Negli scritti del critico la forma è la realtà,
la voce con cui rivolge le sue domande alla vita.
[…] Il saggista respinge le proprie ambiziose speranze,
che talvolta credono d’esser giunte in prossimità del fondo delle cose […].
Ma accetta con ironia questa pochezza della mente, l’eterna pochezza della mente […].
(G. Lukács, Essenza e forma del saggio: una lettera a Leo Popper, 1910)
«Ho voglia di riprendere a discorrere, dato che qualcuno che mi legga così bene non lo trovo tutti i giorni». Queste poche righe manoscritte, che Italo Calvino inviava a Mario Pomilio il 15 dicembre 1965, valgano a introdurre il breve ragionamento che qui prende avvio. Tra gli esiti più felici, infatti, della nuova stagione di studi pomiliani che, pur tardiva, si registra in questi anni ‒ pubblicazioni, edizioni commentate, giornate di studi, fino alle Celebrazioni del centenario ‒ c’è anche la restituzione di un Pomilio «che legge così bene», un autore-lettore, che si articola in un «circuito» ininterrotto cultura-letteratura-società, e ancora lettura-scrittura-etica. La sistemazione e lo spoglio delle carte manoscritte, della biblioteca, dei taccuini, oltre che dei carteggi e delle pagine sparse edite a stampa in oltre mezzo secolo di febbrile attività, hanno aiutato a rompere lo «scandaloso silenzio» sull’Autore, oltre che a far luce con rigore e acribia sull’universo-Pomilio anche come caleidoscopio delle molteplici tensioni culturali, letterarie, ideologiche, sociali e propriamente etiche che hanno mosso il secolo scorso.
«Postero di se stesso», infatti, attingendo al celebre (indiretto) autoportrait «interrotto» della Lapide in via del Babuino, una partecipazione alternata a distacco è il segno della singolarissima postura dell’intellettuale rispetto al suo tempo, ma anche rispetto a quello spazio geografico, il Meridione, nel quale egli nasce e vive, che continuamente legge e interpreta, ma al quale non ha mai voluto appartenere.
L’uomo di Lettere che la critica ha consegnato come «inquieto», «problematico», interrogativo e interlocutorio per statuto sembra articolarsi intorno a un’imprescindibile circolarità tra le sue pagine, nell’attraversamento di generi e registri, ma anche di nodi teorici e istanze etiche; teso senza posa all’autocoscienza dello scrittore e saggista, in una continua riflessione metanarrativa e metacritica che si fa costruzione, sapiente e misurata, del personaggio-Pomilio, nella prospettiva della «responsabilità».
Nell’attenzione si direbbe ossessiva alla genesi della scrittura e alle «situazioni» da cui nascono le pagine della letteratura (critica come artistica), nell’interesse al «mondo intenzionale dell’autore», Pomilio è venuto tessendo una fitta rete inferenziale tra i sentieri della creazione e quelli della ricezione. Se le soglie del testo assumono il valore di rigorose pagine critiche, dal canto loro le pagine saggistiche si costituiscono in paratesto, nella loro lontananza ma anche nella stretta connessione al testo narrativo. Si struttura così in un corpus la molteplicità feconda delle diverse scritture, narrativa, critica militante, storiografia letteraria; in una stretta circolarità tra le molteplici morfologie testuali, con particolare riferimento alla forma-articolo. Seguendo il percorso dei “pezzi” che precedono o seguono i volumi (o che dai volumi sono deliberatamente esclusi) si incontra lo «scrittore nelle sue operazioni»; un metapomilio, si direbbe. Non si tratta soltanto di momenti generativi: l’esercizio del critico sceglie volutamente la forma dell’intervento breve, una morfologia testuale autonoma, ragionata, di cui spesso il volume non è che raccolta; una precisa scelta di metodo.
Com’è noto l’attività pubblicistica ha inizio nel 1942, quando Pomilio ventenne, assolutamente esordiente alla letteratura, firma un intervento su Il mondo morale di Svevo e uno sulle Letture di Pirandello, e prosegue ininterrotta fino alla morte; quasi cinquant’anni, oltre cinquecento articoli, apparsi in più di ottanta testate: riviste di cultura o di letteratura come «Nord e Sud», «La Fiera letteraria», «Il Caffè», per fermarsi alle più frequentate; ma anche quotidiani come «Il Corriere della Sera», «Il tempo», la «Gazzetta del popolo», «L’Osservatore romano» e naturalmente «il Mattino», la testata che vanta la sua più duratura e frequente collaborazione.
