Fuoco di presenza. La rappresentazione della guerra nel “Giornale di guerra e di prigionia” di Gadda e nel “Deserto dei Tartari” di Buzzati

Author di Giacomo De Fusco

Anselmo Bucci, nell’agosto del 1917, scriveva della sua esperienza di pittore di guerra:

Tutti sanno meglio di noi, che l’abbiamo guardata da vicino, che la guerra è invisibile. È arcinoto che questa guerra plasticamente, graficamente non esiste: è dramma musicale non è spettacolo. Essa non può divenire un pretesto pittorico: le lance e i gonfaloni di Paolo Uccello sono relegati coi pennacchi di Meissonier e le nappine di Detaille nello stesso passato vertiginosamente lontano. Nella raffigurazione di questa guerra dovrà scomparire molto. Scomparirà forse il visibile. L’Invisibile dovremo dipingere[1].

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(fasc. 49, 31 ottobre 2023, vol. II)

Prefazione

Author di Cecilia Gibellini

Nel 2021 cadeva il centenario della nascita di Mario Pomilio. Il Comitato nazionale, costituitosi per l’occasione, ha promosso nei due anni successivi una nutrita serie di iniziative e specialmente di convegni, ciascuno dei quali volto a illustrare un aspetto della poliedrica attività dello scrittore; convegni che si sono svolti a Roma (L’attesa di un nuovo corso. Mario Pomilio intorno agli anni Sessanta, Biblioteca Nazionale Centrale, 14 dicembre 2021), Pavia (La favola e l’annuncio: «Il quinto evangelio» di Mario Pomilio, Università di Pavia, 4 maggio 2022), Chieti («L’uccello nella cupola» e la formazione di Mario Pomilio, Campus Universitario di Chieti, 12-13 ottobre 2022), Vercelli (Mario Pomilio studioso, Università del Piemonte Orientale, 21 marzo 2023), Torino (Riprendere il «discorso interrotto»: Mario Pomilio e la riflessione sul romanzo in «Le ragioni narrative», Università di Torino, 22-23 marzo 2023), Napoli (Geografia di Mario Pomilio: luoghi, non-luoghi, spazi, percorsi, Università degli Studi di Napoli Federico II e Suor Orsola Benincasa, 17-18 maggio 2023), Milano (Il dramma della teodicea: «Il Natale del 1833» dall’epicedio manzoniano al romanzo di Mario Pomilio, Università Cattolica, 10 ottobre 2023).

Il compito assegnato all’Università del Piemonte Orientale era quello di illuminare l’attività di studioso e di critico esercitata da Pomilio. La giornata di studio, svoltasi a Vercelli il 21 marzo 2023, aperta dai saluti del direttore del Dipartimento di Studi Umanistici, Michele Mastroianni, e del Presidente del Comitato Giuseppe Langella, e coordinata da Stefania Sini, ha ospitato le relazioni che si raccolgono qui, grazie alla generosa ospitalità di Maria Panetta e di «Diacritica». I contributi offrono un dossier assai ricco e innovativo, anche perché gli studiosi si sono avvalsi della consultazione degli autografi e dei documenti pomiliani amorevolmente ordinati dalla moglie dello scrttore, Dora, e dai suoi figli Annalisa e Tommaso, ora confluiti nel Centro per gli studi sulla tradizione manoscritta di autori moderni e contemporanei dell’Università di Pavia.

Il criterio ordinativo adottato è stato quello della cronologia degli autori e dei movimenti studiati da Pomilio. Punto di partenza non poteva essere che lo studio su Petrarca, elaborato tra il 1950 e il 1952 dal giovane studioso, che si era da poco laureato alla Normale di Pisa con una tesi su Pirandello, durante i periodi da lui trascorsi come borsista a Bruxelles e a Parigi. Doppio è dunque il valore incipitario di questo lavoro, che potei pubblicare postumo (Petrarca e l’idea di poesia, Studium, 2016) grazie agli autografi: una redazione non rifinita, ma tale da testimoniare, oltre alla novità di prospettiva introdotta negli studi petrarcheschi dall’autore trentenne, anche le coordinate di fondo del procedere mentale e conoscitivo del Pomilio futuro, dello studioso ma anche del narratore. Nel porre al centro della sua indagine l’estetica di Petrarca, la sua «idea di poesia», Pomilio tiene sullo sfondo la lirica volgare dedicandosi, con sorprendente ampiezza d’indagine ed esiti del tutto originali, alla dimensione speculativa e problematica del suo pensiero, all’elaborazione riflessiva e autoriflessiva dello scrittore umanista e cristiano.

Alessandro Manzoni rappresenta, come dimostra Fabio Pierangeli, un termine costante di confronto per il narratore Pomilio come per il saggista. Il primo offre, con Il Natale del 1833, il ritratto di un autore tutt’altro che pacificato nella sua fede di fronte alla difficile giustificazione del dolore personale, a specchio del male nella storia che campeggia nel romanzo capolavoro e nella Colonna infame. Il secondo coglie la differenza tra la visione manzoniana e quella dei narratori della stagione verista, in un contesto sociale e ideologico nel quale cade la speranza manzoniana nella pietas e nella trascendenza.

Il fastidio per la letteratura intesa come otium, certo di matrice manzoniana, è alla base della cospicua attività giornalistica di Pomilio, indagata da Paola Villani, che riconosce in questi scritti la fusione delle due passioni dell’autore, quella narrativa e quella critica, saldate nel suo «impegno totale»: la rassegna dei suoi interventi consente, così, di seguire da un lato le letture dello scrittore, dall’altro di verificare il costante confronto con la cultura a lui contemporanea.

Tra i poli della filologia e della filosofia si colloca l’intervento di due giovani studiosi del Piemonte Orientale, Carlo Alessandro Caccia e Gioele Cristofari, che verte sulla scelta di interventi critici pubblicata nel 1967 da Pomilio nel volume intitolato Contestazioni (un termine che di lì a poco risuonerà spesso nel movimento del Sessantotto): in effetti, il nostro autore appare un critico controcorrente, ad esempio quando coglie nelle scritture della neoavanguardia le persistenza del detestato naturalismo; ma la sua critica è sempre propositiva, e soprattutto rifugge da schematismi metodologici, sicché può trarre spunti fecondi da Lukács come da Wittgenstein.

In effetti, nella sua giovanile fase socialista come in quella cristiana della maturità, la ricerca di Pomilio investe la sfera etica e valoriale piuttosto che quella dottrinale: lo confermano gli Scritti cristiani esaminati da Giuseppe Langella, il quale li accosta al capolavoro narrativo del Quinto evangelio, confermando una volta di più la stretta connessione, nella scrittura e nel pensiero di Pomilio, tra ragioni narrative e saggistiche. Langella pone l’accento sull’importanza che Pomilio attribuisce alla «parola», nella sua tensione verso una superiore Parola: in tal senso risulta emblematica la «filologia fantastica», come qualcuno la chiamò, attraverso la quale Pomilio si accosta a una Parola che deve farsi vita, tant’è che la lunga inchiesta del protagonista sulle tracce inafferrabili del Quinto vangelo si conclude appunto con l’agnizione che il testo misterioso non è che l’insieme dei vangeli trasformati in azione vitale e tensione spirituale.

Non è difficile enucleare un comun denominatore di questi interventi: tutti concordano sulla dinamica unitaria, nell’opera e nel pensiero dello scrittore, tra vocazione narrativa e passione saggistica. Per la sua opera, all’inizio di questa prefazione, ho usato l’aggettivo “poliedrico”: che potrebbe precisarsi nell’immagine di un cristallo, di un diamante ben tagliato; il fascio di luce recato da questi studi illumina la faccia del saggista e del critico, ma il raggio penetra nel cristallo e si rifrange nelle altre facce di uno scrittore singolarmente vario e singolarmente unitario.

(fasc. 49, 31 ottobre 2023)

Lontano «dai lidi del puro letterario»: Mario Pomilio critico quotidiano

Author di Paola Villani

Negli scritti del critico la forma è la realtà,

la voce con cui rivolge le sue domande alla vita.

[…] Il saggista respinge le proprie ambiziose speranze,

che talvolta credono d’esser giunte in prossimità del fondo delle cose […].

Ma accetta con ironia questa pochezza della mente, l’eterna pochezza della mente […].

(G. Lukács, Essenza e forma del saggio: una lettera a Leo Popper, 1910)

«Ho voglia di riprendere a discorrere, dato che qualcuno che mi legga così bene non lo trovo tutti i giorni»[1]. Queste poche righe manoscritte, che Italo Calvino inviava a Mario Pomilio il 15 dicembre 1965, valgano a introdurre il breve ragionamento che qui prende avvio. Tra gli esiti più felici, infatti, della nuova stagione di studi pomiliani che, pur tardiva, si registra in questi anni ‒ pubblicazioni, edizioni commentate, giornate di studi, fino alle Celebrazioni del centenario ‒ c’è anche la restituzione di un Pomilio «che legge così bene», un autore-lettore, che si articola in un «circuito» ininterrotto cultura-letteratura-società, e ancora lettura-scrittura-etica. La sistemazione e lo spoglio delle carte manoscritte, della biblioteca, dei taccuini, oltre che dei carteggi e delle pagine sparse edite a stampa in oltre mezzo secolo di febbrile attività, hanno aiutato a rompere lo «scandaloso silenzio»[2] sull’Autore, oltre che a far luce con rigore e acribia sull’universo-Pomilio anche come caleidoscopio delle molteplici tensioni culturali, letterarie, ideologiche, sociali e propriamente etiche che hanno mosso il secolo scorso.

«Postero di se stesso», infatti, attingendo al celebre (indiretto) autoportrait «interrotto» della Lapide in via del Babuino[3], una partecipazione alternata a distacco è il segno della singolarissima postura dell’intellettuale rispetto al suo tempo, ma anche rispetto a quello spazio geografico, il Meridione, nel quale egli nasce e vive, che continuamente legge e interpreta, ma al quale non ha mai voluto appartenere.

L’uomo di Lettere che la critica ha consegnato come «inquieto», «problematico»[4], interrogativo e interlocutorio per statuto sembra articolarsi intorno a un’imprescindibile circolarità tra le sue pagine, nell’attraversamento di generi e registri, ma anche di nodi teorici e istanze etiche; teso senza posa all’autocoscienza dello scrittore e saggista, in una continua riflessione metanarrativa e metacritica che si fa costruzione, sapiente e misurata, del personaggio-Pomilio, nella prospettiva della «responsabilità».

Nell’attenzione si direbbe ossessiva alla genesi della scrittura e alle «situazioni» da cui nascono le pagine della letteratura (critica come artistica), nell’interesse al «mondo intenzionale dell’autore»[5], Pomilio è venuto tessendo una fitta rete inferenziale tra i sentieri della creazione e quelli della ricezione. Se le soglie del testo assumono il valore di rigorose pagine critiche, dal canto loro le pagine saggistiche si costituiscono in paratesto, nella loro lontananza ma anche nella stretta connessione al testo narrativo. Si struttura così in un corpus la molteplicità feconda delle diverse scritture, narrativa, critica militante, storiografia letteraria; in una stretta circolarità tra le molteplici morfologie testuali, con particolare riferimento alla forma-articolo[6]. Seguendo il percorso dei “pezzi” che precedono o seguono i volumi (o che dai volumi sono deliberatamente esclusi) si incontra lo «scrittore nelle sue operazioni»; un metapomilio, si direbbe. Non si tratta soltanto di momenti generativi: l’esercizio del critico sceglie volutamente la forma dell’intervento breve, una morfologia testuale autonoma, ragionata, di cui spesso il volume non è che raccolta; una precisa scelta di metodo.

Com’è noto l’attività pubblicistica ha inizio nel 1942, quando Pomilio ventenne, assolutamente esordiente alla letteratura, firma un intervento su Il mondo morale di Svevo e uno sulle Letture di Pirandello[7], e prosegue ininterrotta fino alla morte; quasi cinquant’anni, oltre cinquecento articoli, apparsi in più di ottanta testate: riviste di cultura o di letteratura come «Nord e Sud», «La Fiera letteraria», «Il Caffè», per fermarsi alle più frequentate; ma anche quotidiani come «Il Corriere della Sera», «Il tempo», la «Gazzetta del popolo», «L’Osservatore romano» e naturalmente «il Mattino», la testata che vanta la sua più duratura e frequente collaborazione[8].

Una rassegna degli interventi giornalistici sarebbe difficile a comporsi, anche a causa della lunga storia di molti testi, nel passaggio giornale-volume, talvolta percorso a senso inverso. Una travagliata storia redazionale ed editoriale colloca le pagine quotidiane e periodiche come testimonianza di una ricerca inesausta condotta da un letterato autoriflessivo che legge, annota, pubblica, riprende, corregge l’edito, aggiorna, ripubblica; lavorando su una gamma di interessi vastissima. Qui basti osservare, a campione, l’anno 1968, un anno per molti aspetti esemplare, non solo per la storia d’Italia e d’Europa ma, più in dettaglio, per la poliedrica, febbrile attività pomiliana. Mentre ancora rilegge e ripropone il Corrado Alvaro[9] che aveva già impegnato i redattori delle «Ragioni narrative» all’indomani di Contestazioni (1967), mentre prepara l’edizione Bompiani del Cimitero cinese e le nuove edizioni del Nuovo corso e de La compromissione (tutti volumi che sarebbero apparsi nel 1969), in questo 1968 sulle colonne dei giornali Pomilio pubblica molte decine di articoli: editoriali sulla crisi cecoslovacca (uno dei quali con l’eloquente titolo Siamo ancora troppo pigri), novelle (Le voci e Interno coniugale), i capitoli del suo Taccuino industriale, recensioni (a Il franco tiratore di Raffele Crovi e a La fede più difficile di Mario Gozzini e al prezioso cofanetto Mondadori delle Fiabe italiane curato da Calvino). A questi si aggiungono interventi squisitamente saggistico-letterari, ospitati in «La Discussione» (La critica come impegno; Il conformismo contestato; La resurrezione del linguaggio), in «Nuova Presenza» (Crisi della letteratura meridionale) o in «Il Ponte» (L’eclissi del verismo)[10].

Se è ormai riconosciuta la centralità dell’attività pubblicistica, se è dunque ormai acquisito che il profilo di Pomilio scrittore si integra e insieme prende luce nell’intreccio con «l’altro scrittoio» (per attingere al volume di Vittorio Russo recensito proprio da Pomilio[11]), in una circolarità tra pagina quotidiana o periodica e volume; ancor più questa circolarità prende forma nel profilo dello studioso. A un breve spoglio della produzione su stampa quotidiana e periodica, infatti, si ricostruisce l’intera biografia intellettuale pomiliana. Come un taccuino di lavoro, la pubblicazione di versi e soprattutto di racconti o reportages di viaggi si affianca a editoriali sull’attualità ma soprattutto ad articoli letterari. Recensioni, profili, saggi di critica militante costituiscono la maggioranza dei titoli e scandiscono gli anni di attività. L’apertura tematica e temporale è vastissima: sin dai primi anni Pirandello si alterna a Dante, Cellini. E naturalmente i contemporanei, letti in presa diretta: Sciascia, Tecchi, Calvino, Vittorini e centinaia di altri autori e opere letti e commentati nel corso di cinque decenni. Il Pomilio giornalista, insomma, è anch’egli il «Pomilio studioso» al quale è intitolato questo nostro fascicolo.

Fatta ormai luce sul profilo di un rigoroso autore-lettore, nell’inscindibile «nesso, di natura morale, fra l’impegno critico e l’invenzione narrativa»[12], val la pena allora ricordare che anche a questo profilo Pomilio ha lavorato in una travagliata officina. Anche i testi saggistici vengono sottoposti a una biografia genetica si direbbe, che ne rende lunga e articolata la storia e che trova nel giornale un imprescindibile momento generativo. D’altronde, è Pomilio stesso a fermarsi più volte sulla centralità di queste fasi compositive, sullo spazio creativo cioè (da considerarsi tutt’altro che un intervallo) che intercorre tra concepimento e completamento. Quella che è stata riconosciuta come «attenzione […] proficuamente morbosa verso il fieri di un testo»[13]; l’attenzione dunque ai momenti segreti della scrittura sembra rivelarsi, a intermittenze ma con piena consapevolezza, anche e soprattutto nelle pagine di giornale. Non si tratta esclusivamente, però, di momenti generativi, stadi gestazionali; l’esercizio del critico sceglie la forma dell’intervento breve spesso come morfologia testuale autonoma, ragionata, come precisa scelta di metodo. Sono scritti che hanno costituito un cantiere, un laboratorio dell’Autore-lettore, come è stato a ragione osservato[14]; ma hanno anche offerto propriamente un completamento delle pagine in volume, hanno valore intrinseco, si offrono nella loro autonomia, come morfologia testuale specifica. Questo ampio e variegato corpus liminare potrebbe intendersi come un percorso di formazione e di progressiva autocoscienza del critico, ma anche come dialogo ininterrotto dell’Autore con il suo tempo e con le tensioni storiche e le correnti o semplicemente gli orientamenti estetico-ermeneutici che venivano animando il paesaggio culturale del secondo Novecento.

«Tutti sanno quale critico esperto e sagace sia il Pomilio», osservava Carlo Bo in apertura del convegno dedicato al Quinto evangelio e i cui atti vennero ospitati nel 1983 in un volume monografico di «Hermeneutica», rivista allora diretta da Italo Mancini[15]. Con la patente di «critico esperto e sagace» Mario Pomilio era nato al mondo della cultura e della letteratura, esordendo appunto, oltre dieci anni prima rispetto al suo debutto narrativo (L’uccello nella cupola sarebbe apparso solo nel 1954), con saggi rigorosi che lo avevano accreditato alla repubblica delle Lettere. In occasione di quel convegno, all’altezza dunque dei primissimi anni Ottanta, nell’anno del Premio Strega, Pomilio si trova a firmare un intervento spesso trascurato, prezioso sin dal titolo, Lettura e creazione, brevi pagine che qui valgono a guidare queste nostre brevi note. Dopo i ringraziamenti, non rituali, a Carlo Bo, dopo un tributo al Vigorelli del Silenzio dell’amore[16], alla sua mediazione di Manzoni e all’aforisma (ormai celebre e ricorrente nei ritratti pomiliani), «ogni finzione che mostri l’uomo in riposo morale è dissimile dal vero»; dopo il tributo all’«incrocio d’anime» di Piccioni, Petrocchi e Betocchi, qui definitivamente consacrati come «antefatti» o «fonti» al pari di Manzoni per la stesura del Natale del 1833, questo breve intervento Lettura e creazione lascia una delle più ferme riflessioni autobiografiche sull’intreccio tra narrativa e critica, sulla voluta consunzione della delimitazione formale tra i diversi territori e tra le diverse morfologie discorsive:

Bisogna pur ricordare, a titolo di premessa, che una letteratura è forte quando essa è debitamente accompagnata dall’operazione critica, quando cioè l’operazione creativa è assecondata da una valida operazione di lettura, perché la lettura condotta dal critico degno del nome è tale […] da aiutarlo ad identificare sempre più i suoi punti di forza e le sue reali possibilità[17].

Lettura e creazione o meglio «critica e creatività»: la riflessione di Urbino si articola sull’intuizione dell’atto critico inteso come «autocritica» e punta direttamente alla destinazione del «saggismo» pomiliano sul quale si è interrogata la storiografia letteraria e che l’Autore stesso preferiva definire «qualità problematica del mio discorso»[18]. Basti leggere un’intervista del 1975, alla specifica domanda sulla formula «romanzo-saggio»:

La sua domanda mi fa tornare alla mente ciò che debbo aver annotato in un mio privatissimo taccuino, a mio esclusivo uso personale: «I fatti per te non hanno importanza, se non hai delle idee da metterci dentro». E da dibattere, posso aggiungere. Questo semplifica la risposta nel senso d’un sì: non mi sono mai considerato un narratore puro, tantomeno un narratore istintuale, la narrativa è uno strumento attraverso il quale attuo proprio le mie esigenze di provocatore culturale, come lei lo chiama, anche se mai credo d’aver sacrificato i diritti della narrazione e della fantasia[19].

In questa autoesegesi multipla, articolata per cerchi concentrici con valore rifrattivo, come commento, aperto («e da dibattere, posso aggiungere») a un proprio commento che a sua volta chiosava un appunto «privatissimo», l’esercizio critico si rappresenta, e si fa testo, nella forma-articolo, anche come morfologia testuale di elezione per una relazione dialogica con il lettore. Un dialogo che, non a caso, è generoso di sé nella forma-intervista, o auto-intervista: la bibliografia pomiliana ne conta oltre cento. Si tratta di un’autoesegesi che è anche scrittura scenica della personalità, studio e rivelazione di sé in forma fluida, interrogativa e interlocutoria[20].

A un primo spoglio della vastissima produzione pubblicistica, e dal raffronto costante tra la pagina quotidiana o periodica e quella in volume, emerge una sostanziale coerenza, e anche di scelte stilistiche, che non esclude però la sapiente distinzione di registri e approcci. Senza mai cedere a una scrittura divulgativa, Pomilio ben maneggia le strategie espressive. «Già alcune settimane fa qualcuno andava considerando che i banchi dei librai, a stagione letteraria avanzata, erano insolitamente scarsi di novità»[21]. Basti quest’incipit, comune a tanti altri: gli articoli nascono come presa sulla realtà. Sono “testi” interrogativi, prove di dialogo, che attendono risposte o anche confutazioni. È la postura dello scrittore; e dell’uomo anche, se mai fosse possibile separarli. Quest’intreccio/sovrapposizione si fa feconda identificazione proprio nella pagina giornalistica, dove Pomilio sembra abdicare alla posatezza delle altre scritture; si rivela più deciso, a tratti insistente, con inviti, interrogativi, atti di accusa più incalzanti; nel dichiarato intento di allontanarsi «dai lidi del puro letterario»:

come in tutti quanti i momenti di grande crisi, alla cultura è affidato un compito imponente. E sarebbe davvero uno scacco non esserne all’altezza […] mancare all’appuntamento bloccando intorno al solo tema ideologico-politico un dibattito che nelle prospettive è tanto più vasto e problematico e al massimo spendendosi nell’acutezza di diagnosi al negativo che risultano lamentabilmente inutili in vista di un futuro che ha bisogno piuttosto di coraggio intellettuale e di contenuti morali, così gli scrittori vi si presentassero dimissionari rifugiandosi tra i lidi del puro letterario e nel piccolo cabotaggio di un lavoro assennato condito tutt’al più di piccole rabbie pretestuose che con quel che ci accade intorno non colpiscono più nessuno, ovvero pretendessero di saltare sul treno della storia scegliendo di nuovo (magari dietro il solito schermo del dissenso e della protesta) la via facile dell’allineamento e della letteratura d’osservanza ideologica. L’osservanza ideologica, si sa, dà solo compagni di strada, non delle coscienze, dei funzionari della persuasione, non degli scrittori[22].

La pagina giornalistica si viene connotando con una propria autonomia anche nella sua funzionalità: era la presenza dell’intellettuale al suo tempo, era la migliore postura di un autore, lettore quanto scrittore, che fosse sempre «in dialogo». È questa una delle più evidenti testimonianze di una tensione che Pomilio vedeva come imperativo etico dell’intellettuale, nel concreto rischio che questi si presti a essere «funzionario della persuasione», abdicando così (sostiene senza mezze misure l’editorialista) al ruolo di «scrittore». La vocazione sincera alla pubblicistica nasce dalla continua ricerca di un utile strumento di «presenza». Basti osservare la frequenza insistita con la quale l’autore lamenta l’isolamento degli intellettuali, i loro silenzi, ma anche la mancanza di una «società letteraria». Questo tema è ricorrente, anima la fondazione delle «Ragioni narrative» e nel corso degli anni Sessanta prende corpo come denuncia di un ruolo perduto[23]. Nel marzo del 1963, Pomilio – accanto a Prisco[24] ‒ interviene sul tema con l’ormai celebre articolo Impegno e disimpegno nella letteratura d’oggi, poi confluito (con alcune aggiunte e varianti e col titolo di Discorso interrotto) nel volume Contestazioni:

Ma lo scrittore non è solo testimone di se stesso: è anche responsabile, al più alto grado, della civiltà che pretende di incarnare e rappresentare. Egli deve sì, situarsi al livello del proprio tempo, ma deve anzitutto situarsi al livello dei bisogni morali del proprio tempo. Senza di ciò la sua presenza forse neppure si giustifica […][25].

La compattezza del corpus pomiliano, la coerenza pur nella varietà e nell’articolazione, nell’attraversamento di territori tra poesia, narrativa e scrittura saggistica, trova legittimazione teorica in un fecondo «circuito società-cultura-narrativa» che Pomilio è andato dichiarando ma anche testimoniando. È l’interrogazione inesausta su «la responsabilità dell’uomo di cultura»[26] (come recita il titolo di un intervento di recente recuperato). Impegno, dovere, presenza, responsabilità: una costellazione di lemmi che si fanno coordinate teoriche. Basti leggere un articolo apparso sulla «Nuova Rivista Europea» di Giancarlo Vigorelli nel 1983 e non a caso proposto in sintesi l’anno successivo su un palcoscenico più ampio e diffuso, meno specialistico, come il quotidiano partenopeo «il Mattino»: «Si è spenta la sana abitudine della polemica. Si preferisce tacere allorché si dissente. Ogni discorso resta purtroppo senza destinatari»[27]. Dopo un ricordo romano degli anni Cinquanta, ambientato nell’«ultimo caffè letterario romano, il ‘Canova’», frequentato tra gli altri da Berto, Vigorelli, Bigiaretti, Spagnoletti, Delfini, segue uno scenario sugli anni Sessanta e Settanta, quando «aveva inizio la privacy degli scrittori, come dice il loro durevole – e ormai istituzionale – isolamento; declinavano il bisogno, il gusto e forse la possibilità di far gruppo»[28]. Non mancano osservazioni sul panorama culturale ed editoriale recente, sui «successi immeritati», e su «una sorta di conformismo o ipocrisia del consenso, che sarebbero inconcepibili in presenza d’un’autentica ‘società letteraria’»[29].

Il Pomilio pubblicista si mostra deciso, teso a una critica che mantenga la «sana abitudine della polemica», contro il conformismo da un lato, ma anche contro «vistose sopraffazioni»:

C’è un tipo di critico, oggi forse dominante o se non altro più evidente, che tende a situarsi nel contesto letterario da primattore e a far valere e pesare le proprie indicazioni e le proprie scelte, e c’è all’opposto un altro modo di esercitare il mestiere del critico, quello di chi si preoccupa di assecondare la nascita e lo svolgersi dei fenomeni letterari senza voler prevaricare, e invece con disposizione a comprendere, a spiegare, a penetrare, in definitiva ad amare. […] La presenza dei secondi è in genere meno vistosa, ma più fattiva […] quasi in punta di piedi, senza vistose sopraffazioni critiche[30].

Ecco un altro tassello di un’autobiografia dello studioso attento a non «voler prevaricare», intollerante contro quella «arroganza» che egli sentiva di subire in prima persona nelle sue vesti di scrittore scomodo, fuori tempo, «postero di se stesso» e diremmo della sua generazione.

Modelli di metodo, pur nella spiccata autonomia, possono intendersi Giancarlo Mazzacurati[31], Vittorio Russo[32] e, naturalmente, Salvatore Battaglia. Era il Battaglia che tra l’altro aveva inviato a «Le ragioni narrative» due saggi intorno al tema del personaggio cui avrebbe dedicato Mitografia del personaggio, il celebre volume del 1967[33]. Era il Battaglia, dunque, «compagno di viaggio»[34] di quella grande esperienza militante che, in quel 1960 della prima edizione italiana del Grado zero della scrittura[35], raccoglieva, tra gli altri, Prisco, Compagnone, Rea in un laboratorio di idee e di discussione che voleva proporsi come osservatorio sul romanzo; osservatorio o forse “presidio” si direbbe, in quei caldi anni di «dissoluzione programmatica delle forme e funzioni del romanzo tradizionale»[36]. Al maestro Battaglia Pomilio dedica tra l’altro un ampio profilo, in una pagina ospitata dal quotidiano «il Mattino» nel settembre 1971, all’indomani della sua scomparsa[37]:

un concetto complesso, di cui l’intera sua Mitografia del personaggio è la dimostrazione in atto, e col quale Battaglia designava quei contesti etico-culturali entro i quali si verifica lo scambio tra letteratura e ambiente storico, quell’insieme di istanze che rifluendo dalla realtà in un libro, lo trasformano, come egli diceva, in un nuovo episodio dell’eterna dialettica tra l’esistenza da un lato e l’arte che tende a fissarla e perpetuarla in forme emblematiche dall’altro[38].

L’articolo anticipava gli argomenti della «memoria» che avrebbe introdotto la nuova edizione della Mitografia del personaggio. Fedele alla circolarità tra la pagina quotidiana e quella in volume, in una forte intertestualità, ma anche attento a distinguere toni e registri, anche nella memoria introduttiva, dall’eloquente titolo Militanza e agonismo in Salvatore Battaglia, Pomilio articola le sue argomentazioni in modo più disteso, pacato, ma non perde l’occasione per un j’accuse contro la «cultura accademica» e la «nostra cultura militante, la quale non seppe o non volle accorgersi che non si trattava soltanto di un’indagine disinteressata o puramente retrospettiva […], bensì un libro di militanza»[39].

Torna qui la prima motivazione e vocazione al giornalismo come strumento di esercizio di «responsabilità», che è l’imperativo morale sul quale avrebbe riflettuto per decenni, anche in risposta ai diversi contesti. In gioco era il ruolo stesso dello scrittore, che proprio in quegli anni di fuochi avanguardisti si trovava a dover riscrivere la sua identità, per fondare un nuovo rapporto tra letteratura e politica, e più ancora fra letteratura e cultura. Lo spiega anche in occasione di un dibattito sulla (non pacifica formula) «narrativa meridionale»: «Il circuito società-cultura-narrativa meridionale non è un circuito chiuso o svolgentesi sempre per nessi rigorosi: la “narrativa” è stata volta a volta ora anticipatrice ora seguace della “cultura”»[40]. Questa dichiarazione di metodo anticipa il saggio La narrativa meridionale, oggi, incluso nel volume Contestazioni (1967), l’aurea raccolta di scritti militanti e insieme pacati, posteri si direbbe, nati «dal mio bisogno di vederci»[41].

Le riflessioni sul «de profundis di una società letteraria» non potevano non intrecciarsi alla riflessione sulla letteratura e sulla cultura del Mezzogiorno, che segna poi anche l’interesse del Pomilio-lettore, impegnato con Verga, Capuana, De Roberto, Scarfoglio; fino ai contemporanei, tra Sciascia e Compagnone, passando per Alvaro o Silone. Al centro, e forse a fondamento anche, il Pirandello modello di lingua, scrittura e insieme anche di riflessione saggistica. Il suo più celebre studio pirandelliano, La formazione critico-estetica di Pirandello (1966), è solo una prova di una lunga fedeltà, che si rinsaldò anche grazie al maestro Salvatore Battaglia. Il capitolo pirandelliano, infatti, di Mitografia del personaggio (apparso proprio negli anni nei quali Debenedetti stendeva la Commemorazione provvisoria del personaggio uomo[42]), assieme ai saggi inclusi nel volume Occasioni critiche[43], si offre come uno dei più fecondi momenti della critica pirandelliana. E la lettura di Pirandello (come di Verga, avanziamo noi) avrebbe condotto lontano, se è vero, come osserva Antonio Palermo, che «in tutta la sua opera di narratore gli echi pirandelliani rimangono ben operanti, e proprio attraverso il filtro della sua coscienza di cristiano inquieto»[44].

Negli autori del Meridione poteva meglio esprimersi questo «circuito»; nelle ragioni, nella storia, nel futuro del Sud poteva meglio vedersi il precipitato di questo intreccio che Pomilio studioso affronta attraversando la letteratura in filigrana con i grandi temi civili ed etici. Su questa insistenza valga già la breve ma celebre testimonianza dell’Autore all’interno di un dibattito che, coordinato da Corrado Piancastelli per «Nuova presenza» nel 1968, coinvolgeva tra gli altri Leonardo Sciascia, Michele Prisco o Dante Troisi:

le ragioni dell’arresto della letteratura meridionalistica mi sembrano anzitutto sociologiche: nella misura, voglio dire, che alcuni dei problemi più urgenti del Sud non si pongono più con l’evidenza drammatica che avevano alcuni anni fa, non poteva non risentirne una letteratura squisitamente testimoniale e, al limite, engagée, quale quella meridionale[45].

Nell’alternanza «meridionale»/«meridionalistica», qui posta come sinonimica, le due formule tendono a fondare quel «circuito» che aiuta a illuminare il ritratto dello scrittore, dello studioso, del giornalista, dell’europarlamentare e forse anche (per usare un’ultima formula, la più discussa) del «cattolico»[46].

Sulla problematicità della formula «narrativa meridionale», d’altronde, l’autore interviene più volte proprio in quei densissimi anni di critica che possono collocarsi tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta. Solo un anno dopo l’intervento nell’inchiesta di Piancastelli, nel recensire la nuova edizione della Provincia addormentata, dedica allo stesso tema una riflessione distesa, rivelatrice di una libertà che solo l’articolo di giornale permetteva al misuratissimo autore di saggi in volume. Nel liberare Prisco dall’etichetta di «scrittore napoletano» («si scopre che a Napoli egli ha ambientato solo uno dei suoi romanzi e alcuni racconti») il giornalista-critico non ha remore ad aggiungere:

sarebbe assai poco giustificato un discorso critico il quale puntasse sulle tangenti meridionalistiche della sua produzione, almeno nel senso d’uno scoperto impegno sociologico o di quella protesta implicita o esplicita che corre tra le righe di tanti libri ispirati al Sud: e non che, beninteso, si voglia con ciò negare la specifica suggestione ‘meridionale’ all’arte di Prisco, ma solo dire che egli semmai si riguadagna il suo Sud per vie proprie ed autonome[47].

È alle colonne del quotidiano meridionale «il Mattino» che Pomilio offre alcune delle pagine più illuminanti per la comprensione del suo rapporto col Mezzogiorno e con Napoli, su di un piano non squisitamente letterario[48]. Nel registrare, per esempio, La lenta metamorfosi della letteratura meridionale, lamenta una diminuzione di attenzione al tema del Sud:

Diciamolo pure: oggi come oggi il discorso appare spostato, la letteratura d’ispirazione meridionalistica sembra quasi ricacciata ai margini, l’interesse per essa è molto diminuito, e insomma si ha l’impressione che essa non sia più centrale, o in ogni caso preminente, nel quadro della nostra cultura. […] Il Sud è un fatto, di rado lascia spazio alla nostalgia, ai riposi della memoria, ai tempi del distacco, all’agio della contemplazione; di rado, proprio perciò, sollecita la ‘bella prosa’ e la forma in quanto tale; ancora più di rado si lascia trasformare in mito[49].

Il successo della letteratura meridionale era venuto logorandosi assieme alla solida società letteraria della quale era espressione, e a un gusto per l’adesione alla vita e all’impegno che la scrittura dopo gli anni Cinquanta non mostrava più di avere.

Ovviamente grande attenzione il critico riserva agli autori “da” Napoli, o “su” Napoli o per Napoli, gli autori di quella città che era centro radiante, ma anche polo dialettico, della personalissima geografia domestica[50]. Patria di adozione, partenza e ritorno del suo viaggio nei «paesi dell’anima»[51], era la città che gli avrebbe procurato «una crudele sensazione di estraneità»[52], ineffabile e indescrivibile, estranea e straniante «topografia dell’Islam»[53] alla quale sentiva di non appartenere, come uomo (spesso afflitto da un senso di straniamento ubiquo) e come scrittore: «sempre più un luogo e sempre meno un teatro o un ambiente, gli scrittori, nella Napoli d’oggi, non fanno scena»[54]. Sono i più seguiti dal critico militante: Serao, Scarfoglio, e certo i contemporanei, Compagnone, Incoronato e naturalmente Michele Prisco, l’amico e sodale di sempre, in una comunione d’intelletti d’arte e di critica che, dopo il lavoro a «Le ragioni narrative», non si è mai interrotta per decenni[55]. In dubbio era ormai la stessa possibilità di una categoria, «napoletana» come anche «meridionale», e in forse era anche la capacità di un reale dialogo tra narrativa e cultura, come Pomilio spiega anche nel 1966, in occasione di uno dei frequenti, vivaci incontri culturali nella “saletta rossa” della libreria Guida (quella libreria «diventata a poco a poco il territorio di caccia dei novatori e degli arrabbiati»[56]):

esiste una linea culturale ‘meridionale’ che nutra o abbia nutrito una letteratura narrativa organica nei suoi sviluppi e storicizzabile in forma autonoma rispetto alla restante narrativa italiana? Ed esiste una società che, con la sua conformazione e i suoi problemi, abbia stimolato e ispirato quella cultura e quella narrativa e ad esse abbia impresso particolari, autonome cadenze? La risposta in ogni caso, è sì: purché però si tenga conto che il circuito società-cultura-narrativa meridionali non è un circuito chiuso o svolgentesi sempre per nessi rigorosi: la ‘narrativa’ è stata volta a volta ora anticipatrice ora seguace della ‘cultura’, da questa attingendo nei casi migliori non tanto i temi sociali e societari, quanto il forte senso della storia[57].

