Recensione di “I demoni della Santa Fede. Diario di un monaco giacobino del 1799” di Vincenzo Villella (Grafichéditore 2023)

Author di Carmine Chiodo

«Sono io l’ignoto calabrese offeso nel piede dritto, citato nell’elenco segreto dei cospiratori partecipanti alla storica agape di Posillipo della notte del 7 agosto 1793»: questo, l’inizio di uno splendido e affascinante romanzo storico che si snoda in modo fluido in ventotto capitoli. L’autore è Vincenzo Villella, uno dei maggiori e più attendibili storici calabresi, che ci ha dato validi e illuminanti contributi storici mettendo a fuoco aspetti e momenti vari della storia della Calabria e non solo. Al riguardo, tra le sue moltissime pubblicazioni mi limito solo a richiamare le seguenti: La Calabria della rassegnazione in ben tre volumi (1984-1986), L’albero della libertà (1987), I briganti del Reventino (2006), Joachim Murat. La vera storia della morte violenta del re di Napoli (2019). Solo uno studioso, scrittore e storico ferratissimo, ci poteva dare un’opera che, vista nel suo complesso, mostra non solo la vasta e ben organizzata conoscenza storica di Villella, ma pure la sua perizia di scrittore che con lingua sempre chiara e scorrevole rende piacevole la narrazione dei fatti storici e umani di cui si racconta.

Siamo trasportati in vari ambienti, tempi e vicende; veniamo a conoscere vari personaggi ben delineati da un punto di vista storico e umano, per cui il lettore si appassiona a ciò che legge. È un’opera corale, ben congegnata, e chi legge è continuamente invogliato a proseguire nella lettura. Si ammira anche la perizia con cui lo studioso presenta i fatti e le varie vicende, gli ambienti e i luoghi, mostrando non solo le azioni storiche dei personaggi, ma anche i loro caratteri umani. Ovunque si respira storia e cultura: così viene messo a fuoco un avvenimento fondamentale e cruento del Regno borbonico di Napoli, impegnato nella lotta contro le nuove idee repubblicane provenienti dalla Francia con la sua rivoluzione del 1789.

Insomma, un libro che si legge con partecipazione e coinvolgimento nelle vicende storiche che, a mano a mano, vengono presentate in modo agile, ma profondo. Nella fattispecie, le parole citate all’inizio sono di Francesco Butera di Conflenti, in provincia di Catanzaro (Villella è anch’egli di questo paese): illuminista, massone, giacobino e monaco agostiniano (prima di farsi tale era il “notaio zoppo”). Difatti, è proprio Francesco che in prima persona narra i fatti che formano la Memoria di Francesco Butera, già notaio e ora monaco, sui trascorsi fatti di mia vita nell’epoca della Santa Fede del cardinale Fabrizio Ruffo. Conflenti, monastero di Sant’Agostino, agosto 1804. Gli avvenimenti narrati sono quelli del triennio giacobino (1796-1799), «caratterizzato dalle insorgenze antifrancesi in Europa e in Italia, movimenti insurrezionali contro le idee liberali e rivoluzionarie» (Presentazione, p. 7): ecco, quindi, il «Sanfedismo nel Regno di Napoli». Quest’ultimo fu certamente il più cruento e molti alberi della libertà, dapprima piantati, vennero poi spazzati via dai sanfedisti e dalle bande capitanate dal Cardinale calabrese di San Lucido, Fabrizio Ruffo.

Villella con la sua opera ci immette nell’atmosfera culturale, politica e umana, cruenta e drammatica, che ha caratterizzato il Regno di Napoli: il 1799 è ricordato giustamente dagli storici come l’anno finale del cosiddetto triennio giacobino. Il testo è unitario e organico anche se gli argomenti, le vicende, i fatti sono tantissimi: tutto è ben fuso fino all’esito finale della lotta tra giacobini e sanfedisti. Chi legge viene trasportato da un ambiente a un altro, ora si imbatte in un personaggio, ora in una vicenda ora in un’altra: per esempio l’iniziazione massonica di Francesco nella Loggia della Cappella del Cristo Velato e poi la sua monacazione forzata.

Da sapere a tal riguardo che Francesco, quando diventò massone, venne spedito dal gran Maestro Jerocades di Parghelia in Calabria per diffondere le idee giacobine. Una volta arrivato in Calabria, si ammalò gravemente tanto da finire in agonia e la mamma, fervente cattolica, fece un voto alla Madonna della Quercia: se Francesco si fosse ripreso dalla malattia, l’avrebbe fatto diventare monaco; e così fu.

Nel romanzo il monaco forzato Francesco nel Convento di Sant’Andrea condivide la stessa cella con il monaco tedesco Ilarione, anch’egli giacobino e grande studioso di Gioacchino da Fiore. Poi si vedono piantare molti alberi della libertà, ma ecco, subito dopo, il contrasto per cui da questi alberi si passa ai patiboli, alle moltissime esecuzioni spietate, affollatissime di gente, per le quali muoiono anche eroi e grandi intelligenze. Il tutto si svolge a Piazza Mercato, in Napoli (tutti i capitoli in cui si svolgono le varie scene e agiscono i personaggi forniscono pure il contesto entro cui avvengono i fatti storici afferenti ovviamente alla lotta tra giacobini e sanfedisti).

Poi ecco ancora il 1799, anno in cui è proclamata la Repubblica partenopea e si muove dalla Calabria la marcia della Santa Fede del Ruffo. Le sue truppe, formate da un’accozzaglia di uomini di malaffare, si intrattengono nel Convento di sant’Andrea e assoldano in modo autoritario tutti i frati, scegliendo ovviamente quelli più giovani. Quindi, il monaco Francesco (pure notaio come già detto) vede di persona ciò che succede durante la crociata sanfedista e lo descrive minutamente nel suo diario grondante di eccidi, incendi, stupri, ogni tipo di violenza e ruberie commesse dai sanfedisti in vari luoghi: Maratea incendiata dal brigante Fra’ Diavolo che «festeggia con una messa nera e la copulazione sacra», e poi ancora l’uccisione e il vilipendio del cadavere del vescovo di Potenza Andrea Serrao; gli stupri fatti nel Convento femminile di Altamura; l’esecuzione – come già detto ‒ di tanti giacobini napoletani, il fior fiore dell’intellettualità locale, tutti ex fratelli di loggia di Francesco Butera. Ma sono registrati anche altri fatti, come l’ignobile tradimento dell’ammiraglio inglese Nelson, i suoi contrasti con il cardinale Ruffo, l’impiccagione dell’ammiraglio Francesco Caracciolo, il cannibalismo dei lazzari, il feroce martirio di Luisa Sanfelice.

Napoli diventa così la città-bestia dell’Apocalisse e Francesco, lasciata la città insanguinata, va alla ricerca del suo caro maestro Jerocades, che ritrova sempre attivo nella stamperia clandestina del Convento di san Giovanni a Cesarano, proprio quando, incatenato, viene portato in prigione, e così dà l’addio all’avvento imminente della nuova era apocalittica dell’abate Gioacchino ricordato da Dante con quei celebri versi: «di spirito profetico dotato». Francesco non si arrende per niente e, inginocchiato davanti al crocifisso dell’altare del convento, «giura di continuare l’opera del suo Maestro per la divulgazione della fede nella ragione umana, per aiutare i vinti a realizzare una immortalità terrena prima ancora di quella ultraterrena». Nella sua memoria scrive: «A tutti quelli che si recheranno in futuro a visitare Napoli raccomando di non mancare di andare in Piazza Mercato in faccia alla chiesa del Carmine e, inginocchiati su quel sacro terreno bagnato dal sangue di tanti martiri, rivolgano un pensiero ad Eleonora e a tutti i patrioti che sono morti da coraggiosi per la salute dell’infelicissima patria» (p. 395).

Come si vede, quest’opera di Villella ha tutti gli ingredienti per essere definita un “romanzo storico” in cui il lettore si imbatte in varie situazioni e sfilano davanti ai suoi occhi tante scene avvenute in quel tempo orribile delle lotte tra repubblicani e sanfedisti. Sono queste vicende fortemente intrecciate che ci mostrano anche come si viveva, quali erano gli usi, le condizioni della gente in quel periodo nel Regno di Napoli e così si legge: «Gli ‘spirdati’ arrivano qui (gli spirdati sono gli invasati dal demonio che venivano condotti a Conflenti, al santuario della Madonna della Quercia, sede diocesana degli esorcismi) sfiniti e stremati, a volte moribondi, non tanto per la pesantezza del viaggio a piedi, quanto a causa delle estenuanti pratiche alternative o preparatorie all’esorcismo cui venivano sottoposti per giorni e giorni» (capitolo quarto, p. 53); «Michele Calabria, don Michelino, come lo chiamava la gente, era mio cugino carnale» (capitolo ottavo, p. 127), un fannullone, ignorante, rozzo e prepotente, che stuprava (la sua unica occupazione) le donne, e per questo venne ucciso. «È tutto nudo – dice un gendarme – mostrandoci i pantaloni buttati poco distanti sul fieno e la camicia insanguinata» (pp. 131-32). Chi ha ucciso Michelino è Nicola Gualtieri, il chierico cursore, figlio primogenito del sarto Gennaro Gualtieri, detto Panedigrano. Nicola ha scannato don Michelino perché aveva violentato la sorella e l’ha ammazzato nella stalla dove aveva appunto abusato di lei.

Dunque, I demoni della Santa Fede di Villella è un’opera che mette in evidenza le grandi competenze storiche dello studioso e poi la grande capacità di analisi e di sintesi con cui sono raccontate le varie e incastrate vicende, per cui ci è dato assistere ed essere coinvolti in una narrazione armoniosa e chiara che tocca da vicino e sprona continuamente a meditare sulla storia, sull’uomo e sulle azioni successe in passato ma che poi, pur cambiando i tempi e i modi, vengono a galla sempre o a riproporsi. Il volume, pregevole sotto ogni punto di vista, si raccomanda a tutti per essere letto e meditato, soprattutto da parte delle nuove generazioni.

(fasc. 51, 25 febbraio 2024, vol. I)

La magia dell’ukulele incontra il fascino di Monopoli: Musica, Bellezza e Comunità al Monopolele 2024

Author di Vincenzo Vona

Si vocifera negli ambienti ukulelistici che l’idea del Monopolele sia nata in una serata vacanziera nella quale Salvo Mc Graffio e Mauro Minenna, ideatori e organizzatori del festival, videro nella città di Monopoli la location perfetta per una manifestazione musicale con protagonista lo strumento hawaiiano per antonomasia.

Si dice, inoltre, che ad accendere in loro l’entusiasmo fu una discreta quantità d’alcool, e sinceramente non stento a crederlo, perché suppongo che per pensare di mettere in moto una macchina così complessa ci vogliano determinazione sì, coraggio certamente, intraprendenza senza dubbio, ma soprattutto pochi freni inibitori.

La kermesse entra nel vivo il 30 maggio 2024, ma la presenza di un gruppo di folli irlandesi, Ukulele Tuesday, ukulelisti dublinesi fortissimi nell’animare le jam session, la fa cominciare “con il botto” già dalla sera del 29 con una coinvolgente esibizione che fa entrare nel clima festaiolo che caratterizzerà tutte le giornate e serate a seguire. Sì, perché nei festival di ukulele di tutto il mondo le persone non vogliono solamente godersi le performance di straordinari musicisti, ma suonare il più possibile, con chiunque, a qualsiasi ora del giorno e della notte e in qualsiasi luogo.

L’organizzazione parte dall’accoglienza, e a Palazzo Palmieri c’è l’Info point del Monopolele, uno stand dove trovare gadget, merchandising, il Songbook con le canzoni da suonare insieme alle jam session, il programma dei concerti e dei workshop, tutto gestito con cordialità e gentilezza da un team molto simpatico, sorridente e disponibile.

Il pomeriggio del giovedì è animato dall’Open mic, gestito con grande maestria da Giulia Nervi, attrice, comica, cantante, amante dell’ukulele e per l’occasione Maestra di cerimonie di uno dei momenti più attesi in tutti i festival. Gli ukulelisti fremono per far ascoltare la propria musica: non importa il livello di preparazione; la gioia di ognuno nel suonare davanti a un pubblico per la maggior parte composto da suonatori di ukulele, e che quindi comprende la tua passione per questo strumento, è immensa.