Una rassegna degli interventi giornalistici sarebbe difficile a comporsi, anche a causa della lunga storia di molti testi, nel passaggio giornale-volume, talvolta percorso a senso inverso. Una travagliata storia redazionale ed editoriale colloca le pagine quotidiane e periodiche come testimonianza di una ricerca inesausta condotta da un letterato autoriflessivo che legge, annota, pubblica, riprende, corregge l’edito, aggiorna, ripubblica; lavorando su una gamma di interessi vastissima. Qui basti osservare, a campione, l’anno 1968, un anno per molti aspetti esemplare, non solo per la storia d’Italia e d’Europa ma, più in dettaglio, per la poliedrica, febbrile attività pomiliana. Mentre ancora rilegge e ripropone il Corrado Alvaro che aveva già impegnato i redattori delle «Ragioni narrative» all’indomani di Contestazioni (1967), mentre prepara l’edizione Bompiani del Cimitero cinese e le nuove edizioni del Nuovo corso e de La compromissione (tutti volumi che sarebbero apparsi nel 1969), in questo 1968 sulle colonne dei giornali Pomilio pubblica molte decine di articoli: editoriali sulla crisi cecoslovacca (uno dei quali con l’eloquente titolo Siamo ancora troppo pigri), novelle (Le voci e Interno coniugale), i capitoli del suo Taccuino industriale, recensioni (a Il franco tiratore di Raffele Crovi e a La fede più difficile di Mario Gozzini e al prezioso cofanetto Mondadori delle Fiabe italiane curato da Calvino). A questi si aggiungono interventi squisitamente saggistico-letterari, ospitati in «La Discussione» (La critica come impegno; Il conformismo contestato; La resurrezione del linguaggio), in «Nuova Presenza» (Crisi della letteratura meridionale) o in «Il Ponte» (L’eclissi del verismo).
Se è ormai riconosciuta la centralità dell’attività pubblicistica, se è dunque ormai acquisito che il profilo di Pomilio scrittore si integra e insieme prende luce nell’intreccio con «l’altro scrittoio» (per attingere al volume di Vittorio Russo recensito proprio da Pomilio), in una circolarità tra pagina quotidiana o periodica e volume; ancor più questa circolarità prende forma nel profilo dello studioso. A un breve spoglio della produzione su stampa quotidiana e periodica, infatti, si ricostruisce l’intera biografia intellettuale pomiliana. Come un taccuino di lavoro, la pubblicazione di versi e soprattutto di racconti o reportages di viaggi si affianca a editoriali sull’attualità ma soprattutto ad articoli letterari. Recensioni, profili, saggi di critica militante costituiscono la maggioranza dei titoli e scandiscono gli anni di attività. L’apertura tematica e temporale è vastissima: sin dai primi anni Pirandello si alterna a Dante, Cellini. E naturalmente i contemporanei, letti in presa diretta: Sciascia, Tecchi, Calvino, Vittorini e centinaia di altri autori e opere letti e commentati nel corso di cinque decenni. Il Pomilio giornalista, insomma, è anch’egli il «Pomilio studioso» al quale è intitolato questo nostro fascicolo.
Fatta ormai luce sul profilo di un rigoroso autore-lettore, nell’inscindibile «nesso, di natura morale, fra l’impegno critico e l’invenzione narrativa», val la pena allora ricordare che anche a questo profilo Pomilio ha lavorato in una travagliata officina. Anche i testi saggistici vengono sottoposti a una biografia genetica si direbbe, che ne rende lunga e articolata la storia e che trova nel giornale un imprescindibile momento generativo. D’altronde, è Pomilio stesso a fermarsi più volte sulla centralità di queste fasi compositive, sullo spazio creativo cioè (da considerarsi tutt’altro che un intervallo) che intercorre tra concepimento e completamento. Quella che è stata riconosciuta come «attenzione […] proficuamente morbosa verso il fieri di un testo»; l’attenzione dunque ai momenti segreti della scrittura sembra rivelarsi, a intermittenze ma con piena consapevolezza, anche e soprattutto nelle pagine di giornale. Non si tratta esclusivamente, però, di momenti generativi, stadi gestazionali; l’esercizio del critico sceglie la forma dell’intervento breve spesso come morfologia testuale autonoma, ragionata, come precisa scelta di metodo. Sono scritti che hanno costituito un cantiere, un laboratorio dell’Autore-lettore, come è stato a ragione osservato; ma hanno anche offerto propriamente un completamento delle pagine in volume, hanno valore intrinseco, si offrono nella loro autonomia, come morfologia testuale specifica. Questo ampio e variegato corpus liminare potrebbe intendersi come un percorso di formazione e di progressiva autocoscienza del critico, ma anche come dialogo ininterrotto dell’Autore con il suo tempo e con le tensioni storiche e le correnti o semplicemente gli orientamenti estetico-ermeneutici che venivano animando il paesaggio culturale del secondo Novecento.