Nella consueta formula interrogativa, Pomilio avvertiva che i termini della questione meridionale stavano cambiando:

il Sud diventa, per dir così, meno Sud, si compenetra, sia pure esteriormente, dei segni e dei miti del Nord. Vi si assiste al trapasso da una ‘geografia’ a una ‘condizione’ che potrà essere non meno dolorosa, […] ma sarà in ogni caso più allineata, meno autonoma, meno riferibile comunque alla tradizionale nozione di meridionalità[58].

La letteratura del Sud e per il Sud sembrava implodere, insieme con il crollo di una «tensione socio-etica, o magari etico-politica che faceva di essa, volente o no, una tipica letteratura d’intervento»[59].

L’ininterrotta tensione etica che si sprigiona in questa febbrile attività giornalistica non si piega mai come sacrificio delle ragioni della letteratura. Vuol dirsi che questo «circuito» intricato nel quale storia, critica, filosofia, società, politica s’intrecciano con la poesia, l’arte narrativa, non si fa mai sovrapposizione, tantomeno confusione di piani, come mostra con evidenza quel celebre, riuscitissimo manifesto di poetica che è Preistoria di un romanzo. Nato pochi anni dopo il grande successo del Quinto evangelio, redatto a valle anche dell’acceso dibattito che il romanzo capolavoro aveva innescato, quel breve testo metaletterario, nel rivelare l’officina dell’autore, si apre con un grande tributo a «quella che un tempo si chiamava l’immaginazione»[60]. Basta scorrere l’elenco dei titoli per trovarne conferma. Il fine letterato, il normalista attento a questioni squisitamente estetiche, lo studioso che veniva componendo l’ambizioso progetto di una storia dell’estetica tra Dante e l’Umanesimo che proseguisse anche oltre il Rinascimento, con Arcadia e Romanticismo[61], era da sempre impegnato in studi rigorosi, che lo occuparono con particolare intensità negli anni napoletani e poi negli anni dei viaggi studio in Europa, gli anni insomma che precedono l’esordio narrativo del 1954, come a seguire un preciso cursus che prevedesse un’attrezzata palestra letteraria prima di accedere alla narrativa.

L’attività pubblicistica, dunque, è un percorso della carriera di Pomilio-lettore. Seguendo la bibliografia in ordine cronologico, dando una scorsa ai titoli si ricostruisce la carriera dello studioso. Lo spoglio dei giornali aiuta innanzitutto a seguire la spesso controversa storia dei testi, per un Autore che sembra non rinnegare mai le sue pagine, le riprende anche a distanza di decenni, rivedendole per una testata, poi per un’altra, fino a sceglierne una finissima selezione alla quale destina la pubblicazione in volume. Aiuta a entrare nell’officina del critico, ne ripercorre le letture (diverse e vaste per generi e postazioni ideologiche: da Carlo Bo e Luigi Baldacci a Ottiero Ottieri, Vittorini o Sciascia), ma anche le amicizie, i rapporti, i debiti culturali. Per il Pomilio intellettuale, però, questa produzione integra i volumi saggistici, li completa, li affianca. Non si limita a precederli e prepararli. Non si tratta soltanto di un corpus minore, a sostenere il Pomilio maggiore: è piuttosto un ritratto del critico nel suo “farsi”, ma anche nel suo “porsi” rispetto al contemporaneo nella forma-articolo, nel suo approccio dialogico con il lettore.

In questa prospettiva, non inutile immaginare un’ideale galleria di modelli per il Pomilio-giornalista. Il primo potrebbe essere Edoardo Scarfoglio. Non era soltanto lo Scarfoglio fondatore della testata alla quale prestò più lavoro, «il Mattino» appunto. Era lo Scarfoglio al quale dedica anche un volumetto monografico, quasi completamento del suo studio sul Realismo e sul Verismo che lo aveva impegnato sin dagli anni Quaranta[62]. E la breve monografia su Scarfoglio del 1989 ha un preciso taglio: tutt’altro che viaggio testuale (al Narratore e poeta è dedicato solo un capitolo), è una breve, preziosa storia del giornalismo di fine Ottocento, tra Roma e Napoli, in un parallelismo di periodi (il tardo Ottocento e il secondo Novecento) che Pomilio avvertiva come percorribile e sul quale aveva già riflettuto a proposito dell’attualità di Verga e del Verismo. Scarfoglio è l’icona, l’essenza stessa del giornalismo. Il suo ritratto non è quello “di un giornalista”, ma “del giornalismo”. Si può quasi intendere, osiamo, in senso latamente autobiografico questo studio critico su un giornalista-letterato, critico rigoroso e severo, abruzzese di origine e napoletano di adozione, rigido difensore della lingua e della prosa, ritratto nel suo «odio-amore per il giornalismo»[63]. «Prosatore di prim’ordine», egli non poteva non offrirsi come esempio al letterato-giornalista, al “normalista” Mario Pomilio. Sia pur con differenti toni, moderati e discreti, lontani dalla dura invettiva dell’autore del Processo di Frine, sia pur distante dall’identità di «enfant terrible della stampa italiana» e lontano dalla «facile demagogia» del suo meridionalismo[64], è forse autobiografica anche la lettura di uno Scarfoglio consapevolmente estraneo ai tempi e ai luoghi della cultura; autobiografica l’identità donchisciottesca di un «giovane vecchio»[65].

Modello di giornalismo, e di critica, oltre che di scrittura, è anche l’amico Mario Stefanile, critico del «Mattino» ma anche scrittore, e forse può leggersi anche in chiave autobiografica la memoria che Pomilio stesso gli dedicò sulle colonne del quotidiano e che, a profilare il saggista, utilizzava una formula nella quale giornalismo e letteratura venivano a intrecciarsi nell’«esercizio quotidiano della critica»:

personalmente mi parrebbe di fargli torto a privilegiare di lui l’attività critica. Perché Mario Stefanile era, sì, un critico letterario, ma direi solo in seconda istanza. E seppure le sue pagine le più occasionali hanno dimostrato al momento giusto non dico semplicemente la loro dignità, ma la loro resistenza, rivelandosi capaci di «far libro» […] è vero però che l’impegno stesso profuso nella critica per un verso ha messo in ombra, per un altro ha sacrificato la prima e più verace vocazione di Stefanile, che era quella dello scrittore[66].

  1. La lettera è custodita nell’Archivio Pomilio del Centro Manoscritti dell’Università di Pavia (Corrispondenza Mario Pomilio, Cartella 09).
  2. Cfr. la sezione Un silenzio scandaloso, in Mario Pomilio intellettuale e scrittore problematico. Scritti e testimonianze per il decennale della morte, a cura di Carmine Di Biase e Mario Gabriele Giordano, «Riscontri», a. XXII n. 4 e a. XXIII n. 1, ottobre 2000-marzo 2001.
  3. M. Pomilio, Una lapide in via del Babuino, con introd. di Silvio Perrella, Cava de’ Tirreni, Avagliano, 2002 [1991], p. 16.
  4. Cfr. Mario Pomilio intellettuale e scrittore problematico. Scritti e testimonianze per il decennale della morte, op. cit.
  5. M. Pomilio, Introduzione a L’opera di Leonardo pittore, in «Classici dell’arte», n. 12, Milano, Mondadori, 1967.
  6. Si rimanda a P. Villani, Un apocrifo Pomilio meridionale, introduzione a M. Pomilio, Scritti sull’ultimo Ottocento, a cura di Mirko Volpi, postfazione di Maria Antonietta Grignani, Novate milanese, Prospero, 2017, pp. VII-XLIII.
  7. Apparsi entrambi in «Lettere d’oggi», rispett. nn. 2-3, 1942, e nn. 7-8, 1942.
  8. L’altro scrittoio: Mario Pomilio al «Mattino», in C’era una volta la terza pagina. Atti del convegno di Napoli, 13-15 maggio 2013, a cura di D. De Liso e R. Giglio, Firenze, Cesati, 2015, pp. 395-439.
  9. Fu Pomilio, infatti, a firmare l’edizione Garzanti del 1968 di Gente in Aspromonte (1930) con una densa introduzione.
  10. Alcuni di questi saggi l’Autore intendeva raccogliere e pubblicare in volume, come attestano le carte manoscritte del Fondo Pomilio. Nella sezione Lavoro critico e saggistico del Fondo Pomilio di Pavia è inclusa, infatti, una cartella «Meridionalistica e altri saggi di letteratura». Oggi gli scritti sono apparsi a cura di Mirko Volpi. Cfr. M. Pomilio, Scritti sull’ultimo Ottocento, op. cit. Per i riferimenti dettagliati ci si limita a rimandare alla Bibliografia pomiliana curata da Paola Villani e Giovanna Formisano in Le ragioni del romanzo. Mario Pomilio e la vita letteraria a Napoli, a cura di Fabio Pierangeli e Paola Villani, Roma, Studium, 2014, pp. 450-51.
  11. Cfr. Se il professore fa centro con l’eccentrico. “L’altro scrittoio” di Vittorio Russo, in «il Mattino», 27 febbraio 1988. Si trattava della recensione a V. Russo, L’altro scrittoio (da/dentro/per la città), pref. di Giancarlo Mazzacurati, Napoli, Liguori, 1987.
  12. Cfr. E. Giammattei, Critica e Racconto. Da Prisco a Starnone, in Ead., Il romanzo di Napoli. Geografia e storia della letteratura nel XIX e XX secolo, nuova edizione accresciuta, Napoli, Guida, 2016, pp. 216-28, a p. 223.
  13. P. Gibellini, La filologia fantastica di Pomilio, in Mario Pomilio e il romanzo italiano del Novecento. Atti del Convegno, Suor Orsola Benincasa-Napoli, a cura di Carmine Di Biase, Napoli, Guida, 1995, pp. 53-67, a p. 59.
  14. A. Gialloreto, Mario Pomilio ed Eraldo Miscia fra narrativa e giornalismo, in Scrittori e giornalisti in Abruzzo e nel mondo, a cura di Dante Marianacci, Pescara, Ianieri Edizioni, 2020, pp. 113-30.
  15. C. Bo, Il vangelo della pace e della guerra, in Apocalisse e ragione, num. mon. di «Hermeneutica», 3, 1983, pp. 119-46, a p. 125.
  16. G. Vigorelli, Il Manzoni e il silenzio dell’amore, Firenze, Sansoni, 1954.
  17. M. Pomilio, Lettura e creazione, in Apocalisse e ragione, op. cit., pp. 147-51, a p. 149.
  18. Ivi, p. 150.
  19. In S. Mignano, Alla ricerca del Quinto vangelo. A colloquio con Mario Pomilio, in «La Fiera Letteraria», 1975.
  20. Si rimanda a P. Villani, Autoritratto in limine. Il dialogo con Carmine Di Biase, in Le ragioni del romanzo. Mario Pomilio e la vita letteraria a Napoli, a cura di Fabio Pierangeli e Paola Villani, op. cit., pp. 27-74. Cfr. C. Di Biase, Mario Pomilio. L’assoluto nella storia, Napoli, Federico & Ardia, 1992.
  21. M. Pomilio, Letteratura e stato di emergenza, in «il Mattino», 9 aprile 1977.
  22. Ibidem.
  23. Cfr. M. Pomilio, La Napoli culturale dei tempi d’oggi, in «Il Corriere di Napoli», 20-21 gennaio 1968.
  24. Cfr. M. Prisco, Scrittori impegnati o torre d’avorio?, in «il Mattino», 28 febbraio 1963.
  25. M. Pomilio, Impegno e disimpegno nella letteratura d’oggi, in «il Mattino», 7 marzo 1963. Simili argomentazioni comparivano già nella recensione a La linea gotica di Ottieri (O. Ottieri, La linea gotica: taccuino 1948-58, Milano, Bompiani, 1963; ora con pref. di F. Colombo, Parma, Guanda, 2012): M. Pomilio, La linea gotica, in «il Mattino», 17 gennaio 1963.
  26. Cfr. M. Pomilio, La responsabilità dell’uomo di cultura, ora in Id., Scritti cristiani, nuova ed. accresciuta a cura di Mirko Volpi, prefazione di Giuseppe Langella, Milano, Vita e Pensiero, 2014, pp. 141-44.
  27. M. Pomilio, Esiste in Italia una società letteraria?, in «Nuova Rivista Europea», nuova serie, nn. 11-12, nov./dicembre 1983, pp. 38-42. Cfr. M. Pomilio, De profundis per la società letteraria. Appunti di uno scrittore in margine ad un’inchiesta, in «il Mattino», 19 febbraio 1984.
  28. Ivi, p. 39.
  29. Ibidem.
  30. M. Pomilio, «Le idee correnti» di Luigi Baldacci, in «il Mattino», 13 marzo 1969.
  31. Di Mazzacurati Pomilio recensì un volume pirandelliano (G. Mazzacurati, Pirandello nel romanzo europeo, Bologna, il Mulino, 1987). Cfr. M. Pomilio, Pirandello? È l’ago della bussola sulla rotta della grande narrativa, in «il Mattino», 28 luglio 1987.
  32. Di Russo recensì L’altro scrittoio: da/dentro/per la città, 1975-1986, Napoli, Liguori, 1987, volume con prefazione dello stesso Mazzacurati. Cfr. M. Pomilio, Se il professore fa centro con l’eccentrico. «L’altro scrittoio» di Vittorio Russo, in «il Mattino», 27 febbraio 1988.
  33. Battaglia pubblicò sulle «Ragioni Narrative» due ampi saggi: Il realismo elegiaco di Cassola (a. I, n. 5, settembre 1960, pp. 31-82) e La narrativa di Moravia e la defezione della realtà (a. II, nn. 8-9, aprile-giugno 1961, pp. 129-34).
  34. M. Pomilio, Militanza e agonismo in Salvatore Battaglia, in S. Battaglia, Mitografia del personaggio, a cura di V. Russo, Napoli, Liguori, 1991 [1967], pp. XVII-XXV, a p. XX. In un intreccio di testi postumi, la Memoria di Pomilio, Militanza e agonismo in Salvatore Battaglia, redatta nel 1989, compare un anno dopo la morte di Pomilio, in occasione dei vent’anni della scomparsa del critico. Dal canto suo, Battaglia aveva sottolineato il valore di monito e di «ammonimento» degli studi di Pomilio sul Verismo. Cfr. S. Battaglia, L’ambigua fortuna di Giovanni Verga, in Id., Occasioni critiche (saggi di letteratura italiana), Napoli, Liguori, 1964, p. 142.
  35. R. Barthes, Il grado zero della scrittura, ed. it. Torino, Einaudi, 1960 [1953].
  36. E. Giammattei, Critica e Racconto. Da Prisco a Starnone, op. cit., p. 216.
  37. Nel numero del «Mattino» del 16 settembre 1971 intervennero anche: Mario Stefanile (Obbedienza esemplare a una grande vocazione), Pietro Piovani (Un continuo impegno di vera indipendenza), Vittorio Russo (Il fascino costante di una rara misura), Giorgio Bàrberi Squarotti (Un eretico della critica), Michele Prisco (Il difficile «tu» di un grande amico), Luigi Compagnone (Dentro la naturalezza).
  38. M. Pomilio, Tutta una vita alla difesa delle ragioni della cultura, in «il Mattino», 16 settembre 1971.
  39. M. Pomilio, Militanza e agonismo in Salvatore Battaglia, op. cit., p. XVII.
  40. M. Pomilio, La narrativa meridionale, in «Momento Sera», 11 febbraio 1966.
  41. M. Pomilio, Avvertenza a Id., Contestazioni, Milano, Rizzoli, 1967, p. 7.
  42. G. Debenedetti, Commemorazione provvisoria del personaggio uomo, in «Paragone», dicembre 1965, poi in Id., Saggi, Milano, Mondadori, 1999. A questo tema Pomilio dedica negli anni Sessanta numerosi interventi. Cfr.: Personaggio e verità, in «Gazzetta del popolo», 2 maggio 1960; Personaggio e vita morale, in «Giornale del mattino», 25 giugno 1960; Il personaggio e la verosimiglianza morale, in «Gioventù», n. 10, 1962; Insufficienza del personaggio, in «La Diana», n. 2, 1963. Quella del personaggio è una riflessione che Pomilio sviluppa nel saggio La doppia crisi di Brancati, pubblicato nel 1960 nel primo numero delle «Ragioni narrative», poi con il titolo La situazione di Brancati, in Id., Contestazioni, op. cit., pp. 9-33.
  43. S. Battaglia, Occasioni critiche, Napoli, Liguori, 1964.
  44. A. Palermo, Il Pirandello di Battaglia e la sua scuola, in Pirandello e Napoli. Atti del convegno, a cura di Gianvito Resta, Roma, Salerno Editrice, 2002, pp. 475-82, poi in Id., Metamorfosi del vero. Otto-Novecento da Leopardi a Totò, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 2016, pp. 139-47, a p. 145. Cfr. anche F. Zangrilli, Motivi pirandelliani in Mario Pomilio, in Le ragioni del romanzo, op. cit., pp. 256-68.
  45. Crisi della letteratura meridionale, a cura di Corrado Piancastelli, in «Nuova presenza», nn. 32-33, 1968-1969, pp. 48-49, a p. 48.
  46. Cfr. G. Langella, Prefazione a M. Pomilio, Scritti cristiani, op. cit.
  47. M. Pomilio, Il ritorno di un bel libro di Prisco. “La provincia addormentata”, in «il Mattino», 2 aprile 1970.
  48. Si rimanda a P. Villani, L’altro scrittoio: Mario Pomilio al «Mattino», op. cit.
  49. M. Pomilio, La lenta metamorfosi della letteratura meridionale, in «il Mattino», 13 giugno 1963 [corsivo nostro] (poi con il titolo La narrativa meridionale, oggi, in Id., Contestazioni, op. cit., pp. 81-84, alle pp. 81-82). Cfr. l’articolo ospitato anni dopo su «La Discussione»: Il Sud diventa meno Sud, in «La Discussione», a. XVI, n. 41, 1968, pp. 29-30.
  50. Geografia domestica: le mie capitali è il titolo di un gruppo di articoli apparsi su «Il Tempo» nel 1974 dedicati alle quattro province di Abruzzo: L’Aquila metafora di un blasone, 19 maggio 1974; Le molte anime di Pescara, 23 maggio 1974; Teramo città dell’anima, 16 giugno 1974; Chieti, l’intelligenza del vivere, 23 giugno 1974.
  51. Oltre agli articoli del «Mattino», Pomilio dedica alla sua città di adozione una rosa (non ampia) di interventi: Perché restiamo a Napoli?, in «L’Illustrazione Italiana», n. 11, 1961; Napoli, fermenti segreti, in «Il Corriere della Sera», 3 dicembre 1967; La Napoli culturale dei tempi d’oggi, in «Corriere di Napoli», 20-21 gennaio 1968; Napoli e il Meridione industrie di se stesse, in «Il Tempo», 29 novembre 1980; Progettiamo una Napoli nuova nelle case e nel lavoro, in «Il Giorno», 5 febbraio 1980; Salviamo Napoli, in «Il Tempo», 15 febbraio 1981; Napoli e i Rolling Stones. Una città nell’equivoco, in «Il Tempo», 22 luglio 1982. Cfr. F. Pierangeli, «La luce volatile» di Napoli e i «paesi dell’anima», in Le ragioni del romanzo. Mario Pomilio e la vita letteraria a Napoli, op. cit., pp. 141-60.
  52. M. Pomilio, Una lapide in via del Babuino, op. cit., p. 40.
  53. «[…] era quello il suo paese; e pretendere da lui una sola pagina su Napoli era peggio che domandargli una topografia dell’Islam» (ibidem).
  54. M. Pomilio, La Napoli culturale dei tempi d’oggi, in «Corriere di Napoli», 20-21 gennaio 1968.
  55. Cfr. D. Trotta, «Caro Mario, ti scrivo …»: le ragioni (non soltanto) affettive di un carteggio inedito, in Le ragioni del romanzo. Mario Pomilio e la vita letteraria a Napoli, op. cit., pp. 93-139.
  56. M. Pomilio, La Napoli culturale dei tempi d’oggi, in «Il Corriere di Napoli», 20-21 gennaio 1968. Sulla “società letteraria” raccolta intorno alla libreria Guida, con Pomilio, Rea e gli altri amici e sodali, cfr. F. Durante, Un gruppo di solisti: il carteggio Pomilio-Rea, in Le ragioni del romanzo. Mario Pomilio e la vita letteraria a Napoli, op. cit., pp. 83-92.
  57. M. Pomilio, Cultura e società nella narrativa meridionale. Walter Mauro alla «Libreria Guida», in «il Mattino», 3 febbraio 1966.
  58. M. Pomilio, Il Sud diventa meno Sud, in «La Discussione», n. 41, 14 dicembre 1968, pp. 29-30, a p. 29.
  59. Ibidem.
  60. M. Pomilio, Preistoria di un romanzo, in Id., Scritti cristiani, nuova ed. Milano, Vita e Pensiero, 2014, pp. 97-105, a p. 97.
  61. Cfr. la preziosa introduzione di Cecilia Gibellini a M. Pomilio, Petrarca e l’idea di poesia. Una monografia inedita, a cura di Cecilia Gibellini, Roma, Studium, 2016.
  62. M. Pomilio, Edoardo Scarfoglio a cinquant’anni dalla morte, in «Terzo Programma», n. 4, 1963, pp. 129-63 (parzialmente ripreso in L’eclissi del verismo, in «Il Ponte», febbraio 1968). La monografia Edoardo Scarfoglio apparve invece nella collana dell’Istituto Universitario Suor Orsola Benincasa, Napoli, Guida, 1989. Cfr. F. D’Episcopo, Pomilio e Scarfoglio, in Mario Pomilio intellettuale e scrittore problematico. Scritti e testimonianze per il decennale della morte, op. cit., pp. 227-30.
  63. M. Pomilio, Edoardo Scarfoglio, op. cit., p. 12.
  64. Ivi, p. 36.
  65. Ivi, pp. 25-26.
  66. M. Pomilio, Stefanile, un anno dopo, in «il Mattino», 19 febbraio 1978.

(fasc. 49, 31 ottobre 2023)

Le “Contestazioni” di Mario Pomilio: filologia e filosofia

Author di Carlo Caccia e Gioele Cristofari

Introduzione

L’assalto delle neoavanguardie ci mise un po’ tutti, se non in crisi, in controversia. In me provocò una doppia reazione: una in sede critica, ravvisabile in qualcuno dei saggi di Contestazioni, l’altra in sede creativa, in quella specie di sfida che è Il cane sull’Etna, un tentativo di mostrare che si poteva riuscire sperimentali e battere strade eccentriche salvaguardando tuttavia sia la significatività delle vicende, che volli anzi dense, a forte polisemia, sia le valenze del linguaggio e della sintassi narrativa, che mi riuscì rinsaldata e quasi sontuosa. Fu la porta d’accesso al particolare sperimentalismo dei libri successivi[1].

È Mario Pomilio stesso, abbozzando una cronologia della sua produzione narrativa, a riconoscervi una profonda «frattura» alla metà degli anni Sessanta, tra una fase ancora legata a «richiami al realismo» e le sperimentazioni successive: unico momento di quell’itinerario, tra l’altro, in cui l’attività di critico militante e quella di scrittore «si sono toccate»[2]. Difficile sopravvalutare, allora, il rilievo dei saggi radunati in Contestazioni[3], e in particolare dei due dedicati al confronto con i primi risultati teorici prodotti dal Gruppo 63, Avanguardismo come naturalismo e La grande glaciazione, pubblicati tra il 1964 e il 1965[4] e in dialogo rispettivamente con La barriera del naturalismo di Renato Barilli e con Avanguardia e sperimentalismo di Angelo Guglielmi[5].

Lasciata alle spalle l’esperienza delle «Ragioni narrative», Pomilio si muoveva in quegli anni dalle cattedre superiori a quelle universitarie, su invito di un Salvatore Battaglia allora impegnato in una lotta contro la «deumanizzazione» della narrativa il cui primo prodotto sarebbe stato, di lì a poco, la monumentale Mitografia del personaggio[6], pubblicata nello stesso anno di Contestazioni. La ricerca e la difesa di un «tema dell’uomo» nella produzione artistica degli anni Sessanta è del resto il nucleo di interesse attorno al quale ruotano tutti i dieci saggi di Pomilio[7], pur orientati solo cronologicamente in un «diario critico» del decennio privo di ulteriori strutture[8]. L’eredità dell’insegnamento universitario, e di Battaglia in particolare, opera però anche su altri livelli, a partire dal rigore storico-filologico che Pomilio oppone sistematicamente alle speculazioni teoriche di Barilli prima e di Guglielmi poi.

Leggendo Avanguardismo come naturalismo e La grande glaciazione, si può osservare inoltre come lo scrittore abruzzese sia in grado di disinnescare la retorica chiassosa di certa neoavanguardia per favorire invece lo spostamento dell’interrogazione su un piano estetico-filosofico. Tutto Contestazioni dà del resto la possibilità di costatare che tale appello all’approfondimento filosofico è una caratteristica dello stile critico di Pomilio; infatti, anche in contributi che precedono le sue risposte alla neoavanguardia come Dialetto e linguaggio e Metodologia critica e critica metodologica[9], lo scrittore di Orsogna, ponendo sotto lente d’ingrandimento rispettivamente l’uso strumentale della lingua dialettale nella letteratura italiana contemporanea e l’estetica adottata dalla critica di ispirazione marxista, manifesta chiaramente la volontà di soprassedere a dichiarazioni poetiche roboanti e ortodossie metodologico-ideologiche per decostruire le ragioni estetico-filosofiche che muovono certe Weltanschauungen presenti all’interno del campo letterario italiano del dopoguerra.

In Contestazioni Pomilio si inserisce quindi a buon diritto nella prassi critica inaugurata dalla filologia europea dall’inizio del Novecento, tradizione che ha formato intellettuali in grado di coniugare il paziente lavoro filologico-stilistico sul testo letterario con una riflessione filosofica di ampio ma rigoroso respiro che, pur affondando le radici nello storicismo e nell’umanesimo, si dimostra sempre aperta al confronto e al raffinamento delle proprie categorie ermeneutiche per impegnarsi responsabilmente nel presente in cui vive[10].

Dal naturalismo della Neoavanguardia al «reale storicizzato»

In Avanguardismo come naturalismo, Pomilio individua nelle differenti impostazioni storiografiche adottate la divergenza tra la sua idea di naturalismo e quella difesa nella Barriera del naturalismo di Renato Barilli. I saggi lì raccolti, per la verità, non sono preceduti da alcun particolare chiarimento relativo alla categoria di naturalismo che campeggia nel titolo[11]: come nota Pomilio, «quel concetto, nelle pagine di Barilli, appare ora curiosamente stretto, ora curiosamente largo, e ora sommario, ora tendenzioso»[12]. Di fatto, mancando una vera e propria precisazione, è decisivo quanto si legge nel risvolto:

Una barriera invisibile si innalza fra noi e la realtà. Essa è sorta nel secolo scorso, ad opera della grande narrativa ottocentesca, che ha creduto di poter ricondurre la condotta umana a poche cause essenziali, e di poterci consegnare alcune chiavi sicure per leggere nei volti e nelle psicologie. Cause e chiavi tanto efficaci, da apparire come le uniche possibili, le uniche «naturali». L’impegno fondamentale del nostro secolo, invece, è stato quello di andare al di là di questa «natura», di predisporre nuove possibilità di lettura del reale. Gli studi di questa raccolta si propongono appunto di esaminare quali autori, nell’ambito della nostra narrativa contemporanea, siano riusciti a sfondare il muro del dato naturalistico, e quali al contrario ne siano rimasti al di qua. Ecco la gloriosa breccia aperta da Svevo e da Pirandello, allargata poi da Moravia. Ecco le tormentose ambiguità di Gadda. Ecco il velleitario recupero del muro ad opera di molti giovani scrittori del dopoguerra. Ed ecco infine Sanguineti, esponente ultime tendenze, che mostra di averlo ormai alle spalle, di poterlo ignorare. Si tratta di una rapida traccia della nostra narrativa contemporanea, polarizzata attorno all’idea di una meta urgente da raggiungere e da doppiare.

I nomi elencati (Svevo, Pirandello, Moravia; qualche riserva è su Gadda; enfin Sanguineti vint), il riferimento alla «grande narrativa ottocentesca» e le riserve sul naturalismo configurano plasticamente l’ormai classica opposizione fra tradizione da un lato e modernità letteraria (o modernismo) dall’altro[13]. Tutt’altro l’approccio storiografico di Pomilio, già autore di uno studio accademico Dal naturalismo al verismo[14], che tende intanto a distinguere tra le letterature nazionali, per cui «se il naturalismo rappresentò una chiusura di capitolo, e in Francia dopo Zola si cessò di parlarne, il verismo fu invece da noi un’apertura di capitolo»[15]. Lo stesso naturalismo, tra i materiali universitari, non è che un fenomeno in certa misura epigonale rispetto alla ricerca tutt’altro che stabilizzata dei fratelli de Gouncourt e soprattutto di Gustave Flaubert: «un naturalismo tutto dispiegato e programmatico», scrive Pomilio, «si avrà solo con Zola»[16].

Numerosissimi luoghi di Dal naturalismo al verismo confluiscono del resto pressoché immutati nel saggio su Barilli. Quando per esempio Pomilio vi sottolinea la dipendenza delle teorie di Zola da quelle di «positivisti puri tipo Taine o Claude Bernard»[17], già ha trovato quei due nomi accostati in un passo degli «Ismi» contemporanei di Luigi Capuana di cui si è servito nei suoi corsi[18]; se l’accenno ai due positivisti francesi nelle Contestazioni serviva poi a sottolineare l’hegelismo di un Francesco De Sanctis, già in Dal naturalismo al verismo «Ciò che forse più d’ogni altra cosa vale a distinguere la teorica del verismo italiano da quella del naturalismo francese è che a far da supporto al primo c’è stato De Sanctis anziché Taine»[19]. Quanto al giudizio sullo stesso Capuana, che è «anello di congiunzione tra De Sanctis e Croce» in entrambi i volumi[20], dipende sicuramente da un articolo di Gaetano Trombatore su «Belfagor», in cui «si può vedere nel Capuana l’anello di congiunzione fra l’estetica del De Sanctis e quel canone di poesia e non poesia di cui il Croce fa così larga applicazione»[21]. E, se dal lavoro accademico vengono anche le due citazioni dai Romanzieri naturalisti di Zola accolte in Contestazioni[22], quella da Arte e scienza di Pirandello, che chiude il saggio su Barilli, confluirà pochi anni più tardi nella Formazione critico-estetica di Pirandello[23].

La svolta argomentativa di Avanguardismo come naturalismo avviene allorché, così distinti naturalismo e verismo anche quanto all’impronta lasciata sulla narrativa italiana da quest’ultimo («da D’Annunzio alla Deledda e da Pirandello a Tozzi»[24], scrive Pomilio, ancora una volta calcando la serie sugli elenchi simili in Dal naturalismo al verismo e dall’approfondito studio sulla Fortuna del Verga)[25], Pomilio può attribuire alla neoavanguardia le rigidità programmatiche del primo, e in particolare della teorizzazione zoliana. Abbandonato il terreno della metacritica per quello della critica (nelle Contestazioni complessivamente meno esplorato), la partita si gioca nelle ultime pagine sul Capriccio italiano. Ancora una volta Pomilio segue da presso Barilli, che concludeva La barriera del naturalismo con il fortunato saggio sulla Normalità «autre» di Sanguineti. Possibile che il giudizio di Barilli (il Capriccio non segue più la «falsariga del naturalismo»)[26] dipenda direttamente da quello che Giacomo Debenedetti preparò nel 1963 per la presentazione del romanzo, lasciandolo poi inedito: secondo il critico, infatti, la «figura del protagonista […] distrugge meticolosamente i connotati del personaggio naturalistico»[27]. Non così Pomilio, che vi intravede invece una «resa di tipo naturalistico» (parlava in proposito Calvino di «resa al labirinto», immagine poi ripresa da Pomilio stesso nella Grande glaciazione)[28] data dalla «meccanizzazione della vita onirica»[29]. E, per obbedire intanto alle leggi di verosimiglianza, Sanguineti finisce per ricadere nel mimetismo di una lingua che scade in «un parlato basso, perfino gergale», soprattutto «in sede di dialogo»[30]: segno di un irrigidimento e di un’istituzionalizzazione del fermento neoavanguardistico che Pomilio, sorprendentemente, coglie a meno di due settimane dal secondo convegno, a Reggio Emilia, del Gruppo 63[31].

Ancora più sorprendente allora che il terzo incontro, di nuovo a Palermo, fosse aperto dai due interventi di Barilli e Guglielmi, presto raccolti in un volume feltrinelliano dal significativo titolo Il romanzo sperimentale[32]. E, se le parole di Barilli sviluppano le posizioni già proposte nel saggio su Sanguineti, nel segno della «normalizzazione» e dell’«abbassamento» propri del romanzo contemporaneo[33], quelle di Guglielmi sono improntate a una certa autocritica: «il grado di leggibilità delle nostre opere sperimentali è inferiore a quello che presentano opere dello stesso genere tuttavia nate in diversi contesti culturali e letterari»[34]. Le critiche di Pomilio sulla «meccanizzazione» in Sanguineti non furono del resto forse estranee a tali conclusioni, che in Guglielmi prendono le mosse proprio dal Capriccio, un «meccano costruito con tutti i pezzi giusti», ma tale da lasciare l’impressione «di dimostrazione non tanto di una tesi quanto di una possibilità»[35].

Tra Barilli e Guglielmi, è però quest’ultimo a subire le più aspre critiche da parte di Pomilio. Il suo Avanguardia e sperimentalismo è secondo lo scrittore di Orsogna materiale più romanzesco che critico, retto da «opinioni» del tutto «spoglie d’antefatti logici»[36], a cominciare dalla proposta centrale di un barthesiano «grado zero» della scrittura, cui sarebbe demandato il compito di rappresentare in via immediata la realtà[37]. A pochi mesi dal rovesciamento delle tesi di Barilli, anche nella Grande glaciazione la poetica di Guglielmi è ricondotta a un naturalismo di fondo, al quale Pomilio oppone l’idea di una letteratura che abbia come oggetto «il reale storicizzato, passato cioè attraverso l’intero spessore della nostra umanità»[38] e, ancora, un’ipotesi storiografica del tutto antitetica rispetto a quella del critico neoavanguardista:

Il suo punto di vista è più sottile e insieme più rischioso, e separa di netto l’Ottocento dal Novecento e situa la sua apocalisse tutta all’interno del Novecento: con questo d’inadeguato (un fianco scoperto cui non vediamo come possa rimediare), che egli assume la crisi del positivismo non solo come un momento non ancora esaurito, ma al contrario come un fatto che sovrasterebbe all’intera struttura culturale del nostro secolo, continuando a segnarla, di caduta in caduta, fino all’odierna definitiva glaciazione[39].

Responsabilità filosofica e storicismo

Già nel Discorso interrotto, che anticipa di qualche mese la polemica con la neoavanguardia[40], Pomilio descriveva del resto una generazione di intellettuali «congelati, non più sicuri di sé», «orfani delle ideologie» e votati a comunicare esclusivamente il proprio alienato (ma compiaciuto) «solipsismo», in un mondo privo di certezze ideologiche[41]. Di fatto, lo scrittore abruzzese denunciava l’impatto su molti intellettuali della perdita di fiducia in quel marxismo che promuoveva l’«azione sociale» e «l’intervento politico», quell’«impegno, in altri termini, di modificare la realtà»[42]. Per Pomilio, l’errore di molti intellettuali impegnati è stato l’aver creduto ingenuamente di sostituire «il termine “realtà” con “società”», nella certezza che quest’ultima, «una volta modificata […] sarebbe rientrata nel perfetto dominio della ragione»[43]. Tuttavia, il fatto di aver perduto la possibilità di essere «creatori di civiltà» non deve condurre gli intellettuali a misconoscere la responsabilità del mandato conferito loro dall’umanesimo, quella visione del mondo che per Pomilio si fa promotrice «d’una difesa e di uno sviluppo delle qualità riflessive e interiorizzanti, e delle qualità morali dell’uomo più che delle sue capacità tecniche»[44]. Da qui, l’appello agli intellettuali a prendersi la loro responsabilità: «L’umano oggi non si nega con la scusante che il mondo è fatto di “cose” e la società di masse meccanizzate. Che è un modo, per l’intellettuale, di darsi un alibi per sfuggire alle proprie responsabilità»[45].