Si continua con l’Ukulele beach Party a Porto Rosso, una location di una bellezza indescrivibile, con gli inglesi Peter Moss e George Elmes. Uno, una leggenda dell’ukulele (non per niente conosciuto come “Ukulele Man”), e l’altro un giovane musicista dal futuro radioso, con un talento straordinario e una tecnica sopraffina. Si prosegue con Feng E, un talentuosissimo sedicenne di Taiwan che suona da virtuoso già da qualche anno. Una performance, la sua, all’insegna della sperimentazione: l’uso del distorsore o del wah wah, effetti tipici della chitarra elettrica, può far storcere il naso ai puristi, ma è fuori da ogni dubbio che questo ragazzo ha una tecnica e un’affinità con l’intrattenimento del pubblico invidiabili, degne dei performer più datati.

Concludono la serata i Veeble, un progetto musicale che da quanto ho capito nasce appositamente per Monopolele. La Party Band porta in spiaggia un sound molto coinvolgente che passa dal reggae alle atmosfere balcaniche e al rock con disinvoltura e grande maestria; l’uso dell’ukulele in questo contesto può sembrare un pochino forzato, ma la versatilità di questo strumento non smette mai di stupirmi ed è una delle caratteristiche che in lui apprezzo di più.

Si arriva a un altro dei momenti più desiderati da coloro che, ukulele a tracolla, si sono goduti il concerto: la Jam session. Alla Perla Nera di Monopoli, bellissimo locale in riva al mare, ecco che le corde si scaldano, le ugole si infiammano e si inizia a suonare e a cantare a squarciagola fin quando ce n’è!

Il venerdì partono i workshop: a rompere il ghiaccio con un workshop dal titolo The magic of Major Scale sono proprio io, Vincenzo Vona, ukulelista proveniente dal Nord Italia, docente di ukulele certificato da JHUI (James Hill Ukulele Initiative) e promotore del metodo internazionale Ukulele in the class room, ideato dal didatta e performer canadese James Hill.

Seguono George Elmes con Magic Strumming!, Peter Moss con The summer wind e Feng E con More Rhythm.

La partecipazione ai seminari è ampia e sentita: c’è molta voglia di imparare cose nuove da parte del pubblico, che si mette costantemente in gioco per approfondire lo studio dello strumento. C’è spazio anche per chi non ne ha mai imbracciato uno, e addirittura per chi non lo possiede, grazie ad Alessandra Scaraggi e a Irene Aliverti. Le due ukuleliste, infatti, offrono nella chiesa di San Pietro lezioni gratuite e ukulele a chi non lo ha: una bellissima iniziativa che permette ai curiosi di approcciarsi allo strumento e di iniziare a suonare i primi semplici accordi.

Inoltre, non può assolutamente mancare in ogni festival che si rispetti la Parata: si parte da Piazza Palmieri e si arriva suonando al Porto vecchio, dove Adriano Bono, frontman dei Reggae Circus, arriva su una barchetta a remi suonando il proprio ukulele, anche se purtroppo la bellissima iniziativa viene bruscamente interrotta dalla pioggia (ma sarà recuperata alla Jam notturna!).

I concerti del venerdì sera si tengono in piazza Palmieri, luogo fulcro del festival. È il turno di Evan J. De Silva, da Singapore: nonostante sia anch’egli un giovanissimo e talentuoso ukulelista, ciò che mi ha colpito di lui è la sua profonda musicalità. Evan ha un grande senso ritmico, melodico e di interplay, un gusto musicale e una delicatezza nella performance che mi hanno piacevolmente sorpreso.

Ed ecco apparire uno dei primi strumenti ibridi: Victor Jofre, musicista e liutaio cileno, porta sul palco il proprio ukulele tahitiano, dal suono allegro e vivace, che evoca atmosfere esotiche e lussureggianti. Ritmi caraibici e del Sudamerica si mescolano a musiche di diverse provenienze e sottolineano la natura da Globetrotter di Jofre.

Ad un certo punto un fuori programma: tre personaggi bislacchi tentano un’incursione sul palco principale e ci riescono! Sono Marco Tregambi, Alessandro Pedroni e Frank Impudent dell’OrcheStrafottente. L’improvvisato trio fa divertire, ma anche pensare; notevole, infatti, e a tratti geniale è il brano di Amanda Palmer Ukulele Anthem tradotto e riadattato in italiano: una vera e propria poesia sull’ukulele.

Li hanno definiti “orchestra”, “ensemble”, “band”: i Sinfonico Honolulu possono rientrare in ognuna di queste definizioni e sono di sicuro la miglior formazione ukulelistica che abbiamo in Italia. I loro arrangiamenti sono ricchi, preparati con rara sapienza; il repertorio di successi pop rock è una vera e propria bomba esplosiva e hanno una presenza sul palco che riesce a coinvolgere tutti. I concerti della seconda serata non potevano concludersi in modo migliore.

La Jam notturna si sposta al Caffè mezzopieno e qui la faccenda si fa ancora più godereccia: non troviamo solo ukulelisti, ma tutta la città. Turisti, monopolitani e chiunque passi di lì si uniscono alla festa.

Il sabato 1° giugno è stata forse la giornata più intensa del festival: abbiamo avuto la sessione mattutina dei workshop a Palazzo Palmieri con Vincenzo Gioia e il suo workshop dal titolo Get started on improvisation, Aldrine Guerrero con These are a few of my favorite riffs e Calico con The magic technique-SWAY; e quella pomeridiana con Davide Donelli e il suo Strumming! Idee per un’esecuzione storicamente informata, Cathy Fink con Clawhammer Ukulele e Marcy Marxer con Motown Jam.

L’immancabile Parata del sabato ha un itinerario diverso, partendo da Piazza Garibaldi per arrivare al teatro Radar, dove ci aspetta il concerto di Giovanni Albini, straordinario performer di musica classica interpretata con l’ukulele nonché docente di teoria, ritmica e percezione musicale (dobbiamo ringraziare Albini se l’ukulele è entrato al Conservatorio); e Francesco Verginelli, liutaio romano che costruisce ukulele dal suono elegante e dalla grande personalità.

Arriviamo all’apice della manifestazione, almeno dal mio punto di vista, con una scaletta di artisti, per il concerto in piazza, superlativa. Il duo Cathy Fink & Marcy Marxer delizia con un mix di atmosfere country, bluegrass e jazz, il tutto arricchito da una delle tecniche più interessanti e purtroppo meno eseguite sull’ukulele per la sua oggettiva difficoltà: il Clawhammer. Questa tecnica arriva dal banjo e la sua particolarità è quella di sfruttare, proprio come fa il banjo appunto, la corda di Sol dell’ukulele, che in gergo è definita “rientrante” perché accordata un’ottava sopra rispetto a come ci si aspetterebbe in uno strumento a corde con quegli intervalli di note, per eseguire ritmi e melodie tipiche del Traditional Folk Americano.

Jedbalak, secondi solo in ordine di scaletta, offrono al pubblico un raffinato pot-pourri di melodie dal sapore mediterraneo che colloca il festival in una dimensione propria, che gli appartiene. Le musiche, sapientemente interpretate dalla band calabro-marocchina, sono un’immersione totale nell’habitat del Sud Europa. Il frontman della band inebria con i suoi vocalizzi da brividi e il suono del guembri, strumento a tre corde di origine nordafricana, un basso percussivo che sa di terra, di radici, che suona all’altezza del primo chakra e muove i nostri istinti primordiali.

Il gran finale è affidato a quello che per me è il miglior ukulelista al mondo (assieme a James Hill), Aldrine Guerrero, che, accompagnato dal suo “Partner in Crime” Aaron Nakamura, offre uno show semplicemente straordinario. Tecnica, interpretazione, timing, Aldrine ha tutto, persino una bellissima voce: soave, delicata, che arriva al cuore. E poi Aaron Nakamura! Che chitarrista! l’ho definito a fine concerto, andando a dirglielo di persona, un “metronomo umano” per la sua capacità di tenere il tempo. Si sa, dal vivo succede: i musicisti tendono a velocizzare o rallentare la velocità dei brani; e invece lui procede dritto come una freccia! I due artisti concludono il loro spettacolo invitando sul palco i due giovani prodigi Evan J. De Silva e Feng E, e il finale è da fuochi d’artificio. Poi di nuovo una Jam session al Mezzopieno a Monopoli, e le ore si fanno sempre più piccole.

L’ultimo giorno di festival inizia con un’altra serie di interessantissimi workshop: Patrìcia Lestre (P I S C O) con One hour, one flower, one song, una surpresa!, Francesco Verginelli con Exploring Ukulele Acoustics: Understanding Your Instrument e Victor Jofre con South pacific ukulele.

Quasi in contemporanea nella Chiesa di San Pietro avviene una delle cose meno prevedibili, il progetto Organetto a cUkù, un altro riuscitissimo esperimento di mescolanza di musiche e culture con lo scopo di far ballare a tutti, ma proprio a tutti (me compreso!), una serie di danze popolari, in coppia e in cerchio, delle tradizioni di tutto il mondo.

Ammetto di essermi poi posto la domanda: “Si può fare un Open Mic di quattro ore?” La risposta è sì: al Monopolele si può! Incredibile! La lista dei nomi per prenotare i propri 7 minuti era lunghissima e le esibizioni davvero interessanti. Dalle 14 alle 18 nella stessa chiesa l’ultimo palco aperto del festival è stato un successo! E c’è stato spazio anche per un laboratorio di ukulele rivolto ai più piccoli a Palazzo Palmieri, Ukulele for Kids.

Arriva il tempo dell’ultima parata e, mentre si attendono i ritardatari in loco, c’è l’uomo giusto, nel posto giusto, al momento giusto: Lorenzo Vignando, in Arte Ukulollo, che intrattiene il pubblico con la sua straordinaria verve da vero showman, con canzoni semplici, con pochi accordi che possono suonare tutti, e ci conduce al Porto Vecchio per l’ultimo grande ritrovo e la foto di rito.

La serata finale di concerti apre con i Rhomanife, un piacevole fuoriprogramma: infatti, la band non era in scaletta. Una sorpresa che gli organizzatori hanno voluto fare ai Monopolitani, probabilmente per via della loro provenienza. La Reggae Band, infatti, vanta un glorioso passato nell’underground barese e suona musica energica, fatta di testi profondi e ricercati; hanno una grande personalità, la cosa che personalmente apprezzo di più in un collettivo musicale.

Tiene alta l’energia della piazza il duo Pisco dal Portogallo, ukulele e fisarmonica che allietano con musiche evocative della loro terra, con quel velo di malinconia propria della musica portoghese, ma anche piena di ritmi suadenti. Una voce calda, profonda e penetrante, ricca di basse frequenze fa vibrare le membra e accompagna in un viaggio ai confini del mondo!

Ci spostiamo a Est e andiamo in Georgia con il Trio Mandili, gruppo prettamente vocale che si accompagna con il Panduri, strumento a tre corde originario del Caucaso che si utilizza nella musica folk e nelle canzoni popolari. Ed è proprio questa la caratteristica principale del gruppo tutto al femminile: l’esecuzione di brani popolari tipici del loro paese del quale, a giudicare dall’outfit e dalla presenza di alcuni loro conterranei con bandiere sventolanti, vanno particolarmente fiere. Il loro sound è unico, le loro voci toccano tutti i registri e alcune coreografie appena accennate hanno tantissima affinità con la nostra tarantella e la pizzica.

Si chiude in bellezza come si è aperto, con il dinamico duo inglese Peter Moss-George Elmes di cui si è già parlato, anche se questa volta la performance raggiunge livelli di tecnicismo notevoli e molto apprezzati dalla folla: una chiusura degna di un festival praticamente perfetto. L’ultima Jam ha il sapore amaro degli addii, anche se rimane comunque una festa.

Il Monopolele si candida, e forse lo è già, ad essere uno dei migliori festival di ukulele in Europa. Non solo, ma aver accolto quest’anno altri strumenti cordofoni, parenti dell’ukulele, ha portato la manifestazione a un altissimo livello. Mi sento di dire che non ha nulla da invidiare ad altri festival musicali non settoriali.