«Tutti sanno quale critico esperto e sagace sia il Pomilio», osservava Carlo Bo in apertura del convegno dedicato al Quinto evangelio e i cui atti vennero ospitati nel 1983 in un volume monografico di «Hermeneutica», rivista allora diretta da Italo Mancini. Con la patente di «critico esperto e sagace» Mario Pomilio era nato al mondo della cultura e della letteratura, esordendo appunto, oltre dieci anni prima rispetto al suo debutto narrativo (L’uccello nella cupola sarebbe apparso solo nel 1954), con saggi rigorosi che lo avevano accreditato alla repubblica delle Lettere. In occasione di quel convegno, all’altezza dunque dei primissimi anni Ottanta, nell’anno del Premio Strega, Pomilio si trova a firmare un intervento spesso trascurato, prezioso sin dal titolo, Lettura e creazione, brevi pagine che qui valgono a guidare queste nostre brevi note. Dopo i ringraziamenti, non rituali, a Carlo Bo, dopo un tributo al Vigorelli del Silenzio dell’amore, alla sua mediazione di Manzoni e all’aforisma (ormai celebre e ricorrente nei ritratti pomiliani), «ogni finzione che mostri l’uomo in riposo morale è dissimile dal vero»; dopo il tributo all’«incrocio d’anime» di Piccioni, Petrocchi e Betocchi, qui definitivamente consacrati come «antefatti» o «fonti» al pari di Manzoni per la stesura del Natale del 1833, questo breve intervento Lettura e creazione lascia una delle più ferme riflessioni autobiografiche sull’intreccio tra narrativa e critica, sulla voluta consunzione della delimitazione formale tra i diversi territori e tra le diverse morfologie discorsive:
Bisogna pur ricordare, a titolo di premessa, che una letteratura è forte quando essa è debitamente accompagnata dall’operazione critica, quando cioè l’operazione creativa è assecondata da una valida operazione di lettura, perché la lettura condotta dal critico degno del nome è tale […] da aiutarlo ad identificare sempre più i suoi punti di forza e le sue reali possibilità.
Lettura e creazione o meglio «critica e creatività»: la riflessione di Urbino si articola sull’intuizione dell’atto critico inteso come «autocritica» e punta direttamente alla destinazione del «saggismo» pomiliano sul quale si è interrogata la storiografia letteraria e che l’Autore stesso preferiva definire «qualità problematica del mio discorso». Basti leggere un’intervista del 1975, alla specifica domanda sulla formula «romanzo-saggio»:
La sua domanda mi fa tornare alla mente ciò che debbo aver annotato in un mio privatissimo taccuino, a mio esclusivo uso personale: «I fatti per te non hanno importanza, se non hai delle idee da metterci dentro». E da dibattere, posso aggiungere. Questo semplifica la risposta nel senso d’un sì: non mi sono mai considerato un narratore puro, tantomeno un narratore istintuale, la narrativa è uno strumento attraverso il quale attuo proprio le mie esigenze di provocatore culturale, come lei lo chiama, anche se mai credo d’aver sacrificato i diritti della narrazione e della fantasia.
In questa autoesegesi multipla, articolata per cerchi concentrici con valore rifrattivo, come commento, aperto («e da dibattere, posso aggiungere») a un proprio commento che a sua volta chiosava un appunto «privatissimo», l’esercizio critico si rappresenta, e si fa testo, nella forma-articolo, anche come morfologia testuale di elezione per una relazione dialogica con il lettore. Un dialogo che, non a caso, è generoso di sé nella forma-intervista, o auto-intervista: la bibliografia pomiliana ne conta oltre cento. Si tratta di un’autoesegesi che è anche scrittura scenica della personalità, studio e rivelazione di sé in forma fluida, interrogativa e interlocutoria.