L’appello nelle pagine finali del Discorso interrotto è quindi un invito agli intellettuali e agli scrittori a comportarsi come soggetti responsabili (prima che impegnati) anche nell’adozione di una postura sorvegliata, consapevole e razionale nell’utilizzo delle categorie filosofiche ed ermeneutiche. L’invito all’approfondimento filosofico spesso presente nei saggi di Contestazioni è però, allo stesso tempo, una mossa argomentativa di Pomilio in grado di far osservare al lettore la serpeggiante superficialità concettuale che attanaglia gli intellettuali degli anni Sessanta, in particolare quei neoavanguardisti che, trincerandosi in quella che Franco Brioschi definiva come un’assiologia del «Nuovo»[46], liquidavano interi sistemi filosofici senza avere la pazienza di metterli approfonditamente in discussione. L’esempio più chiaro di tale atteggiamento è costituito dalla dismissione del magistero di Benedetto Croce. In Metodologia critica e critica metodologica, Pomilio osserva che la neoavanguardia riporta inconsapevolmente in auge certe posizioni estetiche di stampo crociano discutibili, rifiutando invece, al contempo, l’impianto storicista del filosofo:

Ci siamo domandati spesso, assistendo alla liquidazione in atto della storiografia e dalla critica di stampo idealistico, che vediamo ormai sopravvivere in uno stanco accademismo, che cosa, in ultima analisi, si intendesse contrapporvi. E la nostra contrapposizione scaturiva e scaturisce dal fatto che i vari attacchi non si limitano, troppo spesso, a mettere in giudicato il crocianesimo e i suoi aspetti contingenti e caduchi, ma tendono a liquidare, attraverso il Croce, lo storicismo in quanto tale, spalancando le porte alle più diverse tentazioni irrazionalistiche, prime fra tutti quella rappresentata dalle applicazioni operative che si fanno della critica di tipo spitzeriano, che sembrano avvallare e incoraggiare (caso tipico d’influsso d’una metodologia critica su una poetica in atto) certi nostri sperimentalismi, e anzi i più vistosi. Ripetere infatti con Spitzer che «l’indagine stilistica… riposa sul postulato che a qualsiasi emozione, a qualsiasi allontanamento dal nostro strato psichico primario normale, corrisponde, nel piano espressivo, un allontanamento dall’uso linguistico normale» è, sì, suggestivo, a patto che non si rovescino le parti, a patto ciò che, invece di restare nel capo suo proprio, che è quello della ricerca critica, quella premessa non divenga articolo di fede per scrittori troppo disposti a crearsi, anteriormente al piano emotivo, un corso linguistico forzoso […] come se l’applicazione aprioristica d’un piano linguistico anormale fosse atta di per sé a suscitare un piano emotivo autentico, o a testimoniarne la presenza[47].

Pomilio, come farà poi in maniera sistematica il teorico e filologo Costanzo di Girolamo[48], intuisce come lo “spettro” del crocianesimo persista all’interno della koiné semiologico-strutturalista, la quale, ritinteggiando la già contestabile tesi dell’écart linguistico per inserirla all’interno del problema teorico della letterarietà[49], forniva una legittimazione estetica al movimento neoavanguardista. Tuttavia, lo strutturalismo «grammaticale» (quello di Roman Jakobson o di Umberto Eco)[50] ha passato più tempo a fregiarsi della sua supposta scientificità che a riflettere sui suoi presupposti filosofici: affermare l’esistenza di uno scarto tra lingua standard e lingua letteraria o il ruolo di dominante della funzione poetica in un testo letterario significa attribuire un’(irrazionale) sostanzialità al linguaggio.

Tale concezione del linguaggio viene ulteriormente interrogata da Pomilio nella Grande glaciazione, seguendo però altri tipi di riferimenti filosofici. Nella requisitoria contro Guglielmi sono, infatti, presenti espliciti rimandi alla filosofia di Ludwig Wittgenstein, Bertrand Russell, Alfred N. Whitehead e Otto Neurath, dal momento che lo scrittore abruzzese intravede una goffa assimilazione dei dettami neopositivisti nel rifiuto della neoavanguardia di concedere alla sfera soggettiva un ruolo nell’attività creativa e conoscitiva:

Non ci è stata molto fruttuosa neppure una ricognizione verso Wittgenstein o gli altri teorici della logica neopositivista, benché proprio lì siano le matrici di Guglielmi, nella misura in cui la sua pretesa di far della parola «la cosa stessa» sembra trovar conforto nel principio di Wittgenstein secondo il quale «le proposizioni sono raffigurazioni della realtà». È vero sì che Wittgenstein insiste sull’inutilità del soggetto come supporto del pensiero […]. Ma, a parte le obiezioni che potrebbero muoversi, e di cui Giuseppe Vaccarino ci ha fornito di recente un buon estratto, a parte anche il fatto che il Tractatus logico-philosophicus arriva tra noi con quarant’anni di ritardo, […] non bisogna dimenticare che, per sopprimere ogni intervento del soggettivo, Wittgenstein è costretto a postulare la creazione d’un linguaggio artificiale affatto distinto dal quotidiano, d’una lingua scientifica del tipo di quella dei Principia mathematica di Whitehead-Russell, con la conseguenza, com’egli deduce, che quanto non può essere espresso per mezzo di essa ha carattere metafisico-soggettivo e dev’essere respinto. E sta bene così[51].

I neoavanguardisti hanno ridotto quindi a slogan (la morte del soggetto) il dibattito vasto e complesso che si è sviluppato in seno allo stesso Neopositivismo. Ma ancor più grave, come nota Pomilio, è il fatto che la Neoavanguardia è stata posseduta dal demone dell’analogia, che non le ha permesso di riconoscere la differenza capitale tra i linguaggi artificiali (creati con lo scopo di rispondere a domande epistemologiche che sorgono in campi regionali del sapere) e il linguaggio quotidiano di cui si servono tutti gli scrittori. Infatti, per Pomilio, se i letterati neoavanguardisti davvero professassero l’abolizione dell’elemento soggettivo nella comunicazione, dovrebbero utilizzare il linguaggio dei logici e dei matematici e non certo quello che ereditano dalla tradizione:

perché non il rifiuto definitivo e globale (se davvero Guglielmi vuole abolire il soggettivo) di tutti i tipi di linguaggio ad eccezione del solo linguaggio logico […]? E perché insomma partire dal principio che l’arte serve unicamente a recuperare il reale allo stato puro, nella sua intattezza, al di qua d’ogni modo d’essere, e non optare per un criterio d’assoluta unidirezionalità e riduttività linguistico-stilistica, per un linguaggio logico a livello paramatematico, il solo dove non tanto e non certo la parola è la cosa, ma dove la pronunzia della parola risulta più spoglia di inflessioni soggettive, più extraindividuale? […] Perché, in sintesi, come proposta stilistica, il pastiche di Gadda e non invece “le proposizioni atomiche” e le “tautologie” del Tractatus?[52]

Per correggere quindi il punto di vista superficiale delle neoavanguardie, Pomilio invita ad adottare una posizione storicista che non costituisca una ripresa acritica della tradizione neokantiana o neoidealista del passato, e sia piuttosto capace di un dialogo non ideologico con il marxismo (numerosi, non per caso, i riferimenti ad Antonio Labriola, Antonio Gramsci e György Lukács nelle Contestazioni). Tale rigore metodologico dovrebbe essere preservato dalle banalizzazioni del marxismo proposte da numerosi esponenti della cultura di sinistra, a partire dallo stesso Guglielmi:

Ma l’argomento più decisivo intorno all’incoerenza di Guglielmi […] viene dal modo in egli stesso tira fuori il concetto di “diritto naturale” e lo appoggia direttamente al marxismo: trascurando e dimenticando che lo sforzo del marxismo è stato da sempre teso a mostrare l’assoluta storicità del diritto (allo stesso modo della morale) e il suo carattere di sovrastruttura; né sussistano, per uno storicismo del tipo di quello marxista, «esigenze insopprimibili e quasi istintive e non come portato della speculazione intellettuale», e cioè della Storia. Semmai preoccupazioni siffatte sono proprie del pensiero cattolico, e basta ricordare appena San Tommaso, secondo il quale Dio, creando l’uomo, gli conferisce un habitus naturale a intendere il buono e giusto, o Manzoni, le cui Osservazioni sulla morale cattolica non rigettano affatto, al contrario, l’idea dell’esistenza d’una morale naturale, solo però per riportarne l’origine a Dio[53].

Una difesa del marxismo è anche nel saggio Dialetto e linguaggio, in cui Pomilio contesta a Pier Paolo Pasolini la strumentalizzazione letteraria del dialetto di Casarsa, la quale nasconderebbe un desiderio inconfessato di ritornare a una concezione iniziatica, aristocratica e classista della poesia[54]. Non solo: il rifiuto ideologico della lingua standard – speculare al rifiuto della transitività del linguaggio proposto dai teorici delle neoavanguardie – può anche celare un attempato decorum, e un’attardata poetica della divisione degli stili incapace di fare i conti con la modernità e, specialmente, con il genere del romanzo[55]. A sostegno della sua argomentazione, Pomilio cita provocatoriamente dei passi tratti da Sul marxismo nella linguistica di Iosif Stalin[56], nei quali il dittatore sovietico considera la lingua come un costrutto creato e parlato da tutte le classi sociali e non da una sola[57]: considerare la lingua come una sovrastruttura è, insomma, materia controversa e dibattuta anche in seno al marxismo stesso.

Tuttavia, in Contestazioni c’è spazio anche per un corpo a corpo con l’epistemologia a cui obbediscono i critici letterari che si rifanno all’ideologia comunista: è il saggio Metodologia critica e critica metodologica, dedicato al volume di Carlo Salinari Miti e coscienza del decadentismo italiano[58], di cui Pomilio contesta la non chiarezza attorno alla nozione di rappresentazione. Per Salinari, l’opera letteraria è una totalità che il critico deve scomporre facendo emergere i legami sistemici tra aspetti formali, ideologici, culturali, storici e psicologici[59]. Questo metodo sarebbe votato all’oggettività, in quanto dovrebbe espellere la sensibilità impressionistica e il giudizio di gusto, al fine di esprimere una valutazione sul grado di conoscenza della realtà storica che l’opera ci consegna[60]. Pomilio però non accetta l’equivalenza tra sensibilità e impressionismo: la sensibilità per lo scrittore abruzzese «non ha nulla a che fare con le inclinazioni impressionistiche», dal momento che essa è sempre un «prodotto di cultura, e in questo senso capacità di ambientazione e di dimensionamento storico dell’opera, atto sintetico in grado di cogliere, all’interno stesso della sintesi offerta dall’opera d’arte, e cioè nella pienezza della vita dell’arte, le implicazioni in esse contenute»[61].

Pomilio nota quindi che la metodologia della critica marxista oblia il fatto che la scomposizione di un’opera letteraria è, prima di tutto, un volere di scomposizione attuato da una «coscienza strutturante», per dirla con Jean Starobinski[62]. In altri termini, la scomposizione di una totalità è una forma particolare di sensibilità critica storicamente situata in una pratica ermeneutica:

Se si può, in sede di ricostruzione critica, […] attenersi ai tempi indicati da Salinari, ci sarà stato pure un momento, anteriore e globale, nel quale, sia pure in embrione, sono stati compresenti i motivi giudicanti che costituiranno il tessuto del ripensamento critico. Altrimenti, chi ci metterà in sospetto d’essere in presenza d’un fatto poetico da accertare e chiarire nelle sue ragioni storiche, chi soprattutto stabilità le premesse del nostro piano di ricerca? E, insomma, la rinunzia al momento della sensibilità, il porsi del critico in posizione agnostica, non rischia di consegnarlo legato mani e piedi all’indistinto dei dati oggettivi (laddove la presenza di quel momento vale almeno a stabilire una prima direzione di ricerca)?[63]

L’opera letteraria, per Pomilio, non è quindi essenzialmente una totalità già data: siamo noi a considerarla aprioristicamente come tale, adottando delle precise ipotesi di lettura. Ma, anche al netto di ciò, il problema per Pomilio rimane aperto: che cosa rappresenta questa totalità? Salinari propende per considerare la rappresentazione come (ri)costruzione, in quanto essa ci dà comprensione dello sfondo storico-culturale che ha permesso l’esistenza di un artista e di un oggetto estetico. Pomilio respinge tale soluzione contestualista: in essa non è chiara «la questione capitale del rapporto – e distinzione – tra la forma di conoscenza artistica e la forma di conoscenza storica», e quindi tra «arte e documento»[64]. Per mostrare l’insufficienza del metodo di Salinari, Pomilio si chiedere allora se, leggendo l’opera di Gabriele d’Annunzio, acquisiamo un’obbiettiva conoscenza storica del fascismo. La risposta dello scrittore di Orsogna è lapidaria: «lungi da noi l’idea di condividere simili assurdità»[65]. Per Pomilio, ci interessa scomporre un’opera di d’Annunzio perché essa esemplifica una certa prospettiva (poetica) sulla realtà, e non la realtà oggettiva (se mai questa esistesse veramente); afferma cioè che rappresentare significa, diltheyianamenete e auerbachianamente, «fornire rappresentazione»[66]. In altri termini, ciò di cui un’opera letteraria ci dà rappresentazione e conoscenza sono quei «momenti insopprimibili e universali dell’umana esperienza»[67] che riconosciamo confrontandoli con quelli che viviamo durante la nostra esistenza. Per Pomilio, dunque, non c’è una differenza netta tra un’estetica della conoscenza e un’estetica della ricezione: solo esemplificando un punto di vista personale sulla realtà un’opera diventa transitiva, in quanto esibisce la «possibilità di continuare a comunicare indipendentemente dal tempo, dalle poetiche, dai gusti, dalle ideologie che l’hanno condizionata»[68].

Sull’opera letteraria intesa come dispositivo che rappresenta un punto di vista personale sulla realtà Pomilio tornerà di frequente nei saggi che compongono Contestazioni, anche all’infuori della disamina sul metodo della critica letteraria marxista. Ancora nella Grande glaciazione, riferendosi a Emilio Garroni (probabilmente al suo lavoro sulla Crisi semantica delle arti)[69], afferma che «il “mondo” d’uno scrittore consiste per l’appunto nella somma delle sue opinioni, anche se poi tendono ad assestarsi in una regolare visione del mondo e possono perfino indurre a parlare d’una sua forma di filosofia»[70]. Tale mondo, di fatto, è poi comunicabile anche grazie all’utilizzo di un linguaggio comprensibile, capace di dare però voce alle volizioni, alle emozioni e ai desideri complessi e urgenti di una soggettività.

Conclusioni

«La mia propria esperienza, e non soltanto quella scientifica, è responsabile per la posizione dei problemi, per le enunciazioni, il procedimento ideale e il fine dei miei scritti»[71]: come l’Auerbach della seconda metà degli anni Cinquanta, così Pomilio sembra insomma accostarsi alla scrittura, e non solo a quella critica. Non va dunque dimenticata l’effettiva situazione che lo scrittore di Orsogna fronteggiava al momento dell’uscita di Contestazioni, come descritta nell’Avvertenza al Cane sull’Etna:

Era il 1967 ed io da parecchio ero quel che in parole povere si suol definire uno scrittore in Crisi. Correvano, chi li ricordi, tempi bui per la narrativa, tempi in cui la morte del romanzo, divenuta nel frattempo, piuttosto provvidenzialmente, argomento per tesi di laurea, veniva decretata con accenti da apocalissi. Suppongo che un’intera generazione di scrittori, in varia misura, ne fosse dissestata. Quanto a me, pur contrastando in sede critica a quella sentenza con dei saggi che crebbero fino a formare un volume, in sede creativa ero ridotto quasi a pezzi. […] Questo finché non ebbi pubblicato, nel 1967 appunto, il volume di saggi ai quali ho accennato. Il fatto a suo modo divenne liberatorio, mi spinse a riguardare con una specie di autoironia a una parte di me stesso e a un’epoca della mia vita. Non era, s’intende, un commiato, era piuttosto un guardare le cose con la lente rovesciata, un considerare la mia crisi alla stregua d’una malattia che, visto che la stavo vivendo, poteva benissimo esser narrata[72].

Il progettato «romanzo intorno al romanzo che non si lasciava scrivere»[73], poi lasciato nello stato frammentario del Cane sull’Etna, è dunque soprattutto il doppio (narrativo) di Contestazioni. La parola dell’altro, contestata sul piano della disputa teorica, è assorbita da Pomilio ed esteticamente rappresentata nei racconti coevi: l’X del primo frammento, in particolare, convinto di vivere in un mondo «senza rimedio»[74], è prossimo a quel personaggio «duramente congelato nelle sue negazioni» immaginato polemicamente nel saggio su Guglielmi[75], mentre proprio due categorie della koiné neoavanguardista e strutturalista («guerriglia semiologica» e «straniamento») scatenano tra l’altro la crisi di X con cui il frammento si chiude.

Il particolare «dono»[76] della forma concesso da Pomilio all’altrui opinione nel Cane sull’Etna sembra declinare in maniera artistica le capacità ampiamente accoglienti e inclusive della tradizione filologica europea. Per dirla infatti con Auerbach (e Vico): «noi giudichiamo i processi storici e in generale interumani (privati, sociali, politici) in un modo particolare, immediato, secondo la nostra interna esperienza; ossia in quanto noi cerchiamo [come sostiene Vico] di “ritrouvare i loro principî dentro le modificazioni della nostra medesima mente umana”»[77]. Il ritorno alla narrativa di Pomilio sembra però mostrare che l’esercizio attivo e responsivo della comprensione estetico-filosofica dei concetti, delle parole e delle Weltanschauugen altrui può farci scoprire l’insufficienza espressiva del genere saggistico, specialmente quando essa assume la forma di una tagliente requisitoria come in Contestazioni. Allora solo l’arte permette in maniera concreta all’artista di essere contemporaneamente sia dentro di sé sia fuori da sé; Pomilio ha dunque creato il dissestato personaggio X per rappresentare sia l’éthos dell’alterità sia il suo sforzo di comprendere e interiorizzare le ragioni altrui all’infuori della polemica, sperimentandole quindi direttamente su sé stesso nell’atto creativo. Il rigoroso e appassionato percorso critico conduce quindi Pomilio a ritornare all’invenzione narrativa con una rinnovata consapevolezza artistica[78].

  1. C. Di Biase, Intervista a Mario Pomilio, in «Italianistica», XVI, 1, gennaio-aprile 1987, p. 123.
  2. Ibidem.
  3. M. Pomilio, Contestazioni, Milano, Rizzoli, 1967.
  4. Pubblicati originariamente su «La Fiera Letteraria» del 15 novembre 1964 e del 24 gennaio 1965.
  5. R. Barilli, La barriera del naturalismo, Milano, Mursia, 1964; A. Guglielmi, Avanguardia e sperimentalismo, Milano, Feltrinelli, 1964.
  6. M. Pomilio, Militanza e agonismo in Salvatore Battaglia, in S. Battaglia, Mitografia del personaggio, Napoli, Liguori, 1991, p. XVIII.
  7. M. Pomilio, Contestazioni, op. cit., p. 145. L’orientamento di Pomilio è sorprendentemente prossimo a quello della raccolta L’uomo come fine di Alberto Moravia, singolarmente vicina a Contestazioni anche a livello cronologico: «L’uomo come fine non vuole affatto essere una difesa di questo umanesimo tradizionale ormai defunto; bensì un attacco all’antiumanesimo che oggi va sotto il nome di neocapitalismo; e un cauto approccio all’ipotesi di un nuovo umanesimo» (A. Moravia, L’uomo come fine e altri saggi, Milano, Bompiani, 1964, pp. 5-6).
  8. M. Pomilio, Contestazioni, op. cit., p. 7. Etichetta, questa di «diario critico», che può almeno lontanamente ricordare i saggi del Diario in pubblico di Elio Vittorini, pubblicati dieci anni prima (E. Vittorini, Diario in pubblico, Milano, Mondadori, 1957).
  9. Pubblicati entrambi nel 1960, rispettivamente nel secondo e nel quarto numero delle «Ragioni narrative».
  10. Sul rapporto tra filosofia e filologia novecentesca, cfr. M. Mancini, Stilistica filosofica. Spitzer, Auerbach, Contini, Roma, Carocci, 2015. Eric Auerbach è tra l’altro esplicitamente citato negli Scritti cristiani, a proposito dei Vangeli: «In questo senso è stato benissimo detto che essi rappresentano “quanto non era stato mai rappresentato né dalla poesia né dalla storiografia antica: la nascita d’un movimento spirituale nella profondità della vita spirituale del popolo, che con ciò acquista un’importanza mai prima raggiunta” (Auerbach)» (M. Pomilio, Scritti cristiani, Milano, Rusconi, 1979, pp. 108-109).
  11. C’è un’Avvertenza, per la verità più simile a una nota editoriale, relativa alle originarie sedi dei saggi.
  12. M. Pomilio, Contestazioni, op. cit., p. 92.
  13. Per Fredric Jameson, «realism vs. modernism» è l’antinomia «most frequently rehearsed of all» (F. Jameson, The Antinomies of Realism, London-New York, Verso, 2015, p. 2).
  14. M. Pomilio, Dal naturalismo al verismo, Napoli, Liguori, 1966. Una prima edizione provvisoria era uscita già nel 1962 per la stessa casa.
  15. M. Pomilio, Contestazioni, op. cit., p. 92.
  16. M. Pomilio, Dal naturalismo al verismo, op. cit., pp. 25-26.
  17. M. Pomilio, Contestazioni, op. cit., p. 92.
  18. Zola «Aveva bisogno d’un motto, di una bandiera per mettere in vista l’opera sua; e, trovatasi tra le mani la Scienza sperimentale di Claudio Bernard, visto l’esempio di Taine […] imbastì in fretta e furia la teoria del romanzo sperimentale e la predicò ai quattro venti» (M. Pomilio, Dal naturalismo al verismo, op. cit., p. 44).
  19. M. Pomilio, Dal naturalismo al verismo, op. cit., p. 79.
  20. Ivi, p. 122; e M. Pomilio, Contestazioni, op. cit., p. 92 (qui con lieve variazione: «anello tra De Sanctis e Croce»).
  21. G. Trombatore, Luigi Capuana critico, in «Belfagor» IV, n. 4, 31 luglio 1949, p. 419.
  22. M. Pomilio, Contestazioni, op. cit., p. 97, e Id., Dal naturalismo al verismo, op. cit., pp. 52-54.
  23. M. Pomilio, La formazione critico-estetica di Pirandello, L’Aquila, Marcello Ferri, 1980, p. 88, e Id., Contestazioni, op. cit., p. 101.
  24. M. Pomilio, Contestazioni, op. cit., p. 92.
  25. L’influenza di Giovanni Verga si estende «dai veristi suoi coetanei o vicini al D’Annunzio regionale o a Pirandello e alla Deledda» (M. Pomilio, Dal naturalismo al verismo, op. cit., p. 85). Ai nomi «di Pirandello e della Deledda» (M. Pomilio, La fortuna del Verga, Napoli, Liguori, 1963, p. 21) Pomilio aggiunge quello di Federigo Tozzi nel parziale rimaneggiamento degli anni Ottanta (M. Pomilio, Scritti sull’ultimo Ottocento, a cura di M. Volpi, Novate Milanese, Prospero, 2017, p. XLIX).
  26. R. Barilli, La barriera del naturalismo, op. cit., p. 296.
  27. Il testo di Debenedetti è integralmente edito in G. Policarpo, Sanguineti, Palermo, Palumbo, 2009, pp. 171-77.
  28. I. Calvino, La sfida al labirinto, in Id., Saggi, Milano, Mondadori, 1995, vol. I, p. 122. Nella Grande glaciazione, Pomilio sottolineerà l’uso dell’«immagine del caos» rappresentata dal labirinto già nel Pirandello del 1893, preoccupato per la «fine dell’umanesimo» (M. Pomilio, Contestazioni, op. cit., p. 108).
  29. Ivi, p. 99.
  30. Ivi, p. 100.
  31. L’informazione è tolta dagli Apparati del volume Gruppo 63. Critica e teoria, a cura di R. Barilli, A. Guglielmi, Milano, Feltrinelli, 1976, p. 363.
  32. Gruppo 63. Il romanzo sperimentale, Milano, Feltrinelli, 1966.
  33. Ivi, p. 11.
  34. Ivi, p. 37.
  35. Ivi, p. 36.
  36. M. Pomilio, Contestazioni, op. cit., p. 104.
  37. «È dunque in questo senso che si dice che l’arte di oggi è un’arte di ricerca. L’oggetto della ricerca è la realtà. Abbiamo visto che l’arte se riesce nei suoi scopi e ritrova la realtà non la ritrova e non la può ritrovare che allo stato brado, al grado zero, come materia fisica. E una volta trovatala il suo compito è finito» (A. Guglielmi, Avanguardia e sperimentalismo, op. cit., p. 82).
  38. Il passo merita di essere riportato per intero: «Perciò, se dovessimo a questo punto riproporci l’eterna questione dei rapporti arte-realtà, diremmo che l’oggetto della ricerca artistica non è “la realtà” secondo l’accezione naturalistica di Guglielmi (cosa impossibile oggi, lo si è detto, ammesso che mai sia stato possibile), ma il reale storicizzato, passato cioè attraverso l’intero spessore della nostra umanità, con quanto questa comporta in fatto di strutture psicologiche, culturali, ideologiche, morali» (M. Pomilio, Contestazioni, op. cit., p. 115).
  39. M. Pomilio, Contestazioni, op. cit., p. 109.
  40. Pubblicato originariamente sul «Mattino» del 7 marzo 1963, con diverso titolo (Impegno e disimpegno nella letteratura d’oggi).
  41. Ivi, pp. 85-87.
  42. Ivi, p. 86.
  43. Ibidem.
  44. Ivi, pp. 88-89.
  45. Ivi, p. 89. Sarebbe interessante confrontare l’idea di responsabilità di Pomilio con la declinazione che tale concetto assume nel saggio del 1919 Arte come responsabilità di Michail Bachtin; cfr. S. Sini, Michail Bachtin. Una critica del pensiero dialogico, Roma, Carocci, 2011, pp. 38-40.
  46. F. Brioschi, Critica della ragion poetica e altri saggi di letteratura e filosofia, Torino, Bollati Boringhieri, 2002, p. 32.
  47. M. Pomilio, Contestazioni, op. cit., pp. 63-64.
  48. F. Brioschi, C. Di Girolamo, Elementi di teoria letteraria, Napoli, Principato, 1978, pp. 64-65.
  49. Per una critica efficace del concetto di letterarietà proposto dallo strutturalismo, cfr. C. Di Girolamo, Critica della letterarietà, Milano, Il Saggiatore, 1978, pp. 48-55; F. Brioschi, La mappa dell’impero. Problemi di teoria della letteratura, Milano, Net, 2006, pp. 16-17, 57-62, 136-40 e passim.
  50. G. Bottiroli, Che cos’è la teoria della letteratura?, Torino, Einaudi, 2005, pp. 99, 111-18.
  51. M. Pomilio, Contestazioni, op. cit., pp. 122-23. Pomilio sembra essere debitore del lavoro di Giuseppe Vaccarino, epistemologo pioniere negli studi di filosofia della mente (fonda insieme a Silvio Ceccato e Vittorio Somenzi la Scuola Operativa Italiana). Pomilio potrebbe aver letto il saggio Il problema della conoscenza nel neopositivismo e nell’analisi del linguaggio (in «De Homine», 7-8, 1963, pp. 73-102).
  52. M. Pomilio, Contestazioni, op. cit., p. 123.
  53. Ivi, p. 118.
  54. Ivi, p. 39.
  55. Ivi, pp. 49-50.
  56. I. Stalin, Sul marxismo nella linguistica, Roma, Edizioni Italia-URSS, 1950.
  57. M. Pomilio, Contestazioni, op. cit., pp. 37-39.
  58. C. Salinari, Miti e coscienza del decadentismo italiano, Milano, Feltrinelli, 1962.
  59. M. Pomilio, Contestazioni, op. cit., p. 73.
  60. Ibidem.
  61. Ivi, p. 74.
  62. Strutturalismo e critica, a cura di C. Segre, Milano, Il Saggiatore, 1985.
  63. M. Pomilio, Contestazioni, op. cit., p. 74.
  64. Ivi, p. 76. Ci sembra che Pomilio, denunciando negli anni Sessanta la mancata chiarezza della critica della distinzione tra arte e documento, intraveda una questione teorica problematica. Infatti, con l’affermazione nelle accademie americane del new historicism e del culturalismo durante gli anni Novanta, i confini tra il lavoro dello storico e quello del critico letterario diventano sempre più porosi. Per un sommario dibattito sul tema, cfr. S. Fish, Professional Correctness: Literary Studies and Political Change, Cambridge (MA), Harvard University Press, 1999, pp. 41-92.
  65. M. Pomilio, Contestazioni, op. cit., p. 77.
  66. Ivi, p. 78.
  67. Ibidem.
  68. Ibidem.
  69. E. Garroni, Crisi semantica delle arti, Roma, Officina, 1964. Pomilio aveva senz’altro in mente le pagine garroniane dedicate al problema dell’opinione (pp. 23-24 e 290-91); la lettura di Crisi semantica delle arti, in cui Garroni interroga anche la teoria neoavanguardista di Guglielmi, deve aver fornito molti spunti alle tesi di Pomilio (questione che potrà essere materia di un futuro studio).
  70. M. Pomilio, Contestazioni, op. cit., p. 104.
  71. E. Auerbach, Lingua letteraria e pubblico nella tarda antichità latina e nel Medioevo, Milano, Feltrinelli, p. 27.
  72. M. Pomilio, Il cane sull’Etna, Milano, Rusconi, 1978, pp. 8-9.
  73. Ivi, p. 10.
  74. Ivi, p. 15.
  75. M. Pomilio, Contestazioni, op. cit., p. 103.
  76. M. Bachtin, L’autore e l’eroe. Teoria letteraria e scienze umane, Torino, Einaudi, 2000, pp. 81-82.
  77. E. Auerbach, Lingua letteraria, op. cit., p. 15.
  78. I paragrafi Introduzione e Conclusioni sono di Carlo Caccia e Gioele Cristofari. Il paragrafo Dal naturalismo della Neoavanguardia al «reale storicizzato» è di Gioele Cristofari. Il paragrafo Responsabilità filosofica e storicismo è di Carlo Caccia.

(fasc. 49, 31 ottobre 2023)

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Pomilio, Petrarca e l'”humanitas”

Author di Cecilia Gibellini

Ragioni di un recupero

Il presente contributo prende le mosse dal recupero di uno studio giovanile di Mario Pomilio su Petrarca, rimasto inedito per oltre sessant’anni e pubblicato a mia cura, nel 2016, per Studium[1]. Le ragioni di interesse di questo recupero, alla luce anche dei nuovi apporti della critica su Pomilio, addensatisi negli ultimi anni e in particolare in corrispondenza del centenario della nascita dell’autore, sono più di una. Innanzitutto si tratta dell’opera di uno dei maggiori narratori del Novecento italiano, che fu anche figura luminosa di intellettuale dall’“impegno totale”; ma gli studi petrarcheschi di Pomilio meritano considerazione anche in sé, per l’originale interpretazione del pensiero estetico di Petrarca e per il metodo seguìto dal giovane studioso, che fonda l’intero discorso su concreti riscontri testuali da cui riesce a far lievitare una sintesi critica di ampio respiro. Soprattutto, questo studio petrarchesco ruota intorno al riconoscimento del valore conoscitivo della poesia, della capacità del poeta di cogliere la verità e di dialogare spiritualmente con il lettore, idee che hanno favorito la conversione di Pomilio dall’attività di studioso a quella di narratore animato da una forte tensione etico-conoscitiva. Egli non mancherà di mettere a frutto l’esperienza di lettura e interpretazione dei documenti del passato nei suoi romanzi misti di storia e invenzione, come Il quinto evangelio e Il Natale del 1833. Insomma, dal cimento con Petrarca Pomilio esce forse sconfitto come accademico, ma nasce a se stesso, riconoscendo la propria vocazione di scrittore.

Pomilio tra Bruxelles e Parigi

Passato da Orsogna, in Abruzzo, dove era nato nel 1921, a Lanciano e ad Avezzano, Pomilio era stato ammesso, dopo il Liceo classico, alla Scuola Normale Superiore come studente di lettere dell’ateneo pisano. Interrotti gli studi per il servizio militare, aveva partecipato dopo l’8 settembre al movimento resistenziale, nelle file del Partito d’Azione, continuando a dedicarsi alla politica, con i socialisti, fino al 1948: dopo la sconfitta del Fronte Popolare interruppe infatti la militanza civile, pur rimanendo fedele agli ideali di un socialismo umanitario sempre più coniugato con le ritornanti «certezze cristiane»[2]. Laureatosi a Pisa nel 1945, discutendo con Giovanni Macchia una tesi sulla narrativa di Pirandello, ed entrato presto nella scuola, si era trasferito nel 1949 a Napoli come insegnante di lettere nei licei.

Nel 1950, alla soglia dei trent’anni, ottenne delle borse di perfezionamento che lo portarono a Bruxelles e poi a Parigi, oltre che nelle biblioteche di Gand, Liegi e Lovanio. Fu in quegli anni che, come si ricava dalle lettere scritte a Dora Caiola, sua fidanzata e dal settembre 1951 sua moglie, progettò uno studio sull’estetica platonica in Francia del quale restano materiali tra le sue carte, e avviò in parallelo, o forse come trasformazione del primitivo disegno, una massiccia ricerca intorno all’estetica di Petrarca, all’interno di un più ambizioso progetto, irrealizzato, sulla nozione del furor ispirativo e sulla poetica dell’entusiasmo dal Medioevo all’età moderna[3].

Tornato a Napoli nel ’52, riprese l’insegnamento di lettere nei licei e poi quello di poetica e drammatica nel Conservatorio di San Pietro a Maiella, abbandonando progressivamente l’intenzione di mantenere qualche contatto con l’università partenopea. Venne così maturando «la sua crisi di uomo di studio, che, negli anni della letteratura come “documento”, del “realismo socialista”, nel ristagno socio-politico del momento storico, è in cerca di una personale soluzione umana e artistica, che non può appagarsi nella sola letteratura di ricerca, ma ha bisogno di un suo naturale sbocco creativo»[4]. Abbandonate le ricerche accademiche, Pomilio si applicò a un’attività pure volta a traguardi conoscitivi e spirituali, tanto attraverso la scrittura narrativa quanto attraverso la riflessione sulle opere altrui, funzionale anche all’elaborazione di una propria estetica, da lui sentita come una stringente necessità. Agli studi saggistici in senso lato, dei quali raccolse i risultati in Contestazioni (1967) e Scritti cristiani (1979), affiancò in varie sedi studi specificamente letterari la cui sezione più rilevante, quella sugli autori dell’ultimo Ottocento, è stata meritoriamente riunita in un volume uscito nel 2017[5].

L’autografo

La ricerca sulla poetica di Petrarca, robusta seppure mai completata, venne affidata a una serie di manoscritti, ora conservati nel Fondo Pomilio al Centro manoscritti dell’Università di Pavia. Prima del passaggio a Pavia, Dora, la moglie di Pomilio, trasse dai manoscritti delle fotocopie, che riunì in sei fascicoli cui appose numeri romani progressivi, non si sa se prima o dopo la morte del marito; nel Fondo pavese gli autografi sono riuniti e disposti in altro modo. Nell’edizione del 2016, dopo aver valutato varie ipotesi di ordinamento, ho deciso di rispettare la successione del testo come si presenta in quei plichi, dal momento che potrebbe essere stata suggerita dall’autore. Questi i titoli dei saggi, che per comodità possiamo chiamare capitoli:

I. Le prime enunciazioni del principio dell’allegoria. La formula dell’Orazione del Campidoglio.

II. L’idea della renovatio: il Petrarca e l’antichità classica.

III. L’umanità della poesia.

IV. Poesia e sapienza.

V. La Pro Archia, l’ingenium e il furor.

VI. La nuova estetica dell’Africa.

La diversa disposizione della materia nei tanti schemi tematici lasciati da Pomilio, che prevedono anche la trattazione di temi non sviluppati nelle pagine a noi pervenute, rende evidente che il saggio configurato nei sei faldoni ha una forma provvisoria e una struttura in divenire. Ad esempio, il sesto capitolo (La nuova estetica dell’Africa), quello di maggiore entità materiale, differisce fortemente dagli altri nell’aspetto, perché rimasto a uno stadio di elaborazione più arretrato, e si conclude, nell’ultima carta, con una serie di appunti disordinati che sembrano preludere a una continuazione non realizzata (o a noi non pervenuta).

Per il resto, le singole parti del saggio si presentano come unità in sé compiute e ben collegabili l’una all’altra, anche se non necessariamente nella sequenza proposta nel volume. Due immagini possono calzare a quest’opera e alla sua struttura: quella dei pannelli di un polittico ancora da comporre, che sarebbero combinabili in disegni diversi e comunque sensati; e quella di un edificio esagonale al quale si può accedere da uno qualunque dei sei ingressi, senza che il risultato complessivo della visita sia compromesso. Sicché si addice perfettamente al tragitto mentale dell’autore quanto egli scrive di Petrarca, che non procede linearmente, ma intrecciando e ampliando via via i suoi nuclei problematici e concettuali:

I motivi del Petrarca si inseriscono sempre l’uno nell’altro, s’addizionano l’uno all’altro in un processo assai vario, e il voler dedurre, da esigenze isolate, tutt’intero un sistema, porterebbe a falsare interamente il significato del suo pensiero: il quale procedeva piuttosto per via di addizioni successive e, poco preoccupato di riordinare e sistemare quanto era già acquisito […], si veniva piuttosto, man mano che gli orizzonti e gli interessi culturali si allargavano, appropriando di nuovi temi e scopriva nuovi campi di ricerca per entro il mondo culturale nel quale si muoveva[6].