E poi c’è l’aspetto più importante, a mio modo di vedere, che è quello di aver dato, attraverso le tantissime iniziative, quel senso di Community che è proprio del mondo dell’ukulele italiano, anzi europeo. Ho avuto la possibilità da una decina d’anni a questa parte di vedere alcuni uke Fests in Italia e in Europa, e quello che ti rimane quando torni a casa è quel senso di appartenenza, di fratellanza, di coesione e di non competizione che sta dietro all’universo di questo piccolo grande strumento.

Una volta un tizio abbastanza famoso disse più o meno così: «Ognuno dovrebbe avere e suonare un ukulele, è così semplice che puoi portarlo con te ed è uno strumento che non puoi suonare senza ridere! È molto dolce e anche molto antico. […] Io lo adoro ‒ più siamo, meglio è ‒. Chiunque io conosca che possiede un ukulele è un “matto”. Quindi prendetene un po’ e divertitevi».

Quel tizio si chiamava George Harrison.

(fasc. 52, vol. II, 3 giugno 2024)

Troppo rumore per nulla. Qualche nota sulle canzoni del Festival di Sanremo 2024

Author di Massimo Scotti

In occasione dei funerali di Vittorio Emanuele di Savoia, il 10 febbraio 2024, una cronista del canale televisivo La7 così commentava: «Fa un po’ strano sentir parlare di titoli nobiliari ancora nel 2024». Casualmente, la giornata coincideva con la finale del Festival di Sanremo. Il caso ha spesso una sorridente ironia, e lo dimostra mettendo in atto un principio esoterico fra i più enigmatici e suggestivi: “Riunire ciò che è sparso”. Cosa si può indovinare, o dedurre, dal presentarsi di una simile coincidenza? Forse un fatto piuttosto semplice e sotto gli occhi di tutti: la tradizione è finita. O almeno tende a scomparire. A nascondersi. O a dissimulare il proprio aspetto sotto mentite spoglie.

La giornalista, piuttosto giovane, che si stupisce sentendo ancora parlare di titoli nobiliari, oggi, rivela una certa ingenuità. E sicuramente uno scarso senso della storia – ma è l’assenza di consapevolezza che atterrisce. La medesima assenza di consapevolezza che traspare dai motivi festivalieri, e che si avverte ancor prima dell’ascolto iniziale, nella lettura dei testi delle canzoni; verrà confermata, successivamente, dopo che i brani in gara sono stati interpretati, ripetuti, registrati e trasmessi più e più volte, da ogni mezzo di comunicazione, sempre più ossessivamente.

Come insegna a fare Michel Foucault, sento l’esigenza di definire chi è l’autore di questo discorso, a scanso di equivoci. Si tratta di una persona non più giovane, nata all’inizio degli anni Sessanta, che forse può almeno in parte compensare la propria ignoranza di tecnica musicale con un’assidua attenzione durata sei decenni per la manifestazione canora; tale persona è comprensibilmente in grado di valutare più i testi dei brani che le loro forme melodiche, e comunque solo da appassionato e dilettante. A sua discolpa può dire di conoscere almeno un poco la tradizione poetica occidentale e (anche solo per motivi anagrafici) la storia recente del costume italiano; è da queste premesse che si accinge a tentare una breve analisi, sapendo già quanto potrebbe apparire azzardata.

Sempre chi scrive qui fa appello a una generosa epoké, la sospensione del giudizio che sola può rendere libera ogni valutazione.

Un meraviglioso storico dell’arte come Roberto Longhi amava la canzone popolare e Marcel Proust la difese con parole celebri:

Detestate la cattiva musica, non disprezzatela. Dal momento che la si suona e la si canta ben di più, e ben più appassionatamente, di quella buona, molto di più di quella buona si è riempita a poco a poco del sogno e delle lacrime degli uomini. Consideratela per questo degna di venerazione. Il suo posto, nullo nella storia dell’Arte, è immenso nella storia sentimentale della società. Il rispetto, non dico l’amore, per la cattiva musica non è soltanto una forma di quel che si potrebbe chiamare la carità del buon gusto, o il suo scetticismo, è anche la coscienza dell’importanza del ruolo sociale della musica. Quante melodie, di nessun pregio agli occhi di un artista, fanno parte della schiera dei confidenti preferiti dai giovanotti sentimentali e dalle innamorate! Quante “Anelli d’oro”, quante “Ah! resta a lungo addormentata”, le cui pagine vengono sfogliate ogni sera, tremando, da mani giustamente celebri, bagnate dagli occhi più belli del mondo con lacrime di cui il più puro maestro invidierebbe il malinconico e voluttuoso tributo – confidenti ingegnose e ispirate che nobilitano il dolore ed esaltano il sogno e che, in cambio del segreto ardente che viene loro confidato, offrono l’illusione inebriante della bellezza! Come il popolo, la borghesia, l’esercito, la nobiltà, hanno gli stessi postini, portatori del lutto che li colpisce o della felicità che colma i loro cuori, così hanno gli stessi messaggeri d’amore, gli stessi confessori prediletti. Sono i cattivi musicisti. Un certo ritornello insopportabile, che ogni orecchio nobile e raffinato si rifiuta all’istante di ascoltare, custodisce dentro di sé i tesori di migliaia di anime, conserva il segreto di migliaia di vite, di cui fu la viva ispirazione, la consolazione sempre pronta, sempre aperta sul leggio del pianoforte, la grazia sognante e l’ideale. Certi arpeggi, una certa “ripresa” hanno fatto risuonare nell’anima di chissà quanti innamorati, di chissà quanti sognatori le armonie del paradiso o la voce stessa dell’amata. Uno spartito di mediocri romanze, consumato per aver troppo servito, ci deve commuovere come un cimitero o come un villaggio. Che importa che le case non abbiano stile, che le tombe spariscano sotto le iscrizioni e gli ornamenti di cattivo gusto. Da questa polvere può levarsi in volo, davanti a una immaginazione abbastanza benevola e rispettosa per mettere a tacere un istante la sua alterigia estetica, lo stormo delle anime recanti nel becco il sogno ancora verde che faceva loro presentire l’altro mondo, e le induceva a gioire o a piangere in questo[1].

A dar ragione a Proust è Mathilde Bauchard, indimenticabile protagonista del film di Truffaut La Femme d’à côté, interpretata da Fanny Ardant, quando, in ospedale e in preda a una grave depressione, riceve la visita dell’uomo che ama disperatamente, Bernard Coudray (un inarrivabile Gérard Depardieu). «Non faccio niente tutto il giorno», dice Mathilde, trasognata e dolente. «Ascolto solo le canzoni. Sono stupide, ma dicono la verità: ‘Ti amo, non posso perderti. Non posso vivere senza di te’. Che altro c’è da dire?»[2].

Possiamo concordare ancora? Le canzoni “dicono la verità”? La dicono sinceramente, interpretando il nostro sentire odierno o del passato? E come la dicono?

Prendiamo un brano a caso, quello proposto dal cantante Alfa:

Mi han detto che il destino te lo crei soltanto tu

Vai a tempo col respiro e se corri ne avrai di più

[…] Mi han detto se ti senti così vivo

Non guardarti indietro mai e vai uh uh[3]

Un certo ottimismo americaneggiante è all’origine di queste concezioni, di abbagliante superficialità e di profonda pericolosità. Quindi, se ti va male, puoi incolpare solo te stesso; se «vai a tempo col respiro e corri», ne avrai di più: ma di cosa? Di destino, di tempo, di respiro? L’inserto affannoso («Uh uh») farebbe propendere per la terza ipotesi, ma, in sostanza, che cosa vuole dirci Alfa?

Mi han detto tempo al tempo

E non avere fretta più

Ricordo che cantavo disteso nel letto

Sognandomi cantare ma dentro un palazzetto[4]

Una considerazione che in parte contraddice le precedenti: ora c’è un saggio richiamo alla calma, al dominio dell’irrequietezza: «Tempo al tempo, non avere più fretta». Ma l’affermazione successiva è più interessante, in quanto mitopoietica: il successo, il destino agognato, è l’esibizione «in un palazzetto» (si suppone: dello sport). Il cantante sogna sé stesso acclamato da un pubblico, mentre fa quel che sta facendo in quello stesso momento sul palco dell’Ariston: metascrittura? O addirittura mise en abyme? Qualcosa induce a supporre che l’autore ignori simili concetti: la letteralità del suo messaggio, che disdegna le sfumature, per esempio.

Il brano si conclude con un monito piuttosto sensato: «Se stai via dalla strada e via dai guai / Tu non guardare indietro mai e vai». In questa filosofia contemporanea un po’ d’accatto, risuona dopotutto il buonsenso dei nonni.

Alfa, che invita a «non guardare indietro», sarebbe il primo a stupirsi di questa considerazione, che troverebbe forse offensiva. Ma il perbenismo dei nostri tempi è reso evidente dal confronto con un altro invito, quello offerto dalla star nazionale e internazionale Loredana Bertè, che in passato spronava proprio a confrontarsi con “la strada”:

Mentre la chitarra suona ancora un po’

Esci per la strada e scendi giù in metro

Così scoprirai

Che

Rinchiusi in una stanza non si vince mai[5]

Quest’anno, proprio la cantautrice ha ottenuto il Premio della Critica per il brano Pazza, interpretato come un inno alla libertà individuale e a un’idea di gran moda: l’autodeterminazione femminile. Niente di male, anzi. Forse si potrebbe obiettare che però questo fondamentale messaggio è espresso con una certa corrività facilona che caratterizza anche un film di successo basato su temi analoghi: C’è ancora domani di Paola Cortellesi (2023). Ecco l’esordio della canzone premiata:

Sono sempre la ragazza

Che per poco già s’incazza

Amarmi non è facile

Purtroppo io mi conosco

Ok ti capisco

Se anche tu te ne andrai via da me

Col cuore che ho spremuto come un dentifricio

E nella testa fuochi d’artificio

Adesso vado dritta ad ogni bivio

Va bene sono pazza che c’è che c’è[6]

Il testo è annoverabile fra i peggiori di Loredana Bertè, che ha interpretato e anche composto, invece, dagli anni Settanta del Novecento, canzoni intelligenti e visionarie, dotate di una certa ispirazione lirica scabra e fantasiosa, con caratteri di originalità molto frequenti, che riaffiorano qui solo sporadicamente, in immagini non ancora del tutto viete ma certo più pallide e prevedibili di un tempo: «Io cammino nella giungla / Con gli stivaletti a punta / E ballo sulle vipere»[7]. Si nota però, e questo va detto, una certa attenzione per la metrica che rende il testo – anche solo scritto e non cantato – apprezzabile da un punto di vista ritmico, ma niente di più: si tratta di un manifesto sociopolitico, un elenco di slogan, privo di una qualsivoglia ricerca stilistica; un tipo di discorso piattamente “denotativo” che ha ben poco di “connotativo” (e questo vale, purtroppo, per la quasi totalità delle canzoni sanremesi di quest’anno).

