linea di principio, immodificabile nella sua letteralità è l’espressione artistica: se abbiamo un testo di una poesia è quello e basta, non ci si può cambiare una parola e spesso nemmeno una virgola, ma guai se qualcosa di simile valesse per la comunicazione ordinaria.

Tuttavia, anche se è indubbiamente vero che un testo poetico va considerato nella sua letteralità e materialità, non perciò si deve ritenere che non sia possibile parlare di esso distinguendo il piano del significante e quello del significato, il piano della forma e quello del contenuto. Il senso comune lo ha sempre fatto e forse in questo non s’è sbagliato. Si tratta certo di compiere un’astrazione mentale, perché nella realtà l’una e l’altra dimensione si danno a noi come un fatto unitario, ma ciò non toglie che si tratta di un’astrazione necessaria se vogliamo comprendere come funziona la letteratura. Ma anche come funzionano altri linguaggi, come per esempio quello scoperto da Freud: il linguaggio dell’inconscio.

Prendiamo, per esempio, il suo grande libro sul sogno[8]. Va da sé che un simile studio non potrebbe esistere senza operare una distinzione tra contenuto e forma, e cioè tra contenuto manifesto e contenuto latente dei sogni. Più in generale si dirà che Freud va scoprendo contenuti tipici dei sogni da una parte, ma dall’altra va anche scoprendo alcune forme tipiche dei sogni. E tali forme possono benissimo essere estrapolate e come isolate. Per esempio, Freud scopre un procedimento che chiama “condensazione”. Si tratta di un fenomeno per cui un elemento del sogno rinvia a tanti elementi diversi. Essa è forse un contenuto? No, è una forma che può caratterizzare innumerevoli altri contenuti, diversissimi l’uno dall’altro.

Un altro procedimento scoperto da Freud è quello dello “spostamento”, per cui un certo desiderio aggressivo o libidico, invece che rivolgersi direttamente a una certa persona, viene deviato verso un’altra persona meno importante della prima e che però presenta alcune caratteristiche esteriori simili alla prima. Una situazione simile può accadere anche nella vita reale, allorché per esempio un geloso, invece che accusare direttamente la partner di infedeltà, la accusa di colpe diversissime. La collera del geloso non prende per oggetto il problema vero, ma un problema diverso e meno importante di quello vero. Infatti, per Freud, lo spostamento è solo dal più al meno, e non può mai essere né dall’uguale all’uguale né dal meno al più.

Ripetiamolo: condensazione e spostamento non sono contenuti ma sono forme. È vero, sì, che esse non si possono mai dare se non in concomitanza con certi specifici contenuti, ma resta pur sempre altrettanto vero che Freud ha potuto estrapolarle da quei tanti significati che volta per volta veicolano. E questo è tanto più interessante se si pensa che esse possono essere considerate delle vere e proprie figure retoriche al pari delle metafore, degli ossimori ecc. Non a caso tali figure le troviamo nei sogni, nella vita e anche in letteratura.

Questo è importante affermarlo perché per molto tempo sembrò che certe istanze o pulsioni dell’inconscio – il “di che cosa si parla” – e certe forme tipiche del linguaggio dell’inconscio – il “come se ne parla” – fossero indissolubili. E invece, grazie a delle operazioni di astrazione, possiamo considerare certe forme come dei contenitori vuoti, riempibili da tanti possibili contenuti. A sua volta attraverso un’altra operazione di astrazione noi possiamo individuare alcuni contenuti psichici specifici come, per esempio, quello che chiameremo “complesso di Edipo”. In questo caso potremo dire che il contenuto è una costante semantica ben identificata, anche se poi esso si realizzerà in forme sempre diverse.

Ripeto, per molto tempo negli studi psicoanalitici sembrò che quelle forme e quei contenuti fossero legati a doppio filo, che non ci potesse essere condensazione o spostamento oppure, per citare altre figure freudiane, “rappresentazione mediante il contrario” o “denegazione” (ossia quel fenomeno per cui là dove si dovrebbe negare si afferma e invece là dove si dovrebbe affermare si nega); sembrava che, dove ci fosse qualcuna di queste quattro forme, dovessero esserci obbligatoriamente certi contenuti cosiddetti primari (nascita, morte, stato prenatale, falli, vagine).

Chiediamoci: è così o no? C’è questo vincolo obbligato tra i contenuti tipici e le forme tipiche dell’inconscio? Ebbene, molto probabilmente vale proprio l’opposto. Quelle certe forme che in effetti Freud riconobbe come tipiche esclusivamente del linguaggio inconscio possono essere ritrovate anche nei discorsi consci e per esempio letterari.

Montesquieu, per esempio, nel 1721 ha inaugurato la grande fioritura dei capolavori illuministici maturi con un romanzo epistolare intitolato Lettere persiane, perché fece immaginariamente “venire” due persiani dalla Persia a criticare Parigi, il cattolicesimo, la monarchia, i costumi di Parigi, e più in generale la civiltà europea. E d’altra parte, dando la parola a questi due persiani, Montesquieu poteva continuamente tirare in ballo il Corano piuttosto che la Bibbia. Si tratta di uno spostamento bello e buono. Scegliere come soggetti di critica rispetto alle istituzioni di Parigi, dell’Occidente, dell’Europa cattolica, due persiani; oppure fare oggetto di critica la loro religione, che è quella musulmana e non quella cristiana, significa esattamente mettere ciò che è meno importante (non in assoluto ma per Montesquieu e i suoi lettori) al posto di ciò che lo è di più, corrisponde alla definizione di “spostamento” che abbiamo appena dato. Comunque sia, con questo suo spostamento i contenuti psichici primari non c’entrano assolutamente niente. Tutto, infatti, è chiaro e se noi, leggendo Le lettere persiane, non operassimo istantaneamente, mentre leggiamo, delle riduzioni mentali del tipo Islam = Cristianesimo, letteralmente non capiremmo il testo[9].

Con questo non si vuol dire che quei contenuti primari non siano di vitale importanza per tutti e non si vuole negare che essi siano molto diffusi nel discorso umano, si vuole però dire che lo sono comunque meno di quelle forme discorsive (condensazione ecc.) che Freud ha scoperto e a cui ha dato il nome per primo.

Se, dunque, ci poniamo ancora le due domande (che si possono sempre porre di fronte a un discorso), e cioè “di che si parla” e “come se ne parla”, risponderemo dicendo che la portata del “come se ne parla” (delle forme individuate da Freud) è maggiore della portata del “di che si parla” (dei contenuti da lui scoperti). Sono molto più importanti le forme di pensiero che Freud ha scoperto dei contenuti. In altre parole, il discorso umano in generale si modella molto più spesso su quello del cosiddetto inconscio dal punto di vista formale, che non dal punto di vista dei contenuti.

Ma il testo freudiano più significativo per verificare l’ipotesi che Freud sia più importante come scopritore di forme piuttosto che di contenuti è Der Witz und seine Beziehung zum Unbewussten del 1905.

L’originalità o unicità di questo saggio freudiano è che il motto diversamente dal sogno, lapsus, sintomo, è comunicante oltre che significante. Non solo, si può dire che questo saggio, pur parlando del motto, in realtà parla di letteratura e ne parla “in quanto tale”. Infatti, Freud ha sì parlato altrove di letteratura, ma quando lo ha fatto ha deviato l’attenzione dal testo in sé per concentrarsi sulla persona dell’autore e fare della biografia o psicologia (dell’autore o del personaggio). Ora anche nel libro sul motto ci sono degli esempi letterari illustri (motti firmati da Heine o Lichtenberg), ma, siccome la maggior parte degli esempi che costituiscono il corpus del libro sono anonimi, questo preserva a priori e globalmente Freud da qualsiasi tentazione di deviare il suo interesse dal testo alla psicologia e la persona dell’autore. Ne consegue che questo suo libro è il solo esempio, in tutta l’opera freudiana, di un’analisi di quella che non si può non chiamare letteratura, perché il motto di spirito non può che essere letteratura. E nell’analizzare i motti Freud si disinteressa di biografismi o psicologismi, dimostrandosi attento unicamente a un’analisi testuale, retorica, logica (o più genericamente semiotica).

Ora, in questa idea di una letteratura intesa in senso molto più ampio di quello istituzionale, c’è una sorprendente sintonia di fondo con Croce che per esempio poteva scrivere:

L’intuizione di un semplicissimo canto popolare d’amore, che dica lo stesso, o poco più, di una dichiarazione di amore quale esce a ogni momento dalle labbra di migliaia di uomini ordinarî, può essere intensivamente perfetta nella sua povera semplicità, benché, estensivamente, tanto più ristretta della complessa intuizione di un canto amoroso di Giacomo Leopardi[10].

E altrove dirà che il discorso letterario è da intendere come un continuum che va dalla «parola d’amore che un caporale bisbiglia all’orecchio di una serva» a «un sonetto o una sinfonia»[11].

Ebbene, il motto è una di quelle forme popolari e “povere” che per Croce sono comunque “letteratura” alle pari delle forme più elevate e canoniche. Se si adotta questa prospettiva, ne consegue che è del tutto possibile estrapolare alcune considerazioni che Freud fa per i motti e farle valere per tutta la letteratura.

Le possibilità possono essere due: quando il motto si presenta allo stato isolato, come barzelletta o aneddoto, si può parlare di un piccolo genere letterario a sé stante; quando invece è semplicemente il frammento di un’opera letteraria più vasta, il rapporto tra parte e tutto è assolutamente evidente, e allora il motto di spirito può essere considerato letteratura in quanto è tratto da un’opera che, nella sua totalità, è letteratura.

Parlando di motti, Freud credeva, in perfetta buona fede e con tutta la modestia dovuta a quel complesso d’inferiorità che aveva per la maestà della sfera estetica e letteraria, di parlare di un fenomeno discorsivo molto più piccolo e limitato, ma in realtà ha fatto affermazioni che sono di estrema importanza chiarificatrice per l’intera letteratura.

Vediamo nel concreto. Freud parte da un motto inventato da Heine ma attribuito al ricevitore del lotto Hirsh-Hyacinth. Scrive:

In quella parte delle sue Impressioni di viaggio che porta il titolo I bagni di Lucca, Heine introduce la deliziosa figura del ricevitore del lotto e callista Hirsch-Hiyacinth di Amburgo il quale, vantandosi col poeta delle sue relazioni con il ricco barone Rothschild, conclude infine: «Come è vero Dio, signor dottore, stavo seduto accanto a Salomon Rothschild e lui mi ha trattato proprio come un suo pari, con modi del tutto familionari»[12].

La parola “familionari” non esiste. In questo caso abbiamo fortuna, perché il gioco di parola in tedesco funziona altrettanto bene in italiano. Croce aveva scritto che, quando si traduce, ci troviamo davanti a due espressioni e dunque a due contenuti diversi. E davvero questo può accadere allorché si traducono certi jeux de mots ma qui apparentemente no: il contenuto di pensiero a me pare lo stesso. Sia in tedesco che in italiano il neologismo deriva dalla condensazione degli aggettivi “familiare” e “milionario”. Ora, quel che qui ci interessa è che Freud afferma di portare questo esempio come dimostrazione del fatto che il fenomeno del motto di spirito è indissolubilmente legato a una forma. Che cosa vuol dire? Proprio per dimostrare che il motto di spirito scomparirebbe non appena la sua forma venisse alterata, Freud introduce il concetto di “riduzione”, che sarebbe la formulazione del pensiero del motto ma “con altre parole”.

Quello che Freud dimostra è che la riduzione spiega, sì, il motto attraverso un’estrapolazione del significato dal significante, ma anche lo uccide, lo fa scomparire, o meglio fa scomparire il suo effetto: il divertimento, il riso. In questo è, sia pure inconsapevolmente, in sintonia con Croce: entrambi credono nell’indissolubilità di forma e contenuto. E tuttavia non perciò Freud crede che tali riduzioni siano inutili. Anzi!

Continuando nella sua analisi Freud cita uno studioso del motto di spirito, Theodor Lipps, che commenta così il motto di Heine: «Noi comprendiamo che Heine vuol dire che l’accoglienza era stata familiare, e precisamente di quel noto tipo di familiarità che, odorando un po’ troppo di milioni, non acquista certo in gradevolezza»[13].

Poi Freud riprende la parola: «Non si altera affatto il senso della spiegazione ponendola in un altro modo. “Rothschild mi ha trattato come un suo pari, con modi del tutto familiari; cioè: per quanto è possibile ai milionari”»[14]. Già a questo punto ci rendiamo conto che le riduzioni freudiane prevedono sempre un ampliamento e approfondimento del senso letterale del testo; un tale ampliamento vale come un’espansione di un senso che si presume essere ricostruibile anche avvalendosi di riformulazioni diverse. In altre parole, quel senso può essere detto in altri modi, pur rimanendo sostanzialmente “quel senso”. Per convincersene occorrerebbe, però, accettare che esiste uno scarto tra quanto l’inventore del motto dice letteralmente e quanto sottintende, il che già rompe la perfetta congruenza tra il piano della forma e quello del contenuto. Se avesse ragione Croce, non avrebbero proprio senso quelle operazioni di riduzione, perché esse presuppongono che sia possibile distinguere i piani. Per Freud, invece, il significato non corrisponde alle parole effettivamente pronunciate così come il recto e il verso di un foglio; quelle parole, a quanto pare, non esprimono, ma semmai suggeriscono un certo contenuto di pensiero.

Si deve, anzi, supporre che l’effetto del motto dipenda anche e proprio da questo scarto tra significante e significato; da questo dire una cosa e intenderne un’altra. Se l’ascoltatore prendesse il motto alla lettera, non lo capirebbe ma, se trascurasse la forma per badare al contenuto, non riderebbe, e cioè non apprezzerebbe il motto in quanto motto. Se cento o mille persone ridono all’unisono a una battuta teatrale di Oscar Wilde, è perché l’hanno tutti compresa all’istante e si deve supporre allo stesso modo, anche se poi non è affatto detto che tutti saprebbero riformulare quel significato; e anche chi lo facesse lo farebbe con parole sue proprie e diverse da quelle degli altri. A testimonianza che la comprensione del motto avviene a un livello preverbale quasi alla maniera di un calcolo mentale uguale per tutti e che le tante formulazioni (espressioni) con cui poi i singoli individui verbalizzeranno quella loro istantanea comprensione (intuizione) non significa che essa diverga sostanzialmente dall’uno all’altro.

Le riduzioni provano, dunque, a esplicitare a posteriori quanto l’ascoltatore coglie come implicito; quanto addirittura potrebbe non essere capace di esplicitare (la funzione della critica non è, in definitiva, proprio questa: trovare delle parole che rendano possibile al buon comune lettore di portare a coscienza quanto ha spontaneamente intuito?). Esse non corrispondono mai a esatte trasposizioni linguistiche del significato colto al volo al momento dell’ascolto, ma ad approssimazioni di quel significato che non dobbiamo, dunque, concepire come un “significato dato” e fissabile una volta per tutte. Pur riferendosi a un unico motto, quelle riduzioni possono essere diverse e ognuna può essere sempre modificata, approfondita, migliorata e dunque riformulata tante volte. Il che non significa, però, che quelle riformulazioni corrispondono a intuizioni sempre diverse del contenuto di pensiero del motto, semmai a una migliore messa a punto di esso.

E che il senso del motto (e per estensione di qualunque testo letterario) non coincida e si esaurisca con la sua espressione lo dimostra prima di tutto il fatto che la sua traduzione dal tedesco in italiano pare non comportare alcuna perdita significativa di comprensione e di effetto. È, infatti, dalla coincidenza delle due sillabe “mili”, casuale sia in italiano che in tedesco e che però potrebbe non avvenire in un’altra lingua, che nasce il motto di spirito: dalla loro fusione.

Le riduzioni che, dunque, Freud propone per il motto in tedesco si attagliano perfettamente per la traduzione in italiano. D’altra parte, va detto che in questi suoi primi tentativi Freud in effetti fa sì delle riduzioni, ma rimanendo dapprima molto vicino alla lettera del motto e cioè riferendosi alle parole “familionari”/“milionari”. Freud, però, propone un’altra riduzione, che è la terza, dove lo scarto con la formulazione originaria è maggiore. Scrive: «“La condiscendenza di un ricco”, potremmo aggiungere noi, “ha sempre qualcosa di spiacevole per chi ne fa diretta esperienza”»[15]. In quest’ultima riduzione si è andati oltre il caso specifico riguardante Hirsh-Hiyacinth e Rotschild e s’è prodotta una sorta di espansione del senso quasi sotto forma di massima universale, estrapolabile sì dal motto ma senza più riferirsi alle parole “familiari” e “milionari”.

Va da sé che si potrebbero portare ancora altre riduzioni di questo motto. Si potrebbe, per esempio, rilevare che qui siamo davanti a una combinazione di due forme discorsive: a livello extradiegetico si tratta oggettivamente di un motto di spirito coniato da Heine, ma a livello intradiegetico ci è presentato come un lapsus, dato che esso viene pronunciato da un personaggio dentro il piano immaginario del racconto. Hirsch-Hiyacinth, infatti, apparentemente non intende criticare Rothschild. Mentre Heine è consapevole che si tratta di un motto, il personaggio non è consapevole, ma anzi si sta vantando di conoscerlo e di essere trattato da lui con grande benevolenza e confidenza. Un’ulteriore riduzione dovrebbe dare, dunque, conto anche di questa sfumatura di senso secondo la quale la critica emerge anche contro la volontà del soggetto. Noi possiamo, dunque, intenderlo come un lapsus o come un motto.

La catena delle riduzioni e quindi quella delle interpretazioni possono essere infinite, anche se alcune costanti dovrebbero ritrovarsi sempre. Alcune riduzioni saranno migliori di altre ma potrebbero essere tutte pertinenti, anche se non ne esiste una perfetta che costituisca un equivalente esatto del motto originale.

Ne deriva che contra Croce a un’unica “espressione” originaria (il motto considerato nella sua letteralità) corrisponderebbero una molteplicità di “intuizioni” più o meno calzanti ma comunque pertinenti, proprio come accade con le traduzioni e proprio come accade con i sinonimi.

Solo il motto nella sua forma originale non è modificabile e deve essere rispettato alla lettera; le riduzioni/interpretazioni possono invece essere riviste, corrette, prolungate, confrontate e nel loro insieme contribuiranno a chiarire l’effetto che ci ha fatto il motto la prima volta che l’abbiamo udito. Il che costituisce anche un insegnamento teorico secondo cui non esiste un “calcolo” per cui da un certo testo poetico discende necessariamente un significato corrispondente sul modello delle deduzioni logico-matematiche.

Sembra quasi che, non potendo esserci una tale perfetta equivalenza, siano però possibili tra le tante riduzioni possibili di un motto o di un qualsiasi testo letterario delle equivalenze parziali, confrontabili, delle “somiglianze di famiglia”, per dirla con Wittgenstein. Ha scritto a questo proposito Meyer H. Abrams, parlando di interpretazioni letterarie:

In many observations like these, Wittgenstein indicates the lowers rather than the limits of language; he also suggests the indispensability, in many areas of human concern, of fluidity and variability in our ways of speaking. The view that the justification for a linguistic procedure is not what forms of expression it uses, but whether it is really “doing work”, is neither inhibitive nor prohibitive, but liberative. And such a view may be taken to confirm ‒ not in details, but overall ‒ the very diverse ways that our best literary critics have in fact used language in order to achieve their profitable discoveries and conclusions, as against what some recent analysts claim that the critics have done or should instead have done[16].

Il che significa che, se il testo non può essere “toccato”, il suo senso può essere reso in tanti modi diversi spesso omologhi e comunque confrontabili. Insomma, accade con le traduzioni un po’ quel che accade con le riduzioni: ce ne possono essere tante, alcune delle quali sono preferibili ad altre, nessuna naturalmente essendo l’esatto equivalente dell’originale. Ma, se possiamo esprimere una preferenza, è perché riconosciamo che tutte le formulazioni si riferiscono e tendono, sia pure asintoticamente, alla ricostruzione di un significato certamente «dai contorni sfumati» (sempre per dirla con il Wittgenstein che parla di concetti)[17], ma pur sempre circoscrivibile, determinabile.

Non è insomma che, siccome ogni riduzione del testo si presenta con una veste linguistica diversa, essa corrisponde a un’intuizione diversa. Molte di quelle riduzioni, come dimostrano le citazioni freudiane sopra riportate, sono omologhe e, se non coincidenti, sovrapponibili. Anche solo la possibilità di confrontare queste riduzioni testimonia che delle operazioni di estrapolazione dal testo del senso di esso sono possibili e che, dunque, il senso di quel motto non coincide con la sua formulazione letterale. Se davvero questa possibilità non esistesse, il soggetto potrebbe solo ripetere il motto dentro di sé per risentirne l’effetto ma senza provare a darsene una ragione.

Ora queste considerazioni ci riportano a Croce. Perché? Croce, lo ricordiamo, affermava un’identità di espressione e intuizione: se si ha un’intuizione, un pensiero, un concetto nella mente, è identico alle parole che servono a esprimerlo, nel senso che, se cambio una sola parola, l’intuizione (il contenuto di pensiero) non è più quella. Allora, per essere perfettamente coerenti con la posizione crociana, occorrerebbe che il motto di spirito non dovesse essere commentato (parafrasato, ridotto, interpretato) in alcun modo. Nell’idealismo rigoroso della formulazione di Croce c’è, infatti, racchiuso un pericolo: nelle sue posizioni prese alla lettera sarebbe implicita la morte della critica o almeno di quella parte della critica che chiamiamo interpretazione. Croce ha provato in vario modo a risolvere questa aporia, non potendo certo astenersi dal dire qualcosa sulle opere da lui considerate. E anzi, come è stato notato, nella sua prassi di critico Croce spesso si è sbilanciato dal lato dei contenuti. Ha scritto Davide Colussi:

Se dunque la «forma» crociana salda insieme le accezioni tradizionali di contenuto e forma, è vero però che la prassi critica di Croce si fonda sempre su elementi di contenuto, con l’effetto di uno sbilanciamento fra i componenti del nesso[18].

E cioè di quel nesso che lui avrebbe voluto inscindibile. D’altra parte, se si accettano quelle tali premesse del sistema crociano, non si può interpretare (e tradurre), in quanto per interpretare (e tradurre) bisogna sostituire alle parole originali del testo altre parole con le quali si cambierebbe il senso originale che (secondo Croce) fa tutt’uno con la sua letterale espressione linguistica. Ne consegue che, a voler essere coerenti, non si può e non si deve interpretare.

Infatti, in larga misura almeno, Croce è stato coerente nel condannare ogni tendenza all’interpretazione. Quel che ha raccomandato sono, semmai, degli atti di riproduzione interiore di quanto l’artista aveva genialmente prodotto, astenendosi il più possibile da approfondimenti ermeneutici:

l’equivalenza di genio e gusto, in base alla quale il giudizio estetico coincide in buona sostanza con la riproduzione dell’opera sopra cui viene esercitato, spiega bene, ad esempio, la frequenza con cui Croce indulge a un tono pianamente descrittivo o riassuntivo e, a maggior ragione, a larghe citazioni desunte dall’opera esaminata[19].

Anche in questo si può dire che ha anticipato alcune tendenze post-strutturaliste avverse all’interpretazione metodica dei testi e per esempio quelle rappresentate dalla decostruzione[20].

La poesia secondo Croce si intuisce direttamente, non si può spiegare con altre parole, non si possono fare riduzioni. In un certo senso si può solo dire che la poesia c’è o non c’è. Ora, questa posizione di Croce non è solo sua, ma è la versione italiana di un tipo di scelta di fronte al testo caratteristica della poetica di difesa dell’autonomia del bello. Secondo questo approccio interpretare la poesia significava misconoscerne la sua natura “intraducibile” e in definitiva ineffabile.

Si prenda come esempio dell’insofferenza nei confronti dell’impostazione ermeneutica la reazione di André Breton contro un critico che aveva provato a ridurre al grado zero le folgoranti metafore di Saint Pol Roux:

vi si leggeva: L’indomani di un bruco in tenuta da ballo vuol dire “farfalla”. Mammelle di cristallo vuol dire: “una caraffa” ecc. No, signore, non vuol dire. Rimettete la vostra farfalla nella vostra caraffa. Quel che Saint-Pol-Roux ha voluto dire, siate certo che l’ha detto[21].

Qui Breton, sia pure senza saperlo e volerlo, è molto vicino a Croce. Ora, possiamo sì contro-obiettare a Breton (e a Croce) che, se qualcuno dovesse davvero prendere alla lettera le due metafore, mancherebbe il senso del testo, ma dobbiamo dargli atto che le parafrasi da lui evocate sono del tutto insoddisfacenti e non rendono conto dello straordinario effetto che producono in noi le immagini originali di Saint-Pol-Roux. C’è qualcosa di più nelle immagini proposte dal poeta, un “surplus di senso” che viene perduto se ci si affida a una parafrasi letterale.

Anche secondo Benedetto Croce, infatti, «chi separa intuizione da espressione, non riesce mai più a congiungerle»[22]. E in questo lui è in consonanza con tutti coloro che si sono proclamati avversi a ogni operazione di analisi e interpretazione razionale del testo letterario, in quanto lesiva della peculiare natura di quest’ultimo.

Ora come abbiamo visto in qualche modo anche Freud condivide spontaneamente le posizioni dei teorici dell’autonomia del bello, ma egli apporta utili correzioni e integrazioni a quelle posizioni, riuscendo a disegnare un approccio ai testi letterari più equilibrato e più fecondo. Un equilibrio che riesce a tenere conto di due esigenze differenti. Prima di tutto, infatti, Freud ha riconosciuto, sia pure senza esserne consapevole, quel tanto di vero che c’è nell’affermazione crociana circa l’identità di intuizione e di espressione:

possiamo ricorrere a un criterio sicuro per dimostrare che il carattere arguto è andato perduto nella trasposizione. Il discorso di Hirsch-Hyacinth ha suscitato la nostra viva ilarità, mentre la trasposizione accurata di Lipps o la nostra versione può piacere, può indurci a riflettere, ma non può certo indurci al riso[23].

In effetti, nel caso specifico del motto di spirito, l’effetto letterario consiste precisamente nel farci ridere o almeno sorridere, ma, non appena l’espressione letterale viene sostituita con la riduzione, non ridiamo più. In un certo senso Freud è dunque d’accordo con Croce e i teorici dell’autonomia del bello: il testo è insostituibile, non appena lo si sostituisce non è più “quel” testo, è un’altra cosa.

In che cosa, però, Freud si differenzia? In questo: che l’acuta coscienza da lui espressa che, appena si altera qualcosa nella lettera del testo, il motto di spirito (e, se si estrapola, qualunque testo letterario) non c’è più, non chiude però il discorso. Mentre in Croce questa difesa dell’inalterabilità del testo fa sì che un approccio critico di tipo interpretativo non possa esserci, ma solo un giudizio di valore (poesia/non poesia), per Freud, invece, la constatazione che, riformulando con altre parole il testo, si distrugge il carattere e l’effetto del motto non implica affatto che la riformulazione sia inutile, anzi. Infatti, anche se l’interprete è consapevole che le nuove parole non sono più un motto di spirito (e cioè letteratura), le osservazioni di vario genere, rese possibili con una buona riduzione in altre parole, possono comunque essere interessanti.

È come se Freud, quasi alla stessa data dell’Estetica di Croce, si mostrasse perfettamente avvertito del fondo principale di giustezza delle posizioni crociane e, nello stesso tempo, anche capace di difendere i diritti dell’interpretazione. Questo punto ci conferma che Freud, pur credendo di parlare solo del motto di spirito, sta dicendo qualcosa che ha un grande valore generale per tutta quanta la letteratura e non solo per il motto di spirito.

Prendiamo un altro caso in cui l’assoluta insostituibilità non sia minore. Prendiamo questo motto di Lichtenberg riportato da Freud: «Non solo non credeva agli spiriti, ma non ne aveva nemmeno paura»[24]. È un motto perché, secondo la logica ordinaria, per spaventarsi degli spiriti bisogna crederci quindi se uno non ci crede non può certo spaventarsi. A farci ridere di primo acchito è, dunque, il controsenso che caratterizza il motto. Ma, a ben guardare oltre questa facciata comica, ci accorgiamo che dietro di essa fa capolino un’osservazione psicologica di estremo acume che si potrebbe facilmente esprimere con altre parole. Per esempio, quelle proposte da Freud: «è molto più facile superare con l’intelletto la paura dei fantasmi che non difendersene quando si presenta l’occasione»[25]. Il sottinteso è che spaventarsi è un processo affettivo, crederci o no è un processo intellettuale, e non è affatto detto che i due processi coincidano. Va da sé, scrive Freud, che «rinunciando a questa veste spiritosa […] questa affermazione non ha più nulla di spiritoso ma è una osservazione psicologica esatta»[26]. Un altro modo per dire la stessa cosa sarebbe per esempio: “i processi affettivi ed emotivi sono indipendenti da quelli intellettuali”. Qui si vede il vantaggio, la legittimità, l’indispensabilità della riduzione: posso esprimere il contenuto di pensiero valido con parole astratte e lontanissime dalla formulazione originaria del motto. Se lo faccio, il motto non c’è più. Vero. Ma forse che comunque questi commenti non contribuiscono a una migliore comprensione del motto e dunque a una sua valorizzazione? Certo, questi commenti, diversamente dal motto vero e proprio, non sono letteratura, ma non per questo li considereremo chiose inutili e pedanti: essi infatti «intensificano la nostra percezione e il nostro piacere estetico»[27].

Dunque, una volta posto il problema se la riduzione sia possibile o no allorché si fa critica letteraria, la risposta di Croce è no, quella di Freud è un sì e un no. Riducendo il motto, se ne distrugge l’effetto immediato (il riso), ma contemporaneamente se ne approfondisce il senso. Tali risposte sono immediatamente trasferibili dal motto di spirito (parte) alla letteratura (tutto).

Se per esempio, quando leggiamo nel Cimetière marin di Paul Valéry «Ce toit tranquille, où marchent des colombes», noi non intendessimo ‘mare su cui passano delle vele bianche’, ma letteralmente ‘tetto di una casa su cui posano delle colombe’, mancheremmo il senso del verso e va da sé che non ne coglieremmo nemmeno la bellezza. E, tuttavia, resta vero che c’è un “di più” di senso in quella formulazione del poeta di cui la riduzione non rende ragione. A noi piace proprio la formulazione originaria del verso, è quella che ci ripetiamo e amiamo. Come, dunque, dare conto di questo sovrappiù di senso rispetto alla pura parafrasi? Dobbiamo davvero scegliere tra l’una e l’altra operazione? Come dare ragione a Croce e contemporaneamente a Freud?

È stato Gerard Genette a proporre una definizione che a questo fine può esserci molto utile; secondo quel teorico, infatti, la distinzione tra discorso letterario (e cioè figurale) e discorso trasparente (puramente referenziale o denotativo) equivarrebbe a quella tra discorsi “aventi o non aventi un’alternativa virtualmente percepita”. Scrive infatti:

Il fatto retorico comincia là dove posso paragonare la forma di questa parola o di questa frase a quella di un’altra parola o di un’altra frase che avrebbero potuto essere usate al loro posto e che esse, in un certo senso, sostituiscono[28].

Altrimenti detto, e semplificando al massimo, se diciamo “nave” o “ti amo”, non abbiamo un’alternativa virtualmente percepita; se invece diciamo “vela” o “non ti odio”, si capisce “vela” ma anche “nave”; si capisce “non ti odio” ma anche “ti amo”. E questo vale anche per il tetto di Valéry; si legge “tetto” ma si capisce “mare”. E questo meccanismo dell’alternativa virtualmente percepita si dà in infiniti altri casi, anche se certo non in tutti, essendo molti i casi in cui io dico “tetto” e voglio che si intenda (proprio e solo) “tetto”.

Occorre insistere: non è che si prende un’espressione figurale alla lettera (il che vorrebbe dire mancarne totalmente il senso), ma non è neanche che si mette un’espressione “al posto” di un’altra (il che sarebbe riduzionista). C’è come l’idea di “qualcosa e qualcosa d’altro, di due significati che in qualche modo arrivano insieme, vengono recepiti necessariamente insieme”. E si direbbe anzi simultaneamente.

Credo che questo sia assolutamente compatibile con un normale funzionamento mentale. Parlerei a questo proposito con lo psicoanalista Wilfred Bion di “visione binoculare”[29] e cioè di un «pensare che implica necessariamente vedere la realtà da molteplici punti vista (o vertici) contemporaneamente»[30]. Credo, in altre parole, che possiamo immaginare che la mente umana sia capace di pensare un unico fenomeno (in questo caso un testo letterario) secondo una prospettiva multipla (binoculare) che non prevede ciò che temeva Croce e cioè una separazione irreparabile dei due piani.

E questo pensiero binoculare non si dà solo per singole figure costituite da poche parole (si pensi soprattutto alla metafora), ma per testi interi, come romanzi e racconti. Narrandoci una certa specifica vicenda, essi suggeriscono pur sempre una sorta di significato secondo o, per meglio dire, una pluralità coerente di significati secondi (ma dire significati primi e secondi è già spezzare qualcosa che non può essere diviso). Ne consegue che, se Gregor Samsa, protagonista della Metamorfosi di Kafka, ci rappresenta l’uomo emarginato, solo, umiliato, vergognoso, contemporaneamente è “proprio” un uomo-insetto, una persona-scarafaggio. Se adottiamo l’idea bioniana della prospettiva binoculare, diremo che si tratta di due punti di vista (o vertici) che interagiscono e continuamente si influenzano e modificano, componendo infine un significato unico. Gregor Samsa è davvero diventato un insetto repellente e contemporaneamente esemplifica il moderno individuo emarginato ecc. Il che dà ancora ragione e torto a Croce, allorché sosteneva l’unità inscindibile di espressione e intuizione.

Secondo il semiologo russo Jury Lotman, il critico deve sempre tener conto di questo intreccio ed evitare «la metodologia dell’esame del ‘contenuto ideologico’ separato, e delle ‘particolarità artistiche pure separate’», essendo che «il volume d’informazione contenuto nel linguaggio poetico […] non può esistere, né essere trasmesso fuori della struttura data»[31]. Ed è sempre secondo questa logica che il critico e teorico marxista Pierre Macherey, opponendosi all’idea che il significato di un testo risiederebbe (come un tesoro nascosto) in una qualche recondita profondità, ha scritto: «il significato [di un’opera] sta nella relazione tra l’implicito e l’esplicito, non in una o l’altra parte di questo steccato»[32].

Credo che il punto sia proprio questo: servendoci anche e proprio degli spunti che ci hanno dato Croce e Freud, dobbiamo provare ad articolare meglio proprio questa relazione, perché essa sta alla base di ciò che continuiamo a chiamare letteratura.

  1. B. Croce, Estetica come scienza dell’espressione e linguistica generale. Teoria e storia, a cura di G. Galasso, Milano, Adelphi, 1990, p. 12.
  2. È interessante notare che il sottotitolo del libro di Antoine Compagnon intitolato Il demone della teoria (Torino, Einaudi, 2000) sia Letteratura e senso comune.
  3. B. Croce, La Poesia. Introduzione alla critica e storia della poesia e della letteratura, Bari, Laterza, 1946, p. 35.
  4. F. De Sanctis, Settembrini e i suoi critici [1869], in Id., Saggi critici, a cura di L. Russo, Bari, Laterza, 1979, III ed., vol. II, p. 306.
  5. B. Croce, La storia ridotta sotto il concetto generale dell’arte [1893], in Id., Primi saggi, Bari, Laterza, 1951, p. 9.
  6. B. Croce, Problemi di estetica e contributi alla storia dell’estetica italiana, vol. I, Bari, Laterza, 1910, p. 154.
  7. B. Croce, Estetica come scienza dell’espressione e linguistica generale, op. cit., p. 87.
  8. S. Freud, L’interpretazione dei sogni, in Id., Opere, vol. 3, traduzione di El. Fachinelli e H. Trettl, Torino, Boringhieri, 1971. 
  9. Sull’interpretazione di questo testo in chiave di retorica freudiana si veda il saggio di Francesco Orlando, Illuminismo, barocco e retorica freudiana [1982], Torino, Einaudi, 1997.
  10. B. Croce, Estetica come scienza dell’espressione e linguistica generale, op. cit., p. 46.
  11. B. Croce, Logica come scienza del concetto puro [1909], edizione critica a cura di C. Farnetti, con una nota al testo di G. Sasso, 2 voll., Napoli, Bibliopolis, 1996, p. 187.
  12. S. Freud, Il motto di spirito [1905], Torino, Bollati Boringhieri, 1975, p. 42.
  13. Ibidem.
  14. Ibidem.
  15. Ibidem.
  16. M. H. Abrams, A Note on Wittgenstein and Literary Criticism, in «ELH», Vol. 41, No. 4 (Winter, 1974), pp. 541-54: 544.
  17. L. Wittgenstein, Ricerche filosofiche [1953], Torino, Einaudi, 2014, pp. 42-43.
  18. D. Colussi, Questioni di forma: Croce, i formalisti russi, in S. Brugnolo, D. Colussi, S. Zatti, E. Zinato, La scrittura e il mondo. Teorie della letteratura, Roma, Carocci, 1916, p. 93.
  19. Ivi, p. 88.
  20. Si veda a questo proposito Richard Shusterrman, Croce e l’interpretazione: decostruttivismo e pragmatismo, in «Prospettive settanta», 2-3-4/1987, pp. 549-62.
  21. A. Breton, Introduzione al discorso sulla poca realtà, in Breton e il surrealismo, a cura di I. Margoni, Milano, Mondadori, 1976, pp. 238-51: 248.
  22. Cfr. la nota 1.
  23. S. Freud, Il motto di spirito [1905], Torino, Bollati Boringhieri, 1975, p. 42.
  24. Citato in S. Freud, Il motto di spirito, op. cit., p. 116.
  25. Ibidem.
  26. Ibidem.
  27. E. Wind, Arte e anarchia [1963], Milano, Adelphi, 1997, p. 90.
  28. G. Genette, Figure. Retorica e strutturalismo [1966], Torino, Einaudi, 1969, p. 191.
  29. W. Bion ne parla in Second Thoughts, New York, Aronson, 1967, pp. 110-19.
  30. Th. Ogden, Bion’s Four Principles of Mental Functioning, «fort da», 14 (2), 2008, pp. 11-35.
  31. J. Lotman, La struttura del testo poetico [1970], Milano, Mursia, 1972, p. 25.
  32. P. Macherey, Per una teoria della produzione letteraria [1967], Bari, Laterza, 1969, p. 87 (il corsivo è mio).

(fasc. 51, 25 febbraio 2024)

Il romanzo come sistema complesso: “Pastorale americana” e “Rayuela”

Author di Chiara Muzio

Introduzione

Piangono a dirotto, il fido padre che è fonte di ogni ordine, che non potrebbe lasciarsi sfuggire o sanzionare il minimo segno del caos – per il quale tenere a bada il caos era stata la via scelta dall’intuizione per raggiungere la certezza, il rigoroso dato quotidiano della vita – e la figlia, che è il caos stesso[1].

Così Philip Roth condensa in un unico periodo le due principali funzioni attanziali che animano Pastorale americana, delineando una dialettica tra “ordine” e “caos” quale riduzione ai minimi termini della dinamica che governa il romanzo del ’98. Sin da subito si percepisce come il testo sia mosso da forze dicotomiche, tra le quali sussiste una sproporzione da cui emerge una sorta di faglia critica. Questa “faglia” di indeterminatezza si pone quale elemento portatore di “complessità” all’interno del roman­zo. Sarà dunque opportuno indagarne la natura, per comprendere ancora meglio i meccanismi che regolano Pastorale americana.

Una simile dialettica necessiterà di strumenti di analisi diversi dal consueto: nel nostro caso, abbiamo voluto condurre un’analisi del testo di Roth – a cui segue un debito confronto con un altro romanzo pubblicato all’aurora del postmoderno – in termini di scienze della complessità.

Per affrontare una materia così impegnativa si è rivelato utile adottare i concetti di “forma” e “funzione” (Sternberg), i quali trovano esplicazione nelle nozioni di “funzione caos” e “funzione cosmos” (Ercolino). Sarà così possibile eseguire un’adeguata analisi di quanto accade – ma soprattutto emerge – da un punto di vista strutturale e attanziale nei testi oggetto d’indagine.

Sono stati molti gli autori che hanno affrontato in maniera più o meno dichiarata il vasto tema della complessità. Si pensi a Italo Calvino, che nella Giornata d’uno scrutatore ne fornisce, quasi maldestramente, una definizione molto vicina al significato etimologico di questo termine – riconducibile a un’originaria forma complector, la quale suggerisce un insieme indistricabile di elementi, uniti da un rapporto di reciproca dipendenza: «Ad Amerigo la complessità delle cose alle volte pareva un sovrapporsi di strati nettamente separabili, come le foglie di un carciofo, alle volte invece, un agglutinamento di significati, una pasta collosa»[2]. Una pasta collosa dalla quale non è possibile scindere l’unità, ma che impone un’osservazione volta a cogliere quanto emerge dall’aggregazione delle singole parti interdipendenti.

L’obiettivo del presente studio è proporre un approccio metodologico in grado di coniugare gli studi di critica letteraria alle teorie sulla complessità, materia verso la quale la maggior parte dell’interesse è sorto a partire all’incirca dall’ultimo decennio del secolo scorso. In effetti, la critica ha riscontrato molteplici affinità tra sistemi complessi e forma romanzo. Pertanto, per uno studio del romanzo con simili aspirazioni adotteremo una prospettiva che metta in relazione i singoli elementi testuali, valutandone gli effetti sul piano microscopico e macroscopico.

Studiare la “complessità” di un testo significa accettare una sfida, aprendosi alla prospettiva che una verità assoluta è inattingibile e che quanto leggiamo non è figura chiusa ma “rizoma”, costituito da piani, funzioni, forme che si intersecano tra loro; in più, ogni testo e ogni sua parte è inevitabilmente soggetto alle interpretazioni di chi legge, spesso contraddittorie e mutevoli. La sfida principale consiste, allora, nell’abbracciare questa “contraddizione”.

Il testo è campo dell’indagine e dello sforzo ermeneutico, in quanto semplificazione di un contenuto complesso presente nella realtà esterna (o nell’interiorità di chi scrive) riposto entro una forma chiusa: scrivere implica necessariamente un adattamento rispetto una materia di per sé problematica e dunque irriducibile a modello teorico. Il romanzo, poi, si pone come forma elettiva dell’espansione del pensiero, fatto a sua immagine e somiglianza: in esso cerchiamo di spiegare quanto non riusciamo a spiegarci altrimenti, dando una consistenza materiale all’incertezza che ci attanaglia, entro una struttura che, seppur chiusa e conclusa, spesso è – anche al limite dell’asfissiante – immensamente complessa.

Di cosa parliamo quando parliamo di complessità?

Stando alla definizione che fornisce Alberto Gandolfi in Formicai, imperi, cervelli[3], si intende per “sistema complesso” un particolare tipo di sistema all’interno del quale ogni elemento è posto in relazione di interdipendenza non solo con la restante parte degli elementi presenti al suo interno, ma anche con l’ambiente circostante in cui è inserito, adattandosi alle spinte e ai cambiamenti provenienti dall’esterno.

Una simile definizione si rivela particolarmente appropriata se si guarda al caso del genere romanzo. A buon diritto, infatti, il testo letterario può essere considerato un sistema aperto immerso in un determinato ambiente socio-culturale dal quale è influenzato (e di cui è frutto) e posto in relazione con la mente del lettore – figura imprescindibile, senza la quale non potrebbe esplicare tutto il suo potenziale illimitato.