Ogni tentativo di esporre schematicamente il pensiero di Petrarca, constata Pomilio, urta contro la difficoltà di armonizzare quanto resta «apparentemente contraddittorio», che «si spiega soltanto tenendo presente la doppia tradizione, quella classica e quella patristica, che in lui confluisce e tenta di fondersi». E conclude:

Tuttavia com’è possibile ritrovare presso di lui un problema dominante, quello della giustificazione della poesia, e un tono predominante, quello polemico, così è possibile isolare alcuni motivi fondamentali, sui quali e attorno ai quali il suo edificio si costruisce[7].

Sono affermazioni che illustrano alla perfezione l’accessus ad auctorem praticato da Pomilio, e mostrano come la struttura costitutivamente aperta del suo saggio fosse strettamente legata, quasi determinata, dallo sfuggente oggetto da lui trattato.

La tesi: Petrarca profeta dell’umanesimo cristiano

Se la struttura del saggio è fluida, la prospettiva è solida: proviamo a sintetizzarne la tesi, nei suoi principali elementi di originalità. Riunendo le disiecta membra depositate da Petrarca negli scritti latini, Pomilio ricostruisce la sua idea di poesia che, a dispetto dell’apparente affinità con l’estetica medievale, gli fa compiere un passo pionieristico in direzione dell’umanesimo. I cenni contenuti nel saggio all’eredità lasciata a Boccaccio, agli umanisti, alla cultura rinascimentale e al nuovo programma elaborato in quella stagione sono importanti quanto le precisazioni sui rischi di confondere gli elementi di modernità di Petrarca con tratti della sensibilità moderna a lui estranei. Pomilio sottolinea che un elemento determinante del suo rinnovamento teoretico è rappresentato dalla presa di distanza dall’allegoresi medievale, anche dantesca, fino ad allora egemone, dall’idea del polisenso allegorico e dalla contrapposizione dell’allegoria in factis dei testi sacri a quella in verbis dei testi poetici, relegati su un gradino più basso. Petrarca riscatta l’allegoria verbale e la metafora, intese come velamen che aiuta a intravedere la verità e anzi a evidenziarla sensibilmente: di conseguenza, esse non si riducono a espedienti della retorica, intesa tradizionalmente come ars pragmatica, ma diventano consustanziali alla poesia, concepita nel senso più nobile di ricerca di verità e ascesi sapienziale. Per maturare questa idea, osserva Pomilio, Petrarca risale alla patristica, in particolare a Lattanzio e a Macrobio, che lo aiutano a svincolarsi dall’allegorismo tardo-medievale e a recuperare, sdoganandole, le fonti classiche del suo pensiero, tra le quali spicca Cicerone. Pomilio non trascura gli scritti polemici di Petrarca, le Invective contra medicum, l’epistola metrica contro Zoilo e quella al cardinal Bernardo, tappe di una consolidata consapevolezza dell’alto seggio in cui l’autore poneva la letteratura, non più subordinata al sapere scientifico né ancella di valori estrinseci. E non dimentica l’impegno creativo e riflessivo dell’Africa, che rappresenta, se non il culmine, un traguardo importante del tragitto petrarchesco.

Se la renovatio della lezione classica consente a Petrarca di prendere le distanze dalle idee circolanti, la visione cristiana gli serve anche a far lievitare l’ansia di immortalità, che negli antichi si manifestava soprattutto nella speranza di ottenere la fama imperitura grazie alla bellezza artistica che consacra la virtù. Evocando le figure di Orfeo e di Omero, fondative di miti di secolare durata, Pomilio fa di Petrarca l’alfiere di un riscatto del patrimonio classico e della mitologia, attraverso la distinzione delle fabulae insensate dalle finzioni sapienziali, recuperando la figura originaria del poeta come vate o profeta, che apre la strada, per intenderci, alla linea Vico-Foscolo. La visione cristiana integra e arricchisce quella classica, sostituendo la laurea sempreverde della gloria poetica, oggetto precipuo dei testi petrarcheschi per l’incoronazione in Campidoglio, con la gloria celeste, che supera pure la caduca Fama post mortem, erosa dal Tempo (e di qui l’intenzione di Pomilio, non realizzata ma testimoniata dagli appunti, di lavorare sui Trionfi). Ma Petrarca, osserva Pomilio, non manca di enucleare e potenziare la convinzione che una componente divina sia insita già nella concezione ciceroniana dell’ispirazione poetica. In questo modo egli inscrive Petrarca nella linea di umanesimo cristiano che vedeva nell’eredità classica l’altro Antico Testamento, l’altro preannuncio di verità che avrebbe raggiunto la pienezza del senso con il messaggio evangelico. Pomilio dedica varie pagine al tema del furor ispirativo, serpeggiante nell’estetica antica e destinato a fluire carsicamente fino all’età romantica. Acquistano allora un rilevo particolare la valorizzazione dell’ingenium nel senso etimologico, innatistico, e la conseguente svalutazione della poetica dell’artificio, della techne fondata su una retorica scorrettamente intesa come disciplina pratica.

L’idea della poesia come humanitas, espressione di una verità che abita agostinianamente in interiore homine e testimonia quanto di divino c’è nell’uomo, rappresenta dunque il nucleo gravitazionale del saggio pomiliano, racchiuso nel quarto capitolo, intitolato Poesia e sapienza, centrale anche nella collocazione, cerniera tra il versante dei precedenti, prevalentemente orientati sulle auctoritates cristiane, e quello dei successivi, giocati sul confronto con le poetiche classiche. Lungi dal configurare un passaggio rettilineo dal polo medievale a quello umanistico e dall’universo cristiano a quello classico, Pomilio insiste sulla dialettica dei due scenari mentali: il progressivo distacco dall’allegoria non sfocia nel rifiuto delle istanze etiche a vantaggio di quelle estetiche, ma comporta una conciliazione tra la poesia concepita come gloria dalla cultura classica e la poesia come interiorità, propria della dimensione cristiana. Il capitolo è proprio bipartito dall’autore nei paragrafi A. L’interiorità e B. La gloria, diciture che indicano come l’opzione del modello classico o di quello cristiano-medievale non sia per Pomilio questione di cultura o di gusto, ma di spinte ideali, di pulsioni psichiche e morali che convivono e interagiscono.

Sul metodo: gli appoggi testuali

Per enucleare concetti di carattere generale, Pomilio ricorre con singolare abbondanza e puntigliosità, nel testo o in nota, a citazioni di opere di Petrarca e dei suoi precursori classici e cristiani. Tra i latini domina Cicerone, richiamato una quarantina di volte, specialmente per la Pro Archia, una celebrazione del valore della poesia che aveva alimentato il pensiero di Petrarca, il quale ne aveva riscoperto un esemplare nel 1333 a Liegi, in quel Belgio in cui Pomilio risiedeva mentre lavorava al saggio. Cicerone è citato anche per altre opere: il De divinatione e il De inventione, veicoli dell’idea della soprannaturale creatività della parola; il De Oratore e l’Orator, confacenti alla disquisizione sull’eloquenza; il De officiis, funzionale al riconoscimento di un carattere etico all’attività letteraria, e le Tusculanae disputationes, orientate a quello conoscitivo. Dato l’oggetto della sua ricerca, Pomilio non può prescindere dalla Poetica di Aristotele, citato mediatamente come Platone, ma anche direttamente in greco, e neppure dall’Ars poetica di Orazio, convocato anche per le Odi e le Satire. Non possono mancare rinvii ai due auctores privilegiati dal Medioevo, Ovidio innanzitutto, e Virgilio. E se Svetonio interessa per il De poetis, richiamato nei paragrafi sul concetto di gloria presso i gentili, la riflessione di Petrarca sul potere rasserenante o consolatorio della poesia lo induce a richiamare più volte Seneca. Più sporadiche le menzioni di altri autori, quali Lucrezio e Persio, mentre Ennio è evocato senza appoggi ai suoi versi superstiti, ma per quanto ne scrive il poeta dell’Africa.

Gli autori cristiani più citati sono Lattanzio e Macrobio, i pilastri su cui, secondo Pomilio, Petrarca costruisce la sua sommessa ma radicale rivoluzione estetica. Collocando Petrarca, intento a recuperare l’eredità classica al nuovo sapere cristiano, nel solco di Lattanzio, retore convertito, Pomilio riporta passi delle Divinae institutiones, uno dei quali riconosce la capacità di vedere la luce divina ai poeti e ai filosofi pagani che non conobbero la verità[8]. A questo «Cicerone cristiano» associa Macrobio – la cui adesione al cristianesimo è oggi controversa –, per il suo Commentarium al ciceroniano Somnium Scipionis, testo che deve la sua fortuna medievale all’idea “pre-cristiana” del premio immortale riservato ai benefattori della patria e ai campioni di virtù. Ripetuto è anche il rinvio alle Ethymologiae di Isidoro di Siviglia, che offrono il destro per riscattare le favole antiche e toccare la questione mitologica per la quale entrano in gioco anche Giovanni di Salisbury e il Boccaccio delle Genealogie deorum gentilium. Agostino, il pensatore prediletto da Petrarca e collocato al centro del paragrafo sull’interiorità, prevale su Gerolamo, menzionato nei passi che trattano il tema del valore letterario alla Bibbia, per il quale è richiamato anche il De schematis et tropis Sacrae Scripturae di Beda. Le fitte citazioni della Summa di Tommaso servono invece a definire la nozione egemone di allegoria medievale, contro la quale si indirizza il pensiero di Petrarca.

Ma l’edificio di Pomilio si appoggia più massicciamente, come è ovvio, sulle parole del Petrarca latino, in prosa e in versi. Dell’opera in cui il poeta ripose la sua speranza di gloria, l’Africa, sono riportati passi del II, III e soprattutto del IX libro, che definiscono un’estetica in divenire. Legato a questo poema incompiuto – messo in stretto rapporto con il Bucolicum carmen, specialmente per l’egloga Dedalus – è il rinvio alle Historiae di Tito Livio, che vi sono rielaborate e ampliate.

Pomilio non manca di citare la Collatio laureationis, chiave di volta nella crescita dell’autocoscienza poetica di Petrarca, e di rinviare al Privilegium laureae, che considera erroneamente di diretta paternità petrarchesca. E a corroborare l’idea che la fama poetica è garantita dal ricordo dei posteri sono evocati i Rerum memorandarum libri, specie il II e il IV, e la Praefatio del De viris illustribus.

Per documentare la maturata consapevolezza di un’estetica umanistica da parte di Petrarca, Pomilio rinvia anche ai suoi interventi polemici, cui attribuisce un ruolo decisivo. Si pensi alle citazioni dal De sui ipsius et multorum ignorantia (in particolare di IV, 32) e soprattutto delle Invective contra medicum, richiamate ripetutamente nel ventaglio dei primi quattro capitoli e con maggiore insistenza nel III. Segnalate sono anche le parti polemiche delle Epystole metrice; le più citate, quella diretta al cardinal Bernardo (II, 3) e ancor più quella contro Zoilo (II, 11 nell’edizione da lui usata, II 10 in quella corrente). Abbondanti sono pure i rinvii alle Familiares, specialmente alla X, 4 e alla X, 5 dirette al fratello Gherardo; più raro il ricorso alle Seniles, tra le quali spiccano la I, 5 e la II, 1, indirizzate a Boccaccio. Il De remediis utriusque fortune è richiamato per un solo passo (I, 9), e generici sono i pochi cenni al Secretum. Il De vita solitaria, opera assegnata convenzionalmente al versante medievale della cultura petrarchesca, viene interpretato da Pomilio in chiave personale, per cui la predilezione per la vita solitaria rappresenterebbe una strategia conoscitiva connessa all’idea che la letteratura persegua la sapienza.

Il numero consistente dei testi latini citati rende ancor più sorprendente la rarità dei riferimenti alle opere volgari di Petrarca, in un saggio inteso a ricostruirne la concezione estetica. Marginali restano le osservazioni sul sonetto «Passa la nave mia colma d’oblio» (RVF 189), che servono a indicare il carattere metaforico del vascello, per contrapporlo a quello realistico o visionario del Purgatorio dantesco. Ancora più corsive sono le menzioni di altri quattro sonetti e di una canzone: «La gola e ’l sonno et l’otïose piume», richiamato ad attestare l’identificazione, frequente in Petrarca, tra poesia e filosofia (RVF 7); «Arbor victorïosa triumphale», collegato all’orazione per la laurea in Campidoglio nella comune celebrazione del potere glorificante dell’alloro (RVF 263); «S’i’ fussi stato fermo a la spelunca», citato come esempio di platonismo in chiave cristiana (RVF 166); infine «Spirto gentil», canzone cui Pomilio accenna in nota, a proposito di un analogo passo dell’Africa sul destino di Roma (RVF 53).

Ma poteva Pomilio scordarsi dell’opera volgare di Petrarca, mentre studiava nel latino la sua concezione di poesia? Certamente no. In un indice da lui stilato, riferibile a una prima stesura del saggio[9], figura una sezione dedicata ai versi italiani, «Sonetto La gola e il sonno. Trionfo della Fama. Sapienza e ispirazione», un motivo che ricompare in un’altra sua scaletta tematica, «I Trionfi come duplicato dell’atteggiamento delle Rime», nonché nel sommario posto in capo al quarto capitolo: «I sapienti nel Trionfo della Fama». Delle Rime e dei Trionfi l’autore parla anche in un appunto steso sul verso di due fogli del saggio, paragonando il simbolismo di Petrarca a quello di Dante e di Cavalcanti[10]. Da ciò si ricava che l’esiguità dei cenni ai versi volgari nel saggio sull’estetica petrarchesca è attribuibile alla sua incompiutezza. D’altra parte Pomilio insiste ripetutamente sull’inscindibilità delle sue opere latine e volgari. Nel Fondo manoscritti pavese una serie di carte testimonia l’intenzione pomiliana di procurare un’antologia commentata, composta da ventun testi del Canzoniere e da un passo dei Trionfi, per cui aveva già steso il commento di tre sonetti e due canzoni[11].

Pomilio e la critica petrarchesca

L’intero saggio pomiliano è attraversato da polarità concettuali, che trovano il loro perfetto correlato espressivo nelle coppie verbali antitetiche: interiorità/gloria, utile/dulce, scienza/sapienza, filosofia/devozione; è bene notare che di lì a poco la critica stilistica avrebbe identificato nell’antitesi la cifra caratteristica del Canzoniere[12]. Ma dall’analisi pomiliana, volta a indagare il ruolo della poesia nella visione di Petrarca, dunque interessata all’intellettuale più che al lirico, le Rime restano o sono tenute volutamente al di fuori, sebbene siano più volte richiamate. Le poesie in volgare risultano già investite indirettamente della stessa dialettica dal giovane filologo, che fa affiorare la loro memoria quale ideale controcanto allo squadernamento della poetica petrarchesca.

Collegando passi delle Familiares, dei Rerum memorandarum, delle Invective contra medicum e del Sui ipsius et multorum ignorantia, e associandole a passi di Cicerone e di Orazio, di Lattanzio e di Agostino, di Tommaso e di Giovanni di Salisbury, Pomilio tocca la questione fondamentale della legittimazione della poesia, sospesa tra mondana vanitas e alta aspirazione etica e noetica, che la critica dei decenni successivi avrebbe rilevato proprio nella struttura del Canzoniere e nel suo dinamico diagramma, dal sonetto proemiale alla canzone alla Vergine, anzi fino a quei Trionfi che vennero a lungo sentiti, trascritti e stampati come ideale séguito dei Fragmenta lirici, e la cui struttura Pomilio intendeva collegare all’ordinamento delle Rime.

Il saggio di Pomilio merita dunque un posto di rilievo nella critica perché anticipa spunti e ipotesi sviluppate più tardi, e si spinge nello spazio della poetica, o meglio dell’idea petrarchesca di letteratura, tuttora poco frequentato dagli studiosi del settore[13]. Pomilio dimostra pure che Petrarca si interrogò precocemente sulle favole antiche, liberandole dalla taccia di fole menzognere nate al tempo degli dèi falsi e bugiardi. Al patrimonio mitologico pagano la civiltà medievale aveva potuto accostarsi forzandone l’interpretazione – con la lettura evemeristica, la chiave naturalistica, il velame allegorico, l’esegesi moralizzante –, mentre Petrarca, trovandovi verità e bellezza, preparò con diverse strategie la loro piena rigenerazione in età umanistica. Su questo tema si sono infittiti in tempi recenti gli studi, anche specificatamente dedicati a Petrarca[14], per esempio inseguendo il mito dafneo che corre lungo il Canzoniere o mettendo in luce il riflesso di Ovidio nella canzone delle metamorfosi (RVF 23); mentre nel saggio Pomilio si concentra sulla figura di Orfeo, promossa a esemplare dell’alto rango della poesia.

Anche di un’altra linea Pomilio viene a porsi come iniziatore. Leggendo le pagine dedicate al rapporto tra poesia e verità, e alla funzione religiosa e conoscitiva assegnata agli antichi vates, filosofi o teologi sub specie poetica, egli fa schiudere a Petrarca un quaderno su cui scriveranno pagine capitali Vico e i grandi fautori dell’omerismo, Foscolo compreso («l’Omero sapienziale che resterà vivo nella coscienza europea almeno fino al Vico, e di cui il padre va considerato senz’altro il Petrarca»)[15].

Quale sia la posizione di Pomilio nel panorama degli studi petrarcheschi del tempo lo si ricava dai rinvii bibliografici a lavori critici nel saggio, che sono di numero nettamente inferiore rispetto alle citazioni di opere di Petrarca e dei suoi auctores – molti di più se ne trovano, va detto, negli appunti preparatori e nei quaderni di lavoro, dai quali emerge appieno lo scrupolo citazionale e documentario del giovane studioso. Da quei richiami si ricava che Pomilio resta al di fuori della linea stilistico-variantistica che in quegli anni brillava grazie a contributi principalmente dedicati alle rime volgari, per esempio quelli di Alfredo Schiaffini sul Lavorio della forma in Francesco Petrarca (1941) e di Gianfranco Contini nel Saggio di un commento alle correzioni del Petrarca volgare (1943) – il nome di Contini spunta più volte nel commento ad alcune poesie del Canzoniere cui si è accennato. Pur non citando espressamente Benedetto Croce, autore di un saggio sul Canzoniere, Pomilio non esita a usare la distinzione crociana tra «poesia» e «letteratura»[16].

Nel saggio non sono menzionati neppure Attilio Momigliano e Umberto Bosco, che nel 1946 aveva pubblicato la monografia su Petrarca registrata invece da Pomilio nei quaderni di lavoro e negli appunti preparatori. Egli si mostra maggiormente attratto dagli aspetti concettuali dell’umanesimo che da quelli filologici: cita Giuseppe Billanovich come curatore di testi e non come autore delle monografie sullo Scrittoio del Petrarca (1947) e su Petrarca letterato (1946), che pure segnala nelle sue carte di lavoro. Come ex studente pisano non può esimersi dal rinviare un paio di volte a Luigi Russo per l’articolo sulla Poetica del Petrarca, con cui peraltro non consente appieno (era apparso su «Belfagor» nel 1948). Pure per l’omogeneità tematica richiama un saggio meno recente di Sebastiano Scandura, L’estetica di Dante, Petrarca e Boccaccio (1928).

Ma lo studioso più citato è il fiammingo Edgar De Bruyne, autore delle Études d’esthétique médiévale e dell’Esthétique du Moyen Âge (1946-1947), opere robuste e allora recenti che si imponevano al giovane italiano trasferito in Belgio per la sua ricerca su un terreno confinante. Pomilio nomina più volte anche il fondamentale lavoro su Pétrarque et l’humanisme di Pierre de Nolhac (1892), che tocca un tema cui si era applicato anche Giuseppe Toffanin, allora docente nell’università napoletana, in La fine dell’Umanesimo (1920), nella Storia dell’Umanesimo dal XIII al XVI secolo (1933) e nel Secolo senza Roma (1942). Pomilio richiama i saggi di Toffanin principalmente per l’attenzione prestata ai contatti tra il mondo classico e quello cristiano, argomento che gli fa richiamare il capitolo del Trecento vallardiano in cui Natalino Sapegno propone un superamento delle antitesi tra l’umanista e il cristiano, tra il poeta e il letterato (1934). Più o meno per le stesse ragioni Pomilio cita Nella selva del Petrarca (1942), il saggio in cui il cattolico Carlo Calcaterra indaga sui rapporti tra Petrarca e Agostino, mettendo a fuoco l’elevazione morale di un umanesimo che unisce il culto degli scrittori antichi a quello degli autori cristiani. Non stupisce allora il rinvio al lavoro sul Sentimento politico del Petrarca di Rodolfo De Mattei (1944), che insiste sulla conciliazione del cristianesimo agostiniano con la cultura classica, rinvio che potrebbe leggersi come segno del precoce interesse etico-civile del futuro narratore e saggista.

Pomilio rinvia ripetutamente a Eugenio Garin per la sottolineatura della spiritualità e dell’interiorità della poesia, e per il riconoscimento del valore pedagogico degli studi umanistici che caratterizzano il saggio su Umanesimo e Rinascimento (uscito nelle Questioni e correnti di Marzorati nel 1949), e cita il coevo volume su Petrarca e il Rinascimento di John Humphreys Whitfield. Più strettamente connessi al tema del saggio sono i richiami allo scritto di Roberto Weiss su Barbato da Sulmona, il Petrarca e la rivoluzione di Cola di Rienzo (1950), e il Saggio sull’‘Africa’ premesso da Nicola Festa all’edizione critica del poema da lui procurata (1926). Pomilio non manca di menzionare i meritori curatori o traduttori ottocenteschi del Petrarca latino – Attilio Hortis per l’edizione del testo e la prefazione alla Collatio laureationis (1874), Domenico Rossetti per la pubblicazione dei tre volumi dei Poemata minora (1829-1834) –, ma rinvia a edizioni più vicine, se esistenti, come quella dei Rerum memorandarum libri di Billanovich (1943) e quella del Canzoniere di Contini (1949).

Si può concludere che i rinvii di Pomilio configurano un selezionato pacchetto di sussidi precisamente orientati, chiamati in causa solo a ragion veduta, e mai abusando di sfoggio citazionista, nella persuasione che i materiali testuali per la costruzione del suo edificio critico andassero tratti direttamente dalle miniere dei testi d’autore: da Petrarca, cioè, e dalle sue letture.

Petrarca negli altri scritti letterari di Pomilio

Gli scritti critici sparsi di Pomilio trattano di Dante, Boccaccio, Leonardo da Vinci, Cellini; passano a Manzoni, al Naturalismo, al Verismo, a De Roberto, Verga, d’Annunzio, Pirandello, infine alla «Voce», a Svevo, Alvaro, Brancati e Rea.

Il saggio sull’estetica di Petrarca si colloca così tra la lettura del canto sulla «candida rosa» di Dante e lo studio sul tono basso del Decameron di Boccaccio, autore indagato non solo come novelliere. Questo è già il segno di un’attitudine a studiare anche opere diverse dal capolavoro riconosciuto, che si trova confermata dall’intervento sul Manzoni «minore» – le virgolette messe nel titolo dall’autore segnalano la sua presa di distanza dalla divisione manichea tra opere principali e secondarie[17].

Negli altri saggi letterari di Pomilio poco o nulla si trova su Petrarca. Dopo il cimento con l’estetica del trecentista, che diede un impulso vigoroso alla sua conversione alla narrativa, Pomilio si applicò ad auctores a lui ben più congeniali. Su tutti Manzoni, di cui condivideva la fame di realtà e l’impegno sociale, ma ancor più la fede problematica, vissuta con l’inquietudine partecipe che conoscono i lettori del Natale del 1833. L’istanza sociale e realistica di Pomilio era frutto di una religiosità che, come ammette egli stesso, era più portata all’umana solidarietà che alla speculazione teologica: predilezione che lo mette in sintonia con scrittori e pensatori veristi, specie se radicati nel Mezzogiorno, e in certo senso neoverghiani come Alvaro e Brancati.

Fame di realtà, nella scrittura di Petrarca, ce n’era davvero poca. Da lui Pomilio sembra aver tuttavia mutuato l’idea di una letteratura che non si riduca a retorica ma produca un incremento conoscitivo, una promozione morale di sé e degli altri; così come la vocazione umanistica conciliata con quella cristiana. Nella prefazione al volume sulla pittura di Leonardo definisce le sue immagini «finestra dell’anima»[18], e nella monografia su Pirandello parla di «interiorità della forma»[19], mostrando che le pagine petrarchesche sull’interiorità come luogo abitato dalla verità e soggetto di una scrittura letteraria intesa come quête restano punti di riferimento anche nella sua attività saggistica.

Riflessi del saggio petrarchesco nel Pomilio narratore

Nel Quinto evangelio (1975) e nel Natale del 1833 (1983), vertici della sua scrittura creativa, Pomilio mostra che sopravvivono in lui il mestiere e il gusto acquisiti da giovane nel lavoro su Petrarca, ossia l’abilità nel condurre il filo diegetico analizzando e collegando tra di loro citazioni, testi e documenti, ora reali ora fittizi – per cui si è potuto parlare di «filologia fantastica»[20]. Nel ricostruire l’anno più doloroso per Manzoni, il 1833, egli esamina e interpreta gli abbozzi del mirabile frammento dell’inno sacro, e le lettere vere o congetturate del suo entourage; e nell’inchiesta sulle tracce del misterioso quinto ma non apocrifo vangelo, condotta da uno studioso ed ex-ufficiale americano, suo trasparente doppio, non fa che trasportare sul piano della fictio il procedimento praticato nella ricostruzione dell’inafferrabile estetica di Petrarca.

Il carattere per eccellenza problematico del saggio critico Pomilio lo estende alla scrittura narrativa, perché l’opera romanzesca, scrive, non gli «si presenta mai bell’e fatta al momento di cominciare, anzi! […] è un nucleo di fatti che, quanto a significato […] è oscuro. Scavare per entro di esso, cercarne il significato, la verità che […] propone, è la condizione del […] lavoro»[21].

L’opzione morale dell’estetica petrarchesca Pomilio l’avrebbe applicata poi a se stesso: «Ormai la letteratura, per me, passa intera attraverso l’etica, deve richiamarsi senza equivoci alle sue responsabilità»[22].

Giacomo Prandolini, anticipando su rivista alcune pagine del saggio, vi trovava già il segno di uno scrittore che era dentro la «storia almeno fino al collo», che vuole rispondere alle aspettative dell’uomo, alle «ansietà del mondo contemporaneo»[23]. E indicava in una frase del saggio una sorta di autoritratto intellettuale:

Al centro degli interessi spirituali del Petrarca sta l’uomo, e l’uomo nel suo farsi, nella conquista ansiosa e pensosa della sua humanitas, l’uomo come problema spirituale e morale, e che proprio nel riconoscimento della sua natura essenzialmente etica ritrova se stesso, i fondamenti cioè della sua origine divina[24].

Se Petrarca abbia lasciato una traccia non effimera nella futura carriera di Pomilio o se Pomilio abbia proiettato su Petrarca l’ombra della propria personalità, i presagi delle sue scelte mature, è arduo stabilirlo. Innegabile, invece, che, nella sua evoluzione intellettuale, artistica e spirituale, la via imboccata con l’interrotto studio giovanile non era un vicolo cieco.

  1. M. Pomilio, Petrarca e l’idea di poesia. Una monografia inedita, a cura di C. Gibellini, Roma, Studium, 2016.
  2. Lo rileva Carmine Di Biase, che vede affiorare in Pomilio il coraggio del padre socialista e il fervente cattolicesimo della madre, alimentati poi dalla lettura di autori quali Agostino e Pascal, nella biblioteca di uno zio sacerdote: C. Di Biase, Lettura di Mario Pomilio, Milano, Massimo, 1980, pp. 7-8.
  3. Nel Centro manoscritti dell’Università di Pavia, dove sono conservate le carte di Pomilio, abbondano materiali e appunti di lavoro su Mussato e sugli umanisti (Salutati, Ficino, Landino, Pico, Poliziano, Bruni), ma anche sulle poetiche rinascimentali, sull’Arcadia, su Vico, sui preromantici e i romantici italiani (Monti, Foscolo, Leopardi, Manzoni) e francesi.
  4. Cfr. C. Di Biase, Lettura di Mario Pomilio, op. cit., p. 8.
  5. M. Pomilio, Scritti sull’ultimo Ottocento, a cura di M. Volpi, introduzione di P. Villani, Novate Milanese, Prospero, 2017. Un’accurata Bibliografia degli scritti di Mario Pomilio, allestita da Paola Villani e Giovanna Formisano, è stata pubblicata in appendice al volume Le ragioni del romanzo. Mario Pomilio e la vita letteraria a Napoli. In memoria di Carmine di Biase, a cura di F. Pierangeli e P. Villani, presentazione di L. d’Alessandro, prefazione di M. A. Grignani, Roma, Studium, 2014, pp. 436-94, consultabile anche on-line, tra i materiali del sito «mariopomilio.org», all’url https://mariopomilio.org/bibliografia/ (ultima consultazione: 7 luglio 2023); allo stesso indirizzo sono pubblicati anche gli aggiornamenti della stessa Bibliografia, dal 2015 in poi.
  6. M. Pomilio, Petrarca e l’idea di poesia, op. cit., p. 206.
  7. Ibidem.
  8. «Nelle Divinae institutiones egli [Petrarca] assisteva al più grande, forse, sforzo compiuto per riassorbire l’esperienza pagana nella cristiana e di ritrovare nel pensiero, nella filosofia, nelle credenze del mondo greco-romano, una somma di giustificazioni e di prove della nuova fede. Mondo ebraico e mondo pagano cospiravano armoniosamente a delineare un quadro culturale, in cui la poesia dei gentili s’inseriva, alla pari, coi testi dei filosofi e coi libri del Vecchio Testamento, a convalidare la verità̀ rivelata. Tutto il mondo precristiano si disponeva secondo lo schema d’una doppia prerivelazione, quella greco-romana e quella ebraica, ambedue in egual misura operanti a confronto della vera fede. Si trattava, per il Petrarca, d’una sistemazione di portata immensa. Lattanzio, che appoggiava la sua dimostrazione dell’esistenza di Dio su prove storiche e non scientifiche, diventava ai suoi occhi uno dei maggiori veicoli del messaggio umanistico»: M. Pomilio, Petrarca e l’idea di poesia, op. cit., pp. 57-58.
  9. Cfr. M. Pomilio, Petrarca e l’idea di poesia, op. cit.: Nota al testo, p. 38.
  10. Ivi, pp. 77-78.
  11. Nel fascicolo «Materiali su Mussato e Petrarca» sono elencati i testi del Canzoniere da includere nell’antologia, con titoli e numeri, ossia 1, 12, 16, 32, 35, 53, 62, 81, 90, 126, 128, 129, 189, 234, 272, 279, 292, 302, 310, 311, 364, 365, 366, e «La morte di Laura», versi senz’altro ricavati dai Triumphi. Nel fascicolo «Appunti e commenti ai sonetti di Petrarca» si trovano i commenti a RVF 16, 32, 53, 126 e 319.
  12. Si ricordi almeno il contributo di E. Bigi, Alcuni aspetti dello stile del ‘Canzoniere’ di Petrarca, in «Lingua nostra», 13, 1952, pp. 17-22, poi in Id., Dal Petrarca al Leopardi, Milano-Napoli, Ricciardi, 1954, pp. 1-22.
  13. Tra gli studi che toccano qualche aspetto dell’estetica o della poetica petrarchesca vanno ricordati: G. Ponte, Poetica e poesia nelle ‘Metriche’ del Petrarca, in «Rivista di letteratura italiana», 72, 1968, pp. 209-19; H.-G. Funke, Autoreferenzialità e riflessione metapoetica nel ‘Canzoniere’ petrarchesco, in «Rivista di letteratura italiana», 3, 2003, pp. 9-32; M. Picone, Il tema dell’incoronazione poetica in Dante, Petrarca e Boccaccio, in «L’Alighieri», 25, 2005, pp. 5-26; D. Marsh, Poetics and Polemics in Petrarch’s Invectives, in «Humanistica», 1-2, 2006, pp. 40-46; F. Bausi, Petrarca antimoderno: studi sulle invettive e sulle polemiche petrarchesche, Firenze, Cesati, 2008; V. Fera, Petrarca e la poetica dell’incultum, in «Studi medievali e umanistici», 10, 2012, pp. 9-87.
  14. Cfr. L. Marcozzi, La biblioteca di Febo. Mitologia e allegoria in Petrarca, Firenze, Cesati, 2002; C. Vecce, Il mito nelle ‘Familiari’, in Motivi e forme delle ‘Familiari’ di Francesco Petrarca, a cura di C. Berra, Milano, Cisalpino-Istituto Editoriale Universitario, 2003, pp. 149-65; Id., Francesco Petrarca. La rinascita degli dèi antichi, in Il mito nella letteratura italiana. I. Dal Medioevo al Rinascimento, a cura di G. Alessio, Brescia, Morcelliana, 2005, pp. 177-228.
  15. M. Pomilio, Petrarca e l’idea di poesia, op. cit., p. 152.
  16. Ivi, p. 267.
  17. Paradiso XXXI, in La dimensione umana e la prospettiva divina in Dante, a cura di P. Sabbatino, Pompei, Pepe, 1983; Il tono basso-realistico del Boccaccio, in Atti del Convegno di Nimega sul Boccaccio, a cura di C. Ballerini, Bologna, Patron, 1976; A proposito del Manzoni “minore”, in «Il Popolo», 28 luglio 1959.
  18. L’opera completa di Leonardo pittore, presentazione di M. Pomilio, a cura di A. Ottino Della Chiesa, Milano, Rizzoli, 1967.
  19. M. Pomilio, La formazione critico-estetica di Pirandello, Napoli, Liguori, 1966.
  20. P. Gibellini, La filologia fantastica di Mario Pomilio, in «Humanitas», 1, 1992, pp. 28-41.
  21. M. Pomilio, Scritti cristiani, Milano, Rusconi, 1979, p. 25. Già Carmine Di Biase rilevava che con la sua formazione di ricercatore il giovane Pomilio aveva affinato l’attitudine euristica che caratterizza anche la scrittura narrativa per la quale vari critici hanno parlato di romanzi-saggio. Cfr. C. Di Biase, Lettura di Mario Pomilio, op. cit., passim.
  22. M. Pomilio, Scritti cristiani, op. cit., p. 26.
  23. Cfr. G. Prandolini, Petrarca e l’allegoria, in «Rivista di letteratura italiana», 1-3, 1996, p. 253. Le espressioni virgolettate provengono dagli Scritti cristiani cit., p. 23.
  24. M. Pomilio, Petrarca e l’idea di poesia, op. cit., p. 105.

(fasc. 49, 31 ottobre 2023)

Gli “scritti cristiani” di Mario Pomilio: le parole della letteratura e l’incontro con la Parola

Author di Giuseppe Langella

Metto subito avanti le mani: chi conosce abbastanza a fondo la bibliografia di Mario Pomilio non ignora che è mia la prefazione a un’edizione notevolmente “accresciuta” dei suoi Scritti cristiani, curata da Marco Beck nel 2014 per l’editrice Vita e Pensiero[1]. A beneficio, spero non soltanto, della contabilità letteraria, ricorderò che l’incremento faceva salire a 25 i testi ammessi nel libro, a fronte dei 14 selezionati da Pomilio per l’edizione Rusconi del 1979[2], con conseguente lievitazione di più di un terzo del numero di pagine complessivo[3]. L’operazione, in sé perfettamente legittima, e anzi lodevole, perché riportava in libreria un’opera da molto tempo esaurita, finiva però, senza volerlo, per modificarne le intenzioni originarie e la portata culturale. Rispettosissimo dell’editio princeps, il curatore si asteneva, beninteso, da qualsiasi interpolazione, collocando gli 11 contributi aggiunti ex novo in un’apposita sezione, in coda a quelli prescelti da Pomilio. Ma bastava la loro semplice presenza ad assegnare alla nuova edizione un significato e una funzione differenti rispetto al libro del ’79. Ciò risulta palese anche a voler considerare soltanto l’escursione cronologica degli “accrescimenti”, che coprono un arco di tempo lunghissimo, dal 1955 al 1983, dove invece i 14 Scritti cristiani della prima edizione, con un’unica, comprensibile, eccezione, risalivano tutti a un fazzoletto d’anni, intorno alla pubblicazione del Quinto evangelio. Inoltre, ben 9 degli 11 testi aggiunti sono articoli di giornale, di misura quindi più agile e di taglio più cronachistico e militante in confronto al tono e al respiro prevalenti nell’edizione Rusconi. Affiancando al nucleo di partenza quel nutrito e più occasionale mannello di interventi, concepiti in stagioni e circostanze storiche ed ecclesiali anche distanti tra loro, Beck mirava, chiaramente, ad allestire un’ideale antologia di documenti che valesse a comporre un ritratto completo, a tutto tondo, quasi un riepilogo, del Pomilio intellettuale e apologeta, che prende posizione all’interno del mondo cattolico e si apre al dialogo con la cultura laica e marxista, ma senza cedimenti, pronto al contrario a difendere il lievito vivificatore del messaggio cristiano nella società del benessere e del vuoto esistenziale. Questa dilatazione degli orizzonti, se aveva il merito indiscutibile di rivendicare a Pomilio un posto non trascurabile nel dibattito culturale del terzo Novecento, non poteva evitare un effetto collaterale indesiderato: quello di decontestualizzare il libro del 1979, perdendo di vista le ragioni contingenti che avevano indotto lo scrittore a raccogliere in volume proprio e soltanto quei 14 Scritti cristiani nati a ridosso del Quinto evangelio. È appunto per recuperare quelle ragioni e restaurare l’intentio auctoris che in questa sede, tralasciando le integrazioni postume proposte da Beck, mi concentrerò sull’edizione Rusconi.