Quando, anzi, si ricerca un tipo di linguaggio più metaforico, si frana facilmente, e disperatamente, nella goffaggine. L’esempio tipico è quello di uno fra i brani più osannati, e incredibilmente fatti oggetto di qualche riflessione esegetica, cioè Tuta gold di Mahmood:

Soffrire può sembrare un po’ fake

Se curi le tue lacrime ad un rave

Maglia bianca, oro sui denti, blue jeans

Non paragonarmi a una bitch così

Non era abbastanza noi soli sulla jeep

Ma non sono bravo a rincorrere

5 cellulari nella tuta gold

Baby non richiamerò

Ballavamo nella zona nord

Quando mi chiamavi fra

Con i fiori fiori nella tuta gold

Tu ne fumavi la metà

Mi passerà

Ricorderò i gilet neri pieni di zucchero

Cambio numero

[…] Dov’è la fiducia diventata arida

È come l’aria del Sahara

Mi raccontavi storie di gente senza dire mai il nome nome nome

Come l’amico tuo in prigione ma

A stare nel quartiere serve fottuta personalità

Se partirai dimmi tua madre chi la consolerà

[…] Mi hanno fatto bene le offese

Quando fuori dalle medie le ho prese e ho pianto

Dicevi ritornatene al tuo paese

Lo sai che non porto rancore

Anche se papà mi richiederà

Di cambiare cognome[8]

L’acclamatissimo brano ha senza dubbio, all’ascolto, un ritmo incalzante, al punto da diventare fastidioso. Il linguaggio, però, è davvero imperdonabile. Certo alcune allusioni alla strettissima contemporaneità, agli ambienti della tossicodipendenza, al mondo dei rave e in generale alla socialità giovanile possono apparire trasparenti alle nuove generazioni, comunicare con loro e persino affascinarle (come diceva Paul Valéry, «le moderne se contente de peu»). Si teme però che, una volta decriptato, questo artificioso linguaggio non si mostri in grado di esprimere altro che situazioni piuttosto scontate. Dietro le espressioni più lambiccate, la canzone reitera temi tipici affrontati dall’interprete fino a rischiare la monotonia. Il difficile rapporto con il padre, le preoccupazioni per la madre, la sensazione di estraneità a un mondo che esclude. Davvero, non si è già abbastanza sentito? E chi “non le ha prese, fuori dalle medie”? Per un motivo o per l’altro, alzi la mano chi non è stato vessato nel momento più drammaticamente conflittuale della vita di ciascuno (bianco o nero, etero oppure omosessuale, maschio o femmina, indigeno o straniero, asino o secchione, ce n’è sempre stato per tutti, e per i motivi più disparati).

Affiora un problema critico molto attuale in questi tempi: un messaggio viene apprezzato in quanto tale, e mai per l’aspetto stilistico che assume per la sua trasmissione (“se” arriva ad assumerla). Non si discute qui dell’importanza sociale di rivendicazioni, afflati libertari, proclamazioni di diritti, ricerca di giustizia collettiva e individuale, espressioni di problemi sommersi, anche molto gravi. No. Si deve considerare – se consideriamo la canzone popolare una forma d’arte – il suo aspetto artistico, formale, lirico, in una parola: “poetico”. Un canto popolare italiano divenuto internazionale come Bella ciao[9], per intenderci, ha un suo valore stilistico dato dall’intreccio delle immagini, dal tono accorato che lo contraddistingue, dall’emozione che suscitano i suoi versi semplici, diretti, ma anche “formalmente” significativi, proprio per la sobrietà con cui viene espressa la situazione drammatica del motivo, ormai divenuto emblematico degli aneliti alla libertà, alla pace, alla speranza di ogni popolo oppresso.

Le canzoni sanremesi dell’edizione 2024 appaiono, da tale punto di vista, estremamente povere. Un esempio è il brano proposto da BigMama, che andrebbe citato per intero:

Se potessi andare indietro ti darei una casa vera in cui dormire

Se anche fossi solo vetro ti coprirei per strada e mi farei colpire

Spalle larghe, la testa sopra ma i sogni ancora più in alto

Parole tante, ma poi strappate da ciò che diceva un altro

Pochi anni ma tanti sbagli che manco facevi tu

Li nascondevi tra lacrime d’odio che riempiva i tuoi occhi blu

Coi pugni stretti e i pensieri fragili, guardati adesso

Crollavi sempre anche con basi stabili, ma ora detesto

Pensare a me come a una di quelli lì, che ci hanno perso

Pezzi di loro per darne agli altri

Pezzi di cuore come gli scarti

Guarda me

Adesso sono un’altra

La rabbia non ti basta

Hai cose da dire

Se ti perdi segui me

Quel vuoto non ti calma

È il buio che ti mangia e non ti fa dormire

Animo buono ma riempito d’odio

Per far testa a quello degli altri

Più di un colpo d’arma da fuoco

E ti restava solo incassarli[10]

Il resto procede su questo tono, in frasi quantomeno abborracciate, metafore oscure, parecchie catacresi, ovvietà a dismisura, lessico da verbale dei carabinieri (quei «colpi d’arma da fuoco») o da testo pubblicato presso “case editrici” a pagamento (perché nemmeno in un tascabile offerto come allegato di «Confidenze» sarebbe più ammissibile una frase come «Tra lacrime d’odio che riempiva i tuoi occhi blu»).

Fatto sta che la canzone è stata dapprima selezionata e poi santificata perché dovrebbe esprimere rabbia e coraggio, nonché la rivincita di una ragazza sovrappeso che riesce finalmente ad accettare il proprio corpo (e non vuole sottoporsi all’umiliazione di una dieta). Il tema è fra i più attuali e, di nuovo, la rivendicazione più che legittima: la costrizione capitalistica alla magrezza ha dato luogo a disturbi non solo alimentari ma anche psicologici e psichiatrici di ogni tipo; ma questo non basta: il testo della canzone, in sé, è scadente.

E si salva ancora rispetto ad altri brani, nemmeno giustificati da un qualunque intento ideologico:

Serve un’idea

Continentale

Vorrei parlarti e mi vergogno come un cane

Tu aspetti il treno

Io al cellulare

Non trovo l’asso da giocare

Ma ormai, ai, ai

Lo sai che quando pensi di star bene poi ci rimani sotto

E lo sai, l’amore non si può cantare in una strofa da otto

È uguale, però sento la pelle bruciare, eh

Tanto con te rischio male, eh

Ma se mi guardi così

Se mi guardi così

(Sempre la stessa storia)

Chi non avesse riconosciuto la canzone, individuerà sicuramente il nuovo successo dei Kolors dal martellante ritornello, che ci perseguita ormai da mesi con la sua vacuità:

Un ragazzo

Incontra una ragazza

La notte poi non passa

La notte se ne va[11]

Qui non c’è neanche più il trovarobato psichedelico, tecnologico, malinconicamente urbano del goffo testo di Mahmood, i cascami di altri brani più o meno “rivoluzionari” misti a lacerti di frasi e citazioni risapute dal cantautorame più epigonico (come nella ballata di Fiorella Mannoia), il nonsense poco riuscito di Governo punk del gruppo BNKR44, ma poco più di un intarsio di parole a caso, posticce, grezze, che sembrano scelte apposta per apparire ancora più insignificanti. Al confronto, si direbbe studiata una freddura contenuta in Onda alta di Dargen D’Amico: «Non lo conosci Noè? / No, eh?»[12].

Un’immagine ricorre curiosamente in due canzoni, a suggellare la sofferenza che provoca l’ascolto dei testi “intonati” sul palco: «Una corona di arancio e di spine» (Fiorella Mannoia); «Una corona di spine sarà il dress-code per la mia festa» (Angelina Mango).

Il brano vincitore della scorsa edizione del Festival si intitola significamente La noia. Potrebbe assumere una dimensione simbolica:

Quanti disegni ho fatto

Rimango qui e li guardo

Nessuno prende vita

Questa pagina è pigra

Vado di fretta

E mi hanno detto che la vita è preziosa

Io la indosso a testa alta sul collo

La mia collana non ha perle di saggezza

A me hanno dato le perline colorate

Per le bambine incasinate con i traumi

Da snodare piano piano con l’età

Eppure sto una pasqua guarda zero drammi

Quasi quasi cambio di nuovo città

Che a stare ferma a me mi viene

A me mi viene

La noia

La noia

La noia

La noia

Muoio senza morire

In questi giorni usati

Vivo senza soffrire

Non c’è croce più grande

[…] È la cumbia della noia

È la cumbia della noia

Total

[…] Quanta gente nelle cose vede il male

Viene voglia di scappare come iniziano a parlare

E vorrei dirgli che sto bene ma poi mi guardano male

Allora dico che è difficile campare

Business parli di business

Intanto chiudo gli occhi per firmare contratti[13]

Si potrebbe se non altro riconoscere agli autori del testo una certa preveggenza, se non si ascoltassero le voci diffuse che ogni anno considerano i giochi già fatti in partenza: la figlia del vero, grande cantautore Pino Mango, autore – lui sì – di testi delicati e intensi, è destinata almeno per l’anno in corso a numerose comparsate in svariati programmi televisivi, ma anche a furoreggiare sui social media per un periodo che sarà breve o lungo a seconda del suo grado di resistenza e testardaggine.

Su tutti gli altri testi il silenzio è carità: non ci resta che azzardare qualche considerazione generale. La lunga storia del Festival della canzone italiana, giunto quest’anno alla sua settantaquattresima edizione[14], ha conosciuto momenti migliori e versi più suggestivi, escludendo il periodo della conduzione da parte di Amadeus, che dal punto di vista estetico ha toccato le punte più basse. Un giovanilismo diffuso e piuttosto scriteriato ha guidato la scelta di motivi pacchiani, presentati con più attenzione per la stravaganza degli abiti dell’interprete che per la resa artistica; in sostanza, contavano molto meno i brani in sé rispetto all’esigenza spettacolare di far esplodere infime polemiche e risibili scandali.

Per concentrare l’attenzione sui testi, invece, partendo soltanto da quelli della presente edizione, si può dire che sono espressione diretta della diffusa “disabitudine alla poesia” che caratterizza i tempi odierni; questo tema viene affrontato con solerzia, e con il coraggio tipico dell’autentica ispirazione critica, da un saggio raro per acume e pugnace sprezzo del pericolo: Se una notte d’inverno, di Carlo Donà (2022).

L’autore delinea un panorama complesso e articolato di un fenomeno allarmante quale “il tramonto della cultura del libro”, e del valore letterario in genere, in cui l’incapacità di comprendere e apprezzare il testo poetico svolge un ruolo determinante e perciò non trascurabile. Donà cita – fra le più eterogenee fonti – le divertentissime pagine dei Diari minimi di Umberto Eco, in cui si immaginava una conferenza sulla letteratura italiana del XX secolo, tenuta in un futuro lontanissimo sulla scorta di pochi frammenti dispersi di una civiltà cancellata:

Troviamo un senso di disperazione, di lucida coscienza della crisi, come in questa spietata rappresentazione della solitudine e della incomunicabilità che forse, se dobbiamo credere a quanto l’Enciclopedia britannica dice di questo autore, dobbiamo ascrivere al drammaturgo Luigi Pirandello: “Ma Pippo Pippo non lo sa / che quando passa ride tutta la città”[15].

Carlo Donà commenta: «Certo, l’idea che fra qualche secolo i frammenti delle canzoni più corrive e commerciali […] possano essere scambiati per versi di poesie ci fa sorridere»[16]. Forse c’è poco da sorridere; forse succederà di peggio. Forse le composizioni che oggi possiamo considerare deteriori diventeranno un modello per l’arte di domani, perché, se questi sono gli unici esempi di “poesia” offerti alle generazioni che verranno, le speranze di formare il gusto del futuro si riduce al minimo.

«Possiamo innanzitutto dire che il valore letterario di un testo è, almeno in parte, una funzione storica, al pari di altri suoi caratteri, come il valore documentario o sacrale»[17]. Di certo però, come spiega Donà nelle pagine iniziali del suo saggio, non si può far dipendere questa caratteristica peculiare del testo dal suo successo commerciale: tale visione concepisce qualunque opera come un semplice – e spesso trito – prodotto dell’industria culturale; questo meccanismo ormai ampiamente consolidato premia abitualmente esemplari conformisti, preconfezionati e scadenti di malintesa “letterarietà”. In sintesi, spiega l’autore, se è il pubblico a decretare il valore di un’opera, per poter considerare “oggettivo” tale valore, bisognerebbe prima valutare le capacità di scelta del pubblico medesimo (dato che la critica sembra voler rinunciare progressivamente all’esercizio di tale potere).

Per ricondurci alle nostre responsabilità di adulti, non ci dovremmo, in sostanza, arrendere all’idea che “questa canzone piace anche ai bambini”, specialmente se non siamo più bambini. Manca oggi, come spiega Donà, una precisa educazione al gusto (letterario, poetico) che consenta di distinguere certi tratti irrinunciabili del testo lirico, primo fra tutti la sua intrinseca musicalità: «Se leggiamo, a caso, qualche composizione di poeti italiani contemporanei, non possiamo non notare, credo, come di tutto ciò che dava alla poesia una dimensione propriamente musicale si sia persa ogni traccia»[18].