A un primo spoglio della vastissima produzione pubblicistica, e dal raffronto costante tra la pagina quotidiana o periodica e quella in volume, emerge una sostanziale coerenza, e anche di scelte stilistiche, che non esclude però la sapiente distinzione di registri e approcci. Senza mai cedere a una scrittura divulgativa, Pomilio ben maneggia le strategie espressive. «Già alcune settimane fa qualcuno andava considerando che i banchi dei librai, a stagione letteraria avanzata, erano insolitamente scarsi di novità». Basti quest’incipit, comune a tanti altri: gli articoli nascono come presa sulla realtà. Sono “testi” interrogativi, prove di dialogo, che attendono risposte o anche confutazioni. È la postura dello scrittore; e dell’uomo anche, se mai fosse possibile separarli. Quest’intreccio/sovrapposizione si fa feconda identificazione proprio nella pagina giornalistica, dove Pomilio sembra abdicare alla posatezza delle altre scritture; si rivela più deciso, a tratti insistente, con inviti, interrogativi, atti di accusa più incalzanti; nel dichiarato intento di allontanarsi «dai lidi del puro letterario»:
come in tutti quanti i momenti di grande crisi, alla cultura è affidato un compito imponente. E sarebbe davvero uno scacco non esserne all’altezza […] mancare all’appuntamento bloccando intorno al solo tema ideologico-politico un dibattito che nelle prospettive è tanto più vasto e problematico e al massimo spendendosi nell’acutezza di diagnosi al negativo che risultano lamentabilmente inutili in vista di un futuro che ha bisogno piuttosto di coraggio intellettuale e di contenuti morali, così gli scrittori vi si presentassero dimissionari rifugiandosi tra i lidi del puro letterario e nel piccolo cabotaggio di un lavoro assennato condito tutt’al più di piccole rabbie pretestuose che con quel che ci accade intorno non colpiscono più nessuno, ovvero pretendessero di saltare sul treno della storia scegliendo di nuovo (magari dietro il solito schermo del dissenso e della protesta) la via facile dell’allineamento e della letteratura d’osservanza ideologica. L’osservanza ideologica, si sa, dà solo compagni di strada, non delle coscienze, dei funzionari della persuasione, non degli scrittori.
La pagina giornalistica si viene connotando con una propria autonomia anche nella sua funzionalità: era la presenza dell’intellettuale al suo tempo, era la migliore postura di un autore, lettore quanto scrittore, che fosse sempre «in dialogo». È questa una delle più evidenti testimonianze di una tensione che Pomilio vedeva come imperativo etico dell’intellettuale, nel concreto rischio che questi si presti a essere «funzionario della persuasione», abdicando così (sostiene senza mezze misure l’editorialista) al ruolo di «scrittore». La vocazione sincera alla pubblicistica nasce dalla continua ricerca di un utile strumento di «presenza». Basti osservare la frequenza insistita con la quale l’autore lamenta l’isolamento degli intellettuali, i loro silenzi, ma anche la mancanza di una «società letteraria». Questo tema è ricorrente, anima la fondazione delle «Ragioni narrative» e nel corso degli anni Sessanta prende corpo come denuncia di un ruolo perduto. Nel marzo del 1963, Pomilio – accanto a Prisco ‒ interviene sul tema con l’ormai celebre articolo Impegno e disimpegno nella letteratura d’oggi, poi confluito (con alcune aggiunte e varianti e col titolo di Discorso interrotto) nel volume Contestazioni:
Ma lo scrittore non è solo testimone di se stesso: è anche responsabile, al più alto grado, della civiltà che pretende di incarnare e rappresentare. Egli deve sì, situarsi al livello del proprio tempo, ma deve anzitutto situarsi al livello dei bisogni morali del proprio tempo. Senza di ciò la sua presenza forse neppure si giustifica […].
La compattezza del corpus pomiliano, la coerenza pur nella varietà e nell’articolazione, nell’attraversamento di territori tra poesia, narrativa e scrittura saggistica, trova legittimazione teorica in un fecondo «circuito società-cultura-narrativa» che Pomilio è andato dichiarando ma anche testimoniando. È l’interrogazione inesausta su «la responsabilità dell’uomo di cultura» (come recita il titolo di un intervento di recente recuperato). Impegno, dovere, presenza, responsabilità: una costellazione di lemmi che si fanno coordinate teoriche. Basti leggere un articolo apparso sulla «Nuova Rivista Europea» di Giancarlo Vigorelli nel 1983 e non a caso proposto in sintesi l’anno successivo su un palcoscenico più ampio e diffuso, meno specialistico, come il quotidiano partenopeo «il Mattino»: «Si è spenta la sana abitudine della polemica. Si preferisce tacere allorché si dissente. Ogni discorso resta purtroppo senza destinatari». Dopo un ricordo romano degli anni Cinquanta, ambientato nell’«ultimo caffè letterario romano, il ‘Canova’», frequentato tra gli altri da Berto, Vigorelli, Bigiaretti, Spagnoletti, Delfini, segue uno scenario sugli anni Sessanta e Settanta, quando «aveva inizio la privacy degli scrittori, come dice il loro durevole – e ormai istituzionale – isolamento; declinavano il bisogno, il gusto e forse la possibilità di far gruppo». Non mancano osservazioni sul panorama culturale ed editoriale recente, sui «successi immeritati», e su «una sorta di conformismo o ipocrisia del consenso, che sarebbero inconcepibili in presenza d’un’autentica ‘società letteraria’».