La corretta chiave di lettura degli Scritti cristiani del 1979[4] è quella suggerita dal risvolto di copertina, che conviene riprodurre per intero:

Gli scritti riuniti in questo volume, ad eccezione di uno, sono contemporanei o immediatamente posteriori alla stesura de Il quinto evangelio, il romanzo più noto di Pomilio, e in buona parte, per vari gradi, si saldano ad esso e quasi ne continuano il discorso. Perfino un saggio necessariamente specialistico qual è Il Vangelo secondo Smith diventa singolarmente interessante per come, di riverbero, ci consente di penetrare nell’officina filologica di quel romanzo.

Ciò non toglie che Scritti cristiani sia un’opera perfettamente autonoma. In pagine dove più volte il narratore dà delicatamente la mano al saggista, al critico letterario e finanche al polemista, Pomilio confessa i propri problemi di uomo e di scrittore, s’addentra in riletture di grandi testi religiosi, riflette sulla condizione del cristiano e discute alcuni dei grandi temi del Cristianesimo d’oggi, segnala ombre e attese del tempo che stiamo vivendo, mostra quali sollecitazioni possono introdurvi i Vangeli. Ne viene un insolito ritratto di credente che si confronta senza chiusure con gli interrogativi dei nostri giorni, prospettando, implicitamente, come già ne Il quinto evangelio, l’immagine d’un Cristianesimo in riflessione e in ricerca e, nell’intimo, tutto percorso dalle spinte cristologiche del Concilio.

Con tutta evidenza, Pomilio vuole sottolineare il rapporto strettissimo che lega, geneticamente, gli Scritti cristiani al Quinto evangelio, facendoci pensare a una sorta di parto gemellare, a una derivazione di entrambe le opere, di quella narrativa come di quella saggistica, da un’unica matrice[5]. Per ammissione dello stesso Pomilio, il narratore si è introdotto furtivamente nello studio dell’intellettuale, lasciando qua e là le sue impronte. Peraltro, l’osmosi tra i due libri nati allo stesso tavolo avviene anche in direzione opposta, nel senso che lo scrittore non si limita a dare «delicatamente la mano al saggista», ma si nutre anche degli Scritti cristiani, prelevandone spunti e considerazioni che tornano pari pari nel romanzo, come ha inoppugnabilmente dimostrato Wanda Santini[6].

Alla collocazione degli Scritti cristiani nel cono di luce del Quinto evangelio non è estranea, certamente, una strategia di promozione editoriale. Alla fine degli anni Settanta Pomilio non era soltanto un autore affermato, ma aveva già toccato l’apogeo della notorietà con lo straordinario successo, appunto, nel 1975, del Quinto evangelio, uno degli esiti in assoluto più importanti del romanzo italiano dell’ultimo secolo[7]. Quando egli decise di radunare, sotto il titolo di Scritti cristiani, alcuni fra i suoi interventi più lucidi e pensosi sulla Chiesa del Concilio e sulle inquietudini dell’uomo contemporaneo, all’incrocio tra esame di coscienza e polemica culturale, tra diagnosi storica e tensione profetica, non si era ancora spenta la vasta impressione suscitata dall’uscita di quell’opera tanto coraggiosa quanto originale, di cui erano già state tirate quattordici ristampe. Il quinto evangelio aveva avuto, anzi, una notevole risonanza anche a livello internazionale, suggellata da due riconoscimenti prestigiosi come il “Prix du Meilleur Livre Étranger”, in Francia, e il Premio Pax, conferitogli dalla cattolicissima Polonia.

Nulla di strano, allora, che il percorso sotteso al montaggio dei 14 Scritti cristiani dell’edizione Rusconi sfoci proprio in quella Preistoria d’un romanzo in cui Pomilio rievoca le suggestioni e i propositi che avevano accompagnato la genesi balenante e la lenta elaborazione del suo capolavoro. Posta, infatti, in penultima sede, Preistoria d’un romanzo rappresenta virtualmente l’estuario del libro, in cui confluiscono tutte le acque discese dagli scritti precedenti. Segue soltanto, non a caso, Il Vangelo secondo Smith, che nel risvolto di copertina viene menzionato come porta laterale d’accesso all’«officina filologica» del Quinto evangelio e un avviso didascalico, adagiato sopra il titolo, classifica alla stregua, «quasi», di «un’appendice», confermando l’invito a leggere quelle pagine come una propaggine di Preistoria d’un romanzo. Pomilio dà l’impressione, insomma, di volerci raccontare, con una simile impaginazione, per quali vicende personali e convinzioni profonde fosse giunto a concepire e sviluppare l’idea e il progetto di un’opera di altissima testimonianza come Il quinto evangelio, autentica summa della sua concezione religiosa, interpretando i fermenti della stagione post-conciliare.

Le tappe di questo cammino sono scandite in maniera rigorosa e perfettamente regolare in tre blocchi di eguale consistenza: si parte con quattro lettere, indirizzate rispettivamente al padre, alla figlia, a un amico e a una suora, che rientrano nella biografia dell’autore e ne svelano i lati più intimi e umani, i vissuti interiori, gli episodi che ne hanno segnato la vita, i propositi e i moti della coscienza; poi vengono quattro riflessioni che delineano la visione cristiana di Pomilio, ovvero il suo modo d’intendere e di vivere la dimensione religiosa; e, dietro, altri quattro scritti che guardano alla Bibbia e in particolare ai Vangeli come a un modello, insieme, di letteratura e di santità. Raffinando ulteriormente lo sguardo, si può notare la struttura binaria, a coppie, spesso complementari, dell’invisibile telaio che regge il disegno degli Scritti cristiani: come ad esempio le due lettere iniziali al padre e alla figlia, che mettono in scena il conflitto generazionale, il bisogno di emanciparsi dall’autorità ingombrante del genitore per trovare autonomamente il proprio posto nel mondo; o In margine a una parabola e L’apartheid di Dio, che affrontano il tema della solitudine dell’uomo secolarizzato e della missione della Chiesa; o ancora, il dittico, immediatamente visibile, La Bibbia come letteratura e I Vangeli come letteratura; fino ai conclusivi Preistoria d’un romanzo e Il Vangelo secondo Smith, dove s’inseguono e si interpretano le testimonianze scritte dell’insegnamento di Gesù, alla ricerca del suo messaggio più autentico.

Una valenza singolare assume, in ordine all’annunciarsi della vocazione, insieme spirituale e letteraria, che culminerà nel Quinto evangelio, la Lettera a una suora, perché Pomilio vi annoda indissolubilmente il ritorno alla fede, dopo un temporaneo distacco nutrito di ideologie laiciste, irreligiose e anticlericali, con la scoperta in sé di quella prepotente inclinazione narrativa che avrebbe impresso una svolta alla sua vita, segnandone di fatto il destino di scrittore. E quella suora ospedaliera, avvicinata durante un ricovero in clinica della moglie per un intervento chirurgico piuttosto delicato, è anche la prima icona che ci viene incontro, negli Scritti cristiani, di quella fede incarnata nella dimessa santità di ogni giorno, che resterà sempre l’ideale di cristianesimo inseguito e vagheggiato da Pomilio. Quando l’ancora agnostico intellettuale aveva cominciato a chiedersi, davanti all’angelico sorriso e ai gesti amorevoli e solleciti di quella religiosa, «perché una così totale offerta di sé agli altri e, propriamente, perché tanta carità. E perché tanta gioia nella carità. E perché tanta forza d’animo. E perché tanta umiltà»[8], era il marzo del 1953. Esattamente un mese dopo egli avrebbe messo mano al suo primo romanzo, L’uccello nella cupola, pubblicato da Bompiani l’anno seguente[9], lavorando intorno al caso di coscienza di un giovane sacerdote di fronte a una donna tormentata dai sensi di colpa. Mostrandogli «in concreto che cos’è la carità cristiana e quale tesoro di valori essa contiene»[10], la suora della clinica non solo lo aveva riconciliato con Dio e con la Chiesa, ma lo aveva anche aiutato a guardarsi dentro, a riconoscersi scrittore[11].

L’importanza che Pomilio assegna ai grandi capolavori della letteratura viene in piena luce nella Lettera a una figlia, dove ricorda di aver messo sotto gli occhi di Annalisa, studentessa liceale, alcune opere che considerava «patrimonio dell’umanità», sicuro che esse l’avrebbero aiutata a crescere «libera, ricca di personalità, capace di scelte e di giudizio»[12]. In queste pagine lo scrittore riduce tutta la sua «pedagogia» paterna, il suo «piccolo e segreto magistero», a due soli principi, correlati tra loro: trasmettere il «culto della parola come luogo di verifica dei problemi e delle idee (che è poi senza parere l’effetto della parola letteraria)» e favorire «il contatto col grande»[13]. Ai suoi occhi, infatti, in certi libri «il reale trova insieme il suo riflesso e la sua esplicazione», per cui immergersi in essi consente di «introdurre un criterio d’ordine nelle nostre esperienze»[14]. Pomilio attribuisce alla grande letteratura un «valore carismatico»[15], riportando, fra l’altro, quel che aveva sostenuto, in una lettera, Flaubert: «Credo che se si guardassero sempre i cieli si finirebbe con l’aver le ali»[16].

Il «culto della parola», consustanziale all’esperienza della scrittura letteraria in quanto veicolo di conoscenza, si moltiplica al quadrato nei testi sacri, perché sono essi stessi letteratura ma anche, per statuto, i depositari della verità rivelata, almeno per chi li riconosca, sull’autorità della Chiesa, d’ispirazione divina. Di particolare interesse, in questa prospettiva, sono i due scritti in cui Pomilio legge la Bibbia in chiave letteraria, e sia pure di una letteratura sui generis, e interpreta i Vangeli canonici come un “ciclo” narrativo. La Bibbia riunisce «in un solo libro» l’«intera letteratura d’un popolo» sviluppatasi nell’arco di «un millennio»[17]. A volerla esaminare da un punto di vista squisitamente formale, essa appare «un grande incunabolo di quasi tutti i possibili generi letterari»[18]; però presenta anche dei tratti comuni altamente significativi, che derivano dal suo essere «il discorso d’un popolo con Dio e su Dio»: donde «la forte impronta oggettiva», la «potente impersonalità per la quale l’Antico Testamento, in ogni suo momento, sembra l’espressione d’un sentimento e d’una memoria collettivi»[19].

Ma la sua maggiore peculiarità, ciò che la rende un caso più unico che raro, è l’assenza totale di qualsiasi preoccupazione letteraria[20]. Pomilio fa l’esempio dei profeti, che si sentono dei «puri e semplici mediatori della Parola di Dio»:

Lo scrittore biblico non inventa fatti, ignora i diritti della fantasia, non conosce il concetto dell’autonomia dell’arte; e non compie operazioni letterarie sul linguaggio. La sua disposizione nei confronti della parola fa tutt’uno con quella nei confronti della verità: ambedue gli preesistono, gli sono anzi comunicate da Dio, ambedue sono perciò un deposito inalterabile che colui che scrive può ricevere e mediare, non abbellire, non variare. L’Amen, l’«in verità vi dico», non è solo una formula sacra, ma anche una dichiarazione di poetica e più ancora un criterio estetico: «dire», per lo scrittore biblico, è parlare secondo verità, e la parola è uno strumento abitato dall’assoluto[21].

Non stupisce, perciò, l’estrema asciuttezza dei racconti e l’essenzialità delle descrizioni: «artisticamente parlando», afferma Pomilio, la Bibbia «è una grande abbreviatrice», tanto che le storie e i personaggi sembrano appena sbozzati e hanno, semmai, il «fascino del non finito»[22]. Se, tuttavia, quella della Bibbia «non è parola abbellita, è però parola intensificata, portata a una densità inusitata di significati, come se veramente, prima di manifestarsi, essa fosse passata attraverso lo spessore di Dio», e «ciò le conferisce una forza di sintesi che la parola non possiede in nessun’altra letteratura»[23]. Si tratta, insomma, «di una grande letteratura», che noi possiamo gustare appieno solo se «ne penetriamo il nodo sacro, il significato religioso o l’intento rituale», solo se comprendiamo che «il discorso dei poeti biblici si svolge sempre in verticale», nel senso che «può passare attraverso l’uomo e le cose, ma per raggiungere Dio» e che quindi la loro «poesia nasce e s’aggira in uno spazio morale»[24].

Queste considerazioni tornano anche nell’altro scritto, quello su I Vangeli come letteratura. Pomilio pone subito l’accento sulla portata letteraria di quelle narrazioni, che hanno segnato una «svolta» straordinaria rispetto alla tradizione epica greca e latina:

Coi Vangeli la narrativa entra nella storia, e vi entra come narrazione della vita d’un uomo al livello della realtà, narrazione in forme realistiche e a respiro popolare destinata al più largo pubblico possibile. Secoli di lettura prevalentemente religiosa ci hanno fatto quasi dimenticare che i quattro Vangeli erano anzitutto racconti. E racconti non d’invenzione, perché chi li scriveva intendeva tenersi il più possibile al criterio del vero, non obbedienti alle regole d’un genere letterario che per il momento non esisteva, ignari dei criteri della convenienza e del decorum che non consentivano di trattare in opere serie personaggi di umile estrazione e di mettere alla pari personaggi «bassi» e personaggi «elevati», e scritti in prosa, quando la «narrativa» creata fino allora era stata tutta in versi, e scritti in un linguaggio parlato e popolare[25].

Pomilio sottolinea la «potente oggettività dei Vangeli», totalmente refrattari alle «avventure dell’immaginazione»[26]. Gli evangelisti adottano, anzi, «il metodo dell’impersonalità, fino a scomparire veramente dietro» Gesù, lasciandolo «parlare il più possibile con le sue stesse parole»[27]. Peraltro, sono proprio «i loghia, le parole, i discorsi di Gesù» il contenuto principale dei loro racconti, perché alla fine, come nota l’autore in un altro scritto, L’interrogazione del cristiano, per gli evangelisti «Gesù è essenzialmente “colui che dice”, egli è parola, anzi propriamente, è la Parola», «secondo quel nodo polisenso e inscindibile che d’una persona e d’un linguaggio fa tutt’uno con la verità»[28]. Ecco, allora,

un’altra delle sconcertanti novità letterarie dei Vangeli: su un piano narrativo dimesso e popolare emergono discorsi che senza distaccarsene quanto a tonalità stilistiche e movenze sintattiche, risultano di straordinaria densità e pregnanza, parole che in una lingua quotidiana e disadorna straripano di significati, parole insomma che per effetto della inusitata intensificazione semantica che hanno subìto posseggono in pari tempo la persuasività dell’evidenza e la vibrazione indefinita del mistero»[29].

Assumendo, davanti alla Bibbia come ai Vangeli, il punto di vista dello storico della letteratura, Pomilio coerentemente applica ai testi sacri la strumentazione tipica della critica letteraria, con tutta una serie di osservazioni mirate sul genere, sul registro stilistico, sul linguaggio, sull’opzione realistica, perfino sui destinatari di quelle scritture, dove può mettere a frutto, tra l’altro, le sue raffinate competenze di studioso[30]. Mi limito, qui, a registrare tre categorie critiche che entrano in spiccata risonanza con l’idea ispiratrice del Quinto evangelio: l’«impersonalità» e il «ciclo letterario», largamente maneggiate da Pomilio nei lavori su Verga e sulle poetiche realistiche di secondo Ottocento[31], e il «non finito», stigma di tanta letteratura novecentesca. Nella coppia di saggi di cui ci stiamo occupando Pomilio avanza due distinte interpretazioni dell’«impersonalità» scritturale: nei libri dell’Antico Testamento, più che una tecnica narrativa, essa è, come abbiamo letto, «l’espressione d’un sentimento e d’una memoria collettivi», la «forte impronta oggettiva» di testi in cui non un singolo, ma un popolo intero, «si esprime, si cerca, si riflette, si confessa», bandendo in partenza ogni forma di «soggettivismo» o di «ripiegamento intimistico»[32]. Nella Bibbia come letteratura, insomma, dell’«impersonalità» a Pomilio preme porre in rilievo più che altro la dimensione “corale”, in sommessa polemica con certo modernismo e novecentismo variamente solipsistici, narcisistici e ombelicali. Nell’altro articolo, invece, prevale l’accezione operativa di «impersonalità», che Pomilio addita, correttamente, nel suo aspetto di «metodo» narrativo. Nei Vangeli come letteratura l’«impersonalità» investe la stessa funzione autoriale degli evangelisti, che, non riuscendo a comprendere fino in fondo il messaggio del Figlio di Dio, rinunciano al ruolo di narratori onniscienti, cui si sentono inadeguati, e lasciano che a parlare, nelle loro testimonianze, sia il più possibile e direttamente, con i suoi discorsi, le sue parabole e i suoi segni, il loro Maestro, protagonista assoluto dei Vangeli. Sopraffatti dal mistero inattingibile di quel Gesù che è il Verbo incarnato, essi si declassano, come gli antichi profeti, a semplici intermediari della sua Parola, ponendosi «in umile atteggiamento d’ascolto, tesi solo a ricordare e custodire quanto più fedelmente ciò che Gesù ha effettivamente detto» e «comportandosi talora addirittura come chi non intende appieno un’espressione, ma non s’azzarda a modificarla»[33].

Ripetitori fedeli, dunque, della Parola, ma non passivi, gli evangelisti si sono comunque sforzati di far luce sul mistero insondabile del Cristo, restituendoci, con quello che hanno visto e udito, il poco che ciascuno di loro ha capito o presunto di capire; col risultato che ogni Vangelo ci offre, pur partendo quasi sempre dai medesimi dati esperienziali, un’interpretazione diversa, fatalmente parziale, del Maestro; donde quella pluralità di rievocazioni, sinottiche o meno, che Pomilio assimila a un «ciclo letterario»:

In questo senso i quattro Vangeli sono un esempio perfetto, e storicamente singolare, di formazione d’un ciclo letterario: quattro libri che presentano quattro versioni parallele e insieme autonome d’un medesimo personaggio, quattro maniere di sentirlo, di intenderlo, di narrarlo, quattro variazioni su un unico tema che, riprendendo ciascuna e in pari tempo arricchendo quel che è detto dall’altra, contribuiscono alla formazione di quel potente blocco poetico che è il personaggio del Cristo Gesù[34].

Ma proprio la coesistenza di quattro Vangeli canonici, in cui si rifrangono immagini inevitabilmente diminuite, incomplete e frammentarie, della poliedrica e sovrastante figura del Maestro, è una spia fin troppo eloquente della parzialità e provvisorietà di ogni formula religiosa che si affacci sul mistero incolmabile di Dio. La Verità può essere solo inseguita e va di volta in volta verificata e incarnata nella storia. Di qui l’«impressione di “non finito”» che Pomilio coglie nei Vangeli, come se gli autori si fossero dovuti arrendere davanti a un «personaggio aperto, poliverso, mal definibile, non classificabile, al limite un enigma»[35]. Gli «evangelisti sembrano essere di fronte a Gesù nella stessa situazione dei suoi discepoli di fronte alla domanda: “Ma voi chi dite che io sia?”»[36]. Evidentemente, «quattro testimonianze diverse non sono riuscite a esaurire» l’imprendibile «ampiezza d’un messaggio» intorno al quale, dopo «venti secoli», ancora ci si interroga e s’indaga[37]. D’altronde, quella domanda – aggiunge Pomilio nell’Interrogazione del cristiano – non è stata rivolta, una tantum, agli apostoli, ma «continua a risuonare anche per noi, chiamandoci a collaborare al discorso della fede, chiedendoci che siamo noi a pronunciarci su chi è Gesù»[38], «con il risultato di trasformare ogni lettura dei Vangeli in un viaggio di scoperta e in una scommessa col mistero»[39]. Poi, magari, potrà anche succedere che si prendano delle solenni cantonate, come è capitato a Morton Smith e al suo pruriginoso Vangelo segreto[40]; ma è esattamente da qui, dalla domanda sempre rilanciata sul conto del Maestro, della sua identità e del suo kèrigma, che prende le mosse il progetto pomiliano del Quinto evangelio, snodando, si può dire, lungo tutta l’era cristiana l’inappagabile ricerca di una risposta in qualche modo definitiva.

Quella praticata e suggerita da Pomilio è insomma una fruizione “interrogante” dei Vangeli. Lo scrittore invita a leggere gli insegnamenti e i moniti di Gesù «come un richiamo alla continua mobilitazione della coscienza, un invito a vivere la nostra vita in tensione», «a diffidare degli atteggiamenti passivi»: «ogni contatto con la parola di Gesù» comporta – dice – «un bisogno continuo di riproposta del senso e delle modalità dell’esistenza»[41]. Egli ha introdotto, infatti, nella sfera del religioso «un coefficiente d’inquietudine, una sorta di disposizione permanente a oltrepassare i termini noti delle obbedienze facili […] e il tranquillo legalismo dell’osservanza della legge mosaica»[42]; «non è venuto a fondare una legge, ma un modo d’essere in tensione nei confronti di qualsiasi legge», «una condizione che richiede giorno per giorno un itinerario di conversione»[43]. «Ciò che autentica l’atto di fede» – ribadisce nel suggestivo L’apartheid di Dio – «è da sempre il quantum di tensione che esige da parte nostra, è lo spazio che esso lascia alle interrogazioni, agli slanci, alle perplessità. […] Dio per il cristiano d’oggi non è il rifugio all’insicurezza, ma uno stimolo al rischio, non è la soluzione, ma il problema dell’uomo»[44].

Perciò, la lettura dei Vangeli implica, per Pomilio, il farsi interpellare sul terreno decisivo del senso della vita e dei principi morali che ne derivano, il sentirsi chiamati a rispondere in coscienza e ad adeguarsi, a conformare la propria esistenza a un modello, con un impegno e una determinazione che non ammettono cedimenti; e, di conseguenza, postula un approccio personale, un accostarsi trepido e carico di domande, un recepire e assorbire del messaggio, magari con la convinzione o la speranza di coglierne l’essenza più profonda, quel che ha da suggerire a noi, gli ammaestramenti più indispensabili per sostenere e orientare le scelte e le fatiche che dobbiamo affrontare nel contesto storico e ambientale in cui ci troviamo. Di qui la necessità, per tutti e per ciascuno, di fare i conti con lui, con la sua parola, a partire dai resoconti, inevitabilmente parziali, degli evangelisti. Così chiarisce Pomilio, accennando alla genesi del Quinto evangelio:

Altra volta a chi scrive è accaduto di dire, metaforicamente, che a ciascuna generazione spetta scrivere un suo vangelo. Il che, se nel campo pratico può servire a designare le opere che compiamo per attenerci ai precetti di Gesù, in sede teoretica raffigura, credo, abbastanza quel tanto d’insonne che proviene al cristiano dal contatto con la parola di Gesù e dalla sua percezione che ogni sforzo per penetrarla non fa che dimostrare da un lato la capacità di restare contemporanea a chiunque vi si avvicina, il suo riproporsi sempre nuovo, dall’altro l’inesauribilità. Evitando cioè di dirci esplicitamente chi, secondo loro, era Gesù, non bloccando la fede a risposte “certe”, rinunziando insomma a proporci una verità bell’e fatta e offrendocela anzi come in fieri, […] ci hanno consegnati, parole di Gesù alla mano, a un destino d’eterni interroganti[45].

È proprio questa «delega della Parola», continuamente rilanciata in ogni tempo, che ha reso «mobile e fervida» la storia bimillenaria del cristianesimo, «trasformando la rivelazione in un evento perpetuo e il problema della fedeltà al messaggio dei Vangeli in quello del suo continuo reinveramento»[46]. Gli Scritti cristiani ci restituiscono, a questo riguardo, due emblematici accertamenti, dove Pomilio esamina la radicalità con cui san Francesco da un lato e Georges Bernanos dall’altro hanno inteso e introiettato la Parola evangelica. Sospinto dal «bisogno d’una riproposta integrale dei Vangeli», san Francesco ha elaborato per i suoi frati la regola in assoluto più radicale, totale, estrema, che si potesse concepire[47]. La singolarità e la forza dirompente della sua proposta stanno tutte in un’intuizione: che non sarebbe stata possibile una «vera restituzione dello “spirito” dei Vangeli» se non attraverso «il recupero della “lettera” dei Vangeli», da intendersi anche e in primis come «mimesi integrale» del linguaggio[48]. La sua straordinaria «dimestichezza coi Vangeli» – afferma Pomilio – consentì al poverello d’Assisi di

comprendere alla perfezione sia le modalità espressive […] sia il carattere di grande narrazione popolare parlante con la presa dell’accadimento quotidiano e d’un linguaggio domestico, familiare, dimesso, estremamente concreto e accessibile ai più umili. Egli intuì, voglio dire, che l’essenza del metodo adottato da Gesù consisté nel pronunziare i suoi insegnamenti tenendosi stretto alla psicologia del popolo e usando parole di tutti i giorni. E fu certamente una simile intuizione che gli consentì di rompere l’involucro del latino e d’avviare (e proprio dall’interno della tradizione religiosa, la più resistente) quella svolta verso l’uso del volgare da cui sboccerà la fioritura letteraria del Duecento[49].

Si deve appunto a questa assunzione letterale dei Vangeli «l’influsso» che san Francesco «esercitò sulla nascita della nostra letteratura»[50]. Senza di lui – sostiene Pomilio – «non si comprenderebbe il miracolo stesso della lingua di Dante che, partito da un registro altamente selettivo, operò successivamente il balzo in direzione del popolare determinandosi a scrivere la Divina Commedia in un linguaggio “remissus et humilis”»[51]. Pomilio entrava così, quasi senza darlo a vedere, nella vexata questio delle fondazioni della letteratura italiana, che certa storiografia ghibellina, laicista e anticlericale aveva assegnato alla Scuola siciliana. Rivendicando il ruolo avuto da san Francesco e dai suoi seguaci nella promozione di un volgare per niente di maniera, ma còlto dalla viva voce degli ultimi, Pomilio suggeriva l’esistenza, fin dalle origini della nostra letteratura, di due distinte e per certi versi opposte tradizioni: quella cortese, di registro illustre e altamente convenzionale, e quella popolare, di registro basso e intrisa di oralità, sul modello dei Vangeli. I Vangeli, appunto, alla cui «scuola» san Francesco si era «interamente» rifatto per compiere la sua rivoluzione, diventano per suo tramite il palinsesto della linea realistica e popolare della nostra letteratura. Ciò significa che essi non solo si possono leggere alla stregua di un’opera letteraria, come Pomilio ha mostrato nel saggio precedente, ma sono anche parte integrante del codice genetico della lingua e letteratura italiana.

Quanto a Bernanos, la ripresa, quasi disperata, degli ideali evangelici nel contesto novecentesco della secolarizzazione mira a salvare le anime, riscattandole dalla massificazione e dalla mercificazione dei rapporti che hanno ridotto l’essere umano a «un rassegnato privo di finalità e di speranza, moralmente indifferente» e quindi «disponibile, al momento buono, per ogni specie di violenza»[52]. Pomilio enfatizza la differenza tra i santi di Bernanos, tutti «disciplina e carità», e il Benedetto di Fogazzaro, il santo «riformatore»[53]. E non a caso si sofferma, in particolare, su un romanzo, Sotto il sole di Satana, che definisce, in maniera calzante, in riferimento all’abate Donissan, «una sorta di moderna Imitazione di Cristo», ricalcata sui Vangeli:

Non si ripete forse, presso Donissan, lo scontro del Cristo coi Farisei? Non si ripete il mito del Cristo tentato da Satana? Non si ripete il destino del Cristo, che passa ignorato o deriso dagli uomini del suo tempo? Non si ripete la sua morte solitaria? E non accade forse, come nei Vangeli, che l’unica consolazione provenga al povero abate dal veder fiorire intorno a sé la fede degli umili e un principio di pietà popolare?[54]

L’accostamento dell’opera, inquieta e drammatica, di un autore contemporaneo come Bernanos alla figura ardente e scandalosa di san Francesco d’Assisi, figlio ribelle dell’età dei Comuni, conferma la tesi enunciata da Pomilio nell’Apartheid di Dio, che cioè «il bisogno dell’interrogazione religiosa non è affatto estinto» e che anzi la cifra dominante e caratteristica della «coscienza d’oggi», rimasta «orfana di Dio» e per questo più che mai bisognosa di «punti di riferimento», «propende più per la “ricerca” che per la “certezza”»[55]. Pomilio percepisce, tra i risvolti inattesi della secolarizzazione, la diffusa inquietudine e perfino «la nostalgia del trascendente» serpeggianti nell’Italia del boom economico, l’«insostituibilità» di un orizzonte religioso per colmare il «vuoto» conseguente alla perdita del fondamento e vincere la «disperazione»[56].

Questa lucida consapevolezza storica è in perfetta sintonia con le riflessioni sviluppate all’interno del mondo cattolico nei fervidi anni del Concilio e depositate nelle costituzioni, come la Dei Verbum, la Lumen Gentium o la Gaudium et Spes, e negli altri documenti conciliari inerenti alle sfide epocali poste dalla secolarizzazione, alla centralità dei Vangeli come memoria culminante delle parole e degli atti con cui il Figlio di Dio ha rivelato l’essenza, la volontà e i disegni del Padre, al sacerdozio dei laici, al rinnovamento della liturgia e della pastorale[57]. Se, come ho già avuto modo di asserire[58], Il quinto evangelio è il romanzo più rappresentativo di quella vivacissima stagione in cui la Chiesa ha avviato un cammino coraggioso di rinnovamento, aprendosi al soffio dello Spirito, negli Scritti cristiani si deposita la coscienza fermentante di Pomilio uomo di fede e intellettuale, che vive intensamente, con animo partecipe, questo tempo di grazia e di travaglio, gustandone e divulgandone i frutti più succosi e duraturi. Pomilio saluta nel Vaticano II la fine del plurisecolare arroccamento della Chiesa in una sua refrattaria separatezza e chiusura pregiudiziale nei confronti del mondo moderno, culminato, un secolo prima, nel Sillabo e nel Non expedit[59]. Sovvertendo il luogo comune che voleva l’istituzione ecclesiastica dogmatica e bigotta, i padri conciliari avevano dimostrato, al contrario, di essere pronti a dialogare con tutti senza complessi, dando prova, con queste aperture, di una vitalità e di un dinamismo che invece erano mancati, semmai, alle ideologie secolari, ingessate nella loro dottrina e quasi del tutto incapaci di mettersi criticamente in discussione. Scrive Pomilio nell’Apartheid di Dio:

Pensandoci bene, a dispetto del dogmatismo e del fideismo che si rimproverano al Cristianesimo, le tranquille certezze ideologiche e filosofiche sono tutte presso i settori che hanno cancellato dal loro orizzonte le esigenze metafisiche e si sono chiusi, essi sì, in un dogmatismo del diniego e in un agnosticismo che preferisce elidere i problemi e postula, al limite, un mare di coscienze tranquille, di coscienze pacificate. Al confronto quello cristiano, almeno da qualche decennio a questa parte, è tutto mosso e fermentante e magari, certo, tutto rischi, ma anche tutto aperture[60].

E nell’Interrogazione del cristiano ribadisce, proseguendo la sua garbatissima apologia: «di fronte alla tranquilla scolasticità delle altre filosofie, quella cristiana è l’unica veramente in movimento»[61]. Tornata ad essere una realtà «minoritaria e talora semiclandestina», come nei secoli delle persecuzioni e delle catacombe, la Chiesa del Concilio ha riscoperto «la carica missionaria e caritativa» delle sue origini e «l’appello ad andare verso il mondo senza orgogli e senza chiusure», riappropriandosi del modello eslege di Gesù «quale emerge dai Vangeli: la sua tendenza ad uscire dai confini della religione storica in cui pure era nato, la sua predilezione pei Samaritani rispetto ai Giudei, il suo dare scandalo sedendo a mensa coi peccatori, il suo insistere nel dire di essere venuto non per il giusto, ma per il peccatore»[62]. In margine a una parabola, quella del Buon Pastore, Pomilio mette in risalto il mandato, ricevuto dalla Chiesa fin dalla sua costituzione nel giorno di Pentecoste e riaffermato dal Concilio con rinnovato vigore, di «fare oggetto della propria trepidazione e del proprio amore ciò che sta fuori di essa più ancora di ciò che sta con essa e dentro di essa» e di andare, quindi, «verso le culture d’oggi non per negarle, ma per abitarle, per coniugarle col Vangelo»[63]. Così facendo, e solo così, la Chiesa adempie la sua missione e conferma la sua dimensione eminentemente profetica. «In che altro consiste», infatti, «l’essere cristiani se non nel farsi, ciascuno nel suo ambito e secondo i carismi che gli sono stati concessi, un testimone della Parola?»[64].

Pomilio si sente interpellato, naturalmente e in primo luogo, in quanto scrittore: come può uno scrittore cristiano farsi «testimone della Parola»? Posto che il «profeta», come si legge in Cristianesimo e cultura, è chi «prolunga nella storia la rivelazione della Parola»[65], come può assolvere a questa missione chi si serve di parole umane per intrecciare delle storie immaginarie intorno a determinati personaggi? Alla luce di queste domande cruciali si comprende meglio perché Pomilio, sulla scorta di Auerbach e di Frye, abbia cercato nella Bibbia, e segnatamente nei Vangeli, anche un paradigma letterario. Ma è in Cristianesimo e cultura che egli definisce i compiti imprescindibili di chi voglia «dedicarsi al mestiere di scrittore» senza tradire il proprio mandato di «testimone della Parola»; due su tutti: avere, «nel modo di ritrarre e d’indagare i propri personaggi, una sottile disposizione a percepire la loro essenza creaturale, a sentirli e trattarli anzitutto come anime»[66] (disposizione «tanto più necessaria» – aggiunge – «oggi, in epoca di piena secolarizzazione», «tutta riversata nella prassi», che «deprime la persona a strumento» e che «in nome della società ignora l’individuo»)[67]; e insieme, in proiezione verticale, tenere «accesi gli interrogativi ultimi e fondamentali dell’uomo, la questione del senso della sua esistenza e della sua destinazione», alimentando almeno «l’interrogazione su Dio», «il sospetto» che sia proprio Lui l’origine e il fine di tutte le cose[68]. Detto diversamente, con le parole di Carmine Di Biase, la missione dello scrittore cristiano è quella di far sentire «l’assoluto nella storia»[69], non senza un «trepidante senso di responsabilità, in cui s’associano e il tremore d’essere l’intermediario d’un messaggio che lo eccede e al quale egli impresta appena la propria voce, e il dubbio e l’umiltà di chi si domanda se lo sia veramente»[70].

E di questo, alla fine, ha voluto dare testimonianza Pomilio concependo il disegno vastissimo, in più pannelli, del Quinto evangelio. Le intenzioni che presiedono all’impegnativo progetto vengono esplicitate in quel prezioso autocommento che è il già menzionato Preistoria d’un romanzo: l’autore ha voluto mostrare in atto gli effetti, nei secoli e nell’impatto con la Storia, «di quella delega permanente della Parola in virtù della quale ciascuna generazione sembra come in attesa d’un supplemento di Rivelazione e non soltanto rilegge diversamente i Vangeli ma, dal modo in cui ne adotta e ne esplica il messaggio, è come se a sua volta scrivesse un suo vangelo»[71]. La «fioritura degli Apocrifi (degli antichi come dei moderni)» era una dimostrazione fin troppo eloquente «della durata e della vitalità di quel mito»[72]. Non stupisce, allora, che il protagonista del capolavoro romanzesco di Pomilio, l’ufficiale americano Peter Bergin, imbattutosi in «alcuni documenti che lo mettono sulle tracce d’un quinto evangelo inedito», «se ne appassiona e impegna l’intera vita nella ricerca di esso», scoprendo

versetti non contenuti nei Vangeli canonici, novelle e leggende popolari che ne attestano l’esistenza e la credenza, lettere, versi, confessioni, epigrafi, documenti d’archivio, pagine a sapore mistico e via dicendo. Scopre soprattutto che in ogni epoca ci sono stati altri uomini, santi, eretici, ribelli, credenti e non credenti, che al pari di lui hanno speso la vita nella medesima ricerca[73].