L’autore di Se una notte d’inverno aggiunge: «Far poesia oggi in Italia significa sfornare testi caratterizzati dal fatto di vertere su temi di adolescenziale drammaticità, in cui il discorso lirico procede, con un imbarazzante sfoggio di sentimenti ‘alti’, al di fuori di ogni vincolante congruenza logica»[19].

Se questi sono gli esempi che propone attualmente l’orizzonte poetico nazionale, non possiamo certo aspettarci dalle canzoni sanremesi scintillii lirici o ardimenti sperimentali; il discorso, ovviamente, vale per “queste” poesie come per “alcuni” autori contemporanei molto pubblicizzati, che hanno se non altro il merito di affrontare le diffidenze degli editori che – coralmente – trascurano la poesia, con le rare eccezioni di alcune collane dal prestigio ormai consolidato («Lo specchio» mondadoriano, la «Collana bianca» Einaudi ecc.).

Se autori classici come Francesco De Gregori, Ivano Fossati, Francesco Guccini si ispiravano spesso, più o meno apertamente, alla migliore tradizione poetica occidentale, oggi i parolieri sanremesi non ritengono opportuno farlo; oppure non sanno a chi appellarsi? La poesia svanisce dagli scaffali delle librerie e, di conseguenza, dall’attenzione di un pubblico sempre più distratto. D’altra parte, come spiega Carlo Donà,

scrive poesia, oggi, chi scrive strano, andando a capo in modo incongruo, o affastellando frasi dalla sintassi incerta e dai nessi scardinati, in cui sia evidente ed esibita una forte soggettività espressiva. Il fenomeno della scomparsa della lirica dal panorama culturale medio a me pare dei più imponenti: anche se, come tutte le cose davvero importanti, è avvenuto nascostamente e in silenzio. La poesia, e la lirica in particolare, è stata, in una tradizione millenaria, il deposito sacro della bellezza della parola, il tesoro del senso, il piacere del gioco, la nostalgia di una lingua pura e perfetta, in cui forma e contenuto si cristallizzano in unità assoluta e limpida, per dispiegarsi nel canto […]. Anche la tradizione popolare e dialettale aveva un patrimonio lirico altrettanto ricco e, a suo modo, non meno illustre, che senza dubbio per millenni ha svolto tra gli indotti la stessa funzione che la poesia lirica ricopriva tra i pochi lettori di libri […]. Mezzo secolo di società (televisiva) dei consumi è bastato per fare piazza pulita di cinque millenni di bellezza e di grazia […]. Personalmente, ritengo che la poesia sia scomparsa anche perché non sappiamo più leggere i testi poetici; e non sappiamo farlo appunto perché non abbiamo più, nei loro confronti, la giusta dose di attenzione[20].

In un diorama di rovine culturali come quello così dolorosamente descritto, forse è stata data, qui, fin troppa importanza a fenomeni caduchi e insignificanti come i tesi delle canzoni di un festival che verrà presto dimenticato. Ma rileggere le parole di Proust sulla musica popolare del passato, e pensare al loro significato profondo, non può che far riflettere su certi aspetti anche minori e trascurabili di un tempo che dopotutto ci appartiene e non può fare a meno di condizionarci. Sono piccoli segnali che richiedono l’attenzione a cui ci richiama l’autore di Se una notte d’inverno. Che è più che mai, per chi riesce ancora a essere consapevole del presente, the winter of our discontent.

  1. M. Proust, Les Plaisirs et les jours [1896], trad. it. e cura di Mariolina Bertini e Giuseppe Girimonti Greco, I piaceri e i giorni, premessa di Anatole France, introduzione di Mariolina Bertini, note e commento di Luzius Keller, illustrazioni originali di Madeleine Lemaire, Milano, Mondadori, 2022, pp. 178-80.
  2. F. Truffaut, La Femme d’à côté, Francia, 1981, soggetto e sceneggiatura di François Truffaut, Suzanne Schiffman e Jean Aurel, produzione Les Films du Carrosse, in italiano La signora della porta accanto; con Véronique Silver, Fanny Ardant, Gérard Depardieu, Henri Garcin, Roger Van Hool et al.
  3. Il brano di Alfa si intitola Vai! ed è scritto da A. De Filippi (in arte Alfa, rapper ventitreenne), I. B. Scott, M. A. Jackson, A. De Filippi. La fonte più autorevole per quanto riguarda la trascrizione dei brani è il settimanale «Sorrisi e Canzoni TV», che da decenni pubblica i testi dei motivi sanremesi nella loro versione ufficiale, corretta e depositata (numero 7, 6 febbraio 2024, p. 24).
  4. Ibidem.
  5. Il brano è Movie, di O. Avogadro e B. M. Lavezzi (1981).
  6. Da Pazza, di L. Bertè, A. Bonomo, L. Chiaravalli, A. Pugliese, in «Sorrisi e Canzoni TV», op. cit., p. 36.
  7. Ivi, p. 37.
  8. Da Tuta gold, di J. Ettorre, A. Mahmood, F. Catitti, J. Ettorre, A. Mahmood, ibidem. A proposito di esegesi del testo: all’ascolto «gilet pieni di zucchero» suonava come “cileni pieni di zucchero”, e molto si è disquisito circa l’enigma di questa immagine criptica, ma più che altro grottesca.
  9. Per quanto riguarda la misteriosa e controversa storia di questa canzone, cfr., tra i contributi più recenti: C. Pestelli, Bella ciao: la canzone della libertà, Torino, Add, 2016; C. Bermani, Bella ciao: storia e fortuna di una canzone dalla Resistenza italiana all’universalità delle resistenze, Novara, Interlinea, 2020; M. Flores, Bella ciao, Milano, Garzanti, 2020; R. Giacomini, Bella ciao: la storia definitiva della canzone partigiana che dalle Marche ha conquistato il mondo, Roma, Castelvecchi, 2021.
  10. Da La rabbia non ti basta, di M. L. Lazzerini, M. Mammone, E. Botta, E. Brun, in «Sorrisi e Canzoni», op. cit., p. 27.
  11. Da Un ragazzo una ragazza, di D. Petrella, An. Fiordispino, F. Catitti, D. Petrella, An. Fiordispino, Al. Fiordispino, ivi, p. 43.
  12. Ben cinque autori si sono impegnati per raggiungere l’altezza di questa composizione: Cheope, J. M. L. D’Amico, G. Fazio, S. Marletta, E. Roberts. Ivi, p. 29.
  13. La noia, di Angelina Mango, è firmata da Madame, A. Mango, D. Faini, Madame, A. Mango. Ivi, p. 25.
  14. Si possono consultare, sul passato festivaliero, alcuni volumi, fra cui S. Facci, Il Festival di Sanremo: parole e suoni raccontano la nazione, Roma, Carocci, 2011; C. M. Lo Martire, Festival: l’Italia di Sanremo, Milano, Mondadori, 2012; L. Campus, Non solo canzonette: l’Italia della ricostruzione e del miracolo attraverso il Festival di Sanremo, Firenze, Le Monnier, 2015.
  15. U. Eco, Diari minimi, Milano, Bompiani, 1963, p. 21.
  16. C. Donà, Se una notte d’inverno, Roma, WriteUp Books, 2022, p. 81.
  17. Ibidem.
  18. Ivi, p. 133.
  19. Ivi, p. 134 (si vedano, al riguardo, anche le pagine successive).
  20. Ivi, pp. 226-27. Questo richiamo finale all’attenzione non può che richiamare alla memoria le pagine penetranti che scriveva, al riguardo, Cristina Campo (cfr. Gli imperdonabili, Milano, Adelphi, 1987).

(fasc. 52, vol. II, 3 giugno 2024)

Recensione di Francesco Procopio, “I canti del Canonico” (Laruffa Editore 2023)

Author di Carmine Chiodo

A Rocco La Cava va il merito di aver reperito il manoscritto dei Canti, conservato nell’Archivio di Casa La Cava, e ancora a Rocco La Cava va il ringraziamento di Marianna La Cava (sorella di Rocco, entrambi figli del noto scrittore Mario La Cava) per aver contribuito all’esegesi del testo e per altri suoi preziosi consigli.

Dalla chiara e utile introduzione di Marianna la Cava si coglie quella che è la poetica del canonico Francesco Procopio, «nato a Bovalino in provincia di Reggio Calabria nel 1779». Vi viene illustrata assai bene la temperie culturale nella quale visse e operò il canonico dai cui versi, ben annotati e commentati, balzano fuori echi di altri autori: Tasso, per esempio; poi «rimandi all’Arcadia con un epitalamio dell’abate Pietro Metastasio»; movenze e reminiscenze appartenenti ai drammi pastorali di Giovan Battista Marino e del Guarini; come sono ancora còlti aspetti impetuosi ma talvolta tristi, «patetici», di natura «sturmeriana».

È, in seguito, messa bene a fuoco la formazione dell’abate Francesco che, «avendo a disposizione la fornita biblioteca di famiglia, […..] amplia la sua formazione culturale oltre i parametri teologici del Seminario» (Introduzione, p. 5). Egli, difatti, possedeva una vasta cultura classica, umanistica, e lo si deduce facilmente allorquando cita miti greci e latini che sono ripresi e trattati in modo creativo nei suoi versi, che richiamano alla mente «i vaporosi colori del ‘Trionfo dell’’Aurora’ di Guido Reni» (ibidem).

Come giustamente osserva Marianna La Cava, questi versi del Canonico sono «eleganti e rimandano a mondi ideali popolati da personaggi mitologici e a luoghi realistici in cui si svolge la vita quotidiana»; sono «versi raffinati e straordinari» come: «Desto, l’aligero / popol sonoro / Saluta il Nume, / Delle girevoli / Sfere, ineffabile / Gloria e decoro / [….] Giulivo a tendere / Torna le reti / il Pescatore / Nelle volubili / Region’ incognite / di Glauco, e Teti / Non è possibile / Provar l’incanto / Del dì che nasce / Senza disciogliere / Ebro di giubilo / La voce al canto / In sì sensibili / Momenti o cara / Scordo le ambasce / Che il sen mi squarciano / E lieta a vivere / L’anima impara».

Altri suoi armoniosi e scorrevoli versi sono inni alla bellezza che la natura ci regala, con frutti, fiori, momenti, ore, stagioni: «Bello è veder le fertili / Viti su’ colli aprici / Tutte disposte in ordine / E l’alme lor cervici / D’aurei racem’ involte / A’ sguardo altrui mostrar / [….] Evvi di Persia il frutice / Che ad assaggiarlo invoglia / Che di oro, e di porpora / Vanta tener la spoglia / Evvi il susin che prono / attende un rapitor / Evvi il rugoso, e lacero / Fico di ambrosia asperso / La Pera, l’odorifero / Popone, che diverso / Sapor conserva / e il dolce Granato di rubin / Allor che l’alba candida / L’estinta face alluma / Un garruletto Zefiro / I vanni suoi profuma / Nella rugiada, molce / Del dì nascente il Crin». Questi canti rispettivamente attengono a Il Mattino, Il Mezzogiorno, La Primavera, L’està; L’autunno, L’inverno; poi si leggono un Sonetto e un’Epigrafe che recita: «A Francesco Procopio Che Nella Città Di Oppido Ebbe Canonicato Cattedra fama Alla Studiosa Gioventù Maestro E Filologo Strenuissimo Spezzò Finché Visse Il Pane Della Sapienza Mancò Alle lettere Greche E Latine Il di 30 Luglio 1841 Di Anni 62 Giovambattista Fratello Questa Immagine dolentissima Fece».

Leggendo l’Introduzione all’opera, si vengono a conoscere altri aspetti e lati della personalità di questo coltissimo abate, che «fu maestro di Grammatica presso il Seminario di Oppido, in Calabria, dove già suo padre era stato maestro di umanità superiore ed eloquenza».