Il Pomilio pubblicista si mostra deciso, teso a una critica che mantenga la «sana abitudine della polemica», contro il conformismo da un lato, ma anche contro «vistose sopraffazioni»:
C’è un tipo di critico, oggi forse dominante o se non altro più evidente, che tende a situarsi nel contesto letterario da primattore e a far valere e pesare le proprie indicazioni e le proprie scelte, e c’è all’opposto un altro modo di esercitare il mestiere del critico, quello di chi si preoccupa di assecondare la nascita e lo svolgersi dei fenomeni letterari senza voler prevaricare, e invece con disposizione a comprendere, a spiegare, a penetrare, in definitiva ad amare. […] La presenza dei secondi è in genere meno vistosa, ma più fattiva […] quasi in punta di piedi, senza vistose sopraffazioni critiche.
Ecco un altro tassello di un’autobiografia dello studioso attento a non «voler prevaricare», intollerante contro quella «arroganza» che egli sentiva di subire in prima persona nelle sue vesti di scrittore scomodo, fuori tempo, «postero di se stesso» e diremmo della sua generazione.
Modelli di metodo, pur nella spiccata autonomia, possono intendersi Giancarlo Mazzacurati, Vittorio Russo e, naturalmente, Salvatore Battaglia. Era il Battaglia che tra l’altro aveva inviato a «Le ragioni narrative» due saggi intorno al tema del personaggio cui avrebbe dedicato Mitografia del personaggio, il celebre volume del 1967. Era il Battaglia, dunque, «compagno di viaggio» di quella grande esperienza militante che, in quel 1960 della prima edizione italiana del Grado zero della scrittura, raccoglieva, tra gli altri, Prisco, Compagnone, Rea in un laboratorio di idee e di discussione che voleva proporsi come osservatorio sul romanzo; osservatorio o forse “presidio” si direbbe, in quei caldi anni di «dissoluzione programmatica delle forme e funzioni del romanzo tradizionale». Al maestro Battaglia Pomilio dedica tra l’altro un ampio profilo, in una pagina ospitata dal quotidiano «il Mattino» nel settembre 1971, all’indomani della sua scomparsa:
un concetto complesso, di cui l’intera sua Mitografia del personaggio è la dimostrazione in atto, e col quale Battaglia designava quei contesti etico-culturali entro i quali si verifica lo scambio tra letteratura e ambiente storico, quell’insieme di istanze che rifluendo dalla realtà in un libro, lo trasformano, come egli diceva, in un nuovo episodio dell’eterna dialettica tra l’esistenza da un lato e l’arte che tende a fissarla e perpetuarla in forme emblematiche dall’altro.
L’articolo anticipava gli argomenti della «memoria» che avrebbe introdotto la nuova edizione della Mitografia del personaggio. Fedele alla circolarità tra la pagina quotidiana e quella in volume, in una forte intertestualità, ma anche attento a distinguere toni e registri, anche nella memoria introduttiva, dall’eloquente titolo Militanza e agonismo in Salvatore Battaglia, Pomilio articola le sue argomentazioni in modo più disteso, pacato, ma non perde l’occasione per un j’accuse contro la «cultura accademica» e la «nostra cultura militante, la quale non seppe o non volle accorgersi che non si trattava soltanto di un’indagine disinteressata o puramente retrospettiva […], bensì un libro di militanza».
Torna qui la prima motivazione e vocazione al giornalismo come strumento di esercizio di «responsabilità», che è l’imperativo morale sul quale avrebbe riflettuto per decenni, anche in risposta ai diversi contesti. In gioco era il ruolo stesso dello scrittore, che proprio in quegli anni di fuochi avanguardisti si trovava a dover riscrivere la sua identità, per fondare un nuovo rapporto tra letteratura e politica, e più ancora fra letteratura e cultura. Lo spiega anche in occasione di un dibattito sulla (non pacifica formula) «narrativa meridionale»: «Il circuito società-cultura-narrativa meridionale non è un circuito chiuso o svolgentesi sempre per nessi rigorosi: la “narrativa” è stata volta a volta ora anticipatrice ora seguace della “cultura”». Questa dichiarazione di metodo anticipa il saggio La narrativa meridionale, oggi, incluso nel volume Contestazioni (1967), l’aurea raccolta di scritti militanti e insieme pacati, posteri si direbbe, nati «dal mio bisogno di vederci».