Alberto Gandolfi definisce un sistema complesso «un’entità organica, globale e organizzata: togliendone una parte ne modifichiamo la natura e le funzionalità»[4] e aggiunge «i sistemi […] sono formati da numerose parti differenziate»[5] per puntualizzare la dipendenza tra il comportamento del sistema, inteso nella sua globalità, e quello delle parti da cui è costituito; queste, a loro volta, possono essere considerate micro-insiemi, organizzati secondo una struttura gerarchica.

L’interazione tra le singole parti dà vita a processi ciclici, definiti feedback. Da questi cicli si ha ciò che è definito “comportamento emergente” del sistema, vale a dire che «in un sistema complesso le relazioni tra gli elementi diventano più importanti della natura degli elementi stessi»[6]. Oggetto d’indagine dovrà essere la “dinamica globale” che è subalterna a un’organizzazione ge­rar­chica e strutturata al fine di conferire un andamento armonico e coordinato tra le parti.

Alla base del comportamento complesso vi è infatti il fenomeno dell’autorganizzazione, il quale si verifica ogni qual volta si raggiunge un determinato livello gerarchico. Man mano che le relazioni tra gli elementi del sistema diventano più articolate, questo aumenta il proprio livello di complessità. Con l’incremento del disordine interno, anche le più piccole perturbazioni provenienti dall’esterno si diffondono a macchia d’olio fra tutti gli elementi e dunque viene meno ogni possibilità di previsione circa il loro comportamento: regna il caos[7]. La complessità è quanto si trova nella zona intermedia tra comportamento lineare e ordinato e, sul fronte opposto, comportamento caotico; in una zona intermedia, che è sostanzialmente di transizione, la quale rappresenta il «comportamento più intelligente e creativo»[8] poiché consente al sistema di evolvere e adattarsi. È grazie alla capacità di evoluzione che i sistemi complessi si spingono verso una zona definita at the edge of caos, caratterizzata da un alto tasso di criticità, fortemente sensibile alle perturbazioni esterne.

In quest’ottica, il ruolo del caos andrà considerato in termini di pura “potenzialità”, dal momento che: «Il caos rompe le catene dell’universo deterministico e garantisce all’umanità un infinito grado di libertà nel forgiare il proprio mondo. Una miscela di ordine e caos è lo stato naturale di ogni forma di vita»[9].

L’elemento caotico funge da grimaldello per il funzionamento stesso del sistema poiché, con l’incremento dei livelli di complessità, quest’ultimo viene spinto verso un punto in cui aumenta la probabilità che si possa assistere alle cosiddette “biforcazioni catastrofiche”, oltre le quali il sistema evolve o soccombe al caos dilagante al suo interno.

Una volta stabilito, in termini tecnici, a cosa ci riferiamo quando parliamo di sistema complesso, sarà ulteriormente utile definire anche sul piano del dibattito filosofico cos’è la “complessità”: questa si presenta laddove si verificano la crisi dei fondamenti scientifici e la crisi dei fondamenti filosofici (con Nietzsche). A ciò consegue l’invalidazione del polo empirico (Popper) e del polo della logica (Gödel): la zona al limite tra questi due poli è costituita dalle incertezze causate dalla trasformazione dei principi d’ordine su cui si basava l’epistemologia positivista.

Riconoscere la complessità in tutto ciò che ci circonda vuol dire riconoscere il mistero del mondo; non a caso Morin parla di «insostenibile complessità dell’essere»[10] relativamente alla constatazione che la complessità è posta nella zona d’ombra, negli interstizi che rendono nullo ogni tipo di semplificazione, dove le antitesi si fondono e oggetto osservato e soggetto osservante si scorgono l’uno nell’altro. Il territorio della complessità è il non riducibile.

Il filosofo francese, partendo da queste riflessioni, parla della complessità nei termini di “sfida” e non, semplicisticamente, come soluzione da adottare. Un simile approccio rappresenta un vantaggio non da poco anche dal punto di vista interdisciplinare, poiché esso abbatte le barriere che normalmente vengono alzate tra i diversi campi del sapere. Si tratta quindi di accogliere il pensiero complesso in una prospettiva dialogica tra i più disparati ambiti, sfruttando la nozione di sistema in quanto griglia teorica. Per cui questo nuovo tipo di logica dovrà inglobare e riorganizzare i capisaldi del pensiero, scontrandosi inevitabilmente con la concezione binaria su cui per secoli si è fondato il nostro sapere. Andrà quindi ricercato un metodo per trattare al meglio le aporie della logica e inglobare le incertezze nell’intellegibilità dell’universo per poter così parlare finalmente di “pensiero complesso”.

Proposte per una teoria “complessa” della letteratura

Nell’area delle humanities, la branca di studi che di recente ha adottato un approccio sempre più vicino all’analisi del testo in termini di teorie della complessità è quella che va sotto il nome di “narratologia cognitivista”, derivata dalle cosiddette “scienze cognitive di seconda generazione” che per prime hanno aperto la strada alle teorie della complessità[11].

Tra gli studiosi, Marco Caracciolo ha avanzato la proposta di un “modello enattivista” della narrazione (cioè una teoria tesa a studiare il rapporto tra “organismo” e ambiente); un modello cioè reader oriented che si basa su una teoria embodied della letteratura – mossa dal concetto di “esperienzialità”[12]. Su un piano prettamente narratologico, si fa ricorso ai concetti di “probabilità inferenziale” e di “sequenzialità inferenziale” per spiegare le dinamiche inferenziali e probabilistiche coinvolte nella fruizione del prodotto estetico-narrativo, partendo dal concetto di “attrattore”, il quale rappresenta l’elemento che conduce il lettore al riconoscimento di un senso più o meno esplicito nel testo[13].

Tra i primi lavori in cui si è cercato di carpire i rapporti tra teorie della complessità e categorie narratologiche, troviamo un articolo di John Pier[14]. Lo studioso individua alla base di alcune categorie narratologiche i modelli di “sequenza” e “sequenzialità”, orientando la ricerca su una valutazione della trama in termini probabilistici. In opposizione al modello del récit idéal[15], Pier analizza gli snodi cruciali con riferimento a situazioni near e far from equilibrium riguardo a punti nel testo dall’elevata criticità. Ciò risulta particolarmente evidente in tutta una serie di romanzi sorti nel XX secolo, nei quali si verifica un distacco, talvolta nettissimo, dalla struttura basilare del plot, enfatizzando invece aspetti del testo che esigono una partecipazione sempre più attiva del lettore.

Lo studioso si avvale delle recenti teorie del New Criticism (nate a partire dagli anni Sessanta del Novecento) che guardano al testo letterario come entità irriducibile a una visione deterministica e prevedibile. Tali teorie hanno apportato importanti cambiamenti nelle indagini narratologiche, dotando gli studiosi di una maggiore sensibilità verso campi di studio apparentemente distanti dall’ambito umanistico. Pur non proclamando la totale sovrapposizione tra sistemi complessi e narrativa, l’intento di Pier è confrontare le due categorie per comprendere in che modo la narrativa, specialmente nel genere romanzo, possa essere intesa e analizzata a partire dallo studio di comportamenti per l’appunto “complessi”; non meno importante sarà poi interrogarsi su quale ruolo possano ricoprire le teorie della complessità se applicate alla narrativa, basando l’indagine su aspetti in comune. Adottare un simile approccio nello studio del romanzo vorrà dire analizzare il “comportamento emergente” dato dall’interazione tra le singole componenti.

Per una teoria sistemica della letteratura, sorge la necessità di avvalersi di un metodo che possa accordare teorie nate in aree di ricerca parecchio distanti tra loro, ma che allo stesso tempo si basi su caratteristiche proprie del metodo narratologico. La soluzione che Federico Pianzola presenta a tutto ciò è il Proteus Principle (PP), già proposto da Meir Sternberg nei suoi lavori sugli universali narrativi del 1992 e del 2010; tale modello si fonda sul rapporto tra “forma” e “funzione”, in riferimento al ruolo che precisi elementi appartenenti a categorie logiche differenti assumono a seconda dell’approccio teorico utilizzato[16]. Sternberg dimostra che la base dell’organizzazione narrativa è costituita da un certo pattern di relazioni – e non da elementi a sé stanti –, enfatizzando la presenza di un comportamento complesso alla base di queste. Sarà giusto chiedersi, per ricavare una teoria letteraria, fino a che punto un dato elemento è funzionale alla complessiva organizzazione narrativa e cosa emerge dall’interazione tra le singole componenti.

L’adozione del PP consentirebbe una valutazione congrua dell’interazione tra “forme” e “funzioni” testuali, con conseguente analisi del “comportamento emergente” che si manifesta a partire dal contatto tra processi cognitivi ed estetici nella relazione testo-fruitore.

Questo metodo consente un ampio grado di adattabilità fra teorie afferenti a campi del sapere molto distanti (al confine tra sapere scientifico e sapere umanistico), dando vita a un approccio aperto che tiene conto di fenomeni di feedback in sostanza molto simili. Sono le stesse dinamiche interne ai romanzi a basarsi su reti e connessioni intricatissime il cui grado di complessità può raggiungere un livello così elevato da sfiorare asintoticamente i limiti del caos[17].

Il testo può (e deve) essere considerato un sistema complesso e, di conseguenza, essere analizzato in quanto tale. Esso si trova costantemente in uno stato di instabilità tra una soglia inferiore, che suole coincidere con la causalità lineare – entro cui è consentita la restituzione lineare degli avvenimenti –, e una superiore, che invece è da individuare nel comportamento complesso, spesso tendente al caotico; limite questo oltre il quale le connessioni tra i singoli elementi si intersecano a dismisura, tanto da rendere impossibile soggiogarle a un processo narrativo che rischierebbe di limitarle o degradarle a strutture precostituite e svilenti[18]. Lo strumento proposto da Pianzola, in fin dei conti, si rivela essere il più efficace per cogliere tutte le sfumature di significato che si creano dalle interazioni fra le singole componenti – fermo restando che il PP deve essere adottato in quanto proposta metodologica e non essere eletto a verità assoluta.

Quanto appena descritto serve a far luce su come all’interno della mente umana vi sia un’inderogabile tendenza a ridurre fenomeni complessi a un piano di causalità lineare. Perciò scrivere storie, o romanzi, consentirebbe di condensare la complessità del reale per comprenderla meglio.

Va però tenuto conto della palese difficoltà che si incontra nel momento in cui si tenta di far calzare un comportamento complesso – che per propria natura sfugge all’inserimento in rigide griglie teoriche – entro un “modello”; di conseguenza sarà inevitabile attuare semplificazioni a causa del discrimine intrinseco tra il comportamento e la mera descrizione del sistema.

Ai fini della nostra indagine, è necessario tenere in considerazione anche quanto Stefano Ercolino, attingendo da uno studio di LeClair sui system novels[19], in un proprio studio pone sotto l’etichetta di “romanzo massimalista”; vale a dire un particolare tipo di testo in cui affiora la “componente massimalista”, caratterizzato dalle seguenti prerogative:

Totalità, interconnessione, organizzazione, scambio di informazioni, apertura divengono le linee guida di una complessa e trasversale riorganizzazione epistemologica avvenuta intorno alla metà del XX secolo che ha definito non solo il campo e i metodi delle scienze matematiche, fisiche e naturali, ma anche il nostro modo di vivere, oltre che la sua rappresentazione letteraria[20].

La caratteristica che prima tra tutte balza all’occhio è la lunghezza di tali romanzi, dovuta all’accumulazione apparentemente caotica di dettagli che sembrerebbero a prima vista poco significativi. Questi però, nell’ordito complessivo, si rivelano essenziali dal momento che danno vita a ulteriori spunti che sviluppano una propria autonomia, pur avendo origine in zone marginali del testo. Il romanzo “massimalista”, come molti altri prodotti della stagione postmoderna, parcellizza il testo in unità discrete, in modo che ogni frammento cooperi alla restituzione dell’insieme e costituisca di per sé un microsistema, a sua volta capace di espandersi. L’autonomia delle parti di un testo diverrebbe estremamente funzionale alla sintesi estetica del mondo, poiché il testo, avanzando per frammenti giustapposti, consentirebbe di muoversi attraverso la materia magmatica che è la realtà stessa – oltremodo, ciò eviterebbe l’impatto contro il muro dell’ineffabilità che si cela oltre la pagina scritta.

A tenere testa a tale difficoltà subentra il ruolo che assume la “trama”, dispositivo attorno al quale si dipana il racconto, che consente la piena comprensione al lettore, fornendogli la sicurezza del confronto con qualcosa di «finito in se stesso»[21]. C’è però chi nutre una scarsissima fiducia nei confronti della «sicurezza della trama»[22]; materia, quest’ultima, su cui si è esposto Carlo Emilio Gadda, il quale è consapevole della necessità di ricondurre il caos dell’esterno a una “struttura geometrica” essenziale e ordinata. Al tempo stesso, l’autore è conscio che l’eccessiva ricerca di un principio d’ordine costituisce un problema per quanto riguarda il rapporto tra narrazione e vita, a causa di quella «inalienabile refrattarietà del reale a ogni tentativo di organica, integrale sistemazione»[23]. L’autore del Pasticciaccio sa bene quanto la trama, tendendo a ricreare le relazioni umane, cerchi di restituire una struttura (quasi) parimenti complessa. “Narrare” è indagare su cumuli di grovigli, cercare di ritrovare un principio di causalità che però non sempre è dato, nella vita come nel testo, perché quest’ultimo è costantemente sottoposto a «spinte centrifughe» (Carati) che lo allontanano sempre più da un una rassicurante unità: il testo presenta così una situazione dispersiva e potenzialmente inesauribile.

Indagare il caos che attanaglia la nostra esperienza, insito nel reale, è prerogativa che contraddistingue il romanzo – e la letteratura – da sempre. È però in particolar modo nella stagione dei grandi modernisti e successivamente, con autori quali Calvino, Cortázar, Perec, Borges e molti altri ancora, che si sviluppano nuove forme e nuove strutture atte a ricercare e ricreare la dialettica tra il caos esperienziale e le modalità attraverso cui esso si esplica sul piano strutturale e contenutistico.

La realtà fenomenica è, sì, presente in ogni testo, pur restando sul binario opposto a quello dello scrittore. Se la scrittura è ciò che Mario Lavagetto definisce «provincia dell’immaginario»[24], inoltrarsi in questo territorio – nella persona dell’autore o del lettore – implica la rinuncia alla sicurezza dei teoremi e delle grandezze misurabili per entrare totalmente «nel regno dello scarto, per ritrovarsi a vagare nell’immenso, sconfinato, labirintico territorio dell’ambiguità e dell’eccezione»[25].

Si assiste così allo sviluppo di forme narrative che evitano in tutti i modi la riduzione pedissequa dell’esperienza entro un perimetro chiuso e svilente; tuttavia, si tratta di forme che riescono a coglierne la complessità, tenendo sempre presente che la sovrapposizione “testo-vita” (che di per sé è “altro”, in quanto realtà stratificata) non sarà mai totale. Proprio una simile frattura – spiegano le pagine di Gadda – «trasforma il sistema da finito a infinito»[26].

Qualsiasi romanzo si ritrova irrimediabilmente sconfitto in partenza nello scontro agonistico che instaura con il reale. Tra i due elementi non può che sussistere una relazione in cui il primo risulta “sineddoche”[27] del secondo, di cui restituisce solo una rappresentazione parziale e mai completa, per quanto, in certi casi, considerevolmente complessa e ponderosa.

Ordine, caos, trasgressione: Pastorale americana

Pastorale americana si pone in linea con la ricerca identitaria del “sogno americano”, ragion per cui l’afflato epico presente al suo interno si consuma nella volontà di rappresentare i destini generali di un’intera Nazione (e generazione), su cui innesta la rappresentazione dei destini individuali dei singoli personaggi.

Roth usufruisce di una struttura accuratamente disposta, retta da numerosi parallelismi ed eco intertestuali, per far fronte a un plot debordante e narrare una vicenda che non sfocia verso alcun esito – poiché frutto di congetture della mente di Zuckerman.

Alter-ego dello stesso autore, Nathan Zuckerman assume il ruolo di “funzione”, così come introdotta riguardo al Proteus Principle. Questo (non) personaggio stimola una riflessione sul concetto di finzione narrativa e su come questa si ponga a sua volta in relazione ai concetti di verità e verità narrativa. Figura onnipresente nell’opera di Roth, Zuckerman dichiara da subito il proprio antecedente letterario, Marcel della Recherche, che nella creazione di Proust incarna «un distacco del protagonista-narratore del desiderio metafisico, per avvicinarsi con l’impegno artistico a un desiderio rivolto verso di sé e non verso l’esterno»[28]; Nathan si trova davanti a un mondo in cui non c’è scarto tra verità e finzione, in cui il soggetto, da frammentato e indeterminato, grazie alla chiave di lettura del “ricordo”, può acquisire strumenti per scoprire in esso più verità che nella realtà stessa. La strategia proustiana è però cambiata di segno:

Divorando un boccone dopo l’altro di quei pasticcini il cui sapore farinoso avevo amato fin dall’infanzia […] forse avrei fatto sparire da Nathan ciò che, secondo Proust, sparì da Marcel nell’attimo in cui riconobbe “il sapore della piccola madeleine” […]. Mangiai dunque, avidamente, ingordamente, non volendo limitarmi, nemmeno per un attimo, nel vorace accumulo di grassi saturi; ma senza avere, infine, la fortuna di Marcel[29].

Se in Proust è possibile ricostruire la compattezza della vita grazie alla narrazione, non gode dello stesso potere la voce di Zuckerman; la storia qui non riesce a ricomporsi e finisce per approdare alla dissoluzione di quell’unità originaria, contrariamente al momento proustiano dove una condizione non lineare e ingarbugliata confluiva in un senso ricomposto. Il dolcetto fragrante e profumato rigurgita la propria essenza: è un mero «accumulo di grassi saturi». Le fughe dell’intimità, di ciò che non è dato vedere dall’esterno, non possono rivelarsi se non nella constatazione dell’intrinseca perniciosità di cui si anela allo svelamento.

È così che in Roth il tema di base viene a coincidere con l’incertezza della memoria e con la sua fragilità; ciò costituisce un’arma a doppio taglio, dal momento che la memoria priva il soggetto della propria interezza e della propria stabilità, costringendolo a ricostruirsi unicamente attraverso l’attrito con l’esterno. Il testo quindi sembra essere in balìa di una forza centrifuga che lo rende sfuggente a qualsiasi ricognizione, poiché il frammento testuale corre all’impazzata, rendendone impossibile l’aggregazione entro un discorso coerente affidato alla narrazione.

Ancora, dunque, sussiste un rapporto dicotomico tra narrazione e realtà, poiché questa è soggetta a un giogo che la costringe a «reificarsi» e a inserirsi entro i limiti della pagina scritta. Il senso ultimo è che la realtà, quando tenta di essere romanzata, finisce sempre per restituire il disegno di una verità parziale poiché non è mai totalmente «testualizzabile»[30].

Roth esige un nuovo modo per narrare la realtà, che non solo scriva e descriva il reale, ma costruisca su di esso un “discorso”; così, dopo numerosi tentativi letterari, è solo in Pastorale americana che mette a punto, nella maniera più soddisfacente, una strategia narrativa che gli consente di «motivare il falso» e ridurre a zero l’effetto di antirealismo che nei suoi precedenti romanzi viziava l’effetto di mimesi del reale.

Dando vita a questo nuovo tipo di narratore, Roth riesce a realizzare un punto di vista parziale e privilegiato, portando al centro del romanzo del ’97 questioni già proustiane sulla coesistenza di “vero” e “falso” all’interno della finzione narrativa.

Zuckerman racconta una storia di cui non è protagonista, a cui assiste da lontano, da una posizione marginale – sia nel testo che nella finzione; è un narratore che si immola per incarnarsi strumento della stessa riflessione metanarrativa e sopperire all’indeterminatezza del soggetto “altro”, il quale non si coglie né si conosce mai totalmente:

Zuckerman assume la funzione di messa a nudo del procedimento, ma al contempo resta espressione del romanzesco. È autonomo, ma in qualche modo legato a Roth; ha un piede nella finzione e l’altro nella realtà. Questa proprietà spugnosa, questi confini incerti definiscono Zuckerman non tanto come personaggio, ma come funzione narrativa dal valore strutturante, in grado di orientare il materiale e caricarlo di senso[31].

Zuckerman si fa “funzione” della “finzione narrativa”. Così Roth carica il suo alter ego dell’onere e dell’onore di essere scrittore e dà vita a questa sorta di correlativo oggettivo dell’ars narrandi; ciò ha come diretta conseguenza l’iperattenzione ai meccanismi di cui la stessa narrazione è costituita, grazie ai quali l’autore può riservarsi un privilegiato trampolino di lancio all’interno del testo[32].

Lo Svedese è ingabbiato nella Storia e nella propria personalissima storia, nella perfetta Pastorale americana che egli incarna, alimentata dai sogni e dalle speranze che i cittadini della comunità di Newark proiettano su di lui. La prefazione, in questo senso assume uno statuto particolare perché, a differenza delle altre opere della modernità in cui costituisce una sezione nettamente separata dal corpo principale del testo, qui invece torna in un momento successivo – dimostrando che andrebbe utilizzata l’espressione genettiana «istanza prefativa testualizzata e narrativizzata»[33], dal momento che essa si pone nella zona liminare tra il «già-testo» e il «non-ancora storia»[34].

La descrizione della “pastorale” facilita l’accettazione veridica del racconto, in quanto suggerisce un effetto di realtà, restando comunque relegata sullo sfondo, indipendente dall’azione principale. Il tutto funge da sfondo a ciò che è il vero motore del meccanismo testuale, l’evento che passa in sordina sul piano della narrazione, il “dettaglio” situato sulla faglia tra l’evento storico e la tragedia privata: la bomba nell’ufficio postale di Old Rimrock, le cui conseguenze hanno portata atroce. Si tratta dell’evento che non si lascia domare dal giogo della narrazione; eppure esplode e la storia insieme ad esso, con il pensiero ossessivo di Zuckerman che precipita in un gorgo di interrogativi senza risposta.

Si rincorrono con il progredire del testo interpretazioni contrastanti, supposizioni che – soprattutto per la prima parte – potrebbero tanto essere vere tanto non esserlo affatto (secondo quel principio di natura schrödingeriana di cui Gabriele Frasca illustra abilmente i meccanismi)[35], premendo sulle capacità ermeneutiche tanto del soggetto narrante quanto del lettore. Al tutto si aggiunge l’utilizzo dell’indiretto libero, il quale garantisce spazio alla finzione, dal momento che il romanzo risulta tanto radicato sugli inganni che Nathan propina a sé stesso, così che anche lo Svedese in persona appaia un’entità astratta – «Giovannino Seme di Mela»[36] – in quanto mera proiezione altrui.

L’occhio – o meglio la parola – del narratore può modificare la scena e i sogni. I ricordi nominati nella citazione in esergo al testo possono diventare realtà, non per capacità intrinseca, ma perché soggetti a un meccanismo di distorsione attraverso il racconto[37]:

[…] la storia degli altri, che si rivela priva del significato che secondo noi dovrebbe avere e che assume invece un significato grottesco, tanto siamo male attrezzati per discernere l’intimo lavorio e gli scopi invisibili degli altri? […] Rimane il fatto che, in ogni modo, capire bene la gente non è vivere. Vivere è capirla male, capirla male e male e poi male e, dopo un attento riesame, ancora male. Ecco come sappiamo di essere vivi: sbagliando. Forse la cosa migliore sarebbe dimenticare di aver ragione o torto sulla gente e godersi semplicemente la gita. Ma se ci riuscite … Beh, siete fortunati[38].

Zuckerman è preso così da una forza irrefrenabile che lo costringe a interrogarsi riguardo alla “soggettività” dello Svedese; fatto sta che la lente attraverso cui guarda non è mai cristallina, a causa dell’avaria insita nel suo meccanismo, che vizia inevitabilmente l’esito delle domande che egli si pone. Credere che sia possibile imprimere una forma alla complessità, come cerca di fare il narratore – nonostante sembri continuamente urlare a noi lettori di non fidarsi delle sue parole – è un mero inganno. L’alter ego di Roth sa bene quanto sia imperscrutabile il coacervo di sentimenti che l’interiorità esperisce, come sa bene anche che l’intrico di situazioni e azioni della “storia” non può essere sottoposto ad alcuna reductio ad unum attraverso la macchina narrativa. Roth affida la storia che ha stimolato la sua ossessione a ciò che è considerato il più potente dei mezzi, per poi rivelarne in corso d’opera la fallacia.

L’unico modo per sanare questo paradosso è eclissare la figura di Zuckerman, lasciando proseguire solo la sua voce, per aprire un varco nell’interiorità altrui, arginando l’ostacolo del punto di vista parziale. Roth, attraverso Zuckerman, dà voce al problema della «regolazione narrativa» (Genette), dimostrando che il compito più arduo che deve affrontare lo scrittore è la trattazione del “problema conoscitivo”. Per conoscere è necessario modificare il proprio sguardo e far sì che l’istanza narrativa tenda a zero, pur avendo presente che questa non può mai essere annullata del tutto, dal momento che «nessun racconto […] può “mostrare” o “imitare” la storia che narra. Può solo raccontarla in modo particolareggiato, preciso, “vivo”, e dare così una maggiore o minore impressione di mimesi»[39].

Zuckerman esiste in quanto mera funzione, la cui presenza manda in cortocircuito sul piano ermeneutico il “sistema complesso” che è Pastorale americana, agendo su elementi che introducono un “segno meno” in apertura all’“equazione” che è questo romanzo. Gli effetti sono riscontrabili sia nell’inesistenza di Zuckerman (in quanto persona ma non in quanto funzione) sia nell’introduzione, in un quadro storicamente vero, di un minimo evento falso. Quest’ultimo – quasi volesse essere una mise en abyme del plotagisce esattamente come la bomba che Merry Levov, figlia dello Svedese, fa scoppiare a Newark, rappresentando il punto di congiunzione tra finzione narrativa e storia (intesa come plot e come storia americana, soprattutto).

La “funzione Zuckerman” è un espediente per dar forma – e senso – al caos dell’interiorità altrui, di una storia ricostruita a posteriori solo dagli impulsi irrefrenabili di un pensiero che vaga senza meta. La presenza di Zuckerman è inoltre utile al tentativo di applicare quel principio secondo il quale la trama, in quanto “struttura” che tenta di porre gli eventi in sequenza, aspira a conferire loro un senso, inserendoli in una narrazione più o meno lineare[40]; ma, nel caso di Pastorale americana, tale possibilità si sgretola nel momento esatto in cui viene a scontrarsi con quel coacervo complesso di concause che ne sovverte la stabilità.

Il titolo stesso motiva la bipartizione strutturale: Pastorale americana, due lemmi polarizzati su immagini e valori opposti. La Pastorale, coincidente con la prima parte, richiama il genere omonimo garante di una struttura e di una tematica fissa e idilliaca, come dimostrato anche dall’utilizzo dei tempi verbali, per la maggior parte all’imperfetto indicativo, a sottolineare l’immobilità nella comunità di Newark («Lo Svedese […] questo era un nome magico»; «lo Svedese brillava come estremo nel football»)[41]. Anche la prefazione costituisce una sorta di cornice anteposta all’intero romanzo, che impone ordine almeno su un piano strutturale, a cui è contrapposta la componente caotica, costituita dal plot. L’istanza caotica è condensata nell’altro termine del titolo – nel lemma che rompe le geometrie testuali, le relazioni di causa ed effetto abilmente disposte dall’autore – ed emerge nella seconda parte del testo, portando alla luce la sostanziale differenza tra plot e story. Appare dunque ciò che si potrebbe definire un duplice “comportamento emergente” all’interno del romanzo, a partire dalle due istanze fondanti, che instaurano un rapporto dicotomico: l’“ordine” e il “caos”.

Investito da queste due forze antitetiche, il romanzo si configura come tentativo di organizzare l’esperienza umana sul piano narrativo, scontrandosi però con l’impossibilità di restituire il caos dell’esperienza umana in maniera oggettiva.

La dialettica alla base di Pastorale americana sembra essere la stessa già ravvisata in Cibernetica e fantasmi da Italo Calvino, il quale descrive la tensione tra «ingegneria combinatoria del plot», quale appunto istanza d’ordine, e «il mare del non dicibile» del caos[42]. La forza ordinatrice che dispone sul testo rimandi, connessioni intertestuali deve tener testa all’esuberanza del plot, che spinge verso le più ignote direzioni, opponendo dunque una forza di segno contrario alla coesione interna. La coesistenza di queste due forze uguali e opposte riconduce a ciò che Stefano Ercolino definisce “funzione cosmos”, contrapposta alla tensione destabilizzante della “funzione caos”[43].

Se si guarda a questo fenomeno adottando gli stessi termini e gli stessi strumenti coinvolti nello studio dei sistemi complessi, si nota come l’istanza caotica vada a rompere il “feedback circolare”. Il funzionamento globale del sistema viene compromesso da elementi ingovernabili, sia sul piano strutturale con la “funzione Zuckerman” sia su quello del plot con la bomba che Merry fa esplodere nell’ufficio postale, dando il via alla deflagrazione caotica nell’universo idilliaco quale appariva la vita dello Svedese. Noi lettori siamo costretti ad arrovellarci dietro quella montagna di ucronie e di “e se” pronunciati da Zuckerman, che ci fanno chiedere da quale minuscolo e insignificante punto, da quale colpa, sia scaturita tutta quell’energia distruttrice e, soprattutto, se questa possa essere ricondotta a una causa o se siamo noi che immaginiamo con troppa fiducia correlazioni causali tra gli eventi, per aggrapparci a una parvenza di sicurezza.

Le due successive sezioni del romanzo coincidono con la tragedia privata del protagonista, avvenuta dopo la caduta dalla condizione edenica in cui aveva vissuto: dopo l’errore fatale.

Per comprendere meglio questa evoluzione, è d’obbligo fare riferimento all’eco dichiarato che Roth fa a Milton, suddividendo il romanzo in tre sezioni («Paradiso ricordato», «La caduta» e «Paradiso perduto») corrispondenti sul piano tematico alla vera e propria pastorale a cui segue la “caduta” che però è cambiata di segno, dal momento che a cadere non è più il Satana ribelle (coincidente con la figura di Merry), ma il Dio stesso del suo universo.

Seymour Levov è, in senso classico, una figura tragica, un uomo ammirabile, bellissimo e forte che decade dal suo state of grace, in parte per volere del Fato e in parte perché pecca di hybris – col bacio che stampa sulle labbra della figlia undicenne, dopo la richiesta di lei, portando al collasso il sistema perfetto e ordinato sul quale aveva costruito la propria esistenza. Ma il primo grande peccato è aver sposato Dawn – lei americana, lui ebreo; motivo per cui merita la vendetta della furia distruttrice di Merry, che fa saltare in aria l’ufficio postale per protestare contro le azioni militari americane durante la guerra in Vietnam. La distruzione è la moneta con cui Levov paga la propria superbia: la tracotanza di chi ha cercato di fuggire l’identità culturale d’origine. Un microsistema – la vita privata – e un macrosistema – la storia di una Nazione – che si influenzano vicendevolmente.

La forte tensione epistemologica sorge dalla necessità di dipanare il groviglio di concause e comprendere come in un solo punto convergano molteplici linee causali:

Nulla di tutto questo è vero. Cause, risposte chiare, a chi dare la colpa. Ragioni. Ma non ci sono ragioni. Merry è costretta a essere ciò che è. Come tutti noi. Le ragioni si trovano nei libri. Era mai possibile che il modo di vivere della nostra famiglia sfociasse in questa bizzarria e in quest’orrore? Non era possibile. […] si sforza di razionalizzare, ma non si può. Questa è tutta un’altra cosa, una cosa di cui lui non sa assolutamente nulla. Nessuno ne sa niente. Non è razionale. È il caos, dall’inizio alla fine[44].

La figura di Zuckerman accoglie l’istanza del “pathos disperato del capire”[45], in cui si condensa il senso più profondo della forma tragica, dando voce a questa nevrosi conoscitiva, spostando quella che era la massima complessità sul piano linguistico nella tragedia antica verso la massima complessità sul piano diegetico nel romanzo contemporaneo:

Eppure, come dobbiamo regolarci con questa storia, questa storia così importante, la storia degli altri, che si rivela priva del significato che secondo noi dovrebbe avere e che assume invece un significato grottesco, tanto siamo male attrezzati per discernere l’intimo lavorio e gli scopi invisibili degli altri? […] Rimane il fatto che, in ogni modo, capire bene la gente non è vivere. Vivere è capirla male, capirla male e male e poi male e, dopo un attento riesame, ancora male. Ecco come sappiamo di essere vivi; sbagliando. Forse la cosa migliore sarebbe dimenticare di aver ragione o torto sulla gente e godersi semplicemente la gita. Ma se ci riuscite… Beh, siete fortunati[46].

All’interno di Pastorale americana la dialettica “ordine-caos” si configura quale emergent behaviour del sistema; in particolare, sul piano diegetico vi è la tendenza alla forma più alta e violenta di caos, «la brutalità della distruzione di quest’uomo indistruttibile»[47], a partire da un difetto fatale: la balbuzie dell’amata figlia, una deroga alla stabilità di quel sistema ordinato di cui godeva l’esistenza dello Svedese.

Le trasgressioni di Levov apportano al sistema dei cambiamenti che implicano il susseguirsi di reazioni a catena. Merry e il padre incarnano due istanze antitetiche, non possono coesistere; la figura di Merry porta all’interno del romanzo un aumento dell’«entropia narrativa» (Ercolino), incarnando ciò che precedentemente abbiamo definito “funzione caos”; questa presenza lavora in direzione contraria a quella dello Svedese, il quale – personificando l’istanza d’ordine – coincide con ciò che è invece indicato come “funzione cosmos”[48], cui spetta il compito di contenere l’energia della prima funzione.

Sul piano strutturale, la “funzione cosmos” corrisponde alla disposizione ordinata del materiale narrativo entro strutture rigide (cioè la tripartizione in Pastorale, Caduta, Contropastorale e l’introduzione della “funzione Zuckerman”, esterna alla vicenda narrata); tale funzione cerca di fare da contrappeso al materiale narrativo inserito in una situazione costantemente at the edge of caos; è così fornita un’organizzazione gerarchica in grado di restituire la corretta tenuta sul piano morfologico, affinché emerga il contenuto simbolico che il testo vuole veicolare attraverso la rappresentazione di istanze antitetiche: anarchia vs ordine, forze centrifughe vs forze centripete, caos vs cosmos.

All’interno del romanzo massimalista – si ricordi – le forze sono bilanciate, cosa che invece non avviene in Pastorale americana: qui domina il caos, asservendo a esso tutte le restanti funzioni. Un così alto grado di complessità – diegetica e tematica – non consente una conclusione completa e soddisfacente da un punto di vista ermeneutico. Il sistema giunge al collasso a causa di questa sproporzione.

In Pastorale americana, dunque, avviene una rottura nel funzionamento ciclico del feedback che pone l’intero sistema di fronte a una situazione perfettamente paragonabile alle “biforcazioni catastrofiche” dei sistemi complessi, dato che ci si allontana dall’equilibrio originale poiché il grado di complessità cresce a dismisura. Il romanzo di Roth tende al collasso, a causa dell’egemonia esercitata dalla funzione caos – incarnata da Merry. Il disperato tentativo di controllo dello Svedese sulla propria vita non ha saputo adattarsi allorquando questa è stata colpita dalla violenza che ne ha compromesso la tenuta, generando così una sclerosi che ha permeato l’intero romanzo.

La potenza caotica che il personaggio di Merry introduce sulla scena è la potenza della “volontà”. Con l’esplosione della bomba nell’ufficio postale, esplode anche la libido vitale della figlia dello Svedese, fino ad allora sopita – esistente solo in forma di sintomo, nella sua balbuzie: scoppia l’ordigno, Merry afferma la propria “volontà” e cessa di tartagliare. Dal caos Merry trae la propria forza, che le consente di vivere persino nelle più infime condizioni, come il Satana di Milton che, pur cadendo, afferma «The mind is its own place, and in itself can make a heav’n of hell, a hell of heav’n. […] Better to reign in hell than serve in heav’n»[49].

Il caos consente l’attuazione delle infinite possibilità d’essere, che l’ordine sclerotizzava. «Senza trasgressione non esiste conoscenza»[50] scrive Roth, lasciando lo Svedese da solo; a lui resta l’onta del difetto fatale, della disobbedienza che imprime alla sua stessa vita la forma del «pensiero di un balbuziente: sfuggita ad ogni controllo»[51]. Il sistema tende alla sclerosi perché non sa evolvere, una volta che la crisi delle certezze si para sul suo cammino.

Evoluzioni di sistemi: Rayuela

È possibile riconoscere un modello testuale che lavora in senso contrario rispetto a Pastorale americana. Esiste, infatti, un particolare tipo di romanzo caratterizzato dalla presenza di molteplici elementi la cui tenuta d’insieme interna risulta paradossale, ponendosi così in un luogo altro rispetto alle forme narrative tradizionali; un tipo di romanzo in cui si riscontra, inoltre, l’assenza di una chiusura o, meglio ancora, di un senso generale di completezza, a cui tuttavia si aggiunge un «ordine perentorio»[52].

Da una «sensazione travolgente di trovarsi davanti a una frontiera della conoscenza»[53], negli anni ’60 del Novecento, si sviluppa in America il Mega Novel, il cui nucleo è retto da un principio d’ordine complessivo, nonostante contenga molteplici istanze apparentemente caotiche.

All’interno di questi romanzi la componente caotica determina un effetto di “decentramento” e di “decostruzione” (Ercolino); infatti, in questi casi l’autore impiega dispositivi e costruzioni metanarrative o strutturali al fine di orientare il lettore attraverso la rappresentazione del «tutto-dentro-tutto dei sistemi» entro «forme imitative»[54], le quali organizzano il materiale complesso all’interno del romanzo. Vi sono dunque elementi interni che anelano al caos più elevato, inseriti però entro una struttura atta a contenerne le sollecitazioni, che assume il compito di imprimere una certa forma al contenuto complesso e straripante, per salvaguardarne la tenuta complessiva. La struttura “controlla” la narrazione.

Quanto appena descritto trova compimento in Rayuela, romanzo sperimentale di Julio Cortázar che presenta una struttura ben serrata, la quale però non implica garanzia d’ordine. Per dichiarazione dello stesso autore, il testo nasce sotto il segno dell’impulsività, madre di numerosi frammenti che solo in un momento successivo sono stati disposti entro la struttura che è stata consegnata alla stampa. Dalla rinuncia a un progetto predefinito ab origine da parte dell’autore consegue un «punto centrale sul quale poi si sono incollati […] strati di cose eterogenee che rispondevano alla mia esperienza di quell’epoca a Parigi»[55]. La struttura stessa, in un certo senso, riflette la genesi di questo testo. Il romanzo si affida alla propria capacità di “autorganizzarsi”; in un continuo passaggio da passato a futuro a presente, quasi coesistessero, rivelando l’altissimo livello di plasticità di Rayuela.

Cortázar fornisce una “tavola di introduzione” preliminare che lascia piena libertà al lettore su come procedere nella lettura. Dunque, Rayuela incarna un potere parimenti demolitore e creatore rispetto alla tradizione, sovvertendo le canoniche nozioni di tempo e spazio; i lettori istintivamente comprendono che esistono modi di lettura tendenti all’infinito, che non seguono un ordine statico e lineare, ma determinati dal libero arbitrio, spaziando in tutto il campo del “possibile”.

Bisognerà ripartire allora da una cosa sacra, dal gioco, e regredire a uno stato di istintività primaria. Proprio nel ruolo che assume la componente ludica si rivela la complessità del romanzo, poiché il gioco stesso della Rayuela – il “gioco del mondo” – fornisce la chiave interpretativa esatta: il sassolino lanciato, così come noi che ci muoviamo nelle nostre vite, non soggiace alla rigida divisione delle caselle disegnate, ma è mosso da forze anarchiche di altra natura.

Una frattura tra aspettativa e realtà riproduce intenzionalmente la sproporzione tra game, gioco costituito da regole precise, volto a orientare il movimento dei giocatori, e play, l’azione vera, gli eventi che travolgono il giocatore.

Ancora una volta è presente la dicotomia “ordine-caos”, cesellata, in questo caso, non solo nella struttura stessa del testo, in un libro che «è molti libri, ma soprattutto è due libri»[56] come esplicita l’introduzione, ma soprattutto – sul piano attanziale – nel personaggio della Maga, ai cui antipodi si pone l’istanza ordinatrice di Oliveira.

La Maga, abitatrice delle eccezioni, che ama «tutti gli inverosimili guai in cui si trovava per via del fallimento d’ogni legge nella sua vita»[57], è guidata dalla propria naturale istintività, a cui si oppone l’anelito costante verso un “centro” di Oliveira; personaggio, quest’ultimo, che è consapevole di quanto la propria volontà di incanalare la complessità entro entità geometriche sia solo il residuo di un’intima illusione a cui egli si aggrappa per pretendere di avere una parvenza d’ordine e, dunque, di sicurezza. L’incontro tra i due apre al personaggio maschile una nuova prospettiva circa la potenzialità del caos – laddove, al contrario, questo era pura distruzione in Pastorale americana.

Uno degli espedienti dell’autore per bilanciare la compresenza di ordine e caos è attuare un’operazione di destrutturazione del linguaggio, scindendo il significato del verbum dal suo significante – azione utile anche ad affrontare il problema della relazionalità e della comunicabilità tra gli individui; spogliato il nome, a farsi carico dell’espressione del significato che il testo vuole veicolare saranno altri elementi, quali il ritmo e la sonorità.

Tra significato e significante della parola sussiste un rapporto di sottomissione del secondo termine rispetto al primo; rapporto che riflette la subordinazione della figura della Maga rispetto allo sguardo deformante di Oliveira[58]. Solo attraverso una simile decostruzione Cortázar può superare la barriera della soggettività del singolo, tanto che anche la descrizione dell’unione corporale necessita dell’utilizzo di un simile artificio per ambire alla descrizione più completa ed efficace dello sfiorarsi, fisico e dell’anima, di due intimità distinte che entrano in contatto. Questo, l’unico modo per restituirne così la totale unione:

Tocco la tua bocca, con un dito tocco l’orlo della tua bocca, la sto disegnando come se uscisse dalla mia mano, come se per la prima volta la tua bocca si schiudesse, e mi basta chiudere gli occhi per disfare tutto e ricominciare […] E c’è una sola saliva e un solo sapore di frutta matura, e io ti sento tremare stretta a me come una luna sull’acqua[59].

L’istanza profondamente trasgressiva sul piano linguistico è presente anche su quello strutturale; in questo romanzo concepito quasi fosse un “gioco”, la playfulness che dà corpo al testo fa sì che la frammentazione della struttura narrativa venga percepita ontologicamente.

Rayuela, grazie al potere conferito al lettore, riconduce ancora al “rizoma”, emblema del concetto stesso di “complessità”. Il testo, infatti, si fonda sulla ricerca asfissiante di qualcosa che in sostanza non è mai definito, identificato da Oliveira con una generica nozione di “centro”; si tratta però di una definizione che è data solo in negativo: «dopo aver liquidato tutto ciò che lui voleva liquidare, c’è la speranza di reinventare la realtà»[60].