Anche il Concilio, dal canto suo, aveva dato un impulso fortissimo a rileggere e a riappropriarsi dei Vangeli; e, quel che più conta, aveva esortato a nutrirsene l’intero popolo dei fedeli, senza più esclusioni. Era la prima volta, dai tempi della Riforma protestante, che la Chiesa cattolica lasciava cadere il divieto ai laici di accostarsi autonomamente alla Sacra Scrittura, senza la mediazione del clero. Non per nulla, sull’onda di questo stimolo, nel 1968 l’editore Neri Pozza aveva riproposto i quattro Vangeli canonici nella traduzione letteraria, molto apprezzata da Pomilio, rispettivamente di Nicola Lisi, Corrado Alvaro, Diego Valeri e Massimo Bontempelli[74]. Come ho già avuto modo di sottolineare, «senza il Concilio, Pomilio probabilmente non avrebbe mai scritto il suo capolavoro. Si deve infatti alla Dei Verbum se la Bibbia, per secoli interdetta al gregge cattolico, alla stregua di un libro proibito, non solo torna a circolare, in traduzione, ma viene collocata al centro della vita cristiana, nutrimento quotidiano per lo spirito»[75]. Di fatto, nelle pagine iniziali del Quinto evangelio Pomilio ci fa assistere a un virtuale passaggio di consegne, nella ricerca del fantomatico «Vangelo dei Vangeli»[76], da un parroco di Colonia, deceduto all’inizio della Seconda guerra mondiale, a un professore americano che indossa la divisa da ufficiale: dunque, per quel che ci interessa, da un chierico a un laico[77].

Pomilio ci racconta, in Preistoria d’un romanzo, la genesi dell’opera e il suo faticoso sviluppo, protrattosi per un intero quinquennio, indugiando fra l’altro sull’evoluzione della struttura, dall’ipotesi originaria di scrivere un romanzo epistolare, formato unicamente da lettere di epoche diverse, all’opzione di fornire una raccolta eterogenea di fonti e un miscuglio di generi diversi, violando i codici più convenzionali della forma romanzo[78]. E rivela anche di essere stato assalito a più riprese dal «dubbio di star scrivendo» un’opera «anacronistica»[79], inviluppata in vicende remote e «in un lavoro di mimesi, anche in senso stilistico», contro il suo «intento di scrivere un romanzo carico di risonanze nostre»[80]. Ma quel timore era del tutto infondato, perché in realtà Il quinto evangelio s’intonava perfettamente al clima religioso e culturale generato dal Concilio[81] e la distanza temporale dai fatti narrati serviva soltanto a salvare la storia da ogni caduta nella cronaca e nella «polemica scoperta»[82]. Via via che procede con l’elaborazione del romanzo, Pomilio si tranquillizza, «rendendosi conto» che l’opera era «leggibile anche, o soprattutto, come una sorta di lunga metafora della situazione religiosa» di quegli anni, «dei fermenti e magari dei dissensi» che agitavano la Chiesa, «dei problemi emersi dopo il Concilio». Scrive perciò, chiudendo la sua rievocazione:

La stessa richiesta d’una maggior vicinanza ai Vangeli, così avvertita nel Cattolicesimo d’oggi, e che fa del nostro un vero e proprio tempo cristologico, non inverava in qualche modo la mia intuizione originaria? Non eravamo, per tanti versi, in fase di “quinto evangelismo”? Dietro le parvenze storiche del mio romanzo c’era in altri termini tutto un tessuto di riporti all’attualità, c’era il brulicare dei fermenti del presente […]. E dietro le quinte (perché non dirlo?) non c’ero forse io, che utilizzavo una metafora per rispecchiarvi le mie attese e i miei dilemmi di cristiano passato attraverso il fuoco del Concilio?[83].

A prescindere, quindi, dalla cronologia spicciola delle date di stesura, i 14 Scritti cristiani confluiti nell’edizione Rusconi del 1979 si possono considerare, a buon diritto, e presi in blocco, la “preistoria”, ovvero la cornice problematica, l’avantesto riflessivo, del Quinto evangelio.

  1. M. Pomilio, Scritti cristiani, nuova edizione accresciuta, a cura di M. Beck, Prefazione di G. Langella, Milano, Vita e Pensiero, 2014.
  2. M. Pomilio, Scritti cristiani, Milano, Rusconi, 1979.
  3. Peraltro, alla fine del secolo scorso Beck aveva proposto senza successo a due case editrici, una cattolica e una laica, la pubblicazione di un secondo volume, totalmente autonomo, di Scritti cristiani, che avrebbe dovuto raccogliere 22 testi di Mario Pomilio non inclusi nel libro del ’79, di cui tre addirittura inediti: cfr. M. Beck, Il quinto e il sesto evangelio di Mario Pomilio, negli Atti del convegno su Chierici e laici nella letteratura italiana, prima e dopo il Concilio (Milano-Brescia, 4-5 novembre 2013), a cura di G. Langella, Borgomanero, Giuliano Ladolfi Editore, 2014, pp. 256-96, cit. alle pp. 285-89, par. intitolato Storia di un libro mai nato. Rispetto, dunque, a questo progetto iniziale, l’edizione Vita e Pensiero 2014 rappresenta un doppio ripiego, proponendo solo la metà degli “scritti cristiani” selezionati per il nuovo volume e accorpandoli a quelli della princeps.
  4. La bibliografia critica sugli Scritti cristiani di Pomilio non è particolarmente copiosa, ma in compenso può vantare un’eccellente monografia, che si segnala come indispensabile punto di riferimento: L. Isernia, Mario Pomilio e gli «Scritti cristiani». Una rilettura critica, Roma, Studium, 2012. Cfr. inoltre I. A. Chiusano, Pomilio e gli «Scritti cristiani», negli Atti del convegno su Mario Pomilio e il romanzo italiano del Novecento (Napoli, 19-20 aprile 1991), a cura di C. Di Biase, Napoli, Guida Editori, 1995, pp. 111-18; e M. Beck, Il quinto e il sesto evangelio…, op. cit., specialmente pp. 270-82.
  5. Tanto che Beck ha definito addirittura gli Scritti cristiani il «sesto evangelio» di Pomilio: cfr. M. Beck, Il quinto e il sesto evangelio…, op. cit.
  6. W. Santini, Mario Pomilio. Un impegno totale, in Media allo specchio. Letteratura e Giornalismo, a cura di E. Di Iorio e F. Zangrilli, Caltanissetta-Roma, Salvatore Sciascia Editore, 2014, pp. 139-57, cit. alle pp. 148-49.
  7. M. Pomilio, Il quinto evangelio, Milano, Rusconi, 1975.
  8. M. Pomilio, Lettera a una suora, in Id., Scritti cristiani [1979], op. cit., pp. 29-35, cit. a p. 31.
  9. M. Pomilio, L’uccello nella cupola, Milano, Bompiani, 1954.
  10. M. Pomilio, Lettera a una suora, op. cit., p. 34.
  11. Sull’importanza decisiva di quest’incontro ha indugiato, opportunamente, L. Piccioni, Gli «Scritti cristiani»: Lettera a una suora, in Mario Pomilio e il romanzo italiano del Novecento, op. cit., pp. 119-22; cfr. inoltre M. Beck, Mario Pomilio: il Vangelo incarnato nella letteratura, in Id., Le mani e le sere. Incroci tra fede e letteratura, Borgomanero, Giuliano Ladolfi Editore, 2015, pp. 285-99, cit. alle pp. 285-86.
  12. M. Pomilio, Lettera a una figlia, in Id., Scritti cristiani [1979], op. cit., pp. 11-20, cit. a p. 16.
  13. Ivi, pp. 17-18.
  14. Ivi, p. 15.
  15. Ivi, p. 18.
  16. Ivi, p. 17. Su questi aspetti cfr. L. Isernia, Mario Pomilio e gli «Scritti cristiani»…, op. cit., pp. 31-33.
  17. M. Pomilio, La Bibbia come letteratura, in Id., Scritti cristiani [1979], op. cit., pp. 95-101, cit. a p. 95.
  18. Ibidem.
  19. Ivi, pp. 95-96.
  20. Cfr. A. Montariello, Mario Pomilio: la ricerca della Verità. Itinerario spirituale e artistico di un intellettuale cattolico, Napoli, Giannini Editore, 2005, p. 563.
  21. M. Pomilio, La Bibbia come letteratura, op. cit., p. 96.
  22. Ivi, p. 98.
  23. Ivi, p. 97.
  24. Ivi, pp. 97-98, 100-101.
  25. M. Pomilio, I Vangeli come letteratura, in Id., Scritti cristiani [1979], op. cit., pp. 103-11, cit. a p. 103. Cfr., per questi aspetti, L. Isernia, Mario Pomilio e gli «Scritti cristiani»…, op. cit., pp. 123-24.
  26. M. Pomilio, I Vangeli come letteratura, op. cit., p. 106.
  27. Ivi, p. 107.
  28. M. Pomilio, L’interrogazione del cristiano, in Id., Scritti cristiani [1979], op. cit., pp. 53-60, cit. alle pp. 55-56.
  29. M. Pomilio, I Vangeli come letteratura, op. cit., p. 108. Quanto questa interpretazione letteraria dei Vangeli dipendesse dall’Auerbach di Mimesis è stato ampiamente documentato da A. Montariello, Mario Pomilio: la ricerca della Verità…, op. cit., pp. 564-72.
  30. Cfr. M. Sovente, Mario Pomilio critico letterario. L’opera come coscienza e stile, in «Italian Quarterly», XXVI, 1985, nn. 99-101, pp. 171-84. Per una ricognizione a tutto campo sull’attività accademica e militante del Pomilio italianista, rimando alle altre relazioni qui raccolte negli Atti della giornata di studi promossa da Cecilia Gibellini a Vercelli, presso l’Università del Piemonte Orientale, lo scorso 21 marzo 2023.
  31. Cfr. in particolare le due monografie di M. Pomilio, La fortuna del Verga, Napoli, Liguori, 1963; e Dal naturalismo al verismo, Napoli, Liguori, 1966; nonché la raccolta postuma di Scritti sull’ultimo Ottocento, a cura di M. Volpi, Novate Milanese, Prospero, 2017.
  32. M. Pomilio, La Bibbia come letteratura, op. cit., pp. 95-96.
  33. M. Pomilio, I Vangeli come letteratura, op. cit., p. 107.
  34. Ivi, p. 106.
  35. Ivi, pp. 110-11.
  36. Ivi, p. 111.
  37. Ivi, p. 110.
  38. M. Pomilio, L’interrogazione del cristiano, op. cit., p. 58.
  39. M. Pomilio, I Vangeli come letteratura, op. cit., p. 111.
  40. M. Pomilio, Il Vangelo secondo Smith, op. cit., pp. 141-57.
  41. M. Pomilio, I Vangeli come letteratura, op. cit., pp. 54 e 58.
  42. Ivi, p. 54.
  43. Ivi, p. 59.
  44. M. Pomilio, L’apartheid di Dio, in Id., Scritti cristiani [1979], op. cit., pp. 45-51, cit. a p. 48. Su questi temi cfr. C. Di Biase, Mario Pomilio. L’assoluto nella storia, Napoli, Federico & Ardia, 1992, pp. 32-33 e passim.
  45. M. Pomilio, L’interrogazione del cristiano, op. cit., p. 57.
  46. Ivi, p. 58.
  47. M. Pomilio, Il paradosso di san Francesco, in Id., Scritti cristiani [1979], op. cit., pp. 113-16, cit. a p. 113.
  48. Ivi, pp. 114-15.
  49. Ivi, pp. 115-16.
  50. Ivi, p. 115.
  51. Ivi, p. 116.
  52. M. Pomilio, Costeggiando Bernanos, in Id., Scritti cristiani [1979], op. cit., pp. 117-26, cit. alle pp. 118-19.
  53. Ivi, pp. 121-22. Su questa contrapposizione ha già portato l’attenzione A. Montariello, Mario Pomilio: la ricerca della Verità…, op. cit., pp. 550-51.
  54. M. Pomilio, Costeggiando Bernanos, op. cit., p. 123.
  55. M. Pomilio, L’apartheid di Dio, op. cit., p. 47.
  56. Ivi, p. 46.
  57. Per una storia del Concilio si consultino almeno G. Alberigo, Breve storia del Concilio Vaticano II, Bologna, Il Mulino, 2005; J. W. O’Malley, Che cosa è successo nel Vaticano II, Milano, Vita e Pensiero, 2010; L. Coco, I grandi temi del Concilio Vaticano II, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2012; B. Sorge, La traversata. La Chiesa dal Concilio Vaticano II a oggi, Milano, Mondadori, 2010. Nello specifico, sull’apostolato dei laici, aspetto nevralgico seguito da Pomilio col massimo interesse, cfr. G. Campanini, Il laico nella Chiesa e nel mondo, Bologna, EDB, 1999.
  58. G. Langella, Prefazione a M. Pomilio, Scritti cristiani [2014], op. cit., p. 10.
  59. M. Pomilio, Cristianesimo e cultura, in Id., Scritti cristiani [1979], op. cit., pp. 61-94, cfr. alle pp. 61-62. A questo articolo, davvero centrale, per posizione, per ampiezza e per importanza tematica, nell’economia degli Scritti cristiani, ha dedicato una trattazione particolarmente approfondita L. Isernia, Mario Pomilio e gli «Scritti cristiani»…, op. cit., pp. 72-101. Gli ha dato opportuno rilievo anche S. Latora, Il cristianesimo profetico nella rinnovata problematicità giobbica di Mario Pomilio, in La letteratura e il sacro, vol. V, Narrativa e teatro (Dagli anni Settanta del Novecento fino ai nostri giorni), a cura di F. D. Tosto, Roma, BastogiLibri, 2016, pp. 272-74.
  60. M. Pomilio, L’apartheid di Dio, op. cit., p. 48.
  61. M. Pomilio, L’interrogazione del cristiano, op. cit., pp. 59-60.
  62. M. Pomilio, In margine a una parabola, in Id., Scritti cristiani [1979], op. cit., pp. 37-44, cit. a p. 41.
  63. Ivi, pp. 42-43.
  64. M. Pomilio, Cristianesimo e cultura, in Id., Scritti cristiani [1979], op. cit., p. 81. Su questa idea testimoniale e profetica del cristianesimo di Pomilio cfr. M. Beck, Il quinto e il sesto evangelio…, op. cit., pp. 276-77.
  65. M. Pomilio, Cristianesimo e cultura, op. cit., p. 81. Sulla concezione pomiliana di profezia ha effettuato osservazioni estremamente acute M. Naro, Contemporaneità di Cristo e profezia: una lettura di Mario Pomilio, in Id., Sorprendersi dell’uomo. Domande radicali ed ermeneutica cristiana della letteratura, Assisi, Cittadella Editrice, 2012, pp. 257-76. Cfr. inoltre M. Marchi, C. Menotti, Il cristianesimo come profezia in Mario Pomilio, Roma, LAS, 1985; e C. Di Biase, Mario Pomilio. L’assoluto nella storia, op. cit., pp. 61, 73-74 e passim.
  66. M. Pomilio, Cristianesimo e cultura, op. cit., p. 87.
  67. Ivi, pp. 90-91.
  68. Ivi, p. 90.
  69. C. Di Biase, Mario Pomilio. L’assoluto nella storia, op. cit.
  70. M. Pomilio, Cristianesimo e cultura, op. cit., p. 83.
  71. M. Pomilio, Preistoria d’un romanzo, in Id., Scritti cristiani [1979], op. cit., pp. 127-40, cit. a p. 129. Questo aspetto del Quinto evangelio è stato messo particolarmente in luce da F. Castelli, Mario Pomilio: il Cristo dai cento volti, in Id., Volti di Gesù nella letteratura moderna, Cinisello Balsamo, San Paolo, 1987, pp. 519-58, specialmente alle pp. 520-41.
  72. M. Pomilio, Preistoria d’un romanzo, op. cit., p. 128. Di qui, appunto, la fioritura, in piena secolarizzazione, di decine di riscritture letterarie dei Vangeli, quelle che G. Lupo ha definito I vangeli apocrifi del Novecento, negli Atti del convegno su La ricerca del fondamento. Letteratura e religione nella società secolarizzata (Brescia, 8-9 novembre 2010), a cura di G. Langella, Borgomanero, Giuliano Ladolfi Editore, 2011, pp. 179-86. Il ruolo focale avuto dal Quinto evangelio in questa fioritura è stato messo in rilievo sempre da G. Lupo, Il modello Pomilio, negli Atti del convegno sugli Apocrifi moderni. Riscritture dei Vangeli nel Novecento e oltre (Brescia-Milano, 8-9 maggio 2012), a cura di G. Langella, Borgomanero, Giuliano Ladolfi Editore, 2013, pp. 84-94.
  73. M. Pomilio, Preistoria d’un romanzo, op. cit., p. 133.
  74. Ivi, p. 127. Come c’era da aspettarsi, questa edizione dei Vangeli figura tra i libri posseduti dall’autore: cfr. L. Bianchi, La biblioteca culturale di Mario Pomilio, in Biblioteche reali, biblioteche immaginarie. Tracce di libri, luoghi e letture, a cura di A. Dolfi, Firenze, University Press, 2015, pp. 349-62, cit. a p. 359.
  75. G. Langella, L’annuncio di una Chiesa nuova: la letteratura contemporanea nello spirito del Concilio, in Il Concilio Vaticano II crocevia dell’umanesimo contemporaneo, a cura di A. Bianchi, Milano, Vita e Pensiero, 2015, pp. 219-32, cit. a p. 231.
  76. M. Pomilio, Il quinto evangelio, op. cit., p. 23.
  77. Per una ricognizione ad ampio raggio sulla rappresentazione del laicato cattolico nella narrativa italiana del dopo-Concilio rimando a F. D. Tosto, Il sacerdozio universale e il ruolo del laico cristiano nella letteratura postconciliare, in Chierici e laici nella letteratura italiana…, op. cit., pp. 223-55.
  78. Cfr. M. Pomilio, Preistoria d’un romanzo, op. cit., pp. 128-30. Sull’architettura del romanzo cfr. P. Maffeo, Scrittura e struttura del «Quinto evangelio», negli Atti del convegno su Mario Pomilio, pellegrino dell’assoluto (Firenze-Panzano in Chianti, 20-21 novembre 2009), a cura della Comunità di San Leolino, Panzano in Chianti, Edizioni Feeria, 2010, pp. 149-79. Sull’«ibridismo» dei generi come dato strutturale del romanzo si è soffermata anche A. Montariello, Mario Pomilio: la ricerca della Verità…, op. cit., pp. 121-33. Giustamente, poi, Wanda Santini ha ricondotto il “miscuglio di generi” sperimentato da Pomilio nel Quinto evangelio alla descrizione della Bibbia che Northrop Frye ha fatto in Anatomia della critica: cfr. W. Santini, Mario Pomilio. Un impegno totale, op. cit., pp. 145-47. Per una lettura a tutto tondo del romanzo cfr. inoltre W. Rupolo, Umanità e Stile. Studio su Mario Pomilio, Napoli, Istituto Suor Orsola Benincasa, 1991, pp. 77-102.
  79. M. Pomilio, Preistoria d’un romanzo, op. cit., p. 138.
  80. Ivi, p. 132.
  81. Lo ha ampiamente dimostrato A. Montariello, Mario Pomilio: la ricerca della Verità…, op. cit., pp. 111-18. Molti preziosi riscontri e considerazioni calzanti anche in W. Santini, Mario Pomilio. Un impegno totale, op. cit., pp. 149-54.
  82. M. Pomilio, Preistoria d’un romanzo, op. cit., p. 139.
  83. Ibidem.

(fasc. 49, 31 ottobre 2023)

L’accadere nella storia. Pomilio saggista da Manzoni al secondo Ottocento

Author di Fabio Pierangeli

Il riferimento alle opere e alla statura etica di Manzoni costituisce una costante, variabile nel tempo, nella carriera letteraria di Pomilio, sul terreno saggistico e in quello creativo, con il capolavoro del Natale del 1833, Premio Strega del 1983, a suggellare un confronto serrato sul senso dell’«accadere» nella storia e sulla possibilità della fede nel mondo degli uomini, dominato dall’evidenza del male che colpisce l’individuo e la collettività. Nella notevole produzione saggistica, Pomilio si interroga anche, in modo a mio avviso significativo, sul declino dell’autorevolezza morale manzoniana in scrittori di qualche decennio posteriori in un clima storico e di sensibilità religiosa del tutto diverso, in particolare nell’ambito degli studi sul Verismo, su De Roberto e intorno a Pirandello.

Il presente intervento prosegue idealmente l’esperienza del 2017 ideata con Pierantonio Frare della pubblicazione congiunta tra le riviste «Testo» e «Studium» di due numeri monografici su Manzoni e gli scrittori del Novecento[1], a cui, negli anni, sono seguiti altri contributi sul tema, basti pensare al volume di Raffaello Palumbo Mosca, edito da Inschibboleth nel 2020, L’ombra di Alessandro. Manzoni nel Novecento[2].

Frare individua una funzione Manzoni in autori della seconda metà del Novecento molto diversi tra loro per obiettivi assunti, per mezzi impiegati nella scrittura, per contenuti, a dimostrazione della complessità e dell’altezza dei temi affrontati non solo nel romanzo, ma nell’intera opera manzoniana. Citiamone qualcuno, oggetto di saggi nell’iniziativa delle due riviste: Moravia, Calvino, Sciascia, Bassani, Testori, Fortini, Buzzati, Gadda, Primo Levi, Ginzburg fino ad autori contemporanei, come Eraldo Affinati e Fabio Pusterla.

Coscientemente o no «si cerca Manzoni», e quella di Pomilio è tra le voci più autorevoli e sintoniche in questa numerosa schiera di scrittori cui se ne possono aggiungere ancora altri particolarmente nella scrittura femminile, dal romanzo storico a quello intimo e familiare.

Già nel 1955, Pomilio pubblica nel «Ragguaglio delle attività culturali e artistiche dei cattolici in Italia» l’importante contributo Per una caratterizzazione della narrativa cristiana, ora meritoriamente riproposto nell’edizione postuma e ampliata di Scritti cristiani a cura di Marco Beck e con un’introduzione di Giuseppe Langella.

Il saggio si sviluppa in modo circolare, iniziando e concludendo il discorso chiamando in causa il massimo scrittore cattolico dopo l’Alighieri particolarmente attuale a metà del Novecento perché «mai in riposo» rispetto alla serietà, anche dolorosa, delle riflessioni morali che investono direttamente – è precipua convinzione di Pomilio lettore di Manzoni – la sfera sociale.

«Ogni finzione che mostri l’uomo in riposo morale, è dissimile dal vero» è la sentenza manzoniana ripresa da Vigorelli nel suo Manzoni e il silenzio dell’amore (1954)[3] con il quale Pomilio avvia il saggio per concluderlo con il commento a un brano della celebre lettera a Chauvet, lasciando ai lettori un chiaro messaggio sulla necessità dello scrittore di essere autentico, non puntando su una comunicazione facile o commovente, ma piuttosto[4]

favorendo lo sviluppo della forza morale grazie alla quale si riesce a dominare e indirizzare le passioni. Ė di fronte alle passioni che hanno tormentato l’uomo che lo scrittore può farci concepire quel fondo comune di miseria o di debolezza che predispone a un’indulgenza frutto non di stanchezza o di disprezzo, ma di ragione e d’amore.

In quest’ottica, costruita sulle solide fondamenta di una «commozione intrisa di pietà», le «ragioni narrative» risiedono nell’esplorazione delle profonde radici morali dell’uomo; e nessuno più del cristiano può dirsi forte di una dottrina e di una tradizione che vanno in questa direzione. Il puro realismo, altro Leitmotiv del Pomilio saggista, riduce l’uomo a spazio, cellula geografica o storica, operando uno scisma esecrabile tra vero e reale, tanto che la narrativa verista di quegli anni (i primi dei Cinquanta) offre un’immagine dimidiata, lacerata, incompleta, sterile e rassegnata a non saper proporre valori positivi.

Mi riservo un approfondimento su queste decise parole di Pomilio, per capirne i riferimenti diretti, anche tenendo presente l’immagine e poi le ampie spiegazioni di poetica (in particolare la Nota all’edizione della trilogia dei Nostri Antenati, 1960) da parte di Italo Calvino, praticamente coetaneo dello scrittore abruzzese, sulla lacerazione della persona, nella storia generale e in quella individuale, rappresentata in quegli stessi anni dal Visconte dimezzato. Anni difficili, dove per entrambi il sintagma ha un valore di centrale spunto narrativo, non solo in chiave biografica o concettuale.

Per Pomilio, ancora nel saggio del 1955, è urgente tornare all’essenza del messaggio cristiano come veicolato da Manzoni, non evitando di rappresentare, vedi l’esempio di Graham Greene e François Mauriac, la colpa, la maledizione e la lontananza, ma come illuminate da una luce di possibilità, di Grazia, nel pieno di una sensibilità che potremmo fissare – con la perfetta definizione di Giorgio Bàrberi Squarotti[5] – nell’ambito del tragico cristiano rappresentato in modo superlativo, fra tradizione e attualità, nella stessa figura del Manzoni intento alla riscrittura del Giobbe nel Natale del 1833.

La lunga fedeltà che sfocia nel romanzo assieme ad altre citazioni importanti sparse nell’attività saggistica di Pomilio è testimoniata da quattro scritti su Manzoni di varia lunghezza che dovevano figurare nell’ampia raccolta saggistica a cura di Mirko Volpi, arrivata fino alle bozze di stampa e ad oggi rimasta nei cassetti dell’editore Aragno. I saggi del quadrante di fine Ottocento sono rifluiti nel bel volume Mario Pomilio, Scritti sull’ultimo Ottocento, del 2017, sempre a cura di Mirko Volpi con un’introduzione di Paola Villani, come vedremo brevemente a conclusione di questo saggio.

I quattro interventi manzoniani dovevano figurare nella raccolta, in un capitolo espressamente dedicato, il IV: A proposito del Manzoni minore, del 1959[6], e La spiritualità di Enrichetta Blondel, del 1983, chiaramente attinente ai materiali del romanzo, entrambi pubblicati da Tommaso Pomilio sul numero di «Studium» del 2017; De Sanctis e Manzoni: il maestro del realismo, del 1969, e il più lungo e articolato Natura umana e stato sociale nella visione del Manzoni del 1973, che riprende e amplia le prospettive del 1959.

Altri articoli di carattere occasionale su quotidiani con al centro Manzoni o problematiche legate alla sua opera si incontrano nell’utilissima bibliografia delle opere a cura di Paola Villani e Giovanna Formisano nel volume curato dalla Villani e dal sottoscritto per Studium nel 2014: Le ragioni del romanzo. Mario Pomilio e la vita letteraria a Napoli[7].

Introducendo il volume, la Villani nota utilmente lo specifico interesse di Pomilio di incrociare i dati biografici con l’opera, particolarmente rilevante, aggiungo, nel caso di Manzoni sull’origine e la persistenza del male nella storia e oserei dire nella famiglia stessa, come è noto flagellata da lutti e da morti precoci.

Con questi interventi di taglio narrativo, ma saldamente ancorati a letture aggiornate di esegesi manzoniana, Pomilio si inserisce autorevolmente nel dibattito sui Promessi sposi tra gli anni Cinquanta e Ottanta del Novecento di cui in parte riferisce, per gli aspetti che a mio avviso più riguardano lo scrittore abruzzese, Luciano Parisi, nell’utile volume Come abbiamo letto i Promessi sposi.

Pur cosciente di generalizzare, Parisi individua sul tema del Male, negli studi coevi agli articoli di Pomilio e che lo scrittore ben conosce, due linee critiche da cui, ovviamente, partono sfumature anche molto connotate da posizioni distanti: da una parte, con Ulivi e Angelini soprattutto, la valorizzazione della fede degli umili come speranza sempre accesa per la conversione dei potenti e quindi di un mondo migliore, comunque già giustificato dalla Croce, nell’ordalia delle sofferenze e del dolore, provocato molto spesso dalla dissennatezza umana che usa pessimamente il libero arbitrio; dall’altra – e Parisi individua negli studi di Jacques Goudet[8] la versione più autorevole –, quella parte della critica che vede in Manzoni un pessimismo radicale sulla storia degli uomini, maturato con gli anni, mal celato con il palliativo della Provvidenza.

Non è qui il caso di penetrare in queste affascinanti pagine di critica manzoniana per dettagliare l’inevitabile grossolanità di una divisione puramente scolastica ma non inutile; sottolineiamo, invece, quanto, nella direzione del tragico cristiano, Pomilio, più di vent’anni prima del romanzo vincitore dello Strega, giudicasse la Storia della colonna infame tra le opere più alte di Manzoni, trascurate dalla critica e che invece chiude il ciclo della maggiore ispirazione iniziato con gli Inni e proseguito con il romanzo. Non si tratta certo, come stigmatizza negli articoli del ’59, di un Manzoni minore, parlando a centotrent’anni dalla prima apparizione di quella cronaca della Peste. La vera colpevole della tortura e della morte innocente del Mora è la passione pervertitrice che anima negativamente le azioni umane descritte da Manzoni da storico e scrittore insieme: per Pomilio don Alessandro lascerebbe cadere quel fatto di cronaca senza lasciarsi sedurre dalle grandi possibilità fantastiche e drammatiche che il tema gli offre. In un’emblematica contraddizione, probabilmente cosciente frutto di un trasporto di anima affine, sintonica, almeno su certe problematiche dell’esistenza umana, egualmente in bilico tra saggistica e narrativa, lo scrittore del Quinto evangelio evidenzia quante volte nel corso delle pagine della Storia della colonna infame baleni la forza rappresentativa propria del romanzo, per esempio negli episodi tragici degli arresti, della tortura, della delazione; non si contano, poi, le massime morali, definite «stupende» dall’ammirato saggista, degne di stare alla pari con le più celebri dei Promessi sposi[9].

Ciò che si è detto ci aiuta del resto a comprendere come mai neppure come opera storiografica la si giudichi perfettamente riuscita. Si dice di solito che Manzoni storiografo è troppo sottile, troppo acuto, troppo moralista. Ma se questo è vero soprattutto se riferito alla Storia della colonna infame, è solo perché egli scrive da romanziere e con lo stato d’animo d’un romanziere. Quella sottigliezza che vi si ravvisa è la sottigliezza dello psicologo, quel moralismo è di chi, più che esaminare i fenomeni storici nella loro ampiezza, s’addentra nell’intimo delle coscienze a cercare moventi e colpe.

In Natura e stato sociale nella visione del Manzoni, Pomilio introduce un altro carattere di originalità della sua interpretazione manzoniana, dando all’etica cristiana delle opere una forte valenza sociale, rivalutando e valorizzando, dal punto di vista più schiettamente letterario, il dono dell’ironia manzoniana quale costante resilienza alla malignità del furore delle passioni scellerate. Un sincretismo culturale capace di far rifluire nelle pagine saggistiche la tensione socialista della gioventù con l’etica cristiana, grazie alla visione di una letteratura al servizio dell’uomo integrale, composto inscindibilmente di anima e di esigenze concrete, dipendenti soprattutto dal lavoro, terreno sul quale anche il Pomilio lettore di Manzoni auspica un assoluto senso di giustizia tra padroni e umili operai.

Se nella storia, di cui ribadisce il valore dell’accadere, a partire proprio dalla ripetizione di questo verbo fin dall’incipit dei Promessi sposi, in apparenza sembra regnare la ragione dei potenti rispetto a chi è destinato a passare inosservato sul palcoscenico della realtà, la situazione può rovesciarsi con le armi letterarie e umane dell’ironia e della pietas, caratteri precipui della lettura pomiliana:

L’effetto, l’effetto a sorpresa, e al limite l’ironia, sono ottenuti piuttosto con una rottura della continuità, la brusca slittata in basso che, contro ogni previsione, succede alle aspettative suscitate dal verbo accadde. Ma sono anche ottenuti attraverso un vistoso gioco di sproporzioni: dieci parole e più, e tutte di tono alto, per il governatore, il potente, il protagonista della grande storia, due soltanto, e talmente più dimesse, per colui che vi passa anonimo, senza in pratica lasciarvi traccia. Eppure per effetto di questo classico esempio di mons parturiens, in cui il monte è il Signor Gonzalo e il topolino, beninteso, è don Abbondio, accade un fatto straordinario: l’ironia, una volta tanto, lambisce appena don Abbondio e si sposta tutta in su, in direzione del potente: è come se un riflettore investisse dal basso la figura del Signor Gonzalo, ma, per un curioso effetto ottico, invece d’avvivarla, la pietrificasse, riducendola a simulacro, addirittura a statua funebre: la solenne sequenza dei suoi appellativi campeggia sì, ma al modo d’un epitaffio. A dirla altrimenti, pur nella sua brevità, l’inciso rappresenta il primo saggio del nuovo tipo di protagonismo – nuovo rispetto a quello delle due tragedie – che ispira e sorregge l’intera struttura del romanzo; il primo saggio, in altri termini, della inversione di tendenza attuata dal Manzoni «assegnando agli illustri della storia (come ha detto un suo critico) una parte secondaria e strumentale, e ponendo nella parte centrale e principale gli umili, gli ignoti di cui la storia tace».

Ne consegue il proposito di rompere con le convenzioni storiografiche ed estetiche fino a quel momento accettate con la conseguenza di una completa demistificazione dei protagonisti tradizionali della storia, e lo è

ma lo è in egual misura quella del modo tradizionale di concepire la storia, e di fare storia: alle «Attioni gloriose» da imbalsamare con gli inchiostri, succedono ora gli eventi di gente di «piccol affare», da narrarsi al contrario «schiettamente e genuinamente»; e se quelle sono «le spoglie sfarzose e brillanti» della storia, ne sono questi i fatti veramente «memorabili», meritevoli di «lasciarne memoria a Posteri»: senza parere, siamo nel cuore della poetica del Manzoni al momento in cui s’accinge a comporre il romanzo: la storia diseroizzata e la realtà degli umili fatta centrale, le loro condizioni, il loro destino poste al centro della meditazione morale ed estetica dello scrittore.

La domanda sul Male si ripropone subito dopo: il cattolico Manzoni non poteva porsi il problema se non in termini di responsabilità, cioè di libero arbitrio, regolato, nel caso dei giudici che avevano intravista la verità dalle «passioni pervertitrici della realtà», la vera radice del grande errore. Pagine altissime e complesse, ribadisce Pomilio, quelle della Storia della colonna infame, dove anche la linea illuministica della cultura manzoniana interseca la sua «sensibilità di cristiano», portando a compimento una dialettica iniziata all’epoca del Conte di Carmagnola: «i potenti da un lato, gli umili dall’altro; da un lato gli errori – o le colpe – di coloro che sono attori o artefici di storia, dall’altro la condizione di coloro che ne sono vittime».

Una visione che interviene indirettamente su di un altro nodo interpretativo importante dell’esegesi manzoniana, il rapporto di continuità o di rottura tra la cronaca e il romanzo[10], scegliendo nettamente la prima strada, con quell’anaforica ripetizione del sintagma delle «passioni pervertitrici» legate al libero arbitrio nella sua applicazione più deleteria.

La prospettiva del romanzo si amplia e Pomilio, con grande intelligenza e passione, la pone sotto le insegne del Discorso sopra alcuni punti della storia longobardica in Italia che illustra come Manzoni, scrittore sociale, abbia voluto, fin dall’inizio, porre l’accento sullo stato generale di coloro dei quali solitamente i libri di storia si dimenticano, partendo dalle esigenze degli umili per parlare poi dei potenti con il metro di giudizio dei primi. Congiunte perfettamente, in questa visione ricolma di pietas per quella immensa moltitudine di uomini che passa sulla terra senza lasciare traccia, le ragioni dello storico con quelle dello scrittore cristiano, questo ideale, scrive con finezza e intelligenza Pomilio, coincide con quello moderno di una storiografia democratica tesa a non dar conto soltanto delle azioni dei potenti, anzi, come scrive nelle pagine seguenti commentando l’Adelchi in questa chiave, promettendo una continua verifica della storia in cui diventa chiaro che i responsabili della malvagità, a prescindere dagli strumenti ciechi (i bravi), si trovano sempre dalla parte privilegiata della società. Pomilio ne tira le conseguenze, rischiando di oltrepassare la volontà manzoniana insistendo sugli aspetti sociali del monito catechistico della Morale cattolica per cui i peccati si aggravano in proporzione al danno che con essi si fa volontariamente al prossimo. Colpa pesante è dunque il malgoverno, accusa Pomilio in quei difficili anni Settanta in cui la contestazione produce anche degenerazioni violente, affiancando il terrorismo.