Le riflessioni sul «de profundis di una società letteraria» non potevano non intrecciarsi alla riflessione sulla letteratura e sulla cultura del Mezzogiorno, che segna poi anche l’interesse del Pomilio-lettore, impegnato con Verga, Capuana, De Roberto, Scarfoglio; fino ai contemporanei, tra Sciascia e Compagnone, passando per Alvaro o Silone. Al centro, e forse a fondamento anche, il Pirandello modello di lingua, scrittura e insieme anche di riflessione saggistica. Il suo più celebre studio pirandelliano, La formazione critico-estetica di Pirandello (1966), è solo una prova di una lunga fedeltà, che si rinsaldò anche grazie al maestro Salvatore Battaglia. Il capitolo pirandelliano, infatti, di Mitografia del personaggio (apparso proprio negli anni nei quali Debenedetti stendeva la Commemorazione provvisoria del personaggio uomo), assieme ai saggi inclusi nel volume Occasioni critiche, si offre come uno dei più fecondi momenti della critica pirandelliana. E la lettura di Pirandello (come di Verga, avanziamo noi) avrebbe condotto lontano, se è vero, come osserva Antonio Palermo, che «in tutta la sua opera di narratore gli echi pirandelliani rimangono ben operanti, e proprio attraverso il filtro della sua coscienza di cristiano inquieto».
Negli autori del Meridione poteva meglio esprimersi questo «circuito»; nelle ragioni, nella storia, nel futuro del Sud poteva meglio vedersi il precipitato di questo intreccio che Pomilio studioso affronta attraversando la letteratura in filigrana con i grandi temi civili ed etici. Su questa insistenza valga già la breve ma celebre testimonianza dell’Autore all’interno di un dibattito che, coordinato da Corrado Piancastelli per «Nuova presenza» nel 1968, coinvolgeva tra gli altri Leonardo Sciascia, Michele Prisco o Dante Troisi:
le ragioni dell’arresto della letteratura meridionalistica mi sembrano anzitutto sociologiche: nella misura, voglio dire, che alcuni dei problemi più urgenti del Sud non si pongono più con l’evidenza drammatica che avevano alcuni anni fa, non poteva non risentirne una letteratura squisitamente testimoniale e, al limite, engagée, quale quella meridionale.
Nell’alternanza «meridionale»/«meridionalistica», qui posta come sinonimica, le due formule tendono a fondare quel «circuito» che aiuta a illuminare il ritratto dello scrittore, dello studioso, del giornalista, dell’europarlamentare e forse anche (per usare un’ultima formula, la più discussa) del «cattolico».
Sulla problematicità della formula «narrativa meridionale», d’altronde, l’autore interviene più volte proprio in quei densissimi anni di critica che possono collocarsi tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta. Solo un anno dopo l’intervento nell’inchiesta di Piancastelli, nel recensire la nuova edizione della Provincia addormentata, dedica allo stesso tema una riflessione distesa, rivelatrice di una libertà che solo l’articolo di giornale permetteva al misuratissimo autore di saggi in volume. Nel liberare Prisco dall’etichetta di «scrittore napoletano» («si scopre che a Napoli egli ha ambientato solo uno dei suoi romanzi e alcuni racconti») il giornalista-critico non ha remore ad aggiungere:
sarebbe assai poco giustificato un discorso critico il quale puntasse sulle tangenti meridionalistiche della sua produzione, almeno nel senso d’uno scoperto impegno sociologico o di quella protesta implicita o esplicita che corre tra le righe di tanti libri ispirati al Sud: e non che, beninteso, si voglia con ciò negare la specifica suggestione ‘meridionale’ all’arte di Prisco, ma solo dire che egli semmai si riguadagna il suo Sud per vie proprie ed autonome.
È alle colonne del quotidiano meridionale «il Mattino» che Pomilio offre alcune delle pagine più illuminanti per la comprensione del suo rapporto col Mezzogiorno e con Napoli, su di un piano non squisitamente letterario. Nel registrare, per esempio, La lenta metamorfosi della letteratura meridionale, lamenta una diminuzione di attenzione al tema del Sud:
Diciamolo pure: oggi come oggi il discorso appare spostato, la letteratura d’ispirazione meridionalistica sembra quasi ricacciata ai margini, l’interesse per essa è molto diminuito, e insomma si ha l’impressione che essa non sia più centrale, o in ogni caso preminente, nel quadro della nostra cultura. […] Il Sud è un fatto, di rado lascia spazio alla nostalgia, ai riposi della memoria, ai tempi del distacco, all’agio della contemplazione; di rado, proprio perciò, sollecita la ‘bella prosa’ e la forma in quanto tale; ancora più di rado si lascia trasformare in mito.