La rinuncia a una trama lineare fa sì che a tenere insieme il testo subentri la struttura del “gioco”, una sorta di «rete onirica»[61] da cui risulta l’impossibilità di stabilizzarsi in nessun luogo e di ancorarsi a un preciso momento (causa i continui flashes temporali), escludendo la possibilità di una fine. Tuttavia, il lettore è spinto a proseguire da una quanto mai forte «coazione a leggere»[62].

Rayuela sotto questo punto di vista agirebbe esattamente in linea con la tradizione postmoderna, mettendo in crisi l’intreccio classico, ormai inadeguato a racchiudere una complessità sempre più incontrollabile. È perciò presente non più una scansione di senso lineare («chronos»), ma qualcos’altro che mira a far emergere un significato più profondo («kairos»)[63]. Porre una conclusione definitiva – o dar vita a una trama finita e lineare – equivarrebbe a svilire il senso del testo, dal momento che inevitabilmente ne risulterebbe una semplificazione forzata.

Cortázar crea un nuovo tipo di romanzo, destrutturando ciò che era rimasto dalla vecchia tradizione, dei vecchi modelli, in linea con quel “senso della fine” che si percepiva durante gli anni in cui Rayuela prendeva corpo. Tale è il motivo che spinge l’autore a definire la propria opera “bomba atomica”, poiché si nutre del terrore di una fine imminente, di una “crisi” che avrebbe potuto scatenarsi in qualsiasi momento. Il grande merito di Cortázar è aver trasformato la sensazione che aleggiava all’epoca in prodotto artistico.

Se il concetto di fine è posto in stretta concomitanza con quello di crisi, ciò si riversa pienamente in Rayuela, dato che la “crisi” è ulteriormente assorbita nel “conflitto” in termini di funzioni antinomiche. Viene così sollecitato un desiderio di armonia che deve però fronteggiare l’impossibilità di ricrearla o di risolversi in una pacificazione del conflitto. Questo romanzo cerca di adattarsi a un nuovo tipo di complessità che richiede spiegazioni sempre più sofisticate a fronte di una realtà quanto mai sfuggente, la quale nega qualsiasi prospettiva escatologica a causa dell’essenza peritura e labile dei modelli temporali[64].

Rayuela va considerato come un sistema complesso che, giunto at the edge of caos, dimostra la propria capacità di autoregolarsi, la quale gli consente di superare quella soglia critica per sfruttare il caos magmatico da cui è turbato, evolvendo in una nuova forma. Il “caos” diventa funzionale all’evoluzione del sistema.

Non è altro che un tentativo di superare lo iato tra vita e testo anche il dispositivo ludico, la scissione tra significato e significante, a cui abbiamo accennato. In questo quadro generale, va ricordata anche l’importanza dell’introduzione di determinati personaggi che assumono il ruolo di figura di altri personaggi. Questi si caricano di significati simbolici differenti per ognuno, a sottolineare la complessità dei rapporti umani nonché l’impossibilità di una comprensione – e compenetrazione – totale tra gli individui.

Rayuela è pura complessità. In un romanzo che – come già visto – è più romanzi, più libri, che dà vita a “n” possibilità di lettura, «le suggestioni ermeneutiche si moltiplicano in modo entropico»[65]. Ordine versus caos, ancora una volta in un romanzo complesso in quanto risultato di molteplici livelli ed elementi paratestuali che coesistono senza fondersi mai, costantemente in comunicazione tra loro:

[…] i personaggi di Oliveira e della Maga si spostano secondo itinerari casuali, si incontrano senza appuntamento, percorrono strade in cui scoprono ciò che lo sguardo normale non coglie. Quest’attrazione misteriosa, che i surrealisti chiamano “casualità oggettiva”, conduce alla deriva entrambi i personaggi, mossi da forze che, nella Maga, sono completamente naturali, profonde, incoscienti, e che, in Oliveira, lottano invece con la ragione che cerca di interpretarle[66].

La contrapposizione “funzione caos-funzione cosmos” è riportata nell’antinomia che separa – ma allo stesso tempo lega – anche sul piano attanziale i due attori principali. Ignacio Oliveira personifica la tendenza a ridurre il materiale organico del reale entro strutture fisse e schemi chiusi fondati su un sapere prettamente accademico, i quali (per propria natura) non comprendono la molteplicità insita nel reale, irriducibile a legge, che resta incomprensibile a chi tenta di decifrare la realtà secondo paradigmi precostituiti. È figura antitetica la Maga, con la propria capacità di “oltrepassare il varco” e squarciare il confine tra realtà apparente, convenzionale, e ciò che sta “oltre”, così da poter cogliere la totalità di quanto le è attorno, con «occhi che guardano senza vedere»[67], andando oltre quella «comprensione parcellizzata»[68] appartenente a un’impostazione di ragionamento lineare e razionale.

La Maga è pura trasgressione rispetto ai princìpi logici di Oliveira; è inoltre perfettamente in linea con i molteplici spunti trasgressivi che l’autore volontariamente libera nel testo, cosicché il concetto stesso di trasgressione, scevro da qualsiasi declinazione estetica, quasi apre alla riflessione sulla complessità che permea il romanzo in questione. Se in Pastorale americana non era possibile trarre una conclusione e sanare la vicenda, tanto essa era ingarbugliata, in Rayuela è dato avanzare molteplici letture e interpretazioni ugualmente valide, poiché è come se il lettore sentisse di poter sanare le aporie testuali, in quanto ne percepisce la costruzione anomala, non mettendola però mai in discussione.

Contrariamente a ciò a cui va incontro lo Svedese, crollando nella tragedia più atroce, in Cortázar l’istanza caotica è potenzialità pura, che dà vita a un romanzo nuovo, rivoluzionario, a un sistema più sofisticato, superando la soglia di criticità caotica; ciò è reso possibile grazie a una più efficace autorganizzazione, a partire dalla configurazione del linguaggio nella sua componente minima, l’etimo (che di per sé è “atomo”)[69], fino a coinvolgere il comportamento dell’intero sistema e l’ambiente attraverso la nuova modalità di fruizione richiesta al lettore.

Due romanzi, insomma, che presentano strategie differenti per fronteggiare la materia vasta e complessa della “realtà”. L’uno, inserito in un infinito circolo vizioso, tende al collasso, inghiottito dal caos che dilaga e stravolge il sistema impeccabile della vita di Seymour Levov; l’altro, aperto alla possibilità, sfrutta la “funzione caos” come principio compositivo, quale evoluzione del romanzo contemporaneo in una nuova forma capace di trarre potenzialità creativa dagli aspetti più complessi della mente e del reale, con cui la letteratura gioca la propria partita da sempre.

 

  1. P. Roth, Pastorale americana, trad. it. di Vincenzo Mantovani, Torino, Einaudi, 2013, p. 250.

  2. I. Calvino, La giornata d’uno scrutatore, Torino, Einaudi, 2011, p. 7.

  3. A. Gandolfi, Formicai, imperi, cervelli. Introduzione alla scienza della complessità, Torino, Bollati Boringhieri, 1999.

  4. Ivi, p. 17.

  5. Ibidem.

  6. Ivi, p. 41.

  7. Ivi, pp. 42-57.

  8. Ivi, p. 59.

  9. Ivi, p. 71.

  10. E. Morin, La sfida della complessità, Firenze, Le Lettere, 2017, p. 71.

  11. M. Cometa, Perché le storie ci aiutano a vivere. La letteratura necessaria, Milano, Raffaello Cortina, 2017.

  12. Tale modello di lettura si propone di studiare la relazione dinamica che nasce dall’interazione fra testo e vissuto di chi legge, basandosi su processi cognitivi, come l’identificazione, che implicano la presenza di empatia (ivi, p. 238).

  13. Cfr. A. Casadei, Biologia della Letteratura. Corpo, stile, storia, Milano, il Saggiatore, 2018.

  14. J. Pier, Complexity: A Paradigm for Narrative?, in The Emerging Vectors of Narratology, a cura di P. K. Hansen, J. Pier, P. Roussin e W. Schmid, Berlin-Boston, de Gruyter, 2017, pp. 533-65.

  15. Cfr. T. Todorov, La poetica, in Che cos’è lo strutturalismo, trad. it. di M. Antonella, Milano, Isedi, 1971.

  16. M. Sternberg, Telling in Time (II): Chronology, Teleology, Narrativity, in «Poetics Today», XIII, 3, 1992, pp. 463-541.

  17. Ibidem.

  18. F. Pianzola, Looking at Narrative as a Complex System: The Proteus Principle, in Narrating Complexity, a cura di R. Walsh e S. Stepney, Cham, Springer, 2018, p. 111.

  19. Ulteriore spunto per utilizzare studi afferenti ai sistemi complessi nell’ambito dello studio del romanzo, il testo di LeClair mette in evidenza il fatto che sarebbe il cambiamento avvenuto nel campo delle scienze naturali ad aver coinvolto anche la produzione romanzesca, determinando la scelta di nuovi temi e forme (T. LeClair, The Art of Excess: Mastery in Contemporary American Fiction, Urbana, University of Illinois Press, 1989).

  20. S. Ercolino, Il romanzo massimalista, Milano, Bompiani, 2015, pp. 18-19.

  21. P. Brooks, Trame. Intenzionalità e progetto nel discorso narrativo, trad. it. di D. Fink, Torino, Einaudi, 2004, p. 4.

  22. S. Carati, Il mondo là fuori. Narrazione, esperienza scrittura, Milano, Ledizioni, 2023.

  23. G. C. Roscioni, La disarmonia prestabilita. Studio su Gadda, Torino, Einaudi, 1995.

  24. Cfr. M. Lavagetto, Lavorare con piccoli indizi, Torino, Bollati Boringhieri, 2003, p. 66.

  25. F. Bertoni, La verità sospetta. Gadda e l’invenzione della realtà, Torino, Einaudi, 2001, p. 54.

  26. S. Carati, Il mondo là fuori, op. cit., pp. 54-55.

  27. S. Ercolino, Il romanzo massimalista, op. cit., p. 21.

  28. C. Tirinanzi de Medici, Il vero e il convenzionale, Torino, UTET, 2012, p. 26.

  29. P. Roth, Pastorale americana, op. cit., p. 51.

  30. C. Tirinanzi De Medici, Il vero e il convenzionale, op. cit., p. 32.

  31. Ivi, p. 40.

  32. Cfr. P. Masiero, Philip Roth and the Zuckeman Books: The Making of a Storyworld, Amherst-New York, Cambria Press, 2011, p. 11.

  33. Cfr. G. Genette, Soglie. I dintorni del testo, trad. it. di C. M. Cederna, Torino, Einaudi, 1989.

  34. C. Tirinanzi de Medici, Il vero e il convenzionale, op. cit., p. 45.

  35. G. Frasca, Un quanto di erotia. Gadda con Freud e Schrödinger, Napoli, d’if, 2011.

  36. P. Roth, Pastorale americana, op. cit., p. 340.

  37. C. Tirinanzi de Medici, Il vero e il convenzionale, op. cit., p. 52.

  38. P. Roth, Pastorale americana, op. cit., p. 443.

  39. G. Genette, Figure III. Discorso del racconto, trad. it. di L. Zecchi, Torino, Einaudi, 2006.

  40. Sono infatti le «strutture, funzioni, sequenze e trame» che consentono «la possibilità di seguire una narrazione e di ricavarne un senso» (P. Brooks, Trame, op. cit., p. 20).

  41. P. Roth, Pastorale americana, op. cit., pp. 1-2. Corsivi nostri.

  42. I. Calvino, Cibernetica e fantasmi (Appunti sulla narrativa come processo combinatorio), in Id., Una pietra sopra. Discorsi di letteratura e società [1980], a cura di M. Barenghi, Milano, Mondadori, 1995, pp. 205-25.

  43. S. Ercolino, Il romanzo massimalista, op. cit., pp. 189-95.

  44. P. Roth, Pastorale americana, op. cit., p. 304.

  45. La formula è tratta da un intervento di F. Moretti, La guerra entro la famiglia (Eschilo, Orestea), presentato in Quattro lezioni sulla tragedia, a cura di F. de Cristofaro, L. Distaso ed E. Abignente, Teatro Mercadante, Napoli 22 marzo 2023.

  46. P. Roth, Pastorale americana, op. cit., pp. 40-41.

  47. Ivi, p. 90.

  48. Ivi, p. 190.

  49. J. Milton, Paradise Lost, trad. it. di Lazzaro Papi, Milano, C.D.C., 1985, libro 1, vv. 254-63.

  50. P. Roth, Pastorale americana, op. cit., p. 390.

  51. Ivi, p. 102.

  52. F. R. Karl, American Fictions, 1980-2000: Whose American Is It Anyway?, Bloomington, Xlibris, 2001, p. 162.

  53. Ibidem.

  54. T. LeClair, The Art of Excess: Mastery in Contemporary American Fiction, op. cit., pp. 23-24.

  55. Intervista a J. Cortázar tratta da O. Perego, La fascinación de las palabras. Conversaciones con Cortázar, trad. it di I. Buonafalce, Barcelona, Muchnik, 1985, in J. Cortázar, Rayuela. Il gioco del mondo, Torino, Einaudi, 2004, pp. 589-603.

  56. J. Cortázar, Rayuela. Il gioco del mondo, trad. it di F. Nicoletti Rossini, Torino, Einaudi, 2015, p. 1.

  57. Ivi, p. 16.

  58. E. Barros Grela, Performatividad lúdica y espacios de gènero en «Rayuela» y «El túnel», in «Revista chilena de literatura», LXXXI, 2012, p. 128.

  59. J. Cortázar, Rayuela. Il gioco del mondo, op. cit., p. 41.

  60. Ivi, p. 602.

  61. B. Sarlo, Il gioco del mondo. Julio Cortázar, 1963, in Il romanzo. III. Storia e geografia, a cura di F. Moretti, Torino, Einaudi, 2002, p. 735.

  62. Cfr. P. Brooks, Trame, op. cit., p. 227.

  63. Cfr. F. Bertoni, Impossibile chiusura: il romanzo moltiplicato, in «SigMa», I, 2018, p. 18.

  64. F. Kermode, Il senso della fine. Studi sulla teoria del romanzo, trad. it. di G. Montefoschi, Milano, Rizzoli, 1972, pp. 43-45.

  65. Ivi, p. 188.

  66. B. Sarlo, Il gioco del mondo. Julio Cortázar, 1963, op. cit., p. 737.

  67. J. Cortázar, Rayuela. Il gioco del mondo, op. cit., p. 105.

  68. B. Sarlo, Il gioco del mondo. Julio Cortázar, 1963, op. cit., p. 738.

  69. M. Tortora, A. Volpone, Il romanzo modernista europeo. Autori, forme, questioni, Roma, Carocci, 2019, p. 226.

(fasc. 51, 15 marzo 2024, vol. II)

Lo storicismo di Croce negli anni Trenta del Novecento

Author di Renata Viti Cavaliere

Croce assegnò al suo pensiero il titolo di storicismo, seguito dall’aggettivo “assoluto”, non prima degli anni Trenta del Novecento. Con il nuovo nome non esprimeva una denominazione di scuola né intese annunciare l’adesione a un movimento di idee preesistente. Nei riguardi dello storicismo il giovane Croce aveva avuto semmai accenti molto critici, mentre, nella maturità, il filosofo terrà in particolar modo a distinguersi dallo Historismus tedesco, pur apprezzando da sempre i grandi metodologi del pensiero storico in Germania.

Lo storicismo crociano è stato perciò uno storicismo sui generis, peculiarissimo, dal carattere fortemente etico-politico, laicamente “religioso”, in continuità con la filosofia dello spirito che aveva avuto nella dottrina delle categorie conoscitive e pratiche il suo fulcro essenziale; storicismo, con il quale Croce intese fornire infine una legittimazione ulteriore al problema del conoscere storico nella forma già teorizzata nella Logica del 1909. Non si stabilì pertanto uno iato tra le categorie eterne, i cosiddetti “distinti” della prima sistemazione della filosofia di Croce, e lo storicismo della maturità che parrebbe, secondo alcuni interpreti, tradire l’immobilità delle forme caratterizzante la forza di uno spirito perenne. Si può sostenere, invece, che nei successivi sviluppi della riflessione sul pensiero vivente rimane inalterato lo strumento di lavoro che Croce aveva individuato nel giudizio storico, per quel suo perpetuo legame con i problemi particolari che mutano al cambiare dei tempi. Prova ne fu il “quarto” volume della filosofia dello spirito che, come si è detto, chiudeva il sistema mentre apriva il pensiero filosofico alla singolarità di sempre nuove esperienze storiche. Il riferimento è alle pagine di Teoria e storia della storiografia, uscito prima in tedesco nel 1915 e poi nell’edizione italiana del ’17. Lo storicismo degli anni Trenta portava in sé il riferimento alla storicità delle umane cose e alla contemporaneità di ogni vera storiografia, culminando infine nel motto “nient’altro che storia”, per il quale, se tutto è storia, niente che la riguardi può dirsi in alcun modo veramente assoluto[1].

In una nota autobiografica, aggiunta all’edizione 1950 del Contributo, Croce ricorda di aver scritto quelle pagine, nel 1915, «quando cominciò a farsi chiaro che con la guerra europea si era entrati in una nuova epoca storica»[2]. La critica di sé stesso, che dello storico di professione rimarca il compito di un’analisi il più possibile spassionata, aveva avuto allora origine in stretto rapporto con la percezione di un profondo mutamento culturale e politico. Nella Nota autobiografica aggiunta nel ’34, riprendendo il racconto interrotto venti anni prima, Croce ricordava che la tempesta, annunciata in chiusura del Contributo, mentre intorno ruggiva la guerra, si era poi scatenata nel mondo senza che si intravedesse oramai barlume di speranza o via d’uscita[3].

Merita particolare attenzione la Nota del ’34, per più di un motivo. Croce si avvicinava ai settant’anni, e per questo traguardo esistenziale aveva vagheggiato di dedicare minor fatica agli studi per rivolgersi a trasmettere ai più giovani i “piccoli segreti del mestiere” – così li definiva ‒ tra i quali il legame che la filosofia, la storia e la letteratura debbono avere con la «disposizione morale e religiosa» dello spirito[4]. Del tutto alieno da una produzione di pura filosofia che non fu mai nelle sue corde, Croce aveva atteso in quegli anni a scritti di storia il cui concetto, nel volume Etica e politica del ’31, ebbe un significativo approfondimento nella formula da lui adottata di “storiografia etico-politica”, nata allo scopo di armonizzare le pretese di unilateralità della storia dello Stato con la storia della Cultura o della civiltà. Croce riferiva inoltre di aver fatto importanti avanzamenti teorici, sia nei Nuovi saggi di estetica sia in una raccolta di scritti alla quale avrebbe a breve dato il titolo Ultimi saggi (1935), quasi a segnare l’avvenuto approdo finale[5]. Le cose andarono assai diversamente anche perché, nei secondi anni Trenta, avrebbe visto tra l’altro la luce La storia come pensiero e come azione che è l’opera più significativa ai fini della riflessione sullo storicismo. Sul piano della teoria, scriveva Croce, la concezione della filosofia sub serviente alla storia, e dello spiritualismo assoluto che chiude il varco a ogni trascendenza, può deludere le anime belle che nella vita investono tutti i loro patemi e i loro sterili entusiasmi. Sennonché l’unica realtà dello spirito, mai negatrice del suo presunto contrario, lungi dal produrre una perdita si converte nella ricchezza della vita, proprio nell’atto di viverla come il finito-infinito che non ha alcuna misura fuori di sé[6]. Più d’una volta, nel Contributo, Croce fa riferimento al suo posizionamento nei riguardi delle vicende storiche in corso, diviso come venne spesso a trovarsi tra la necessità di “liquidare il passato” e il bisogno di rispondere alla novità sconfortante di tempi burrascosi.

Nella Nota aggiunta nel ’50 egli rievocava in maniera sofferta l’avvento del fascismo, una volta caduto il governo Giolitti nel quale aveva ricoperto il ruolo di Ministro della pubblica istruzione dal 1920 al ’21, quel fascismo che poco accortamente aveva considerato in un primo tempo un episodio “patriottico” del dopoguerra, e che invece si apprestava a togliere dalle mani dell’Italia quella libertà tanto faticosamente guadagnata[7]. Dopo la caduta del fascismo nel luglio del ’43 accettò di presiedere il ricostituito Partito Liberale Italiano, presidenza dalla quale si dimise nel ’47. Sempre ben ferma nel frattempo era stata da lui tenuta la convinzione filosofica per la quale il pensiero va esercitato in contatto con la realtà che muta. Le conclusioni a cui era giunto intorno alla storia e ai suoi rapporti con la filosofia, scrive a conclusione della nota del ’50: «mi suggerirono, e quasi mi imposero, il titolo di “storicismo”, al quale apposi, per indicarne il carattere, l’aggettivo di “assoluto”»[8].

Ci si chiede come di fatto maturò negli anni Trenta la nuova determinazione della filosofia dello spirito. Il nome diverso mandava definitivamente in soffitta qualificazioni da Croce sempre rifiutate, se riferite a lui ovviamente, come quelle di hegelismo, neohegelismo o teoria dei valori. L’idealismo che Croce aveva professato in ossequio alla tesi ch’esso attiene a ogni filosofia che voglia dirsi tale, com’ebbe a sostenere lo stesso Hegel, fu per lui innegabilmente la voce filosofica consona alla negazione del Positivismo e di ogni forma di trascendenza. Eppure, in una noterella del ’41, Croce finì per dichiarare l’idealismo, non più corrispondente al suo modo di sentire i problemi del pensiero storico, una denominazione filosofica da abbandonare, anche per il fatto che tante volte gli studiosi erano incorsi in palesi fraintendimenti[9]. La questione non è secondaria, se anche gli interpreti del pensiero di Croce hanno finito per imputargli talvolta un idealismo manchevole in virtù dello sbocco storicistico degli anni Trenta, e, altra volta, uno storicismo imperfetto a causa dell’idealismo assoluto da Hegel interamente recepito e mai davvero superato. Non fu comunque una finalità puramente nominale quella che indusse Croce a dirsi “storicista”, perché si trattò per molti versi di una presa d’atto della necessità di tornare sui propri passi, non però sul piano teorico, ma riguardo alla lettura non sempre accorta che egli stesso, come molti dei contemporanei pur così avveduti, aveva dato delle vicende italiane ed europee d’inizio secolo ventesimo. Al pensatore tocca allora, per la natura stessa del suo lavoro intellettuale, un supplemento di riflessione al mutare delle circostanze, come fa il nuotatore che adegua le bracciate al salire dell’onda.

La conferenza Antistoricismo, tenuta da Croce a Oxford in occasione del Congresso internazionale di filosofia nel settembre del 1930, conteneva per via negativa l’annuncio del nuovo storicismo[10]. Non stupisce che la stesura del testo gli sia risultata faticosa, come si legge nei Taccuini, per la difficoltà dichiarata dal filosofo a stilare discorsi destinati a convegni. E, tuttavia, quella “piccola relazione”, come la definisce Croce, tenuta da lui in francese, toccava in modo magistrale il punto dolente delle condizioni spirituali dell’Europa, suscitando reazioni diverse in Italia e fuori dell’Italia. La tonalità con la quale egli affrontò il tema dell’antistoricismo risuonava in tutta evidenza con la forza di una non sottintesa caratura etico-politica e fondamentalmente “religiosa”. Croce muoveva una forte invettiva contro i nemici del sentimento storico i quali sono nel mondo moderno i veri atei, coloro che sconfessano l’ultima religione che resti all’umanità, cioè la fiducia nella storia come storia della libertà. Il valore da difendere era appunto la storicità che per i filosofi consiste nel «nodo del passato con l’avvenire, garanzia di serietà del nuovo che sorge»[11]. Croce parlava a nome dei filosofi rivolgendosi parimenti agli storici, depositari anch’essi di civiltà e cultura nell’unità di un compito comune, in piena osservanza del costrutto logico tempo addietro teorizzato.

Mosso dallo sconforto per l’avversione mostrata proprio dagli intellettuali, “procreati dalla libertà”, nei riguardi del sentimento storico che è sentimento intrinsecamente liberale, il discorso ebbe il significato di una denuncia della situazione politica dell’Occidente europeo. La decadenza negli studi, divisi tra passatisti e futuristi, andava di pari passo con l’affermarsi, non solo in Italia, dell’autoritarismo, del disciplinarismo, contigui a violenza e a imbarbarimento dei costumi, a durezza del comando, quasi riti orgiastici di tipo finanche satanico. I presupposti di un tale clima di dominio autoritario risiedevano nella negazione della storia come il regno del relativo, del mobile e del diverso, dell’individuale e del vario, e dunque nella preferenza per le regole fisse, per i modelli astratti, per l’assoluto che sta fermo in una sfera superiore di inattività. Gli antistoricisti si erano schierati a favore di un vieto tradizionalismo, ossia di un rapporto acritico con la tradizione, la quale certo non va negata se prelude a nuove creazioni, come accade nell’arte, o nella poesia, che mai si appaga del generico o di una vuota ripetizione. D’altronde, proprio i cosiddetti futuristi, fautori della rinuncia al passato in nome di un vitalismo fine a sé stesso, negano la storia con la pretesa di imporre dall’alto la regola di un irrazionalismo astratto, zelatori della vita per la vita e parimenti negatori della sua genesi costante. Sotto le formule filosofiche, incalzava Croce, stanno comunque le dramatis personae dell’odierna lotta politica: imperialismo, nazionalismo, statalismo, ripresa cattolica e clericale. Sicché con la disciplina soldatesca è venuto meno l’abito critico, producendo impoverimento mentale, disperazione e nevrosi, sino al culmine dell’opzione per l’Anti-Europa, che vuol dire sradicarsi dalla storia del secolo decimonono e dai precedenti eventi rivoluzionari della Francia di fine Settecento[12].

Al senso storico «come civiltà e cultura» plaudì Thomas Mann, il quale, ricevuto in omaggio il saggio crociano, si disse molto onorato del dono, e partecipe di uno stato d’animo di forte ambascia per la situazione storico-spirituale della Germania[13]. Karl Vossler scriveva a Croce nell’ottobre del ’30 che Friedrich Meinecke avrebbe pubblicato nel prossimo numero della «Historiches Zeitschrift» il suo discorso, che aveva molto apprezzato[14]. In Italia, invece, Croce dovette registrare reazioni negative e accuse forse non del tutto impreviste, che lo colpirono comunque profondamente: Giovanni Gentile, in un pubblico discorso e interventi sulla stampa, lo accusò di aver messo in cattiva luce l’Italia contemporanea parlando per di più da una cattedra internazionale, finendo così per additare Croce a una possibile vendetta del regime[15]. Va ricordato che nel 1926, l’anno successivo alla pubblicazione del Manifesto degli intellettuali antifascisti, Croce aveva avuto la casa invasa durante la notte da squadristi che misero in serio allarme lui e la famiglia, motivo per il quale egli visse con comprensibile sdegno e rinnovato timore l’invettiva dell’antico amico Gentile.

Nel tempo della dittatura fascista Croce scrisse, tra l’altro, la Storia d’Italia dal 1871 al 1915 (1928) e la Storia d’Europa nel secolo decimonono (1932)[16]. Testi di storiografia, che gli storici di mestiere hanno per lo più giudicato, dal punto di vista della raccolta dei fatti empirici, parzialmente insoddisfacenti, nei quali scorreva tuttavia il succo filosofico di uno storicismo in embrione, diverso dalla tradizione, fatta eccezione per Vico, basato sulla natura dello spirito vivente che ha in sé l’energeia della libertà come forza propulsiva degli eventi, un primum incondizionato non collocabile altrove rispetto al tempo storico. Più vicino a Goethe nel ritenere la presenza dell’eterno nel transeunte, Croce non concepiva visioni sovratemporali del cammino umano, nemico come fu sin da giovane delle filosofie della storia che si fondano per lo più su rivelazioni e fedi dogmatiche[17].

L’espressione “religione della libertà”, adottata nel Prologo della Storia d’Europa, indicava con particolare enfasi l’ideale liberale come la categoria di tutte le categorie dello spirito e non riguardò certo il culto per una particolare confessione mitico-rituale. Neppure è corretto ritenere ch’egli volesse semplicemente restaurare il passato[18]. Croce confidava piuttosto nella nascita di una possibile nuova coscienza del futuro, senza falsi profetismi o annunci catastrofici[19]. Potrà accadere, diceva, che dal passato, riletto e interpretato alla luce di nuove esperienze, nascano altri concetti sociali, politici, storici; può accadere che, per esempio, dall’assurdo di nazionalismi estremi possa germinare l’idea di una nazionalità senza basi etniche e naturalistiche.

Croce aveva costruito il suo racconto a partire dalla fine dell’era napoleonica, quando in molte parti dell’Europa si erano accese le richieste di indipendenza e di libertà, che tuttavia parvero dare segni di cedimento man mano che ci si accostava ai tempi che precedettero la grande guerra. Nella gran mole dei fatti rievocati Croce mirò a cogliere qualcosa di essenziale, estraendo da essi, scrive Galasso, «una sorta di teorema della libertà». Descrisse un mondo che non c’era più per figurarsi in avvenire molto più di una speranza nel meglio. Immaginava un’Europa dei popoli, diversi per lingua e cultura, uniti nella comune lotta per la civiltà contro ogni barbarie in nome di un linguaggio antico, originario, che è la filosofia stessa, ovvero la capacità di discernimento che scevera i fatti nella funzione conoscitiva del giudizio storico. Non c’è un ordine liberale da sostituire con la forza in qualità di dominio rispetto ad altre convinzioni politiche o istituti giuridici[20]. La regola del gioco liberale e democratico è quella di non consentire che se ne capovolga il principio, ferma restando la libertà di professare ogni idea e opinione che non si traduca nel torbido culto della nazione, della razza, del dominio materiale, dell’idolatria del passato. Questo il senso delle fedi religiose opposte.

Là dove era stato possibile attingere alla fonte di energie spirituali e filosofiche di stampo liberale, la cultura europea aveva respirato e agito con buona lena fuori dell’oppressione chiesiastica e assolutistica. Quando invece intellettualismi, irrazionalismi, uniti a un puro naturalismo e a un certo darwinismo si insinuarono nelle pieghe della vita culturale europea del primo dopoguerra, là ripresero dimora assolutismi e dispotismi di ogni sorta. Come accadde nell’arte e nella letteratura, quando la decadenza da concetto negativo si fece ideale da perseguire con compiacimento e in politica ripresero centralità i temi della forza e del potere per il potere da parte di Stati e di sedicenti condottieri. Lo storicismo si andava affermando nella mente del Croce assieme alla concezione della storia che, se malauguratamente è guidata da forze cieche, esterne all’umana capacità d’iniziativa, si caratterizza per la negatività di tirannie e tendenze reazionarie. L’attraversava in ogni modo un filo conduttore etico-religioso, immanente agli eventi, drammatico, attivo e creativo, che in tempi bui opera senza esaurirsi così come nella vita morale mai si esce dalla dialettica di bene e male.

Nel 1933 Croce tenne ancora a Oxford, al Lady Margaret Hall, un discorso di carattere estetico-politico, dal titolo Difesa della poesia, nel quale, ispirandosi a una prosa del poeta inglese Shelley, spirito romantico del primo Ottocento dall’animo fieramente libero rispetto ai conformismi dell’epoca, si rivolgeva al mondo creativo per un’educazione del genere umano. Non mancò di ricordare parimenti l’opera di Friedrich Schiller, filosofo e drammaturgo tedesco del Settecento, che fu eccentrico teorico dell’arte come un «nobile gioco»[21].

La religione della libertà, invocata nella Storia d’Europa, che non fu però espressione di novella fede nell’opera di una provvidenza che sappia agire sopra le volontà umane, si incarnava ora nel compito salvifico affidato ai creatori del linguaggio, della musica, della pittura, i quali, proprio quando la tradizione pare essersi malauguratamente perduta, aiutano a colmare il dissidio tra Stato di forza e Stato di ragione[22]. La poesia, come Croce la intese, è lontana dalla naturalistica effusione di passioni sfrenate, perché essa è fonte di civiltà, istitutrice di leggi e di solidarietà sociale, nell’unità della “cultura” in generale, capace di affinare le menti e i cuori nell’armonia di intelletto e sensibilità.

***

Altrettanto interessante è la terza nota autobiografica aggiunta al Contributo nel 1941. Essa contiene brevi ed essenziali osservazioni sui sette anni intercorsi dagli appunti redatti nel ’34. Nel frattempo era accaduto il peggio: la guerra aperta e violentissima aveva preso forma politica, pur mantenendo agli occhi di Croce echi significativamente “religiosi” per aver messo del tutto in ombra l’idea di libertà, alla difesa della quale egli si era così tanto impegnato in quegli anni. Scriveva:

Ora, nella difesa che si è dovuta ripigliare della non più riverita e indiscussa libertà, era necessario agli sforzi pratici e alle asserzioni passionali unire per sostegno e fondamento la vigorosa affermazione e dimostrazione logica, la teoria speculativa della libertà[23].

Si apprestò a darne corso nel volume La storia come pensiero e come azione e nella raccolta di saggi dal titolo Il carattere della filosofia moderna, rispettivamente del 1938 e del 1941. Un ritorno dunque alla teoria, alla teoria speculativa della libertà, senza che però dovesse venir sovvertito l’impianto logico del 1909, che era stato significativamente già rimodulato in Teoria e storia della storiografia edito negli anni 1915-1917.

Croce riassumeva così il suo pensiero nel contenuto del saggio del ’39 intitolato La filosofia come storicismo assoluto, nel quale formulava la nuova denominazione ritenuta ora più calzante alla filosofia dello spirito. L’idealismo era andato via via declinando nel passare dalla classica metafisica “degli oggetti” a una metafisica “della mente”, intestata quest’ultima a Hegel, esponente sommo dell’Ottocento tedesco in epoca romantica. Lo storicismo assoluto è comunque ora il nome stesso della filosofia nel suo principio logico che è l’unità del pensiero con i fatti, vale a dire del pensiero alla prova del nesso con le situazioni particolari. Croce chiariva infatti che le definizioni filosofiche, e certo anche la denominazione del proprio filosofare, affondano le radici nel terreno storico, hanno cioè sempre un esplicito riferimento al mondo concreto in cui il pensatore si trova a vivere. Veniva da lui così congedato definitivamente il dualismo metafisico, che nasce quando si rompe l’unità di categoria e fatto nell’entificazione di tipo naturalistico, perciò adialettico, di bene e male, di anima e corpo, di immanenza e trascendenza. La filosofia storicistica così intesa non avrebbe preso il dominio sulla storiografia come un sovrano fa con i sudditi, come fa una “guida” volta a indirizzare le cose umane a forza di apriori, di miti e di quelle pure astrazioni o perversioni logiche che sono la razza, la classe, il diritto naturale, la società senza stato[24]. Le categorie dello spirito non mutano, pena la fine del mondo umano, ma mutano i concetti che di esse ci facciamo in un continuo processo di arricchimento storico, che dissolve la costruzione metaforica di entità sovratemporali[25].

Nello stesso anno usciva sulla «Critica» un articolo su La fine dello Stato etico, rivolto icasticamente a Gentile che però non è mai nominato nel testo, nel quale Croce decretava la morte per sfinimento di un concetto che si era fatto malamente risalire a Hegel e che dopo quindici anni di teoria fascista dello Stato si sperava liberasse l’Italia dalla sua «goffa presenza», visto che la politica spregiudicata di quei tempi evocava tutt’altro che qualcosa di riconducibile alla vita morale[26].

Nel dicembre del ’39 Croce scriveva su richiesta della direzione della rivista «Science of Culture», edita presso Harcourt and Brace di New York, un trattatello di filosofia della libertà che pubblicò in italiano con il titolo: Principio, ideale, teoria. A proposito della teoria filosofica della libertà. Si ispirò al criterio verificabile per il quale, al crollo dell’ideale liberale dopo la prima grande guerra, avrebbe dovuto far seguito, come sempre accade dopo le “crisi”, un ideale nuovo, un ideale morale di umanità e di civiltà. Nonostante il pessimismo indotto dal «fragore di gridi e di armi», e al cospetto dei poteri totalitari in Europa, non restava altro al filosofo che ribadire i concetti fondamentali relativi alla storia come storia della libertà, che è forza creatrice di bellezza, di verità e di azioni utili e morali. Deve essere chiaro, però, che «tutto il peggio del peggior passato può sempre tornare, sebbene torni in condizioni sempre nuove e perciò, vinto e superato che sia, porti a un nuovo maggiore elevamento: l’epopea della storia è più vicina alla tragedia che non all’idillio»[27].

Nel libro del ’38 La storia come pensiero e come azione Croce fa del suo storicismo un vero e proprio posto di combattimento in chiave etico-politica. Avverso all’antiquata metafisica, lo storicismo mostrava il suo carattere distintivo nel confronto con il razionalismo astratto che nel diciottesimo secolo ebbe il nome di Illuminismo[28]. Il nerbo della polemica, scriveva Croce, sta nella dimostrazione che le idee o valori, assunti a modelli della storia, non sono immobili entità fuori del concreto movimento dei fatti, ma sono fatti storici essi stessi. Ribadiva una tesi altre volte confermata, ma ora riferita in aperto conflitto con quella forma di storicismo «perfetto e definitivo» che si era già affermato nella Germania bismarckiana e che preluse alla catastrofe totalitaria dell’hitlerismo. Gli parve anzitutto un potenziale errore logico il convincimento che si possa parlare di uno storicismo «definito» in ogni modo, che sarebbe di fatto la via migliore da imboccare nella direzione di un antistoricismo per definizione[29]. Non per la prima volta Croce interveniva sull’opera di Friedrich Meinecke, avendone stimato in passato le teorie storiografiche. Nei primi anni Cinquanta Croce tornerà su di esse, esprimendo per lo studioso tedesco antica stima assieme ai contrasti insanabili: «Che il Meinecke potesse rappresentare in Germania una unificazione della storia con la filosofia quale io procuravo di avviare in Italia, credetti alla prima quando egli pubblicò il suo libro sul cosmopolitismo e lo stato nazionale»[30].

Nei Marginalia, aggiunti nel ’27 alla terza edizione di Teoria e storia della storiografia, aveva riportato con soddisfazione le parole dello storico tedesco: «Il mio libro [Weltbürgertum und Nationalstaat] – scriveva Meinecke ‒ si fonda sul convincimento che l’indagine storiografica tedesca […] si deve innalzare a più libero moto e contatto con le grandi forze della vita politica e della cultura, […] deve tuffarsi nella filosofia e nella politica, e così solo potrà svolgere la sua intima essenza insieme universale e cosmopolitica»[31]. Dalle opere posteriori di Meinecke sarebbero emerse tuttavia differenze tali che spinsero Croce a contraddirne le tesi punto per punto, pur restando immutato il rispetto per la probità scientifica dell’amico di antica data. Si spiega così il frequente confronto di Croce con storici di valore (come il Ranke, del quale Meinecke era stato fedele allievo), i quali avevano contribuito a uno storicismo (Historismus) su fondamenti teorici profondamente diversi dal suo, specie in momenti storici cruciali che imponevano un forte posizionamento di carattere etico-politico.

Nel volume del ’36 Le origini dello storicismo, Meinecke aveva indicato nella nozione dell’individuale, già presente in età illuministica, il segno della nascita di un’idea di storicismo anticipatrice del Novecento. Croce non ritenne questo riferimento, pur non contestabile nei fatti, un motivo sufficiente per rivedere l’interpretazione del secolo dei Lumi, dal momento che, fatta salva la necessaria prossimità al particolare propria della storiografia in ogni tempo e dunque anche di quella settecentesca, non si dovrebbe parlare di storicismo vero se si prescinde dall’esperienza del pensiero con l’ausilio di concetti puri che sono le forze generatrici e giudicatrici dello svolgimento del reale[32]. Il puro e semplice individuale sarebbe altrimenti esposto all’irrazionale, al mistero, al bisogno di trascendenza colmo di devozione per l’Inesplicabile. L’irrazionale, lungi dal venir abolito, andava, secondo Croce, riveduto nel suo proprio ufficio, non meno importante del compito della ragione che indaga il significato.

Al rapporto dello storicismo con la vita politica è dedicato il secondo capitolo della prima sezione del libro del ’38. Si fa qui più chiaro l’obiettivo militante dello storicismo crociano; occorreva professarlo e mantenerlo vivo in primo luogo ai fini del risanamento della vita morale dell’Europa. Il nemico da combattere, non solo avversario di una disputa filosofica, era a quel tempo l’amoralismo, che veniva allargandosi sotto mentite forme storicistiche nelle parti corrotte della nazione tedesca. I segni erano questi: accettazione della necessità storica, fatalismo, inerzia, negazione della storiografia come fonte di attività e preparazione all’azione[33]. Gli storici “puri”, senza problema storico, alla maniera di Leopold von Ranke, che ne fu il caposcuola, escludevano con buona ragione l’ingerenza di pregiudizi di ogni sorta, ma negavano la narrazione pensata dei fatti che è il presupposto di ogni lotta politica, morale e di civiltà.

Lo Historismus tedesco, con le dovute eccezioni, sembrò al Croce intellettualistico, astratto, intriso di prussianesimo e del connesso culto dello Stato forte, accentratore del potere. Croce imputava a Ranke un certo naturalizzamento delle determinazioni ideali e delle nazioni, che sono, come le diverse epoche storiche, tutte ugualmente vicine a Dio[34]. Ne derivava scarso interessamento per il senso del politico, unito alla tendenza al quietismo e al conservatorismo tradizionalista. Era nata così e andò diffondendosi una forma mentis che in Germania fece scuola per servilità verso i governi di stampo bismarckiano fino al regime nazista. A questa mentalità Croce aveva rivolto una critica negativa e senza appello due anni addietro nell’articolo inviato al giornale di Berna «Die Nation» (1936) dal titolo accorato La Germania che abbiamo amato[35].

Com’è stato possibile, si chiedeva, che la cultura venisse istituzionalizzata al punto di ricondurla a un dato popolo e a un regime basato su principi autoritari e razzistici? Se la grande stagione della creatività tedesca, tra Sette e Ottocento in particolare, fosse stata la “quintessenza della germanicità”, sarebbe rimasta del tutto estranea all’Europa. Croce amava la cultura tedesca, rimpiangendo quel sentimento cosmopolitico che un tempo l’aveva ispirata, quand’era stata priva dell’impronta di un nazionalismo estremo[36]. Degenerata è dunque la cultura di quei popoli per i quali l’unità della loro storia è risposta nella “razza”. Miti che, sobbollendo «dei peggiori istinti della disumanità», della prepotenza e della violenza tipiche dell’anti-Storia, finiscono per indicare l’elemento unificatore non in un fatto politico mitizzato ma nel dato naturale, con l’esito di ottenere l’assurda identificazione di storiografia e zoologia[37].

In conclusione, lo storicismo crociano degli anni Trenta, riprendendo i fondamenti logici dell’inizio del secolo ventesimo, ne aggiornava i contorni e la fisionomia non per smentirli ma per indirizzarli al compito di esercizio critico della ragione in occasione dei nuovi problemi all’ordine del giorno della storia. Ebbe dunque un significato intimamente liberale, una valenza umanistica e un evidente sfondo estetico, ferma restando la natura dialettica della storia che, come la vita morale, è lotta inesausta di elementi opposti. In quegli anni al Croce, come a molti contemporanei, si erano palesate nel loro potere terribile e travolgente la potenza del negativo e l’intrusione non del tutto aggirabile dell’irrazionale, che è una forza distruttiva all’origine di profondi disastri non solo nel campo delle idee. Eppure in esso dimora qualcosa di propulsivo e sorgivo al tempo stesso, una spinta Vitale di foggia comunque “spirituale” allo stato nascente, foriera di imprevedibili esiti nel cammino umano. L’allerta etico-politica, dal tono laicamente religioso in lotta contro la miscredenza nel valore sommo della civiltà, si era fatta perciò cosa urgente e necessaria. Croce scriveva nelle pagine finali del libro del ’38:

Al sorgere dell’umanismo, che parve soltanto un moto di fastidio contro la scolastica e un inno alla bellezza antica e che operò principalmente nel campo dell’arte, tennero dietro presto gl’incalzanti progressi della cultura e del pensiero, che rinnovarono la filosofia e tutte le discipline morali, l’etica e la politica e la teoria dell’arte, e la metodologia delle scienze; e di questo gran lavoro spirituale erede è lo storicismo[38].

