Al centro del film Leibniz ‒ A chronicle of a lost painting, diretto dal veterano Edgar Reitz e presentato alla Berlinale 2025, c’è l’interrogativo che il filosofo tedesco si pone di fronte alla pittrice che deve ritrarlo: è possibile ritrarre un uomo nella sua interezza, racchiudere in un’immagine tutto ciò che egli è?
Da ben prima che il secolo scorso terminasse, i critici letterari italiani si sono affrettati a tentare di organizzarlo, tagliando e cucendogli su misura un canone che ben lo identificasse, che restituisse pienamente ciò che il Novecento italiano è stato in letteratura, definendone avanguardie e ideologie, scuole e movimenti che si sono susseguiti durante i suoi decenni. Ma, anche qui, sorge spontaneo il cruccio del Leibniz di Reitz: può un’immagine racchiudere la realtà tutta?
Compito del critico è anche quello di restituire al suo oggetto il proprio posto, collocarlo (o ri-collocarlo) nel territorio a cui appartiene, da cui il tempo o l’incuria hanno provveduto a portarlo via: è quanto tenta di fare Antonio Lucio Giannone con il volume Nelle pieghe del Novecento. Studi sulla letteratura italiana contemporanea, in cui, lungi dal volerle “appiattire”, si addentra nelle pieghe del secolo letterario scorso, cercando di far luce su quei territori lasciati in disparte e colpevolmente marginalizzati dalla critica, ridando lustro ad autori e opere scivolati nell’ombra.
Il volume è composto da nove saggi scritti «negli ultimi tre-quattro anni» (p. 9) e pubblicati (ad eccezione di uno inedito) in sedi diverse, i quali vengono riuniti perché accomunati dall’intento che è alla base di ciascuno di essi: indagare l’opera di autori poco conosciuti o che negli ultimi decenni sono stati scarsamente considerati dai critici, oppure far luce su aspetti poco esplorati di autori, invece, ben più noti.
La raccolta si apre, dunque, con La parola antagonista dell’avanguardia: Lucini e i futuristi, in cui Giannone si sofferma su quella poesia di inizio Novecento intenta a «offrire una visione alternativa della storia e della società italiana» (p. 17) attraverso l’impegno e la critica sociali, e, oltre alle Revolverate e ad altre opere di Lucini orientate in tal senso, il saggio si concentra anche sull’opera di autori ormai pressoché dimenticati ma che comunque contribuirono alla fisionomia del movimento futurista, come il siciliano Enrico Cardile e il suo componimento Ode alla violenza; Paolo Buzzi, di cui vengono citati Il canto dei reclusi e Aeroplani; e infine Enrico Cavacchioli di cui viene preso in considerazione il ciclo di testi intitolato 7!, in cui protagonisti sono gli emarginati dalla società borghese.
Il secondo saggio, Giuseppe Prezzolini e la «Rivista d’Italia» (con lettere inedite di Prezzolini e Michele Saponaro), si distacca temporalmente rispetto al resto della raccolta, in quanto risalente al 2006. Esso si concentra sull’attività critica di Prezzolini, facendo riferimento alla sua partecipazione alla «Rivista d’Italia», per cui curò sette rassegne letterarie in seguito all’invito rivoltogli da Michele Saponaro. Lo scritto, infatti, prende spunto proprio dal carteggio, poi pubblicato in appendice, tra Prezzolini e Saponaro, del quale vengono citati la produzione letteraria e i rapporti intessuti con altre figure di rilievo dell’epoca. Saponaro, del resto, come Bodini, Comi o Pagano, rappresenta uno dei prototipi maggiormente studiati da Giannone: lo scrittore, poeta o comunque intellettuale che, partendo dal Sud, e in particolare dalla provincia salentina, si inserisce nel panorama letterario nazionale, tessendo rapporti con importanti esponenti di esso e instaurando un dialogo tra il Sud e la cultura italiana e internazionale.