Tematiche che restano centrali, a mio modo di vedere, anche negli aspetti sociali, negli studi sul secondo Ottocento assieme ad altri interessi preminenti che potrei riassumere nelle seguenti linee esegetiche: letteratura come amicizia, per esempio tra Verga e Capuana e nel gruppo dei veristi che, come in uno specchio di ritorno inquadra nel passato le esperienze delle «Ragioni narrative» con i sodali Mimì Rea, Luigi Compagnone, Michele Prisco, Luigi Incoronato; la figura centrale ed eclettica di Luigi Capuana, tuttora trascurata e invece pirandellianamente assai più complessa dell’etichetta di teorico del Verismo; il silenzio di Verga, poeticamente interpretato nella complessiva decadenza del Verismo dopo una manciata di anni irripetibili; immancabile la questione del male nella storia, anche in forma di malcostume politico e corruzione, in cui si situano pagine fondanti sul bagliore inestinguibile della Provvidenza, rispetto alle forme di pessimismo radicale coltivate da Verga e soprattutto da De Roberto. Premetto questo sintomatico passaggio su Verga, soffermandomi poi sulla radicale visione della storia di De Roberto. In L’eclissi del Verismo scrive significativamente lo scrittore abruzzese, dopo aver spiegato come la fede venne meno in Verga non appena aprì gli occhi per scrutare a fondo la realtà regionale italiana in cui religione, patria, morale erano ignoti o ridotti a puri nomi: «Per nostro conto, abbiamo piuttosto sempre pensato a quanto apparirebbero simili il mondo di Verga e quello di Manzoni, se questo non fosse percorso dall’interno dal flusso provvidenziale della Storia». La componente sociale è forte, come mi pare di poter dire in tutto l’impegno saggistico di Pomilio, inscindibile dall’etica e dall’etica propria della letteratura[11]. Un tema che attraversa negli anni la narrativa di Pomilio, estremamente camaleontica, nella fedeltà ad alcuni super temi, come si è visto, dai romanzi della provincia italiana ai testi distopici a quella inimitabile filologia del verisimile che caratterizza i suoi capolavori.

Opportunamente Paola Villani, nella brillante introduzione, sintetizza l’approccio a De Roberto, lo scrittore più interessante sulla linea di capovolgimento di certe istanze manzoniane ben svelata da Pomilio e che costituisce il profilo più problematico della serie di personalità dell’ultimo scorcio dell’Ottocento e dei primi decenni del secolo successivo. Come per il «silenzio» di Verga, interessano a Pomilio i motivi dell’afasia derobertiana, a seguire la tragica descrizione di un Risorgimento tradito nella saga degli Uzeda. Proprio con l’incompiuto L’imperio questa paralisi della comunicazione trova un’immagine potente, emblematica[12]: «l’impossibilità di scrivere, la decostruzione dell’intreccio in frammento, che non di rado per Pomilio si faceva tema letterario», in particolare, aggiunge Villani, nella natura dialogica e aporetica della narrazione dei racconti del «dissesto» raccolti nel Cane sull’Etna.

Contando sul sostegno di critici della caratura di Carlo Bo e Luigi Russo, Pomilio afferma la centralità dei Vicerè[13], romanzo ancora trascurato dalla critica (oggi non credo che ciò si possa ancora affermare con cognizione di causa), considerandolo come la più seria proposta problematica che possediamo intorno alla mancata rivoluzione del Sud, come la più complessa messa in discussione dei valori risorgimentali tentata da un uomo dell’Ottocento in un momento in cui la Storia presentava a un tratto le sue scadenze; in fin dei conti, gli episodi politici del celebre romanzo al centro dell’incompiuta trilogia degli Uzeda[14] «sono essenzialmente la protesta di un liberale del Sud contro la classe dirigente del Sud, l’esplosione di un crudo disinganno di fronte a quella grande illusione tradita che fu per il Sud il 1860».

Il romanzo esce l’anno dei fasci siciliani, 1894, una coincidenza illuminante per Pomilio nella considerazione di un Risorgimento incapace di assolvere i compiti assegnati e assai lontano dal portare in quelle regioni una libertà sostanziale. L’arguzia critica dello scrittore abruzzese coglie in modo eccellente un aspetto giudicato negativamente dagli studiosi: l’assenza di tragico nello scrittore campano/siciliano, giudicata come realistica alla luce di quella dimensione tipica nella letteratura novecentesca italiana, di una riduzione delle azioni politiche alla meschinità di obiettivi puramente e bassamente economici. Un’etica talmente povera e angusta da richiamare, per contradditorio, il modello manzoniano; la condanna della società non serve a De Roberto[15],

come per esempio al Manzoni, a far piovere pietà sugli individui, ancor meno a cercare un contrappeso in una ragione storica o in una trascendenza. Al contrario la spietatezza con cui rappresenta gli individui gli serve a meglio condannare la società, a meglio mostrare l’impossibilità, non diciamo d’una trascendenza, ma neppure d’una storia. Se la storia, negli storicisti, è progressione in vista d’una logica, l’unica sua logica, nella visione di De Roberto, è d’essere senza progressione.

Un antistoricismo non astratto che assume tratti naturalistici ed è consapevole di consistere nei caratteri dei singoli protagonisti della famiglia vicereale degli Uzeda e che ha anche, nel suo sviluppo decisamente prospettico, una dimensione geopolitica molto precisa nel microcosmo siciliano, con tutte le differenze possibili da annettere a quel contesto meridionale così caro all’azione intellettuale di Mario Pomilio, dall’Abruzzo alla città partenopea, sempre presente nell’attività saggistica, dalla tesi di laurea su Pirandello fino agli ultimi saggi su Scarfoglio. Un’idea pessimistica della storia che si rinnova in una chiave diversa con Pirandello, nel definitivo declino anche della scienza positiva, discusso nell’ultimo saggio raccolto nel volume di Scritti sull’ultimo Ottocento, ma discusso fin dai tempi della monografia sull’agrigentino[16].

Tuttavia, l’orizzonte della Grazia e della Provvidenza nell’inquietudine manzoniana che mai abbandona Pomilio resta una possibilità concreta, nelle stesse modalità descritte negli Inni sacri e nel romanzo di Alessandro Manzoni. La testimonianza più significativa è negli Scritti cristiani, commentati straordinariamente in questo volume da Giuseppe Langella. Concludo citando il brano celebre di Lettera a una suora che racconta un evento che «in sé non ha nulla di straordinario», a prima vista, ma che ripete la millenaria fenomenologia dell’incontro cristiano, nell’ottica di un imprevisto foriero di speranza duratura[17]:

Ed ecco che ad un tratto mi veniva incontro lei, cambiandomi molte carte in mano e introducendo molte perplessità nel mio tranquillo universo laico. La scoperta tangibile, e non solo più per udito dire, che esistessero scelte simili alla sua, esperienze di vita così esclusive e sconcertanti vissute con un’intrepidezza così serena e così sorgiva modificava insomma radicalmente la mia visione del Cristianesimo e, oltre a spogliarmi della mia scorza polemica, che sarebbe stato il meno, infiltrava in me delle inquietudini che in seguito sarebbero venute fermentando per vie insolite. […] In breve, sono nato scrittore all’indomani di quell’incontro e assai probabilmente proprio in seguito a quell’incontro.

  1. Manzoni e gli scrittori del secondo Novecento, a cura di P. Frare, D. Iuppa, O. Ghidini, F. Pierangeli, in «Testo», 2, 2017: O. Ghidini, Il giardino, il vento, il cuore. Prime considerazioni su Manzoni e Bassani; L. Lenzini, Appunti su Manzoni e Fortini (e viceversa); F. Danelon, La vitalità di Renzo. Pier Paolo Pasolini e Alessandro Manzoni; D. Iuppa, Una figura sulla soglia: la Monaca di Monza nella drammaturgia di Giovanni Testori; G. Sandrini, La Pentecoste, la vigna di Renzo: Manzoni nella poesia di Zanzotto; A. Brambilla, Chez don Lisander. Una conversazione manzoniana con Emilio Isgrò; M. Migliorati, A proposito di Manzoni. Intervista a Fabio Pusterla. In «Studium», n. 6, 2017: G. Benvenuti, «Un solo nome». Manzoni in Sciascia; A. R. Daniele, Buzzati e le riscritture della peste manzoniana; R. Manica, Manzoni in Moravia; F. Pierangeli, Una forma bislacca e disarticolata. “Il viva San Marco” di Eraldo Affinati; Sul Manzoni minore. Due scritti di Mario Pomilio, a cura di T. Pomilio.
  2. Si veda anche S. Poli, «Manzoni non è un pettegolezzo». Ginzburg, Pomilio, Sciascia, in «Autografo», 58, XXV, 2017, pp. 69-95 e la significativa S. S. Nigro, Quando un evento si ribalta in metafora. Prefazione a M. Pomilio, Il Natale del 1833, Milano, Bompiani, 2015, pp. 5-15. Ancora molto utile Manzoni e gli scrittori da Goethe a Calvino, a cura di L. Caretti, Bari, Laterza, 1995. Per il romanzo manzoniano resta essenziale il saggio di C. Damnotti, Il Natale del 1833: «un componimento misto di storia e d’invenzione», in Le ragioni del romanzo. Mario Pomilio e la vita letteraria a Napoli, a cura di P. Villani e F. Pierangeli, Roma, Studium, 2013, pp. 328-52.
  3. M. Pomilio, Per una caratterizzazione della narrativa cristiana, in Scritti cristiani, a cura di M. Beck e con prefazione di G. Langella, Milano, Vita e pensiero, 2014, p. 121. Il volume di Vigorelli figura nella folta lista di libri letti in preparazione della stesura del Natale del 1833. Altra citazione importante di un libro che mi sembra oggi trascurato è quella da R. Montano, Manzoni o del lieto fine, Napoli, Conte, 1950.
  4. M. Pomilio, Per una caratterizzazione della narrativa cristiana, op. cit., p. 123.
  5. G. Bàrberi Squarotti, Il tragico cristiano. Da Dante ai moderni, Firenze, Olschki, 2003.
  6. Si riporta direttamente la nota di Mirko Volpi inerente alle collocazioni su quotidiani e riviste dei quattro contributi manzoniani, redatta per il volume M. Pomilio, Saggistica, come si diceva mai arrivato alla pubblicazione. Ringrazio Tommaso Pomilio per avermi permesso la lettura di questi saggi come figurano nel volume, di cui si auspica una prossima pubblicazione: 1. A centotrent’anni dalla ‘Colonna infame’, in «Leggere», V/8-9, 1959, pp. 35-36; già, con titolo A proposito del Manzoni minore, in «Il Popolo», 28 luglio 1959. 2. De Sanctis e Manzoni: il maestro di realismo, in «Realtà del Mezzogiorno», XIII/7, 1973, pp. 617-22; già, con titolo Francesco De Sanctis e il Manzoni “realista” e leggere differenze nel finale, in «Il Mattino», 11 novembre 1965. 3. Natura umana e stato sociale nella visione del Manzoni, in Atti del Convegno manzoniano di Nimega, 16-17-18 ottobre 1973, a cura di C. Ballerini, Firenze, Libreria editrice fiorentina, 1974, pp. 11-24; poi in «L’Approdo letterario», n. 63-64, 1973. Era già apparso, in forma più breve, con titolo Le «immense moltitudini» ignorate dalla storia, in «La Discussione», n. 26, 28 giugno 1973, pp. 22-25; e ancor più scorciato, con titolo Manzoni e la scelta degli umili, in «L’Osservatore Romano», 20 maggio 1973. 4. La spiritualità di Enrichetta Blondel, in «L’Osservatore Romano», 7 marzo 1985; poi, con titolo Dal versante di Enrichetta Blondel, in «Il Nostro Tempo», 28 aprile 1985; in «Ianuarius», n. 5, 1985; in «Terra ambrosiana», n. 6, nov.-dic. 1985. Mi attengo alle versioni più lunghe riportate nel volume a cura di Mirko Volpi, che ringrazio di cuore per il notevole lavoro di raccolta, diviso in sei sezioni secondo l’ordine cronologico degli autori esaminati negli anni da Pomilio.
  7. Si segnalano nella bibliografia di Le ragioni del romanzo. Mario Pomilio e la vita letteraria a Napoli, a cura di P. Villani e G. Formisano, pp. 436-94: Il sole di Zolà e l’ombra di Manzoni, in «Il Tempo», 2 ottobre 1977; Pomilio-Manzoni. Due scrittori una sola testimonianza a Giovanni Paolo II, in «Il nostro tempo», 24 maggio 1981; L’esigenza in Manzoni di cimentarsi in una storia dal basso, in «L’Osservatore romano», 18 dicembre, 1982; Manzoni superstar, in «Il mattino», 16 febbraio 1984; Bartoli e Manzoni, vaghe analogie, in «Il Mattino», 11 dicembre 1985; La giovinezza del Manzoni in un saggio di Gaetano Trombadori, in «Il Tempo», 26 aprile 1985.
  8. L. Parisi, Come abbiamo letto i Promessi sposi, Torino, Edizioni dell’Orso, 2008, in particolare i primi tre capitoli dedicati rispettivamente a Ulivi, Angelini e Goudet, pp. 1-56.
  9. I testi si citano nella versione stabilita da Mirko Volpi nelle bozze di stampa per il volume Aragno.
  10. Si veda P. Frare, Leggere I promessi sposi, Bologna, Il Mulino, 2016, pp. 39-47, con la relativa bibliografia sull’argomento. Di Frare si veda anche La scrittura dell’inquietudine. Saggio su Alessandro Manzoni, Firenze, Olschki, 2006.
  11. Si considera anche, compreso nel volume M. Pomilio, Scritti sull’ultimo Ottocento, op. cit., il saggio Socialismo e letteratura nell’ultimo decennio dell’Ottocento, pp. 152-80.
  12. P. Villani, Introduzione. Un apocrifo Pomilio meridionale, in M. Pomilio, Scritti sull’ultimo Ottocento, a cura di M. Volpi, Milano, Prospero, 2017, p. XXXVI.
  13. Due i saggi, capitoli ottavo e nono, su De Roberto risalenti al 1960 e 1961, raccolti in M. Pomilio, Scritti sull’ultimo Ottocento: L’antirisorgimento di De Roberto, Il silenzio di De Roberto, pp. 73-109.
  14. M. Pomilio, Scritti sull’ultimo Ottocento, op. cit., p. 79.
  15. Ivi, p. 88.
  16. Si veda sempre in M. Pomilio, Scritti sull’ultimo Ottocento, op. cit.: M. A. Grignani, Nota finale. Il Pirandello di Pomilio, pp. 289-94.
  17. M. Pomilio, Scritti cristiani, op. cit., p. 53.

(fasc. 49, 31 ottobre 2023)

Il romanzo (breve) dell’identità: Milan Kundera e Anna Banti

Author di Sonia Rivetti

Se l’arcangelo adesso,

il pericoloso, da dietro le stelle

si sporgesse all’ingiù verso di noi

solo di un passo, con innalzato battito

ci abbatterebbe il nostro stesso cuore. Chi siete?

(Rainer Maria Rilke, Elegie duinesi, II, 8-12)

«Sott’e bumbardamente ho perso mio marito. S’era perduta pur’a vita mia. Fernuta ’a guerra, fernuta pur’ijo». Principia così La voce umana (2014), il film ispirato a La voix humaine di Jean Cocteau, regia di Edoardo Ponti, interprete Sophia Loren (la tarda e vera Sophia Loren, che attraverso questo ruolo fa i conti con la propria non-identità di figlia abbandonata dal padre). Davanti al mare calmo, nella Napoli degli anni Cinquanta, Angela confessa la frantumazione del proprio io dopo la perdita del marito.

Si riappropria di sé stessa (e degli abiti eleganti con cui incontra la società napoletana) nel momento in cui ha un nuovo amore, che indirizza occhi e voce verso di lei (lo spettatore, infatti, non vede l’uomo in volto né ascolta la sua voce).

Con uno squillo di telefono la cinepresa s’infila nella sua camera da letto di pomeriggio. Come La Maddalena di Caravaggio, Angela, seduta su una seggiola di legno in camicia da notte, con uno scialle rosso sulle spalle, i capelli sfatti e il viso struccato, cerca disperatamente di mettersi in contatto con l’amante che, come ogni martedì, sta per raggiungerla per la cena a base di quella parmigiana di melanzane che lo delizia, meticolosamente preparata dalla cameriera. Seppur lontana, ne indovina alla perfezione costumi e pensieri: «Io ti vedo, lo sai? Che fazzoletto? Quello rosso. E tieni le maniche rimboccate. La sinistra? Regge la cornetta. La destra, la penna stilografica. E stai disegnando dei profili, dei cuori, delle stelle. Ridi? Tengo gli occhi al posto delle orecchie». Diversamente, l’uomo crede ciecamente alla bugia di Angela vestita di rosa col cappello nero e sembra non intercettare quel miscuglio di angoscia e paura in cui l’attesa la imprigiona. Intorno, la gente del palazzo s’illude di controllare questo rapporto irregolare: «Mi è perfettamente indifferente. Possono dire quello che vogliono. Quello che c’è fra di noi non si può spiegare agli altri. Per loro o c’è amore o c’è odio, le rotture sono per sempre. […] Che devono capire, di me, di te, di noi?».

Stretta alla cornetta, lottando con la linea che si interrompe continuamente o che viene occupata da altri personaggi, Angela continua il monologo. Rievoca i momenti felici trascorsi insieme e ascolta l’inappellabile sentenza: l’uomo sta per lasciarla per un’altra donna. «Nun so’cchiù ijo», grida dimenandosi per la stanza come un’invasata. Non esce, non mangia, non dorme, pensa a ingerire tutte le pasticche che tiene sul comodino e a non svegliarsi più. Di nuovo strappata alla persona amata, smarrisce la propria identità; l’uomo mette giù la cornetta, la donna crolla sul letto, vuoto come le sedie in soggiorno per il pasto mai consumato, mentre la città riprende a vivere.

Un albergo in un paesino sul mare di Normandia, che avevano trovato per caso sfogliando una guida. Chantal arrivò il venerdì sera per trascorrervi una notte da sola, senza Jean-Marc, che l’avrebbe raggiunta il sabato verso mezzogiorno. […]. Ordinò una cena fredda, semplicissima: mangiare da sola non le piace affatto, anzi, è una cosa che detesta[1].

Nel 1997 Milan Kundera pubblica L’identité. «Di questo ultimo libro, intiepidito dalla luce rosea della vecchiaia» – scrive Pietro Citati – «posso dire soltanto una parola: è perfetto»[2]. La perfezione non risiede tanto nell’architettura a scaglie quanto nell’ombra che sparge, un’ombra autobiografica. L’esiliato assieme alla moglie Věra a Parigi, che perde la lingua ceca e adotta quella francese, affronta il tema dell’identità scrutando due innamorati, tra sogni, incubi, domande che si moltiplicano e intersezioni temporali.

Qualcuno gira la prima scena. In un albergo sulla costa della Normandia Chantal attende l’arrivo del fidanzato Jean-Marc. Nella notte diventa pedina di un’esperienza onirica attraverso la quale (l’occhio di) Kundera marca «la riabilitazione centrale del ruolo del romanziere»[3] («nella scelta dell’attrice il regista del sogno è stato piuttosto esigente»)[4]: viene sedotta dall’ex marito e dalla sua nuova moglie, che la bacia con veemenza sulla bocca. Questo sogno comincia a minare l’idea che Chantal si è fatta di sé stessa, ma è il mattino seguente che nell’identità che si è costruita si apre una voragine. Esce dall’albergo e va verso il mare. Si imbatte dapprima in un papà intento a gestire i propri bambini, poi in una schiera di uomini presi a far volare aquiloni. Chantal mette alla prova la propria femminilità adescando il pubblico maschile, che resta saldo nella parte mentre il suo corpo subisce un attacco: «Oh no, gli uomini non si volteranno mai più a guardarla!»[5].

Se Chantal è la prima a percorrere la via del dubbio, Jean-Marc la segue. Arrivato in albergo prima del previsto, corre in spiaggia a cercarla e la riconosce in una figura immobile a contemplare le vele, ma, approssimandosi, scopre di essersi sbagliato:

Adesso che la vedeva di profilo, Jean-Marc si rese conto che quello che aveva preso per lo chignon di Chantal era un foulard annodato intorno alla testa; e a mano a mano che le si avvicinava (con un passo che si era fatto di colpo meno affrettato), quella donna che aveva scambiato per Chantal diventava vecchia, brutta – e beffardamente diversa[6].

Jean-Marc fa un sogno: ha paura che sia accaduto qualcosa a Chantal, la cerca, corre per la strada, e alla fine la vede, di spalle, che si allontana. Allora le corre dietro gridando il suo nome, ma, proprio quando sta per raggiungerla, la donna volta la testa e Jean-Marc, inorridito, si trova davanti un altro viso, estraneo e sgradevole. Eppure non è un’altra persona: è proprio Chantal, la sua Chantal, non ci sono dubbi, ma è la sua Chantal con il viso di una sconosciuta – ed è una cosa atroce, intollerabilmente atroce. L’abbraccia, la stringe a sé e le ripete fra i singhiozzi: «Chantal, mia piccola Chantal, mia piccola Chantal!», come se tentasse, ripetendo quel nome, di restituire al viso sconosciuto che ha di fronte le sue antiche fattezze, la sua identità perduta[7].

Ciascuno dei due confessa all’altro la terribile scoperta:

“Che c’è? Che cosa è successo?”.

“Niente, niente” dice lei.

“Come, niente? Sei completamente trasformata”.

“Ho dormito malissimo. Anzi, non ho praticamente chiuso occhio. E ho avuto una brutta mattinata”.

“Una brutta mattinata? Perché?”.

“Ma niente, davvero non è niente”.

“Dimmelo”.

“Davvero non è niente”.

Lui insiste. E lei finisce per dire: “Gli uomini non si voltano più a guardarmi”[8].

[…] “Che cos’hai? Sei di nuovo triste. Da qualche giorno ho notato che sei triste. Che cosa c’è?”.

“Niente. Proprio niente”.

“E invece sì. Dài, che cos’è che ti rende triste in questo momento?”.

“Ho immaginato che tu eri un’altra”.

“In che senso?”.

“Che eri diversa da come ti immagino io. Che mi ero ingannato sulla tua identità”[9].

Kundera solleva la questione del lavoro come metro per definire noi stessi. Chantal è un’insegnante di liceo, che tradisce la propria inclinazione per un’occupazione più redditizia. Si consegna all’ingordo settore della pubblicità (che si spinge fino a dimostrare la pulsione sessuale del feto) pur di smettere di non essere nessuno:

“Non dimenticarti che ho due volti. Il che mi fa anche piacere, lo ammetto, ma ciò non toglie che avere due volti sia tutt’altro che facile. Esige uno sforzo, una disciplina! Devi capire che qualunque cosa io faccia, volente o nolente, la faccio con l’ambizione di farla bene, se non altro per non perdere il posto. Ed è molto difficile lavorare in modo ineccepibile e al tempo stesso disprezzare il lavoro che fai”[10].

Al contrario, Jean-Marc “mendica” un’occupazione (medico, maestro di sci, giornalista, disegnatore, disoccupato), riuscendo poi a conciliarne varie con la predominante presenza dell’amata: «“Tutto è cambiato il giorno in cui ho conosciuto te. Non certo perché i miei vari lavoretti sono diventati più appassionanti, ma perché adesso trasformo tutto quello che mi succede attorno in argomento di conversazione fra noi”»[11].

Il passato disturba il presente per accrescere lo smarrimento dovuto alla rivelazione di un io diverso. Quando la cognata di Chantal fa irruzione a casa sua col séguito dei nipoti e confida a Jean-Marc il nomignolo che la donna aveva dato al marito («“Lo chiamava ‘topolino mio’ – si figuri, come fosse stato un bambino piccolo!”»)[12], Jean-Marc ha difficoltà a sovrapporre quell’immagine leziosa con l’immagine della donna che ha scelto.

Oltre al Kundera amatore di cinema, questo romanzo reca tracce del Kundera appassionato d’arte. Chantal personaggio si trasforma in un ritratto identificato da un colore: il rosso. «Il rossore»[13] appare sul suo volto la prima volta che, durante un cocktail in un albergo di montagna, vede Jean-Marc: è il manifesto del suo amore, amore sigillato da una «collana di pietre rosse»[14] che l’uomo le regala. Estintosi negli anni della convivenza, il rossore ritorna quando, in un vero e proprio duello con Jean-Marc, dichiara che gli uomini non si voltano più a guardarla (in realtà, è Jean-Marc che ha smesso di guardarla): «Lei arrossisce. Arrossisce come da molto tempo non l’ha vista arrossire. E quel rossore sembra tradire desideri inconfessati»[15]. Per riaccendere quello che è il colore della loro identità di coppia, Jean-Marc sotto pseudonimo le scrive lettere in cui si sofferma su ogni parte del suo corpo per valorizzarne il fascino dimenticato. Diventa – come sostiene Starobinski – «un attore perfetto e insieme uno spettatore invisibile»[16]. Infatti, possiamo conoscere l’altro solo con la distanza; la vicinanza ce lo rende falso:

“Sono rimasto tre giorni senza vederti. Quando ti ho rivista, sono stato abbagliato dal tuo incedere così lieve, come se desiderassi librarti verso l’alto. Somigliavi alle fiamme, che per esistere devono innalzarsi e danzare. Più longilinea che mai, avanzavi circondata di fiamme – fiamme gioiose, dionisiache, ebbre, selvagge. Pensando a te, io getto sul tuo corpo nudo un mantello intessuto di fiamme. Sul tuo bianco corpo stendo un mantello rosso cardinale. E avvolta in questo mantello ti vedo in una camera rossa, sopra un letto rosso, mia rossa, stupenda cardinalessa!”[17].

Il rosso non configura soltanto la fantasia erotica. È anche la tonalità della morte, del “volume” ridotto in cenere che annulla lo spavento dell’introspezione:

“E la storia della testa di Haydn, la conosci? L’hanno staccata dal corpo ancora caldo perché uno scienziato un po’ tocco potesse sbucciarne il cervello e determinare il punto esatto in cui risiede il talento musicale. E la storia di Einstein, che aveva lasciato precise disposizioni testamentarie per essere cremato? Gli hanno obbedito, ma prima della cremazione un suo fedele e devoto discepolo, incapace di vivere senza lo sguardo del maestro, ha prelevato gli occhi dal cadavere e li ha messi in una bottiglia piena d’alcol perché potessero fissarlo fino al giorno in cui anche lui fosse morto… Per questo ti ho detto che solo il fuoco della cremazione permetterà al nostro corpo di sfuggire alle loro grinfie”[18].

Perché la chiacchiera da cui tutto è partito, ovvero il disinteresse degli uomini per un corpo femminile che sta invecchiando, è solo l’involucro di un bisogno che comincia a scalpitare: l’anima.

Dopo aver capito che dietro l’anonimo ammiratore si nasconde Jean-Marc, Chantal sparisce. Se «il silenzio, come il dialogo, può influenzare l’identità di qualcuno»[19], Chantal, con un viaggio a Londra, obbliga Jean-Marc a fare un viaggio verso sé stesso, per tornare a essere come è sempre stato. Inizia qui un sogno che racchiude tutti gli altri sogni. Chantal è in una stanza d’albergo, e ha di fronte un uomo sconosciuto che la chiama Anne: «è già nuda, eppure continuano a spogliarla! A spogliarla del suo io! A spogliarla del suo destino»[20]. Il tentativo di dire chi è veramente fallisce: «si accorge che il suo nome è come bloccato nella sua mente: non se lo ricorda più»[21]. Ed ecco che scende in campo Jean-Marc, il quale nel pericolo restituisce l’esatta statura di Chantal: «È pronto a fare qualunque cosa per lei, ma non sa cosa può fare, e questo è davvero insopportabile: non sa come aiutarla, eppure lui solo può aiutarla, lui, lui solo, perché lei non ha nessun altro al mondo, nessun altro in nessuna parte del mondo»[22]. Nominando la donna che ama, sta finalmente nominando sé stesso: «“Chantal! Chantal! Chantal!”»[23].

Nel finale il narratore/regista si denuda lasciandoci, dopo le scene di Jean-Marc che scende la scala che porta alla spiaggia e corre incontro a Chantal, e quella in cui Jean-Marc vaga per le strade londinesi alla ricerca di Chantal, la chiarità dell’ultima scena dell’Atalante (1934) diretto da Jean Vigo:

Vedo le loro due teste, di profilo, illuminate da una piccola lampada da comodino: la testa di Jean-Marc appoggiata sul cuscino, quella di Chantal china su di lui, a pochi centimetri dal suo viso. Lei diceva: “Non staccherò più gli occhi da te. Ti guarderò continuamente”. E, dopo una pausa: “Ho paura, quando le mie palpebre si abbassano. Paura che nell’attimo in cui il mio sguardo si spegne al tuo posto si insinui un serpente, un ratto, o un altro uomo”. Lui cercava di sollevarsi un poco per poterla sfiorare con le labbra. Lei scuoteva la testa: “No, voglio soltanto guardarti”. E poi: “Lascerò la lampada accesa per tutta la notte. Tutte le notti”[24].

C’è una scrittrice, nel nostro Novecento italiano, che ha affrontato, fin dall’esordio (se non prima, quando, con il vero nome di Lucia Lopresti, faceva un altro mestiere, quello della storica dell’arte), il tema dell’identità – Anna Banti –, sublimandolo in Un grido lacerante (1981), l’ultimo romanzo, autobiografico, ma di quell’autobiografismo che scivola di volta in volta in un nuovo personaggio femminile, in questo caso quello di Agnese Lanzi.

Le tinte con cui, più di un decennio prima di Kundera, dipinge questo soggetto sono così affini a quelle dell’Identité che vogliamo rischiare un breve paragone. Il romanzo comincia con un sogno. Un grido lacerante annuncia una nascita, ma si tratta di una nascita grottesca, perché quello che l’incubo spalanca è «un budello infimo», mentre la voce dei parenti assicura che dalla partoriente è uscita «una bellissima bambina»[25], la quale cerca sùbito il sonno, come se fosse la morte.

Agnese potrebbe essere quel neonato a terra, affidato alla cura di tre donne che guardano altrove, che chiude a destra il quadro di Gauguin D’où venons-nous? Que sommes-nous? Où allons-nous? Perché venire al mondo significa, per lei, non potersi sottrarre a una domanda: «“Chi sono io?”»[26]. Per dare (e darsi) un’identità la Banti costruisce «un libro fatto di fogli staccati, come di ricordi e frammenti»[27], che dall’infanzia arriva alla vecchiaia di Agnese. La prima riposta che rintracciamo nel testo è «“Sono una bambina, una bambina”»[28]. Questa presa di posizione traballa quando Agnese si accorge di non avere un dialogo con i giocattoli:

Poche cose erano permesse ed erano quelle che meno le piacevano. Per esempio, in dispensa la cassa dei giocattoli, di legno crudo e rasposo, senza coperchio. C’erano dentro, oltre la bambola piccola e stupida, quella grande avvolta nella velina perché non si sciupasse – odiosa! – e poi tanti oggetti inutili, da non sapere cosa farne. Agnese girava largo, le bastava vederli per provare un senso di noia scoraggiata. Quella roba non era per lei, dunque lei non era una vera bambina. Per lei ci voleva… che cosa? Non lo sapeva, anzi aveva paura di saperlo. Aveva dei momenti vuoti, da chiedere l’elemosina di qualcuno che li riempisse: allora si raggomitolava sul suo seggiolino e cantava a denti stretti le sue nenie di lattante[29].

La maturità continua a metterla davanti alla conquista di sé stessa:

Un lampo di lucidezza: Agnese Lanzi si rivede a diciotto anni, scontrosa e solitaria, dopo lo scontato successo della maturità, girovagante fra il Pantheon, la Sapienza, palazzo Carpegna e qualche casuale compagna tediosamente goliardica. L’estate era passata in un soffio di aria bruciante e colla sensazione spiacevole di aver perduto o dimenticato qualcosa molto importante. Neanche la breve rinascita del bagno marino serviva. L’autunno era alle porte ed esigeva riflessioni dubbiose, e il bisogno di riconoscersi in qualcuno o qualche cosa, capace, una buona volta, di fare e toccare cose reali[30].

Si iscrive alla facoltà di Lettere, frequenta le lezioni di Storia dell’arte del professor Delga, si laurea, vince il concorso presso la Soprintendenza e diventa ispettrice di un piccolo museo di una cittadina abruzzese. Non solo: la presenza sovrana della pittura (Artemisia, Velázquez, Zurbarán, Goya, Rubens, Vermeer, Lotto, Watteau, il Greco, Caravaggio, Tiziano, Raffaello, Veronese, Giotto, Duccio, Simone, Pontormo, Bosch, Bruegel, Correggio) in questa narrazione dà testimonianza di un’«autocoscienza formalizzata»[31].

D’un tratto, però, troviamo Agnese divenuta moglie del professor Delga (Roberto Longhi), l’uomo che l’ha riportata in vita dopo che era stata crocifissa come eretica dal prete abruzzese per la sua decisione di trasferire a Roma la statua della Vergine per un consolidamento, strappandola ai fedeli:

Di notte sognava che la Madonnina gotica era lì, ai piedi del suo letto. Di giorno sapeva che oltre a sua madre qualcuno sedeva al suo capezzale, ma lei faceva fatica a voltarsi, una fatica, più che fisica, intensamente mentale. Non aveva dubbi circa un’unica presenza reale, oggettiva, il tocco di una mano lunga e sottile, posata leggermente sulla sua che giaceva sul rovescio del lenzuolo. La facoltà di riconoscere, salutare, accennare un sorriso le tornò a poco a poco ma non esitò quando da una nota voce si sentì richiedere. Rispose sommessa e come soprapensiero un “sì, naturalmente” che le parve di aver pronunziato infinite volte[32].

È un’Annunciazione al rovescio: in cambio dell’amore del Maestro, Agnese rinuncia alle proprie ambizioni di critica d’arte («la cosa più nobile che uno potesse esercitare»)[33] e alla maternità:

Aveva dato le dimissioni dal suo sfortunato esordio e adesso i colleghi delle varie Sovrintendenze si davano daffare per sistemarla con un incarico facile, tranquillo, poco impegnativo. Lei ringraziò ma dopo qualche giorno di prova, rinunziò: moglie di un Maestro famoso, non poteva accettare un lavoro di tipo squalificante. Del resto aveva ben altri compensi. Appoggiata al braccio di colui che così miracolosamente era divenuto suo marito, beveva, per così dire, la sua lezione quotidiana. Ogni giorno un artista nuovo da scoprire, un problema da districare, il piacere di una imprevista lode: come avrebbe osato chiedere di più[34]?

Il cuore di questo autoscavo è, infatti, una storia d’amore, un matrimonio dipinto come un miracolo, che non ha forma né parole per dirsi: quando Delga si ammala, «da quell’arco che era il suo[35] corpo teso fino a spezzarsi poche parole si liberarono in lei con estrema violenza: “Cristo, aiuto, Cristo la mia vita per la sua, prendila”»[36]; e, quando poi muore, «il suo[37] cervello […] grida […] “addio amore mio” ma la sua bocca […] rima[ne] chiusa, sigillata dallo strazio di non trovare un saluto più alto, parole più rare e ardenti di quella frase popolare, misera, che pure esprimeva tutta la sua verità»[38].

Allontanando la propria aspirazione, la mette nelle mani della creatura che ama («il Maestro continuava a lavorare»)[39], salvandola. E si annida in un’altra pelle: «Raccontare… e perché no, dopotutto?»[40]. Ma come rinnegare il colore («Lei arrossì»)[41] quando, nominata Presidente del Consiglio direttivo della Fondazione voluta dal marito per proseguire la sua opera, Agnese torna a parlare di quadri, collezioni, restauri e puliture? Come conciliare questa felicità pittorica con la confessione del suo vero lavoro? «“Non dimenticate che sono una donna di lettere”»[42].

Il romanzo finisce com’era iniziato, con un sogno: «Stava seduta su un monticello di sassi angolosi che le pungevano i fianchi e non le riusciva di accomodarsi meglio. Si guardava intorno e pur non riconoscendo il luogo, capiva di trovarsi a casa. Era scalza, i suoi piedi poggiavano su uno strato di polvere granulosa e tagliente: non avrebbe potuto camminarci»[43]. A dispetto di quanto afferma, la domanda dell’infanzia resta senza risposta. Agnese, che in questo romanzo non grida mai, risolvendo il dolore di un duplice tradimento («critica d’arte o letterata, […] studiosa e innamorata»)[44] nella compostezza degna di una Madonna, capisce che il bisogno di appartenere può quietarsi solo nel momento in cui la vita si spegnerà: «Un giorno – o una notte – sarebbe venuta l’ora. L’ora che non rintoccherà senza che un grido lacerante la trasformi in un minuto»[45].

In conclusione, oltre ai richiami evidenziati, un messaggio lega i due romanzi: l’identità non è nei discorsi con cui ci scusiamo, ci difendiamo, ci assolviamo, ma in ciò che avviciniamo come parola mancante, spostata sempre un po’ più in là.

 

  1. M. Kundera, L’identità, trad. it. di E. Marchi, Milano, Adelphi, 1997, pp. 9 e 11 (ed. or. L’identité, Paris, Gallimard, 1997).

  2. P. Citati, La gioiosa freddezza di Milan Kundera, in «La Repubblica», 28 ottobre 1997.

  3. J. Češca, Le roman comme déploiement symbolique du rêve: la thématique du rêve dans l’œuvre de Milan Kundera, in «Revue des études slaves», LXXXII/3, 2011, p. 458 (la traduzione è mia).

  4. M. Kundera, L’identità, op. cit., p. 13.

  5. Ivi, p. 22.

  6. Ivi, p. 26.

  7. Ivi, pp. 41-42.

  8. Ivi, pp. 29-30.

  9. Ivi, p. 97.

  10. Ivi, p. 35.

  11. Ivi, p. 90.

  12. Ivi, p. 119.

  13. Ivi, p. 102.

  14. Ivi, p. 78.

  15. Ivi, p. 30.

  16. J. Starobinski, L’occhio vivente. Studi su Corneille, Racine, Rousseau, Stendhal, Freud, trad. it. di G. Guglielmi, Torino, Einaudi, 1975, p. 168.