Lo storicismo, erede dunque dell’umanesimo classico, rappresentava al meglio il nocciolo di verità in esso contenute, cioè il senso sempre vivo di un’inquietudine morale che allora Croce intravedeva, ahimè, riflessa di luce oscura nelle acque agitate dell’imminente tempesta bellica.

  1. Il riferimento è tratto dal capitolo Lo storicismo e la sua storia, in B. Croce, La storia come pensiero e come azione [1938], Edizione Nazionale a cura di M. Conforti, con una Nota di G. Sasso, Napoli, Bibliopolis, 2002.
  2. Cfr. B. Croce, Contributo alla critica di me stesso, a cura di G. Galasso, Milano, Adelphi, 1989, Aggiunta all’edizione 1950 del Contributo, p. 99.
  3. Ivi, Note autobiografiche (1934), p. 73.
  4. Un florilegio di pagine autobiografiche è ora proposto nel volumetto B. Croce, Soliloquio, a cura di G. Galasso, con prefazione di P. Craveri, Milano, Adelphi, 2022.
  5. Ivi, p. 78.
  6. Ivi, p. 80
  7. Aggiunta all’edizione 1950 del Contributo cit., pp. 99-101.
  8. Ivi, p. 102.
  9. B. Croce, Una denominazione filosofica da abbandonare: l’«idealismo», in Id., Discorsi di varia filosofia, Edizione nazionale a cura di A. Penna e G. Giannini, con una nota di G. Sasso, Napoli, Bibliopolis, 2011, vol. II, pp. 314-16.
  10. B. Croce, Antistoricismo, in Id., Ultimi saggi [1935], Edizione nazionale a cura di M. Pontesilli, Napoli, Bibliopolis, 2012, pp. 233-44. Si veda il recente B. Croce, Discorsi di Oxford. Antistoricismo e «Difesa della poesia», con un saggio di G. Sasso, a cura di E. Giammattei, Roma, Treccani, 2023.
  11. Ivi, p. 243.
  12. Ivi, p. 240.
  13. Si veda la lettera di Thomas Mann indirizzata a Croce da Monaco il 28-XI-1930 nel volume B. Croce-T- Mann, Lettere 1930-1936, a cura di E. Cutinelli Rèndina, prefazione di E. Paolozzi, Napoli, Pagano, 1991, p. 3.
  14. Cfr. Carteggio Croce-Vossler (1991-1949), a cura di E. Cutinelli Rèndina, Napoli, Bibliopolis, 1991, p. 338.
  15. Per la notizia del fatto criminoso rinvio a G. Sasso, Per invigilare me stesso. I Taccuini di lavoro di Benedetto Croce, Bologna, il Mulino, 1989, p. 113, nota 83.
  16. B. Croce, Storia d’Italia dal 1871 al 1915, a cura di G. Galasso, Milano, Adelphi, 1991 e Id., Storia d’Europa nel secolo decimonono, a cura di G. Galasso, Milano, Adelphi, 1993. Di quest’ultimo testo rinvio alla recente edizione a cura di Massimo L. Salvadori, Roma, Donzelli, 2022. Si veda inoltre G. Sasso, Storia d’Italia e Storia d’Europa, Napoli, Bibliopolis, 2017.
  17. Le filosofie della storia, secolarizzate in età moderna, sono tutte, da Agostino a Bossuet, di natura teologica e indirizzate a un fine predestinato di salvezza. Rinvio al volume di K. Lȏwith, Significato e fine della storia, Milano, Il Saggiatore, 2010.
  18. Nella Storia d’Europa è stata colta una fede agostiniana nella “Città di Dio”, per essere nata anch’essa in tempi di instabilità politica e di “invasioni barbariche”. In particolare F. Chabod, nel saggio Croce storico (in «Rivista storica italiana», 1952), intese rilevare in quell’opera, in dissonanza con le affermazioni di Croce, una determinata filosofia della storia, carente di cose concrete e dunque ricca di afflato religioso.
  19. Nell’Epilogo della Storia d’Europa, in tempi di semplicismo e credulità, Croce formulava l’idea di unità europea opposta alle competizioni dei nazionalismi. Rimando al mio saggio Croce e la storia del futuro, in Saggi sul futuro. La storia come possibilità, Firenze, Le Lettere, 2015, pp. 115-34.
  20. Lo storicismo annunciato da Croce in quegli anni parve a Gramsci del tutto privo di “scientificità”, neppure imparziale e disinteressato come si addice alla contemplazione dell’eterno divenire umano. Il fatto è che Croce non pensava affatto in termini di filosofia della storia. D’altronde, non intese certo formulare un programma politico a scadenza immediata in senso ideologico. Gramsci leggeva, invece, nello storicismo crociano dei primi anni Trenta un progetto di trasformazione della realtà, certo teoricamente in linea con la filosofia della prassi, ma priva del momento “etico” che nella forma della storiografia etico-politica escludeva la propaganda di chi vuol cambiare a breve e in una certa direzione il corso del mondo. Cfr. A. Gramsci, Quaderno X (1932-1935).
  21. B. Croce, Difesa della poesia, in Id., Ultimi saggi, op. cit., pp. 63-80.
  22. Ivi, p. 68.
  23. B. Croce, Note autobiografiche II, in Id., Contributo cit., p. 95.
  24. B. Croce, Il concetto della filosofia come storicismo assoluto [1939], in Id., Il carattere della filosofia moderna, Edizione nazionale a cura di M. Mastrogregori, Napoli, Bibliopolis, 1991, pp. 9-28.
  25. Rinvio alle Osservazioni intorno alla dottrine delle categorie in B. Croce, Indagini su Hegel e schiarimenti filosofici [1951], Edizione nazionale a cura di A. Savorelli, Napoli, Bibliopolis, 1997, p. 135.
  26. Negli anni Trenta i professori del terzo Reich venivano a tenere conferenze in Italia (Heidegger, Carl Schmitt, il sociologo Hans Freyer e altri), come narra Karl Löwith nelle sue memorie La mia vita in Germania prima e dopo il 1933, Milano, Il Saggiatore, 1988. Racconta l’incontro a Napoli con Benedetto Croce, con il quale ebbe anche modo di passeggiare per i vicoli della città.
  27. B. Croce, Il carattere della filosofia moderna [1941], op. cit., pp. 103-21.
  28. Sempre utile il volume di G. Cotroneo, Croce e l’Illuminismo, Napoli, Giannini, 1970.
  29. Segnalo la voce “storicismo” redatta da F. Tessitore nel Lessico crociano, a cura di R. Peluso, Napoli, La scuola di Pitagora, 2016, pp. 681-716, per un confronto serrato tra i diversi storicismi, a partire dalla storia della formazione di un concetto che ha attraversato la tradizione del pensiero europeo tra Italia e Germania. Di F. Tessitore si veda comunque l’ampio volume La ricerca dello storicismo. Studi su Benedetto Croce, Bologna, il Mulino, 2012.
  30. B. Croce, Le teorie storiografiche di Federico Meinecke, in Id., Indagini su Hegel e schiarimenti filosofici, op. cit., p. 211. Esce nel ’46 il volume di Meinecke Die deutsche Katastrophe. Betrachtungen und Erinnerungen, tr. it. La catastrofe della Germania, Firenze, La Nuova Italia, 1948.
  31. B. Croce, Teoria e storia della storiografia [1917], a cura di G. Galasso, Milano, Adelphi, 1989, p. 341 (Ed. naz.: a cura di E. Massimilla e T. Tagliaferri, con una nota di F. Tessitore, Napoli, Bibliopolis, 2007).
  32. B. Croce, La storia come pensiero e come azione, op. cit.: Il suo carattere proprio e l’inizio dell’età che fu sua, capitolo dedicato al testo di F. Meinecke, Die Entstehung des Historismus, München, R. Oldenbourg, 1936. Si veda R. Franchini, L’Illuminismo e la polemica Croce-Meinecke, in Id., La logica della filosofia, Napoli, Giannini, 1971, pp. 57-66.
  33. B. Croce, La storia come pensiero e come azione, op. cit.
  34. Ibidem.
  35. B. Croce-T. Mann, Lettere (1930-36), op. cit.: La Germania che abbiamo amato, pp. 33-42. Già nella Storia d’Europa Croce palesava la delusione per quell’Europa che aveva amato. Rinvio al saggio di R. Peluso, La malattia europea e il crepuscolo dell’idealismo, in Ead., La cura Goethe. Poesia e storia in Benedetto Croce, Napoli, Bibliopolis, 2022, pp. 167-83.
  36. B. Croce-T. Mann, La Germania che abbiamo amato, ed. cit., p. 40. Si veda in particolare D. Conte, Dalla “germanofilia” alla “inumanità”. Benedetto Croce e la Germania, in «Archivio di storia della cultura», XXVI (2013), pp. 201-20; e più in generale, Benedetto Croce e la cultura tedesca, a cura di G. Furnari Luvarà e S. Di Bella, Firenze, Le Lettere, 2013.
  37. B. Croce, La storia come pensiero e come azione, op. cit., Appendice: Recenti controversie intorno all’unità della storia d’Italia. Nel ’40 Croce recensiva sulla «Critica» (n. 38, pp. 302-03) il libro di Carlo Antoni Dallo storicismo alla sociologia (Sansoni editore): vari saggi, legati dalla constatazione del passaggio dalla concezione storica alla sociologia e dalla filosofia all’empirismo. Cosa grave, scriveva, per un paese di cultura come la Germania, che aveva portato alto il senso dello speculativo.
  38. Ivi, cap. XI: Storicismo e umanismo.

(fasc. 51, 25 febbraio 2024)

“Poetry matters”. Croce e il valore civile della comprensione

Author di Fabrizia Giuliani

Comunicare e comprendere

Nella raccolta di studi pubblicata nel 1999 in occasione del settantesimo compleanno di Gennaro Sasso, una Festschrift che anticipa fin dal titolo l’ampiezza degli ambiti trattati, Tullio De Mauro torna su temi crociani affrontando il tema della comprensione[1]. A rigore, non si tratta di una novità: la comunicazione è un nodo sul quale il linguista ha sempre insistito, dai primi lavori all’Introduzione alla semantica, agli ultimi interventi[2].

Nessuna discontinuità, dunque? Uno sguardo superficiale, fermo alla scelta del tema, potrebbe confermare il giudizio; se invece si osserva lo sviluppo dell’analisi, si comprende rapidamente come queste pagine rappresentino un vero e proprio tornante teorico, che tocca il giudizio sulla filosofia del linguaggio crociana, il modo d’intenderla e periodizzarla, il suo rapporto con le scienze del linguaggio. Ma andiamo per ordine, seguendo il testo e soprattutto i luoghi ai quali l’autore rinvia: saranno essi, infatti, a offrirci la chiave interpretativa corretta.

Il punto di partenza è la Filosofia della pratica: se De Mauro ha sempre riconosciuto un ruolo centrale al testo che chiude la trilogia sistematica, in queste pagine ne sottolinea soprattutto il carattere di apertura. Ribadisce che lo sviluppo teorico previsto e auspicato da Croce in ogni ambito della riflessione, il “Continua tu” che ritorna in più scritti, non esclude il linguaggio, ma anzi lo riguarda in modo particolare. Il linguista esclude una lettura rigida, statica, del

pensiero linguistico crociano, sostenendo, com’è noto, che l’identificazione di linguistica ed estetica propria del sistema e incompatibile con “qualunque linguistica possibile”, secondo il noto giudizio di Lepschy, viene poi superata nella fase più matura[3].

Questa interpretazione, diventata un punto di riferimento nella letteratura critica a partire dagli ultimi decenni del secolo scorso, sembrava destinata a non incorrere in ripensamenti e revisioni. Nel saggio citato si osserva uno sguardo diverso, se non un vero e proprio cambio di passo. Scrive De Mauro: «già mentre andava delineando il suo sistema, Croce elaborava in materia di linguaggio, di parole e loro senso e uso, riflessioni collaterali tanto acute quanto difficili da raccordare con la visione sistematica del linguaggio come arte e del parlare come poetare»[4].

Due ordini di considerazioni discendono da questo giudizio: non vi è più solo una “seconda” linguistica ma “un’altra” linguistica crociana che si sviluppa a partire dagli anni del sistema. Il linguista parla di riflessione “collaterale”: se è esclusa la successione, è ribadita l’alterità, l’assenza di conciliazione con la teoria delineata nella Filosofia dello Spirito.

Una periodizzazione da ripensare

Vediamo dunque quali sono i concetti coinvolti nello sviluppo di questa linguistica “altra”. Croce, afferma De Mauro, elabora una teoria attenta e articolata della comprensione linguistica: riconosce la natura processuale dell’accertamento del senso, la continua correzione in corso d’opera[5].

Il punto di svolta, sostiene, si osserva nelle pagine dedicate alla Poesia di Dante, pagine note, alle quali filosofia e critica letteraria hanno dedicato nel tempo riflessioni importanti, ma che gli studi filosofico-linguistici hanno invece trascurato[6].. La scelta di porre al centro le parole, la possibilità di ricostruirne e accertarne il senso, rappresenta una novità rispetto all’assetto definito nel sistema, che porta a riconoscere la necessità delle conoscenze necessarie ai processi di comprensione e interpretazione dei testi. Ma vediamo il passaggio:

E se io dovessi designare in qualche modo l’interpretazione storica che è propria dell’interpretazione storico-estetica, ossia il momento analitico che precede quello sintetico, direi che è l’explanatio verborum, l’interpretazione, largamente intesa, del senso delle parole: senso che, come tutti sanno, si trae non dalla loro etimologia e dalla sequela di concetti e dei sentimenti che hanno concorso a formarle e che ne costituiscono una sorpassata pre-istoria, ma dall’uso generale dei parlanti in un dato tempo, dall’ambiente in cui sono adoperate e si determina e individua poi in relazione alla nuova frase che è composta di esse e insieme le compone e crea. Proposizioni filosofiche, nomi di persone, accenni a casi storici, giudizi morali e politici e via dicendo, sono, in poesia, nient’altro che parole, identiche sostanzialmente a tutte le altre parole, e vanno interpretate in questi limiti. Nella interpretazione allotria non sono più, e non debbono essere, parole, ossia immagini, ma cose[7].

Qui, l’autore dell’Estetica, fermo assertore dell’inconsistenza dei tentativi di distinguere e segmentare le classi di espressione, mostra un’oscillazione significativa rispetto alle affermazioni del sistema, secondo le quali:

É falso che il nome o il verbo si esprimano con determinate parole. L’espressione è un tutto indivisibile; il nome e il verbo non esistono in essa, ma sono astrazioni che vengono da noi forgiate col distrugger la sola realtà linguistica ch’è la proposizione, ossia l’espressione. Ciò suona paradossale ma è verità semplicissima[8].

Non vi è dubbio sul fatto che nel passaggio osservato più su si registri una considerazione nuova rispetto al ruolo delle parole e dunque della lingua, intesa come tessuto comune, patrimonio condiviso, termine di riferimento per ogni atto di produzione e comprensione.

Questa linea di riflessione, come noto, si svilupperà ulteriormente nel libro del ’36, La Poesia; occorre però chiedersi da dove tragga origine e, soprattutto, se sia interpretabile solo in chiave diacronica. Nelle prossime pagine proveremo a misurarci con questi interrogativi, assumendo una prospettiva che non oppone sincronia e diacronia. Come ha affermato Marcello Mustè, la “svolta” è già implicita negli studi preparatori dell’estetica ma manifesta le sue conseguenze teoriche solo in un secondo tempo – ossia dopo gli studi hegeliani. Serve uno sguardo d’insieme, capace di seguire l’intreccio che lega la riflessione sul linguaggio al pensiero etico-politico, tratto distintivo di tutta la filosofia crociana[9].

Le Parole da capire

Come emerge con chiarezza nelle pagine della Poesia, l’autonomia del giudizio estetico non va intesa come affermazione dell’irrilevanza delle conoscenze necessarie alla sua formulazione, a cominciare, nel caso dei testi poetici e letterari, dalle conoscenze linguistiche. Nel celebrare la grandezza di Dante e della Commedia, «opus poèticum cui si consertano l’opus philosophorum e l’opus praticum», se da un lato Croce condanna le «interpretazioni allotrie», gli studi fondati su aspetti esterni al momento poetico ‒ dove prevalgono analisi politiche, morali, filosofiche ‒, dall’altro ne sottolinea la necessità, data la vastità dei riferimenti contenuti e la molteplicità dei livelli di lettura dell’opera. L’esortazione non va fraintesa: il giudizio estetico è e resta prioritario rispetto alla sfera logica e pratica ‒ «anche se tutte le allegorie di tutte le liriche e di tutti i luoghi della Commedia fossero spiegate resterebbe poi sempre da interpretare quelle liriche, prescindendo cioè dalle allegorie come inutili e dannose distrazioni, e ricercandone il vero ‘senso specifico’»[10].

In quanto prodotto pratico, atto di volontà, l’allegoria è frutto di una decisione arbitraria – convenzione, diremmo oggi attingendo al lessico semiotico ‒ con cui si “decreta che questo debba significare quello”; altra cosa è la poesia, dove non c’è rigidità nel rinvio da un piano all’altro e non sono necessarie istruzioni: ciò che precede il giudizio è solo la conoscenza degli elementi del «vivo linguaggio che in quei luoghi si atteggiano a nuova sintesi»[11].

Non casualmente, nella parte della Poesia dedicata al tema della rievocazione e della traducibilità, torna ancora la metafora dell’albero per descrivere il lavoro di restituzione dei testi poetici che la filologia svolge: «niente è nell’universo che sia meramente naturale e non storico, e di una preparazione maggiore o minore o minima c’è sempre bisogno per ripigliare e continuare il lavoro della vita». Lo sforzo individuale di un autore che cerca di farsi tornare alla mente l’espressione originaria, quando ormai «son venute meno, in tutto o in parte, le condizioni soggettive e oggettive che possedeva al momento della creazione», è paragonabile al ruolo di ricostruzione del filologo, che opera per riparare allo smarrimento o alla dispersione provocati dallo scorrere del tempo e degli eventi, consentendo quei ritrovamenti o “scoperte” necessari alla costruzione del sapere e della tradizione. Va poi ricordato, prosegue il filosofo, lo sforzo delle discipline che insieme alla filologia concorrono all’accertamento del senso, come la paleografia e la critica del testo

alla quale seguono i glossari dei suoni e delle forme per singole opere e autori, e lessici di una lingua di un popolo, o più lingue insieme, in cui i vocaboli sono messi in corrispondenza tra loro e morfologie e sintassi e metriche e altri simili istrumenti, e commenti letterari e storici, in cui si determina il significato di vocaboli e frasi, che si pongono in relazione con notizie di cose, di fatti e di idee[12].

La forma espressiva che la lingua concorre a costruire non è mai individuale. Questo punto è dirimente: nella letteratura non è in gioco l’opera del singolo ma il “genio dell’umanità”. Per comprendere lingue lontane nello spazio e nel tempo non bastano i saperi; serve il “consenso” dei parlanti che partecipano all’atto comunicativo:

Per opera di questa magia si compie quotidianamente il miracolo dell’apprendere lingue che chiamiamo straniere: al quale effetto niente varrebbe avere innanzi ai sensi e all’intelletto gli oggetti, le costumanze. gli eventi, le persone di cui in quelle lingue si parla, né conoscere le approssimative e astratte corrispondenze di significato dei loro suoni articolati gli astratti suoni articolati desunti dal modo di parlare che ci è solito. Tutte le cognizioni forniteci dalla filologia, utilissime certamente, resterebbero disgregate e inerti se non ci fosse il fondamentale ed essenziale esercizio che noi siamo esseri parlanti e il nostro interlocutore di lingua straniera è un essere parlante, e che le vibrazioni nostre e quelle di lui sono omogenee, le une e le altre vibrazioni della comune umanità, e perciò, per consenso o simpatia quelle dell’uno finiscono con l’essere risentite dall’altro […][13].

Vale la pena tornare alle riflessioni sulla traduzione che attraversano, come noto, tutto il pensiero crociano con qualche ambivalenza. Se da un lato il filosofo sembra ammetterla solo per la prosa, dall’altro sottolinea la necessità di rendere accessibili in lingue diverse le stesse opere poetiche. Il punto, ribadisce, è comprendere a fondo quali siano il significato e la funzione del tradurre: non si capirebbe, oggi, ciò che Vico intendeva quando parlava di “certo del conoscere” distinguendolo e contrapponendolo al “vero”, perché quelle parole oggi hanno un senso diverso, sono pensate ed espresse con altri vocaboli. Il lavoro del traduttore consiste in questa ricerca e si misura costantemente con l’incertezza e l’errore. L’utopia della lingua comune, la “dotta lingua franca” finalizzata a stabilire un’equivalenza più stabile tra i segni è una risposta al riconoscimento di questo rischio, ma resta, appunto, un’utopia:

sebbene le proposte di unificazione abbiano avuto qualche pratica attuazione nelle scienze astratte, e sebbene le altre naturali si aiutino col latino e col greco, e sebbene la compenetrazione delle culture renda in un certo senso d’uso internazionale le stesse lingue nazionali, tanto da non far sentire urgente il bisogno di artificiali unificazioni, la varietà dei segni, e la conseguente necessità delle traduzioni persisterà sempre, perché i nuovi concetti sorgono sempre, nonché nella diversità dei popoli e dei loro linguaggi, negli individui, che sempre coi nuovi concetti creano nuovi segni[14].

Ancora sulla Communicatio idiomatum

Tradurre vuol dire, dunque, raggiungere un punto di mediazione tra le esigenze della comunicazione – “il reciproco intendimento” ‒ e il rispetto della diversità delle lingue. Come afferma De Mauro, si tratta di un processo «forzatamente non lineare» perché mira a circoscrivere e afferrare un senso particolare, dove i bisogni espressivi del passato s’incontrano con le forme linguistiche del presente

condizionate queste sia dall’ambiente e dall’uso generale, sia […] dal loro particolare comporsi e riattualizzarsi con modalità non interamente predeterminabili, ma piuttosto con un nodo di molti fili da rintracciare e sciogliere, come l’avvincersi e sorreggersi reciproco di molti tralci in una pergola[15].

Torniamo alla comprensione. Nell’Estetica Croce rifiuta la possibilità di collocare il processo su un terreno radicalmente arbitrario – convenzionale – che definisce un errore al quale è quasi preferibile la dottrina della “communicatio idiomatum”, rappresentazione in forma “mitologica” di quell’intendersi su basi comuni – universali – appena osservato[16]. Il problema della reciproca comprensione va posto nel luogo che gli è proprio, aveva affermato a proposito delle teorie di Hamann, ossia sul piano teoretico: si corre il rischio, altrimenti, di un approccio “mistico” quale quello dell’autore tedesco che individua la risposta del problema della comprensione nella “communicatio idiomatum con Dio”.

La posta in gioco è sempre l’autonomia della lingua: nell’interpretazione di Hamann, Croce legge la necessità di affrontare in maniera radicale la questione, andando oltre le teorie convenzionaliste che finiscono per rinviare, alla fine, «all’inconoscibile»[17]. Se non si riconosce che il linguaggio è «segno a sé stesso», il rischio di misticismo è inevitabile, come Croce spiega con chiarezza in questo passo tratto dal Breviario:

L’immagine significante è l’opera spontanea della fantasia, laddove il segno, nel quale l’uomo conviene con l’uomo, presuppone l’immagine e perciò il linguaggio; e, quando si insista a spiegare mercé il concetto di segno il parlare, si è costretti alfine a ricorrere a Dio, come datore dei primi segni, cioè a presupporre in altro modo il linguaggio, rinviandolo all’inconoscibile[18].

Non è diverso il riferimento che troviamo nelle Postille al capitolo dedicato all’Interpretazione storico-estetica nel libro del ’36: a paragone degli insufficienti tentativi delle «associazioni, inferenze o convenzioni», è preferibile ciò che, sia pure in «forma “mitologica”», esprime il fatto che ci si intenda sul «fondamento della nostra comune umanità». Se inizialmente il rinvio alla “communicatio idiomatum” è utilizzato in chiave polemica, contro le visioni convenzionali della lingua, nella fase più matura tali richiami vanno ricondotti al tentativo compiuto dal filosofo di misurarsi con il problema “pratico” della comunicazione[19]. Come afferma Marcello Mustè:

Osservato dal lato dell’estetica, il linguaggio, anche nella sua versione comunicativa, appariva come una medesimezza di contenuto teoretico traslata in una forma differente. Osservato, invece, dal lato della praxis, che ne era l’autentica artefice, la comunicazione non poteva che rivelare il volto della differenza, nel contenuto oltre che nella forma, quindi una radice convenzionale, persino arbitraria, esposta al fraintendimento e all’errore. Questo era il problema che si apriva a partire dalla Logica. La comunicazione, come si diceva, non presupponeva per Croce intersoggettività e pluralità di parlanti, né una vera e propria comunità̀ umana. Fu appunto sul versante dello storicismo e della riflessione etico-politica, più̀ che in quello strettamente linguistico, che questo aspetto venne ripreso e ripensato, perché, come scrisse nel libro su La poesia, «tutti sono, vivono e si muovono in Dio»[20] .

Non basta più riconoscere la natura categoriale del linguaggio e “presupporre” la comunicazione; se non si vuol restare “disarmati”, occorre provare a comprendere concretamente come tale processo si determina, individuare gli strumenti di cui si avvale:

La coscienza estetica, come la coscienza morale, è disarmata e non può combattere: solo la critica è armata e combattente. I moti del gusto e del disgusto, per vivacissimi che siano, tutto potranno operare, ma non già quell’unico atto che il giudizio compie e che è, semplicemente di dare il nome alle cose, e aprire così la via al modo di comportarsi verso di esse[21].

Riprendendo le parole demauriane con le quali avevamo aperto la nostra riflessione, la “ricchezza e fecondità” di queste riflessioni è evidente, com’è evidente la loro attualità. Non mi riferisco solo alle teorie linguistiche, alla traduzione, ma al presupposto che rende possibile il riconoscimento del ruolo della lingua, il valore delle parole, la necessità della loro condivisione; per riprendere un altro momento cruciale della filosofia crociana: le ragioni della Difesa della poesia[22].

Non appaia irrituale, allora, concludere queste pagine ricordando alcuni luoghi dove la «concreta arte e poesia»[23] confermano la teoria di Croce, mostrando la spinta alla traduzione impossibile ma necessaria, la scoperta delle parole da condividere nei momenti estremi, quando i moti «inferiori e barbarici»[24] sembrano prendere il sopravvento. Torna il racconto insuperato di Primo Levi, che nei campi di Auschwitz ricorda e traduce i versi dell’Inferno per l’amico francese: «Come se anche io sentissi per la prima volta: come uno squillo di tromba, come la voce di Dio. Per un momento ho dimenticato chi sono e dove sono»[25]. Riecheggiano ora gli stessi versi e lo stupore che li accompagna nelle pagine di Ilya Kaminsky, poeta ucraino già tradotto in molte lingue. Scrive dell’incontro con Dante a Kyiv, di come anche nei rifugi antiaerei Virgilio appaia una guida salda, capace di immaginare il mondo oltre il buio[26]:

Dante has no need to defend his art. Poetry matters: he sees it as a primal ancient force and art form, one that’s been here long before our individual lifetimes and will stay long after (Vergil, who lived centuries before him, guides him into the present). What we need, Dante’s journey shows us, is to defend ourselves with it: a tune to walk to, even in the underworld, as long as one still walks[27].

Bibliografia

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  1. T. De Mauro, Le porte della comprensione, in Storia, filosofia e letteratura. Studi in onore di Gennaro Sasso, a cura di M. Herling, M. Reale, Napoli, Bibliopolis, 1999; il saggio è stato ripubblicato nello stesso anno anche nella raccolta Capire le parole, Bari-Roma, Laterza, 1999, pp. 151-58.
  2. A titolo esemplificativo si vedano: T. De Mauro, Origine e sviluppo della linguistica crociana, in «Giornale critico della filosofia italiana», 15, 1954, pp. 376-91; Id., Croce la linguistica e noi (intervista ad Arturo Martone, in «Nord e Sud», 39, n. s., 1992, pp. 23-40.
  3. Cfr. G. Lepschy, Linguistica strutturale, Torino, Einaudi, 1965. Sulla periodizzazione vedi T. De Mauro, Introduzione alla semantica, Bari-Roma, Laterza, 1989, pp. 103-26; cfr. anche G. Nencioni, Idealismo e realismo nella scienza del linguaggio, Firenze, La Nuova Italia, 1989, pp. 103-17 e G. Contini, La parte di Benedetto Croce nella cultura italiana, Torino, Einaudi, 1989, pp. 50-51. Nella direzione opposta la lettura di G. Sasso, Croce: la questione del linguaggio, in Id., Filosofia e idealismo, VI. Ultimi paralipomeni, Napoli, Bibliopolis, 2012, pp. 107-54.
  4. T. De Mauro, Le porte della comprensione, in Storia, filosofia e letteratura. Studi in onore di Gennaro Sasso, a cura di M. Herling, M. Reale, op. cit., p. 848.
  5. «Forse il Prezzolini esagera quando afferma che la filosofia bergsoniana, la filosofia della Contingenza, ha intrapreso una guerra contro la parola. Si può dire che la filosofia non abbia fatto altro, da quando è al mondo, che battagliare contro i concetti empirici, i nomina realizzati e introdotti nel mondo del pensiero»: B. Croce, Il linguaggio come causa d’errore. Henri Bergson, in «La Critica», 1904, pp. 50-53, poi ristampato in Id., Conversazioni Critiche, vol. I, pp. 105-107, da cui si cita.
  6. Cfr. lo studio recente Pro e contro Dante, a cura di E. Giammattei, Roma, Treccani, 2021, pp. 30-36.
  7. B. Croce, La poesia di Dante, Bari-Roma, Laterza, 1921, p. 24.
  8. B. Croce, Estetica come scienza dell’espressione e linguistica generale [1909], Napoli, Bibliopolis, 2014, p. 167. Cfr. anche B. Croce, Filosofia della pratica. Economia ed etica, a cura di M. Tarantino, Napoli, Bibliopolis, 1996, dove la comunicazione si identifica con l’errore, pp. 60-61.
  9. In altra prospettiva cfr. G. Nencioni, Idealismo e realismo nella scienza del linguaggio, Firenze, La Nuova Italia, 1989, pp. 103-17 e G. Contini, La parte di Benedetto Croce nella cultura italiana, op. cit., pp. 50-51.
  10. B. Croce, La Poesia di Dante, Bari-Roma, Laterza, 1921, p. 9.
  11. Ivi, pp. 12-21.
  12. I brani sono tratti da La poesia. Introduzione alla critica e storia della poesia e della letteratura, Bari, Laterza, 1946, pp. 68-69.
  13. Ivi, pp. 78-79.
  14. Ivi, p. 101. Interessante il confronto con la Logica: “ogni vocabolo porta seco, in maniera maggiore o minore, l’appiccico dei vocaboli, perché si aggira in questo basso mondo ch’è pieno di tranelli; e la ricerca di vocaboli che impediscano assolutamente gli equivoci” non è che il sospiro di “molte anime candide” Logica come scienza del concetto puro, a cura di C. Farnetti, Napoli, Bibliopolis, 1996.
  15. T. De Mauro, Le porte della comprensione, in Storia, filosofia e letteratura. Studi in onore di Gennaro Sasso, a cura di M. Herling, M. Reale, op. cit., p. 851.
  16. Cfr. B. Croce, La poesia. Introduzione alla critica e storia della poesia e della letteratura [1936], Bari-Roma, Laterza, 1946, p. 270.
  17. B. Croce, Estetica come scienza dell’espressione e linguistica generale, Napoli, Bibliopolis, 2014, p. 287. Sul segno cfr. M. Salucci, Segno ed espressione in Benedetto Croce, Città di Castello, Arnaud, 1987, p. 30. Si rinvia poi, ovviamente al commento di De Mauro al Corso di linguistica generale sul punto relativo all’arbitrarietà: «certo, anche nelle concezioni convenzionalistiche, da Aristotele a Whitney, il consenso sociale ha una parte: ma trova un limite nel fatto che la lingua, concepita come una nomenclatura ingloba una parte dei “significati” che coincidono con le “cose” e sono dunque dei dati precostituiti». Si veda F. De Saussure, Corso di linguistica generale [1967], introduzione, traduzione e commento a cura di T. De Mauro, Bari-Roma, Laterza, 1983, pp. XVII e pp. 141-42.
  18. B. Croce, Breviario di estetica, Bari-Roma, Laterza, 1913, p. 51.
  19. Paradigmatiche, a proposito, le interpretazioni di T. De Mauro, Introduzione alla semantica [1965], Bari, Laterza, 1989, pp. 124-26; M. Boncompagni, Ermeneutica di Benedetto Croce, Napoli, Loffredo, 1980, pp. 78-100 e P. D’Angelo, L’Estetica di Benedetto Croce, Bari, Laterza, 1982, pp. 113-18.
  20. Cfr. F. Giuliani, Croce filosofo del linguaggio. Dialogo tra Fabrizia Giuliani e Marcello Mustè, in «Filosofia Italiana», XVII, I (2023), p. 26.
  21. B. Croce, Sulla natura e l’ufficio della linguistica, in Letture di poeti e riflessioni sulla teoria e critica della poesia, Bari, Laterza, 1950, p. 249.
  22. B. Croce, Difesa della poesia (lettura tenuta a Oxford il 17 ottobre 1933), in «La Critica», I, XXXII, 1934, pp. 1-15, poi in Id., Ultimi saggi, Bari, Laterza, 1935. Cfr. ancora Pro e contro Dante, a cura di E. Giammattei, op. cit., p. 22.
  23. B. Croce, Logica come scienza del concetto puro [1909], a cura di C. Farnetti, Napoli, Bibliopolis, 1996, p. 354.
  24. B. Croce, Filosofia e storiografia, a cura di Stefano Maschietti, Napoli, Bibliopolis, 2005, p. 209.
  25. P. Levi, Se questo è un uomo [1958], Torino, Einaudi, 2014, p. 111.
  26. Il nesso tra poesia, letteratura e civiltà è ribadito a più riprese, a partire dal volume del ’36. Qui ne troviamo forse la definizione più chiara: «la luce che la poesia ha acceso nell’anima e che è luce inestinguibile […] E quella luce che li ha rivestiti, o che li rivestirà, li ingentilisce, sgombra da essi la barbarie, li rende “urbani” (άστεΐοι, come dicevano i greci); e la letteratura che compie tale opera e rende civili le espressioni immediate o naturali, è parte di quella che si chiama appunto civiltà» (B. Croce, Filosofia. Poesia. Storia. Pagine tratte da tutte le opere a cura dell’autore [1948], op. cit., p. 358). Mi permetto, a proposito, di rinviare anche a F. Giuliani, Espressione ed éthos, Bologna, Il Mulino, 2002, pp. 114-34.
  27. I. Kaminsky, Reading Dante in Ukraine, in «Asymptote Journal», Jan 2024, consultabile sul sito https://www.asymptotejournal.com/search/?query=kaminsky (ultima consultazione: 10 febbraio 2024).

(fasc. 51, 25 febbraio 2024)

Un vano balletto sulla riva del Nulla. La poesia di Angelo Maria Ripellino

Author di Franco Pappalardo La Rosa

                                

Nelle scelte stilistiche ed estetiche di Angelo Maria Ripellino non poco dovettero incidere tanto l’origine isolana del poeta quanto gli interessi culturali per il mondo slavo che egli coltivava a livello professionale. Se, infatti, la sua anima siciliana protendeva naturaliter al barocco e racchiudeva in sé, insieme con un’ironia paradossale, un ancestrale terrore-ossessione per la morte, gli interessi culturali per il mondo slavo, connessi alla sua “professura” universitaria, lo portarono all’incontro rivelatore con il barocco ceco: con poeti del calibro di Jiří Kolář, di Frantíšek Halas, di Vladimír Holan, e con la misteriosa e “magica” Praga.

«Ho sempre vagheggiato di trovare un punto d’incontro» – aveva egli dichiarato in un’intervista – «fra la lezione dei moderni lirici slavi, tedeschi, francesi, di cui mi sono imbevuto e i congegni, le meraviglie del nostro Barocco. Per me una lunga fune si tende dalla Martorana [di Palermo] alla cupola di San Nicola di Praga»[1]; non senza aver prima puntualizzato che,

sebbene io sia imbrattato delle fuliggini del Mitteleuropa, nutrito di mille umori stranieri e come arrivato sin qui con un carrozzone dipinto di calderai, tuttavia nella barocca e ferale Sicilia affondano le mie radici. Penso talvolta che questo sradicamento sia la sorgente di tutti i miei mali, della mia vita in bilico […]. Dell’infanzia insulare mi porto dietro un fagotto di emblemi: il ricordo di dolci comprati alla ruota del monastero, le stanze mortuarie con le salmodianti comari in nero, i presepi con arance e lumie, il basso continuo della tristezza, che pende dai nostri occhi come le cispe di un tracoma e una certa pagliacceria fanfarona[2].

C’era in lui un’intima coerenza, una perfetta, inscindibile corrispondenza tra critica e poesia («Vorrei – aveva anche scritto – che la critica fosse gaiezza, tentativo di agghermire la gioia della parola, che è sempre mimica, danza, sorriso […], anche quando il discorso prende il crespo del lutto, propende al tragico. E che non fosse mai pedantesca, accigliata»[3]).

In questa prospettiva, non appare senza significato il fatto che Ripellino abbia intitolato, in seguito, un lavoro critico Letteratura come itinerario nel meraviglioso e che, fin dall’opera del suo esordio poetico, abbia eletto a metafora-simbolo della vita il teatro: il luogo incantato in cui l’universo si può davvero interamente inventare, nominare e rappresentare e nel quale – con trucchi, maschere, scintillii di luci, bisticci verbali, clamori e artifici tecnico-retorici varî – può fingersi di arrestare il fuggire rapinoso del tempo, il breve apparire e durare della bellezza, la precarietà della gioia e del piacere, l’incedere angosciante e inarrestabile della «ballerina dagli occhi di cavallo»[4] che è la morte.

Il “meraviglioso” ripelliniano, ha osservato Luigi De Nardis,

grumo di sogni, d’enigmi della nativa Sicilia e del barocco fantastico e funebre della Roma divenuta sua, calamitava attorno a sé, con la forza d’una metafora archetipica, luoghi, paesaggi, le “figurine fiabesche” della letteratura, quelle del teatro, ruotanti come sopra una boitê à musique, quelle che si atteggiano dalle botteghe d’antichi e sapienti artisti popolari e le raffinatissime icone scomposte e larvali della pittura odierna; e, accanto, le immagini dei suoi cari, degli amici, degli oggetti. Regista e cerimoniere, come ebbe a definirsi, d’una liturgia spettacolare che obbediva a regole rigorose, e dei ritmi, nella fascinazione dell’artificio e, insieme, della meraviglia della vita[5].

Si comprende allora la ragione per la quale i nuclei tematici e i calchi iconografici e stilistici si carichino, già in Non un giorno ma adesso, di inusitata violenza espressiva (benché ancora non si tratti della violenza espressiva sistematicamente organizzata ed esibita che conformerà le strutture compositive a partire da La fortezza d’Alvernia); e si comprende pure come mai compaiano, nella raccolta dell’esordio, le tematiche, gli spunti figurali, i motivi tipici della poesia del Ripellino maggiore.

Non è un caso, infatti, che vi facciano capolino i «pupazzi» (cfr. Come un pupazzo di Schlemmer), i «teatrini» e gli «angeli» in parrucca rococò (Teatro), i lunatici «clowns» e le figurine di carta ritagliata (Poesia 59), i «trapezisti pagliacci» (Piccolo circo), i «ridicoli omini» (Solanum Dulcamara), i circoletti e i triangoli di Kandinskji (Piccolo circo), i riferimenti alla musica di Leoš Janáček (Fuga, Circo Iscanus) e l’innesto di morfemi attinti ad aree semantiche straniere, in prevalenza slave (Benvenuto tra noi signor Tumlír, I rossi lunghi tram di Leningrado); il senso angoscioso, così precipuamente barocco, di horror vacui che attanaglia l’animo del poeta (in Schwitters, si legge: «Ma ho bisogno di loro [delle cose], il loro schermo / altezzoso e malefico mi aiuta / a vincere l’angoscia dello spazio, / di rivestire di nomi l’abisso. / Ho bisogno d’infarcire il vuoto / di ciarpame, di rancidi feticci… »); e l’idea, anch’essa di derivazione barocca, della poesia come artificio stilistico, come accanito e abile-astuto lavoro tecnico che sappia «tendere agguati alla fantasia», inventare una realtà “altra” e librare il poeta nell’infinito – ed esclusivamente suo – spazio dell’immaginazione (il motivo viene compiutamente sviluppato in Come cilindri) e, soprattutto, che sappia distrarre la morte, tenerne lontana la raggelante mano.

Ma vi si rinvengono, sintomaticamente, i nuclei tematici delle tre costanti della poesia ripelliniana: il sentimento dell’estrema fragilità e precarietà della vita minata dalla malattia – il morfema “malsanía”, che costituirà il Leitmotiv della Fortezza d’Alvernia e sarà presente anche in Sinfonietta[6] e nelle successive raccolte, compare per la prima volta in Non un giorno ma adesso: nel distico di chiusura del componimento Poesia 59 («questa è la malsanía che ci governa, / il nostro delirio, la nostra allegrezza») –; la concezione della vita come perenne rappresentazione teatrale, ininterrotto spettacolo, effimera carnevalata, in cui l’uomo deve di continuo travestirsi, mutare maschera e trucco, per eludere i proditori agguati della morte («Qual trucco avrà per mutare se stesso / in manichino o in fantasma o in esercito che spaventi la morte?»: cfr. Inutilmente Kao-O-Wang); l’attribuzione di un qualche potere salvifico alla poesia, alla quale, si è già accennato, viene demandata la funzione «di tenere a bada la morte con tranelli verbali, bisticci e negozi d’immagini»[7].

Non vanno trascurate, inoltre, le iperboliche personificazioni, acclarative del senso barocco[8] della poesia ripelliniana, che punteggiano i testi della raccolta d’esordio – le case, per esempio, sono «vecchine / coi fazzoletti delle persiane sugli occhi» (Come pupazzi di Schlemmer ); l’autunno incarna «Jack lo sventratore» (Come elefanti di Mògano); e la morte diventa una «ballerina dagli occhi di cavallo» (Solanum Dulcamara); la montagna si trasforma in automa che «sventola i suoi verdi stracci» (La montagna come automa); e «Ride e ammicca» il villaggio «vestito / di fiocchi, di nastri e di calze nere» (Domenica) – che ne giustificano la qualifica di iperbarocco: di un barocco contraddistinto, cioè, dalla «geometria di uno spazio pieno di simboli governati da una concezione pittorica e dall’immanenza di un catalogo lessematico diviso tra il condizionamento del vocabolario crepuscolare e la posizione di un surrealismo penetrato da bizzarre linee di forza»[9].