Il successo della letteratura meridionale era venuto logorandosi assieme alla solida società letteraria della quale era espressione, e a un gusto per l’adesione alla vita e all’impegno che la scrittura dopo gli anni Cinquanta non mostrava più di avere.
Ovviamente grande attenzione il critico riserva agli autori “da” Napoli, o “su” Napoli o per Napoli, gli autori di quella città che era centro radiante, ma anche polo dialettico, della personalissima geografia domestica. Patria di adozione, partenza e ritorno del suo viaggio nei «paesi dell’anima», era la città che gli avrebbe procurato «una crudele sensazione di estraneità», ineffabile e indescrivibile, estranea e straniante «topografia dell’Islam» alla quale sentiva di non appartenere, come uomo (spesso afflitto da un senso di straniamento ubiquo) e come scrittore: «sempre più un luogo e sempre meno un teatro o un ambiente, gli scrittori, nella Napoli d’oggi, non fanno scena». Sono i più seguiti dal critico militante: Serao, Scarfoglio, e certo i contemporanei, Compagnone, Incoronato e naturalmente Michele Prisco, l’amico e sodale di sempre, in una comunione d’intelletti d’arte e di critica che, dopo il lavoro a «Le ragioni narrative», non si è mai interrotta per decenni. In dubbio era ormai la stessa possibilità di una categoria, «napoletana» come anche «meridionale», e in forse era anche la capacità di un reale dialogo tra narrativa e cultura, come Pomilio spiega anche nel 1966, in occasione di uno dei frequenti, vivaci incontri culturali nella “saletta rossa” della libreria Guida (quella libreria «diventata a poco a poco il territorio di caccia dei novatori e degli arrabbiati»):
esiste una linea culturale ‘meridionale’ che nutra o abbia nutrito una letteratura narrativa organica nei suoi sviluppi e storicizzabile in forma autonoma rispetto alla restante narrativa italiana? Ed esiste una società che, con la sua conformazione e i suoi problemi, abbia stimolato e ispirato quella cultura e quella narrativa e ad esse abbia impresso particolari, autonome cadenze? La risposta in ogni caso, è sì: purché però si tenga conto che il circuito società-cultura-narrativa meridionali non è un circuito chiuso o svolgentesi sempre per nessi rigorosi: la ‘narrativa’ è stata volta a volta ora anticipatrice ora seguace della ‘cultura’, da questa attingendo nei casi migliori non tanto i temi sociali e societari, quanto il forte senso della storia.
Nella consueta formula interrogativa, Pomilio avvertiva che i termini della questione meridionale stavano cambiando:
il Sud diventa, per dir così, meno Sud, si compenetra, sia pure esteriormente, dei segni e dei miti del Nord. Vi si assiste al trapasso da una ‘geografia’ a una ‘condizione’ che potrà essere non meno dolorosa, […] ma sarà in ogni caso più allineata, meno autonoma, meno riferibile comunque alla tradizionale nozione di meridionalità.
La letteratura del Sud e per il Sud sembrava implodere, insieme con il crollo di una «tensione socio-etica, o magari etico-politica che faceva di essa, volente o no, una tipica letteratura d’intervento».
L’ininterrotta tensione etica che si sprigiona in questa febbrile attività giornalistica non si piega mai come sacrificio delle ragioni della letteratura. Vuol dirsi che questo «circuito» intricato nel quale storia, critica, filosofia, società, politica s’intrecciano con la poesia, l’arte narrativa, non si fa mai sovrapposizione, tantomeno confusione di piani, come mostra con evidenza quel celebre, riuscitissimo manifesto di poetica che è Preistoria di un romanzo. Nato pochi anni dopo il grande successo del Quinto evangelio, redatto a valle anche dell’acceso dibattito che il romanzo capolavoro aveva innescato, quel breve testo metaletterario, nel rivelare l’officina dell’autore, si apre con un grande tributo a «quella che un tempo si chiamava l’immaginazione». Basta scorrere l’elenco dei titoli per trovarne conferma. Il fine letterato, il normalista attento a questioni squisitamente estetiche, lo studioso che veniva componendo l’ambizioso progetto di una storia dell’estetica tra Dante e l’Umanesimo che proseguisse anche oltre il Rinascimento, con Arcadia e Romanticismo, era da sempre impegnato in studi rigorosi, che lo occuparono con particolare intensità negli anni napoletani e poi negli anni dei viaggi studio in Europa, gli anni insomma che precedono l’esordio narrativo del 1954, come a seguire un preciso cursus che prevedesse un’attrezzata palestra letteraria prima di accedere alla narrativa.