Francesco Procopio appartenne a un’illustre casata e si distinse negli studi umanistici e in quelli teologici, scientifici e giuridici. I suoi versi scorrono facili e immediati, e comunicano i suoi sentimenti e gli atteggiamenti, le emozioni che prova davanti agli spettacoli che di volta in volta gli offre la natura, di cui coglie certi aspetti che influiscono sul suo spirito: «Della stellifuga / Alba le sporte / Gigli e viole / Inaura, e agli esseri / La sua vivifica / Luce comporta» (da Il Mattino); «Cinta di tenebre / D’astri trapunta / Su cocchio di ebano / La notte spunta / Dal fosco margine / Occidental» (da La Notte); ed ecco La Primavera e L’està: «E in mezzo all’erba rorida / In mille spire avvolte / L’aspro torpor rimuovono / In cui giacean sepolte»; «Saprai mio ben che il fuoco / Del Crin che in Ciel fiammeggia / In paragone è poco / A quel che in me serpeggia / Saprai che il dì primiero / Che a me ti offristi, tacquero / Mie doglie, e nel pensiero / Altri desj mi nacquero».

Il canonico ha una personalità spiccata e un proprio programma di vita; ha ben compreso che «Bellezza e Gioventù sono concetti effimeri, ha scoperto che la vera consolazione proviene dalla vita contemplativa nel chiostro di un convento. Per don Francesco questo luogo ideale viene rappresentato dalla Certosa di Padula, a dispetto dei fatti che l’avevano vista teatro di grandi turbolenze con l’arrivo dei francesi, i quali nel 1806 avevano completato l’opera di spoliazione iniziata secoli prima».

In questi Canti del Canonico si gusta una dolce e musicalissima e delicata poesia, che scaturisce dall’intimo di chi l’ha composta.

(fasc. 51, 15 marzo 2024, vol. II)

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Recensione di Pierluigi Mascaro, “I cerchi nell’acqua” (La Rondine 2023)

Author di Luca Castelli

Pierluigi Mascaro è un giovane giurista che si è laureato in Giurisprudenza alla Luiss, dove ha anche conseguito un Master in Diritto amministrativo e ha collaborato con la Cattedra di Diritto dell’ambiente. Si direbbe, dunque, molto più a suo agio con codici e pandette, con note a sentenza o articoli su riviste di settore e, tuttavia, non disdegna incursioni anche in generi letterari a prima vista lontani da quelli abitualmente coltivati dai giuristi, esibendo una versatilità che a ben vedere non è affatto rara nel nostro mondo, come dimostrano, tra gli altri, i successi dei romanzi di Gianrico Carofiglio o Giancarlo De Cataldo.

I cerchi nell’acqua è il primo esperimento letterario di Mascaro nel genere della narrativa. È un volumetto agile – più un racconto lungo che un romanzo breve – che si legge tutto d’un fiato e che conduce il lettore in un viaggio negli abissi dell’animo umano, dove si nascondono quei peccati inconfessabili di gioventù che possono segnare in modo irreversibile tutto il corso di una vita e che alla fine ci portiamo nella tomba. È quanto accade alla sedicenne Jane, fuggita nottetempo senza avvisare nessuno dalla villetta di Long Beach dove trascorre le vacanze. Un trauma indelebile per Aaron, che l’ama profondamente e non l’hai mai dimenticata, al punto da mettersi sulle sue tracce, sebbene siano passati più di quarant’anni da quell’improvvisa dipartita. La ritroverà in un piccolo borgo poco distante da Parigi. Ma quell’incontro, per quanto intenso e gravido di emozioni, non sarà chiarificatore, perché Jane non gli dirà la verità. E così torneranno ognuno alle proprie vite, lei con quel peso sulla coscienza di cui non si libererà mai più, lui con il suo castello incrollabile di fiducia nei confronti dell’amata, di cui ormai non restano che macerie: entrambi con un cumulo di domande rimaste senza risposta.

Nel vissuto di Aaron e Jane ritroviamo, in fondo, dinamiche in cui ciascuno di noi può riconoscersi: il ricordo di un amore estivo che ci resta nel cuore per tutta la vita; il viaggio alla ricerca della persona amata; la fuga verso l’ignoto per nascondere un segreto indicibile; l’idealizzazione di una persona che la realtà si incarica puntualmente di sconfessare. In questo passato che non passa il lettore viene coinvolto da una trama avvincente dentro gli enigmi esistenziali dei due protagonisti, alla ricerca di quelle risposte che neppure loro sono in grado di darsi.

(fasc. 51, 15 marzo 2024, vol. II)

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Recensione di “Il volo del grifone” di Fortunato Nocera (Città del Sole Edizioni 2019)

Author di Carmine Chiodo

Elemento di spicco della Fondazione Corrado Alvaro di San Luca (RC), lo scrittore e saggista Fortunato Nocera ha pubblicato romanzi che mostrano chiaramente la sua perizia nell’adoperare la penna. La sua arte narrativa non è solo descrittiva ma in particolar modo mira a delineare sia gli ambienti nei quali i personaggi agiscono sia la loro psicologia, i loro drammi, la loro maturazione interiore.

Di Nocera abbiamo letto con piacere tre romanzi, l’uno diverso dall’altro per temi e lingua: La maledizione della cometa rossa, Colloqui col padre e Il volo del grifone, tre opere nelle quali il lettore viene trasportato in ambienti e tempi storici diversi, ma che puntano sempre a investigare l’umanità, la sua disperazione, le sofferenze che patisce, la tracotanza e la malvagità di certi uomini vissuti in epoche lontane. Lo scrittore vi intesse una narrazione unitaria, agile, chiara, che mira all’essenziale. Tutto è misurato e ordinato nell’arte narrativa di Nocera, e non vi è alcuna distonia o sproporzione: la pagina è nitida e i periodi sono ben concatenati fra loro. Ci troviamo davanti a opere corali, ben fuse e che talvolta raggiungono esiti poetici notevoli.

Come definire Il volo del grifone? Romanzo storico? Non basta: infatti, vi si racconta la Calabria settecentesca, ma soprattutto c’è l’interesse dello scrittore per la condizione umana. L’opera attesta ancora una volta la maestria, la sapienza di Nocera nell’organizzare la narrazione e chi legge non si annoia mai, in quanto l’opera scorre limpida e chiara: è una narrativa agile, distesa, naturale.

Nella prefazione (Riflessioni su Il volo del grifone di Fortunato Nocera, pp. 7-14), Olindo Martucci coglie molto bene la fisionomia del romanzo, quando scrive che in esso gli attori «non sono maschere, stereotipi di personaggi che agiscono solo secondo il loro ruolo, ma ‘in-individui’ in evoluzione».

Il titolo dell’opera è emblematico, simbolico, in quanto indica la rapacità, la cattiveria di alcune persone che, pur di ottenere i loro scopi, pur di aumentare il loro potere, piombano sugli altri come grifoni, come animali rapaci e avidi; ma vi sono anche personaggi perbene, vittime del “grifone”, di quelle canaglie come quel Giovanni Faria che, dopo averne combinate tante, alla fine sarà pure lui ammazzato; Giovanni che nella vita non ha fatto altro che male e che con la sua astuzia e spregiudicatezza ha conquistato pure il titolo nobiliare di barone.

Fatti e vicende sono narrati in prima persona da Poldino o, meglio, Leopoldo Cutrillo, «ma per tutti sono ‘Poldino’, così come mi chiamavano i miei genitori da piccolo e tutta la gente del villaggio, detto ‘San Vasili’, dove nacqui settantuno anni fa; venni al mondo infatti nel giugno del 1735».

L’opera riporta in Calabria all’epoca dell’occupazione dei «francisi» e si dispiega attraverso due parti unitarie. Ecco l’inizio della prima: «Prologo 31 dicembre 1806. Oggi si spegne l’anno del Signore 1806, domani inizia il settimo di questo nuovo secolo, che si preannunzia duro e drammatico, pieno di lacrime e lutti per noi figli del popolo, come quello precedente» (p. 17). Poldino è figlio di poveri (il padre è un capraio) e, assieme a un’altra ragazza (Nunziatella) di famiglia povera, è stato scelto dalla baronessa Lamberti del Bettino per vivere nel palazzo baronale e per servirla. Si sente fortunato perché è cresciuto in un ambiente «patrizio» e ha appreso «le nozioni di scrittura e lettura assieme ai miei coetanei nobili, di cui fui compagno di giochi» (p. 18). Poldino e Nunziatella vivono in «villa» con donna Maria Consuelo, «che dava gli ordini e le disposizioni, tutto con la fermezza e la durezza di un tiranno» (p. 25).

Lo stile di Nocera è caratterizzato da quella leggerezza calviniana per cui lo scrittore offre una lingua agile, sciolta e nello stesso tempo incisiva nel mettere a fuoco fatti, vicende, tipologie umane. Alcuni esempi: «La marchesa Iolanda Minares era morta di crepacuore due anni prima del marito, quando seppe che anche il palazzo di Napoli era stato venduto per debiti di gioco» (p. 25); «Giovanni Faria era in viaggio dall’alba, salvo una breve sosta alla taverna di Filomena, una delle sue amanti, per rifocillarsi e accudire e abbeverare la cavalla» (p. 45); «Napoli apparve al giovane Paolo quasi mezz’ora dopo che la nave oltrepassasse il canale tra l’isola di Capri e il promontorio. Mancava poco all’alba. Il golfo era immerso in una leggera foschia, tuttavia si scorgeva il tenue lucore dell’illuminazione a olio della città. Luci flebili non diffuse per un arco grande, che al giovane Paolo, abituato a panorami parzialmente illuminati, sembrava enorme» (p. 328). Con tocchi leggeri e precisi sono resi atmosfere, fatti, stati d’animo.

Ci si imbatte anche in voci dialettali calabresi parecchio interessanti: «Quando, poi, avevamo cominciato ad apparire sulla faccia e sul corpo ‘pampule’ [‘vesciche’] piene di liquido e forti infiammazioni alla gola o al palato, i più anziani avevano capito subito cosa stesse imperversando per la contrada, ricordando ciò che era avvenuto trent’anni prima. Era tornata la ‘pusteggia’, il maledetto ‘morbu volanti’ che l’ultima volta aveva dimezzato la popolazione del borgo e che aveva oppresso per tre mesi tutta la provincia» (p. 236); «Improvvisamente smise di piovere. Il ‘subbissu’ [‘la catastrofe’] era finito. Ora non restava che stimare le rovine e seppellire i morti» (p. 263); «Mia madre faceva la ‘jornatara’ – lavorava a giornata – disponibile a fare qualsiasi lavoro, quando capitava»; «Fannulloni cosa fate a quest’ora a casa? Vi pago per lavorare, non per oziare davanti alle ‘farde’ delle vostre donne!» (chi parla è Giovanni Faria e le “farde” sono le gonne, le vesti delle donne, p. 120).

Il volo del grifone è un capolavoro per temi, lingua e strategie narrative. Nell’opera tanti sono i personaggi e tutti essenziali, e di ognuno si mette in risalto la singolarità del comportamento: ecco Giovanni Faria, che «cresceva all’ombra del padre, imparava rapidamente il mestiere paterno e a vent’anni (1744) era in grado di dirigere anche la selleria». Di Poldino si ricorda il suo dolore per il figlio della baronessa e compagno suo di giochi per il quale egli chiede a «donna Consuelo il permesso di vegliare il malato durante la notte, nel caso avesse avuto bisogno di qualcosa: avevo per Carlo un’affezione particolare». Le condizioni di Carlo Ferdinando si aggravano sempre di più fino alle belle e palpitanti pagine di umanità che ritraggono la morte del nobile rampollo e il dolore della mamma: «Intorno alla mezzanotte, dopo un rantolo più lungo e rumoroso, Carlo Ferdinando chinò il capo dalla parte dove lo vegliava sua madre e spirò. […] La baronessa ordinò ad Adelaide e a Nunziatella di provvedere alla vestizione della salma con l’abito di gala dello sfortunato figliolo» (pp. 157-58); «Donna Maria Mercedes restò muta. Volle sedersi al mio posto [di Poldino] per poter tenere la mano del figlio. Le lacrime scendevano a rivoli segnando il bel viso, ma il pianto era silenzioso, come se non volesse dare a quel figlio il dispiacere di sentirla piangere […]. Tutti stavano in silenzio. Si sentiva solo il rantolo dell’infermo. Piano, piano, anche quello divenne più tenue». Ancora una scena in cui è coinvolto Poldino: «Passai la seconda notte accanto al malato, nell’angoscia di vederlo sempre più sofferente, senza poter fare niente per aiutarlo. Gli tenevo la mano nella mia e sentivo, ogni tanto, che la stringeva. Forse era un segno di riconoscenza. Ma non parlava. Io bagnavo la pezzuola e gliela ponevo sulla fronte» (p. 154).