Gli stessi nuclei tematici cui sopra s’è accennato, organizzati in moduli stilistici e linguistici più raffinati, ricompaiono nelle strutture diaristico-poematiche della Fortezza d’Alvernia, dove la loro enunciazione viene affidata a una schiera di ombre vagolanti nella notte senza fine di un luogo infernale di dolore e di pena («il topònimo “Alvernia”» – avverte il poeta nel Congedo all’opera – «è una parola compòsita, un portemanteau word, nella quale si assommano inverno, averno, verna, e inoltre il ricordo dell’Auvergne francese e la Chanson pour l’Auvergnat di Brassens, che spesso udivo da un disco di Juliette Gréco)»[10]: un orroroso labirinto di malattia, di sofferenza, di paura, illuminato, talora, dalla flebile luce di una speranza sùbito smorzata dall’irrimediabile gelo di morte incombente.

In quest’atmosfera allucinata, da fortezza e da manniana Montagna incantata – la fortezza d’Alvernia non è che la denominazione poetico-fantastica del sanatorio di Dobríš, situato a quaranta chilometri da Praga, dove, nel 1964, Ripellino fu ospite per alcuni mesi –, si muove il brancaleonesco esercito dei “nonostante”: «tutti noi che ‒ spiega il poeta ‒ contrassegnati da un numero, sbilenchi, gualciti, piegati dalle raffiche, opponevamo la nostra caparbietà all’insolenza del male»[11]. Sono i varî Giovedì e Zafferano, che giocano a carte, mentre gli altri ospiti d’Alvernia, «vuote canne malfatte, giuncastri tignosi», viaggiano sulle ali della fantasia alla volta di «mesopotamie salubri»[12]; sono la «Jacobina magnifica / suffragette fröbeliana, flessuosa dispensatrice di pathos, e tutta vocali»[13], e il signor Munia, «trasportatore di gialle immondizie e sputacchiere»[14] che si accanisce ad annaffiare, nel disperato tentativo di farle sopravvivere, le rachitiche piante ornamentali sistemate nei corridoi della fortezza; è Aloisio Cuore, «malato di cuore / bianco di calce, come gli escrementi dei gallinacei»[15] o Charlie Rybàri, illusionista e gran mago, che dà spettacolo, che entra nei versi e si fa personaggio («Anch’io sono chiuso nel ventre d’una bottiglia, / benché sappia trarre di tasca a qualsiasi nonostante / nastri, accendini, bandiere, morselli di pane, orologi. / Anch’io sono fuga di fughe, e ritorno e follore e speranza: / qualcosa che sventola senza uno spazio. / Vo a cominciare, e lor signori mi guardino. / Un teatro nel teatro d’Alvernia […]»)[16]: una folla, insomma, di «povere verghe / in mano a negromanti», di «poveri violini / sotto archetti di vento, perduti splendori, la bocca / intrisa di rosso puré di carote»[17].

Su tutti si staglia e domina l’ombra del “nonostante”-io poetico, che intona, con voce tenorile tenuta in falsetto, il suo «desolato, derisibilissimo assòlo», che canta la sua inconsolabile malinconia («In Alvernia / la malinconia ti viene appresso come un cane») e la sua condizione di malato avvertita come marchio di diversità («la mia negritudine»)[18], che scandisce il suo declamato melodico, anzi melodrammatico, sul destino o chi altri gli ha rubato il bene della salute e lo ha costretto in Alvernia come un appestato («Non sono un appestato, non dovete fuggire. / Venite nel mio cubo-incubo, nel mio Camarillo. / C’è qualcuno / che mi ha rubato la sporca salute, e la porta / come un abito altrui troppo grande […]»)[19]: ombra del “nonostante”-io, che modula virtuosisticamente la voce della sua tremenda disperazione esistenziale e intellettuale («Amaro è vedersi in sfacelo nel gorgo / d’un perfido specchio spumoso, l’accorgersi / che il mondo è degli altri, e che gli altri / sono implacabili verso i mollicci, / gli storpi, gli stolidi, i cionchi, i dannati […]»)[20], fino a invocare, per resistere, per non cedere al risucchio del gorgo, il soccorso della sua «fantasia-Zauberflöte»[21].

Il mélos dei versi aggancia ed esalta, in particolare, gli eventi minimi, banali, marginali che si verificano in Alvernia (i quali, com’è intuitivo, risultano filtrati ed elaborati dall’ipertesa sensibilità immaginativa di chi li vive): la serenata con l’orchestrina Orpheus; il cadere della prima neve; l’escursione domenicale fuori dalla Fortezza; il suicidio di un “nonostante” etc. E anche i grandi accadimenti della cronaca – le prime imprese degli astronauti nello spazio, l’assassinio dei Kennedy, la tragedia del Vietnam, i trionfi dei Beatles etc. –, di cui i venti del mondo portano l’eco fin dentro la Fortezza, appaiono distanti, vuoti di significato per chi, come l’io-“nonostante”, senta sé stesso ormai in bilico sull’abisso dell’eterno silenzio e abbia intuito che neppure la poesia può più salvarlo («Mentre morivo, la poesia si seccava in un prestigioso grigiore »)[22].

Non c’è nulla, nelle cinquantuno stazioni di quest’oratorio, di irreale, di inventato. I nomi che vi compaiono sono dei «senhals botanici e ornitologici di figure reali, dei guerrieri della fortezza»[23]: di medici, di infermiere, di portantini, di malati – il primario Petr Ostrý vi assume lo pseudonimo ora di Kakadú, per la sua somiglianza a un parrocchetto dal piumaggio bianco, ora di Papageno, personaggio del mozartiano Flauto magico, perché «ascoltavamo insieme, inchiodati per ore e ore su dure durissime sedie di latta, opere ed opere, Lieder e sinfonie»[24]; mentre la «Colomba gestuosa», che compare nel secondo verso del componimento di apertura della raccolta, rappresenta l’infermiera responsabile del reparto nel quale Ripellino si trovava ricoverato – ; e il paesaggio, la foresta intorno alla Fortezza, i cervi, i castelli, la neve, le piante, i cinghiali, come precisa il poeta, trovano rigoroso riscontro nella realtà di quei mesi. Soltanto che, nei varî segmenti versici del poemetto ove compare, ogni elemento del reale, introiettato nello spazio psicologico dell’io, finisce con l’esserne fortemente connotato.

Al di là del lato biografico, tuttavia, i componimenti della Fortezza d’Alvernia rappresentano un universo miniaturizzato, in penombra, presso abbuiato dalla «tenebría malsanile» che ottunde i “nonostante”, e ridotto alla dimensione di un teatrino sul cui proscenio irrompono a esibirsi, avvicendandovisi, e vi spariscono sùbito risucchiati dal buco nero delle quinte, stralunati guitti, giardinieri Monzelius, patetici violinisti, calvi e occhialuti Loplop, lunari Pierrots sorpresi ad inseguire farfalle, acrobati da circo, Ecbeti-furetti, giocolieri cinesi: «povere schiere di fools dalle palpebre d’oro». Ognuno vi improvvisa, secondo il proprio estro o ghiribizzo, vi recita, dissimulandoli ironicamente, magari grottescamente, il proprio dolore, la propria esistenza appesa a un sottilissimo filo, la disperazione di probabile senza domani, l’orrore della malattia e l’incombenza, tangibile quasi, della morte.

C’è, dunque, nella Fortezza d’Alvernia, la teatralizzazione del senso – oppressivo, angoscioso, barocco – della morte e dell’estrema precarietà dell’esistenza umana, di cui Ripellino affida la rappresentazione a un io-ombra primo attore che, contornato da un manipolo di ombre-comparse, la interpreta virtuosisticamente, dilatando gli effetti spettacolari, sonori e figurali della recita mediante una dizione che spazia dall’ironico al patetico, dal sarcastico al grottesco, dal giocoso al tragico. Si tratta di una spettacolarizzazione che riflette l’ansia ripelliniana di

immettere nel tessuto dei versi le consuetudini della pittura, di trattar le parole come tubetti di colori schiacciati e di attrarle in viluppi fonetici [con] le trovate allegoriche, la buffonería sottesa di lugubre, le deformazioni, il […] guardare la vita grottescamente come il calvario di un clown, il quale s’ingegni di continuare a sonare su un logoro violino che va ogni momento in frantumi[25].

È la stessa ansia che traspare da Notizie dal Diluvio, da Sinfonietta e da Lo splendido violino verde, dove davvero ogni componimento riesce, secondo le intenzioni del poeta, a «dare spettacolo», a trasformarsi in un «esercizio di giocolería e di icarismo sul filo dello spàsimo»[26]. Non appare senza significato che adesso la poesia abbia, essa stessa, un nome, si chiami Sweetheart, e si identifichi con uno sgangherato violino «sempre aggrondato / come un numero comico»: con un violino che è, sì, un «banale feticcio dai lunghi capelli di corde», ma che, se imbracciato e archettato da chi nel componimento dice “io” (che ripetutamente lo dichiara suo: «mio violino», «mio maleficio», «mio trademark»), quanta giocosità di timbri, di musiche, di struggenze, di armonie, di «virtuosismi d’acrobata» sa inventare!

Benché talora faccia le bizze come una prima donna, «recalcitri come un indemoniato» o si faccia trovare dentro «un cubo di ghiaccio inespugnabile, arcigno», il violino-poesia entra sempre in sintonia, in qualsiasi circostanza, con lo stato d’animo di chi lo imbraccia e archetta. Che è un io sottilmente ironico e autoironico, il quale mostra di possedere la piena consapevolezza di «quanto folclore, / quanto tritume» di suoni possa anche produrre il suo “svilito” strumento; e, tuttavia, non rinuncia a travestirsi, a truccarsi da violinista-pagliaccio, per entrare in scena e dare spettacolo, per esibire l’inutilità di un’arte che ormai non incanta nessuno. Ecco: l’io protagonista di Notizie dal diluvio, di Sinfonietta e dello Splendido violino verde ‒ che aveva già dichiarato di sentirsi un «reietto» nella propria lingua[27] e che soffre di non essere preso nella debita considerazione come poeta a causa della sua attività accademica, della sua «professura» («Slavista! Mi gridano donne con frappe sul capo / e con fettucce e colombe e fleurettes e cràuti e baubau. / Slavista! Mi assalgono omini violacei […]»)[28], tanto da promettere, nel caso che rinasca, di dedicarsi a un’altra professione («Chiedo perdono. È deciso. La prossima volta / farò un altro mestiere»)[29] – crede, sia pure tormentato dagli inevitabili dubbi che gli instillano le emergenze di banalità e di terribilità del reale, nella funzione salvifica della poesia. Per lui, infatti, poesia è àncora di salvezza nella tempesta del mondo, fraterno palpito di pietà per il destino della creatura umana intrappolata nella gelida morsa del tempo, nel grigiore annichilente del tran-tran quotidiano, nel tranello, ineludibile, immisericorde, della morte in agguato. È, soprattutto, svolo della «bianca» fantasia per liberarsi e liberare dalla «proterva aridità» che ci ottunde: «Aridità, ti respingo con tutta l’anima: / proterva aridità, mia coetanea. Non voglio essere Anitra Parlante. / Non voglio mutarmi in scultura di pòmice, / non voglio languire nel tuo reclusorio, / nell’atro carcere e caucaso della secchezza. / Muoia Geremia, perché ha profetato. Ma è certo: / sparita la stirpe degli Aridi, un giorno / parecchi / avranno sete di bianca fantasia. / Per loro io lavoro, per di qui a cent’anni […]»[30].

Il lavoro del poeta, tuttavia, incontra un ostacolo pressoché insormontabile nel muro del reale, qui rappresentato baroccamente come un insieme di specchi dentro i quali balugina, all’improvviso, una folla di inquietanti figurae: maschere, cere demoniache, bianchi musi di gesso, arlecchini sogghignanti, dileggianti, sghignazzanti, che si moltiplicano, «guizzano nelle specchiere, soffiano sui ceri, / si fanno spuma, zizzània tra il vetro, si allungano torbidi, / inventano un Krumlov sciancato»[31] e pronunciano dei beffardi, sguaiati «Pax vobis»; che, talora, balzano fuori dagli specchi e aggrediscono l’io, lo inseguono «con livore di guardie caldee, con sberleffi, / con barbe negre posticce da giustizieri»[32]. Sono figure che simboleggiano il sordido, sotterraneo esercito del Terrore, le oscure forze del Male, avvezze ad agire nell’ombra, a tramare, a fomentare vizî, delitti, stragi, a promuovere guerre, catastrofi, e che si accaniscono sugli inermi, sugli oppressi, sui “vinti”; figure che allegorizzano, in sintesi, i servi-amanti di Gewalt – «la vecchina trafficante / dal naso rosso», sempre pronta a cambiare ideologia: la Storia –, coloro che la spingono, la trascinano in avanti, la fanno procedere; la schiera «dei suoi accòliti, / dei calebani bugiardi, degli uccellatori maniaci, / degli untori, dei liberatori, dei maestri di rappresaglia»[33], di cui il poeta fornisce il catalogo completo delle raffinate arti di persuasione occulta e non («Chi si cava di bocca venti braccia di cordella, / chi slumaca ricette per un avvenire soave, / chi strappa e scuffia stoppa e sputa fiamme, / chi ci opprime con resse di frasi sconnesse, con bratislave, / chi offre morselli di pane alla nostra fame, / chi schiaccia i fratelli sotto i rastelli dei cingoli […]»)[34].

Ciò nonostante, il “lavoro” dell’io non si arresta. Patetico, ostinato, donchisciottesco clown, sollecita il suo sgangherato violino-poesia sino allo sfascio, nel tentativo di strappargli il trillo più ammaliante, capace di esorcizzare tutti i «delegati» del Maligno, le caterve di «orribili referendari» che, con scorrerie sanguinose, «spengono l’ansia dei fragili, la disperazione, la sete / degli oppressi, gettandoli / nell’abominoso frantoio della vecchia Gewart / dai mustacchi di lepre»[35]. Perché la poesia non ha, per Angelo Maria Ripellino, soltanto funzione di salvazione individuale, ma anche di riscatto e di salvazione collettivi, sociali, e quello che, nelle sue invenzioni liriche, potrebbe apparire come alto divertimento si rivela, in realtà, da una raccolta all’altra, come una drammatica denuncia dei mali dell’uomo. Per questo, ancora, l’eroe della poesia ripelliniana, se è pur tentato di rifugiarsi e nascondersi nel tiepido nido degli affetti intimi, privati[36], o di nominare-enumerare vecchiumi, bric-à-brac, cianfrusaglierie, al fine di discernere, esorcizzandola, la parte maligna del reale e di fornirne una surreale rappresentazione-metaforizzazione[37], sa sempre reagire camuffandosi, truccandosi, travestendosi da patetico-grottesco pagliaccio, oppure scindendosi ora nel loico e razionale organista-illusionista Rabàs, conoscitore della «strepitante patria degli uccelli»[38] e teorizzatore di una metafisica del contingente («Rabàs l’organista mi disse: Non creda all’eterno, / ai quadri viventi, alle cere, all’asbesto. / Tutto ciò che soffriamo non vuole durare, / ogni cosa è soltanto un racconto d’inverno, / perché la notte sia meno lunga e più lesto / il fluire degli astri: un racconto da obliare»)[39], ora nello stralunato acchiappanuvole Signor Solferino o nel malato-maldestro Pierrot-Scardanelli, ora, quali speculari immagini esteriorizzate e moltiplicate – “replicanti” – di costoro, in una folla di itineranti maghi e prestigiatori, di guitti da teatrini di periferia, di attori dell’Opera Buffa, di Merlini spiritati, e di altre figurae consimili, che interpretano, tutti, il grande, effimero e, all’apparenza, vario-giocoso spettacolo della vita. Di una vita che va intesa, sempre (sottolinea il poeta, con sublime ghigno ironico), come un idillio: «Meravillosa fuente de las delicias. / Magnifico viaje en un vapor misterioso»[40].

E per questo, infine, il tono della musica che caratterizza i componimenti raccolti in Notizie dal diluvio sembra alternare timbri squillanti a timbri gravi, su di un ritmo accelerato, affannoso, come di tromba che annunci l’apocalisse in atto (nei segmenti versici si susseguono le allitterazioni, le paronomasie, le eufonie e le cacofonie prodotte dalla giustapposizione di gruppi sillabici contenenti vocali brevi e lunghe, il ripetersi insistito di parole sdrucciole etc.); mentre il nucleo tematico del dolore individuale, privato, dell’uomo aggredito dalla malsanía, che era predominante nella Fortezza d’Alvernia, si dilata fino a inglobare una nozione corale, collettiva, di dolore, nella quale trovano spazio tutte le tragedie, i soprusi, le violenze, i terrori e gli orrori che tormentano l’uomo: dal terremoto nella valle del Bèlice all’invasione sovietica della Cecoslovacchia.

Questa sensazione di forte disagio che traspare dalla poesia ripelliniana appare non dissimile dallo sgomento avvertito dall’uomo barocco nel momento in cui era entrata in crisi la concezione rinascimentale che poneva l’uomo al centro dell’universo. L’uomo barocco, trovandosi improvvisamente catapultato in un cosmo infinito, vi si aggirava stupefatto, sbigottito, ormai privo di certezze, alla ricerca di un nuovo equilibrio, di nuovi pilastri di orientamento cui ancorare le ragioni dell’esistenza, con la coscienza dell’ingannevolezza del fenomenico, della relatività dei rapporti tra le cose e delle sue stesse conoscenze. Se, comunque, le cennate sensazioni di smarrimento e di disorientamento generavano nell’uomo barocco un senso di vitale meraviglia di fronte all’infinito dilatarsi dell’universo, al moltiplicarsi incessante-inesauribile e al mutarsi delle forme e delle parvenze del reale, che si rifletteva sulla scrittura poetica (in cui si affinavano gli apparati linguistico-retorici e metrico-stilistici e la metafora spiccava quale speciale strumento per sintetizzare la rappresentazione di un universo effimero e cangiante) come esigenza di adeguare pensiero ed espressione alla nuova, non più statica ma dinamica, visione della realtà, decisamente disperato e tragico risulta il sostrato della sensazione di panico che anima l’invenzione lirica ripelliniana: quasi che, a originare quella sensazione, sia l’oscura, angosciante percezione, da parte dell’io, di un esistere pencolante sull’abisso del Nulla.

La stessa meraviglia, fine precipuo delle stilizzazioni liriche del poeta barocco – si richiama, in proposito, l’asserzione del Marino, contenuta nella Fischiata XXXIII della Murtoleide: «È del poeta il fin la meraviglia; / parlo dell’eccellente, non del goffo: / chi non sa far stupir vada alla striglia» –, pare acquistare, nei componimenti ripelliniani (spia dello sconvolgimento gnoseologico ed etico che squassa l’animo dell’autore e ne influenza la Weltanschauung), una funzione di meraviglia del negativo: degli aspetti più ambigui e tragici della realtà e della Storia, colti e liricamente stilizzati, con un pessimismo pressoché assoluto, dall’angolo prospettico di una totale negazione barocca e di una visione complessiva del mondo quale effimero e ingannevole teatro, sul cui proscenio l’uomo, per resistere ed esistere, deve travestirsi, camuffarsi, truccarsi senza tregua, e rappresentare, con furiosa-ironica disperazione, la ridicola, sconclusionata, inutile e grottesca pantomima che è l’esistenza. Barocco, dunque, non come mero fatto retorico, e neppure come categoria storica o metastorica; barocco, piuttosto, come personale spazio immaginativo-fantastico e poetico nel quale l’io dibatte e combatte l’idea, ossessiva, tormentosa, della morte; e, nel contempo, come scelta di stile, approntamento di un attrezzatissimo laboratorio di permanente sperimentazione e provocazione: uno scrutare in avanti a occhi ben sgranati, fingendo, e lasciando credere, di stare arroccati in posizioni di retroguardia.

Le prime raccolte poetiche ripelliniane lasciano trasparire, sparse ma visibili, tracce paesaggistiche («i negozi chiudono a Vienna»[41]), figurali («Koltońscki, inzuppato di pioggia»[42]), di oggetti («la statuetta rococò di Viatka»[43]), letterarie («Siamo a Kalda, all’estrema stazione del mondo»[44]), pittoriche («i quadri di Klee»[45], «l’urlo di Munch[46]), musicali («a scherzare / come Despina»[47], «germina un quartetto di Janáček»[48], «Non ci sarà Papageno a tener desti i tuoi rami»[49]), riferibili a situazioni, a personaggi e ad atmosfere di una Mitteleuropa ancora distante, da fondale («Franz Kafka mi ha inviato mille corone / con sua nipote»[50]), la cui funzione sembra essere quella di alimentare il kitsch cupo, da fortezza, legato al «basso continuo della sofferenza»[51] che strazia il poeta. I componimenti delle raccolte a partire da Notizie dal diluvio, invece, proiettano violentemente in primo piano un kitsch più corrusco, più contornato e nitido, avvertito come presenza attuale, assorbente piuttosto che ingombrante, di una Mitteleuropa vissuta come memoria letteraria e come patria del cuore. Si tratta, tuttavia, non della Mitteleuropa dello «spumeggiante sfarzo di Vienna, […], del-[la] beata spensieratezza dell’Austria felix»[52], bensì di quella, un po’ più spostata verso oriente, della “magica” Praga, confluenza e coagulo di stili, di umori, di culture, di civiltà: la Praga delle strade e del ghetto, dei palazzi e delle cupole, dei passaggi misteriosi, del respiro fumoso delle locande, dei cortili, dove si aggirano essenze metafisiche, medianiche silhouettes, inquietanti ombre jiddisch, e tutta una congerie di creature – saltimbanchi, equilibristi, venditori di oroscopi, imbonitori, clowns, menestrelli, funamboli, violinisti, tavernieri, arlecchini, maghi, ciarlatani – stralunate e marginali. Di conseguenza, una Mitteleuropa segno e memoria di memorie, traccia indelebile e non sbavata nostalgia, e della quale nei versi rimane, alimentato da una forte tensione stilistica ed etica, un gioco di segrete, impervie allegorie.

Degli aspetti, degli oggetti, delle figure, dei nomina di questa Mitteleuropa si nutrono in particolare i tessuti versici di Notizie dal diluvio e di Sinfonietta, con un’ebbra, furibonda, arcimboldesca molteplicità di rimandi e reminiscenze (immagini di Klee e di Magritte, motivi di Janáček e di Mahler, agganci e incastri di suoni, preziosità linguistiche e sintattiche, citazioni, contaminazioni criptiche, palesi, dirette, indirette, scorciate, falsate, succose linfe boeme e baluginanti fulgori barocchi); mentre, nelle strutture compositive delle ultime raccolte – Lo splendido violino verde e Autunnale barocco[53], pur rimanendone intatte sia la trama e l’orditura della molteplicità dei rimandi e delle reminiscenze, sia l’appena indicato intarsio linguistico, sintattico e delle interpolazioni intratestuali, nonché le tumescenze aggrovigliate delle figurazioni barocche e il clangore da baraonda degli effetti musicali (vocalismi, allitterazioni, stridori assonantici, bisticci di paronomasie, sonorità di gragnuole omofoniche, “improvvisi” da tiritera infinita di enjambements), lo spericolato icarismo stilistico sembra allentare un poco il suo forsennato e vorticoso impeto di totale teatralizzazione-spettacolarizzazione delle emergenze della realtà, per lasciare maggior spazio a un’ironia acre, malinconiosa, forse più riflessiva e cosciente di coreografare – tra riottose tenerezze e tetraggini grifagne, tra esplosioni di pirotecniche allegrie («un grullo sorriso posticcio») e accenni di funerei presagi – un estremo e, comunque, fatuo balletto sul ciglio del Nulla.

Ecco perché i componimenti dello Splendido violino verde e di Autunnale barocco si collocano sul discrimine fra vitale necessità dell’invenzione-rappresentazione poetica della realtà e lucida consapevolezza dell’inutilità disperante di essa. Da un lato vi perdura, infatti, l’esigenza dell’io, giustificata dal consueto, ossessivo fine di giocare a nascondere con la morte, d’inventarsi, con la parola, nel teatrino della parola, un universo parallelo o alternativo a quello reale, fantasioso ma possibile, gioioso e interamente vivibile. Sicché, nella furia enumerativa dei versi, spiccano, tra gli altri oggetti, i ceri accesi, le candele in consunzione, i fiochi lumi, che attenuano la luce, che generano penombre e ombre dalle quali può sbucare un Buster Keaton o Charlot in bombetta e bastone – i buffi tristi –; oppure lo spazio di una stanza può smarginare in favolose Cimelie o Szuflade o Vetralie o Kakatukke, o in Eldoradi-Paraguay («Si cruccia della solitudine e aspetta / sempre un cugino dal Paraguay, / un dottor Jazz con la sua Bugatti cachettica, / che non verrà mai / […]. Eppure ha bisogno di Luoghi Comuni, di ciarla, / di musichette al glucosio, di gàrrule tortore, / di calabroni saccenti, di contrabbassi, / di tutto il bailamme che tiene a bada la morte»)[54]. Dall’altro, prima vi s’insinua sub specie di angoscioso interrogativo («Chi potrò salvare con gli stracci dei versi, / con questo ingordo viluppo di inutilezze, / con questa inguaribile malsanía di parole, / ora che il gasolio delira e il carovita vaneggia / e lo zucchero muore? / Chi potrò soccorrere col balsamo delle metafore, / di cui in gioventù ho fatto incetta, / se io stesso ho paura delle vuote domeniche / e delle notti senza un filo di luce / e dell’isoscele pioggia, di questa belletta che intride le reni? […]»)[55] e poi vi si fa strada, nella forma del dubbio dilacerante («Mio Dio, che torbida sera. / Grondano pece i tamburi. / E Scraps li annusa come fossero miele / […]. Mi tagliano il cuore gli archetti, / e tra i cocci e i brandelli di questo deserto / chi può rendermi certo / che sono vivo / che ha un senso quello che scrivo / nel lugubre argento del lume? […]»)[56], la sconsolata-agghiacciante certezza che l’universo altro dal poeta stesso inventato; la parola che lo comunica, la quale, già in Sinfonietta, cominciava a presentarglisi “sparuta” («Le parole sparute che scrivo / non hanno virtù di salvarmi / come i talismani e i pentacoli […]»)[57]; la teatralizzazione-spettacolarizzazione sfrenata della parola che è la sua poesia («questa candida lebbra», questa «cicalería da fanciulla»)[58] non costituiscano che nomi vuoti, inutili, falsi, che non servono a nulla, a salvare nulla e nessuno, a definire alcunché: «Nomi che non rivestono cose / nomi vuoti, pieni di falsía»[59].

Intanto, ancora nello Splendido violino verde, fra dubbi e provvidenziali riprese, l’illusione-mito resiste, anche se non si tratta più di un’illusione-mito di tipo consolatorio («Ma non bastano per consolarti le pingui parole»)[60], bensì di una mera formula magica o di un rito di scongiuro, di cui non si possa o non si sappia più fare a meno («il bailamme che tiene a bada la morte»). Forse l’avanzare dell’età, la vecchiaia vicina, la cruda e implacabile verità della vita hanno ora imbrigliato e un poco immalinconito il funambolico gioco dell’io. Il quale non rinuncia all’abitudine dei suoi travestimenti e delle sue sarabande sonoro-stilistiche e figurali, ma, di fronte al quadro di desolazione e di caduco che gli offre il reale nell’unica prospettiva ormai ravvicinata della morte, indossa ancora la sua palandrana pagliaccia, imbraccia il suo sgangherato-splendido violino verde e attacca, da guitto, da menestrello, da vendifrottole, da Fregoli, da incantatore incantato, la sua straziante, dolcissima sinfonietta, perché la vita sia, fino all’ultimo, gioia, spettacolo, teatro, musica, clamore che distragga la morte, circo, fiera, calderoniano sueño.

Il tratto demoniaco, incarnato dal personaggio che nei versi dice “io”, si trasforma in angelicante: l’io-Scardanelli (e i varî suoi doppî, signori Gobellino, Abellino, Vanellino, personaggi da seicentesca Commedia dell’Arte; ma, nello Splendido violino verde e in Autunnale barocco, accanto a Scardanelli e al dottor Spallanzani, figura, quest’ultima, di inequivocabile marca hoffmanniana, compare anche un «Ripellino») ‒ che si commuove per la partenza dei comici, avvertendo «pesanza» nel cuore e trasforma quella partenza nell’altra: degli ufficiali «con fanfara» del quarto atto della čecoviana Le tre sorelle, in cui finge di entrare, se non da protagonista, quanto meno da comparsa[61]; che diventa sempre più malinconico, sentimentale e «maldestro», tanto da dedicarsi al giardinaggio, da far visita alle vecchine o da andare a conversare con un Dio vecchio e solo, diabetico, «infiacchito da eccessi di tenerezza»[62] nella polverosa bottega di orologiaio ove si è ritirato[63] ‒ gioca le sue residue carte false per attestare, senza ombre di dubbio, la sua inconsistenza di personaggio, la sua finzione d’essere: la sua non-esistenza coincidente, sintomaticamente, con la quasi inconsistenza esistenziale, la quasi non-esistenza, di chi gli fornisce anima e stilizzazione poetica.

Il discorso inventivo, per questa via, non poteva che accorciarsi nell’epigrammatico o assottigliarsi in una sorta di gnomico-grottesco teso al metafisico. Scardanelli, d’altronde, sembra aver raffreddato i propri bollenti spiriti: se va a trovare Dio con la scusa di farsi riparare una pèndola, in realtà, più che per dare o ricevere compagnia e chiacchierare, è per ascoltare e cominciare a esaminare il «campionario / di ambròsie e di archètipi di trascendenza»[64]. E, se ancora frequenta salotti, se vi continua a suonare il pianoforte come un tempo, sta sempre “di là” ormai, in luoghi attigui, come un fantasma di cui si avverta la presenza, e la sua musica si è fatta «amara», perché egli non può più assaggiare le delizie della vita («Non fate chiasso coi cucchiaini: / nell’attiguo salotto Scardanelli continua a sonare. / La torta ha bizzarri pinnacoli e gai lanternini, / ma egli non la può assaggiare. / E perciò è così amara la sua musica […]»)[65].

Ecco, questo è il Ripellino ultimo di Autunnale barocco: il Ripellino che convoca, per l’addio, tutti i suoi fantasmi e non esita a confessare a ciascuno la propria pena per il tarlo della vecchiaia che gli frantuma i sogni («Ora, già vecchio, comincio a capire / il linguaggio del lago, il pigolío delle dalie, le ire / degli ubriachi gerani. / […] Dietro quei monti villani / si annida un paese incantato, / ma non potremo giungervi mai […]»)[66], per le costrizioni della malattia e per il gelo della solitudine («A mano a mano si fa sempre più squallida / e deserta la casa […]. / Vi si incontrano angeli sempre più stolidi, / incrostati di muffa e di bava, / angeli claudicanti e molto grigi […]»)[67], per la fine della festa della vita («La rumorosa festa ha dato fondo / a tutte le cibarie. Ora fa freddo, / e non c’è più nulla da mangiare. / Sono chiusi i negozi, dorme il mondo […]»[68]: «[…] Malumore di fine carnevale. / Come Agar è scacciata l’intrusa allegria / e spadroneggia la malinconia, / spazzando domino e gale / festoni e stelle filanti. / È finito il tempo di ballare […]»)[69].

Prevale, nell’atmosfera cupa, di chiusa disperazione evocata dai versi, il sentimento, barocco, di disfacimento in atto, della corruzione e della decomposizione avviate e inarrestabili, metaforizzato da «Tutto il dolciume natalizio della morte»[70] che il poeta si sente piombare addosso «con macabro splendore»[71] ed esplicitamente dichiarato nel cupio dissolvi che sono i quattro versi della poesia n. 72 di Autunnale barocco: «Volare via da me stesso / come un uccello migratore, / da questo roveto, da questo malessere, / da questo perenne dolore».

E in questo sentimento, spesso sublimemente ironizzato fino al grottesco, s’intrufola, come accade a chi sia impegnato nel definitivo braccio di ferro con la “Gelida”, la memoria struggente dell’origine, sia come recupero di volti, di gesti, di paesaggi, di figure e profumi e sapori della propria infanzia lontana («Il buon tempo antico era la grossa mela / posata su una nuvola d’ovatta, / uno specchio barocco con una succosa candela, / una rosa rossa spampanata. / Il buon tempo antico era mia madre / col macinino del caffè tra le ginocchia, / e le nere gelse e i sonagli del mare […] / Era il calduccio di casa nelle umide sere, / l’infuso di tolù, menta e limone / e i pupi di zucchero sul canterano […]»[72]; «[…] Ma almeno / portarsi il caldo ovino del presepe / fino alla fine, l’acerba flagranza / del latte succhiato, il candore di cigno / dell’infanzia»)[73]; sia come nostalgico rispecchiamento nell’immagine infantile della nipotina Daria[74].

Sotto questo profilo, non si può dubitare che Ripellino riveli la sua matrice di poeta italiano, mediterraneo, che alle spalle ha la tradizione occidentale del grottesco: da Plauto alla Commedia dell’Arte, dall’Opera Buffa a Pirandello. E qui il cerchio sembra chiudersi, specie se si raffrontino talune risultanze testuali, disseminate nelle raccolte del nostro poeta («È che un tragico è sempre un buffone»[75], per esempio; oppure: «Grande è la buffonería del dolore»)[76], con la definizione pirandelliana della vita come «una molto triste buffoneria – si noti la perfetta coincidenza terminologica – poiché abbiamo in noi, senza poter sapere né come né perché né da chi, la necessità di ingannare di continuo noi stessi con la spontanea creazione di una realtà […] la quale di tratto in tratto si scopre vana e illusoria»[77]. E se si tenga conto che altre emergenze testuali dimostrano come Ripellino non abbia mai definitivamente reciso le sue radici con l’humus culturale dell’isola nativa. Si legga, a quest’ultimo proposito, la definizione ironico-grottesca – «l’africano di Pietroburgo» – che il poeta di sé fornisce in Autunnale barocco[78]; si ponga attenzione ai più decisi riferimenti alla propria origine siciliana contenuti in Sinfonietta («C’è sempre un coro di scialli neri, / che mi trascino dal fondo di un’isola […]»)[79] e nello Splendido violino verde («Porto in me un paesaggio ferroviario / con luce minerale di limone, / con arance accecanti e lunghi fili / di canutiglia e bracci di binario. / Dentro la mia notte infuria un treno, / un hidalgo spocchioso, uno spaccone. / Va da Lercara Friddi a Magazzolo […]»[80]; si veda anche, nel componimento n. 36 della stessa raccolta, l’immagine della città barocca, che «si gonfia fino alle stelle / coi carciofi verdognoli delle sue cupole, / […] non Praga, ma un’altra»: Palermo!)[81]. Si consideri, infine, la presenza, accanto a morfemi dotti, a termini appartenenti alle varie discipline specialistiche (pittoriche, letterarie, musicali) o di provenienza mitteleuropea e slava, della residua traccia di un vocabolario vernacolare siciliano, sia pure in forma italianizzata, adoperato come lingua della poesia: «bastàsi», «incìgnano», «allumàte», «femminelle» e «caraffa» in Notizie dal diluvio[82]; «alloppia», «fantasima», «vecchiarone», «assettatuzza», «sciancàto», «allòppiano», «parpaglioni», «casciolella», «càntaro», in Sinfonietta[83]; «azzeccòsa», «cànteri», «ròsica», «gentilùzze», «sconocchiato», «canteràni», «zàgara», «intabbaccate» nello Splendido violino verde[84]; «pazzòtico», «assennatuzza», «spampanàta», «canteràno», «stradùzze», «mafia», in Autunnale barocco[85].

Sul piano della stilizzazione, nei testi poetici ripelliniani – da Non un giorno ma adesso ad Autunnale barocco – si addensano gli elementi linguistici e i riferimenti culturali più disparati. Vi si ritrovano, pertanto, rimandi al Quartetto per archi e alla Volpe furba di Leoš Janáček, all’opera buffa mozartiana Così fan tutte, alla Zauberflöte e al Don Giovanni, ai Lieder e alle sinfonie di Mahler, alle Danze slave di Dvořák, alla musica di Weber e a quella jazz; accenni alla pittura di Klee, di Max Ernst, di Kandinskij, di Velasquez, di Bosch, del Veronese, di Goya; prestiti dalle figurine grottesche di Hoffmann, dai romantici boemi, dai surrealisti praghesi e dal Due-Trecento poetico italiano («malsanía», «affrantura» ed «esvaliato» da Jacopone da Todi; «follore» da Guittone d’Arezzo; «brago», «occhi di bragia», «ciacco», «lurchi», «arto», «loquela» e «cachinni» da Dante; «bozzagro», «begolardo», «mescianza» e «gherone» da Cecco Angiolieri; «corrotto» da Cecco d’Ascoli e da Boccaccio, «agghiada» da Cino da Pistoia; e ancora: «orranza», «rancura», «guarnello», «ordura», «pesanza» etc.), dal nostro Cinquecento (in particolare dalla commedia Il Candelaio di Giordano Bruno: «fanfaluchi», «gravìgradi», «amostanti» etc.) e dal nostro Novecento («schieràni», «lèmuri», «monili», «cernecchi», «croco», «biffa», «falotico» da Montale).

Vi si ritrovano, inoltre, insieme con morfemi attinti all’attualità («vasi di Tiffany», «i gemini, i cosmos, i calcolatori, le antenne», «frittelle di auto schiacciate», «e parlano / di pudicizia, di amore, di patria, di Onassis», «Ballonzola il Carovita», «pesano persino il prezzemolo», «siamo fili che oscillano ad ogni soffio / come i mobiles del signor Calder», «Non c’è Nescafé che consoli…»), innesti di vocaboli cechi e slavi («ulano», «bratislave», «colbacchi», «kolende», «katorghe», «klikusci», «usake», «kobieta», «fintiflijùscka», «vodka», «memlinc», «dacia» etc.) o di animali appartenenti al bestiario fantastico medievale («gattigrù», «Anubio dal becco storto di squallido tapiro», «gatto padule») o attinti dalla rubriche taurine etc.

Tutti questi materiali semantici, peraltro, compaiono contestualmente nei versi, come l’effetto di una sorta di sincretismo, che simuli l’assiduo collage mentale degli elementi più imprevedibili e distanti e anche (all’apparenza) inconciliabili, all’io offerti dalla fenomenologia del reale. Il fatto è che, in connessione con la sua “professura”, Ripellino aveva avuto occasione di smontare, da studioso, interi sistemi di scrittura poetica – quello dei simbolisti russi, il Cubofuturismo in sé e negli influssi esercitati sul primo Majakovskij, su Chlebnicov, sui dadaisti tedeschi, sui barocchi boemi e i surrealisti praghesi, oltre ai nostri, primitivi, a Dante e al Dolce stil novo, ai barocchi italiani e spagnoli e, naturalmente, al Novecento – e di analizzare, da poeta in proprio, i poteri e i limiti della parola.

Si capisce allora perché l’io, torturato dalla “malsanìa”, possa definirsi «una squallida quaresima, / un palco d’ossa e di stecchi: un’India arsiccia»[86]; come l’acqua possa essere «jazz»[87]; la pioggia «contorsionista e fanatica», «isoscele», «scalena»[88], grondante «come gli urlanti capelli dei Beatles»[89]; e la morte «la senza ginocchia, la figlia di Bruegel»[90] o «la gelida, / verde, baffuta, pestilenziale Gertrude»[91]; la poesia «Sweetheart, mio violino»[92]; la Storia «Gewalt, la vecchia trafficante / dal naso rosso»[93]; la fantasia «Zauberflöte»[94]; la vita «Mozart»[95] e «arlecchina»[96] e «gaglioffa»[97]; il vento ora «corvo»[98] ora «barabba»[99] ora «unicorno»[100]; il cuore «ghetto»[101]; le dame «bottiglie»[102]; la luce «pagliaccia»[103] e «colomba»[104]; l’autunno «bettoliere»[105]; i gabbiani «tromboni»[106]; la stradaccia «ciacca»[107]; e la notte «Goya»[108], «etiopessa»[109] e «teatro»[110].

In generale, si può osservare (ma le notazioni hanno carattere meramente esemplificativo e non esaustivo) che il linguaggio poetico ripelliniano si istituzionalizza su una serie di forzature e di deformazioni del lessico ordinario, le une e le altre imbrigliate in una girandola incandescente di figure retoriche e virtuosità tecniche. La più evidente forzatura consiste nell’uso in forma sostantivale della preposizione “nonostante” (nella Fortezza d’Alvernia, in Notizie dal diluvio e nello Splendido violino verde) e dell’avverbio di tempo “oggidì”, donde l’“oggidiano” che compare nel sesto verso del componimento n. 50 dello Splendido violino verde.

Non mancano, tuttavia, forzature d’altro genere: l’impiego, nella forma aggettivale con desinenza in “-ìa” marcata dall’accento acuto, di forme sostantivali (per esempio: «malsanía», «tenebría», «capigliaría», «primería», «estranía», «ricadía», nella Fortezza d’Alvernia[111]; «ballería», «mattía», «barrería», «cicalería», «fonía», «minutería», in Notizie dal diluvio[112]; «estranía», «ciurmería», «malsanía», «diavolería», «balía», «demonía», in Sinfonietta[113]; «Schickería», «cicalería», «malsanía», «baronía», «buffonería», «streghería», nello Splendido violino verde[114]; «falsía», in Autunnale barocco[115]; ovvero con desinenze in «esco», «eschi», «esca», «esche», che riproducono mimeticamente suoni simili a quelli prodotti dalle parlate slavofone (per esempio: «turlupinesco», «stregonesco», «diavolesco», «canaglieschi», «chagalleschi», «topeschi», nella Fortezza d’Alvernia[116]; «violinesco», «clownesco», «gruesco», «farsesche», «coniglieschi», «diavolesca», «ballateschi», «demoniesca», in Notizie dal diluvio[117]; «asinesche», «boiesco», «topesco», «streghesche», in Sinfonietta[118]; «burlesco», «arabesco», «gaglioffesca», «guittesco», «clowneschi», «fanfaronesca», «turcheschi», nello Splendido violino verde[119]; «farsesco» e «maneschi», in Autunnale barocco[120].

Inoltre – frammisti a una vasta gamma di morfemi astratti, tutti di derivazione aggettivale (per esempio: «amarità», «nudezza», «stremità», «spessezza», «sparutezza», «terribilità», «mellifluità», «inutilezze», «torbidezza», «fragilezza», «scaltrinezza», «afrezza», «fracidezza» etc.), e a un altrettanto ampio ventaglio di termini aulici (per esempio: «ruine», «diruta», «putisci», «luteo», «inopia», «simulacro», «manto», «immantinente», «rabescato», «meriggi», «sembianze», «stolidi», «gocciole», «duolo», «brama», «gaudioso», «tizzo», «coltre», «beltà») –, non difettano né i sostantivi adoperati in funzione aggettivale di altri sostantivi («sparviera tristezza», «sole eunuco», «palandrana pagliaccia», nella Fortezza d’Alvernia[121]; «femmina pioggia», «palandrane babbuine», «cielo gabbiano», in Notizie dal diluvio[122]; «memoria stregona», «animuccia coniglia», «anima amazzone», «notte beghina», «poesia saltimbanca», «luce pagliaccia», «luna limone», in Sinfonietta[123]; «ciacca stradaccia», «rigattiera cuccagna», «pioggia contorsionista», «mano ciabatta», «notte teatro», «bombette pagliacce», «vita arlecchina», nello Splendido violino verde[124]; «terra pagliaccia», «notte vetraia», «gonne gazzelle», «autunno bettoliere», «luce colomba», in Autunnale barocco)[125] né i cognomi di personaggi illustri, anch’essi adoperati con funzione aggettivale e insieme astrattizzante («vita-mozart», e «stupido ovidio», in Notizie dal diluvio; «rotondi adami», in Sinfonietta; «notte-Goya» e «vento barabba», nello Splendido violino verde).