L’attività pubblicistica, dunque, è un percorso della carriera di Pomilio-lettore. Seguendo la bibliografia in ordine cronologico, dando una scorsa ai titoli si ricostruisce la carriera dello studioso. Lo spoglio dei giornali aiuta innanzitutto a seguire la spesso controversa storia dei testi, per un Autore che sembra non rinnegare mai le sue pagine, le riprende anche a distanza di decenni, rivedendole per una testata, poi per un’altra, fino a sceglierne una finissima selezione alla quale destina la pubblicazione in volume. Aiuta a entrare nell’officina del critico, ne ripercorre le letture (diverse e vaste per generi e postazioni ideologiche: da Carlo Bo e Luigi Baldacci a Ottiero Ottieri, Vittorini o Sciascia), ma anche le amicizie, i rapporti, i debiti culturali. Per il Pomilio intellettuale, però, questa produzione integra i volumi saggistici, li completa, li affianca. Non si limita a precederli e prepararli. Non si tratta soltanto di un corpus minore, a sostenere il Pomilio maggiore: è piuttosto un ritratto del critico nel suo “farsi”, ma anche nel suo “porsi” rispetto al contemporaneo nella forma-articolo, nel suo approccio dialogico con il lettore.
In questa prospettiva, non inutile immaginare un’ideale galleria di modelli per il Pomilio-giornalista. Il primo potrebbe essere Edoardo Scarfoglio. Non era soltanto lo Scarfoglio fondatore della testata alla quale prestò più lavoro, «il Mattino» appunto. Era lo Scarfoglio al quale dedica anche un volumetto monografico, quasi completamento del suo studio sul Realismo e sul Verismo che lo aveva impegnato sin dagli anni Quaranta. E la breve monografia su Scarfoglio del 1989 ha un preciso taglio: tutt’altro che viaggio testuale (al Narratore e poeta è dedicato solo un capitolo), è una breve, preziosa storia del giornalismo di fine Ottocento, tra Roma e Napoli, in un parallelismo di periodi (il tardo Ottocento e il secondo Novecento) che Pomilio avvertiva come percorribile e sul quale aveva già riflettuto a proposito dell’attualità di Verga e del Verismo. Scarfoglio è l’icona, l’essenza stessa del giornalismo. Il suo ritratto non è quello “di un giornalista”, ma “del giornalismo”. Si può quasi intendere, osiamo, in senso latamente autobiografico questo studio critico su un giornalista-letterato, critico rigoroso e severo, abruzzese di origine e napoletano di adozione, rigido difensore della lingua e della prosa, ritratto nel suo «odio-amore per il giornalismo». «Prosatore di prim’ordine», egli non poteva non offrirsi come esempio al letterato-giornalista, al “normalista” Mario Pomilio. Sia pur con differenti toni, moderati e discreti, lontani dalla dura invettiva dell’autore del Processo di Frine, sia pur distante dall’identità di «enfant terrible della stampa italiana» e lontano dalla «facile demagogia» del suo meridionalismo, è forse autobiografica anche la lettura di uno Scarfoglio consapevolmente estraneo ai tempi e ai luoghi della cultura; autobiografica l’identità donchisciottesca di un «giovane vecchio».
Modello di giornalismo, e di critica, oltre che di scrittura, è anche l’amico Mario Stefanile, critico del «Mattino» ma anche scrittore, e forse può leggersi anche in chiave autobiografica la memoria che Pomilio stesso gli dedicò sulle colonne del quotidiano e che, a profilare il saggista, utilizzava una formula nella quale giornalismo e letteratura venivano a intrecciarsi nell’«esercizio quotidiano della critica»:
personalmente mi parrebbe di fargli torto a privilegiare di lui l’attività critica. Perché Mario Stefanile era, sì, un critico letterario, ma direi solo in seconda istanza. E seppure le sue pagine le più occasionali hanno dimostrato al momento giusto non dico semplicemente la loro dignità, ma la loro resistenza, rivelandosi capaci di «far libro» […] è vero però che l’impegno stesso profuso nella critica per un verso ha messo in ombra, per un altro ha sacrificato la prima e più verace vocazione di Stefanile, che era quella dello scrittore.
(fasc. 49, 31 ottobre 2023)