  17. M. Kundera, L’identità, op. cit., p. 80.

  18. Ivi, p. 66.

  19. A. Farahbakhsh, M. Jahanbani, Identity and identity-negation in Milan Kundera’s “Identity”, in «BEST: International Journal of Humanities, Arts, Medicine and Science», 3/12, dicembre 2015, p. 179 (la traduzione è mia).

  20. M. Kundera, L’identità, op. cit., p. 172.

  21. Ibidem

  22. Ivi, p. 170.

  23. Ivi, p. 174.

  24. Ivi, pp. 175-76.

  25. A. Banti, Un grido lacerante, Milano, Rizzoli, 1981, p. 7.

  26. Ivi, p. 9.

  27. A. Andreoli, I miei libri? Una sconfitta, in «Paese Sera», 3 maggio 1981.

  28. A. Banti, Un grido lacerante, op. cit., p. 9.

  29. Ivi, pp. 13-14.

  30. Ivi, p. 19.

  31. A. Beretta Anguissola, Recensione di “Un grido lacerante”, in «Paragone», a. XXXII, n. 378, agosto 1981, p. 81.

  32. A. Banti, Un grido lacerante, op. cit., p. 27.

  33. G. Livi, Tutto si è guastato, in «Corriere della Sera», 15 aprile 1971.

  34. A. Banti, Un grido lacerante, op. cit., p. 28.

  35. Di Agnese.

  36. Ivi, p. 61.

  37. Di Agnese.

  38. Ivi, p. 80.

  39. Ivi, p. 42.

  40. Ivi, p. 33.

  41. Ivi, p. 164.

  42. Ibidem.

  43. Ivi, p. 173.

  44. Ivi, p. 131.

  45. Ivi, p. 175.

(fasc. 48, 11 luglio 2023)

L’America Latina di Milan Kundera

Author di Massimo Rizzante

1

Tutto iniziò nel dicembre del 1968.

Tre mesi dopo che l’esercito sovietico aveva occupato la Cecoslovacchia, tre scrittori latinoamericani — Gabriel García Márquez, Carlos Fuentes e Julio Cortázar — camminavano infreddoliti sotto la neve di Praga per incontrarsi con alcuni loro colleghi. Fra costoro c’era Milan Kundera, che aveva appena pubblicato con successo il suo primo romanzo, Lo scherzo (1967)[1]. In quel momento nessuno dei tre latinoamericani aveva ancora letto il romanzo dell’autore ceco. Kundera, dal canto suo, non aveva letto Cent’anni di solitudine (1967), le cui bozze avrebbe letto in traduzione ceca solo più tardi. Non aveva letto neppure Rayuela (1963), l’unico grande romanzo di Cortázar che Gallimard aveva pubblicato nel 1967. Aveva letto forse La regione più trasparente (1958) e La morte di Artemio Cruz (1962), i due romanzi di Fuentes pubblicati rispettivamente in Francia nel 1962 e nel 1966? A quell’epoca, non credo. Quel che è certo è che durante quella settimana a Praga, tra bevute e bagni rigeneratori nelle acque gelide della Moldava, i quattro diventarono amici. Quel che è certo è che quell’incontro a Praga nel dicembre del 1968 fu un evento tanto imprevedibile quanto cruciale per la storia del romanzo dell’Europa centrale e dell’America Latina, i due epicentri del rinnovamento dell’arte del romanzo della seconda metà del XX secolo.

2

Si dice che la critica sia una forma di autobiografia. Forse ciò è vero soprattutto quando si tratta della critica degli scrittori. Quando uno scrittore, un romanziere, un artista scrive sulle sue letture, scrive sulla sua opera. Ci rivela, cioè, come desidererebbe che la sua opera fosse letta, da quale punto di vista, all’interno di quale tradizione. In modo tanto libero quanto arbitrario ci informa della sua posizione critica, del suo orizzonte storico, della sua concezione letteraria. In altre parole, ci indica chi sono i suoi amici senza badare se hanno vissuto cinque secoli fa o se sono suoi contemporanei in un altro continente.

Se si prende in considerazione quel che Kundera ha scritto nei propri saggi, dal 1986 al 2009, dopo quel primo incontro nel 1968 con i tre scrittori latinoamericani, si constata la presenza di García Márquez e di Carlos Fuentes, autori sui quali Kundera torna varie volte. Nel Sipario fa la sua entrata, discreta e apparentemente tardiva, l’opera di Alejo Carpentier, mentre il nome di Ernesto Sábato appare una sola volta[2]. Il suo amico Octavio Paz aveva trovato posto, sin dall’Arte del romanzo, alla lettera O di “Octavio” nelle Sessantanove parole della sesta parte del saggio. La parola “Borges” non fa parte del vocabolario kunderiano. Che cosa ci dice questa scelta? Che cosa trova Kundera nelle opere di questi scrittori tanto da sentirli così vicini alla sua estetica?

3

Kundera rilegge diverse volte Cent’anni di solitudine. Nelle storie della famiglia Buendía scopre, naturalmente, la radice surrealista. Ma l’immaginazione surrealista si era manifestata soprattutto attraverso la poesia e la pittura. I surrealisti consideravano il romanzo una forma sommamente antipoetica. È stato Kafka — Kundera lo ha scritto a più riprese — che per primo ha legittimato e introdotto l’inverosimiglianza nel romanzo. Gabriel García Márquez aveva appreso la sua lezione? Certo, egli stesso lo ha riconosciuto. Tuttavia il suo romanzo è molto poco kafkiano. Da dove vengono, allora, la sua ricchezza immaginativa, il suo senso del meraviglioso? La chiave sta nel distinguere, come afferma Kundera, la poesia dal lirismo: non sono, infatti, la stessa cosa. La poesia del romanzo di Cent’anni di solitudine è una prova inconfutabile di tale distinzione, dato che l’autore «non si confessa, non apre la sua anima, a inebriarlo è solo il mondo oggettivo, che egli innalza in una sfera in cui tutto è al tempo stesso reale, inverosimile e magico»[3]. D’accordo. Ma la domanda continua a rimanere inevasa: qual è la fonte di questa ricca immaginazione antilirica?

Direi che è il frutto di due ritorni e di due libertà: il ritorno alle origini della storia del romanzo, a Rabelais, a Cervantes e alla loro libertà di raccontare le avventure dei personaggi e dell’ambiente che li circonda senza preoccuparsi della loro verosimiglianza; e un ritorno alle forme orali poetiche ed epiche dell’America Latina, libere, a loro volta, dall’immaginario europeo.

In Cent’anni di solitudine è un narratore alla maniera di Rabelais e Cervantes colui che parla, che agisce, che conduce il lettore in tutti i luoghi della terra, che riscopre l’antico cantastorie orale seppellito nel passato mitico di un continente conquistato dalla civiltà europea, anche se mai realmente scoperto. Tutto accade come se l’autore, nuovo Adamo, sfidasse i conquistatori del suo Eden tropicale: venite, venite a vedere quel che succede a Macondo… Pensate di conoscerci? Pensate di sapere quel che si nasconde nel laboratorio di José Arcadio Buendía, «la cui smisurata immaginazione andava sempre più lontano dell’ingegno della natura, e ancora più in là del miracolo e della magia»[4]? Il celebre “realismo magico” (niente a che vedere con il “real maravilloso” di Alejo Carpentier) a cui si ricorre spesso per classificare l’opera di Gabriel García Márquez non è che una formula europea per definire la nostra attrazione per l’esotico, la nostra povertà di immaginazione, la nostra concezione limitata della realtà, la nostra sovradeterminazione della grisaille. Non si tratta di vedere “la realtà nel romanzo”, ma, al contrario, “il romanzo nella realtà”. Né il tempo né lo spazio né i personaggi né la natura, nell’opera di García Márquez, si possono pienamente comprendere se li guardiamo attraverso la lente bifocale della ragione cartesiana. E ancora meno se li consideriamo attraverso la tradizione del romanzo del XIX secolo.

In Romanzo e procreazione, breve saggio compreso in Un incontro, Kundera, accortosi che in molti grandi romanzi di tutti i tempi «i protagonisti non hanno figli», afferma che «lo spirito dell’arte del romanzo prova ripugnanza nei confronti della procreazione». Kundera situa l’origine di questa riflessione all’inizio dei Tempi Moderni quando, grazie a Cervantes, l’uomo si insedia sulla scena dell’Europa in quanto individuo: «Don Chisciotte muore e il romanzo si conclude; questa conclusione è così perfettamente definitiva perché Don Chisciotte non ha figli; se ne avesse, la sua vita si prolungherebbe, sarebbe imitata o contestata, difesa o tradita»[5].

Conosciamo una dichiarazione più feroce e allo stesso tempo pronunciata in modo più semplice contro la vita? Contro la famiglia? Contro questa benedizione di Dio e della specie che sono i bambini? Ciò significa che, da una parte, c’è la creazione romanzesca e, dall’altra, la missione procreatrice: due modi di concepire l’individuo. La prima considera quest’ultimo un’entità autonoma, indipendente; la seconda lo concepisce come un’entità incompiuta che, rispettando i diktat divini o della natura, è destinata a confondersi con tutte le altre entità. Bene. Ma in Cent’anni di solitudine «il centro dell’attenzione non è più l’individuo — scrive Kundera —, ma uno stuolo di individui; sono tutti originali, inimitabili, eppure ciascuno di loro non è che il lampo fugace di un raggio di sole sull’onda di un fiume»[6].

Il romanzo di Gabriel García Márquez è, infatti, una lunga genealogia in cui i nomi dei membri delle sette generazioni della famiglia Buendía sono gli stessi o molto simili e perciò si possono confondere (ci sono almeno tre José Arcadio e due Aureliano); in cui l’età dei personaggi è molto difficile da calcolare (si invecchia con sorprendente rapidità o si conserva la bellezza fino all’ultimo giorno, come nel caso di Fernanda; o si può vivere fino a centoventidue anni, come Úrsula); in cui la frontiera tra i vivi e i morti è quasi inesistente. Il tempo, a Macondo, non passa come in qualsiasi altro luogo: scorre come un «fiume», certo, ma un fiume che si trova molto lontano dalla Storia, questa invenzione europea che irrompe prendendo quasi sempre le forme della guerra e del progresso tecnico e che, per questo motivo, si trasforma in un’eco distante. Per non parlare della forsennata fertilità di Aureliano, il figlio di José Arcadio e Úrsula che, all’inizio dei capitoli dedicati alle guerre civili, è così descritto dall’autore:

Il colonello Aureliano Buendía promosse trentadue sollevazioni armate e le perse tutte. Ebbe diciassette figli maschi da diciassette donne diverse, che furono sterminati uno dopo l’altro in una sola notte, prima che il maggiore compisse trantacinque anni[7].

Kundera, alla fine del suo breve saggio, si domanda se il tempo dell’individualismo moderno, nato con il personaggio di Don Chisciotte, è ancora il tempo di José Arcadio, di Aureliano e dei suoi diciassette figli. O se, al contrario, si trova in un passato mitico o in un futuro dove l’individuo tornerà a “ripiombare nella specie”.

Šklovskij diceva che «le muse sono la tradizione letteraria». Tutta la nostra ispirazione, per quanto personale la crediamo, è in debito con ciò che è stato scritto prima di noi. Si scrive in praesentia di tutta la letteratura, che lo sappiamo o no. In questo senso, come affermò un altro grande scrittore latinoamericano, Ricardo Piglia, non facciamo che «correggere le bozze di un lungo manoscritto» la cui singolare versione definitiva non è che una parte di quel mi piace chiamare un “dialogo infinito”. A volte tale dialogo si arricchisce di voci che sorgono da un tempo preletterario, preistorico, in cui il passato e il futuro si incontrano in modo imprevedibile in un presente tanto concreto quanto chimerico: è il tempo di Macondo; è il tempo romanzesco di Macondo. Infatti, c’è da aggiungere, solo nel romanzo possono coesistere tutti i tempi.

4

Questa è la sfida più grande del romanzo moderno. Almeno per Kundera e il suo amico Carlos Fuentes, i due allievi più fedeli al romanzo “polistorico” di Hermann Broch. Alla luce dei Sonnambuli la loro amicizia diventa una vera affinità estetica. In Broch i personaggi della trilogia, Pasenow, Esch e Huguenau, sono concepiti come «ponti gettati al di sopra del tempo», ha scritto Kundera. Ciò significa che il loro aspetto físico, la loro psicologia e il loro passato personale non sono molto importanti per comprenderli. Per comprendere la ribellione di Esch bisogna risalire la storia europea fino all’epoca di Lutero. Non si tratta solo di un modo di superare il romanzo realista e psicologico del XIX secolo: è un modo nuovo di esplorare l’uomo.

Attraverso il filtro brochiano Kundera, nei Testamenti traditi, rilegge la propria stessa opera comparandola con quella di Fuentes. In Terra nostra (1975) trova, ancor più che i romanzi precedenti dell’autore messicano, l’ossessione estetica di far coesistere differenti tempi storici, che egli stesso aveva appena esorcizzato nel suo romanzo La vita è altrove (1973). Tuttavia, le tecniche che i due romanzieri utilizzano per tenere insieme i tempi storici senza che l’opera perda la propria unità non coincidono. In Kundera il presente del poeta Jaromil si intreccia con i passati di Rimbaud, Keats e Lermontov grazie alla ripetizione di motivi e temi. In Fuentes gli stessi personaggi si reincarnano attraverso i secoli e i continenti creando un’“altra Storia” — poetica, onirica — che non ha nulla a che fare con quella cronologica degli storici. Per comprendere Jaromil bisogna esplorare il suo mondo lirico davanti allo schermo di tutta la storia della poesia europea. Per comprendere l’uomo messicano del XX bisogna esporlo all’incontro di numerose epoche, risalendo fino alla scoperta dell’America.

Kundera, nella parte finale del Sipario ritorna sulla propria ossessione e la trova anche nei romanzi di Alejo Carpentier: Il secolo dei lumi (1958), Concerto barocco (1974) e L’arpa e l’ombra (1979). Mi ricordo che, la prima volta che lessi il capitolo in questione, ebbi un sussulto. Alla fine avevo ritrovato in Kundera il grande Carpentier, il mio eroe dei due mondi, il Broch dei Caraibi! Si tratta di un maestro segreto di Kundera. Kundera e Carpentier sono, inoltre, i due soli romanzieri musicologi della seconda meta del XX secolo, gli unici che con cognizione di causa hanno musicalizzato il romanzo, che lo hanno assoggettato alla disciplina formale della musica: sonata, fuga, concerto, sinfonia, variazioni sul tema… L’autore cubano, che visse a Parigi tra la fine degli anni Venti e la fine degli anni Trenta del secolo passato, aveva letto Broch già negli anni Quaranta. Ecco cosa scrive nel 1955, dopo la lettura della Morte di Virgilio, in un suo articolo intitolato Romanzo e musica:

Perché allora il romanzo si sottrae quasi sempre a questo genere di regole? Mi si risponderà̀ che il romanzo – che è prima di tutto una storia – equivale a ciò che in musica si chiama libera composizione. È il tema scelto che detta le leggi e il tempo. Ma si potrebbe ugualmente dire che questa libera composizione conduce frequentemente gli autori a una brillante pratica dell’arte dell’improptu. Tuttavia ci sono casi, come il romanzo di Hermann Broch, in cui la volontà̀ di occuparsi della composizione, della forma e dell’equilibrio tra le singole parti ha dato magnifici risultati[8].

Che cosa posso aggiungere? Forse un passaggio del discorso (1978) che l’autore del Regno di questo mondo (1949) pronunciò al momento della consegna del premio Cervantes. Si tratta di un passaggio che Kundera non può aver letto senza fare un salto sulla sedia:

Tutto è già presente nell’opera di Cervantes […] Don Chisciotte si presenta come una geniale serie di variazioni sulla base di un tema iniziale: un’opera che assomiglia molto alle variazioni musicali inventate dal maestro Antonio de Cabezón, l’organista cieco e ispirato suonatore di vihuela che visse alla corte di Filippo II e che fu l’inventore di questa tecnica fondamentale dell’arte musicale[9].

5

Molto bene. Ma la domanda continua a essere inevasa: perché molti romanzieri di diversi paesi e continenti (Broch, Kundera, Rushdie, Fuentes, Kenzaburo Oe), a volte molto lontani gli uni dagli altri nel tempo e nello spazio (Thomas Mann, Kiš, Sebald, Chamoiseau, Carpentier), prima ancora di venire a conoscenza delle loro reciproche relazioni estetiche (Fuentes legge prima Faulkner e poi Broch e Kundera; Kundera legge prima Broch e poi Fuentes) si sono imposti questa grande sfida? Perché il romanzo del XX secolo ha voluto lottare contro la legge dello sviluppo lineare degli eventi? Tutto il romanzo moderno è una ribellione contro tale condanna. La pluralità delle voci; la costruzione sovraindividuale del personaggio; la rottura della narrazione attraverso punti di vista differenti; gli improvvisi mutamenti di registro; le intrusioni in altri territori come il reportage, la lettera, il saggio; i confronti e la coesistenza con altre arti: la poesia, la musica, il teatro, la pittura, la fotografia, il cinema. Tutto ciò per creare un romanzo polifonico e sinfonico, un luogo dove tutto è presente. Tutto ciò per rivendicare “il presente che è custodito in tutti i passati”. Non è così?[10]

  1. «Ho cominciato a scrivere Lo scherzo verso il 1961, più̀ o meno sicuro che sarebbe stato pubblicato. Durante gli anni Sessanta, molto tempo prima della Primavera di Praga, il realismo socialista e tutta l’ideologia ufficiale erano già morti, avevano ormai solo una funzione di facciata che nessuno prendeva più̀ sul serio. Terminato nel dicembre del 1965, il manoscritto rimase circa un anno negli uffici della censura che, alla fine, non pretese nessun cambiamento. Il romanzo fu pubblicato nella primavera del 1967 ed ebbe in rapida successione tre edizioni che raggiunsero globalmente una tiratura di 117.000 copie. Nella primavera del 1968 il libro ottenne il premio dell’Unione degli scrittori cecoslovacchi. Dal romanzo ricavai in seguito una sceneggiatura per il mio amico Jaromil Jireš, il quale ne fece un film che non ho mai smesso d’amare. La critica letteraria si occupò poco dell’aspetto politico del libro, mettendo in evidenza invece la sua matrice esistenziale (Un romanzo dell’esistenza è il titolo di una recensione di Zdeněk Kožmín). Come vedi, agli inizi del mio percorso di romanziere mi sono sentito perfettamente compreso in patria. Ma fu un momento di breve durata. Un anno dopo, nel 1968, l’invasione russa instaurò di nuovo uno stalinismo antidiluviano e intellettualmente oppressivo. Fu allora che Lo scherzo sparì dalle librerie e dalle biblioteche»: M. Rizzante, Un dialogo infinito, Milano, Effigie, 2015, p. 195.
  2. M. Kundera, Il sipario, trad. italiana di M. Rizzante, Milano, Adelphi, 2005, pp. 175-77.
  3. M. Kundera, Il sipario, op. cit., p. 94.
  4. G. García Márquez, Cent’anni di solitudine, trad. italiana di E. Cicogna, Milano, Mondadori, 1982, p. 4.
  5. M. Kundera, Un incontro, trad. italiana di M. Rizzante, Milano, Adelphi, 2009, p. 50.
  6. Ivi, p. 51.
  7. G. García Márquez, Cent’anni di solitudine, op. cit., p. 103.
  8. Cit. da A. Carpentier, Romanzo e musica [1955], ora in Id., L’età dell’impazienza. Saggi, articoli, interviste (1925-1980), a cura e con un saggio di M. Rizzante, Postfazione di M. Gallego Roca, Milano-Udine, Mimesis, 2022, p. 174.
  9. Cit. da A. Carpentier, Cervantes all’alba di oggi [1977], ora in Id., L’età dell’impazienza, op. cit., pp. 286-87.
  10. Una precedente versione di questo articolo è stata pubblicata in francese su «L’Atelier du roman», n. 100 (Milan Kundera – La Renaissance romanesque), 19 marzo 2020.

(fasc. 48, 11 luglio 2023)

L‘art du roman et l‘art de la lecture. Milan Kundera :  poétique et catharsis

Author di Sylvie Richterová

Si l’on recherche les théories esthétiques s’approchant le plus de la conception que se fait Kundera du roman en tant que jeu ou expérience esthétique libérée, on pourra citer, outre l’esthétique de Mukařovský, que le romancier découvre dès ses années d’études, les notions de jeu esthétique et de liberté esthétique telles qu’elles sont développées par Friedrich Schiller dans ses Lettres sur l’éducation esthétique de l’homme[1]. « L‘homme ne joue que là où, dans la pleine acception du mot, il est homme, et il n’est tout à fait homme que là où il joue »[2].

L’objet de l’instinct de jeu est la forme vivante, la beauté. « L’homme ne doit que jouer avec la beauté et il ne doit jouer qu’avec la beauté »[3]. L’homme entretient avec les choses une relation physique, logique ou morale, mais seule l’éducation esthétique permet de « cultiver la totalité de nos forces sensibles et spirituelles en les organisant le plus harmonieusement possible »[4]. Ces réflexions de Schiller sont remarquablement pertinentes dans le cadre de l’esthétique de Kundera.

Composition polyphonique du roman et la méditation

Dans les romans de Kundera l’action du roman se déroule dans le temps, et la première lecture demande une perception progressive des péripéties, de la première page au point final. La composition polyphonique, les essais insérés dans le récit, le contrepoint, les résonnances des diverses lignes thématiques et plans historiques ne peuvent être correctement perçues par le lecteur que s’il a embrassé l’œuvre tout entière. Elle s’expose à travers plusieurs couches sémantiques faisant sortir l’oeuvre de la dimension temporelle, linéaire, pour devenir aussi spatiale. L‘espace que l‘oeuvre crée cesse d‘être matériel. Il est destiné à provoquer une expérience esthétique à laquelle n’est pas étrangère la notion d’« alchimie »[5].

Par ces composantes esthétiques, métalittéraires, intertextuelles, cet œuvre nous offre (sans nous l’imposer pour autant) la possibilité de sortir de la perception linéaire, progressive de textes, pour adopter des approches de lecture plus « élevées ».

L’un des mots clés des essais de Kundera sur l’art du roman est celui de «méditation». La méditation nécessite de quitter la perception abstraite des tableaux et des récits et de les saisir non seulement par la raison, mais aussi par l’âme. Pour le dire avec les mots du titre de l’un des chapitres du troisième recueil d’essais intitulé Le Rideau, il s’agit d’« aller dans l’âme des choses ». Kundera emploie également le mot de « méditation » dans la quatrième partie de l’Art du roman : « baser un roman sur une méditation perpétuelle signifie aller à l’encontre de l’esprit de l’époque, qui a tout à fait perdu le goût de la réflexion »[6].

La première lecture d’un roman ne saurait être trop méditative, elle doit se dérouler de façon diachronique car entrer dans le plan temporel et suivre le déroulement du récit est une des conditions du jeu. On pourrait dire qu’elle correspond à l’« être-jeté » d’Heidegger. Un récit superficiel traversé de passages réflexifs devient passionnant, et garantit l’attention du lecteur sans pour autant exclure l’incompréhension voire l’irritation. La mémoire fixe en premier lieu ce qui nous frappe, mais reste la question de savoir pourquoi et comment certaines choses s’enracinent et non d’autres. La lecture méditative permet de percevoir l’ensemble de l’œuvre comme un édifice, et de le traverser dans différentes directions. Cet espace architectural peut être à trois dimensions, ou bien ouvert à d’autres plans de signification. (Et si nous devions évoquer ici un exemple de lecture méditative, il nous suffirait d’ouvrir les essais de Kundera et de lire les pages consacrées à Kafka, Tolstoï, Broch, Musil, Cervantès ou encore Janáček, Schönberg et tant d’autres artistes plus ou moins célèbres.)

Les thèmes de l’œuvre

Le jeu, la dimension esthétique de l’œuvre, la lecture méditative et l’interrogation donnent naissance à des accords ou des contrepoints grâce auxquels les personnages, les actions et les passages réflexifs résonnent et s’éclairent mutuellement. Quant à l’exécution individuelle – c’est-à-dire la lecture méditative – elle relie les neuf romans, le recueil de nouvelles, les pièces de théâtre et les quatre recueils d’essais contenus dans « l’œuvre » : les possibilités offertes par les traversées, les raccourcis, les enchevêtrements et les différenciations sont infinies. Les valeurs absolues, mais aussi les thèmes existentiels fondamentaux sont toujours les mêmes – et, du reste, ne peuvent pas changer, qu’il s’agisse de l’Antiquité, de la Bible ou du monde moderne. Et c’est bien ici que réside le cœur de toute la question : on dirait que le monde moderne s’est débarrassé d’elles, car l’homme moderne a perdu son Lebenswelt non seulement au sens de son existence concrète sur Terre, mais aussi et surtout au sens d’un mystère et d’une sacralité de la vie que le matérialisme résout en procédant à des ratures grossières. Car, au royaume des valeurs matérielles, poser publiquement la question des fins premières et dernières de l’homme, chercher en quoi réside l’individualité voire où siège l’âme est intolérable, pire : c’est banal et de mauvais goût. Dans l’œuvre de Kundera, les grandes questions sont omniprésentes, actives, et, pour employer un terme de chimie, non saturées. Elles se mêlent à des événements concrets, ancrés dans un temps historique précis, s’incarnent dans des variations toujours nouvelles, rappellent ingénieusement les zones qui sont restées vides après leur disparition. Elles nous provoquent, et il peut sembler au premier abord que les grands thèmes disparaissent : l’ironie, le paradoxe semblent témoigner de leur absence. Mais le témoignage d’une absence ne signifie pas une indifférence ou une négation, mais bien plutôt une puissante évocation. L’ironie, le rire et le paradoxe viennent remplacer les certitudes du monde ancien et jouent le rôle de vecteurs. Le roman issu de la découverte de la sagesse de l’incertitude propre à Cervantès ne peut conduire l’individu libre qu’à des questions, jamais à des réponses. L’expérience esthétique, qui n’est pas le pendant d’une expérience inesthétique mais une nécessité ontologique pour l’être humain, constitue le véritable noyau de l’œuvre. On peut dire d’elle qu’elle est et n’est pas une réponse en même temps. Et que le lecteur a sur elle les pleins pouvoirs.

Le roman et la musique

En ce sens, le principe même du jeu, qui constitue la forme et le fond est essentiel. Dans la perspective de l’œuvre accomplie, on perçoit une autre dimension : le concept de « jeu » se concrétise non seulement dans le sens de « dimension ludique », mais aussi d’« exécution musicale ». On peut ainsi comparer l’œuvre dans son ensemble à une partition : « Je voudrais que le roman, dans ses passages réflexifs, se transforme de temps en temps en chant », lisons-nous dans L’Art du roman à l’article Litanie. L’auteur y invite à une approche artistique exigeante et suggère à nouveau que la lecture courante ne saurait épuiser le potentiel sémantique, intellectuel, poétique et inspirant de l’œuvre. La possibilité de « jouer » le roman comme un scherzo, une fugue ou une cantate se fonde sur le recours intentionnel aux principes de la composition musicale dans la composition du roman, et ne peut se réaliser que grâce à une certaine forme d’exécution individuelle. La théorie de la littérature appelle généralement cette exécution la « réception », le structuralisme parle quant à lui de percepteur : les deux termes expriment une approche plus passive, dans une certaine mesure, que la notion de lecture ou de questionnement méditatifs.

Le recours à des éléments musicaux invite à analyser la technique de composition et constitue donc une initiation aux mystères de la forme, dont la beauté réside justement dans l’art[7]. Ici, un terme plus adéquat pourrait être celui d’exécution. Sans exécution, sans réalisation individuelle de la composition, la partition est condamnée à rester muette. Grâce à une approche esthétique active, le lecteur met en jeu de nombreuses capacités et qualités intellectuelles (méditatives, philosophiques, artistiques). Tous les lecteurs sont égaux face au livre. Après la lecture, après l’« exécution de l’œuvre », chacun est différent : chacun a « exécuté » l’œuvre de façon unique, lui a conféré une qualité particulière et en a tiré une expérience esthétique différente. Ou, pour mieux dire, chacun a réalisé une valeur esthétique différente. De cette manière, l’enjeu de la réalisation esthétique individuelle se change en poétique intime. Le terme d’architecture musicale employé par Kundera suscite l’idée d’une œuvre en tant que construction spatiale tout en orientant la perception de la composition musicale de son exécution (dans le temps) vers les qualités de sa forme. Pourtant, il ne suffit pas encore à saisir toutes les dimensions du roman, car la parole, le personnage, l’histoire racontée ainsi que l’idée sont des grandeurs bien plus complexes, plus riches, plus concrètes et plus équivoques que les éléments et les instruments avec lesquels travaille la musique. Et, surtout, ils touchent immédiatement la conscience quotidienne.

La question de la catharsis

Je n’ai pris conscience que récemment du fait que, du point de vue de sa composition, La Plaisanterie correspond à ce qu’on désigne en musique comme une « plaisanterie », à savoir le « scherzo ». Dans toutes les langues sauf l’italien la signification de « composition musicale » du mot reste cachée, implicite. Par contre, elle se manifeste dans la composition du roman et elle indique, d’une manière « subliminale » si nous voulons, dans quel état d’esprit la « partition » doit être exécutée. Pourquoi un scherzo ? Si La Plaisanterie n’était pas traversée par de l’ironie, de l’humour et des tonalités dramatiques et élégiaques, si l’on n’y entendait pas de voix diverses, de mélodies différentes et si on n’assistait pas à une succession de presto, d’andante, de lento et d’allegro, elle ne provoquerait qu’un sentiment d’humiliation et d’inutilité existentielle sans rédemption, un des exemples de plaisanteries sombres et cruelles de l’histoire.

En réfléchissant sur la production romanesque de l’époque où l’optimisme était de rigueur et les horreurs savamment dissimulées, on constate que, sans escroqueries intellectuelles et autres compromis, elle ne peut être perçue que comme pitoyable et sans issue. Kundera a beau choisir à dessein une position médiane dans le cadre de la tragédie historique, mettre plus en exergue l’aspect grotesque de l’histoire que sa face douloureuse, il semble que son roman exclue toute catharsis. C’est en tout cas ce dont j’étais persuadée en 1978 lorsque j’écrivais pour la première fois au sujet de La Plaisanterie[8]. Là où il n’y a ni dieux, ni vérité, la catharsis en tant que processus de purification est impossible. Cependant, dans la composition architecturale et musicale perçues du point de vue de l’œuvre entier, une nouvelle possibilité se fait jour : celle de l’exécution esthétique individuelle, qui a justement pour but de remplir une fonction cathartique. Dans La Plaisanterie, Kundera liquide les illusions portées par l’« Histoire divine » et la valeur de progrès, de la vérité et de la justice historiques. Dans tous ses autres romans, il continue d’exprimer son rejet de la civilisation contemporaine tout en soulignant et en exploitant esthétiquement les manifestations de la liberté d’esprit, laquelle tente de bannir du monde cet « esprit de l’époque » déshumanisé : la beauté, la musique, la poésie, le jeu, le rêve, la compassion, l’amitié, l’intimité. Et ainsi de suite. La laideur et la consternation face à l’« esprit de l’époque » trouvent leur pendant lumineux dans une composition raffinée, inspirante et riche. Il me semble que c’est justement l’« exécution » esthétique individuelle de l’œuvre romanesque qui constitue la possibilité – réalisable à titre individuel – de catharsis : elle était potentiellement présente dès le début, et est pleinement réalisée dans l’espace multidimensionnel de l’ensemble vu de manière synchrone.

La catharsis est le fruit de l’anagnorisis, c’est-à-dire le passage de l’ignorance à la connaissance. C’est vers elle que tend la lecture méditative, si tant est qu’elle puisse révéler tout le sens potentiel, informulé, latent des choses. Dans son Entretien sur l’art de la composition, Kundera emploie le terme de « pensée hypothétique » (par opposition à la pensée dogmatique)[9]. Les plans sémantiques latents font partie de cette pensée hypothétique et suscitée par le roman. Considérons à nouveau ici l’exemple de La Plaisanterie : à quoi le titre de l’œuvre renvoie-t-il ? Au début du roman, une carte postale parodiant une citation de Marx et qui déclenche toute une série d’événement catastrophiques dans la vie de Ludvík, le personnage principal, est désignée comme une « plaisanterie ». En réalité, cette carte postale n’est qu’une cause substitutive à sa tragédie : la cause véritable, c’est la logique perverse de la société, la période historique. Mais que désigne un terme aussi générique ? Une résignation non seulement au sens de l’histoire, mais aussi à celui de sa propre vie ? Ce serait là un nihilisme pur et simple, contre lequel se dresse la valeur esthétique même de l’œuvre. À la fin du roman, Ludvík se rend compte que c’est l’Histoire elle-même (et par cette majuscule, l’auteur distingue la conception marxiste et plus généralement moderne de l’histoire en tant que grandeurs indépendantes et capables de procès définitifs) qui plaisante. Il semble clair, à la première lecture, que Ludvík en est la victime, et que sa vie est irrémédiablement déterminée par l’Histoire. Toutefois, si le lecteur envisage et « réécoute » tout le roman dans un état d’esprit correspondant au sous-titre Scherzo, cette perspective conventionnelle et évidente se trouve inversée : au bout du compte, Ludvík n’est-il pas le mieux loti de tous les personnages ? N’est-il pas, du fait de sa tragédie personnelle, le seul parmi eux à ne pas avoir pris part à la tragédie historique ? Paradoxalement, c’est à sa malchance qu’il doit sa chance. Il a été protégé du mal. Il a perdu le train de la grande Histoire, il a gardé sa conscience.

Il est vrai que son innocence n’est pas le fruit d’une décision consciente : elle semble procéder d’un simple malentendu. Où non ? Plaisanter, être blagueur voire spirituel était sa qualité dès le début. Etant donné qu’il est a été créé par un romancier qui accorde à l’humour une importance suprême, prendre cet aspect de son caractère comme déterminant est certainement conseillé. Par sa tentative a posteriori de se venger, Ludvik ne fait que rendre tangible le fait que ses pas ont été portés par un malencontreux « esprit de l’époque ». Contrairement aux autres personnages, cependant, il réfléchit à propos de l’Histoire. Zemánek, son antagoniste, est un Narcisse dépourvu de mémoire, qui franchit sans aucune conscience morale les écueils de l’Histoire, allant de succès en succès. Kostka est un homme à la foi solide et aux compromis ingénieux, Jaroslav paiera son amour de la tradition, Helena soigne sa sentimentalité myope ; ses cliché et ses phrases toutes faites par une tentative de suicide péniblement ratée. A la fin de la partie d’échecs avec l’histoire, la rédemption possible apparaît comme le regret, la connaissance amère mais vraie des choses, l’amour de la musique et des amis. C’est une tragédie personnelle qui transforme l’ignorance en connaissance : par le biais de l’expérience individuelle, grâce à l’ébranlement et à la compassion de la catharsis comprise au sens d’Artistote s’ouvrent les portes de la connaissance. En ce sens, sa défaite est plus humaine que sa victoire. Plus forte que Ludvík, l’Histoire en a fait son jouet, son captif mais, par contre, elle a perdu son charisme divin. Elle a perdu son H majuscule et avec elle son statut de divinité athée[10]. Le nouveau regard de Ludvik et sa prise de conscience ont changé le signe de son vécu de négatif en positif. De la plaisanterie au scherzo. Un rire silencieux et libérateur nait de cette métamorphose et attend le lecteur, lequel, d’une manière ou d’une autre, finira par «y arriver». La catharsis atteint une profondeur et une plénitude tout aristotéliciennes, elle est traversée par un sourire et par un plaisir esthétique, comme il le faut.

  1. F. Schiller, Lettres sur l’éducation esthétique de l’homme, trad. Robert Leroux, Paris, Aubier, 1970.
  2. Ivi, Quinzième lettre.
  3. Ibidem.
  4. Ivi, Vingtième lettre.
  5. Voir M. Kundera, Entretien sur l’art de la composition, IV Partie de L’Art du roman, dans M. Kundera, Œuvre II, F. Ricard (dirigé par), Paris, Gallimard, 2011, pp. 683-700.
  6. M. Kundera, L’Art du roman, op. cit., p. 727.
  7. Voir F. Schiller, Lettres à Körner, in Lettres sur l’éducation esthétique de l’homme, op. cit.
  8. S. Richterová, Tři romány Milana Kundery, in Slova a ticho (1978), aujourd’hui dans Eseje z české literatury, Prague, Pulchra, 2015. En français : Les romans de Kundera, dans «L’Infini», n. 5, 1984, pp. 32-55 (version abrégée).
  9. M. Kundera, Entretien sur l’art de la composition, IV Partie de L’Art du roman, op. cit., pp. 683-700.
  10. « le monstre vient de l’extérieur et on l’appelle Histoire » : in M. Kundera, L’Héritage décrié de Cervantes, I Partie de L’Art du roman : ivi, p. 645.

(fasc. 48, 11 luglio 2023)