Di seguito, Giannone torna proprio sul già citato Girolamo Comi e, nello specifico, in Girolamo Comi: la poesia come preghiera egli, partendo dall’importanza che assume nell’opera del poeta il tema della preghiera, analizza l’evoluzione della poetica comiana, in quanto si potrebbe dire che «tutta la sua poesia è una forma di preghiera, di inno, di celebrazione» (p. 69). Giannone individua nella conversione del 1933 il momento di svolta nella produzione di Comi: se in una prima fase la sua poesia è espressione di un’interpretazione pantesitica del reale, dopo il 1933 essa «diventa vera e propria preghiera a Dio» (p. 70). Attraverso l’analisi di componimenti appartenenti a diverse raccolte o antologie, come Cantico dell’argilla e del sangue del 1933, Poesia (1918-1938) del 1939, l’antologia Spirito d’armonia del 1954, il canzoniere Canto per Eva del 1958, e l’ultima raccolta Fra lacrime e preghiere (1958-1965) del 1966, Giannone riesce a far emergere il pensiero poetico di uno dei grandi poeti esclusi dai canoni nazionali, il quale, per l’originalità e la profondità della sua opera, meriterebbe senz’altro una considerazione maggiore.
Il saggio seguente, Unamuno in Italia: «S. Teresa e Aldonzo» di Luigi Corvaglia si concentra, invece, sulla ricezione dello scrittore di origini basche nell’Italia di inizio XX secolo, in particolare attraverso la commedia di Luigi Corvaglia, altro scrittore e intellettuale salentino dimenticato. L’opera, prendendo ispirazione da un viaggio in Spagna dell’autore e dalla Vita di Don Chisciotte e Sancio Panza di Unamuno, accosta la vita della santa e il suo rapporto con la fede al personaggio di Cervantes, qui presentato come Aldonzo e cugino di Teresa. Attraverso la riscoperta di Corvaglia, Giannone coglie l’opportunità di svelare quanto forti fossero i legami tra la cultura meridionale, in particolare salentina, e quella spagnola, rivelando una fascinazione poi riscontrabile anche in altri autori come Bodini o Macrì.
Di seguito, lo scritto Una bibliografia d’autore e un’intervista (quasi) immaginaria: lettere di Eugenio Montale e Vittorio Pagano si sofferma su alcune lettere, pubblicate in appendice per la prima volta, inviate da Montale a Vittorio Pagano, poeta leccese molto attivo nella vita letteraria salentina per diversi decenni del secolo scorso. L’interesse risiede nella natura di queste lettere (tre in totale, di cui due risalenti al 1948 e una al 1961) in quanto raccontano del Montale “privato”, ma anche nel motivo che spinse Pagano a iniziare questo rapporto epistolare, ovvero la richiesta della sua compagna, Marcella Romano, di avere maggiori informazioni sul poeta ligure per potergli dedicare la propria tesi di laurea. Le prime due lettere di Montale, in tal senso, testimoniano la gentilezza di quest’ultimo: dopo aver specificato a Pagano di conoscerlo già grazie alla mediazione di Giacinto Spagnoletti, Montale passa a consigliare con estrema attenzione gli scritti e le recensioni che all’epoca erano già stati pubblicati sulla sua opera, in modo da dare indicazioni precise per la stesura della tesi. Ma, se la seconda lettera può sembrare una prosecuzione della prima per argomento e garbo, la terza, quella risalente al 1961, è di tutt’altro tono: qui Montale, pur non lesinando attenzioni a Pagano, si dimostra piccato e infastidito per la visita di un giornalista di «Gente» che lo aveva oltremodo annoiato. Essendo la “non intervista” venuta fuori da questa visita esclusa da qualunque raccolta ufficiale, Giannone ha il merito di ricostruire l’accaduto, svelando il nome del giornalista in questione, Enzo Fabiani, e riportando in appendice il “ritratto biografico” incriminato, in cui, tra le altre cose, viene descritta la presunta antipatia di Montale per Quasimodo.
E proprio a Quasimodo è dedicato il successivo Da «Vento a Tinadri» (1930) a «Nell’isola» (1966): la Sicilia di Quasimodo, in cui Giannone mostra come cambia l’immagine della Sicilia nell’opera del poeta nel corso del tempo, passando dalla terra mitica delle prime poesie alla Sicilia della produzione post Seconda guerra mondiale, quando, già in Giorno dopo giorno (1947), si palesa «l’esigenza di una maggiore apertura comunicativa e, al tempo stesso, un’attenzione ai dati umani e sociali della realtà» (p. 147), con l’insorgere di una Sicilia più vera e scevra delle rappresentazioni mitiche precedenti. Per sottolineare l’importanza di questa evoluzione poetica, Giannone ricorda le parole di Bodini, il quale aveva definito Quasimodo «l’iniziatore della poesia meridionale» (p. 144), in quanto capace di aver «riscattato alla poesia di una nazione luminosa e sensibile […] un territorio che rappresenta più di un terzo della sua superficie» (p. 150).