Significativo è, ancora, l’impiego di taluni nomi di personaggi della cronaca con l’intento di ricavarne figurazioni allegoriche, emblematiche del nostro tempo. Questi nomi compaiono nei versi con l’iniziale minuscola («mi zufola un gazzelloni sul flauto»; «parole succhiose ed ammicchi cagliostri»; «mi sbirciano, / per commuovermi come un corazzini»; «Mille milve violacee mi appaiono da mille porte»; «Perché lo scruta così torvamente […] / il sensale di agnelli?») e stilizzano, in modo potentemente espressivo e figuralmente icastico-perentorio, il senso dei terrori che assediano e ossessionano l’io.

Esteso e assai variegato vi risulta anche il catalogo delle figure retoriche attivate dalla stilizzazione. Nel discorso lirico vertiginosamente paratattico e asindetico, spiccano le allitterazioni, spesso con incremento, decremento e inversione di gruppi sillabici omofoni («fioche fiamme», «mala mescianza», «turista turibolo», «mazzuolo macchiate», «trucioli truci di tralci intrecciano croci», «corde ormai sorde di ricordi», nella Fortezza d’Alvernia; «violaceo violino», «gioia gioconda», «logora gora», «freddo friggere di fruste / sui fracassi», «di mollica molto muffiti», «selve proterve», «versi venti roventi», «coda colante di una cometa», in Notizie dal diluvio; «muta màdia», «mutevole maga», «frivola folla di foglie», «miccia molliccia», «lunghi lucignoli», «voragine vorace», «stolte storielle», «occhi di allocchi», «inferto feroci ferite», «vecchi velieri invetriati vacillano», «concava conca», «posticci feticci», «vecchio sguardo delle beguarde», in Sinfonietta; «allocchi avviliti», «buffi barboni», «fantocci farciti di fecciosa», «bruciata brughiera», «amaro autunno», «l’ombra dei bracconieri braccati», «barcollante baraonda», «verdastro velluto», «predato prodigio», «grumi di agrumi», nello Splendido violino verde; «tintinnano tetre», «vino verde», «rossa rosa», «Castrone, criticastro cattivo», «puntuti pinguini», «pigoli pazzi di passeri», in Autunnale barocco.

Vi si rinvengono, infine, la paronomasia («abili alibi», «ribalda ribalta», «candide foglie candite»), l’epanadiplosi («Passato, perduto passato»), la paronomasia con l’epanadiplosi insieme nello stesso verso («folli ofelie feline ofelie folli»), il chiasmo («cantavano gli alberi / le navicelle cantavano»), l’epanalepsi («L’autunno brucia col suo sigaro le foglie, / le foglie morenti […]»), l’epanafora («Lamparna: ecco che è tutto questo / arruffìo di minuscoli omini. / Lumparna: il maldestro arrampicarsi di insetti falliti. / Lumparna […]»).

Con questo mélange détonant di virtuosità tecnico-retoriche, stilistico-musicali e figurali, che ne rendono un unicum nel quadro della cultura poetica del Novecento, Angelo Maria Ripellino esorcizzava la morte e si reinventava continuamente la favola della vita. Ridicolizzandone, tuttavia, l’enfasi, la vacuità, l’arroganza citrulla: da «Hanna Schygulla, / sciantosa di varietà, sulla riva / del Nulla»[126].

 

 

 

 

  1. L’intervista, in forma di autosaggio, intitolata Di me, delle mie sinfoniette, gli era stata sollecitata da Giacinto Spagnoletti nel 1975; ora si può leggere nel volume A. M. Ripellino, Poesie 1952-1978, a cura di A. Fo, A. Pane, C. Vela, Torino, Einaudi, 1990, pp. 249 e sgg.

  2. Ibidem.

  3. A. M. Ripellino, Letteratura come itinerario nel meraviglioso, Torino, Einaudi, 1968, p. 11.

  4. A. M. Ripellino, Solanum Dulcamara, in Id., Non un giorno ma adesso, Roma, Edizioni Grafica, 1960, stampata dal pittore Achille Perilli, che ne ha accompagnato i componimenti con suoi disegni (ora leggibile in A. M. Ripellino, La fortezza d’Alvernia, Milano, Rizzoli, 1967).

  5. Cfr. L. De Nardis, La corrispondenza tra critica e poesia, in «Nuova Rivista Europea», marzo-giugno 1979, p. 103.

  6. Torino, Einaudi, 1972; comprende anche i componimenti di Notizie dal diluvio, apparsi presso lo stesso editore nel 1969.

  7. A. M. Ripellino, Congedo a La fortezza d’Alvernia, op. cit., p. 134.

  8. Il Barocco, vale la pena di ricordarlo, si esprime sempre in un virtuosismo tecnico e stilistico stupefacente, che non si realizza inconsciamente o per caso, ma è voluto, cercato e posto in essere mediante la messa a punto di un preciso programma di lavoro in tale direzione. Proprio Gianbattista Marino assegnava al poeta il fine di meravigliare, ma la meraviglia del poeta barocco “traduce in primo luogo lo stupore di fronte all’infinita varietà dei linguaggi e, correlativamente, delle cose, per un universo tutto da inventare e nominare, e anche per gli aspetti più inquietanti di esso” (cfr. G. Bàrberi Squarotti, in Dizionario della letteratura mondiale del ’900, Roma, Edizioni Paoline, 1980, vol. I, p. 235).

  9. S. Lanuzza, L’apprendista sciamano, Messina-Firenze, D’Anna, 1979, p. 133.

  10. A. M. Ripellino, Congedo a La fortezza d’Alvernia, op. cit., p. 129.

  11. Ibidem.

  12. Ivi, componimento n. 22.

  13. Ivi, componimento n. 3.

  14. Ivi, componimento n. 10.

  15. Ivi, componimento n. 35.

  16. Ivi, componimento n. 45.

  17. Ivi, componimento n. 18.

  18. Ivi, componimento n. 4.

  19. Ivi, componimento n. 1.

  20. Ivi, componimento n. 14.

  21. Ivi, componimento n. 5.

  22. Ivi, componimento n. 33.

  23. Ivi, componimento n. 7.

  24. A. M. Ripellino, Congedo a La fortezza d’Alvernia, op. cit., p. 129.

  25. Ivi, p. 134.

  26. Ibidem.

  27. Cfr. A. M. Ripellino, Sinfonietta, op. cit., componimento n. 1.

  28. Da A. M. Ripellino, Notizie dal diluvio, op. cit., componimento n. 2.

  29. Ibidem.

  30. Da A. M. Ripellino, Notizie dal Diluvio, op. cit., componimento n. 22.

  31. Ivi, dal componimento n. 30.

  32. Ibidem.

  33. Ivi, dal componimento n. 33.

  34. Ibidem.

  35. Ibidem.

  36. Ivi, dai componimenti nn. 28, 45 e 51.

  37. Ivi, dal componimento n. 14.

  38. Ivi, dal componimento n. 34.

  39. Ivi, dal componimento n. 74.

  40. Ivi, dal componimento n. 14.

  41. A. M. Ripellino, La fortezza d’Alvernia, op. cit., componimento n. 2.

  42. A. M. Ripellino, Come cilindri, in Non un giorno ma adesso (poi, nella Fortezza d’Alvernia, op. cit., p. 113).

  43. A. M. Ripellino, Storia d’una sardina decapitata, in Id., La fortezza d’Alvernia, op. cit., p. 65.

  44. Da A. M. Ripellino, La fortezza d’Alvernia, op. cit., componimento n. 4.

  45. Ivi, componimento n. 17.

  46. Ivi, componimento n. 20.

  47. Ivi, componimento n. 34.

  48. A. M. Ripellino, Cignus Iscanus, in Id., Non un giorno ma adesso (poi nella Fortezza d’Alvernia, op. cit., p. 118).

  49. Da A. M. Ripellino, Fortezza d’Alvernia, op. cit., componimento n. 48.

  50. Ivi, componimento n. 4.

  51. A. M. Ripellino, Congedo alla Fortezza d’Alvernia, op. cit., p. 131.

  52. A. M. Ripellino, Praga magica, Torino, Einaudi, 1973, p. 309.

  53. Pubblicati, rispettivamente, a Torino (Einaudi, 1976) e a Milano (Guanda, 1977).

  54. A. M. Ripellino, Lo splendido violino verde, op. cit., componimento n. 7.

  55. Ivi, componimento n. 32.

  56. Ivi, componimento n. 54.

  57. A. M. Ripellino, Sinfonietta, op. cit., n. 36.

  58. A. M. Ripellino, Lo Splendido violino verde, op. cit., componimento n. 3.

  59. A. M. Ripellino, Autunnale barocco, op. cit., componimento n. 31.

  60. A. M. Ripellino, Lo splendido violino verde, op. cit., componimento n. 4.

  61. Cfr. A. M. Ripellino, Notizie dal diluvio, op. cit., componimento n. 76.

  62. Ivi, componimento n. 65.

  63. Ibidem.

  64. Ibidem.

  65. Da A. M. Ripellino, Autunnale barocco, op. cit., componimento n. 68.

  66. Ivi, dal componimento n. 79.

  67. Ibidem.

  68. Ivi, dal componimento n. 65.

  69. Ivi, dal componimento n. 69.

  70. Ivi, dal componimento n. 80.

  71. Ivi, dal componimento n. 14.

  72. Ivi, dal componimento n. 49.

  73. Ivi, dal componimento n. 53 (cfr. anche il componimento n. 14).

  74. Cfr. A. M. Ripellino, Stenolux per la bambina Daria, che chiude Autunnale barocco, op. cit.

  75. Cfr. A. M. Ripellino, Lo splendido violino verde, op. cit., componimento n. 74.

  76. Ivi, dal componimento n. 72.

  77. L. Pirandello, Saggi, poesie e scritti varii, Milano, Mondadori, 1960, pp. 1285-86.

  78. A. M. Ripellino, Autunnale barocco, op. cit., dal componimento n. 77.

  79. Ivi, dal componimento n. 44.

  80. Ivi, dal componimento n. 35.

  81. Roma-Praga-Palermo: le città in cui «mi sembra inscritto il vacillante triangolo della mia vita» (cfr. A. M. Ripellino, Praga magica, op. cit., p. 324).

  82. A. M. Ripellino, Notizie dal diluvio, op. cit., dai componimenti nn. 24, 30, 37, 40 e 77.

  83. A. M. Ripellino, Sinfonietta, op. cit., dai componimenti nn. 7, 13, 17, 32, 36, 42, 50, 72 e 73.

  84. A. M. Ripellino, Lo splendido violino verde, op. cit., dai componimenti nn. 12, 5, 18, 39, 60 (due), 70, 73.

  85. A. M. Ripellino, Autunnale barocco, op. cit., dai componimenti nn. 19, 47, 49, 58 e 64.

  86. A. M. Ripellino, La fortezza d’Alvernia, op. cit., dal componimento n. 2.

  87. A. M. Ripellino, Così cosi, in Id., Non un giorno ma adesso, op. cit.

  88. A. M. Ripellino, Lo splendido violino verde, op. cit., componimenti nn. 11, 32 e 66.

  89. A. M. Ripellino, La fortezza d’Alvernia, op. cit., componimento n. 17.

  90. Ivi, componimento n. 6.

  91. A. M. Ripellino, Sinfonietta, op. cit., componimento n. 54.

  92. A. M. Ripellino, Notizie dal diluvio, op. cit., componimento n. 1.

  93. Ivi, componimento n. 33.

  94. A. M. Ripellino, La fortezza d’Alvernia, op. cit., componimento n. 33.

  95. A. M. Ripellino, Notizie dal diluvio, op. cit., componimento n. 69.

  96. A. M. Ripellino, Lo splendido violino verde, op. cit., componimento n. 86.

  97. A. M. Ripellino, Autunnale barocco, op. cit., componimento n. 6.

  98. A. M. Ripellino, Sinfonietta, op. cit., componimento n. 24.

  99. A. M. Ripellino, Lo splendido violino verde, op. cit., componimento n. 79.

  100. A. M. Ripellino, La fortezza d’Alvernia, op. cit., componimento n. 41.

  101. A. M. Ripellino, Sinfonietta, op. cit., componimento n. 7.

  102. Ivi, componimento n. 64.

  103. Ivi, componimento n. 54.

  104. A. M. Ripellino, Autunnale barocco, op. cit., componimento a p. 103.

  105. Ivi, componimento n. 82.

  106. A. M. Ripellino, Sinfonietta, op. cit., componimento n. 64.

  107. A. M. Ripellino, Lo splendido violino verde, op. cit., componimento n. 5.

  108. Ivi, componimento n. 15.

  109. A. M. Ripellino, Sinfonietta, op. cit., componimento n. 23.

  110. A. M. Ripellino, Lo splendido violino verde, op. cit., componimento n. 46.

  111. A. M. Ripellino, La fortezza d’Alvernia, op. cit., componimenti nn. 51, 24, 30, 12, 18, e 2.

  112. A. M. Ripellino, Notizie dal diluvio, op. cit., componimenti nn. 40, 50, 13, 39, 52, e 67.

  113. A. M. Ripellino, Sinfonietta, op. cit., componimenti nn. 8, ibidem, ibidem, 27 e 73.

  114. A. M. Ripellino, Lo splendido violino verde, op. cit., componimenti nn. 2, 3, 32, 61, 72 e 76.

  115. A. M. Ripellino, Autunnale barocco, op. cit., componimento n. 31.

  116. A. M. Ripellino, La fortezza d’Alvernia, op. cit., componimenti nn. 40, 15, 50, 21 e alle pp. 76 e 82.

  117. A. M. Ripellino, Notizie dal diluvio, op. cit., componimenti nn. 3, 25, 37 (due), 49, 51, 71 e 75.

  118. A. M. Ripellino, Sinfonietta, op. cit., componimenti nn. 47, 69, 56, 61, 77 e 78.

  119. A. M. Ripellino, Lo splendido violino verde, op. cit., componimenti nn. 20, 39, 56 e 78.

  120. A. M. Ripellino, Autunnale barocco, op. cit., componimenti nn. 55 e 76.

  121. A. M. Ripellino, La fortezza d’Alvernia, op. cit., componimenti nn. 7, 46 e 48.

  122. A. M. Ripellino, Notizie dal diluvio, op. cit., componimenti nn. 6, 20 e 59.

  123. A. M. Ripellino, Sinfonietta, op. cit., componimenti nn. 19, 31, 40, 44, 49, 59 e 68.

  124. A. M. Ripellino, Lo splendido violino verde, op. cit., componimenti nn. 5, 61, 11, 45, 46, 75 e 86.

  125. A. M. Ripellino, Autunnale barocco, op. cit., componimenti n. 8, 24, 75, 82 e alla p. 103.

  126. A. M. Ripellino, Lo splendido violino verde, op. cit., componimento n. 86.

(fasc. 50, 31 dicembre 2023, vol. II)

• categoria: Categories Letture critiche

Scienza e finzione letteraria nella Francia di Luigi XIV: gli “Entretiens sur la pluralité des mondes” di Bernard Le Bovier de Fontenelle, il “Monde” di Descartes e la Rivoluzione copernicana

Author di Nunzio Allocca

Le celebrazioni nel 2023 del 550° anniversario della nascita di Copernico hanno offerto agli studiosi un’importante occasione per ulteriori riflessioni sul significato del De revolutionibus orbium caelestium, stampato lo stesso anno della morte dell’autore, il 1543, opera astronomica che ha segnato uno spartiacque nella cultura occidentale. È a partire dalla pubblicazione del capolavoro di Copernico che infatti per convenzione si data l’avvio in Europa della “Rivoluzione scientifica”, un complesso movimento di idee e di pratiche di ricerca destinato a mutare profondamente l’assetto e i contenuti in ogni ambito del sapere, tanto in quello scientifico quanto in quello artistico e letterario.

Nonostante le origini e il significato della Rivoluzione scientifica siano stati e continuino a essere oggetto di contrapposte interpretazioni epistemologiche e storiografiche (discontinuismo vs continuismo, storia interna vs storia esterna ecc.)[1], l’idea di un’epocale frattura tra la scienza moderna da un lato e la tradizione scientifica antico-medievale e rinascimentale dall’altro fu promossa inizialmente da molti “filosofi naturali” che ne furono protagonisti, che assunsero, nei confronti dell’antichità, una posizione in contrasto con quella degli umanisti, negando il carattere esemplare dell’enciclopedia classica delle conoscenze e soprattutto la superiorità delle fonti antiche in campo scientifico.

Nella sua opera prima, il Discours de la méthode (1637), un Descartes già maturo[2] rigettò in toto l’edificio del sapere ricevuto, tanto quello antico quanto quello scolastico, perché giudicato ametodico accumulo di nozioni disparate, incerte e incapaci di innovazione, fondato «solo sulla sabbia e sul fango»[3]. L’insistenza sul tema della novità epocale permeò, d’altronde, larga parte della cultura Europea del Seicento, come attesta l’impiego del termine novus nel titolo di tanti volumi di carattere scientifico o metodologico[4]. La cultura medievale rinascimentale aveva fatto variamente ricorso alla contrapposizione fra antiqui e moderni, ma la disputa sul reale progresso delle conoscenze nel corso della storia conobbe il suo culmine a cavallo tra Seicento e Settecento, dopo che la battaglia copernicana di Galileo aveva Oltralpe segnato vittorie che sembravano definitive. La vibrante “Querelle des Anciens et des Modernes” appassionò la République des Lettres transalpina sotto il regno di Luigi XIV[5], e consegnò alla cultura illuminista la convinzione, sposata dall’Encyclopédie ou Dictionnaire raisonné des sciences, des arts et des métiers di Diderot e D’Alembert, della superiorità della cultura moderna su quella antica nonché l’idea che lo sviluppo post-copernicano della scienza e della tecnica fosse all’origine, e nel contempo il prodotto, di una radicale rivoluzione di pensiero, progressiva e irreversibile.

Nel Discours préliminaire e nella voce Expérimental dell’Encyclopédie, testi che avrebbero avuto grande influenza sulla formazione dell’immagine condivisa della nascita della Modernità, D’Alembert fece iniziare la nuova concezione della natura e della scienza con Bacone e Descartes, considerati capifila rispettivamente dell’empirismo e del razionalismo secentesco. Descritti come personalità geniali, capaci di procedere a una tabula rasa della mentalità scientifica tradizionale, Bacone e Descartes, si legge in D’Alembert, ebbero il coraggio di ergersi contro la «potenza dispotica e arbitraria» della Scolastica, radicata non solo nell’aristotelismo, ma recante in sé pregiudizi universalmente accolti dal “senso comune”, sedimenti irriflessi di pensiero arcaico risalenti agli albori della cultura occidentale, che, come una benda perennemente posta sugli occhi, rendeva ciechi e impotenti all’azione. Bacone, innanzitutto:

Così l’abuso dell’autorità spirituale congiunta a quella temporale obbligava la ragione al silenzio, e poco mancò che si negasse al genere umano il diritto di pensare. Mentre avversari ignoranti o malevoli combattevano apertamente la filosofia, essa cercò rifugio, per così dire, nelle opere di alcuni grandi: i quali, senza nutrire la pericolosa ambizione di far cadere la benda dagli occhi dei loro contemporanei, preparavano da lungi nell’ombra la luce che a poco a poco, per gradi insensibili, avrebbe illuminato il mondo. A capo di questi illustri personaggi dobbiamo porre l’immortale cancelliere d’Inghilterra, Francesco Bacone: le sue opere così giustamente stimate, e tuttavia più stimate che conosciute, meritano d’essere più lette che lodate. Chi consideri le sane e ampie vedute di quel grande, la molteplicità dei suoi interessi, l’ardire del suo stile, che ovunque fonde le immagini più sublimi con la più rigorosa esattezza, si sente indotto a stimarlo il più grande, il più universale, il più eloquente dei filosofi. Bacone, nato nel seno della notte più fonda, sentì che la filosofia ancora non esisteva, benché molti indubbiamente si illudesse di eccellervi. Più un’epoca è rozza, più crede di possedere tutto lo scibile. Egli iniziò con l’abbracciare da un punto di vista generale i diversi oggetti di tutte le scienze naturali; le ripartì in diversi rami, che numerò nel modo più esatto possibile; passò in rassegna le conoscenze già acquisite sopra ciascuno di tali oggetti; fece poi il catalogo immenso di quanto restava da scoprire. […] Nemico dei sistemi, considera la filosofia null’altro che quella parte delle nostre conoscenze che deve contribuire a renderci migliori o più felici: sembra che voglia limitarla a scienza delle cose utili, e ovunque raccomanda lo studio della natura[6].

E poi Descartes:

Al cancelliere Bacone successe l’illustre Descartes. Quest’uomo raro, la cui fortuna ha subìto tante variazioni in meno di un secolo, aveva tutti i requisiti necessari per mutare il volto della filosofia: forte immaginazione, intelletto consequenziario, conoscenze attinte più in se stesso che nei libri, molto coraggio per combattere i pregiudizi più universalmente accolti, indipendenza tale che gli consentiva di non risparmiarli. […] Sarebbe bastato il suo metodo a renderlo immortale; la sua diottrica è la più grande e bella applicazione che sia ma stata fatta della geometria alla fisica; infine, nelle sue opere, anche oggi in quelle meno lette, si vede brillantemente il genio creatore. Chi giudichi imparzialmente quei vortici, diventati ormai ridicoli, riconoscerà, oso dire, che non era possibile immaginare cosa migliore; le osservazioni astronomiche che ne hanno fatto giustizia erano ancora imperfette, o non abbastanza salde; non vi era ipotesi più naturale di quella d’un fluido che trasporti i pianeti. […] Riconosciamo insomma che Descartes, trovandosi a dover creare una fisica del tutto nuova, non avrebbe potuto crearla migliore: che è stato necessario, per così dire, passare attraverso i vortici per giungere all’autentico sistema del mondo; e che se si ingannò circa le leggi del moto, fu almeno il primo a intuirle. […] Descartes ebbe almeno il coraggio di indicare agli spiriti sani come scuotere il giogo della scolastica, dell’opinione, dell’autorità, in una parola dei pregiudizi e della barbarie; e, grazie alla sua rivolta, della quale oggi raccogliamo i frutti, rese alla filosofia un servizio forse più notevole di tutti quelli resile dai suoi illustri successori. Lo si può considerare come un capo di cospiratori […][7].

Di una netta cesura tra antico e moderno era certamente del tutto persuaso il nipote del grande tragediografo Pierre Corneille, Bernard Le Bovier de Fontenelle (1657-1757), che spaziò da protagonista nei più diversi ambiti della cultura d’Oltralpe a cavallo tra Seicento e Settecento, nel campo letterario (autore di commedie, tragedie e pastorali) come in quello filosofico-scientifico (fu per oltre mezzo secolo Segretario dell’Académie Royale des Sciences di Parigi, prendendo posizione su questioni fisiche, cosmologiche e matematiche, oltreché intervenendo nei dibattiti filosofici concernenti il cartesianesimo e il malebranchismo)[8]. L’appena trentenne Fontenelle si lanciò nella Querelle des Anciens et des Modernes con diversi testi di immediato e duraturo successo: a parte le riflessioni consegnate alla Digression sur les Anciens et les Modernes (1688), i celebri Nouveaux dialogues des morts (1683-1684), i quali, a imitazione dei Dialoghi dei morti di Luciano, mettevano a confronto sotto forma di finzione narrativa personaggi storici in argute discussioni spesso agonistiche e paradossali; l’acclamata Histoire des oracles (1687), che smascherava con brillante ironia i pregiudizi della credulità popolare, la superstizione e l’oscurantismo teologico, tratteggiando una storia naturale degli “errori” dello spirito umano; gli altrettanto fortunati Entretiens sur la pluralité des mondes, pubblicati l’anno precedente (1686), opera letteraria di divulgazione astronomica che conobbe ben 33 edizioni durante la quasi centenaria vita dell’autore. È quest’ultima che prenderò qui brevemente in esame in rapporto alla figura di Copernico, commentando alcuni brani di grande interesse che hanno avuto speciale risonanza nella cultura italiana, in particolare in Giacomo Leopardi.

Se ne L’Autre Monde ou Les États et Émpires de la Lune e nell’Histoire comique des États et Émpires du Soleil di Cyrano de Bergerac (1619-1655), usciti postumi rispettivamente nel 1657 e nel 1662[9], si era data voce alle tesi antiscolastiche del libertinage érudit, nutrito di materialismo atomistico epicureo-lucreziano e di naturalismo italiano cinquecentesco, negli Entretiens sur la pluralité des mondes Fontenelle abbracciava al contrario la causa della fisica e della cosmologia di Descartes, allora al centro di un più canonico ma animatissimo dibattito epistemologico, che avrebbe visto di lì a breve accanitamente contrapposti sostenitori transalpini della teoria cartesiana dei vortici e la nuova generazione dei fisici (e dei metafisici) dell’attrazione gravitazionale di matrice newtoniana. I Principia matematica philosophiae naturalis di Newton vedranno infatti la luce nel 1687, l’anno successivo alla pubblicazione degli Entretiens sur la pluralité des mondes di Fontenelle, e segneranno una decisiva svolta epistemologica, benché a sua volta assai problematica. Scriverà Voltaire nel 1734 nelle Lettres philosophiques con ironico piglio à la Fontenelle: «Un francese che capiti a Londra trova che le cose sono molto cambiate nella filosofia come in tutto il resto. Ha lasciato il mondo pieno, e lo trova vuoto. A Parigi, l’universo lo si vede composto di vortici di materia sottile; a Londra, nulla si vede di tutto questo. […] Presso i cartesiani, tutto avviene per effetto di un impulso incomprensibile; per Newton, invece, in forza di un’attrazione di cui non si conosce meglio la causa»[10].

La natura, afferma Fontenelle in Entretiens sur la pluralité des mondes, è «come un grandioso spettacolo, simile a quello dell’Opera»[11], che si svolge in un complesso al cui interno è nascosto l’insieme degli apparati meccanici utili alla messa in scena, che nel teatro moderno e «all’italiana», allora di gran successo in Europa, era posto “dietro” l’arco scenico. L’intera filosofia, sostiene Fontenelle, «è fondata solo su due cose: cioè sul fatto che il nostro spirito è curioso e la nostra vista cattiva»[12]. I sensi ingannano, e in particolare quello che sembra il più affidabile di tutti, la vista, che ci mostra il Sole e le stelle in movimento, in realtà esito di un effetto ottico-prospettico dovuto all’impercettibile moto orbitale della Terra. Descartes ha fornito gli strumenti concettuali per osservare la natura «dalla parte posteriore del teatro dell’Opera», ovvero dalla parte del sistema dei meccanismi che sfuggono alla visione diretta degli spettatori. Come a teatro, gli antichi, anche i più grandi, i Pitagora, i Platone o gli Aristotele, tutti sono stati ingannati dal «faux merveilleux» prodotto dall’azione combinata delle invisibili macchine in azione della natura. Su scala macroscopica e microscopica nell’universo nulla avviene di diverso rispetto a quanto si può osservare nel funzionamento di un congegno a orologeria, recita Fontenelle richiamandosi a Descartes: «tutto vi si realizza per mezzo di movimenti regolati che dipendono dalla sistemazione delle parti»[13]. In un brano di rara efficacia polemica, che è opportuno riportare qui per intero, così scrive Fontenelle, riferendosi alle azioni degli ingranaggi dei sofisticati dispositivi utilizzati nella spettacolare opera lirica di Philippe Quinault Phaéton, andata in scena a Parigi nel 1683, musicata e diretta dal grande compositore italiano naturalizzato francese Jean-Baptiste Lully:

Dal vostro posto all’Opera, voi non vedrete il Teatro come realmente è: le decorazioni e le macchine sono state predisposte per fare un bell’effetto da lontano, mentre le ruote e i contrappesi che producono tutti i movimenti sono stati nascosti alla vostra vista. Così voi non vi preoccupate eccessivamente di indovinare come avviene tutto questo. Probabilmente nascosto nella platea c’è un macchinista che si occupa di un certo volo che gli è sembrato straordinario e che vuole assolutamente spiegarsi com’è stato eseguito. Quel macchinista è abbastanza simile a un filosofo. Ma le difficoltà per i filosofi sono maggiori, perché nelle macchine che la natura offre ai nostri sguardi le corde sono nascoste perfettamente, così bene che si è cercato a lungo di indovinare che cosa provocava i movimenti dell’universo. Per esempio, figuratevi tutti i vecchi saggi al teatro dell’Opera, quei Pitagora, quei Platone, quegli Aristotele e tutta la gente il cui nome oggi fa tanto scalpore; supponiamo che assistessero al volo di Fetonte portato via dai venti, che non potessero scoprire le corde e che non sapessero come era disposta la parte posteriore del teatro. Uno di loro avrebbe detto: Fetonte è fatto di alcuni numeri che lo fanno salire. L’altro: Fetonte ha una certa simpatia per la parte alta del teatro, e non si sente a suo agio se non vi si trova. L’altro: Fetonte non è fatto per volare, ma preferisce volare piuttosto che lasciar vuota la sommità del teatro; e cento altre fantasie che non so come non hanno fatto perdere la reputazione a tutta l’antichità. Finalmente sono venuti Descartes e altri moderni che hanno detto: Fetonte sale, perché è tirato da alcune corde, e perché un contrappeso più pesante di lui scende. Così non si crede più che un corpo si possa muovere se non è tirato, o piuttosto spinto da un altro corpo; non si crede più che possa salire o scendere, se non per effetto di un contrappeso o di una molla; e coloro che vedessero la natura come realmente è, non vedrebbero altro che la parte posteriore del teatro dell’Opera[14].

Le sei conversazioni sotto un estivo cielo stellato, che compongono la cornice letteraria degli Entretiens sur la pluralité des mondes, si svolgono in un parco tra lo scrittore e una giovane Marchesa, digiuna di astronomia. Indirizzandosi espressamente a lettori non esperti, all’élite mondana delle dame e dei gentiluomini curiosi, Fontenelle inaugurava quella che oggi viene definita “alta divulgazione”, con l’intento di informare il pubblico colto sull’attualità scientifica, e di orientarne il giudizio nell’aperta battaglia in favore del moderno. Nel mescolare «il vero e il falso», scienza e racconto, senza però confonderli[15], gli Entretiens si fanno esplorazione del “nuovo” universo, e dei suoi possibili abitanti, quello post-copernicano, assai diverso ‒ dichiara Fontenelle ‒ da quello geocentrico.

Sulla scoperta di un «Nuovo Mondo» astronomico geocinetico aveva fortemente insistito Descartes sin dai suoi primi lavori scientifici. In un’opera pubblicata postuma nel 1664, Le Monde ou Traité de la lumière, ma composta tra il 1630 il 1633, Descartes aveva invitato il lettore, dopo averlo messo in guardia che nulla prova che esista un rapporto di somiglianza tra la percezione visiva e ciò che negli oggetti la causa, a immaginare un viaggio interstellare nell’universo della fisica meccanicistica, a uscire con il pensiero fuori da «questo Mondo», il mondo dell’esperienza comune e della conoscenza sensibile ingenua, su cui si radica la fisica della Scuola, per «andarne a vedere un altro del tutto nuovo, che farò nascere in sua presenza negli spazi immaginari»[16]. Il mondo fisico «del tutto nuovo», che Descartes si prende la libertà di generare e di descrivere sotto forma di favola («dans l’invention d’une Fable»[17]), negli «spazi immaginari» lasciati liberi dalla cosmologia scolastica, è un mondo che reclama la trasparenza concettuale della geometria. La materia di cui è composto ha natura esclusivamente metrico-spaziale[18], le sue leggi sono regolate da quella «semplicissima» della conservazione della quantità di moto[19]. Non è ammessa alcuna distinzione ontologica tra spazio e materia, ed è quindi negato il vuoto: da un lato, lo spazio ha senso solo in riferimento ai corpi, i quali, a loro volta, non sono che modulazioni della medesima estensione dell’estensione spaziale; dall’altro lato, l’identificazione cartesiana tra materia e continuità metrica dello spazio euclideo dischiude la possibilità d’illimitata analisi geometrico-meccanica dell’infinita varietà dei fenomeni fisici, riducendo la gravità, o meglio la gravitazione celeste, sulla cui natura si erano diversamente interrogati lo stesso Copernico, Keplero e Galileo, all’estensione tridimensionale e al moto.

Le leggi geometrico-meccaniche che governano il mondo artificiale descritto nel Monde, il mondo generato dall’immaginazione regolata dall’evidenza razionale e matematica, valgono per Descartes come leggi di ogni mondo possibile, incluse quelle del «vecchio mondo», il «vero» mondo dell’esperienza quotidiana e comune[20]. Si assiste qui a un ribaltamento tra possibile e reale, finzione e realtà, che colpì molti dei contemporanei di Descartes come rivendicazione di quest’ultimo del postulato dell’unità materiale dell’universo e dell’universalità delle leggi della natura.

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Jan Baptist Weenix, Ritratto di Descartes, 1647, Centraal Museum, Utrecht.

Mundus est fabula: nell’enigmatico ritratto dipinto intorno al 1647 da Jan Baptist Weenix (cfr. la figura alla pagina precedente), Descartes ha tra le mani un libro, probabilmente i Principia philosophie, pubblicati nel 1644. Nell’epigrafe del libro aperto raffigurato nel ritratto si legge «Il mondo è una favola». E, proprio come se si trattasse di un roman, Descartes, nella Lettre-Préface del 1647 alla traduzione francese dei Principia, prega esplicitamente il lettore di leggere una prima volta la propria opera senza soffermarsi sulle difficoltà di comprensione che vi si possono riscontrare, al fine di guadagnarne uno sguardo sinottico e di “familiarizzare” con il suo contenuto; di favorire una seconda e terza lettura, capaci di annullare o ridurre l’effetto straniante, quasi allucinatorio od onirico, dell’impianto radicalmente geometrico-meccanico che unifica il mondo della nuova fisica[21]. Ripreso nei Principia, come già nel Discours de la méthode, il tema della fable della costituzione geometrico-meccanica del mondo permea tutta l’opera fisica di Descartes, a prescindere dal suo progressivo smarcarsi dalle posizioni strettamente copernicane a seguito della condanna nel 1633 di Galileo, costretto all’abiura dopo la pubblicazione, l’anno precedente, del Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo. La condanna galileiana da parte del Santo Uffizio, che proibiva di sostenere il movimento della Terra anche solo a titolo di ipotesi, come è noto, sconvolse Descartes al punto quasi da costringerlo a «bruciare» il manoscritto del Monde. Così si legge in una lettera dai toni drammatici inviata a Mersenne a fine novembre del 1633:

In effetti, mi ero proposto di inviarvi il mio Mondo per queste festività; lei non più di quindici giorni fa era ancora assolutamente deciso a inviarne almeno una parte, se non fosse stato possibile trascriverlo interamente in questo lasso di tempo. Ma vi dirò che avendo fatto cercare in questi giorni a Leida e Amsterdam se ci fosse il Sistema del mondo di Galilei, giacché mi sembrava di aver sentito che era stato stampato in Italia l’anno scorso, mi si è fatto sapere che era vero che era stato stampato, ma che tutti gli esemplari sono stati bruciati a Roma contemporaneamente, e lui condannato a qualche ammenda; ciò mi ha sconcertato a tal punto, che mi sono quasi deciso a bruciare tutte le mie carte o, almeno, a non lasciarle vedere a nessuno. Infatti, non sono riuscito a immaginare per quale motivo egli, che è italiano e, come mi sento, pure ben voluto dal Papa, abbia potuto essere incriminato se non perché avrà senz’altro voluto stabilire il movimento della Terra, che so bene essere stato censurato altre volte da qualche Cardinale. Pensavo però di aver sentito dire che da allora non si smetteva di insegnarlo pubblicamente, anche a Roma. Ora, confesso che, se è falso, lo sono anche tutti i fondamenti della mia filosofia: esso viene, infatti, dimostrato in modo evidente per mezzo di <tali fondamenti> ed è talmente legato con tutte le parti nel mio trattato, che non potrei scorporare senza rendere mancante tutto il resto. Ma siccome, per niente al mondo, vorrei che da me uscisse un discorso in cui si trovasse la minima parola che fosse disapprovata dalla Chiesa, preferisco allora sopprimere il mio trattato piuttosto che farlo uscire storpiato[22].

Tra il 1634 e il 1637 Descartes torna spesso nell’epistolario sui motivi della rinuncia a pubblicare il Monde, e sull’eventualità di staccarne parti già autonome e compiute in vista della pubblicazione dei propri lavori scientifici senza alcun riferimento diretto al copernicanesimo, come accadrà di lì a breve con la redazione del Discours de la méthode e dei saggi annessi, primi tra tutti la Dioptrique e le Météores. Quando nel 1644 passerà in rassegna, nella terza parte dei Principia Philosophiae, le ipotesi astronomiche allora in competizione ‒ il geocentrismo tolemaico, l’eliocentrismo copernicano e il sistema misto di Tycho Brahe ‒, Descartes, pur concordando con i sistemi non geocentrici, sosterrà che la Terra propriamente parlando non si muove, ma è trascinata dalla materia sottile del proprio cielo, di cui asseconda immobile i movimenti, «come una nave, quando non è spinta da nessun vento né remo e non è bloccata da nessuna àncora, sta ferma in mare, sebbene forse l’enorme mole dell’acqua, fluendo con una corrente nascosta, la porti con sé»[23].

Descartes rinunciò a pubblicare il Monde perché assai preoccupato delle conseguenze della condanna del Santo Uffizio di Galileo, il cui nome non è mai menzionato nei Principia Philosophiae. È viceversa nella celebrazione della rivoluzione copernicana che Fontenelle, cinquant’anni dopo la pubblicazione del Discours de la méthode, iscrive convintamente la cornice teorico-argomentativa degli Entretiens. Dopo aver illustrato in sintesi i principi della cosmologia di tradizione aristotelico-tolemaica, con il suo «imbrogliato» sistema di cerchi dei moti planetari nello spazio celeste (considerato solido e cristallino, ovvero la regione dell’etere o quinto elemento puro e incorruttibile, contrapposta a quella sublunare dei quattro elementi in continuo mutamento), che ha forgiato l’immagine premoderna del cosmo, in questi termini Fontenelle introduce la figura di Copernico:

Immaginate un tedesco, di nome Copernico, che fa man bassa di tutti i vari cerchi e di tutti i cieli solidi dell’antichità. Distrugge i primi e fa pezzi gli altri. In preda a un nobile furore di astronomo, prende la terra e la spedisce lontano dal centro dell’universo dove era stata collocata, e in quel centro piazza il Sole, al quale questo onore era molto più meritatamente dovuto. Così i pianeti non girano più intorno alla Terra, né la rinchiudono in mezzo al cerchio che descrivono. Se ci illuminano è, in un certo senso, per caso, e perché ci troviamo sulla loro strada. Tutto adesso gira intorno al Sole, gli gira intorno anche la Terra, e per punirla del suo lungo riposo Copernico le affida l’incarico di tutti i possibili movimenti che essa attribuiva ai cieli e ai pianeti. Insomma, di tutto l’equipaggio celeste che accompagnava e circondava questa piccola Terra è rimasta solo la Luna a girare ancora intorno a lei[24].

In preda a un nobile furore di astronomo: il «tedesco»[25] Copernico, secondo Fontenelle, ha saputo sbarazzarsi degli insoluti rompicapi che avevano imprigionato in un “cul de sac” la tradizione astronomica nella spiegazione delle apparenti irregolarità dei moti planetari, incardinando il proprio sistema sul principio razionale della semplicità, dell’ordine e dell’economia della natura.

Tuttavia, il «furore astronomico» che ha ispirato Copernico nel taglio del “nodo gordiano” geocentrico generava una catena di paradossi a prima vista ben più disperanti. L’«audace» sistema copernicano è, sì, «uniforme, piacevole, privo di preconcetti»[26], ma esso stesso è fonte di paradossi e “controsensi”, implicanti un radicale mutamento di prospettiva: il riconoscimento della natura illusoria della percezione del moto del Sole e delle stelle nella volta celeste, nonché della perdita di centralità della Terra e dell’uomo che la abita. Assai triste conseguenza di quest’ultima, protesta sconsolata la giovane Marchesa negli Entretiens, solo la Luna è «rimasta con noi mentre tutti gli altri pianeti ci hanno abbandonato»: «Ammettete che il vostro tedesco, avesse potuto farcela perdere, lo avrebbe fatto volentieri, poiché mi pare di capire dal suo modo di procedere che fosse piuttosto mal disposto verso la Terra»[27].

La replica di Fontenelle è cortesemente perentoria: «Io invece gli [Copernico] sono grato di aver moderato la vanità degli uomini, che si erano piazzati nel punto migliore dell’universo; attualmente la Terra è confusa in una folla di altri pianeti, e questo mi fa piacere»[28]. L’antica «follia» del genere umano, sostiene ancora l’autore, «è di credere che tutta la natura, senza eccezioni, sia destinata ai nostri usi e consumi. [..] Partendo da questo principio non si poteva far altro che immaginare la Terra ferma al centro dell’universo, mentre tutti i corpi celesti, fatti per lei, le giravano attorno per illuminarla»[29]. Alla giovane Marchesa, incredula che sia per effetto d’un connaturato inganno della percezione e dell’immaginazione che la Luna e gli altri corpi celesti sembrino girare in ventiquattr’ore sulle nostre teste, così risponde l’alter ego di Fontenelle: «I pianeti descrivono solo cerchi intorno al Sole in tempi diversi secondo le loro diverse distanze, e quello che oggi corrisponde a un certo punto dello Zodiaco o cerchio delle stelle fisse, domani alla stessa ora la vediamo corrispondere ad un altro punto, sia perché avanza nel suo cerchio, sia perché noi abbiamo avanzato sul nostro. Noi camminiamo e camminano anche gli altri pianeti, ma a diverse velocità; per questo motivo i nostri punti di vista variano nei loro riguardi e scopriamo nei loro percorsi alcune stranezze […]. Sappiate che le irregolarità che riscontriamo nei pianeti dipendono esclusivamente dal nostro movimento che li fa incontrare in modi diversi, ma che in fondo sono molto precisi e regolati»[30].

La messa in movimento copernicana della Terra, che ha rivelato l’incessante mutamento dinamico dell’universo visivo dell’osservatore terrestre in viaggio nel cosmo sul proprio pianeta, ha alzato il sipario sui meccanismi che regolano il sistema del mondo, svelando nel contempo, agli occhi di Fontenelle, la natura intrinsecamente relativa dell’esperienza umana, una relatività prospettica incompatibile con l’antropocentrismo che ha segnato la genealogia delle scienze astronomiche, orientandone lo sviluppo storico sin dalle più remote e arcaiche origini. La credenza popolare che un primigenio occulto sapere sulla struttura del cosmo fosse racchiuso negli antichi miti e nelle favole contrasta, osserva Fontenelle, con il primitivo livello di conoscenze dei popoli che li hanno inventati. Prime fra tutte, quelle riguardanti l’Astronomia. Essa è fatta comunemente nascere tra i pastori Caldei, «i quali, grazie al loro abbondante tempo libero ebbero modo di fare le prime osservazioni, che sono state il fondamento dell’astronomia». E aggiunge Fontenelle, ponendo ironicamente in equivalenza astronomia, matematica e poesia riguardo alle loro origini ben poco intellettuali: «poiché l’astronomia è nata in Caldea, come la geometria nacque, si dice, in Egitto, dove le inondazioni del Nilo, che alteravano i confini dei campi, fecero sì che ognuno volle inventare delle misure esatte, per distinguere il proprio campo da quello del vicino. Così, come l’astronomia è figlia dell’ozio, la geometria è figlia dell’interesse e si trattasse di poesia, verremo a sapere che è figlia dell’amore»[31].