Nell’opera storia e umanità sono fortemente intrecciate: vari uomini sono schiavizzati e varie donne risultano infelici, disperate, oppresse dai baroni, ma poi le cose mutano con la penetrazione delle idee illuministiche e le prime sommosse. Come scrive Nocera nella Postfazione, «L’idea di comporre questo romanzo mi è venuta dopo varie letture sull’invasione francese del Regno di Napoli del 1806; disastrosa per la Calabria, con stragi e alluvioni di interi paesi. La regione, già prostrata da carestie, pestilenze, terremoti e alluvioni, dovette ancora una volta subire un’invasione di tipo barbarico» (p. 377). Il paese di cui si parla è «San Luca, che subì una strage e una devastazione orrende, ma stessa sorte ebbero anche altre comunità aspromontane del settore sud orientale e del settore occidentale» (p. 379).

Il romanzo nasce dopo lunghe e pazienti ricerche storiche, e il suo scopo è quello di «condurre il lettore in quella realtà sociale, economica, civile, della seconda metà del Settecento in Calabria, della quale tuttora non molti calabresi hanno conoscenza» (ibidem). A nostro parere, Fortunato Nocera è riuscito benissimo nel proprio intento.

(fasc. 49, 31 ottobre 2023, vol. II)

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Recensione di “Breve storia della letteratura francese” di Ida Merello (Einaudi 2023)

Author di Giuseppe Candela

Di storie della letteratura francese in italiano ne possediamo diverse e ancora valide, a cominciare dall’ampio progetto in più volumi diretto da Giovanni Macchia e dalla Storia della civiltà letteraria francese (Utet 1993) a cura di Lionello Sozzi. Lo stesso Sozzi è poi tornato alla storia letteraria con un progetto di dimensioni più ridotte, la Storia europea della letteratura francese uscita in due volumetti Einaudi nel 2013, che per certi aspetti ricalibrava il canone evitando gli squilibri evidenti in alcuni punti dell’opera del 1993 (basti menzionare il caso di Céline liquidato in meno di mezza pagina).

Dopo il 2013, per veder pubblicata una nuova storia letteraria francese si è dovuto attendere il 2021, con l’uscita dei due volumi a cura di Michela Landi (Le Monnier) che hanno più il profilo di manuali universitari rivolti a studenti delle due annualità di letteratura francese, come è evidente dallo spazio marginale riservato al Medioevo. Appare, perciò, inaspettata una nuova letteratura francese appena due anni dopo: alla fine del 2023 esce infatti presso Einaudi la Breve storia della letteratura francese di Ida Merello, già collaboratrice della Storia europea del 2013 di Sozzi, nella quale era autrice del capitolo dedicato all’Ottocento.

Questa Breve storia tutta in un solo volume è uno strumento molto diverso dalle precedenti opere sopra accennate. L’autrice, nella nota introduttiva, è molto chiara al riguardo: «Un primo libro di letteratura francese deve invece necessariamente mettere in primo piano gli autori e le opere, evitando però il rischio di trasformarsi in un elenco. È necessario un lavoro di intreccio, in modo che la produzione di un autore risulti chiara nella sua globalità anche se abbraccia diversi generi letterari» (p. XI). Inoltre, come motiva poco dopo, il libro rivolge una particolare attenzione alla letteratura più vicina a noi: «La scelta dello spazio concesso agli autori deriva da una valutazione contemporanea, diversa dalle precedenti perché legata al Dasein, qui, ora, in continuo cambiamento» (p. XII). La storia letteraria di Ida Merello rinuncia, perciò, all’esaustività e alla completezza alle quali miravano i grandi progetti di Macchia e di Sozzi, e allo stesso tempo si propone sia come volume facilmente accessibile agli studenti sia come prima storia letteraria per chiunque si diletti di letteratura francese e voglia approcciarvisi con un piglio meno specialistico (in quest’ultimo caso sarebbe più consigliabile, infatti, la Letteratura francese di Michela Landi).

Ida Merello, infatti, sacrifica interamente il periodo medievale, al quale accenna in appena 6 pagine nel capitolo di apertura, Le origini, nel quale si limita a ricordare la presenza delle chansons de geste, della lirica cortese e del romanzo cavalleresco tra i principali generi del Medioevo, e rivolgendo una maggiore attenzione invece ai due poeti principali del Quattrocento, Charles d’Orléans e François Villon, la cui «fosca poesia […] corrispondeva all’oscurità politica di quei tempi» (p. 8).

Nel successivo capitolo, Il Cinquecento, la trattazione rimane per lo più sintetica. Sono presenti brevi introduzioni storiche, soprattutto riguardo all’epoca di Francesco I, e si dedicano paragrafi specifici ad autori come Margherita di Navarra, Clement Marot, Maurice Scève, e il gruppo della Pléiade, ma lo spazio maggiore è riservato alle due grandi figure del secolo, François Rabelais e Michel de Montaigne, mentre sono del tutto taciute alcune figure di minori come le poetesse lionesi Louise Labé e Pernette du Guillet, e solo accennato è il teatro di Robert Garnier.

Per quanto riguarda il Seicento, secolo aureo della letteratura francese, lo spazio si moltiplica. Da questo momento il francese assume dei tratti canonici e “classici”, la letteratura diventa moderna in senso stretto. Così si trovano pagine sul pensiero libertino, sui salotti, sul preziosismo, sulla lirica (da François Malherbe a Tristan l’Heremite), sul romanzo (tra cui Madame de la Fayette e la sua Princesse de Clèves, Honoré d’Ufré e la sua Astrée, Charles Sorel e la sua Vraie Histoire comique de Francion) e su Jean de la Fontaine. Uno spazio più ampio è dedicato al teatro, con paragrafi interamente dedicati ai tre autori principali del secolo: Corneille, Molière e Racine. Per fare un solo esempio, rispetto alla sinteticità della trattazione, ampio spazio è dedicata all’analisi del Dom Juan di Molière.

Anche la trattazione del Settecento è abbastanza completa, pur riuscendo nel dono della brevità. Paragrafi distinti sono dedicati a Lesage, Montesquieu, Marivaux, Prévost, Voltaire, Diderot, Rousseau, mentre per l’ultimo quarto del secolo è posto un paragrafo generale nel quale si accenna alle voci principali, tra le quali Pierre Choderlos de Laclos, il marchese de Sade, il drammaturgo Beaumarchais e il poeta André Chenier. A conferma di quanto anticipato nella nota introduttiva, questa storia letteraria dunque si conferma essere una sequenza dei profili d’autore più importanti e canonici della letteratura di Francia.

I due capitoli conclusivi, rispettivamente sull’Ottocento e il Novecento, sono anche quelli di dimensioni maggiori e insieme coprono i due terzi della trattazione dell’intero volume. È sicuramente in queste due sezioni che risiede il vero punto di forza del volume, che mira a rendere un’idea generale della tradizione letteraria francese dei secoli più remoti che giustifichino anche la ricchezza e la molteplicità di quanto viene dopo ed è più vicino a noi, la letteratura propriamente “contemporanea”, quella degli ultimi due secoli. In particolare, nel capitolo sull’Ottocento sono affrontate tutte le voci principali del secolo a cominciare da Madame de Staël: Charles Nodier, Chateaubriand, Alphonse de Lamartine, Alfred de Vigny, Hugo, al quale sono dedicate varie pagine sulla sua ampia produzione narrativa, lirica e teatrale; Stendhal, Prosper Mérimée, Dumas padre, Alfred de Musset, Gérard de Nerval, Théophile Gautier, George Sand, Balzac, Barbey d’Aurevilly, Duranty e Champfleury. Ma è a due autori della metà del secolo che è riservato un posto centrale: la poesia di Charles Baudelaire, «il perno del profondo rinnovamento poetico su cui si sarebbero innestati non solo il movimento simbolista e decadente, ma anche la poesia novecentesca» (p. 166), e la narrativa di Gustave Flaubert, soprattutto con la sua Madame Bovary («lo squallore della vita di provincia e l’adulterio sono la sostanza grigia, insignificante, che dà vita a un’opera dalla straordinaria armonia compositiva; mentre a sua volta la protagonista Emma diventa interprete – non certo per i suoi desideri e i suoi sogni, ma per l’atto stesso del desiderare – dell’insoddisfazione esistenziale»: p. 175).

Diverse pagine seguono con la trattazione dei poeti simbolisti, Mallarmé, Verlaine, Rimbaud e Lautréamont, e della narrativa di fine secolo, di matrice naturalista con i fratelli Goncourt, Zola, Maupassant, ma anche con i romanzi fantascientifici di Jules Verne e quelli più vicini alle tendenze estetizzanti fin de siècle di Huysmans. Un breve spazio è dedicato ad altri minori, tra cui Marcel Schwob e Villiers de L’Isle-Adam. Il capitolo si chiude con uno sguardo veloce al teatro di fine secolo e all’irriverente figura di Alfred Jarry.

Il Novecento si apre con alcune figure minori (Péguy, Claudel, Segalen, Colette) e va dritto ai principali scrittori di inizio secolo: Apollinaire, Gide, Proust e Valéry, senza trascurare anche alcune figure di minori tornate alla ribalta negli ultimi anni, come Henri Régnier. La sequela di profiletti d’autore prosegue con nomi come Breton, Éluard, Char, Aragon, Antonin Artaud, George Bernanos e molti altri ancora.

Notevole è l’inserimento di un’autrice riscoperta solo in tempi recenti e non ancora presente nelle altre storie letterarie in italiano, Irène Némirovsky, mentre al centro sotto la rubrica “I grandi creatori” sono presentate due figure di scrittori molto controverse: nel primo caso Céline, che «fu uno dei più grandi prosatori del Novecento europeo, ma la sua intransigenza e la violenza delle sue idee fecero a lungo di lui un reietto» (p. 288); mentre il secondo è George Simenon, per lungo tempo collocato tra gli scrittori di consumo per la serie di romanzi polizieschi sul commissario Maigret, oggi riscoperto come grande autore della statura di Balzac: «Più volte è stato fatto il paragone tra Balzac e Simenon, per la ricchezza di produzione e l’adesione intima alla loro creazione. Per Simenon Balzac metteva in scena l’uomo pubblico, vestito, mentre lui voleva indagare le radici profonde delle azioni nell’uomo “nudo”, vale a dire nella sua interiorità» (p. 298). Seguono le pagine dedicate agli scrittori di metà Novecento (Camus, Sartre, Simone de Beauvoir), al Nouveau Roman e al Nouveau Theatre, al laboratorio dell’Oulipo, con particolare riguardo alle figure di Queneau e Perec, per chiudere con la critica (Barthes, Genette, Bachelard e altri). Le ultime pagine sono dedicate agli autori più recenti che continuano a scrivere nel nuovo millennio: Le Clézio, Annie Ernaux, Modiano, Antoine Volodine, Michel Houellebecq ed Emmanuel Carrère.

Nel complesso la Breve storia della letteratura francese di Ida Merello è sicuramente un buon primo approccio per i neofiti, quindi il suo pubblico privilegiato sono gli studenti e i dilettanti. Ciò non toglie che possa essere anche un buono strumento per rinfrescare la memoria e rivedere velocemente il profilo di alcuni dei principali protagonisti della storia letteraria francese. Certo, il libro non è esente da difetti, per lo statuto stesso della sua proposta: l’assenza di alcuni minori cui almeno si sarebbe potuto accennare (si è detto di Louise Labé, aggiungo qui anche che manca un profilo di Charles Perrault, il noto autore delle Histoires ou contes du temps passé); la scelta di sopprimere l’intero periodo medievale, col rischio di una lettura banalizzante di cinque secoli di ricchissima produzione letteraria di altissima qualità, dalla Chanson de Roland a Guillaume de Machaut e Christine de Pizan, passando per le tappe obbligate di Maria di Francia, i romanzi di Tristano, Chrétien de Troyes, il Roman de la Rose, il Roman de Renart, la poesia dei trovieri, che non possono essere liquidati in due paginette. D’altro canto, il pregio del volume è innanzitutto la scorrevolezza di lettura, agevolata sia dal linguaggio semplice sia dalla linearità della trattazione, ben ripartita in paragrafi dedicati agli autori; a ciò va aggiunta la brevità: trattare in poco più di trecento pagine cinque secoli di letteratura francese riuscendo a stendere un profilo abbastanza esauriente di quasi tutti gli autori maggiori è certo frutto di una notevole capacità di sintesi.