Con il settimo saggio, «Fame a Montparnasse»: la bohème di Raffaele Carrieri, Giannone si sofferma sullo scrittore tarantino e sul suo terzo libro, frammentaria opera di taglio autobiografico che rievoca l’atmosfera della Parigi di inizio XX secolo, dove Carrieri si era trasferito negli anni ’20. Oltre che sul suo valore documentario, in quanto costituisce una testimonianza del fermento della capitale francese in un periodo fecondo dal punto di vista artistico e culturale, Giannone si sofferma anche sulle caratteristiche più strettamente letterarie, segnalando la presenza di «influssi dei movimenti d’avanguardia primonovecenteschi, dal futurismo al surrealismo» (p. 171), ulteriore testimonianza della già evidenziata apertura della cultura meridionale a quella europea; e, se Corvaglia era influenzato da Unamuno e dalla letteratura spagnola, in questo caso Carrieri è influenzato dalle novità provenienti d’Oltralpe.
L’ottavo saggio, e unico inedito della raccolta, Ennio Flaiano tra Carlo e Francesco Barbieri (con lettere inedite e scritti di Flaiano), mette in luce una porzione di vita dello scrittore pescarese, ricostruendo il rapporto di amicizia che lo legava ai fratelli Barbieri, artisti provenienti dalla provincia leccese, trasferitisi a Roma all’inizio degli anni ’20. Attraverso 7 lettere (inedite) inviate a Francesco e pubblicate in appendice assieme a due scritti dedicati a Carlo, pubblicati nel 1938 e da allora scomparsi dai radar, Giannone dà risalto alle figure di queste due personalità pressoché dimenticate, in particolare a Carlo, pittore scomparso tragicamente nel 1938 a 28 anni e il cui ricordo rimane ben saldo nella memoria di Flaiano. Più che di un saggio riguardante arte e cultura, si tratta di un inno alla memoria, al non voler dimenticare chi, anche se per un breve periodo, ha lasciato una traccia di sé, un segno luminoso che non deve essere cancellato.
Il nono e ultimo saggio, Per un profilo di Giacinto Spagnoletti critico letterario, è invece un omaggio a «uno dei letterati più operosi e poliedrici del nostro Novecento» (p. 211). Giannone qui rievoca brevemente la formazione letteraria e gli interessi del tarantino, per poi elencarne le maggiori opere critiche (ricordando anche i lavori dedicati alla letteratura francese di quello che definisce «l’antologista principe della poesia italiana del Novecento» (p. 213). Lo spessore di Spagnoletti risalta anche da questa breve rassegna, e dalla descrizione accurata di Giannone emerge chiaramente la fondamentale importanza dell’attività critica di uno studioso capace non soltanto di confrontarsi con autori italiani ed europei, ma soprattutto di tentare di dare un ordine al caotico panorama letterario contemporaneo.
Da questo breve excursus emerge chiaramente il nobile intento di Giannone di restituire la giusta attenzione a opere e autori pressoché abbandonati, sottolineando ancora una volta come dalle sintesi, dai canoni costruiti su uno o più determinati motivi, spesso sono escluse figure la cui produzione e personalità, e la cui storia, hanno contribuito a definire la realtà culturale e sociale del nostro Paese. Attraverso lettere inedite, archivi, riviste d’epoca, scritti quasi completamente dimenticati, Giannone fa ben comprendere come il Novecento sia ancora lontano dall’essere completamente esplorato, soprattutto per quel che riguarda il Meridione, ingiustamente spesso trascurato da canoni e antologie nazionali, ma che annovera tra i suoi protagonisti personalità capaci di aprire la cultura locale alla cultura europea contemporanea. E allora, se questi sono i risultati, sarà tanto meglio continuare a tuffarsi e ad esplorare le pieghe del Novecento piuttosto che appiattirlo definitivamente in un’immagine preconfezionata e coerente.
(fasc. 61, 25 agosto 2026)