Punta sul vivo dalla spiazzante sequela di argomenti copernicani che le vengono sottoposti durante la prima sera dei colloqui, la giovane Marchesa incalza l’alter ego di Fontenelle in un folgorante botta e risposta, che qui riporto:

Credete addirittura – disse lei ‒ che la vanità degli uomini si estenda fino all’astronomia? Pensate, per esempio, di avermi umiliata informandovi del fatto che la terra gira intorno al Sole? Vi giuro che io non mi sottovaluto per questo! ‒ Dio mio, signora, ‒ risposi ‒, sono convinto che gli uomini saranno sempre più gelosi del posto che credono di meritare in un salotto che di quello che occupano nell’universo, e che la precedenza fra due ambasciatori sarà più importante per loro di quella fra due pianeti. Tuttavia, la stessa tendenza che gli fa desiderare il posto d’onore a una cerimonia farà sì che un filosofo si collochi nel suo sistema al centro del mondo, se può. Forse inconsciamente, ma preferisce credere che tutto sia stato fatto per lui e questo principio lo lusinga, mentre in cuor suo è convinto di interessarsi a una cosa meramente speculativa. – Francamente – replicò lei con vivacità ‒ questa è una calunnia contro il genere umano. Non si sarebbe dovuto accettare il sistema di Copernico visto che è così umiliante. ‒ Infatti lo stesso Copernico dubitava molto del successo della sua opinione, tanto che non voleva pubblicarla. Poi lo indusse a farlo la preghiera di alcune persone molto ragguardevoli; ma quando gli portarono il primo esemplare del suo libro, sapete che cosa fece? Morì. Non volle affrontare tutte le contraddizioni che prevedeva e molto abilmente se ne lavò le mani […][32].

I tragicomici dubbi del Copernico degli Entretiens sul successo della propria teoria, e la fatale angoscia che lo coglie al momento della stampa del De revolutionibus, non possono non richiamare alla mente, come è stato già rilevato, alcune delle più felici pagine delle Operette morali[33]. Nel Copernico (1827) Leopardi insiste infatti, con il medesimo effetto comico straniante, sul tema così caro a Fontenelle dell’«errore» e del «pregiudizio» sbarranti la strada alla conoscenza del vero. Autore ancora “teenager” di una eruditissima Storia dell’astronomia (1813), ricostruzione delle idee cosmologiche dalle più antiche civiltà sino all’epoca medievale e moderna, e del seminale Saggio sopra gli errori popolari degli antichi (1815), Leopardi identifica nell’antropocentrismo il più radicato e pernicioso dei pregiudizi. La ferma convinzione della capacità delle teorie astronomiche, tra tutte il sistema copernicano, da lui giudicato l’evento più decisivo nella storia del pensiero[34], d’imporre svolte radicali al pensiero umano era emersa con chiarezza in uno dei primi appunti dello Zibaldone[35]. Nel Copernico queste implicazioni sono rese esplicite, e contrapposte alla meschinità antropocentrica del voler accomodare la realtà delle cose al proprio desiderio:

Copernico: La Terra insino a oggi ha tenuto la prima sede del mondo, che è a dire il mezzo; e (come voi sapete) stando ella immobile, e senza altro affare che guardarsi all’intorno, tutti gli altri globi dell’universo, non meno i più grandi che i più piccoli, e così gli splendenti come gli oscuri, le sono iti rotolandosi di sopra e di sotto e ai lati continuamente; con una fretta, una faccenda, una furia da sbalordirsi a pensarla. E così, dimostrando tutte le cose di essere occupate in servizio suo, pareva che l’universo fosse a somiglianza di una corte; nella quale la Terra sedesse come in un trono; e gli altri globi dintorno, in modo di cortigiani, di guardie, di servitori, attendessero chi ad un ministero e chi a un altro. Sicché, in effetto, la Terra si è creduta sempre di essere imperatrice del mondo: e per verità, stando così le cose come sono state per l’addietro, non si può mica dire che ella discorresse male; anzi io non negherei che quel suo concetto non fosse molto fondato. Che vi dirò poi degli uomini? che riputandoci (come ci riputeremo sempre) più che primi e più che principalissimi tra le creature terrestri; ciascheduno di noi se ben fosse un vestito di cenci e che non avesse un cantuccio di pan duro da rodere, si è tenuto per certo di essere uno imperatore; non mica di Costantinopoli o di Germania, ovvero della metà della Terra, come erano gl’imperatori romani, ma un imperatore dell’universo; un imperatore del Sole, dei pianeti, di tutte le stelle visibili e non visibili; e causa finale delle stelle, dei pianeti, di vostra signoria illustrissima, e di tutte le cose. Ma ora se noi vogliamo che la Terra si parta da quel suo luogo di mezzo; se facciamo che ella corra, che ella si voltoli, che ella si affanni di continuo, che eseguisca quel tanto, né più né meno, che si è fatto di qui addietro dagli altri globi; in fine, che ella divenga del numero dei pianeti; questo porterà seco che sua maestà terrestre, e le loro maestà umane, dovranno sgomberare il trono, e lasciar l’impero; restandosene però tuttavia co’ loro cenci, e colle loro miserie, che non sono poche.

Sole: Che vuol conchiudere in somma con cotesto discorso il mio don Niccola? Forse ha scrupolo di coscienza, che il fatto non sia un crimenlese?

Copernico: No, illustrissimo; perché né i codici, né il digesto, né i libri che trattano del diritto pubblico, né del diritto dell’Imperio, né di quel delle genti, o di quello della natura, non fanno menzione di questo crimenlese, che io mi ricordi. Ma voglio dire in sostanza, che il fatto nostro non sarà così semplicemente materiale, come pare a prima vista che debba essere; e che gli effetti suoi non apparterranno alla fisica solamente: perché esso sconvolgerà i gradi delle dignità delle cose, e l’ordine degli enti; scambierà i fini delle creature; e per tanto farà un grandissimo rivolgimento anche nella metafisica, anzi in tutto quello che tocca alla parte speculativa del sapere. E ne risulterà che gli uomini, se pur sapranno o vorranno discorrere sanamente, si troveranno essere tutt’altra roba da quello che sono stati fin qui, o che si hanno immaginato di essere[36].

L’obiettivo dichiarato di Fontenelle era di sciogliere il copernicanesimo dalla camicia di forza del paradosso a cui lo condannava innanzitutto il senso comune, procedendo a una decostruzione sistematica delle pseudo-evidenze della percezione sensibile e della doxa come tale, e viceversa ricostruendo l’immagine dell’universo sulla base della cosmologia dei vortici di materia sottile formulata da Descartes. Il trionfo della scienza moderna, negli Entretiens sur la pluralité des mondes, è esposto come dimostrazione al lettore della verità dell’«assurda opinione» eliocentrica copernicana e della validità della fisica cartesiana. Per Leopardi, al contrario, il moderno “progresso” del sapere non è affatto consistito nella fondazione di verità positive, ma solo nello smascheramento dei pregiudizi e delle illusioni degli antichi. Lo dimostrano, si legge in diversi importanti passi dello Zibaldone, gli stessi massimi protagonisti della filosofia e della scienza in età moderna. Descartes deve la propria fama all’aver ridotto a macerie l’edificio del sapere aristotelico, non a quello malcerto da lui costruito, mentre il sistema del mondo antagonista formulato con tanto successo da Isaac Newton, agli inizi del XIX secolo già mostrava, osserva acutamente Leopardi, le prime serie crepe:

Cartesio distrusse gli errori de’ peripatetici. In questo egli fu grande, e lo spirito umano deve una gran parte de’ suoi progressi moderni al disinganno proccuratogli da Cartesio. Ma quando questi volle insegnare e fabbricare, il suo sistema positivo che cosa fu? Sarebbe egli grande, se la sua gloria riposasse sull’edifizio da lui posto, e non sulle ruine di quello de’ peripatetici? Discorriamo allo stesso modo di Newton, il cui sistema positivo che già vacilla anche nelle scuole, non ha mai potuto essere per i veri e profondi filosofi altro che un’ipotesi, e una favola, come Platone chiamava il suo sistema di idee, e gli altri particolari o secondari e subordinati sistemi o supposizioni da lui immaginate, esposte e seguite[37].

Allo stesso modo per Leopardi la «principale scoperta» dell’“empirista” Locke (celebrato da Voltaire nella tredicesima delle Lettres philosophiques come il demolitore filosofico di Descartes) non riposa di per sé su nuove solide fondamenta, ma è consistita nella «distruzione» dei principi dell’innatismo di tradizione platonica, causa di «un’infinita catena di errori», tra i quali il dualismo e lo “spiritualismo”[38].

Un puntuale confronto tra l’immagine di Copernico offerta da Fontenelle e quella leopardiana richiederebbe un approfondimento impossibile nei limiti di questo saggio. Ciò detto, l’affermarsi della modernità copernicana anche in Fontenelle assume dei risvolti che potremmo definire in conclusione per molti aspetti comunque aporetici, che traspaiono nel netto e programmatico rifiuto dei sistemi. «Il faut admirer toujour Descartes et le suivre quelquefois»[39]: il più grande merito di Descartes è stato il rigetto del principio d’autorità e il richiamo all’imperativo del pensare da sé, non la fondazione dogmatica di un sistema definitivo del mondo[40]. Per Fontenelle, spirito critico à part entière, il decentramento copernicano ha, sì, aperto la via all’esplorazione filosofico-scientifica e insieme narrativa dei territori sconosciuti dell’universo, ma la nostra mente ‒ si legge in termini insieme antiscolastici e anticartesiani nella Sera terza degli Entretiens ‒ «può avere solo una certa veduta universale delle diversità che la natura ha voluto stabilire fra vari mondi»:

Si dice che potrebbe mancare un sesto senso, mediante il quale potremmo sapere molte cose che ignoriamo; questo sesto senso si trova forse in qualche altro mondo, dove magari manca qualcuno dei cinque che possediamo noi. È possibile che i sensi naturali siano moltissimi, ma nella divisione che abbiamo fatto con gli abitanti degli altri pianeti ce ne sono toccati cinque, dei quali ci dobbiamo accontentare non conoscendone altri. La scienza da noi ha dei limiti, che l’intelligenza umana non ha mai potuto superare; a un certo punto si ferma, di colpo; il resto è probabilmente per altri mondi, dove è possibile che sia sconosciuta qualche cosa che noi invece sappiamo[41].

Testimone di un’era di passaggio dal vecchio al nuovo sapere, prodromo all’età illuministica, che Paul Hazard aveva definito come periodo “critico” di svolta della coscienza europea[42], Fontenelle, sostiene D’Alembert, ha insegnato alla scienza e ai dotti a scrollarsi di dosso «il giogo della pedanteria»: «Eccellente nell’arte di presentare in giusta luce le idee più astratte, ha saputo con molto metodo, precisione e chiarezza, metterle alla portata delle menti che parevano meno atte a intenderle. Ha osato perfino prestare alla filosofia gli ornamenti che le sembravano più estranei e che essa pareva dover severamente ricusare; audacia, questa, che è stata pienamente giustificata da un successo generale e lusinghiero»[43]. Prodotto di un milieu culturale assai complesso e vivace, osservatore privilegiato dello sviluppo in seno alla parigina Académie Royale des Sciences della ricerca sperimentale e istituzionalizzata, anche sul terreno narrativo l’opera di Fontenelle misura, a partire dall’inaugurale rovesciamento copernicano, i limiti e le contraddizioni dei sistemi filosofico-scientifici coevi, tratteggiando un quadro epistemologico segnato dal rifiuto di ogni visione omnicomprensiva. Nessun brano forse meglio di quello che riporto qui in chiusura esprime sul piano scientifico il “credo” epistemologico d’impronta certamente più baconiana che cartesiana di Fontenelle, segretario perpetuo dell’Académie Royale des Sciences, e dei suoi colleghi Accademici:

Nous sommes obligés à ne regarder présentement les sciences que comme étant au berceau, du moins la physique. Aussi l’Académie n’en est-elle encore qu’à faire une ample provision d’observations et des faits bien avérés, qui pourront être un jour les fondemens d’un système, car il faut que la Physique systématique attende à élever des édifices, que la Physique expérimentale soit en état de lui fournir les matériaux nécessaires. […] Jusqu’à present l’Académie des Sciences ne prend la nature que par petites parcelles. Nul système général, de peur de tomber dans l’inconvenient des systems précipités dont l’impatience de l’esprit humain ne s’accommode que trop bien. […]. Aujourd’huy on s’assure d’un fait, demain d’un autre qui n’y a aucun rapport[44].

  1. Per un’analisi della questione, rinvio al saggio contenuto in questo stesso numero della rivista N. Allocca, Galileo, Copernico e la Rivoluzione scientifica: considerazioni a margine del 400° centenario della pubblicazione del Saggiatore.
  2. R. Descartes (1596-1650) diede alle stampe quarantunenne il Discours de la méthode, dopo aver abbandonato il progetto di pubblicare come tale Le Monde ou Traité de la Lumière (con l’annessa sezione di fisiologia meccanicistica, L’Homme) a seguito della condanna galileiana del 1633, su cui tornerò più avanti in questo saggio. Descartes lasciò incompiute o nel cassetto diverse opere giovanili di ferma impronta antiscolastica, come lo Studium bonae mentis, di cui restano solo degli estratti, le Regulae ad directionem ingenii e probabilmente anche parte, se non tutta, La Recherche de la Vérité.
  3. R. Descartes, Discours de la méthode, trad. it. di M. Savini, Discorso sul metodo, in Id., Opere 1637-1639, a cura di G. Belgioioso, Milano, Bompiani, 2009, p. 33.
  4. Cfr. ad es. J. Kepler, Astronomia nova (1609); F. Bacon, Novum Organum (1620); G. Galilei, Discorsi intorno a due nuove scienze (1638).
  5. Cfr. M. Fumaroli, Les Abeilles et les Araignées, in A. M. Lecoq, La Querelle des Anciens et des Modernes, Paris, Gallimard, 2001, pp. 7-218, trad. it. Le api e i ragni. La disputa degli Antichi e dei moderni, Milano, Adelphi, 2005.
  6. J. Le Rond D’Alembert, Discorso preliminare, in Enciclopedia o Dizionario ragionato delle scienze, delle arti e dei mestieri ordinato da Diderot e D’Alembert, traduzione e cura di P. Casini, Roma-Bari, Laterza, 2003, p. 37.
  7. Ivi, pp. 40-41.
  8. Per un quadro d’insieme dell’opera filosofico-scientifica dell’autore degli Entretiens sur la pluralité des mondes rinvio a S. Mazauric, Fontenelle et l’invention de l’histoire des sciences à l’aube des Lumières, Paris, Fayard, 2007. Sugli Entretiens cfr. I. Mullet, Fontenelle ou la machine perspectiviste, Paris, Champion, 2011.
  9. Cyrano de Bergerac, Les États et Empires de la Lune et du Soleil. Avec le Fragment de Physique, édition critique, textes étabilis et commentés par M. Alcover, Paris, Honoré Champion, 2000.
  10. Voltaire, Lettere filosofiche, Lett. X, Descartes e Newton, trad. it. in Id., Scritti filosofici, a cura di P. Serini, Bari, Laterza, 1972, p. 51.
  11. B. de Fontenelle, Entretiens sur la pluralité des mondes, Paris, Veuve Blageard, 1686, trad. it. di E. Cocanari, Conversazioni sulla pluralità dei mondi, a cura di C. Rosso, Roma, Theoria, 1984: Sera Prima, Come la Terra sia un pianeta che gira su se stesso e intorno al Sole, p. 40.
  12. Ivi, p. 39.
  13. Ivi, p. 41, cfr. R. Descartes, Principia Philosophiae, Amsterdam, Elzevier, 1644, P. IV, § 103: «non riconosco alcun altro discrimine fra di esse e i corpi naturali tranne che le operazioni degli oggetti artificiali, per lo più, sono realizzate da strumenti abbastanza grandi da poter essere percepiti facilmente con il senso, dato che ciò è necessario perché possano essere fabbricati dagli uomini. Al contrario, invece, gli effetti naturali dipendono quasi sempre da certi organi talmente minuti da sfuggire ad ogni senso. E di certo non c’è alcuna ragione in meccanica che non appartenga anche alla fisica, di cui essa è parte o specie, e non è meno naturale per un orologio, composto da queste o quelle ruote, indicare le ore, che per un albero originatosi da questo o quel seme produrre determinati frutti. Per questo motivo, come coloro che hanno pratica nell’esaminare gli automi, quando conoscono l’uso di una qualche macchina e guardano alcune delle sue parti, congetturano facilmente a partire da ciò in che modo siano fatte le altre che non vedono, allo stesso modo mi sono sforzato di investigare a partire dagli effetti e dalle parti sensibili dei corpi naturali quali siano le loro cause e particelle insensibili» (trad. it. in R. Descartes, Opere 1637-1649, a cura di G. Belgioioso, op. cit., p. 2207).
  14. Fontenelle, Entretiens sur la pluralité des mondes, trad. it. cit., pp. 40-41.
  15. «Sugli abitanti dei mondi non ho voluto immaginare nella che fosse impossibile e chimerico. Ho cercato di dire tutto quello che se ne poteva ragionevolmente pensare, e anche le visioni che ho aggiunto hanno qualche reale fondamento. Il vero e il falso vi si trovano mischiati, ma è sempre facile distinguerli»: ivi, Prefazione, p. 32.
  16. R. Descartes, Opere postume 1650-2009, a cura di G. Belgioioso, op. cit., p. 249. L’espressione «spazi immaginari» si riferisce agli spazi situati al di là delle stelle fisse secondo alcune teorie elaborate dalla cosmologia scolastica (cfr. E. Grant, Much Ado About Nothing. Theories of Space and Vacuum from the Middle Ages to the Seventeenth Century, Cambridge, Cambridge University Press, 1981).
  17. «Qui mi restano da spiegare ancora molte cose e sarei ben contento di aggiungere alcuni argomenti che rendano più verosimili le mie opinioni. Ma affinché la lunghezza di questo discorso vi riesca meno noiosa, voglio includerne una parte nell’invenzione di una favola per mezzo della quale spero che la verità non manchi di manifestarsi a sufficienza e non sia meno gradevole a vedersi che se la esponessi nella sua nudità»: R. Descartes, Opere postume 1650-2009, op. cit., p. 249. Sulla centralità del tema della fable nel pensiero filosofico-scientifico di Descartes e più in generale della cultura dell’età barocca cfr. J.-P. Cavaillé, Descartes. La Fable du Monde, Paris, Vrin, 1991.
  18. «Ora, dal momento che ci prendiamo la libertà di fingere questa materia in base alla nostra fantasia, attribuiamo, se volete, una natura nella quale non vi sia assolutamente nulla che ciascuno non possa conoscere il più possibile perfettamente […]. Concepiamola invece come un vero corpo perfettamente solido che riempie ugualmente tutte le lunghezze, larghezza e profondità di questo grande spazio nel mezzo del quale abbiamo fermato il nostro pensiero […]»: R. Descartes, Opere postume 1650-2009, op. cit., p. 251.
  19. Ivi, p. 259.
  20. «Dio, infatti, ha stabilito queste leggi in un modo così mirabile, che, pur supponendo che non crei nulla di più di quel che ho detto e persino che in ciò non istituisca alcun ordine né proporzione, ma lo componga come un caos, il più confuso e il più imbrogliato che vorrei ti possano descrivere, esse sono tuttavia sufficienti a far sì che le parti di questo caos si districhino da sole e si dispongano in un così buon ordine da assumere la forma di un mondo perfettissimo, e nel quale si possano vedere non soltanto la luce, ma anche tutte le altre cose, sia generali sia particolari, che si vedono nel vero mondo»: ivi, p. 253. «E il mio proposito non è dispiegare le cose […] che sono effettivamente nel vero mondo, ma solo di fingerne uno a piacere, nel quale non vi sia nulla che elementi più grossolane non siano capaci di concepire e che possa tuttavia essere creato proprio come lavoro finito. Se vi mettessi la pur minima cosa oscura, potrebbe accadere che in questa oscurità si celasse qualche contraddizione di cui non mi fossi accorto, in tal modo supporrei senza pensarci una cosa impossibile. Invece, dal momento che posso distintamente immaginare tutto ciò che vi pongo, e certo che, se anche non vi è nulla che sia tale nel vecchio mondo, Dio può tuttavia crearlo in uno nuovo: è certo, infatti, che Egli può creare tutte le cose che possiamo immaginare»: ivi, p. 255.
  21. Cfr. N. Allocca, L’incertezza dei sogni. Caillos e l’“argomento del sogno” di Descartes, in Desiderio e filosofia, a cura di M. D’Abbiero, Milano, Guerini, 2003, pp. 11-37.
  22. R. Descartes, Tutte le lettere 1619-1650, a cura di G. Belgioioso, Milano, Bompiani, 2009, pp. 249-51. In questi termini scrive Descartes ancora a Mersenne, nel febbraio 1634: «[…] ho voluto sopprimere interamente il trattato che avevo fatto, e perdere quasi tutto il mio lavoro di quattro anni, per professare un’obbedienza totale alla Chiesa, che ha proibito l’opinione del movimento della Terra»: ivi, p. 259.
  23. R. Descartes, Opere 1637-1649, op. cit., p. 1849.
  24. Fontenelle, Entretiens sur la pluralité des mondes, op. cit., Sera Prima, p. 46.
  25. Copernico, che nacque in realtà nella città polacca di Toruń, a lungo contesa tra il Regno di Polonia, la Confederazione Prussiana e lo Stato monastico dei Cavalieri Teutonici, fu canonico della Cattedrale di Frauenburg (oggi Frombork) dal 1512 alla morte.
  26. B. de Fontenelle, Entretiens sur la pluralité des mondes, trad. it. cit., Sera Prima, p. 54.
  27. Ivi, p. 47.
  28. Ibidem.
  29. Ivi, pp. 43-44.
  30. Ivi, p. 49.
  31. Ivi, p. 42.
  32. Ivi, p. 47.
  33. Cfr. C. Galimberti, Fontenelle, Leopardi e il dialogo alla maniera di Luciano, in Leopardi e il Settecento, Atti del I Convegno Internazionale di studi leopardiani (13-16 settembre 1962), Firenze, Olschki, 1964, pp. 283-94. Anche N. Fabio, «L’entusiasmo della ragione». Studio sulle “Operette morali”, Firenze, Le Lettere, 1995; G. Polizzi, «…Per le forze eterne della materia». Natura e scienza in Leopardi, Milano, Franco Angeli, 2008, pp. 69-81.
  34. Cfr. N. Allocca, Il disinganno copernicano: sull’antropologia materialistica di Giacomo Leopardi, in «Diacritica», VI, fasc. 2 (32), 25 aprile 2020, pp. 61-80.
  35. «Una prova in mille di quanto influiscano i sistemi puramente fisici sugl’intellettuali e metafisici, è quello di Copernico che al pensatore rinnuova interamente l’idea della natura e dell’uomo concepita e naturale per l’antico sistema detto tolemaico, rivela una pluralità di mondi, mostra l’uomo un essere non unico, come non è unica la sua collocazione il moto e il destino della terra, ed apre un immenso campo di riflessioni, sopra l’infinità delle creature che secondo tutte le leggi d’analogia debbono abitare gli altri globi in tutto analoghi al nostro, e quelli anche che saranno benché non ci appariscano intorno agli altri soli cioè le stelle, abbassa l’idea dell’uomo, e la sublima, scuopre nuovi misteri nella creazione, del destino della natura, della essenza delle cose, dell’essere nostro, dell’onnipotenza del creatore, dei fini del creato ec. ec.»: G. Leopardi, Zibaldone di pensieri, ed. critica a cura di G. Pacella, Milano, Garzanti, 1991, pensiero 84, 8 gennaio 1820.
  36. G. Leopardi, Operette morali, a cura di Cesare Galimberti, Napoli, Guida, 1990, pp. 232-33. Su Leopardi e Copernico mi piace in particolare rinviare ad A. Di Meo, Leopardi copernicano, Palermo, Demos, 1998 e a G. Stabile, Scienza e disincantamento del mondo: poesia, verità, nulla in Leopardi, in Giacomo Leopardi. Il pensiero scientifico, a cura di G. Stabile, Roma, Fahrenheit, 2001, pp. 187-204, ora in G. Stabile, L’esperienza della natura. Pensiero scientifico e disincantamento del mondo da Aristotele a Leopardi, Firenze, Sismel, 2023, pp. 413-35.
  37. G. Leopardi, Zibaldone, ed. cit., 2708-2709, 21 maggio 1823.
  38. «Qual è la principale scoperta di Locke, se non la falsità delle idee innate? Ma qual perspicacia d’intelletto, qual profondità ed assiduità di osservazione, qual sottigliezza di raziocinio non era necessaria ad avvedersi di questo inganno degli uomini, universalissimo, naturalissimo, antichissimo, anzi nato nel genere umano, e sempre nascente in ciascuno individuo, insieme colle prime riflessioni del pensiero sopra se stesso, e col primo uso della logica? Eppure che infinita catena di errori nascevano da questo principio! Grandissima parte de’ quali ancor vive, e negli stessi filosofi, ancorché il principio sia distrutto. Ma le conseguenze di questa distruzione, sono ancora pochissimo conosciute (rispetto alla loro ampiezza e moltiplicità), e i grandi progressi che dee fare lo spirito umano in seguito in virtù di questa distruzione, non debbono consistere essi medesimi in altro che in seguitare a distruggere»: ibidem; «Quando noi diciamo che l’anima è spirito, non diciamo altro se non che ella non è materia, e pronunciamo in sostanza una negazione, non un’affermazione. Il che è quanto dire che spirito è una parola senza idee, come tante altre»: ivi, 4111, 11 luglio 1824; «[…] questo spirito, non essendo altro che è quello che abbiamo veduto, è stato per lunghissimo tempo di secoli creduto contenere in sé la realtà di tutte le cose; e la materia cioè quanto noi conosciamo e concepiamo e quanto possiamo conoscere e concepire è stata creduta non essere altro che apparenza sogno vanità rispetto allo spirito. È impossibile non deplorar la miseria dell’intelletto umano considerando un così fatto delirio»: ivi, 4207, 26 settembre 1826. Su questo tema mi sia consentito il rinvio a N. Allocca, «Il corpo è l’uomo». Corporeità, medicina, magnanimità nell’antropologia di Leopardi, in «Il cannocchiale», 2009, n. 1-2, a cura di M. Biscuso, pp. 57-100.
  39. Fontenelle, Œuvres complètes, Paris, Fayard, 1990-1996, 7 voll., vol. VII, p. 73.
  40. «Si l’on allait s’entêter un jour de Descartes, et le mettre en place d’Aristote, ce serait à peu près le même inconvénient»: Fontenelle, Digression sur les Anciens et les Modernes (1688), in A. M. Lecoq, La Querelle des Anciens et des Modernes, op. cit., p. 302.
  41. Fontenelle, Entretiens sur la pluralité des mondes, op. cit., p. 82.
  42. P. Hazard, La crise de la conscience européeene 1680-1715, Paris, Boivin et Cie, 1935.
  43. J. Le Rond D’Alembert, Discorso preliminare, in Enciclopedia, op. cit., p. 49.
  44. Fontenelle, Préface à l’Historie de l’Académie Royale des Sciences, in Id., Œuvres, Nouvelle édtion augmentée, Paris, Brunet, 1742, Tome V. Sulla costituzione dell’Académie royale des sciences e la sua impostazione baconiana mi sia consentito il rinvio a N. Allocca, L’uomo e la macchina animale. Claude Perrault e l’immagine del vivente nella storia naturale post-cartesiana, in «Azimuth. Philosophical Coordinates in Modern and Contemporary Age», 2013, 1, pp. 33-56; Id., Mécanique des animaux. Claude Perrault e il dibattito sull’automatismo animale nella prima l’Académie royale des sciences de Paris, in «Physis. Rivista internazionale di storia della scienza», 2016, LI, 1-2, pp. 463-74; Id., Machine, Mind and Language in Post-Cartesian Natural History of Animals. Claude Perrault (1613-1688) and the Early Parisian Académie royale des sciences, in Natureza, causalidade e formas de corporeidade, Lisboa, Humus, 2016, a cura di A. Cardoso, M. Silvério Marques, M. Mendoça, pp. 29-40.

(fasc. 49, 31 ottobre 2023, vol. II)

«Fratello amatissimo»: le lettere di Francesco Algarotti al fratello Bonomo, una rete tra Venezia e l’Europa

Author di Daniela Mangione

L’epistolario di Francesco Algarotti tra Italia ed Europa

Da oltre mezzo secolo si attendeva che il progetto presentato da Giovanni Da Pozzo nella Nota filologica ai Saggi di Francesco Algarotti giungesse a un esito positivo. Era il 1963, e lo studioso aveva dichiarato in una nota di essere impegnato nella preparazione dell’edizione completa di tutte le lettere algarottiane, sotto la guida di Gianfranco Folena[1]. L’impresa, però, data la fittissima e ramificata rete europea di contatti che Francesco Algarotti vantava e data la dispersione delle lettere nelle biblioteche di tutto il continente, non era giunta a pubblicazione né, a quanto si sa, a privato compimento.

Solo di recente i tempi sono divenuti finalmente maturi, e il testimone è stato accolto da un gruppo di ricerca di alcune università venete. Ha capeggiato il progetto la stessa Università degli Studi di Padova nella quale l’intento era nato, unendosi all’Università degli Studi di Verona. Pensato da Valentina Gallo, che lo coordina, Anna Maria Salvadè, William Spaggiari e Corrado Viola, il progetto di pubblicazione dell’epistolario di Francesco Algarotti è stato varato nel dicembre 2021 ed è in pieno sviluppo[2].

Tra le numerose linee epistolari in corso di ricostruzione, quella con il fratello Bonomo occupa una posizione di assoluta rilevanza. Il rapporto di Francesco con il fratello maggiore fu, infatti, una costante che attraversò l’intero corso della vita dello scrittore veneziano. Le lettere a nostra disposizione coprono un arco temporale che va dal 1729, quando un giovanissimo Francesco era studente presso l’Istituto delle Scienze di Bologna, al 30 aprile 1764, una ventina di giorni prima della sua scomparsa, avvenuta per malattia, a Pisa, il 24 del mese successivo.

Dopo la morte del padre, nel 1726, Bonomo supporta economicamente gli studi e i viaggi del fratello: si sposerà solo a 37 anni, quando vedrà Francesco avere stabilizzato la propria esistenza[3]. Il contatto con Bonomo è continuo, attraversa i viaggi in Europa e la quotidianità. Bonomo è paziente, saldamente e singolarmente capace di accudimento e partecipazione, e si mostra testimone e complice dell’intero percorso di Francesco.

La consistenza provvisoria delle missive risulta essere di circa 717 lettere: l’aggettivo “provvisorio” è d’obbligo, data la dispersione delle epistole algarottiane, che risultano rintracciabili nelle biblioteche europee – e non solo, come vedremo.

Il fondo maggiore delle lettere di Francesco a Bonomo è custodito nella Biblioteca Comunale di Treviso, in cui, all’interno del Fondo Algarotti, sono presenti due buste, Ms 1256 A e 1256 B, che contengono un totale di 504 lettere. Altre due missive sono contenute nel Ms 168. I due manoscritti Ms 1256 A e 1256 B sono composti rispettivamente di 295 e 209 lettere di Francesco a Bonomo, dal 1729 al 1750, per un totale di 18 fascicoli, e dal 1750 al 1764, in altri 10 fascicoli. Nel secondo manoscritto sono presenti, nel fascicolo 11, anche lettere e minute di Bonomo al fratello[4]. La quantità delle responsive è troppo esile per consentire di ricostruire il carteggio nella sua integrità: centro della conservazione sono stati, fin dal Settecento, gli autografi di Francesco, cui costantemente furono apposte note di segreteria recanti data di redazione e di arrivo: almeno fino al 1760, anno a partire dal quale fu apposta solo la data di ricezione.

Se costante è la destinazione – tutte le missive sono dirette a Venezia, senza eccezioni –, la provenienza varia, e vede Francesco Algarotti scrivere da Parigi, Nîmes, Tolosa, Ginevra, Londra, Breslavia, Berlino, Dresda, Lipsia, Potsdam.

Il progetto

La pur densa storia di consultazione delle lettere da parte degli studiosi italiani e stranieri presso la Biblioteca Comunale di Treviso non aveva potuto fino ad ora beneficiare di una cartulazione che permettesse di citare univocamente le missive, presenti talvolta con una consistenza di due esemplari in uno stesso giorno. Con l’inizio del progetto, la Biblioteca trevigiana ha provveduto anzitutto alla cartulazione del materiale, che ha reso possibile l’inserimento delle carte nel catalogo online Nuova Biblioteca Manoscritta, progetto di catalogazione delle biblioteche venete finanziato dalla Regione, in collaborazione con l’Università Ca’ Foscari di Venezia e di Padova[5].

Lo studio delle carte ha rivelato l’affidabilità solo parziale delle note di segreteria. Verosimilmente aggiunte in tempi differiti, tali note talvolta attribuiscono una datazione che smentisce l’indicazione autografa o, in caso di data autografa assente, la definiscono secondo dati probabili senza considerare i contenuti della missiva. Si è dunque provveduto a migliorare la cronologia delle epistole secondo criteri esterni e interni. Laddove la datazione di Bonomo confliggeva patentemente con il contenuto, si è proceduto a correggere la sequenza offerta dalla tradizione confrontando per esempio lettere omogenee per dati esterni come il taglio dorato dei fogli, le misure, la qualità delle carte: elementi che hanno permesso di assegnare alcune lettere non datate agli anni berlinesi. Si sono definiti con maggior precisione i tempi di redazione, decidendo, in assenza di espliciti riferimenti cronologici, in base all’invio e ricezione di oggetti, sempre molto presenti nelle lettere tra i due fratelli: cappelli, camicie, parrucche, disegni, misure per la creazione di manufatti.

Le trascrizioni e i dati delle missive saranno a breve disponibili sul portale dell’Università di Losanna Epistulae[6], nel quale il corpus confluirà nella propria totalità: oltre mille esemplari interamente consultabili.

Grazie poi a un accordo tra il Comune di Treviso, la Soprintendenza e l’Università degli Studi di Padova, le immagini in alta risoluzione delle missive dei Ms. 1256 A e 1256 B sono state acquisite da Phaidra, la piattaforma dell’Università patavina preposta all’archiviazione di oggetti e di collezioni digitali. Le lettere, corredate dei dati provenienti da Nuova Biblioteca Manoscritta, sono dunque divenute sfogliabili una ad una[7].

Percorsi europei ed extra-europei delle lettere al fratello

Le 506 lettere conservate alla Biblioteca Comunale di Treviso sono dunque il gruppo di missive di Francesco al fratello Bonomo più numeroso a nostra disposizione. Ne esiste poi una serie complementare, presente alla Biblioteca Reale di Torino, dove circa altre 200 epistole autografe si inseriscono tra quelle degli ultimi anni, tra il 1756 e il 1763. Le missive di Torino hanno avuto differente storia rispetto a quelle del fondo trevigiano: una ricostruzione che resta tuttavia, per il momento, ancora da attuare[8].

Altre biblioteche italiane, europee ed extraeuropee detengono, come anticipato, gruppi di lettere o singole missive di Francesco a Bonomo Algarotti. Oltre a un’altra decina di lettere conservate alla Biblioteca Archivio di Bassano del Grappa e a un’altra lettera conservata al Museo Correr, se ne rintracciano presso l’Österreichische Bibliothek di Vienna, presso la Biblioteca dell’Università di Tartu, in Estonia, presso la Rauner Special Collections Library di Hanover (USA) e presso la Morgan Library di New York. La provvisorietà dei numeri che si possono indicare per questo epistolario è dunque evidente: i supporti elettronici che si uniscono e sovrappongono alla materialità delle edizioni cartacee assolvono dunque una funzione particolarmente importante, permettendo l’aggiornamento costante del corpus.

Solo ora, con la ricognizione delle missive indirizzate a Bonomo, è possibile avere una pur non definitiva idea della distribuzione negli anni delle lettere, che risulta, stando ai dati finora disponibili, irregolare. Dai pochi esemplari del 1729 si passa nei primi anni Trenta, con un incremento veloce, a una media di 25 lettere l’anno, per avere poi un calo drastico negli anni 1735-1736, quando Algarotti conduce una vita che lo pone a tratti in contrasto con il fratello per ragioni economiche; dal 1738 si registra una ripresa.

Con le lettere degli anni Quaranta si apre una sezione particolare della vita di Francesco Algarotti: quella prussiana. Le missive vanno intensificandosi e provengono da Berlino, Potsdam, Dresda e da luoghi in cui il veneziano si reca per le missioni assegnategli dai sovrani con i quali collabora. Diventano spesso dettagliati racconti politico-militari, oppure resoconti delle acquisizioni e dei commerci di dipinti, come nel caso degli acquisti per la galleria di Dresda o della vendita di quadri al Landgravio di Kassel. Le lettere del periodo compreso tra il giugno 1740 e il novembre 1752 sono così numerose e dettagliate da avere giustificato l’edizione più ampia fino ad ora delle missive indirizzate a Bonomo: le Lettere prussiane, date alle stampe nel 2011 a cura di Rita Unfer Lukoschik e Ivana Miatto[9]. Un’edizione importante e accurata, che ha messo a disposizione e connesso dati e materiali rilevanti nella storia della critica algarottiana. La pubblicazione comprendeva 142 delle 192 lettere degli anni prussiani. Grazie alla nuova generale ricognizione delle carte epistolari del fondo trevigiano, anche queste troveranno nuova edizione: comprensiva, inoltre, delle inedite di quel periodo, che Ivana Miatto sta integrando alle missive già trascritte.

Negli ultimi anni della vita di Algarotti la corrispondenza con il fratello diviene ancora più serrata: vi si ritrovano e infittiscono più che mai osservazioni, opinioni, racconti, titoli di opere, valutazioni su ogni aspetto dell’esistenza, cosicché sempre più le lettere diventano indispensabili per comprendere la rete intellettuale europea, le svolte della politica e delle guerre, così come la vita quotidiana e materiale di pieno Settecento. Bonomo si fa tramite della consegna di missive a Magdeburgo, ad Augsburg; si leggono le considerazioni di Francesco sulla presa della Martinica, sulla prima campagna di Slesia, sulla Guerra di successione austriaca, sulla presa di Praga; si incontrano i suoi acuti commenti espressi sulla base delle relazioni di guerra che giungono a Berlino. Le lettere dunque non solo gettano «un’intensa luce sui multiformi rapporti di interscambio culturale in corso fra le nazioni europee a metà del XVIII secolo», ma vengono a costituire «uno fra i più interessanti compendi di storia politica di quegli anni e restituiscono all’Algarotti finora conosciuto un ruolo di fine osservatore politico sino ad ora insospettato»[10] .

«Fratello amatissimo»

Una comunicazione così fitta – gli anni dal 1760 al 1763 contano una media di una lettera ogni 4 giorni, quasi un diario – consente di percepire ciò che le numerose epistole non familiari già pubblicate nel tempo hanno sottratto alla conoscenza: la perfetta convivenza di una coscienza europea, sempre attenta a ciò che accade in ambito culturale e politico, con una misura del tutto privata.

Per la prima volta è concesso di ascoltare a lungo una scrittura algarottiana non destinata a un pubblico. È una sfera che porta con sé una grande quantità di figure e personaggi minori che costeggiano la vita dei due fratelli; figure a volte di complessa individuazione. Ai problemi di cronologia sopra accennati si uniscono dunque alcune incognite circa il riconoscimento dei personaggi di sfondo, che spesso compaiono fugacemente, talvolta con cognomi resi di difficile lettura dalla grafia veloce e di piccolo calibro di Francesco. A popolarsi è una scena composta di una notevole quantità di contatti, spesso quella che garantisce lo straordinario scambio concreto di oggetti tra Venezia e Bologna, Firenze, Pisa, Roma, Milano, Torino, Parigi, Dresda, Berlino, Potsdam: canne da passeggio, radici e acque di uso medico, sementi, diamanti, calzature, specchi, abiti, parrucche; ma anche cibi, dalle «bottarghe» ai broccoli, dai vini ai biscotti, dalle angurie ai tartufi[11]. La vocazione commerciale della famiglia Algarotti è dunque un marchio che permane, e con naturalezza si mescola alla sensibilità artistica di entrambi. Le due vocazioni permettono di portare a termine le compravendite di quadri cui i due fratelli si dedicano con passione. L’arte si mescola alle cantate, alle pasquinate, ai libri costantemente richiesti da Francesco. Si precisa così parte della biblioteca algarottiana, anche quella reale accanto al suo bureau. L’arte si amalgama osmoticamente con la politica, con i commenti sui pontificati, con i fitti resoconti sulle campagne belliche – quell’arte militare presente in così tanta parte di diversi suoi scritti[12] – che popolano, come si diceva, le lettere inviate dalla Prussia.

Il legame familiare non è, dunque, presupposto che agisca a circoscrivere temi e argomenti: nelle lettere a Bonomo confluiscono tutte le differenti, articolate parti che compongono la personalità e l’intelletto del veneziano. Ai numerosi soggetti questa corrispondenza aggiunge però le modalità emotive di Francesco, facendoci scoprire come conduceva una lite, come si riconciliava, come esprimeva affetto. Si veda, per esempio, la lettera di scuse del 31 maggio 1729:

Se m’è uscita dalla penna l’ordinario scorso qualche paroluzza che vi paresse oltraggiosa all’amor vostro ver me, et all’amore della sig.ra madre, credetemi (che nessuno può interpretar meglio i sentimenti miei, che jo stesso che gli ho concepiti), credetemi, dico, ch’ella non m’è uscita perché io dubitassi della tenerezza vostra e di quella della sig.ra madre […] Che se jo per aventura potessi aver offeso in alcun modo, che ora non mi sovenisse, la carità fraterna e la pietà verso alla madre, domando a voi scusa, alla sig.ra madre perdono con la maggior efficacia che io immaginare mai possa. Ma di ciò basta. Jo credo che siate abbastanza persuasi della mia sincerità[13].

O si sfogli la risentita lettera del 29 dicembre 1733 – «M’incresce di vedere che ciò che io avrei ottenuto da un amico anco di nuova data non l’abbia potuto ottenere da un fratello, a cui in fine non dimando che ciò che è mio, e questo anco nella più onesta maniera del mondo»[14].

Al di là di singoli episodi, le attestazioni di profondo affetto verso Bonomo sono costantemente presenti: e fino alla fine, nel gennaio 1764, quando quasi traccia un bilancio della loro relazione: «Voi mi siete stato sempre più amico che fratello»[15]. Il rapporto epistolare con Bonomo ha tale rilevanza per Francesco che anche nella malattia estrema cercherà in ogni missiva di scrivere righe di proprio pugno[16].