(fasc. 51, 15 marzo 2024, vol. II)

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Recensione di “Marta” di Giusi Verbaro (Lebeg 2021)

Author di Salvatore Iacopetta

Pubblicato per Lebeg nel 2021 e curato con attenzione dalla figlia Caterina, la cui ricostruzione filologica fornisce dati preziosi circa le modalità e il periodo di stesura dell’opera, Marta è un testo postumo di Giusi Verbaro, scrittrice italiana vissuta tra il 1938 e il 2015[1].

«Composto con ogni probabilità nella primavera del 1969»[2] in occasione del Concorso Letterario Giugno Teramese 1969[3], il quale «potrebbe identificarsi col Premio Teramo, un prestigioso e longevo concorso dedicato al racconto inedito, istituito nel 1959»[4], il libello costituisce un raro esempio della scrittura in prosa dell’autrice, la cui vocazione fu essenzialmente e quasi esclusivamente poetica, come testimoniano «le raccolte e i libri di poesia, diciotto in totale»[5] e «una serie di pregevoli cartelle d’arte, in cui le arti sorelle, Poesia e Pittura, vivono in armonica simbiosi»[6].

Il racconto ha per protagonista Marta, una donna il cui volto

non aveva un solo fremito di vita: era fermo, grigio, opaco, chiuso in una espressione senza luce, gli occhi di una fissità arida e allucinata, l’andatura stanca, quasi di automa. Un informe essere senza età, un viso come tanti, non più giovane, ma certo non vecchio, pur se indurito dalla fredda maschera di immobilità; biondi e striati di bianco i capelli acconciati all’antica, stinto, sciupato, fuori moda l’abito[7].

In una giornata di primavera, in seguito a un fatto che la turba profondamente, la protagonista, che per certi versi ricorda la Ida Ramundo della Storia di Elsa Morante, si ritrova improvvisamente faccia a faccia con sé stessa, prende consapevolezza della propria esistenza e vive l’epifania del senso ultimo delle cose. I suoi occhi volti al passato le rivelano una vita semplice, genuina, fatta di desideri inesauditi e devozione agli affetti domestici: le privazioni di un’infanzia segnata dalla guerra l’hanno portata ad assicurare ai propri figli un presente dignitoso e un futuro certo; la loro educazione, che ha avuto la priorità e che li ha tuttavia formati con una visione del mondo troppo distante da quella dei genitori, a tratti inconciliabile, sembra però essere costata ulteriori sacrifici a Marta, la quale, nello scorrere dei giorni, ha visto inaridirsi il proprio rapporto coniugale, sempre più carente di parole e d’affetto. La protagonista, il cui bisogno costante è quello d’amore, incarna plasticamente un certo modello di donna del suo tempo, una donna che vive di rinunce e colleziona rimpianti per il bene altrui, principalmente del marito e dei figli, una donna che soffre in silenzio e si accontenta di fugaci e rari attimi di felicità, una donna in cui la maternità è forza quanto mai viva e ineluttabile, quella donna che rievoca le tante figure femminili dell’Italia meridionale del Secondo dopoguerra che a Giusi Verbaro dovettero essere particolarmente care.

Il breve racconto, diviso in due parti, si presenta sin dall’incipit come un’opera priva di avvenimenti esteriori o fatti che abbiano un certo peso ai fini narrativi; le descrizioni degli ambienti che avvolgono la donna fungono in realtà da contraltare ai moti del suo animo e costituiscono, in definitiva, una sorta di madeleine proustiana che spalanca le intermittenze del cuore della protagonista: se nella prima parte le luci, le vetrine e le voci della città in festa marcano prepotentemente il contrasto con le ombre che abitano l’anima di Marta, nella seconda l’ambiente bucolico della notte rivela una prossimità affettiva ai sentimenti della donna e avvia un processo panico di fusione con la natura, che porta il testo, e la protagonista, ad approdare alle prime dolci luci dell’alba. Oltre a scorgere una netta contrapposizione tra l’essenza delle emozioni provate in un ambiente cittadino parato a festa, rumoroso, chiassoso, le cui luci abbagliano anziché favorire la vista, e i sentimenti recuperati nel silenzio notturno di una realtà edenica, nel libro tutto ciò che è al di fuori di Marta diventa il pretesto per descrivere le rifrazioni del suo io; lettrici e lettori si interrogano sull’influenza reciproca tra interiorità ed esteriorità della protagonista, domandandosi se sia la realtà esterna ad agire e a modificare quella interna o sia quest’ultima a creare ciò che la circonda; il racconto è, dunque, un’epopea del pensiero, «un viaggio nella propria interiorità capace di schiudere la forza del linguaggio, la valenza salvifica della creazione»[8].

Marta, considerato «il battesimo finora segreto della parola di Giusi Verbaro»[9], mette al centro «la forza del linguaggio, la sua eleganza incantatoria, la sua musica inesausta: si pensi al gusto della ricca aggettivazione, agli incisi, all’andamento ritmico e musicale»[10]. Quello della scrittrice è in effetti uno stile poetico: dai periodi brevi alla rarità dell’ipotassi, dalla presenza di figure retoriche quali sineddochi e similitudini, quasi alla maniera dantesca, alla scrittura intrisa di richiami leopardiani, tanto a livello morfologico quanto sintattico («lagrima», «tanta parte occupava»…), fino alle sensazioni olfattive, tattili, uditive, e agli aspetti sensoriali in senso lato, resi plasticamente in un linguaggio la cui metrica palesa un andamento poetico.

Il racconto costituisce sicuramente un raro esempio della scrittura in prosa di Verbaro che, fatta eccezione per la produzione saggistica, rimase quasi del tutto inedita: l’unico breve testo narrativo che l’autrice volle dare alle stampe fu, infatti, il racconto La badante[11]. Leggendo Marta, emerge come la prosa costituisca per l’autrice «un sorprendente flusso di coscienza, trascinante e continuo, che ha messo in moto il suo mondo poetico»[12]. Per la forza e la valenza lirica del suo linguaggio, Marta «precede e prepara la scoperta della poesia, ne delinea lo scenario interiore, smuove il linguaggio e definisce il ritmo del pensiero poetante. […] appartiene a un tempo che potremmo definire la preistoria della poesia di Giusi Verbaro»[13]. L’impressione che si ha leggendo il racconto è la stessa che lascia l’ascolto di una poesia: le movenze sono candide e armoniche, il ritmo appare musicalmente gradevole e le parole costruiscono periodi architettonicamente ben concepiti, proprio come le stanze di un componimento in versi. Già l’incipit del racconto, in cui si scorgono consonanze, climax ed enjambement non strutturalmente visibili ma foneticamente presenti, ne è un esempio:

Un tiepido, dorato pomeriggio di aprile: festa di luci e di colori per le affollate, chiassose vie del centro della grande città; quasi un fluire rapido, intenso di attività e di movimento, quasi una frenetica gioia di vivere e di godere dopo il lungo letargo dell’inverno. Gente vivace, elegante e felice per le vie; le vetrine riccamente addobbate, colorate, festanti; d’intorno, nell’aria, un qualcosa di gaio, di splendido, di nuovo[14].

È difficile affermare che Marta rappresenti solo un testo in prosa dell’autrice: sembra, in verità, che la chiave di lettura della realtà fosse, e sia sempre stata per Verbaro, la poesia, forma mentis mediante cui interagire col mondo in un processo comunque biunivoco che, sì, accoglie l’esterno prosaico come poetico, ma crea e trasforma, al contempo, la realtà circostante in poesia che sgorga dall’anima.

Marta, un racconto tanto breve quanto denso di verità profonde, stabilisce il valore della bellezza quale senso ultimo dell’esistenza, perché di fronte alla natura i problemi dell’umanità sembrano ridimensionarsi, e donne e uomini diventano parte di un Essere che precede il Logos, la sua potenza ma anche i suoi limiti. Se Virgilio, nelle Bucoliche, scriveva che Omnia vincit amor, Giusi Verbaro e la sua Marta sembrano condividere la densità semantica delle parole del poeta latino, aggiungendo che solo l’altro salva e che il senso dell’“io”, in definitiva, alberga nel “noi”.

  1. Archivio di Stato di Firenze, Fondo Giusi Verbaro, Inventario, a cura di F. Cecchi, 2018, pp. 2-4, e online all’URL: <icsaicstoria.it/verbaro-giusi/> (ultima consultazione: 25 febbraio 2024).
  2. C. Verbaro, Un racconto alle origini della scrittura poetica, in Ead., Marta, a cura di C. Verbaro, Roma, Lebeg, 2021, p. 43.
  3. C. Verbaro, Nota al testo, in Ead., Marta, op. cit., p. 41.
  4. Ivi, p. 42.
  5. S. Iacopetta, Giusi Verbaro. Poeta del viaggio senza fine, tesi di laurea magistrale, Firenze, Università degli Studi di Firenze, 2021, p. 6.
  6. Ibidem.
  7. G. Verbaro, Marta, op. cit., p. 7.
  8. C. Verbaro, Un racconto alle origini della scrittura poetica, op. cit., p. 43.
  9. Ivi, p. 47.
  10. Ivi, p. 46.
  11. G. Verbaro, La badante, in Nate a lavorare. Racconti inediti di 39 scrittrici italiane, a cura di M. Jatosti e R. Berardi, Ravenna, Edizioni del Girasole, 2003, pp. 260-64.
  12. C. Verbaro, Un racconto alle origini della scrittura poetica, op. cit., p. 45.
  13. Ivi, p. 43.
  14. G. Verbaro, Marta, op. cit., p. 7.

(fasc. 51, 15 marzo 2024, vol. II)

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Recensione di Francesco de Cristofaro, “La palla al balzo. Dieci viaggi nella letteratura e nell’immaginario del Novecento” (Carocci 2021)

Author di Marianna Scamardella

Francesco de Cristofaro prende per mano il lettore e lo trasporta in dieci viaggi immaginari: dalle crociere di David Foster Wallace e di Andy Warhol sulla nave dell’amore al sintomatico dolore cosmico di Philip Roth, passando per i taccuini di Bruce Chatwin, la commedia, la parodia, il teatro eduardiano, la lettura grottesca dell’apocalisse zombie, tentando di rilanciare ai lettori la stessa palla che egli stesso ha provato ad afferrare al balzo. Continua a leggere Recensione di Francesco de Cristofaro, “La palla al balzo. Dieci viaggi nella letteratura e nell’immaginario del Novecento” (Carocci 2021)

(fasc. 49, 31 ottobre 2023, vol. II)

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Recensione di “Untitled” di Barbara Anna Gaiardoni

Author di Francesca Maria Zonta

Lo haiku è un fiammifero acceso

gettato in una pozza di benzina

(Enzo Tobia)

Lo haiku è un componimento poetico di origine giapponese nato nel XVII secolo: probabilmente costituiva la prima strofa di un renga ossia una poesia a catena molto diffusa a partire dal XV secolo. Questa ipotesi è avallata dal fatto che il nome originale, hokku, significava appunto ‘strofa d’esordio’. Solitamente, lo haiku in lingua italiana è composto da tre versi non rimati e denominati ku, per un totale di diciassette sillabe, disposte secondo lo schema 5-7-5. Deve contenere obbligatoriamente un kigo 季語 ossia una ‘parola della stagione’, un richiamo diretto o suggerito che si riferisca al periodo dell’anno in cui è stato composto o di cui tratta. Esiste addirittura un’enciclopedia che elenca i kigo, un dizionario contenente migliaia di parole e frasi divisi per stagione. Continua a leggere Recensione di “Untitled” di Barbara Anna Gaiardoni

(fasc. 49, 31 ottobre 2023, vol. II)

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