Al contempo, anche scoprire il nitore dello stile di Francesco Algarotti in lettere solo familiari conferma quanto la chiarezza, la finezza, la predilezione per un periodare asciutto – le stesse preferenze, cioè, che egli teorizza nei propri saggi o nelle epistole dedicatorie – facciano profondamente parte della sua struttura intellettuale. Interessante è anche il confronto tra le missive di Francesco e di Bonomo, i quali, pur appartenendo allo stesso ambito familiare, già dalle prime lettere a nostra disposizione mostrano uno stile di scrittura del tutto differente.

L’evoluzione delle scelte linguistiche è un ulteriore ambito valutabile nella lunga corrispondenza: gli et usati talvolta nei primi anni Trenta spariscono gradualmente; marcatori individuali, come la ripetuta forma arcaicizzante “jo” per il pronome singolare di prima persona, lasciano spazio alla forma normalizzata nel giro di qualche anno. Allo stesso modo, inizialmente il fratello è citato come Bonhomo, e Bonhomme nelle lettere dalla Francia, per poi normalizzarsi in Bonomo.

Attraverso un così lungo e multifocale percorso di scrittura epistolare si conoscono sfumature che nei carteggi con destinatari più formali, ampiamente presenti nelle raccolte di opere algarottiane nate lui in vita, risultano coperte. Si riescono a comprendere decisioni fino ad ora rimaste mute nella storia personale di Francesco. I viaggi europei che caratterizzeranno la sua vita si vedono qui vagheggiati e immaginati; perseguiti. Scelte la cui genesi era stata fino ad ora ignota trovano chiarimento nelle lettere a Bonomo, nelle confessioni relative a intenti e progetti.

La vocazione al confronto con altre culture emerge come fondante della personalità di Francesco:

Un’altra idea mi s’è svegliata jer l’altro leggendo la gazetta. M. d’Argental, mio grandissimo amico, e la cui moglie, piena di virtù e di amabilità, posso certamente porre nel numero de’ migliori miei amici, se ne va intendente all’isola di S. Domingo, posto estremamente ragguardevole e lucroso sì per li proventi della carica medesima, come per gli utili trasversi ed indiretti che un uomo può e non lascia certamente di fare in tali circostanze. Ecco forse per me aperta una scena di lasciar l’Europa con qualche gran fine. […] O Parigi mi determinerà al gran viaggio occidentale essendo io in ciò approvato e diretto da voi, viaggio che potrebbe rimetter la nostra casa, o questo cadendo (per cui però non posso avere più favorevoli circostanze) io passo in Inghilterra, dove mi si dovrebbe naturalmente aprire una scena da non esser più di aggravio alcuno alla casa, e da procurare anzi di sollevarla. Quello che mi pare esservi di migliore in questi due progetti è che il fine di amendue è grande […]. Spero che il mio progetto non sia chimerico né imprudente[17].

Ci si imbatte negli entusiasmi per le pubblicazioni. In occasione della prima edizione del Newtonianismo per le dame, nel 1737, da Milano Francesco gli scrive:

Il mio libro si stampa. Ve n’ha già cinque fogli d’impressi; cosicché io spero per le prossime feste sarà finito d’imprimere ed io per l’anno nuovo sarò giudicato, letto o posto in oblio. […] Gli autori sono come gli amanti. La lor difficile signora e capricciosa è il severo pubblico. Stanno attenti ad ogni cosa, e par loro che dal menomo gesto e dal menomo girar d’occhj la lor sorte dipenda. Ciò che mi consola il più è ch’io saprò almeno in breve qual è il mio destino. Ve ne spedirò una copia il più presto che sarà possibile, la quale vi prego leggere e scrivermene tosto il vostro sentimento così liberamente come se io fossi nato vostro antipode[18].

Sempre solidale nelle alterne vicende della fortuna creativa ed editoriale del fratello, Bonomo si fa tramite per la spedizione e la diffusione delle sue opere; partecipa ai contatti con gli editori, gli stampatori, gli incisori; è messaggero sicuro di lettere ad altri intellettuali; Voltaire, l’abate Patriarchi, Madame du Boccage sono riferimenti comuni, dei quali i due fratelli discorrono in sintonia.

Seguendo gli scambi tra i due, si comprende inoltre quanto l’assenza di matrimonio nella vita di Algarotti non sia stata accidente ma sostanza. Al fratello confida infatti con franchezza la propria posizione al riguardo:

a dirvi il vero quanto a me io sicuramente in questo stato in cui mi trovo ora io riguardo il prender moglie come una morte; io dico in questo stato in cui mi trovo ora perché so troppo bene che gli uomini, e tra questi anco i più risoluti e i più constanti, non si trovano sempre delle medesime massime. Ma io credo certamente che quanto a questa massima io sarò constantissimo e risolutissimo. Io vi dico tutte queste cose per aprirvi sinceramente il cuor mio, che se non l’apro a voi io non saprei a cui aprirlo[19].

E da questo momento, dall’ottobre 1733, i cerimoniosi saluti all’amata Paulina si fanno via via più amichevoli: è la stessa Paulina che diventerà anni dopo, nel 1743, la moglie del fratello Bonomo.

Grazie alle missive familiari che inizieranno presto a vedere pubblicazione e cura si apre dunque ancor più a ventaglio la complessità della figura di Francesco Algarotti. Si precisa la rete europea di contatti alla quale il fratello Bonomo collabora e contribuisce, complice delle relazioni e degli scambi quando richiesto, solerte e fattivo. Il sodalizio fra Bonomo e Francesco illumina non solo i legami privati, ma anche l’eterogenea «cartografia» algarottiana e la sua «geografia critico-letteraria» di portata europea[20], che si offrono a una nuova articolazione e a nuove possibilità interpretative.

  1. «In attesa di poter usufruire di tutte le lettere dell’Algarotti, che sto ora raccogliendo sotto la guida di Gianfranco Folena per prepararne l’edizione completa, esse si citano qui con il numero del tomo in cui si trovano nell’edizione Palese, se già edite, se inedite con la relativa collocazione»: G. Da Pozzo, Nota filologica, in F. Algarotti, Saggi, a cura di Giovanni Da Pozzo, Bari, Laterza, 1963, p. 560, nota 4; il corsivo è mio.

  2. Il comitato editoriale del progetto è composto da Franco Arato, Ismaele Chignola, Chiara Lo Giudice, Daniela Mangione, Ivana Miatto, Paolo Pastres, Gilberto Pizzamiglio, Martina Romanelli, Francesco Roncen, Erica Vianello, Paolo Zaja.

  3. Si vedano: I. Miatto, Francesco Algarotti (1712-1764). Annotazioni biografiche. Biografische Anmerkungen, München, Meidenbauer, 2011; F. Algarotti, Lettere prussiane di Francesco Algarotti (1712-1264) mediatore di culture, a cura di Rita Unfer Lukoschik, Ivana Miatto, Chioggia, Il Leggio, 2011, pp. 31-45.

  4. Completano il Ms 1256 B altri 4 fascicoli costituiti da antiche camicie sulle quali sono appuntate le suddivisioni cronologiche delle lettere con i rispettivi incipit.

  5. Il catalogo di Nuova Biblioteca Manoscritta (NBM) è consultabile all’indirizzo https://www.nuovabibliotecamanoscritta.it/index.html?language=IT (ultima consultazione: 25 febbraio 2024).

  6. Sull’ideazione, la struttura, le caratteristiche di Epistulae si veda S. Albonico, Epistulae. Uno strumento per lo studio dell’epistolografia e della sua tradizione, in «Epistolographia», 1, 2023, pp. 97-106, e C. De Cesare, Per una nuova edizione delle Lettere di Ariosto. Il database Epistulae e la schedatura delle missive, ivi, pp. 107-17.

  7. Phaidra (Permanent Hosting, Archiving and Indexing of Digital Resources and Assets) è consultabile all’indirizzo https://phaidra.cab.unipd.it/ (ultima consultazione: 25 febbraio 2024).

  8. Lo studio e la trascrizione delle missive del fondo torinese sono in corso, affidati alla cura e alla competenza di Ivana Miatto.

  9. Lettere prussiane di Francesco Algarotti (1712-1264), op. cit. Un altro gruppo di lettere a Bonomo della fine degli anni Trenta è stato trascritto da Ismaele Chignola: “Deux Tableaux pour Votre Excellence”: indagine su Francesco Algarotti, Giambattista Tiepolo ed Heinrich Von Brühl, tra piaggeria ed esoterismo, tesi di laurea magistrale, relatore prof. Bernard Aikema, Università degli Studi di Verona, A. Acc. 2012-2013.

  10. Si veda l’Introduzione delle curatrici in Lettere prussiane di Francesco Algarotti (1712-1264), op. cit., p. 18.

  11. «Vino di Cipro, Malaga di Cadice, San Giovese, Maraschino di Zara e Verdea, tabacco di Smirne, cioccolata, meloni di Smirne e di Venezia, e angurie di Roma, di Pistoia e di Corsica, pistacchi, broccoli, i bisatti, cioè le anguille marinate di Comacchio (un piatto che ancora è presente nella cucina locale prussiana) ed i tartufi»: ivi, pp. 11-12.

  12. Si vedano al proposito gli studi di Denise Aricò, L’arte della guerra nel Settecento. I ‘Discorsi militari’ di Francesco Algarotti, Roma, Aracne, 2016; Ead., Uomini che «scrivono e parlano come operano, e come sentono». Eloquenza politica e retorica militare nelle riflessioni di Algarotti, in «Nuova antologia militare», 4, 15, 2023, pp. 515-68.

  13. Francesco Algarotti a Bonomo, 31.V.1729, Ms 1256 A (1.3).

  14. Francesco Algarotti a Bonomo, 29.XII.1733, Ms 1256 A (4.31).

  15. Francesco Algarotti a Bonomo, 13.I.1764, Ms 1256 B (10.2).

  16. È il caso delle missive comprese tra il febbraio e il maggio del 1763 e delle ultime quattro missive, dell’aprile 1764 (Ms 1256 B).

  17. Francesco Algarotti a Bonomo, 15.III.1738, Ms 1256 A (9.8).

  18. Francesco Algarotti a Bonomo, 4.XII.1737, Ms 1256 A (8.3).

  19. Francesco Algarotti a Bonomo, 14.X.1733, Ms 1256 A (4.23).

  20. M. Romanelli, Costruire libri secondo il grado di latitudine, in La sintassi del mondo. La mappa e il testo, Firenze, Società Editrice Fiorentina, 2023, pp. 331-50: 332-33.

(fasc. 51, 15 marzo 2024, vol. II)

Nicolò Mineo storiografo del Settecento letterario italiano

Author di Rosario Castelli

Il recente convegno internazionale di studi su Nicolò Mineo[1], professore emerito di Letteratura italiana dell’Università di Catania, ha visto studiosi di almeno tre generazioni confrontarsi sul suo fondamentale contributo di storico e critico della letteratura italiana. Tre generazioni: è da queste che vale la pena prendere le mosse per una riflessione che ha molto a che vedere con l’idea di Settecento che emerge dalla cospicua messe di scritti dedicati dallo studioso al secolo dei Lumi e in cui il discorso s’incardina proprio sulla questione delle generazioni intellettuali[2], tanto degli scrittori che dei critici, e percorre come una falda acquifera tutto il terreno che sta sotto la concezione che Mineo ebbe della cultura e della letteratura illuministica. L’idea, cioè, di una storia “generazionale”, mai tentata in modo organico e generale eppure foriera di chissà quali intriganti e rivelatori sviluppi, e di una critica che proceda verso una sorta di storicismo dialettico e relativistico che è un superamento di quello tradizionale di marca hegeliana e il cui fine è quello di restituirci un quadro complessivo in cui sintetizzare prospettive diacroniche e sincroniche, svolgimenti e compresenze, differenze e omologie, in una prospettiva che aspiri sempre ad essere la più ampia possibile.

Di un «appello al ritorno alla storia» si era fatto interprete in più occasioni come «via, per la letteratura appunto, a un recupero di presenza e di significato»[3] ed è un progetto «umanistico» che si fonda sull’idea stessa di un’«attualità dell’illuminismo» come pensiero che «sappia e voglia nuovamente essere totalizzante» e in cui «il campo delle contraddizioni è generale e strutturale, cioè coincide con le visioni del mondo e si lega agli assetti e agli interessi socio-economici e politici».

Mineo si pone questo problema già al momento della tesi di laurea con Carlo Graber, dedicata allo studio degli influssi romantici nell’opera di Carducci:

Non mi sembrava produttivo condurre la ricerca solo a un livello sincronico, per nuclei tematici e motivi e stilemi, e insieme per raccolte.

Intrapresi una via, non subito accolta dallo stesso relatore, consistente nell’analisi diacronica dei singoli testi poetici e critici disaggregati rispetto alle raccolte e ai volumi e studiati, in rapporto all’istanza di ricerca proposta, nella effettiva processualità del loro farsi. La ricomposizione sincronica veniva successivamente e si avvaleva dei risultati del primo tipo di analisi. Il processo di storicizzazione risultava meglio fondato e decisamente produttivo di nuovi risultati. Mi portò infatti a una tesi conclusiva che negava la proposta. La non romanticità cioè, in senso rigorosamente categoriale, della poesia carducciana, e non per la sua «classicità», ma perché riflesso e coscienza di un altro tempo e di un’altra cultura. Anche se non fu trascurata la via, che sarebbe stata allora in qualche misura anticipatrice, se teoricamente fondata, dei confronti di temi e motivi: l’interdiscorsività[4].

Non lo convinceva la distinzione tra «critica» e «storiografia letteraria», «fondata sull’attribuzione alla prima della funzione interpretativa e del giudizio, alla seconda della catalogazione e della descrizione dei fatti letterari» e che, sulla scorta della lezione di Settembrini e De Sanctis, gli faceva considerare arbitraria «una critica senza storia, senza storia generale e senza storia della letteratura»[5].

È un’idea forte perché fa del problema del Settecento anche lo spunto per affrontare la questione della critica e di come fare, attraverso essa, la storia della letteratura, mantenendo cioè un approccio “sociale” al fatto letterario, cui Mineo rimase sempre fedele, nel debito che egli contrasse verso due dei suoi modelli più autorevoli, vale a dire Antonio Gramsci[6], per l’articolazione della critica sui tre livelli della politica, della cultura e della letteratura, tra loro interconnessi ma non sovrapponibili, e Luigi Russo[7] che, come Gramsci e in reazione a Benedetto Croce, tracciava la via dello storicismo critico che Natalino Sapegno e Walter Binni per primi porteranno avanti. È significativo come atteggiamento, in un momento storico in cui la critica si ammalava di tautologiche semiopatie e molti studiosi slittavano entusiasticamente, con una nutrita attrezzistica di inessenziali tecnicismi, verso metafisici travisamenti del senso, trascinandosi appresso anche i loro allievi obbligati a sterili ginnastiche para-matematiche o para-geometriche, che prendevano di volta in volta i nomi di strutturalismo, decostruzionismo, semiotica e così via. Mineo, al contrario, distillava centinaia di pagine di studi sul Settecento e l’Ottocento, oltre quelle ben note su Dante, lasciando ad altri il tempo di smaltire le loro sbornie ermeneutiche, forte in ciò di un’idea cui restare sempre fedele, vale a dire la collaudata formula del «primato del significato e della trascendenza», enunciata per la prima volta all’inizio degli anni Novanta[8]. Una formula, questa, di derivazione illuministica, in qualche modo ripresa da Manzoni, riassumibile nel principio dell’interrelazione della conoscenza e della prassi ai vari livelli del reale. Da ciò derivava un’idea della letteratura che dava relativa priorità, almeno nelle sue primarie intenzioni, e senza perciò escluderli, al significato, al messaggio, al contenuto rispetto al significante, ai tecnicismi, al dettaglio irrelato, e che riconosceva nella capacità della letteratura di risalire, per una via storica, al modello o all’exemplum la sua marcia in più, al di là di compiaciute mode neo formalistiche ed estetizzanti che spesso rischiano di far perdere il contatto con la realtà.

Qual era allora il modello? Non è difficile capirlo: è lo scrittore che sa coniugare ethos e impegno nelle loro accezioni più ampie. È Dante, dal suo tout se tient discende il resto. Tutta la produzione critica di Mineo è, in questo senso, un risalire all’indietro, un’operazione con cui si fa cortocircuitare il passato col presente, si cerca un punto di saldatura in cui gli estremi si tocchino.

Per usare le parole di un autore a lui caro e che fu oggetto di studio già a partire dalla sua tesi di perfezionamento nella Scuola Normale Superiore di Pisa, potremmo dire che «scrivere un libro è men che niente / se il libro fatto non rifà la gente»; la saggezza del vecchio Giuseppe Giusti[9] è quanto mai attuale in un’epoca di diluvi cartacei in cui i libri hanno una durata di poco superiore a quella dei quotidiani e in cui le opere che resistono e riescono a «rifare la gente» sono ben poche, anche quando potenti risultano gli strumenti di diffusione di cui si avvalgono.

Lo si coglie chiaramente nell’ampia monografia Cultura e letteratura del Settecento e Illuminismo in Italia che raccoglie la maggior parte degli studi dedicati da Mineo al secolo dei Lumi, nata in un contesto accademico, e perciò da alcuni considerata quasi un’opera di nicchia, ma punto di riferimento per gli studi sul pensiero e la letteratura del Settecento[10]. Intanto perché era un libro che affrontava in prospettiva totalizzante quasi tutti gli ambiti che investono la trattazione della cultura illuministica (dalla religione alla conoscenza scientifica, dalla politica e dal rapporto con i governi ai problemi della riforma e della rivoluzione). E lo faceva a partire dalla questione principale che è anche la più controversa, quella cioè della periodizzazione di un secolo che si potrebbe definire “lungo” e che parte dal rinnovamento in senso stretto dei primi decenni del Settecento per proseguire con gli esordi dell’Illuminismo negli anni Quaranta, il primo assolutismo illuminato e la grande stagione degli anni Cinquanta e Sessanta, l’assolutismo illuminato e l’Illuminismo tra apogeo e riflusso e infine la crisi tra anni Settanta e Novanta, con una leggera sfasatura, in direzione di una retrodatazione e in relazione, ovviamente, ai fatti letterari, rispetto alla scansione che ne dava Franco Venturi nel suo Settecento riformatore.

La questione della periodizzazione implica già un problema di interpretazione e di valutazione del fenomeno e deve tener conto del problema del rapporto tra storia e geografia e della mobilità degli intellettuali. Problema che si complica nel momento in cui entrano in campo anche i concetti storiografici di neoclassicismo e preromanticismo. Il quadro è articolato perché quello della cultura illuministica fu un laboratorio sperimentale in cui è fin troppo evidente il numero altissimo di personalità, anche non di prima grandezza, che riuscirono nella difficile opera di orientare gusti e pensieri. Ricostruirne la mappa è quanto meno arduo, ma il quadro che emerge è quello fervido di una letteratura che si sviluppa attraverso un’estrema varietà di forme: dalla prosa narrativa, memorialistica e odeporica ‒ che tanto contribuirono al rinnovamento del linguaggio ‒ al costituirsi di una critica militante che rendeva imprescindibile il rapporto dell’autore con l’orizzonte di una ricezione sempre più allargata, dagli studi eruditi che scardinano immobilismi critici secolari alla poesia didascalica, satirica e libertina.

Certo, all’interno di un panorama così ampio e articolato, alcune figure hanno pure la centralità che uno studioso inevitabilmente accorda loro e sarebbe quasi intuitivo, per chi conosce l’itinerario critico di Mineo, pensare a quelli su cui più diffusamente si è soffermato, nell’arco della sua attività critica, come Foscolo[11] o Alfieri[12], quest’ultimo elevato al ruolo di vessillifero della modernità, di autore rivoluzionario che scavalca le barricate tra Settecento razionalista e Romanticismo. Oppure Monti[13], per cui occorrerebbe una trattazione a sé stante per lo sforzo di sottrarlo alle secche di una tradizionale lettura ideologica, problematizzandola nei termini del rapporto Neoclassicismo-Illuminismo, a dimostrazione di come Mineo fosse studioso che nel monaco cerca l’anima piuttosto che guardare l’abito.

È sull’equilibrio trattatistico che si gioca la partita dei valori che permette, così, di dare rilievo ad altre auctoritates. Su tutte spicca, secondo me, quella di Pietro Giannone, autore di quell’Istoria civile del regno di Napoli (1723) che rappresenterà un modello per Voltaire come per altri grandi storici dell’Aufklärung tedesca; personalità appassionatamente difesa da Giovanni Gentile e Croce, ma di cui daranno lettura più complessa, negli anni Sessanta-Settanta del Novecento, intellettuali come Pietro Gobetti o Adolfo Omodeo, nel momento in cui andranno a definire il rapporto di Giannone con la crisi della coscienza europea.

Ben conosciuta era la caccia che la curia romana diede all’uomo, fatto espellere da Venezia, inseguito da tutte le Inquisizioni, protetto da Muratori, stanato da Ginevra con l’inganno e la complicità dei Savoia. Legato a un senso laico del futuro, a un impegno per le generazioni a venire, scrisse fra Vienna, Venezia e Ginevra un testo – il Triregno ‒ che contiene quasi tutte le metafore del secolo dei Lumi, abbandonando in tal modo la chiave giurisdizionalistica per misurarsi con una grande cultura europea, che andava da Spinoza a Toland, dal libertinismo al libero pensiero, a quello che con efficace stereotipo è stato poi definito «illuminismo radicale».

Ecco l’altro grande motivo che percorre la lettura del Settecento di Mineo, cioè la prospettiva europeistica, all’interno della quale fissare la centralità dell’Italia con le proprie aree di elaborazione intellettuale. Un discorso che gli storici fanno nei termini della «mondializzazione» del Settecento in chiave economica, tecnologica e di mercato, mentre Mineo sposta sul terreno del ceto intellettuale, dell’ambiente riformatore, dei rapporti con la tradizione giurisdizionalistica e con l’associazionismo settario, in cui spicca la massoneria.

Il valore del raccordo cosmopolita fra culture, scienze, stampa, politica di cambiamento del secolo dei lumi si dimostrerebbe da sé anche solo pensando al fatto che in quel secolo esistettero periodici e gazzette, a Firenze e Venezia, che si intitolavano “Notizie del mondo”. Chiedersi in che misura l’area italiana avesse elaborato autonomamente le idee del comune mondo dei lumi, precisare l’apporto che i singoli centri della penisola, a partire da Napoli, diedero a quella civiltà, significa anche combattere il pregiudizio ‒ radicato nella storiografia italiana quanto meno fino alla Seconda guerra mondiale ‒ che valesse la pena di studiare il Settecento soltanto in quanto anticamera dell’Ottocento, e sottrarre così agli emuli e ai vessilliferi di quella tesi l’interpretazione dell’Illuminismo come di un precoce Risorgimento nazionale. Laddove tutta la seconda metà del secolo, in Italia, dopo la pace di Aquisgrana del ’48 e con l’inizio della grande stagione dell’assolutismo illuminato, rappresenterà il recupero di un discorso proprio e maturo della cultura politica italiana, nel quadro di un suo rientro non subalterno nei circuiti intellettuali europei.

È quindi sull’ampio ventaglio dei temi coinvolti che ci si può interrogare, e quasi tutti quelli accolti dalla tradizionale e consolidata storiografia illuministica furono affrontati dallo studioso: il rapporto tra Illuminismo e riformismo ‒ anzi, “riformismi”, dal momento che lo sforzo dei rinnovatori investì molti campi della vita civile; il rapporto con la tradizione giurisdizionalistica e il giansenismo; il rapporto che Illuminismo e rivoluzione ebbero con la massoneria e il suo essere una forma pervasiva della socialità intellettuale, capace di attraversare tutte le frontiere, rompendo così la barriera tra l’Illuminismo dei philosophes e quello “popolare”; il problema dell’organizzazione del sapere e della classificazione delle scienze, centrale tanto per gli enciclopedisti come per gli idéologues; il problema del rapporto fra filosofia e scienza, e in particolare del giudizio su Newton (in Francia neanche Ampère e poi Comte riuscirono a togliere alla scienza newtoniana il suo primato; diversamente in Germania, dove la critica del quadro filosofico in cui si muovevano Locke, Newton e i philosophes divenne critica della scienza newtoniana e del suo valore conoscitivo, a vantaggio del sapere speculativo elaborato dalla filosofia); la battaglia per l’umanizzazione della giustizia e la riforma del diritto; la riflessione sul rapporto antico-moderno nella quale ha trovato espressione, tra l’altro, l’esperienza di disagio e di alienazione vissuta dall’uomo illuminista; la complessità del confronto con le civiltà americane e asiatiche, avvenuto attraverso l’esperienza del colonialismo e della globalizzazione della politica e dell’economia; la definizione del “pensiero politico” dell’Illuminismo (il significato delle idee e dell’opera di Montesquieu, Voltaire, Helvétius, Diderot, Raynal); la ricerca delle varianti nazionali alternative od omologhe alla dimensione francese del fenomeno; il concetto di ateismo. All’interno di questa problematica varrebbe, poi, la pena interrogarsi sul presunto ateismo di Voltaire poiché atei ve ne furono molti, nel Settecento, ma siamo sicuri che lo fosse anche Voltaire, che nel Dictionnaire philosophique affermava la necessità “politica” dell’idea di un Essere supremo, creatore e governatore, incisa profondamente nei cuori sia dei sudditi sia dei prìncipi, e non cessò mai di rivendicare il proprio credo deista e di polemizzare contro il «nuovo dogmatismo» del circolo di d’Holbach?

E ancora il modo in cui sono state utilizzate le nuove forme comunicative e di divulgazione del sapere critico, che è, in altri termini, la riproposizione della controversa questione se ci sia relazione causale tra Illuminismo e nuove forme di comunicazione delle idee o si tratti piuttosto di due fenomeni largamente indipendenti e dotati di autonome dinamiche. Infine, la definizione della fisionomia del philosophe e il trasformarsi dei modelli in gioco: si passa dalla figura del sapiente di origine platonica all’archetipo del saggio di origine stoica, all’homme de lettres, al free-thinker, al “filosofo” quale è definito dall’Encyclopédie, al mutarsi dello stesso modello a seconda dei luoghi e dei momenti.

Ecco, allora, precisata la complessità e problematicità della stagione che si definisce illuministica. Nel 1784, Kant poneva la questione in un celebre scritto intitolato Risposta alla domanda: che cos’è l’illuminismo? Il filosofo lo definiva come «l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a sé stesso». Quando si commenta questo passo, l’accento cade quasi sempre sulle nozioni di «minorità» e di «volontà» (è a sé stesso infatti, secondo il filosofo, che l’uomo deve imputare la possibilità o meno di riscattarsi). Mineo, che pure cita questo passo, mi pare che ponga di più l’accento sul concetto di «uscita» insito in quell’affermazione, allineandosi probabilmente con Michel Foucault nel notare come questo punto di vista suggerisca piuttosto che il mettersi alle spalle un mondo o un’età conti assai di più del mondo o dell’età che ci attende, significa porre in rilievo un’epochè, una sospensione, accompagnata da una sorta di smarrimento. L’uscita è una decisione che si apre alla libertà, alla potenzialità e alla possibilità. Così capiamo che l’“illuminismo” non è necessariamente ed esclusivamente un andare verso, è soprattutto un venire “da”, un uscire fuori.

L’altro grande interrogativo che aleggia nel corso della lettura dei saggi di Mineo è quello che riguarda i rapporti tra Illuminismo e Rivoluzione. Sarei tentato di rispondere, sulla scorta di quanto faccio proprio del suo metodo, con una provocazione che va contro la collaudata prassi scolastica di leggere l’Illuminismo come prodromo della Rivoluzione. E la provocazione consiste nel chiedersi come, invece, la Rivoluzione abbia costruito, “inventato”, definito l’Illuminismo. Formulazione eccessiva, forse, se non avesse come scopo non tanto la negazione dell’Illuminismo in quanto fenomeno storico precedente, ma l’intenzione di capire in che misura i rivoluzionari si fossero eretti un pantheon di autori e un corpus di idee in cui leggere un’anticipazione e una legittimazione della Rivoluzione stessa.

Il punto è questo: la diversità di orientamenti, di generazioni, di modelli epistemologici ci mostrano una realtà più composita di quella a lungo proposta dall’identificazione dell’Illuminismo con un corpo unico di enunciati stabili e condivisi. In questo senso, il rapporto della Rivoluzione con quella stagione culturale non è scindibile neppure da quello con l’antichità, e ricostruire questa storia significa allontanarsi da una storia delle idee che postula in modo troppo affrettato l’unicità di un significato.

Ma c’è ancora dell’altro. Si parla molto nei saggi di Mineo, ovviamente, di sensismo, di materialismo, di razionalismo, ma si mostra anche come l’Illuminismo non significhi affatto disvalore delle illusioni e dei sogni. Basti pensare a quanto di utopico è possibile rinvenire nelle relazioni dei grandi viaggiatori del Settecento.

E c’è, sullo sfondo, l’altra grande questione se il Settecento sia stato un secolo senza poesia o se sia esistita una poesia illuministica come ci fu quella umanistica o decadente. Certo si potrà dire che la poesia del secolo si ponga talvolta e in posizione antitetica rispetto al pensiero dei philosophes, ma qui si torna a un problema che viene puntualmente sollevato dallo studioso e che è quello per cui una visione complessiva del secolo non può ignorare le differenze e le discordanze, se non vuole condannarsi al vuoto prospettico. Se si concepisce l’Illuminismo come un sistema di pensiero, non si potrà non dare il giusto peso a fenomeni come l’Arcadia o la poesia del Parini, in cui la sintesi di lirismo, sensismo, classicismo, illuminismo è emblematica di un aspetto essenziale della cultura dei Lumi, o anche la poesia del Metastasio, di cui è inutile ricordare in modo sbrigativo il titolo di qualche melodramma, se non si chiarisce quel che Metastasio significò per tutta la cultura europea, come inventore di vicende paradigmatiche e di profili umani ideali: si pensi a Rousseau, ma si pensi anche a Stendhal, per tanti aspetti figlio dei Lumi. La poesia del Settecento non si può ritagliare e buttar via, come inutile frangia, perché è parte essenziale, dà argomenti e alimento alla battaglia dei Lumi, ne è come il respiro, la vibrazione interiore.

Questa visione che Mineo ci consegna, non univoca, ma pluralistica, variegata, mutevole, è la garanzia, qualora ce ne fosse bisogno, di una saggezza inossidabile rispetto alla quale ai giovani studiosi compete far propria la concezione empirica e artigianale del «mestiere» dello storico della letteratura, e che si sostanzia in un metodo tanto semplice quanto efficace, consistente – secondo l’insegnamento di Federico Chabod ‒ nel leggere “tutto” e controllare scrupolosamente date e citazioni:

Penso a una critica che studi l’oggetto letterario come evento storico, come prodotto e produzione riconducibili a dimensioni spazio-temporali determinate, e pertanto rifiuti (ma un rifiuto che si articoli nel dialogo e quindi nell’appropriazione) ogni forma di approccio interpretativo sia di tipo metastorico e idealistico ‒ comunque atteggiato e mascherato ‒, che proponga un’idea di arte come valore assoluto, sia di tipo attualizzante e presentizzante, il cui esito ultimo quasi sempre non sono che le nebbie mistiche al di là o dentro le quali non è che il silenzio o l’assenza del reale. Storicizzare d’altra parte, dovrebbe essere chiaro, non vuol dire tornare allo storicismo (quello classico di marca hegeliana). E sappiamo tutti che il tempo dei «grandi racconti» è finito ‒ almeno per ora ‒. Non solo, sappiamo anche che non possiamo più né progettare sistemazioni totalizzanti né presumere il possesso di norme oggettive e universali di comprensione, interpretazione e descrizione. Quel che si propone come irrinunciabile via verso un sapere reale e positivo è il conoscere storicamente[14].

 

  1. Nicolò Mineo, storico e critico della letteratura italiana, Catania, 29 febbraio e 1° marzo 2024. Al convegno, che ha preso in esame la ricca produzione critica dedicata a Dante come alla modernità, hanno preso parte R. Caputo, B. Pinchard, T. Klinkert, P. Guaragnella, G. M. Anselmi, B. Alfonzetti, S. Tatti, G. Ruozzi, oltre alle colleghe e colleghi catanesi G. Alfieri, R. Castelli, S. Cristaldi, A. Manganaro, M. Paino, G. Savoca, G. Traina e agli allievi S. Italia e C. Tramontana. Nato ad Alcamo nel 1934, è stato professore di Letteratura italiana nella Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Catania e preside per molti anni della stessa nonché presidente del Comitato Scientifico della Fondazione Verga. Dal 2010 fu professore emerito; è venuto a mancare nel febbraio 2023.

  2. Numerosi sono i contributi dedicati dallo studioso alla letteratura e al pensiero nell’Età dei Lumi; volendone ricostruire lo specifico itinerario critico, occorrerebbe prendere le mosse dai primi studi dedicati al pensiero politico di Foscolo (in U. Foscolo, Antologia del pensiero politico, Catania, Musumeci, 1970) cui seguiranno altre indagini che allargheranno lo spettro degli interessi e della delimitazione storica del tema (Letterati e politica tra Rivoluzione e Risorgimento, Catania, Giannotta, 1974; Ludovico Di Breme: le “fluttuazioni” del pensiero e la “rabbia geometrica del cuore, in Atti del Convegno Piemonte e letteratura 1789-1870, San Salvatore Monferrato, 15-17 ottobre 1981, a cura di G. Ioli, San Salvatore Monferrato, Regione Piemonte 1982, pp. 395-436; Gasparo Gozzi e il lavoro di scrittore, in Gasparo Gozzi. Il lavoro di un intellettuale nel Settecento veneziano. Atti del convegno Venezia-Pordenone, 4-6 dicembre 1986, a cura di I. Crotti e R. Ricorda, Padova, Editrice Antenore 1989, pp. 133-46). Gli anni Novanta saranno quelli in cui prenderanno forma i saggi su Domenico Tempio, tra i maggiori autori siciliani del Settecento (Tempio: La Carestia tra intenzioni e contraddizioni, in «Le Forme e la Storia», n. s., II, 1990, pp. 90-120, poi ampliato in «Rivista di studi napoleonici», nn. 1-2, XXIX, 1992, pp. 257-81, poi rivisto col titolo Aristocrazia, borghesia e plebe nella Carestia di Domenico Tempio, in Domenico Tempio e l’Illuminismo in Sicilia. Atti del Convegno di studi, Società di Storia Patria per la Sicilia Orientale, Catania 3-4-5 dicembre 1990, Palermo, Palumbo, 1991, pp. 97-116; Rivoluzione francese e letteratura in Sicilia sino a Tempio, in Ripensare la Rivoluzione francese. Gli echi in Sicilia, a cura di G. Milazzo e C. Torrisi, Caltanissetta-Roma, Sciascia 1991, pp. 121-73).

  3. Cfr. N. Mineo, Della letteratura, della critica e dello studio “storico” della letteratura, in «Le Forme e la Storia», n. s., I, 2008, nn. 1-2, pp. 713-40.

  4. N. Mineo, Il mio percorso storico-critico. Una vita allo specchio, in «Siculorum Gymnasium», n. s., a. LVIII-LXI (2005-2008), Studi in onore di Nicolò Mineo, to. I, p. 14.

  5. Della letteratura, della critica e dello studio “storico” della letteratura, op. cit., p. 715.

  6. Ne indica i lasciti intellettuali sulla sua formazione in Appunti sull’intellettuale e il “nazional popolare” nei Quaderni del Carcere, in Gramsci e la formazione dell’uomo. Itinerari educativi per una cultura progressista, a cura di S. Salmeri e R. S. Pignato, Acireale-Roma, Bonanno, 2008, pp. 29-41.

  7. Del critico scrisse la voce Luigi Russo, in Novecento siciliano, a cura di G. Caponetto, S. Collura, S. Rossi, M. Verdirame, Catania, Tifeo, 1986, pp. 108-19; poi in Letteratura in Sicilia (con postfazione di G. Giarrizzo), Catania, Tringale editore, 1988; poi con modifiche, col titolo Per la storia di un grande intellettuale siciliano: Luigi Russo, in Grandi siciliani. Tre millenni di civiltà, Catania, Maimone, 1992, pp. 437-42. Ma si veda anche l’intervento su Vita e disciplina militare di Luigi Russo, in Luigi Russo. Dalle trincee del Carso alla Scuola Militare di Caserta, supplemento del n. 3 (marzo) 1993 di «Quadrante», pp. 18-25 e “Nascita di uomini democratici”: Luigi Russo e l’interpretazione “polemica” del Verga, in «Le Forme e la Storia», n. s., V (1992), 2, pp. 1-50, poi ripreso e ampliato in Luigi Russo. Un’idea di letteratura a confronto. Atti del convegno nazionale di Caltanissetta e Delia 15-18 ottobre 1992, a cura di N. Mineo, Caltanissetta, Sciascia, 1977, pp. 15-16, 279-338.

  8. Cfr. N. Mineo, Primato del significato e trascendenza, in «Il Ponte» (inchiesta Cos’è oggi la letteratura), XI-VII, 1991, pp. 103-10, ripresa quasi dieci anni più tardi nell’articolo Cercate il primato della trascendenza e del significato, in «Stilos», 24 ottobre 2000, pp. 3-5.

  9. A Giusti risalgono i primi interessi coltivati durante la formazione presso la scuola di specializzazione della Normale di Pisa; cfr. Nuovi inediti del Giusti, in «Annali della Scuola Normale Superiore di Pisa», s. II, vol. XXVII, 1958, ff. I-II, pp. 23-71; Coscienza artistica di Giuseppe Giusti, in «Siculorum Gymnasium», n.s., XXI, n. 1, genn.-giugno 1968, pp. 1-37; [con G. Nicastro] G. Giusti e il teatro del primo Ottocento, in Letteratura italiana. Storia e testi, dir. da C. Muscetta, Roma-Bari, Laterza, 1976, 4a ristampa 1985; Giuseppe Giusti: nascita di un poeta satirico, in Annuario 1951-52 – 1981-82 del Liceo Ginnasio statale “Mario Rapisardi” di Paternò, Paternò 1982, pp. 57-81; La poesia di Giuseppe Giusti, in Giuseppe Giusti. Il tempo e i luoghi, a cura di M. Bossi e M. Branca, Firenze, Olschki, 1999, pp. 153-74, poi con modifiche in Studi di filologia e letteratura italiana in onore di Gianvito Resta, a cura di V. Masiello, Roma, Salerno, 2000, to. II, pp. 879-904; Teatralità implicita negli Scherzi di Giuseppe Giusti, in «Moderna», III, 1 (2001), pp. 81-94.

  10. N. Mineo, Cultura e letteratura del Settecento e Illuminismo in Italia, in «Quaderni del Dipartimento di Filologia moderna» di Catania, pp. 374, presentata come «prima redazione, conclusa nel 1997, di una più ampia monografia» che vedrà la luce quasi quindici anni più tardi; cfr. Cultura e illuminismo: la letteratura nell’Italia del Settecento, Acireale-Roma, Bonanno Editore, 2011, pp. 342.

  11. Oltre alla citata Antologia del pensiero politico, cfr. U. Foscolo, vol. I, Dagli esordi ai Sepolcri, Catania, Giannotta, 1976; Da Foscolo all’età della Restaurazione [con A. Marinari], Roma-Bari, Laterza, 1977, II ed. 1989); Foscolo e la riscoperta di Dante, in «Le Forme e la Storia», n. s., VIII (1996), pp. 69-87; poi in «Siculorum Gymnasium», Studi in ricordo di Rosario Contarino, XLVIII (genn.-dic. 1995), pp. 301-19, poi ampliato in Pour Dante. Dante et l’Apocalipse, Lectures humanistes de Dante, dir. de B. Pinchard, avec la collaboration de Ch. Trottmann, Paris, Honoré Champion éditeur, 2001, pp. 429-446; Per un’analisi della struttura intertestuale del ‘primo tempo’ dei Sepolcri, in «Moderna», V, 1 (2003), pp. 43-59; Progetto e scacco nel romanzo da Rousseau a Foscolo, in Illusione. Atti del primo colloquio di Letteratura italiana, Napoli 7-9 ottobre 2004, a cura di S. Zoppi Garampi, Napoli, Istituto Suor Orsola Benincasa, Napoli, CUEN, 2006, pp. 255-76 e soprattutto la monografia Foscolo, Acireale-Roma, Bonanno Editore, 2012, pp. 303.

  12. Per una storia dell’Antigone di Alfieri, in Vittorio Alfieri e la cultura piemontese fra illuminismo e rivoluzione. Atti del convegno internazionale, San Salvatore Monferrato, 22-24 settembre 1983, Torino, Bona, 1985, pp. 195-204; I significati della Mirra, in Istituzioni culturali e sceniche nell’età delle riforme. Atti del convegno di Catania, 11-12 aprile 1985, Milano, Franco Angeli, 1987, pp. 147-77; Per una rilettura del teatro tragico alfieriano, in «Annali alfieriani», V, 1994, pp. 43-63; Vittorio Alfieri nella crisi dell’antico regime, in Alfieri e il suo tempo. Atti del convegno internazionale, Torino-Asti, 29 novembre-1° dicembre 2001, a cura di M. Cerreti, M. Corsi, B. Danna, Firenze, Olschki, 2003, pp. 407-44; Oreste, in «La rassegna della letteratura italiana», luglio-dicembre 2003, pp. 499-523; La tragedia alfieriana nella critica tra le due guerre, in Vittorio Alfieri nella critica novecentesca. Atti del convegno nazionale di studi, Catania 29-30 novembre 2002, a cura di N. Mineo e M. Verdirame, Catania, Officina Carta, 2005, pp. 3-42; Per Alfieri europeo, in Studi di letteratura italiana per Vitilio Masiello, a cura di P. Guaragnella e M. Santagata, Roma-Bari, Laterza, 2006, vol. I, pp. 973-90; Alfieri e l’idea di tragedia. Una poetica in progress, in “E ’n guisa d’eco i detti e le parole”. Studi in onore di Giorgio Bàrberi Squarotti, vol. II, Alessandria, Edizioni dell’Orso, 2006, pp. 1176-95 e soprattutto la monografia Alfieri e la crisi europea, Milano, Angeli, 2012, pp. 213.

  13. Cfr. N. Mineo, L’Europa, il Risorgimento e lo Stato unitario: società e letteratura, ideologi e letterati tra rivoluzione e restaurazione; La carriera di Vincenzo Monti, in Letteratura italiana. Storia e testi, dir. da C. Muscetta, vol. VII, to. 1, Il primo Ottocento, Roma-Bari, Laterza, 1977, pp. 1-74, poi in volume autonomo, col titolo Cultura e letteratura dell’Ottocento e l’età napoleonica, ivi 1977, II ed., ivi, 1991; Vincenzo Monti. La ricerca del sublime e il tempo della rivoluzione, Pisa, Giardini, 1992, pp. 159; Il Caio Gracco del Monti e la rivoluzione, in Studi in onore di Antonio Piromalli, to. II, Da Dante al secondo Ottocento, Università degli studi di Cassino, a cura di T. Iermano e T. Scappaticci, Napoli, Edizioni scientifiche italiane, 1994, pp. 460-82 e La carriera di Vincenzo Monti nella testimonianza delle lettere: tra Cispadana e Cisalpina, in Vincenzo Monti nella cultura italiana, vol. III, Monti nella Milano napoleonica e post-napoleonica, a cura di G. Barbarisi e W. Spaggiari, Milano, Cisalpino, 2006, pp. 29-64.

  14. N. Mineo, Il mio percorso storico-critico, op. cit., p. 15.

(fasc. 51, 15 marzo 2024, vol. II)